






Nel piazzale, davanti alla Basilica di Superga, si innalza imponente il monumento dedicato al Re Umberto I di Savoia. Su un basamento di marmo si erge un Allobrogo, guerriero capostipite dei piemontesi, con indosso un elmo alato, lunghe trecce, ascia e corno di guerra. Il guerriero tiene un braccio levato mentre con l’altro punta una spada sulla corona ferrea circondata dalle palme del martirio, in segno di fedeltà e con accanto uno scudo sabaudo lambito da due serpenti, simboli rispettivamente della dinastia reale e del tempo. Alle spalle del guerriero si trova un’ alta colonna corinzia di granito, il cui capitello in bronzo si prolunga in una figura d’aquila imperiosa ad ali spiegate, trafitta da una freccia; allegoria del re assassinato.
Umberto I nacque il 14 marzo 1844 a Torino, precisamente a Palazzo Moncalieri, da Vittorio Emanuele II (allora duca di Savoia ed erede al trono sabaudo) e da Maria Adelaide d’ Austria. Ebbe, come da tradizione sabauda, un’educazione essenzialmente militare e nel marzo del 1858 intrapreseproprio la carriera militare, cominciando con il rango di capitano; successivamente prese parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza, distinguendosi nella battaglia di Solferino del 1859.Il 9 gennaio del 1878, alla morte del padre, salì sul trono italiano con il nome di Umberto I e con il nome di Umberto IV su quello sabaudo, dal momento che suo padre aveva stabilito, malgrado l’unità nazionale, il prosieguo della tradizione nominale sul trono sabaudo.
Assunse, sul fronte della politica interna, una posizione rigida e autoritaria soprattutto in senso anti-parlamentare: le insurrezioni e i moti, come quelli dei Fasci dei Lavoratori in Sicilia e l’insurrezione della Lunigiana (1894), che minacciavano l’ordine interno e l’unità stessa dell’Italia, lo portarono a firmare provvedimenti come ad esempio lo Stato d’Assedio. A seguito di questi e di altri gravi avvenimenti, si procedette, ad opera del governo Crispi,allo scioglimento del Partito Socialista, delle Camere del Lavoro e delle Leghe Operaie. Il suo regno fu contrassegnato da opinioni e sentimenti opposti, infatti se da alcuni venne elogiato per per il suo atteggiamento dimostrato nel fronteggiare sciagure come l’epidemia di colera a Napoli del1884 ( si prodigò personalmente nei soccorsi), o ad esempio per la promulgazione del cosiddetto codice Zanardelli che portò all’abolizione della pena di morte, da altri fu aspramente avversato per il suo duro conservatorismo. Fu aspramente criticato dall’opposizione anarchico-socialista e repubblicana italiana, soprattutto per la decorazione del generale Fiorenzo Bava-Beccaris che fece uso dei cannoni contro la folla a Milano per disperdere, il 7 maggio 1898, i partecipanti alle manifestazioni di protesta scatenate dalla tassa sul macinato. Dopo esser sfuggito a due attentati, Umberto I venne ucciso a Monza il 29 luglio del 1900, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.
A pochi mesi di distanza dall’attentato di Monza, il vice-presidente dell’Unione Artisti ed Industriali di Torino, Alessio Capello, propose l’erezione di un monumento in memoria di Umberto I, con l’idea di farlo sorgere sul colle di Superga, presso le tombe degli avi di Casa Savoia. L’assemblea dell’Unione Artisti ed Industriali, presieduta da Giacomo Rava, acconsentì all’ iniziativa e venne immediatamente costituito un Comitato esecutivo che aprì una sottoscrizione e raccolse, nel giro di pochissimo tempo, una somma di 15.000 lire provenienti da oltre ottanta comuni piemontesi e da circa cento Associazioni. L’incarico di scolpire il monumento fu affidato allo scultore Tancredi Pozzi che concluse l’opera in poco più di un anno dall’approvazione del progetto. L’inaugurazione avvenne l’ 8 maggio del 1902 alla presenza del sindaco di Torino Severino Casana, del presidente del Comitato esecutivo Alberini e del canonico Amedeo Bonnet, prefetto della Basilica di Superga, che prese in custodia il monumento per conto della Casa Reale.
Simona Pili Stella
Foto Xavier Caré / Wikimedia Commons
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Domenica 12 luglio alle ore 18, nelle antiche scuderie del castello di Castiglione Falletto (CN), in occasione della presentazione del libro “Beraudo di Pralormo e Silvio Pellico. Storia di un’amicizia”, scritto da Angelo Toppino, Andrea Carnino e Paola Arnaldi e pubblicato da Gondour edizioni del Centro Studi Silvio Pellico, è stato presentato il restauro del maniero castiglionese, effettuato dalla famiglia Cavallotto. Grazie a questi importanti lavori, iniziati nel 2019, il castello, simbolo non sono del Comune, ma di tutto il territorio circostante, è tornato agli antichi splendori.
