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Da oggi al 20 settembre Vanchiglia si trasforma nel “Paese dei Balocchi”

Cinque giorni di arte, spettacolo, gioco e partecipazione per un festival urbano, diffuso e aperto a tutti e tutte nel cuore della città.

Dal 16 al 20 settembre 2026 torna a Torino il Festival delle Arti Popolari, la manifestazione urbana ideata e realizzata da Casa Fools che porta l’arte fuori dai luoghi convenzionali e la restituisce alla città, alle strade e alle persone.

Giunto alla quarta edizione, il Festival si espande nel quartiere Vanchiglia con cinque giorni di programmazione multidisciplinare e gratuita, coinvolgendo strade, piazze, spazi pubblici e privati, attività commerciali, associazioni, artisti e abitanti del quartiere.

Performance, concerti, spettacoli, esibizioni, laboratori e attività partecipative per grandi e piccoli daranno vita a un grande palcoscenico urbano a cielo aperto.

 

Il tema dell’edizione 2026 è “Il Paese dei Balocchi”, un’immagine ispirata al celebre racconto di Carlo Collodi in occasione del Bicentenario dalla nascita e trasformata dal Festival in una domanda sul presente: che spazio hanno il gioco, le relazioni, la festa e il tempo libero nella nostra vita e nella nostra città?

Nel Pinocchio di Collodi, il Paese dei Balocchi è il luogo in cui tutto sembra possibile: niente scuola, niente doveri, niente lavoro, solo gioco e divertimento. Una promessa di libertà assoluta che, però, rivela presto il suo lato ambiguo perchéquando ci si abbandona completamente al divertimento, si rischia paradossalmente di perdere la propria libertà.

 

Il Festival prende in prestito questa contraddizione per costruire una riflessione diversa e più contemporanea. In una società sospesa tra l’ossessione per la produttività e il consumo compulsivo del tempo libero, il Paese dei Balocchi diventa uno spazio da reinventare, non un luogo di evasione o di consumo, ma un luogo di incontro, immaginazione e partecipazione.

 

 

È un invito a ripensare lo spazio pubblico come luogo di relazione in cui strade e piazze non sono soltanto luoghi di passaggio, ma possono diventare spazi di meraviglia, creatività e condivisione, capaci di generare nuove forme di incontro attraverso l’arte. Per cinque giorni Vanchiglia sarà quindi attraversata da una programmazione che trasforma il quartiere in un territorio da esplorare e vivere in modo nuovo, facendo sì che l’arte esca dai suoi contenitori abituali e incontri le persone direttamente nei luoghi della quotidianità.

 

Al centro della manifestazione c’è anche la rivendicazione del diritto alla festa come esperienza collettiva e momento di libertà, relazione e partecipazione. La festa popolare non è semplice evasione dalla realtà: è un’occasione in cui una comunità si ritrova, si riconosce e si racconta. Per questo il Festival non propone un pubblico di semplici spettatori o consumatori di eventi, ma una comunità chiamata a essere parte attiva del gioco e protagonista dello spazio condiviso.

 

La dimensione partecipativa è quindi uno degli elementi fondanti del Festival delle Arti Popolari visto che la manifestazione nasce proprio dal coinvolgimento diretto di commercianti, artigiani, associazioni, artisti e realtà culturali cittadine, con l’obiettivo di mettere in rete le energie del territorio e costruire insieme un momento di festa e di cultura.

Il quartiere diventa così non soltanto lo scenario del Festival, ma parte integrante del progetto che collabora, accoglie e contribuisce alla trasformazione temporanea degli spazi quotidiani in luoghi di arte e bellezza.

Il programma coinvolgerà artisti, attori e attrici, circensi, acrobati, musicisti e ballerini, chiamati a portare in strada performance poetiche, spettacolari e sorprendenti. A queste si affiancheranno concerti, attività laboratoriali e occasioni di partecipazione pensate per coinvolgere persone di tutte le età.

Con il Paese dei Balocchi, il Festival delle Arti Popolari si trasforma in una festa contemporanea e inclusiva: un luogo dove giocare, incontrarsi, creare e immaginare insieme. Un grande spazio urbano nel quale l’arte torna a essere esperienza condivisa e la cultura diventa uno strumento concreto per rafforzare il senso di comunità.

 

Il Festival naturalmente sarà anche l’occasione per presentare “Chiaroscuro”, la nuova stagioneteatrale 2026/2027 di Casa Fools che propone un’offerta culturale multidisciplinare, pensata per valorizzare il territorio, aprendolo a produzioni nazionali e internazionali di qualità in cui lo spettatore viene messo al centro. In questo modo si favorisce la partecipazione attiva della cittadinanza e il dialogo tra artisti e pubblico, rafforzandola dimensione internazionale attraverso coproduzioni, scambi e collaborazioni con realtà europee, a partire da Itiner’Arts (Nîmes, FR).

Inoltre, viene sostenuta la produzione artistica emergente under 35, privilegiando percorsi di ricerca originali e di largo respiro, consolidando le reti territoriali e la cooperazione tra operatori chegenerano occasioni di scambio e sostegno reciproco.L’obiettivo è valorizzare la nuova drammaturgia contemporanea europea e creare opportunità di networking e sviluppo professionale per le giovani generazioni, dando vita a uno spazio in cui la ricerca artistica possa indagare il tempo presente, le sue complessità, contraddizioni e ambiguità attraverso i linguaggi performativi contemporanei.

In questo senso, il titolo Chiaroscuro assume luce e ombra come metafora di un presente in cui certezze, confini e narrazioni diventano sempre più instabili e invita così a guardare oltre la superficie, offrendo non risposte precostituite, ma strumenti per interpretare la complessità del presente.

Si parte il 9 ottobre con “A volo d’angelocon Michelangelo Canzi, vincitore del “FringeMiFestival” Milano 2025, lo spettacolo narra della guerra nei Balcani come specchio della guerra dei nostri giorni. Crazy Bosnian guy è una guida turistica e ci accompagna per le strade della sua città, Mostar, nel sud della Bosnia Erzegovina. È un personaggio loquace, sopra le righe: il suo soprannome, se l’è guadagnato sul campo. Mentre il tour procede, veniamo risucchiati nel turbine dei ricordi. Crazy Bosnian guy negli anni Novanta era un ventenne: la guerra nei Balcani è viva nella sua memoria. Ci parla della ricchezza della Jugoslavia di Tito, del crollo della confederazione, dell’avvento di governi instabili, del sentimento jugonostalgico. E della situazione attuale, definita dagli stessi abitanti ‘una polveriera pronta ad esplodere’.

 

 

L’intera stagione è consultabile al link:

https://www.casafools.it/stagione/

 

 

PROGRAMMA FESTIVAL DELLE ARTI POPOLARI

 

MERCOLEDÌ 16 SETTEMBRE

 

Kontiki, via Cigliano 7 Ingresso libero con tessera ARCI.
Prenotazione tramite form per il concerto Musica per tuttə.

Ore 19,00 —Concerto “Musiche per TuttƏcon SmartOpera

Con Simone De Matteis e Francesco Costamagna, viole dell’Ensemble Belliners.

Un concerto inclusivo di musica classica, pensato in forma informale e accessibile e rivolto a tutti, anche a chi partecipa raramente alla programmazione tradizionale per ragioni anagrafiche, economiche o legate a condizioni di fragilità e disabilità. La sala sarà suddivisa in quattro zone, dedicate a diverse modalità di ascolto: ogni spettatore potrà scegliere liberamente come vivere il concerto. Saranno inoltre disponibili palloncini per percepire le vibrazioni e vivere l’esperienza sonora anche attraverso il tatto.

Ore 20;30 — Premiazione del concorso letterario

Presentazione del concorso e della giuria, premiazione e lettura dei racconti vincitori delle categorie Over 18 e Under 18. Le letture saranno accompagnate dalla musica di Lostintheloop. È prevista la sottotitolazione.

