STORIA

Riapre il Museo Forte Bramafam di Bardonecchia

Martedì 2 giugno prossimo inizia la stagione di apertura del Museo Forte Bramafam di Bardonecchia, un luogo dove si è cercato di salvare le memorie della storia militare del Regio esercito, vedendola attraverso quegli uomini che questa storia hanno creato e vissuto. In questi 30 anni di attività, è stata raccolta una notevole massa di materiale e di ricordi, oltre 200 oggetti tra cui uniformi, artiglierie, armi e materiale della vita quotidiana, inseriti in ricostruzioni ambientali che immergono il visitatore dentro la storia.

Nella pausa invernale, anche quest’anno, il Museo non è stato fermo e ha dato vita a una serie di progetti per proseguire nel recupero del Forte Bramafam attraverso bandi con Regione e Fondazioni, per proseguire negli interventi strutturali nel ripristino delle strutture preesistenti degli adeguamenti tecnologici, ma anche nelle evoluzioni legali per proseguire nel futuro del Museo. L’elemento di punta del 2026 è rappresentato da un progetto ambizioso che trasformerà il Museo in un ponte tecnologico tra passato e presente: saranno realizzate 50 installazioni che riprodurranno documentari dell’Istituto Luce e video che riproporranno 700 foto storiche legate agli eventi narrati nel Museo. Tra queste, 500 immagini sono state restaurate con l’intelligenza artificiale. Si è voluta restituire l’umanità e il movimento a uomini che altrimenti sarebbero rimasti statici nella memoria. Una mole di contenuti che su carta avrebbe richiesto spazi immensi. Vengono così ad aprirsi una serie di storie legate alle fortificazioni, alle artiglierie e alle guerre, ma dove emergono i volti degli uomini del passato.

Questa lettura dei documenti storici è resa più fruibile dall’uso dell’IA e dei video, resa piu viva per le nuove generazioni, con la flessibilità di poter aggiornare i contenuti o creare percorsi tematici differenti senza cambiare l’allestimento fisico. Alcuni dei temi che verranno raccontato saranno il Terzo Alpini e la Madonna di Rocciamelone, le artiglierie da fortezza del Regio esercito, la piazza militare del Moncenisio, Susa a inizio Novecento, gli Alpini sciatori a Bardonecchia, Folgore e Monterosa tra Moncenisio e Monginevro, le batterie corazzate e la formazione “ Stellina Giustizia e Libertà”.

Lo scorso anno il Museo aveva ipotizzato di aprire, nel 2026, il nuovo settore della galleria di Gola, ma l’entità degli interventi, i costi e la riduzione dei contributi da parte delle fondazioni bancarie ha costretto a dare una sospensione alle attività e aprire un mutuo per pagare parte dei lavori. Rimangono da completare parte della impermeabilizzazione sulla copertura, impiantistiche elettriche di controllo, la ricostruzione degli interni e gli impianti nel pozzo Gruson.

Il progetto è andato oltre l’aspetto museale e sono stati avviati contatti con l’Amministrazione comunale di Bardonecchia per definire il trasferimento a titolo non oneroso del compendio di Forte Bramafam e, tra gli altri, la presentazione di una domanda per la ricostruzione dell’acquedotto di Forte Bramafam che porterà rifornimento idrico alle Case di Sant’Anna. È stato inoltre promosso dall’Associazione per gli Studi di Storia e Architettura militare del Forte Bramafam un convegno a Bardonecchia dal titolo “Sulle strade bianche delle fortificazioni”.

Info aperture: giugno – martedì 2 e tutte le domeniche – a luglio tutti i sabati e le domeniche – agosto tutti i giorni dall’1 al 30 – settembre tutte le domeniche – novembre tutte le domeniche

Mara Martellotta

 

Foto Corino  – Turismo Torino e Provincia

Al Polo delle Rosine il volume sulla Resistenza nelle Valli di Lanzo

Venerdì 8 maggio, alle ore 18.30, il Polo delle Rosine ospiterà la presentazione del volume “Le Valli di Lanzo verso la Liberazione. Missioni e corvée attraverso le Alpi 1944-1945”, a cura di Franco Brunetta, Gianni Castagneri, Monica Data, Silvia Marchisio, Ezio Sesia, Furio e Marco Sguayzer. L’incontro si inserisce nel programma della 22esima edizione del Salone OFF di Torino e nel quadro delle celebrazioni per l’80esimo anniversario della Repubblica Italiana, proponendo una riflessione profonda sulle radici storiche e civili del nostro Paese. Le vicende delle Valli di Lanzo diventano simbolo di un passaggio cruciale tra sentieri impervi, sacrificio, coraggio, presenza forma a quel processo di liberazione che avrebbe condotto alla nascita della Democrazia Repubblicana. Il volume non si limita a ricostruire gli eventi della Liberazione, ma cerca di approfondire il valore umano e morale della Resistenza, restituendo voce a chi, anche rimasto in ombra, avrebbe contribuito a immaginare e costruire una nuova Italia.