Ma qual è la storia di questo maniero e chi lo abitò?
Uno dei primi documenti in cui venne citato il castello fu l’infeudazione di Bertoldo Falletti nel 1225 ad opera della Marchesa reggente del Monferrato Alasia di Saluzzo, anche se l’effettiva presenza fisica dei Falletti a Castiglione è attestata a partire da metà Trecento, quando essi fecero ristrutturare il maniero dandogli la sua forma quasi attuale. Si trattava di un ramo originatosi da quello di Barolo.
Nel 1439 il paese venne denominato per la prima volta “Castiglione dei Falletti”, ma nel secolo successivo le loro proprietà iniziarono a frammentarsi e in questo feudo arrivarono diverse nobili famiglie, tra i quali i Ruffino, i Santi e gli Incisa, questi ultimi per via della dote di Andreina Falletti. Nel Seicento i Falletti, pur possedendo solo più il castello e 1/4 del feudo (il 50% era dei Santi, un’altra quota cospicua era dei Ruffino, il resto di altre casate), continuarono ad essere sempre presenti e ad aiutare la popolazione quando era in difficoltà. Essi prestavano denaro e se lo facevano restituire in grano o vino, facevano da mediatori con i Savoia e quando bisognava pagare tante imposte allo Stato, intervenivano chiedendo un alleggerimento di questo impegno. Si rifiutarono inoltre di far partecipare i castiglionesi alle numerose guerre dell’epoca.
L’ultimo loro esponente fu il Conte Alessandro, il quale non avendo avuto figli maschi, alla sua morte avvenuta a Bra nel 1709 a casa del nipote Giovanni Tommaso Brizio, lasciò a quest’ultimo in eredità il Castello di Castiglione Falletto e tutte le proprietà a condizione che lui e i suoi discendenti prendessero il cognome Brizio Falletti.
I Brizio Falletti, tutt’oggi esistenti, cedettero il maniero castiglionese ai Conti Patrizio di Scagnello, originari di Barolo, diventati nobili ad inizio Seicento e presenti a Castiglione dal 1698. Il 5 settembre 1701 Giambattista Patrizio era stato investito della Signoria di Castiglione per successione alle quote assegnate precedentemente alla Casata dei Santi. I Patrizio di Scagnello acquistando tutte le proprietà dei vari eredi Falletti, riuscirono a ricomporre il patrimonio di quest’ultimi com’era nel Cinquecento. Nel maggio 1840 il giovane Conte Filippo Patrizio di Scagnello, diventato sindaco a soli 29 anni, volle come Consigliere comunale la Venerabile Juliette Colbert de Maulévrier, riconoscendone le indubbie capacità. La Marchesa di Barolo fu la prima donna a ricoprire tale carica a Castiglione e questa nomina rappresentò uno dei primi casi di emancipazione politica femminile in Piemonte. Il Cav. Ernesto, secondogenito del Conte Filippo Patrizio di Scagnello, il 28 novembre 1871 cedette il maniero ai Vassallo di Dogliani. L’ultima esponente di questa famiglia sposò un Reviglio della Venaria e i loro discendenti sono ancora oggi proprietari della costruzione settecentesca facente parte del complesso del castello, mentre il resto del maniero appartiene alla famiglia Cavallotto, la quale, come sopraccitato, nel 2019 ha avviato i lavori di ristrutturazione.
La cerimonia di domenica 12 luglio 2026 e l’illustrazione dei lavori effettuati
L’evento di domenica 12 luglio 2026 è stato aperto dai saluti di Dario Destefanis, Consigliere Comunale di Castiglione delegato agli eventi, esperto di storia locale, Sindaco dal 1995 al 2004 e co-autore di eccellenti libri storici, tra i quali “Castiglione Falletto, dai Saluzzo ai Savoia attraverso tre diocesi” e “Castiglione Falletto. Da Regione San Michele a Pugnane. Siti storici, toponimi e cascine nel versante ad ovest del territorio“.
Egli nel suo intervento ha affermato di essere “onorato quest’oggi di fare da moderatore, soprattutto perché stiamo parlando di un amico, Andrea Carnino, che da qualche anno frequenta Castiglione Falletto e con lui abbiamo già avuto buone collaborazioni due anni fa a Barolo e l’anno scorso qui a Castiglione su argomenti storici che riteniamo importanti e lo ringraziamo. Siamo anche felici di essere qui oggi a fare questa presentazione in castello perché è la prima volta che questi locali vengono usati per un evento pubblico. Rappresentano la prima parte di un restauro in corso, erano le stalle, la scuderia ed oggi sono diventati un ambiente idoneo ad usi molto più importanti”.
