torino tra le righe

Agenti speciali, alieni o angeli custodi? Quando gli animali ci insegnano a vivere

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri che si leggono con gli occhi. E poi ce ne sono altri che si attraversano con il cuore. Il libro di Paola Burzio appartiene senza esitazione alla seconda categoria.
Torinese, libraia per passione e osservatrice sensibile della vita, Burzio costruisce un’opera composta da cinque racconti che si muovono sul filo sottile tra realtà e visione, tra quotidianità e mistero. Il titolo – Agenti speciali, alieni o angeli custodi? – non è una semplice suggestione, ma una chiave di lettura: quella che invita a guardare gli animali non solo per ciò che sono, ma per ciò che rappresentano dentro di noi.
Al centro della narrazione c’è Paola, ma potrebbe essere chiunque abbia condiviso la propria vita con un animale. Attorno a lei si muove un piccolo “branco” fatto di presenze vive e indimenticabili: gatti e cani che non sono semplici compagni, ma veri e propri “agenti speciali”, coinvolti in una missione invisibile quanto essenziale, quella di salvare il cuore.
È proprio qui che il libro trova la sua forza più autentica. Non si limita a raccontare episodi di vita quotidiana – pur presenti, teneri e riconoscibili – ma scava più a fondo, interrogandosi sul senso degli incontri, su quella sottile trama che lega le nostre vite a quelle degli animali. Ogni arrivo, ogni presenza sembra rispondere a un bisogno preciso, a uno stato d’animo, come se nulla accadesse davvero per caso.
Nel corso degli anni, l’autrice ha condiviso la propria esistenza con un gruppo di animali che hanno lasciato un segno profondo. E quando, inevitabilmente, è arrivato il momento della separazione, il dolore si è rivelato potente, quasi spiazzante nella sua intensità. È da lì che nasce la necessità della scrittura, come forma di elaborazione, ma anche come ricerca di senso.
E allora entra in scena la fantasia, o forse qualcosa di più. Un’immagine lontana, quasi infantile, prende forma: quella di un’astronave. È una visione che consola, che apre uno spiraglio, che suggerisce una possibilità diversa. E se davvero i nostri animali non se ne andassero del tutto? Se continuassero, in qualche modo, a vegliare su di noi?
Il confine tra immaginazione e verità, in queste pagine, si fa volutamente sfumato. Non interessa stabilire cosa sia reale e cosa no, quanto piuttosto lasciarsi attraversare da una prospettiva nuova, capace di alleggerire il dolore e restituire bellezza anche alla perdita.
C’è una costante che accompagna l’intero libro: un inno d’amore agli animali. Creature autentiche, mai ambigue, incapaci di finzione. In un mondo in cui spesso si indossano maschere, loro restano fedeli a una verità semplice e disarmante. Ed è forse questa la lezione più grande che lasciano.
Non manca, tra le righe, anche una riflessione più ampia sul valore della pet therapy, troppo a lungo sottovalutato. Oggi sappiamo quanto la presenza di un animale possa incidere positivamente sul benessere fisico e psicologico. Lo ricordava anche Enzo Jannacci, osservando come, in molti casi, l’affetto di un animale riesca ad arrivare dove le medicine non bastano.
Ma il libro di Paola Burzio va oltre la dimensione scientifica. Propone una visione più ampia, quasi spirituale: gli animali come guide silenziose, come presenze che accompagnano, insegnano, trasformano. Angeli custodi? Alieni? O semplicemente esseri capaci di amarci senza condizioni?
Forse la risposta non è così importante. Quello che conta è lo sguardo che questo libro riesce a generare. Perché, dopo averlo letto, sarà difficile osservare il proprio cane o il proprio gatto con gli stessi occhi di prima.
E in fondo, è proprio questo che fanno le storie più sincere: non cambiano il mondo, ma cambiano il modo in cui lo guardiamo.
MARZIA ESTINI