Tra gli interventi si ricordano quelli di Michele Vietti, autore dell’introduzione, ed Ezio Sesia, tra i curatori del volume. L’incontro al Polo delle Rosine sarà un’occasione per riscoprire una pagina fondamentale della storia locale e nazionale e per promuovere i valori della memoria come fondamento della cittadinanza.

L’evento è stato promosso dalla Società Storica delle Valli di Lanzo, fondata a Ceres nel 1946 da Giovanni Donna D’Oldenico.

Venerdì 8 maggio, ore 18.30 – Polo le Rosine- via Plana 8/C Torino. Ingresso libero – prenotazioni: eventi@lerosine.it

“C’era una volta Italia ’61”, gli anni ruggenti di Torino

Mercoledì 6 maggio, nella Sala Spagnuolo di Palazzo Lascaris (via Alfieri 15, Torino) è stata aperta al pubblico la mostra fotografica “C’era una volta Italia 61”, a 65 anni dalle manifestazioni per il primo anniversario dell’Unità d’Italia. Un viaggio immaginario che ricostruisce quel momento storico attraverso video d’epoca, fotografie, manifesti e oggetti originali, ricordando la leggendaria monorotaia Alweg che correva sul laghetto dietro al Palazzo a Vela. La mostra, promossa dal Consiglio regionale e curata dell’associazione “Amici di Italia ’61”, rimarrà aperta al pubblico fino al 10 giugno 2026. Orario di apertura: dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 17. Ingresso gratuito.

I curatori, Mario Abrate e Piero D’Alessandro, fondatore e presidente dell’associazione “Amici di Italia ‘61”, durante l’inaugurazione hanno illustrato al presidente del Consiglio regionale Davide Nicco ed al consigliere segretario Fabio Carosso i contenuti dell’esposizione.

“Questa mostra ripercorre gli anni ruggenti della nostra città – ha commentato il presidente Nicco – le immagini degli anni Sessanta, che oggi rivediamo con un po’ di nostalgia, fanno memoria della storia di una parte importante del nostro territorio, che è bene preservare e raccontare ai giovani di oggi”.

La mostra celebra i 65 anni dall’evento che portò Torino al centro dell’interesse nazionale in occasione del centenario dell’Unità d’Italia: una stagione unica per l’innovazione architettonica, tecnologica e culturale di cui oggi rimangono solo alcuni segni in città. Da maggio a ottobre nel 1961, in pieno boom economico, Torino si presentò al mondo con infrastrutture avveniristiche, moderni padiglioni e la celebre monorotaia. “Obiettivo dell’esposizione – hanno detto i curatori – è restituire questo patrimonio alla memoria collettiva attraverso un racconto con materiali originali, immagini, manifesti d’epoca e testimonianze dirette raccolte in anni di ricerche e grazie alla collaborazione di numerose persone”.

Per approfondire l’argomento mercoledì 3 giugno alle 15 a Palazzo Lascaris si svolgerà una conferenza pubblica a cura dell’Associazione, dal titolo: “Italia ’61: La città delle meraviglie. L’esposizione nella memoria collettiva: storie, curiosità, frammenti di vita”.

Info: www.italia61.org

La magia delle bambole Lenci

Una passione torinese che si trasformo’ in successo internazionale

Il 23 aprile 1919 nacque a Torino la Lenci ,  “Ludus est nobis constanter industria” (il gioco è per noi costante lavoro), l’azienda delle famose e iconiche bambole conosciute in tutto il mondo che produceva anche altri giocattoli, mobili in legno, articoli per la casa e accessori per l’ abbigliamento.

Lenci non era solo l’acrostico del motto che i coniugi Enrico Scavini ed Elena Konig, donna colta e raffinata di origine austriaca, avevano creato per celebrare la loro attivita’ , ma anche il soprannome della signora che aveva cominciato la sua esperienza ludico-professionale in via Marco Polo 5 insieme al fratello che aveva deciso di aiutarla a creare le magnifiche creazioni che piacevano tanto ai Savoia.

Il marchio composto dall’immagine di una trottola, un filo e lo slogan che fa da cornice fu depositato nel 1922 e diede inizio ad una avventura che, oltre alla produzione e commercializzazione delle bambole, si configurera’ come punto di riferimento per la moda di quegli anni e sara’ motivo di ispirazione di artisti e sorgente di idee e creativita’.

Le Lenci non raffiguravano solo bambini, spesso dalla faccina imbronciata, ma anche silhouette con vestiti etnici e personaggi famosi come Marlene Dietrich e Rodolfo Valentino; raggiunsero presto un grande successo che le porto’ ad esposizioni molto importanti come quella di Parigi, Roma e Zurigo. Nel 1926 fu stampato il catalogo dell’azienda completo di tutti i prodotti che fu ampliato, a sua volta, nel 1927 con l’inserimento delle ceramiche. L’introduzione di nuove oggetti, oltre a rappresentare l’evoluzione della azienda, fu anche un ulteriore sforzo per combattere i diversi tentativi di concorrenza che misero l’azienda in crisi diverse volte. Dal 1928 la Lenci e’ nel momento di massima di espansione, ma questo non evitera’ difficolta’ economiche, dovute agli alti costi di gestione, che richiederanno la compartecipazione di un socio, Pilade Garella, che ne diventera’ proprietario unico nel 1937. Elena Koning rimarra’ come direttore creativo e si occupera’ di assicurarne lo stile e la linea fino alla morte del marito, momento in cui decise di lasciare l’azienda. Nel 1997 la Lenci venne venduta all’azienda Bambole Italiane che, purtroppo, e’ fallira’ nel 2002.

