Riceviamo e volentieri pubblichiamo / “Portiamo il cuore oltre l’ostacolo, con coraggio e passione”. Questo è il leitmotiv del Commissario straordinario del Teatro Regio Rosanna Purchia fin dai primi giorni del suo arrivo a settembre. L’ostacolo è evidentemente l’emergenza legata al Covid-19, che ha costretto tutti noi a misure restrittive nel tentativo di frenarne la crescita.
Il Teatro è stato chiuso per molti mesi e ha potuto aprire le proprie porte solo a pochi spettatori durante l’estate, ma noi non ci siamo mai fermati: il Direttore artistico Sebastian F. Schwarz e tutti noi abbiamo continuato a lavorare, programmando e riprogrammando una Stagione in modo da essere pronti a ripartire non appena i Decreti legislativi ce lo avessero permesso.
Purtroppo non è ancora possibile aprire al pubblico la sala del Teatro e, quindi, abbiamo deciso di portare la nostra musica nelle case di tutti grazie a Regio ALive: a partire dal 27 novembre sul nostro sito www.teatroregio.torino.it 8 appuntamenti in streaming, di cui 3 in diretta, con 8 diversi ensemble composti e diretti esclusivamente da artisti del Teatro Regio. L’altro grande lavoro di questi mesi è stato quello legato alla creazione di un nuovo modello organizzativo e amministrativo del Teatro, iniziato dal commissario Rosanna Purchia e dal Direttore generale Guido Mulè che, con il supporto di tutta la struttura, ha lo scopo di portare il Regio a raggiungere nuovi obiettivi.
Finalmente, quindi, dopo mesi di stop forzato, le compagini artistiche sono rientrate al lavoro, potendo così tornare a fare musica e presto, speriamo, spettacoli.
Regio ALive è possibile grazie alla fondamentale partnership di Intesa Sanpaolo, al sostegno di Italgas per il concerto inaugurale del 27 novembre e agli Amici del Regio per il concerto del 4 dicembre.
Intesa Sanpaolo – Socio Fondatore del Teatro – è partner della rassegna Regio ALive, continuando così il proprio impegno con il Regio nel segno di una lunga collaborazione che vede la Banca al fianco del Teatro nella realizzazione delle sue produzioni. Italgas aggiunge: «Da Soci Fondatori del Regio, siamo da sempre fieri sostenitori delle sue iniziative. Lo siamo a maggior ragione in questo momento di difficoltà, in cui è fondamentale stare al fianco del ‘nostro’ Teatro per permettergli di continuare a essere un insostituibile riferimento culturale». Anche gli Amici del Regio continuano a essere con orgoglio al fianco del Teatro che, in particolare adesso con iniziative come Regio ALive, può allargare virtualmente all’infinito la platea del suo pubblico diventando ancora di più un “Teatro per tutti”.
Tutti gli streaming sono realizzati in collaborazione con il Consorzio TOP-IX, un internet exchange che è nostro streaming partner.
Regio ALive è un’operazione che richiede un complesso gioco di incastri per conciliare le esigenze artistiche e i protocolli Covid, che impediscono la presenza in teatro di compagini numerose. Sono stati quindi individuati diversi ensemble che rispecchiano le varie anime dell’Orchestra e del Coro, per portare nelle vostre case programmi musicali che spaziano dal Seicento al Novecento.
I programmi si concentrano su alcuni gioielli che inanellano una piacevole “collana” della storia musicale. A cominciare dalla celeberrima sfilata, piena di humour e delicatezza, del Carnevale degli animali di Saint-Saëns, eseguito dall’Orchestra del Teatro Regio e rinnovato drammaturgicamente da un testo scritto appositamente per il Regio da Paola Mastrocola e che sarà recitato dall’attrice Olivia Manescalchi. Il Coro sarà impegnato in due appuntamenti: uno con famosi cori tratti da opere di Donizetti, Ponchielli, Bellini, Verdi e Mascagni, l’altro con ricercate pagine romantiche di Schumann, Brahms e Fauré. Doppio impegno anche per l’Orchestra d’Archi, prima con due perle di Mozart (Divertimento K 136) e Dvořák (Serenata in mi maggiore), poi con toccanti composizioni di Mascagni (Intermezzo da Cavalleria rusticana), Mahler (Adagietto), Mendelssohn (Sinfonia per archi n. 10) ed Elgar (Sospiro op. 70). Molto accattivanti anche i due programmi dell’Ensemble Fiati e Percussioni, che esegue pagine virtuosistiche di Brahms e Richard Strauss, e poi la Prima Sinfonia di Beethoven – nel 250° anniversario della nascita – e le Ouverture delle ultime tre, immortali opere di Mozart: Così fan tutte, La clemenza di Tito, Il flauto magico. Alla guida delle formazioni sono direttamente coinvolti, oltre al Direttore del coro Andrea Secchi, artisti del Teatro Regio, dal Primo violino Stefano Vagnarelli ai maestri collaboratori Giulio Laguzzi e Andrea Mauri.
