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Settimana del Lavoro 2026: a Torino per riflettere sulle disuguaglianze

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Le disuguaglianze attraversano la nostra società in ogni aspetto della vita quotidiana, dal lavoro alla scuola, dalla casa all’accesso alla tecnologia, influenzando profondamente le condizioni di vita e le opportunità delle persone. Per analizzarle e individuare possibili soluzioni torna a Torino, dal 16 al 20 marzo, la ‘Settimana del Lavoro’.

Giunta alla sua quinta edizione, la rassegna promossa da Ismel, Istituto per la Memoria e la Cultura del Lavoro, con il sostegno di Fondazione CRT vedrà docenti, ricercatori, professionisti, rappresentanti delle istituzioni e parti sociali confronteransi sui sei principali ambiti di disparità, tecnologica, scolastica, di origine linguistica ed etnica, territoriale, di genere e nei rapporti di lavoro, con l’obiettivo di capire come trasformare le criticità in opportunità di equità.

La rassegna prende le mosse dalle nove ricerche selezionate dalla call for paper “Percorsi di equità”, lanciata da ISMEL nel 2025, che ha coinvolto studiose e studiosi under 45 provenienti da tutta Italia e che hanno analizzato in profondità le cause e le conseguenze delle disuguaglianze nel presente, così come le buone pratiche in grado di promuovere maggiore equità.

L’apertura della Settimana del Lavoro è prevista lunedì 16 marzo alle 18.30 all’Auditorium del Polo del ’900 con il panel “Disuguali per sempre?”, in cui l’esperto di innovazione e lavoro Marco Bentivogli e il politologo Marco Revelli dialogheranno con la sociologa Marianna Filandri sulle trasformazioni necessarie per garantire diritti civili, sociali ed economici a tutti, senza lasciare indietro nessuno. Come nelle precedenti edizioni, gli spunti più significativi confluiranno nel Manifesto per l’equità, documento conclusivo della rassegna che raccoglie proposte concrete e riflessioni per la progettazione sociale futura.

Un’attenzione particolare è riservata ai giovani e agli studenti, chiamati a riflettere sulle disuguaglianze e sul ruolo che le loro scelte potranno avere nel futuro della società. Tra gli appuntamenti, martedì 17 marzo si conclude all’IIS Avogadro il percorso “Dove iniziano le disuguaglianze?”, mentre mercoledì 18 marzo a Palazzo Nuovo si terrà “Il lavoro ferito. Una riflessione tra passato e presente”, con i professori Fabrizio Loreto e Giacomo Gabbuti e le ricercatrici Allegra Caputo e Anna Pasquetti, per analizzare il lavoro precario e freelance e le sue conseguenze sulle disuguaglianze socio-economiche. Venerdì 20 marzo al Polo del ’900 l’incontro “Scuola, università e lavoro: tra le disuguaglianze di oggi e la società di domani” vedrà confrontarsi le docenti Sonia Bertolini, Camilla Borgna, Valentina Goglio e Paola Ricchiardi e la ricercatrice Giulia Maria Bouquié, mentre nello stesso giorno si svolgerà il torneo interscolastico di dibattito tra i licei torinesi Vincenzo Gioberti e Giordano Bruno sul tema “Le quote rosa sono utili per promuovere la parità di genere?”.

La Settimana del Lavoro 2026 approfondirà anche le disuguaglianze sociali, territoriali e tecnologiche, con incontri come “La lingua come ponte” dedicato all’inclusione lavorativa dei cittadini stranieri, “Colmare le distanze” sul divario tra grandi città e aree interne, “Abito dunque sono” sulle criticità abitative nei centri urbani e “EquIA”, in cui esperti e docenti discuteranno l’impatto dell’intelligenza artificiale sull’equità sociale. Non mancherà la riflessione sulle disuguaglianze di genere con il panel “Luoghi, barriere, possibilità” che analizzerà gap e barriere ancora presenti nei diversi contesti sociali. Durante la Settimana sarà presentato il volume “Disuguaglianze. Costruire equità” (Alzani, 2026) con la partecipazione degli autori delle ricerche e, in collaborazione con il festival Job Film Days, sarà proiettato il film “The Store” di Ami-Ro Sköld, dedicato alle condizioni di lavoro nella grande distribuzione.

“La complessità delle disuguaglianze richiede di mettere in relazione diversi ambiti per comprendere il presente e individuare soluzioni efficaci”, sottolinea il direttore di ISMEL Diego Robotti, mentre Alessandro Rubini, direttore del Polo del ’900, evidenzia come la manifestazione rappresenti un’occasione fondamentale per riflettere sulla qualità della democrazia e immaginare una società più equa. Tutti gli incontri della Settimana del Lavoro 2026 sono a ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria e il programma completo è disponibile sul sito ufficiale della manifestazione.

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Professione: creator

Il termine content creator o, semplicemente, creator è entrato nel nostro linguaggio da alcuni anni e significa, sostanzialmente, colui (più spesso colei) che crea contenuti multimediali da diffondere in rete.

Vi sono diversi generi di contenuti ma quelli che vengono maggiormente richiesti sono quelli con contenuto sessuale esplicito.

Dal feticismo dei piedi all’autoerotismo, dal sesso di coppia a versioni più fantasiose, le piattaforme che offrono questo servizio sono ormai centinaia nel mondo e i creatori svariati milioni.

Ogni video, della durata variabile da pochi minuti a 1 ora e più di dialogo erotico, è accessibile dietro sottoscrizione di un abbonamento mensile che varia da pochi euro (circa 10) a cifre ben più alte (oltre i 120 euro) mensili.

I ricavi, al netto di quanto le piattaforme trattengono, sono interessanti: alcune ragazze hanno ammesso di ricavare oltre 60 mila euro al mese (6000 followers in tutto il mondo paganti ognuno 10 euro al mese).

Al di là dell’aspetto economico, quello che salta all’occhio è la tipologia di prestazione: un argomento che è, comunque, ancora tabù per la Chiesa e per molti cittadini anche non praticanti viene in questo modo sdoganato e reso accessibile ai più, come un qualsiasi argomento di conversazione o come qualsiasi altra prestazione artistica.

Non giudicherò (non è mia abitudine) se sia bene o male, se sia segno del demonio o della crisi economica: mi limiterò a valutare ed analizzare i fatti, cercando di capire.

Sicuramente, una certa secolarizzazione dei costumi ha portato allo sviluppo di comportamenti e tesi insostenibili ancora qualche anno fa; un tempo, ripeto non nei secoli scorsi ma anche solo negli anni 80 del secolo scorso, si teneva in enorme (e, forse, eccessiva) considerazione il giudizio dei vicini, dei propri genitori e le ricadute che un nostro comportamento, anche di tempo addietro, avrebbe potuto produrre in una ricerca di lavoro.