Ore 21,30 — Lostintheloop

Progetto solista del musicista torinese Andrea Denanni: musica costruita in tempo reale attraverso chitarra, percussioni, synth ed elettronica, in un flusso sonoro continuo che attraversa sonorità afro-funk, dub, ambient e world electronic, oltre i confini dei generi musicali. Le modalità di fruizione libera e inclusiva proposte per Musica per tuttə saranno mantenute per tutta la serata.

GIOVEDÌ 17 SETTEMBRE

 

Casa Fools, via Bava 39 – Ingresso libero con tessera ARCI.
Prenotazione tramite form.

Ore 19,00 — Apertura porte e aperitivo

Ore 20,00 — TALK: Tempo libero, spazio comune: come si costruisce uno spazio pubblico e uno spazio di festa che sia davvero di tuttə? Modera Roberta Calia. Con Benedetta La Penna, divulgatrice e attivista transfemminista impegnata sui temi del femminismo, delle pari opportunità e della comunicazione inclusiva.

Anna Maria Bava, attivista culturale, storica figura di riferimento del circolo ARCI torinese Magazzino sul Po e vicepresidente di ARCI Torino.

Disability Pride.

Chi ha diritto a divertirsi? E soprattutto: chi ha diritto a farlo in sicurezza, senza dover negoziare ogni volta la propria presenza in uno spazio pubblico o notturno?

Il talk indaga il tempo libero e lo spazio condiviso come terreni ancora tutt’altro che neutri, attraversati da barriere fisiche, sociali e culturali che possono escludere corpi, identità e desideri non conformi alla norma.

Attraverso sguardi ed esperienze differenti, il talk mette a confronto pratiche concrete di rivendicazione e trasformazione degli spazi: dalla lotta contro la violenza di genere negli spazi pubblici all’accessibilità come diritto, fino alla costruzione di luoghi della notte pensati per essere sicuri e inclusivi.

Una domanda attraversa il dialogo: come possiamo costruire concretamente uno spazio pubblico — e uno spazio di festa — che sia davvero di tuttə?

È prevista la sottotitolazione. Sarà inoltre disponibile un numero WhatsApp dedicato per raccogliere le domande del pubblico.

 

Ore 21,30 — Di Palo in Frasca – Spettacolo di Stand-up comedy con Corinna Grandi

È uno spettacolo di stand-up, è un monologo, è una donna che parla liberamente e senza censure o peli sulla lingua di tutto. Tutto!

Una chiacchiera aperta con il pubblico che unisce improvvisazione, grandi traumi, fastidiosi tabù, antichi cliché, gatti con difficoltà motorie e tutto quello di cui si può parlare nel difficile compito — che peraltro nessuno le ha chiesto — di dire cose anche scomode, ma che è arrivato il momento di dire. Con estrema grazia.

Perché in un’epoca di politicamente corretto essere una brutta persona è un mestiere difficile, ma qualcuno deve pur farlo.

Uno spettacolo che fa ridere, sì, ma anche riflettere. Perché ridere di ciò che è scomodo è liberatorio. È prevista la sottotitolazione.

 

SABATO 19 SETTEMBRE

 

Vanchiglia · Casa Fools

Ore 10, 00 — Ninna Mamma Oh

Laboratorio musicale adultə-bimbə 9–36 mesi. Casa Fools. A cura di Diletta Semboloni

Un laboratorio musicale di danze, canti e giochi da fare insieme in uno spazio sicuro e giocoso. Bimbə sperimentano la musica e gli strumenti musicali e, insieme ai genitori, apprendono alcune attività da rifare a casa.

Prenotazione tramite form. Ingresso gratuito con tessera ARCI.

Ore 10,30 — Passeggiata Culturale in Vanchiglia

Partenza e arrivo: Casa Fools
A cura di Solo Cose Belle APS

Una passeggiata culturale nel quartiere Vanchiglia per valorizzare le realtà culturali, sociali e ambientali che contribuiscono alla sua trasformazione.

Il percorso attraversa luoghi significativi del quartiere, creando un’occasione di incontro tra comunità locali, artisti e realtà associative e invitando a utilizzare in modo diverso e antiutilitaristico il tempo e lo spazio pubblico.

Partecipazione gratuita su prenotazione.

È disponibile il servizio di interpretariato LIS.

 

Ore 11,00 — Fiabe e Balocchi come una volta

Laboratorio adultə-bimbə 3–6 anni. Casa Fools.
A cura di Cristina Griffa e Roberta Calia / Casa Fools

Una fiaba animata e un laboratorio creativo per ritrovare il piacere nelle cose semplici. Giochiamo come una volta con materiali di recupero, stoffa, lana, colla e colori per creare un balocco unico. Non serve portare niente, se non la voglia di giocare e un po’ di creatività.

Prenotazione tramite form. Ingresso gratuito con tessera ARCI.

 

Ore 15,00 — Caccia al Tesoro

Partenza e arrivo: Casa Fools · 3h30
A cura del Collettivo Fools4Fools

Il Paese dei Balocchi sta scomparendo: poco alla volta la società ci sta facendo dimenticare come si gioca. Per il quartiere sono sparsi indizi e prove da superare. Per riaprire le porte del Paese dei Balocchi bisognerà dimostrare di saper ancora giocare come bambini, senza però trasformarsi in asini.

Partecipazione gratuita con tessera ARCI. Prenotazione tramite form.

 

Ore 16,30 — Passeggiata Culturale in Vanchiglia

Partenza e arrivo: Casa Fools · 2h30
A cura di Solo Cose Belle APS

Secondo appuntamento della giornata con la passeggiata culturale alla scoperta delle realtà culturali, sociali e ambientali di Vanchiglia.

Partecipazione gratuita su prenotazione. Massimo 30 partecipanti.

 

Ore 19,30 — Aperitivo con concerto di Suma Fòlkestra

Casa Fools. Musica e canto.

A cura di Giovanni Stracuzzi e Annaviola Viaggi.

Ingresso gratuito con tessera ARCI.

È prevista la sottotitolazione della presentazione.

 

DOMENICA 20 SETTEMBRE

 

Via Bava e Casa Fools

Una giornata di spettacoli, musica, danza, laboratori, giochi e attività partecipate.

In Via Bava sarà presente uno spazio calmo e area relax. Nel teatro di Casa Fools sarà disponibile un ulteriore spazio in cui rilassarsi, sostare, chiacchierare o partecipare all’opera collettiva.

Sarà inoltre prevista un’area dedicata alle persone con ridotta mobilità in prossimità del palco.

Per tutto il giorno in Via Bava:

 

Giochi in Legno
Biliardini

 

IMMAGINA SE…

Mostra collettiva · Arte visiva · Fruizione libera
Casa Fools e Via Bava
A cura di Sinapsi APS

L’arte può rappresentare un mondo possibile in cui ciò che ancora non c’è prende forma: un altrove in cui le regole della realtà possono essere messe in discussione e nuove possibilità possono essere immaginate.

La mostra raccoglie opere e linguaggi diversi che invitano il pubblico ad attraversare questi mondi. Immagini, forme, materiali e visioni raccontano ciò che esiste, ma soprattutto ciò che potrebbe esistere.

Le opere diventano occasioni per rallentare, osservare, immaginare e sostare. La mostra invita a entrare in uno spazio del “come se”, un territorio in cui le cose possono essere trasformate, reinterpretate e immaginate diversamente.

Il pubblico non è invitato soltanto a osservare, ma a considerarsi parte di uno spazio comune, lasciando spazio alla partecipazione, alla curiosità e alla costruzione condivisa di nuovi immaginari.

 

Attività per Famiglie

Ore 10,30 — Micro Circo

Via Bava. Bimbə 3–6 anni
A cura di Circo Madera

Uno spazio creativo e divertente dove bimbi e bimbe scoprono le discipline circensi attraverso il gioco.

