







Era il 6 febbraio 1958. Il grande Bobby Charlton si salvò, uscì quasi incolume dai rottami dell’aereo e fu uno dei superstiti dello schianto “ma quell’incubo mi accompagna da allora e ha cambiato la mia vita”. Sono passati 68 anni da una delle sciagure più note del calcio che ricorda quella, ancora più tragica, del Grande Torino nel 1949. La squadra di calcio del Manchester United con i “Busby Babes”, soprannome del team, è in volo verso casa dopo aver giocato a Belgrado con la Stella Rossa. Finì 3-3 e gli inglesi si qualificarono alle semifinali della Coppa dei Campioni in virtù della vittoria all’andata per 2-1. L’aereo, un Airspeed Ambassador, fa scalo a Monaco di Baviera per fare rifornimento.

Bufera di neve in corso, pista ghiacciata e piena di fango. Il pilota tenta due volte il decollo ma non ci riesce per il surriscaldamento di un motore. Non desiste, ci prova ancora per la terza volta. Il velivolo parte solo con la potenza dell’altro motore ma la velocità è troppo bassa e non riesce a decollare. Finisce fuori pista e va a sbattere contro un deposito di carburante che esplode. È una strage, viene distrutta una delle squadre più belle della storia del calcio inglese. Perdono la vita 23 dei 44 passeggeri a bordo tra cui otto calciatori del Manchester e tre membri del club inglese. Si salvano nove giocatori tra cui Bobby Charlton, 21 anni, e l’allenatore Matt Busby. “Per giorni mi sono chiesto perché mi fossi salvato, ricorda il leggendario Bobby a 68 anni dalla tragedia, si è trattato solo di fortuna, ero seduto nel posto giusto”. Si trovava infatti nel troncone di aereo che non prese fuoco. A perdere la vita sul colpo, oltre al co-pilota e allo steward, sono otto giocatori e otto giornalisti. Matt Busby tornerà ad allenare lo United e vincerà la Coppa dei Campioni nel 1968 a Wembley con il suo capitano Bobby Charlton.
Filippo Re
nelle foto, il disastro aereo a Monaco di Baviera, 6 febbraio 1958 – la squadra del Manchester United allenata da Matt Busby
Costruita nell’omonima regione rumena del Maramures, al confine tra Ungheria e Ucraina, è un raro gioiello realizzato in legno, uno dei pochi e preziosi esempi di chiesa ortodossa cristiana del suo genere, in Italia ne esiste solo uno: a Moncalieri. Nessun chiodo, solamente incastri, hanno tramutato questo edificio in una struttura portatile e, a parte la Romania, dove questi luoghi di culto costruiti perlopiù tra il XVII e il XVIII secolo sono inseriti nella lista del Patrimonio Unesco, nel mondo se ne contano solo altri 5: in Venezuela, Cipro, Svizzera, Francia e Svizzera.
Arrivata nella cittadina piemontese pezzo per pezzo e ricostruita come si farebbe con i moderni Lego, la speciale tecnica con cui è stata costruita è statasviluppata in conseguenza ad una regola emanata dalla Corona Ungherese che proibiva l’edificazione delle chiese in pietra, ma probabilmente anche per la necessità di far “sparire” gli edifici di culto cristiani a causa delle persecuzioni religiose.
Dedicata ai Quaranta Martiri di Sebaste e inaugurata nel 2016, la chiesa Maramures è a pianta rettangolare e affaccia sul sagrato esterno attraverso un sistema di portici che creano una “C”. La casa parrocchiale ospita l’appartamento del sacerdote, una sala polivalente e una foresteria, l’edificio è circondato da un bel giardino curato e piante di rose.
