STORIA

Breve storia di Torino: la Capitale

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Breve storia di Torino

1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

6 Torino Capitale

Sto proponendo, in questa serie di articoli, una breve ricostruzione storica delle vicissitudini della nostra bella Torino. In questo articolo nello specifico, desidero soffermarmi sul momento di massimo splendore che vede l’urbe pedemontana tramutarsi da cittadina basata sull’antico “castrum” romano in una vera e propria capitale regionale; nella seconda parte del Cinquecento, i diversi membri della famiglia Savoia, i signori torinesi per eccellenza, ordinano a diversi artisti una serie di interventi urbanistici che modificano definitivamente l’aspetto della città, rendendola un gioiello barocco invidiato e osservato da tutta la regione.
Sono questi gli anni del primo effettivo ampliamento territoriale, opera nella quale si inseriscono i grandi nomi dell’architettura barocca italiana: Ascanio Vittozzi, Carlo di Castellamonte e suo figlio Amedeo, Guarino Guarini, Filippo Juvarra, Benedetto Alfieri e Bernardo Antonio Vittone. Il lavoro di tali immense personalità fa emergere la nuova anima della città, adeguandola al ruolo di protagonista assoluta del Regno sabaudo.

Molti dei tratti architettonici assunti nel lontano Seicento sono ancora oggi ben visibili, passeggiando per le vetuste vie ci si imbatte in palazzi caratterizzati dalla monumentalità delle forme, piazze dall’impianto fortemente scenografico, giardini adorni di fontane e giochi d’acqua e, se si alza lo sguardo verso il cielo, grandiose cupole che si stagliano all’orizzonte. Non c’è dubbio, la nostra bella Augusta Taurinorum ancora sa risplendere del suo fascino sempiterno.
Tuttavia, come sempre, mi piace andare per ordine e definire dapprima il contesto.
Dal 1563, grazie alla decisione del duca Emanuele Filiberto, Torino diviene sede ufficiale della famiglia sabauda, tale scelta influisce grandemente sulla sorte dell’urbe pedemontana, che passa dall’essere prima un “semplice” avamposto, poi una vera e propria capitale regionale e infine, nel glorioso periodo cinquecentesco, verrà considerata cuore pulsante dell’intero Stato sabaudo.
Tale passaggio di status accelera non di poco la crescita della città: parimenti all’aumento demografico si promuovono gli interventi, sia politici che architettonici, fervidamente voluti dai Savoia.

L’assetto strutturale di Torino è ormai gerarchico, esso rispecchia l’ordine sociale secondo cui il potere si acquisisce per nascita, come testimonia la corte nobiliare che si accerchia sempre più intorno alla figura del monarca. È opportuno tuttavia sottolineare come in realtà i sovrani non fossero dei veri “desposti”, essi a loro volta dovevano comunque sottostare alle leggi dello Stato, perseguendo l’alto e specifico obiettivo di amministrare la giustizia, perseguendo il difficile scopo di mantenere l’ordine sociale, anche tenendo in considerazione i principi divini.
Col tempo i Savoia, anche grazie ai loro ministri e ai loro burocrati, riescono a rendere sempre più “illuminata”la struttura del governo torinese, rifacendosi ai dettami dell’Anciem Régime.
Ciò che è bene sottolineare è altresì la scelta della famiglia sabauda di non limitarsi ad interventi politici ed amministrativi, ma anche –soprattutto- a livello estico-costruttivo sul territorio: Torino viene costantemente ampliata, rafforzata e abbellita; inoltre è evidente come al nuovo aspetto corrisponda l’importanza simbolica dei luoghi, infatti alla giovane capitale vengono affidate diverse “funzioni chiave”, essa è sede degli uffici del governo, ossia domicilio dell’autorità politica, nonché residenza della base militare dello Stato.
Il potere monarchico, solido e ben definito, si riflette nell’omogeneo assetto urbanistico e nell’impianto stradale che regola e suddivide i diversi quartieri, l’ordine urbanistico si fa simbolo dell’ordine politico che lo Stato vuole instillare all’interno dei propri domini.
La partecipazione dei Savoia è più che attiva nel frangente costruttivo, la famiglia promuove una sistematica opera di ampliamento e modifica del primigenio impianto medievale, attraverso la costruzione di palazzi estrosi ed eleganti, che fanno da contrappunto al rigore stradale. Torino nel tempo si trasforma in una capitale barocca, le cui tracce sono tuttora ben visibili nel centro della città.
Si pensi ad esempio ad uno degli edifici simbolo della città: Palazzo Reale. Qui il barocco si mescola al rococò e al neoclassico, la facciata principale è esempio tipico del barocco aulico piemontese, così come lo sono l’eleganza delle decorazioni esterne ed interne alle varie sale.
Vi è poi la peculiare Chiesa di San Lorenzo, edificata a metà Seicento dal maestro Guarino Guarini per commemorare la vittoria di Emanuele Filiberto nella battaglia di San Quintino in Piccardia. L’ambiente interno si presenta ricco di marmi policromi, adorno di cappelle concave e convesse, così come vuole il gusto barocco, che esalta il ritmo della linea curva; l’illuminazione è data da un preciso e puntuale gioco di luci, tutto basato sullo sfumare dalla zona d’ombra dell’ingresso, verso il chiarore che aumenta con il sollevarsi dello sguardo; esaltano l’effetto gli oculi che bucano le pareti.

L’elemento caratteristico dell’edificio è la cupola a costoloni, osservandola si evince anche la genialità costruttiva del Guarini, il quale attraverso l’incastro dei costoloni costringe il visitatore a guardare verso l’alto, unica direzione perseguibile per trovare la salvezza divina.
Palazzo Madama invece deve la sua ristrutturazione allo Juvarra: cuore dell’intervento è lo scalone d’ingresso, tutto stucchi e marmi, costantemente illuminato dalla luce che si irradia dai grandi finestroni.
Ancora un esempio, Palazzo Carignano, situato nel centro di Torino e progettato dal Guarini, presenta la facciata principale curvata dall’alternanza di parti concave e convesse, il ritmo rispecchia i dettami del gusto barocco, così come lo fanno le particolari decorazioni interne, gli elaborati affreschi e gli stucchi sontuosi.
A segnare l’inizio di questo nuovo periodo, così glorioso e florido per la città di Torino, è il trattato di Cateau-Cambrésis (3 aprile 1559). Il documento non solo sancisce la fine delle guerre che avevano devastato la penisola fino ad allora, ma ripristina la sovranità del duca Emanuele Filiberto di Savoia sui propri domini. Quest’ultimo porta avanti una serie di interventi volti appunto a sottolineare l’importanza della nuova capitale: non più Chambéry ma Torino. Il duca individua come sua dimora, e sede della corte, Palazzo dell’Arcivescovado, edificio che viene così ampliato e modificato; Emanuele ordina poi la costruzione di una cittadella all’estremità sud-occidentale della città che cambia drasticamente il tessuto urbano, la nuova fortezza ha certo funzione difensiva ma essa deve anche simbolicamente rappresentare l’autorità ducale.
A livello politico Emanuele ricostituisce la Camera dei Conti e l’Alta Corte d’Appello francesi rinominandole Senato piemontese e facendo di esse le principali istituzioni del governo.