Il cielo delle domande: quando la filosofia torna a essere meraviglia

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma aprono uno spazio. Uno spazio fatto di possibilità, di stupore, di domande che non cercano necessariamente una risposta, ma il piacere stesso di essere poste. Che cos’è il cielo? di Guia Risari è uno di questi.
Milanese di nascita e torinese di adozione, Guia Risari porta con sé un percorso intellettuale e umano che attraversa la filosofia, il giornalismo, il volontariato e la scrittura. Laureata in Filosofia morale con una tesi su Jean Améry, ha approfondito gli studi sull’antisemitismo e vissuto a lungo tra Italia e Francia, costruendo nel tempo una voce capace di parlare ai bambini senza mai semplificare il pensiero. Anzi, restituendogli tutta la sua libertà.
Ed è proprio questa libertà il cuore pulsante di Che cos’è il cielo?: un albo che raccoglie ventiquattro domande tanto semplici quanto vertiginose, accompagnate da risposte poetiche, ironiche, spiazzanti.
“Perché si nasce? Per curiosità.”
“Perché esistono i perché? Per dare soddisfazione ai punti di domanda.”
Non c’è alcuna volontà di spiegare il mondo. Al contrario: il libro lo apre. Ogni pagina è una soglia, un invito a guardare oltre ciò che pensiamo di sapere, a sostare nel dubbio, a lasciare spazio all’immaginazione. È filosofia che ha deciso di restare bambina, non per ingenuità, ma per fedeltà alla sua origine più autentica: la meraviglia.
A rendere ancora più potente questo viaggio è il dialogo tra linguaggi diversi. Le fotografie di Fabio Gervasoni si intrecciano con le illustrazioni di Marianna Balducci, creando immagini ibride, sorprendenti, capaci di trasformare frammenti di realtà in piccoli universi visionari. Non semplici accompagnamenti al testo, ma veri e propri varchi che ampliano il senso, moltiplicano le possibilità, invitano lo sguardo a giocare.
Il risultato è un libro che non si legge soltanto: si attraversa. Si può sfogliare lentamente, fermarsi su una pagina, lasciarsi ispirare da un’immagine, usare una domanda come punto di partenza per una conversazione o per un racconto. È un’esperienza condivisa, che mette sullo stesso piano adulti e bambini, restituendo ai primi qualcosa che spesso si perde crescendo: il coraggio di non avere tutte le risposte.
In questo senso, Che cos’è il cielo? è perfettamente in sintonia con quello spirito curioso e stratificato che appartiene anche a Torino, città capace di tenere insieme razionalità e mistero, scienza e immaginazione. Non è un caso che Guia Risari abbia trovato qui una delle sue case: perché Torino, come questo libro, non smette mai di farsi domande.
E forse è proprio questo il dono più grande di questo albo: ricordarci che le domande non sono vuoti da riempire, ma spazi da abitare. Che non serve sempre arrivare a una risposta, se il percorso continua ad accendere il pensiero.
Perché, in fondo, il cielo non è solo sopra di noi.
È ogni volta che scegliamo di guardare il mondo con occhi nuovi.
Marzia Estini

Le ottanta domande di Atena Ferraris: quando capire se stessi è il mistero più difficile

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 Torino tra le righe

Ci sono romanzi che si leggono per scoprire come va a finire. E poi ci sono storie come Le ottanta domande di Atena Ferraris di Alice Basso, che si leggono per restare dentro una mente, un modo di vedere il mondo, una voce che continua a farti compagnia anche dopo l’ultima pagina.
Atena Ferraris non è una protagonista qualsiasi. È una di quelle persone che osservano tutto, analizzano, cercano risposte dove gli altri si accontentano di intuizioni. Le domande, per lei, non sono un vezzo: sono una necessità. E quando le risposte non arrivano, il mondo diventa un luogo ancora più difficile da abitare.
Nel cuore di una Torino contemporanea, fatta di relazioni, lavoro e fragili equilibri quotidiani, Atena si muove con cautela, cercando di decifrare non solo un mistero – quello di una lettera minatoria che coinvolge una sua amica – ma soprattutto se stessa. Perché, in fondo, il vero enigma non è mai quello che sembra.
Autrice amatissima da librai e lettori, Alice Basso è nata a Milano ma vive e lavora a Torino, città che spesso fa da sfondo alle sue storie. Dopo il grande successo della serie dedicata a Vani Sarca, ha saputo conquistare ancora una volta il pubblico con il personaggio di Atena Ferraris, confermando una cifra stilistica riconoscibile: ironia intelligente, personaggi profondi e una straordinaria capacità di raccontare le relazioni umane senza mai appesantirle.
Alice Basso costruisce attorno ad Atena un microcosmo vivo, fatto di personaggi che non sono semplici comparse, ma presenze reali, con un peso emotivo preciso. Tra questi, spicca Jacopo: non un eroe ingombrante, non un salvatore, ma una presenza. E in un panorama narrativo spesso dominato da figure maschili eclatanti, è proprio questa sua discrezione a renderlo interessante. Jacopo non invade, non travolge: resta. E, restando, cambia le cose.
La forza del romanzo sta tutta qui: nella capacità di raccontare relazioni autentiche senza mai scivolare nel melodramma. L’ironia sottile di Atena alleggerisce anche i momenti più complessi, trasformando la leggerezza in una vera e propria strategia di sopravvivenza. Si ride, sì, ma mai per distrazione: si ride per restare in piedi.
E mentre il “giallo” scorre in sottofondo, quasi come una trama parallela, emerge con sempre più forza il cuore del libro: la ricerca di un’identità. Le famose “ottanta domande” diventano il simbolo di un bisogno profondissimo – quello di definirsi, di trovare un ordine, una spiegazione, forse persino un’etichetta. Ma cosa succede quando quella definizione rischia di diventare una gabbia?
Atena lo sa bene: dare un nome alle cose può aiutare, ma può anche limitare. E allora la vera sfida non è trovare tutte le risposte, ma imparare a convivere con le domande.
Lo stile di Alice Basso è, ancora una volta, una certezza: fluido, ironico, mai banale. I dialoghi scorrono con naturalezza, come frammenti rubati alla vita reale, e la narrazione riesce a essere insieme intelligente ed emotiva, senza mai risultare forzata. È una scrittura che accoglie il lettore, lo accompagna, e poi – quasi senza che se ne accorga – lo porta a riflettere.
Le ottanta domande di Atena Ferraris è un romanzo che intrattiene, certo, ma soprattutto fa qualcosa di più raro: fa compagnia. Perché nelle fragilità di Atena, nelle sue esitazioni, nelle sue paure di essere definita o fraintesa, è facile riconoscersi.
E forse è proprio questa la domanda che resta, una volta chiuso il libro:
abbiamo davvero bisogno di tutte le risposte… o possiamo imparare a vivere anche con qualche domanda in più?
MARZIE ESTINI