Arrivando a via Papa Giovanni XXIII a Moncalieri si nota subito il suo bel campanile alto 25 metri, il colore caldo del legno, la forma tipica di queste impiantiarchitetturali vernacolari che utilizzano i materiali tipici secondo le tradizioni del luogo, in questo caso la Transilvania. Entrando dal cancello è naturale ammirare l’imponente portale ricco di intarsi, le arcate e le catene create da un pezzo unico di legno. L’interno invece, meno lavorato rispetto all’esterno, è delicatamente decorato con icone e immagini sacre su un fondo bianco e incorniciate dalle travi lignee.
Visitando questo luogo sacro si avrà la sensazione di fare un viaggio temporale, ci si sentirà in un’altra dimensione geografica, immersi in tradizioni etno-religiose diverse dalle nostre ma perfettamente integrate nel territorio.
MARIA LA BARBERA
Dai tramezzini stellati del centenario al ritratto di Angela, dal cibo come valore identitario al contest con i giovani dell’alberghiero, ecco alcune novità promosse dal Caffè Mulassano per celebrare il centenario.
Nell’anno in cui si celebra l’anniversario il famoso locale torinese che per primo nella storia ha offerto il tramezzino dedica un tributo ad Angela Demichelis Nebiolo, pioniera dell’importazione del gusto e delle mode americane nel primo Novecento.
Angelina è una donna italiana straordinaria per il suo tempo, una figura femminile che sarebbe da inserire nella storia delle donne del Novecento per le sue iniziative e la sua personalità. A quindici anni parte per Detroit dove sposa Onorino Nebiolo e con lui condivide anni di gestione di ristoranti e locali negli Stati Uniti. È una delle prime donne in assoluto a prendere la patente e a guidare una macchina. Una donna caparbia e intraprendente che ha vissuto in pieno il periodo del proibizionismo negli States.
Nel 1926 Angelina, con Onorino e i suoi due figli, Felice e Gloria, rientra in Italia, uno dei pochi casi di emigrante al contrario, proprio negli anni in cui i flussi dall’Italia verso gli Stati Uniti erano notevoli. È un’italiana che torna da Detroit a Torino, un’imprenditrice del mondo che oggi chiamiamo food & beverage e che crea un modello nuovo di “fast food” mutuato dal “toast” americano, pure quest’ultimo importato dall’imprenditrice piemontese. Angela seppe stupire la città sabauda con quei “paninetti” che Gabriele D’Annunzio battezzò col nome di “tramezzini”.
La Signora del Mulassano capisce che il gusto dei torinesi, abituati ad una cucina raffinata e di buongusto, non può fermarsi al “toast”, pure molto apprezzato, anche perché il toast è realizzato con il pane riscaldato, e dunque limita l’utilizzo di molti ingredienti, così Angela, dietro al bancone dove i clienti erano abituati a vederla intuisce che lo stesso pane – un pane con una speciale maglia glutinica, lo stesso che si utilizza ancora oggi – può essere ancor più apprezzato se utilizzato per accompagnare svariate farciture, tra cui quei gusti tradizionali molto amati dai torinesi, come i celeberrimi tramezzini con la bagna cauda o il tartufo, tra i più apprezzati anche cento anni dopo.
Il tramezzino gourmandise, è un prodotto identitario del Caffè Mulassano, nasce come accompagnamento per l’aperitivo che a quel tempo era rappresentato dal Vermouth, altro prodotto identitario del Caffè Mulassano, tant’è che l’attività della ditta Mulassano comincia nella seconda metà dell’800 con l’apertura di una bottiglieria in via Nizza, e prosegue nel 1907 con l’apertura del Caffè sotto i portici di piazza Castello dov’è tutt’ora. Quest’anno, tra l’altro, ricorrono 240 anni dalla creazione del Vermouth, liquore che sta conoscendo una forte fase di rinascita, sempre più richiesto nel mondo della mixology ma anche liscio.
Il Caffè Mulassano, che fa parte dell’Associazione dei Locali Storici d’Italia e dell’Associazione Caffè Storici di Torino e Piemonte, quale custode di questa bella storia promuove da aprile a settembre 2026 una serie di iniziative volte a raccontare, celebrare e reinventare il panino farcito per eccellenza.
