STORIA

Evasio Gozzani e Paolina Bonaparte. Ciceroni a Villa Borghese

 

Da testi di antica memoria emergono come uno sciame sismico personaggi dotati di continuità creatrice. Evasio Gozzani, cavaliere e marchese di San Giorgio, si trasferì con la moglie baronessa Giuseppa Martin di Lione e la famiglia da Casale Monferrato a Roma come ministro nelle segreterie del principe Camillo II Borghese e Paolina Bonaparte. Evasio, definito il marchese pazzo per la notevole intraprendenza, era molto abile nella diplomazia, nel settore economico, commerciale e diritto privato. Era uno dei dieci figli della marchesa Teresa Bergera di Chieri e del marchese Giovanni Battista, edificatore del palazzo San Giorgio Gozzani, oggi sede comunale di Casale. Nella propria fonderia di Ginevra, Giovanni Battista costruì un orologio meccanico installato sulla torre civica di S.Stefano, donato alla comunità casalese. Dopo la battaglia di Marengo, il Piemonte fu inquadrato nella 27° divisione  diventando territorio francese. Nel frattempo Casale si stava trasformando: venivano eliminati i conventi, i tesori delle chiese venduti all’asta, le strade e le porte d’ingresso cambiavano nome, la città impoverita ridotta ad un villaggio, il consiglio cittadino destituito.

Napoleone, proveniente da Alessandria, fu accolto trionfalmente a Casale il 6 luglio 1805 a Porta Marengo addobbata con archi floreali, l’attuale Piazza Martiri. La guardia d’onore dell’imperatore era agli ordini del marchese Gian Giovanni Giacomo Gozzani di Treville, consigliere comunale di Casale, colonnello e cavaliere dell’Impero francese, incaricato dal fratellastro Evasio Gozzani di San Giorgio. Il ministro dell’interno Champagny individuò il soggiorno per Napoleone e consorte nel palazzo nobiliare San Giorgio Gozzani, proprietà della cognata di Evasio e vedova Sofia Doria Gozzani, marchesa di Ciriè e San Giorgio. La marchesa lasciò libero il palazzo con la servitù a disposizione dell’imperatore ma non partecipò al ricevimento in suo onore su consiglio della zia Enrichetta, monaca di Pinerolo, che aveva definito Napoleone un diavolo. Sofia si trasferì nella dimora estiva del castello di San Giorgio sollecitata dal cognato Evasio, segretario generale del maire Giorgio Rivetta, sindaco di Casale. Non partecipò neppure alla visita casalese del  governatore generale del Piemonte Camillo II Borghese, trasferitosi a Torino dove aprì una corte, sempre molto assente e senza la moglie Paolina Bonaparte.

Paolina, Venere dell’Impero bella ed elegante che fece impazzire la Parigi napoleonica per diventare regina della Roma papalina di inizio ‘800, fu protagonista di una vita travagliata. Non riuscì a trovare la felicità nel matrimonio con Camillo, combinato politicamente dal fratello Napoleone, immersa nello sfarzo della vita mondana romana ma senza pace. È sepolta nella chiesa di Santa Maria Maggiore, accanto a Gian Lorenzo Bernini e papa Francesco. L’intermediazione del ministro Evasio fu determinante nella valutazione delle opere della galleria d’arte Borghese, cedute da Napoleone al governo francese e destinate al Louvre, aumentandone il valore da sei a dodici milioni di lire, denaro solo in parte recuperato per la caduta dell’imperatore. L’emergente architetto e archeologo casalese Luigi Canina, progettista della chiesa torinese della Gran Madre di Dio, fu inserito in casa Borghese da Evasio, suo testimone e protettore come descritto nel ricco epistolario del Gozzani. Il Canina ottenne l’ufficio di architettura della Cassa di Risparmio di Roma, fu responsabile degli scavi archeologici del Foro Romano, Tuscolana, Appia Antica e progettò la palazzina a Fontanella Borghese dedicata a Giuseppe Gozzani, marito della baronessa Teresa von Luttichau di Dresda, succeduto al padre nelle segreterie Borghese.

