









Quando si parla di campi di sterminio, frutto dell’abominio dell’idea nazista, il pensiero corre immediatamente ai milioni di Ebrei di ogni parte d’Europa che persero la vita in quell’inferno in terra, soprattutto (ma non solo) durante la seconda guerra mondiale.
Ma non bisogna dimenticare che ‘ospiti’ e vittime della barbarie furono anche russi, polacchi, zingari, Testimoni di Geova, ‘asociali’ (come venivano chiamate persone ai margini della società bruna), omosessuali, prigionieri di guerra, oppositori politici, resistente.
Terenzio Magliano, nato a Torino nel 1912 e scomparso nel 1989, dottore commercialista, capitano paracadutista, combattente della guerra mondiale e, successivamente, partigiano ispettore delle formazioni Matteotti, fu uno di questi.
Catturato a Torino dai tedeschi, in seguito alla delazione di una donna che aveva un negozio vicino alla sede di un grande giornale, venne inviato a Mauthausen, in Austria, nel tristemente famoso ‘campo di lavoro’ (la distinzione tra campo di sterminio e di lavoro è piuttosto eufemistica, anche perché in questo secondo tipo di lager, se non morivi gassato, pur in presenza di forni crematori, morivi di stenti o di malattia, o giustiziato per aver commesso qualche infrazione o, semplicemente, per a discrezione dei tuoi carnefici) dove trascorse 17 mesi sino al momento della liberazione e del rientro in Italia.
Nel dopoguerra fu un politico apprezzato per serietà e coerenza, nella sila del Partito Socialista, nel Psu e infine nel Psdi, ricoprendo importanti incarichi quali assessore al bilancio del Comune di Torino e senatore e deputato della Repubblica.
Nel 1963 diede alle stampe ‘Mauthausen cimitero senza croci’, edito per i tipi di Roggero e Tortia editori.
E’ un libro di appena un centinaio di pagine, molto scorrevole, che racconta la sua esperienza di deportato e la sua vita e sopravvivenza nel campo nazista. Cosa lo spinse a mettere su carta i suoi ricordi lo dice lui stesso nell’introduzione: “Niente. Forse non avrei mai scritto niente di questo angolo della mia vita se, quella sera, non avessi incontrato a Porta Nuova il mio amico Francesco Amadei”. Fu, infatti, l’amico, al quale aveva appena raccontato un incubo ad occhi aperti, vissuto anni dopo la deportazione, a chiedergli, bruscamente, perché non mettesse su carta l’esperienza di vita. Nell’introduzione Magliano fa molti riferimento a luoghi di Torino, la trattoria di Sassi dove avevamo mangiato, il gruppo di persone che davanti a Talmone discuteva della Fiat. Corso Regina Magherita, dove al civico 79 viveva da ragazzo.
Il racconto nel libro, che purtroppo oggi sembra come molti altri di quel periodo caduto nel dimenticatoio sacrificato alle logiche editoriali dell’istant book, si articola in modo avvincente. L’autore descrive senza filtri la sua tragica esperienza di deportato, dà volto e storia a molti che non ce l’hanno fatta a sopravvivere in quell’inferno dei vivi, come il professor Luigi Scala, cui intitola un capitolo o lo spagnolo Augustin Torres che spera di tornare dalla amata Liane (ma che perderà la vita pochi giorni prima della liberazione).
Nonostante tutte le sofferenze patite, Magliano non ha parole di odio o che incitano all’odio nei confronti dei suoi aguzzini: è sufficiente leggere le sue pagine per capire da che parte stesse il Bene e dove albergasse il Male.
Dopo, in vita, non ha più scritto altri libri. Una seconda pubblicazione, alla quale stava lavorando, ‘La cava di pietra’ è uscita postuma a cura dell’Associazione Culturale Piemontese per l’impegno di Luciano Sartori che di Terenzio Magliano fu amico.
‘La cava di pietra’ è quella scala che portava al campo che i prigionieri dovevano salire recando spesso pesi inumani sulla spalle, in balia dei loro aguzzini. E molti di loro persero la vita.