Nasceranno in tre momenti diversi i tramezzini del centenario dedicati a quelle tre persone che ne hanno fatto la storia: “Angelina” in primis, omaggio alla sua creatrice, “D’Annunzio” dedicato al poeta che ne decretò il nome e “Nebiolo’s” dedicato a Onorino ma che vuole ricordare attraverso il genitivo sassone la loro vicenda d’oltreoceano con il locale “Nebiolo Cafè Dine e Dance” di Detroit, Nebiolo ricorda, inoltre, uno dei migliori vini piemontesi (pur con una b mancante).
Tre chef stellati si dedicheranno alla creazione di una farcitura speciale per questo importante anniversario, ognuno dedicando la propria creazione ad una singola figura. Le creazioni rappresenteranno l’essenza di quella “torinesità” e “piemontesità” che ha fatto da cornice a questa storia di gusto che, partendo da una cultura d’oltreoceano, ha raccontato come poche altre il genio della cultura alimentare italiana, oggi felicemente nominata Patrimonio Unesco. Le tre nuove creazioni saranno presentate al pubblico e alla stampa una al mese nei mesi di aprile, maggio e giugno 2026 al Caffè Mulassano alla presenza degli Chef che racconteranno la loro creazione per il centenario.
Oggi esiste solo una piccola targa che ricorda come nel 1926 Angela Demichelis Nebiolo inventò il tramezzino. Ma per il centenario uno dei più grandi ritrattisti italiani viventi realizzerà un ritratto di Angela che verrà collocato permanentemente all’interno del Caffè Mulassano accolto tra i suoi straordinari arredi storici. L’opera verrà svelata e presentata nel mese di giugno
A settembre lo scrittore e biografo di Angela, che ha raccolto tutta la storia de “La Signora del Mulassano” raccontandone vicende e aneddoti “tra whisky e tramezzini da Detroit a Torino”, incontrerà il pubblico per far conoscere ancor più e ricordare questa donna straordinaria.
In un compleanno come questo, dove si celebrano i cento anni di un prodotto che nella sua semplicità ha saputo conquistare il mondo, il Caffè Mulassano promuove un contest dedicato ai giovani dell’Istituto Alberghiero di Torino, che saranno coinvolti in una discussione creativa insieme ai loro Docenti sul valore del cibo come prodotto identitario e come spazio per la libera creatività. Anche i giovani si cimenteranno nella creazione di nuove farciture e nuove creazioni in una gara libera sul gusto torinese e piemontese tra passato e futuro. Questo appuntamento si svolgerà a settembre e chiuderà le iniziative del Caffè Mulassano per il centenario del tramezzino.
“Mi ci vorrebbe un altro di quei golosi tramezzini” esclamò un giorno D’Annunzio in visita al Mulassano. È quello che tutti i giorni clienti abituali e turisti da ogni parte del mondo ripetono seduti su quegli stessi tavolini dove, nel tempo, si fermavano Achille Mario Dogliotti, Luigi Spallanzani, Italo Cremona, Macario, Mario Soldati e Gianandrea Gavazzeni.
Commemorazione delle vittime al “Parco della Rimembranza” e un Convegno alla “Biblioteca Civica”
Lunedì 9 e martedì 10 febbraio
Chieri (Torino)
“L’istituzione del ‘Giorno del Ricordo’, votata a larghissima maggioranza dal Parlamento italiano, ha contribuito a riconnettere alla storia italiana quel capitolo tragico e trascurato, a volte persino colpevolmente rimosso. La memoria storica è un atto di fondamentale importanza per la vita di ogni Stato, di ogni comunità. Ogni perdita, ogni sacrificio, ogni ingiustizia devono essere ricordati. Troppo a lungo ‘foiba’ e ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia. La memoria delle vittime deve essere preservata e onorata. Naturalmente – dopo tanti decenni e in condizioni storiche e politiche profondamente mutate – perderebbe il suo valore autentico se fosse asservita alla ripresa di divisioni o di rancori”. Sergio Mattarella dixit.
