| Domenica 30 agosto si terrà una visita speciale alla Palazzina di Caccia di Stupinigi dal titolo “Diana & Co”
Domenica 30 agosto alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, alle 15.45, si terrà una visita speciale per famiglie tra miti, dei e leggende, intitolata a “Diana & Co”. Diana, dea della luna e della caccia, occupa un posto di rilievo nell’immaginario delle corti europee e della palazzina di Stupinigi. Storie e miti di “Diana & Co” saranno raccontati domenica 30 agosto in una visita guidata a misura di bambino, in occasione di FAMU, Famiglie al Museo, che trasforma il percorso museale in un’esperienza coinvolgente, in cui opere d’arte, affreschi e sculture diventano strumenti per raccontare miti e leggende dell’antichità. Palazzina di Caccia di Stupinigi, Piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi- Nichelino ( TO) Domenica 30 agosto 2026 ore 15.45 Prezzo attività 5 euro + biglietto d’ingresso Prenotazione obbligatoria per l’attività entro il venerdì precedente Info: 0116200601 stupinigi@ biglietteria. Mara Martellotta |
Torino al tempo del Risorgimento
Breve storia di Torino
1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi
8 Torino al tempo del Risorgimento
Se parliamo di Risorgimento, parliamo anche di Torino.
Le stesse vie ora intrise di negozi e passanti, brulicanti di turisti e concittadini, odorose di caramelle e caldarroste, un tempo erano percorse da quegli stessi illustri uomini che fanno capolino sui libri di storia: Cavour, Mazzini, d’Azeglio, Garibaldi, chi ha“fatto l’Italia”l’ha quantomeno pensata proprio seduto tra i caffè torinesi, magari sorseggiando “bicerin” o assaporando un “bunet”.
Camillo Benso pranzava abitualmente al ristornante del Cambio, che si affaccia su Piazza Carignano ed era assiduo frequentatore dell’ormai storico Caffè Fiorio, situato sotto i portici di via Po, mentre la Contessa di Castiglione, nota come“la più bella donna mai vista alle corti dell’epoca” abitava niente meno che in via Lagrange 29, “noblesse oblige” come si suol dire.
Diversi luoghi cittadini sono intitolati a personaggi famosi di tale periodo, come ad esempio il Borgo Nuovo, dove si trova l’aiuola Balbo, dedicata a sei differenti figure, “in primis” al Primo Ministro del Parlamento Subalpino del 1848, oppure, per riportare un esempio meno conosciuto, in Piazzetta Maria Teresa ci si può imbattere nel monumento rivolto al patriota Guglielmo Pepe, il quale, disobbedendo al re Borbone Ferdinando II, ordinò alle sue truppe di attraversare il Po e raggiungere Venezia per sostenere la Repubblica veneziana nel 1848.
L’elenco è decisamente lungo, Torino pullula di nomi e luoghi che andrebbero citati a gran voce, ma temo che, se proseguissi in tal senso, perderei la primaria motivazione di questa serie di articoli riguardanti – appunto- le vicende dell’antica Augusta Taurinorum.
Mi trovo allora costretta a cambiare argomento, portando il discorso sui fatti e sugli avvenimenti che interessano le vicissitudini dell’urbe pedemontana dal 1831 al 1861, senz’altro gli anni più importanti per quel che riguarda la storia della nostra città, che passa dall’essere una piccola capitale sabauda alla periferia della Penisola, al divenire l’indiscusso centro di comando per l’unificazione nazionale.
Come sempre, andiamo per ordine e affrontiamo una tematica alla volta.

Tra le figure essenziali di tale periodo vi è sicuramente Carlo Alberto, il quale da subito garantisce un preciso programma di riforme burocratiche legali ed economiche con lo scopo di traghettare la capitale verso una modernizzazione non solo necessaria ma soprattutto auspicata.
Il re inoltre nomina un Consiglio di Stato, per rendere più funzionale e centralizzato il regno, riforma il sistema legale sabaudo e trova mezzi avanguardistici per contrastare le epidemie di colera. A partire da tali riforme, negli anni ‘30 viene promulgato un “corpus” di nuovi codici civili, penali e commerciali, si tratta del celebre Statuto Albertino, che si dimostra ben presto il più avanzato sistema legale d’Europa.
Dal punto di vista culturale Carlo Alberto si impegna in numerose iniziative decisamente ambiziose, tramite le quali desidera esaltare le vittorie e la gloria della casata sabauda, sia per stimolare l’orgoglio popolare, sia per ingraziarsi la fedeltà alla monarchia. Vengono cosìrealizzati monumenti, palazzi e dipinti, ed in aggiunta si portano avanti campagne di commissioni architettoniche e artistiche per abbellire le residenze reali di Torino, come Racconigi e Pollenzo. Sicostruiscono poi monumenti pubblici nelle piazze della capitale, ognuno dedicato alla commemorazione di un preciso momento storico ovviamente legato o alla dinastia sabauda o alla storia della città. Alla conclusione del regno di Carlo Alberto, Torino rivendica un patrimonio artistico nettamente superiore rispetto a quello di qualsiasi altra città italiana.
Di pari modo, per dare alla capitale lo “status” di centro artistico, il re fonda la Galleria Reale, luogo in cui è conservata la collezione di opere d’arte della famiglia Savoia: aperta al pubblico, in alcuni giorni della settimana era possibile visitarla gratuitamente. Nascono in conseguenza a tali iniziative diverse istituzioni culturali, quali la Deputazione Subalpina di Storia Patria, il Consiglio per la tutela delle Antichità e delle Belle Arti e la Società Promotrice di Belle Arti; viene inoltre ampliata la biblioteca di Palazzo Reale e si edifica la nuova sede per l’Accademia di Belle Arti, in ultimo sono finanziate le opere di diversi scienziati tra cui quelle di Giovanni Plana, Amedeo Peyron e Amedeo Avogadro. Per favorire il consenso popolare, il re stabilisce l’introduzione di nuove feste pubbliche e la reintegrazione di altre, in ogni caso si tratta di parate, giochi pirotecnici, competizioni sportive e balli in maschera.