Per incrementare l’economia cittadina il duca promuove diverse attività, tra cui la piantumazione dei gelsi e la produzione di seta.
In sintesi sono principalmente due i fatti fondamentali che definiscono il nuovo status torinese: il ripristino delle attività dell’Università (1560) e il trasferimento nell’urbe della Sacra Sindone (conservata a Chambéry per più di un secolo). Torino è così anche custode e guardiana della santissima reliquia, il prestigio della città e – di conseguenza- della famiglia sabauda non si possono più mettere in discussione.
A Emanuele Filiberto succede Carlo Emanuele I (1580).
Sono anni turbolenti per il nuovo regnante, eppure Torino continua a prosperare; sotto Carlo la città si trasforma in una delle corti più raffinate d’Europa, il principe ama gli sfarzi, è mecenate di artisti e letterati, tra cui il poeta Giambattista Marino, il filosofo Giovanni Botero e il pittore Federico Zuccaro, autore delle decorazioni presenti nella galleria tra Palazzo Ducale e il vecchio castello, destinata alle curiosità e alle opere d’arte del duca.
Il gusto di Carlo per organizzare celebrazioni di vario genere porta alla costruzione di un grande spazio adibito alle cerimonie di fronte a Palazzo Ducale, il processo di edificazione inizia nel 1619 in occasione delle nozze della principessa Maria Cristina, figlia di Enrico IV di Francia. Per tale evento è inoltre aperta una porta nelle mura a sud (chiamata Porta Nuova), viene in seguito progettato una sorta di corridoio che congiunge Palazzo Ducale e Piazza Castello (attuale via Roma), a metà di tale passaggio è aperta una piazza (attuale piazza San Carlo). Carlo affida il cospicuo progetto del nuovo assetto cittadino a degli architetti esperti, che costituiscono il “Consiglio per l’edilizia e le fortificazioni”. I nuovi quartieri, definiti da residenze aristocratiche ben diverse da quelle presenti nel centro storico, non sono ideati per essere delle “vere abitazioni”, bensì per rendere la capitale preziosa, maestosa ed elegante.
Carlo Emanuele II ordina un ulteriore ampliamento urbanistico, seguito da un terzo progetto, sostenuto e terminato poi da Vittorio Amedeo II; quest’ultimo intervento rappresenta la fase conclusiva di ampliamento cittadino, dopo gli architetti si dedicheranno ad abbellire le antiche strutture preesistenti, rendendole moderne e lineari; si intraprenderanno poi diversi lavori volti a ristrutturare le strade principali, tra cui l’attuale via Garibaldi.
Caratterizza invece l’epoca settecentesca il completamento di diverse residenze nei dintorni di Torino, tra cui le ville nei parchi Mirafiori e Regio Parco e la dimora di Venaria Reale, poi completamente riassestata da Filippo Juvarra, uomo di fiducia di Amedeo II; all’architetto messinese si devono i lavori di modifica del Castello di Rivoli, la costruzione del mausoleo di Superga e la residenza di caccia di Stupinigi.

Nello specifico, la Reggia di Venaria, tuttora considerata un capolavoro d’architettura, si presenta come un’imponente struttura circondata da ampi giardini, ricchi di aiuole, fiori, piante, vanta numerosi esempi d’arte barocca, quali la Sala di Diana, la Galleria Grande, la Cappella di Sant’Uberto, le Scuderie Juvarriane, la Fontana del Cervo e le numerose decorazioni presenti in tutta la struttura. L’edifico è parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1997.
La scenografica palazzina di caccia di Stupinigi, situata alle porte di Torino, ha un corpo centrale ampio, a pianta ellittica, a cui si accede attraverso un maestoso viale affiancato da giardini. Cuore pulsante della struttura è il salone ovale, affrescato da dipinti che si rifanno all’arte venatoria; dal salone si dipartono a croce di Sant’Andrea quattro bracci che conducono agli appartamenti reali e a quelli degli ospiti.
A fine Settecento anche l’anello satellite costituito da tali residenze testimonia il potere e la gloria della famiglia sabauda.
Figura essenziale del XVIII secolo è Vittorio Amedeo II, il quale si dedica principalmente alle riforme interne: egli riorganizza la burocrazia, istituisce diversi dipartimenti con ambiti di competenza ben distinti; per ospitare tali istituzioni vengono edificati lungo il lato settentrionale di Piazza Castello una serie di uffici comunicanti con Palazzo Reale (un tempo detto Ducale). Accanto a tale struttura viene innalzato un palazzo per gli Archivi di Stato (il primo edificio edificato appositamente per questo scopo in tutta Europa); nel 1738 iniziano i lavori per annettere alle costruzioni preesistenti un teatro lirico a uso esclusivo della nobiltà. La zona adiacente Palazzo Reale è quindi il regno della corte e assume un carattere distinto non solo dal punto di vista architettonico ma anche sociale.

Amedeo II riforma anche l’ateneo, precedentemente chiuso a causa della guerra con i francesi; il re ottiene il controllo dell’Università e la trasforma in una istituzione regia volta a formare futuri uomini di governo, professionisti o ecclesiastici. L’ateneo riformato sorge vicino ai nuovi uffici governativi, apre le porte agli studenti nel 1720, ed è articolato in tre facoltà: Legge, Medicina, Teologia, ( a partire dal 1729 è presente anche l’indirizzo di Chirurgia).
Alla nuova istituzione è affidato il compito di gestire il sistema scolastico dell’intero Piemonte.
A Vittorio Amedeo II si deve il rivoluzionario passo di creare quello che può essere considerato il primo sistema scolastico laico dell’Europa cattolica, sottraendo così il primato dell’istruzione ai religiosi. L’Università è ora il dicastero responsabile dell’istruzione. Sotto Amedeo opera Juvarra, uno dei grandi maestri del barocco, formatosi a Roma come architetto e scenografo. Le sue costruzioni hanno tutte una chiara impronta scenografica, che risponde alle esigenze dei committenti e all’intento di celebrare la grandezza della capitale. Juvarra progetta chiese e facciate di palazzi, come per esempio quella di Palazzo Madama, che dà a piazza Castello una perfetta e nuova prospettica architettonica. Oltre Juvarra anche Guarino Guarini è uno dei protagonisti indiscussi che trasformano la città in un gioiello barocco. Guarini realizza la Chiesa di San Lorenzo, la Cappella della Santa Sindone e Palazzo Carignano, dando vita a eccentrici modelli architettonici divenuti modelli da imitare per gli artisti successivi. Il lavoro di questi architetti è ammirato dai visitatori e l’influenza delle loro opere presto si estende ben oltre i confini piemontesi: è grazie a loro se Torino da anonimo centro provinciale si tramuta in maestoso esempio di architettura barocca e pianificazione urbana. È grazie a loro se ancora oggi possiamo passeggiare per la città con lo sguardo incantato, attraverso l’eterna bellezza dell’arte.

