STORIA

La storia dei Marchesi di Clavesana raccontata nel  feudo di Diano Castello

Venerdì 4 e sabato 5 settembre il Comune di Diano Castello (IM), annoverato tra “I Borghi più Belli d’Italia”, insignito della Bandiera Arancione dal Touring Club Italiano e Sito Storico dei Grimaldi di Monaco, è tornato nel medioevo con la manifestazione “Castrum Diani”.
Nell’ambito di questo importante evento storico, venerdì 4 alle ore 18 presso la Chiesa di San Giovanni Battista, risalente alla prima metà del XII secolo, lo scrivente ha tenuto una conferenza sulla storia dei Marchesi di Clavesana, dalle origini fino al loro discendente più illustre, S.A.R. il Principe Emanuele Filiberto di Savoia, Capo della Casa Reale d’Italia, passando per il fiorente ramo di Rezzo, l’ultimo ad estinguersi in linea maschile il 20 agosto 1744.
All’evento, che ha riscosso un grande successo, hanno presenziato i figuranti del gruppo storico “Marchesato di Clavesana”, guidato da Fabrizio Fabiani, che impersonava il Marchese Oddone II.
Come spiegato dallo scrivente, il borgo di Diano Castello venne edificato intorno al X secolo con il nome di
Castrum Diani” come luogo di difesa dalle incursioni dei pirati saraceni. Citato per la prima volta nel 1033 quando faceva parte della Marca Arduinica Torinese, dopo il 19 dicembre 1046, data della morte della Margravia Adelaide di Torino, entrò a far parte dei possedimenti di suo nipote il Marchese di Savona Bonifacio del Vasto, figlio di sua sorella Berta e del Marchese Ottone III. Nel 1142, diciassette anni dopo la morte di Bonifacio, i figli avuti dalla seconda moglie Agnese di Vermandois si spartirono i possedimenti paterni: Manfredo fu il capostipite dei Marchesi di Saluzzo; Berengario, figlio di Guglielmo, di quelli di Busca; Anselmo ereditò Ceva; Ugo, Clavesana, ad Enrico andarono invece Savona, Noli, Finale Ligure, Cairo Montenotte e altri borghi e castelli minori, tra questi Calizzano, Sassello ed Altare. Enrico alla morte del fratello Bonifacio “il Minore”, Vescovo e Marchese di Cortemilia, ereditò anche il Marchesato di Cortemilia con terre, ville e castelli nelle Langhe; dalla moglie Beatrice del Monferrato ebbe diversi figli, tra questi Enrico II e Ottone, i quali furono i primi a portare il cognome Del Carretto in onore del poema “Il cavaliere del carretto”, scritto dal francese Chrétien de Troyes.
Diano venne ereditato da Ugo di Clavesana e alla morte senza figli di quest’ultimo i suoi possedimenti passarono al nipote Bonifacio, figlio di suo fratello Anselmo, che fu quindi il capostipite dei Marchesi di Clavesana. Guglielmo, un altro figlio del sopraccitato Anselmo, fu invece il capostipite dei Marchesi di Ceva.
Il Marchesato di Clavesana comprendeva in Piemonte oltre alla capitale anche Farigliano, Mombarcaro, Dogliani, Saliceto e La Morra e al di là delle Alpi la Marca d’Albenga, che si estendeva da Finale Ligure fino a Bussana e dalle sorgenti dell’Arroscia fino al mare.
I Clavesana fecero costruire molti castelli, tra i quali: tra il X e l’XI secolo quello del Monte Arosio a Testico; nell’XI secolo quelli di Castelvecchio di Rocca Barbena e Aquila d’Arroscia; tra l’XI e il XII secolo quello di Diano Castello; nel XII secolo i manieri di Andora, Castelbianco, Cervo, Rezzo e Stellanello; tra il XII e il XIII secolo quelli di Nasino e Zuccarello e nel XIII secolo quello di Ortovero.
Bonifacio, il capostipite dei Marchesi di Clavesana, sposò la figlia del Marchese di Tolosa, dalla quale ebbe tre figli: Bonifacio II, che gli premorì; Ottone, che morì senza figli e Berta, la quale nel 1202 andò in sposa al Marchese del Monferrato Guglielmo VI portandogli in dote Mombarcaro.
Nel 1221, alla morte di Bonifacio I, i suoi possedimenti passarono ai figli del primogenito Bonifacio II: Bonifacio III detto “Tagliaferro” perché secondo una leggenda sapeva tagliare i fili di ferro con i denti e Oddone. Essi, per essersi alleati con Albenga e Savona contro la Repubblica di Genova nel 1228 furono costretti a cedere a Genova Diano, Dolcedo, Taggia e Porto Maurizio. Nel 1233 i Clavesana fondarono Pieve di Teco.
Il 4 aprile 1248 Bonifacio IV, Emanuele e Francesco di Clavesana, figli del sopraccitato Oddone, fondarono Zuccarello alla presenza del Re di Francia San Luigi IX.
Emanuele ebbe due figli:

  • Francesco II, che fu padre di Argentina, andata in sposa in prime nozze a Raffaele Doria di Loano e in seconde a Giacomo Saluzzo-Dogliani, figlio di Giovanni, colui che strappò molte terre ai Clavesana e Caterina, la quale nel 1326 sposò il suo lontano cugino Enrico Del Carretto, figlio del Marchese Antonio di Finale Ligure, portandogli in dote metà dei feudi di Balestrino, Castelbianco, Castelvecchio di Rocca Barbena, Erli, Nasino, Stellanello e Zuccarello. L’altra metà Enrico l’acquistò nel 1335 dal sopraccitato Giacomo Saluzzo-Dogliani. Nel 1337 Enrico e Caterina si trasferirono a Mombaldone, dove diedero vita ad una linea marchionale autonoma, tutt’oggi esistente e i loro feudi passarono al fratello di Enrico, il Marchese Giorgio di Finale Ligure;

  • Oddone II, il cui nipote Manuele II alla morte del padre Federico I ereditò le briciole dell’antico Marchesato di Clavesana: rimanevano infatti solo più metà del feudo di Rezzo e parte della Valle Arroscia. Egli il 13 gennaio 1385 cedette i suoi possedimenti alla Repubblica di Genova, venendone subito reinfeudato. Il 21 marzo 1386 il Doge Antoniotto Adorno con il suo Lodo stabilì che a Manuele spettavano solo la metà di Rezzo e un indennizzo di 9 mila fiorini. Da Manuele si originò il ramo di Rezzo, che si estinse il 20 agosto 1744 alla morte del Marchese Francesco Maria.