Alla fine degli anni ’40 tuttavia la situazione è tutt’altro che idilliaca, Torino si trova ad affrontare una grave crisi economica, fatto che contribuisce a creare una netta suddivisione della società: da una parte la classe istruita, chiusa nel proprio mondo di vibranti iniziative culturali, dall’altra il popolino, segregato in zone infime della città e destinato al proprio misero destino, – si pensi che un individuo appartenente a tale classe sociale aveva un’aspettativa di vita che non superava i trent’anni-.
Le tensioni sociali finiscono per indebolire l’ordine costituito, finché, nel 1847, si definisce una tacita alleanza tra il ceto medio e quello popolare: il 1 ottobre dello stesso anno si accendono effettivamente le prime vere proteste, mentre sui muri si leggono frasi come “la guerra di classe non è lontana” oppure “morte ai nobili”.
Le sempre più numerose insurrezioni portano Carlo Alberto ad approvare diverse riforme politiche. I poteri della polizia e dei censori vengono limitati e dall’altra crescono quelli del Consiglio di Stato. In questo clima di subbuglio spiccano importanti figure, dalla parte dei conservatori ricordiamo Vittorio Amedeo Sallier de La Tour e il Conte Carlo Beraudo di Pralormo, dalla parte dei moderati invece troviamo Camillo Benso di Cavour, Cesare Alfieri e Roberto d’Azeglio, i quali proponevano una costituzione ultrademocratica e un rinnovamento pacifico della classe dirigente statale.
Mentre nella capitale prevale la posizione dei moderati, il 1848 èsegnato da sommosse e rivolte, la prima in Sicilia, seguita dalla Rivoluzione di febbraio in Francia, che rovescia la monarchia d’Orleans.

È in questo generale contesto di fermento nazionalista che l’8 febbraio 1848 Carlo Alberto emana lo Statuto: una nuova costituzione che prevede un innovativo governo monarchico e rappresentativo in cui il potere legislativo è ripartito fra il re e due camere: una Camera dei deputati costituita su base elettiva e un Senato formato da membri nominati a vita dallo stesso monarca. Lo Statuto viene promulgato nella sua interezza nel marzo dello stesso anno, la sua importanza varca i confini del Piemonte e diventa modello per la monarchia costituzionale adottata dal nuovo Regno d’Italia unitario dopo il 1861. Lo Statuto testimonia il grande successo dell’élite moderata formata da personaggi di spicco della borghesia torinese, tra i quali emerge il carismatico Roberto d’Azeglio.
Sempre nel 1848 Torino affronta una guerra di liberazione nazionale e di espansione contro l’impero austriaco. La vicenda tuttavia non trova lieta conclusione, infatti nel marzo 1849 l’esercito piemontese viene sconfitto nella battaglia di Novara, Carlo Alberto abdica a favore del figlio Vittorio Emanuele II, il quale negozia gli accordi di pace con gli Austriaci.
I moti rivoluzionari del ‘48, che avevano sobillato le folle torinesi con speranze patriottiche, si risolvono in un’amara delusione e in una seconda restaurazione attuata dagli Austriaci con il sostegno di Pio IX e dello zar Nicola I.
L’unica eccezione al trionfo austriaco è proprio Torino. Il casato dei Savoia è l’unica dinastia in Italia che non dipende dall’influenza austriaca, inoltre la città si presenta come capitale dell’unico stato che mantiene una costituzione in cui c’è un parlamento che gestisce insieme con la monarchia la responsabilità del governo. Vittorio Emanuele accetta le procedure costituzionali per arginare i democratici e per guadagnarsi il supporto dei liberali moderati nelle politiche antiaustriache. La sopravvivenza dello Statuto fa si che Torino si differenzi dalle altre città. Infine, con l’ingresso sulla scena politica di Camillo Benso, abilissimo leader, riformatore dinamico, statista di altissimo livello, si inizia a delineare una nuova tipologia di governo che assicura la partecipazione politica di ampie fasce del ceto medio urbano.
Dopo il ’48, Torino è nuovamente scenario di iniziative riformiste che tra l’altro influenzeranno grandemente il futuro dello Stato italiano dopo il 1861.
Fin dalla sua emanazione lo Statuto ha introdotto un forte cambiamento nella classe politica piemontese, all’interno della quale l’aristocrazia assume via via un ruolo sempre più modesto, pur continuando a gestire la vita politica della città. La maggioranza dei nobili si identifica nella coalizione di monarchici conservatori guidati dal conte Ottavio Thaon de Revel, il quale beneficia di potenti legami sia con la Chiesa cattolica che con la corte sabauda, inoltre trova sostegno nel corpo diplomatico, nella gerarchia militare e nelle campagne. A questa fazione si contrappone lo schieramento dei riformatori moderati, tra i quali troviamo Camillo Benso di Cavour e Massimo d’Azeglio (fratello di Roberto).
Ben presto è proprio Camillo Benso a emergere come figura politica dominante, prima, sotto il governo di d’Azeglio, come ministro dell’Agricoltura, del Commercio e della Marina, in seguito, dopo il ’52, come primo ministro. Egli è certo un intraprendente imprenditore agricolo, ma soprattutto è un rispettato esperto di politica economica nonché fautore delle ferrovie. Camillo viene descritto dal cugino come “un aristocratico per nascita, gusti e natura”, lui stesso considerava la nobiltà “superiore per natura alla classe borghese”. Già dagli anni ’30 Cavour porta avanti la sua celebre convinzione del “juste milieu”, secondo cui un governo deve evitare gli estremi dell’assolutismo e dell’anarchia e seguire un programma che porti ad un progresso graduale e ordinato. Egli è nemico giurato dei movimenti repubblicani e democratici, ma si trova ad essere fortemente contrastato dalla Chiesa, specie dal monsignor Luigi Franzoni, arcivescovo di Torino tra il 1831 e il 1862.
Camillo Benso, negli anni ’50, si pone al centro della lotta per secolarizzare lo Stato piemontese, attraverso la divisione istituzionale dei poteri tra Monarchia e Parlamento; egli risulta altresì figura fondamentale in ambito economico, poiché introduce una politica di libero commercio volta a favorire l’ingresso del Piemonte sui mercati europei, e a stimolare le esportazioni dei prodotti grezzi piemontesi e a determinare un abbassamento del costo delle importazioni di macchinari e prodotti finiti. Cavour si dedica anche alla problematica del deficit del bilancio statale, che nel 1850 era risultato negativo a causa delle spese di guerra e delle riparazioni all’Austria. Altre iniziative importanti riguardano il coinvolgimento del governo per una serie di miglioramenti infrastrutturali volti alla riorganizzazione del sistema di credito, alla creazione di nuovi istituti finanziari, all’ampliamento delle casse di risparmio, e alla fondazione della Borsa di Genova e di quella di Torino.