Evidentemente, qualcosa si è modificato nel comportamento della nostra società, qualcosa è cambiato nella scala dei valori che ognuno di noi assegna alle proprie azioni, ma l’analisi più lucida, più logica la si ottiene interpretando i cambiamenti, non demonizzandoli.

Il compianto De Andrè ripeteva che non è vero che i giovani non abbiano valori: li hanno ma siamo noi che non li riconosciamo come tali. E’ necessario storicizzarli, valutarne le ricadute nell’arco di un certo tempo contestualizzandoli nell’epoca e solo allora avremo materiale sufficiente per valutarne il valore.

Per la legge della domanda e dell’offerta, e questo vale ad esempio per la prostituzione, per gli stupefacenti, per la pornografia online, a maggior domanda corrisponde maggior offerta e viceversa: da chi parte il tutto, da chi offre i proprio video o da chi li cerca comunque?

Cosa vi è di sbagliato nel mostrare le proprie nudità, nel creare contenuti a richiesta, nel soddisfare i desideri di quanti chiedono un certo atto, un certo comportamento, una certa frase?

Siamo sicuri che qualcuno dei nostri comportamenti, che riteniamo socialmente accettabile, ortodosso, gradito non sia in realtà obsoleto e, quindi, ormai non più in linea con i gusti attuali?

Non mi risulta che nessuna delle persone che offre contenuti online (siano essi interviste, lezioni, masterclass, XXX o altro) abbia mai obbligato nessuno ad aderire alle proprie offerte o abbia esercitato violenza contro chi si rifiutava di vedere.

Sono sicuro che se anziché giudicare farisaicamente il comportamento degli altri cominciassimo seriamente ad interessarci a ciò che veramente ci riguarda (tasse, accise, politica, cultura, storia, la nostra salute) non soltanto vivremmo meglio e faremmo vivere meglio chi ci circonda, ma eviteremmo di attribuire giudizi sulla base di un sentito dire, di un “ho visto” raccontato da terzi e, soprattutto, rischiando di passare per la volpe e l’uva dicendo “Non è ancora matura” soltanto perché non riusciamo a raggiungerla.

Sergio Motta

Attraverso il dolore, verso la libertà: Alessia Alciati contro la violenza sulle donne

Attrice e autrice, Alessia Alciati racconta come il cinema e il progetto About Eve trasformano il racconto in consapevolezza, responsabilità e azione concreta, offrendo speranza e strumenti di cambiamento per chi affronta il dolore.
Con il suo lavoro, Alessia unisce l’arte al senso di responsabilità, dimostrando come cinema e narrazione possano diventare leve potenti per il cambiamento culturale e per valorizzare la consapevolezza emotiva del pubblico.
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Alessia, quando nasce la tua sensibilità verso il tema della violenza sulle donne?
La mia sensibilità verso il tema della violenza sulle donne nasce da una predisposizione che mi accompagna da sempre: una forte attenzione verso le situazioni di ingiustizia e verso la sofferenza delle persone. Con il tempo questa sensibilità si è trasformata in una forma di responsabilità, alimentata anche da un’esperienza personale che mi ha portata a confrontarmi più da vicino con la fragilità che molte donne possono vivere.
Entrare in contatto con queste storie rafforza il senso di empatia e la consapevolezza che non basta fermarsi alle dichiarazioni o ai messaggi di solidarietà. Spesso ciò che resta invisibile è proprio il percorso del dolore che le vittime attraversano.
Da qui è nata l’esigenza di creare uno spazio in cui quel percorso potesse essere raccontato e condiviso, perché è lì che prendono forma la consapevolezza e la possibilità di cambiare lo sguardo. Il cinema mi è sembrato il linguaggio più adatto per farlo: non per spiegare o giudicare, ma per mostrare e permettere alle persone di avvicinarsi a queste storie con maggiore profondità.
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Tratto dal cortometraggio “Favola nera”
Nel film Favola Nera affronti un tema complesso attraverso una narrazione intensa. Qual è il messaggio che volevi trasmettere? Perché hai scelto il linguaggio della favola “oscura” per parlare di violenza?
La scelta della favola dark nasce dal desiderio di accompagnare lo spettatore verso una maggiore consapevolezza emotiva. La struttura del racconto riprende simbolicamente un percorso di sofferenza che richiama, in forma evocativa, anche antiche immagini della tradizione – come quella del sacco degli antichi romani – per rappresentare un momento di chiusura e di immersione nel dolore.Ma il punto non è la sofferenza in sé. Attraversare quel passaggio serve a far emergere una possibilità di liberazione: la scoperta di una visione di sé ricostruita, ancora incerta magari, ma aperta al potenziale. In questo processo il dolore non scompare, ma cambia natura. Diventa qualcosa che può essere attraversato e compreso, non più distruttivo né limitante delle proprie energie.
È proprio in questa forma di solidarietà con il dolore – nel riconoscerlo senza negarlo – che può nascere un senso di liberazione e una nuova consapevolezza di sé. Il linguaggio della favola, con la sua dimensione simbolica, mi è sembrato il modo più adatto per raccontare questo passaggio.
 Secondo te il cinema può contribuire davvero a cambiare la percezione sociale della violenza di genere?
Credo che l’arte abbia un potere evocativo molto forte, perché riesce a parlare alle persone su un piano emotivo e immediato, spesso prima ancora che razionale. A differenza di molti dibattiti pubblici, che rimangono confinati in contesti specifici o specialistici, l’arte ha la capacità di raggiungere il pubblico in modi diversi, anche in momenti non programmati della quotidianità: un film visto per curiosità, una storia che si incontra quasi per caso.
In quell’incontro nasce prima di tutto una percezione individuale. Lo spettatore si confronta con immagini, simboli e situazioni che possono risuonare con la propria esperienza. Ma quando queste percezioni si moltiplicano e vengono condivise, possono trasformarsi in qualcosa di più ampio: una percezione sociale, una consapevolezza collettiva che nel tempo diventa patrimonio culturale.

In questo processo il cinema ha una forza particolare. Unisce racconto, immagine ed emozione e possiede una straordinaria capacità di diffusione. Proprio per questo può contribuire a rendere visibili temi complessi come la violenza di genere, favorendo un passaggio importante: da una sensibilità individuale a una coscienza sociale più ampia e condivisa.