Nella basilica romana di S.Lorenzo in Lucina è stata ritrovata la tomba di Camillo Gozzani morto infante, uno degli otto fratelli di Giuseppe, marchese di San Giorgio.
Napoleone aveva ceduto l’abbazia di Lucedio e le sei grange vercellesi al Borghese per tre milioni di lire, quarta parte del valore delle opere sottratte al cognato. Dopo il sequestro  dei Savoia, le grange furono vendute dal Borghese a Michele Benso marchese di Cavour, a Luigi Festa immobiliarista e a Carlo Giovanni Gozzani, detentore del 50% della spartizione, sostituendo lo zio Evasio per il mancato accordo economico. Carlo Giovanni, marchese di San Giorgio e figlio di Sofia Doria, era socio in affari con il marchese di Cavour per la creazione della prima società di navigazione del Lago Maggiore con una società di Locarno. A Torino, Carlo Giovanni fu socio fondatore della Società Italiana del Gas, proprietario del palazzo Baroni di Tavigliano nella contrada degli ambasciatori e benefattore del Regio Manicomio con la madre Sofia. Nel 2010 fu allestito un cortometraggio sulla vita del principe Borghese con due guide d’eccezione, Paolina Bonaparte ed Evasio Gozzani, all’epoca curatore della galleria Borghese dove ancora oggi si può ammirare la Venere Vincitrice.
È risaputo che Antonio Canova non amasse scolpire ritratti di persone viventi ma, trattandosi di una delle donne più affascinanti e potenti del momento, nientemeno che sorella di Napoleone, non rifiutò la richiesta del principe Camillo II Borghese di ritrarre la moglie Paolina. Sentendo maggiormente il richiamo delle figure dell’antichità greca e latina legate alla mitologia, conciliò mito e realtà secondo la propria poetica dell’unione del Bello ideale e del Bello naturale facendo rivivere Paolina come Venere Vincitrice del pomo d’oro, simbolico premio consegnatole da Paride che la definì la più bella dea nel confronto con Era e Atena. Attraverso la resa veritiera del viso e l’idealizzazione del corpo, senza imperfezioni come deve essere quello di una dea, levigato con acqua di mola, pietra pomice e cera rosata per renderlo palpitante e vivo come “vera carne”, Canova non accolse la convinzione del Winchkellman auspicante l’imitazione fredda e compassata delle statue greche bianchissime (si scoprì poi che ai tempi antichi si usava anche dipingerle), restando fedele alla propria interpretazione personale del neoclassicismo. Se avesse accettato i dogmi intellettualistici avrebbe rischiato di perdere la libertà di espressione che definisce lo stile personale di un artista, anticipando la nascita della filosofia estetica nata pochi anni dopo la morte del Canova. Paolina Borghese Bonaparte è stata resa immortale grazie al talento dell’artista di Possagno che è riuscito a sprigionare dal marmo lo spirito vitale e sensuale di una donna vivente e al tempo stesso dea.
Armano Luigi Gozzano
Giuliana Romano Bussola 

Monaco come Superga, il disastro aereo del Manchester United

 

Era il 6 febbraio 1958. Il grande Bobby Charlton si salvò, uscì quasi incolume dai rottami dell’aereo e fu uno dei superstiti dello schianto “ma quell’incubo mi accompagna da allora e ha cambiato la mia vita”. Sono passati 68 anni da una delle sciagure più note del calcio che ricorda quella, ancora più tragica, del Grande Torino nel 1949. La squadra di calcio del Manchester United con i “Busby Babes”, soprannome del team, è in volo verso casa dopo aver giocato a Belgrado con la Stella Rossa. Finì 3-3 e gli inglesi si qualificarono alle semifinali della Coppa dei Campioni in virtù della vittoria all’andata per 2-1. L’aereo, un Airspeed Ambassador, fa scalo a Monaco di Baviera per fare rifornimento.

Bufera di neve in corso, pista ghiacciata e piena di fango. Il pilota tenta due volte il decollo ma non ci riesce per il surriscaldamento di un motore. Non desiste, ci prova ancora per la terza volta. Il velivolo parte solo con la potenza dell’altro motore ma la velocità è troppo bassa e non riesce a decollare. Finisce fuori pista e va a sbattere contro un deposito di carburante che esplode. È una strage, viene distrutta una delle squadre più belle della storia del calcio inglese. Perdono la vita 23 dei 44 passeggeri a bordo tra cui otto calciatori del Manchester e tre membri del club inglese. Si salvano nove giocatori tra cui Bobby Charlton, 21 anni, e l’allenatore Matt Busby. “Per giorni mi sono chiesto perché mi fossi salvato, ricorda il leggendario Bobby a 68 anni dalla tragedia, si è trattato solo di fortuna, ero seduto nel posto giusto”. Si trovava infatti nel troncone di aereo che non prese fuoco. A perdere la vita sul colpo, oltre al co-pilota e allo steward, sono otto giocatori e otto giornalisti. Matt Busby tornerà ad allenare lo United e vincerà la Coppa dei Campioni nel 1968 a Wembley con il suo capitano Bobby Charlton.

Filippo Re

nelle foto, il disastro aereo a Monaco di Baviera, 6 febbraio 1958 – la squadra del Manchester United allenata da Matt Busby

 

 

La chiesa Maramures

La deliziosa cappella scolpita in legno che  viaggiò dalla Transilvania a Moncalieri.

Costruita nell’omonima regione rumena del Maramures, al confine tra Ungheria e Ucraina, è  un raro gioiello realizzato in legno, uno dei pochi  e preziosi esempi di chiesa ortodossa cristiana del suo genere, in Italia ne esiste solo uno: a Moncalieri. Nessun chiodo, solamente incastri, hanno tramutato questo edificio in una struttura portatile e, a parte la Romania, dove questi luoghi di culto costruiti perlopiù tra il XVII e il XVIII secolo sono inseriti nella lista del Patrimonio Unesco, nel mondo se ne contano solo altri 5: in Venezuela, Cipro, Svizzera, Francia e Svizzera.

Arrivata nella cittadina piemontese pezzo per pezzo e ricostruita come si farebbe con i moderni Lego, la speciale tecnica con cui è stata costruita è statasviluppata in conseguenza ad una regola emanata dalla Corona Ungherese che proibiva l’edificazione delle chiese in pietra, ma probabilmente anche per la necessità di far sparire gli edifici  di culto cristiani a causa delle persecuzioni religiose.

Dedicata ai Quaranta Martiri di Sebaste e inaugurata nel 2016, la chiesa Maramures  è a pianta rettangolare e affaccia sul sagrato esterno attraverso un sistema di portici che creano una “C”. La casa parrocchiale ospita l’appartamento del sacerdote, una sala polivalente e una foresteria, l’edificio è circondato da un bel giardino curato e piante di rose.