Ha preso quindi la parola Piero Eirale, Sindaco di Castiglione Falletto, il quale ha ringraziato la famiglia Cavallotto “una famiglia di persone molto intelligenti, colte e raffinate, rappresentata qui da Alfio e da Laura, che alcuni anni fa si sono imbarcati in un’avventura non da poco (…) stanno riportando alla luce quello che è il simbolo di Castiglione e del territorio facendo un lavoro unico di cui la mia amministrazione e quelle che verranno dopo gli saranno grate (…) la famiglia Cavallotto come lo dimostra ha anche intenzione, compatibilmente con le sue esigenze, di concedere questo castello a manifestazioni pubbliche e per noi è un grande onore”.
Dopo i saluti di Ettore Secco, Sindaco di Bosia e Paolo Cittadino, Consigliere Comunale di Neive, Alfio Cavallotto, contitolare della Tenuta Cavallotto e comproprietario del castello, ha illustrato al pubblico i lavori di restauro, iniziati nel 2019 e rallentati dal Covid-19.
I rifacimenti già terminati riguardano le scuderie, le cucine medievali militari e il palatium, adibito a zona degustazione, mentre quelli ancora in corso interessano il giardino e la torre centrale. Per quanto riguarda quest’ultima, trattandosi di una torre a sfioro, senza merlature e un parapetto, per non rovinare la sua estetica si è optato per barriere che elettronicamente si alzano e si abbassano. Prima dell’uscita del pubblico sulla sommità queste barriere si alzeranno e una volta terminata la visita si riabbasseranno e la torre riprenderà il suo aspetto di sempre.
All’interno sono state posizionate scale in ferro in quanto quelle originali medievali erano andate bruciate secoli fa. Sono stati inoltre riprodotti i due soppalchi da dove i militari tramite botole e scale a pioli salivano in cima. L’ingresso ufficiale della torre è a 8 metri d’altezza, ma una curiosità riguarda la parte bassa della costruzione: finito il periodo militare, intorno al 1600, venne svuotata dalla terra per ricavare un magazzino e fu quindi ricavata un’apertura, cosa rara per l’epoca.
E’ seguita la presentazione del libro “Beraudo di Pralormo e Silvio Pellico. Storia di un’amicizia” durante la quale Angelo Toppino ha raccontato molte curiosità sul volume, Paola Arnaldi ha letto alcune pagine dell’opera e lo scrivente ha raccontato alle numerosissime persone presenti la storia del Castello di Pralormo, la vita del Conte Carlo Beraudo e quella della Venerabile Giulia di Barolo.
All’evento erano presenti anche Don Antonello Pelisseri, Parroco di Castiglione Falletto; Fabrizio Fabiani, Presidente del Gruppo Storico di Clavesana; il giornalista e divulgatore culturale Marco Margrita e lo scrittore Claudio Cantore.
La presentazione è stata impreziosita dalla presenza della Venerabile Giulia di Barolo, impersonata da Monica Todi, Presidente del Gruppo Storico “Della Fenice” di Pianezza. La marchesa era accompagnata dalla sua dama di compagnia Orsola Barbero.
ANDREA CARNINO
Collocato in via Andrea Doria, angolo via Dei Mille, precisamente sullo spiazzo di confluenza tra le due vie, Giuseppe Mazzini viene raffigurato in una scultura bronzea, seduto in atteggiamento pensoso, avente una mano poggiata a sostenere il capo e l’altra su un pastrano adagiato sulle gambe. Il piedistallo lapideo è ornato da simboli della classicità rappresentati superiormente da due tripodi, collocati ai lati della statua e inferiormente, da pannelli bronzei disposti in sequenza. Nel pannello centrale è rappresentata la lupa capitolina nell’atto di allattare i gemelli, in riferimento alla Repubblica Romana, mentre sui restanti prospetti figurano corone di lauro che circondano i nomi dei principali sostenitori di Mazzini. Il sottostante basamento presenta, anteriormente, dei gradini simmetrici in ascesa verso la scultura. Nato a Genova il 22 giugno 1805 (quando Genova era ancora parte della Repubblica Ligure annessa al Primo Impero Francese), Mazzini è stato un patriota, uomo politico, filosofo e giurista italiano. Costituì a Marsiglia nel 1831 la Giovine Italia, fondata sui principi di “Dio e popolo” e “pensieri e azioni” volti a promuovere l’indipendenza della penisola dagli stati stranieri e la costituzione dell’Italia fondata sui principi della repubblica. Anche se osteggiato dal protrarsi dell’esilio forzato e dai contrasti in patria con la ragione di stato (promossa da Camillo Benso Conte di Cavour e da Giuseppe Garibaldi), Mazzini perpetuò il suo impegno politico che contribuì in maniera decisiva alla nascita dello Stato Unitario Italiano.