Ancora oggi si utilizza il panno lenci una stoffa non tessuta che viene usata per fare vestiti, ma anche accessori e collane grazie alla sua facilita’ di utilizzo e che rimanda alle famose bambole che erano foderate con un’ ulteriore strato di mussola, per renderle lavabili, e ricoperte di polvere vellutina.

L’avvento della celluloide rese le bambole di pezza obsolete e la produzione si concluse, ma ancora oggi le Lenci possono essere trovate nei mercati e nei negozi di antiquariato oltre che su diversi siti internet di commercio e di collezionisti.

Il loro successo fu talmente importante che vennero esposte nei musei di tutto il mondo tra cui New York e Tokyo, questa fama fu il frutto di una passione, trasformatasi poi in lavoro, che segno’ un periodo magico per Torino che ancora una volta si conferma luogo di fertile di estro e genialita’.

MARIA LA BARBERA

La pieve di San Pietro a Pianezza. Uno dei tesori oltre la cintura di Torino

 

Eretta sulla sponda del Dora Riparia nel XII secolo in stile romanico lombardo, con il tetto a capanna, e dedicata a San Pietro, la pieve di Pianezza, a pochi chilometri da Torino, offre uno spettacolo unico e, probabilmente, inaspettato grazie ai suoi affreschi, un ciclo dipinto, quasi interamente, da Giacomo Jaquerio e altri artisti della sua scuola. Il pittore fu il rappresentante della pittura tardo-gotica in Piemonte e le sue opere, grazie al duca Amedeo VIII, arrivarono fino a Ginevra.

Sconsacrata oramai da molto, un tempo fu luogo di preghiera di pellegrini e viandanti, e venne costruita, con molta probabilita’, al posto di un tempio pagano; in origine era costituita da una sola navata, ma in epoca gotica (tra il 300 e il 400) ne furono aggiunte altra due piu’ piccole. La facciata, in un primo tempo poco curata, fu riqualificata a fine ‘300 con mattoni rossi romanici e materiali di recupero mentre l’entrata fu collocata nella parte laterale da dove si accede anche al presbiterio. Durante l’ultima fase dei lavori sono stati dipinti il Cristo in Croce, una santa non identificata sul pilastro di entrata ed un’altra vicina all’immagine di Santa Margherita. Molto belle anche le vetrate colorate, copie create nell’800, i cui originali di Antoine de Lonhy sono conservati al Museo Civico Torinese di Palazzo Madama.

I Provana, una tra le cinque famiglie feudali piu’ importanti del Piemonte, volle fortemente le decorazioni della Pieve di San Pietro, tra queste, oltre a quelle gia’ citate, abbiamo la raffigurazione degli Apostoli, l’Annunciazione e il dipinto dedicato a Santa Caterina; nella cappella che porta il loro nome, invece, troviamo il dipinto sulla vita di San Giovanni in cui si riconoscono anche i simboli della famiglia: il liocorno e i tralci di vite.

La Pieve di San Pietro si aggiunge alle moltissime opere in stile romanico del Piemonte (chiese, castelli, abbazie) che venivano edificate perlopiu’ sulle strade devozionali, come la via Francigena che portava i pellegrini dall’Inghilterra fino a Roma.

Normalmente non e’ aperta al pubblico, ma si può visitare contattando gli uffici comunali o i gruppi di volontari dedicati. In questa chiesa, inoltre, e’ possibile celebrare matrimoni civili assecondando cosi’ la volonta’ di valorizzare ancora di piu’ il patrimonio architettonico della citta’.

MARIA LA BARBERA

Apertura su richiesta; prenotazioni presso l’ufficio URP 011/9670211 oppure
presso UNECON: 3333903669 – 3394620103 – 3356171376
unecon2019@gmail.com

