Domenica 9 febbraio ore 18
Sulla pagina Facebook del Centro Pannunzio Carla Sodini e Pier Franco Quaglieni parleranno di foibe ed esodo per il Giorno del Ricordo e per protestare per l’oltraggio alla foiba di Basovizza.
Sulla pagina Facebook del Centro Pannunzio Carla Sodini e Pier Franco Quaglieni parleranno di foibe ed esodo per il Giorno del Ricordo e per protestare per l’oltraggio alla foiba di Basovizza.
Vječna Vatra è la “fiamma eterna” al centro di Sarajevo, all’angolo tra la Maršala Tita e Fehradija, la via pedonale principale del centro storico. Si racconta che quella del memoriale alle vittime della seconda guerra mondiale e ai partigiani è l’unica fiamma che non si è mai spenta, nemmeno durante gli anni dell’assedio. La lapide ricorda la data del 6 aprile 1945, il giorno della liberazione della capitale bosniaca dall’occupazione nazista e della vittoria dell’esercito partigiano di Tito. Rappresenta la memoria visiva di una lotta comune, segnata dall’antifascismo degli slavi del sud. Muovendo dalla Vječna Vatra si risale verso Markale, il mercato. La strada è breve, pochi passi e compare la piazza con i banchi di ferro e di legno del coloratissimo mercato della frutta e della verdura. Come in tutti i mercati c’è un via vai di gente. Donne anziane e ragazze si aggirano con le loro sporte tra cassette colme di patate, cetrioli e zucchine, peperoni rossi e verdi, sedano, mele e pere, gialli limoni e lunghe carote di un’arancio sfolgorante, melanzane dai riflessi violacei, cipolle e lunghe trecce d’aglio. Per non parlare dei funghi e delle varietà di frutta secca. Si rimane storditi dall’effluvio di profumi e dall’esplosione dei colori.

Il vociare fitto è la colonna sonora di questo luogo d’incontro dove si chiacchiera, si ascoltano gli inviti dei venditori a comprare i loro prodotti, le domande curiose di chi, prima di scegliere, vuol sapere, soppesare, valutare la convenienza tra la merce e il prezzo. Nei mercati c’è vita e questo, tra i più antichi di Sarajevo, non fa eccezione. Non si dovrebbe far molta fatica ad immaginare cosa poteva essere questo luogo d’incontro durante l’assedio, con le poche cose offerte a prezzi da mercato nero, pagate a prezzo d’oro o scambiate per sigarette o medicinali. Negli occhi dei più anziani si nota ancora quel velo di tristezza e di dolore accumulati durante gli anni degli stenti e della guerra. In fondo al mercato, lungo la parete, una lunga lapide rossiccia ricorda i caduti delle stragi di Markale. Il plurale è d’obbligo, poiché per due volte le granate serbe massacrarono i civili in questo mercato, nel cuore antico della città. La prima volta, il 5 febbraio del 1994: 67 morti e 142 feriti. La seconda, il 28 agosto 1995, quando l’ultimo di cinque colpi di mortaio causò la morte di 37 civili e il ferimento di novanta. Adriano Sofri si trovava lì, in quel freddo giorno di febbraio del 1994. Così lo raccontò: “Arrivammo in mezzo alla strage, cominciavano appena a raccattare i corpi e i feriti. C’ era un rumore terribile di pianti, di urla, di richiami concitati, di auto caricate alla rinfusa che sgommavano via. C’ era una gamba artificiale, staccata e diritta sul suolo. C’ erano scarpe, è incredibile come le scarpe si spandano nelle carneficine. C’ erano uomini grandi e grossi che soccorrevano e piangevano a dirotto. Toni Capuozzo si buttò nella falcidie, io non seppi fare niente. Da giorni avevo adottato, e viceversa, una banda di ragazzini che faceva capo a quella piazza del mercato. Avevo appuntamento con loro là, ogni giorno fra le tre e le quattro. Conoscevo ormai quasi una per una le persone del mercato, le vecchie che vendevano calzettoni fatti a mano e bacche selvatiche, il bambino che vendeva a malincuore un gallo, i vecchi che vendevano rubinetti e distintivi e medaglie, le fioraie: ero il più prodigo compratore di fiori della città. Anche quando mancavano il pane e le candele, a Sarajevo le case avevano voglia di fiori; e poi tutti avevano qualche tomba fresca alla quale destinare un fiore. I morti di Markale furono 68, i feriti nessuno li ha contati”. Per conoscere è necessario raccontare qualcosa in più, oltre il sangue, l’odore della morte, il fumo tra le macerie. E’ la storia di una seconda violenza, quella del tentativo di rimuovere, nascondere, negare. Quello del mercato di Sarajevo va annoverato tra i casi più clamorosi. Bisogna tener conto, innanzitutto, che quella guerra fu seguita dai media come mai era accaduto prima e come mai, fino ai giorni nostri e alle guerre aperte, accadde poi. Per diverse ragioni, quella bosniaca fu una guerra che entrò direttamente nelle case di tutti e in tutto il mondo. Le immagini erano in presa diretta, senza filtri. I giornalisti potevano documentarla fino nei minimi particolari sia con i mezzi moderni della tecnologia sia con quelli tradizionali degli inviati che, taccuino alla mano e reflex al collo, rischiavano la loro pelle sulla front line.