Foto Angelo Cricchi
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Oltre al lavoro artistico, sei impegnata nel progetto About Eve. Come nasce questa iniziativa e quali sono i suoi obiettivi principali?
Il progetto About Eve nasce dal desiderio di dare una forma concreta a un impegno che non voleva restare soltanto sul piano del racconto artistico. In un certo senso rappresenta il primo tassello per trasformare un’idea e una sensibilità in qualcosa di organizzato e operativo, capace di trasferire valore attraverso iniziative proprie.
Per me è anche motivo di orgoglio poter svolgere un ruolo attivo in questo percorso, in modo coerente con una sensibilità e con un’indole che mi hanno sempre portata a non restare indifferente di fronte alla sofferenza delle persone. Per fare questo cerchiamo di mantenere uno sguardo ampio sul fenomeno, che non riguarda solo l’episodio di violenza in sé ma anche le condizioni che spesso lo rendono possibile o lo aggravano.
Pur nascendo anche dalla volontà di affrontare il tema della violenza di genere, About Eve non è un progetto limitato esclusivamente a questo ambito. L’associazione si propone infatti come uno spazio aperto di riflessione e di azione su diverse forme di fragilità e di esclusione sociale, dando voce a minoranze, sostenendo percorsi di empowerment e situazioni di disagio che spesso faticano a trovare ascolto. In questo senso About Eve unisce due dimensioni: da una parte la denuncia sociale e la volontà di contribuire a un cambiamento culturale, dall’altra la dimensione artistica e creativa, che diventa uno strumento per raccontare e rendere visibili queste realtà.
L’obiettivo è offrire un punto di riferimento, un luogo di ascolto e di supporto per chi attraversa momenti di difficoltà, ma anche costruire relazioni con istituzioni, associazioni e professionisti che lavorano su questi temi. L’idea è creare una rete capace di accompagnare le persone verso percorsi di consapevolezza e di crescita, trasformando l’esperienza individuale in una possibilità di riscatto e di nuova energia
Proprio questa visione più poliedrica ci porta a dialogare con istituzioni, realtà associative e professionisti che lavorano sul tema. L’idea è costruire connessioni e percorsi condivisi, in modo che l’associazione possa diventare un punto di riferimento per attivare risposte concrete e sostenere un cambiamento reale.
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Gli artisti hanno una responsabilità nel prendere posizione su temi sociali come questo? Hai mai avuto timore che affrontare temi così forti potesse essere rischioso professionalmente?
Credo che gli artisti abbiano prima di tutto una grande possibilità: quella di parlare alle persone attraverso il linguaggio evocativo dell’arte. Non è una responsabilità intesa come obbligo morale o come presa di posizione forzata, ma piuttosto come una consapevolezza del ruolo che l’arte può avere nel contribuire a cambiare lo sguardo della società.
Quando un artista sceglie di affrontare un tema, lo fa attraverso la propria sensibilità e la propria libertà creativa. Ed è proprio questa libertà che rappresenta la sua forza più grande. L’autonomia dell’artista permette di esplorare la realtà da prospettive diverse, di porre domande, di aprire spazi di riflessione che spesso anticipano o accompagnano i cambiamenti culturali.
Per questo mi piace pensare che il senso del proprio ruolo sociale possa diventare una fonte di ispirazione per l’identità artistica, senza trasformarsi in un vincolo. L’arte resta uno spazio libero, ma proprio questa libertà può renderla uno strumento potente nel favorire nuove consapevolezze.
Più che un rischio professionale, affrontare temi complessi può diventare un’occasione per dare profondità al proprio lavoro e per contribuire, anche solo in parte, a un dialogo culturale più ampio.
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Spesso la violenza è l’ultimo anello di una catena fatta di stereotipi e silenzi. Da dove bisogna iniziare per cambiare davvero le cose?
Cambiare davvero le cose richiede innanzitutto una presa di coscienza collettiva: la violenza non nasce dal nulla, ma da certi stereotipi, silenzi e dinamiche sociali che tutti, in qualche misura, contribuiamo a mantenere. In questo senso, ogni gesto, ogni parola e ogni riflessione hanno un peso.
L’arte ha un ruolo importante perché può raggiungere le persone in modi diversi, aprendo finestre di consapevolezza che vanno oltre il dibattito pubblico tradizionale. Ma il vero cambiamento parte anche dall’individuo: dalla capacità di esercitare empatia, di considerare l’altro come persona, di riconoscere le ingiustizie intorno a sé e di tradurre quella consapevolezza in azioni concrete.
Per me questo impegno sociale non è solo un dovere morale, ma una fonte di grande gratificazione. La possibilità di contribuire attivamente al cambiamento arricchisce la mia vita, migliorando la qualità delle relazioni e della mia esperienza lavorativa, e alimentando una soddisfazione profonda nel vedere concretamente l’impatto positivo delle mie azioni.
Ognuno ha il potere – piccolo o grande che sia – di contribuire a rompere schemi e silenzi. È questo intreccio tra responsabilità individuale e collettiva, tra sensibilità e impegno concreto, che può davvero trasformare la società e fare in modo che la cultura del rispetto diventi patrimonio condiviso.
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Se una donna che sta vivendo una situazione di violenza potesse ascoltare le tue parole, cosa vorresti dirle?
Se potessi rivolgermi a una donna che sta vivendo una situazione di violenza, le direi con forza che il dolore che sta vivendo non è normale e non va mai accettato come una condizione inevitabile della vita. Normalizzare il dolore significa permettere che diventi una dimensione che limita, che frena e che, alla lunga, può portare alla distruzione della propria energia, della propria libertà e della propria capacità di scelta.
Esiste però un’alternativa: la speranza. Anche nei momenti più oscuri è possibile ritrovare la propria forza e interrogarsi su quale possa essere il proprio ruolo verso sé stessi. Come nella Favola Nera, dove la protagonista si risveglia con il desiderio di capire chi è e quale strada può scegliere, anche chi attraversa il dolore può trovare la possibilità di ricostruire sé stessa, passo dopo passo, e riscoprire la propria libertà.
Il messaggio è chiaro: il dolore va riconosciuto, ma non accettato come destino. C’è sempre spazio per cambiare, per chiedere aiuto, e per ritrovare una vita che non sia definita dalla violenza subita, ma dalla forza di reagire e dalla capacità di risorgere.
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Riccardo Di Maria
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Quell’atroce “voce della fame” che divide il mondo

In mostra al valdostano “Forte di Bard”, oltre 80 scatti fotografici di “Agence France – Press” documentano la piaga della fame per milioni di esseri umani

Dal 14 marzo al 19 luglio

Bard (Aosta)

