Cavour e il suo Barolo, la Regina Margherita e le decorazioni, Cesare Pavese e il richiamo all’infanzia, momenti privati tra feste e celebrazioni.
Il Natale, per molti personaggi piemontesi del passato, era tutt’altro che una occasione formale. Dietro figure politiche, artistiche o culturali che associamo alla socialità e alla cerimonia, esistevano rituali intimi, abitudini semplici, talvolta piccole manie che raccontano un Piemonte familiare, domestico, profondamente legato alla sua terra. Da certi nomi altisonanti ci si immaginerebbe unicamente fasti e solennità, e forse per molti di questi personaggi era anche così, ma non mancavano momenti personali di ricercata normalità.
Camillo Benso di Cavour, gran regista dell’Unità d’Italia, sorprendeva per quanto amasse un Natale lontano dai salotti torinesi. Trascorreva le feste nel Castello di Leri, la tenuta agricola di famiglia, tra registri delle coltivazioni, visite ai braccianti e lunghe letture davanti al fuoco. La cena della Vigilia era spartana: brodo, bollito, poche verdure e un bicchiere di Barolo. In una lettera alla sorella racconta che quel giorno “la politica tace”, come se il Natale permettesse di spegnere il peso delle responsabilità pubbliche.
Ben diverso era il Natale vissuto da Margherita di Savoia, prima regina d’Italia, cresciuta nelle residenze reali piemontesi. Le feste a Racconigi o ad Aglié erano scandite da cerimonie di corte, ma Margherita aveva il suo piccolo rito privato che amava molto: decorare personalmente i salottini con rami di abete, mele rosse e nastri bianchi, una consuetudine che conserverà anche da regina. I doni non si scambiavano a Natale ma all’Epifania, secondo la tradizione sabauda della “Befana regale” e i regali erano spesso libri o piccoli oggetti di artigianato locale, non gioielli o oggetti preziosi.
Cesare Pavese, invece, viveva il Natale come un ritorno alle sue Langhe. Tra Santo Stefano Belbo e Torino trascorreva le feste in un clima sospeso, fatto di passeggiate nel gelo e osservazione silenziosa della vita domestica degli altri. Nei suoi quaderni annota come la luce dei camini nelle case delle colline gli sembrasse “un richiamo all’infanzia che non torna”. Il suo rito? un bicchiere di vino caldo, la sera del 24, bevuto davanti alla finestra per “guardare la notte del mondo”.
A fare da contraltare a questi Natali introspettivi arriva di Edmondo De Amicis, autore di Cuore, nato a Oneglia ma torinese d’adozione e profondamente legato alla cultura piemontese. Amava un Natale conviviale: cene con amici e colleghi, letture ad alta voce e soprattutto l’usanza ottocentesca di scrivere un breve racconto o pensiero morale da regalare ai bambini della famiglia. Considerava il giorno di Natale “la festa dell’educazione sentimentale”: un momento per trasmettere ai più piccoli valori semplici come gratitudine e gentilezza.
Per Giulia di Barolo il Natale coincideva la continuità del dovere. Aristocratica colta, profondamente religiosa e insieme estranea ad ogni devozione spettacolare, viveva il periodo natalizio come un momento di lavoro silenzioso e organizzato. Nelle settimane che precedevano il 25 dicembre, la sua casa torinese non si trasformava in un salotto festivo, ma in un centro operativo: elenchi, pacchi, disposizioni minuziose. Giulia rifiutava la carità esibita. Non amava i gesti pubblici, le distribuzioni plateali, preferiva aiutare in modo discreto, mirato, spesso invisibile.
Silvio Pellico trascorreva il Natale in modo dimesso. Scriveva biglietti augurali a mano destinati agli amici più cari. La sera della vigilia si suonava il pianoforte in famiglia, senza pubblico. Era uso, per lui, conservare un piccolo quaderno dove annotava pensieri brevi, come una sorta di preghiere laiche.
Rosa Vercellana, la “Bela Rosin”, non considerava il Natale come una serie di gesti da cerimoniale ma, al contrario profondamente familiare.
Amava cucinare in prima persona, soprattutto dolci semplici della tradizione contadina piemontese. I regali erano spesso oggetti utili: sciarpe, guanti, indumenti fatti adattare alle mani di ciascuno. La sera della vigilia, si raccontavano storie di paese per rievocare l’infanzia e il tempo passato.
Lidia Poet percepiva il periodo natalizio come un tempo sottratto al lavoro. Per dare a questo momento una veste alternativa, in linea con il suo carattere, amava scrivere biglietti ironici, rompendo la retorica degli auguri. In casa, nessuna ostentazione: una pianta verde al posto dell’albero, qualche candela, una cena rapida. Chiudere i fascicoli, almeno per un giorno era il suo modo di festeggiare, ma non troppo.
A Natale, la casa di Norberto Bobbio era un tempo per misurare il mondo, per riflettere. Il pranzo natalizio era breve e familiare. Nessun rituale, nessuna ostentazione: solo il tempo di stare insieme, con discrezione. Poi Bobbio spesso si ritirava a meditare e riflettere sui temi a lui cari: la filosofia, la politica e i diritti, nel pomeriggio usciva per una breve passeggiata solitaria: osservava le finestre illuminate, i passanti, l’inverno che stringeva la città in un silenzio controllato, rientrava presto.
Il Natale rappresenta gioia, è il riassunto di una fiaba che in moltissimi vivono con lo spirito celebrativo della festa, ma questo periodo dell’anno è anche un momento di riflessione, si torna spesso alle origini, ci si muove per aiutare chi non ha troppo da festeggiare o semplicemente si entra in una bolla di leggerezza che ci trasporta in un mondo ideale. Questo vivere il periodo natalizio appartiene, oggi come ieri, a tutti, si è come sospesi in una atmosfera che interrompe la vita di sempre.
Maria La Barbera




La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.
imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.