Alessia Cagnotto

Il Liberty: la linea che invase l’Europa

Oltre Torino: storie miti e leggende del Torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte.
L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare.Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

Articolo 1. Il Liberty: la linea che invase l’Europa

Ogni periodo storico è caratterizzato da un proprio particolare sentire, da scoperte e personaggi che ne delineano i tratti distintivi e, soprattutto, da forme artistico-letterarie-culturali che lo identificano. In questa serie di articoli voglio approfondire una peculiare corrente artistica, permeata di linee curve, con ornamenti di vetri e di pietre, uno stile che non solo interessò tutte le arti, dall’architettura, all’illustrazione, all’artigianato, all’oreficeria, ma divenne quasi un “modo di vivere”: il Liberty. Verso la fine del secolo XIX e l’inizio del XX nasce in Belgio un importante movimento, chiamato Art Nouveau che, opponendosi a tutte le accademie neoclassiche e neobarocche, applica la produzione industriale a forme d’arte, interpreta la linea con dinamismo espressivo, propone partiti decorativi che rompono con la fissità e danno movimento a pavimenti, scale, ringhiere, soffitti, modellano e curvano le pareti esterne, procurando vivacità e colore all’insieme. Tale movimento, che unifica in quei decenni lo slancio architettonico di tutta Europa, giunge in Italia con il nome di Liberty o Floreale, stile che ama applicare all’architettura ricercate forme decorative, spesso desunte dalla natura vegetale.  L’Art Nouveau influenza le arti figurative, l’architettura, le arti applicate, la decorazione di interni, gioielleria, mobilio, tessuti, oggettistica, illuminazione, arte funeraria, e assume nomi diversi, ma dal significato affine, a seconda dei luoghi in cui essa si manifesta: Style Guimard, Style 1900, Scuola di Nancy, in Francia; Stile Liberty, dal nome dei magazzini inglesi di Arthur Lasemby Liberty, o Stile Floreale, in Italia; Modern Style in Gran Bretagna; Jugendstil (“Stile giovane”) in Germania; Nieuwe Kunst nei Paesi Bassi; Styl Mlodej Polski (“Stile di Giovane Polonia”) in Polonia; Style Sapin in Svizzera; Sezessionist (Stile di Secessione”) in Austria; Modern in Russia; Arte Modernista, Modernismo in Spagna. Alla base del movimento vi è l’ideologia estetica anglosassone dell’Arts and Crafts di William Morris, fervido sostenitore della libera creatività dell’artigiano come unica alternativa alla meccanizzazione: una sorta di reazione alla veloce industrializzazione del tardo Ottocento. Arts and Crafts si volge alla riforma delle arti applicate portando avanti un’istanza sociale e morale che persegue il risorgere della produzione artigiana e l’attento studio del gotico come l’arte più dotata di spirito organico, volta a delineare planimetrie e forme “descrittive”, elementi nei quali l’indirizzo critico vuole vedere i germogli del rinnovamento architettonico.

L’Art Nouveau apre la strada all’architettura moderna e al design. Determinante per la diffusione di quest’arte è sicuramente l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, tuttavia anche altri canali ne segnano l’importanza: ad esempio la pubblicazione di nuove riviste, come L’art pour tous, e l’istituzione di scuole e laboratori artigianali. La massima diffusione del nuovo stile è comunque da rapportarsi all’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna di Torino del 1902, in cui vengono presentati progetti di designer provenienti dai maggiori paesi europei, tra cui gli oggetti e le stampe dei famosi magazzini londinesi del noto mercante britannico Arthur Lasemby Liberty. La nuova linea artistica, in rottura con la tradizione, è presente nelle grandi capitali europee, come Praga, con la grande figura di Moucha, Parigi in cui Guimard progetta le stazioni per la metropolitana, Berlino, dove nel 1898 i giovani artisti si dissociano dagli stili ufficiali delle accademie d’arte, intorno alla figura di Munch, Vienna, dove gli artisti della secessione danno un nuovo aspetto alla città.  Una delle caratteristiche più importanti dello stile, che presenta affinità con i pittori preraffaelliti e simbolisti, è l’ispirazione alla natura, di cui studia gli elementi strutturali, traducendoli in una linea dinamica e ondulata, con tratto “a frusta”, e semplici figure sembrano prendere vita naturalmente in forme simili a piante o fiori. Si stagliano in primo piano le forme organiche, le linee curve, con ornamenti a preferenza vegetale o floreale. Tra i materiali, vengono adoperati soprattutto il vetro e il ferro battuto. In gioielleria si creano alti livelli di virtuosismo nella smaltatura e nell’introduzione di nuovi materiali, come opali e pietre dure, nascono monili in oro finemente lavorato e smaltato; i diamanti vengono accostati ad altri materiali, come il vetro, l’avorio e il corno. Solo in Italia, a differenza degli altri territori prima chiamati in causa, il Liberty non si contrappone al passato o alla tradizione accademica dell’insegnamento e dell’esercizio delle arti, con la conseguenza che qui, sulla nostra penisola, non si consolidò mai una scuola di riferimento identificabile con il movimento Liberty, al contrario ci furono singole personalità artistiche che si dedicarono ad approfondire i caratteri dello stile floreale ed epicentri per la diffusione del gusto dell’arte nuova, tra questi poli di profusione ci fu proprio Torino. Nei prossimi articoli considereremo nel dettaglio alcuni palazzi e quartieri della città sabauda particolarmente suggestivi e rilevanti dal punto di vista decorativo e architettonico, che testimoniano la meravigliosa trasformazione della nostra città, ancora oggi conosciuta come capitale del Liberty italiano.

 

Alessia Cagnotto

Amedeo VII di Savoia: l’aviglianese che conquistò Nizza

Sabato 20 e domenica 21 giugno Avigliana tornerà nel medioevo con la 43° edizione del Palio Storico dei Borghi, manifestazione che ricorda il passaggio in città nel 1389 di Valentina Visconti. La nobildonna, figlia di Gian Galezzo, Signore di Milano e di Isabella di Valois, era diretta a Melun dove avrebbe incontrato il suo sposo Luigi di Valois-Orléans.
Il programma del fine settimana sarà molto ricco. Sabato 20 alle ore 17 nel Santuario della Madonna dei Laghi verrà celebrata la S. Messa al termine della quale ci sarà la benedizione delle bandiere dei borghi e del Palio, mentre alle ore 18 presso il campo CGA in Via Oronte Nota 3 il Primo Cittadino Andrea Archinà consegnerà le chiavi della città al Conte di Savoia Amedeo VII detto “il Conte rosso” e apriranno le taverne dei borghi, dove si potranno degustare menù conviviali di stampo medievale. Dopo la gara dei tamburini e quella di tiro alla fune e gli spettacoli dei gruppi “Asti Buhurt Club” e “Belly…ssime”, il fulcro della serata sarà la grande rievocazione “Filippo di Savoia, Principe d’Acaia, che dalla storia passò alla leggenda” organizzata dal gruppo storico “La Corte del Conte Rosso APS-ETS” in collaborazione con “La Terra dei Cavalli” di Giuseppe Raggi. Seguirà l’esibizione degli artisti del “Carro delle Illusioni”.
Domenica 21 alle ore 15 il corteo dei figuranti, guidato dalla Corte, partirà da Piazza del Popolo e raggiungerà il campo CGA in Via Oronte Nota 3, dove a partire dalle ore 16 si disputerà il Palio.
I sette borghi storici del paese: Borgo Drubiaglio, Borgo Nuovo, Borgo Paglierino, Borgo Pertusera, Borgo San Pietro, Borgo Sant’Agostino e Borgo Vecchio si sfideranno nella gara di tiro con l’arco. Dopo lo spettacolo del “Gruppo Sbandieratori e Musici della Città di Avigliana” ci sarà l’attesissima corsa dei cavalli, che decreterà il vincitore di quest’edizione del Palio.
La festa continuerà in Piazza Conte Rosso dove si terrà la cena “Al Banchetto del Conte Rosso”.
Alle ore 22,15 il corteo storico, partendo da Piazza Conte Rosso, percorrerà Via Cavalieri di Vittorio Veneto e raggiungerà Piazza del Popolo dove si terrà un grande spettacolo a sorpresa che lascerà tutti senza fiato.

