Torino e le sue donne
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile.Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, EmmelinePankhurst, colei che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan. Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.
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7 Luisa Levi: la signora medico
Agli albori del mondo, le donne ricoprivano ruoli di guaritrici, curavano i mali dell’anima e del corpo al pari degli uomini, come testimoniano vari reperti delle popolazioni euroasiatiche, africane o azteche. Il brusco cambiamento arriva con l’Inquisizione, che trasforma le conoscenze curative femminili in osceni patti con il maligno e le donne guaritrici in temibili streghe. Da questo momento in poi, per molto tempo, solo gli uomini potevano frequentare le Università e solo i dottori in medicina potevano praticare le arti guaritorie. Unica eccezione fu la scuola di Salerno, all’interno della quale, nell’XI secolo, lavorava Trotula, “sapiens matrona” (“donna sapiente e saggia”), abilissima levatrice proveniente dalla ricca e nobile famiglia de Ruggiero di origine Longobarda. Le donne dovranno aspettare secoli perché le porte delle Università vengano aperte anche a loro, il che accadrà soltanto tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Se le Istituzioni aprono le porte, l’opinione comune resta serrata e le donne medico devono combattere più degli uomini per veder realizzati i propri obiettivi. Tra le tante “combattenti” ricordiamo Mary Putnam Jacobi: diplomatasi nel 1863 in Farmacia a New York, poco dopo ottiene
la Laurea in Medicina al Woman’s Medical College della Pennsylvania; porta avanti la convinzione che per diventare validi medici sia fondamentale avere non solo una buona preparazione scientifica, ma anche una grande compassione per chi soffre. Diventerà portavoce del Movimento Medico Femminile a capo della Working Women’sSociety e dell’associazione per l’Advancement of the MedicalEducation for Women. In Italia, troviamo Maria Dalle Donne, prima docente di Ostetricia nella Regia Università di Bologna, laureatasi in Filosofia e Medicina nel 1799, e dirigente, nel 1804, presso la Scuola delle Levatrici, e Maria Montessori, nata ad Ancona nel 1870: è lei la prima donna italiana a conseguire la Laurea in Medicina e Pedagogia (ma anche in Scienze Naturali e Filosofia). La nostra storia di oggi ha come protagonista una delle tante donne caparbie e preparate che non si è mai arresa di fronte agli ostacoli frapposti dalle ferree regole della società: Luisa Levi. Luisa Levi nasce a Torino il 4 gennaio 1898, diviene medico neuropsichiatra infantile, attenta studiosa di problemi riguardanti la sessualità dell’infanzia. E’ ricordata principalmente poiché è la prima donna medico italiana a pubblicare un lavoro sull’educazione sessuale, intitolato “L’educazione sessuale: orientamento per i genitori”. Scopo del libro è aiutare i genitori a dare un sano indirizzo alla vita sessuale dei loro figli, evitando errori comuni dovuti a pregiudizi. Luisa Levi è figlia di Ercole Raffaele e Annetta Treves, entrambi di religione ebraica. E’
lo zio materno Marco Treves, psichiatra e fratello del noto Claudio Treves, a suscitare in lei il desiderio di diventare medico. Luisa frequenta a Torino il liceo Vittorio Alfieri e in seguito si iscrive, nel 1914, alla tanto desiderata Facoltà di Medicina presso l’Università degli Studi di Torino. Nel suo primo anno di corso stringe amicizia con Maria Coda, l’unica altra donna frequentante. Luisa segue nel corso degli studi il laboratorio di Anatomia e Istologia Normale e quello di Clinica Medic
a, rispettivamente presso gli studi di Romeo Fusari e di Camillo Bozzolo e Ferdinando Micheli. La giovane donna riuscirà ad ottenere i premi “Pacchiotti” e “Sperino” per le massime votazioni conseguite negli esami speciali e nella discussione della tesi: “Sopra un caso di endocardite lenta”, con cui si laurea l’8 luglio 1920, conseguendo il massimo dei voti e la lode. Luisa è donna non solo di alta cultura ma anche molto coraggiosa: durante la prima guerra mondiale è infermiera volontaria presso l’ospedale territoriale della Croce Rossa Italiana di Torino, in cui presta servizio come aspirante ufficiale medico nel laboratorio psico-fisiologico dell’Aviazione, diretto da Amedeo Herlitzka. Dopo alcuni anni in qualità di assistente presso
diverse cliniche, nel 1928 lavora con il titolo di medico per le malattie nervose dei bambini presso l’ospedale pediatrico Koelliker di Torino, dando così inizio alla sua carriera di neuropsichiatra infantile. Nel 1927 si reca a Parigi per perfezionarsi in malattie mentali e malattie nervose. Sebbene la sua formazione sia ricca di riconoscimenti e nonostante l’ottima preparazione, Luisa incontra non poche difficoltà ad essere assunta nelle diverse cliniche psichiatriche, dove, in caso di pari merito, le vengono preferiti i suoi colleghi maschi. La dottoressa non si arrende e nel 1928 vince un posto, dedicato a sole donne, bandito dai manicomi centrali veneti per la colonia medico-pedagogica di Marocco di Mogliano, fondata da Corrado Tummiati. Negli anni successivi pubblica diversi articoli sulla mente dei bambini e sulla loro rieducazione. Le peripezie di Luisa, però, non sono finite e dopo un anno dall’assunzione il direttore amministrativo la induce a dare le dimissioni. Nel 1932 viene accettata nella Casa di Grugliasco, dove rimane fino all’emanazione delle leggi razziali. Durante la seconda guerra mondiale, privata del lavoro, si ritira nella campagna di Alassio, di proprietà dei genitori, e qui si dedica a lavori agricoli. Dopo l’8 settembre 1943 si rifugia con la madre a Torrazzo Biellese, dove vive sotto falso nome. Qui, grazie al Comitato Femminile di Ivrea, collabora attivamente come medico della settatantaseiesima Brigata Garibaldi. Nel secondo dopoguerra, determinata a portare avanti il suo impegno scientifico e politico, Luisa Levi entra in Unità Popolare e fa parte della sezione PSI “Matteotti” di Torino; diventa poi membro attivo dell’UDI (Unione Donne Italiane) e si iscrive alla Camera Confederale del Lavoro della città subalpina. Continua a dedicarsi alla neuropsichiatria infantile dopo aver conseguito la libera docenza con la tesi su “Infanzia anormale” nel 1955. Dopo una vita passata a lottare, trova finalmente riposo proprio nella città da cui era partita: si spegne, infatti, a Torino nel dicembre del 1983.