Dopo la conferenza dello scrivente, lo storico Fabrizio Fabiani, del gruppo storico “Marchesato di Clavesana”, ha raccontato molti aneddoti sulla nobile famiglia.
La prima citazione di un Clavesana, un certo Oddone, risale al 954 d.C., quando il Conte Guidone di Ventimiglia, in partenza per un’impresa militare contro i Saraceni, donò Seborga all’Abbazia di Lerino.
Il Marchesato di Clavesana era composto da almeno 130 Comuni, ma purtroppo non c’era unità territoriale e i suoi sovrani, al contrario dei loro cugini i Marchesi del Monferrato e di quelli di Saluzzo, non ebbero mai una corte con poeti e pittori che elogiassero le loro imprese.
I marchesi, sempre al seguito dei loro cugini monferrini, parteciparono ad almeno due crociate. A Clavesana, nel Museo di Arte Sacra, inaugurato il 4 settembre 2021, è custodito “l’Ossicino degli innocenti”, una reliquia che proverrebbe da Gerusalemme e che fino al XVIII secolo era adorata.
Al termine della conferenza lo scrivente e Fabrizio Fabiani hanno annunciato che prossimamente scriveranno un libro sulla storia dei Marchesi di Clavesana, con l’obiettivo di preservare per le generazioni future la loro memoria.
All’evento hanno presenziato Romano Damonte, Sindaco di Diano Castello; il Consigliere Gloria Crivelli, la quale ha dato un contributo fondamentale al suo svolgimento; Natalina Cha, Sindaco di Cervo; la Prof. Paola Ardissone, Presidente dell’Associazione culturale Communitas Diani e il Dott. Marco Ghisolfo, Ispettore per la Liguria delle Guardie d’Onore alle Reali Tombe del Pantheon.
Il Sindaco Romano Damonte ha rilasciato la seguente dichiarazione: “
Quest’anno abbiamo voluto inserire nelle due giornate del Castrum Diani questo convegno sulla storia dei Clavesana con l’apporto del Prof. Carnino perché ci sembrava giusto iniziare a ricordare quella che è la storia del Marchesato dei Clavesana, del quale faceva parte anche Diano Castello, quindi questo è l’inizio di quello che potrebbe essere un resoconto più dettagliato della nostra storia, di come sono nati i nostri territori”.

CASTRUM DIANI

Castrum Diani”, nato nel 1983, è uno tra i più importanti eventi storici del Ponente Ligure e per due serate fa tornare Diano Castello nel medioevo.
Venerdì 4 e sabato 5 settembre, grandi e piccini hanno potuto assistere gratuitamente a spettacoli di arte circense e combattimenti storici, ascoltare musiche medievali ed ammirare splendidi costumi e scenografie d’epoca.
Gli spettacoli sono stati divisi in itineranti e in cinque postazioni fisse allestite nella piazzetta antistante il Teatro Concordia e nelle Piazze Clavesana; Giudice; Massone e Matteotti. In quest’ultimo spazio era anche in funzione l’area cucina e bar curata dall’associazione Amici del Castello, che ha permesso al numeroso pubblico di degustare i piatti tipici della tradizione.
Nella serata di venerdì 4 si sono esibiti ben sessanta artisti, ai quali se n’è aggiunta una ventina il giorno seguente, quando si è tenuto il magnifico corteo storico che ha attraversato le vie del borgo e in Piazza Monsignor Massone si è tenuto il concerto dell’ensemble “Liguriani”, che ha rappresentato una delle tappe della 36esima edizione del Festival Musica nei Castelli di Liguria.
La direzione artistica di Castrum Diani è stata curata dai Giullari del Carretto, compagnia che da 25 anni è protagonista di feste medievali in Italia e all’estero e che si è aggiudicata il Premio Italia Medievale, concorso a carattere nazionale, nella categoria spettacoli.
L’afflusso del pubblico è stato agevolato da un servizio di bus navetta.
La manifestazione ha visto la partecipazione dei seguenti artisti e delle seguenti compagnie provenienti anche da fuori regione: “I Giullari del Carretto”, ovvero Messer Nadir, Madonna Arianna, Ginevra e Alessia, che si sono esibiti in evoluzioni aeree, lancio di asce e coltelli su ruota incendiata, equilibrismo e spettacolari giochi di fuoco notturni; “Il Carro delle Illusioni”, ovvero Messer Squilibrio, Gli Equilibri di Amaranta e Fachiro Onireves che hanno portato in scena spettacoli di magia, equilibrismo, fachirismo ed evoluzioni con serpenti boa; “Compagnia della Spada di Aulla”, i cui artisti si sono esibiti in combattimenti, duelli e dimostrazioni con armi antiche; “ i Truccatori del Drago”, i quali hanno trasformato i più piccini in personaggi fantastici ispirati all’immaginario medievale, come folletti e streghe; “La Cascina delle Ali”, che ha permesso al pubblico di ammirare splendidi rapaci all’interno di uno spazio espositivo che richiamava le antiche tradizioni medievali; “Arkana Pipe Band”, che con le sue musiche tradizionali celtiche e medievali eseguite con cornamuse e percussioni ha animato le vie del borgo; Ambar, bravissima danzatrice del ventre; “Tumultum Tympana”, i musici e tamburieri ufficiali dell’Asd Ordine del Gheppio; il cantastorie Messer Lislù e la “strega” Marilene Distefano, la quale ha portato in scena uno spettacolo di fuoco, danza e narrazione dedicato alla figura delle guaritrici medievali che venivano ingiustamente definite “streghe”. In Piazza Giudice è stata invece allestita un’area dedicata ai giochi antichi e ai passatempi medievali.
Nella serata di sabato si sono esibiti anche gli sbandieratori e musici dei Sestrieri di Ventimiglia.