In conclusione ‘Mauthausen cimitero senza croci’ è un testo che merita di essere riscoperto, in quanto contributo alla verità storica di quel tragico periodo.
Sarebbe auspicabile che venga fatto conoscere anche nelle scuole a beneficio delle nuove generazioni: il suo stile lineare e la sua drammaticità non hanno niente di meno di altri testi di autori più conosciuti.
E in questo modo si renderebbe oltre tutto giustizia a uomini e donne, ed alle loro sofferenze, sulle quali la storia e gli storici non si sono soffermati ancora abbastanza.
Massimo Iaretti

La vicenda si svolge nell’arco di una sola nottata, sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani. I soldati, la cui postazione è sommersa dalle neve, sono spaventati e ormai privi di speranza: il prossimo attimo potrebbe essere il loro mentre i bombardamenti si susseguono senza tregua
“Credo che la celebrazione del centenario della Prima Guerra Mondiale non abbia alcun senso se non chiediamo scusa per il tradimento di cui siamo stati colpevoli nei confronti dei giovani e dei milioni di morti in quel conflitto”. Ermanno Olmi , classe 1931, usa parole dure parlando del suo “Torneranno i prati”. Un film che non è sulla guerra, ma su dolore della guerra. Ermanno Olmi, il grande regista bergamasco, classe 1931, che ha fatto la storia del cinema italiano con film come «Il posto» (1961) e «L’albero degli zoccoli» (1978) ha scelto di raccontare gli orrori della Prima guerra mondiale nella sua ultima pellicola. Il film è dedicato al padre («che quand’ero bambino mi raccontava della guerra dov’era stato soldato») e si basa proprio sui ricordi di quest’ultimo, come dichiarato dallo stesso Olmi. La vicenda si svolge nell’arco di una sola nottata, sul fronte Nord-Est, dopo gli ultimi sanguinosi scontri del 1917 sugli Altipiani. I soldati, la cui postazione è sommersa dalle neve, sono spaventati e ormai privi di speranza: il prossimo attimo potrebbe essere il loro mentre i bombardamenti si susseguono senza tregua. Il senso dell’attesa, la paura di quanto potrà accadere da un momento all’altro, rende la pellicola ancor più straziante e drammatica: il nemico non ha volto, ma la minaccia è palpabile e incombente dal primo all’ultimo minuto.
In mezzo a spari, feriti e morti, rimane la bellezza del paesaggio montano circostante, la cui pace si pone in evidente contrasto con la guerra che la sta attraversando. Girato sull’Altopiano di Asiago, «Torneranno i prati» è un lungometraggio per non dimenticare coloro che sono caduti durante il conflitto: una pellicola in cui il regista mostra la terribile fine di quei soldati di cui si è persa, colpevolmente, memoria. La fotografia, dalle tonalità seppia, trasmette al meglio la sensazione di un prodotto storicamente credibile, approfondito e curato in ogni dettaglio. Gli stessi suoni sono evocativi: quello dei campanelli sul filo spinato, il rumore assordante delle bombe, lo scandire delle vite attraverso il continuo e inesorabile rimbombo delle esplosioni in lontananza. La Storia, quella vera e sofferta, è fatta anche di ricordi materiali e non solo emotivi (quelli che invadono lo spettatore quando uno e più protagonisti fissano lo schermo in avanti, squarciando l’inquadratura, fissando la sala, come a urlare la loro “ingombrante” presenza nel ricordo di tutta la storia della nazione). Il maestro Olmi, con questa opera d’arte cinematografica, offre uno strumento di memoria e ricordo perenne dell’orrore della guerra.
Marco Travaglini
“Il Proclama di Moncalieri”
format: docufiction
durata: 30′ ca
conduttore: Bruno Gambarotta
regia e sceneggiatura: Lorenzo Gambarotta
Laura Pompeo, Assessore alla Cultura del Comune di Moncalieri, nell’intento di valorizzare il Castello, ha voluto e promosso, tramite la locale Pro Loco, un progetto che andasse oltre alla semplice e benemerita visita guidata, per raccontare la storia di alcuni dei personaggi che hanno abitato il Castello.
