La figura di Galileo Ferraris, soprattutto per chi ha studiato la storia ed i progressi della scienza nella seconda metà dell’Ottocento non ha certo bisogno di presentazioni.
Scuole ed istituti, vie gli sono dedicati non solo a Torino o Vercelli ma in tutta Italia. Meno nota, ma altrettanto degna di essere menzionata è la figura del fratello maggiore Paolo Innocenzo Adamo, meglio noto come solo Adamo, medico e garibaldino, caduto sul campo di battaglia in terra straniera, nel 1871 quando ormai l’Italia era fatta da 10 anni, ma battendosi per la libertà dei popoli d’Oltralpe. Nato a Livorno (che allora, naturalmente, non era l’attuale Livorno Ferraris, in Provincia di Vercelli) il 30 giugno 1838 da Luigi, farmacista, e da Antonia Messia, dopo i primi studi nel comune vercellese si spostò a Torino per poter seguire gli studi ginnasiali e liceali.
Per motivi di salute compì gli studi universitari a Parma, addottorandosi in medicina. Il soggiorno in quella città gli permise di conoscere il dottor Gian Lorenzo Basetti che a sua volta gli fece incontrare Giuseppe Garibaldi, e quello che uno dei classici incontri che ‘ti cambiano la vita’. Così fu con l’Eroe dei due mondi nel 1866 contro gli Austriaci in Val di Ledro combattendo a Bezzecca nell’unico evento vittorioso di Bezzecca della terza guerra d’indipendenza (che però portò in dote il Veneto alla Corona d’Italia). Nell’estate del 1867, chiamato dal sindaco Drebertelli, con vero animo missionario andò a Borgo D’ale per debellare il “cholera morbus”. Combatté eroicamente a Monterotondo e a Mentana; i particolari della campagna furono narrati in un memoriale del 1868 “Memorie di un volontariato della campagna dell’Agro Romano”. Tornò poi a Torino per esercitare con animo filantropico la sua professione.
Nel 1870, come medico personale di Garibaldi prese parte all’intervento dei volontari garibaldini a sostegno dei francesi nella guerra franco – prussiana che vide Napoleone III sconfitto nettamente a Sedan, con la conseguente caduta dell’Impero. E questa campagna gli fu fatale perché Adamo cadde il 23 gennaio 1871 a Digione dopo tre giorni di vittoriose battaglie. Il 22 ottobre dello stesso anno Garibaldi scriveva da Caprera all’on. Pietro Del Vecchio “la perdita di Adamo Ferraris fu grave per l’Italia e per me”. Per espresso desiderio del fratello Galileo la salma venne traslata ed inumata nel cimitero di Torino– Adamo Ferraris, però, non fu solo medico e patriota: coltivò la musica, sotto la guida del Maestro Guido Rossaro, la pittura (suo un magnifico scenario per il Teatro Viola di Livorno) e la scultura. Più di tutto amò la filodrammatica di cui fu lodevole interprete nel Teatro Viola, con la sorella Teresa ed il cognato capitano Botto, direttore della compagnia. A lui è dedicato uno spazio, la ‘Sala Adamo’ all’interno del Museo Ferraris, a Livorno Ferraris. Qui si possono trovare giubbe, cappelli indossati da Adamo Ferraris nelle varie campagne al seguito di Garibaldi, nonché una serie di suoi scritti e documenti.