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Nello stato riunificato risiedette nell’ultimo decennio della sua vita come “esule di patria”, sotto falso nome; morì a Pisa il 10 marzo del 1872. In Torino come in altre numerose città della nazione, quale atto di riconoscimento al suo impegno, fu eseguito postumo il monumento in suo onore. Per quanto riguarda la città di Torino, nell’intenso programma delle manifestazioni svolte nella città per il giubileo dell’Unità d’Italia, nel 1911, venne istituito un apposito Comitato per erigere un monumento in memoria di Giuseppe Mazzini, distintosi come uno dei principali rappresentanti del Risorgimento italiano. L’iniziativa, promossa dalla Sezione Repubblicana Torinese, sorse in concomitanza alla ricorrenza del quarantesimo anniversario dal decesso del patriota genovese, di cui erano in corso i preparativi per le celebrazioni. Il Comitato sottopose all’Amministrazione comunale la domanda di aderire all’iniziativa ma la proposta venne osteggiata in quanto, si affermava, fosse avanzata da un gruppo partitico; per non pregiudicare l’esito della richiesta venne costituito un nuovo Comitato dichiarante l’estraneità ad ogni questione politica. Nel 1913 l’istanza di questo nuovo Comitato venne favorevolmente accolta dal Consiglio Comunale. Assunse l’incarico per l’ideazione del complesso scultoreo, Luigi Belli, docente presso la regia Accademia Albertina di Belle Arti ed esecutore di significative opere nella città. Belli accettò l’incarico senza richiedere alcun compenso per la sua attività (consapevole forse che sarebbe anche stata la sua ultima opera data l’avanzata età) ma domandò unicamente il rimborso per le spese sostenute nella realizzazione della proposta.
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Nonostante la rinuncia dell’artista, il bozzetto dell’opera venne approvato stimando un importo considerevolmente superiore a quello stabilito per l’esecuzione del monumento, quindi per arginare i limiti economici incorsi, l’Amministrazione concesse una agevolazione per il pagamento del dazio sui materiali, contrattò con il Ministro della Guerra in Roma per l’acquisizione del bronzo necessario ad un prezzo agevolato, mentre il Comitato promosse una pubblica sottoscrizione presso municipi, istituti civili e militari nazionali. Successivamente i modelli in creta a scala reale della statua e di un altorilievo, furono inviati alla fonderia scelta dal Belli, con sede presso Milano, per eseguirne la fusione in bronzo; la statua bronzea ed il relativo modello in gesso, vennero recapitati a Torino, su un carro ferroviario atto al trasporto speciale, l’11 maggio 1917. Il complesso scultoreo fu posto in opera, nonostante fosse privo dell’altorilievo rappresentante la “Libertà” (non consegnata forse a causa di un compenso non corrisposto dal Comitato), figurando ugualmente come un altare alla repubblicana libertà. L’inaugurazione della scultura commemorativa dedicata a Mazzini si svolse il 22 luglio 1917. La cerimonia del monumento si celebrò in presenza di autorità nazionali e cittadine, in una città dall’atmosfera poco festosa a causa della popolazione mobilitata sui fronti della Prima Guerra Mondiale. Oggi il plumbeo monumento si erge fiero in mezzo a quella che è diventata una delle piazzette pedonali della città più “bazzicate” dai giovani, che hanno fatto della maestosa scultura e dei gradoni perimetrali del suo basamento, uno spontaneo ed appartato punto di ritrovo.
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(Foto: www.museo.torino.it)
Simona Pili Stella
Noi, che impotenti abbiamo assistito alle trasformazioni della nostra Città, relegata sempre più al ruolo triviale di dispensatrice di cibi (spesso preparati da chi viene ad imporci dei gusti estranei alla nostra tradizione), difenderemo i «motivi intellettuali» che la fecero un’eccellente Capitale europea del Regno di Sicilia prima, di Sardegna e d’Italia poi.

Il Palazzo che a Torino sorge sulla Piazzetta prospicente il Santuario della Consolata, si segnala alla storia della cultura, e non solo per rinomate attività commerciali, come la confetteria che legò la sua fama al tradizionale “bicerìn”, la golosa bevanda che si dice apprezzata dai santi torinesi e dai personaggi del Risorgimento nazionale.


Al primo piano di quel palazzo infatti, fino alla morte del titolare, funzionò, insieme con la residenza sua e della sua famiglia, l’ufficio editoriale, archivio e biblioteca dell’avvocato Carlo Felice Amato Giuseppe (noto come Felice Amato) Duboin (Saluzzo, 13.06.1796 – Torino, 17.05.1854) la cui massima opera conosciuta rimane la Raccolta per ordine di materie delle leggi, editti, manifesti, ecc., pubblicati dal principio dell’anno 1681 sino agli 8 dicembre 1798 sotto il felicissimo dominio della Real Casa di Savoia per servire di continuazione a quella del senatore Borelli, pubblicata, tra 1818 e 1860, in Torino da Davico e Picco prima (e successivamente da altri stampatori), in trenta volumi in folio più uno di indice generale.