Crescere troppo in fretta: le “Anime scalze” di Fabio Geda

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono storie che parlano dell’adolescenza con una delicatezza capace di colpire nel profondo. Anime scalze di Fabio Geda, pubblicato da Einaudi nella collana Einaudi Stile Libero, è una di queste: un romanzo che racconta la fragilità, la fatica e insieme la sorprendente forza di chi si trova a diventare grande troppo presto.
La storia è ambientata a Torino, in particolare a Borgo Dora, e ha come protagonista Ercole, un ragazzo di quindici anni sensibile e impulsivo, come molti della sua età, attraversato dalle emozioni del primo amore per Viola. Ma Ercole non può concedersi davvero il tempo dei sogni adolescenziali. A casa, infatti, lui e la sorella Asia devono fare la parte degli adulti. La madre è scomparsa da tempo senza più dare notizie, mentre il padre è un uomo fragile e disorientato, incapace di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità.
Così i due ragazzi cercano di arrangiarsi come possono, nascondendo la loro situazione anche ai servizi sociali, che potrebbero separarli. È soprattutto Asia a caricarsi sulle spalle il peso della sopravvivenza quotidiana, lavorando per mantenere la famiglia, ma anche Ercole prova a fare la sua parte: va a scuola, si impegna, cerca di restare un bravo ragazzo nonostante tutto. Forse non è un caso che il protagonista porti il nome di un eroe: per crescere da soli, a quindici anni, senza la protezione degli adulti, bisogna davvero avere qualcosa di eroico.
Quando Ercole scopre che la madre vive non lontano da lui, decide di cercarla. L’incontro con lei lo porta a conoscere anche Luca, un fratellino di cui ignorava l’esistenza. È proprio questo bambino a far nascere in lui un nuovo e ancora più forte senso di responsabilità, quasi a spingerlo definitivamente fuori dall’adolescenza. Una maturità precoce che, però, finirà per sfociare in risvolti drammatici.
La vicenda prende avvio da una scena intensa: Ercole è barricato sul tetto di un capannone, armato e circondato dalla polizia; accanto a lui c’è Luca, che ha solo sei anni. Come siano arrivati fin lì è ciò che il romanzo racconta, passo dopo passo, attraverso una storia fatta di affetti fragili, segreti e scelte difficili.
Il libro mette in luce una dinamica purtroppo sempre più presente nella società contemporanea: quella di adulti che faticano a comportarsi come tali e di ragazzi costretti a crescere troppo in fretta. Da una parte troviamo genitori che sembrano rimanere intrappolati in un’adolescenza prolungata, incapaci di assumersi pienamente il loro ruolo; dall’altra bambini e ragazzi che si ritrovano a dover gestire responsabilità troppo grandi per la loro età.
Nonostante la durezza della storia raccontata, la scrittura di Geda rimane limpida, scorrevole, quasi leggera. È una delle qualità che rendono i suoi libri così coinvolgenti: la capacità di affrontare temi profondi con uno stile semplice e diretto, senza mai perdere delicatezza. Leggendo Anime scalze si finisce per restare incollati alle pagine, accompagnando Ercole nel suo percorso e ritrovando, tra le righe, quella miscela di fragilità e forza che appartiene a ogni adolescente.
Fabio Geda, nato a Torino nel 1972, è uno degli autori italiani più apprezzati quando si tratta di raccontare il mondo dei ragazzi e delle fragilità contemporanee. Per anni ha lavorato come educatore con minori in difficoltà, un’esperienza che ha profondamente segnato il suo sguardo narrativo. Tra i suoi libri più noti figurano Nel mare ci sono i coccodrilli, straordinaria storia vera tradotta in numerosi Paesi, e diversi romanzi dedicati proprio all’età della crescita e della ricerca di sé.
Con Anime scalze, Geda torna ancora una volta a raccontare chi si affaccia alla vita con passo incerto ma determinato. Ragazzi che, pur camminando scalzi tra le difficoltà, imparano a lasciare il segno del proprio passaggio nel mondo.
MARZIA ESTINI