Vittorio Emanuele II (interpretato da Mario Bois) fece del Castello la sua dimora prediletta fin dalla sua infanzia e da qui emanò il Proclama di Moncalieri primo e drammatico atto di un regno che approderà all’Unità d’Italia.
La docufiction racconta la complessa e affascinante storia pre risorgimentale che, a partire dalla parabola di Carlo Alberto (interpretato da Paolo Tibaldi), attraverso i moti rivoluzionari, l’esilio a Firenze, gli intrighi di palazzo, arriva all’atto finale: la consegna, in seguito alla sconfitta di Novara, della corona al figlio Vittorio Emanuele.
In questi giorni sono in corso le riprese relative al periodo di formazione di Vittorio Emanuele e del fratello Ferdinando al Castello di Moncalieri.
I due giovani Principi (Tommaso Martino e Federico Robaldo) rispettivamente dai 10 e 12 anni fino ai 19, per volere del Re Carlo Felice furono sottoposti a un’educazione ferrea, affidata ad uno stuolo di precettori interpretati da Carlo Panero (Cesare Saluzzo), Paolo Corvo (André Charvaz) Giorgio Armando (padre Isnardi), Walter Lunetti (Ettore de Sonnaz) e governanti (Mascia Penna, Chiara Cuniato, Marta Chioatero).
Oltre a Carlo Alberto e ai suoi figli Vittorio Emanuele e Ferdinando, la docufiction farà rivivere molti altri affascinanti personaggi. Maria Adelaide, Maria Teresa, il Cancelliere Metternich, il Feldmaresciallo Radetzky, il Conte della Rocca, sono solo alcune delle figure che danno vita alle vicende che portarono all’emanazione del “Proclama di Moncalieri”.
La realizzazione della docufiction è resa possibile anche dalla virtuosa collaborazione di alcune associazioni di rievocazione (Gli Amici del Parco della Battaglia, La Bela Rosina et Soa Gent, etc) e del Museo Risorgimentale di Novara diretto dallo storico Paolo Cirri, che hanno permesso le riprese della battaglia di Novara.
Il progetto è finanziato dal Comune di Moncalieri e dalla Presidenza della Fondazione della Cassa di Risparmio di Torino (Giovanni Quaglia)
Aggiungerei anche che siamo molto orgogliosi di questo lavoro di Bruno e Lorenzo Gambarotta: si colloca lungo la linea della valorizzazione della storia e dell’identità del nostro territorio, nostra priorità.
“Le vicende del Proclama di Moncalieri meritavano senz’altro un approfondimento in forma di docufiction, per raggiungere un pubblico vasto e rendere giustizia alle scelte nel complesso lungimiranti prese da re Vittorio Emanuele II in un momento delicatissimo – sintetizza soddisfatta l’assessore alla Cultura Laura Pompeo – Il tutto sviluppato e girato, in una marcata condivisione di intenti con Fondazione Crt che ha concesso un finanziamento corposo, nei luoghi originali in cui si dipanarono le vicende. Vicende che portarono il re a firmare proprio qui, nel Castello di Moncalieri, il Proclama il 20 novembre 1849. Si tratta di una pagina di storia cui si guarda ancora oggi come un punto di svolta. Disponendo lo scioglimento della Camera dei Deputati e la convocazione di nuove elezioni, Vittorio Emanuele II aprì la strada alla successiva ratifica del trattato di pace con l’Austria e favorì l’imporsi di uno Stato nuovo, con un gruppo dirigente capace e una politica liberale solida. Va rilevato l’intento di Vittorio Emanuele di salvare un ancora fragile sistema costituzionale. La stagione che ne seguì portò in un decennio il re e il gruppo dirigente del piccolo Regno di Sardegna alla ribalta della storia nazionale, con l’unificazione dell’Italia nel 1861. Siamo molto orgogliosi di questo lavoro di Bruno e Lorenzo Gambarotta: si colloca lungo la linea della valorizzazione della storia e dell’identità del nostro territorio, nostra priorità”.
