società

Il potere del riordino, mettere a posto spazi e mente

Secondo la psicologa Isabela Pérez-Luna, “Pulire e mettere in ordine hanno una funzione catartica e permettono di disfarsi di cose di cui sentiamo di non aver più bisogno”.

Aprire le finestre per far entrare aria fresca, buttare le cose che si sono accumulate nel tempo, eliminare polvere e depositi di sporcizia, rinnovare il nostro ambiente e depurare la nostra mente.
Una azione catartica quella della pulizie e del riordino che mette a posto anche i nostri pensieri, gli dà una collocazione, uno schieramento rinfrancante.
Lo spazio in cui viviamo rappresenta, in un certo senso, l’espressione di chi siamo e di come gestiamo la nostra esistenza. Premesso che il disordine può essere interpretato anche come una caratteristica legata alla creatività o alla fantasia e che, al contrario, l’ossessione per la pulizia, come tutti i comportamenti eccessivi, potrebbe essere l’ indicatore di un disagio, mantenere l’ordine e la pulizia dell’ambiente che ci ospita è mediamente una lancetta che punta verso l’equilibrio e il benessere. Il caos, la trascuratezza e l’incuria, al contrario, sono il più delle volte sinonimo di disordine interiore, di confusione. Avere oggetti che ostacolano il nostro movimento all’interno degli ambienti in cui viviamo, sia la casa o il luogo di lavoro, può essere fonte di stress, accumulare sporco all’interno dei nostri spazi può renderci nervosi e provati.

Nella percezione comune pulire o rassettare sono attività seccanti e ripetitive e probabilmente, considerato il fatto che spesso costituiscono un dovere e una necessità piuttosto impegnative, non è del tutto sbagliato, ma è altrettanto vero che mettere in ordine un armadio o eliminare la polvere e il vecchio all’interno di un ambiente possono essere considerate vere e proprie forme meditazione, attività su cui ci si concentra che ci evitano di pensare ad altro, una maniera di vivere il presente attraverso lavori manuali che necessitano di attenzione.
Dare un ordine alle cose che vogliamo tenerci potrebbe corrispondere anche ad una volontà di riorganizzazione del nostro interno e a seconda di come vogliamo “ristrutturarci” possiamo riposizionare gli oggetti in base alle cromie, all’uso che ne facciamo e all’importanza che rivestono o semplicemente per categoria.
Buttare o regalare oggetti che abbiamo accumulato nel tempo, rinnovando i nostri guardaroba o le soffitte, è un metodo per attuare una rigenerazione non solo materiale ma anche interiore: fare a meno del superfluo, di ciò che è superato, di tutte quelle cose da cui faticavamo a staccarci e che appesantivano la nostra vita.
Insomma, ordine, equilibrio, essenzialità e pulizia, ambienti dove è contemplato il rinnovamento, senza togliere rispetto al passato, spazi dove gli oggetti non ci comprimono ma rendono bello il nostro mondo infondono leggerezza e regalano armonia estetica.

Tra le teorie più famose che ci raccontano le facoltà del riordino c’è il metodo Konmari che, secondo Marie Kondo, scrittrice giapponese, dona importanti benefici psicologici. Nei suoi libri “Il magico potere del riordino” e “96 lezioni di felicità”, l’autrice sostiene che facendo ordine negli spazi in cui viviamo è possibile cambiare la nostra forma mentis e il modo di affrontare l’ esistenza. Il metodo Konmari suggerisce di mettere a posto tutto in una sola volta, iniziando e finendo entro 6 mesi, proiettandosi verso lo stile di vita a cui si aspira. Inoltre è importante ordinare categoria per categoria (vestiti, libri) e non stanza per stanza cominciando da ciò che è meno capace di attivare ricordi, le foto, per esempio, vanno messe a posto per ultime. Inoltre, questo criterio consiglia di prendere in mano tutti gli oggetti, uno ad uno, e tenere solo quelli che ci fanno ancora battere il cuore iniziando a pensare a come organizzare gli spazi solo se si è finito di buttare quello che abbiamo scartato.