ANDREA CARNINO

Goffredo di Buglione, storia di un condottiero

Goffredo di Buglione, la Prima Crociata, Gerusalemme. Ci ricordiamo a fatica questi nomi, questi eventi, letti e studiati a scuola tanto tempo fa, ma ben presto scordati o quasi. Eppure Dante ha posto il mitico Goffredo tra gli spiriti guerrieri e giusti del Paradiso, Torquato Tasso ne ha fatto il protagonista della Gerusalemme liberata e l’Unione Europea, precipitata nella fase più buia e drammatica della sua storia per la doppia emergenza, sanitaria ed economica, lo celebra nella sua capitale Bruxelles.

Goffredo di Buglione (1060-1100) duca della Bassa Lorena, è l’eroe della prima Crociata che conquista Gerusalemme strappandola ai musulmani. A cavallo, con l’armatura e il vessillo, si fa ammirare dall’alto di una statua equestre al centro della piazza Reale di Bruxelles, cuore dell’Unione Europea.

A dire il vero, anche il nostro Piemonte non si è dimenticato di lui. Lo scudo di Goffredo è in bella mostra in una vetrina della prestigiosa Armeria Reale di Torino, peccato che solo recentemente si è scoperto che quello scudo è in realtà una riproduzione ottocentesca. Ma poco cambia, Goffredo compare anche nel Castello della Manta, nei pressi di Saluzzo. Qui il primo marchese di Saluzzo Manfredo I viene ritratto da un anonimo pittore del Quattrocento con le sembianze del liberatore di Gerusalemme. E soprattutto è appena uscita una nuova biografia di Goffredo di Buglione dello storico medievista Sergio Ferdinandi, pubblicata da Graphe, che approfondisce le gesta e il profilo del condottiero crociato. Il primo re cristiano di Gerusalemme, discendente di Carlo Magno, il crociato che “inventò” l’Europa, l’uomo di cui oggi forse ci sarebbe bisogno per rimettere in piedi il Vecchio Continente. Un personaggio così importante da essere sepolto nella basilica del Santo Sepolcro la cui tomba fu rispettata perfino dal Saladino quando conquistò la Citta Santa nel 1187 anche se alcuni decenni dopo si persero le tracce del sarcofago. Goffredo divenne il primo sovrano del regno di Gerusalemme ma rifiutò il titolo di “Re”. Secondo la leggenda non volle portare la corona d’oro là dove Gesù era stato coronato di spine. Non fu re ma un Advocatus Sancti Sepulchri, un procuratore per gli affari mondani della chiesa del Santo Sepolcro. Figlio di famosi personaggi dell’epoca, Eustachio di Boulogne, protagonista della battaglia di Hastings, e Ida di Lorena, nipote di Matilde di Canossa. Riuscì a liberare la Città Santa e fu mitizzato dalla Chiesa che lo ha rappresentato come un modello di perfezione della cavalleria cristiana contribuendo ad alimentare il processo di mitizzazione. Mentre giullari e menestrelli diffondevano in tutta l’Europa i racconti della presa di Gerusalemme, i cavalieri più coraggiosi dell’esercito crociato venivano considerati degli eroi. Il condottiero più esaltato fu proprio Goffredo sul quale sono fiorite molte leggende e una serie di racconti popolari nei quali il guerriero cristiano appare come un santo. Sergio Ferdinandi svela che dietro la storia del condottiero c’è tanto altro, che va oltre il mito, dalle abili strategie militari che Goffredo di Buglione attuò per arrivare a Gerusalemme alle qualità di un uomo di raro spessore umano, di grande valore militare e di profonda fede. Dopo la morte la sua figura fu accostata a quella di altri santi guerrieri come San Michele e San Giorgio e al pari di questi, secondo la tradizione cristiana, uccise il male con la spada e la fede. Morì a soli 40 anni colpito da un misterioso morbo dopo aver gettato le basi territoriali di un Regno che sarebbe durato fino al 1291 con la conquista musulmana di San Giovanni d’Acri.

