Prima dell’ex principe Andrea bisogna risalire al 1647…
Giovedì 19 febbraio 2026 ha suscitato scandalo in tutto il mondo l’arresto dell’ex principe Andrea, terzogenito della defunta Regina Elisabetta II e quindi fratello minore dell’attuale monarca Carlo III.
Andrea è stato arrestato nella sua residenza nella Tenuta reale di Sandringham, nel Norfolk, con l’accusa di cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica, in relazione ai suoi presunti legami con Jeffrey Epstein, l’imprenditore e criminale statunitense condannato per abusi sessuali e traffico di minorenni, suicidatosi nel Carcere federale di New York il 9 agosto 2019.
Secondo gli investigatori l’ex principe avrebbe consegnato ad Epstein documenti sensibili del Governo britannico quando ricopriva il ruolo di Rappresentante speciale per il commercio internazionale tra il 2001 e il 2011. Tra le informazioni divulgate ad Epstein, un rapporto confidenziale su opportunità di investimento in Afghanistan e resoconti di viaggi ufficiali in Cina, Singapore e Vietnam.
Andrea, accusato da Virginia Giuffre di aver avuto rapporti sessuali con lei quando lei aveva 17 anni, dopo essere stata adescata da Epstein attraverso le sue reti, nel 2022 pagò un indennizzo di importo non reso pubblico e s’impegnò anche a fare una “donazione sostanziale” a un’organizzazione di beneficenza per vittime di abusi. Sebbene l’accordo non implicasse un’ammissione di colpa, l’ex principe rilasciò una dichiarazione legale in cui esprimeva “dispiacere” per la sua associazione con Epstein, senza però riconoscere specificamente le accuse della Giuffre.
In seguito a queste gravi accuse, il 13 gennaio 2022 la Regina Elisabetta II gli aveva revocato il trattamento pubblico di “Altezza Reale” togliendogli i gradi militari di cui era stato insignito.
Il 17 ottobre 2025 Andrea aveva rinunciato al suo titolo di Duca di York, mentre il successivo 30 ottobre Re Carlo III gli aveva tolto il titolo di principe. Sei settimane dopo gli era anche stato revocato il titolo di vice admiral.
Questa triste vicenda è culminata con l’arresto del 19 febbraio, anche se l’ex principe è stato poi rilasciato 12 ore dopo, al momento non è incriminato né formalmente accusato, ma resta sotto indagine.
L’ultimo caso di arresto di un reale inglese
Per vedere un reale inglese arrestato bisogna risalire al lontano 1647, quando il Regno Unito non esisteva ancora, in quanto Scozia e Inghilterra erano Stati distinti, anche se la Dinastia degli Stuart li governava entrambi.
In quell’anno, in piena Guerra Civile Inglese, il 3 gennaio Re Carlo I venne arrestato e il 30 gennaio del 1649 venne decapitato.
Il sovrano, salito al trono nel 1625 dopo la morte di suo padre Giacomo I, convinto di regnare per diritto divino, entrò ben presto in conflitto con il parlamento che cercando di limitare il suo potere, nel 1628 gli impose la Petition of Right, con la quale chiedeva il riconoscimento di alcuni fondamentali diritti, tra cui l’inviolabilità personale e la necessità del consenso del parlamento per l’imposizione di nuove tasse e imposte. Questa Carta, diventata uno dei fondamenti del costituzionalismo britannico, poneva anche limiti al controllo del re sull’esercito, interveniva contro gli arresti arbitrari, contro il ricorso alla legge marziale e l’acquartieramento forzato di soldati nelle abitazioni private.
L’anno seguente Carlo dissolse il parlamento e governò per undici anni senza il suo consiglio, imponendo nuove tasse e cercando di uniformare la pratica religiosa in Inghilterra e Scozia.
Si crearono nuove tensioni che nel 1642 portarono allo scoppio della Guerra Civile Inglese; la popolazione era divisa tra sostenitori del re e sostenitori del parlamento. Il monarca controllava la parte nord e ovest dell’Inghilterra, le cui maggiori città erano Nottingham e Oxford, mentre il parlamento teneva Londra e le regioni a sud-est, per poi estendere il suo controllo fino a York.
Il 14 giugno 1645 con la Battaglia di Naseby le truppe del re furono annientate ed il sovrano cercò rifugio presso i suoi precedenti nemici, gli scozzesi, i quali il 3 gennaio 1647 lo consegnarono allo schieramento opposto. Riuscito a fuggire sull’isola di Wright, fomentò una rivolta con l’appoggio degli scozzesi, ai quali aveva promesso di imporre come religione ufficiale in Inghilterra il presbiterianesimo per tre anni di prova, ma la successiva vittoria del parlamento nella Battaglia di Preston dell’anno seguente segnò la sua sorte. Carlo I fu nuovamente arrestato e trasferito al Castello di Hurst, per poi essere spostato in quello di Windsor.