Alessia Cagnotto




Spostandoci verso la collina di Piossasco, “Casa Lajolo” è una dimora di campagna di metà Settecento con un giardino all’italiana articolato su tre livelli e proprio domenica 26, alle 16,30, si potrà scoprire questo patrimonio verde attraverso “una visita poetica”, un modo nuovo di fruire della bellezza del giardino che coniuga letture di brani e poesie con la scoperta del patrimonio botanico (iscrizioni su https://www.casalajolo.it/prenota/). A pochi chilometri, a Volvera, invece, sempre domenica 26 si potrà visitare “Palazzotto Juva”, una dimora la cui storia risale al Seicento e il cui nome è legato alla figura di Giacomo Pio Juva che, nel 1797 acquistò la cascina e i terreni. II nuovo proprietario fece costruire e restaurare la villa padronale dotandola di una “torre merlata” di ispirazione medioevale, del “campanile” con tanto di campane, ampliando il grande giardino, per destinarlo a “residenza estiva”. Ultime due tappe domenicali: Pancalieri, dove domenica 26 riapre la settecentesca “Villa Giacosa Valfré di Bronzo”, e Virle Piemonte, con il suo settecentesco “Castello Marchesi Romagnano” che domina l’abitato con la sua mole storica e le sue sale affrescate, custodi di secoli di eventi politici e mondani.



La memoria storica è però rimasta molto viva. A Torre Pellice, il cuore della terra valdese, si trova il Museo Valdese che racconta queste vicende e ogni anno si tengono commemorazioni e iniziative culturali. La resistenza valdese ai Savoia è uno degli episodi più drammatici della storia delle Valli Valdesi. Dopo la morte di Vittorio Amedeo I di Savoia nel 1637 la situazione mutò rapidamente. Con la salita al trono di Carlo Emanuele II di Savoia sotto la reggenza della madre, Maria Cristina di Francia, i rapporti tra i valdesi del Piemonte e i Savoia peggiorarono drasticamente. Nel Ducato si decise di sradicare l’eresia dalle valli. Tutto cominciò il 24 aprile del 1655, vigilia di Pasqua, quando il duca Carlo Emanuele II di Savoia (1634-1675) ordinò ai valdesi di convertirsi alla chiesa cattolica o abbandonare il territorio e andare in esilio. Molti rifiutarono e scattò la reazione dell’esercito del Ducato di Savoia che avviò una lunga campagna militare nelle valli provocando la morte di 1712 persone secondo fonti valdesi, molte meno secondo fonti ducali. Il marchese di Pianezza, Carlo Emanuele di Simiana, decise di stanziare delle truppe a Torre Pellice ma i valdesi si ribellarono e per ritorsione i soldati del marchese misero a ferro e fuoco la Val Pellice uccidendo centinaia di civili e costringendo i valdesi a rinnegare la loro fede. Nonostante l’inferiorità militare i valdesi opposero una forte resistenza, disperata ma efficiente.
Conoscevano bene il territorio, le montagne e i rifugi, si organizzarono in piccoli gruppi armati e si diedero alla guerriglia. Con barricate improvvisate bloccarono i sentieri e con rapide azioni attaccarono le truppe sabaude per poi ritirarsi nei boschi. Molti altri, scampati alle stragi, si rifugiarono sulle alture della valle. L’evento suscitò sdegno e rabbia in tutta l’Europa e fu proprio un movimento diplomatico internazionale a fermare il massacro. Si mosse perfino Oliver Cromwell (1599-1658), il generale e politico inglese che nel Seicento cambiò temporaneamente la storia dell’Inghilterra e intervenne diplomaticamente a favore dei valdesi esercitando pressioni sul Ducato di Savoia. I sovrani europei sostennero fin da subito la causa valdese e la Francia accolse parte dei fuggiaschi. Sotto la pressione internazionale i Savoia furono costretti a concedere ai valdesi una temporanea tregua e alcuni diritti anche se le persecuzioni ufficiali contro i valdesi termineranno solo con lo Statuto Albertino del 1848 che concederà alla minoranza cristiana diritti civili e politici.