Filippo Re

Francesi a Oulx, da Luigi XIII a Richelieu

Assassinato in via Roma, nel centro di Oulx, davanti a una casa con due delfini e dei gigli scolpiti sulla facciata. Morì così, 400 anni, fa il “capitano La Cazette”, personaggio storico di Oulx, soprannome di Jean Borel, noto anche come Claude Arlaud Borel. Ma chi era costui? Chi va a Oulx d’estate o d’inverno e passa a piedi nel borgo inferiore della cittadina dell’Alta Valle di Susa, in via Roma appunto, lo può incontrare quando vuole. O meglio, trova la casa in cui è nato quando Oulx faceva parte del Delfinato, una delle antiche province francesi. Era soprannominato “il Capitano” per il suo ruolo di governatore dei forti di Briançon e Exilles nonché comandante militare delle truppe reali francesi nel Delfinato e in Alta Valle Dora durante le guerre di religione nel XVI secolo. Difese i cattolici dagli attacchi dei protestanti valdesi che poi si vendicarono facendolo fuori nel 1590, all’età di 70 anni, in quella che oggi si chiama Casa Ambrosiani. Oggi lì c’è un negozio che vende sedie da giardino e un ferramenta all’angolo.
La sua dimora fu una grande casa cinquecentesca con finestre in pietra che si vede ancora oggi. Cent’anni dopo in questo edificio si trasferì la famiglia Des Ambrois, altro nome storico di Oulx, e, malgrado la distruzione subita dopo l’uccisione del Capitano La Cazette, rimase pur sempre la più bella abitazione del paese. Tanto è vero che ospitò illustri personaggi come Luigi XIII di Borbone, Re di Francia dal 1610 al 1643, che trascorse a Oulx un periodo di villeggiatura, nientemeno che il cardinale Richelieu e il Duca d’Orléans di ritorno dall’assedio di Torino del 1706. Non solo ma questa casa storica accolse perfino il Connestabile Lesdiguières, comandante dell’esercito francese, che, secondo molti storici, sarebbe il mandante dell’assassinio di La Cazette, la cui morte sancì la fine del partito cattolico in Alta Valle di Susa. Sono molti a Oulx i riferimenti storici all’epoca francese. Nella parte alta del paese spicca la Torre Delfinale del Trecento, di proprietà del Delfino di Francia, che Des Ambrois fece restaurare salvandola dal degrado e ogni anno, nella prima domenica di ottobre, si svolge la “Fiera Franca”, kermesse zootecnica e commerciale che celebra i prodotti locali valsusini. In tutta la sua storia Oulx fu un punto di transito obbligato per eserciti, pellegrini e mercanti diretti oltre le Alpi come alla fine del ‘400 quando il paese fu attraversato dall’esercito di Carlo VIII che concesse agli abitanti di tenere una fiera, appunto la Fiera Franca, esente da tasse, in cambio del loro sostegno al Re di Francia.        Filippo Re

Idro Grignolio, il cantore del Monferrato

Ardua impresa è la descrizione della statura di Idro Grignolio, fonte inesauribile di notizie e grande personaggio del panorama culturale monferrino, nel quindicesimo anno della scomparsa avvenuta il 16 settembre 2011. Giornalista, scrittore, poeta, ricercatore, storico, grafico, fotografo, caricaturista, illustratore e autore di romanzi storici sviluppò la capacità di rilevare i contorni umani dei suoi personaggi con arte raffinata illuminata dallo humor. Prima di trasferirsi a Casale, abitò per oltre 40 anni a Balzola, dove nacque il 7 giugno 1922 nel rione Borgoratto, maestro elementare e dal 1945 reggente della segreteria comunale del suo paese.
Famose le oltre 1200 caricature sui Profili Cittadini pubblicati sul bisettimanale “Il Monferrato”, collaborando anche con la prestigiosa “La Settimana Enigmistica”. Fu autore di una dozzina di volumi dedicati al paese natale, tra i quali “B come Balzola” postumo, oltre a 60 volumi dagli svariati contenuti: “Mostra di San Giuseppe”, “Pro Loco”, “I primi 90 anni del Casale Calcio”, “100 anni di Politeama”, “I tesori delle chiese monferrine”, “Le 100 donne di Casale”, “Casale Monferrato e le sue vicende storiche”. Molto interessante “Aleramo e la sua stirpe”, libro voluto dalla Confraternita dei Coppieri di Aleramo, storia e leggenda che ha suscitato la curiosità di studiosi locali vivificata dal suo stile personale con la presentazione di Gabriele Serrafero.
Nel 2005 Jean Servato, della galleria d’arte “Ariete”, omaggiò Grignolio con la pubblicazione di “Caricaturista” recante i più noti personaggi monferrini. Da ricordare il suo dotto intervento durante l’inaugurazione del teatro municipale di Casale Monferrato, restituito alla città nel 1990 dopo 40 anni di chiusura, alla presenza di Vittorio Gassman che propose il monologo “Brindisi per un teatro”. Grignolio si appassionò alla storia delle prestigiose casate monferrine con pubblicazioni sui conti Callori, l’industriale De Mattei, il finanziere Riccardo Gualino e i marchesi Gozzani di Treville e San Giorgio.
Nel palazzo di Ciriè, Idro ritrovò la storia in epoca napoleonica della marchesa Sofia Doria Gozzani residente nel palazzo San Giorgio di Casale e il suo ritratto in età giovanile eseguito all’epoca dal pittore torinese Panealbo, immagine del ritratto recentemente restaurato inviatoci dalla responsabile della quadreria Doria dott. Marina Macario. Durante l’intervista rilasciataci dal figlio Alberto, veniamo a conoscenza del passato militare del padre: allievo ufficiale di Aviazione a Venaria Reale dove, per meglio identificare gli aerei nemici, ne disegnava la sagoma per favorirne il riconoscimento. Nel 1957, durante una serata musicale allestita nel salone consigliare di Balzola, partecipò allo spettacolo trasmesso da una troupe televisiva torinese in cerca di idee.

Avendo solo 30 secondi di tempo per trasferire le immagini di personaggi celebri su un tabellone, egli ebbe l’idea di utilizzare il rossetto di una ragazza presente in sala. Il suo archivio privato consistente in libri, disegni, manoscritti, fotografie, documenti e articoli fu donato nel 2015 alla Biblioteca di Treville che ospita oltre 7000 volumi, intitolata al compianto prof. Giuseppe Spina e gestita dal direttore Paolo Testa, grande amico di Grignolio. Nel 2023 la città di Casale, nel giorno della sua scomparsa, intitolò i giardini del Valentino detti “ex Altera” allo storico e “cantore” di Casale e deI Monferrato Idro Grignolio. Fu eccellente guida turistica, attività svolta con grande passione, competenza e generosità.

