STORIA

Misteri sindonici

PRIMA PARTE


Fin dal Rinascimento la scienza è sempre stata combattuta dalla religione. Giordano Bruno e Galileo Galilei rappresentano noti esempi.

 

Senza entrare in particolari conosciuti ai più, ogni religione è sempre stata fideistica, richiedendo da parte dei credenti un’obbedienza al visibile e all’invisibile che, in linea di massima, non accetta deroghe.

La scienza ragiona in termini totalmente opposti. Guarda ai fatti naturali e solo a quelli, formulando teorie non raramente arditissime ma sempre fondate sulla logica della prova.

Perché scrivere sull’eterna lotta fra fede e ragione? Da secoli, nel Duomo di Torino, è collocata la Sindone, un misterioso telo che si suppone provenga dalla Palestina, a lungo considerato il sudario che avvolse il corpo di Cristo, ma da più di un secolo non più accettato come prova, sia da una Chiesa meno ingenua che in passato, e men che meno da una scienza interessata a smascherare quanto non riscontrabile in laboratorio. Il termine Sindone proviene dal greco antico e significa semplicemente ‘telo di lino’.

Data l’incerta origine, il reperto è chiamato da decenni “Uomo della Sindone”. Passato e presente hanno a grandi linee due potenti rivelazioni e fonti di indagine. La meno recente è del fotografo dilettante Secondo Pia, noto per aver ripreso la Sindone a Torino il 28 maggio 1898. In fase di sviluppo delle lastre il negativo mostrava un’impressionante immagine con tantissimi particolari, quasi invisibili all’osservazione al naturale del Telo (cioè ‘positiva’), bianco e con pochi segni rossastri. L’uomo della Sindone dovrebbe essere il negativo fotografico di un corpo crocefisso e impresso sul suo sudario.

Grazie a Secondo Pia i particolari scritti sui Vangeli hanno iniziato a ‘parlare in modo scientifico’, permettendo l’inizio di esami sempre più accurati, pur se non scevri da errori, rifiuti e banalizzazioni. L’insieme di esami, controlli e ricerche da parte di enti e commissioni internazionali, da decenni cerca di verificare l’origine del telo, e più concretamente se è veramente il sudario del Cristo storico, quello di un condannato senza nome o di un falso artistico di più recente datazione. Misteri e verità si inseguono in un complicato groviglio di prove e ipotesi che non possono non coinvolgere in qualche modo tesi negazioniste e altre di segno opposto. La Sindone resta quindi un documento che a tutti i livelli fa discutere. Il mistero però non è uno ma due, apparentemente indipendenti, seppur collegati. La stupefacente esistenza dell’immagine sindonica e la ancor più incredibile sparizione di un cadavere, volatilizzatosi a 30 ore circa dalla morte (tesi di un corpo semplicemente rimosso da altri, versus quella di una Resurrezione).

Non si conosce ancora il meccanismo di formazione dell’immagine. Sono state avanzate diverse ipotesi, ma nessuna di esse appare totalmente soddisfacente.

Ne forniamo alcune.

Reazioni chimiche: i vapori della decomposizione della salma avrebbero dovuto iniziare a interagire con il tessuto e con gli aromi di cui era impregnata. Tuttavia, poiché il vapore si diffonde in tutte le direzioni, appare impossibile che questo meccanismo abbia potuto produrre un’immagine netta e dettagliata come quella della Sindone.

Pollini: per appoggiare la logica di una creazione ‘tarda’ ci si basa da decenni su impronte/grassi sul telo, oltre ai pollini, polveri finissime prodotte dagli stami dei fiori, alcuni dei quali di origine europea. L’errore consiste nel non aver tenuto conto delle contaminazioni di varia natura che hanno coinvolto il telo nel corso dei secoli. Basandoci su fonti storiche e considerando il suo lungo percorso dalla Palestina al cuore d’Europa, è certo che sia stato toccato da centinaia di mani, ‘contaminandosi’ nei secoli anche con grassi e pollini di varia origine. I più antichi sono 77, alcuni dei quali tipici dell’area del luogo della sepoltura (per esempio, lo Zygophillum dumosum, che ha origine solo nei dintorni di Gerusalemme e Sinai). Sono perciò quelli mediorientali ad archiviare i sospetti di una ‘artificiale creazione’ della reliquia nel vecchio continente. Sono poi state rinvenute tracce (corrispondenti al ginocchio, al calcagno e al naso) di un terriccio presente in medio oriente, oltre alla presenza di aloe e mirra, usate dagli ebrei per le sepolture. Attorno al telo si affollano sia i negazionisti che i garantisti. Il mistero non è risolto perché la Sindone coinvolge interrogativi corrispondenti a un periodo breve ma non ridottissimo: circa 70 ore. Infatti, oltre a indagare i tratti somatici, di come e dove morì l’uomo della Sindone e la datazione della morte, resta soprattutto insoluto il Problema dei Problemi, la cui soluzione scuoterebbe l’intero asse fideistico dell’intera umanità.

Possiamo parlare di Resurrezione per la salma?

L’indagine si sposta dalla chimica che riguarda il Telo, ai fattori fisici che hanno permesso quei processi. Quindi la scienza deve identificare il luogo, come si sia formata l’impronta sindonica e soprattutto come questa sia sparita. Non deboli sono le ipotesi basate su effetti naturali, per quanto straordinari, verificatisi nel sepolcro.