Non ci sarà però solo musica nei concerti del Regio ALive, anzi, vi faremo partecipare alle nostre vite, seguendo tutte le fasi di un concerto, dalle prime prove al palcoscenico; dalla realizzazione di una scenografia al montaggio di uno spettacolo. Entrerete a far parte della “famiglia Regio” perché ci mancate molto, e ci auguriamo che accompagnarci nel nostro lavoro quotidiano vi renderà più partecipi di quel magico impasto che, lievitando a poco a poco, crea la vita di un grande teatro.
Regio ALive rientra nell’iniziativa #apertinonostantetutto, lanciata dall’Anfols e alla quale hanno aderito le Fondazioni lirico-sinfoniche italiane, che prevede una ricca Stagione in streaming dai siti web e dalle pagine Facebook dei Teatri, nonché sulla web tv dell’Anfols (anfols.it/webtv) e sul sito dell’Ansa (ansa.it).
A supporto di Regio ALive abbiamo anche organizzato una campagna di fundraising, #regioalive, che condivideremo sui social media, coinvolgendo personalità torinesi con diversi background, attenti alla cultura, all’arte, alla bellezza e con un profilo internazionale. I testimonial, che hanno generosamente aderito alla campagna, sono stati ritratti in abiti eleganti dal fotografo islandese Oddur Thorisson all’interno del Teatro. A partire da queste foto, lanciamo una challenge social agli spettatori da casa, invitandoli a donare e a prepararsi a guardare gli streaming vestiti come se dovessero venire al Regio, fotografandosi e taggando @teatroregiotorino.
Stiamo contemporaneamente lavorando alla Bohème di Puccini, per la quale vorremmo con tutto il cuore avervi seduti in platea per vedere il nuovo allestimento, creato dai registi Paolo Gavazzeni e Piero Maranghi a partire dalle scene originali di Hohenstein per la prima edizione assoluta del 1896. Se non ci sarà permesso aprire il Teatro, porteremo anche La bohème nelle vostre case.
Regio ALive è gratuito, grazie alla fondamentale partnership di Intesa Sanpaolo e al sostegno di Italgas per il concerto inaugurale del 27 novembre e agli Amici del Regio per il concerto del 4 dicembre, ma è noto a tutti che per la cultura, come per molti settori, è un momento molto arduo. Quindi, se vi piace l’idea di vedere i nostri streaming e se volete continuare a seguirli, potete darci anche il vostro prezioso supporto facendo una donazione libera o donando i voucher Covid. In entrambi i casi è possibile sfruttare i vantaggi dell’Art Bonus, che comportano una detrazione dalle imposte fino al 65% dell’importo erogato. Il Teatro Regio vi ringrazierà uno a uno.
Alle problematiche inerenti all’emergenza Covid-19, per il Regio se ne aggiungono purtroppo altre legate alle annose difficoltà economiche. Il Commissario straordinario Rosanna Purchia e il Direttore generale Guido Mulè stanno lavorando senza sosta alla creazione di un nuovo e più efficace modello organizzativo, e alla ricerca di soluzioni per la ristrutturazione del debito che grava sulla nostra Fondazione, sempre in stretto contatto con le Istituzioni e con i Soci Fondatori del Teatro Regio, che continuano a partecipare attivamente al suo processo di trasformazione. Non potranno mancare i sacrifici ma, nel corso di una storia che è iniziata nel 1740, non saranno purtroppo i primi: il Teatro Regio continua a essere ancora qui, dopo guerre, cambi di regime, incendi e ricostruzioni, e continua a voler essere il Teatro della Città e dei suoi cittadini, uno dei luoghi simbolo della cultura di una città e di una regione.