 

11:00 — Disegno Creativo per Bambini

Workshop di manualità. Via Bava.
A cura di Ambra Della Pepa / Spazio Costanza

Un laboratorio per liberare la creatività. Si sperimenterà con acquerelli, cannucce, matite colorate, pastelli a cera e pennarelli, giocando con forme, texture e ombre. Età minima: 8 anni.

 

Ore 11,30 — Dentro la Fantasia

Via Bava. Bimbə 5–10 anni
A cura di Casa Fools

Un percorso di giochi teatrali per esplorare insieme il corpo, la voce e l’immaginazione. Il teatro come spazio di libertà di espressione.

 

Ore 12,00 — Serigrafia su Carta

Workshop di manualità. Via Bava. Con Lucia di Babel

 

Ore 12,30 — Micro Circo

Via Bava. Bimbə 3–6 anni
A cura di Circo Madera

 

 

Ore 14,00 — Linocut

Workshop di manualità. Via Bava. Con Lilia

 

Ore 14,30 — Horror Puppets Show

Via Bava. Teatro di figura. Fruizione libera
A cura di El Bechin, artista di strada e clown

Storie macabre ma esilaranti prendono vita attraverso scheletrici pupazzi d’oltretomba. È prevista l’audiodescrizione dal vivo.

 

Ore 15,00 — Calligrafia con Brushpen

Workshop di manualità · Via Bava con Cristina

 

Ore 15,00 –19,00 — Il Paese dei Balocchi

Opera partecipata · Teatro di Casa Fools · Arte visiva · Fruizione libera
A cura di Sara Pezzotta

Un’azione di arteterapia partecipata che trasforma lo spazio in un luogo di incontro, gioco e costruzione collettiva.

Persone di tutte le età saranno invitate a contribuire alla realizzazione di un grande collage condiviso, composto da immagini, parole e materiali di recupero.

Partendo dal tema del Paese dei Balocchi, l’opera prenderà forma come una cartografia immaginaria di una città in cui il tempo libero è vissuto come tempo di relazione, creatività e partecipazione.

Ogni partecipante potrà lasciare una traccia personale, contribuendo alla costruzione di un paesaggio simbolico e di una visione collettiva dello spazio urbano.

 

Ore 15,30 — Capoeira

Performance e laboratorio partecipato in Via Bava – Danza e musica. Fruizione libera.

A cura di Coquinho Baiano Torino

La capoeira arriva in strada con un’attività aperta al pubblico che unisce storia, musica, movimento e gioco.

L’incontro partirà dalle origini della capoeira in Brasile e dal suo legame con la resistenza, la lotta e la ricerca della libertà, per entrare poi nella sua dimensione musicale attraverso ritmi, strumenti e canti.

Dopo una dimostrazione, il pubblico potrà sperimentare alcune tecniche e movimenti di base e avvicinarsi al jogo, il gioco della capoeira.

 

Ore 16,00 — Serigrafia su Tessuto

Workshop di manualità · Via Bava Con Sara

 

Ore 16,00–21,00 — Incursioni in Strada

Via Bava · Circo – con Lara Quaglia, trampoli, ed El Bechin, giocoleria.

 

Ore 16,30 — Into

Performance di danza afro contemporanea in via Bava. Fruizione libera.

Into” è un progetto nato a Torino per promuovere la cultura e le arti afro-diasporiche, valorizzandone le origini e la continua evoluzione attraverso la danza. La performance propone un viaggio attraverso alcuni dei principali linguaggi della danza afro contemporanea: Ndombolo, Coupé-Décalé, Azonto, Afrohouse e Afro New Style. Le due anime del progetto sono Fufu Gang, dedicata alle street dance africane contemporanee, e Tobina, spazio dedicato al Ndombolo e alla valorizzazione della cultura congolese. Al termine della performance, il pubblico sarà coinvolto in un breve momento partecipativo.

 

Ore 18,00 — Ricettario – Lato B

Via Bava. Teatro. Fruizione libera
di Chiara Vallini. A cura di Play with Food.

Uno spettacolo immersivo per uno spettatore alla volta, della durata di circa 5 minuti.

 

Ore 17,00 — Ricamo

Workshop di manualità in Via Bava con Olga Sosnovskaya

 

Ore 17,30 — Rockabilly

Performance + laboratorio in Via Bava. Danza. Fruizione libera
A cura di Rockin’ Turin

 

Ore 19,00 — Andrea Lorenzon e i Cartoni Morti

Via Bava. Talk. Fruizione libera

 

Ore 20,00 — Concerto

Via Bava. Musica. Fruizione libera

Ore 20,00–21,00 Cucina Sonora

Ore 21,15–22,30 Funky Club Orchestra

 

 

VIDEO DELL’EDIZIONE 2025

 

FOTO EDIZIONE 2025

Quando la radio si fece piccola e portatile

Nell’agosto del 1955, venne commercializzata la piccola, mitica, radio portatile TR-55, interamente a transistor. Era una rivoluzione che avrebbe cambiato il mondo della radio e il costume. Sfortunatamente il TR-55 fu prodotto in piccola quantità e solo per il mercato interno

 

Non ho idea se vi è capitato di vedere “1941 – Allarme a Hollywood”, un film del 1979, diretto da Steven Spielberg  e interpretato, tra gli altri,  da John Belushi e  Dan Aykroyd.  Un bel film comico, che a suo modo narra la follia della guerra e, volutamente, mette in ridicolo l’esercito americano e prende di mira i valori della società a stelle e strisce. A dire il vero la comicità del film non è venne apprezzata dal pubblico statunitense, senza dimenticare che la ferita per la sconfitta in Vietnam ( appena quattro anni prima)  era ancora fresca e il pubblico sentiva il bisogno di vedere i propri valori esaltati e non sbeffeggiati. Fatto sta che la trama si svolge sei giorni dopo l’attacco di Pearl Harbor (7 dicembre 1941), con la California in preda dell’isteria, perché teme di essere la prossima vittima dei giapponesi. Un sommergibile nipponico, al largo delle coste statunitensi, ha come obiettivo colpire il simbolo dell’America: Hollywood. Ma quando la bussola e parte dei macchinari si rompe, i giapponesi devono catturare un americano per farsi dire l’esatta direzione per Hollywood. Così, rapiscono un certo Hollis P. Wood. Cosa accadrà, tra scene grottesche, le esilaranti gag di John Belushi ( il capitano Wild Bill Kelso) e la “missione” impossibile del sommergibile, non lo svelerò perché il film è da vedere. Una scena però è utile ad introdurre ciò che accadde sessantaquattro fa, il 7 di agosto del 1955. Ed è quella del tentativo,da parte dei marinai del Sol Levante, di far entrare nella torretta dello scafo la grande radio che il signor Wood portava con se. Non riuscendo nell’impresa, uno dice, sconsolato: “ricordiamoci di farle più piccole”. Così, film a parte, nel 1955, i fondatori della giapponese Sony,  Masaru Ibuka e Akio Morita,s’impegnarono a costruire una radio utilizzando un transistor, un nuovo straordinario dispositivo semiconduttore di proprietà dell’azienda americana Western Electrics. Ibuka e Morita si recarono più volte negli Stati Uniti, ma l’ambizioso progetto dei due non riuscì a persuadere i vertici della Western Electrics, piuttosto scettici. Nel libro che ha scritto, “ Made In Japan”, Morita affermò: “I responsabili di Western Electrics mi dissero che se avessimo utilizzato un transistor in un prodotto di consumo, l’unico dispositivo che avremmo potuto realizzare sarebbe stato un apparecchio acustico“.Malgrado i pareri degli esperti, i due giapponesi – determinati e testardi – non si lasciarono scoraggiare e continuarono a perseguire il proprio obiettivo. Così, dopo ricerche, sperimentazioni e analisi, con l’aiuto del fisico Leo Esaki e di un grande team di ingegneri, i due fondatori della Sony coronarono il loro sogno, riducendo sensibilmente le dimensioni del transistor e creando una radio che, nelle parole di Morita, “era più che portatile: era tascabile”. Così, nell’agosto del 1955, venne commercializzata la piccola, mitica, radio portatile TR-55, interamente a transistor. Era una rivoluzione che avrebbe cambiato il mondo della radio e il costume. Sfortunatamente il TR-55 fu prodotto in piccola quantità e solo per il mercato interno, tant’è che risulta oggi praticamente introvabile.  In Europa arrivò poco dopo il modello TR-63 a batteria da 9V dal costo di circa quaranta dollari. La  prima, piccola radio a transistor, da quel giorno ci accompagnò con notizie e musica. Con la certezza che, dalla torretta alla pancia del sommergibile, la TR-55 sarebbe scivolata dolcemente in giù, senza opporre resistenza.