Sulla lapide del cimitero di Balzola, una frase posta accanto alla sua immagine con la moglie Luigia Torriano, recita: “La morte non esiste. Esiste l’oblio dei vivi”. La sete del sapere non era in lui gratificazione personale del possedere fredda erudizione ma viscerale desiderio di conoscenza al fine di diffonderla avvicinando ad una cultura accessibile a tutti seppur non in senso semplicemente divulgativo bensì in modo approfondito e con chiarezza espositiva. Significativo, nel 2008, il suo sostegno alla proposta del comitato di presidenza del Mutuo Soccorso di sostituire la denominazione “Circolo delle Tordelle”, allettante e bonariamente ironica ispirata dalle illustrazioni del vecchio “Corriere dei Piccoli”, con “Circolo Culturale Leonardo Bistolfi”.

Grignolio si dimostrò molto favorevole alla proposta in quanto il precedente significato, fuorviante, non corrispondeva alla volontà di creare incontri altamente culturali e non di un semplice intrattenimento di signore in cerca di svago. Tanto più che proprio in questa sede il grande scultore simbolista Leonardo Bistolfi era stato presidente onorario e nei giardini antistanti si può ammirare il suo splendido monumento ai caduti del 1928, importante esempio di unione di Liberty e Simbolismo. Ancora attuale, a distanza dalla pubblicazione nel 1983, la sua guida turistica di Casale scritta e illustrata, prezioso scrigno di dati storici e artistici, aneddoti e curiosità nell’informare, appassionare e incentivare il turismo in Monferrato.
Giuliana Romano Bussola
Armano Luigi Gozzano

Il Frutteto dell’Abbazia di Vezzolano

È carico di frutti, rigoglioso e poetico come sempre, il Meleto di Vezzolano, ad Albugnano, nato accanto alla millenaria Abbazia, uno dei più importanti monumenti medievali del Piemonte, tra boschi e vigneti sulle colline astigiane. Si raccolgono le prime mele mentre tutto intorno impazza la vendemmia, anticipata per il caldo torrido. Illuminato dal sole, il Frutteto della Chiesa Canonica di Santa Maria di Vezzolano (questo il vero nome dell’edificio religioso) risplende di fascino e pare ancora più bello del solito. Compie 30 anni di vita e riprende l’antica tradizione dei monaci che coltivavano alberi da frutto per la propria comunità religiosa. Ma queste sono mele speciali con forme, colori, profumi e sapori che oggi non si trovano quasi più. In questo meleto, nato nel 1996, si trovano le più antiche varietà autoctone di mele che erano a rischio scomparsa. Una cinquantina le piante e 24 le varietà, ogni mela ha un aspetto diverso dalle altre, come avveniva anticamente. E qui sta il valore autentico del meleto che risiede nella tradizione di conservare il patrimonio genetico delle varietà locali senza dimenticare il rapporto storico tra monasteri, il paesaggio e la coltivazione della terra. La varietà più precoce è la San Giovanni, poi la Ciocarina rossa, raccolta a fine settembre, mentre nella prima metà di ottobre si raccolgono Pom Arnent, Marcon e Ciocarina bianca. Il terreno dietro la Canonica di Vezzolano fu affidato negli anni Novanta a un gruppo di volontari che decisero di ricreare, indagando antichi disegni, un frutteto simile a quello dell’epoca medievale. Si costituì così “il Frutteto della Canonica-Comitato per la salvaguardia del paesaggio rurale” di cui fece parte, tra gli altri, lo scrittore Carlo Fruttero. Purtroppo il meleto non è visitabile, non è infatti inserito nel percorso di visita dell’abbazia, un vero peccato, si può però vedere dall’alto, dal piazzale della chiesa, meglio di niente. Si può entrare solo per attività didattiche e agronomiche con i soci dell’associazione “Frutteto di Vezzolano”.
                                                                                             Filippo Re

Quando gli Astigiani corsero il Palio sotto le mura di Alba

Era il primo vero Palio, correva l’anno 1275. Asti e Alba si detestavano. Guelfa la prima, ghibellina e roccaforte angioina la seconda, tra le due città scoppiò un lungo conflitto che si concluse con la vittoria astigiana e, per scherno, gli astesi corsero il primo Palio proprio sotto le mura di Alba. Ma come gli astigiani vivevano il Palio nel Duecento? Mentre Asti si prepara a correre il Palio 2025 andiamo indietro nel tempo di 750 anni quando nacque la storica manifestazione. Tutta la città vi partecipava, anche più di adesso, gli astigiani si riversavano in massa per le strade cittadine, affollavano quello che oggi è corso Alfieri accompagnando fantini e cavalli montati a pelo, senza sella, come avviene oggi, con urla forsennate sullo sfondo di una “foresta” di torri, oltre 120 che circondavano Asti. Otto secoli fa il Palio non era solo una festa religiosa, aveva un carattere anche politico, come segno di sfida simbolica al potere angioino. Era più di una corsa, era un momento di unità e di orgoglio per la città che cercava di riaffermare la propria indipendenza con una competizione accesa e spettacolare tra le contrade, con banchetti, musica e celebrazioni. Così Asti viveva il Palio verso la fine del XIII secolo ed era tutt’altro che una piccola comunità, contava quasi 50.000 abitanti contro i 73.000 di oggi.
 Sono molte le città che organizzano il Palio, il più popolare è quello di Siena in Piazza del Campo ma non è il più antico d’Italia. Per trovare il più antico bisogna andare proprio ad Asti. I 750 anni del Palio di Asti verranno festeggiati domenica 7 settembre con la tradizionale corsa a cavallo nella centrale piazza Alfieri ma come si svolgeva in pieno Medioevo? A quell’epoca Asti era una potente città guelfa, nemica di Alba, Alessandria e Acqui Terme, tutte ghibelline, e con l’arrivo di Carlo I d’Angiò nel nord della penisola, Asti scese in guerra contro le le truppe angioine. Il conflitto durò quindici lunghi anni e terminò con la battaglia di Roccavione nel novembre 1275 e la vittoria degli astigiani. In quell’occasione, come scrisse il cronista locale Guglielmo Ventura, gli astigiani corsero il primo Palio proprio sotto le mura della nemica Alba, sostenuta dagli angioini, dopo aver saccheggiato le vigne confinanti. Un sorta di “Palio di guerra” fortemente voluto dagli astesi per umiliare Alba. In realtà, fino alla metà del Trecento, la corsa si svolse “alla tonda” in un percorso circolare che corrispondeva più o meno all’area delle piazze Alfieri e Libertà. Quando Gian Galeazzo Visconti, signore di Asti, fece costruire una nuova cittadella fortificata, la corsa non si tenne più “alla tonda” ma “alla lunga”, su un percorso lineare di due chilometri e mezzo lungo corso Alfieri. Rispetto ad oggi il Palio si correva il 1 maggio, giorno della festa di San Secondo, patrono della città.                                              Filippo Re
nella seconda foto affresco della corsa del Palio “alla lunga” di Ottavio Baussano nel palazzo del Comune di Asti.