Un altro metodo riportato in un libro è Apartment therapy di Maxwell Gilligham-Ryan che offre una visione singolare dell’organizzazione dell’habitat paragonando le attività inerenti alla casa
al corpo umano e alla loro sintonia.
Secondo la teoria di Gilligham-Ryan in casa occorre armonizzare alcune parti come le pareti, i pavimenti, il soffitto, le finestre e gli impianti corrispondenti alle ossa umane. Con il logoramento di queste parti lo scheletro idealmente si deteriora. Il cuore della casa, invece, è espresso con lo stile in una chiave emotiva attraverso colori e i tessuti, se questo non è armonico, la casa perde energia, calore e vivacità. Il respiro, invece, coincide con la disposizione dei mobili e degli oggetti e può essere alterato con l’accumulo eccessivo di materiali e con il disordine. Infine la testa si esprime nell’utilizzo che facciamo delle cose del nostro ambiente, uno spazio sano dovrebbe supportare le nostre attività creando sintonia e gioia.
Un’altra tecnica, più conosciuta in Occidente, è il Feng Shui  che consiste nella ricerca dell’armonia nell’ambiente domestico attraverso la disposizione dell’arredamento, delle luci, del letto, delle piante, dei vari oggetti e del mobilio. L’applicazione di questo metodo migliora l’energia del nostro ambiente grazie ad una serie di regole legate alla pulizia, alla illuminazione ma anche alla rimozione di ostacoli che intralciano i nostri movimenti e alla purificazione dell’aria anche attraverso il verde.

Secondo i tre metodi dunque all’armonia estetica corrisponde il benessere interiore, attraverso il riordino del nostro ambiente mettiamo a posto anche noi stessi, diamo un equilibrio e una simmetria al nostro interno riportando stabilità spirituale e mentale.

Maria La Barbera

 

 

Volontariato? No, grazie

Ho trattato il tema del volontariato su queste colonne altre volte, ma ora cercherò di circoscrivere il problema perché mi piace analizzare ogni problema sotto diversi punti di vista.

Lo spunto per questo articolo mi è venuto da una conversazione avuta la settimana scorsa con il responsabile di una Pubblica Assistenza che lamentava la carenza di volontari, particolarmente negli ultimi anni.

Spesso accusiamo i giovani di essere privi di valori, pigri, demotivati, schizzinosi e, dunque, incapaci di assumersi responsabilità, impegni e portare a termine qualsiasi progetto iniziato.

Se, però, andiamo ad analizzare in fondo la realtà in cui i giovani vivono, ci accorgiamo che spesso sia la società la vera colpevole del loro disadattamento.

Mi spiego meglio: se guardiamo gli anni 2000 fino ad una quindicina di anni fa, ci accorgiamo che il volontariato era quasi un punto di orgoglio per i giovani, non importa se svolto nei VV.FF. o assistendo pazienti oncologici, insegnando all’Unitrè o comunque effettuato.

Per un’analisi obiettiva, però, dobbiamo confrontare anche i tempi in cui vivevano i nostri giovani rispetto a quelli attuali, quando lavorando dalle 8 alle 17 dal lunedì al venerdì, si aveva modo (e voglia) di dedicare almeno un sabato al mese al volontariato rispetto a ora, quando i giovani, specie se studenti, lavorano quando li chiamano, magari per 2 ore oggi, 3 ore domani e poi chissà, dopo aver studiato tutto il giorno e, magari, aver già svolto altri 3 lavori in settimana, altrimenti non possono permettersi affitto, vitto e università.

E’ evidente che la colpa di questo cambiamento non sia imputabile ai giovani che, anzi, sono le vittime di tale sistema perverso, ma che la vera causa sia da ricercare in quanti, con una specie di allucinata concezione del capitalismo, sfruttano le risorse umane come pedine prive di personalità, come numeri anziché esseri umani. Se tale tecnica funzionasse, permettendo alle aziende di espandersi, conquistare nuove fette di mercato e realizzando ogni anno utili superiori all’anno precedente, potremmo dire che un vantaggio lo ottengono; stante che la maggior parte delle aziende deve delocalizzare per sopportare i costi, ricorrono ad ammortizzatori sociali perché non riescono a stare sul mercato, è evidente che il loro modus operandi sia fallimentare.

In vita mia ho vissuto di persona l’esperienza di alcune aziende che, seguendo ad un certo punto le nuove tecniche di gestione del personale, sono riuscite a far naufragare tutto in pochissimi anni.