Irradiazione: si ipotizzano un lampo di luce o un fascio di particelle (protoni o neutroni) che avrebbero impresso l’immagine. Nessuno studio ha però ancora fornito una spiegazione credibile sulla causa che avrebbe sprigionato questa radiazione. Com’è possibile una massa di luce così intensa all’interno di una cavità rocciosa, inoltre in un’epoca senza alcuna forma di tecnologia? I fisici accennano un ipotizzabile Effetto Corona (un tipo di scarica elettrica): esperimenti effettuati con questa tecnica hanno prodotto immagini superficiali in qualche modo comparabili a quella sindonica ma non si è in grado di dimostrare cosa avrebbe generato il campo elettrico necessario a indurre la scarica. Tuttavia, oltre a ipotizzarne ipotetiche conseguenze (le scariche elettriche esistono da quando esiste la materia, ma non fanno resuscitare nessuno), resta irrisolto a cosa si possa far risalire l’incredibile fenomeno che avrebbe generato il campo elettrico necessario a indurre la scarica in un sepolcro litico completamente isolato dall’esterno. La logica dei negazionisti in questo caso è più semplice, riducendo la sparizione del corpo a un suo semplice trafugamento, subito sparito fra le polveri del tempo. Ci permettiamo però un’osservazione: è la presenza stessa della Sindone ad annullare la tesi del trafugamento (probabilmente da parte di discepoli o parenti dell’uomo).

Una banale logica suggerisce l’impossibilità pratica di entrare in un sepolcro chiuso, impossessarsi di una salma (certamente in urgenza, di notte, nel timore di essere scoperti) senza i bendaggi che ne faciliterebbero il trasporto.

Al di là delle nostre considerazioni, la realtà di una salma sparita non risolve però il maggiore dei misteri: l’avvenuta Resurrezione di un Uomo-Dio che ci viene tramandata dalla muta testimonianza di una fonte testimoniale tangibile: la presenza a nostre mani del cosiddetto Sacro Lino.

FERRUCCIO CAPRA QUARELLI

Luisa Levi: la signora medico

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Torino e le sue donne
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile.Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, EmmelinePankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.

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7 Luisa Levi: la signora medico

Agli albori del mondo, le donne ricoprivano ruoli di guaritrici, curavano i mali dell’anima e del corpo al pari degli uomini, come testimoniano vari reperti delle popolazioni euroasiatiche, africane o azteche. Il brusco cambiamento arriva con l’Inquisizione, che trasforma le conoscenze curative femminili in osceni patti con il maligno e le donne guaritrici in temibili streghe. Da questo momento in poi, per molto tempo, solo gli uomini potevano frequentare le Università e solo i dottori in medicina potevano praticare le arti guaritorie. Unica eccezione fu la scuola di Salerno, all’interno della quale, nell’XI secolo, lavorava Trotula, “sapiens matrona” (“donna sapiente e saggia”), abilissima levatrice proveniente dalla ricca e nobile famiglia de Ruggiero di origine Longobarda. Le donne dovranno aspettare  secoli perché le porte delle Università vengano aperte anche a loro, il che accadrà soltanto tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Se le Istituzioni aprono le porte, l’opinione comune resta serrata e le donne medico devono combattere più degli uomini per veder realizzati i propri obiettivi. Tra le tante “combattenti” ricordiamo Mary Putnam Jacobi: diplomatasi nel 1863 in Farmacia a New York, poco dopo ottiene la Laurea in Medicina al Woman’s Medical College della Pennsylvania; porta avanti la convinzione che per diventare validi medici sia fondamentale avere non solo una buona preparazione scientifica, ma anche una grande compassione per chi soffre. Diventerà portavoce del Movimento Medico Femminile a capo della Working Women’sSociety e dell’associazione per l’Advancement of the MedicalEducation for Women.  In Italia, troviamo Maria Dalle Donne, prima docente di Ostetricia nella Regia Università di Bologna, laureatasi in Filosofia e Medicina nel 1799, e dirigente, nel 1804, presso la Scuola delle Levatrici, e Maria Montessori, nata ad Ancona nel 1870: è lei la prima donna italiana a conseguire la Laurea in Medicina e Pedagogia (ma anche in Scienze Naturali e Filosofia). La nostra storia di oggi ha come protagonista una delle tante donne caparbie e preparate che non si è mai arresa di fronte agli ostacoli frapposti dalle ferree regole della  società: Luisa Levi.  Luisa Levi nasce a Torino il 4 gennaio 1898, diviene medico neuropsichiatra infantile, attenta studiosa di problemi riguardanti la sessualità dell’infanzia. E’ ricordata principalmente poiché è la prima donna medico italiana a pubblicare un lavoro sull’educazione sessuale, intitolato “L’educazione sessuale: orientamento per i genitori”. Scopo del libro è aiutare i genitori a dare un sano indirizzo alla vita sessuale dei loro figli, evitando errori comuni dovuti a pregiudizi. Luisa Levi è figlia di Ercole Raffaele e Annetta Treves, entrambi di religione ebraica. E’ lo zio materno Marco Treves, psichiatra e fratello del noto Claudio Treves, a suscitare in lei il desiderio di diventare medico. Luisa frequenta a Torino il liceo Vittorio Alfieri e in seguito si iscrive, nel 1914, alla tanto desiderata Facoltà di Medicina presso l’Università degli Studi di Torino. Nel suo primo anno di corso stringe amicizia con Maria Coda, l’unica altra donna frequentante. Luisa segue nel corso degli studi il laboratorio di Anatomia e Istologia Normale e quello di Clinica Medic
a, rispettivamente p
resso gli studi di Romeo Fusari e di Camillo Bozzolo e Ferdinando Micheli. La giovane donna riuscirà ad ottenere i premi “Pacchiotti” e “Sperino” per le massime votazioni conseguite negli esami speciali e nella discussione della tesi: “Sopra un caso di endocardite lenta”, con cui si laurea l’8 luglio 1920, conseguendo il massimo dei voti e la lode. Luisa è donna non solo di alta cultura ma anche molto coraggiosa: durante la prima guerra mondiale è infermiera volontaria presso l’ospedale territoriale della Croce Rossa Italiana di Torino, in cui presta servizio come aspirante ufficiale medico nel laboratorio psico-fisiologico dell’Aviazione, diretto da Amedeo Herlitzka. Dopo alcuni anni in qualità di assistente presso diverse cliniche, nel 1928 lavora con il titolo di medico per le malattie nervose dei bambini presso l’ospedale pediatrico Koelliker di Torino, dando così inizio alla sua carriera di neuropsichiatra infantile. Nel 1927 si reca a Parigi per perfezionarsi in malattie mentali e malattie nervose. Sebbene la sua formazione sia ricca di riconoscimenti e nonostante l’ottima preparazione, Luisa incontra non poche difficoltà ad essere assunta nelle diverse cliniche psichiatriche, dove, in caso di pari merito, le vengono preferiti i suoi colleghi maschi. La dottoressa non si arrende e nel 1928 vince un posto, dedicato a sole donne, bandito dai manicomi centrali veneti per la colonia medico-pedagogica di Marocco di Mogliano, fondata da Corrado Tummiati. Negli anni successivi pubblica diversi articoli sulla mente dei bambini e sulla loro rieducazione. Le peripezie di Luisa, però, non sono finite e dopo un anno dall’assunzione il direttore amministrativo la induce a dare le dimissioni. Nel 1932 viene accettata nella Casa di Grugliasco, dove rimane fino all’emanazione delle leggi razziali. Durante la seconda guerra mondiale, privata del lavoro, si ritira nella campagna di Alassio, di proprietà dei genitori, e qui si dedica a lavori agricoli. Dopo l’8 settembre 1943 si rifugia con la madre a Torrazzo Biellese, dove vive sotto falso nome. Qui, grazie al Comitato Femminile di Ivrea, collabora attivamente come medico della settatantaseiesima Brigata Garibaldi. Nel secondo dopoguerra, determinata a portare avanti il suo impegno scientifico e politico, Luisa Levi entra in Unità Popolare e fa parte della sezione PSI “Matteotti” di Torino;  diventa poi membro attivo dell’UDI (Unione Donne Italiane) e si iscrive alla Camera Confederale del Lavoro della città subalpina. Continua a dedicarsi alla neuropsichiatria infantile dopo aver conseguito la libera docenza con la tesi su “Infanzia anormale” nel 1955. Dopo una vita passata a lottare, trova finalmente riposo proprio nella città da cui era partita: si spegne, infatti, a Torino nel dicembre del 1983.