I Savoia, una storia cominciata a Susa

Fino al 24 maggio
Tutto iniziò da un matrimonio, quello tra Adelaide, contessa di Torino e signora di Susa, e Oddone di Savoia. Un’unione che aprì ai Savoia le porte d’Europa e segnò per sempre la storia di questo territorio. Da quel momento, nell’XI secolo, il castello di Susa, che porta il nome di Adelaide, diventò il punto di partenza per raccontare una dinastia che avrebbe governato le Alpi per mille anni. Al secondo piano dell’antico palazzo due bifore appartengono all’edificio dell’XI secolo in cui Adelaide soggiornò e la sua presenza a Susa è attestata con precisione da due documenti di primaria importanza, datati 1073 e 1078. Fermarsi davanti a queste bifore significa sostare nello stesso spazio in cui, quasi mille anni fa, una delle donne più potenti del Medioevo italiano si affacciava per guardare il giardino, ammirare le montagne, attendere l’arrivo degli ospiti e soprattutto per esercitare la propria autorità durante la sua permanenza in Val Susa.
Qui visse Adelaide, figura centrale del secolo XI perché le sue nozze con Oddone segnarono l’ingresso della dinastia sabauda nella scena europea. Il matrimonio avvenne nel 1045 ma sul luogo delle nozze non esiste una testimonianza diretta, forse fu celebrato a Torino o nella stessa Susa oppure nell’Abbazia di Novalesa. Il matrimonio non fu una storia d’amore ma un’alleanza strategica di enorme importanza. Adelaide controllava i valichi alpini cruciali, il Moncenisio e il Monginevro, fondamentali per i collegamenti tra Italia e Francia. Oddone, figlio del conte Umberto I Biancamano, fondatore dei Savoia, rappresentava una dinastia emergente oltre le Alpi. L’unione consolidò il legame tra la futura Casa Savoia e i territori italiani, aprendo alla dinastia la strada verso il Piemonte e, alla morte di Adelaide nel 1091, i suoi territori passarono ai discendenti sabaudi. Dalle mura di questo castello parte la lunga storia dei Savoia a cui è dedicata la mostra “I Savoia, mille anni di storia e potere”, fino al 24 maggio al castello di Susa, uno dei luoghi in cui la storia dei Savoia è incominciata.
La rassegna, visitata tra gli altri da Aimone di Savoia, duca d’Aosta, presenta la collezione di Savoie.live, l’associazione francese che conserva un patrimonio di grande importanza storica legato alla dinastia sabauda che si integra in queste sale con la collezione permanente del Museo Civico di Susa, Nell’esposizione, curata da Stefano Paschero, direttore del Museo civico di Susa, e Claude Duffur, si possono vedere decine di documenti e oggetti originali che comprendono otto secoli di storia europea. Ci sono sigilli medioevali in bronzo, sciabole, libri d’ore miniati, antichi volumetti in pelle con la storia dei Savoia, codici giuridici, ritratti di sovrani, croci alpine in oro e argento, monete e carte geografiche olandesi del Seicento e Settecento. Non solo una mostra ma il racconto di un’amicizia tra due terre che parlano la stessa lingua attraverso l’arte e la storia, oggi come ieri. Orari di apertura della mostra: venerdì, sabato e domenica dalla ore 14,00 alle ore 18,00.           Filippo Re
nelle foto,  le bifore esterne e interne al castello di Susa, oggetti esposti nella mostra

Dal papiro al digitale: ME-Scripta, il centro di ricerca del Museo Egizio sostenuto da Fondazione CRT

Un nuovo passo avanti per la ricerca sull’Antico Egitto: prende vita ME-Scripta, il centro di ricerca promosso dal Museo Egizio e sostenuto in modo determinante dalla Fondazione CRT. L’iniziativa, resa possibile da un investimento di circa 3 milioni di euro, punta a sviluppare un programma pluriennale dedicato allo studio, al restauro e alla digitalizzazione delle testimonianze scritte egizie, dai papiri agli ostraca fino alle legature copte.

Con questo progetto, il Museo Egizio rafforza la propria dimensione scientifica, affiancando alle attività espositive un centro di ricerca strutturato e interdisciplinare. ME-Scripta nasce infatti come realtà interna autonoma, guidata da Susanne Töpfer e composta da un team specializzato, con l’obiettivo di valorizzare una delle più importanti collezioni papirologiche al mondo: circa mille manoscritti e oltre 30 mila frammenti che coprono più di tre millenni di storia, in diverse lingue e sistemi di scrittura.

L’iniziativa si inserisce in una visione di lungo periodo che combina competenze umanistiche e tecnologie avanzate. Filologia, analisi multispettrali, restauro e strumenti digitali convergono per produrre nuova conoscenza e renderla accessibile sia alla comunità scientifica sia al grande pubblico.

Il programma scientifico si articola in tre principali linee di ricerca. La prima riguarda i papiri e il loro studio filologico, con interventi di ricostruzione, analisi e pubblicazione di testi inediti, tra cui documenti amministrativi e religiosi di epoca tolemaica e faraonica. La seconda è dedicata agli ostraca, frammenti di ceramica e pietra utilizzati per la scrittura quotidiana, fondamentali per comprendere la vita sociale ed economica dell’antico Egitto. La terza linea, RE-BIND, si concentra sulle legature copte, studiate attraverso tecniche diagnostiche avanzate per ricostruirne struttura e contesto originario.

Uno degli obiettivi più ambiziosi del progetto è la creazione, entro il 2034, di una piattaforma digitale integrata che raccolga e renda consultabili papiri, ostraca e altri supporti scritti. Questo archivio online, basato su standard internazionali, offrirà immagini ad alta definizione, trascrizioni e collegamenti a database globali, diventando un punto di riferimento per lo studio della scrittura egizia.