Ben scriveva nel suo romanzo – reportage del ’49 “La pelle” (riferendosi agli anni di miseria vissuti dalla Napoli del dopoguerra) il gran pratese Curzio Malaparte“Non v’è nulla di umano nella voce della fame”. Quanta verità! E nulla di umano, per l’appunto, ma solo abbruttimento e disperazione, documentano le grida e gli occhi e i volti stravolti di uomini e bambini (quanti bambini!) impegnati nell’ingarbugliato primitivo assalto alle razioni alimentari nel “Centro di distribuzione” a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, cristallizzato nel 2025, in immagini fotografiche che hanno fatto il giro del mondo, dal fotoreporter palestinese Bashar Taleb per “AFP – Agence France Presse”, fra le più antiche e autorevoli agenzie di stampa internazionali. Una fotografia di denuncia realisticamente drammatica. Una delle oltre 80 esposte (sotto il titolo di: “Nutrire il mondo. La sfida globale dell’alimentazione”dal prossimo sabato 14 marzo a domenica 19 luglio presso il sabaudo “Complesso Fortificato” di Bard, a testimonianza di come, a tutt’oggi, in un Pianeta capace di produrre cibo sufficiente per 10miliardi di persone, la fame resti tuttora (proprio come nella Napoli di Malaparte) una “piaga” (“peste” avrebbe detto lo scrittore di Prato) per milioni di esseri umani. Specchio impietoso – questo l’obiettivo della mostra – di un sistema messo oggi a dura prova dall’aumento demografico, dai cambiamenti climatici, da un uso insostenibile delle risorse e dal tragico proliferare a livello inter-continentale di oltre 50 guerre, dall’Africa sub sahariana all’Asia Occidentale (Palestina – Gaza), al Medio Oriente (Iran) e all’Europa orientale (Russia – Ucraina). Un colpo mortale al Pianeta. Tanto che, nel 2026, dicono le cifre ufficiali, la fame nel mondo registra circa 300milioni di persone che soffrono di “insicurezza alimentare acuta” ed oltre 730milioni costretti ad “affrontare la fame”, allontanando l’obiettivo “Fame Zero” prefissato dall’“Agenda ONU 2030”. Il tutto alla luce, però, di un inaccettabile paradosso: mentre intere popolazioni soffrono la privazione, nei Paesi sviluppati l’abbondanza degenera in “spreco sistemico” e patologie legate all’eccesso. “Il cibo è dunque diventato – ci rivela la mostra al ‘Forte di Bard’ – un indicatore di disuguaglianza, passando da diritto fondamentale a esibizione di status sociale”.

La prova? Alcune fra le tante raccontate in rassegna. Che accanto alla miseria umana della succitata foto di Bashar Taleb ci mostra l’oceano spropositato dell’abbondanza alimentare nello scatto del fotoreporter francese Jeff Pachoud a documentazione del Concorso di cucina “Bocuse d’Or” (ideato nel 1987 da Paul Bocuse a Lione) o l’altrettanto lussuoso “di più” di quel principesco “servizio in camera” nello storico Hotel “Lutetia” di Parigi firmato da Stephane de Sakutin, per non dire del “piccante rosso mare” fissato con lucida concretezza durante una gara di “volonterose” mangiatrici di peperoncino all’interno di una sorgente termale nella città di Yichun, in Cina. Ignoto l’autore. Chissà, poveretto, non ci sia finito dentro?

“Questo progetto – commenta la Presidente del ‘Forte di Bard’, Ornella Badery – rinnova la missione del ‘Forte’ come luogo di riflessione sulle principali sfide del nostro tempo. Attraverso le immagini dei fotoreporter di ‘Agence France-Presse’, la mostra propone una testimonianza visiva e uno strumento per riflettere sul paradosso alimentare che vede coesistere la carestia e lo spreco sistematico, invitando a considerare un modello di sviluppo più equo e sostenibile”.

E a lei fa eco Sabrina Rossi Montegrandi, “Director of Business Development Agence France-Presse per Italia, Malta e Turchia”: “Il cibo è il cuore del nostro presente e la sfida del nostro futuro. Con i loro sguardi attenti e necessari, i fotografi dell’ ‘Agence France-Presse’ non si limitano a ritrarlo: lo interrogano, lo mettono in discussione, ci costringono a guardarlo. Attraverso le immagini, il cibo diventa coscienza e responsabilità”.

Dopo “Non c’è più tempo” (2024) e “Contrasti. Racconti di un mondo in bilico” (2025), con il Progetto “Nutrire il mondo”“Forte di Bard” e “Agence France-Presse” proseguono la collaborazione con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico su tematiche di carattere globale che valorizzano il quotidiano lavoro di inchiesta dei fotoreporter di una delle più importanti ed autorevoli “Agenzie di Stampa” al mondo.

Gianni Milani

“Nutrire il mondo”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Dal 14 marzo al 19 luglio

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lun. chiuso

Nelle foto: Bashar Taleb /AFP “Consegna razioni alimentari a Gaza”; Jeff Pachoud/AFP “Chef da tutto il mondo per il Concorso di cucina ‘Bocuse d’Or’”; Anonimo/AFP Photo “Gara di mangiatori di peperoncino in Cina”

“La luce e l’onda. Che cosa significa insegnare” Incontro con Massimo Recalcati

Per il secondo ciclo di incontri della rassegna “CRESCERE – dalla Beta alla Zeta”, inserito all’interno delle iniziative promosse dalla Fondazione OMI per il 250° Anniversario dalla sua nascita

 

Mercoledì 11 marzo 2026 – Ore 18

Sala Gymnasium, via Giolitti 35 – Torino

(ingresso libero su prenotazione)

 

 

Torino,11/03/2026L’Associazione Forme in Bilico APS, con il sostegno della Fondazione OMI e in collaborazione con il Comune di Torino – Servizi Educativi, organizza la seconda edizione del ciclo di incontri “Crescere – dalla Beta alla Zeta”, dedicato alla promozione di un dialogo attivo tra cittadinanza, famiglie e professionisti dell’educazione sulle principali tematiche legate all’infanzia e all’adolescenza che oggi interessano maggiormente la città. L’iniziativa si inserisce inoltre nel calendario di appuntamenti promossi per celebrare il 250° anniversario della nascita della Fondazione Opera Munifica Istruzione.

Dopo il primo incontro dedicato alla pedagogia del sentire e dell’ascolto, con la produttrice televisiva Mussi Bollini e lo scrittore per l’infanzia Bruno Tognolini, e il successivo appuntamento con il medico e psicoterapeuta Alberto Pellai, che ha approfondito il tema del rapporto tra genitori e figli a partire dal libro “Esci da quella stanza”, il ciclo prosegue ora con l’intervento dello psicoanalista e saggista Massimo Recalcati.

 

Come possiamo accompagnare la crescita degli adolescenti oggi? E quale significato assume l’insegnare in un’epoca segnata da trasformazioni profonde e continue?

A queste domande sarà dedicato l’incontro con Massimo Recalcati, in programma l’11 marzo 2026 alle ore 18 presso la Sala Gymnasium con ingresso da via Giolitti 35.