Il compianto Sergio Marchionne raccontava spesso le follie di alcune aziende; conosco anch’io aziende dove sei obbligato a prendere ferie per due settimane nel mese di agosto, perché così l’azienda risparmia, salvo non accorgersi che in realtà l’edificio avrà comunque personale in servizio (condizionamento, vigilanza, sistemi informativi, pulizie, ecc), il che rende nullo il risparmio. E questo è solo un esempio di come le nuove tecniche di management siano utili a spiegare cosa non fare se si dirige un’azienda o parte di essa.

Sempre Marchionne ci ricordava che parlando solo di diritti e mai di doveri, di diritti moriremo. I dipendenti reclamano giustamente i propri diritti, mente l’azienda ricorda soltanto i doveri delle maestranze, con il risultato che nessuno conoscerà entrambi.

In più i nostri giovani pagano lo scotto di aver avuto politici totalmente avulsi dalla realtà che hanno abrogato alcune garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori, di avere università che per quanto paghi di retta dovrebbero già versarti i contributi per la pensione; sicuramente vedono un mondo con gli occhi di chi non è ancora anestetizzato dalle promesse disattese, dalle mille parole usate da troppi governi tecnici e che chiedono di essere coinvolti nelle scelte del Paese che, per logica, deve affidare a loro il proprio futuro.

Sergio Motta

Torino rafforza l’accoglienza: l’italiano come chiave di integrazione

La Città di Torino rinnova e rafforza il proprio impegno sul fronte dell’inclusione, approvando il nuovo accordo con i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA) per il triennio 2026-2028. L’obiettivo è consolidare una collaborazione strategica volta a garantire percorsi strutturati di apprendimento della lingua italiana, elemento fondamentale per favorire autonomia e integrazione sociale, formativa e lavorativa delle persone accolte nel Sistema Accoglienza e Integrazione (SAI).

Il provvedimento, approvato dalla Giunta comunale su proposta dell’assessore alle Politiche Sociali Jacopo Rosatelli, insieme all’assessora alla Cultura Rosanna Purchia, si inserisce in una politica di accoglienza che Torino porta avanti in modo continuativo da oltre vent’anni. Oggi il sistema cittadino conta 777 posti distribuiti tra accoglienza ordinaria, interventi per persone con fragilità e progetti dedicati ai minori stranieri non accompagnati.

Al centro dell’intesa vi è il potenziamento dell’insegnamento della lingua italiana per richiedenti asilo, titolari di protezione internazionale e minori stranieri, con l’obiettivo di raggiungere almeno il livello A2 e favorire l’accesso al diploma di scuola secondaria di primo grado.

L’accordo prevede un sistema integrato di interventi costruito in sinergia tra diversi servizi della Città, tra cui il Servizio Stranieri, l’Ufficio Minori Stranieri, la Scuola Formazione Educazione Permanente e il Centro Interculturale. Tra le azioni principali: inserimento nei percorsi CPIA, riconoscimento delle competenze pregresse, raccordo tra i diversi percorsi educativi e valorizzazione dei crediti formativi.

Grande attenzione è rivolta anche al contrasto della dispersione scolastica, grazie all’introduzione di un tutor didattico dedicato al SAI, con il compito di monitorare i percorsi, facilitare l’accesso alla formazione e prevenire eventuali criticità.

L’intesa punta inoltre a rafforzare la formazione continua di docenti, operatori e volontari e a consolidare la rete territoriale dei servizi, per garantire un’offerta formativa sempre più qualificata, omogenea e continuativa.

Definito congiuntamente con i CPIA 1, 2 e 3, l’accordo resta aperto all’adesione di tutti i Centri cittadini e rappresenta un ulteriore passo verso un sistema integrato capace di accompagnare concretamente i beneficiari del SAI in un percorso di inclusione e piena cittadinanza.

(fonte TorinoClick)

Lucia Rapisarda: “Valorizzare il lavoro domestico e la partecipazione sociale”

L’INTERVISTA

La Presidente del Moica Piemonte, Donne Attive in Famiglia e Società, racconta obiettivi e visione dell’associazione.