Quindi, anche questa volta, stringeremo i denti e, con coraggio e con passione, per amore del nostro lavoro e del nostro pubblico andremo oltre il consueto, il già fatto, il già detto e oseremo con la fantasia. In quest’ottica, ogni lavoratore del Teatro diventerà un #AmbasciatoreRegio, quindi non stupitevi, cari Abbonati, se riceverete una telefonata dal primo violino o dal tecnico di palcoscenico, dal commissario Purchia o dalla sarta, non siete su Scherzi a parte, siamo veramente noi, perché vogliamo in tutti i modi tornare ad avere un contatto diretto con il nostro pubblico.
In attesa degli sviluppi legati all’emergenza sanitaria, il Regio non si ferma e continua ad andare avanti con la programmazione artistica, nel rispetto delle regole e con la voglia di dare il meglio al proprio pubblico. Per questo, vogliamo già fissare un nuovo appuntamento entro il 10 dicembre per mantenere teso il filo rosso che ci lega.
Per seguire i nostri streaming, sarà sufficiente entrare nella home page del sito del Regio www.teatroregio.torino.it.
Calendario dei concerti in diretta e in registrata dopo il concerto inaugurale del 27 novembre (live Orchestra del Teatro Regio – Saint-Saëns)
4 dicembre ore 18 live Coro del Teatro Regio (Donizetti, Bellini, Verdi, Mascagni)
5 dicembre ore 18 registrato Ensemble di Fiati e Percussioni del Teatro Regio (Brahms, Strauss)
6 dicembre ore 18 registrato Concerto a sorpresa
11 dicembre ore 18 live Orchestra d’Archi del Teatro Regio (Mozart, Dvořák)
12 dicembre ore 18 registrato Coro del Teatro Regio (Fauré, Schumann, Brahms)
13 dicembre ore 18 registrato Ensemble di Fiati e Percussioni del Teatro Regio (Beethoven, Mozart)
18 dicembre ore 18 registrato Orchestra d’Archi del Teatro Regio (Mascagni, Mahler, Mendelssohn)


Prima o poi una domanda ce la dovremo fare. Al di là delle visioni e di ogni giudizio, bello o brutto che sia, confortante o negativo. Perché, pur nel rispetto della preziosa esistenza, e delle scelte effettuate, il clima d’angoscia dei dodici titoli in concorso, coniugato in differenti direzioni? Frutto inevitabile di un’attualità che sembra a tutti i costi soffocarci e non permetterci vie di fuga? Perché le nuove generazioni cinematografiche, quelle che intraprendono con positivi risultati o con immaturità, incertezze, pallide vanità un nuovo percorso, scelgono o trovano rifugio, ai loro occhi più sicuro (la descrizione della realtà), nel mondo di oggi, nella società con i suoi mali? Da quanto tempo qualcuno non gira completamente pagina e ci regala una commedia (non uno di quei troppi titoli che ci sforna, a tratti con grande povertà, il cinema di casa nostra – e non è che per i titoli che ci arrivano dal resto d’Europa e oltre l’erba del vicino sia sempre più verde -, ma una di quelle che potrebbero trovar posto in un luogo cinematografico per eccellenza, una rassegna, un festival, una mostra, definitelo voi, una di quelle che magari un tempo venivano definite “sofisticate”, fornendo eleganza e humour: a memoria frettolosa, da quelle parti, di divertimento e di bella scrittura, l’edizione 37 del TFF sfornò Il grande passo con Fresi e Battiston, nel 2017 Armando Iannucci presentò il suo Morto Stalin, se ne fa un altro), dalla sceneggiatura significativa soprattutto, tutta sorrisi o risate e dialoghi brillanti come non se ne sentono da tempo? Non significherebbe girare la testa dall’altra parte, per qualcuno potrebbe segnare l’occasione per affrontare molti degli stessi problemi con un filo di vivifica ironia. L’approccio di Pif al mondo della mafia dovrebbe aver insegnato qualcosa. Eravamo nel 2013. E’ un mondo difficile da affrontare, pieno di timori per le radici leggere, guardato con la convinzione dell’inattualità forse, di situazioni e svolgimenti che non farebbero più presa sul pubblico.
