A Fossano, visite guidate alla scoperta degli affreschi di Giovanni Caracca
Fino al 25 aprile 2022
Fossano (Cuneo)

Fra i più importanti esempi di pittura tardo-manierista in Piemonte, il ciclo di affreschi della “Sala delle Grottesche” al Castello degli Acaja di Fossano, realizzati intorno al 1585 dal fiammingo Jan Kraeck, italianizzato Giovanni Caracca, è al centro della mostra (progetto espositivo site-specific) “Fantastiche Grottesche” promossa, fino al 25 aprile del prossimo anno, dal Comune di Fossano e da “Fondazione Artea”, con il coordinamento scientifico di “Palazzo Madama – Fondazione Torino Musei” e in collaborazione con “ATL” del Cuneese. Curata dalla storica dell’arte Clelia Arnaldi di Balme – conservatore presso Palazzo Madama – la rassegna ha in primis lo scopo di approfondire, attraverso un’esperienza immersiva ed una selezione di opere provenienti dalle stesse Collezioni di “Palazzo Madama”, la storia e le vicende dell’artista fiammingo (Haarlem ? – Torino 1607) alla Corte dei Duchi di Savoia, nonché di far luce nello specifico sulla “Sala delle Grottesche” del Castello fossanese mettendola in relazione con la storia dei duchi e delle duchesse di Casa Savoia che proprio qui, nella seconda metà del Cinquecento, soggiornarono curandone a fondo il restauro e le decorazioni. Progetto di grande interesse dunque anche sotto l’aspetto puramente storico poiché ancora una volta“evidenzia – come precisa Marco Galateri di Genola, presidente della Fondazione Artea – il ruolo di primo piano che la Città di Fossano occupava in Piemonte nella politica espansionistica dei duchi di Savoia”. Realizzati per volere di Carlo Emanuele I e pagati dalla Tesoreria ducale nel 1590, gli affreschi della volta della piccola Sala si sviluppano con stile e linguaggio di grande fantasia e, si potrebbe azzardare, di anticipato surrealismo, intorno allo stemma di Carlo Emanuele e di Caterina Micaela, figlia di Filippo II di Spagna, sposi a Saragoza nel 1585. La realizzazione delle pitture va ricondotta al passaggio della coppia ducale a Fossano durante il viaggio di ritorno dalla Spagna a Torino. Interessante, dal punto di vista estetico, la grande capacità del pittore fiammingo di coniugare accanto alla “cultura degli emblemi” quel particolare gusto per la “decorazione a grottesche” che tanto si diffonde, in seguito alla scoperta agli inizi del ‘500, della “Domus Aurea”, la grande villa urbana (estesa fra il Palatino, l’Esquilino ed il Celio) fatta costruire dall’imperatore Nerone dopo il grande incendio che devastò Roma nel 64 d.C. e i cui affreschi ebbero fin da subito un effetto elettrizzante per l’intero Rinascimento, inflenzando notevolmente artisti di fama come il Pinturicchio o lo stesso Michelangelo e soprattutto il Raffaello delle Logge Vaticane. Il Caracca per oltre trentacinque anni, dal 1568 al 1607, operò alla Corte dei duchi di Savoia Emanuele Filiberto – che lo nomina “pittore nostro con tutti gli honori et prerogative” – e Carlo Emanuele I che lo volle soprattutto come ritrattista di corte, incondinzionatamente apprezzato per le sue doti di artista eclettico e anche di “controllore generale delle nostre fortezze”.

Insieme a Giacomo Rossignolo, originario di Livorno Ferraris, partecipò anche alle imprese decorative del Palazzo di Monsignor di Racconigi, il conte Bernardino di Savoia, e del Palazzo di Miraflores acquistato dai Savoia nel 1585. Nel Castello degli Acaja a Fossano, i visitatori potranno anche fruire di un percorso multimediale capace di coinvolgerli in un colloquio ideale con Giovanni Caracca. “Il pittore fiammingo – sottolineano gli organizzatori – racconterà la storia dei personaggi che per brevi o lunghi periodi hanno abitato il Castello e approfondirà il tema delle campagne decorative, illustrando i soggetti e il loro significato”. Una selezione di opere dalle collezioni di “Palazzo Madama”, infine, arricchirà la narrazione con ritratti e oggetti dell’epoca, seguendo un doppio filo conduttore: la ritrattistica dei duchi di Savoia e il tema formale della “grottesca” nelle sue varie declinazioni.
Ingresso con visita guidata dal merc. alla dom. e festivi, alle 11 e alle 15. Consigliata la prenotazione.
