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No alla violenza di genere: la Regione investe in lavoro, scuole e prevenzione

FONDI PER 700MILA EURO

L’assessore alla Cultura, Pari opportunità e Politiche Giovanili, Marina Chiarelli: “La Regione Piemonte sceglie di investire in modo concreto sull’autonomia delle donne, sulla prevenzione culturale e sull’educazione delle giovani generazioni, perché solo lavorando insieme su lavoro, scuola e comunità che si può incidere davvero su un fenomeno così complesso e trasversale”.

 

La Regione Piemonte rafforza in modo significativo il proprio impegno nel contrasto alla violenza maschile contro le donne, mettendo a disposizione circa 700 mila euro per sostenere interventi di prevenzione, autonomia e sensibilizzazione su tutto il territorio regionale, nell’ambito del Piano strategico nazionale contro la violenza di genere.

Le risorse, riferite alle annualità 2025 e 2026, finanziano un insieme coordinato di azioni che affrontano il fenomeno in maniera strutturata e integrata, intervenendo sia sul sostegno concreto alle donne vittime di violenza, sia sulla prevenzione culturale e educativa, attraverso il coinvolgimento di enti locali, scuole, soggetti del terzo settore e reti territoriali.

L’assessore Chiarelli

Nel dettaglio, i finanziamenti regionali consentono di attivare: interventi di inserimento e reinserimento lavorativo e di accompagnamento all’autonomia delle donne vittime di violenza, riconoscendo nel lavoro uno strumento fondamentale per la fuoriuscita da situazioni di fragilità; azioni educative e formative nelle scuole, rivolte alle giovani generazioni, per promuovere una cultura del rispetto, delle pari opportunità e delle relazioni sane; percorsi di sensibilizzazione e prevenzione rivolti alla comunità, ai luoghi di lavoro, ai centri famiglia e alle università, rafforzando il ruolo della responsabilità collettiva nel contrasto alla violenza di genere.

Complessivamente, sono circa 670.000 euro le risorse che la Regione Piemonte mette a disposizione per queste azioni, in coerenza con la Legge regionale 4/2016 e con le linee del Piano nazionale, con l’obiettivo di consolidare un sistema di interventi stabile, diffuso e capace di rispondere in modo efficace a un fenomeno complesso e trasversale.

Nel dettaglio, i finanziamenti, che rientrano nel quadro delle risorse assegnate dal Dipartimento per le Pari Opportunità della Presidenza dei Consiglio dei Ministri, riguardano tre linee di intervento principali: 235.000 euro sono destinati a sostenere progetti di inserimento e reinserimento lavorativo, accompagnamento all’autonomia e percorsi di fuoriuscita dalla violenza, riconoscendo nel lavoro uno strumento fondamentale di emancipazione, sicurezza e ricostruzione di una prospettiva di vita indipendente; 267.859 euro rivolti ad attività di informazione, comunicazione, formazione e sensibilizzazione nelle scuole sul tema della violenza di genere, con l’obiettivo di promuovere una cultura del rispetto, delle pari opportunità e delle relazioni sane fin dalle giovani generazioni e 176.000 euro sono assegnati a percorsi di sensibilizzazione e prevenzione rivolti a soggetti significativi della rete territoriale, come centri famiglia, luoghi di lavoro, università e contesti comunitari, rafforzando il ruolo della responsabilità collettiva nel contrasto alla violenza.

Un insieme di interventi che conferma la volontà della Regione di operare su più livelli: sociale, educativo, culturale ed economico, valorizzando il lavoro di rete e il radicamento territoriale come elementi essenziali per rendere efficaci le politiche pubbliche.