Ma chi era il Conte di Savoia Amedeo VII e perché viene chiamato “Conte Rosso”?

Amedeo nacque nel Castello di Avigliana il 24 febbraio 1360, figlio primogenito del Conte di Savoia Amedeo VI, detto “il Conte Verde” per il colore con il quale amava abbigliarsi e della consorte Bona di Borbone. Il 18 gennaio 1377 al Palazzo Saint-Pol di Parigi, all’epoca la residenza del Re di Francia, sposò Bona di Berry, figlia di Giovanni di Valois, Duca di Berry, terzo figlio di Re Giovanni II di Francia. La sposa raggiunse la Savoia nel 1381 e i coniugi vissero al Castello di Ripaglia. Dalla loro unione nacquero tre figli: il futuro Amedeo VIII, che il 19 febbraio 1416 diventerà il primo Duca di Savoia; Bona, che andrà in sposa al cugino Ludovico, ultimo Principe di Savoia-Acaia e Giovanna, che impalmerà il Marchese Gian Giacomo del Monferrato, colui che nel 1434 sposterà la capitale del marchesato da Chivasso a Casale Monferrato.
Amedeo salì al trono il primo marzo 1383 in seguito alla morte di suo padre il Conte Amedeo VI, condividendo il potere con la madre, alla quale il sovrano defunto per via testamentaria riconobbe il diritto di governare e amministrare gli Stati di Savoia fin quando sarebbe stata in vita.
Nel settembre 1383, mentre era a Bourbourg, nelle Fiandre, in una campagna militare a sostegno del Duca di Borgogna, ricevette la notizia della nascita del suo primogenito e si dice che vestì abiti rossi per festeggiare, abbandonando così il lutto per la morte del padre, avvenuta sei mesi prima. Questo gli valse il soprannome di “Conte Rosso”.
Le sue residenze preferite erano i castelli di Chambéry, Ripaglia, Montmélian e Avigliana, città dove aveva sede la zecca, citata per la prima volta nel 1252.
Un suo grande uomo di fiducia era Giovanni Grimaldi, Barone di Boglio. Quest’ultimo era nipote di Andaro Grimaldi, il quale nel 1315 sposò Astorge Rostagno, figlia di Guglielmo, Signore di Boglio, dando così vita a questo ramo dei Grimaldi, che si estinguerà nel 1698. Ranieri I, fratello di Andaro, fu invece Signore di Monaco dall’8 gennaio 1297 al 10 aprile 1301 insieme al patrigno Francesco Grimaldi detto “Malizia” ed è l’antenato dell’attuale Principe sovrano S.A.S. Alberto II.
Giovanni, che governava uno dei feudi più grandi e importanti della Provenza, della quale era siniscalco, il 2 agosto 1388 fece omaggio al Conte di Savoia della sua baronia e di tutti i suoi possedimenti, ricevendoli in feudo. Amedeo VII, il cui padre nel 1382 aveva conquistato Cuneo, riuscì a realizzare il sogno dei suoi avi: quello di ridare alla Contea di Savoia l’agognato sbocco sul mare, perso dopo il 19 dicembre 1091 quando morì Adelaide di Torino. Il 28 settembre 1388 con un piccolo esercito, senza spargimento di sangue, fece un ingresso solenne a Nizza e lo stesso giorno venne firmata la dedizione della città alla Savoia. Nizza, insieme alle altre comunità della Provenza orientale, ubicate sulla sponda sinistra del fiume Var, andò a costituire la divisione amministrativa “Nuove terre di Provenza”, che nel 1526 prenderà il nome di Contea di Nizza. Questo territorio verrà ceduto al Secondo Impero Francese con il Trattato di Torino dal 24 febbraio 1860.
Il 30 ottobre 1388 Amedeo VII nominò Giovanni Grimaldi di Boglio Governatore di Nizza.
Il Conte Rosso nel 1389 scortò da Milano a Chambéry sua cugina Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo, Signore di Milano e poi duca a partire dal
5 settembre 1395.
La nobildonna, come sopraccitato, era diretta a Melun dove avrebbe conosciuto il suo sposo Luigi di Valois-Orléans, fratello minore del Re di Francia Carlo VI. Il corteo fece tappa ad Alessandria, Asti, Chieri, Torino, Rivoli, Avigliana ed arrivò a Melun il 17 agosto.
In occasione del passaggio di Valentina ad Avigliana Amedeo VII, insieme al cugino il Principe Amedeo di Savoia-Acaia, organizzò grandi festeggiamenti che durarono più giorni, videro la presenza di tutti i nobili della zona e si conclusero con un torneo di giochi ed un palio dei cavalli. Questo evento è ricordato ogni anno con il Palio Storico dei Borghi.
Il 21 agosto 1390 Amedeo VII era presente insieme a Ibleto di Challant, il più potente feudatario della Valle d’Aosta, all’inaugurazione del Castello di Verrès.
A fine ottobre 1391 mentre soggiornava a Ripaglia, durante una battuta di caccia al cinghiale cadde da cavallo e si ferì gravemente ad una gamba. Il giorno seguente fu affetto da tetano, infezione allora non conosciuta, si spense tre giorni dopo e venne sepolto nell’Abbazia Reale di Altacomba. Gli succedette il figlio Amedeo VIII sotto la reggenza della nonna paterna Bona di Borbone, definita la “Contessa Grande”, la quale venne accusata ingiustamente dell’avvelenamento del figlio. I feudatari si divisero però in due fazioni: una favorevole a Bona, la cui corte aveva sede al Castello di Chambéry e l’altra favorevole alla nuora Bona di Berry, detta “Madama la Giovane”, con corte a Montmélian.
L’intervento del Re di Francia Carlo VI scongiurò una guerra civile: la Contessa Grande mantenne la reggenza, cedendo alla nuora la Signoria di Faucigny. Questa reggenza durò fino alle nozze del giovane Amedeo VIII il 30 ottobre 1393 con Maria di Borgogna, in occasione delle quali il suocero Filippo II lo dichiarò maggiorenne.
Amedeo VIII iniziò ad occuparsi delle faccende di Stato dopo il 1400, aiutato dal suo tutore il Conte di Ginevra e Governatore di Nizza Oddone di Villars, dal suocero il Duca di Borgogna e da Luigi II, Duca di Borbone, che facevano parte del consiglio di reggenza.
Egli è l’antenato di S.A.R. il Principe Emanuele Filiberto di Savoia.