L’evento rappresenta un’importante occasione di riflessione sui temi dell’educazione contemporanea e della crescita emotiva e personale dei giovani, a partire anche dalle suggestioni contenute nell’ultimo libro di Recalcati La luce e l’onda. Che cosa significa insegnare”.

 

“Insegnare significa fare un’esperienza in cui, pur avendo preparato una lezione… si dice qualcosa di nuovo, toccando l’ignoto attraverso ciò che già si conosce. Ogni maestro è una luce e un’onda nello stesso tempo: è una luce perché allarga l’orizzonte… è un’onda poiché 

incarna l’impatto dell’allievo con qualcosa che resiste. La scuola non è solo trasmissione di nozioni, ma un atto d’amore e di responsabilità:”

Attraverso il suo intervento, offrirà strumenti e chiavi di lettura per comprendere le sfide educative del presente, affrontando questioni centrali quali il rapporto tra educazione e adolescenza, il ruolo degli insegnanti e dei genitori, i processi di sviluppo emotivo e i nuovi modelli educativi e relazionali.

L’iniziativa si rivolge a genitori, insegnanti, educatori, professionisti della formazione e a tutti coloro che desiderano approfondire il valore dell’educazione come elemento fondante della crescita individuale e collettiva.

Con questo appuntamento, il ciclo “Crescere – dalla Beta alla Zeta” conferma il proprio impegno nel promuovere momenti di confronto e approfondimento sui temi educativi più urgenti e attuali, offrendo alla cittadinanza occasioni di dialogo con alcune delle voci più autorevoli del panorama culturale contemporaneo.

Lo giuro!

I nati fino al 1986 compreso, cioè sottoposti all’assolvimento della leva obbligatoria, ricorderanno sicuramente il momento del giuramento collettivo.

Un mese di preparativi, marce, saluti, maneggio del fucile Garand (e, saltuariamente, FAL e MG) e poi, in pochi minuti, si passava da recluta a soldato.

Solitamente era il Colonnello Comandante dell’unità dove si frequentava il C.A.R: (Centro Addestramento Reclute) a recitare la formula di rito che si concludeva con la frase “Reclute del XY scaglione 19YY, lo giurate voi?” E in coro le reclute gridavano “Lo giuro!”.

Era il completamento della fase di addestramento e l’inizio di quella successiva, l’incorporamento nel reparto di destinazione al quale si era indirizzati d’ufficio.

Con la sospensione della ferma obbligatoria, i nostri giovani non hanno più l’obbligo di prestare giuramento alla Patria (e, quindi, di servirla per 12 mesi) ma quasi tutti ignorano che essa è stata, appunto, solo sospesa e non abrogata.

Il Governo sta, infatti, valutando in che modo ripristinarla, alla luce delle mutate esigenze di difesa, della alienazione di numerose caserme e, in generale, dei tempi che cambiano.

Parimenti, pochi sanno che ogni Comune continua ad inserire, al compimento del 17° anno, i maschi ivi residenti nella lista di leva e che, entro il 10 aprile, l’elenco con i maschi tra i 18 ed i 45 anni viene inviato al Ministero per un eventuale richiamo in caso di guerra o per altra necessità.

La situazione attuale, alla luce di quanto avvenuto in Iran e nei Paesi mediorientali, rende meno lontano un richiamo, anche solo come contingente di pace, degli italiani di sesso maschile.

Sorgono spontanee alcune riflessioni: come può un italiano tra i 40 ed i 45 anni (quando la leva obbligatoria era in vigore) ricordare come si usa un’arma, i gradi, il regolamento di disciplina (modificato nel 1986) e, in generale, essere utile alla Patria?

Chi, invece, non abbia assolto gli obblighi (esonerato per esuberanza di leva, nato dopo il 1986, come potrà essere formato proficuamente, specie se il richiamo riveste carattere d’urgenza?

Ultimo: considerando l’indole dei nostri giovani attuali, che sono quanto di più lontano esista dalla disciplina, come riusciranno a sopravvivere ad un regime dove o ti adegui o la tua ferma raddoppia per la somma di punizioni cui verrai sottoposto e che dovrai scontare a fine ferma?

Per chi non lo sapesse, la disciplina militare segue regole e codici ben precisi (Codice penale militare di pace e Codice penale militare di guerra) e non è contemplato che i genitori vadano a picchiare il comandante di squadra, di plotone, di compagnia o di reggimento se il figlio è stato punito, se il rancio non è come quello di mamma o per qualsivoglia altra lamentela.

Idem se rientri tardi in caserma e, credendo di sfuggire al controllo, non ti fermi quando la sentinella ti intima l’altolà; dopo il terzo “altolà” seguito da “fermo o sparo” è inevitabile che il militare in ritardo venga usato come bersaglio dalla sentinella con il suo fucile Beretta 160.

Uno dei nostri atavici problemi è saper scindere i desideri dalla realtà, la voglia di pace con la realtà mondiale, quello che si spera con quello che è.

Con la sospensione della leva obbligatoria qualcuno ipotizzò che, a fronte del diminuito numero di militari di leva, vi sarebbero stati molti volontari se non altro per lo stipendio sicuro, vitto e alloggio, ecc. Questo riguarda, naturalmente, anche le forze dell’ordine ed i VV.FF. Se questi ultimi hanno sopperito alle necessità facendo massiccio ricorso ai volontari, Polizia di Stato e Carabinieri sono ancora in carenza di organico. I Carabinieri, per giunta, che sono anche Polizia militare, sono passati dal reclutamento diretto a quello per concorso, il che ha reso ancora più difficile risanare gli organici.

Sperando, sia chiaro, che il nostro Paese non debba entrare in guerra per alcuna ragione, sorge spontanea una domanda: nel caso fossimo chiamati a combattere ne morirebbero più per mano dei nemici o per l’incapacità di sopravvivere lontano dal falò domestico?

Sergio Motta

Vietato Morire: Storie di ‘ordinaria’ resistenza

A Pinerolo la seconda tappa della mostra promossa dal Centro Antiviolenza SvoltaDonna

Dal 4 al 28 marzo 2026, SvoltaDonna ODV Centro Antiviolenza porta a Pinerolo la seconda edizione della mostra fotografica itinerante “Vietato Morire – Storie di ‘ordinaria’ resistenza”, in collaborazione con il Comune di Pinerolo, che ospita l’esposizione presso la Galleria al primo piano del Palazzo Comunale. La mostra è stata finanziata nell’ambito del Progetto IRENE – In Rete per la prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza contro le donne e le ragazze, sostenuto dal Ministero dell’Economia e delle Politiche Sociali.

Si tratta di un nuovo allestimento della mostra, già inaugurata a novembre 2025 presso il Polo del ’900, realizzato alla luce dell’importanza culturale e sociale dell’iniziativa e della grande partecipazione di pubblico riscontrata durante la prima edizione.