«Il contrasto alla violenza maschile contro le donne non può essere affidato a interventi episodici, ma richiede politiche strutturate, continuative e capaci di agire su più livelli. Con questo stanziamento di circa 700mila euro la Regione Piemonte sceglie di investire in modo concreto sull’autonomia delle donne, sulla prevenzione culturale e sull’educazione delle giovani generazioni, perché è solo lavorando insieme su lavoro, scuola e comunità che si può incidere davvero su un fenomeno così complesso e trasversale. – afferma l’assessore Chiarelli – Il lavoro rappresenta uno strumento fondamentale di libertà e di uscita dalle situazioni di violenza, così come la scuola è il luogo in cui si costruisce una cultura del rispetto, delle pari opportunità e delle relazioni sane. Accanto a questo, è essenziale coinvolgere i territori, i luoghi di lavoro, le università e le reti sociali, rafforzando una responsabilità collettiva che non lasci sole le donne. La Regione Piemonte continuerà a sostenere un sistema di interventi integrato e diffuso, – continua Chiarelli – in coerenza con la legge regionale e con il Piano nazionale, perché la lotta alla violenza di genere è una priorità che riguarda l’intera comunità e che deve tradursi in azioni concrete, capaci di generare cambiamento reale e duraturo» conclude l’assessore Marina Chiarelli.

Con questo stanziamento, la Regione Piemonte ribadisce la propria volontà di trasformare l’impegno contro la violenza di genere in politiche concrete e continuative, capaci di incidere realmente sulla prevenzione, sul sostegno alle donne e sulla costruzione di una cultura del rispetto e delle pari opportunità.

Valentino Garavani e Torino: una storia fatta di stile, relazioni e discrezione

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Il legame tra Valentino Garavani e Torino non è mai stato fatto di passerelle o grandi eventi pubblici, ma di incontri, relazioni e presenze silenziose che hanno attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana. Una relazione costruita lontano dai riflettori, nel segno della stessa eleganza misurata che ha reso il couturier uno dei maestri assoluti dell’alta moda.

Il primo contatto con la città risale agli anni Sessanta, quando la maison Valentino, fondata nel 1960 a Roma, inizia a vestire l’alta società industriale del Nord Italia. Torino, capitale economica del Paese, diventa presto un punto di riferimento naturale. In quegli anni nasce il rapporto con l’Avvocato e con la famiglia Agnelli, che rappresenterà il filo più solido e duraturo del legame con la città. Marella Caracciolo Agnelli, icona di stile internazionale, indossa più volte le creazioni di Valentino a partire dalla metà degli anni Sessanta, contribuendo a diffonderne l’estetica nei salotti torinesi e internazionali. Attraverso di lei, Valentino entra in contatto con un mondo in cui moda, industria e cultura convivono con naturalezza.

Negli anni Settanta e Ottanta, la città, pur rimanendo fortemente industriale, coltiva un’intensa vita culturale e filantropica, e Valentino ne diventa un ospite apprezzato, spesso in contesti riservati e lontani dalla cronaca mondana.

Parallelamente, cresce il rapporto con la committenza torinese: imprenditrici, collezioniste e figure di primo piano della società cittadina scelgono Valentino per abiti da sera e da cerimonia. Tra anni Novanta e primi Duemila, la maison organizza anche presentazioni private e trunk show in residenze storiche, consolidando un legame diretto e personale con la clientela locale.

Un altro capitolo significativo riguarda il rapporto con il mondo delle fondazioni culturali. Tra la fine degli anni Ottanta e i Duemila, il marchio Valentino partecipa a iniziative promosse dalla Fondazione Giovanni Agnelli e dalle fondazioni bancarie, anche in occasione di eventi di raccolta fondi per musei e progetti culturali. È il periodo in cui Torino avvia una profonda trasformazione, culminata con le Olimpiadi invernali del 2006, e il contributo del mondo della cultura e del mecenatismo diventa centrale.