ANDREA CARNINO

Giulia di Barolo, la progressista della beneficenza e della compassione

Una straordinaria figura del nostro ‘800

Nata nel 1786 a Maulevrièr, in Francia, Juliette Françoise Victurnie Colbert discendente di una importante famiglia che aveva visto il padre Ministro delle Finanze del Re Luigi XIV, in seguito alla Rivoluzione Francese, dopo aver perso beni e parenti, si trasferi’ in Germania e in Olanda. Nel 1804, quando Napoleone Bonaparte si incorono’ imperatore dei francesi, Jiuliette, tornata in patria, divenne una delle dame di compagnia dell’imperatrice ed e’ proprio in questo rinnovato contesto che conobbe il suo futuro marito: il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo appartenente ad una delle più importanti famiglie aristocratiche del Piemonte. Nonostante fu un matrimonio combinato, come si usava ai tempi, la loro unione si trasformo’ in un sodalizio molto forte dovuto sia alle loro affinita’ d’interessi, di cultura e ad una spiccata sensibilita’ per le questioni sociali, ma anche alla reciproca compensazione caratteriale, “più ardente, generosa e volitiva, intransigente nelle idee per temperamento e tradizione” lei ,” meno espansivo, più liberale e facilmente remissivo, ma non meno ricco di sentimento e di bontàlui.

Dopo il matrimonio si stabilirono nella Torino dei Savoia, ma anche di Cavour e di D’Azeglio, a Palazzo Barolo in via delle Orfane, dove iniziarono le loro attivita’ benefiche in una citta’ che soffriva molto di poverta’, vagabondaggio, criminalita’ e dove le carceri affollate versavano in terribili condizioni di igiene e invibilita’. Tutto comincio’ durante una passeggiata domenicale quando Jiuliette, oramai Giulia, incrocio’ una processione che portava il viatico ad un carcerato che ribellandosi disse che non voleva conforto, ma piuttosto del cibo. Giulia volle subito visitare le carceri, quelle maschili prima, le femminili dopo, che trovo’ in uno stato disumano. Questo terribile scenario la convinse subito a voler fare qualcosa e chiese al Re di poter insegnare loro a leggere e il catechismo, ma soprattutto di restituirgli una dignita’ oramai persa. Ci riusci’ e cosi’ comincio’ il suo percorso di supporto alle carcerate che divento’ un vero e proprio impegno istituzionale quando divento’ sovraintendente delle prigioni di Torino. Come prima cosa fece trasferire le “forzate” nelle Torri Palatine, un luogo piu’ luninoso e salutare, ma la cosa piu’ importante, per cui mise tutto il suo impegno, fu la riforma per le carceri piemontesi che si ispirava a quelle inglesi e danesi. Riusci’ a far commutare le pene in lavoro, accorcio’ i processi e trasformo’ le leggi discutendone prima con le detenute. Nacquero cosi’ dei “refugium peccatorum” dove si poteva lavorare, guadagnare, ma sopra ogni cosa era possibile essere reinserite all’interno della societa’. Dopo questi epocali cambiamenti che impattarono sul tessuto sociale i coniugi di Barolo crearono scuole e asili nido che affidarono alle suore di Sant’Anna, ma anche orfanotrofi, dove passava a dare la sua benedizione anche Don Bosco che collaboro’ molto con Giulia, e l’Ospedaletto per i bambini disabili. Per essere sicura che il suo impegno si protraesse anche quando non ci fosse stata piu’ istitui’ l’Opera Pia Barolo e fece costruire la chiesa di Santa Giulia, nel quartiere Vanchiglia, dove riposa dal 1899. Le sue iniziative, le sue idee, i progetti, ma anche i suoi pensieri sono raccolti in un diario da cui si evince la personalita’ di Giulia di Barolo, una donna straordinaria, romantica, generosa, una eroina di tutti i tempi.

E’ possibile rivivere la storia dei marchesi di Barolo visitando il Palazzo omonimo a Torino che fu il piu’ famoso salotto del Risorgimento di Torino e dove venne ospitato Silvio Pellico.

MARIA LA BARBERA

Callori e Gozzani. Antichi legami di sangue  

 

Le origini astigiane dell’antica casata Callori risalgono all’XI secolo. Trasferiti in Monferrato nel XVI secolo, furono insigniti del titolo nobiliare acquistando la contea di Vignale con l’antico castello e palazzo Callori, proprietà della Regione Piemonte dal 1976. Ai Callori appartenevano anche i feudi monferrini di Montemagno, Frassineto Po e i feudi torinesi di San Raffaele Cimena e Cavagnolo. La dinastia settecentesca di Giovanni Francesco Orazio, marito di Elena Mazzetti, diede origine al ramo nobiliare del primogenito conte Giulio Cesare Federico Callori, sindaco di Casale nel 1816 e maire di Vignale nel 1818, sposato con Eleonora Maria Ricci. Giulio ed Eleonora erano nipoti del primo marchese di Cereseto Francesco Antonio Ricci e Maria Maddalena, morta alla tenuta Vallara di San Germano proprietà del marito, figlia di Federico Callori e Violante Miroglio del conte Antonio di Moncestino. Il secondogenito di Elena e Orazio Callori fu Felice Camillo Maria del ramo cadetto escluso dal titolo, decurione e membro del Collegio Elettorale del Dipartimento che nel 1800 ereditò il castello di Moncestino dal ramo nobiliare.

Egli generò una linea di dieci figli con la casalese Maria Teresa Patrucco, più giovane di venticinque anni, sposata nel 1801 e morta di parto a soli 36 anni. Nella famiglia di Felice Camillo Maria Callori troviamo tre sindaci, l’avvocato Luigi nel 1842 e Giovanni nel biennio 1850-51 a Moncestino e Francesco a Ozzano nel 1849. La dodicenne madamigella Anna Maria Petronilla Callori, primogenita di Felice Camillo, nell’agosto del 1814 intraprese un viaggio per Torino partendo da Moncestino con la madre donna Maria Teresa Patrucco e Giovanni Battista Gozzani per assumere il grado di Maggiore del Reggimento di Cuneo, formatosi nella Cittadella di Torino e destinato alle Brigate di Saluzzo, Vigevano, Savona, Nizza e Alessandria, dove fu promosso colonnello. Nel 1808, in qualità di capitano al rientro della battaglia di Austerlitz a fianco di Napoleone, fu ospitato nel Forte strategico torinese di Verrua Savoia dallo zio governatore qui residente Paolo Gozzani, nobile cavaliere proprietario del feudo di Ponzano. Fino al 1812 Giovanni Battista abitò nel castello di Moncestino, accolto dal buon amico e cavaliere Felice Camillo Callori, futuro suocero, con una richiesta di 45 lire di affitto.
Nel 1813, mentre era ospite del liceo di Genova come capitano istruttore dove interveniva il cardinale Spinola, a Giovanni Battista fu offerto un matrimonio con una signora, vedova di un senatore. Egli rifiutò la proposta genovese ma accettò quella fatta da Anna Maria Petronilla con il consenso della famiglia Callori, matrimonio celebrato a Casale Monferrato il 26 maggio 1821. Gli sposi, stabiliti nel castello di Moncestino, ripartirono per Vercelli nel settembre del 1822 dove il Gozzani fu nominato Colonnello Comandante della città e della provincia vercellese con uno stipendio di 4800 lire, oltre ad una pensione di 600 lire ricevuta dalla Croce di San Lazzaro e Maurizio e una pensione di 981 franchi francesi dopo Austerlitz. I coniugi possedevano anche un reddito di 800 lire ricavato dagli affitti di alloggi, fossi e giardini del castello Callori di Moncestino. Dalla loro unione nacque Teresa Gozzani nel 1824 a Vercelli, già separata dal cavaliere Ferdinando von Schindler e sposata in seconde nozze con il cugino Giulio Cesare Langosco, improli, figlio di Luigi Teofilo e Giuseppina Callori di Giulio Cesare, primogenito del ramo nobiliare e cugino di primo grado con Fabrizio Gozani, primo marchese di San Giorgio.