 

Alessia Cagnotto

Margherita a Stupinigi

Né Versailles né la Reggia di Venaria, solo la Palazzina di Caccia di Stupinigi. Ma che incanto il giardino interno che circonda la residenza sabauda che non siamo mai riusciti a vedere. Il giardino storico che da qualche settimana possiamo ammirare in tutta la sua bellezza è stato in gran parte rimesso a posto, riportato all’originario splendore, com’era alcuni secoli fa, e riaperto al pubblico. C’è ancora molto da fare e… anche tanta erba da tagliare.. e ci vogliono anche molti quattrini ma poco alla volta anche Stupinigi ritroverà la sua bellezza di un tempo. Oltre al Giardino Storico c’è la mostra “Sulle strade della regina” (fino al 28 giugno) e la possibilità di entrare nelle stanze di Margherita nell’Appartamento di Levante. Insomma, un breve “viaggio” dentro la Palazzina com’era ai tempi di Margherita di Savoia, a cent’anni dalla morte. Tante dunque sono le proposte che la Palazzina di Stupinigi offre ai visitatori per il ponte del 1 maggio e anche oltre. Quando Margherita di Savoia frequentò Stupinigi verso la fine dell’Ottocento la Palazzina non era più usata per la caccia come nel Settecento, era diventata una residenza elegante per visite ufficiali, ricevimenti, momenti di relax e villeggiatura per la famiglia reale, feste e soggiorni. Ecco perché Margherita, moglie di Umberto I di Savoia, frequentava spesso quella meraviglia di Stupinigi.
Partecipava per esempio a eventi di corte nella bella stagione e usava la residenza come luogo di svago lontano da Roma e dopo l’assassinio di Umberto I mantenne l’abitudine di frequentare i numerosi palazzi sabaudi inclusa Stupinigi. Con abiti raffinati e forte presenza simbolica la regina partecipava a questi eventi con grande cura scenografica. E oggi possiamo immaginarla, come d’altronde si vede su fotografie d’epoca e immagini tratte da riviste del primo Novecento, a passeggio nei viali del parco, che conversa con gli ospiti oppure partecipa a intrattenimenti musicali e incontra artisti e intellettuali. Ma se proviamo ad animare la scena.. vediamo arrivare anche la carrozze nel grande viale di Stupinigi con Margherita, sempre elegante, che accoglie gli ospiti, dame e ufficiali e insieme a loro entra nel grande salone della Palazzina. Era più o meno questa una giornata tipo della regina a Stupinigi. In realtà carrozze e auto le vediamo davvero nella mostra “Sulle strade della Regina. Alle origini dell’automobile moderna”, fino al 28 giugno, esposte nella Citroniera di Ponente dove si racconta il passaggio dalla carrozza all’automobile ai tempi di Margherita di Savoia. Prodotta da FOM, Fondazione Ordine Mauriziano e MAUTO, Museo Nazionale dell’Automobile, l’esposizione mette per la prima volta a confronto automobili storiche provenienti dal MAUTO e carrozze ottocentesche della collezione Nicolotti Furno attraverso un secolo di cambiamenti culturali e tecnologici, dalle carrozze, come Landau Ronde, Phaeton, Coupè Brougham alle prime auto italiane e straniere, tra cui Fiat Tipo Zero A, Isotta Fraschini BN 30/40 HP, Oldsmobile 6C Curved Dash, Benz Victoria. “Non solo una regina, spiegano gli organizzatori delle mostre, ma una donna con un gusto preciso, abitudini quotidiane, affetti, rituali e un’idea moderna dell’abitare”. Con “Le stanze di Margherita” la Palazzina di Caccia invita i visitatori ad entrare nella dimensione più privata di Margherita di Savoia, ultima sovrana ad abitare la dimora reale tra il 1901 e il 1919, prima della sua trasformazione in museo. A questo proposito ci sarà anche una visita guidata attraverso gli ambienti abitati dalla prima regina d’Italia venerdì 8 maggio alle ore 15,45. Prenotazione obbligatoria 011-6200601  stupinigi@biglietteria.ordinemauriziano.it .
Giorni e orari di apertura della Palazzina di Caccia di Stupinigi e Giardino Storico: da martedì a venerdì 10-17,30 (ultimo ingresso ore 17); sabato, domenica e festivi 10-18,30 (ultimo ingresso ore 18).
Filippo Re