Trent’anni fa i giornalisti erano più liberi di fare il proprio lavoro, non erano“embedded” come al giorno d’oggi. “Embedded” è un termine anglofono che, applicato ai giornalisti, equivale a dire che quest’ultimi sono “incastrati” nell’esercito, che si muovono solo con le truppe, con l’impossibilità di informarsi da fonti che non siano quelle dei comandi militari (in uno studio di una università americana, su quasi un migliaio di articoli presi in esame le fonti in “divisa” rappresentavano l’unica voce nel 93% dei casi). Risulta evidente come questo voglia dire che oggi, agli inviati di guerra, è concesso di vedere, sentire, filmare e trasmettere solo quello che conviene alle gerarchie militari che li hanno autorizzati. In Bosnia, invece, la realtà stava lì, sotto gli occhi di tutti. C’erano prove palesi, visibili a occhio nudo, sanguinanti e urlanti. Nessuno poteva dire di non sapere. “In centinaia sono andati in Bosnia Erzegovina come inviati di guerra”, scriveva Azra Nuhefendic, giornalista e scrittrice bosniaca naturalizzata italiana che vive a Trieste dal 1995. “Giravano ovunque pareva loro, guardavano, toccavano, filmavano, registravano, vivevano con gli accerchiati, soccorrevano le vittime, entravano nelle città assediate, brindavano con i criminali, dibattevano con presidenti, ministri, generali, osservavano i bombardamenti dalle posizioni di tiro. A Sarajevo alcuni giornalisti si appostavano nei luoghi dove, solitamente, i cecchini uccidevano i passanti, o dove si faceva la fila per qualcosa. Sapevano che prima o poi potevano filmare la morte in diretta. A volte addirittura veniva offerto “un assaggino”, come è successo al mio collega e amico che lavorava per l’agenzia AP a Belgrado. Mi raccontava che, quando visitava le posizioni dei serbi sopra Sarajevo, gli offrivano grappa e anche, se gli faceva piacere, di “sparare un po’ sulla città”. Nonostante l’enorme mole di testimonianze dei sopravvissuti, un’infinità di libri, le innumerevoli fosse comuni scoperte e aperte, le tonnellate di documenti sui quali si sono basate le sentenze del Tribunale dell’Aja che condannarono all’ergastolo i principali criminali di guerra, c’è ancora chi cerca di negare tutto, di ricostruire le vicende con la menzogna, di distorcere le verità documentate. Un cumulo di menzogne per tentare, in modo maldestro ma insidioso, di ricostruire la storia, modificando i fatti e ribaltando le responsabilità. Per molto tempo è girata la macabra leggenda– di matrice serba e cetnica – secondo cui i bosniaci musulmani “si uccidevano da soli”. Un teorema assurdo che venen spesso utilizzato parlando del massacro al mercato di Markale. Le autorità serbe negarono ogni responsabilità, accusando il governo bosniaco di aver bombardato la propria gente per suscitare lo sdegno internazionale e il possibile intervento della NATO. Nel caso della seconda strage, l’allora presidente della Republika Srpska, Radovan Karadžić ( condannato all’ergastolo insieme al generale Ratko Mladić) affermò che a Markale era “stato tutto una messa in scena e una frode.” Non solo. Inviò una lettera ai presidenti di Russia e Stati Uniti, Eltsin e Clinton, affermando: “Dalle immagini TV si vede chiaramente che i cadaveri sono stati manipolati, e che tra i cadaveri ci sono anche pupazzi di stoffa e plastica.” Un giornalista serbo bosniaco, Risto