IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni
Il Giorno del ricordo che venne istituito nel 2004 con legge votata a larghissima maggioranza dal Parlamento italiano e con il voto del PDS e il sostegno di Luciano Violante, sara’ celebrato in modo solenne dall’ANVGD e dal Comune di Torino. Il Giorno del ricordo si tiene il 10 febbraio, anniversario del Trattato di pace che tolse all’Italia le terre del confine orientale: Istria, Dalmazia, Venezia Giulia, Fiume. Esso intende ricordare gli infoibati italiani da parte dei partigiani di Tito e l’esodo a cui furono costretti oltre 300mila Italiani per sfuggire alla furia titina.
La Jugoslavia si rivelò un regime totalitario e sanguinario, anche se il distacco di Tito da Stalin la portò ad essere considerata un paese “normale” da tanti stati democratici mondiali e perfino dalla stessa Repubblica italiana che nel 1975 firmo’ il Trattato di Osimo che comporto’ la definitiva cessione di altri territori italiani a Belgrado. Va ricordato in questo contesto come fu difficile e ritardato al 1954 perfino il ritorno di Trieste alla madre patria.
Gli Italiani dell’esodo non furono ben accolti in Italia anche se i profughi si inserirono con il loro duro lavoro nel tessuto italiano, senza richiedere assistenze di sorta, con una dignità senza confronti, orgogliosi di essere e di rimanere italiani. Le Comunita’ di esuli ancora oggi sono formate da cittadini esemplari e benemeriti. Per decine d’anni in Italia non si parlò di foibe anche da parte degli storici. Solo Gianni Oliva, e in parte minore chi scrive, ruppero il silenzio. Furono per primi gli scrittori Sgorlon e Tomizza a scrivere del dramma del confine orientale. Oggi c’è la tendenza a tornare indietro, con un revisionismo storico che rasenta il negazionismo e giunge anche al giustificazionismo delle foibe, “naturale reazione slava alla guerra fascista e alle violenze degli italiani contro gli slavi”. Si tratta di una tesi inaccettabile, in primis perché giustifica violenze brutali contro 20 – 30 mila italiani colpevoli solo di essere italiani. L’odio slavo si riversò contro gli Italiani che non erano già tollerati durante la dominazione austriaca che favorì la comunità slava. In ogni caso giustificare le foibe significa accettare una visione della storia simile a quella di Hegel che la vedeva come un immenso mattatoio in cui la giustizia è una chimera. Le vicende del Confine orientale vanno storicizzate, non dimenticate o stravolte. Questo è il nostro dovere di Italiani e anche di Europei che guardano oltre i confini novecenteschi che grondano di sangue. In questo giorno rendiamo anche onore ai grandi Italiani originari della sponda adriatica: da Niccolò Tommaseo a Guglielmo Oberdan, da Fabio Filzi a Nazario Sauro, da Ottavio Missoni a Enzo Bettiza.
La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.
imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.







Arrivata nella cittadina piemontese pezzo per pezzo
Arrivando a via Papa Giovanni XXIII a Moncalieri si nota subito il suo bel campanile