Rinascere tra le pagine: Una nuova me di Isabel Venuti

TORINO TRA LE RIGHE
Rinascere non è mai un gesto eclatante. Non è un’esplosione di forza, non è una dichiarazione pubblica. È qualcosa di più silenzioso, quasi impercettibile: un passo minuscolo fatto quando tutto dentro sembra crollato. Una nuova me di Isabel Venuti nasce proprio in quel punto fragile e potentissimo insieme.
Isabel Venuti, nata e cresciuta nel cuore di Torino, trae ispirazione dall’anima discreta della sua città, dalle storie che restano sottovoce tra i portici e dalle relazioni che si intrecciano nelle sue strade. Laureata in giurisprudenza, a trentanove anni ha scelto di affiancare alla razionalità degli studi una scrittura intima e diretta, mettendo al centro un tema che attraversa tutta la sua produzione: la fiducia nelle relazioni e il percorso, spesso doloroso, verso la consapevolezza.
Il suo esordio, Ho le prove, nasce dall’esperienza del tradimento vissuta in prima persona e affronta il bisogno di chiarezza quando i sospetti minano una relazione. ConAdesso scelgo me, l’autrice sposta l’attenzione sulle relazioni tossiche e sull’importanza di riconoscere i legami che svuotano anziché nutrire, accompagnando il lettore verso un primo atto di autodeterminazione. Una nuova me rappresenta il passaggio successivo e forse più maturo: non più soltanto capire o scegliere, ma rinascere. Non più interrogarsi su ciò che è accaduto, ma ricostruire ciò che resta. E soprattutto, ciò che può diventare.
È un cammino narrativo che procede per tappe — dal dolore alla consapevolezza, dalla scelta alla rinascita — e che riflette un’esperienza profondamente contemporanea: quella di chi impara, a volte dopo molte cadute, che l’amore non può prescindere dal rispetto di sé.
 “Ci sono ferite che non fanno rumore. Ci sono addii che ti spezzano in punti che nemmeno sapevi di avere.” Le parole dell’autrice entrano senza filtri in quel territorio conosciuto da molte donne: il momento in cui l’amore che sembrava casa diventa il luogo in cui ci si perde. È lì che il libro prende forma, nel buio in cui ci si sente sole, nell’istante in cui il cuore trema ancora e si ha la sensazione di essersi rotte per sempre.
E invece no. Non sei rotta. Stai cambiando.
Il volume raccoglie 101 lezioni emozionali, brevi, essenziali, pensate come piccole soste lungo un percorso di guarigione. Non è un manuale che promette soluzioni rapide, né un testo motivazionale che impone di essere forti a ogni costo. È piuttosto una mano tesa. Una voce che ricorda che si può capire il dolore senza esserne travolte, che si può lasciare andare ciò che non ci sceglie più, che si può ritrovare dignità e voce anche quando ci si sente svuotate.
Alcune lezioni colpiscono per la loro semplicità disarmante. “Sei già una donna che ha superato molto.” Una frase che invita a guardarsi indietro con onestà, a riconoscere le notti in cui si è rimaste in piedi per dovere, i giorni affrontati con il cuore pesante, i momenti in cui ci si è tenute insieme con mani che tremavano. La forza, suggerisce Venuti, non è nel non cadere, ma nel rialzarsi quando dentro si è stanche.
“Lasciare andare è un atto d’amore verso te stessa.” Non significa smettere di amare, ma smettere di farsi male per restare. Significa accorgersi che si sta stringendo qualcosa che non stringe più, che si sta dando troppo a ciò che lascia sempre con meno. E ancora: “Non tornare dove hai iniziato a svalutarti.” Un invito a ricordare non solo ciò che manca, ma ciò che costava rimanere. Fino ad arrivare alla lezione 99: “Sei ciò che scegli.” Non la caduta, non l’errore, non le parole che hanno ferito. Ma la scelta quotidiana di proteggersi, anche quando la nostalgia confonde e la strada conosciuta sembra più semplice.
Una nuova me si colloca in quella zona di confine tra scrittura intima e crescita personale che oggi intercetta un bisogno reale: sentirsi viste, comprese, nominate. Non è un libro da leggere tutto d’un fiato, ma da aprire nei giorni in cui non ci si basta e in quelli in cui, lentamente, si ricomincia a bastarsi. È un testo che parla alle donne che hanno amato troppo, che sono rimaste anche quando il cuore diceva “vai”, che ora vogliono riprendersi la vita — non quella di prima, ma una nuova, finalmente loro.
In una Torino elegante e riservata, capace di custodire fragilità dietro facciate austere, la voce di Isabel Venuti si inserisce con coerenza: discreta ma determinata, emotiva ma lucida. Perché la rinascita non avviene quando tutto è facile. Nasce quando tutto crolla e si sceglie, comunque, di rialzarsi.
E allora la domanda resta sospesa, tra le pagine e dentro chi legge: quante volte, nella nostra vita, abbiamo confuso la resistenza con l’amore… e quante volte, invece, scegliere noi stesse è stato il vero inizio?
MARZIA ESTINI

Stefania Bertola e l’arte di ricominciare (con grazia)