L’Amministrazione civica chierese si affida alle parole, sempre misurate e di profonda etica intensità, del nostro Presidente della Repubblica per presentare le iniziative programmate a Chieri a celebrazione, il prossimo martedì 10 febbraio, del cosiddetto “Giorno del Ricordo”. Il ‘Giorno’ istituito dal “Parlamento italiano” (con legge 30 marzo 2004 n.92) per commemorare le tante vittime delle “foibe” – quelle terribili cavità carsiche dove furono gettati (spesso dopo essere stati torturati) migliaia di italiani (militari e civili) da parte dei partigiani slavi fra il 1943 e il 1945 – e l’“esodo” degli italiani di Istria, Fiume, Dalmazia e Venezia Giulia sotto la feroce occupazione dei comunisti jugoslavi. Eventi di disumana tragicità avvenuti durante e dopo il secondo conflitto mondiale al “confine orientale” della nostra penisola (in particolare, a seguito del “Trattato di Pace” di Parigi del 10 febbraio 1947, di qui la data fissata per l’annuale commemorazione, che assegnò gran parte di questi territori alla Jugoslavia); eventi su cui mai avrà da ergersi il muro dell’oblio, mantenendone invece viva la memoria, onorando le vittime (giustiziate, “infoibate” o morte di stenti nei campi di prigionia comunisti) e, soprattutto, promuovendo la conoscenza di quanto accaduto fra le nuove generazioni.
Ecco dunque gli eventi programmati a Chieri per martedì 10 febbraio, anticipati da un incontro storico-letterario il giorno precedente, lunedì 9 febbraio.
Martedì 10 febbraio, il Sindaco Alessandro Sicchiero e il Presidente del Consiglio comunale Federico Ronco presenzieranno, alle 10, al “Parco della Rimembranza” (viale Caduti Senza Croce), alla cerimonia commemorativa organizzata in collaborazione con l’“Associazione Veneti Chieresi” e l’“Associazione Nazionale Famiglie dei Caduti e Dispersi in Guerra – ANFCDG”.
Lunedì 9 febbraio, alle 21, alla “Biblioteca Civica” (via Vittorio Emanuele II, 1) lo storico Claudio Vercelli presenterà il libro “Capire le foibe” (Edizioni del Capricorno). Partendo dai dati assodati e da una riflessione critica lontana da pregiudizi ideologici, lo storico torinese descriverà e analizzerà con il rigore della ricerca storica le tragiche e complesse vicende che si sono svolte lungo il “confine orientale” tra il 1943 e l’immediato dopoguerra, per offrire ai lettori “diverse chiavi di lettura su una più ampia vicenda che chiama in causa l’identità italiana”. Obiettivo del libro: cercare di mettere chiarezza sulla tanto dibattuta questione delle “foibe”, rivedendo antefatti, fatti e conseguenze sotto la luce della veridicità storica.
g.m.
Nelle foto: Locandina “Giorno del Ricordo”; Claudio Vercelli; Cover “Capire le foibe” (Edizioni del Capricorno)
Classe 1884, figlia d’arte, suo padre fu ingegnere civile con un suo studio in citta’, si iscrisse al Regio Politecnico, che una volta aveva la sede al Valentino, dopo aver conseguito il diploma di liceo classico presso la scuola Massimo D’Azeglio.
In Italia le donne furono ammesse all’universita’ solo nel 1874 e la prima donna in assoluto a laurearsi, in medicina, fu Ernestina Paper a cui ne seguirono altre alle facolta’ di Lettere o Giurisprudenza, ma fino a quel momento nessuna si era avventurata nel mondo maschile dell’ ingegneria.