Nonostante i miglioramenti economici degli anni ’50, l’integrazione del Piemonte in un più ampio quadro nazionale si gioca su di un piano tutto politico-culturale; Torino è “un laboratorio di idee”, nonché meta per moltissimi rifugiati politici in fuga dalle forze reazionarie presenti nella Penisola, tra questi vi sono scrittori, accademici, personaggi politici, che non solo trovano riparo ma riescono ad integrarsi nella società, ricoprendo impieghi redditizi, attraverso collaborazioni con i giornali, insegnando all’università o trovando occupazioni nel settore dell’editoria. Se da una parte questi esuli contribuiscono a realizzare un’atmosfera cosmopolita, dall’altra non tutti apprezzano tale situazione, come i membri più tradizionalisti dell’aristocrazia, che si sentono minacciati nelle loro posizioni.
Torino è ora mossa da una nuova vitalità culturale, che si realizza nella diffusione di un’incredibile varietà di spettacoli teatrali e musicali, rivolti ad un pubblico sempre più ampio e variegato, costituito da militari, studenti e membri del ceto medio. Inoltre la cittàè anche centro di informazione, come dimostrano i ben tredici quotidiani che pubblicano sia editoriali che notizie di cronaca, oltre alle cinquanta riviste dedicate alla politica, alle scienze, alla letteratura o alle belle arti. In quegli anni il giornale più letto è “La Gazzetta del Popolo”, grazie al prezzo contenuto e al linguaggio semplice, che si rivolge prima di tutto alla fascia popolare della cittadinanza, ossia piccoli negozianti, artigiani ed operai.
In questi anni Cavour ha nuovamente la possibilità di dimostrare il suo genio, che primeggia nell’abilità di sfruttare le occasioni e nel talento per l’improvvisazione di fronte a eventi inaspettati.
Momento essenziale è poi la guerra di Crimea (1855), alla quale Cavour aderisce tardi e con riluttanza, senza nemmeno convertirsi del tutto all’ideale nazionalista, ma mosso principalmente dal timore di un’alleanza franco-autriaca. Tuttavia tale scontro porta a Torino un discreto prestigio e nel contempo scombussola il vecchio assetto politico: la situazione è prontamente sfruttata da Camillo Benso, che approfitta della divisione tra i Grandi Stati per espandere i propri interessi nella Penisola. Il Primo Ministro decide dunque di adottare una politica estera programmata per l’allargamento dei confini del regno verso nord e per l’ampliamento del suo controllo sul resto della Penisola. Questa decisione segna in realtà una tappa fondamentale per l’unificazione: è la prima volta che uno stato potente acconsente ad abbracciare la causa del nazionalismo italiano.
Tra il ’56 e il ’59 Cavour porta avanti una coraggiosa, seppur ambigua, politica estera, alla base della quale vi è l’obiettivo primario di cacciare gli Austriaci dal territorio. Nel 1858 si presenta l’opportunità attesa: Napoleone III stringe un accordo con Cavour in cui è garantito l’appoggio militare francese al Piemonte se questo avesse trovato un pretesto diplomatico per provocare una guerra contro l’Austria. Le ostilità si aprono nel 1859, con le battaglie di Magenta e Solferino. Nello stesso anno tuttavia Napoleone III firma degli accordi di pace con l’Austria e Cavour subisce una forte battuta d’arresto. L’anno successivo, riconfermato Primo Ministro, Camillo Benso torna all’attacco e organizza plebisciti in Toscana e in Emilia per legittimare l’annessione di gran parte dell’Italia centrale al casato dei Savoia. Vengono ceduti alla Francia i territori della Savoia e di Nizza, tuttavia la cittadinanza torinese può essere più che orgogliosa dei successi conseguiti dal loro concittadino. Cavour non può godere dei propri successi, poiché nello stesso anno, in seguito alle rivolte scoppiate in Sicilia, Giuseppe Garibaldi si mette alla guida della celeberrima Spedizione dei Mille. Camillo allora invade gli Stati Pontifici, giustificando tale azione come unico modo per evitare la rivoluzione, viene infine chiamato il re Vittorio Emanuele II a guidare le truppe piemontesi, escamotage pensato dall’astuto Primo Ministro, consapevole del rispetto di Garibaldi per Vittorio Emanuele. Garibaldi cede al re i territori appena conquistati, mentre Cavour consolida le nuove acquisizioni e blocca ogni iniziativa per instaurare assemblee costituenti, e indice plebisciti per far approvare l’annessione dei nuovi territori al Piemonte.
Il processo di unificazione politica culmina nei primi mesi del 1861 con l’elezione del primo Parlamento Nazionale, il riconoscimento di Vittorio Emanuele II come primo re d’Italia e la nomina di Torino a capitale del Regno.
ALESSIA CAGNOTTO
Oltre Torino. Storie, miti, leggende del torinese dimenticato.
Torino e l’acqua
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce.
Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere l’acqua. L’acqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, l’acqua come elemento essenziale per la sopravvivenza delpianeta e di tutto l’ecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.
1. Torino e i suoi fiumi
2. La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia
3. La Fontana Angelica tra bellezza e magia
4. La Fontana dell’Aiuola Balbo e il Risorgimento
5. La Fontana Nereide e l’antichità ritrovata
6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?
7. La Fontana Luminosa di Italia ’61 in ricordo dell’Unità d’Italia
8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma
9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta l’acqua
10. Il Toret piccolo, verde simbolo di Torino

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?
Alla fine della classica “vasca” in centro, dopo essere riemersi dal bagno di folla di via Garibaldi, si arriva in uno dei luoghi piùdiscussi di Torino: Piazza Statuto.