Džiogo, andò oltre, ricostruendo in modo vergognoso lo scempio del mercato. Nello studio della televisione di Pale, dove lavorava, mise per terra dei pupazzi di plastica e di stoffa sdraiandovisi accanto e fingendo di essere uno dei serbi morti che sarebbero stati utilizzati nella messa in scena a Markale. Già all’indomani delle prime granate venne avviato il martellamento del regime di Slobodan Milošević e dei media serbi contro “il complotto bosniaco”, producendo “spiegazioni” e svelando i “retroscena” del massacro. Ovviamente, autoassolvendosi. Nel marzo del 1995, il ministero dell’Informazione della Repubblica di Serbia produsse un documento intitolato Dossier Markale Market nel quale gli autori spiegavano che la “auto-vittimizzazione” dei musulmani proveniva dalla stessa “mentalità islamica” e che faceva parte dell’assioma per cui “è un onore morire per l’Islam”. Puro razzismo e spregevole menzogna, ovviamente. Ma, a forza di menzogne e di propaganda, s’insinuava il tarlo. Si citarono documenti segreti, si pubblicarono “prove storiche”. Venne chiamato in causa un testimone ( rigorosamente anonimo) , pronto a giurare che “la notte prima del massacro sul mercato sono stati portati i cadaveri, e che la maggior parte dei feriti musulmani proveniva dai campi di battaglia di Mostar e Vitez”. Sempre Azra Nuhefendic ricordò “come a cerchi concentrici queste affermazioni, ripetute varie volte, aumentavano e si diffondevano nel tempo e nello spazio”. Un quotidiano di Belgrado, Kurir, nel 2009, scriveva che i servizi segreti albanesi del Kosovo possedevano una copia del piano dei bosniaci che provava la teoria secondo cui la strage di Markale fu tutta una messa in scena del governo di Sarajevo. Il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, Milorad Dodik, non ha mai nascisto il suo pensiero, ripetendo, di tanto in tanto, che “la strage di Markale è stata una messa in scena, come anche la strage dei giovani a Tuzla”. Persino Radovan Karadžić, nel suo processo davanti al Tribunale dell’Aja, non perse l’occasione per sostenere quello che diceva all’epoca in cui guidava il governo di Pale: “Il massacro al mercato di Markale 2 è stato organizzato dalle forze governative bosniache, e la maggior parte dei corpi ritrovati erano vecchi cadaveri e manichini“. Ma davvero i “bosniaci si sparavano da soli”? Già in quegli anni, in un rapporto sulla seconda strage di Markale, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite concludeva che “tutti e cinque i proiettili erano stati sparati dall’esercito della Republika Srpska”. Davanti al Tribunale dell’Aja venne documentato come, nel caso della prima strage, il colpo di mortaio venne sparato dalle posizioni dell’esercito dei serbi bosniaci. L’ex capo degli affari civili delle Nazioni Unite in Bosnia, David Harland, davanti alla corte internazionale dell’Aja , testimoniò che lui personalmente aveva suggerito all’allora comandante delle Nazioni Unite, Rupert Smith, “di fare una dichiarazione neutra” per non allarmare i serbo bosniaci, che sarebbero stati in questo modo avvisati degli imminenti attacchi aerei della NATO contro le loro posizioni. “Se avessimo puntato il dito contro i serbi, le truppe dell’UNPROFOR, stazionate nel territorio sotto il controllo dell’esercito serbo bosniaco, potevano essere esposte ad attacchi di rappresaglia”, spiegò Harland.

