STORIA

Il piemontese Pio V, il papa di Lepanto

Sognava di mobilitare l’intera Cristianità contro il grande pericolo turco Michele Ghislieri, il cardinale Alessandrino, diventato Papa V. Fu il promotore della Lega Santa che sconfisse i turchi a Lepanto il 7 ottobre 1571

 La minaccia dell’Islam in Europa e nel Mediterraneo fu utilizzata dal domenicano di Bosco Marengo, l’unico Papa piemontese della storia del cattolicesimo (Papa Bergoglio è di origine piemontese) per infiammare l’Europa cristiana, unire gran parte delle potenze europee e affrontare i turchi sul mare con una grande flotta guidata da Don Giovanni d’Austria. Per realizzare il suo obiettivo poteva contare sull’appoggio di molti sovrani europei ma non su quello del re di Francia che, pur “cristianissimo”, trescava con il Turco. Pio V ha aveva letto dei messaggi scritti da Carlo IX in cui il sultano ottomano Selim II (figlio di Solimano il Magnifico) veniva chiamato perfino “imperatore dei Turchi” quando invece agli occhi degli europei era un nemico e un tiranno da combattere. Leggendo parole come “altissimo, potentissimo e invincibile grande imperatore dei musulmani, nostro carissimo amico, Dio voglia aumentare la vostra grandezza….Pio V scattava sulla sedia e andava su tutte le furie. D’altronde, i cordiali rapporti franco-ottomani non erano una novità. Già 35 anni prima, Francesco I, re di Francia, aveva firmato con Solimano un “empio” patto di amicizia e di alleanza destinato a durare fino all’arrivo di Napoleone in Egitto alla fine del Settecento. Agli equipaggi pronti a salpare da Messina per raggiungere il Golfo di Lepanto, in Grecia, e scontrarsi in mezzo al mare con la flotta della Mezzaluna, Pio V raccomandava, in una lettera personale consegnata al comandante della flotta Don Giovanni d’Austria, di comportarsi cristianamente sulle galee, di non giocare e non bestemmiare, di pregare al mattino e di addestrarsi militarmente nel pomeriggio in attesa del grande scontro. Oltre 400 galee e più di 200.000 uomini si affrontarono in una battaglia che fu quasi più “terrestre” che navale. Galea contro galea, centinaia di scafi che si percuotono l’uno contro l’altro, soldati che si gettano sulle imbarcazioni nemiche, vicinissime tra loro, quasi incastrate, tenute insieme da pedane, tavole e passerelle, in un fuoco incessante di archibugi e pistole incrociato con nugoli di frecce e lance. La flotta della Lega cristiana investì quella ottomana sbaragliandola. Il grande ammiraglio Alì Pascià morì e con lui perirono altri 25.000 turchi mentre le perdite cristiane ammontarono a 7500 uomini. La testa mozzata di Alì fu innalzata su una lancia affinchè tutti potessero vederla. Il 7 ottobre 1571 il golfo di Lepanto si trasformò in un grande campo di battaglia e in un gigantesco affresco storico oggi immortalato con dipinti e arazzi sulle pareti di palazzi storici, ville e chiese in tutta Europa. Ma la battaglia di Lepanto servì a qualcosa? La vittoria dei cristiani fu assai amplificata dalla propaganda vaticana e dalla chiesa cattolica ma il sultano Selim affermò che “gli era stata solo bruciacchiata la barba” e non aveva tutti i torti poiché in pochi mesi ricostruì la flotta colata a picco davanti alle isole Curzolari. Lepanto fu solo un fuoco di paglia come sostengono molti storici. Una battaglia vinta dalla Lega Santa all’interno di una guerra perduta, quella per Cipro, che due mesi prima cessò di essere un’isola veneziana e cadde nelle mani dei turchi, reduci, sei anni prima, dal fallimento del grande assedio di Malta. E tre anni più tardi, nel 1574, gli ottomani riconquistarono Tunisi e da lì sorvegliarono senza difficoltà le coste nordafricane e, da Cipro, il Mediterraneo orientale. Allora molto rumore per nulla? La grande battaglia non servì proprio a niente o ebbe delle conseguenze? La domanda se la pose Fernand Braudel. In effetti a far rumore intorno a Lepanto fu soprattutto il grande impatto propagandistico che la notizia della vittoria, giunta a Venezia il 19 ottobre, si propagò per l’intero continente suscitando un’ondata di euforia e delirio. L’anziano Papa Ghislieri ordinò di far suonare le campane di Roma invitando i fedeli a ringraziare Dio e la Madonna del Rosario per la vittoria del 7 ottobre.

 