Le ricadute del progetto interesseranno anche il territorio: ME-Scripta prevede il coinvolgimento di numerosi professionisti tra ricercatori, restauratori e specialisti digitali, oltre a percorsi formativi, workshop e programmi internazionali rivolti a studenti e studiosi.

Accanto alla ricerca, grande attenzione sarà dedicata alla divulgazione. Il centro promuoverà attività educative, contenuti didattici bilingui e iniziative aperte al pubblico, contribuendo a rendere accessibile un patrimonio straordinario e a rafforzare il ruolo del Museo Egizio come polo culturale e scientifico di riferimento a livello internazionale.

Silvio Pellico nel castello di Murisengo. Un Guasco alle Crociate 

Personaggi monferrini di Armano Luigi Gozzano

I feudi di Murisengo, Calliano e Verduno portati in dote dalla marchesa Tarsilla Scozia al matrimonio del 1873 furono ereditati dal marito don Francesco Guasco di Paola III Gallarati (1847-1926), principe SRI, marchese di Bisio e Francavilla, Solero, Serralunga di Crea, Castellazzo, Forneglio, conte di Gavi e consignore di Valmacca. Figlio di don Emilio I e donna Felicita di Groppello, patrizio di Alessandria, Genova, Novara e Mondovì, fu membro della Società Storica Subalpina, della Società di Archeologia e Belle Arti per la provincia di Alessandria e di altre riviste storiche. L’origine millenaria della famiglia è confermata da Scipione Guasco, morto nel 1090 durante la prima Crociata.

Motto dello stemma di famiglia “C’est mon desir”, ovvero “Questo è il mio desiderio”. Su un capitello marmoreo nel chiostro del convento del Santuario di Crea esiste un altro stemma dei Guasco in miniatura. Fu l’autore delle preziose Tavole Genealogiche delle Famiglie Nobili Alessandrine e Monferrine tra il IX e il XX secolo, indagine monumentale e tesoro di notizie per tutti i ricercatori, pubblicata a Casale nel 1924 dal figlio Emilio II. Don Francesco, degno rappresentante della vecchia nobile aristocrazia piemontese che tenne in piedi lo Stato per secoli, fu sostenitore della nobiltà caduta in povertà che non chiedeva assistenza alle strutture pubbliche ma trovava sempre soluzioni ai propri problemi esistenziali.

Tipico esempio il famoso ballo dei 100+100, nato nel Risorgimento per creare incontri tra nobili disagiati e borghesi emergenti. Don Francesco Guasco, sindaco di Murisengo, ristrutturò il castello in stile medievale e costruì nel 1878 la cappella interna dedicata alla Madonna del Rosario. Il castello divenne famoso per aver ospitato nel 1813 Silvio Pellico, patriota, scrittore, drammaturgo che, tra le antiche mura, iniziò a scrivere la “Francesca da Rimini”, pubblicata nel 1815, tragedia intrisa di passione amorosa e amor patrio, inserendosi nel clima di revival medievale suggestionato da colte rimembranze del V canto dell’inferno dantesco.

La tragica vicenda che affascinò l’intero ottocento, non solo in campo letterario ma anche in quello pittorico e musicale (pensiamo alla “Francesca da Rimini” di Jean Auguste Dominique Ingres, ai dipinti preraffaelliti di Dante Gabriel Rossetti e di William Dyce ma anche alla fantasia per orchestra in Mi minore Op. 32 di Peter Ilich Tchaikovsky) fu interpretata dal Pellico in chiave risorgimentale rendendo la protagonista icona femminile immortale del romanticismo. Il soggiorno nel maniero del famoso patriota è dovuto a Carlo Guasco, nipote della contessa di Murisengo Osanna Fassati di Balzola, vedova del IV marchese di Calliano e VI conte di Murisengo Francesco Maria Scozia.

Nel duomo di Casale, don Francesco e Tarsilla furono i committenti dell’altare e del simulacro di Santa Maddalena come descritto sulle lapidi murate alle pareti, eretto nel 1850 al posto dell’altare di San Giuseppe. Il titolo principesco è stato ereditato con il matrimonio celebrato a Gand nel 1644 del loro antenato generale di artiglieria S.A.S. principe Carlo II Guasco con Enrichetta di Lorena, principessa di Phalsbourg e Lixheim in esilio, vedova del cugino Luigi di Guisa. Don Francesco ebbe due figli, Maria Adelaide e don Emilio II avvocato presso la Corte d’Appello di Torino e marito di Silvia Teresa Manin, figlia di Lodovico, pronipote dell’ultimo doge della Repubblica di Venezia.