Il progetto fotografico, firmato da Renata Busettini e Max Ferrero, dà voce – attraverso diciassette ritratti in bianco e nero – a storie di donne che hanno attraversato la violenza e scelto di trasformare il dolore in consapevolezza, resistenza e rinascita.

Ogni fotografia è accompagnata dalla voce narrante dell’attrice Carla Carucci, fruibile tramite QR code, che permette ai visitatori di ascoltare le testimonianze autentiche delle protagoniste. Ne emerge un racconto corale e profondo, capace di restituire dignità, identità e libertà femminile, andando oltre la semplice esposizione visiva.

Siamo particolarmente felici di portare la mostra a Pinerolo, città in cui ha sede il nostro Centro Antiviolenza e dove, ogni giorno, incontriamo la cittadinanza e le tante realtà del territorio che, come noi, sono impegnate nella tutela delle persone più fragili”, afferma Marina Airasca, Presidente di SvoltaDonna ODV. “Questa mostra trasmette un messaggio potentissimo: è un inno alla vita, al coraggio e alla possibilità di rinascere dopo la violenza, con nuova forza e consapevolezza. Le donne che si raccontano nelle fotografie sono come tutte noi: si trovano ad affrontare non solo relazioni caratterizzate dalla violenza, ma anche incidenti, malattie e lutti. Nel condividere la loro sofferenza, ci aiutano a comprendere che in ogni momento possiamo trasformare il nostro destino e diventare le vere protagoniste della nostra vita”.

La scelta di ospitare la mostra all’interno del Palazzo Comunale di Pinerolo assume un valore simbolico particolarmente forte”, sottolinea Lia Bianco, Assessora all’istruzione del Comune di Pinerolo: “Qualsiasi azione, evento e iniziativa che possano contribuire a scuotere le coscienze e le sensibilità della cittadinanza è per noi necessaria. È questa consapevolezza a guidarci nelle scelte e nelle collaborazioni. Per questa ragione non abbiamo esitato a ospitare la mostra di SvoltaDonna anche nel Palazzo Comunale di Pinerolo: un’istituzione che, fisicamente e simbolicamente, si fa custode attraverso questa iniziativa di un messaggio potente, quale l’abbattimento di comportamenti discriminatori e violenti. Si entra in Municipio per accedere ai servizi, ma al contempo ci si arricchisce di contenuti che forniscono una narrazione importante sull’identità e la libertà femminile. Qualsiasi donna, passando nei corridoi, sa che l’Istituzione è dalla sua parte; qualsiasi uomo sa che tipo di Comunità vuole essere Pinerolo.”

La mostra, realizzata con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Pinerolo, rientra nelle attività di sensibilizzazione e contrasto alla violenza maschile contro le donne promosse da SvoltaDonna ODV, nell’ambito del Progetto IRENE – In Rete per la prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza contro le donne e le ragazze. Hanno dato il loro patrocinio anche Regione Piemonte, Città Metropolitana di Torino, Comune di Torino, CRPO – Commissione Regionale Pari Opportunità, Università degli Studi di Torino con CIRSDe (Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere), Politecnico di Torino.

Mostra fotografica: ‘Vietato morire – Storie di ordinaria resistenza’

Palazzo Comunale – Galleria al I piano – Piazza Vittorio Veneto, Pinerolo, Torino
Dal 4 al 28 marzo 2026
Ingresso libero, lunedì-sabato, ore 8:00-20:00

Inaugurazione: mercoledì 4 marzo 2026, ore 17:30
Segue aperitivo.

SvoltaDonna ODV

Centro Antiviolenza iscritto all’Albo della Regione Piemonte, appartiene alla Rete nazionale D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) e fa parte del CCVD (Coordinamento Contro la Violenza sulle Donne) dell’area metropolitana di Torino. L’Associazione opera a sostegno delle donne che subiscono violenza, attraverso la promozione di percorsi personalizzati di riconoscimento, consapevolizzazione e uscita dalla violenza, compresa l’accoglienza in emergenza in strutture protette per le donne e i loro figli e figlie minori.

La sua sede legale e operativa è a Pinerolo, ma il suo territorio di competenza è vasto e garantisce la copertura nelle zone pedemontane della Val Chisone, Val Germanasca, Val Noce e Val Pellice, nei Comuni di Orbassano e Rivoli, e nell’area metropolitana di Torino nel suo complesso.

Il Centro è anche promotore di attività di informazione e sensibilizzazione sulla parità di genere destinate a scuole, aziende e territorio.

Max Ferrero

Giornalista dal 1987, ha pubblicato su tutte le maggiori testate italiane reportage concentrati e specializzati nell’ambito della ricerca sociale: Servizi fotografici sulla guerra nell’ex Jugoslavia, il Kurdistan iracheno, il Centro America, l’immigrazione extracomunitaria, i nomadi, gli ospedali psichiatrici e le carceri sono stati tutti oggetto di pubblicazioni e mostre sia per Associazioni, Musei Comuni quali: Torino, Milano, Lucca, Roma, Novara, Racconigi, Venaria Reale, Chivasso, Gaeta.

Ha collaborato con le agenzie fotogiornalistiche: Lucky Star, Photodossier, Linea Press, Blow Up e AGF. Dal 2011 ha la cattedra di fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Novara e dal 2018 presso lo IAAD di Torino. Nel 2017 ha pubblicato il libro di tecnica base Tre gradi di profondità fotografica e nel 2019 il manuale di creatività. La foschia dell’immaginazione. Nel 2020 è uscito il suo libro America Fi(r)st.

Renata Busettini

Nata a Milano nel 1964 si trasferisce a Torino agli inizi degli anni ’80. Ha sempre avuto la grande fortuna di viaggiare molto e la fotografia è da sempre stata una sua buona compagna di viaggio. Nel corso degli anni la passione per i viaggi non è cambiata ma il viaggio non è più motivo di fotografare, la fotografia è diventata il motivo per viaggiare.

Nel 2015 e 2016 ha seguito alcune delle rotte migratorie lavorando su reportage in Giordania, Grecia, Macedonia ed Italia. Nel 2020 è uscito il libro America Fi(r)st, reportage realizzato con Max Ferrero in quattro anni di viaggi durante i quali hanno raccontato attraverso le loro foto periferie, armi, confini; e dunque povertà, emarginazione, violenza, stragi nel nome del suprematismo o della discriminazione; l’acqua inquinata di Flint, nel Michigan e il muro al confine con il Messico.