Questa versione venne confermata dal generale Rupert Smith davanti allo stesso tribunale e in un suo libro. Smith sosteneva che già allora (ndr. 1995) aveva una relazione tecnica secondo la quale “al di là di ogni ragionevole dubbio” a sparare erano stati i servi che assediavano Sarajevo. E sui musulmani che si sparavano da soli? Confermando di aver sentito quelle voci, dichiarò che “nessuno mai mi ha dato una prova di ciò”. Ovviamente, verrebbe da dire. Due generali serbi, Dragomir Milošević e Stanislav Galić, vennero processati e condannati, rispettivamente a 33 anni di carcere e all’ergastolo, per l’assedio e il bombardamento di Sarajevo, comprese le stragi di Markale. Eppure c’è ancora chi, trent’anni dopo, si ostina a falsare la verità dei fatti. Ignoranza, indolenza nel voler cercare la verità, menefreghismo, voglia di rimuovere tutto perché tanto i morti sono morti ? Può darsi. Ma chi ha responsabilità pubbliche, chi fomenta il nazionalismo, chi insiste sulle falsità a sei lustri di distanza non lo fa per ignoranza, ma per uno scopo ben preciso. La Nuhefendic, in un articolo, parlando di questi fatti, citava George Orwell: “Il linguaggio politico è progettato per rendere la bugia veritiera, l’omicidio rispettabile, e per dare al vento un aspetto solido”. Il mercato, come tutti i giorni dopo le 17.00, si sta svuotando. I banchi sono tristi, senza la merce. Un vecchio ritira le sue patate in una cassetta e un altro – avranno la stessa età? – rovista tra gli scarti della verdura alla ricerca di qualcosa da buttar in pentola. E’ un’istantanea della città che ha fatto immensi sforzi per tornare alla normalità ma che sente sulle spalle la fatica e la stanchezza del passato.
Marco Travaglini
Leggi l’articolo sul Canavesano e dintorni:
La Biblioteca delle Edizioni Pedrini 2: ‘La Resistenza in Canavese. 3 maggio 1945’
Il baritono Giuseppe Scalco (1933-1983) dalle eccellenti dote canore nato a Cittadella di Padova si stabilí a Casale con la famiglia, si dedicò allo studio del canto con il maestro Bruno Riboni scopritore di giovani talenti che lo indirizzò al conservatorio Verdi di Milano sotto la guida del maestro Ettore Campogalliani, pagandosi gli studi interpretando fumetti del cinema. Diplomatosi con lode, nel 1960 vinse i concorsi internazionali Voci Nuove di Milano, Voci Verdiane di Busseto, Achille Peri di Reggio Emilia, Lirico Sperimentale Beniamino Gigli di Macerata e Giovan Battista Viotti di Vercelli. Queste vittorie gli consentirono di debuttare nel 1961 con I Pagliacci al Teatro Nuovo di Milano e nel 1965 partecipò all’inaugurazione della stagione lirica di Busseto con Lucia di Lammermoor.
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Partendo dal domandarsi cosa avesse portato la figlia del marchese di un piccolo Stato piemontese del XIII secolo a sposare nientemeno che l’erede al trono dell’impero romano d’Oriente, l’autore Andrea Paleologo Oriundi ha ricostruito la storia dei complessi rapporti tra il mondo occidentale latino e quello orientale greco negli ultimi secoli del Medio Evo. Di opere sull’argomento, o più propriamente su parti di esso inquadrate in disamine più generali, ne sono state pubblicate molte, anche recentemente; questo lavoro rappresenta qualcosa di diverso: un testo che raccoglie l’intera storia dei complessi, intensi e poco conosciuti rapporti che le case dei marchesi di Monferrato (Aleramici prima e Paleologi poi) hanno intessuto con il vicino Oriente (Costantinopoli e Terrasanta) o, come veniva chiamato all’epoca, con l’Oltremare, dal XII al XV secolo. Tali imprese e legami, propiziati dalle crociate, si inquadrano in un più vasto movimento di avvicinamento tra due mondi, l’Occidente latino e l’Oriente greco, e tra due civiltà profondamente differenti, rimasti a lungo estranei e fondamentalmente ostili uno all’altro ma che fatalmente erano destinati ad incontrarsi e scontrarsi con le aperture dell’ultimo periodo del Medio Evo. È un testo di gradevole leggibilità anche per chi ha solo sfocati ricordi scolastici su un argomento così intricato e lontano da noi, ma anche così affascinante e avvincente, per far rivalutare al lettore un periodo, il Medio Evo, dai più ingiustamente ritenuto “buio” e poco interessante. È un’opera che si pone a metà tra il saggio e il racconto, senza perdere il rigore dell’uno né la piacevolezza dell’altro. Disponibile su Amazon a: https://www.amazon.it/dp/B0CNDBLJW6
Costruita nell’omonima regione rumena del Maramures, al confine tra Ungheria e Ucraina, è un raro gioiello realizzato in legno, uno dei pochi e preziosi esempi di chiesa ortodossa cristiana del suo genere, in Italia ne esiste solo uno: a Moncalieri. Nessun chiodo, solamente incastri, hanno tramutato questo edificio in una struttura portatile e, a parte la Romania, dove questi luoghi di culto costruiti perlopiù tra il XVII e il XVIII secolo sono inseriti nella lista del Patrimonio Unesco, nel mondo se ne contano solo altri 5: in Venezuela, Cipro, Svizzera, Francia e Svizzera.