Figlio primogenito dell’avvocato Pierre-François Duboin (Salins-les-Thermes, 1757 – Chieri, 1806) e di sua moglie Rosalia Antonia Moja (Torino, 1767 – 1833), e perciò nipote di quell’Aimé-Joseph Duboin (Samoëns, 1731 – Salins, 1810) che si era trasferito in Tarantasia, nel circondario di Moûtiers, da Samoëns, in Faucigny, località del Faucigny in cui il casato era presente, almeno fin dal Quattrocento, e si fregiava di stemma «d’azur à la fasce d’argent, accompagné en chef de 3 ètoiles d’or et en pointe d’un taureau passant d’or». A Salins, dove fu poi Maire e Député à l’Assemblée des Allobroges, nel 1755, Aimé-Joseph Duboin aveva sposato Laurence Danis dalla quale ebbe quattro figli e cinque figlie, cinque dei quali morti in giovane età. Di essi Pietro Francesco si laureò in giurisprudenza a Torino (5.08.1785) e, successivamente, sposò la torinese Rosalia Antonia Moja, che, a matrimonio avvenuto, il 10.04.1796 ricevette la dote dal padre, il signor vice patrimoniale camerale Michele Secondo Antonio Moja. Commissario di Guerra, egli fu applicato all’Ospedale militare di Saluzzo, dove nacque il loro figlio primogenito, e in seguito, passati a Torino, ebbero ancora: nel 1798, (Pietro Antonio) Maurizio (Vittorio) poi tra i congiurati del 1821 e morto esiliato in Belgio, e, verso il 1804, la figlia Guglielmina. L’avvocato Pietro Francesco Duboin moriva nel 1806 a Chieri, nella sua Cascina della Croce di Pane, lasciando tre figli minori; al mantenimento dei quali avrebbe provveduto la sua vedova con il patrimonio ricavato dalla vendita delle proprietà agricole chieresi.
Come suo padre, anche Felice Amato si laureò in giurisprudenza (Torino, 12.08.1819) e si dedicò alla professione legale e, soprattutto, insieme al figlio maggiore, avvocato Camillo (Giuseppe Amato) (Torino, 1822 -1856), legò il nome di famiglia proprio alla Raccolta delle Leggi.
Nel 1833 Carlo Alberto fondò la Regia Deputazione di Storia Patria ed egli fu chiamato a farne parte e, dal 14.03.1839, fu poi anche corrispondente della Società torinese di Agricoltura.

Nel frattempo, sposò Anna, la figlia del capitano quartier mastro Giuseppe Bon (dal quale il 5.09.1820 aveva ricevuto la dote). La donna, che gli sarebbe sopravvissuta di un anno, morì nel 1857, dopo avergli dato almeno nove figli. Duboin fu pure cavaliere dell’Ordine Mauriziano e consigliere dell’Accademia Filarmonica di Torino alla quale sua moglie diresse i corsi musicali per le giovani.
Ultimo figlio della coppia fu Giacinto (Candido Enrico) Duboin (Torino, 1836 – Roma, 1915) che, appena ventenne, alla morte dei genitori e fino al 1868, fu accompagnato dalla zia Guglielmina Duboin e successivamente dalla sorella Giovanna (Torino, 1834-1904). Il 13.08.1856 egli si laureava in ingegneria idraulica ed architettura civile all’Università di Torino, per proseguire la carriera nel Genio Militare. Giacinto Duboin avrebbe realizzato strade e ferrovie in giro per l’Italia fino a ottenere i gradi di tenente generale e la croce dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. A Ginestra Sabina fondò e diresse per anni la banda musicale che, col suo nome, ha celebrato negli anni scorsi il suo primo centenario, evento che mi ha permesso di entrare il contatto con i suoi discendenti.

Civilmente, segnaleremo che Giacinto Duboin fu marito di Elvira Galletti (Torino, 1855 – Roma, 1905) dalla quale ebbe almeno cinque figli. Elvira Galletti era, a tutti gli effetti, cugina in primo grado di Guido Gozzano in quanto figlia di Ida Mautino (Agliè, 1838 – Torino, 1864), la sorellastra maggiore di Diodata Mautino (Agliè, 1858 – Torino, 1947), la mamma del Poeta, oltre che moglie del magistrato Arrigo Galletti (Torino, 1829-1910). Il matrimonio Duboin-Galletti si celebrò a Torino, nella chiesa parrocchiale della SS. Annunziata, il 29.10.1874, e le nozze furono benedette da monsignor Eugenio Galletti, vescovo di Alba e cugino in primo grado del padre della sposa, davanti ai testimoni: dottor Gioachino Valerio, marito della cugina prima di Arrigo Galletti e fratello del più celebre Lorenzo; e Luigi Bon, figlio di Luigi e parente della madre dello sposo.