Filippo Re

Nasino è tornato per un pomeriggio nel medioevo

Domenica 23 agosto 2026 il Comune di Nasino (SV), in collaborazione con lo scrivente, ha organizzato l’evento “Un tuffo nel medioevo”, volto a ricordare il suo storico legame con i Marchesi di Clavesana, i Del Carretto e i Grimaldi di Monaco. La cerimonia è stata patrocinata dal Consiglio Regionale della Liguria, dalla Provincia di Savona e dal Comune di Nasino.
I partecipanti si sono ritrovati alle ore 16,30 davanti alla Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista, risalente al XIII secolo, dove alle ore 17 Don Pierdamiano Esposito ha celebrato la Santa Messa.
Successivamente, all’interno della chiesa si è tenuta una solenne cerimonia, aperta dai saluti del Sindaco Roberto De Andreis, il quale ha affermato che l’idea della manifestazione è nata per caso lo scorso aprile dopo la cerimonia organizzata dallo scrivente a Zuccarello per ricordare il 700° anniversario delle nozze tra Enrico Del Carretto e Caterina di Clavesana. Nella dote che Caterina portò al suo sposo era compresa anche la metà del feudo di Nasino.
In Frazione Costa ci sono i ruderi del castello che abbiamo cercato in primis di mettere in sicurezza e poi vedremo se riusciremo a fare qualcosa di più importante” ha concluso il Primo Cittadino, per poi passare la parola alla Consigliera Regionale Sara Foscolo, la quale ha sottolineato l’importanza di queste cerimonie, che permettono di “tramandare la nostra storia e le nostre tradizioni (…) Io sono anche Consigliere Comunale di Massimino e grazie ad Andrea Carnino stiamo scoprendo il legame del Comune con i Grimaldi. Se la storia non viene raccontata e tramandata di generazione in generazione si perde. La mia generazione ha sentito parlare dai nonni dei Marchesi Del Carretto, ma pian piano questo ricordo andrebbe perso se non ci fossero persone come Andrea che dedicano la loro passione, la loro vita per studiare, raccontarci e tramandarci”.
Ha quindi preso la parola il Consigliere Regionale Angelo Vaccarezza, il quale ha definito queste iniziative come “fondamentali, perché dimenticarci le nostre radici e la nostra storia ci impedisce di affrontare le sfide del futuro e chi lavora come il Dott. Carnino, che ho avuto il piacere di ascoltare qualche settimana fa a Castelvecchio di Rocca Barbena, con la sua infinita cultura, ci consente di non dimenticare da dove veniamo e questo è un discorso molto importante. (…) Questi valori sono quelli che ci servono per poter passare il testimone ai nostri figli”.
Ha concluso gli interventi l’Architetto Zunino, impegnato nell’importante progetto di recupero e valorizzazione del maniero. Il Comune di Nasino da alcuni anni si è infatti impegnato in questa iniziativa, coinvolgendo anche le Università di Sassari e Genova con l’intento di approfondire la conoscenza di questo edificio. Il progetto non è solo di conservazione archeologica, l’Amministrazione Comunale è infatti intenzionata a permettere la fruibilità al pubblico del maniero, anche attraverso la realtà virtuale, in modo da trasformarlo in uno stimolo per il turismo e in una risorsa per la valorizzazione dell’identità locale.
Lo scrivente nel suo intervento ha ripercorso la storia del Comune e il suo legame con i Marchesi di Clavesana e i Del Carretto.
Quando nel 950 d.C. il Re degli italici Berengario II suddivise il Nord Italia in tre Marche, il territorio di Nasino entrò a far parte di quella Aleramica, il cui capoluogo era Savona.
Nel 1142, diciassette anni dopo la morte del Marchese di Savona Bonifacio del Vasto, i figli avuti dalla seconda moglie Agnese di Vermandois si spartirono i possedimenti paterni: Manfredo fu il capostipite dei Marchesi di Saluzzo; Berengario, figlio di Guglielmo, di quelli di Busca; Anselmo ereditò Ceva; Ugo Clavesana, ad Enrico andarono invece Savona, Noli, Finale Ligure, Cairo Montenotte e altri borghi e castelli minori, tra questi Calizzano, Sassello ed Altare. Enrico alla morte del fratello Bonifacio “il Minore”, Vescovo e Marchese di Cortemilia, ereditò anche il Marchesato di Cortemilia con terre, ville e castelli nelle Langhe; dalla moglie Beatrice del Monferrato ebbe diversi figli, tra questi Enrico II e Ottone, i quali furono i primi a portare il cognome Del Carretto in onore del poema “Il cavaliere del carretto”, scritto dal francese Chrétien de Troyes.
Nasino venne ereditato da Ugo di Clavesana e alla morte senza figli di quest’ultimo
i suoi possedimenti passarono al nipote Bonifacio, figlio di suo fratello Anselmo, che fu quindi il capostipite dei Marchesi di Clavesana. Guglielmo, un altro figlio del sopraccitato Anselmo, fu invece il capostipite dei Marchesi di Ceva.
Il Marchesato di Clavesana comprendeva in Piemonte oltre alla capitale anche Farigliano, Mombarcaro, Dogliani, Saliceto e La Morra e al di là delle Alpi la Marca d’Albenga, che si estendeva da Finale Ligure fino a Bussana e dalle sorgenti dell’Arroscia fino al mare
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I Clavesana fecero costruire molti castelli, tra i quali: tra il X e l’XI secolo quello del Monte Arosio a Testico; nell’XI secolo quelli di Castelvecchio di Rocca Barbena e Aquila d’Arroscia; tra l’XI e il XII secolo quello di Diano Castello; nel XII secolo i manieri di Andora, Castelbianco, Cervo, Rezzo e Stellanello; tra il XII e il XIII secolo quelli di Nasino e Zuccarello e nel XIII secolo quello di Ortovero.
A Nasino i Clavesana subinfeudarono i Cepolla, una delle più illustri famiglie dell’aristocrazia di Albenga, già presente nel 1222. A questo casato succedettero i Cepollini, una sua diramazione.
Nel 1326 Caterina di Clavesana, figlia del Marchese Francesco II, sposò il suo lontano cugino Enrico Del Carretto, figlio del Marchese Antonio di Finale Ligure, portandogli in dote metà dei feudi di Balestrino, Castelbianco, Castelvecchio di Rocca Barbena, Erli, Nasino, Stellanello e Zuccarello. L’altra metà Enrico l’acquistò nel 1335 da suo cognato Giacomo Saluzzo-Dogliani, che sposò Argentina di Clavesana, sorella di Caterina. Nel 1337 Enrico e Caterina si trasferirono a Mombaldone, dove diedero vita ad una linea marchionale autonoma, tutt’oggi esistente e i loro feudi, incluso Nasino, passarono al fratello di Enrico, il Marchese Giorgio di Finale Ligure, il quale ebbe tra gli altri i seguenti figli: Lazzarino I, il suo successore alla guida del Marchesato di Finale; Ilaria Maria, che andò in sposa a Ranieri II Grimaldi, co-Signore di Monaco dal 1352 al 1357, morendo nel 1368 senza avergli dato eredi e Carlo I, il quale nel 1397 diventò il primo Marchese di Zuccarello. Nasino entrò a far parte di questo nuovo marchesato. Gian Bartolomeo e Pirro II, trisnipoti di Carlo I, nel giugno 1545 si spartirono i possedimenti paterni: il primo portò avanti il ramo di Zuccarello, che nel 1588 si trasferì a Saliceto e si estinse in linea maschile nel 1717; il secondo divenne il primo Sovrano di Balestrino, marchesato nel cui territorio era compreso anche Nasino.
Nel 1735 il Marchesato di Balestrino entrò a far parte del Regno di Sardegna. La sua linea marchionale esiste ancora ai giorni nostri ed intrattiene stretti legami con queste terre.
Il Castello di Nasino, come quello di Bardineto, anch’esso dei sovrani balestrinesi, venne definitivamente distrutto nel novembre 1795 durante la Battaglia di Loano che vide la vittoria dell’Esercito francese, comandato dal Generale Andrea Massena contro quello austro-piemontese guidato da Oliver Remigius von Wallis.
Alla cerimonia hanno presenziato anche i membri dell’Amministrazione Comunale di Nasino e le seguenti autorità: Daniele Galliano, Sindaco di Bormida (SV); Sergio Bruno, Sindaco di Erli (SV); Alessandro Navone, Sindaco di Garlenda (SV); Angelo Bico, Vice Sindaco di Alto (CN); Giorgio Fenocchio, Assessore di Castelbianco (SV); Francesca Manfrino, Consigliere di Bardineto (SV) e la Dott. Silvia Molino in rappresentanza dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv.
L’evento è stato impreziosito dalla presenza dei seguenti gruppi storici: “Marchesato di Clavesana”, guidato dal suo Presidente Fabrizio Fabiani, che impersonava il Marchese Oddone II e “I Signori di Rivalba” di Castelnuovo Don Bosco, guidati dal loro presidente Alberto Moret.
E’ seguito un apericena conviviale nella piazza davanti alla chiesa, tra il verde incontaminato della Val Pennavaire.