Sulle tracce di fra’ Gerardo, il fondatore dei Cavalieri di Gerusalemme

Erano monaci vestiti di nero con una croce ottagona cucina sul petto che dalle alture della Costiera Amalfitana decisero un tal giorno, mille anni fa, di partire per la Terra Santa e di aiutare poveri, malati e pellegrini. Erano guidati da fra’ Gerardo Sasso, monaco benedettino che fondò a Gerusalemme l’Ordine Ospitaliero dei Cavalieri di San Giovanni che diventerà in seguito l’Ordine di Malta. La Prima Crociata (1096-1099) è ancora lontana, la Città Santa è in mano ai musulmani ma fra’ Gerardo riesce ugualmente ad ottenere dal califfo d’Egitto il permesso di costruire una chiesa con un monastero e un piccolo ospedale, nei pressi del Santo Sepolcro, dedicato a San Giovanni Battista, per assistere pellegrini e malati. Da lì sorse il primo Ordine monastico-cavalleresco della storia i cui monaci-cavalieri facevano voto di castità, povertà e obbedienza. Da Scala, sulle alture di Amalfi, dove nacque, comincia la grande avventura di Gerardo Sasso che, insieme ai suoi amici mercanti amalfitani, nella seconda metà dell’XI secolo, si imbarcò su una galea diretto a Gerusalemme.
Un viaggio di settimane, sfidando tempeste e assalti di pirati. A distanza di mille anni il ricordo di fra’ Gerardo Sasso, che nel 1984 fu proclamato Beato da Papa Giovanni Paolo II, è ancora vivo nelle contrade di Scala dove viene ricordato ogni anno, il 3 settembre, giorno della sua morte, con solenni celebrazioni. Ma era davvero amalfitano? Si è discusso molto sull’origine di questo Gerardo, priore dell’ospedale e primo “Gran Maestro” dell’Ordine Giovannita, antesignani dei Cavalieri di Malta. Francese, provenzale o amalfitano? O perfino astigiano? Oggi la maggior parte degli storici propende per la paternità amalfitana. La croce a otto punte, che rappresenta le otto Beatitudini, simbolo dell’Ordine, era già presente sulle monete della Repubblica amalfitana ben prima della nascita dell’Ordine stesso. Fonti e documenti storici fanno comunque ritenere che Gerardo sia nato proprio sui colli della mitica Costiera Amalfitana come d’altronde sostiene lo stesso Ordine di Malta nel suo sito ufficiale. Per “scoprire” la verità siamo andati sulla Costiera sulle tracce del beato Gerardo (1040-1120). Sbarcati ad Amalfi siamo saliti a Scala, a 450 metri sul livello del mare, perché in questo piccolo paese di 1500 abitanti è nato davvero fra’ Gerardo, creatore del più potente, nobile e glorioso Ordine monastico-guerriero della storia. Tutti a Scala conoscono la sua storia. Circondato da boschi, terrazzamenti di uliveti e vigneti, Scala è un’oasi di tranquillità accarezzata dalla brezza marina della Costiera, lontana dal turismo di massa della vicina splendida Amalfi. Ripide stradine scorrono lungo case posizionate proprio a forma di scala, si vedono antiche torri di avvistamento e resti di bagni arabi della nobiltà scalese in alcune contrade del borgo in cui sono vissute blasonate famiglie come i Sasso alla quale appartenne fra’ Gerardo che nel XI secolo partì da Scala per la Terra Santa dove fondò l’Ordine degli Ospitalieri di San Giovanni di Gerusalemme, detti anche “Giovanniti”, che verrà riconosciuto ufficialmente da Papa Pasquale II nel 1113. Un uomo pio, fra’ Gerardo, di grande carità, dedito all’assistenza e alla cura di malati e bisognosi, protagonista nella Terra Santa dell’epoca.
Fino alla sua morte fu il responsabile dell’ospedale che, dopo la conquista cristiana della città nel 1099, ripartì con più forza ed energia. È rimasto poco di lui a Scala, solo una via con il suo nome, via fra’ Gerardo Sasso, che porta alle rovine della sua casa e alla chiesetta di San Pietro dove è immortalato in un quadro con il mantello nero dei Cavalieri e la croce di Malta mentre assiste un malato. La fondazione del Regno di Gerusalemme alla fine della Prima Crociata costrinse l’Ordine ad assumere nuovi compiti, in particolare quello di difendere con le armi il Regno latino, proteggere i pellegrini, le strade di collegamento e le strutture mediche. Il frate diventa cavaliere e d’ora in poi combatterà con i crociati. Come detto, Scala con tutta probabilità ha dato i natali a Gerardo anche se in Provenza e nell’astigiano la pensano diversamente. A Tonco d’Asti per esempio giurano di averlo visto in paese, almeno come figurante, durante la tradizionale festa del Pitu. Alcuni storici locali contestano l’origine amalfitana di Gerardo e sostengono che il fondatore dell’Ordine nacque in questo borgo come Gerardo, signore di Tonco Monferrato. L’Ordine di Malta, bisogna ricordarlo, non è mai scomparso, ancora oggi è vivo e attivo, anche se con mansioni diverse. É presente con le ambulanze dell’Ordine con la croce di Malta e la scritta “Giovanniti” nei teatri di guerra, dall’Ucraina al Medio Oriente, e anche nelle strade delle nostre città al servizio dei cittadini. Oggi conta su 13.000 membri, 100.000 volontari e 52.000 tra medici, infermieri e paramedici in più di 120 Stati. Da quando è iniziata la guerra in Ucraina l’Ordine ha fornito aiuti umanitari a oltre quattro milioni di ucraini.                                                                          Filippo Re
Nelle foto:
Panorama di Scala (Amalfi)
Quadro con fra’ Gerardo
Chiesa di San Pietro a Scala