 

Lucia Rapisarda, torinese, ha insegnato lettere per 40 anni negli istituti superiori di  Torino e provincia; giornalista, ha diretto diversi periodici. Oggi si occupa di uffici stampa e realizzazione di eventi. Nel 2020 è stata eletta presidente del Moica – il Movimento Donne Attive in Famiglia e Società – sezione del Piemonte, presente a Torino, Biella, Asti e da poco ad Alessandria. L’associazione promuove il valore del lavoro familiare, la partecipazione culturale e sociale e il sostegno alle comunità locali. Nel suo ruolo, Lucia organizza incontri culturali, eventi pubblici e progetti sociali con un’attenzione particolare alla condizione femminile nella società contemporanea.

Lucia, cos’è il Moica?
Il Moica è nato come
Movimento Italiano Casalinghe nel 1982 a Brescia, fondato da Tina Leonzi. L’obiettivo era, ed e’, quello di rivalutare il lavoro domestico, spesso invisibile e non retribuito, svolto principalmente da donne. La Leonzi parlava della donna come “manager della casa”, capace di conciliare lavoro domestico, educazione dei figli, cura dei familiari, anche con disabilità, con la carriera professionale. Il Moica, Donne Attive in Famiglia e Società, continua oggi a riconoscere e valorizzare questa attivita’, ricercando a livello legislativo ulteriori strumenti di sostegno economico oltre a quelli gia’ esistenti, occupandosi di formazione e di gestione delle risorse familiari.

Su cosa vi state concentrando in questo periodo?
Attualmente ci stiamo dedicando ai temi della solitudine e della denatalità, questioni importanti e attuali che si stanno diffondendo sempre di piu’ . L’anno scorso abbiamo organizzato il convegno Prevenire e contrastare la solitudine: conciliazione dei tempi e condivisione dei ruoli. A livello nazionale, stiamo lavorando sul congedo parentale non solo per le mamme, ma anche per i papà, è uno strumento essenziale per le famiglie.

Esistono supporti economici per le casalinghe?
Sì, esiste la pensione per casalinghe, un assegno previdenziale volontario; per donne e uomini che hanno svolto principalmente lavoro domestico e familiare e che non hanno contributi sufficienti da lavoro dipendente o autonomo. Il problema è che, per accedervi, le condizioni sono molto restrittive.

Il Moica Piemonte organizza diversi eventi socio-culturali.
Cerchiamo di proporre iniziative che coinvolgano le nostre iscritte. Le istituzioni locali ci supportano e abbiamo collaborazioni con realtà come il Museo di Arte Urbana e il Vol.to. Essere attivi favorisce l’inclusione, lo scambio e la visibilità, oltre a permetterci di influenzare le politiche sociali. Abbiamo organizzato incontri informativi prima del referendum e corsi di alfabetizzazione informatica.

Altri progetti a cui tenete particolarmente?
Abbiamo promosso convegni sulle vittime di femminicidio, con esperti del settore. Uno dei progetti più partecipati è
“Essere donne in Italia e nel mondo”. Inoltre, offriamo una prima consulenza gratuita con psicologi e avvocati. Siamo soddisfatte dei risultati raggiunti e continueremo a lavorare in questa direzione.”

Maria La Barbera

Casa & Abitare: il progetto che racconta come cambia il vivere tra casa e città

Informazione promozionale 

La casa non è più solo uno spazio privato, ma parte di un sistema più ampio che coinvolge quartieri, servizi, relazioni e qualità urbana.

I cambiamenti negli stili di vita — dallo smart working alla sostenibilità, fino alle nuove esigenze abitative — stanno ridefinendo il modo in cui viviamo gli ambienti e, di conseguenza, il volto stesso della città.

È in questo scenario che nasce Casa & Abitare, la nuova rubrica de Il Torinese: uno spazio editoriale pensato per interpretare il vivere contemporaneo, mettendo in relazione casa, territorio, innovazione e trasformazioni sociali.

Il progetto si rivolge alle imprese che operano nel mondo della casa e degli spazi di vita, intesi in senso ampio: progettazione, edilizia, design, tecnologia, servizi e sviluppo urbano. Realtà che, ogni giorno, contribuiscono concretamente a migliorare la qualità del vivere e a costruire nuove forme di relazione tra individuo e città.

Casa & Abitare offre a queste imprese la possibilità di entrare in un contesto autorevole e coerente, non come semplici inserzionisti, ma come partner culturali ed editoriali. Un modello che valorizza il contributo delle aziende, trasformando competenze, progetti ed esperienze in contenuti capaci di leggere e interpretare i cambiamenti in atto.