Pertanto, per quanto riguardo l’edizione numero 38, noi ci siamo sciroppati sniffate che nemmeno il più provetto pusher ha mai distribuito in simile quantità, identità sessuali irrisolte, famiglie in lotta dove uno fisicamente e non solo è lontano dall’altro, assassini da compiersi come bere un bicchier d’acqua, animali martoriati e immediatamente sepolti, comunità e povertà difficilmente recuperabili, il cattolicesimo chiuso e gli insegnamenti dell’imam, mestieri con cui sbarcare il lunario che rendono poco o nulla, attentati e morti che richiamano il Bataclan, padri e madri assenti mentre i figli s’arrangiano come possono, inciampando magari ad ogni passo, i nonni di cui prendersi cura o ancora capaci di badare ai nipoti e regalare un sorriso, la fuga sognata da molti per la tanta voglia di scorgere un futuro, la ricchezza a lungo sospirata e che il più delle volte non ripaga, la Storia da riscoprire, quella di oggi dolorosissima e quella di ieri che ha visto inganni e guerre e vittime. Di questo panorama pressoché privo di luci, nulla di nuovo con il brasiliano Casa de Antiguidades di Joao Paulo Miranda Maria, fatto di magia e di realtà, la storia del vecchio Cristovam, un uomo di colore originario delle zone rurali del nord del Brasile trasferitosi al sud per lavorare in una fabbrica di latte. Una vita che deve fare i conti con le frange xenofobe, con la solitudine, con le privazioni di ogni giorno. Riscoprendo un’antica sala abbandonata e ritrovando all’interno vecchi oggetti che lo riportano indietro negli anni, l’uomo troverà la forza di sopravvivere. Un percorso che si riempie di momenti irrisolti, di figure tratteggiate in modo approssimativo, di sogni o vaneggiamenti, di maschere e di un pallido horror lungo cui con qualche difficoltà lo spettatore riesce ad avanzare. Mentre Regina diretto da Alessandro Grande, unico titolo italiano in concorso, ambientato tra angoli bellissimi della Calabria, farebbe ben sperare nella sua prima mezz’ora descrivendo il rapporto stretto, all’indomani della scomparsa della madre, che s’è venuto a stabilire tra un padre e una figlia quindicenne, motivo primo quel gran desiderio di lei di fare la cantante, per nulla ostacolata anzi spinta a provini e prime serate, magari addolciti con qualche presente verso chi organizza. Ma un giorno, mentre sono su una barca a motore sulla distesa d’acqua di in lago della Sila, un incidente, la morte di un sub, viene a capovolgere le loro esistenze e lo stesso rapporto. Per il padre è stato un incidente, Regina si lascia travolgere dai sensi di colpa. Di qui ha inizio una giravolta verso un debole thriller che abbandona la vecchia strada, non da corpo alla vicenda e soprattutto cancella in sé l’analisi genitore/figlia che aveva fatto ben sperare in una qualche riuscita.
Austria/Belgio firmata da Evi Romen, di ambientazione altoatesina, ovvero la storia di Mario, ballerino e cuoco, tossicodipendente, per cui la danza non sarà mai una professione fissa. Quando perde in un attentato ad opera degli integralisti – restandone lui illeso – l’amico Lenz a Roma, dove è andato nella speranza di un provino, la sua vita rimane sconvolta, al paese tutti lo guardano con indifferenza, le condoglianze ai genitori del morto, produttori vinicoli, non sono affatto gradite: mentre si fa avanti Nadim che lo introduce nella esigua schiera dell’imam e degli altri affiliati. Un mondo nuovo in cui trovare i mezzi per abbandonare il prossimo? Senza spiegazioni o partorendo idee e ripensamenti, Mario cambia abiti e mente. Sfugge la strada che ha seguito, forse soltanto la danza gli indicherà una più sicura indicazione verso il futuro. Più duro, lineare, compatto, saggiamente esplicativo Poppy field. Dove Cristi (Conrad Mericoffer che è un macigno, possibile migliore attore?), poliziotto abituato a vivere quotidianamente con dei colleghi per cui l’unico credo è essere uomini e machi senza se e senza ma, tenta di tenere nascosta la sua esistenza di omosessuale. Un giorno è chiamato a intervenire con i compagni ad una manifestazione in cui un gruppo omofobo ha fatto interrompere in un cinema un film dai contenuti lgbtqi: i toni già aspri s’inaspriscono allorché uno dei manifestanti minaccia di smascherare Cristi. Per la durata di gran parte dei complessivi 81 minuti, si intrecciano rabbia, sguardi, parole urlate, colleghi che insinuano e momenti di dura difesa, violenza, decisi ricatti, verità che possono da un momento all’altro venire a galla. Jebeleanu racchiude il racconto con estrema tensione nel chiuso della sala cinematografica, dentro il rosso delle poltrone, chiedendosi altresì se quel machismo imperante non sia anche capace di fare sessualmente altre scelte.