ANDREA CARNINO

Palazzina di Caccia di Stupinigi: Diana&Co

Domenica 30 agosto si terrà una visita speciale alla Palazzina di Caccia di Stupinigi dal titolo “Diana & Co”

Domenica 30 agosto alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, alle 15.45, si terrà una visita speciale per famiglie tra miti, dei e leggende, intitolata a “Diana & Co”.

Diana, dea della luna e della caccia, occupa un posto di rilievo nell’immaginario delle corti europee e della palazzina di Stupinigi.
Il “Mito di Diana” è  dipinto nella volta dell’Anticamera del Re, il “Trionfo di Diana” nel Salone d’Onore, le storie di Diana cacciatrice negli Appartamenti Reali e due sculture in marmo di Diana e Atteone si trovano nell’Atrio di Levante a ricordare la leggenda secondo cui Atteone fu trasformato dalla dea in Cervo e dato in pasto ai suoi stessi cani per averla spiata mentre faceva il bagno.

Storie e miti di “Diana & Co” saranno raccontati domenica 30 agosto in una visita guidata a misura di bambino, in occasione di FAMU, Famiglie al Museo, che trasforma il percorso museale in un’esperienza coinvolgente, in cui opere d’arte, affreschi e sculture diventano strumenti per raccontare miti e leggende dell’antichità.
La palazzina di Caccia di Stupinigi si presenta così come un museo sempre più family friendly, offrendo ai più piccoli una visita costruita su misura , capace di incuriosire e stimolare la scoperta attraverso il racconto.

Palazzina di Caccia di Stupinigi, Piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi- Nichelino ( TO)

Domenica 30 agosto 2026 ore 15.45

Prezzo attività 5 euro + biglietto d’ingresso

Prenotazione obbligatoria per l’attività entro il venerdì  precedente

Info: 0116200601 stupinigi@ biglietteria.ordinemauriziano.it

Mara Martellotta

 

Torino al tempo del Risorgimento

Breve storia di Torino

1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

 

8 Torino al tempo del Risorgimento

Se parliamo di Risorgimento, parliamo anche di Torino.
Le stesse vie ora intrise di negozi e passanti, brulicanti di turisti e concittadini, odorose di caramelle e caldarroste, un tempo erano percorse da quegli stessi illustri uomini che fanno capolino sui libri di storia: Cavour, Mazzini, dAzeglio, Garibaldi, chi hafatto lItalialha quantomeno pensata proprio seduto tra i caffè torinesi, magari sorseggiando bicerin” o assaporando un bunet”.
Camillo Benso pranzava abitualmente al ristornante del Cambio, che si affaccia su Piazza Carignano ed era assiduo frequentatore dellormai storico Caffè Fiorio, situato sotto i portici di via Po, mentre la Contessa di Castiglione,  nota comela più bella donna mai vista alle corti dellepoca abitava niente meno che in via Lagrange 29, noblesse oblige come si suol dire.

Diversi luoghi cittadini sono intitolati a personaggi famosi di tale periodo, come ad esempio il Borgo Nuovo, dove si trova laiuola Balbo, dedicata a sei differenti figure, in primis al Primo Ministro del Parlamento Subalpino del 1848, oppure, per riportare un esempio meno conosciuto, in Piazzetta Maria Teresa ci si può imbattere nel monumento rivolto al patriota Guglielmo Pepe, il quale, disobbedendo al re Borbone Ferdinando II, ordinò alle sue truppe di attraversare il Po e raggiungere Venezia per sostenere la Repubblica veneziana nel 1848.
Lelenco è decisamente lungo, Torino pullula di nomi e luoghi che andrebbero citati a gran voce, ma temo che, se proseguissi in tal senso, perderei la primaria motivazione di questa serie di articoli riguardanti appunto- le vicende dellantica Augusta Taurinorum.
Mi trovo allora costretta a cambiare argomento, portando il discorso sui fatti e sugli avvenimenti che interessano le vicissitudini dellurbe pedemontana dal 1831 al 1861, senzaltro gli anni più importanti per quel che riguarda la storia della nostra città, che passa dallessere una piccola capitale sabauda alla periferia della Penisola, al divenire lindiscusso centro di comando per lunificazione nazionale.
Come sempre, andiamo per ordine e affrontiamo una tematica alla volta.


Tra le figure essenziali di tale periodo vi è sicuramente Carlo Alberto, il quale da subito garantisce un preciso programma di riforme burocratiche legali ed economiche con lo scopo di traghettare la capitale verso una modernizzazione non solo necessaria ma soprattutto auspicata.
Il re inoltre nomina un Consiglio di Stato, per rendere più funzionale e centralizzato il regno, riforma il sistema legale sabaudo e trova mezzi avanguardistici per contrastare le epidemie di colera. A partire da tali riforme, negli anni 30 viene promulgato un corpus di nuovi codici civili, penali e commerciali, si tratta del celebre Statuto Albertino, che si dimostra ben presto il più avanzato sistema legale dEuropa.
Dal punto di vista culturale Carlo Alberto si impegna in numerose iniziative decisamente ambiziose, tramite le quali desidera esaltare le vittorie e la gloria della casata sabauda, sia per stimolare lorgoglio popolare, sia per ingraziarsi la fedeltà alla monarchia. Vengono cosìrealizzati monumenti, palazzi e dipinti, ed in aggiunta si portano avanti campagne di commissioni architettoniche e artistiche per abbellire le residenze reali di Torino, come Racconigi e Pollenzo. Sicostruiscono poi monumenti pubblici nelle piazze della capitale, ognuno dedicato alla commemorazione di un preciso momento storico ovviamente legato o alla  dinastia sabauda o alla storia della città. Alla conclusione del regno di Carlo Alberto, Torino rivendica un patrimonio artistico nettamente superiore rispetto a quello di qualsiasi altra città italiana.
Di pari modo, per dare alla capitale lo status di centro artistico, il re fonda la Galleria Reale, luogo in cui è conservata la collezione di opere darte della famiglia Savoia: aperta al pubblico,  in alcuni giorni della settimana era possibile visitarla gratuitamente. Nascono in conseguenza a tali iniziative diverse istituzioni culturali, quali la Deputazione Subalpina di Storia Patria, il Consiglio per la tutela delle Antichità e delle Belle Arti e la Società Promotrice di Belle Arti; viene inoltre ampliata la biblioteca  di Palazzo Reale e si edifica la nuova sede per lAccademia di Belle Arti, in ultimo sono finanziate le opere di diversi scienziati tra cui quelle di Giovanni Plana, Amedeo Peyron e Amedeo Avogadro. Per  favorire il consenso popolare, il re stabilisce lintroduzione di nuove feste pubbliche e la reintegrazione di altre, in ogni caso si tratta di parate, giochi pirotecnici, competizioni sportive e balli in maschera.
Alla fine degli anni 40 tuttavia la situazione è tuttaltro che idilliaca, Torino si trova ad affrontare una grave crisi economica, fatto che contribuisce a creare una netta suddivisione della società: da una parte la classe istruita, chiusa nel proprio mondo di vibranti iniziative culturali, dallaltra il popolino, segregato in zone infime della città e destinato al proprio misero destino, – si pensi che un individuo appartenente a tale classe sociale aveva unaspettativa di vita che non superava i trentanni-.
Le tensioni sociali finiscono per indebolire lordine costituito, finché, nel 1847, si definisce una tacita alleanza tra il ceto medio e quello popolare: il 1 ottobre dello stesso anno si accendono effettivamente le prime vere proteste, mentre sui muri si leggono frasi come la guerra di classe non è lontana oppure morte ai nobili.
Le sempre più numerose insurrezioni portano Carlo Alberto ad approvare diverse riforme politiche. I poteri della polizia e dei censori vengono limitati e dallaltra crescono quelli del Consiglio di Stato. In questo clima di subbuglio spiccano importanti figure, dalla parte dei conservatori ricordiamo Vittorio Amedeo Sallier de La Tour e il Conte Carlo Beraudo di Pralormo, dalla parte dei moderati invece troviamo Camillo Benso di Cavour, Cesare Alfieri e Roberto dAzeglio, i quali proponevano una costituzione ultrademocratica e un rinnovamento pacifico della classe dirigente statale.
Mentre nella capitale prevale la posizione dei moderati, il 1848 èsegnato da sommosse e rivolte, la prima in Sicilia, seguita dalla Rivoluzione di febbraio in Francia, che rovescia la monarchia dOrleans.