Questa è una delle piazze più conosciute della città, l’ultima delle grandi aree risalenti al periodo risorgimentale della capitale sabauda, ed è caratterizzata da eleganti portici che la percorrono lungo tutto il perimetro.
Ha una forma allungata e da essa si dipartono molte strade: via Luigi Cibrario, via San Donato, corso Francia, (che in epoca romana era il tratto iniziale della strada per le Gallie), e via Garibaldi, antico decumanus maximus della colonia romana “Julia Augusta Taurinorum”, già conosciuta come via Dora Grossa.
Al tempo degli antichi romani tutta la parte occidentale del castrum del quadrilatero romano veniva usata come necropoli e molto probabilmente anche come luogo di esecuzioni.
All’interno della piazza, dedicato all’imponente lavoro del traforo del Cenisio-Frejus, vi è il monumento realizzato da Luigi Bellinel 1879 e solennemente inaugurato il 26 ottobre dello stesso anno. Sull’alta piramide sono poste grosse pietre provenienti dagli scavi del traforo, sulle quali si posano corpi di titani abbattuti in marmo chiaro e, proprio sulla sommità, il genio alato della scienza, con una stella a cinque punte sulla fronte, poi rimossa nel 2013. L’opera è un’allegoria del trionfo della ragione sulla forza bruta, riflesso dello spirito positivista dell’epoca in cui fu realizzato. Tuttavia nella tradizione popolare a questo significato originario se ne sovrappone un altro, quello secondo cui il monumento celebrerebbe le sofferenze patite dai minatori per realizzare l’opera.
Non è solo per la bellezza architettonica però che Piazza Statuto è ricercata, soprattutto dagli appassionati di magia e mistero, infatti, nel contesto delle leggende esoteriche, essa è nota come uno dei vertici del triangolo della magia nera. L’epicentro dell’energia maligna sarebbe individuato proprio là dove si erge il monumento al traforo, alla sommità del quale, per alcuni, non si troverebbe l’angelo della scienza, ma Lucifero in persona. Secondo altre ipotesi, invece, l’epicentro coinciderebbe con l’astrolabio del piccolo obelisco poco distante. In realtà l’obelisco fu eretto nel 1808 su un punto geodetico, in ricordo di un calcolo trigonometrico del 1760 sulla lunghezza di una porzione di meridiano terrestre (il gradus taurinensis), eseguito insieme ad altri punti geografici nei comuni piemontesi di Rivoli, Andrate e Mondovì.
Il Diavolo quindi terrebbe le ali spiegate proprio sul vertice del triangolo nero, collegando Torino con Londra e San Francisco, due città altrettanto ricche di misteri e anche scenari di delitti efferati. La leggenda che vede collegate queste tre città è una delle più conosciute al mondo, eppure tra tutti i luoghi chiamati in causa, Torino rimane quello più interessante, in quanto unica cittàad essere divisa a metà: il capoluogo è infatti anche vertice del così detto triangolo bianco, che si formerebbe con Praga e Lione. Non crea meraviglia tra gli appassionati del settore che proprio qui siano venuti in visita personaggi come Nostradamus, Fulcanelli, e Paracelso e non sorprende un’altra delle numerosissime leggende, secondo cui tutti coloro che hanno poteri occulti e divinatori debbano recarsi a Torino per omaggiare il “Grande Vecchio”, personaggio assai misterioso che risiederebbe tra le colline torinesi.
Al centro della piazza, presso la fontana, vi è l’accesso che conduce al sistema fognario, che qui ha il suo snodo principale. Anche questo preciso elemento favorì il crearsi di leggende e credenze che vogliono la piazza come fulcro della magia nera e come altra ipotesi per quel che riguarda l’ampio discorso sulle tre presunte grotte alchemiche che sarebbero presenti in città.
Impossibile dunque rimanere indifferenti davanti alle infinite suggestioni di una città bellissima, malinconica e romantica, ricca di arte e di cultura, ma anche di misteri.
È così che si passeggia per questa città, sempre sospesi tra luce e ombra, sempre distratti, mentre magari qualcuno ci osserva, tra la folla, da sotto le fognature oppure dall’alto, con le ali spiegate e un sorriso ermetico scolpito sul volto.
Alessia Cagnotto
Una Genealogia, dopo 60 anni di ricerche
Alla fine dell’estate 1964, compiuti i quindici anni, iniziavo le mie ricerche genealogiche. Oltre mezzo secolo dopo, non un bilancio ma alcune considerazioni sulla “piacevole arte”
Quando, coi pantaloni corti, varcai per la prima volta la porta dell’archivio parrocchiale di Agliè, nessun permesso speciale mi era stato concesso, ma mi si garantiva in sala la presenza di qualcuno pronto a soccorrermi, in caso di necessità. Il Concilio Vaticano II non era ancora concluso e la parrocchia, pur se di un piccolo comune e di grandezza minore, si avvaleva ancora di sacerdoti anziani che, soli,garantivano l’apertura al pubblico dei locali, mentre la presenza distudiosi più grandi di me provava che ognuno avrebbe fatto le suericerche, senza obiezioni.
Recuperata da circa vent’anni la pace, l’Italia di allora aveva altri problemi che non interferire sullo studio della storia portato avanti negli archivi locali, e poiché, in mancanza di lauree specifiche, sopravvivevano degli appassionati “cultori di storia locale” che mettevano a portata di tutti gli esiti dei loro studi, dall’alto nessuno sembrava preoccuparsi di loro, poiché si considerava la loro materiauna “sottoclasse inferiore” degna di poca attenzione. Intanto gli storicid’assalto, cioè quelli “moderni”, pronti a dire le loro verità più che non quella storica, ma convinti che la lettura del passato andasse filtrata dalle loro ideologie, dividevano la piazza, fuori degli atenei,con i lettori che leggevano il passato secondo la loro interpretazione.Insieme entrambi avrebbero fatto sì che la storia della famiglia e lagenealogia fossero addirittura stimate della “non storia” (tanto,nell’ultimo ventennio, io sentii affermare da uno di loro che, insediato in una biblioteca di provincia, era considerato un Marco Aurelio)!