L’ardimentosa Emma si classifico terza su 62 studenti (61 uomini) ottenendo il massimo dei voti e, dopo la discussione della tesi, la camera di consiglio ci mise piu’ di un ora per decidere se il titolo dovesse essere “ingegnere” o ingegneressa”.
Si interessarono a lei anche i media di allora come La Stampa che scrisse orgogliosamente: “Emma Strada, sabato scorso, al nostro Istituto Superiore Politecnico ha conseguito a pieni voti la laurea in ingegneria civile. La signorina Strada è così la prima donna-ingegnere che si conti in Italia e ha appena altre due o tre colleghe all’estero”.
Emma lavoro’ come assistente all’Universita’ fino alla morte del padre e successivamente esercito’ nello studio dello defunto genitore insieme al fratello (anche lui ingegnere), e si occupo’ della realizzazione di acquedotti, gallerie, miniere; non poteva firmare i documenti perche’ non era iscritta all’Albo, ma si recava regolarmente e di buon grado presso i cantieri.
Il primo progetto dell’ing. Emma Strada fu la realizzazione di una galleria di accesso ad una miniera di Ollomont in Val d’Aosta, si occupò, inoltre, della progettazione dell´automotofunicolare di Catanzaro e della costruzione del ramo calabrese dell’acquedotto pugliese. Per promuovere il lavoro delle donne nel campo della scienza e della tecnologia, fondò con altre colleghe, nel 1957, l’Associazione Italiana Donne Ingegnere e Architetti (AIDIA), di cui diventò la prima presidente.
Emma Strada fu una fervente monarchica e per molti anni trascorse le mattine nella sede dell’Associazione Monarchica Torinese come organizzatrice e animatrice. Era molto legata al Re Umberto II, in quel periodo in esilio, che a sua volta la apprezzava e stimava e la insignini’ di importanti onorificenze sabaude.
Fu l’artefice del suo sogno e delle sue ambizioni, ma anche una donna coraggiosa che demoli’ lo stereotipo secondo cui le donne non potevano accedere ai molti mondi allora dedicati solo agli uomini, come l’ingegneria appunto. Grazie anche a lei e alla sua determinazione, al giorno d’ oggi essere una donna ingegnere non fa piu’ notizia.
Alla “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, un “programma diffuso” per raccontare, nel Centenario della scomparsa, la regina più moderna d’Italia
Da gennaio a luglio 2026
Secondo lo storico e saggista astigiano Ugoberto Alfassio Grimaldi, fu il personaggio politico dell’Italia unita che seppe destare, con tutti i “distinguo” d’obbligo, “dopo Giuseppe Garibaldi e Benito Mussolini, i maggiori entusiasmi nelle classi elevate e nelle classi umili”. Abbigliamento sempre elegante e ricercato, una costante affabilità e una profonda cultura, ma soprattutto un’assetata curiosità del “nuovo”, delle emergenti (fantascienza in allora) innovazioni tecnologiche, tanto da far pensare (ah, se avesse avuto fra le mani la micidiale arma di uno smartphone!) all’odierna figura di un’“influencer” decisamente ante litteram, la regina Margherita di Savoia (all’anagrafe Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia – Genova; Torino, “Palazzo Chiablese”, 1852 – Bordighera, 1926), andata in sposa a re Umberto I e prima regina consorte d’Italia, sarà la grande protagonista di un ricco calendario di iniziative, in programma alla “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, per ben sette mesi, da questo gennaio al prossimo luglio, teso a celebrare, attraverso articolati “passaggi” della sua vita, il Centenario della sua scomparsa, avvenuta a 74 anni, nell’amata “Villa Margherita” (suo “buen retiro” invernale) di Bordighera. Un ricco calendario di eventi che vuole avere, quale filo conduttore, proprio il suo sorprendente desiderio di “modernità” (fu anche grande appassionata di alpinismo e prima donna a scalare nel 1889 la “Punta Gnifetti” sul Monte Rosa) e quell’innata capacità di universale “fascinazione” (anche oltre le mura reali) che le valsero significativi omaggi popolari e poetici: dalla celebre “pizza Margherita” creata per lei a Napoli da tal pizzaiolo Raffaele Esposito, alla famosa “ode” carducciana “Alla regina d’Italia”, scritta e a lei dedicata dal “poeta dei paesaggi maremmani”, subito dopo la visita bolognese dei sovrani nel novembre del 1878.