Pio V, dai campi di Bosco Marengo a Lepanto

La Chiesa lo ricorda come san Pio V (fu canonizzato nel 1712 da papa Clemente XI) e lo commemora il 30 aprile

Le galee ottomane erano ancora lontane dalle acque di Lepanto e il giovane Antonio non poteva nemmeno immaginare che un giorno sarebbe diventato uno dei pontefici più famosi della storia e che avrebbe perfino sconfitto l’invincibile flotta turca al largo di Corinto. Il legame affettivo con Bosco Marengo, il paese natale da cui parte la sua straordinaria avventura, Antonio Ghislieri(1504-1572), detto il cardinale Alessandrino, futuro papa Pio V, non l’ha mai perso. La sua vita comincia qui, in questo piccolo borgo di poche centinaia di anime, nell’alessandrino. Da bambino Antonio pascolava le pecore e aiutava i genitori nel lavoro dei campi. Proveniva da una famiglia un tempo nobile e poi decaduta, rimasta senza un quattrino. Mai e poi mai l’umile e povero Antonio avrebbe pensato di diventare un giorno santo e uno dei Papi più illustri della Cristianità, l’unico piemontese della storia.
La Chiesa lo ricorda come san Pio V (fu canonizzato nel 1712 da papa Clemente XI) e lo commemora il 30 aprile. Viveva in una famiglia di contadini, un ambiente semplice, tipico della campagna piemontese di cinque secoli fa. Dal mattino alla sera si faticava nei campi, sotto il sole, la pioggia, una vita rurale al fianco della quale non mancava mai la formazione religiosa a cui il giovane Antonio teneva immensamente. Fin da ragazzo, raccontano le cronache del tempo, si distinse per la carità e per un grande desiderio di sapere e di conoscere il mondo. Per sopravvivere fece il pastore ma lui voleva studiare. Poiché il padre non poteva pagargli gli studi intervenne un amico di famiglia che lo sostenne economicamente. A quattordici anni lasciò Bosco Marengo per intraprendere la vita religiosa ed entrò nel convento domenicano di Voghera assumendo il nome religioso di Michele. Sempre vicino a poveri e ammalati fornì loro cibo e denaro. Sia da vescovo, sia da cardinale, sia da papa, visse sempre come un povero religioso. Tornò raramente a Bosco ma rimase profondamente legato alla propria terra. Fece infatti edificare in paese il complesso monumentale di Santa Croce e il convento domenicano che divenne un centro religioso e culturale, uno dei luoghi storico-artistici più importanti del Piemonte, oggi sede di eventi, mostre e visite. Pur essendo lontano da Bosco Marengo voleva essere costantemente informato sui lavori e mandava dei suoi collaboratori a seguire la costruzione dell’edificio.
In appena sei anni di pontificato, dal 1566 al 1572, si rimane sorpresi nel leggere l’elenco delle cose fatte da Pio V. Ritenuto tra i principali promotori della Controriforma cattolica, Antonio Michele Ghislieri, grande inquisitore a Roma, diede un vigoroso impulso alla costituzione della Lega Santa e la sua figura è legata in particolare alla vittoriosa Battaglia di Lepanto il 7 ottobre 1571 quando la flotta cristiana da lui animata sconfisse quella ottomana. Un progetto che sognava da tempo, unire le potenze cristiane per combattere gli infedeli in mare e porre fine alla minaccia che gravava sulla Cristianità. Fu questa la sua gloria più grande. E come segno di ringraziamento alla Madonna istituì il 7 ottobre la festa della Beata Vergine del Rosario.
Filippo Re
nelle foto, ritratto di Papa Pio V
casa natale di Antonio Ghislieri a Bosco Marengo (Al)
Allegoria della battaglia di Lepanto di Paolo Veronese