1 Museo Egizio
2 Palazzo Reale-Galleria Sabauda
3 Palazzo Madama
4 Storia di Torino-Museo Antichità
5 Museo del Cinema (Mole Antonelliana)
6 GAM (Galleria d’Arte Moderna)
7 Castello di Rivoli
8 MAO (Museo d’Arte Orientale)
9 Museo Lombroso- Antropologia Criminale
10 Museo della Juventus
3 Palazzo MadamaCi si vede “al Cavallo”. Negli anni più alternativi della mia adolescenza, uno dei luoghi di ritrovo più gettonati per gente “strana” era proprio sotto il massiccio cavaliere a dorso del suo fiero destriero, parte del ben più ampio monumento memoriale, dedicato al Generale Emanuele Filiberto e ai caduti della prima guerra mondiale, che si innalza dietro Palazzo Madama.
Ecco, facciamo conto di esserci dati appuntamento lì, ora dirigiamoci verso la meta di oggi: una rilassante passeggiata all’interno e all’esterno del peculiare edificio di Palazzo Madama.
Siamo nel cuore pulsante di Torino e la regale costruzione è una perfetta sintesi architettonica di duemila anni di storia della città. Le origini dell’edificio risalgono all’età romana, nel I sec. d.C., la costruzione sorge infatti sulle fondamenta delle porte di accesso alla città , in corrispondenza del decumano maximo di Augusta Taurinorum. Due torri incorniciavano quattro grandi aperture ad arco, destinate all’entrata e all’uscita dall’urbe, verso est e verso Roma. Nel corso del Medioevo la porta fu trasformata in fortilizio e adibita a funzioni difensive, fino alla ristrutturazione promossa da Filippo d’Acaia nei primi decenni del XIV sec., quando l’edificio prese le forme di un vero e proprio castello, con due nuove torri addossate a quelle romane e un cortile interno porticato.
Incorporata nella costruzione è la Porta Decumana, risalente al I sec. d.C. e inizialmente formata da due torri di sedici lati che delimitavano quattro ingressi ad arco: due centrali per i carri e due laterali per i pedoni.
All’inizio del XIII sec. la Porta Decumana fu inglobata in una struttura difensiva addossata esternamente al muro romano, chiudendo le arcate di attraversamento. La nuova porta per il passaggio pubblico, Porta Fibellona, è ancora oggi visibile lungo la scala che porta al piano fossato. È l’unica porta medievale di Torino sopravvissuta agli ampliamenti della città. È costituita da un arcone a doppia ghiera laterizia, impostato su sostegni in pietra di recupero. L’arco a tutto sesto imita il modello della vicina porta romana inserendosi in un contesto di rinascita e riutilizzo dell’antico.
Alla fine del XIII sec. il castello di Porta Fibellona passa al ramo dei Savoia d’Acaia. Nel 1317 Filippo I d’Acaja avvia un radicale intervento di ricostruzione del vecchio edificio ridimensionando la funzione militare a vantaggio di quella di rappresentanza. Fa innalzare due nuove torri di pianta quadrata accanto a quelle romane e realizza una struttura porticale intorno al cortile centrale. Giacomo d’Acaja fa abbattere le abitazioni di alcuni privati che confinavano con l’edificio verso la città, ampliando la piazza davanti al castello.
Tra il 1402 e il 1418 il principe Ludovico d’Acaja raddoppia i volumi del castello di porta Fibellona, e associando alle antiche funzioni di difesa quelle di residenza cortese. Si costruiscono nuove torri verso levante collegate al piano terra dall’ampia «sala magna bassa» (sala Acaia) ritmata da quattro pilastri centrali di sostegno. Nella corte trecentesca viene tamponato il porticato verso nord per ricavare una nuova sala ( sala Staffarda).Il capomastro piemontese Giacomo da Santhià realizza una torre ottagonale con scala a chiocciola elicoidale (viretum) che serviva per collegare i diversi piani del castello.
