Questa volta il Sì Tav dei sindaci

in ECONOMIA E SOCIALE

Di Ibis

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In piazza sabato 12 novembre

Dunque i “sì Tav” di nuovo in piazza Castello , sabato 12 gennaio alle 11,30 : il governo fa orecchie da mercante, l’analisi costi -benefici è affidata a noti no Tav (alcuni palesemente favorevoli al trasporto su strada) e si sa come finirà e forse proprio per questo Toninelli non la tira fuori per non inserire un nuovo elemento di tensione nel governo, mentre la Lega accetta di tirare in lungo. Ma in questa strategia leghista c’è un intoppo che pesa: sono gli organizzatori del “flash mob” Sì tav di sabato , gli stessi della grande manifestazione de 12 novembre a Torino : questa volta si punta sugli amministratori e già oltre 100 sindaci hanno aderito, oltre a consiglieri regionali, sindacati , categorie produttive .Fra i sindaci ce ne sono anche della Valsusa che così si presenta come in realtà è, spaccata e non unita nel no alla Tav ( d’altronde è noto che in Valle è stato eletto un senatore leghista favorevole all’opera).

Il “flash mob” di sabato più che sulle grandi folle ( i cittadini sono comunque bene accetti) punta quindi sui rappresentanti nelle istituzioni: ci sarà anche il Presidente della Regione Chiamparino, con altri consiglieri del centro sinistra e del centro destra, il capogruppo della lista Sala da Milano, il sindaco di Padova, consiglieri da Genova , la Liguria, il Veneto, oltre naturalmente da tutto il Piemonte. Si è puntato questa volta sulla rappresentanza politico-istituzionale per gettarne il peso sul piatto della politica nazionale. Parafrasando l’avvocato Agnelli , si potrebbe dire che anche il numero dei partecipanti alle manifestazioni talvolta si pesa più che si conta. Intanto è comparso sul Corriere della sera del 6 gennaio nella rubrica “Dataroom” di Milena Gabanelli il conto di quanto ci costa fermare la grandi opere: dice Milena Gabanelli che il ministro Toninelli sta bloccando 21 miliardi di investimenti per grandi opere già in corso ( la principale è la Torino-Lione che prevede un investimento di 8,6 miliardi) e che sono 418 mila posti di lavoro potenziali non attivati. Intanto 15 delle prime 20 aziende di costruzioni italiane sono in gravi difficoltà: fra queste , spiega Milena Gabanelli, da luglio a dicembre hanno fatto richiesta di concordato Astaldi, Grandi Lavori Fincosit di Roma, la Tecnis di Catania e, da ultimo, la più grande cooperativa italiana, la Cmc di Ravenna. 

Mancano i soldi? In realtà, dice la Gabanelli, il governo ha trovato in cassa 150 miliardi disponibili già stanziati, di cui è stato speso meno del 4%. Soldi immediatamente utilizzabili grazie ad un accordo con la Banca europea degli investimenti. Ma il governo ha preferito fermare tutto, e attingere da lì i fondi per la riforma delle pensioni, il reddito di cittadinanza, la flat tax per le partite Iva. Come avevamo scritto su “Il torinese”, questa è la scelta assistenzialista, quella, come dicono gli americani, di gettare un pesce a un povero invece di insegnargli a pescare. Per Torino questa scelta è particolarmente sbagliata: la città ha bisogno non di assistenza ma di un nuovo rinascimento economico, culturale ,politico. La città avrebbe bisogno di una guida con grandi contatti internazionali e grandi visioni in grado di sollecitare le migliori energie economiche interne che ci sono ancora ma che spesso se ne stanno un po’ appartate nei loro recinti tradizionali. Il rinascimento di Milano ( perchè avere timori reverenziali nei confronti dell metropoli lombarda?) ha alla base anche il fatto che un impresario edile ( tale era Silvio Berlusconi) si è lanciato in altri settori ( Tv , editoria, Finanza e politica) con spregiudicatezza e capacità.

Invece Torino ha svenduto e svende i suoi gioielli : se quelli perduti sono pesanti ( vedi due banche e una assicurazione), altri si stanno mettendo sul piatto: e lo fa il Comune primo fra tutti. La sindaca Appendino e gli altri amministratori grillini sono calati a Roma nei giorni sorsi per chiedere modifiche su alcuni punti della manovra che, per Torino, valgono 20 milioni in meno rispetto allo scorso anno. La vice ministro Castelli si è detta disponibile a cercare le coperture., ma decisioni concrete per ora non ci sono. ” Al di là delle buone intenzioni “, scrive Andrea Rossi sulla Stampa, “Appendino torna da Roma sapendo che probabilmente dovrà trovare soluzioni radicali per far quadrare i conti del 2019. L’anno scorso c’è riuscita grazie a pesantissime dismissioni patrimoniali, liquidando tutte le quote che la Città ancora controllava in Sagat, la società che gestisce l’aeroporto, e cedendo una parte delle azioni Iren. È molto probabile che debba nuovamente attingere all’unico vero asset di cui la Città dispone ancora: Iren.”

Come abbiamo scritto , un mese fa Torino ha già ceduto il 2,5%, incassando circa 61 milioni. Intanto si sta approvando il uovo statuto del colosso energetico – già approvato dal Consiglio comunale di Genova e prossimamente al voto a Torino, Reggio Emilia e negli altri comuni emiliani – con un nuovo riassetto della governance: per Torino significa che , una volta approvato il nuovo statuto, potrà vender un altro 2,5%. Il sindaco Appendino sembra decisa a farlo, per incassare altri
60-80 milioni, a seconda dell’andamento del titolo in Borsa, e far quadrare i conti del Comune. La conseguenza è chiara , il peso di Torino in Iren e nelle scelte conseguenti, già sceso al 13,8% mentre Genova saliva al 18,8%, quota che unita ad altre piccole partecipazioni in orbita ligure porta il peso di Genova al 22% circa, scenderà ancora. Con il nuovo statuto , in caso di mancato accordo sul rinnovo delle cariche, il Comune più forte sceglierà quale casella occupare. Non è azzardato dire che Genova rivendicherà la poltrona di amministratore delegato. Torino, se vorrà mantenere la presidenza, dovrà cercare alleanze in Emilia. Conclude Andrea Rossi “Iren sembra destinata a passare da una gestione fondata su un sostanziale equilibrio tra i suoi territori (investimenti, piani strategici, assunzioni), a una in cui ciascuno avrà in proporzione a quanto pesa. E siccome Torino ha scelto di pesare meno, è probabile che – non subito, ma nel medio periodo – riceverà meno”. Ma perché nessuno degli amministratori parla chiaro? Di chi le colpe di un comune in dissesto e di una regione nella quale la sanità è stata tanto dissestata quanto le regioni del Sud? Perché Lombardia e Veneto , Milano e Verona o Padova non hanno avuto gli stessi problemi? Perchè il peso economico, politico, culturale di Torino cala sempre anche quando si ha un “governo amico” ?

 

(foto: il Torinese)