 


È in questo generale contesto di fermento nazionalista che l8 febbraio 1848 Carlo Alberto emana lo Statuto: una nuova costituzione che prevede un innovativo governo monarchico e rappresentativo in cui il potere legislativo è ripartito fra il re e due camere: una Camera dei deputati costituita su base elettiva e un Senato formato da membri nominati a vita dallo stesso monarca. Lo Statuto viene promulgato nella sua interezza nel marzo dello stesso anno, la sua importanza  varca i confini del Piemonte e diventa modello per la monarchia costituzionale adottata dal nuovo Regno dItalia unitario dopo il 1861. Lo Statuto  testimonia il grande successo dell’élite moderata formata da personaggi di spicco della borghesia torinese, tra i quali emerge il carismatico Roberto dAzeglio.
Sempre nel 1848 Torino affronta una guerra di liberazione nazionale e di espansione contro limpero austriaco. La vicenda tuttavia non trova lieta conclusione, infatti nel marzo 1849 lesercito piemontese viene sconfitto nella battaglia di Novara, Carlo Alberto abdica a favore del figlio Vittorio Emanuele II, il quale negozia gli accordi di pace con gli Austriaci.
I moti rivoluzionari del 48, che avevano sobillato le folle torinesi con speranze patriottiche, si risolvono in unamara delusione e in una seconda restaurazione attuata dagli Austriaci con il sostegno di Pio IX e dello zar Nicola I.
Lunica eccezione al trionfo austriaco è proprio Torino. Il casato dei Savoia è lunica dinastia in Italia che non dipende dallinfluenza austriaca, inoltre la città si presenta come capitale dellunico stato  che mantiene una costituzione in cui c’è un parlamento che gestisce insieme con la monarchia la responsabilità del governo. Vittorio Emanuele accetta le procedure costituzionali per arginare i democratici e per guadagnarsi il supporto dei liberali moderati nelle politiche antiaustriache. La sopravvivenza dello Statuto fa si che Torino si differenzi  dalle altre città. Infine, con lingresso sulla scena politica di Camillo Benso, abilissimo leader, riformatore dinamico, statista di altissimo livello, si inizia a delineare una nuova tipologia di governo che assicura la partecipazione politica di ampie fasce del ceto medio urbano.
Dopo il 48, Torino è nuovamente scenario di iniziative riformiste che tra laltro influenzeranno grandemente il futuro dello Stato italiano dopo il 1861.
Fin dalla sua emanazione lo Statuto ha introdotto un forte cambiamento nella classe politica piemontese, allinterno della quale laristocrazia assume via via un ruolo sempre più modesto, pur continuando a gestire la vita politica della città. La maggioranza dei nobili si identifica nella coalizione di monarchici conservatori guidati dal conte Ottavio Thaon de Revel, il quale beneficia di potenti legami sia con la Chiesa cattolica che con la corte sabauda, inoltre trova sostegno nel corpo diplomatico, nella gerarchia militare e nelle campagne. A questa fazione si contrappone lo schieramento dei riformatori moderati, tra i quali troviamo Camillo Benso di Cavour e Massimo dAzeglio (fratello di Roberto).
Ben presto è proprio  Camillo Benso a emergere come figura politica dominante, prima, sotto il governo di dAzeglio, come ministro dellAgricoltura, del Commercio e della Marina, in seguito, dopo il 52, come primo ministro. Egli è certo un intraprendente imprenditore agricolo, ma soprattutto è un rispettato esperto di politica economica nonché fautore delle ferrovie. Camillo viene descritto dal cugino come un aristocratico per nascita, gusti e natura, lui stesso considerava la nobiltà superiore per natura alla classe borghese. Già dagli anni 30 Cavour porta avanti la sua celebre convinzione del juste milieu, secondo cui un governo deve evitare gli estremi dellassolutismo e dellanarchia e seguire un programma che porti ad un progresso graduale e ordinato. Egli è nemico giurato dei movimenti repubblicani e democratici, ma si trova ad essere fortemente contrastato dalla Chiesa, specie dal monsignor Luigi Franzoni, arcivescovo di Torino tra il 1831 e il 1862.
Camillo Benso, negli anni 50, si pone al centro della lotta per secolarizzare lo Stato piemontese, attraverso la divisione istituzionale dei poteri tra Monarchia e Parlamento; egli risulta altresì figura fondamentale in ambito economico, poiché introduce una politica di libero commercio volta a favorire lingresso del Piemonte sui mercati europei, e a stimolare le esportazioni dei prodotti grezzi piemontesi e a determinare un abbassamento del costo delle importazioni di macchinari e prodotti finiti. Cavour si dedica anche alla problematica del deficit del bilancio statale, che nel 1850 era risultato negativo a causa delle spese di guerra e delle riparazioni allAustria. Altre iniziative importanti riguardano il coinvolgimento del governo per una serie di miglioramenti infrastrutturali  volti alla riorganizzazione del sistema di credito, alla creazione di nuovi istituti finanziari, allampliamento delle casse di risparmio,  e alla fondazione della Borsa di Genova e di quella di Torino.
Nonostante i miglioramenti economici degli anni 50, lintegrazione del Piemonte in un più ampio quadro nazionale si gioca su di un piano tutto politico-culturale; Torino è un laboratorio di idee, nonché meta per moltissimi rifugiati politici in fuga dalle forze reazionarie presenti nella Penisola, tra questi vi sono scrittori, accademici, personaggi politici, che non solo trovano riparo ma riescono ad integrarsi nella società, ricoprendo  impieghi redditizi, attraverso collaborazioni con i giornali, insegnando alluniversità o trovando occupazioni nel settore delleditoria. Se da una parte questi esuli contribuiscono a realizzare unatmosfera cosmopolita, dallaltra non tutti apprezzano tale situazione, come i membri più tradizionalisti dellaristocrazia, che si sentono minacciati nelle loro posizioni.
Torino è ora mossa da una nuova vitalità culturale, che si realizza nella diffusione di unincredibile varietà di spettacoli teatrali e musicali, rivolti ad un pubblico sempre più ampio e variegato, costituito da militari, studenti e membri del ceto medio. Inoltre la cittàè anche centro di informazione, come dimostrano i ben tredici quotidiani che pubblicano sia editoriali che notizie di cronaca, oltre alle cinquanta riviste dedicate alla politica, alle scienze, alla letteratura o alle belle arti.  In quegli anni il giornale più letto è La Gazzetta del Popolo, grazie al prezzo contenuto e al linguaggio semplice, che si rivolge prima di tutto alla fascia popolare della cittadinanza, ossia piccoli negozianti, artigiani ed operai.
In questi anni Cavour ha nuovamente la possibilità di dimostrare il suo genio, che primeggia nellabilità di sfruttare le occasioni e nel talento per limprovvisazione di fronte a eventi inaspettati.
Momento essenziale è poi la guerra di Crimea (1855), alla quale Cavour aderisce tardi e con riluttanza, senza nemmeno convertirsi del tutto allideale nazionalista, ma mosso principalmente dal timore di unalleanza franco-autriaca. Tuttavia tale scontro porta a Torino un discreto prestigio e nel contempo scombussola il vecchio assetto politico: la situazione è prontamente sfruttata da Camillo Benso, che approfitta della divisione tra i Grandi Stati per espandere i propri interessi nella Penisola. Il Primo Ministro decide dunque di adottare una politica estera programmata per lallargamento dei confini del regno verso nord  e per lampliamento del suo controllo sul resto della Penisola. Questa decisione segna in realtà una tappa fondamentale per lunificazione: è la prima volta che uno stato potente acconsente ad abbracciare la causa del nazionalismo italiano.
Tra il 56 e il 59 Cavour porta avanti una coraggiosa, seppur ambigua, politica estera, alla base della quale vi è lobiettivo primario di cacciare gli Austriaci dal territorio. Nel 1858 si presenta lopportunità attesa: Napoleone III stringe un accordo con Cavour in cui è garantito lappoggio militare francese al Piemonte se questo avesse trovato un pretesto diplomatico per provocare una guerra contro lAustria. Le ostilità si aprono nel 1859, con le battaglie di Magenta e Solferino. Nello stesso anno tuttavia Napoleone III firma degli accordi di pace con lAustria e Cavour subisce una forte battuta darresto. Lanno successivo, riconfermato Primo Ministro, Camillo Benso torna allattacco e organizza plebisciti in Toscana e in Emilia per legittimare lannessione di gran parte dellItalia centrale al casato dei Savoia. Vengono ceduti alla Francia i territori della Savoia e di Nizza, tuttavia la cittadinanza torinese può essere più che orgogliosa dei successi conseguiti dal loro concittadino. Cavour non può godere dei propri successi, poiché nello stesso anno, in seguito alle rivolte scoppiate in Sicilia, Giuseppe Garibaldi si mette alla guida della celeberrima Spedizione dei Mille. Camillo allora invade gli Stati Pontifici, giustificando tale azione come unico modo per evitare la rivoluzione, viene infine chiamato il re Vittorio Emanuele II a guidare le truppe piemontesi, escamotage pensato dallastuto Primo Ministro, consapevole del rispetto di Garibaldi per  Vittorio Emanuele.  Garibaldi cede al re i territori appena conquistati, mentre Cavour consolida le nuove acquisizioni e blocca ogni iniziativa per instaurare assemblee costituenti, e indice plebisciti per far approvare lannessione dei nuovi territori al Piemonte.
Il processo di unificazione politica  culmina nei primi mesi del 1861 con lelezione del primo Parlamento Nazionale, il riconoscimento di Vittorio Emanuele II come primo re dItalia e la nomina di Torino a capitale del Regno.  