Il primo figlio della coppia, Guido Arrigo Felice Giovanni Eugenio Maria Assunta Duboin nacque il 15.08.1875 a Revigliasco, dove fu battezzato, il 22 dello stesso mese, sebbene i Duboin fossero già domiciliati a Roma, e proprio da lui viene il nome poi scelto per Guido il figlio di sua zia Gozzano. Padrini del neonato furono il nonno materno del neonato, avv. Arrigo Galletti e la zia paterna Gioanna Duboin. Anche questa volta il cugino monsignor Eugenio Galletti, vescovo di Alba, somministrò il sacramento su delega del Parroco di Revigliasco. Le tracce di Guido Duboin si perderanno prima di rilevare la sua fine o la sua discendenza, ma si sa che studiò ingegneria a Bologna e, per qualche tempo, seguì la carriera paterna, tuttavia il suo nome si perde, con l’indicazione della città di Milano, in un elenco di indirizzi che Guido Gozzano annotò in un’agendina per il 1913.
A Torino, invece, nacquero i tre successivi fratelli Duboin: Mario (Angelo) (19.05.1879), Laura (31.05.1881), e Bice (Annetta Albertina) (20.05.1883), mentre, forse a Roma, sarebbe nato l’ultimo bambino (Carlo?) che, nel gruppo fotografico tardo ottocentesco, che qui presento, compare in braccio alla madre, insieme al padre e ai suoi 4 fratelli. Di essi, soltanto Mario e Laura ebbero una discendenza. Bice non si sposò mai ma, in famiglia, godé di una discreta fama di pianista.
Concludo questa breve nota, ricordando che al Cimitero Generale di Torino il sepolcreto dei Duboin, nel tempo fu venduto ai padri missionari della Consolata che, sulla parete centrale inserirono l’effigie della patrona di Torino e, prima che noi, si reclamasse al camposanto, non riportavamo traccia dei Duboin… mi pare opportuno ancora, sottolineare la parentela di Guido Gozzano con tanti esponenti degli studi e delle professioni legali, infatti sembra giusto spendere una parola per sottrarlo all’infamante nomea di avvocatucolo che qualcuno, all’oscuro dei fatti, volle appioppargli?


Carlo Alfonso Maria Burdet
Ringrazio Maria Clotilde Sieni e Mario Duboin per i documenti storici relativi ai loro antenati diretti e Monique Veisy e Danielle Paget, per le notizie genealogiche transalpine, e dedico a tutti loro questa mia nota.
Ed eccoci nuovamente giunti al nostro consueto appuntamento con Torino e le sue meravigliose opere. Cari amici lettori e lettrici, oggi andremo alla scoperta di uno dei monumenti presenti in una delle piazze più “frequentate” della città: sto parlando di Piazza Castello e del monumento ai Cavalieri d’Italia. (Essepiesse)
La statua è collocata in Piazza Castello sul lato destro di Palazzo Madama, rivolta verso via Lagrange. Il monumento rappresenta un soldato a cavallo su un piedistallo di granito,che poggia su un basamento a gradoni. Il cavaliere dall’aria vigile, scruta l’orizzonte volgendo lo sguardo alla sua destra mentre con il fucile in spalla, con una mano tiene le redini e con l’altra uno stendardo; la posa del destriero e del suo cavaliere è rilassata, lontana dalle immagini stereotipate di nobili cavalieri che caricano al galoppo. Di contorno al basamento vi sono una serie di alto rilievi con fregi militari.
Con il termine Cavalleria si è soliti indicare le unità militari montate a cavallo. Essa ebbe origini molto antiche, venne infatti da sempre impiegata per l’esplorazione dei territori, per azioni in battaglia dove venisse richiesta molta mobilità e velocità nell’attacco e fu anche strategicamente determinante in alcune battaglie. In seguito cominciò ad evidenziare i suoi limiti con il perfezionamento delle armi da fuoco e l’avvento dei treni e degli autoveicoli.
Riformata all’interno dell’Esercito Sardo sin dal 1850, la Cavalleria venne impiegata con l’esercito francese prima in Crimea ed in seguito contro gli Austriaci, ai confini della Lombardia all’inizio della II Guerra di Indipendenza. L’ Arma si conquistò così la fiducia e la stima degli alleati francesi. I Reggimenti combatterono, guadagnando numerose medaglie al Valor Militare, sia a Montebello che successivamente a Palestro e Borgo Vercelli; le battaglie più famose di questa guerra, quella di Solferino e di San Martino (alle porte del Veneto), si combattono con i francesi impegnati a Solferino e i sardo-piemontesi a S. Martino. Dopo il 1861, il Regio Esercito Sardo divenne Esercito Italiano e negli anni seguenti, tutto l’esercito venne riformato e uniformato. La Cavalleria, a partire dagli anni ’70, venne impiegata in Africa, dove furono formati Reggimenti di Cavalleria indigena, ed anche nella guerra italo-turca del 1911-1912.