L’argomento era tuttavia definito dal lemma: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo, e soltanto gli sprovveduti potevano credere giusto cancellare dagli interessi umani quegli argomenti, tanto naturali quanto importanti, che definiscono la situazione dell’individuo in relazione con i suoi parenti, con il pretesto di dare a tutti una maggiorelibertà (purtroppo però la situazione attuale oggi risente molto dei danni causati da loro)! Ma siamo ancora in tempo per lottare con forza a favore delle nostre tradizioni culturali per difendere quegli argomenti. Infatti, cacciato dalla porta, l’interesse per la storia famigliare ritorna, non solo dalle finestre ma, da ogni interstizioattraverso il quale possa trapelare, poiché è parte della nostra storia. Tutti abbiamo parenti, anche se oggi molti sono pronti a negarlo! E questo è così vero che, in ambito legale, è tuttora prevista la ricerca di parenti per definire le pendenze ereditarie.
Democraticamente, si è detto, la genealogia è un’ambizione pericolosa, una perversione coltivata da chi aspira a titoli nobiliari: si tratta di un vizio da estirpare, perché indegno di questo mondo e, quando qualcuno affronta il tema, magari per dire della gente comune, sfrontatamente si sostiene che sia una sfrontatezza pensare che tutti abbiano un passato degno della storia e si impedisce che siaraccontato … Così, se in altri Paesi, studi del genere da sempre sonodifesi e mantenuti vivi, il Bel Paese li ha confinati tra i retaggi oziosi ammessi solo per quegli appassionati che, senza regole e con poche consuetudini, li coltivano. Così si è continuato, senza sdoganarli, a mantenerli sotto l’etichetta che li definisce oggetti di uso unico ed esclusivo dei direttamente interessati perché in essi coinvolti.
Ma …. se i coinvolti non si interessano? Allora chi se ne occuperà?Dal momento che prodigiosamente gli interessi sono reali e comunque permangono, anche se ostacolati… per questo sarà giusto parlarne e non credere che sia improprio, per questo in tanti, da tanto tempo e in tutto il mondo, si occupano ancora di questi argomenti… ma non sarà tutto facile e piano… no!
Ché incapperemo nelle affermazioni strabilianti di persone che, solo marginalmente, accettano che esista la genealogia, ma affermano che personaggi dallo stesso cognome, pur provenienti da comuni diversi della stessa provincia, non hanno nulla a spartire tra loro, e ci imbatteremo nelle affermazioni poco sensate di chi non ritiene possibile trovare in Piemonte cognomi di origine scandinava e, perciò,è convinto che non se ne debba parlare, se non ci sono documenti scritti …. Ma la genealogia è anche una ricerca degli ipotetici collegamenti tra lo scandinavo del Gotland e il Canavesano delle Valli, discendente diretto dal precedente, per via di un mercenario giunto in loco con una compagnia di ventura; o se personaggi dallo stesso cognome, sono presenti in regione, ma in valli tra loro non confinanti: infatti, come ignorare la gestione degli incarichi pubblici assegnati per concorso in passato, così come avveniva ancora dopo l’ultima guerra?
Davanti a tali dubbi esplicitati dagli scettici, non stupiremo, quando sentiremo, chi si atteggia a saputello, confondere la genealogia con l’araldica (pure questo si è dovuto sentire) …
La vivacità delle storie umane, a prescindere da ciò che gli individui conoscono, può mettere a tacere il magistrato in pensione, che si presenta come studioso, ma ignora totalmente le vicende deiNormanni e sostiene che sono falsi i documenti degli archivi britannici, fondati da Guglielmo il Conquistatore (e, per sminuirlo,continuerà a dirlo bastardo), o che inattendibili, addirittura, sono gli scritti sui processi dei santi, raccolti dai padri bollandisti!
Ma torniamo a chi le genealogie le accetta, purché vengano tenute segrete e mai pubblicate, perché gli diremo di non temere perché lo strumento è già più che valido in ambito zoologico, laddove si parla di pedigree di cani, cavalli, vacche e canarini... Infatti, la società ha solo da avvantaggiarsi a sapere quali patrimoni di geni e di interessi portino avanti le generazioni umane! Ché, non c’è indiscrezione, in quello che si teme possano divulgare, ma, tra i pochi addetti, non cisono affatto segreti da tacere, infatti, come afferma la Bibbia, non c’è segreto che non sia poi udito proclamare dai tetti delle case! E c’è ben dell’altro, se solo potessi riferire dell’uno o dell’altro tra gli esempi che ho letto nelle carte (ma son cose cose che non si pensa di trovare scritte in atti religiosi e notarili): poiché la storia conserva memoria di tutto, basta saper cercare che si trova! E allora è meglio che chi sa,trovi le parole migliori per riferirne, ovvero, alludendo al passato, per raccontare la verità dei fatti!
Questo mio studio avrà un epilogo. Attualmente in fase di completamento un volume intero di oltre 300 (ma forse saranno 400) tavole, che conclude tanti approfondimenti e comprende tutte le genealogie che ho analizzato nel corso dei miei anni.
Carlo Alfonso Maria Burdet
(Dedico queste pagine a Isabella McKeefry, giovane neozelandesee ancora nostra cugina, che con noi divide, oltre l’attenzione per genealogia e storia di famiglia, gli antenati del nostro nonnomaterno, contadini operosi sui campi, tra torbiera e brughiera, diSan Giovanni Canavese, una terra antica di palafitte e piroghe)
Asti, il Palio e i suoi tesori medievali
È la Rotonda o Battistero di San Pietro accanto al quale si trovano la chiesa di San Pietro, la cappella Valperga e i resti dell’antico ospedale dei Cavalieri di San Giovanni, i futuri Cavalieri di Malta. Sono infatti numerosi i cavalieri astigiani che hanno militato nei secoli tra le file dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme fondato nella Città Santa al tempo della Prima Crociata e ancora oggi operativo sotto le insegne dell’Ordine di Malta. Secondo la tradizione popolare la Rotonda sarebbe sorta sulle rovine di un antico tempio dedicato alla dea Diana. Il Complesso, chiuso per lavori di restauro, è costituito da una serie di edifici. La chiesa Rotonda fu costruita tra il 1110 e il 1133 ed è tra gli esempi più significativi di edifici religiosi edificati ad imitazione della Rotonda del Santo Sepolcro di Gerusalemme. La cappella Valperga nasce invece più tardi, tra il 1446 e il 1467, per volontà del priore Giorgio Valperga mentre il chiostro, con colonne e volte a crociera, assunse un aspetto simile a quello odierno nel Quattrocento. Asti attende di vederlo restaurato e riaperto al pubblico prima possibile e, una volta completati i lavori di ristrutturazione, l’intero Complesso di San Pietro verrà inserito nel percorso europeo delle Rotonde del Santo Sepolcro, una delle tante “Gerusalemme in miniatura”. Per il momento però l’attesa è tutta per la corsa di domenica 6 settembre. Il programma prevede alle 10 la benedizione del cavallo e del fantino nelle parrocchie cittadine, alle 11 in piazza San Secondo l’esibizione degli sbandieratori, a partire dalle 14 la sfilata del grande corteo storico con 1200 figuranti in costume medievale e alle 18.00 la finale della corsa con i cavalli montati a pelo in piazza Alfieri e l’assegnazione del Palio. Filippo Re
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Durante il Nazismo salvo’ migliaia di libri proteggendo la memoria collettiva.