Chernobyl, 40 anni fa, la nube anche in Piemonte

Paura, apprensione e forte allarme sulla popolazione anche in Piemonte ma l’impatto fu fortunatamente limitato. Era il 26 aprile 1986. In tutta l’Europa si temette un effetto diretto sull’ambiente e sui prodotti alimentari. In Italia fu subito proibito il consumo di latte fresco e verdure. Anche il Piemonte fu raggiunto dalle radiazioni, soprattutto nelle zone alpine e prealpine, ma senza gravi conseguenze. Quarant’anni fa accadde il più grande disastro nucleare della storia. Chernobyl, piccolo centro della Repubblica sovietica di Ucraina, poco più di 10.000 abitanti, fino a quel momento sconosciuto ai più, stava per diventare la cittadina più famosa del mondo. Quella notte avvenne il surriscaldamento del nocciolo del reattore numero quattro della centrale atomica locale, la Centrale nucleare a fissione Vladimir Ilic di Chernobyl. Due forti esplosioni distrussero il nocciolo dello stabilimento e rilasciarono nell’aria enormi quantità di sostanze radioattive. È stato calcolato che le contaminazioni causate dall’incidente furono 200 volte più gravi rispetto alle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki nel 1945. La notizia fu diffusa dalle autorità sovietiche soltanto alcuni giorni dopo la deflagrazione. Le stime delle vittime variano enormemente. All’origine della catastrofe un errore umano che provocò circa 300.000 sfollati e, secondo dati ufficiali, 64 morti legati direttamente all’incidente e migliaia di casi di malati oncologici nei mesi e negli anni successivi come riportato nel Rapporto del Chernobyl Forum redatto da agenzie delle Nazioni Unite. La tragedia di Chernobyl del 26 aprile 1986 ebbe conseguenze anche in Italia, incluso il Piemonte, anche se in modo molto meno grave rispetto alle aree più vicine alla centrale. Il Piemonte fu colpito dalla nube radioattiva ma con livelli relativamente contenuti. Tra aprile e maggio le piogge fecero cadere sul suolo sostanze radioattive e furono rilevati su terreni, prati e nei prodotti agricoli isotopi (atomi) come lo iodio-131 e il cesio-137. Livelli bassi per fortuna ma che comunque restarono superiori alla norma per un certo periodo. Furono immediati i controlli. In Piemonte, come nel resto d’Italia, si sconsigliò temporaneamente il consumo di latte fresco e verdure a foglia larga come insalata, spinaci, cavoli e bietole. Le aree montane (Val di Susa, Ossola, Cuneese) registrarono livelli più alti a causa delle precipitazioni. Agricoltori e allevatori subirono perdite significative soprattutto nel settore lattiero-caseario e ortofrutticolo. Quasi trent’anni dopo, per effetto dell’onda lunga del disastro di Chernobyl, scattò l’allarme cinghiale radioattivi nella nostra regione e in particolare in Valsesia e nella provincia del Verbano-Cusio-Ossola dove la nube tossica ebbe i maggiori effetti. L’Istituto Zooprofilattico di Torino accertò oltre un centinaio di casi di animali contaminati dal cesio 137, diretta conseguenza dell’incidente nucleare del 1986 e della nube che raggiunse anche il nord Italia. Oggi l’area di Chernobyl, priva di abitanti, è diventata un’autentica oasi di biodiversità con centinaia di specie di uccelli, lupi, volpi, alci e orsi bruni adattatisi al nuovo ambiente radioattivo.

 Filippo Re

Una gita fuori porta: storici splendori architettonici

 

Nell’weekend della “Festa di Liberazione”, riaprono, ad una manciata di chilometri da Torino, alcune dimore storiche del Pinerolese

Domenica 26 aprile

Massello (Torino)

La meta è ad un tiro di schioppo da Torino. E il traguardo, il territorio del Pinerolese, offre la possibilità di conoscere, ammirare e visitare, accanto a paesaggi e città di grande interesse e bellezza, alcune tra le più interessanti “dimore storiche” piemontesi che, domenica prossima 26 aprile, torneranno a riaprire le porte ai visitatori. Ogni dimora è un microcosmo di storie, architetture e giardini che meritano certamente una sosta dedicata, rappresentando l’occasione per una gita fuori porta o per un weekend, visto che il “Consorzio Turistico Pinerolese e Valli” (Località Mollino, 4) supporta i turisti con informazioni e pacchetti studiati su misura (info@turismopinerolese.it )

Si inizia dalla verde Bricherasio, 45 chilometri da Torino, dove la storia “si sdoppia”. Il primo passo sarà nel “Palazzo Conti di Bricherasio” (costruito tra Sei e Settecento) che si presenta come una residenza di grande eleganza, dove le sale interne riflettono il gusto di una nobiltà colta e legata alle tradizioni del luogo: qui nacque Giovanni Battista Cacherano, comandante delle truppe austro-piemontesi che il 17 luglio 1747 sconfissero i Francesi nella famosa battaglia del “Colle dell’Assietta”. A poca distanza, sempre il 26 riapre anche “Palazzo Ricca di Castelvecchio”, in cui l’atmosfera che si respira è ben diversa , più intima ma altrettanto maestosa, testimoniando la stratificazione storica di un borgo che ha sempre avuto un ruolo centrale nella vita della valle. Proseguendo, eccoci a Pinerolo, “la città più bella del Piemonte” per Edmondo De Amicis (“Alle porte d’Italia”) e storicamente riconosciuta come la “capitale” del “Principato degli Acaja” nel XIV secolo e, ancora oggi, centro nevralgico del Pinerolese. Qui si può entrare a “Cascina Losetta”, in Località Piani, inserita nella settecentesca “Tenuta del Colombretto” ed esempio perfetto di “villa-fattoria” (set cinematografico nel 2005 della fiction “Elisa di Rivombrosa”), dove il pregio architettonico si fonde con la nobile arte della gestione della terra, in un contesto rurale ancora oggi vibrante di vita. Sempre a Pinerolo, in Strada del Galoppatoio, è imperdibile l’Agriturismo – Parco Storico “Il Torrione”, antico complesso medievale diventato “residenza signorile” (“Pallacium Torrioni”) nel ‘700. Dentro si respira un’esperienza quasi magica: è un “giardino di paesaggio” dove alberi monumentali e vialetti ombrosi permettono di ritrovare la pace e la meraviglia che solo la natura, plasmata dal tempo e dall’uomo, sa regalare. Nei mesi di maggio e giugno il parco risplende della fioritura di 70 diverse varietà di ortensie. A pochi chilometri da Pinerolo e parte dell’ “Unione Montana del Pinerolese”, San Secondo di Pinerolo, ci offre la possibilità di una visita indimenticabile al “Castello di Miradolo”, appartenuto al casato dei Conti Cacherano di Bricherasio, estinta famiglia dell’antica nobiltà piemontese che vantò addirittura il titolo di “viceré dei Savoia” per alcuni suoi membri e che si distinse anche per apprezzabili attività di filantropia e mecenatismo. Dal 2008 è sede della “Fondazione Cosso” ed è oggi un “polo culturale” d’eccellenza. Circondato da un “Parco storico” di grande valore botanico, il Castello ospita attualmente la mostra “C’è oggi una fiaba”, costruita come un racconto corale in cui la fiaba classica prende forma attraverso le opere di alcuni tra i protagonisti dell’arte moderna e contemporanea, rendendolo una meta ideale sia per gli appassionati del verde sia per gli amanti dell’arte contemporanea. Spostandoci verso la collina di Piossasco, “Casa Lajolo” è una dimora di campagna di metà Settecento con un giardino all’italiana articolato su tre livelli e proprio domenica 26, alle 16,30, si potrà scoprire questo patrimonio verde attraverso “una visita poetica”, un modo nuovo di fruire della bellezza del giardino che coniuga letture di brani e poesie con la scoperta del patrimonio botanico (iscrizioni su https://www.casalajolo.it/prenota/). A pochi chilometri, a Volvera, invece, sempre domenica 26 si potrà visitare “Palazzotto Juva”, una dimora la cui storia risale al Seicento e il cui nome è legato alla figura di Giacomo Pio Juva che, nel 1797 acquistò la cascina e i terreni. II nuovo proprietario fece costruire e restaurare la villa padronale dotandola di una “torre merlata” di ispirazione medioevale, del “campanile” con tanto di campane, ampliando il grande giardino, per destinarlo a “residenza estiva”. Ultime due tappe domenicali: Pancalieri, dove domenica 26 riapre la settecentesca “Villa Giacosa Valfré di Bronzo”, e Virle Piemonte, con il suo settecentesco “Castello Marchesi Romagnano” che domina l’abitato con la sua mole storica e le sue sale affrescate, custodi di secoli di eventi politici e mondani.