 

Marco Travaglini

“La tua bici però non l’ho toccata…”

Anche tra i monti e le valli più a nord del Piemonte il vento della contestazione scosse il partito comunista sul finire degli anni sessanta

 

Non si trattava solo dell’eco del movimento studentesco  e della percezione, quasi palpabile, del montante malessere operaio che sarebbe poi esploso nell’autunno caldo. A scuotere le fronde del partito che Luigi Longo aveva ereditato da Togliatti era un certo venticello di dissenso che già si era manifestato con alcune battaglie per la democrazia interna al partito e una diversa idea  sul “modello di sviluppo“, mosso da un gruppo di compagni più a sinistra,  vicini a Pietro Ingrao, in contrapposizione alla componente più “moderata” del partito, capeggiata da Giorgio Amendola. Da poco era uscita una rivista mensile, diretta da Lucio Magri e da Rossana Rossanda: “Il Manifesto”. Il contrasto con la linea del partito diventò piuttosto forte, al punto che il PCI ne chiese la sospensione delle pubblicazioni. Ma ormai il treno de Il Manifesto era in piena corsa e non poteva più essere fermato. Così, durante una drammatica riunione  del Comitato Centrale, in una fredda giornata di fine di novembre del 1969 , il gruppo dirigente comunista deliberò la radiazione per Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli con l’accusa di “frazionismo“. Nei confronti di Lucio Magri venne adottato solo un provvedimento amministrativo mentre a Massimo Caprara (che dal 1944 e per vent’anni era stato il segretario personale di Togliatti), Valentino Parlato e Luciana Castellina non venne  rinnovata la tessera. Ciò che si muoveva dentro e attorno al giornale, che diventò successivamente un “quotidiano comunista”, si trasformò in breve in formazione politica autonoma alla sinistra del PCI. Anche in Val d’Ossola la battaglia politica generò scontri molto duri, dividendo e mettendo gli uni contro gli altri compagni e amici da lunga data. Per i due fratelli Bentinelli di Villadossola si trattò di un vero dramma famigliare. Da una parte Libero, il maggiore tra i due, militante severo e indisponibile a critiche e compromessi, e dall’altra Nandino, un pò più giovane, testardo come un mulo e “scaldatissimo” nel sostenere le ragioni del dissenso. Tanto tuonò che piovve e così anche il più giovane dei Bentinelli si trovò espulso da quella che era la sua seconda famiglia. I due fratelli arrivarono al punto d’ignorarsi e se proprio capitava che si trovassero uno di fronte all’altro, facevano finta di non conoscersi. Per alcuni mesi andarono avanti così, ignorandosi e tenendosi il broncio.Libero continuava a frequentare le riunioni della sezione del Pci, alla Lucciola.Nandino, a parte qualche serata con due o tre compagni di Domodossola e Varzo che condividevano le stesse idee, usciva raramente da casa. Con il tempo però la nostalgia per quelle discussioni che infiammavano le serate tra le quattro mura della sede per poi trasferirsi alla Casa del Popolo o al bar “Monte Rosa” si fece sentire. A Libero rodeva l’anima pensare ai suoi ormai ex-compagni che si riunivano anche due volte alla settimana, mentre lui era lì, solo con il suo orgoglio che non gli consentiva di recedere dalle posizioni che aveva preso anche se non era poi del tutto convinto di aver fatto la scelta giusta. Il dubbio s’insinuava e l’umore ne risentiva. Ogni giorno che passava Nandino s’adombrava sempre più, assumendo l’atteggiamento scontroso di chi aveva, come s’usava dire, “le balle girate” e questo lo rendeva quasi irriconoscibile anche agli occhi di chi gli era più vicino .Libero, interpellato da sua cognata sulla possibilità del rientro del fratello nelle file del partito, rispose che la cosa era fattibile ma che occorreva da parte di Nandino una “bella autocritica”, per dare ragione dell’errore fatto e del conseguente ravvedimento.Il fratello però non ne voleva sapere di cospargersi il capo di cenere. “Piuttosto che ammettere l’errore vado da Don Gaspare ad offrirmi come sacrestano”,diceva rosso in volto, alzando il tono della voce. E l’esempio, per un mangiacristiani come lui, doveva bastare a tacitare ogni supplica di ravvedimento. Ma ben presto la nostalgia si trasformò in invidia e quel tarlo si mise a lavorare nella sua testa finché decise che era giunto il momento di agire.Una sera di metà luglio, armato di cacciavite, s’avvicinò allo stabile della Lucciola senza farsi notare. Nel caseggiato che ospitava il magazzino delle attrezzature della Festa de L’Unità e al piano superiore la sezione del Pci, era in corso la riunione settimanale. Nello spiazzo erano posteggiate sette o otto auto, un paio di Vespe e la bicicletta di Libero. Nandino, avvelenato da un misto d’invidia e rancore per il fatto che “quelli” si riunivano mentre a lui toccava rimaner fuori, decise di bucar loro  tutte le gomme. L’aria della sera era ancora calda e le finestre della sezione aperte. Renato, affacciatosi per fumare una sigaretta, udì degli strani fischi provenire dal basso. Si sporse un po’ di più e, intravvedendo un’ombra aggirarsi tra le auto, avvertì gli altri. “C’è qualcosa che non va di sotto. Ho sentito dei rumori strani e mi è parso di vedere qualcuno”, disse allarmato. Scesero rapidamente le scale e lo spettacolo che si presentò agli occhi dei militanti del Pci lasciò tutti senza parole: le auto avevano le gomme a terra, bucate dal cacciavite. E così anche le Vespe. Nandino, colto alla sprovvista, si era nascosto nella siepe ma venne scovato quasi subito. Condotto sotto il porticato, finì con il trovarsi proprio davanti al fratello e non trovando niente di meglio da dire per giustificarsi gli sussurrò con voce affranta “A te la bici però non l’ho neanche toccata”. Una bugia che mostrò subito d’avere le gambe corte poiché la vecchia Atala di Libero aveva subito la stessa sorte, con entrambe le gomme sgonfie, tristemente afflosciate. Solo l’autorevolezza del fratello maggiore impedì a Nandino di buscarsi un sacco di legnate. E la spiegazione che accompagnò il risarcimento dei danni, placò gli animi. In fondo l’invidia di Nandino, figlia dell’orgoglio e della sua testa dura, era frutto di un disperato bisogno di stare con gli altri, con i suoi compagni di sempre e non trovando il modo giusto per tornare sui suoi passi senza rimetterci la faccia,aveva pensato di “punirli” con quella bravata. La storia finì con il ritorno del “figliol prodigo” per il quale non venne sacrificato il vitello più grasso ma assegnato il compito gravoso di fare i turni di vigilanza notturna all’imminente Festa de L’Unità. Così avrebbe avuto modo di pensare a ciò che aveva fatto e, già che c’era, far buona guardia affinchè nessuno – a mani nude o con qualche cacciavite-  potesse aveve la tentazione di giocare qualche brutto scherzo.