“Margherita. Un secolo di storia” è il titolo di un progetto trasversale che intreccia storia, costume, mobilità e gusto, sviluppato grazie alla collaborazione con il “MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile”, collezionisti privati e altre realtà non solo culturali, tra cui “Museo del Cioccolato e del Gianduja Choco-Story Torino” e “Pfatisch”.
Cuore del programma è la mostra “Sulle strade della Regina. Alle origini dell’automobile moderna”, in programma dal 5 marzo al 28 giugno nella “Citroniera di Ponente” e realizzata in collaborazione con il “MAUTO”. “Undici automobili originali” di fine Ottocento e inizio Novecento (dalla “Benz Victoria”, 1893 alla “Fiat Tipo Zero A” del 1913), affiancate da “nove carrozze storiche” provenienti dalla prestigiosa collezione privata “Nicolotti Furno”, raccontano di quando cavalli e motori cominciarono a condividere le stesse strade e il futuro cominciò a “prendere velocità”. Un tema che riflette perfettamente la figura di Margherita, lei stessa dotata di “patente di guida” e proprietaria di una scuderia di ben “tredici automobili”.
Accanto alla mostra, il percorso “Le stanze di Margherita” (che s’insediò nella “Palazzina” fra il 1901 ed il 1919, prima della sua trasformazione in “Museo”) accompagna i visitatori all’interno dell’ “Appartamento di Levante” e in altri spazi, mettendo a confronto fotografie storiche e ambienti attuali. Ne emerge il ritratto di una regina stupenda “interior design”, capace di rendere abitabile e personale anche una residenza monumentale, dove introdusse nuovi comfort (dai servizi igienici con acqua calda e fredda all’ascensore a pompa idraulica recentemente restaurato), portando il suo “moderno” gusto personale e un modo diverso di abitare gli spazi reali.
In programma anche il progetto speciale “Le Perle della Regina”, un cioccolatino ideato dal “Museo del Cioccolato e del Gianduja Choco-Story Torino” e realizzato da “Pfatisch”: una creazione unica, nata dal “cuore di nocciola Piemonte IGP”, avvolto da un delicato guscio di cioccolato bianco, lucido e perlaceo, che richiama le preziose “collane di perla” (“margarìtes” in greco, da cui il nome Margherita) tanto amate dalla sovrana.
Il racconto si chiude, infine, con il ciclo di conferenze “Margherita a Stupinigi e il suo tempo” che affronta la figura della regina attraverso temi contemporanei – moda, automobili, cucina, design – le visite guidate mensili “Margherita e Stupinigi”, per culminare con la rievocazione storica “I giorni di Margherita”, in programma sabato e domenica 20 e 21 giugno, evento diffuso, a cura de “Le vie del tempo”, che “restituisce atmosfere, gesti e presenze del primo Novecento”.
Per ulteriori info: “Palazzina di Caccia”, piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi – Nichelino, Torino; tel. 011/6200634 o www.ordinemauriziano.it
Fino al mese di luglio 2026
Orari: mart. – ven. 10/17,30; sab. – dom. e festivi 10/18,30
Gianni Milani
Nelle foto: Ritratto della regina Margherita; La regina in auto, fine ‘800; La regina nella “Sala da gioco”; I cioccolatini “Pfatisch” e le perle della regina (Ph. Alessandro Rota)