ALESSIA CAGNOTTO 

La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

Oltre Torino. Storie, miti, leggende del torinese dimenticato.

Torino e lacqua

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce.

Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere lacqua. Lacqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, lacqua come elemento essenziale per la sopravvivenza delpianeta e di tutto lecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

1. Torino e i suoi fiumi

2. La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

3. La Fontana Angelica tra bellezza e magia

4. La Fontana dellAiuola Balbo e il Risorgimento

5. La Fontana Nereide e lantichità ritrovata

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

7. La Fontana Luminosa di Italia 61 in ricordo dellUnità dItalia

8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta lacqua

10. Il Toret  piccolo, verde simbolo di Torino

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

Alla fine della classica vasca in centro, dopo essere riemersi dal bagno di folla di via Garibaldi, si arriva in uno dei luoghi piùdiscussi di Torino: Piazza Statuto.

Questa è una delle piazze più conosciute della città, lultima delle grandi aree risalenti al  periodo risorgimentale della capitale sabauda, ed è caratterizzata da eleganti portici che la percorrono lungo tutto il perimetro.

Ha una forma allungata e da essa si dipartono molte strade: via Luigi Cibrario, via San Donato, corso Francia, (che in epoca romana era il tratto iniziale della strada per le Gallie), e via Garibaldi, antico decumanus maximus  della colonia romana Julia Augusta Taurinorum, già conosciuta come via Dora Grossa.

Al tempo degli antichi romani tutta la parte occidentale del castrum del quadrilatero romano veniva usata come necropoli e molto probabilmente  anche come luogo di esecuzioni.

Allinterno della piazza, dedicato allimponente lavoro del traforo del Cenisio-Frejus, vi è il monumento realizzato da Luigi  Bellinel 1879 e solennemente inaugurato  il 26 ottobre dello stesso anno. Sullalta piramide sono poste grosse pietre provenienti dagli scavi del traforo, sulle quali si posano corpi di titani abbattuti in marmo chiaro e, proprio sulla sommità, il genio alato della scienza, con una stella a cinque punte sulla fronte, poi rimossa nel 2013. Lopera è unallegoria del trionfo della ragione sulla forza bruta, riflesso dello spirito positivista dellepoca in cui fu realizzato. Tuttavia nella tradizione popolare a questo significato originario se ne sovrappone un altro, quello secondo cui il monumento celebrerebbe  le sofferenze patite dai minatori per realizzare lopera.