Marco Travaglini

Rigenerare la città: a Mirafiori un festival per riscoprire il paesaggio fluviale

Come cambia un territorio quando una città impara a guardare ciò che la attraversa? Dal 20 al 27 settembre Mirafiori ospita la prima edizione del Festival del Paesaggio Fluviale, un nuovo appuntamento internazionale che porta lungo il Sangone artiste e artisti, ricercatrici e ricercatori, attiviste e attivisti, e tutta la cittadinanza, per interrogarsi, attraverso l’arte contemporanea e la ricerca, su come cambiano i territori in relazione ai loro corsi d’acqua e sul modo in cui possiamo prendercene cura.

Laboratori, passeggiate, installazioni, performance, attività per famiglie, incontri pubblici e momenti di ricerca condivisa costruiscono un programma diffuso che trasforma il paesaggio fluviale in uno spazio aperto di sperimentazione. Tra gli ospiti figurano l’artista portoghese Maja Escher, il collettivo berlinese Perperúna Ensemble, ricercatrici e ricercatori provenienti da università e centri di ricerca europei.

Il Festival nasce nell’ambito del progetto europeo Horizon Europe ClimaGen – Climate, Imagination, Engagement, che si propone di trasformare quartieri urbani vulnerabili in luoghi rigenerati, resilienti e a basse emissioni. In questa prospettiva il Sangone diventa molto più di un corso d’acqua: è un’infrastruttura ecologica, culturale e sociale, un luogo dove sperimentare nuove alleanze tra istituzioni, comunità, ricerca e pratiche artistiche.

“Prendersi cura di una città significa anche imparare a guardare i suoi fiumi in modo diverso. Il Sangone è un patrimonio naturale spesso poco conosciuto, ma capace di raccontare la storia di Mirafiori e di indicare nuove prospettive per il suo futuro. Questo Festival invita a vivere il paesaggio come un bene comune e dimostra come la cultura possa contribuire concretamente alla cura del territorio, mettendo in relazione persone, luoghi e conoscenze. I fiumi sono risorse preziosissime per i contesti urbani, ma anche ecosistemi fragili, che richiedono attenzione, tutela e strategie capaci di preservarne l’equilibrio nel tempo, come ci insegna l’estate che stiamo vivendo”, dichiara l’assessore al Verde e ai Fiumi, Francesco Tresso.

Il Festival prende forma a Mirafiori sud, quartiere simbolo della storia industriale italiana che negli ultimi anni è diventato un importante laboratorio di rigenerazione urbana, ambientale e culturale della città. Il Sangone, Orti Generali, il Mausoleo della Bela Rosin, il Rifugio Antiaereo e il sistema di parchi e aree verdi compongono un paesaggio ricco di relazioni e di storie che il Festival sceglie di mettere al centro, contribuendo a costruire una nuova narrazione del quartiere, in continuità con esperienze recenti come l’opera IDOLO di Mike Nelson.

“La transizione ecologica riguarda anche il modo in cui immaginiamo il rapporto tra persone e ambiente. Per questo iniziative come “Il fiume che ci attraversa” sono preziose: mettono insieme arte, ricerca scientifica e partecipazione civica, creando nuove occasioni per comprendere gli ecosistemi urbani e costruire comunità più consapevoli. È lo stesso approccio che ispira ClimaGen, dove l’immaginazione diventa uno strumento concreto per affrontare il cambiamento climatico”, sottolinea Chiara Foglietta, assessora alla Transizione Ecologica, all’Innovazione e alle Politiche per l’Ambiente.

L’inaugurazione ufficiale è fissata per venerdì 25 settembre, con gli interventi delle curatrici e dei rappresentanti delle istituzioni seguiti da momenti performativi. Il Festival comincia prima, con le attività “Verso il Festival”, dal 20 settembre: il laboratorio “Alghe Acquatiche” con l’utilizzo di materiali di recupero, condotto dall’artista Stefano Fiorina, e un’escursione nel Parco Naturale Orsiera-Rocciavrè, dove nasce il Sangone.

Dal 22 al 25 settembre il programma si apre alla formazione, con due workshop dedicati a studentesse e studenti: uno sviluppato con il Politecnico di Torino e i corsi di laurea in Pianificazione Urbanistica e Territoriale e Architettura del Paesaggio, l’altro condotto dall’artista portoghese Maja Escher – tra le protagoniste di “Manifesta 15” e finalista dell’EDP Art Award – insieme agli studenti dell’Accademia Albertina. Escher lavorerà a •Pietra•Radice•Serpente•, un’installazione partecipativa che immagina il fiume come organismo vivente, capace di connettere corpi, memorie e comunità.

“Nel dare forma al festival, siamo partite da una prospettiva che guarda al fiume come spazio di relazione in cui dimensioni ecologiche, culturali, affettive e politiche si intrecciano. Da qui nasce una proposta che mette in dialogo pratiche artistiche, linguaggi ed esperienze differenti, riconoscendo la pluralità della partecipazione come condizione essenziale per la cura dei paesaggi d’acqua, rispecchiando la capacità del fiume di connettere persone, territori e narrazioni.” affermano le curatrici del Festival del Paesaggio Fluviale, Licia Soldavini, Caterina Selva e Lorenza Manfredi.

Il programma riunisce alcune delle voci più interessanti della ricerca artistica contemporanea: Ifor Duncan, dell’Università di Utrecht e del progetto “ERC EcoViolence”, insieme a Federico Broggini, Alberto Doretto, Marco Giardino, Elena Longhin, e a performer, illustratori, geografi e collettivi da tutta Europa, tra cui Perperúna Ensemble di Berlino.

Tra gli appuntamenti, “Swamp Jam” di Melma Crew, con sound design live di Isaias e Radio Banda Larga, traduce in performance dal vivo le relazioni invisibili dell’ecosistema del Sangone, tra microscopia e sound design. La conversazione “Alleanze più che umane” esplora il femminismo acquatico e le nuove ecologie politiche, che interpretano i corsi d’acqua come infrastrutture affettive e insieme archivi di conflitti e disuguaglianze. I “Dialoghi Inaspettati” rompono il formato del convegno per far incontrare cittadini, amministratori, artisti e ricercatori. E poi passeggiate geologiche, laboratori per famiglie e la proiezione del documentario “I ricordi del fiume” dei fratelli De Serio.

Il Festival del Paesaggio Fluviale “Il fiume che ci attraversa” è promosso dalla Fondazione della Comunità di Mirafiori, in collaborazione con Orti Generali e Città di Torino, nell’ambito del progetto europeo Horizon 2020 ClimaGen – Climate, Imagination, Engagement. È ideato e curato da Licia Soldavini, Caterina Selva e Lorenza Manfredi. Tutte le attività sono gratuite.

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La solastalgia, il disagio creato dai cambiamenti ambientali

Coniato dal filosofo Glenn Albrecht dell’universita’ di Newcastle in Australia, “solastalgia” e’ un neologismo che deriva dalla fusione di “solace” e “nostalgia”, che insieme creano  la nostalgia della conforto. È un termine che indica il senso di malessere che si genera quando l’ambiente circostante viene maltrattato, danneggiato e deturpato.  A dar vita a questa “patologia del luogo” sono fenomeni climatici estremi come tempeste e alluvioni, ma anche fuoriuscite di petrolio e altri disastri causati dall’uomo. Quando i territori a cui apparteniamo, quelli delle nostre radici, non sono piu’ riconoscibili ai nostri occhi e alla nostra memoria questo puo’ causare stress, ansia e malessere.

Ci si sente come se quei luoghi, che rappresentano la nostra identita’ ci fossero stati portati via, si crea un senso di smarrimento dovuto alla trasformazione della nostra casa, di quello spazio che ha la funzione di rifugio e di sicurezza sia fisica che psico-sociale. Albrecht comincio’ a parlare di solastalgiariferendosi alle vicende dell’ Upper Hunter Valley che vennemodificata, meglio dire stravolta, a causa delle  operazioni di estrazione mineraria  che avevano causato nei suoi abitanti importanti problemi di umore, rabbia e senso di frustrazione.