TORINO TRA LE RIGHE

C’è qualcosa di profondamente rassicurante nel tornare a leggere Stefania Bertola. Come ritrovare una voce familiare che sa far sorridere senza banalizzare, che racconta il caos della vita con leggerezza intelligente e uno sguardo ironico capace, però, di restare ostinatamente fiducioso.
La rosa e la spina conferma tutto questo: una commedia raffinata e spumeggiante che, dietro l’apparente leggerezza, parla di resilienza, di seconde possibilità e dell’arte – sottile e faticosa – di andare avanti.
La protagonista, Rosa Soave, ha quasi quarant’anni, un figlio, un ex marito che l’ha lasciata il giorno di Natale e un quaderno Pigna che diventa confidente, scatola nera delle emozioni e luogo di sfogo. Intorno a lei ruota un piccolo universo umano fatto di cognate eco-bio fin troppo presenti, maestre creative, colleghi affascinanti e pasticcioni, famiglie ingombranti e una galleria di personaggi che sembrano danzare in equilibrio precario tra affetto e fastidio. Rosa, però, ha una certezza granitica: con l’amore ha chiuso per sempre.
Almeno fino a quando dal passato riemerge Doralice Spina, la “miglior nemica” dei tempi del liceo, incarnazione perfetta di quella spina che, inevitabilmente, accompagna ogni rosa. Seducente, manipolatrice, pronta a rovinare vite con disinvoltura, Doralice diventa l’antagonista ideale in una storia che mescola commedia sentimentale e osservazione acuta delle dinamiche relazionali. E quando a perdere la testa per lei è proprio Claudio, il direttore del supplemento letterario per cui Rosa lavora, restare a guardare diventa impossibile.
Bertola maneggia il suo registro narrativo con una sicurezza che deriva da anni di mestiere: realismo e tenerezza convivono in perfetto equilibrio. Non c’è spazio per melodrammi eccessivi né per idealizzazioni forzate. Le situazioni più assurde – un abbandono natalizio, una cognata che controlla la raccolta differenziata, un corso di danze irlandesi come tentativo di rimettere ordine nella vita – vengono raccontate con una lucidità ironica che si traduce in una comicità disincantata e spesso autoironica, soprattutto nei pensieri affidati al quaderno Pigna.
La forza della scrittura di Bertola sta proprio qui: non giudica le debolezze dei suoi personaggi, le espone con un sorriso sardonico, invitando il lettore a riconoscersi nelle loro imperfezioni. È una leggerezza che non scivola mai nella superficialità, perché sotto l’umorismo resta una profonda tenerezza. Anche i personaggi più stereotipati o eccentrici sono trattati con un’umanità palpabile, come se l’autrice volesse ricordarci che tutti, in fondo, stiamo solo cercando un modo dignitoso di tenere insieme i pezzi.
Non è un caso che Stefania Bertola venga spesso definita la “Sophie Kinsella italiana”. Non solo per una parentela di genere o per il suo ruolo di traduttrice degli ultimi romanzi della scrittrice inglese, ma per la capacità condivisa di far sorridere e, allo stesso tempo, toccare corde più profonde. Nei suoi romanzi c’è sempre qualcosa che va oltre l’apparente frivolezza: una malinconia gentile, una consapevolezza del tempo che passa, un invito a ricominciare anche quando sembra tardi.
La rosa e la spina si legge con piacere, trascina in un vortice di vita e colpi di scena, e regala ore di autentico intrattenimento. Se un piccolo rammarico si può esprimere, riguarda forse il finale: coerente con il ritmo brillante della storia, ma così rapido da lasciare il desiderio di restare ancora un po’ con questi personaggi, di vedere le tessere del puzzle andare a posto sotto i nostri occhi. Più che un difetto, però, è il segno di un legame riuscito tra lettore e storia.
Torinese di nascita, con un passato all’Einaudi e una carriera che spazia tra narrativa, radio, televisione e sceneggiatura, Stefania Bertola resta una delle voci più riconoscibili e amate del romanzo rosa italiano. Con La rosa e la spina ci ricorda che, a volte, non esistono soluzioni miracolose: bisogna solo prendere fiato, sorridere delle proprie disgrazie e inventarsi, con grazia, una nuova normalità.
MARZIA ESTINI

La verità obliqua del dolore: Solo un ragazzo di Elena Varvello

TORINO TRA LE RIGHE

 
Ci sono libri che non si scelgono: sono loro a chiamarci. Solo un ragazzo di Elena Varvello (Einaudi) è uno di questi. Incontrato quasi per caso, ha subito esercitato una forza silenziosa, nonostante una trama che, sulla carta, sembrava lontana dai miei territori di lettura. Giallo o romanzo di dolore? Nessuna delle due cose, eppure entrambe. Perché Solo un ragazzo vive in una zona obliqua, intraducibile con categorie nette, come avverte la stessa autrice: «Tutta la verità. Ma obliqua».
Il romanzo si apre con un’immagine perturbante. Siamo nel 2009: un gruppo di adolescenti si inoltra nel bosco, luogo proibito e carico di memoria. Scoprono una capanna: dentro, pochi oggetti – un cacciavite, una tazza, uno spazzolino – e un’aria inquieta, come se qualcuno fosse ancora lì, nascosto nel buio. È un inizio che non spiega, ma insinua. E da quell’ombra prende avvio una storia che affonda le radici vent’anni prima, nell’estate del 1989.
Sara e Pietro sono ormai anziani quando li incontriamo. Sono passati diciannove anni dalla perdita del figlio, ma il tempo non ha attenuato il dolore: lo ha solo trasformato. Pietro continua ad alzarsi ogni mattina pensando a ciò che avrebbe potuto dire o fare. Sara, invece, spesso non trova un motivo per alzarsi affatto. Il loro è un lutto vissuto in direzioni opposte, inconciliabili. Sara è un personaggio di una verità disarmante: dura, stanca, incapace di partecipare alla vita delle figlie, eppure attraversata da una luce ostinata, quella di un amore che perdona tutto. Per lei è sempre stato “solo un ragazzo”. Per Pietro, invece, quel figlio adolescente resta una presenza enigmatica, difficile da riconoscere, distante, con quel sorriso frequente e il freddo che non lo abbandona nemmeno d’estate.
Attorno a questo nucleo familiare, Varvello costruisce una coralità dolente. Le due figlie, Amelia e Angela, reagiscono al trauma in modo opposto: una cercando rifugio in una vita ordinata e in una religiosità rigida, l’altra scegliendo la fuga e l’autodistruzione. Nessuno resta davvero intatto. Il dolore si infiltra nelle relazioni, congela le esistenze, modifica per sempre i legami.
La domanda, inevitabile, accompagna il lettore per tutta la narrazione: cosa è successo davvero quell’estate? Perché nessuno ha capito cosa stava attraversando quel ragazzo? Perché entrava nelle case di nascosto, cosa cercava? Ma Solo un ragazzo non è un romanzo che offre risposte definitive. Varvello non indaga, non giudica, non spiega. Osserva. Lascia che siano le voci, i ricordi, i silenzi a raccontare. È una storia di non detti, di bugie, di solitudine portata “a compimento”, che diventa punto di non ritorno per un’intera comunità.
Uno degli elementi più potenti del romanzo è la lingua. Elena Varvello, poetessa, lavora sulle parole con precisione e sensibilità: il ritmo è asciutto, le immagini sono evocative, gli oggetti diventano simboli. Il bosco, che avvolge e nasconde, sembra non avere fine; eppure, anche nel fitto delle sue ombre, a tratti filtra una luce. È la luce dell’amore, della speranza ostinata, della possibilità – forse – di un’accettazione.
La struttura narrativa, fatta di continui avanti e indietro nel tempo e di cambi di punto di vista, non disorienta mai. Al contrario, accompagna il lettore in un percorso emotivo intenso, dove presente e passato spesso si confondono, come accade nella memoria di chi ha vissuto una perdita irreparabile. Le pagine scorrono velocissime, la tensione resta alta, non perché si cerchi un colpevole, ma perché si desidera comprendere, sentire, avvicinarsi.
Solo un ragazzo ha la potenza di un thriller senza esserlo e la forza di un romanzo di formazione senza esserlo. È una storia che passa “di bocca in bocca”, come un’ombra intravista, come un dubbio che resta. Un libro che non consola, ma accompagna. Che non spiega, ma scava. E che, una volta chiuso, lascia il desiderio di abbracciare tutti i suoi personaggi, nessuno escluso, e di sussurrare loro – forse a noi stessi – che sì, la vita è ingiusta, ma certe presenze non se ne vanno davvero.
Elena Varvello, torinese, classe 1971, poetessa e scrittrice, docente alla Scuola Holden, con questo romanzo conferma una voce unica nel panorama letterario contemporaneo. Perché, come sappiamo, non è il tema a fare la differenza, ma il modo in cui viene raccontato. E Solo un ragazzo è un libro che non si dimentica.
MARZIA ESTINI