I profili coinvolti: un ecosistema interconnesso
Il progetto si apre a un sistema ampio di soggetti:
progettisti, architetti, imprese edili
aziende tecnologiche e dell’efficienza energetica
brand e realtà legate al design e al comfort
operatori della filiera immobiliare e dei servizi
attori impegnati nello sviluppo e nella qualità del territorio.

Tutti accomunati da un elemento: contribuire alla qualità del vivere contemporaneo.
Accanto alla partecipazione editoriale, è previsto anche un ruolo di sostenitore del progetto, per le realtà che desiderano contribuire in modo continuativo allo sviluppo della rubrica, rafforzando il proprio posizionamento e legando il brand a un’iniziativa culturale radicata nel territorio.


I benefici sono concreti: maggiore riconoscibilità, presenza qualificata, relazione con un pubblico attento e la possibilità di emergere come interlocutori credibili in un contesto in evoluzione. Non solo visibilità, ma costruzione di valore nel tempo.
Il Torinese accompagna questo percorso con una regia editoriale attenta e coerente, capace di valorizzare i contenuti e inserirli in una narrazione credibile e riconoscibile capace di:

– leggere e interpretare i fenomeni urbani e sociali
– valorizzare i contenuti in chiave giornalistica
– costruire narrazioni coerenti e rilevanti
– offrire un contesto credibile e territoriale

Un supporto che consente alle imprese di diventare parte attiva del racconto. Un invito alle imprese del vivere contemporaneo.

Casa & Abitare è uno spazio per le imprese che vogliono andare oltre la comunicazione e diventare parte attiva del racconto del vivere contemporaneo. Se la tua impresa contribuisce a trasformare il modo in cui le persone vivono gli spazi — dalla casa alla città — Casa & Abitare è il luogo in cui questo ruolo può emergere. Puoi partecipare. Puoi contribuire. Puoi sostenerlo.

Se la tua impresa contribuisce a trasformare il modo in cui le persone vivono gli spazi — dalla casa alla città — questo progetto ti riguarda.
Perché il cambiamento della città passa da come scegliamo di vivere. E da chi, ogni giorno, contribuisce a renderlo possibile.

Diventa partner culturale o sostenitore di Casa & Abitare Contattaci per costruire insieme un percorso editoriale su misura Non si tratta solo di esserci. Ma di scegliere il ruolo che vuoi avere nel cambiamento.

Link alla presentazione aziendale https://canva.link/casaeabitare

L’ignoranza dello stress

Preciso subito che il titolo non significa ignorare lo stress (ed i suoi effetti), ma indica l’ignoranza prodotta dallo stress e ciò che da esso deriva.

Mi spiego meglio: qualche decina di anni orsono, terminata la mattinata a scuola i bambini ed i ragazzi erano dediti a svolgere i compiti e, dopo la merenda, giocavano o si rilassavano andando in cortile a giocare, o andando ai giardini in bici, o guardando la TV dei ragazzi o, comunque, svolgendo attività gradevoli, scelte da loro e con trollate dai genitori.

Col passare del tempo la scuola ha aumentato la durata delle lezioni (spesso anche al pomeriggio) , i genitori hanno pensato bene (per loro, ma male per i figli) di fargli praticare almeno uno sport, magari fargli apprendere una lingua straniera, non uscire da soli perché i rischi sono ogni giorno di più ed il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Mamme che un tempo potevano seguire i figli, non lavorando fuori casa, ora sono costrette per necessità economiche quasi sempre, per ambizione talvolta, a lavorare stando almeno 10 ore fuori casa e di ragazzi restano fuori dal loro controllo svariate ore al giorno.

E’ palese che gli essere umani cerchino, quasi sempre, di fare ciò che è più comodo, meno faticoso, che mostra gli effetti in minor tempo e, dunque, ecco che tra leggere, fare bricolage, dipingere o ascoltare musica, preferiranno seguire creatori di contenuti sui social, praticare qualche gioco online sullo smartphone o anestetizzarsi la mente con litanie rapper che istigano alla violenza.

Queste pratiche hanno tutte in comune di farti sentire immediatamente importante perché hai raggiunto un nuovo livello nel gioco, perché hai appreso qualcosa di nuovo in campo sessuale senza la fatica di doverlo sperimentare di persona, ma il cervello, proprio come i muscoli striati dopo una lungodegenza, comincia a manifestare segni di cedimento.