Gli interventi dell’uomo sull’ambiente naturale, sempre piu’spesso, hanno risvolti funesti non solo sul sistema ecologico, ma anche sugli esseri umani che lo vivono e che non lo riconoscono piu’ come loro habitat originario. Questo fenomeno nostalgico, sfortunatamente, non e’ piu’ ricollegabile unicamente a singoli eventi, ma  lo si puo’ trattare a livello globale a causa della massiccia attivita’ di antropizzazione che incede inarrestabile e di frequente in maniera irrispettosa. Quest’anno siamo rimasti tutti sorpresi dal caldo record e innaturalmente protratto al sud e dai violenti temporali al nord che hanno avuto il potere di distruggere paesaggi naturali e urbani; ognuno di noi guarda a questi fenomeni estremi con preoccupazione perche’ compromettono la possibilita’di previsione, di poter pianificare  molte attivita’, ma soprattutto creano la  sensazione di non essere al sicuro nel proprio ambiente.Si da’ origine cosi’ alla “ecoansia” che produce molti dubbi sul futuro, impedisce di progettare soprattutto ai giovani che gia’ da tempo hanno cominciano a ribellarsi. Diversi sono, infatti, gli interventi attivi di ragazzi, conosciuti e non, che alle conferenze dell’Onu o  alle manifestazioni in piazza con determinazionedenunciano lo sfruttamento del pianeta,  urlano la loro  paura per il futuro  chiedendo uno stop all’utilizzo indiscriminato e dannosodel nostro pianeta. Da una parte il progresso dall’altra la necessita’che questo sia sostenibile e riguardoso, generazioni a confronto sull’avvenire, ma di sicuro un malessere ecologico sempre piu’diffuso nel presente.

MARIA LA BARBERA

Ferragosto, quando a Torino si pranzava al sacco in riva al Po

Augusto l’ha inventato, noi lo festeggiamo.

In inverno è l’Epifania che “tutte le feste porta via”, in estate invece è il Ferragosto a farci assaporare il gusto malinconico di settembre.


Un giorno particolare, dunque, il 15 agosto, una giornata “confine” tra la spensieratezza delle vacanze e il solito nuovo inizio del “tran-tran” quotidiano, che ci aspetta impietoso, appena superata la metà del mese. Ferragosto va dunque festeggiato “come se non ci fosse un domani” di vacanza, con la felicità che si prova quando si rivedono gli amici dopo tanto tempo e con la consapevolezza del carpe diem” e quindivia veloci con i preparativi! Ed è proprio così – per fortuna- da questa bella giornata non si scampa.


Se penso ai miei ferragosti passati mi vengono in mente tanti bei momenti, alcuni immortalati da fotografie sfocate e mosse, altri -per fortuna- non documentati ma indelebilmente impressi nella memoria. Dunque il 15 agosto è una di quelle ricorrenze obbligate che di “obbligo” hanno ben poco e che da sempre vengono tenute in gran considerazione. L’abitudine di festeggiare e organizzare scampagnate fuoriporta nasce, in Italia, durante il ventennio fascista. A partire dagli anni Venti, infatti, il Regime organizzava, attraverso le associazioni dopolavoristiche delle varie corporazioni, tra i giorni 13 e 15 di agosto, moltissime gite popolari e proponeva offerte ferroviarie che permettevano anche ai meno abbienti di visitare diverse località della penisola. In particolare tra il 1931 e il 1939 vennero istituiti dei Treni popolari speciali, prevalentemente solo di terza classe, con prezzi fortemente scontati.

Esistevano le trasferte giornaliere, che si svolgevano nel raggio di 100 km e quelle di tre giorni, che invece arrivavano a coprire la distanza di 200 km; grazie ai “treni di ferragosto” molte famiglie italiane ebbero l’occasione di vedere il mare o la montagna per la prima volta, oppure poterono visitare alcune città d’arte. In tali uscite non era previsto il vitto, ecco dunque la nascita della tradizione del “pranzo al sacco”. Tempi lontani, quelli dell’ante-guerra, che troppo spesso vengono dimenticati e che altrettanto frequentemente non ci fanno pensare “di essere grati di essere nati nel lato del mondo che in fondo in fondo è perfetto”, per fare il verso ad una ormai datata canzone degli Articolo 31.
Ma la festa del Ferragosto ha origini assai più antiche.


Il termine deriva da “Feriae Augusti”, ossia il “riposo di Augusto”, una festività che si celebrava nell’antica Roma, istituita nel 18 a.C. proprio dallo stesso “princeps Augusto, perché, se il caldo lo soffrono i comuni mortali, figuratevi gli imperatori! Tale celebrazione si collegava alle già esistenti Vinalia Rustica” (festività in onore di Giove e Venere), ai Nemoralia” (tre giorni, durante le Idi di agosto, dedicati al culto di Diana) e ai ConsualiaLa ricorrenza non coincideva esattamente con il giorno 15 del mese, piuttosto le “Feriae Augusti” designavano la prima parte di agosto, periodo appunto dedicato a quell’otium che tanto piaceva ad Orazio e alle attività collegate alla tradizione dei Consualia, ossia le feste che si celebravano alla fine dei raccolti, in onore di Conso, protettore della terra e della fertilità.


In questo periodo in tutto l’Impero si organizzavano corse di cavalli e altri animali da tiro, come buoi, asini o muli, le bestie venivano quindi dispensate dal lavoro e agghindate con ghirlande e fiori. Proprio questa abitudine sopravvive ad esempio nel “Palio dell’Assunta”, che si svolge a Siena il 16 di Agosto, (Palio deriva da pallium, il drappo di stoffa pregiata, premio di chi vinceva la gara). Sempre in tale occasione i contadini porgevano i loro auguri ai proprietari terrieri, ottenendo in cambio una mancia. Le buone tradizioni si radicano velocemente, soprattutto se si tratta di guadagnarci qualcosa, e così in età rinascimentale tale usanza fu resa obbligatoria nello Stato Pontificio.  Ma se alcune abitudini vengono accettate e incorporate senza troppe discussioni, altri atteggiamenti “pagani” tanto ben inseritinegli usi e costumi, visto che non si possono proprio eliminare, vanno quantomeno camuffati.


Con l’avvento del monoteismo molte festività vennero appunto “cristianizzate”, e per salvare “capra e cavoli” alcuni nomi vennero sostituiti e sovrapposti, mentre le abitudini popolari rimasero tutto sommato le stesse. Si pensi ad esempio all’equinozio di primavera, il primo giorno in cui la natura si risveglia, momento dedicato ai concetti di fertilità, resurrezione e rinascita. Nel mondo ellenico, dopo l’equinozio si svolgevano le Adonie, celebrazioni per la resurrezione di Adone, splendido giovane amato da Afrodite e ucciso da un cinghiale, a causa della gelosia di Ares. Proprio Adone può essere assimilato alla divinità Assiro-Babilonese Tammuz, chiamato anche Adon (signore), il quale trascorreva sei mesi negli Inferi, nel periodo in cui il sole si trovava al di sotto dell’equatore e tornava poi in superficie nei sei mesi successivi, per ricongiungersi all’amata dea Ishtar. Una storia già sentita, vero?