Su uno dei gradini più alti dei premi, vorremmo vedere quello che maggiormente ci sembra meritare attenzione, Botox dell’iraniano Kaveh Mazaheri, ovvero la parabola da giustiziere delle sorelle Akram (l’attrice la interprete possibile migliore attrice?), che alterna momenti più o meno lucidi ad altri decisamente di povertà mentale, e Azar, che serve in un istituto dove ricche signore, con il botox, vanno per ringiovanire. Con loro vive un fratello, allegro, uomo tuttofare, di quelli con la battuta pronta che a volte offende inconsapevolmente. Akram, un mattino, offesa per l’ultima volta, lo scaraventa giù dal tetto dove sta lavorando. Se ancora ci fosse qualche dubbio sullo stato comatoso dell’uomo, Azam accelera la fine con un sacchetto di plastica. Mentre le sorelle diffondono sempre più la voce che il congiunto se ne sia andato inaspettatamente in Germania (del resto lo sentivano tutti che stava studiando il tedesco): proprio mentre Azim ha bisogno di riposte definitive alla sua intenzione di coltivare e commerciare certi funghi magici. Audace, a tratti folle nelle visioni e nei monosillabi rotti di Akram, pronto ad affidarsi al sogno e alla speranza più sconquassata, costruito sugli sprazzi di humour nero e dentro una geometria sapientemente portata avanti, chiuso nelle strette mura di casa del trio per aprirsi su quel lago gelato entro cui – un pezzo bellissimo e maturo di cinema – scompare la vittima all’interno della sua auto, Botox riserba un finale a sorpresa, che nasce nella mente delle due donne, un piccolo inatteso capolavoro, scoppio ultimo di un film che si spera possa trovare posto sui nostri schermi abituali, in tempi decisamente normali, culturalmente più liberi e aperti.
Per la prima volta nel concorso viene infatti riservato uno spazio equo alle produzioni realizzate da registi donne e a quelle realizzate da registi uomini”. Ovvero un’operazione fatta con il bilancino. Attuali obbligatorietà che lasciano sempre perplessi, conditio sine qua non che inevitabilmente può stridere con le personali libere scelte e che, a tratti, suscita il dubbio dell’imposizione. Restando saldamente fissi nell’idea da sempre coltivata che l’altra metà del cielo abbia coltivato e stia coltivando esempi eccellenti e per molti versi difficili da raggiungere, continua a lasciarmi a dir poco stupito questo patto ormai di ferro (mi viene in mente che l’Academy e il Festival di Berlino sono andati ben oltre e per certi versi ben peggio!) che pretende ad ogni occasione di delimitare con matematica esattezza la metà del campo.
Pur nella sua semplice linearità, nelle sue continue divisioni di mondi e di persone, di personaggi sciupati nel loro insignificante evolversi e di frasi che spingono al sorriso piuttosto che alla riflessione (ma qui forse la colpa è nostra, lontani da letterature e filosofie), di qualche gradino più su è Mickey on the road della regista Lu Mian Mian. La storia di Mickey e Gin Gin, due giovani amiche diverse tra loro, nel fisico e nella mentalità. Tanto la prima mette in evidenza i propri tratti androgeni, si muove e si comporta senza eccessiva femminilità, insegue nella frequentazione del tempio quelle danze tradizionali che apparterrebbero soltanto ai maschi, quanto l’altra è una ballerina eccentrica e svampita nei locali notturni, tutta vuota leggerezza, legata al suo cellulare e ai peluche colorati che si porta appresso come dolcissimi trofei. Mickey vive con la madre, in preda all’alcol e alla depressione, abbandonata anni prima dal suo uomo, Gin Gin sogna di riabbracciare il bel giovanotto da cui aspetta un bambino e che sembra sparito nel nulla. Da Taiwan raggiungeranno insieme Canton, alla ricerca delle due figure maschili di riferimento: immergendosi in tristezze e delusioni, con un padre che s’è rifatto nel lusso una vita e una famiglia, con il ragazzo che spinge Gin Gin verso l’eccitazione senza freni di un amico e non ha nessuna intenzione di promettere niente. Gustose e indovinate le annotazioni che la regista coglie durante il soggiorno delle ragazze, dal furto dei bagagli all’aiuto di nuovi amici, dall’apprendere che Facebook e Google map sono censurati e dal sentire attraverso gli altoparlanti sugli autobus che la Cina di Xi Jin Ping sia impegnata “nella promozione dei valori della democrazia e dei diritti umani”. Forse il simbolismo di quel lungo ponte nelle scene finali sta proprio lì a riaffermare quell’impegno, immagine quanto personale non saprei.