La mente umana è qualcosa di estremamente complesso e  nessuno può dire di averla compresa perfettamente: certo è che, se non alleniamo il nostro encefalo a fare cose sempre nuove, sempre più complesse (nei limiti dell’umana esistenza, si intende)  iniziamo una involuzione che ridurrà il QI (ne ho già parlato in altri articoli), affievolirà la memoria a lungo termine, peggiorerà l’acalculia che eventualmente già mostriamo, la nostra grafia peggiorerà giorno dopo giorno a causa della scarsa pratica che dedichiamo alla scrittura a mano e molto altro ancora.

Se vogliamo svolgere in 24 ore le attività che ne richiedono almeno 36, considerando un corretto riposo notturno, è evidente che dobbiamo bruciare i tempi e rinunciare, anche involontariamente, a qualcos’altro.

Il temine “burnout”, venuto alla ribalta durante la pandemia, esprime proprio la condizione caratterizzata da esaurimento fisico/mentale, cinismo e si manifesta con una ridotta efficienza sul lavoro e dal mancato riposo anche dopo il sonno.

Senza invocare lockdown, le stagioni che non sono più quelle di una volta, si stava meglio quando si stava peggio ecc., è evidente che occorra correre ai ripari, anche per proprio conto, assumendo uno stile di vita più a misura d’uomo e un po’ meno consumistico/tecnologico/moderno.

Va bene rilassarsi 10 minuti con un videogioco, ma se ci accorgiamo (o se ne accorgono i nostri genitori) che non riusciamo più a staccarci, fino a diventare ludopatici, dobbiamo correre ai ripari. Lo stesso dicasi per la voglia di non uscire, di restare fra le quattro mura della nostra stanza, rischiando di entrare anche noi a far parte del fenomeno hikikomori.

Di sicuro 10 minuti ogni tanto per valutare cosa sia cambiato in noi lo possiamo trovare; oppure lo devono trovare quelli che ci vivono accanto, anziché subire gli effetti della tragedia.

Sergio Motta

La solastalgia, il disagio creato dai cambiamenti ambientali

Coniato dal filosofo Glenn Albrecht dell’universita’ di Newcastle in Australia, “solastalgia” e’ un neologismo che deriva dalla fusione di “solace” e “nostalgia”, che insieme creano  la nostalgia della conforto. È un termine che indica il senso di malessere che si genera quando l’ambiente circostante viene maltrattato, danneggiato e deturpato.  A dar vita a questa “patologia del luogo” sono fenomeni climatici estremi come tempeste e alluvioni, ma anche fuoriuscite di petrolio e altri disastri causati dall’uomo. Quando i territori a cui apparteniamo, quelli delle nostre radici, non sono piu’ riconoscibili ai nostri occhi e alla nostra memoria questo puo’ causare stress, ansia e malessere.

Ci si sente come se quei luoghi, che rappresentano la nostra identita’ ci fossero stati portati via, si crea un senso di smarrimento dovuto alla trasformazione della nostra casa, di quello spazio che ha la funzione di rifugio e di sicurezza sia fisica che psico-sociale. Albrecht comincio’ a parlare di solastalgiariferendosi alle vicende dell’ Upper Hunter Valley che vennemodificata, meglio dire stravolta, a causa delle  operazioni di estrazione mineraria  che avevano causato nei suoi abitanti importanti problemi di umore, rabbia e senso di frustrazione.


Gli interventi dell’uomo sull’ambiente naturale, sempre piu’spesso, hanno risvolti funesti non solo sul sistema ecologico, ma anche sugli esseri umani che lo vivono e che non lo riconoscono piu’ come loro habitat originario. Questo fenomeno nostalgico, sfortunatamente, non e’ piu’ ricollegabile unicamente a singoli eventi, ma  lo si puo’ trattare a livello globale a causa della massiccia attivita’ di antropizzazione che incede inarrestabile e di frequente in maniera irrispettosa. Quest’anno siamo rimasti tutti sorpresi dal caldo record e innaturalmente protratto al sud e dai violenti temporali al nord che hanno avuto il potere di distruggere paesaggi naturali e urbani; ognuno di noi guarda a questi fenomeni estremi con preoccupazione perche’ compromettono la possibilita’di previsione, di poter pianificare  molte attivita’, ma soprattutto creano la  sensazione di non essere al sicuro nel proprio ambiente.Si da’ origine cosi’ alla “ecoansia” che produce molti dubbi sul futuro, impedisce di progettare soprattutto ai giovani che gia’ da tempo hanno cominciano a ribellarsi. Diversi sono, infatti, gli interventi attivi di ragazzi, conosciuti e non, che alle conferenze dell’Onu o  alle manifestazioni in piazza con determinazionedenunciano lo sfruttamento del pianeta,  urlano la loro  paura per il futuro  chiedendo uno stop all’utilizzo indiscriminato e dannosodel nostro pianeta. Da una parte il progresso dall’altra la necessita’che questo sia sostenibile e riguardoso, generazioni a confronto sull’avvenire, ma di sicuro un malessere ecologico sempre piu’diffuso nel presente.