Non è solo per la bellezza architettonica però che Piazza Statuto è ricercata, soprattutto dagli appassionati di magia e mistero, infatti, nel contesto delle leggende esoteriche, essa è nota come uno dei vertici del triangolo della magia nera. Lepicentro dellenergia maligna sarebbe individuato proprio là dove si erge il monumento al traforo, alla sommità del quale, per alcuni, non si troverebbe langelo della scienza, ma Lucifero in persona. Secondo altre ipotesi, invece, lepicentro coinciderebbe con lastrolabio del piccolo obelisco poco distante. In realtà lobelisco fu eretto nel 1808 su un punto geodetico, in ricordo di un calcolo trigonometrico del 1760 sulla lunghezza di una porzione di meridiano terrestre (il gradus taurinensis), eseguito insieme ad altri punti geografici nei comuni piemontesi di Rivoli, Andrate e Mondovì.

Il Diavolo quindi terrebbe le ali spiegate proprio sul vertice del triangolo nero, collegando Torino con Londra e San Francisco, due città altrettanto ricche di misteri e anche scenari di delitti efferati. La leggenda che vede collegate queste tre città è una delle più conosciute al mondo, eppure tra tutti i luoghi chiamati in causa, Torino rimane quello più interessante, in quanto unica cittàad essere divisa a metà: il capoluogo è infatti anche vertice del così detto triangolo bianco, che si formerebbe con Praga e Lione. Non crea meraviglia tra gli appassionati del settore che proprio qui siano venuti in visita personaggi come Nostradamus, Fulcanelli, e Paracelso e non sorprende unaltra delle numerosissime leggende, secondo cui tutti coloro che hanno poteri occulti e divinatori debbano recarsi a Torino per omaggiare il Grande Vecchio, personaggio assai misterioso che risiederebbe tra le colline torinesi.

Al centro della piazza, presso la fontana, vi è laccesso che conduce al sistema fognario, che qui ha il suo snodo principale. Anche questo preciso elemento favorì il crearsi di leggende e credenze che vogliono la piazza come fulcro della magia nera e come altra ipotesi per quel che riguarda lampio discorso sulle tre presunte grotte alchemiche che sarebbero presenti in città

Impossibile dunque rimanere indifferenti davanti alle infinite suggestioni di una città bellissima, malinconica e romantica, ricca di arte e di cultura, ma anche di misteri. 

È così che si passeggia per questa città, sempre sospesi tra luce e ombra, sempre distratti, mentre magari qualcuno ci osserva, tra la folla, da sotto le fognature oppure dallalto, con le ali spiegate e un sorriso ermetico scolpito sul volto.

 

Alessia Cagnotto

Una Genealogia, dopo 60 anni di ricerche

Alla fine dell’estate 1964, compiuti i quindici anni, iniziavo le mie ricerche genealogiche. Oltre mezzo secolo dopo, non un bilancio ma alcune considerazioni sulla “piacevole arte”

Quando, coi pantaloni corti, varcai per la prima volta la porta dell’archivio parrocchiale di Agliè, nessun permesso speciale mi era stato concesso, ma mi si garantiva in sala la presenza di qualcuno pronto a soccorrermi, in caso di necessità. Il Concilio Vaticano II non era ancora concluso e la parrocchia, pur se di un piccolo comune e di grandezza minore, si avvaleva ancora di sacerdoti anziani che, soli,garantivano l’apertura al pubblico dei locali, mentre la presenza distudiosi pgrandi di me provava che ognuno avrebbe fatto le suericerche, senza obiezioni.

Recuperata da circa vent’anni la pace, l’Italia di allora aveva altri problemi che non interferire sullo studio della storia portato avanti negli archivi locali, e poiché, in mancanza di lauree specifiche, sopravvivevano degli appassionati “cultori di storia locale” che mettevano a portata di tutti gli esiti dei loro studi, dall’alto nessuno sembrava preoccuparsi di loro, poiché si considerava la loro materiauna sottoclasse inferiore” degna di poca attenzione. Intanto gli storicid’assalto, cioè quelli “moderni”, pronti a dire le loro verità più che non quella storica, ma convinti che la lettura del passato andasse filtrata dalle loro ideologie, dividevano la piazza, fuori degli atenei,con i lettori che leggevano il passato secondo la loro interpretazione.Insieme entrambi avrebbero fatto sì che la storia della famiglia e lagenealogia fossero addirittura stimate della “non storia” (tanto,nell’ultimo ventennio, io sentii affermare da uno di loro che, insediato in una biblioteca di provincia, era considerato un Marco Aurelio)!

L’argomento era tuttavia definito dal lemma: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo, e soltanto gli sprovveduti potevano credere giusto cancellare dagli interessi umani quegli argomenti, tanto naturali quanto importanti, che definiscono la situazione dell’individuo in relazione con i suoi parenti, con il pretesto di dare a tutti una maggiorelibertà (purtroppo però la situazione attuale oggi risente molto dei danni causati da loro)! Ma siamo ancora in tempo per lottare con forza a favore delle nostre tradizioni culturali per difendere quegli argomenti. Infatti, cacciato dalla porta, l’interesse per la storia famigliare ritorna, non solo dalle finestre ma, da ogni interstizioattraverso il quale possa trapelare, poiché è parte della nostra storia. Tutti abbiamo parenti, anche se oggi molti sono pronti a negarlo! E questo è così vero che, in ambito legale, è tuttora prevista la ricerca di parenti per definire le pendenze ereditarie.

Democraticamente, si è detto, la genealogia è un’ambizione pericolosa, una perversione coltivata da chi aspira a titoli nobiliari: si tratta di un vizio da estirpare, perché indegno di questo mondo e, quando qualcuno affronta il tema, magari per dire della gente comune, sfrontatamente si sostiene che sia una sfrontatezza pensare che tutti abbiano un passato degno della storia e si impedisce che siaraccontato Così, se in altri Paesi, studi del genere da sempre sonodifesi e mantenuti vivi, il Bel Paese li ha confinati tra i retaggi oziosi ammessi solo per quegli appassionati che, senza regole e con poche consuetudini, li coltivano. Così si è continuato, senza sdoganarli, a mantenerli sotto l’etichetta che li definisce oggetti di uso unico ed esclusivo dei direttamente interessati perché in essi coinvolti.

Ma …. se i coinvolti non si interessano? Allora chi se ne occuperà?Dal momento che prodigiosamente gli interessi sono reali e comunque permangono, anche se ostacolati per questo sarà giusto parlarne e non credere che sia improprio, per questo in tanti, da tanto tempo e in tutto il mondo, si occupano ancora di questi argomenti… ma non sarà tutto facile e piano… no!