Garessio, la Torre dei Saraceni narra antiche leggende

Dall’alto osserva la devastazione di Garessio e di Ormea, il fango che ai primi di ottobre ha invaso i centri storici lasciando garessini e ormeaschi senza luce, acqua e gas, i ponti travolti dalla furia del fiume, i cimiteri spazzati via dall’esondazione del Tanaro, le bare aperte tra alberi sradicati e detriti, dolori e lamenti in valle.
Qualcuno guarda lassù, in cima al monte, e la vede forte e intatta come quando resistette alle violente scorrerie dei Mori giunti sulle nostre montagne a portare sofferenze e disgrazie. È la Torre dei Saraceni che illumina il paesaggio autunnale, oggi devastato dall’alluvione, nella piccola frazione Barchi tra Garessio e Ormea. Su uno sperone pietroso, a 900 metri di altezza, come uno sparviero pronto a lanciarsi sulla preda, resiste da mille anni a invasioni e intemperie e continua a raccontare leggende di un tempo assai lontano. Oggi è uno dei simboli del territorio della Valle Tanaro e testimonia una storia molto antica. Quando i Saraceni invasero l’entroterra ligure e piemontese giungendo da Frassineto, l’attuale Saint Tropez, per saccheggiare il territorio, per fare bottino, uccidere gli infedeli e rapire ragazzi e giovani fanciulle gli abitanti del luogo innalzarono una torre cilindrica, appunto la torre di Barchi o torre dei Saraceni, nel territorio di Garessio a breve distanza da Barchi, frazione di Ormea in Alta Val Tanaro. In realtà la torre sarebbe stata eretta lungo il Tanaro già dai Bizantini nel secolo VIII come torre di avvistamento per controllare le mosse dei Longobardi in valle mentre per altri studiosi fu costruita dai garessini intorno al Mille per scorgere in tempo le bande saracene. Queste ultime, tra il IX e il X secolo, la utilizzarono cone torre di vedetta e ne fecero una base per le incursioni nella zona. Anche il grano saraceno, prodotto tipico della Val Tanaro, sembra che sia stato portato in zona proprio dai saraceni.
Filippo Re

Le cinque stazioni ferroviarie del Piemonte che meritano una sosta

La vacanza comincia ancora prima di scendere dal treno

Qualche volta il viaggio comincia proprio dalle stazioni alcune, infatti, sono cosi’ belle che possono essere considerate la prima vera tappa del tour. Spesso le attraversiamo senza nemmeno alzare lo sguardo, ma in realta’ molte di queste meritano una sosta perché raccontano la storia di una città, il gusto di un’epoca e il fascino del viaggio lento. In Piemonte ne esistono alcune che conservano ancora questa magia: edifici monumentali, sale d’attesa ottocentesche, eleganti facciate e panorami che sembrano dare il benvenuto al viaggiatore.

Non possiamo non partire da Torino Porta Nuova, una delle grandi stazioni monumentali italiane. Inaugurata negli anni in cui Torino era la prima capitale del Regno d’Italia, fu concepita come il biglietto da visita della città. Progettata dall’ingegnere Alessandro Mazzucchetti e dall’architetto Carlo Cappi nel 1861, la sua imponente facciata domina piazza Carlo Felice, mentre all’interno si nasconde un autentico gioiello: la Sala Gonin, realizzata per la famiglia reale e decorata dal pittore Francesco Gonin con raffinati affreschi, stucchi e illusioni prospettiche. Ancora oggi attraversare Porta Nuova significa entrare in un luogo dove il viaggio conserva il fascino dell’Ottocento, pur essendo uno dei principali nodi ferroviari italiani.

Completamente diversa è l’atmosfera della stazione di Stresa, forse la più romantica del Piemonte. Disegnata dell’architetto Luigi Boffi, fu assimilata come stile a quello degli altri edifici adiacenti. Tra i materiali si scelse la pietra locale: il granito di Baveno. L’edificio fu arricchito, inoltre, con timpani, mensole e ornamenti in legno. Qui il treno rallenta e il Lago Maggiore compare davanti agli occhi con le sue acque tranquille e le Isole Borromee sullo sfondo. Per oltre un secolo questa è stata la porta d’ingresso del turismo internazionale sul lago: aristocratici inglesi, musicisti, scrittori e viaggiatori del Grand Tour arrivavano proprio qui, iniziando una vacanza che aveva il sapore dell’eleganza e della Belle Époque.