Negli anni Duemila, il rapporto con la città si arricchisce di una dimensione più culturale che mondana il brand è ospite di eventi culturali che favoriscono il  dialogo tra moda e arte, sempre più riconosciute come linguaggi affini. Dopo il suo ritiro dalle scene nel 2008, la sua presenza a Torino si dirada, ma il legame resta vivo nel riconoscimento che la città continua a tributargli come interprete di un’eleganza senza tempo, in certo qual modo affine alla sobrietà sabauda, il rigore delle forme, il gusto per la bellezza non ostentata tipicamente torinesi.

Plostituzione odielna

Ho avuto modo, in diverse occasioni, di trattare l’argomento prostituzione sotto molteplici punti di vista: economico, sociale, della sicurezza, ecc.

Chi di noi non ricorda i viali delle nostre città e delle immediate periferie popolati di ragazze di colore che si offrivano per pochi euro, di sera, anche in pieno inverno, per la soddisfazione di uomini desiderosi di qualche minuto di relax o anche solo di ascolto e che, a differenza della Bocca di rosa del compianto De Andrè, non lo facevano per passione e neanche per guadagno ma perché costrette dalla criminalità organizzata.

All’improvviso, poi, questa ragazze sono sparite dalle nostre strade (e dalle nostre città) per lasciare il posto a colleghe ben più tecnologiche, professionali e organizzate: le asiatiche.

Mentre le ragazze nigeriane, ghanesi, ivoriane lavoravano per strada a rischio della propria incolumità personale patendo freddo, subendo rapine e violenze, le ragazze asiatiche sono organizzate in modo imprenditoriale.

Innanzitutto, non lavorano per strada ma comodamente in appartamento controllate da una mamasan che controlla ogni dettaglio e che gestisce l’organizzazione in ogni aspetto: arrivo clienti, sicurezza, igiene, ecc.

Poi, non da meno, verifica che le ragazze assumano i farmaci PREP (lenacapavir) così da poter consumare rapporti senza protezione, almeno per quanto riguarda l’HIV, e altri farmaci per le principali patologie a trasmissione sessuale. Considerando che una singola ragazza arriva a intrattenere venticinque rapporti al giorno, appare evidente come soddisfare un cliente senza protezione faccia, economicamente parlando, la differenza.

Ma il senso di questo articolo non è come funzioni la prostituzione asiatica: stante che la prostituzione africana era in mano alle organizzazioni mafiose del luogo, ora che le asiatiche hanno spodestato le africane, in che modo le organizzazioni di Nigeria e dintorni si arricchiscono?

Ora che la prostituzione di colore ha subito un forte crollo di richieste (da cui un drastico calo dell’offerta) appare evidente come, con ogni probabilità, le organizzazione che controllavano la tratta delle ragazze dal centro Africa verso i Paesi europei non si siano accontentate di veder sfumare i loro guadagni ma, ça va sans dire, si siano orientate su altre fonti di guadagno: droga, commercio di organi o altro, comunque redditizio e, ovviamente, illegale.

Risulta palese che, con un controllo del territorio, si sarebbe potuto (e magari, chissà, sarebbe ancora possibile) verificare dove siano finite quelle migliaia di ragazze che nelle principali città come nei paesini di provincia, hanno abbandonato i marciapiedi per una nuova missione.

Per quanto possa sembrare strano, le prostitute di strada assicuravano anche un controllo del territorio: qualche anno fa un mio amico che abitava in via Giuria a Torino ricevette la visita di una zia. Appena entrata, questa si lamentò col nipote per la presenza di prostitute nei paraggi dell’alloggio. Dopo pochissimi minuti, la prostituta suonò al citofono (non solo del mio amico ma di tutto il condominio) per chiedere se fosse salita lì quella signora perché le erano cadute le chiavi dell’auto dalla tasca. Pensiamo solo che, ora che le auto sono dotate di telecomando, basta una passeggiata tra le varie auto e, individuata quella corretta, entrare, avviarla e farsi un regalo.