Per info: “Consorzio Turistico Pinerolese e Valli”, Massello – Località Molino 4, Torino; tel. 331/3901745 o www.turismopinerolese.it

g. m.

Nelle foto: “Parco Storico Il Torrione”, “Casa Lajolo” e “Castello Marchesi Romagnano”.

Il 25 aprile e la nascita della Repubblica

 

Il 25 aprile è, nell’insieme dei significati che riassume, l’81° anniversario della Liberazione, la festa della Resistenza, la conclusione di una delle vicende più tragiche della storia del nostro Paese che fece da necessaria premessa per l’avvento della Repubblica e la stesura della Costituzione. In quei venti mesi che trascorsero tra l’8 settembre del 1943 e quella che viene universalmente riconosciuta come una data fondamentale della storia italiana, fu la Resistenza a consentire agli italiani di chiudere i conti con il fascismo che aveva trascinato drammaticamente l’Italia nella Seconda Guerra Mondiale, un conflitto che, secondo il disegno nazista del Terzo Reich, avrebbe dovuto plasmare l’Europa e il mondo su di un’ideologia basata sul razzismo, la discriminazione e la violenza. La Resistenza rappresentò rispetto al fascismo una rottura netta, anche generazionale. Il percorso di libertà, avviato con la vittoria antifascista, segnò una tappa fondamentale il  2 giugno 1946, ottant’anni fa, quando il popolo italiano voltò pagina e, in seguito al referendum istituzionale, pose fine alla monarchia, scegliendo una forma di governo repubblicano. La parola chiave fu referendum, gerundio della parola latina refero che significa riferire, rispondere o registrare. E il popolo italiano, quel giorno, fece registrare la propria volontà consentendo la vittoria dei repubblicani con il 54,3% dei voti contro il 45,7% dei monarchici. Per la prima volta – se si escludono le amministrative di marzo e aprile del1946, che riguardarono soltanto alcune regioni – in Italia votarono anche le donne. Una conquista arrivata dopo anni di battaglie e molto più tardi rispetto ad altri paesi. Alle urne si recarono tante donne di ogni ceto insieme a volti noti come Anna Magnani , la famosa Dama Bianca – compagna di Fausto Coppi – o le resistenti antifasciste Camilla Ravera e Teresa Noce, due tra le tante donne che fin dai tempi del fascismo si erano battute per la democrazia. Con la fine della monarchia, che aveva guidato l’Italia dal 1861, conducendo la nazione al disastro con il fascismo e la seconda guerra mondiale, si proclamò anche l’esilio dei Savoia. Re Umberto II lasciò l’Italia dall’aeroporto di Ciampino con un volo diretto in Portogallo. Umberto, ribattezzato il “Re di Maggio” per essersi seduto sul trono per poco più di un mese, dal 9 maggio 1946 fino al 18 giugno, accettò l’esilio e visse il resto della vita nel distretto di Lisbona, a Cascais, e a Ginevra. Il 2 giugno del 1946 fu un punto di svolta e al tempo stesso un traguardo storico. Con la Repubblica venne ricomposta l’unità del Paese, che poté intraprendere il lungo cammino verso la rinascita dalle macerie lasciate dalla dittatura e dalle atrocità della guerra. Parallelamente alla nascita della Repubblica venne eletta l’Assemblea Costituente che, a sua volta, elesse Enrico De Nicola capo provvisorio dello stato e – con un fitto calendario di sedute che si svolsero fra il 25 giugno 1946 e il 31 gennaio 1948 -diede vita alla Costituzione della Repubblica Italiana nella sua forma originaria. Oggi, quella del 2 giugno, insieme al 25 aprile, è la più popolare fra le feste nazionali. E quest’anno assume un particolare ancor più importante e significativo. Non a caso il Presidente Mattarella, nel discorso alla nazione per le feste di Capodanno, disse che ottant’anni anni sono pochi se guardati con gli occhi della grande storia, ma sono stati decenni di alto significato. “ Il segno dell’unità di popolo fu simbolicamente impresso dal voto delle donne per la prima volta chiamate finalmente alle urne. Quel segno diede alla Repubblica un carattere democratico indelebile, avviando un percorso, ancora in atto, verso la piena parità”. Ecco perché la Repubblica è uno spartiacque nella nostra storia.