Arrivata nella cittadina piemontese pezzo per pezzo e ricostruita come si farebbe con i moderni Lego, la speciale tecnica con cui è stata costruita è statasviluppata in conseguenza ad una regola emanata dalla Corona Ungherese che proibiva l’edificazione delle chiese in pietra, ma probabilmente anche per la necessità di far “sparire” gli edifici di culto cristiani a causa delle persecuzioni religiose.
Dedicata ai Quaranta Martiri di Sebaste e inaugurata nel 2016, la chiesa Maramures è a pianta rettangolare e affaccia sul sagrato esterno attraverso un sistema di portici che creano una “C”. La casa parrocchiale ospita l’appartamento del sacerdote, una sala polivalente e una foresteria, l’edificio è circondato da un bel giardino curato e piante di rose.
Arrivando a via Papa Giovanni XXIII a Moncalieri si nota subito il suo bel campanile alto 25 metri, il colore caldo del legno, la forma tipica di queste impiantiarchitetturali vernacolari che utilizzano i materiali tipici secondo le tradizioni del luogo, in questo caso la Transilvania. Entrando dal cancello è naturale ammirare l’imponente portale ricco di intarsi, le arcate e le catene create da un pezzo unico di legno. L’interno invece, meno lavorato rispetto all’esterno, è delicatamente decorato con icone e immagini sacre su un fondo bianco e incorniciate dalle travi lignee.
Visitando questo luogo sacro si avrà la sensazione di fare un viaggio temporale, ci si sentirà in un’altra dimensione geografica, immersi in tradizioni etno-religiose diverse dalle nostre ma perfettamente integrate nel territorio.
MARIA LA BARBERA
La sepoltura della Dama del Caviglione, rinvenuta ai Balzi Rossi a Ventimiglia, famosa per i suoi ornamenti funerari in ocra e conchiglie e quella del “Giovane Principe” della Grotta preistorica di fama mondiale a Finale Ligure che con il suo ricco corredo rappresenta uno dei più straordinari esempi di sepolture paleolitiche europee si possono visitare in questi giorni sino al 14 marzo presso la sala Principe d’Acaia al Rettorato dell’Università di Torino di via Po.

La vasta collezione torinese di calchi di sepolture preistoriche che riproducono con precisione la situazione venuta alla luce durante vari scavi è la più importante a livello internazionale. Tutti questi tesori compresa la sepoltura doppia del Riparo del Romito, un esempio di cura ed inclusione con un individuo affetto da nanismo protetto dalla comunità del comune di Papasidero, in provincia di Cosenza, sono esposti nell’ambito della mostra “I primi custodi della memoria. Le sepolture nel Paleolitico”. Un percorso presentato dall’Università di Torino e curato da Giacomo Giacobini, Cristina Cilli e Giancarla Malerba che attraversa millenni analizzando i riti funerari, le evoluzioni sociali e le prime manifestazioni artistiche legate al culto dei morti.

Si tratta di un primo passo verso la realizzazione del futuro Museo dell’Evoluzione che avrà sede nel Palazzo degli Istituti Anatomici che oltre ad essere sede universitaria già ospita il Museo di Anatomia umana “Luigi Rolando”, il Museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso” ed il Museo della Frutta “Francesco Garnier Valletti”, nell’isolato compreso fra corso Massimo D’Azeglio e le vie Gaetano Donizetti, Pietro Giuria e Michelangelo. Grazie alle sepolture paleolitiche che hanno protetto i resti umani dalla distruzione da parte di agenti esterni sono arrivati sino a noi scheletri completi o quasi di cui i calchi restituiscono lo stato nel momento stesso della scoperta. Un calco realizzato durante uno scavo non è difatti una semplice copia ma riproduce un contesto di rinvenimento che non esiste oramai più e che diventa testimonianza di una straordinaria importanza. Da visitare. Ecco l’orario di apertura: dal lunedì al sabato, dalle ore 10 alle18, e l’ingresso è gratuito.
