Due serate all’Hiroshima Sound Garden tra cultura, diritti e partecipazione
Ci sono luoghi che non si limitano a ospitare eventi, ma provano a costruire immaginari. È questa la direzione intrapresa dall’Hiroshima Sound Garden che, tra il 16 e il 17 giugno, propone due appuntamenti capaci di intrecciare cultura, impegno civile e partecipazione collettiva, trasformando il giardino di via Bossoli in uno spazio di riflessione sul presente e sulle comunità che lo abitano.
Il primo appuntamento è in programma martedì 16 giugno alle 18 con il Contest per l’intitolazione del giardino musicale, un’iniziativa che invita cittadine e cittadini a prendere parte a una scelta simbolica ma tutt’altro che secondaria: dare un nome a uno spazio pubblico attraverso il recupero della memoria femminile. L’azione nasce dalla volontà di restituire visibilità a donne che hanno contribuito a cambiare il mondo dell’arte, della scienza e della tecnologia senza ricevere un riconoscimento proporzionato al loro impatto.
Tre le figure proposte per l’intitolazione: Daphne Oram, pioniera della musica elettronica e cofondatrice del BBC Radiophonic Workshop; Clara Rockmore, considerata la più grande interprete del theremin, lo strumento che ha anticipato il futuro della musica elettronica; e Ada Lovelace, matematica visionaria che già nell’Ottocento intuì le potenzialità della programmazione informatica, diventando di fatto la prima programmatrice della storia. L’iniziativa assume un significato ancora più forte perché riguarda un luogo recentemente arricchito da nuovi giochi musicali dedicati all’infanzia, realizzati grazie al progetto YOUTOO nell’ambito del programma Next Generation EU e del Piano Integrato Urbano della Città di Torino. Un giardino che guarda alle nuove generazioni e che sceglie di farlo attraverso modelli femminili capaci di ispirare il futuro.
Nato dalla collaborazione tra Hiroshima Mon Amour e numerose realtà cittadine impegnate sui temi della parità di genere, l’evento rappresenta inoltre il momento conclusivo del seminario universitario “Empowerment femminile e contrasto al pink washing”, promosso dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, e si inserisce nel percorso di ricerca del progetto di eccellenza 4EGE dedicato al ruolo della diversità di genere come leva di innovazione e sostenibilità. A suggellare la serata sarà il concerto di CECILIA, cantautrice e arpista torinese che negli ultimi anni ha saputo costruire una cifra artistica unica nel panorama contemporaneo.
Il giorno successivo, mercoledì 17 giugno alle 21, il giardino cambierà nuovamente volto per accogliere mareAmare, il progetto multimediale ideato e diretto da Nicolò Piccinni che fonde teatro, musica e letteratura in un’unica esperienza immersiva. Nato come un universo narrativo composto da un libro di racconti pubblicato da Morsi Editore, illustrato da Sara Zollo, da un concept album e da uno spettacolo teatrale, mareAmare accompagna il pubblico in un viaggio dentro le fragilità e le domande che attraversano il nostro tempo. Al centro della narrazione c’è la ricerca di una direzione, di un approdo, di quel “mare” simbolico che diventa metafora della perdita e della riscoperta di sé.
Le canzoni dell’omonimo album prendono vita sul palco attraverso l’esecuzione dal vivo di Nicolò Piccinni e della band Gli Internauti, in una messa in scena che alterna immagini, luci e sonorità, conducendo gli spettatori lungo un percorso che oscilla continuamente tra realtà e immaginazione.
La serata assume inoltre un valore sociale concreto grazie alla collaborazione con ODV Società San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale Torino e al sostegno della campagna “Non lasciateci in mutande”, promossa da Abito Torino, l’emporio solidale che offre supporto a persone e famiglie in difficoltà attraverso la distribuzione di abiti dignitosi e puliti.
Due appuntamenti diversi per linguaggi e contenuti, ma accomunati dalla stessa convinzione: che la cultura possa ancora essere uno strumento di trasformazione, capace di generare consapevolezza, creare legami e tradurre le idee in azioni concrete.