Paolo Giordano e Tasmania: cercare un rifugio nel cuore inquieto del presente

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TORINO TRA LE RIGHE

Per Torino tra le righe incominciamo questo nuovo anno parlando di un autore torinese di nascita e di formazione, Paolo Giordano, che porta con sé un percorso singolare che continua a riflettersi nella sua scrittura: diplomato al liceo scientifico Gino Segrè, laureato con lode in Fisica all’Università di Torino e dottore di ricerca in fisica teorica, ha sempre affiancato allo sguardo letterario una solida base scientifica. Una doppia anima che attraversa tutta la sua produzione e che nel suo libro Tasmania emerge con particolare forza, diventando struttura narrativa e visione del mondo. Infatti, c’è un momento, nella vita di ognuno, in cui il mondo esterno e quello interiore sembrano collassare nello stesso punto. È da quella frattura che nasce Tasmania, il romanzo con cui Paolo Giordano torna a interrogare il nostro tempo, scegliendo come bussola non la trama, ma l’inquietudine.
Il protagonista e voce narrante si firma P.G.: scrittore, laureato in Fisica, giornalista per un quotidiano nazionale, esperto di cambiamenti climatici. Una figura che richiama apertamente l’autore e che colloca il romanzo nel territorio sfumato dell’auto-fiction. Alla soglia dei quarant’anni, dopo l’esperienza collettiva della pandemia, P.G. ripercorre l’ultimo decennio della propria vita: la crisi del rapporto con Lorenza, le amicizie decisive – dal climatologo Novelli all’irrisolto Giulio – e una serie di eventi privati che si intrecciano costantemente con le grandi paure del presente.
Il mondo che circonda il protagonista è carico di tensioni: gli attentati terroristici in Europa, la strage del Bataclan, il dibattito sulla disparità di genere, la precarietà, la crisi climatica, fino al fantasma mai del tutto esorcizzato dell’energia nucleare. Tutto contribuisce a creare una sensazione di sopraffazione che paralizza P.G., rendendolo incapace di reagire se non immaginando una via di fuga.
Ed è qui che entra in scena la Tasmania. Un luogo che, paradossalmente, nel romanzo “c’entra pochissimo”. L’isola australiana viene evocata una sola volta, come possibile rifugio in caso di catastrofe globale, ma diventa subito una potente metafora: il simbolo di un desiderio universale di salvezza, di un riparo dall’incertezza climatica e sociale che incombe sull’umanità. Non una destinazione reale, ma uno spazio mentale in cui difendersi dal caos.
La struttura del romanzo riflette questa inquietudine. Tasmania sfugge a ogni incasellamento di genere: il racconto autobiografico si alterna a reportage giornalistici, digressioni scientifiche e riflessioni sociopolitiche, seguendo le diverse anime del narratore. La crisi personale del protagonista si sovrappone a quella collettiva, fino a suggerire che non esista più una distinzione netta tra dentro e fuori, tra intimo e globale.
Giordano tenta qui una convivenza ambiziosa tra dramma esistenziale e divulgazione scientifica. Rispetto ai romanzi precedenti, più lirici e simbolici, la prosa si fa asciutta, precisa, attenta ai linguaggi del presente. Non stupisce che termini come gaslighting vengano spiegati e inseriti nel flusso narrativo come segnali di un’epoca che ha bisogno di nominare le proprie ferite per poterle riconoscere.
Il cuore del romanzo resta però umano. P.G. è un personaggio fragile, vulnerabile, che mette in discussione tutto: il matrimonio, la paternità mancata, la vocazione di scrittore, fino al progetto ossessivo – e continuamente rimandato – di scrivere sulle bombe di Hiroshima e Nagasaki. Un lavoro che sembra minacciare la sua stabilità, ma che rappresenta anche il tentativo disperato di dare forma e senso alla paura.
Attorno a lui si muove una costellazione di personaggi che incarnano altrettanti modi di stare nel mondo: Lorenza che sa attendere, Novelli che studia la forma delle nuvole, Curzia che indaga il terrorismo, Karol che trova Dio dove non lo cercava, Giulio che fatica a parlare con suo figlio. Ognuno diventa uno specchio, una possibilità di confronto, una diversa risposta alla crisi.
Tasmania è, in definitiva, un romanzo sul futuro. Un futuro temuto e desiderato, che forse non avremo mai, ma che stiamo costruendo giorno dopo giorno. È un libro sull’ansia pre-traumatica del nostro tempo, su quella sensazione di stanca inevitabilità che attraversa le nostre vite e ci fa sentire costantemente sull’orlo di qualcosa.
Non mancano le ombre: l’alternanza tra parti narrative e saggistiche, pur stimolante, non sempre risulta perfettamente armonica e può rendere la lettura impegnativa. Ma forse è proprio questa frizione a restituire fedelmente l’irrequietezza del protagonista – e della nostra epoca.
Dopo l’esordio folgorante de La solitudine dei numeri primi, che nel 2008 gli valse il Premio Strega e una notorietà immediata, Paolo Giordano ha continuato a interrogare il presente attraverso romanzi e saggi in cui scienza e letteratura dialogano costantemente. Con Tasmania, pubblicato da Einaudi nel 2022 e accolto con grande attenzione anche a livello internazionale, sembra approdare a una sintesi matura del proprio percorso.
Perché Tasmania è, in fondo, questo: un romanzo sensibilissimo e contemporaneo che racconta la paura di perdere il controllo e il desiderio di salvarsi. E ci ricorda che ognuno di noi, consapevolmente o meno, sta cercando la propria Tasmania.
MARZIA ESTINI