Anche Novara possiede una stazione degna di pausa. Austera ed elegante, c merita di essere osservata con calma. In funzione dal 1854, e’ stata progettata dall’architetto Paolo Rivolta; con le sue linee ottocentesche, rappresenta da oltre centocinquant’anni uno dei più importanti crocevia ferroviari del Nord Italia. Da qui si diramano i collegamenti verso Torino, Milano, il Lago Maggiore e la Svizzera. Affacciata su piazza Garibaldi, accoglie i viaggiatori con un atrio dove poggia il suo terrazzo. Nel 1886 venne realizzata proprio di fronte ad essa la statua di Giuseppe Garibaldi e ai primi del novecento il Monumento alla Mondina, simbolo della citta’.

Più raccolta, ma altrettanto affascinante è la stazione di Cuneo, attiva dal 1937. La facciata e’ in stile neo barocco e sono presenti elementi simili al granito rosa. Il visitatore e’ introdotta alla città dai suoi portici e dei viali alberati. Da qui partono le linee che si inoltrano nelle vallate alpine, regalando alcuni dei panorami ferroviari più suggestivi del Piemonte. Cesare Vinaj fu l’autore del faro monumentale, alto 54 metri, che domina il piazzale della stazione che fu realizzato in occasione dell’inaugurazione. Il cantautore Gianmaria Testa, oltre a coltivare la musica, fece il capostazione in questo scalo.

Infine c’è Savigliano, inaugurata nel 1853. E’ una delle stazioni piu’ antiche del Piemonte, una meta quasi obbligata per gli appassionati di storia ferroviaria; accanto alla stazione, infatti, si trova il Museo Ferroviario Piemontese, dove locomotive a vapore, carrozze storiche e antichi convogli raccontano oltre un secolo e mezzo di trasporti. Non è soltanto una raccolta di mezzi d’epoca, è la memoria di un Piemonte che ha costruito parte della propria crescita proprio lungo i binari. Non a caso la Regione ha scelto Savigliano come uno dei poli del futuro Museo diffuso del patrimonio ferroviario.

Visitare queste stazioni significa concedersi un modo diverso di viaggiare. Prima ancora di raggiungere una città d’arte, un lago o una valle alpina, vale la pena alzare lo sguardo e lasciarsi sorprendere da ciò che ci circonda. Perché le stazioni non sono semplici luoghi di passaggio, sono il primo capitolo del viaggio. E, qualche volta, anche quello che resta più impresso nella memoria.

“L’architettura è un’arte di frontiera, che vive sul confine tra arte e scienza.” Renzo Piano

Maria La Barbera

 

Savoia top secret, le storie mai lette sui reali

Vittorio Emanuele II tentò di organizzare una crociata europea, 200.000 uomini con lui al comando alla conquista di Costantinopoli ottomana, vascelli corsari inglesi con la bandiera dei Savoia razziavano gli schiavi nel nord Africa da rivendere in Sardegna, un Savoia divenne “Papa” o antiPapa in un’epoca di scismi, il sospetto che alcuni dei Savoia non siano morti per cause naturali ma avvelenati come Amedeo VII, il Conte Rosso, e il padre del principe Eugenio. Dopo anni di ricerche negli archivi di Stato di Torino e di Cagliari e tra le pagine di antichi volumi il giornalista e scrittore Luigi Grassia ha raccolto dieci vicende su Casa Savoia poco conosciute o del tutto ignorate e così è nato il libro “I Savoia segreti, fra stregoneria, avvelenamenti e corsari del Madagascar”, Edizioni Capricorno. “Nessuna delle storie riunite nel libro è una fake news, precisa l’autore, tutte sono pubblicate in testi di storici accademici, però alzi la mano chi le ha mai lette o sentite”.
E allora possiamo continuare con le vicende narrate nel libro, dai pirati del Madagascar che offrirono a un re savoiardo la corona della loro isola, fatto che ha ispirato la copertina del libro, alla condanna a morte per stregoneria di un uomo tra le mura di Casa Savoia, dai rapporti tra i Savoia e la massoneria alle voci secondo cui Vittorio Emanuele II non era figlio di Carlo Alberto ma di un macellaio fiorentino, dalla vocazione dei Savoia per l’Oriente come re di Cipro e di Gerusalemme alla presenza di una Savoia sul trono di Costantinopoli nel Trecento. Molte di queste storie sono sconosciute ai più o note solo in parte: indagando negli archivi della dinastia Luigi Grassia le ha tirate fuori, studiate, lette e rilette, e raccolte nel suo saggio “ignorando il 99% già arcinoto della storia dei Savoia” come la formazione dell’Unità d’Italia, le due guerre mondiali, il fascismo e tanto altro. “Diamo queste materie per scontate, scrive Grassia, e piuttosto andiamo in cerca di quello di cui il pubblico dei non specialisti sa poco o niente e che noi stessi abbiamo scoperto poco per volta”. Quella dei Savoia, d’altronde, è una storia mondiale, le cui vicende, spiega l’autore, sono sempre un po’ sopra le righe, un po’ esagerate e hanno una proiezione sul mondo che manca alle altre grandi famiglie italiane come i Medici, i Doria e i Farnese, pur protagoniste della storia europea. I Savoia sono stati sempre eccessivi e già nel Mille, ricorda l’autore, quando controllano anche solo qualche passo alpino, pretendono di essere già una potenza politica e militare e poi nei secoli si lanciano in tutte le guerre per poi sedere nelle varie conferenze di pace e collaborare alla creazione del nuovo ordine geopolitico dell’Europa e del mondo. Da qui l’invito di Grassia a provare a navigare tra le carte ingiallite dell’Archivio di Stato di Torino per scoprire un mondo nuovo e sconosciuto. Davvero un libro che andrebbe usato a scuola come testo di storia.                             Filippo Re