In seguito il primo conflitto mondiale impose alla Cavalleria l’abbandono del cavallo in modo da adeguarsi alla guerra di posizione, in trincea, dove reticolati e mitragliatrici rendevano impossibile l’uso dell’animale. Verso la fine del conflitto però, la Cavalleria venne nuovamente rimessa in sella: nel 1917 fu impiegata a protezione delle forze che ripiegavano sul Piave, dopo la sconfitta di Caporetto. Verso la fine della Prima guerra mondiale, la II Brigata di Cavalleria coprì la ritirata della II e della III Armata, comandata dal generale Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, ed il 16 giugno 1918 fermò il nemico sul Piave. Questa data fu così importante per gli esiti del conflitto mondiale, che ancora oggi viene celebrata come festa della Cavalleria.
Per ricordare e onorare il valore dell’Arma, nel 1922 a Roma si istituì il Comitato generale per le onoranze ai Cavalieri d’Italia con l’intento di elevare un monumento equestre. Pochi giorni dopo il comitato, presieduto dal Re e dal senatore Filippo Colonna, propose alla Città di Torino di collocare l’opera in piazza Castello, dove era già ricordato il soldato dell’Esercito Sardo; questa proposta venne accolta con orgoglio ed onore dalla Giunta e dal Consiglio Comunale. La realizzazione del monumento venne affidata a Pietro Canonica che si offrì di lavorare gratuitamente, mentre il bronzo (materiale utilizzato per la costruzione dell’opera) fu offerto dal Ministero della Guerra.
Il monumento venne inaugurato, alla presenza di Re Vittorio Emanuele III, il 21 maggio del 1923, con una carosello storico, parate dei militari e delle associazioni. Nel 1937, per fare spazio all’opera dedicata ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, la statua venne spostata sul lato destro di Palazzo Madama, dove è situata ancora oggi. Nel 2008 il monumento ai Cavalieri d’Italia è stato restaurato ed il lavoro di pulitura del bronzo ha riportato finalmente alla luce l’originaria colorazione tendente al verde, una patina data come finitura dallo stesso scultore Canonica.
Simona Pili Stella
Alla scoperta dei monumenti di Torino / Vittorio Emanuele II, nel corso del tempo, coadiuvato dal primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour, portò a compimento il Risorgimento nazionale e il processo di unificazione italiana. Per questi avvenimenti viene indicato come “Il Padre della Patria”
Situato proprio nell’intersezione tra corso Vittorio Emanuele II e corso Galileo Ferraris, la statua che vede come protagonista re Vittorio Emanuele II, si eleva sopra un’area quadrata ad angoli smussati su cui poggia il basamento rivestito da blocchi e lastroni di granito della Balma. Tale basamento si compone di due serie di gradini la cui seconda è interrotta, in corrispondenza degli angoli, da quattro blocchi prismatici su cui sono scolpite le date a ricordo delle guerre per l’Unità d’ Italia: 1848-1859-1866-1870. Questi blocchi fungono a loro volta da sostegno alle quattro aquile in bronzo sostenenti gli stemmi sabaudi.
Sopra le due serie suddette di gradini si eleva il piedistallo sul cui attico stanno,in posizione seduta, quattro grandi statue in bronzo di figure allegoriche tra cui la Pace, la Libertà, l’Indipendenza e l’ Unità (molto dubbia la quarta figura allegorica). Le quattro statue trovano a loro volta appoggio fra i vani delle quattro colonne in stile dorico di granito rosso che sostengono, superiormente, una trabeazione completa con architrave, fregio, triglifi e cornice; sopra questa trabeazione è disteso il grande tappeto in bronzo sul quale si eleva la grande statua del Re.Vittorio Emanuele II è raffigurato in piedi e a testa scoperta: lo sguardo fiero, solenne, rivolto lontano con nella mano sinistra una spada in atto di vigorosa fermezza.
Primogenito di Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, e di Maria Teresa d’Asburgo-Toscana, Vittorio Emanuele II di Savoia nacque a Torino (precisamente a Palazzo Carignano) il 14 marzo 1820. Va curiosamente fatto presente che alcuni storici moderni hanno dato credito all’ipotesi, data la scarsa somiglianza con i genitori e in base ad altre vicende, che Vittorio Emanuele non fosse il vero figlio della coppia reale, bensì un bimbo d’origine popolana sostituito al vero primogenito di Carlo Alberto morto, ancora in fasce, in un incendio nella residenza del nonno a Firenze. La maggior parte degli storici invece esprime dubbi sull’autenticità della vicenda e la confina nell’ambito del pettegolezzo facendo perdere qualsiasi credibilità all’ipotesi dello scambio.