E così, invece di invocare Adon, la prima domenica dopo la luna piena che segue l’equinozio si festeggia la Pasqua cristiana, e la rinascita della natura diventa la resurrezione di Gesù. Questo gioco di sovrapposizioni ideologiche e teologiche non ha fine e l’elenco delle festività pagane rivisitate in chiave cristiana è assai lungo.  Vi propongo ancora solo un altro esempio: il tanto atteso Natale. Anche i più miscredenti sanno che Gesù è nato il 25 dicembre, e se pensate che sia un giorno come un altro, ecco è che qui “casca l’asino”. In realtà nessuno conosce la data esatta della nascita di Cristo, è stato il Concilio di Trento (1542-1563) a decretare che tale evento si fosse verificato proprio il 25 dicembre, confermando una già millenaria tradizione che si era sostituita nel tempo agli antichi culti pagani. Guarda caso, secondo tali tradizioni, in quel particolare momento astronomico la Dea-Notte diede alla luce il Dio-Sole. È davvero questo il momento in cui le giornate iniziano ad allungarsi, giusto quattro giorni dopo il solstizio d’inverno, la notte più lunga dell’anno, va da sé che per tutti i culti solari questo sia un momento di estrema importanza. Possiamo anche far riferimento al culto di Horus, partorito da Iside o alla vicenda di Mitra, nato dalla vergine Anahita e non ci vuole poi molto ad arrivare al “nostro” Gesù, “Sole Divino”, nato dalla Vergine Maria.


Ma non è questo il luogo per dissertare sulla cristianizzazione del paganesimo, né per intrattenerci sulle corrispondenze tra i miti e le credenze religiose. Se dunque il 14 del mese ci accalchiamo tutti nei supermercati o intasiamo le linee telefoniche per prenotare al ristorante è “colpa” della Chiesa, che ha voluto far coincidere il Ferragosto con la festa di precetto dell’Assunzione di Maria.
Non so quanti siano quelli che hanno a mente l’obbligo di partecipare alla Messa, come è scritto nel Codice di diritto canonico (ca.1247), ma conosco davvero molta gente che si appella “all’obbligo di astenersi dai quei lavori che turbano la letizia del riposo e della mente”. Forse non era proprio questo il concetto, ma non è il caso di essere così puntigliosi in questo giorno di relax.


Ferragosto dunque è una festa antica, una di quelle buone abitudini che si sono mantenute e che sono sopravvissute ai tempi che cambiano. E forse sarebbe il caso di ricordarsi ancora qualcosina in più, come l’abitudine dei lavoratori lombardi e piemontesi, i quali, fino agli inizi del XX secolo, nei cantieri edili, verso la fine di luglio, fissavano un grande ramo d’albero sulla parte più alta del fabbricato in costruzione, detto “pianta del faravòst”, che serviva a ricordare all’impresario la tradizione della mancia.


A Torino, invece, fino alla metà del XX secolo, era usuale pranzare al sacco in riva al Po, proprio vicino alla Chiesa del Pilone, tale giornata prendeva il nome di “festa dle pignate a la Madona dél Pilòn” (“Festa delle pentole alla Madonna del Pilone”). Per quanto apprezzi l’idea del “pick-nick” in quell’area particolare di Torino che tanto mi piace e che sempre ricorderò con affetto, avendo abitato lì per moltissimo tempo, devo dire che mi ritengo assai fortunata per aver avuto la possibilità di festeggiare Ferragosto –fino ad ora almeno- al mare. Ricordo le feste in spiaggia, quando ero ancora studentessa e gli amici erano davvero tanti, c’era chi portava la chitarra, chi da mangiare, chi invece era “l’addetto al bar” e poi alla fine si cantava tutti a squarcia gola attorno ad un piccolo falò che gentilmente chi di dovere fingeva di non aver notato.


Ricordo il bagno di mezzanotte in quel mare che di notte doveva essere caldo e che ci faceva prendere il raffreddore tutte le volte. Ricordo il giorno successivo, tutti al bar con il mal di gola e gli occhiali da sole anche se c’era brutto tempo. Tempus fugit”, le estati passano, la scuola finisce, alcune strade si dividono, le norme sulla sicurezza si fanno più ferree e l’acqua del mare diventa davvero fredda. Nessuno lo vuole ammettere ma le abitudini cambiano, molte in effetti, eppure la voglia di divertirsi e stare insieme resta: alla spiaggia si sostituisce la pizzeria o il giardino per fare la grigliata, ma “l’addetto al bar” c’è sempre.

 

Alessia Cagnotto 

Sotto il Rocciamelone, il primo rifugio inclusivo

Il sostegno di Città metropolitana di Torino al progetto
Al Rifugio la Riposa si arriva percorrendo strade e sentieri fino ai 2185 metri di quota, sopra Mompantero, in Val di Susa ai piedi del Rocciamelone.
Un paesaggio mozzafiato, un angolo di pace e silenzio ben conosciuto agli escursionisti, che al rifugio trovano accoglienza in estate e incontrano qui persone con disabilità che usufruiscono di qualche giorno di vacanze al fresco.
Un vero progetto di inclusione sociale e lavorativa in un contesto alpino, voluto da Andrea Vezzoli, direttore esecutivo della Fondazione Un Passo Insieme di Val della Torre con la sua giovane equipe.
Da 2025 la Fondazione – attiva da molto tempo sul territorio e specializzata in progetti di inclusione per persone con disabilità cognitive, psichiatriche, neuromotorie e relazionali – ha ricevuto in gestione il rifugio La Riposa fino al 2027 dal Comune di Mompantero.
La Città metropolitana di Torino quest’anno ha scelto di contribuire ad una di queste settimane di inclusione in quota e il vicesindaco metropolitano Jacopo Suppo nei giorni scorsi ha fatto vista agli operatori e agli ospiti della Fondazione.
“Siamo contenti di aver dato una mano a questa esperienza sfidante e ben riuscita, una vero occasione di crescita collettiva ideata dagli amici della Fondazione di Val della Torre che hanno colto a pieno il senso di inclusione e di armonia offerto da sempre dal territorio montano” commenta Suppo.
Il Rifugio Alpino La Riposa grazie alla gestione della Fondazione Un Passo Insieme di fatto è diventato il primo rifugio inclusivo sulle Alpi, grazie alla presenza di una equipe di professionisti sanitari e sociosanitari.
 “Abbiamo creato questo progetto per permettere a tutte le persone che vivono uno stato di fragilità di entrare in contatto con la montagna, regno da sempre di inclusione e benessere” conclude Andrea Vezzoli.
Risultato centrato!

La mobilità del futuro? Tecnologica, sicura e, per 1 torinese su 2, anche più gentile

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Più rispetto, meno nervosismo e una guida improntata alla cortesia. È questa l’immagine della mobilità del futuro che emerge dall’Osservatorio Sara Assicurazioni, secondo cui molti torinesi non desiderano soltanto auto sempre più tecnologiche, ma anche comportamenti più civili sulle strade.

L’indagine rivela che il 37% dei residenti nel capoluogo piemontese percepisce la mobilità cittadina come caratterizzata da tensioni frequenti e da atteggiamenti poco rispettosi tra gli utenti della strada. Non sorprende quindi che un torinese su due immagini un futuro in cui, accanto all’innovazione tecnologica, trovi spazio anche una maggiore gentilezza nei rapporti tra automobilisti, motociclisti, ciclisti e pedoni.

Tra i comportamenti ritenuti più fastidiosi figurano innanzitutto le reazioni sproporzionate, spesso accompagnate da gesti o espressioni aggressive, indicate dal 44% degli intervistati. Seguono l’impazienza verso chi procede lentamente o sta effettuando una manovra (33%) e la mancanza di un semplice gesto di ringraziamento verso chi concede la precedenza o facilita il traffico (27%).

Anche l’abuso del clacson viene considerato una cattiva abitudine da superare: lo segnala un quarto dei torinesi (25%), la stessa percentuale di chi richiama l’attenzione sul mancato rispetto delle precedenze ai pedoni.

Secondo gli intervistati, anche le amministrazioni possono contribuire a migliorare la qualità della mobilità urbana. Le priorità indicate sono un trasporto pubblico più efficiente (35%) e una maggiore disponibilità di parcheggi (33%). Seguono la riduzione del traffico cittadino (25%) e la creazione di ulteriori spazi dedicati a pedoni e ciclisti (17%).