Gabriele Di Fronzo e Sfinge: l’ultimo viaggio di un uomo che custodisce il tempo

TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono romanzi che non si limitano a raccontare una storia, ma aprono un varco. Per concludere questo 2025, per Torino tra le righe, voglio parlarvi di Sfinge, l’ultima opera di Gabriele Di Fronzo, torinese classe 1984, uno di quei libri che invitano il lettore a sedersi accanto al protagonista e a osservare il mondo con uno sguardo sospeso fra il passato e ciò che non è ancora accaduto. Di Fronzo, già autore di Il grande animaleLa samurai e Cosa faremo di questo amore, torna in libreria con un romanzo che profuma di sabbia antica e metropoli future. Una storia che parte da Torino, dal Museo Egizio, crocevia di memorie millenarie, e che si apre su Shanghai, città-mondo in cui tutto sembra essere costruito per sfidare – o ingannare – il tempo.
Il protagonista, Matteo Lesables, ha un mestiere che somiglia a un rito: è un courier, un custode viaggiante incaricato di scortare reperti preziosi nei loro spostamenti tra musei. Una vita trascorsa dentro aeroporti, casse climatizzate, sale espositive illuminate come templi. Sembra paradossale, ma Matteo ha passato più tempo con statue e papiri che con le persone. Quei reperti – fragili, solenni, muti – sono diventati la sua compagnia e la sua misura del mondo. Ed è proprio nel momento in cui sta per lasciare il lavoro, alla soglia dei sessant’anni, che gli affidano la missione più imponente: accompagnare a Shanghai la Sfinge del Museo Egizio di Torino. Un blocco di sabbia plasmato dal tempo, un enigma che attraversa millenni e che nel romanzo diventa quasi un personaggio.
Il viaggio di Matteo non è solo una trasferta lavorativa. È un attraversamento. Shanghai gli appare come un organismo vivente: luminoso, vertiginoso, spesso incomprensibile. Una città che non ha paura di cancellare ciò che è stato per edificare ciò che sarà. Il contrario esatto della sua amata Torino, che invece custodisce e stratifica. In questa metropoli sterminata, Matteo incontra Qi, giovane direttrice del museo ospitante. Una donna sfuggente, brillante, con una grazia fatta di chiaroscuri. Non è un amore quello che nasce – forse nemmeno un desiderio. È piuttosto un richiamo, la possibilità di rivedere se stesso da un’altra angolazione. E poi c’è un altro incontro, apparentemente minore ma decisivo: un uomo d’affari che gli parla di fiori in via d’estinzione. Sarà proprio un piccolo seme, minuscolo e tenace, a insinuarsi nella trama come una promessa inattesa.
Nelle pagine del romanzo, Di Fronzo intreccia i paesaggi del presente con quelli della memoria. Soprattutto con Sara, l’ex moglie che continua a vivere nei pensieri del protagonista come un’eco che non si decide a svanire. Matteo non sa spiegarsi perché quell’amore sia finito: lo osserva come si osservano i reperti che ha trasportato per una vita intera, cercando un senso nelle crepe, nella polvere, nel silenzio. La vera forza del romanzo sta forse qui: nel modo in cui mette in scena la solitudine come uno spazio abitabile, a volte persino necessario. Matteo attraversa Shanghai come ha attraversato la vita: con passo leggero, ma col peso degli anni che gli scivolano fra le dita come sabbia.
Sfinge è un romanzo che parla di tempo, più che d’amore, più che di viaggi. Il tempo che corrode, che conserva, che confonde. Il tempo delle statue, che sfida l’oblio, e quello degli uomini, che invece vi soccombono più facilmente. La voce di Matteo è quella di un uomo che ha passato la vita accanto alla storia degli altri e ora si ritrova a fare i conti con la propria. Eppure, nonostante la malinconia che attraversa queste pagine come un filo d’oro scuro, il finale lascia aperta una porta: perché anche quando tutto sembra all’ultimo giro, qualcosa può ancora germogliare.
Nel romanzo, Torino è presente come sottotraccia: nel museo, nei reperti, nella formazione del protagonista. Ed è proprio questa radice torinese – stabile, silenziosa, antica – a dare al libro una profondità particolare. Il viaggio verso Shanghai diventa così anche un viaggio di ritorno: non a una città, ma a ciò che resta, a ciò che vale la pena custodire. Con Sfinge, Gabriele Di Fronzo firma un romanzo colto, elegante, ma soprattutto capace di toccare quella parte dell’animo che non ha mai smesso di fare domande. Un libro che si legge come un lento avvicinarsi alla verità, una verità che non necessariamente consola, ma che illumina.
MARZIA ESTINI