Arrivando a via Papa Giovanni XXIII a Moncalieri si nota subito il suo bel campanile alto 25 metri, il colore caldo  del legno, la forma tipica di queste impiantiarchitetturali vernacolari che utilizzano i materiali tipici secondo le tradizioni del luogo, in questo caso la Transilvania. Entrando dal cancello è naturale ammirare l’imponente portale ricco di intarsi, le arcate e le catene create da un pezzo unico di legno. L’interno invece, meno lavorato rispetto all’esterno, è delicatamente decorato con icone e immagini sacre su un fondo bianco e incorniciate dalle travi lignee.

Visitando questo luogo sacro si avrà la sensazione di fare un viaggio temporale, ci si sentirà in un’altra dimensione geografica, immersi in tradizioni etno-religiose diverse dalle nostre ma perfettamente integrate nel territorio.

MARIA LA BARBERA

Il Caffè Mulassano celebra i 100 anni del tramezzino

TORINO 1926 – 2026

Dai tramezzini stellati del centenario al ritratto di Angela, dal cibo come valore identitario al contest con i giovani dell’alberghiero, ecco alcune novità promosse dal Caffè Mulassano per celebrare il centenario.

  
Il Caffè Mulassano di Torino celebra i 100 anni del sandwich più famoso e copiato al mondo, creato nel 1926 da Angela Demichelis Nebiolo conosciuta come “La Signora del Mulassano”. Sotto i portici di Piazza Castello dal 1879, scrigno di bellezza e di storia, il Caffè Mulassano promuove una serie di iniziative culturali e gastronomiche per esaltare la bontà e la versatilità del tramezzino, un piccolo ma grande snack amato da tutti, che nei suoi cento anni è stato reinventato ovunque in mille gusti, farciture e preparazioni.

Nell’anno in cui si celebra l’anniversario il famoso locale torinese che per primo nella storia ha offerto il tramezzino dedica un tributo ad Angela Demichelis Nebiolo, pioniera dell’importazione del gusto e delle mode americane nel primo Novecento.

Angelina è una donna italiana straordinaria per il suo tempo, una figura femminile che sarebbe da inserire nella storia delle donne del Novecento per le sue iniziative e la sua personalità. A quindici anni parte per Detroit dove sposa Onorino Nebiolo e con lui condivide anni di gestione di ristoranti e locali negli Stati Uniti. È una delle prime donne in assoluto a prendere la patente e a guidare una macchina. Una donna caparbia e intraprendente che ha vissuto in pieno il periodo del proibizionismo negli States.

Nel 1926 Angelina, con Onorino e i suoi due figli, Felice e Gloria, rientra in Italia, uno dei pochi casi di emigrante al contrario, proprio negli anni in cui i flussi dall’Italia verso gli Stati Uniti erano notevoli. È un’italiana che torna da Detroit a Torino, un’imprenditrice del mondo che oggi chiamiamo food & beverage e che crea un modello nuovo di “fast food” mutuato dal “toast” americano, pure quest’ultimo importato dall’imprenditrice piemontese. Angela seppe stupire la città sabauda con quei “paninetti” che Gabriele D’Annunzio battezzò col nome di “tramezzini”.

La Signora del Mulassano capisce che il gusto dei torinesi, abituati ad una cucina raffinata e di buongusto, non può fermarsi al “toast”, pure molto apprezzato, anche perché il toast è realizzato con il pane riscaldato, e dunque limita l’utilizzo di molti ingredienti, così Angela, dietro al bancone dove i clienti erano abituati a vederla intuisce che lo stesso pane – un pane con una speciale maglia glutinica, lo stesso che si utilizza ancora oggi – può essere ancor più apprezzato se utilizzato per accompagnare svariate farciture, tra cui quei gusti tradizionali molto amati dai torinesi, come i celeberrimi tramezzini con la bagna cauda o il tartufo, tra i più apprezzati anche cento anni dopo.

Il tramezzino gourmandise, è un prodotto identitario del Caffè Mulassano, nasce come accompagnamento per l’aperitivo che a quel tempo era rappresentato dal Vermouth, altro prodotto identitario del Caffè Mulassano, tant’è che l’attività della ditta Mulassano comincia nella seconda metà dell’800 con l’apertura di una bottiglieria in via Nizza, e prosegue nel 1907 con l’apertura del Caffè sotto i portici di piazza Castello dov’è tutt’ora. Quest’anno, tra l’altro, ricorrono 240 anni dalla creazione del Vermouth, liquore che sta conoscendo una forte fase di rinascita, sempre più richiesto nel mondo della mixology ma anche liscio.

Il Caffè Mulassano, che fa parte dell’Associazione dei Locali Storici d’Italia e dell’Associazione Caffè Storici di Torino e Piemonte, quale custode di questa bella storia promuove da aprile a settembre 2026 una serie di iniziative volte a raccontare, celebrare e reinventare il panino farcito per eccellenza.

Nasceranno in tre momenti diversi i tramezzini del centenario dedicati a quelle tre persone che ne hanno fatto la storia: “Angelina” in primis, omaggio alla sua creatrice, “D’Annunzio” dedicato al poeta che ne decretò il nome e “Nebiolo’s” dedicato a Onorino ma che vuole ricordare attraverso il genitivo sassone la loro vicenda d’oltreoceano con il locale “Nebiolo Cafè Dine e Dance” di Detroit, Nebiolo ricorda, inoltre, uno dei migliori vini piemontesi (pur con una b mancante).