Ci sono storie che restano ai margini, eppure hanno contribuito in modo decisivo a costruire l’identità di una città. Torino è anche questo: un intreccio di vite femminili coraggiose e spesso poco raccontate, come quella di Noemi Gabrielli; donne che, in ambiti diversi, hanno saputo proteggere, innovare, resistere. Recuperare oggi le loro storie non è solo un atto di memoria, ma un modo per dare profondità al presente e riconoscere il valore di un’eredità culturale che continua a parlarci. Durante la Seconda Guerra Mondiale, mentre l’Europa bruciava sotto i bombardamenti e le città venivano distrutte, c’era anche chi combatteva una battaglia meno visibile ma altrettanto importante: salvare la cultura. A Torino, questo compito ebbe il volto e la determinazione di Noemi Gabrielli, funzionaria nelle biblioteche e storica dell’arte. Nata nel 1901 a Pinerolo, museologa, lavorava già da anni alla tutela del patrimonio quando la guerra cambiò tutto, le bombe non colpivano solo case e fabbriche, ma anche biblioteche e archivi. A questo si aggiungeva il rischio di razzie e distruzioni legate al nazismo che in tutta Europa aveva già preso di mira libri e opere d’arte. In quel contesto, la Gabrielli capì subito una cosa: bisognava agire in fretta, e lo fece. Organizzò lo spostamento di migliaia di volumi, tra cui manoscritti antichi e testi rari, lontano dalla città, in luoghi ritenuti più sicuri. Era un lavoro complesso e rischioso, i trasferimenti avvenivano sotto la minaccia dei bombardamenti e in un clima di incertezza continua. Eppure la Gabrielli andò avanti, assumendosi responsabilità dirette e prendendo decisioni rapide. Non si trattava solo di salvare oggetti, ma di proteggere una parte essenziale della memoria collettiva. Grazie a queste operazioni, migliaia di libri furono messi al sicuro. Alla fine della guerra, quando Torino iniziò lentamente a rialzarsi, quel patrimonio poté tornare nelle biblioteche. Un risultato concreto, che oggi appare quasi scontato, ma che allora dipese dalla determinazione di poche persone. Dopo il conflitto, Noemi Gabrielli continuò il suo lavoro nel campo della tutela artistica, contribuendo alla ricostruzione culturale del territorio piemontese. Morì nel 1979, senza mai cercare visibilità per ciò che aveva fatto. Oggi il suo nome è ricordato anche nel Giardino Noemi Gabrielli. Ma la sua storia resta ancora poco conosciuta. Eppure racconta qualcosa di molto attuale: nei momenti più difficili, difendere la cultura significa difendere l’identità di una comunità e a volte, per farlo, basta il coraggio di agire quando tutto intorno crolla. “Se dovessi rinascere mi dedicherei ancora con questo entusiasmo a questo lavoro” disse Noemi Gabrielli.

Dove l’oro bianco delle saline incontra il ricordo di una donna.
C’è un luogo in Puglia dove il nome di una regina nata a Torino continua a vivere ogni giorno. Lo si legge sui cartelli stradali, nelle insegne dei negozi e nei documenti ufficiali. È Margherita di Savoia, cittadina affacciata sull’Adriatico, famosa per le sue immense saline e per il singolare legame che la unisce alla monarchia italiana. Fino al 1879 il paese era conosciuto come Saline di Barletta. In quell’anno il comune decise di assumere il nome di Margherita di Savoia in onore della regina consorte di Umberto I. La scelta non fu casuale. La sovrana aveva mostrato interesse per questo territorio e per la sua principale ricchezza: il sale, una risorsa che per secoli aveva rappresentato una fonte di prosperità economica per l’intera area. Le saline sono ancora oggi il cuore identitario della città. Estese per circa venti chilometri lungo la costa, sono considerate tra le più grandi d’Europa. Già in epoca romana il sale estratto in questi bacini era una merce preziosa, tanto da essere definito “oro bianco”. Per secoli il controllo della sua produzione ha significato ricchezza, potere e sviluppo. Oggi, oltre a essere un importante sito produttivo, le saline costituiscono un ambiente naturale di straordinaria bellezza. Migliaia di fenicotteri rosa vi sostano ogni anno durante le migrazioni e molti scelgono questi specchi d’acqua per nidificare. Il bianco del sale, il rosa degli uccelli e l’azzurro del mare disegnano un paesaggio unico che rende questo tratto di costa uno dei più suggestivi del Mezzogiorno.
Accanto alle saline si sviluppa anche un’importante attività termale. I fanghi e le acque madri provenienti dai bacini salanti vengono utilizzati per trattamenti terapeutici e di benessere, richiamando visitatori da tutta Italia. Per conoscere la storia di questo straordinario patrimonio è possibile visitare il Museo Storico delle Saline, che conserva documenti, fotografie e strumenti utilizzati nel lavoro di estrazione del sale.
La figura della regina Margherita continua a evocare curiosità e aneddoti. Donna colta e popolare, fu una delle personalità più amate dell’Italia di fine Ottocento. Il suo nome è legato anche a una delle specialità gastronomiche più conosciute al mondo: la pizza Margherita, che secondo la tradizione le sarebbe stata dedicata nel 1889 durante una visita a Napoli. Vera o meno che sia la leggenda, il nome della sovrana continua ancora oggi a unire luoghi e storie molto diversi tra loro.