oggi che ancora si volta al suo passato, a quel lungo periodo del secolo scorso che vide opposte lotte, che fu attraversato da attentati, tradimenti, uccisioni. Tra queste distese di verde, si ricompone il legame che lega due sorelle, l’una, Kelly, scomparsa da casa per molto tempo, abbandonata e sola, vittima di insicurezza e fragilità, l’altra, Lauren, sposata con Sean, rimasta a tirare avanti, tra casa e lavoro, che tenta di dare di sé l’immagine di donna forte e mentalmente stabile. Entrambe nel ricordo della morte della madre (un ricordo che si lega a quello di un’intera epoca e lo richiama in vita, accomunando pubblico e privato), nebuloso, impreciso, sempre ricostruito secondo la necessità del momento, del loro umore e delle loro reciproche passioni, una realtà deformata e legata all’instabilità mentale di Kelly (l’ostinazione a voler indossare il cappotto rosso della madre, le nuotate e l’impatto con l’acqua, il rapporto con il proprio corpo) che a tratti finisce per travolgere anche la sorella. Con una scrittura attenta ai particolari, alle ribellioni e ai rapporti con gli altri (il marito e cognato, le ipocrite colleghe di Lauren), forte nelle sottolineature, mai banale nei momenti che più s’immergono nel dramma e soprattutto, al limite del piccolo quanto ricercato capolavoro, efficacissima nell’afferrare e nell’addentrarsi in due psicologie, con ogni loro turbamento, e nel farle ruotare senza posa attraverso i tanti movimenti alti e bassi che le colpiscono, Wildfire è un’opera da tener presente in sede di premiazione. Un’opera finalmente completa che deve dire grazie alla grinta delle due interpreti, a Nora-Jane Noone che è Lauren e soprattutto a Nika McGuigan che è Kelly, scomparsa per cancro non appena terminate le riprese del film. Che a lei è stato dedicato.



Arrivato alla sua 38ma edizione, con un badget di circa un milione e 200 mila euro, il TFF che vedremo è costretto a rinunciare ad una ipotesi di formula mista, ovvero la somma ancora piacevole della sala di proiezione e di un’intrusione nel vasto mondo della rete: poi il tutto, considerata l’invasione giorno dopo giorno più pericolosa della pandemia, del morbo che uccide fisicamente e culturalmente, ridotto ad un trasferimento esclusivamente on line. Il presidente del Museo Nazionale del Cinema, Enzo Ghigo, parla di “piazza virtuale”, di “avvolgente accoglienza”, dell’occasione per “ritrovarsi”, ma sappiamo già fin d’ora che non sarà la stessa cosa. Che niente sarà più, bello ed entusiasmante, come prima.
Gustavo Rol, cui in grande amicizia Fellini ricorreva per dare corpo al versante onirico di certe sue storie, portatore di quell’atmosfera “del mistero e dell’ignoto, dell’inspiegabile e del bizzarro” che serpeggia tra tanto cinema. A scegliere, sono 12 titoli da inquadrare ancora meglio nei giorni prossimi, tra il danese “Breeder” di Jens Dahl, il sudafricano “ Fried Barry” firmato da Ryan Kruger, il russo “Mom, I befriended Ghosts” di Sasha Voronov e “The oak room” del canadese Cody Calahan.
Nel panorama complessivo 133 film (su un totale di 4000 opere visionate), suddivisi in lungo medio e cortometraggi, opere prime e anteprime mondiali e internazionali, 4 anteprime europee e 40 italiane. Dodici i film in concorso, Romania, Brasile, Francia, Stati Uniti, Nigeria, Austria, Belgio e Korea tra i paesi partecipanti, unico titolo italiano “Regina” di Alessandro Grande, la storia di una quindicenne orfana di madre, il cui sogno è diventare una cantante. L’unico a credere nel suo talento e ad offrirle ogni aiuto è il padre, che ben la comprende dal momento che lui stesso ha dovuto rinunciare alla propria carriera musicale pur di restare accanto alla figlia. Un legame fortissimo fino al giorno in cui un evento imprevedibile cambierà le loro vite. Da tener d’occhio, produzione Messico-Spagna, “Sin senas particulares” di Fernanda Valadez, una madre alla ricerca del proprio figlio che da mesi ha abbandonato il Messico per cercare un altro avvenire al di là della frontiera con gli Stati Uniti.