Valeria Rombolà

Non si trattava solo dell’eco del movimento studentesco e della percezione, quasi palpabile, del montante malessere operaio che sarebbe poi esploso nell’autunno caldo. A scuotere le fronde del partito che Luigi Longo aveva ereditato da Togliatti era un certo venticello di dissenso che già si era manifestato con alcune battaglie per la democrazia interna al partito e una diversa idea sul “modello di sviluppo“, mosso da un gruppo di compagni più a sinistra, vicini a Pietro Ingrao, in contrapposizione alla componente più “moderata” del partito, capeggiata da Giorgio Amendola. Da poco era uscita una rivista mensile, diretta da Lucio Magri e da Rossana Rossanda: “Il Manifesto”. Il contrasto con la linea del partito diventò piuttosto forte, al punto che il PCI ne chiese la sospensione delle pubblicazioni. Ma ormai il treno de Il Manifesto era in piena corsa e non poteva più essere fermato. Così, durante una drammatica riunione del Comitato Centrale, in una fredda giornata di fine di novembre del 1969 , il gruppo dirigente comunista deliberò la radiazione per Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Aldo Natoli con l’accusa di “frazionismo“. Nei confronti di Lucio Magri venne adottato solo un provvedimento amministrativo mentre a Massimo Caprara (che dal 1944 e per vent’anni era stato il segretario personale di Togliatti), Valentino Parlato e Luciana Castellina non venne rinnovata la tessera. Ciò che si muoveva dentro e attorno al giornale, che diventò successivamente un “quotidiano comunista”, si trasformò in breve in formazione politica autonoma alla sinistra del PCI. Anche in Val d’Ossola la battaglia politica generò scontri molto duri, dividendo e mettendo gli uni contro gli altri compagni e amici da lunga data. Per i due fratelli Bentinelli di Villadossola si trattò di un vero dramma famigliare. Da una parte Libero, il maggiore tra i due, militante severo e indisponibile a critiche e compromessi, e dall’altra Nandino, un pò più giovane, testardo come un mulo e “scaldatissimo” nel sostenere le ragioni del dissenso. Tanto tuonò che piovve e così anche il più giovane dei Bentinelli si trovò espulso da quella che era la sua seconda famiglia. I due fratelli arrivarono al punto d’ignorarsi e se proprio capitava che si trovassero uno di fronte all’altro, facevano finta di non conoscersi. Per alcuni mesi andarono avanti così, ignorandosi e tenendosi il broncio.Libero continuava a frequentare le riunioni della sezione del Pci, alla Lucciola.Nandino, a parte qualche serata con due o tre compagni di Domodossola e Varzo che condividevano le stesse idee, usciva raramente da casa. Con il tempo però la nostalgia per quelle discussioni che infiammavano le serate tra le quattro mura della sede per poi trasferirsi alla Casa del Popolo o al bar “Monte Rosa” si fece sentire. A Libero rodeva l’anima pensare ai suoi ormai ex-compagni che si riunivano anche due volte alla settimana, mentre lui era lì, solo con il suo orgoglio che non gli consentiva di recedere dalle posizioni che aveva preso anche se non era poi del tutto convinto di aver fatto la scelta giusta. Il dubbio s’insinuava e l’umore ne risentiva. Ogni giorno che passava Nandino s’adombrava sempre più, assumendo l’atteggiamento scontroso di chi aveva, come s’usava dire, “le balle girate” e questo lo rendeva quasi irriconoscibile anche agli occhi di chi gli era più vicino .Libero, interpellato da sua cognata sulla possibilità del rientro del fratello nelle file del partito, rispose che la cosa era fattibile ma che occorreva da parte di Nandino una “bella autocritica”, per dare ragione dell’errore fatto e del conseguente ravvedimento.Il fratello però non ne voleva sapere di cospargersi il capo di cenere. “Piuttosto che ammettere l’errore vado da Don Gaspare ad offrirmi come sacrestano”,diceva rosso in volto, alzando il tono della voce. E l’esempio, per un mangiacristiani come lui, doveva bastare a tacitare ogni supplica di ravvedimento. Ma ben presto la nostalgia si trasformò in invidia e quel tarlo si mise a lavorare nella sua testa finché decise che era giunto il momento di agire.Una sera di metà luglio, armato di cacciavite, s’avvicinò allo stabile della Lucciola senza farsi notare. Nel caseggiato che ospitava il magazzino delle attrezzature della Festa de L’Unità e al piano superiore la sezione del Pci, era in corso la riunione settimanale. Nello spiazzo erano posteggiate sette o otto auto, un paio di Vespe e la bicicletta di Libero. Nandino, avvelenato da un misto d’invidia e rancore per il fatto che “quelli” si riunivano mentre a lui toccava rimaner fuori, decise di bucar loro tutte le gomme. L’aria della sera era ancora calda e le finestre della sezione aperte. Renato, affacciatosi per fumare una sigaretta, udì degli strani fischi provenire dal basso. Si sporse un po’ di più e, intravvedendo un’ombra aggirarsi tra le auto, avvertì gli altri. “C’è qualcosa che non va di sotto. Ho sentito dei rumori strani e mi è parso di vedere qualcuno”, disse allarmato. Scesero rapidamente le scale e lo spettacolo che si presentò agli occhi dei militanti del Pci lasciò tutti senza parole: le auto avevano le gomme a terra, bucate dal cacciavite. E così anche le Vespe. Nandino, colto alla sprovvista, si era nascosto nella siepe ma venne scovato quasi subito. Condotto sotto il porticato, finì con il trovarsi proprio davanti al fratello e non trovando niente di meglio da dire per giustificarsi gli sussurrò con voce affranta “A te la bici però non l’ho neanche toccata”. Una bugia che mostrò subito d’avere le gambe corte poiché la vecchia Atala di Libero aveva subito la stessa sorte, con entrambe le gomme sgonfie, tristemente afflosciate. Solo l’autorevolezza del fratello maggiore impedì a Nandino di buscarsi un sacco di legnate. E la spiegazione che accompagnò il risarcimento dei danni, placò gli animi. In fondo l’invidia di Nandino, figlia dell’orgoglio e della sua testa dura, era frutto di un disperato bisogno di stare con gli altri, con i suoi compagni di sempre e non trovando il modo giusto per tornare sui suoi passi senza rimetterci la faccia,aveva pensato di “punirli” con quella bravata. La storia finì con il ritorno del “figliol prodigo” per il quale non venne sacrificato il vitello più grasso ma assegnato il compito gravoso di fare i turni di vigilanza notturna all’imminente Festa de L’Unità. Così avrebbe avuto modo di pensare a ciò che aveva fatto e, già che c’era, far buona guardia affinchè nessuno – a mani nude o con qualche cacciavite- potesse aveve la tentazione di giocare qualche brutto scherzo.