MARIA LA BARBERA

Da Torino il via alle conferenze sulla filosofia della bellezza

L’evento Martedì 31 marzo, alle 17.30, presso l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, il Dott. Luca Spaziante (Chirurgo Plastico, Dirigente Medico SCU Chirurgia Plastica Ricostruttiva – AOU Città della Salute e della Scienza, Coordinatore degli ambulatori di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica – GVM Clinica Santa Caterina, Torino, Direttore Scientifico – Art Beauty Clinic, Membro del Comitato Tecnico Scientifico – ACTO Italia e ACTO Piemonte) inaugurerà il ciclo di conferenze dal titolo «Filosofia della bellezza: educare per generare valore e consapevolezza», legato al suo progetto editoriale Chirurgia dell’anima: oltre la forma verso l’essenza. All’evento parteciperanno, tra gli altri, la Dott.ssa Paola Gribaudo, Presidente dell’Archivio Gribaudo, Livio Tranchida, Direttore Generale dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, Elisa Picardo, Ginecologa presso l’AOU Città della Salute e della Scienza di Torino e Presidente ACTO Piemonte e Ugo Nespolo, noto artista piemontese.

L’iniziativa nasce con l’intento di promuovere una riflessione culturale e sociale sul significato contemporaneo della bellezza e sul rapporto, sempre più complesso e talvolta problematico, che molti giovani sviluppano con il proprio corpo e con la propria identità. In un contesto dominato dalla diffusione di modelli estetici spesso irrealistici e uniformanti, amplificati dai social media, diventa fondamentale aprire spazi di dialogo e consapevolezza capaci non solo di restituire alla bellezza una dimensione più autentica, personale e identitaria, ma soprattutto di contrastare un disagio psicologico giovanile sempre più dilagante. Il progetto si propone di sensibilizzare le nuove generazioni a sviluppare uno sguardo critico e consapevole, orientato verso la valorizzazione della propria individualità, dell’equilibrio interiore e della relazione armonica tra corpo, mente e identità personale.

All’interno di questa riflessione svolge un ruolo fondamentale la chirurgia plastica: una disciplina che, quando guidata da un solido principio etico e da una visione umanistica della cura può rappresentare per molte persone un importante strumento di recupero del proprio benessere psicofisico e sociale. L’intervento sul corpo non si configura necessariamente come ricerca di perfezione estetica, ma può diventare un percorso di riconciliazione con la propria immagine, contribuendo a ristabilire un equilibrio profondo tra l’aspetto esteriore e la dimensione più intima dell’individuo.

Attraverso contributi che intrecciano filosofia, arte, medicina e psicologia, il ciclo di incontri, che si svolgerà su tutto il territorio nazionale, intende offrire un’occasione di confronto tra mondo accademico, istituzioni e nuove generazioni. L’obiettivo è promuovere una cultura della bellezza fondata sulla consapevolezza, sul rispetto dell’identità individuale e su un’etica della cura della persona: un nuovo paradigma in cui la bellezza non sia uno standard imposto o una semplice forma esteriore, ma espressione autentica dell’essere e percorso di armonia tra corpo, anima e identità.

Per info e prenotazioni inviare un WhatsApp al numero: 333 3528125

Mara Martellotta

Conclusa la “Settimana con la famiglia 2026”, dedicata quest’anno al progetto “CASA”

 

Si è conclusa domenica 22 marzo scorso la “Settimana con la famiglia 2026”, organizzata dal forum Famiglie Piemonte con numerose riflessioni su affidi e adozioni. L’edizione di quest’anno è stata dedicata al progetto “CASA”(Comunità, Alleanze e Solidarietà per l’Accoglienza), volto a promuovere la cultura dell’accoglienza dei minori e la solidarietà familiare attraverso l’affido e l’adozione con lo slogan “Trovare una famiglia per ogni bambino che ne abbia bisogno, un po’ o per sempre”.