Nel 1638 Cristina di Francia, diviene reggente dello Stato a seguito della morte del marito Vittorio Amedeo I di Savoia ed elegge il vecchio castello Acaia a sua stabile residenza di rappresentanza. Elemento cardine della campagna di lavori da lei promossa fu la copertura dell’antica corte medievale a cielo aperto. Questo spazio viene trasformato in un salone voltato su pilastri di pietra di Chianocco, e viene ricavata una grande sala per le cerimonie al piano nobile. In seguito progetta il riallestimento e la decorazione delle stanze del suo appartamento con affaccio privilegiato verso piazza castello. La grande balconata diviene lo scenario per assistere alle feste e alle pubbliche cerimonie promosse dalla corte, tra cui l’Ostensione della Sindone.
Il castello divenuto palazzo fu l’oggetto di protagonismo della seconda Madama Reale: Maria Giovanna Battista di Savoia-Nemours. Nel 1688 inizia il rinnovamento della decorazione degli interni e tra il 1718 e il 1721 l’architetto Filippo Juvarra porta a termine la nuova facciata e lo scalone. Si tratta di esigenze di nuove funzionalità cerimoniali: l’angusta scala a chiocciola situata nella torre sud dell’antico castello Acaia era inadeguata alle nuove necessità e non all’altezza di un apparato di accoglienza degno della duchessa. L’interno dello scalone viene ideato da Juvarra come una scenografia costruita in un unico grande spazio aperto e permeabile alla luce.
Dopo questa lunga spiegazione si è fatta l’ora di entrare. A questo punto ci si imbatte nel celebre e scenografico scalone, definito uno dei capolavori dell’architettura europea, realizzato tra il 1718 e il 1721 per volere di Maria Giovanna Batista di Savoia-Nemours da Filippo Juvarra, (Messina, 7 marzo 1678 – Madrid, 31 gennaio 1736), architetto e scenografo italiano, uno dei principali esponenti del Barocco, che operò per lunghi anni a Torino sotto le direttive di casa Savoia.
Impossibile non immaginarsi regali e sfarzose sfilate su e giù per quei gradini antichi ed eleganti, abiti ingombranti, guanti leggeri che si appoggiano al mancorrente marmoreo, un continuo cicaleggio che non si discosta poi molto dall’odierno brusio insistente di turisti e visitatori. Mentre sono così sognante, una maschera gentilmente mi ricorda le mie origini plebee, e mi indica la biglietteria sulla sinistra, lontana dallo storico ingresse regale, da sempre precluso alla gente comune.
All’interno, la collezione è divisa in Arti decorative, (sala delle maioliche e delle porcellane, la Sala Atelier, la Sala Vetri); Barocco, (percorso cronologico e stilistico delle collezioni tra Sei e Settecento presentato negli antichi appartamenti delle Madame Reali); Gotico e Rinascimento, (sculture, dipinti e oggetti preziosi realizzati tra XIII e XVI sec. Quattro secoli di cultura figurativa piemontese dall’arte gotica al Rinascimento); Medioevo, (percorso cronologico sullo sviluppo stilistico e iconografico della scultura piemontese in pietra dal dodicesimo al tredicesimo secolo).
Una volta entrata, mi rendo subito conto che la meraviglia va ricercata nei lussuosi ambienti, più che negli oggetti esposti, seppur preziosi e particolari.
Degni di nota sono gli stalli lignei del coro provenienti dall’Abbazia di Staffarda (Cuneo), mirabilmente intagliati ma maestri artigiani purtroppo ignoti. A colpirmi sono le bislacche creature che si sporgono dagli stipiti e si affacciano minacciosi verso i visitatori; si tratta di creature fuoriuscite dalle pagine dei “Bestiari”, testi particolarmente diffusi in epoca medievale, contenenti brevi descrizioni di animali (reali e immaginari), accompagnate da spiegazioni moralizzanti e riferimenti tratti dalla Bibbia. L’origine remota di questi libri, che oggi hanno importanza più che altro storica, è da ricercarsi, per il mondo occidentale, in antichi volumi, come l’opera greca “Il Fisiologo” (cioè “lo studioso della natura”) che offriva l’interpretazione degli animali e delle loro caratteristiche in chiave simbolica e religiosa (quindi, per esempio, il leone, re degli animali, è associato a Cristo).