Nato nel castello di Murisengo, don Emilio II frequentò il Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri seguendo le orme del padre. Don Emilio II, sindaco di Valmacca tra il 1915-1916 e nel 1926, donò al comune l’antico castello, oggi sede municipale, contribuendo al mantenimento dell’asilo fondato dalla madre Tarsilla. Fu anche proprietario del palazzo casalese Guasco di Bisio in via Garibaldi e del palazzo alessandrino nella via omonima da lui restaurato, sede del primo teatro dopo la conquista della città da parte dei Savoia. Il principe don Francesco Guasco di Paola IV (1914-1999), figlio molto riservato di don Emilio II, assistette la madre ormai centenaria dedicando la vita alla beneficenza occulta. La sua scomparsa segnò l’estinzione di una famiglia che scrisse la storia di Casale e dell’intera provincia alessandrina.
Giuliana Romano Bussola 
Armano Luigi Gozzano 

Torino sul podio: primati e particolarità del capoluogo pedemontano

 

Malinconica e borghese, Torino è una cartolina daltri tempi che non accetta di piegarsi allestetica della contemporaneità.
Il grattacielo San Paolo e quello sede della Regione sbirciano dallo skyline, eppure la loro altitudine viene zittita dalla moltitudine degli edifici barocchi e liberty che continuano a testimoniare la vera essenza della città, la metropolitana viaggia sommessa e non vista, mentre larancione dei tram storici continua a brillare ancorato ai cavi elettrici, me nel contempo le abitudini dei cittadini, segnate dalla nostalgia di un passato non così lontano, non si conformano allirruente modernità.
Torino persiste nel suo essere retrò, si preserva dalla frenesia delle metropoli e si conferma un capoluogo a misura duomo, con tutti i pro e i controche tale scelta comporta.
Il tempo trascorre ma lantica città dei Savoia si delinea unica nel suo genere, con le sue particolarità e contraddizioni, con i suoi caffè storici e le catene commerciali dei brand internazionali, con il traffico della tangenziale che la sfiora ed i pullman brulicanti di passeggeri sudaticci ma ben vestiti.
Numerosi sono gli aspetti che si possono approfondire della nostra bella Torino, molti vengono trattati spesso, altri invece rimangono argomenti meno noti: in questa serie di articoli ho deciso di soffermarmi sui primati che la città ha conquistato nel tempo, alcuni sono stati messi in dubbio, altri riconfermati ed altri ancora superati, eppure tutti hanno contribuito e lo fanno ancora- a rendere la remota Augusta Taurinorum così pregevole e singolare.

1. Torino capitale… anche del cinema!

2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo

3.Torinesi golosi: le prelibatezze da gustare sotto i portici

4. Torino e le sue mummie: il Museo egizio

5.Torino sotto terra: come muoversi anche senza il conducente

6. Chi ce lha la piazza più grande dEuropa? Piazza Vittorio sotto accusa

7. Torino policulturale: Porta Palazzo

8.Torino, la città più magica

9. Il Turet: quando i simboli dissetano

10. Liberty torinese: quando leleganza si fa ferro

 

1-Torino capitale… anche del cinema!

Torino è grande! Torino è bella, lo gridava Sandro Replay alle serate Parhasar, e vediamo quanti di voi, cari lettori, sorridono continuando la cantilena che quasi tutti i veritorinesi hanno pronunciato goliardicamente almeno una volta, certo ormai un podi tempo fa.
Vi ho sbloccato un ricordoperché in questo articolo vorrei raccontarvi di Torino sotto veste di capitale, tuttavia non dItalia (1861 – 1865), ma della Settima Arte, che proprio qui vede i suoi natali, grazie a personalità come Vittorio Calcina e Arturo Ambrosio.
È il 1895, nel negozio di ottica di Arturo Ambrosio viene esposto il Kinetoscopio di Edison, parente prossimo del celeberrimo cinematografo Lumière, strumento che proietta immagini in movimento, creando quella magia immortale che illude losservatore e lo inganna, trasportandolo in luoghi e momenti inaspettati attraverso rappresentazioni fittizie.
Anche se alcuni attestano una prima proiezione nel mese di marzo 1896, presso il Caffè Romano di piazza 
Castello, la versione ufficiale vuole che tale avvenimento si fosse svolto il 7 novembre dello stesso anno, presso l’Ospizio di Carità di via Po 33.
Lasciamo stare i cavilli, la rivoluzione cinematografica è ormai nata e da subito stupisce e destabilizza gli osservatori increduli; le immagini scorrono su un formato di 1,60 mt per 1,29 mt -quasi quanto alcune televisioni odierne-, i filmati hanno breve durata, come attesta “La Bohémienne dei bébès”, una delle prime pellicole trasmesse, con protagoniste otto bambine con i grembiulini bianchi che ballavano la polca.
Limpatto è talmente sconvolgente che ad esso seguono altri due primati: la prima proiezione con un pubblico pagante qualche mese più tardi rispetto al primo evento gratuito- e decisamente diversi anni dopo, nel 1971- la nascita del primo cinema dessai in Italia, il Cinema Romano, situato nella Galleria Subalpina, oggi rinominato Lux. E siccome non c’è due senza tre, nel 1983, Torino si conferma città del cinema con linaugurazione del cinema Eliseo, il primo multisala della penisola.
Ma andiamo per ordine: il 30 aprile 1911 si svolge nel capoluogo piemontese l’Esposizione internazionale delle industrie e del lavoro, una manifestazione imponente che espone numerosi cinematografi nei diversi padiglioni, a dimostrazione del fatto che già nel 1908 a Torino si girava ben il 60% della produzione filmica italiana, senza tener conto che a partire dal 1910 la casa di produzione Ambrosio distribuisce su larga scala i noti film serie nera, una sorta di storie gialle impreziosite dai drammi personali dei personaggi.
Pare incredibile, ma lAmerica allepoca guardava verso lItalia con stupore ed invidia, non solo per la grande macchina dellindustria cinematografica, ma anche per i divi e le dive che il grande schermo rendeva idoli indiscussi.
Sono gli anni del bianco e nero e del cinema muto, tutto è incentrato sulle movenze degli attori, gli sguardi, la gestualità estremizzata e teatrale, gli attori divengono Stars, impongono mode, dettano regole non scritte, infrangono i cuori dei giovani.