Accusato di alto tradimento verso il popolo inglese, il 30 gennaio 1649 fu condotto al patibolo eretto davanti al Palazzo di Whitehall a Londra, dove venne decapitato.
Con la sua morte l’Inghilterra fu dichiarata una repubblica sotto la guida di Oliver Cromwell e del parlamento. Iniziò un periodo tumultuoso e di grande instabilità, in quanto la monarchia rimaneva un’istituzione profondamente radicata nella società inglese.
Nel 1660 venne ripristinata la monarchia e il figlio di Carlo I, Carlo II, venne richiamato sul trono.
Il sovrano decapitato è ricordato anche per essere stato un grande mecenate che possedeva una delle collezioni d’arte più ricche e ammirate d’Europa; il suo pittore favorito era Tiziano.
Se nel Seicento la causa della fine della monarchia era stata la guerra, oggi quest’istituzione, fondata sul diritto divino, rischia di crollare sotto il peso di indicibili peccati terreni.
ANDREA CARNINO







Cent’anni fa moriva in esilio a Parigi il 15 febbraio 1926 Piero Gobetti a cui verranno dedicate celebrazioni sontuose, in fondo assai poco gobettiane, se consideriamo il rifiuto della retorica che caratterizzò il giovane torinese. Figlio di un droghiere di provincia trasferito a Torino, Gobetti è l’esempio di come una scuola seria possa riscattare le origini modeste ed aprire i giovani alla cultura. Questo resta il suo primo insegnamento del tutto trascurato. Certamente fu un giovane prodigioso che seppe bruciare i tempi e diventare protagonista della vita culturale fin dai tempi dell’ Università. Bruciò le tappe di una vita difficile e molto impegnata sotto il profilo etico, intellettuale e politico. Cio’ detto, è impossibile vedere in lui un pensiero compiuto e meno che mai maturo. Il suo fu e resta un pensiero in nuce, l’inizio di un percorso non privo di contraddizioni e contrasti. La morte improvvisa e precoce ha interrotto la sua storia. Dare giudizi precisi su di essa sarebbe disonesto : sia la mitizzazione acritica, sia la demolizione codarda. Gobetti era in una fase di ricerca aperto a tutte le letture possibili. Sicuramente non comprese la portata oppressiva della Rivoluzione sovietica che giudicò impropriamente liberale. Si entusiasmò delle tesi operaiste gramsciane, pur senza aderire al comunismo. Non comprese il Risorgimento che considerò “senza eroi”, seguendo Oriani e trascurando Croce. Poteva essere comprensibile ribellarsi ad un Risorgimento solo fondato sul mito sabaudo, ma il moto unitario fu tanto altro: da Cavour a Mazzini, da Garibaldi a Cattaneo, da Pisacane a Ferrari che Gobetti non fece a tempo a considerare. Seppe sacrificare la vita a nobili ideali e capì subito la portata autoritaria del fascismo di cui subì la persecuzione. Il fascismo non fu un’auto biografia della Nazione, come egli sostenne, ma fu anche la risposta reazionaria della borghesia impaurita dal biennio rosso in cui non si covò la rivoluzione, ma si manifestò l’estremismo violento già condannato da Lenin. Resta comunque una delle coscienze più alte della prima metà del Novecento. Peccato che poi la sua figura sia stata monopolizzata da un certo settarismo illiberale che ancora oggi si considera depositario unico di un pensiero complesso e, ripeto, anche contraddittorio. Diceva il gobettiano Carlo Dionisotti che l’espressione “Rivoluzione liberale“ è un ossimoro perché i rivoluzionari sono assai poco liberali e i liberali sono assai poco rivoluzionari. Una osservazione che merita di essere considerata anche oggi quando sedicenti studiosi piuttosto grossolani discettano sul giovane torinese morto cent’anni fa. Dopo un secolo occorrono distacco, autonomia critica e rifiuto delle Messe cantate, per studiare Gobetti come davvero merita, evitando le strumentalizzazioni politiche del passato e del presente. Gobetti non appartiene totalmente ai marxisti, anche se ovviamente non appartiene pienamente al mondo liberale di cui fu un esponente eretico. Pannunzio non amava Gobetti, ma Cavour e il Risorgimento. Sono liberalismi diversi, in parte contrapposti, come diceva Manlio Brosio che nella giovinezza fu seguace di Gobetti.