Passeggiando per il centro di Margherita di Savoia si incontrano testimonianze di questo passato. Tra i monumenti più significativi spicca la Torre delle Saline, costruita nel XVI secolo per difendere il territorio dalle incursioni provenienti dal mare. Simbolo della città, racconta il lungo rapporto tra gli abitanti e la produzione del sale.
Merita una visita anche la Chiesa Madre del Santissimo Salvatore, edificata tra il 1859 e il 1871 e dedicata al patrono cittadino. Poco distante si snoda Corso Vittorio Emanuele, elegante asse urbano fiancheggiato da edifici ottocenteschi, mentre il Lungomare Cristoforo Colombo offre una piacevole passeggiata con vista sull’Adriatico, particolarmente suggestiva nelle ore del tramonto.
A breve distanza dal paese si trova inoltre il sito archeologico di Canne della Battaglia, teatro nel 216 a.C. della celebre vittoria di Annibale sui Romani, una delle battaglie più studiate della storia militare.
Margherita di Savoia rappresenta così un singolare punto d’incontro tra Nord e Sud. Da una parte la memoria della dinastia sabauda e di una regina nata a Torino, dall’altra il paesaggio luminoso della Puglia, modellato dal mare e dal sale. Un legame inatteso che attraversa la storia dell’Italia unita e che continua a vivere in uno dei luoghi più affascinanti dell’Adriatico.
Non è un caso che questo sia uno dei rarissimi comuni italiani intitolati a una donna. A oltre un secolo dalla sua dedicazione, il nome di Margherita di Savoia continua a volare alto, proprio come i fenicotteri che ogni anno colorano di rosa le sue saline.
Di Maria La Barbera
“Ma jeunesse ne fut qu’un ténébreux orage, traversé çà et là par de brillants soleils; le tonnerre et la pluie ont fait un tel ravage, qu’il reste en mon jardin bien peu de fruits vermeils ” (Non fu che fosca tempesta la mia giovinezza, qua e là solcata da rilucenti soli;il tuono e la pioggia ne han fatto un tale strazio da lasciare nel mio giardino solo qualche vermiglio frutto). Versi potenti, tratti da L’ennemi, il nemico, una delle poesie che Charles Baudelaire raccolse nei suoi Les Fleurs du Mal. Era il 1°giugno 1855 quando, per la prima volta, la Revue des Deux Mondes pubblicò, con tanto di nota cautelativa per violenza, diciotto poesie di Baudelaire dal titolo I Fiori del Male, opera che subito destò scalpore e fu censurata. Ma la censura e la critica de Le Figaro non bastarono a celare l’opera e, infatti, il grande pubblico fu subito attirato dal lavoro. Così I Fiori del Male sbocciano in quel lontano primo giugno, per poi essere pubblicati in prima edizione il 25 giugno del 1857, con 100 poesie suddivise in 5 sezioni e messi in vendita in circa 1100 esemplari, dagli editori Poulet-Malassis et De Briose. Le liriche di Baudelaire conobbero nuovamente e con più vigore l’asprezza della censura dei benpensanti, conseguenza naturale dello scalpore sollevato dall’audacia dei componimenti e dall’anticonformismo dei temi trattati che sconvolsero l’intero mondo letterario europeo. Il 20 agosto si celebrò a Parigi il processo penale contro l’autore e l’editore, accusati di pubblicazione oscena. Pubblico ministero era Ernest Pinard, lo stesso che qualche mese prima aveva pronunciato la requisitoria contro Madame Bovary di Flaubert. Baudelaire e Poulet-Malassis furono condannati a pene pecuniarie e alla soppressione di sei poesie. Negli appunti scritti per il suo avvocato per la difesa, Baudelaire diceva: “Il libro deve essere giudicato nel suo insieme: solo così si può coglierne la terribile moralità”. Il 30 agosto Victor Hugo gli scrisse: “I vostri Fiori del male risplendono e abbagliano come stelle […]”. E pensare che Baudelaire voleva intitolare la sua opera Les lesbiennes, le lesbiche, allo scopo di provocare quella gente che tanto disprezzava. Nonostante la censura e le critiche feroci che subì a quel tempo, il capolavoro di Baudelaire si diffuse in tutta Europa e ancora oggi i Fiori del Male è considerata una delle opere più innovative e influenti dell’Ottocento. Colpito da ictus, parzialmente paralizzato e divorato dalla sifilide ormai all’ultimo stadio morì ancora giovane a 46 anni il 31 agosto 1867 a Parigi dove venne sepolto nel cimitero di Montparnasse. E’ in quella tomba di famiglia senza alcun particolare epitaffio, insieme al detestato patrigno detestato e alla madre, morta quattro anni dopo, che riposa uno dei più famosi poètes maudits. Non mancano mai un fiore o un biglietto per l’autore dello Spleen di Parigi e vale sempre la pena di brindare al talento di Baudelaire, accompagnando il tutto con gli ultimi versi de Le osterie di Alda Merini che, ricordandolo, scriveva che in quei luoghi popolari “ci sta il nome di Charles scritto a caratteri d’oro”. À votre santé!
Marco Travaglini
Il 16 agosto la Chiesa celebra San Rocco, il santo protettore dalla peste e dalle malattie contagiose, che fin dal medioevo è stato implorato dalla popolazione durante le pandemie ed è stato recentemente molto invocato dalle persone durante l’epidemia di Covid-19.
Rocco nacque a Montpellier nel 1345 da genitori agiati avanti con gli anni che ormai avevano perso la speranza di poter avere figli. Profondamente devoto alla Vergine Maria, fin da bambino si dedicò a prestare assistenza agli infermi, tanto da venire paragonato a San Francesco d’Assisi.
Persi i genitori all’età di 20 anni, distribuì ai poveri i suoi averi e s’incamminò per voto in pellegrinaggio verso Roma, valicando il Colle del Monginevro ed aiutando lungo la strada i contagiati dall’epidemia di peste.