Info e prenotazioni: tel. 0172/60160 o iatfossano@cuneoholiday.com www.comune.fossano.cn.it
Gianni Milani
Nelle foto: immagini di Giovanni Caracca dalla “Sala delle Grottesche”
“Eroina dei due mondi”, il 30 agosto del 1821 nasceva in Brasile, a Morrinhos (frazione di Laguna, nello Stato di Santa Catarina), Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva, meglio conosciuta come Anita Garibaldi. Aninha, come la chiamavano in famiglia e il generale nizzardo (che invece la chiamò sempre Anita) si videro per la prima volta il 22 luglio del 1939 nella chiesa di Laguna, dove il popolo si era radunato per rendere grazie al Signore dopo la riconquista della città a seguito della rivolta dei farroupilha (straccioni) contro il pugno duro dell’impero. Fu un autentico, come suol dirsi, coup de foudre. Bastò uno sguardo e un giorno ad intrecciare per sempre le loro vite. Da quel momento, dopo aver lasciato il marito molto più grande di lei e impostole dalla famiglia, Anita sarà la compagna, e dal 1842 la sposa, di Giuseppe Garibaldi, la madre dei suoi figli e presenza costante e partecipe di tutte le sue battaglie. Fino al 4 agosto del 1849, quando durante la fuga estenuante con il marito alla volta di Venezia (dopo la caduta della Repubblica Romana), incinta e stremata per la febbre, Anita gli morirà fra le braccia nella fattoria dei marchesi Guiccioli, presso Mandriole di Ravenna. Aveva soli 28 anni. E la Storia la ricorda proprio così. Grande donna, grande moglie e madre; ma anche pugnace combattente, infermiera, abilissima amazzone, audace e ribelle. Fra le pochissime figure femminili già allora all’avanguardia nella ferma volontà di rivendicare e ritagliarsi uno spazio pubblico al di fuori del privato. E proprio in questa veste, in occasione del bicentenario dalla nascita, il Museo Nazionale del Risorgimento di Torino ha inteso dedicarle la mostra “Anita e le altre. Storie di donne del Risorgimento”, visitabile fino al 22 gennaio del prossimo anno. Anita e, con lei, altre 18 donne, scelte fra le figure femminili che più hanno contribuito a una nuova definizione del ruolo delle donne nel corso del Risorgimento. Figure talora distanti fra loro per ceto, per cultura o per educazione, ma sempre accomunate dalla volontà di “trasgressione” e superamento di ruoli sociali predefiniti, fermamente decise a lottare per l’affermazione di valori e ideali anche patriottici, in allora per il “gentil sesso” decisamente assai rari. E poco condivisi e apprezzati. Vite che ritroviamo narrate nei dipinti, nelle stampe e nelle fotografie esposte nel Corridoio della Camera Italiana e provenienti dalle Collezioni del Museo di piazza Carlo Alberto, così come dal Museo Glauco Lombardi di Parma, dall’Opera Barolo di Torino, dal Castello di Masino e dal Museo del Risorgimento di Milano. Ecco allora, accanto all’omaggio ad Anita, il ricordo, fra gli altri, di Luisa Sanfelice (icona della rivoluzione antiborbonica, giustiziata nel settembre del 1800 a Napoli), accanto a quello di Giulia Colbert Falletti di Barolo (benefattrice illuminata della migliore intelligentia torinese ottocentesca), insieme a Costanza Alfieri D’Azeglio. Per continuare con Cristina Trivuzio di Belgioioso, Olimpia Rossi Savio, Virginia Oldoini Verasis Contessa di Castiglione (la “divina Castiglione”, contesa fra intrighi amorosi e diplomatici e scomparsa in un triste e volontario isolamento a Parigi nel 1899), accanto a Giuseppa Calcagno e alla regina Margherita di Savoia. E ad altre ancora. Vere chicche pittoriche, oltreché storiche, della mostra sono due ritratti di Anita, opere mai esposte finora a Torino e arrivate dal
Museo del Risorgimento di Milano: “Anita morente” del milanese Pietro Bouvier (allievo di Francesco Hayez e fra i più prestigiosi interpreti del romanticismo lombardo), raffigurata esanime fra le braccia di Giuseppe Garibadi accanto al fido Giovanni Battista Culiolo, detto “Leggero”, e il ritratto – l’unico ripreso dal vivo e che dunque ci svela il vero volto di Anita – realizzato a Montevideo nel 1845 dal genovese, fervente mazziniano, Gaetano Gallino. La mostra si chiude con il video “Il vero volto di Anita”, a cura della professoressa Silvia Cavicchioli, docente all’“Università degli Studi” di Torino che racconta la straordinaria storia dell’unico ritratto dal vero di Anita Garibaldi.
Questa mostra era stata anticipata dalla presenza dei sei pittori alla Biennale di Venezia del 1928 dove, oltre a un omaggio a Matisse, vi era una sala dedicata alla Scuola di Parigi. La vita del Gruppo fu di breve durata: soltanto 3 anni. Il 1929 fu indubbiamente l’anno più importante: si tennero sei mostre tra Torino, Genova e Milano. Nel marzo 1929, quattro artisti del Gruppo (Chessa, Galante, Menzio e Paulucci) partecipano alla seconda Mostra del Novecento italiano, al Palazzo della Permanente di Milano. All’inizio del 1930 i Sei ripetono l’esposizione nella Sala Guglielmi di Torino per mostrare “i risultati di un anno di lavoro assiduo e coerente, e confermare la loro fede nella pittura europea” (Menzio). Nella primavera il Gruppo espose alla XVII Biennale di Venezia, appuntamento che li fece notare a livello nazionale. Tra i sei si distinsero per originalità le sei opere di Chessa, pittore di grande talento destinato a spegnersi giovanissimo a causa della tisi. Proprio dopo la Biennale, tuttavia, iniziò la crisi interna al Gruppo dal quale si distaccarono la Boswell e Galante, mentre Chessa fu costretto a una pausa a causa di un nuovo attacco della malattia. Nel novembre 1930 Menzio, Levi e Paulucci presero parte a una mostra alla Bloomsbury Gallery di Londra, dando inizio a un periodo di stretta collaborazione che culminò nell’esposizione di opere, insieme a Galante, alla I Quadriennale di Roma. Il Gruppo ristretto dei Sei rappresentava Torino insieme a Casorati, Sobrero, Italo Cremona e ai neofuturisti e i quadri vennero collocati vicino agli Italiens de Paris (Magnelli, Tozzi, De Pisis, Severini, Campigli) per sottolineare, ancora una volta, lo stretto legame con i movimenti pittorici francesi.