Per quanto riguarda gli spostamenti del futuro, l’automobile continuerà a rappresentare il mezzo principale per il 35% del campione, ma sarà sempre più affiancata da soluzioni intermodali che integrano mezzi pubblici (12%) e biciclette, comprese le e-bike (6%). Nella scelta del mezzo di trasporto peseranno soprattutto i costi (31%) e la comodità (25%).

La ricerca evidenzia infine come i torinesi guardino con interesse anche all’evoluzione tecnologica delle automobili. Tra le innovazioni più richieste figurano i sistemi telematici capaci di individuare le distrazioni alla guida (42%), i dispositivi per il rilevamento automatico degli incidenti con richiesta di assistenza (33%) e gli strumenti che monitorano lo stile di guida (25%).

I principali benefici attesi dall’adozione di queste tecnologie sono un maggiore risparmio economico (37%), un incremento della sicurezza (33%) e un miglioramento delle abitudini di guida (19%)

Con il nostro Osservatorio abbiamo voluto indagare come i torinesi immaginino la mobilità di domani e quali siano oggi le loro principali esigenze – dichiara Marco Brachini, Direttore Marketing, Brand e Customer Experience di Sara Assicurazioni – Tra i molti aspetti, assume particolare rilievo quello della sicurezza: solo il 31% dichiara infatti di sentirsi al riparo dal rischio di sinistri, quando è in strada. In questo scenario, insieme al ruolo fondamentale dei comportamenti individuali, possono svolgere un ruolo di primo piano le soluzioni assicurative. Una polizza telematica, in particolare, offre una protezione completa che, attraverso la tecnologia, aiuta gli automobilisti anche a migliorare il proprio stile di guida, con benefici tangibili in termini di risparmio”.

Foto Mihai Bursuc

Phubbing, stare al cellulare può essere antisocial

Di recente creazione, il termine inglese phubbing è la fusione tra phone (cellulare) e snubbing (snobbare).

Nella sostanza, invece, questo neologismo corrisponde alla poco gradevole attività, e in alcuni casi anche nociva, che molti compiono stando ininterrottamente al cellulare, ignorando gli altri in loro compagnia e sminuendo di fatto il valore delle relazioni concrete e tangibili.

Non si tratta di guardare ogni tanto il telefono o di rispondere alle chiamate di lavoro, ma di una attenzione permanente nei confronti dello strumento più usato del secolo che promette una vita social in costante aggiornamento, ma che spesso ci fa trascurare le persone vicine che con noi condividono spazi e tempo; con questa condotta si attua una vera e propria mancanza di considerazione nei confronti di coloro che ci vorrebbero vivere, ascoltare e parlare ed è molto probabile che si perda il contatto col mondo reale.

Al bar con un amico, a casa con i figli o anche durante un incontro di lavoro a chi non è capitato di stare con persone che dovrebbero rivolgerci l’attenzione ma che invece fissano ipnotizzati il cellulare, consultano i vari profili social, controllano ossessivamente le email o fanno shopping online? E’ molto frustrante essere in competizione con un mini aggeggio che ha il potere di annullare una conversazione, lo scambio tra individui e persino una sana discussione, ma purtroppo questa abitudine disfunzionale è sempre più frequente. Io per conto mio se capisco che la situazione sta prendendo una piega non tollerabile comincio con l’emettere piccoli sospiri, proseguo con manifestare facce seccate e, infine, con una scusa mi congedo sperando che il messaggio “ci sono anche io” arrivi diretto.

Questo non saper fare a meno di attenzionare il cellulare di continuo è a tutti gli effetti una dipendenza causata dall’ansia di essere tagliati fuori dalle notizie, dagli aggiornamenti e in generale dal circuito di internet e dei social network; si tratta di una vera e propria paura, la Fomo, in inglese “fear of missing out”. Ci sono anche altre cause per cui si ignora il mondo circostante dedicandosi quasi esclusivamente allo smartphone, per esempio la noia e, in alcuni casi più gravi, alcuni tratti della personalità che rimandano al neuroticismo che provoca instabilità emotiva e disadattamento.

“La buona notizia è che l’intelligenza sociale si può imparare, attraverso l’esperienza, l’ascolto attivo o una riflessione sugli errori compiuti o osservati negli altri”. E’ importante, facendo un passo per volta, riabilitare quella fondamentale capacità che ci rimette in sintonia con gli altri, quella attitudine sociale che ci fa connettere realmente con gli altri ponendoci in modalità di ascolto e di empatia. Un telefono per quanto smart sia non può sostituire le persone, la rete con tutti i suoi ammalianti contenuti è un luogo fittizio e limitante. Senza voler togliere i meriti a sistemi che hanno rivoluzionato la nostra vita in maniera decisamente positiva facilitando molte delle nostre attività, nulla può prendere il posto delle conversazioni in presenza, niente può sostituire lo stare insieme condividendo sensazioni, emozioni ma anche

gli scenari e l’ ambiente circostante. Qualsiasi macchina per quanto potente non può sostituire l’essere umano.

MARIA LA BARBERA

 

Fonte: Focus

Inquinamento indoor: le sostanze inquinanti negli ambienti chiusi

Quando si parla di inquinamento si pensa subito ai fumi delle fabbriche, agli scarichi delle auto e a tutta una serie di agenti che lavorano all’esterno. Sicuramente la percezione della nocività di tutte quelle sostanze che agiscono al di fuori delle nostre mura è più forte per la semplice ragione che è tutto più visibile e tangibile. Si sottovaluta invece quello che è il pericolo di avvelenamento negli ambienti chiusi e quindi anche all’interno delle nostre case nelle quali si può determinare un mix di sostanze dannose per la nostra salute. Il peggioramento dell’aria negli ambienti chiusi, diventata negli ultimi anni più insalubre e nociva, ha diverse cause, ma quello che complica decisamente la situazione è che attualmente, soprattutto dopo la pandemia, le persone vivono sempre di più in luoghi confinati. L’orientamento è certamente quello di ridurre i consumi energetici grazie anche ad una evoluzione di materiali nell’edilizia che sigillino sempre di più gli interni per ovviare, per esempio, agli eventi climatici estremi. Questo miglioramento in termini di isolamento tuttavia ha un risvolto negativo che corrisponde ad una diminuzione del ricircolo dell’aria e questo è uno dei motivi predominanti del deterioramento della qualità dell’aria all’interno degli ambienti chiusi.

Le altre cause che aggravano le condizioni negli habitat domestici o lavorativi sono le attività praticate dagli umani come per esempio il fumo, l’uso di combustibili solidi, la pulizia e la manutenzione con detergenti e igienizzanti chimicamente tossici, l’utilizzo non appropriato di stufe e camini. Gli agenti inquinanti sono di tre tipologie: chimici, fisici, come per esempio i microclimi, impianti radio e tv ed elettrodomestici, e biologici come muffa, acari, funghi e microrganismi.

Le conseguenze sulla salute causate dell’inquinamento indoor sono diverse e di differente entità e gravità: una semplice tosse, ma anche problemi respiratori e purtroppo il cancro.

Quali sono i suggerimenti che gli esperti danno per tenere sotto controllo l’inquinamento domestico? Sicuramente arieggiare spesso gli ambienti, posizionare piante in grado di assorbire l’anidride carbonica e altre sostanze nocive, non fumare, non creare condizioni che favoriscono l’umidità, utilizzare intonaci antimuffa, usare il deumidificatore e il depuratore d’aria, ridurre l’uso di deodoranti per l’ambiente. Inoltre è consigliato di non eccedere con l’utilizzo di detergenti e sostanze chimiche nella pulizia e non fare miscele pericolose come unire candeggina e ammoniaca. Riguardo a quest’ultimo punto è bene, prima di procedere con la detersione, leggere quali sono le dosi indicate e utilizzare i tappi o i piccoli contenitori per calcolarle. È bene anche ricordarsi di limitare al massimo l’uso di pesticidi e insetticidi, veri e propri veleni per il nostro corpo e quello dei nostri amici animali.

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MARIA LA BARBERA