La sua missione di pellegrino in Italia durò otto anni, durante i quali, di città in città, si dedicò alla preghiera, guarì e ridonò coraggio alle persone infette. Ad Acquapendente, una cittadina in Provincia di Viterbo, nel luglio 1367, tracciando il segno della croce sui malati operò guarigioni miracolose. Dopo aver trascorso tre anni a Roma, dove curò gli infermi dell’Ospedale di Santo Spirito, ripartì per Montpellier, facendo tappa ad Assisi, Forlì, Cesena, Rimini, Parma, Bologna e Modena, guarendo strada facendo moltissime persone sofferenti. A Piacenza venne contagiato dalla peste e per non diffondere il virus ad altre persone si isolò in una capanna sulle rive del fiume Trebbia, rifocillato da un cane, il quale ogni giorno gli portava un pezzo di pane sottratto alla mensa del suo padrone Gottardo Pollastrelli. Quest’ultimo, una volta scoperto il sotterfugio dell’animale, si occupò personalmente di curare Rocco. Gottardo, Signore di quei luoghi, rimase talmente affascinato dalle parole del santo, che cedette i suoi beni ai poveri e diventò il suo primo biografo.
Oltre a scrivere appunti sulla vita del pellegrino dipinse anche un suo ritratto, tutt’ora presente nella Chiesa di Sant’Anna a Piacenza. Una volta guarito, Rocco riprese il suo viaggio di ritorno in Francia, ma giunto a Voghera, a causa della sua barba lunga ed incolta e del suo viso trasfigurato dalla sofferenza, non fu riconosciuto e venne scambiato per una spia. Il governatore della città, che per ironia della sorte era anche suo zio materno, lo fece incarcerare.
Rocco morì in prigione nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1378. Al momento della sua dipartita furono udite voci di fanciulli che gridavano: “E’ morto il santo!”, mentre le campane suonarono a festa. Un angelo portò una piccola tavola sulla quale era scritto “Coloro che, colpiti dalla peste ricorreranno alla potente intercessione del Beato Rocco, prediletto da Dio, ne saranno liberati”.
Le statue dedicate al santo lo rappresentano in veste di pellegrino, con il tabarro, il cappello a tesa larga, un bastone da viaggio a cui erano assicurate conchiglie per raccogliere l’acqua, una zucca vuota per conservarla e la bisaccia a tracolla.
Il suo culto iniziò a diffondersi in Italia a partire dal 1382, per poi espandersi in tutta Europa.
La festività di San Rocco nel mondo contadino è associata alla fine dell’estate; un proverbio afferma che “per San Rocco la rondine fa fagotto”. Dal 16 agosto le rondini iniziano infatti a migrare verso i Paesi più caldi, dove sverneranno. Questo è il giorno a partire dal quale la stagione calda per tradizione volge al termine ed il sole cocente e l’afa lasciano spazio ai temporali.
Il 16 agosto è festa a Reano, Comune dove viene perpetuata una tradizione di origine feudale: quella dei “Salti di San Rocco”. Dopo la Santa Messa celebrata nella Chiesa Parrocchiale di San Giorgio Martire, il parroco benedice un carro addobbato con il drappo del santo e dei fiori, sopra il quale siede una piccola orchestra che suona brani popolari.
Il carro viene in seguito trainato da un trattore fino in Piazza Donatori di Sangue, dove chi lo desidera può salirci, e dopo aver spiccato un salto e pronunciato la frase “faccio un salto in onore di San Rocco”, può rivolgere critiche e satire a personaggi locali o all’amministrazione comunale, rigorosamente in dialetto piemontese, per terminare con “viva San Rocco”. Tra un salto e l’altro l’orchestrina suona melodie paesane.
A Venezia il 16 agosto 1577 venne organizzata una grande processione per ringraziare il santo della fine della pestilenza che provocò circa 50 mila morti. La popolazione invocò la grazia di Rocco, le cui spoglie giacevano nella chiesa a lui dedicata già dal 1490 e la fine dell’epidemia venne attribuita al santo. Il Senato della Repubblica Serenissima, in segno di gratitudine dichiarò il 16 agosto come giorno festivo. In occasione delle celebrazioni il doge giungeva nella chiesa dedicata a Rocco a bordo di un’imbarcazione dorata ed ai fedeli era concesso di venerare le sue reliquie. La processione viene ancora organizzata ai giorni nostri; parte da Campo dei Frari per poi raggiungere la Chiesa di San Rocco e l’omonima Scuola Grande, dove nella sontuosa cornice della Sala Capitolare viene celebrata una S. Messa solenne.
In Piemonte nel 1630, in seguito alla Guerra di Successione del Ducato di Mantova e del Monferrato e della conseguente invasione francese, scoppiò l’epidemia di peste detta “manzoniana” perché descritta da Alessandro Manzoni nel suo romanzo “I promessi sposi”. La popolazione venne dimezzata e a Giaveno il 28 luglio il consiglio comunale fece voto alla Vergine e ai Santi protettori del morbo, San Rocco, San Sebastiano e San Carlo Borromeo, di erigere una chiesa in loro ringraziamento qualora la peste cessasse. Questo flagello, che falcidiò anche alcuni consiglieri, terminò alla fine del 1631, ma a causa della mancanza di fondi il voto venne ritenuto nullo perché deliberato in assenza di un numero valido di votanti. Dopo forti pressioni dei Canonici della Collegiata di San Lorenzo Martire, la rinuncia al suo credito di 500 Scudi nei confronti del Comune del Nobile Giuseppe Sclopis e la minaccia del Principe Maurizio di Savoia, ex cardinale, di far imporre tasse, il consiglio comunale diede il via ai lavori di costruzione nel 1645 e il luogo di culto venne edificato al posto di una piazza dove si tenevano spettacoli teatrali. La chiesa, come illustrato dal quadro monocromatico dietro l’altare, l’unico di quell’epoca, probabilmente dono della Prima Madama Reale Cristina di Borbone-Francia, venne dedicata a San Rocco, San Carlo Borromeo e San Sebastiano, i tre santi considerati protettori durante le pestilenze. Questo luogo di culto è aperto al pubblico tre volte l’anno: il 22 maggio in occasione della Solennità di Santa Rita; il 16 luglio per la Madonna del Carmine e il 16 agosto, quando la Chiesa Cattolica celebra San Rocco.
ANDREA CARNINO