Ultimo re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e primo re d’Italia (dal 1861 al 1878), fu anche Principe di Piemonte, Duca di Savoia e Duca di Genova.Dopo la sconfitta di Novara e l’abdicazione di Carlo Alberto, si iniziò a definire Vittorio Emanuele II il re galantuomo o re gentiluomo (appellativo con cui è ricordato ancora oggi), che animato da sentimenti patriottici e per la difesa delle libertà costituzionali si oppose fieramente alle richieste di abolire lo Statuto albertino. Nel corso del tempo, coadiuvato dal primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour, portò a compimento il Risorgimento nazionale e il processo di unificazione italiana. Per questi avvenimenti viene indicato come “Il Padre della Patria”.
Vittorio Emanuele II morì improvvisamente, a causa di una polmonite, il 9 gennaio del 1878 all’età di cinquantasette anni. La sua morte suscitò il profondo cordoglio sia della borghesia colta e politicizzata (che aveva partecipato all’avventura risorgimentale), sia dell’esercito di cui il “Re Galantuomo” era stato il capo pragmatico e largamente amato. Con cinque guerre combattute, ventinove anni di regno e uno stato unificato alle spalle, Vittorio Emanuele II fu il simbolo aggregante del Risorgimento italiano, in un paese ancora troppo fragile per sopportare il vuoto istituzionale venutosi a creare con la sua scomparsa.
Il monumento in suo onore fu voluto direttamente da Umberto I che, per riparare alla mancata sepoltura della salma del padre nella basilica di Superga a favore del Pantheon di Roma, comunicò, in una lettera indirizzata alla cittadinanza, l’intenzione di affidare “alla religiosa devozione” dei torinesi “i segni del valore” che il Re aveva conquistato “combattendo per l’unità e l’indipendenza della patria”. Nella stessa lettera Umberto I espresse il desiderio di erigere un monumento che eternasse la memoria del Primo Re d’Italia stanziando, per tale iniziativa, la cospicua somma di un milione di lire.
Venne subito istituita una Commissione tecnica incaricata di promuovere varie iniziative tra cui stilare il Programma di Concorso per il Monumento al “primo re”; il 28 marzo del 1879 la Commissione tecnica, incaricata di esaminare i progetti presentati al concorso, decreta vincitore lo scultore Pietro Costa. Tale decisione suscitò tuttavia, numerose polemiche che si conclusero con una petizione sottoscritta da cinquantadue firme dei maggiori rappresentanti delle Accademie di Belle Arti d’Italia che appoggiarono completamente la scelta della Commissione.
Ma se in meno di diciotto mesi si chiuse l’itinerario che aveva portato alla scelta del progetto, la fase successiva, quella della costruzione, durò circa vent’anni tra disguidi, ripicche e liti che finirono in tribunale. Il 23 novembre del 1896, a quattordici anni di distanza dalla stipula del contratto, Costa scrisse al Sindaco di Torino per giustificarsi dall’accusa “d’essere pigro e negligente” oltreché fortemente in ritardo nella consegna del monumento;nonostante ciò l’artista venne condannato al risarcimento dei danni per inadempienza contrattuale.
Il 15 gennaio del 1898, finalmente la città di Torino entrò in possesso del monumento. Ultimato per le parti bronzee dall’ Officine Costruzione d’Artiglieria di Torino e dall’ ingegnere Prinetti, il monumento venne inaugurato il 9 settembre del 1899 alla presenza dei sovrani, delle autorità cittadine dei principali comuni italiani, nonché degli esponenti della politica nazionale, dell’esercito e dei veterani del 1848. Ci furono tre giorni di festeggiamenti durante i quali Torino ritornò ad essere patriottica e risorgimentale, quasi nostalgica di essere stata (un tempo) capitale d’Italia.
Per quanto riguarda il luogo di collocazione del monumento, va fatto presente che la scelta di posizionarlo nel centro del piazzale, sull’incontro del corso consacrato a Vittorio Emanuele II e corso Siccardi (oggi corso Galileo Ferraris), è stato frutto della Commissione per un ricordo storico nazionale al re “gentiluomo”. L’area circostante il monumento era, nella seconda metà dell’ottocento, una zona in espansione a tipologia residenziale, pronta a recepire gli spunti di una volontà politica che mirava ad attirare a sé il ceto dei notabili e la piccola borghesia emergente. L’operato della Commissione rientrava nell’ambito di quella politica nazionale di costruzione del mito di Vittorio Emanuele II che, facendo ricorso ad attività di propaganda e di educazione “per fare gli italiani” (come disse D’Azeglio), intervenne anche in opere di rimaneggiamento degli spazi urbani e cambiamenti della toponomastica.
Oggi, la statua del Re, sovrasta ancora i tetti delle case dei torinesi dominando con lo sguardo tutto l’arco alpino fino alla magnifica Superga.
(Foto: il Torinese)
Simona Pili stella