Tre chef stellati si dedicheranno alla creazione di una farcitura speciale per questo importante anniversario, ognuno dedicando la propria creazione ad una singola figura. Le creazioni rappresenteranno l’essenza di quella “torinesità” e “piemontesità” che ha fatto da cornice a questa storia di gusto che, partendo da una cultura d’oltreoceano, ha raccontato come poche altre il genio della cultura alimentare italiana, oggi felicemente nominata Patrimonio Unesco. Le tre nuove creazioni saranno presentate al pubblico e alla stampa una al mese nei mesi di aprile, maggio e giugno 2026 al Caffè Mulassano alla presenza degli Chef che racconteranno la loro creazione per il centenario.

Oggi esiste solo una piccola targa che ricorda come nel 1926 Angela Demichelis Nebiolo inventò il tramezzino. Ma per il centenario uno dei più grandi ritrattisti italiani viventi realizzerà un ritratto di Angela che verrà collocato permanentemente all’interno del Caffè Mulassano accolto tra i suoi straordinari arredi storici. L’opera verrà svelata e presentata nel mese di giugno

A settembre lo scrittore e biografo di Angela, che ha raccolto tutta la storia de “La Signora del Mulassano” raccontandone vicende e aneddoti “tra whisky e tramezzini da Detroit a Torino”, incontrerà il pubblico per far conoscere ancor più e ricordare questa donna straordinaria.

In un compleanno come questo, dove si celebrano i cento anni di un prodotto che nella sua semplicità ha saputo conquistare il mondo, il Caffè Mulassano promuove un contest dedicato ai giovani dell’Istituto Alberghiero di Torino, che saranno coinvolti in una discussione creativa insieme ai loro Docenti sul valore del cibo come prodotto identitario e come spazio per la libera creatività. Anche i giovani si cimenteranno nella creazione di nuove farciture e nuove creazioni in una gara libera sul gusto torinese e piemontese tra passato e futuro. Questo appuntamento si svolgerà a settembre e chiuderà le iniziative del Caffè Mulassano per il centenario del tramezzino.

Mi ci vorrebbe un altro di quei golosi tramezzini” esclamò un giorno D’Annunzio in visita al Mulassano. È quello che tutti i giorni clienti abituali e turisti da ogni parte del mondo ripetono seduti su quegli stessi tavolini dove, nel tempo, si fermavano Achille Mario Dogliotti, Luigi Spallanzani, Italo Cremona, Macario, Mario Soldati e Gianandrea Gavazzeni.

    

Il “Giorno del Ricordo”. Le iniziative a Chieri

Commemorazione delle vittime al “Parco della Rimembranza” e un Convegno alla “Biblioteca Civica”

Lunedì 9 e martedì 10 febbraio

Chieri (Torino)

“L’istituzione del ‘Giorno del Ricordo’, votata a larghissima maggioranza dal Parlamento italiano, ha contribuito a riconnettere alla storia italiana quel capitolo tragico e trascurato, a volte persino colpevolmente rimosso. La memoria storica è un atto di fondamentale importanza per la vita di ogni Stato, di ogni comunità. Ogni perdita, ogni sacrificio, ogni ingiustizia devono essere ricordati. Troppo a lungo ‘foiba’ e ‘infoibare’ furono sinonimi di occultamento della storia. La memoria delle vittime deve essere preservata e onorata. Naturalmente – dopo tanti decenni e in condizioni storiche e politiche profondamente mutate – perderebbe il suo valore autentico se fosse asservita alla ripresa di divisioni o di rancori”Sergio Mattarella dixit.

L’Amministrazione civica chierese si affida alle parole, sempre misurate e di profonda etica intensità, del nostro Presidente della Repubblica per presentare le iniziative programmate a Chieri a celebrazione, il prossimo martedì 10 febbraio, del cosiddetto “Giorno del Ricordo”. Il ‘Giorno’ istituito dal “Parlamento italiano” (con legge 30 marzo 2004 n.92) per commemorare le tante vittime delle “foibe” – quelle terribili cavità carsiche dove furono gettati (spesso dopo essere stati torturati) migliaia di italiani (militari e civili) da parte dei partigiani slavi fra il 1943 e il 1945 – e l’“esodo” degli italiani di IstriaFiumeDalmazia e Venezia Giulia sotto la feroce occupazione dei comunisti jugoslavi. Eventi di disumana tragicità avvenuti durante e dopo il secondo conflitto mondiale al “confine orientale” della nostra penisola (in particolare, a seguito del “Trattato di Pace” di Parigi del 10 febbraio 1947, di qui la data fissata per l’annuale commemorazione, che assegnò gran parte di questi territori alla Jugoslavia); eventi su cui mai avrà da ergersi il muro dell’oblio, mantenendone invece viva la memoria, onorando le vittime (giustiziate, “infoibate” o morte di stenti nei campi di prigionia comunisti) e, soprattutto, promuovendo la conoscenza di quanto accaduto fra le nuove generazioni.

Ecco dunque gli eventi programmati a Chieri per martedì 10 febbraio, anticipati da un incontro storico-letterario il giorno precedente, lunedì 9 febbraio.