È il caso della bella Mary Cléo Terlanini, nota per aver recitato in Spergiura!, o di Lydia Borrelli, particolarmente amata dal pubblico maschile torinese, che addirittura morivaper il suo fascino, mentre le donne la imitavano a tal punto da far nascere una moda basata su un atteggiamento di emulazione totalizzante nei confronti della bella attrice, ilBorellismo. Francesca Bertini, charmantee gracile, invece era lincarnazione della divaper eccellenza, si dice infatti che pretendesse un abito nuovo e diverso per ogni scena girata, ovviamente cucito su misura dalla sua sarta personale, e che terminasse di lavorare alle 17.00 del pomeriggio per prendere il té in un grande albergo. Notata addirittura dalla Fox, Francesca preferisce alla grossolana America un amorevole banchiere svizzero, Alfred Paul Cartier.
Dietro i volti iconici e ben truccati degli interpreti in primo piano, si svolge il duro lavoro dei macchinisti, dei truccatori, degli scenografi, dei musicisti e di tutti coloro che finiscono nel dimenticatoio dei titoli di coda, eppure Vittorio Calcina, indifferente al rischio di non passare alla gloria, non si arrende ed elabora le prime pellicole con regia torinese, tra di esse si annovera un filmato realizzato presso il Castello di Monza, con protagonisti re Umberto I e consorte, i quali dimostrano una discreta curiosità per questa nuova tecnologia. Il girato viene trasmesso nella Birraria in via Garibaldi 10, luogo in cui si svolgono numerosi spettacoli diurni e serali, anche se il primo locale effettivo e stabile, in cui i film verranno proiettati periodicamente, sarà l’Edison, in via delle Finanze ora via Cesare Battisti-.
Nel frattempo il lungimirante Arturo Ambrosio parte per una gita in montagna, carico di una macchina da presa donatagli da uno dei fratelli Pathé – i creatori dellomonima società cinematografica, nata a Varennes, in Francia- con la quale gira il primo film prodotto a Torino: La corsa automobilistica Susa-Moncenisio. È linizio del successo per Arturo, che grazie alla riuscita del suo operato, apre uno studio di posa nel giardino di casa sua via Nizza 187- dedicandosi alla realizzazione di film comici, drammatici e diversi documentari.
La nascita della Settima arte porta con sé lo sviluppo del sonoro e della comunicazione senza fili, è tutta una tecnologia brulicante di scoperte e sviluppi, che dun tratto portano alla realizzazione di Cabiria, un vero e proprio kolossal, sceneggiato da Gabriele DAnnunzio e passato alla storia per essere stato il film più lungo, costoso ed innovativo dei tempi del cinema muto.
Impossibile non temporeggiare su tale argomento, tanto più che il temibile dio Moloch ancora ci osserva, incatenato, dallinterno del Museo del Cinema, situato presso la Mole Antonelliana.
Tra il 1913 e il 1914 Torino non invidia nulla alla celebre Hollywood, la stessa pellicola di Cabiria è nota negli Stati Uniti come the daddy of spectacles, ossia il papà di tutti gli spettacoli: la vittoria è garantita.
Giovanni Pastrone, il regista, propone un modello di spettacolo innovativo, che si differenzia dal cinema prodotto in precedenza, sotto molteplici punti di vista come la durata (tre ore e dieci minuti), il budget esorbitante (un milione di lire-oro), gli effetti speciali, i movimenti di carrello e luso espressivo della luce, senza dimenticare la Sinfonia del fuoco composta da Ildebrando Pizzetti e laccompagnamento in sala di coro e orchestra, per le proiezioni più prestigiose. È lopera darte totale, non stupisce a questo punto la collaborazione con DAnnunzio, il quale provvede alla stesura delle didascalie letterarie ed inventa il nome Cabiria, ossia nata dal fuoco.
Le scene del kolossal vengono girate in molteplici zone tra Torino, Tunisia, Sicilia, le Alpi, i laghi di Avigliana, Valli di Lanzo e allinterno di Villa Pastrone di proprietà del regista-.
Della musica invece si occupa Manlio Mazza con la breve ma intensa Sinfonia del fuoco di Ildebrando Pizzetti.
La prima si svolge il 18 aprile 1914, al Teatro Vittorio Emanuele di Torino e in contemporanea al Teatro Lirico di Milano. Le innovazioni del film quali lampade elettriche per il chiaroscuro, scenografie ricostruite in cartapesta, il carrello per muovere la cinepresa sulla scena e la tecnica della sovrimpressione, donano fama immediata a Cabiria, la critica rimane benevolmente impressionata dallopera, così come il pubblico, tanto che il kolossal resterà in cartellone per sei mesi a Parigi e per quasi un anno a New York. È bene non dimenticarsi che proprio Cabiria è stato il primo lungometraggio della storia ad essere proiettato alla Casa Bianca.