Prima di perdermi tra le belle sale ai piani superiori mi imbatto in quella che forse è l’opera più nota contenuta all’interno del Palazzo: “Ritratto d’uomo” di Antonello da Messina, databile al 1476, opera di cui colpisce l’acutezza psicologica dello sguardo, l’ironica bocca sorridente e il realismo dei dettagli anatomici.
Proseguo per il mio percorso e decido di perdermi tra le sale riccamente adornate, come la Sala delle Feste o quella delle Quattro Stagioni e con grande forza d’animo mi costringo a non toccare i preziosi broccati che ricoprono le pareti. La residenza è senza dubbio un gioiello architettonico, prezioso e minuziosamente decorato, come dimostrano tutte le aree che lo costituiscono: la luminosa veranda e il Gabinetto Rotondo, chiamato anche “Stanza dei Fiori”, alle cui pareti sono appesi i ritratti della famiglia reale.
Numerose sono le mobilie che mi accompagnano nella passeggiata museale, firmate Piffetti, genio ebanista parigino, abilissimo nell’utilizzare materiali assai complessi da lavorare, come l’avorio. Eppure tra le molte realizzazioni del maestro artigiano, una mi colpisce profondamente, si tratta del modellino di un planetario, realizzato tra il 1740 e il 1750, detto anche “orrery”, dall’inglese Charles Boyle, che fece realizzare il primo strumento di questo genere nel 1704. Si tratta di un modello meccanico che riproduce la configurazione del sistema solare come era conosciuto all’epoca e i moti dei pianeti e dei loro satelliti intorno al Sole. Il cerchio esterno è articolato in tre registri, di cui due sono divisi in 360 parti con i dodici simboli dello zodiaco e uno centrale che scandisce i 365 giorni dell’anno.
Nel prezioso oggetto la scienza si mescola alla superstizione e alla magia, quasi una graziosa provocazione che invita i visitatori a riflettere sull’impossibilità di dividere nettamente realtà e misticismo.Ed è proprio con questo pensiero che mi avvio a concludere la visita, ma prima di uscire “a riveder le stelle” mi accingo a prendere l’ascensore panoramico, che porta fino ad una delle torri: da qui mi affaccio sulla bella Torino, vedo l’elegante collina e le montagne che si sfumano all’orizzonte, Palazzo Reale è illuminato dal sole che al tramonto si tinge di rosso, le persone passeggiano, corrono, si aggirano frettolose. Forse, come me, stanno per tornare a casa e, dopotutto, “la casa di ogni torinese è il suo castello.”
Alessia Cagnotto
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Le ultime scoperte sono eccezionali e hanno messo al lavoro interi team di specialisti giunti anche dall’estero. Dal mare e dai campi di battaglia della storica Terra Santa dove cristiani e e musulmani si combatterono con ferocia continuano ad affiorare importanti reperti come resti di scheletri, frecce, utensili, monete e spade, come quella riemersa nello scorso autunno al largo di Haifa in Israele. Scrivevamo allora, con tanta immaginazione e non poco entusiasmo, che poteva trattarsi della spada di Corrado, il celebre marchese del Monferrato, uno dei protagonisti più illustri di tutta la storia delle Crociate nonché il piemontese che sconfisse in battaglia nientemeno che il Saladino. Ebbene, dopo lunghe e meticolose analisi, il Dipartimento israeliano per le Antichità è giunto alla conclusione che si tratta di un’arma assai rara poiché finora le spade ritrovate risalenti a quell’epoca sono pochissime. Quest’ultima, rinvenuta nelle acque di Haifa, è sicuramente appartenuta a un cavaliere crociato del XII secolo. Quale cavaliere non si saprà mai anche se il prode Corrado è passato proprio da quelle parti. Giaceva sul fondale da secoli, coperta dalla sabbia e incrostata da organismi marini. Con la lama lunga circa un metro, quasi del tutto intatta, la spada si presenta in ottime condizioni, impugnatura compresa. Se ci spostiamo all’interno di Israele, a nord del lago di Tiberiade o Mar di Galilea, incontriamo il Guado di Giacobbe che alla fine di agosto del 1179 fu teatro di uno scontro armato tra l’esercito crociato del regno di Gerusalemme e l’armata musulmana comandata dal Saladino che vinse la