Martedì 10 febbraio, il Sindaco Alessandro Sicchiero e il Presidente del Consiglio comunale Federico Ronco presenzieranno, alle 10, al “Parco della Rimembranza” (viale Caduti Senza Croce), alla cerimonia commemorativa organizzata in collaborazione con l’“Associazione Veneti Chieresi” e l’“Associazione Nazionale Famiglie dei Caduti e Dispersi in Guerra – ANFCDG”.

Lunedì 9 febbraioalle 21, alla “Biblioteca Civica” (via Vittorio Emanuele II, 1) lo storico Claudio Vercelli presenterà il libro “Capire le foibe” (Edizioni del Capricorno). Partendo dai dati assodati e da una riflessione critica lontana da pregiudizi ideologici, lo storico torinese descriverà e analizzerà con il rigore della ricerca storica le tragiche e complesse vicende che si sono svolte lungo il “confine orientale” tra il 1943 e l’immediato dopoguerra, per offrire ai lettori “diverse chiavi di lettura su una più ampia vicenda che chiama in causa l’identità italiana”. Obiettivo del libro: cercare di mettere chiarezza sulla tanto dibattuta questione delle “foibe”, rivedendo antefatti, fatti e conseguenze sotto la luce della veridicità storica.

g.m.

Nelle foto: Locandina “Giorno del Ricordo”; Claudio Vercelli; Cover “Capire le foibe” (Edizioni del Capricorno)

Emma Strada, la prima donna ingegnere in Italia si laureò a Torino

Era il 5 settembre 1908 quando una torinese, Emma Strada di 24 anni con il numero di matricola n.36, divento la prima ingegnera d’Italia.

Classe 1884, figlia d’arte, suo padre fu ingegnere civile con un suo studio in citta’, si iscrisse al Regio Politecnico, che una volta aveva la sede al Valentino, dopo aver conseguito il diploma di liceo classico presso la scuola Massimo D’Azeglio.

In Italia le donne furono ammesse all’universita’ solo nel 1874 e la prima donna in assoluto a laurearsi, in medicina, fu Ernestina Paper a cui ne seguirono altre alle facolta’ di Lettere o Giurisprudenza, ma fino a quel momento nessuna si era avventurata nel mondo maschile dell’ ingegneria.

L’ardimentosa Emma si classifico terza su 62 studenti (61 uomini) ottenendo il massimo dei voti e, dopo la discussione della tesi, la camera di consiglio ci mise piu’ di un ora per decidere se il titolo dovesse essere “ingegnere” o ingegneressa”.

Si interessarono a lei anche i media di allora come La Stampa che scrisse orgogliosamente: “Emma Strada, sabato scorso, al nostro Istituto Superiore Politecnico ha conseguito a pieni voti la laurea in ingegneria civile. La signorina Strada è così la prima donna-ingegnere che si conti in Italia e ha appena altre due o tre colleghe all’estero”.

Emma lavoro’ come assistente all’Universita’ fino alla morte del padre e successivamente esercito’ nello studio dello defunto genitore insieme al fratello (anche lui ingegnere), e si occupo’ della realizzazione di acquedotti, gallerie, miniere; non poteva firmare i documenti perche’ non era iscritta all’Albo, ma si recava regolarmente e di buon grado presso i cantieri.

Il primo progetto dell’ing. Emma Strada fu la realizzazione di una galleria di accesso ad una miniera di Ollomont in Val d’Aosta, si occupò, inoltre, della progettazione dell´automotofunicolare di Catanzaro e della costruzione del ramo calabrese dell’acquedotto pugliese. Per promuovere il lavoro delle donne nel campo della scienza e della tecnologia, fondò con altre colleghe, nel 1957, l’Associazione Italiana Donne Ingegnere e Architetti (AIDIA), di cui diventò la prima presidente.

Emma Strada fu una fervente monarchica e per molti anni trascorse le mattine nella sede dell’Associazione Monarchica Torinese come organizzatrice e animatrice. Era molto legata al Re Umberto II, in quel periodo in esilio, che a sua volta la apprezzava e stimava e la insignini’ di importanti onorificenze sabaude.

Fu l’artefice del suo sogno e delle sue ambizioni, ma anche una donna coraggiosa che demoli’ lo stereotipo secondo cui le donne non potevano accedere ai molti mondi allora dedicati solo agli uomini, come l’ingegneria appunto. Grazie anche a lei e alla sua determinazione, al giorno d’ oggi essere una donna ingegnere non fa piu’ notizia.

MARIA LA BARBERA

Margherita, la “Regina – madre degli Italiani” che cavalcò il futuro

Alla “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, un “programma diffuso” per raccontare, nel Centenario della scomparsa, la regina più moderna d’Italia