Massimo Iaretti

L’Art Nouveau apre la strada all’architettura moderna e al design. Determinante per la diffusione di quest’arte è sicuramente l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, tuttavia anche altri canali ne segnano l’importanza: ad esempio la pubblicazione di nuove riviste, come L’art pour tous, e l’istituzione di scuole e laboratori artigianali. La massima diffusione del nuovo stile è comunque da rapportarsi all’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna di Torino del 1902, in cui vengono presentati progetti di designer provenienti dai maggiori paesi europei, tra cui gli oggetti e le stampe dei famosi magazzini londinesi del noto mercante britannico Arthur Lasemby Liberty. La nuova linea artistica, in rottura con la tradizione, è presente nelle grandi capitali europee, come Praga, con la grande figura di Moucha, Parigi in cui Guimard progetta le stazioni per la metropolitana, Berlino, dove nel 1898 i giovani artisti si dissociano dagli stili ufficiali delle accademie d’arte, intorno alla figura di Munch, Vienna, dove gli artisti della secessione danno un nuovo aspetto alla città. Una delle caratteristiche più importanti dello stile, che presenta affinità con i pittori preraffaelliti e simbolisti, è l’ispirazione alla natura, di cui studia gli elementi strutturali, traducendoli in una linea dinamica e ondulata, con tratto “a frusta”, e semplici figure sembrano prendere vita naturalmente in forme simili a piante o fiori. Si stagliano in primo piano le forme organiche, le linee curve, con ornamenti a preferenza vegetale o floreale. Tra i materiali, vengono adoperati soprattutto il vetro e il ferro battuto. In gioielleria si creano alti livelli di virtuosismo nella smaltatura e nell’introduzione di nuovi materiali, come opali e pietre dure, nascono monili in oro finemente lavorato e smaltato; i diamanti vengono accostati ad altri materiali, come il vetro, l’avorio e il corno. Solo in Italia, a differenza degli altri territori prima chiamati in causa, il Liberty non si contrappone al passato o alla tradizione accademica dell’insegnamento e dell’esercizio delle arti, con la conseguenza che qui, sulla nostra penisola, non si consolidò mai una scuola di riferimento identificabile con il movimento Liberty, al contrario ci furono singole personalità artistiche che si dedicarono ad approfondire i caratteri dello stile floreale ed epicentri per la diffusione del gusto dell’arte nuova, tra questi poli di profusione ci fu proprio Torino. Nei prossimi articoli considereremo nel dettaglio alcuni palazzi e quartieri della città sabauda particolarmente suggestivi e rilevanti dal punto di vista decorativo e architettonico, che testimoniano la meravigliosa trasformazione della nostra città, ancora oggi conosciuta come capitale del Liberty italiano.





C’è un segno lasciato dai Re di Francia dentro la bella chiesa di San Restituto a Sauze di Cesana, paese di 240 anime dell’Alta Valle di Susa, sulla strada che sale a Sestriere: un’impronta importante, regale, l’emblema della potenza della monarchia d’Oltralpe. È il Giglio, il simbolo araldico dei sovrani di Francia. Queste terre facevano parte del Delfinato già dalla metà del Trecento e, anche qui, su queste montagne scorreva il sangue scaturito dalle guerre di religione, cruenti e brutali, che tra Cinquecento e Seicento, seminarono morte e odio tra i cristiani.
transitavano sovente da queste parti con i loro eserciti diretti nel cuore della penisola. Non si sa con certezza se qualche sovrano d’Oltralpe sia entrato in questa chiesa ma i segni della presenza francese sono diversi. Per poter ospitare i nuovi convertiti che volevano essere battezzati, Re Luigi XIV decise, verso la fine del Seicento, di ingrandire la chiesa e per tale ragione venne restaurato il fonte battesimale, una grande vasca di pietra quattrocentesca sormontata da una struttura triangolare con ante in legno su cui è scolpito il Giglio di Francia che si può vedere anche sulla parte superiore di un arco dell’ingresso laterale del portico.
La prima testimonianza di questa chiesa risale al 1065 con la Bolla dell’arcivescovo di Torino Cuniberto. Un tempo era una chiesa-fortezza, circondata da mura massicce e serviva da rifugio per la popolazione in caso di guerre o scorrerie. Nella seconda metà del Cinquecento vennero compiute importanti opere di restauro. All’interno non si trovano molte decorazioni pittoriche. Sulle pareti spicca un affresco che illustra il battesimo di Gesù, secentesco, si vedono tracce di dipinti di inizio Cinquecento, due grandi quadri dell’Annunciazione di fronte al battistero, la Madonna del Rosario, la statua di San Restituto a cavallo e una cornice del ‘700 con ex-voto. “Mettersi in cammino verso la chiesa-santuario di San Restituto, sostengono con orgoglio i responsabili dell’Associazione, rappresenta metaforicamente, oggi come ieri, il viaggio di ogni uomo, la ricerca di felicità e la possibilità di accogliere il dono di salvezza che viene dall’alto.

