Dal Monferrato a Torino, il percorso di un musicista che trasformò la passione in un’opera di diffusione culturale.
Passeggiando per le vie centrali di Torino, mi sono imbattuta in una targa in via Bertola 24 che indicava che in quel palazzo aveva Massimo Boario, compositore ed editore musicale. Quel segno discreto, fotografato quasi per caso, ha acceso una curiosità che si è trasformata in un percorso di scoperta: la sua vita, la sua opera e il ruolo che ha avuto nello sviluppo della musica bandistica piemontese e italiana del Novecento. Un tassello di storia musicale che, ancora oggi, appare come motivo di orgoglio per la città e per il territorio. Nato a Murisengo, nel Monferrato, il 29 settembre 1880, Boario seppe trasformare una passione coltivata fin dall’infanzia in una lunga e intensa vicenda artistica e imprenditoriale.
Le condizioni economiche non gli permisero un percorso accademico regolare, ma non gli impedirono di dedicare l’intera esistenza alla musica, in particolare a quella popolare e bandistica, che considerava una vera scuola di cultura e socialità collettiva. Fin da giovanissimo mostrò un talento naturale. Studiò il clarinetto nella banda del paese e iniziò presto a comporre valzer, polke e mazurche, generi molto in voga all’epoca. La sua formazione fu essenzialmente autodidatta: determinazione e ascolto continuo lo portarono a sviluppare uno stile personale, fondato su melodie immediate, eleganti e di forte riconoscibilità. Dopo un periodo trascorso in Svizzera come musicista e direttore, rientrò in Piemonte arricchito da nuove esperienze professionali. La svolta decisiva arrivò nel 1924, quando si trasferì a Torino. Qui acquistò un negozio di strumenti musicali e fondò la Casa Editrice Musicale M. Boario, destinata a diventare un punto di riferimento per il mondo bandistico. Attraverso questa attività non si limitò a diffondere le proprie composizioni, ma contribuì anche alla circolazione del repertorio di molti altri autori.
La sua produzione è imponente: oltre cinquecento opere che comprendono marce, ballabili, pezzi da concerto, musica sacra e numerose composizioni per banda. Le sue musiche conquistarono direttori e musicisti per l’equilibrio tra semplicità espressiva e solidità tecnica, entrando stabilmente nel repertorio delle bande italiane ed europee e risuonando per decenni nelle piazze, nelle feste patronali e nelle celebrazioni pubbliche.
“Il Cigno di Murisengo”, come veniva talvolta chiamato per la sua eleganza melodica, fu molto più di un compositore prolifico: fu un autentico divulgatore musicale. Era convinto che la musica dovesse essere accessibile a tutti e non riservata ai soli contesti elitari. Per questo motivo non cercò mai la carriera nei grandi teatri, ma preferì la dimensione viva delle bande, delle piazze e della partecipazione popolare. Mantenne sempre un legame profondo con le sue origini contadine e con il Piemonte, territorio che percorse a lungo insegnando, dirigendo complessi bandistici e sostenendo la nascita di nuove formazioni. Il suo lavoro contribuì in modo decisivo a rafforzare una tradizione che ancora oggi rappresenta uno dei pilastri della cultura musicale locale e nazionale.
Quando morì a Torino il 2 agosto 1956, lasciò un patrimonio artistico e umano di grande valore. La sua eredità continua a vivere sia attraverso le composizioni ancora eseguite, sia attraverso l’attività editoriale che porta il suo nome e che ha contribuito a preservarne la memoria e la diffusione. A completare il profilo umano e professionale di Boario, Pietro Mascagni gli dedicò una formula di stima autografa, definendolo “Egregio Maestro”, segno di considerazione all’interno dell’ambiente musicale dell’epoca. Massimo Boario resta così l’esempio di un musicista che ha saputo trasformare il talento in servizio alla comunità, facendo della musica un linguaggio capace di unire persone, territori e generazioni.
Maria La Barbera




L’assetto strutturale di Torino è ormai gerarchico, esso rispecchia l’ordine sociale secondo cui il potere si acquisisce per nascita, come testimonia la corte nobiliare che si accerchia sempre più intorno alla figura del monarca. È opportuno tuttavia sottolineare come in realtà i sovrani non fossero dei veri “desposti”, essi a loro volta dovevano comunque sottostare alle leggi dello Stato, perseguendo l’alto e specifico obiettivo di amministrare la giustizia, perseguendo il difficile scopo di mantenere l’ordine sociale, anche tenendo in considerazione i principi divini.
Nello specifico, la Reggia di Venaria, tuttora considerata un capolavoro d’architettura, si presenta come un’imponente struttura circondata da ampi giardini, ricchi di aiuole, fiori, piante, vanta numerosi esempi d’arte barocca, quali la Sala di Diana, la Galleria Grande, la Cappella di Sant’Uberto, le Scuderie Juvarriane, la Fontana del Cervo e le numerose decorazioni presenti in tutta la struttura. L’edifico è parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1997.

L’Art Nouveau apre la strada all’architettura moderna e al design. Determinante per la diffusione di quest’arte è sicuramente l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, tuttavia anche altri canali ne segnano l’importanza: ad esempio la pubblicazione di nuove riviste, come L’art pour tous, e l’istituzione di scuole e laboratori artigianali. La massima diffusione del nuovo stile è comunque da rapportarsi all’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna di Torino del 1902, in cui vengono presentati progetti di designer provenienti dai maggiori paesi europei, tra cui gli oggetti e le stampe dei famosi magazzini londinesi del noto mercante britannico Arthur Lasemby Liberty. La nuova linea artistica, in rottura con la tradizione, è presente nelle grandi capitali europee, come Praga, con la grande figura di Moucha, Parigi in cui Guimard progetta le stazioni per la metropolitana, Berlino, dove nel 1898 i giovani artisti si dissociano dagli stili ufficiali delle accademie d’arte, intorno alla figura di Munch, Vienna, dove gli artisti della secessione danno un nuovo aspetto alla città. Una delle caratteristiche più importanti dello stile, che presenta affinità con i pittori preraffaelliti e simbolisti, è l’ispirazione alla natura, di cui studia gli elementi strutturali, traducendoli in una linea dinamica e ondulata, con tratto “a frusta”, e semplici figure sembrano prendere vita naturalmente in forme simili a piante o fiori. Si stagliano in primo piano le forme organiche, le linee curve, con ornamenti a preferenza vegetale o floreale. Tra i materiali, vengono adoperati soprattutto il vetro e il ferro battuto. In gioielleria si creano alti livelli di virtuosismo nella smaltatura e nell’introduzione di nuovi materiali, come opali e pietre dure, nascono monili in oro finemente lavorato e smaltato; i diamanti vengono accostati ad altri materiali, come il vetro, l’avorio e il corno. Solo in Italia, a differenza degli altri territori prima chiamati in causa, il Liberty non si contrappone al passato o alla tradizione accademica dell’insegnamento e dell’esercizio delle arti, con la conseguenza che qui, sulla nostra penisola, non si consolidò mai una scuola di riferimento identificabile con il movimento Liberty, al contrario ci furono singole personalità artistiche che si dedicarono ad approfondire i caratteri dello stile floreale ed epicentri per la diffusione del gusto dell’arte nuova, tra questi poli di profusione ci fu proprio Torino. Nei prossimi articoli considereremo nel dettaglio alcuni palazzi e quartieri della città sabauda particolarmente suggestivi e rilevanti dal punto di vista decorativo e architettonico, che testimoniano la meravigliosa trasformazione della nostra città, ancora oggi conosciuta come capitale del Liberty italiano.