Da gennaio a luglio 2026

Secondo lo storico e saggista astigiano Ugoberto Alfassio Grimaldi, fu il personaggio politico dell’Italia unita che seppe destare, con tutti i “distinguo” d’obbligo, “dopo Giuseppe Garibaldi e Benito Mussolini, i maggiori entusiasmi nelle classi elevate e nelle classi umili”. Abbigliamento sempre elegante e ricercato, una costante affabilità e una profonda cultura, ma soprattutto un’assetata curiosità del “nuovo”, delle emergenti (fantascienza in allora) innovazioni tecnologiche, tanto da far pensare (ah, se avesse avuto fra le mani la micidiale arma di uno smartphone!) all’odierna figura di un’“influencer” decisamente ante litteram, la regina Margherita di Savoia (all’anagrafe Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia – Genova; Torino, “Palazzo Chiablese”, 1852 – Bordighera, 1926), andata in sposa a re Umberto I e prima regina consorte d’Italia, sarà la grande protagonista di un ricco calendario di iniziative, in programma alla “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, per ben sette mesi, da questo gennaio al prossimo luglio, teso a celebrare, attraverso articolati “passaggi” della sua vita, il Centenario della sua scomparsa, avvenuta a 74 anni, nell’amata “Villa Margherita” (suo “buen retiro” invernale) di Bordighera. Un ricco calendario di eventi che vuole avere, quale filo conduttore, proprio il suo sorprendente desiderio di “modernità” (fu anche grande appassionata di alpinismo e prima donna a scalare nel 1889 la “Punta Gnifetti” sul Monte Rosa) e quell’innata capacità di universale “fascinazione” (anche oltre le mura reali) che le valsero significativi omaggi popolari e poetici: dalla celebre “pizza Margherita” creata per lei a Napoli da tal pizzaiolo Raffaele Esposito, alla famosa “ode” carducciana “Alla regina d’Italia”, scritta e a lei dedicata dal “poeta dei paesaggi maremmani”, subito dopo la visita bolognese dei sovrani nel novembre del 1878.

“Margherita. Un secolo di storia” è il titolo di un progetto trasversale che intreccia storia, costume, mobilità e gusto, sviluppato grazie alla collaborazione con il “MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile”, collezionisti privati e altre realtà non solo culturali, tra cui “Museo del Cioccolato e del Gianduja Choco-Story Torino” e “Pfatisch”.

Cuore del programma è la mostra “Sulle strade della Regina. Alle origini dell’automobile moderna”, in programma dal 5 marzo al 28 giugno nella “Citroniera di Ponente” e realizzata in collaborazione con il “MAUTO”“Undici automobili originali” di fine Ottocento e inizio Novecento (dalla “Benz Victoria”, 1893 alla “Fiat Tipo Zero A” del 1913), affiancate da “nove carrozze storiche” provenienti dalla prestigiosa collezione privata “Nicolotti Furno”, raccontano di quando cavalli e motori cominciarono a condividere le stesse strade e il futuro cominciò a “prendere velocità”. Un tema che riflette perfettamente la figura di Margherita, lei stessa dotata di “patente di guida” e proprietaria di una scuderia di ben “tredici automobili”.

Accanto alla mostra, il percorso “Le stanze di Margherita” (che s’insediò nella “Palazzina” fra il 1901 ed il 1919, prima della sua trasformazione in “Museo”) accompagna i visitatori all’interno dell’ “Appartamento di Levante” e in altri spazi, mettendo a confronto fotografie storiche e ambienti attuali. Ne emerge il ritratto di una regina stupenda “interior design”, capace di rendere abitabile e personale anche una residenza monumentale, dove introdusse nuovi comfort (dai servizi igienici con acqua calda e fredda all’ascensore a pompa idraulica recentemente restaurato), portando il suo “moderno” gusto personale e un modo diverso di abitare gli spazi reali.

In programma anche il progetto speciale “Le Perle della Regina”, un cioccolatino ideato dal “Museo del Cioccolato e del Gianduja Choco-Story Torino” e realizzato da “Pfatisch”: una creazione unica, nata dal “cuore di nocciola Piemonte IGP”, avvolto da un delicato guscio di cioccolato bianco, lucido e perlaceo, che richiama le preziose “collane di perla” (“margarìtes” in greco, da cui il nome Margherita) tanto amate dalla sovrana.

Il racconto si chiude, infine, con il ciclo di conferenze “Margherita a Stupinigi e il suo tempo” che affronta la figura della regina attraverso temi contemporanei – moda, automobili, cucina, design – le visite guidate mensili “Margherita e Stupinigi”, per culminare con la rievocazione storica “I giorni di Margherita”, in programma sabato e domenica 20 e 21 giugno, evento diffuso, a cura de “Le vie del tempo”, che “restituisce atmosfere, gesti e presenze del primo Novecento”.

Per ulteriori info: “Palazzina di Caccia”, piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi – Nichelino, Torino; tel. 011/6200634 o www.ordinemauriziano.it

Fino al mese di luglio 2026

Orari: mart. – ven. 10/17,30; sab. – dom. e festivi 10/18,30

Gianni Milani

Nelle foto: Ritratto della regina Margherita; La regina in auto, fine ‘800; La regina nella “Sala da gioco”; I cioccolatini “Pfatisch” e le perle della regina (Ph. Alessandro Rota)

I marchesi Scozia di Calliano. Juvarra al Real castello di Verduno 

Il territorio astigiano di Calliano, elevato a marchesato, fu affidato nel 1604 a Galeazzo Canossa, il quale nominò procuratore il veronese Francesco de Cremis. Al marchese Galeazzo, discendente della antica famiglia di Reggio Emilia iscritta nel Circolo Nobile di Verona, si avvicendarono i fratelli Tommaso, governatore generale del Monferrato, Orazio, primo ministro dei due Ducati, Luigi e Isabella. Rimasta vedova e senza figli dalle prime nozze con il conte Lelio Filiberto Scarampi di Camino, Isabella nel 1642 andò in sposa a Bernardino III Scozia con gli stessi beni e nacque un figlio, Francesco Maria I Scozia che prese possesso di Calliano. Dopo i lunghi litigi dei Canossa e le vertenze con gli Scozia per i beni feudali, nel 1704 il duca Ferdinando Carlo ordinò, per ragioni dotali di Isabella, la successione di Calliano al nipote Carlo Bernardino I Scozia, primo marchese di Calliano e quarto conte di Murisengo, gentiluomo di Camera del duca,  coppiere della duchessa Enrichetta, decurione e sindaco di Casale.