Il 250° anniversario di Fondazione OMI

Opera Munifica IstruIos compie 150 anni e li celebra con un evento “Le Radici del futuro” con Davide “Boosta Di Leo e Gianluca Favetto

La Fondazione Opera Munifica Istruzione compie 250 anni e in questa occasione, lunedì 2 marzo, alle ore 11, nella splendida cornice del coro di Santa Pelagia, ha annunciato i primi appuntamenti del programma previsto per la celebrazione di questo importante traguardo e presentato il nuovo logo dei 250 anni.
L’incontro è avvenuto alla presenza di un folto pubblico, tra cui l’assessora alla Cultura della Città di Torino Rosanna Purchia, l’assessora alle Periferie e Progetti di Rigenerazione Urbana, Politiche Educative e Giovanili Carlotta Salerno e il consigliere regionale dei Moderati Silvio Magliano.

La Fondazione OMI venne fondata  nel marzo 1776 con il riconoscimento della Regia Patente che istituiva l’Opera della Mendicità istruita e perseguiva l’obiettivo di soccorrere e istruire i più fragili, offrendo strumenti concreti di emancipazione sociale attraverso la carità.
Nel 1789 l’Opera apriva le ”Scuole di carità”, che furono tra le prime scuole elementari gratuite in Piemonte e in Italia, affermandosi come un punto di riferimento fondamentale nella storia dell’istruzione italiana e accogliendo migliaia di bambini e bambine e accompagnandoli in processi educativi e professionali.
Dal 2024 l’OMI è diventato Ente Filantropico ETS con sede nello storico complesso che comprende la chiesa di Santa Pelagia e il Convento delle monache agostiniane a Torino. La Fondazione promuove attività educative, culturali e sociali rivolte all’infanzia, ai giovani e agli adulti, contribuendo alla costruzione di comunità inclusive e alla valorizzazione del patrimonio come bene comune.

“Celebrare 250 anni significa onorare una storia che ha saputo attraversare epoche, trasformazioni sociali e culturali,  mantenendo intatta la propria vocazione, quella di mettere al centro le persone e il valore dell’educazione come motore di crescita individuale e collettiva – ha dichiarato la Presidente della Fondazione OMI Maria Cristina Bonansea – Questo anniversario rappresenta non solo un momento di memoria, ma soprattutto un’occasione per rinnovare il nostro impegno verso il futuro”.
L’inaugurazione del 250esimo anniversario della Fondazione OMI sarà affidato a un evento speciale, giovedì 5 marzo, alle ore 21, presso il Coro di Santa Pelagia, in via San Massimo 21, con ingresso libero su prenotazione.
Si tratta di un evento che unisce musica e parole, un racconto musicale e narrativo che attraversa due secoli e mezzo di impegno e visione, dal titolo “Le radici nel futuro”, per la ideazione di Pierumberto Ferrero.

La narrazione si sviluppa in dialogo con la musica del tastierista dei Subsonica Davide “Boosta” Di Leo, che costruisce paesaggi sonori capaci di amplificare la dimensione emotiva del racconto, mentre lo scrittore  e giornalista Gian Luca Favetto restituisce forza e profondità alle parole. Attraverso letture e narrazione, il pubblico viene accompagnato in un percorso  che attraversa il tempo, a partire da una lettera di don Bosco fino alle riflessioni di autori del Novecento che hanno indagato il valore del lavoro e dei percorsi formativi come strumento di crescita personale e collettiva, passando per la Costituzione Italiana.

Mercoledì 11 marzo, alle ore 18, nella Sala Gymnasium di via Giolitti 35 si terrà  l’incontro con lo psicoanalista e saggista Massimo Recalcati , che terrà uno speech dedicato ai temi dell’educazione contemporanea e al suo ultimo libro “Che cosa significa insegnare”. La conferenza fa parte del ciclo “Crescere dalla Beta alla Zeta”  ed è promosso dall’Associazione Forme in Bilico APS con il sostegno della Fondazione OMI e in collaborazione con il Comune di Torino. Un  appuntamento rivolto a genitori, insegnanti ed educatori per riflettere sull’adolescenza, sullo sviluppo emotivo e su nuovi modelli educativi.
Sempre per il ciclo “Crescere dalla Beta alla Zeta” sarà ospite il 30 aprile prossimo, l’artista MIchelangelo Pistoletto che, con Titti Postiglione, Davide Boosta Di Leo, Tea Taramino, Paola Zanini, assisterà alla realizzazione del Terzo Paradiso di Pistoletto con il coinvolgimento delle scuole del territorio, in collaborazione con i Servizi Educativi della Città di Torino.

Opera Munifica del Territorio

Via San Massimo 21

Tel 0118178968

Info@operamunificaistruzione.it

Mara Martellotta

L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare

Il compianto Gino Bartali era solito commentare con questa frase gli insuccessi nelle sue tappe ciclistiche o, quanto meno, i successi ridotti rispetto alle aspettative.

È noto che i toscani sono spesso polemici e, dunque, autocritici.

Negli ultimi anni, al contrario, assistiamo al fenomeno inverso: l’intelligenza in caduta verticale porta non soltanto a non saper compiere il minimo gesto “normale” ma anche, e soprattutto, a criticare qualsiasi atto compiuto da altri, spesso per invidia.

Non saper esprimere un concetto, non comprendere il significato di un testo o di un discorso, non riuscire ad esprimere una propria opinione su un argomento anche banale dovrebbe mettere in disparte il soggetto e relegarlo al silenzio, con buona pace di chi lo circonda, anche in senso virtuale.

Purtroppo, queste persone sono spesso avvelenate verso chiunque perché, nel bene o nel male, questi ha fatto più di loro: scrivere, auto-criticarsi, esprimere il proprio pensiero, avanzare un ipotesi, criticare in senso costruttivo chiedendo delucidazioni.

Proprio come nello sport, dove se sei fuori allenamento rischi di perdere una competizione, nei rapporti sociali se non alleni il cervello a pensare e giudicare, rischi di perdere una buona occasione per fare bella figura tacendo (o non scrivendo), togliendo così ogni dubbio in merito alle tue ridotte attitudini mentali.

I prossimi referendum sulla giustizia ne sono un esempio: tra i pochi commenti di chi realmente comprende la materia e, democraticamente, esprime il proprio parere con cognizione di causa, troviamo molti più commenti scritti per sentito dire, perché “me l’ha giurato il meccanico del cognato della custode di mia sorella”, “perché sono tutti fascisti”, ecc. “Perché ve lo dico io”, poi, batte tutti i commenti ed è il migliore argomento a favore dell’abrogazione del suffragio universale.

La scuola è sicuramente tra i maggiori responsabili di questo status quo: mancanza di analisi del pensiero, di abitudine alla critica, di comprensione del testo portano a questo stato di cose; qualcuno obietta che la colpa sia dei genitori che hanno prodotto figli simili. Considerando che la scuola ha iniziato il suo peggioramento dalla fine degli anni’70, cioè quando i genitori degli attuali trentenni frequentavano a scuola, ritorniamo all’assioma precedente.