La contessa di Serralunga di Crea Teresa Gozzani risiedeva nella villa Monromeo, l’antica abitazione della famiglia di Facino Cane ed in seguito dei coniugi Ginevra Sannazzaro e Curzio Magnocavallo, vittima del tremendo fatto d’armi del 1622. La villa fu acquistata dal nobile Francesco Gozzano di Cereseto per 4200 fiorini grazie al prestito del ricchissimo cugino marchese Giacomo Bartolomeo Gozzani di Treville, versato interamente al comune di Serralunga di Crea nel 1684. Il feudo fu ereditato da Francesco Bernardino Gozzano, bisnonno di Teresa e ultimo rappresentante della famiglia a lasciare Luzzogno, figlio del nobile Antonio notaio e regolatore dei libri del Maestrato Ducale di Casale. Questo ramo dei Gozzano, formato da alti ufficiali dell’esercito, costituisce una terza linea parallela ai marchesi Gozzani di San Giorgio e Treville, cugini di primo grado stabiliti a Casale nel XVI secolo provenienti da Luzzogno.

Il testamento dell’intera terza linea dei Gozzano è stato ritrovato nell’archivio parrocchiale di Cereseto e una importante testimonianza è rappresentata dal banco di preghiera nel Duomo di Casale intitolato al cavaliere e tenente colonnello Antonio Gozani, zio di Giovanni Battista e Petronilla Callori. Nel Duomo di Casale sono conservati altri banchi di preghiera, intitolati al conte Federico Callori e ai marchesi Gozzani di Treville. Una lapide del 1852 nel cimitero di Moncestino testimonia la posa delle ceneri del cavaliere Camillo Callori e del genero cavaliere Giovanni Battista Gozzani, cognato diletto dei quattro figli maschi di Camillo. Singolari le tradizioni dei coniugi Giovanni Battista Gozzani e Anna Maria Petronilla Callori appartenenti alle due casate nobiliari: l’impronta giuridica longobarda esercitata dai marchesi Gozzani che riconosceva i diritti patrimoniali anche alle donne, attribuita loro dal diploma di nobiltà dell’imperatore Franz I d’Austria nel 1817, e l’impronta patriarcale franca esercitata dai conti Callori che garantiva i diritti della primogenitura per evitare il frazionamento del patrimonio familiare.
(1-Continua)
Armano Luigi Gozzano 

Vittorio Amedeo III, il fermento culturale e scientifico sabaudo


Una giornata di studio alla Palazzina di Caccia di Stupinigi celebra il tricentenario della nascita del sovrano

 L’Accademia delle Scienze di Torino e l’Accademia di Agricoltura celebrano con un convegno il trecentesimo anniversario della nascita di Vittorio Amedeo III (1726–1796). Fu proprio Vittorio Amedeo III a concedere, nel 1783, le lettere patenti di fondazione della Reale Accademia delle Scienze e a favorire il clima che avrebbe portato, il 24 maggio 1785, alla nascita della Società Agraria, poi divenuta Accademia di Agricoltura. La vita culturale, scientifica e politica del secondo Settecento in Piemonte sarà al centro di una giornata di studio, lunedì 15 giugno 2026, a partire dalle ore 9:30, presso il Salone juvarriano della Palazzina di Caccia di Stupinigi, con ingresso libero e gratuito.

L’evento propone un percorso a più voci attraverso una delle stagioni più vivaci della storia subalpina: dalle origini dell’Accademia stessa alle trasformazioni del paesaggio agrario, dai tesori di Palazzo Reale ai rapporti tra il sovrano e Vittorio Alfieri, fino alle relazioni politiche e commerciali tra Piemonte e Liguria. I lavori saranno aperti dai saluti istituzionali di Marta Fusi, Direttrice della Palazzina di Caccia di Stupinigi; Marco Mezzalama, Presidente dell’Accademia delle Scienze di Torino; Marco Devecchi, Presidente dell’Accademia di Agricoltura; Paola D’Agostino, Direttrice Generale dei Musei Reali di Torino e Giulia Carluccio, Presidente della Fondazione Centro di Studi Alfieriani.

Gli interventi scientifici vedranno la partecipazione di storici, storici dell’arte e studiosi di letteratura provenienti dagli atenei e dalle istituzioni culturali del territorio: Vincenzo Ferrone (Accademia delle Scienze di Torino) affronterà il tema delle origini dell’istituzione accademica nell’età di Vittorio Amedeo III; Paola Bianchi (Università di Torino) esplorerà le dinamiche di sociabilità e le realtà accademiche torinesi nel secondo Settecento; Carlo Tosco (Politecnico di Torino) analizzerà i catasti e il paesaggio agrario dell’epoca; Carla Eugenia Forno (Fondazione Centro di Studi Alfieriani) ricostruirà il complesso rapporto tra Alfieri e i Re di Sardegna; Lorenza Santa (Musei Reali di Torino) presenterà Vittorio Amedeo III al Palazzo Reale; Alessandro Carassale (Accademia di Agricoltura, Presidente CeSVin) e Luca Lo Basso (Università di Genova) chiuderanno con un approfondimento sui rapporti tra Liguria e Piemonte nell’età del sovrano.

La dimensione culturale della giornata sarà arricchita dagli interventi musicali dell’Accademia Corale Stefano Tempia, diretta da Luigi Cociglio con Francesco Cavaliere al pianoforte. Il programma prevede un prologo con musiche di Adriano Banchieri e, a chiusura dei lavori, un concerto con brani della tradizione vocale europea tra Rinascimento e Settecento, da Josquin Desprez a Bach, Mozart, Vivaldi e Haendel.