 La figlia, contessa Maria Anna Caterina Scozia, era sposata con il secondo marchese di San Giorgio Antonino Felice Gozani, sepolto a Casale nell’altare familiare di San Matteo nella chiesa di San Paolo dei padri Barnabiti, la cui facciata fu interamente ricostruita a sue spese. All’interno si trova il monumento posto in sua memoria dal figlio Giovanni Battista, edificatore del palazzo Gozzani San Giorgio, ora municipio di Casale. Per “lo felicissimo maritaggio” di Antonino e Maria Anna Caterina, furono composti cinque sonetti e uno scherzo poetico dai cognati, marchesi Fassati di Balzola e Ricci di Cereseto. Gli Scozia erano già consignori di Murisengo con Bernardino II, bisnonno di Bernardino III, nativo del luogo e sepolto nel duomo di Casale, presidente del Senato monferrino, consigliere di Stato, conte di Benevello di Alba per dono del duca Vincenzo e marito di Livia, figlia di Lello Asinari signore di Costigliole.

Nel 1585 Bernardino II ebbe in dono il feudo cuneese di Verduno dallo zio Benedetto Cerrato che edificò l’antico castello, ceduto nel 1633 alla famiglia Rachis di Racconigi dal nipote Francesco III Scozia, padre di Bernardino III, consignore di Valmacca,  nominato primo conte di Murisengo per la cessione di Benevello al duca Ferdinando Carlo. Parte del castello fu ricostruito su progetto dell’architetto Juvarra, ceduto dal marchese Caisotti agli ospedali San Giovanni e Carità di Torino, acquistato in seguito dal re Carlo Alberto. Il Real castello è oggi adibito ad albergo-ristorante e le cantine sono state riattivate per la produzione del Barolo e del Verduno.

Gli attuali proprietari raccontano che l’antico viale alberato di accesso al maniero era denominato il meleto dei Gozzano. Alessandro Scozia, premorto al padre Giuseppe, ereditò il marchesato di Calliano sempre appartenuto alla famiglia anche dopo l’annessione del Monferrato allo Stato Sabaudo. Avvocato, sesto marchese di Calliano, consignore di Valmacca, nono e ultimo conte di Murisengo fu anche sindaco di Casale. Nel 1848 Alessandro fu nominato giudice aggiunto al tribunale monferrino di prima cognizione, marito di Adele Andreis, figlia del presidente del Nuovo Senato di Casale S.E. Benedetto conte di Cimella di Nizza Monferrato e di Tarsilla Sordi dei conti di Torcello, cognati dei Gozzani, rimasta vedova a 28 anni.
La loro unica e diletta figlia, Tarsilla Giuseppa Scozia, fece erigere i monumenti ai genitori e ai nonni nella tomba di famiglia del cimitero di Casale, situata accanto alle tombe dei parenti Langosco, Leardi, Savio e Gozzani. Il matrimonio del 1873 con don Francesco Guasco, marchese di Bisio e Gavi, nuovo proprietario di Murisengo, Calliano e del palazzo casalese in via Garibaldi, segnò l’estinzione degli Scozia. I marchesi Scozia erano già presenti nel territorio di Somma Vesuviana nel 1550, novità storica emersa dalla collaborazione con il giornalista Alessandro Masulli, editore e redattore del Mediano di Napoli.
Armano Luigi Gozzano 

In mostra gli 80 anni dal primo voto delle donne

 

In occasione dell’80°anniversario del primo voto delle donne in Italia, un traguardo storico che nel 1946 vide le cittadine partecipare per la prima volta alle elezioni per la Costituente, al Referendum istituzionale e alle consultazioni amministrative, la Città metropolitana di Torino torna a mettere a disposizione del territorio una riedizione della mostra fotografica “Torino 1946 – 2016. Settant’anni dal primo voto delle donne“.
Proprio in questi giorni, il vicesindaco metropolitano Jacopo Suppo ha inviato una lettera a tutti i sindaci del territorio per illustrare la possibilità e le modalità per richiedere l’esposizione in prestito gratuito. L’iniziativa vuole coinvolgere capillarmente i Comuni nella celebrazione di questo anniversario, offrendo uno strumento culturale di grande impatto per ricordare il cammino verso la piena parità di diritti.
L’esposizione, che riscosse un grande successo dieci anni fa, viene riproposta oggi per testimoniare un passaggio epocale: la partecipazione femminile al voto non fu solo un atto politico, ma un evento rivoluzionario per il costume sociale, vissuto con un entusiasmo e una speranza che traspare nitidamente da ogni scatto. L’esposizione, progettata per essere facilmente itinerante e adattabile a diversi spazi, è costituita da 12 pannelli (70×100 – 6 verticali e 6 orizzontali) in forex, leggeri e pronti per l’affissione e da un roll-up di presentazione.
 