Cristina Riccardi, vicepresidente Ai.Bi (Associazione Amici dei Bambini), ha illustrato i dati che registrano in Italia 20 mila e 592 minori in comunità (1465 in Piemonte con crescita del 13% a livello nazionale e del 23% a livello regionale), e 15 mila e 75 in affido familiare (2621 in Piemonte) con una crescita dell’1,8% del dato nazionale e un calo di quasi l’8% a livello regionale). In questo contesto, l’obiettivo del progetto CASA è triplice: aumentare il numero di famiglie affidatarie, accompagnare le famiglie accoglienti in un percorso di formazione, sostenere i minori, figli affidati o adottati.

Una particolare sottolineatura è arrivata da Matteo Fadda, della comunità Papa Giovanni XXIII, per il progetto “Avrò cura di te”, che sostiene le famiglie affidatarie di bambini con patologie gravi, nei quali sono coinvolti anche gli studenti torinesi di materie socio-sanitarie. Significativa è stata la testimonianza di Muluye Feraboli, che ha raccontato dalle pagine del suo libro, intitolato “Scegli me”, la sua storia di bambina etiope abbandonata a quattro anni dopo gravi episodi di violenza in un mercato di Addis Abeba, e adottata a sei anni da una famiglia italiana dalla quale è stata accolta.

“Dopo il male puro che ho vissuto, ho scelto il bene perché mi fa stare meglio, e ho deciso di riutilizzare i torti subiti per essere di aiuto agli altri”.

Feraboli parteciperà alla prossima edizione del Salone OFF, nell’ambito del Salone del Libro di Torino.

Francesco Belletti, direttore del Cisf, Centro Italiano Studi Famiglia, ha presentato il rapporto 2025 dal titolo “Il fragile domani. La famiglia alla prova della contemporaneità”, evidenziando come “il benessere psicologico delle persone possa essere salvaguardato e protetto nella dialettica tra famiglie e società”.

Adriano Bordignon, presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, ha presentato il suo libro “Rivoluzione famiglia”, invitando a “guardare alle famiglie come un soggetto sociale al quale prestare attenzione attraverso interventi strutturali e stabili, anziché i bonus elargiti di volta in volta, e con una riforma fiscale che consideri il ‘fattore famiglia’.

“Abbiamo vissuto una settimana molto intensa e partecipata – afferma il presidente del Forum delle associazioni familiari, Roberto Gontero – approfondendo il tema dell’accoglienza e sottolineando il ruolo prezioso delle famiglie nella società”.

Mara Martellotta

Torino cerca giovani: 492 posti nel Servizio Civile 2026

È aperto il bando 2026 del Servizio Civile Universale, che a livello nazionale mette a disposizione oltre 65mila posti per giovani tra i 18 e i 28 anni, distribuiti tra Italia ed estero. Le domande possono essere presentate entro l’8 aprile accedendo con SPID o Carta d’Identità Elettronica.

A Torino sono disponibili 492 posti suddivisi in 48 progetti promossi dalla Città e da enti partner, con avvio previsto a settembre e una durata di dodici mesi. Le opportunità coprono diversi ambiti, dall’assistenza alle persone fragili — tra cui disabili, donne vittime di violenza e minori stranieri — fino all’educazione, alla promozione culturale e sociale, con attività nei servizi cittadini, nelle circoscrizioni e negli spazi dedicati ai giovani.

Previsti anche progetti legati alla valorizzazione del patrimonio culturale, in collaborazione con biblioteche e musei cittadini, e iniziative dedicate all’ambiente e alla cura degli spazi urbani.

Il bando è rivolto ai giovani tra i 18 e i 28 anni, con alcune riserve per chi si trova in condizioni di maggiore fragilità. Ai volontari selezionati spetta un contributo mensile di 519,47 euro e, al termine del servizio, una quota riservata nei concorsi pubblici.

Tutti i dettagli sui progetti e sulle modalità di partecipazione sono disponibili sul portale TorinoGiovani.

(fonte TorinoClick)