La soluzione? Non esiste o, quantomeno, non è somministrabile per decreto, salvo effettuare un passo indietro e iniziare una revisione che potrebbe durare decenni.

L’unico vero rimedio potrebbe essere acquisire la consapevolezza dei propri limiti e dedicare qualche minuto ogni tanto all’approfondimento di temi di discussione, argomenti del momento o materie su cui siamo chiamati ad esprimerci; ma come possiamo acquisire la consapevolezza se non ci rendiamo conto di essere ignoranti?

Non sarà che qualcuno, dagli anni ‘70, ha inteso mantenere o, addirittura, aumentare il tasso di ignoranza perché gli ignoranti passano, ipso facto, da cittadini a sudditi?

Sergio Motta

Una vita in prima linea: la storia di Ada Gobetti

Torino e le sue donne

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

 

Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile. Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, Emmeline Pankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.  

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8. Una vita in prima linea: la storia di Ada Gobetti

Dopo l’annuncio dell’armistizio, l’ 8 settembre 1943, le donne aprono le porte delle loro abitazioni ai soldati allo sbando, stravolti dal conflitto bellico. È il primo atto di resistenza femminile. Secondo i dati ufficiali dell’epoca, le donne partigiane sono state 35mila e le stime successive arrivano a contarne almeno 2 milioni. Eppure le partigiane non sfilano nei cortei insieme agli uomini, le foto mentre imbracciano i fucili per molto tempo rimangono nascoste, così come il loro coraggioso operato. È una strana contrapposizione di pensiero immaginare sul campo uomini e donne sulla stessa linea, spalla a spalla, e veder riconosciuto il valore più degli uni che delle altre, eppure, alla fine, al di sopra di ogni cosa valgono le azioni, l’unico modo che l’essere umano ha per dimostrare quanto vale. Ada Gobetti ha agito e combattuto tutta la vita e nessuno potrà mai mettere in ombra il suo mirabile e costante impegno. Ada Gobetti nasce a Torino il 23 luglio del 1902, da un commerciante di frutta svizzero originario della Valle di Blennio e da una casalinga torinese. Brillante studentessa al liceo classico Vincenzo Gioberti di Torino, collabora attivamente alle riviste “Energie nove”, “la Rivoluzione liberale” e “il Baretti” di Piero Gobetti. Con quest’ultimo si sposerà nel 1923 e da lui avrà nel 1925 il figlio Paolo. In quegli anni con Piero, Ada è testimone delle rivolte operaie del biennio rosso torinese, alle quali guardano entrambi con vivo interesse e per cui esprimono fin da subito una appassionata solidarietà. Nel 1925 Ada si laurea in Filosofia e in seguito si dedica all’insegnamento, continuando ad approfondire studi letterari e pedagogici. Nello stesso anno la rivoluzione liberale viene soppressa dal regime mussoliniano. Nel 1926 Piero Gobetti è costretto a emigrare a Parigi, dove morirà nel febbraio dello stesso anno, in un ospedale di Neuilly sur-Seine, a causa di problemi di salute aggravati da una violenta aggressione squadrista, che aveva subito due anni prima a Torino, mentre usciva dalla sua abitazione, che era anche sede della sua casa editrice. Di grande esacerbato dolore le parole vergate da Ada sul suo diario per la morte del marito: «Non è vero, non è vero: tu ritornerai. Non so quando, non importa, non importa. Ritornerai e il tuo piccolo ti correrà incontro e tu lo solleverai tra le tue braccia. E io ti stringerò forte forte e non ti lascerò più partire, mai più. È un vano sogno, tutto questo, una prova di fronte a cui hai voluto pormi: tu mi vedi, mi senti: e io saprò mostrarmi degna del tuo amore. Quando ti parrà che la prova sia durata abbastanza, tornerai per non più lasciarmi. Saranno passati molti anni ma immutati splenderanno i tuoi occhi e ritroverò le espressioni di tenerezza della tua voce. Mio caro, mio piccolo mio amore, ti aspetterò sempre: ho bisogno di attenderti per vivere». 

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Nel 1928 Ada vince la cattedra di Lingua e Letteratura inglese, insegna per alcuni anni a Bra e a Savigliano. Dal 1936 è docente presso il ginnasio del Liceo Cesare Balbo di Chieri (TO). In quegli anni rafforza la propria amicizia con Benedetto Croce, che la sprona a proseguire gli studi e a compiere le prime traduzioni dall’inglese, con le quali introdurrà in Italia gli scritti di Benjamin Spock. Negli anni precedenti l’8 settembre 1943, la casa di Ada Gobetti costituisce un punto di riferimento per l’antifascismo intellettuale e per gli ambienti legati al movimento Giustizia e Libertà. Nel 1937 si risposa con Ettore Marchesini, tecnico dell’ EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche). Ada continua ad essere una donna forte e decisa, politicamente attiva e schierata; nel 1942 è tra le fondatrici del Partito d’Azione (PdA), mentre nel 1943, durante la Resistenza, coordina le Brigate Partigiane e fa la staffetta in Val Germanasca e in Val di Susa, dove è attivo il figlio Paolo. Mai stanca di battersi anche su più fronti, nel 1943 è fondatrice dei Gruppi di Difesa della Donna e si prodiga per la nascita del Movimento Femminile. Terminata la guerra, il suo coraggio viene formalmente riconosciuto e viene insignita della medaglia d’argento al valore militare. Dopo la Liberazione è la prima donna a venire nominata vicesindaco di Torino, designata dal CLN, (Comitato di Liberazione Nazionale), in rappresentanza del PdA. Ricopre la carica sino alle elezioni del 1946, interessandosi e occupandosi particolarmente di istruzione e assistenza. Negli anni Cinquanta scrive su molte testate comuniste, tra cui l’Unità, sempre negli stessi anni affianca al costante impegno letterario l’interesse per la pedagogia e nel 1955 entra nella redazione di “Riforma della Scuola”. Nel 1957 fa parte della prima delegazione femminile italiana nella Repubblica Popolare Cinese. Nel 1959 fonda e dirige la rivista “Il giornale dei genitori” a cui collabora, tra gli altri, Gianni Rodari. Dopo una lunga vita avventurosa e dai molteplici interessi politici e culturali, Ada Gobetti muore il 14 marzo del 1968 nella sua casa nella frazione torinese di Reaglie È sepolta nel cimitero di Sassi a Torino, città per cui si è sempre impegnata, che ha tanto amato e che, di rimando, la ringrazia, proteggendola nel suo grembo di terra.

 

Alessia Cagnotto