battaglia. Il condottiero curdo attaccò il castello al Guado di Giacobbe (Vadum Jacob), che sorgeva sul Giordano nell’alta Galilea, fatto costruire da Baldovino IV, re di Gerusalemme, e dai Templari, e dopo un assedio di cinque giorni lo conquistò. I difensori cristiani vennero tutti uccisi e il castello fu distrutto. Della fortezza, nell’odierna Ateret, rimane solo il muro perimetrale: le rovine che vediamo sono lì da più di otto secoli, nelle stesse condizioni lasciate il giorno della caduta del castello nelle mani delle truppe di Saladino, il 30 agosto 1179. I resti di molti crociati caduti per difendere il castello sono venuti alla luce insieme a ossa di cavalli e pezzi di frecce e lance. Secondo le analisi condotte da due gruppi di studiosi inglesi e israeliani si trattava proprio di una guarnigione di crociati. Ma non è l’unico ritrovamento crociato che ha fatto scalpitare gli archeologi. Nei pressi di Zippori, città israeliana nella Galilea centrale, lungo la strada che conduce a Tiberiade, sono stati trovati i resti di un probabile accampamento crociato. Qui sono riemersi, durante gli scavi per realizzare un’autostrada, scheletri, monete, frecce e oggetti personali. Secondo il Dipartimento israeliano per le antichità, a Zippori, l’antica Seforia con le sue preziose sorgenti, c’era un campo militare con una fortezza crociata, oggi restaurata, che fu abbandonata nel luglio 1187 appena il Saladino assediò e conquistò Tiberiade, poco prima del trionfo musulmano ad Hattin. I crociati si accamparono a Seforia perché c’era acqua in abbondanza e buoni pascoli per i cavalli. Partirono da lì per la decisiva battaglia di Hattin dove furono sconfitti dall’esercito del Saladino che poco dopo si impadronì di Gerusalemme. Anche nel vicino Libano non mancano ritrovamenti di notevole valore storico. Un’equipe di archeologi impegnati in scavi attorno al Castello del Mare a Sidone, roccaforte dei Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme e in seguito dei Templari, hanno rinvenuto cumuli di ossa, non di civili ma di soldati, gettate in alcune fosse comuni insieme a frecce in lega di rame, monete d’argento risalenti a Federico II di Svevia, anelli, fibbie di cintura e altri oggetti. Anche questo recupero, come quelli al Guado di Giacobbe e a Zippori, riporta alla luce uno dei tanti massacri compiuti al tempo delle crociate. Filippo ReUna firma che mette in moto una serie di attività condivise e coordinate per lo sviluppo culturale, ambientale e socio-economico per complessivi 21 milioni di euro. All’accordo attuativo hanno aderito la Regione Piemonte, la Città Metropolitana, la Città di Torino, il Consorzio Residenze Reali, l’Ente di gestione delle Aree Protette dei Parchi Reali, la Fondazione Ordine Mauriziano.
La prima azione è la creazione del “Distretto Reale Stupinigi”, un logo che diventa un vero e proprio marchio di qualità per il riconoscimento dell’intero territorio e delle attività finalizzate al recupero urbanistico, architettonico, culturale, paesaggistico e naturalistico. L’istituzione della de.co (denominazione comunale) “Distretto Reale Stupinigi” permetterà di tutelare e valorizzare le tipicità tradizionali locali, agro-alimentari, artigianali, turistico-ricettive e culturali.
Per quanto riguarda le infrastrutture, sono ripresi i lavori della variante di Borgaretto che consentirà di collegare, entro la fine del 2022, la SP 174 a Borgaretto, dalla rotatoria Palmero, con la SP 143 a Tetti Valfrè nel comune di Orbassano. Saranno completati i percorsi ciclabili che partono da Vinovo, Orbassano e parco Sangone, fino al polmone verde di Stupinigi, grazie al bando Next Generation We – Competenze, strategie, sviluppo delle pubbliche amministrazioni, promosso dalla Fondazione Compagnia di San Paolo. In programma anche il progetto di prolungamento della linea 4 dal fondo di corso Unione Sovietica ai poderi settecenteschi che fanno da preludio alla Palazzina. La progettazione preliminare dell’opera sarà realizzata con i fondi del PUMS – Piano Urbano della Mobilità Sostenibile, ottenuti dalla Città Metropolitana di Torino.