Archivio “La Bottega del Ciabattino”
Il valore documentario della mostra è reso possibile dal prezioso lavoro di Franco Senestro, custode e proprietario dell’archivio “La Bottega del Ciabattino“. La storia di queste fotografie è un racconto di passione e intuizione che inizia nel 1983, durante la liquidazione della storica redazione della Gazzetta del Popolo in corso Valdocco a Torino. “In seguito alla chiusura della redazione torinese, mentre cercavamo materiali tipografici per l’attività di mio padre, chiesi di vedere l’archivio fotografico situato nel solaio,” racconta Senestro. “In un armadio trovai sette scatole di negativi che il curatore fallimentare non aveva notato”.
Quel tesoro dimenticato si rivelò un patrimonio inestimabile: negativi che documentavano la vita di Torino tra il 1945 e il 1950, dai fatti di cronaca agli eventi politici, fino alle storiche immagini delle donne ai seggi il 2 giugno 1946. Un archivio che Senestro ha poi digitalizzato e catalogato con cura, dedicandolo alla memoria del padre, uomo coraggioso che nel 1942, nella sua vera bottega da ciabattino, faceva da basista per la Resistenza.
 
Dai negativi a Cinecittà: la collaborazione con Paola Cortellesi 
La qualità e l’autenticità di queste immagini hanno recentemente raggiunto il grande pubblico grazie alla collaborazione con la produzione del film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi.
“La produzione aveva visto le fotografie esposte proprio grazie alla mostra proposta dalla Città metropolitana di Torino nel 2016 – spiega Senestro -. Si cercavano riferimenti visivi autentici per ricostruire l’atmosfera del 1946, le code ai seggi e i volti delle donne che andavano a votare”. Il contributo dell’archivio è stato fondamentale per l’accuratezza storica della pellicola, tanto che il nome “Archivio La Bottega del Ciabattino” compare nei titoli di coda del film.
Questa citazione ha rappresentato un’ulteriore commovente omaggio alla memoria di Giovanni Senestro, padre di Franco, che molto prima di diventare fotografo e tipografo, aveva iniziato il suo percorso lavorativo proprio come ciabattino.

73 secondi al disastro, la tragedia del Challenger 40 anni fa

Ero incollato anch’io davanti alla tv quel pomeriggio del 28 gennaio del 1986 per assistere ad un evento pochi anni prima impensabile. Durò pochi secondi, tutto finì troppo presto. Era mattina negli Stati Uniti e molte persone in tutto il mondo erano davanti alla televisione. Un’insegnante americana di 37 anni Christa McAuliffe sta per salire sullo Space Shuttle Challenger per trasmettere la prima lezione di scienze dallo spazio agli studenti della scuola in cui insegna. Mai accaduto prima. Quel giorno di 40 anni fa qualcosa non funzionò come avrebbe dovuto e la corsa allo spazio si trasformò in una tragedia. Il Challenger esplose 73 secondi dopo il lancio. Un bagliore, poi più niente, si disintegrò in aria in seguito al guasto di una guarnizione nel razzo destro che provocò una fuoriuscita di fiamme e il cedimento del serbatoio esterno dello Shuttle, pieno di ossigeno e idrogeno. Tutti morti, 6 astronauti e la maestra. A quel tempo ero appassionato di missioni spaziali, non ne perdevo una, conservavo in una cartellina tutti gli articoli, e quel disastro me lo ricordo come se fosse accaduto oggi.
La capsula della navicella con l’equipaggio, rimasta intera, si schiantò sull’acqua 2 minuti e 45 secondi dopo la rottura. Un impatto terrificante. La cabina resistette al disastro e qualcuno era ancora vivo al momento dello schianto. Ma quando precipitò nell’Oceano Atlantico a una velocità superiore i 300 km/h non ci furono speranze di sopravvivenza. Fu una delle peggiori sciagure della storia dell’esplorazione spaziale e uno dei momenti più bui della storia della Nasa.
Lo Space Shuttle Challenger decollò per la sua decima missione dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral in Florida, a oltre 14.000 metri di quota. A bordo c’erano 7 astronauti: Dick Scobee, il comandante, e i colleghi Michael John Smith, Ronald McNair, Ellison Onizuka, Gregory Jarvis e Judith Resnik e c’era anche Christa McAuliffe, selezionata dalla Nasa tra centinaia di candidati e addestrata per un volo spaziale. Insegnava in una scuola del New Hampshire e avrebbe dovuto fare lezione dal cosmo ai suoi studenti. Fu una missione tormentata, non nacque bene e secondo molti esperti doveva essere rinviata. Il lancio infatti aveva già subito numerosi ritardi e doveva trasportare in orbita due sonde per studiare la cometa di Halley. Alcune parti dello Shuttle furono recuperate dal fondo dell’oceano 36 anni dopo il disastro. I voli nello spazio con equipaggio si fermarono per quasi tre anni. Molti frammenti della navetta, inclusi i resti umani di alcuni astronauti, furono recuperati solo alcuni decenni dopo. La tragedia del Challenger seguì il disastro della missione Apollo 1 il 27 gennaio 1967 e anticipò di 17 anni il terzo dramma spaziale, quello dello Shuttle Columbia il 1 febbraio 2003.        Filippo Re
nelle foto: 28 gennaio 1986, il decollo dello Shuttle Challenger dal Kennedy Space Center in Florida
Il Challenger si disintegra in volo a 73 secondi dal lancio.
L’equipaggio al completo. La prima donna a sinistra è l’insegnante Christa McAuliffe