Ben si collega a questi gloriosi inizi il progetto di costruzione di un museo del cinema italiano, idea portata avanti a partire dal 1941 da Maria Adriana Prolo, con il sostegno artistico dello stesso Giovanni Pastrone e con laiuto del giornalista Francesco Pasinetti.
Sarà tuttavia necessario attendere il 1995 affinché la Mole Antonelliana venga scelta come sede ultima della grande esposizione, proprio in occasione del centenario della nascita del cinema; per tale evento collaborano l’architetto torinese Gianfranco Gritella e lo scenografo svizzero François Confino, il progetto in seguito si amplia e si modifica, accrescendo di pari passo fama e apprezzamenti, tanto che nel 2000 il museo viene visitato da oltre due milioni di visitatori.
Già conosciuto a livello internazionale, nel 2004, con il film Dopo Mezzanottedi Davide Ferrario, il Museo del Cinema di Torino tocca lapice della notorietà, mentre due anni dopo viene ulteriormente restaurato e rinnovato in occasione dei XX Giochi Olimpici invernali; lallestimento si arricchisce di postazioni multimediali e interattive, tre nuovi ambienti dedicati al western, al musical e alla fantascienza.
È proprio negli anni 2000 che Torino festeggia il suo personale legame con il cinema, grazie allinaugurazione del suggestivo apprestamento già citato di François Confino, il 20 luglio dello stesso anno, ma anche perché nel medesimo giorno viene costituita la Film Commission Torino Piemonte, con lo scopo di promuovere Torino ed il Piemonte come locations cinematografiche e televisive.
Ventanni dopo il capoluogo è ufficialmente nominato Capitale del Cinema 2020. È in tale occasione che si sottolinea la numerosa varietà di enti, associazioni, istituti e laboratori che si contraddistinguono per eccellenza nel panorama cinematografico nazionale ed europeo e che hanno sede proprio qui, nella città attraversata dal Po e ombreggiata dal Monviso. Sempre nel 2020 si svolge Torino Città del Cinema 2020. Un film lungo un anno, un progetto ambizioso, sostenuto da Città di Torino, Museo Nazionale del Cinema e Film Commission Torino Piemonte, con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo, in collaborazione con Regione Piemonte, Fondazione per la Cultura Torino, media partner Rai. Liniziativa continua a crescere e a coinvolgere ulteriori proposte, che nel tempo hanno contribuito a fondere linvenzione del grande schermo con il territorio torinese, a tal proposito è impossibile non citare lideazione de I luoghi del cinema, piano che prevedeva la realizzazione di allestimenti impattanti ed immersivi in alcuni specifici angoli della città.
È bene a questo punto fare i conti con il nostro snobismo torinese e riconoscere il ruolo più che rimarchevole che Torino ed il Piemonte hanno assunto nel mondo del cinema, nonché la loro notevole rilevanza dal punto di vista dello sviluppo dellindustria cinematografica, dello sviluppo di talenti e professionalità e delle ricadute in termini di promozione, anche internazionale, dellimmagine della città e dellintero territorio.
Vi invito dunque, cari lettori, a tornare ad andare più spesso al cinema, magari a vedere qualche produzione nostrana senza scetticismi o giudizi a priori, non solo per laria condizionata, ma perché siamo ormai talmente abituati alla comodità delle piattaforme da divano, che ci siamo scordati della meraviglia e della vera magia del grande schermo.
Daltronde è da tempo che il cinema ci insegna a guardare, ad ascoltare e a sentire, ci apre al confronto, ci fa affacciare su mondi distanti, ci racconta grandi storie, e anche se imparare costa fatica, sarà sempre meglio che restare inscatolati in una comoda e preconfezionata routine.

ALESSIA CAGNOTTO

 

 

C’era una volta Porta Palazzo

C’era una volta Porta Palazzo nelle fotografie di Marilaide Ghigliano, Mario Gabino, della collezione Hugo Daniel e dell’Archivio Storico di Torino. In mostra all’Antica tettoia dell’orologio.

Igino Macagno