Corrado, il piemontese che salvò Tiro, oggi sotto le bombe da settimane

Ordinata l’evacuazione totale di Tiro, nel sud del Libano, sulla costa del Mediterraneo, a 20 km a nord dal confine con Israele. Tiro è la quinta città del Libano e per la prima volta nella storia è stato sgomberato anche lo storico quartiere cristiano-maronita. Rioni distrutti per intero e ospedali danneggiati. La guerra non si ferma. Da settimane la città è sotto pesanti bombardamenti israeliani mirati a colpire le postazioni degli Hezbollah. Millenaria metropoli fenicia, cuore del commercio marittimo, patrimonio dell’Umanità dal 1984, Tiro è custode di resti archeologici romani e bizantini di inestimabile valore. All’epoca delle Crociate, alla guida della città c’era il piemontese Corrado, marchese del Monferrato e cavaliere medioevale, che riuscì a resistere al Saladino e a respingerlo. Corrado (1146-1192) fu uno dei personaggi più avventurosi del Medioevo italiano. Cugino del Barbarossa, fu uno degli artefici della Terza Crociata in Terra Santa, sconfisse Saladino a Tiro e fu ucciso da due sicari della “Setta degli Assassini”. Il legame tra Corrado del Monferrato e la città di Tiro è molto forte. Tiro era praticamente l’ultima grande città crociata rimasta in mano cristiana. Corrado arrivò nella città nel 1187 e ne organizzò la difesa contro l’assedio di Saladino riuscendo a salvarla dalla conquista musulmana. Da Acri veleggiò verso il vicino porto di Tiro, l’ultima città-fortezza dopo la perdita della Città Santa, rimasta in mano cristiana e stracolma di profughi cristiani e cavalieri scampati alla disfatta di Hattin (4 luglio 1187). La città è sul punto di cadere, Rinaldo di Sidone ne sta trattando la resa al Saladino. Il 14 luglio le bandiere verdi dell’Islam sventolano già sulle torri della Cittadella. L’arrivo di Corrado galvanizzò gli assediati che decisero di resistere rafforzando il sistema difensivo della città. Il Marchese fece scavare un fossato che tagliava in due parti l’istmo su cui si snodava una strada rialzata costruita da Alessandro Magno. In questo modo, isolando la città, tolse agli arabi la possibilità di avvicinarsi con le macchine d’assedio. L’intervento di Corrado fu determinante ed evitò la caduta di Tiro nelle mani del Saladino il quale tentò un ultimo disperato tentativo per raddrizzare la situazione. Per costringere alla resa Corrado portò sotto le mura di Tiro suo padre, in catene, Guglielmo il Vecchio, catturato ad Hattin, minacciando di ucciderlo se Corrado non si fosse ritirato. Il marchese non gli diede ascolto, anzi disse che suo padre era molto anziano e aveva già vissuto abbastanza. E finì bene. Il capo dei guerrieri saraceni liberò Guglielmo che, come prigioniero, non serviva più. Nei primi giorni di gennaio del 1188 il sultano tolse l’assedio a Tiro e tornò ad Acri: il regno cristiano d’oltremare sopravvivrà per altri cent’anni e il crociato Corrado divenne il salvatore di Tiro. Grazie a questa impresa la città fu il centro del suo potere in Terra Santa.
In questo tratto della costa mediterranea orientale, tra Acri e Tiro, cominciò la straordinaria avventura di Corrado, el Markiz, come lo chiamavano gli arabi che lo temevano, odiavano e rispettavano, che respinse due volte l’assedio dell’esercito del Saladino. Il monferrino Corrado fu eletto re di Gerusalemme ma non fece in tempo a essere incoronato: venne colpito a morte dai pugnali della Setta degli Assassini, movimento dell’islam sciita ismailita, nato in Persia e diffusosi poi in Siria. É stato chiamato “il giallo” della Terra Santa. La scena si svolse proprio a Tiro. Corrado bussò alla casa del vescovo di Beauvais, che ben conosceva, chiedendo di cenare insieme a lui ma vide che il prelato aveva già finito di mangiare, allora salutò e se ne andò. Tornando a casa, dove la moglie lo aspettava, si accorse di essere inseguito da due individui. Si voltò di scatto, si rese conto di essere in pericolo ma non ebbe il tempo di difendersi e venne pugnalato a morte da due sicari della Setta degli Assassini. Il suo corpo fu sistemato nella Chiesa dei Cavalieri Ospitalieri e i due sicari, arrestati poco dopo, confessarono che il mandante dell’assassinio era nientemeno che il re d’Inghilterra, Riccardo Cuor di Leone. Finì così, in pochi attimi, la straordinaria vita di Corrado, marchese del Monferrato, re di Gerusalemme per pochi giorni, uno dei personaggi più illustri di tutta la storia delle Crociate. Era il 28 aprile 1192. Chi l’ha ucciso? Fu assassinato nei vicoli di Tiro dai fanatici islamici della Setta sciita degli Assassini, i primi terroristi musulmani della storia. Sicari al servizio di chi? Non si è mai saputo con precisione, le ipotesi sono diverse e i presunti mandanti sarebbero i grandi personaggi dell’epoca, sovrani o famosi condottieri. Il più sospettato fu il sovrano inglese Riccardo Cuor di Leone. Ritenendolo il mandante dell’omicidio, l’imperatore Enrico VI imprigionò Riccardo in Germania. Riccardo Cuor di Leone e il Saladino che interesse avevano di eliminarlo? È un appassionante intreccio levantino, una storia tutta vera, nulla di romanzato. Sono tante le ipotesi sui mandanti ma il mistero della sua morte rimarrà per sempre. Corrado resta il sire che salvò Tiro, costrinse l’armata del Saladino a battere in ritirata suscitando nel mondo cristiano una vampata di euforia e gran tripudio con lo stendardo del Monferrato che sventolava su minareti e città conquistate. A Versailles, nella Sala delle Crociate, sono conservati i ritratti ottocenteschi dei protagonisti delle Crociate e tra essi spicca la figura del nostro Corrado Marchese di Monferrato.
  Filippo Re

Vercelli tra risaie, arte e gastronomia

Il prezioso e singolare passaggio per il Piemonte.

E’ tra le città che Dante ha citato più spesso nella Divina Commedia ricordandola per la ricchezza del suo armonioso e suggestivo paesaggio, il Monte Rosa che la domina dall’alto, il “mare a quadretti” di risaie che orna i dintorni come un florido e umido tessuto, le ricchezze artistiche e architettoniche di coinvolgente bellezza.

Stiamo parlando di Vercelli, la porta di accesso al Piemonte dallavicina Lombardia, probabilmente celtica di origine,  Wehr-Celt il suo antico nome, deliziosa città densa di bellezze , di misurata e gentile atmosfera.

L’ho visitata di domenica, una gita in giornata da Torino per celebrare la fine del lockdown  e immergermi nuovamente in questa regione meravigliosa che è il Piemonte. La sensazione è stata di sospensione onirica, di una realtà d’altri tempi, forse per i suoi borghi silenziosi, per la sobrietà e l’eleganza che la caratterizzano, per la dovizia di tracce e  sigilli storici.

Oltre che per la sua piacevole frugalità Vercelli è nota per importanti impulsi sociali ed economici. L’appellativo di “citta delle 8 ore” le è stato conferito per il limite ad otto ore lavorativeche si concesse alle mondine sancito successivamente a  livello nazionale, è la capitale europea del riso, con una propria Borsa del Riso e  la Stazione Sperimentale di Risicoltura e delle Coltivazioni irrigue; viene inoltre gloriosamente chiamata “la città dei 7 scudetti” grazie alle conquiste sportive del Pro Vercelli tra il 1908 e il 1922.

Arrivando si intuisce subito che ci si addentra in un territorio unico e prezioso ma forse poco conosciuto e sottovalutato livello turistico cosa che credo si debba prontamente rettificare, Vercelli e i suoi dintorni sono certamente da visitare.

Come ci ha suggerito la guida ci dirigiamo subito a Piazza Cavour essenza del centro storico dalla forma a trapezio, luogo di incontri e del mercato bisettimanale, dedicata allo statista che fu uno dei maggiori promotori della risicoltura con la realizzazione di opere dedicate come il Canale Cavour e l’istituzione dell’Associazione Ovest-Sesia. Diversi sono i locali dove mangiare e godersi lo scenario urbano costituito dagli edifici più antichi della città, i portici e la leggendaria Torre dell’Angelo. Non lontano , a Via Foà, troviamo la Sinagoga, opera dell’architetto Giuseppe Locarni, una bellissima espressione di arte moresca in pietra arenaria decorata da merlature, torri e cupole a cipolla e la Chiesa di San Cristoforo, denominata la Cappella Sistina di Vercelli, che lascia senza fiato con i suoi meravigliosi dipinti del ‘500 di Gaudenzio Ferrari. A pochi passi Piazza di Palazzo Vecchio, conosciuta anche come Piazza dei Pesci per il mercato ittico che vi si teneva, ma soprattutto il “broletto” della città dove, nelMedioevo, si radunava il popolo.