     

Ché incapperemo nelle affermazioni strabilianti di persone che, solo marginalmente, accettano che esista la genealogia, ma affermano che personaggi dallo stesso cognome, pur provenienti da comuni diversi della stessa provincia, non hanno nulla a spartire tra loro, e ci imbatteremo nelle affermazioni poco sensate di chi non ritiene possibile trovare in Piemonte cognomi di origine scandinava e, perciò,è convinto che non se ne debba parlare, se non ci sono documenti scritti …. Ma la genealogia è anche una ricerca degli ipotetici collegamenti tra lo scandinavo del Gotland e il Canavesano delle Valli, discendente diretto dal precedente, per via di un mercenario giunto in loco con una compagnia di ventura; o se personaggi dallo stesso cognome, sono presenti in regione, ma in valli tra loro non confinanti: infatti, come ignorare la gestione degli incarichi pubblici assegnati per concorso in passato, così come avveniva ancora dopo l’ultima guerra?

Davanti a tali dubbi esplicitati dagli scettici, non stupiremo, quando sentiremo, chi si atteggia a saputello, confondere la genealogia con l’araldica (pure questo si è dovuto sentire)

La vivacità delle storie umane, a prescindere da ciò che gli individui conoscono, può mettere a tacere il magistrato in pensione, che si presenta come studioso, ma ignora totalmente le vicende deiNormanni e sostiene che sono falsi i documenti degli archivi britannici, fondati da Guglielmo il Conquistatore (e, per sminuirlo,continuerà a dirlo bastardo), o che inattendibili, addirittura, sono gli scritti sui processi dei santi, raccolti dai padri bollandisti!

Ma torniamo a chi le genealogie le accetta, purché vengano tenute segrete e mai pubblicate, perché gli diremo di non temere perché lo strumento è già più che valido in ambito zoologico, laddove si parla di pedigree di cani, cavalli, vacche e canarini... Infatti, la società ha solo da avvantaggiarsi a sapere quali patrimoni di geni e di interessi portino avanti le generazioni umane! Ché, non c’è indiscrezione, in quello che si teme possano divulgare, ma, tra i pochi addetti, non cisono affatto segreti da tacere, infatti, come afferma la Bibbia, non c’è segreto che non sia poi udito proclamare dai tetti delle case! E c’è ben dell’altro, se solo potessi riferire dell’uno o dell’altro tra gli esempi che ho letto nelle carte (ma son cose cose che non si pensa di trovare scritte in atti religiosi e notarili): poiché la storia conserva memoria di tutto, basta saper cercare che si trova! E allora è meglio che chi sa,trovi le parole migliori per riferirne, ovvero, alludendo al passato, per raccontare la verità dei fatti!

Questo mio studio avrà un epilogo. Attualmente in fase di completamento un volume intero di oltre 300 (ma forse saranno 400) tavole, che conclude tanti approfondimenti e comprende tutte le genealogie che ho analizzato nel corso dei miei anni.

Carlo Alfonso Maria Burdet

(Dedico queste pagine a Isabella McKeefry, giovane neozelandesee ancora nostra cugina, che con noi divide, oltre lattenzione per genealogia e storia di famiglia, gli antenati del nostro nonnomaterno, contadini operosi sui campi, tra torbiera e brughiera, diSan Giovanni Canavese, una terra antica di palafitte e piroghe)

Asti, il Palio e i suoi tesori medievali

E’ tempo di Palio per Asti ed è anche l’occasione per scoprire una città medievale per eccellenza. Per fare un viaggio nel Medioevo basta venire ad Asti qualche giorno. Aspettando il Palio, che risale al 1275, il più antico d’Italia, che si correrà domenica 6 settembre in piazza Alfieri, vale la pena scoprire Asti e il suo ricco patrimonio di monumenti medievali con una piacevole passeggiata nel centro storico. Storia e leggenda, esoterismo e sacralità si intrecciano infatti nei “quadri viventi” portati in scena dai quattordici rioni e dai sette comuni che danno vita al Palio e che rappresentano fatti realmente accaduti ad Asti e nei dintorni. Sono il risultato di un’accurata ricerca storica che vede nel Borgo San Pietro uno dei rioni più famosi partecipanti al Palio astigiano. Nel borgo spicca infatti il simbolo della contrada, la Rotonda di San Pietro (o Battistero di San Pietro) risalente al XII secolo, uno dei monumenti romanici più importanti di Asti. Il complesso di San Pietro e la Rotonda figurano spesso come il tema centrale per le rievocazioni storiche durante le manifestazioni del settembre astigiano. Forse non tutti sanno che ad Asti c’è una chiesa che riproduce l’immagine del Santo Sepolcro di Gerusalemme. È la Rotonda o Battistero di San Pietro accanto al quale si trovano la chiesa di San Pietro, la cappella Valperga e i resti dell’antico ospedale dei Cavalieri di San Giovanni, i futuri Cavalieri di Malta. Sono infatti numerosi i cavalieri astigiani che hanno militato nei secoli tra le file dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme fondato nella Città Santa al tempo della Prima Crociata e ancora oggi operativo sotto le insegne dell’Ordine di Malta. Secondo la tradizione popolare la Rotonda sarebbe sorta sulle rovine di un antico tempio dedicato alla dea Diana. Il Complesso, chiuso per lavori di restauro, è costituito da una serie di edifici. La chiesa Rotonda fu costruita tra il 1110 e il 1133 ed è tra gli esempi più significativi di edifici religiosi edificati ad imitazione della Rotonda del Santo Sepolcro di Gerusalemme. La cappella Valperga nasce invece più tardi, tra il 1446 e il 1467, per volontà del priore Giorgio Valperga mentre il chiostro, con colonne e volte a crociera, assunse un aspetto simile a quello odierno nel Quattrocento. Asti attende di vederlo restaurato e riaperto al pubblico prima possibile e, una volta completati i lavori di ristrutturazione, l’intero Complesso di San Pietro verrà inserito nel percorso europeo delle Rotonde del Santo Sepolcro, una delle tante “Gerusalemme in miniatura”. Per il momento però l’attesa è tutta per la corsa di domenica 6 settembre. Il programma prevede alle 10 la benedizione del cavallo e del fantino nelle parrocchie cittadine, alle 11 in piazza San Secondo l’esibizione degli sbandieratori, a partire dalle 14 la sfilata del grande corteo storico con 1200 figuranti in costume medievale e alle 18.00 la finale della corsa con i cavalli montati a pelo in piazza Alfieri e l’assegnazione del Palio.                                        Filippo Re
nelle foto, la corsa del Palio di Asti e la Rotonda di San Pietro

Il Castello di Racconigi apre gli alloggi delle balie

Noemi Gabrielli, la custode invisibile di Torino

Durante il Nazismo salvo’ migliaia di libri proteggendo la memoria collettiva.