L’accordo attuativo del protocollo di valorizzazione riguarda anche il restyling dei poderi San Carlo e San Raffaele e la riqualificazione del giardino storico della Palazzina di Caccia di Stupinigi. Il progetto di recupero dei poderi riguarda una porzione già parzialmente utilizzata dell’antico complesso agricolo denominato “concentrico” che costituiva il cuore pulsante del borgo di Stupinigi. Il piano, completamento autofinanziato dagli operatori economici presenti nei poderi per circa 1 milione 860mila euro, è stato curato e diretto da Coldiretti Torino e prevede il recupero delle strutture storiche e il loro rilancio in ambito commerciale e ricettivo con la creazione di nuovi servizi legati ai prodotti e alle tradizioni locali, tra cui anche il ripristino del servizio di noleggio bici.
Con il progetto di restauro del Parco Storico della Palazzina di Caccia di Stupinigi, invece, la Fondazione Ordine Mauriziano ottiene i fondi del PNRR tramite il bando del ministero della Cultura dedicato ai parchi e ai giardini storici, finanziato dall’Unione Europea attraverso i fondi NextGenerationEU. Il finanziamento di 1.983.083,33 euro (pari al 100% della somma richiesta) consentirà di coniugare il recupero del disegno caratteristico del giardino, unico nelle sue forme e configurazione ed espressione della genialità di Filippo Juvarra, e la sua componente botanica originale con le esigenze di tutela ambientale presenti.
A livello operativo, con la firma dell’accordo attuativo sono stati definiti i ruoli e quantificate le quote economiche di compartecipazione a carico di ciascun ente, è stato attivato un “fondo cassa” comune annuale di 30.500 euro per la realizzazione di alcune attività condivise di valorizzazione ed istituita una segreteria tecnico-amministrativa. Il Comune di Nichelino è stato individuato come Ente capofila, le quote di competenza sono state definite su base demografica: 40,22% Nichelino, 19,94% Orbassano, 15,16% Beinasco, 13,03% Vinovo, 6,79% None, 4,87% Candiolo.
Tutti i progetti sono raccolti nel Masterplan “Azioni per la valorizzazione e lo sviluppo del Distretto dei Comuni del Protocollo” condiviso con la Regione Piemonte e costantemente aggiornato. Il Masterplan quest’anno sarà digitalizzato, grazie al finanziamento di Fondazione CRT, così da rendere interattiva la conoscenza e la partecipazione di tutti i cittadini.
Domenica 17 luglio, ore 15.45
“Storie di Stile” è un percorso tematico tra le sale della Palazzina di Caccia di Stupinigi incentrato sullo studio dei capisaldi della storia dell’arredo e dell’ebanisteria piemontese. Dai “Regi ebanisti” Piffetti e Galletti, ai grandi intagliatori Bonzanigo e Bolgiè, fino a Gabriele Capello e alla sua immensa opera per Carlo Alberto, visibile all’interno delle Residenze Sabaude.
La visita didattica, per adulti, si svolgerà con l’ausilio di schede e immagini propedeutiche.
INFO
Palazzina di Caccia di Stupinigi
Piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi – Nichelino (TO)
Giorni e orario di apertura: da martedì a venerdì 10-17,30 (ultimo ingresso ore 17); sabato, domenica e festivi 10-18,30 (ultimo ingresso ore 18).
Prezzo visita guidata: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto
Biglietto: 12 euro intero; 8 euro ridotto
Gratuito minori di 6 anni e possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte e Royal Card
Durata della visita: 1 ora circa
Prenotazione obbligatoria per la visita guidata entro il venerdì precedente
Info e prenotazioni: 011.6200634