Nella direzione opposta si trovano il Duomo dedicato al Patrono della città, Sant’Eusebio, che domina la verde e omonima piazza;più volte distrutto e ricostruito la struttura attuale è stata edificata tra il 1500 e il 1800,  l’importante campanile risale invece al XII secolo.   All’interno troviamo

un imponente crocifisso in legno e oro realizzato nell’anno mille e la cappella con le spoglie del santo. Uscendo dalla Cattedrale vale la pena di dare uno sguardo esterno al Castello Visconteo che fu residenza sabauda, alloggio militare, e attualmente tribunale e carcere.

A pochissimi passi spicca la Basilica di Sant’Andrea, meraviglioso esempio di architettura gotica e romanica completata nel 1227. Simbolo della città, ci meraviglia con la sua bellezza e maestosità; percorriamo il suo perimetro esterno e poi entriamo a visitare la chiesa e il pacifico chiostro. Uscendo troviamo il Salone Dugentesco ex ospedale militare che ospitava pellegrini e viandanti che percorrevano la via Francigena, di cui Vercelli è la decima tappa fino a Robbio; sul lato esterno si può leggere la targa con un passo della Divina Commedia dedicato alla città.

A   Vërsèj, in dialetto piemontese, diversi sono i musei da visitare: sicuramente la Casa-Museo Borgogna, seconda pinacoteca della regione, che vanta numerose opere d’arte collezionate da AntonioBorgogna appunto, viaggiatore e amante dell’arte, Il piccolo Museo dell’Opera del Duomo, il Museo Leone risalente ai primi del 1900 presso la Casa Alciati e il barocco Palazzo Langosco, cheospita una collezione varia: armi preistoriche, corredi di tombe egizie, vasi etruschi, mosaici medievali, porcellane, quadri di epoca moderna e il MAC – Museo Archeologico Civico L. Bruzzadove sono raccolti reperti archeologici “moderni” che ripercorrono il periodo dalle origini della città fino al Medioevo.Davvero interessante è l’Arca, un polo espositivo contemporaneoin vetro e acciaio collocato nella navata centrale della chiesa di San Marco.

Svariate sono le  visite che si potrebbero fare, anche nei dintorni, sostando più giorni.

Consigliato a più voci è il giro delle risaie in bici, soprattutto quando sono allagate in aprile e maggio, (sicuramente evitando l’estate piena per non godere della compagnia di numerose e fastidiose zanzare),  il Sacro Monte di Varallo, Valduggia e la chiesa di San Giorgio.

Un altro validissimo motivo per visitare questo luogo delizioso è l’arte culinaria. Fare un salto alla pasticceria Follis per comprare i bicciolani, i biscotti speziati, è una tappa obbligata come fare colazione o merenda alla Pasticceria Tarnuzzer per gustare la torta tartufata. Il piatto tipico di Vercelli è la Panissa, ma anche il risotto alla Gattinara, il vino che profuma di viola, è notevole! E ancora le patate masarai, la toma valsesiana e i fagioli rossi di Saluggia. Da bere? Dei buonissimi Gattinara, Bramaterra, Coste della Sesia ed Erbaluce.

Quando deciderete di visitare questa bellissima città e i suoi dintorni verificate gli orari di apertura e chiusura delle chiese, dei musei e delle attrazioni in genere, soprattutto nel weekend alcune di queste chiudono alle 12.

Per informazioni www.atlvalsesiavercelli.it

 

MARIA LA BARBERA

Alla scoperta della Villa “Il Passatempo” delle Dame di Verrua

Curiosità della storia. C’è un filo sottile che lega un’antica Villa di Chieri al celebre assedio turco di Vienna del 1683 che segnò la vittoria degli eserciti europei sulle forze ottomane che da due mesi accerchiavano la capitale degli Asburgo. In quello stesso anno il conte Giuseppe Augusto Scaglia di Verrua sposò la damigella Jeanne Baptiste d’Albert de Luynes, la famosa contessa di Verrua, e due anni dopo decise di edificare Villa Il Passatempo per villeggiatura e per deliziare la bella e giovane moglie francese che diventerà l’amante di Vittorio Amedeo II di Savoia. Nel grande salone, al piano nobile della dimora storica nota come la residenza delle “Dame di Verrua”, si staglia una preziosa e maestosa scultura lignea che illustra alcune scene della battaglia di Vienna.
Dalle alture della città assediata e ormai vicina alla resa, gli ussari alati comandati dal re polacco Jan Sobieski, fiancheggiati da un giovanissimo scalpitante principe Eugenio di Savoia, piombano come falchi sull’accampamento della Mezzaluna sbaragliando la grande armata turca del Gran Visir che minacciava l’intero continente. Era il 12 settembre del 1683. L’Europa era salva, Roma, cuore della Cristianità, poteva dormire sonni tranquilli. La notizia della vittoria cominciò lentamente a propagarsi dal campo di battaglia a tutta l’Europa occidentale. L’eco del fausto evento si diffuse in tutte le città europee provocando un’euforia generale e tumulti di gioia. In ogni chiesa riecheggiavano i Te Deum, le campane suonarono per ore e le tipografie fecero a gara per stampare documenti e manifesti sull’assedio e sull’eroe Giovanni Sobieski.
L’onda lunga dell’entusiasmo della vittoria cristiana sull’Islam ottomano raggiunse anche la piccola Chieri e a questo punto entrò in scena Villa Il Passatempo. Il conte Scaglia di Verrua, come detto, fece edificare l’edificio e incaricò un artista, rimasto anonimo, o forse più artisti, di realizzare un’opera che rendesse immortale la battaglia di Vienna. E così nacque l’altorilievo ligneo che abbellisce la parete di un grande salone. Solo una curiosità storica, piccola e grande al tempo stesso, una delle tante conservate in questa Villa di fine Seicento, alle porte di Chieri, in frazione Madonna della Scala, all’interno di un ampio parco, che gli attuali proprietari Carlo e Laura Folonari hanno aperto per la prima volta ai visitatori accompagnandoli tra saloni, arredi d’epoca e opere d’arte. Si vedono nel salone d’onore grandi vetrate che si affacciano sui giardini, un grande lampadario di cristallo, un camino ornato con ceramiche delle antiche manifatture piemontesi e tra gli oggetti esposti spiccano un servizio da tavola di Limoges regalato dai francesi alla regina Elisabetta d’Inghilterra negli anni Cinquanta, comprato dai Folonari in un mercatino d’antiquariato, una collezione di Samovar, i contenitori del tè usati in Medio Oriente e in Russia e fotografie di Pontefici con dediche originali. All’inizio del 1800 la Villa fu ristrutturata e abbellita al suo interno dal marchese Giovanni San Martino della Motta, sposo dell’ultima erede di casa Verrua.
Accanto alla villa spicca la cappella padronale, probabilmente coeva della villa secentesca. All’esterno un parco di piante secolari circonda la dimora con viali e sentieri che si snodano tra querce, olmi, platani, pioppi, cedri e specchi d’acqua. Con l’estinzione del casato dei San Martino della Motta la Villa Il Passatempo passò in eredità ai conti Balbo Bertone di Sambuy e nel 1894 alla famiglia degli attuali padroni di casa.                                               Filippo Re