Igino Macagno

Lunedì 27 gennaio, ore 17,30, giorno della Memoria, Ornella Pozzi al Centro “Pannunzio” in via Maria Vittoria 35h a Torino leggerà pagine di “Diario clandestino” di Guareschi internato militare in Germania (43 /45) . “Dedicheremo la nostra memoria oltre alla Shoah agli 800 mila IMI sempre dimenticati e sconosciuti”, commenta il presidente del Pannunzio Pier Franco Quaglieni.
Il creatore di Don Camillo stupirà i partecipanti con il suo racconto dell’internamento in Germania.
Programma nazionale promosso dal FAI fino al 10 aprile prossimo per salvare i luoghi del cuore
Prosegue la dodicesima edizione del censimento del FAI Fondo per l’Ambiente Italiano Intesa Sanpaolo, dal titolo “I Luoghi del Cuore”. C’è tempo fino al 10 aprile prossimo per partecipare al censimento, e anche coloro che hanno già votato sono invitati a farlo per assicurare un futuro di tutela e valorizzazione dei propri luoghi amati, ma anche ai tanti altri di cui il censimento fa emergere i bisogni. Al momento sono stati raccolti oltre 900 mila voti. Una chiesa affrescata, un antico monastero, un castello disabitato, una borgata di montagna, un pianoro coltivato, un bosco, un sentiero. Molti scorci del nostro Paese sono stati testimoni di un momento della nostra vita, oppure ci hanno meravigliato per la loro straordinaria bellezza e unicità. Non solo uno, il più significativo, ma tutti questi luoghi del cuore possono essere sostenuti per garantire la loro salvaguardia e valorizzazione. Infatti, oltre i primi tre classificati nazionali, che riceveranno rispettivamente 70 mila euro, 60 mila euro e 50 mila euro, i luoghi che raggiungono la soglia dei 2.500 voti possono ambire a un contributo economico candidandosi al bando che il FAI apre dopo ogni censimento, con un progetto di restauro e valorizzazione. Il censimento innesca inoltre effetti virtuosi per i luoghi segnalati che possono godere di positivi impatti economici e sociali, culturali e ambientali grazie alla visibilità ottenuta nei mesi di voto. È importante e prezioso continuare ad aiutare i luoghi del cuore più amati o che più hanno bisogno di intervento sul sito web iluoghidelcuore.it e mediante i moduli cartacei scaricabili dal medesimo: un gesto d’amore e cura semplice, concreto ed efficace verso il patrimonio di arte, storia e natura dell’Italia, proprio perché il censimento è un’iniziativa di impegno civile che vuole stimolare e favorire la partecipazione attiva dei cittadini, si possono votare tutti i luoghi che si desidera senza un limite numerico.
Ecco i luoghi che, per ora, sono ai primi posti nella classifica provvisoria del Piemonte: Chiesa di San Giacomo della Vittoria ad Alessandria, Acqui e l’Acquese ad Acqui Terme, Pian della Mussa a Balme (TO), Santuario di San Costanzo al Monte a Villar San Costanzo (Cuneo), Torre Paleologa a San Salvatore Monferrato (AL), Chiesa del Terizio a Gassino Torinese (TO), Valle Cannobina nel Verbano Cusio Ossola, Chiesa di San Giovanni al Monte a Quarona (VC), Chiesa parrocchiale Basilica di San Dalmazzo a Quargnento (AL), Chiesa di San Nicola da Tolentino a Ivrea (TO).
Dal 2004 Intesa Sanpaolo affianca il FAI nell’iniziativa a tutela delle bellezze artistiche e naturali del Paese, ambito che vede il Gruppo impegnato in prima persona. A questo si aggiunge la capillare diffusione sul territorio italiano che asseconda la presenza ben distribuita della Banca in tutte le regioni italiane. Il censimento è realizzato con il patrocinio del Ministero della Cultura. Anche in occasione della dodicesima edizione de “I Luoghi del Cuore” la Rai conferma l’impegno del servizio pubblico multimediale alla promozione, cura e tutela del patrimonio artistico, culturale e paesaggistico italiano. Rai è main media partner del FAI e supporta l’edizione del censimento 2025 anche grazie alla collaborazione di Rai per la sostenibilità ESG.
Mara Martellotta