“Il resto è ossigeno” di Valentina Stella: quando l’aria nelle relazioni inizia a mancare

TORINO TRA LE RIGHE

 
Ci sono storie che sanno raccontare Torino senza bisogno di descriverla in ogni pagina: basta farla respirare tra le righe, lasciarle la libertà di emergere nelle scelte dei personaggi, nei loro percorsi, nei luoghi che diventano metafore di stati d’animo.
È ciò che accade in “Il resto è ossigeno”, il romanzo d’esordio di Valentina Stella, autrice torinese che dopo una laurea in Economia e un lungo percorso nel marketing ha scelto – nel 2012 – il salto più coraggioso: lasciare il lavoro da dipendente per dedicarsi alla scrittura. Una svolta che l’ha portata a pubblicare con Zandegù la sua prima raccolta di racconti, Se mi lascia non vale, e a esordire nel romanzo con Sperling & Kupfer nel 2016. Da anni racconta frammenti di vita e sensibilità sul suo blog Bellezza Rara e in riviste letterarie come Carie e Rivista Inutile.
Nel suo romanzo incontriamo Arturo e Sara, sposati da molti anni, genitori della piccola Giulia. Una famiglia che sembra funzionare, una di quelle in cui si procede con ordine, dovere e affetto. Ma l’ossigeno ha iniziato a scarseggiare da tempo.
Arturo è un uomo complesso: una laurea in Strategie di impresa e marketing conseguita più per compiacere i genitori che per vocazione, un’anima inquieta che dopo il liceo parte per la penisola iberica alla ricerca di libertà, amici e vita vissuta. A vent’anni frequenta i Murazzi, gestisce un locale, sperimenta e si perde tra notti lunghe e leggerezza. Poi arriva Sara, e con lei una vita più stabile, forse troppo.
La narrazione alterna le loro voci con una fluidità che avvicina il lettore a entrambi. Torino fa da sfondo: dai vicoli del centro, sempre più cari e sempre più magnetici, all’alba poetica di Porta Palazzo, fino alle porte della città, dove Arturo trova rifugio nel Villaggio Leumann di Collegno. È lì che decide di sparire, almeno per un po’. Decide di lasciare la casa, la moglie e la figlia. Decide di respirare.
Il messaggio che invia a Sara è una frattura netta:
“Non torno più a casa. Ho bisogno di stare da solo. Abbraccia Giulia, ti prego.”
Da quel momento i due protagonisti intraprendono percorsi opposti ma paralleli, entrambi dolorosi.
Sara precipita nell’abisso, scoprendo che spesso l’immaginazione del dolore è peggiore della realtà stessa. Mette in discussione tutto: il proprio ruolo di moglie, di madre, di donna. E, nella ferita, trova una verità sorprendente e liberatoria: non ha mai davvero amato Arturo, e non è mai troppo tardi per imparare ad amare sé stessa, per prima.
Arturo, invece, è soffocato dalla nebbia. Una nebbia che offusca il futuro e lo spinge a cercare nel presente i fantasmi della sua giovinezza sfrenata. Ma si sa: quando la nebbia si dirada, il paesaggio non è mai identico a prima.
Il titolo del romanzo arriva allora come una chiave interpretativa potente: l’ossigeno nelle relazioni non è scontato, può diminuire lentamente, senza rumore. Le persone smettono di accorgersene perché travolte da impegni, lavoro, responsabilità, dalla quotidianità che stringe. Quando l’ossigeno manca, la coppia si accartoccia come foglie secche.
il resto?
È tutto ciò che alimenta l’amore: interessi condivisi, gesti gentili, il sapere ancora sorprendere, i viaggi, la cura, la tenerezza.
Piccoli respiri che, nel corso degli anni, mantengono viva una relazione.
Con Il resto è ossigeno, Valentina Stella costruisce un romanzo che parla di noi, delle nostre crepe silenziose e delle nostre rinascite possibili. Un libro che attraversa Torino e i suoi paesaggi emotivi, ricordandoci che non si smette mai davvero di imparare a respirare.
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MARZIA ESTINI
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