Ci sono storie che restano ai margini, eppure hanno contribuito in modo decisivo a costruire l’identità di una città. Torino è anche questo: un intreccio di vite femminili coraggiose e spesso poco raccontate, come quella di Noemi Gabrielli; donne che, in ambiti diversi, hanno saputo proteggere, innovare, resistere. Recuperare oggi le loro storie non è solo un atto di memoria, ma un modo per dare profondità al presente e riconoscere il valore di un’eredità culturale che continua a parlarci. Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre l’Europa bruciava sotto i bombardamenti e le città venivano distrutte, c’era anche chi combatteva una battaglia meno visibile ma altrettanto importante: salvare la cultura. A Torino, questo compito ebbe il volto e la determinazione di Noemi Gabrielli, funzionaria nelle biblioteche e storica dell’arte. Nata nel 1901 a Pinerolo, museologa, lavorava già da anni alla tutela del patrimonio quando la guerra cambiò tutto, le bombe non colpivano solo case e fabbriche, ma anche biblioteche e archivi. A questo si aggiungeva il rischio di razzie e distruzioni legate al nazismo che in tutta Europa aveva già preso di mira libri e opere d’arte. In quel contesto, la Gabrielli capì subito una cosa: bisognava agire in fretta, e lo fece. Organizzò lo spostamento di migliaia di volumi, tra cui manoscritti antichi e testi rari, lontano dalla città, in luoghi ritenuti più sicuri. Era un lavoro complesso e rischioso, i trasferimenti avvenivano sotto la minaccia dei bombardamenti e in un clima di incertezza continua. Eppure la Gabrielli andò avanti, assumendosi responsabilità dirette e prendendo decisioni rapide. Non si trattava solo di salvare oggetti, ma di proteggere una parte essenziale della memoria collettiva. Grazie a queste operazioni, migliaia di libri furono messi al sicuro. Alla fine della guerra, quando Torino iniziò lentamente a rialzarsi, quel patrimonio poté tornare nelle biblioteche. Un risultato concreto, che oggi appare quasi scontato, ma che allora dipese dalla determinazione di poche persone. Dopo il conflitto, Noemi Gabrielli continuò il suo lavoro nel campo della tutela artistica, contribuendo alla ricostruzione culturale del territorio piemontese. Morì nel 1979, senza mai cercare visibilità per ciò che aveva fatto. Oggi il suo nome è ricordato anche nel Giardino Noemi Gabrielli. Ma la sua storia resta ancora poco conosciuta. Eppure racconta qualcosa di molto attuale: nei momenti più difficili, difendere la cultura significa difendere l’identità di una comunità e a volte, per farlo, basta il coraggio di agire quando tutto intorno crolla. “Se dovessi rinascere mi dedicherei ancora con questo entusiasmo a questo lavoro” disse Noemi Gabrielli.

MARIA LA BARBERA

Margherita di Savoia, il paese della Puglia che porta il nome di una regina torinese

 

Dove l’oro bianco delle saline incontra il ricordo di una donna.

C’è un luogo in Puglia dove il nome di una regina nata a Torino continua a vivere ogni giorno. Lo si legge sui cartelli stradali, nelle insegne dei negozi e nei documenti ufficiali. È Margherita di Savoia, cittadina affacciata sull’Adriatico, famosa per le sue immense saline e per il singolare legame che la unisce alla monarchia italiana. Fino al 1879 il paese era conosciuto come Saline di Barletta. In quell’anno il comune decise di assumere il nome di Margherita di Savoia in onore della regina consorte di Umberto I. La scelta non fu casuale. La sovrana aveva mostrato interesse per questo territorio e per la sua principale ricchezza: il sale, una risorsa che per secoli aveva rappresentato una fonte di prosperità economica per l’intera area. Le saline sono ancora oggi il cuore identitario della città. Estese per circa venti chilometri lungo la costa, sono considerate tra le più grandi d’Europa. Già in epoca romana il sale estratto in questi bacini era una merce preziosa, tanto da essere definito “oro bianco”. Per secoli il controllo della sua produzione ha significato ricchezza, potere e sviluppo. Oggi, oltre a essere un importante sito produttivo, le saline costituiscono un ambiente naturale di straordinaria bellezza. Migliaia di fenicotteri rosa vi sostano ogni anno durante le migrazioni e molti scelgono questi specchi d’acqua per nidificare. Il bianco del sale, il rosa degli uccelli e l’azzurro del mare disegnano un paesaggio unico che rende questo tratto di costa uno dei più suggestivi del Mezzogiorno.

Accanto alle saline si sviluppa anche un’importante attività termale. I fanghi e le acque madri provenienti dai bacini salanti vengono utilizzati per trattamenti terapeutici e di benessere, richiamando visitatori da tutta Italia. Per conoscere la storia di questo straordinario patrimonio è possibile visitare il Museo Storico delle Saline, che conserva documenti, fotografie e strumenti utilizzati nel lavoro di estrazione del sale.

La figura della regina Margherita continua a evocare curiosità e aneddoti. Donna colta e popolare, fu una delle personalità più amate dell’Italia di fine Ottocento. Il suo nome è legato anche a una delle specialità gastronomiche più conosciute al mondo: la pizza Margherita, che secondo la tradizione le sarebbe stata dedicata nel 1889 durante una visita a Napoli. Vera o meno che sia la leggenda, il nome della sovrana continua ancora oggi a unire luoghi e storie molto diversi tra loro.

Passeggiando per il centro di Margherita di Savoia si incontrano testimonianze di questo passato. Tra i monumenti più significativi spicca la Torre delle Saline, costruita nel XVI secolo per difendere il territorio dalle incursioni provenienti dal mare. Simbolo della città, racconta il lungo rapporto tra gli abitanti e la produzione del sale.

Merita una visita anche la Chiesa Madre del Santissimo Salvatore, edificata tra il 1859 e il 1871 e dedicata al patrono cittadino. Poco distante si snoda Corso Vittorio Emanuele, elegante asse urbano fiancheggiato da edifici ottocenteschi, mentre il Lungomare Cristoforo Colombo offre una piacevole passeggiata con vista sull’Adriatico, particolarmente suggestiva nelle ore del tramonto.

A breve distanza dal paese si trova inoltre il sito archeologico di Canne della Battaglia, teatro nel 216 a.C. della celebre vittoria di Annibale sui Romani, una delle battaglie più studiate della storia militare.

Margherita di Savoia rappresenta così un singolare punto d’incontro tra Nord e Sud. Da una parte la memoria della dinastia sabauda e di una regina nata a Torino, dall’altra il paesaggio luminoso della Puglia, modellato dal mare e dal sale. Un legame inatteso che attraversa la storia dell’Italia unita e che continua a vivere in uno dei luoghi più affascinanti dell’Adriatico.

Non è un caso che questo sia uno dei rarissimi comuni italiani intitolati a una donna. A oltre un secolo dalla sua dedicazione, il nome di Margherita di Savoia continua a volare alto, proprio come i fenicotteri che ogni anno colorano di rosa le sue saline.

Di Maria La Barbera

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