Marco Travaglini

Al Centro Pannunzio un incontro dedicato alla storia delle Repubbliche

Il Centro Pannunzio di Torino dedica un appuntamento a temi centrali della storia politica e istituzionale italiana e europea, confermando la propria vocazione nel promuovere incontri e occasioni di approfondimento civile, storico e culturale.
Lunedì 27 aprile, alle ore 17.30, proporrà un incontro dal titolo “La Repubblica italiana e le repubbliche nella storia “con il giurista Fabrizio Fracchia e lo storico Pier Franco Quaglieni. L’iniziativa si presenterà come una ampia ricognizione storico- giuridica sul concetto di repubblica, dalle esperienze del mondo classico alla nascita della Repubblica democratica italiana.
Il percorso prenderà avvio dalla Grecia di Pericle, Platone e Sparta, per proseguire con la repubblica romana e con figure come Catone, Cicerone e Livio. Saranno inoltre analizzate le Repubbliche marinare, con particolare attenzione a Venezia, la repubblica fiorentina e Machiavelli, le repubbliche giacobine, la repubblica romana di Mazzini e la tragica parentesi della repubblica sociale italiana.
Il confronto si concluderà con una riflessione sui tratti storici e istituzionali della Repubblica italiana, nata il 2 giugno 1946, a ottanta anni dalla sua costituzione.

Il Centro Pannunzio è stato fondato a Torino nel 1968 nel nome e nello spirito di Mario Pannunzio e rappresenta, da oltre mezzo secolo, uno dei più solidi punti di riferimento nel dibattito culturale liberal democratico italiano.

Centro Pannunzio via Maria Vittoria 35 H Torino

Mara Martellotta

Torino e il cibo, una lunga storia. La nuova mostra dell’Archivio storico della Città

Inaugura oggi mercoledì 22 aprile alle ore 17, all’Archivio Storico della Città di Torino di via Barbaroux 32, la nuova mostra Il gusto della storia. Torino e il cibo nell’Archivio della Città, che esplora il tema dell’alimentazione nella storia di Torino, attraverso documenti, stampe, disegni, progetti, manifesti e fotografie che ricostruiscono le connessioni tra cibo, paesaggio urbano e società. L’esposizione, a ingresso libero, sarà visitabile fino al 31 dicembre 2026, dal lunedì al venerdì dalle 8.30 alle 16.30. In occasione dell’inaugurazione, l’Archivio storico osserverà un orario esteso fino alle 19.30, con visite guidate gratuite, accompagnate dai curatori (info: archivio.storico.info@comune.torino.it).

“La mostra che presentiamo – dichiara l’assessora alla Cultura della Città di Torino Rosanna Purchia – approfondisce un argomento di grande fascino, quello del rapporto tra Torino e il cibo. Un percorso che, attraverso immagini e documenti, permette di scoprire le trasformazioni urbane e sociali della città nei secoli, la lavorazione dei prodotti agricoli e il loro uso nella cucina tradizionale, ma anche gli sforzi compiuti dalle amministrazioni comunali, documentati dagli atti amministrativi conservati dall’Archivio, per garantire alla cittadinanza l’approvvigionamento alimentare nei periodi più duri della storia. Un ringraziamento va all’Archivio storico della Città di Torino, che con questo allestimento rende accessibile e fruibile il suo cospicuo e prezioso patrimonio culturale, confermando così il suo ruolo di scrigno e custode dell’identità di Torino”.

Cartografie e incisioni introducono il tema del paesaggio della città e del suo territorio, con i campi coltivati a margine dell’insediamento urbano e la collina modellata da boschi e filari di vigneti. Altri preziosi documenti testimoniano gli sforzi delle amministrazioni civiche e sabaude nei secoli per garantire ai torinesi l’approvvigionamento dei cereali, alimento cardine della dieta quotidiana. Tra questi il grandioso progetto del magazzino del grano di fine Seicento (oggi non più esistente) situato nei pressi dell’attuale piazza Vittorio: un vero e proprio “forziere alimentare” che permetteva l’autonomia della città in caso di assedio.

Torino, città di corsi d’acqua e di fiumi, sviluppò un sistema di canali e di mulini, che consentivano la macinatura e la trasformazione dei cereali, necessari per la preparazione del pane e altri prodotti alimentari.

Torino era anche città di vigneti e di produzione del vino, come emerge dagli Ordinati (ora verbali del Consiglio Comunale), che stabiliscono i tempi e i modi della coltivazione, della vendemmia e del commercio del vino. La vite rappresentava anche un importante valore culturale e paesaggistico, come attestano le numerose ville costruite in collina (le cosiddette vigne) che coniugavano le attività produttive con il loisir e le edizioni dei libri Della eccellenza e diversità dei vini che nella montagna di Torino si fanno…, di Giovanni Battista Croce del 1614 e Le Vigneron Piémontais contenant la manière de planter les vignes… di De Plaigne del 1784.

Dove si incontravano la domanda e l’offerta dei vari prodotti alimentari? Ampio spazio è dato alla storia dei mercati, i luoghi dove i torinesi per secoli hanno “fatto la spesa” quotidiana. Le bancarelle erano posizionate nelle piazze centrali e auliche: piazza Palazzo di Città (già delle Erbe), piazza San Carlo, piazza Carlina… Nel 1836 nuove normative, in materia igienico-sanitarie, furono approvate a seguito di un’epidemia di colera. Un Editto firmato da Michele Benso di Cavour (padre del conte Camillo) spostò il mercato di piazza delle Erbe e del Corpus Domini in piazza Emanuele Filiberto, l’attuale piazza della Repubblica, dando avvio alla storia mercatale di Porta Palazzo. Vicende raccontate attraverso progetti, cartoline, immagini e fotografie, come quelle che documentano la nascita negli Anni ’30 del Novecento del MOI, il Mercato Ortofrutticolo all’Ingrosso, in via Giordano Bruno.

E poi i negozi e le attività commerciali, di cui l’Archivio conserva numerosi progetti ottocenteschi, e prodotti con le etichette e i manifesti dei marchi che hanno fatto la storia artigiana e imprenditoriale torinese legata all’alimentazione e all’enologia. Trattati di agronomia, libri di istruzioni per la coltivazione e iniziative divulgative come il Calendario georgico attestano il notevole impulso che ebbero gli studi e le innovazioni in campo agricolo dal finire del Settecento in poi.

La cucina piemontese, che si affermò a partire dalla seconda metà del Settecento affrancandosi dall’egemonia della cucina francese, è rappresentata da alcuni volumi storici, che ne attestano il valore culturale, sociale e la sua biodiversità.

Spazio anche ai menù storici, con un viaggio nella ristorazione torinese, in particolare durante la Belle Époque.

Il cibo come convivialità e tradizione, connesso ai riti della società, è raccontato in alcune immagini degli anni Cinquanta del Novecento con le “merende” dei giorni delle festività pasquali, con i tradizionali picnic sui prati della collina torinese, nelle radure dei boschi di Superga e sulle sponde dei fiumi.

La rappresentazione e la fedele riproduzione delle varietà di frutta coltivate nel territorio torinese e piemontese, realizzate sulla spinta della cultura positivista del secondo Ottocento, è oggetto di approfondimento in uno spazio dedicato.  Sono esposte le cromolitografie e oleografie di Giuseppe Falchetti conservate in Archivio, in dialogo con modelli pomologici realizzati da Francesco Garnier Valletti, geniale ed eccentrica figura di artigiano, artista e scienziato, provenienti dal Museo della Frutta, realtà museale a gestione diretta della Città di Torino. Tale connessione rappresenta un elemento di particolare valore per la conoscenza e la promozione del patrimonio culturale cittadino.

TorinoClick

 

Urmet, una lunga storia

Urmet ha messo in mostra alcuni dei suoi prodotti storici: dal 17 al 19 aprile, infatti, presso il Parco Culturale Le Serre di Grugliasco (TO), la multinazionale torinese è stata fra i partner principali della terza edizione del PIM – Phonecards International Meeting, il più importante evento internazionale dedicato al mondo delle schede telefoniche e alla telefonia storica. La manifestazione ha riunito espositori e appassionati provenienti da numerosi Paesi, tra cui Sudafrica, Cina, Australia e gran parte dell’Europa, confermandosi come punto di riferimento globale per lo scambio di materiale collezionistico e per l’incontro tra esperti e appassionati.

L’edizione 2026 ha avuto un valore particolarmente simbolico, poiché si è celebrato il 50° anniversario della nascita della scheda telefonica, una vera eccellenza del Made in Italy che ha segnato un’epoca e rivoluzionato le abitudini della comunicazione telefonica. Per l’occasione, il programma ha previsto la partecipazione di realtà storiche e istituzioni di rilievo come Urmet, SIDA e il Museo della Telefonia Pubblica di Alberi (PR), che hanno contribuito a ripercorrere la storia e l’evoluzione di questo iconico oggetto.

Urmet è una delle aziende che hanno caratterizzato la storia imprenditoriale del nostro Paese, con i suoi prodotti iconici e i suoi brevetti internazionali. Nata in Piemonte, cresciuta in Italia e con una presenza consolidata a livello internazionale, nel 2024 Urmet è stata inserita nel Registro speciale dei Marchi Storici di Interesse Nazionale.

Fondata a Torino nel 1937 come Società Anonima per l’“Utilizzazione e il Recupero del Materiale Elettro Telefonico”, Urmet è una multinazionale a capitale interamente italiano, azienda principale di Urmet Group, realtà mondiale con circa 2500 dipendenti. L’azienda piemontese si è da sempre distinta per la sua capacità di interpretare il cambiamento storico dei mercati e di essere protagonista delle rivoluzioni tecnologiche che si sono susseguite nei decenni: lo dimostrano i numerosi prodotti, alcuni decisamente “pop” ed epocali.

Il telefono analogico Bca del 1949 aprì la strada ad un mondo più connesso, consentendo a intere famiglie di rimanere in contatto tra di loro; il primo citofono del 1958, a cui seguirà una produzione su larga scala, e il primo videocitofono nel 1965 segnarono l’inizio della cosiddetta “telefonia domestica” per controllare gli ingressi di un edificio, introducendo il concetto di “sicurezza residenziale”.

Sono prodotti “iconici” anche il primo telefono pubblico, introdotto nel 1964 e utilizzato da milioni di italiani, che funzionava a gettoni (brevetto Urmet) e contribuì a cambiare radicalmente le abitudini telefoniche delle famiglie. Con il progresso tecnologico, i gettoni furono sostituiti dalle monete e poi dalla tessera prepagata, altro brevetto Urmet, che rappresenta una pietra miliare nella storia delle telecomunicazioni.

L’organizzazione dell’evento è a cura del Worldwide Phonecards Collectors Club, associazione culturale senza scopo di lucro nata nel 2024 con l’obiettivo di promuovere e rilanciare il collezionismo delle schede telefoniche, mettere in contatto collezionisti e favorirne l’interazione tra loro.

Momento centrale della manifestazione, l’asta benefica di sabato 18 aprile, curata dall’Associazione, il cui ricavato è stato interamente devoluto alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro per sostenere le attività di cura e ricerca sul cancro dell’Istituto di Candiolo – IRCCS. L’iniziativa conferma l’impegno del PIM nel sostenere progetti di valore sociale e scientifico: fra gli oggetti battuti all’asta anche la maglia autografata del numero 10, Kenan Yildiz, donata da Juventus Football Club. Il ricavato dell’asta benefica è stato di 2mila euro che saranno devoluti per sostenere la ricerca contro le patologie oncologiche.