E’ prassi valutare i singoli eventi, i singoli cambiamenti senza correlarli tra loro, senza valutare quale impatto essi possano avere a livello più ampio; su un giornale di annunci erotici, nella sola città di Torino, risultano presenti circa 1500 annunci unici, ognuno con numero telefonico diverso, relativi a prostitute o trans. Significa che, ammesso che lavorino tutti, c’è una prostituta asiatica (oltre a brasiliane, italiane, ecc.) ogni 570 torinesi (di entrambi i sessi); non è forse il caso di indagare meglio il fenomeno e, perché no, ipotizzare che la non compianta senatrice Merlin forse non aveva afferrato il concetto? Che forse è preferibile combattere l’evasione fiscale, il rischio di aggressioni e rapine e tutelare la sanità di prostitute e clienti anziché lottare contro i mulini a vento?

Non è una novità: si crea un problema, che nessuno percepisce come tale, per dimostrare di averlo risolto, di aver fatto qualcosa.

Sergio Motta

Memissima assegna gli Oscar dei meme in Italia

Venerdì 16 gennaio e sabato 17 gennaio a Torino torna il Festival della cultura memetica 

Fra le pagine e creators ospiti:
Filosofia Coatta, Vabe RagaA, Roncolate antichità, Memefattori,
Maidirememe, Sapore di Male, iconografieXXI e molte altre.
Venerdì 16 gennaio – Circolo dei lettori e delle lettrici, via Giambattista Bogino, 9
e Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, P.za Carlo Alberto, 8
Sabato 17 gennaio – Scuola Holden, Piazza Borgo Dora, 49

Torna MEMISSIMA e preannuncia novità e grandi sorprese per
la sua quinta edizione. Il festival della cultura memetica è ideato e diretto da Max
Magaldi che ospita venerdì 16 e sabato 17 gennaio a Torino le più importanti agenzie
di comunicazione e pagine meme da tutta Italia.

L’attesa più grande è riservata ai Meme Awards – gli Oscar dei Meme – che dopo il
successo delle edizioni precedenti, ci terranno anche quest’anno col fiato sospeso
scatenando il toto-meme sul web fino all’evento di premiazione finale in programma alle
21.00 di sabato 17 gennaio alla Scuola Holden di Torino.

Negli anni precedenti, l’oscar per il personaggio più memato dell’anno è stato assegnato a:
2024, Gennaro Sangiuliano; 2023, Gerry Scotti; 2022 Luigi Di Maio.

MEMISSIMA è il festival della cultura memetica prodotto da The Goodness Factory, con
il sostegno di Fondazione CRT, Camera di Commercio di Torino, Assessorato alle
Politiche Educative e Giovanili e con il sostegno di UNA, Aziende della
comunicazione unite e Reale Mutua Assicurazioni. Un progetto realizzato con il
Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, Scuola Holden, Fondazione Circolo dei
lettori e il Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università degli
Studi di Torino.

“In un mondo in cui la realtà ha superato i meme, Memissima prova ad usare i meme per
interpretare la realtà” – commenta Max Magaldi sintetizzando lo spirito della
manifestazione, che indaga il meme come linguaggio culturale capace di leggere il
presente e i suoi immaginari.

Memer e mondo della comunicazione da tutta Italia si danno quindi appuntamento a
Torino in occasione di MEMISSIMA fra case studies e nuovi linguaggi da indagare.
Protagoniste del festival saranno le più importanti pagine italiane a partire da Filosofia
Coatta, Vabe RagaA, Roncolate antichità, Maidirememe, Sapore di Male, memefattori,
iconografieXXI e tante altre.

A completare l’offerta del festival ‘Meme per gli acquisti’, l’incubatore sul
memevertising che ospita le agenzie di comunicazione italiane ed è pensato per
studiare il rapporto tra meme e pubblicità nell’incontro fra memer e admin di pagine
meme con agenzie di comunicazione e aziende e le lezioni di scrittura memetica che
per il terzo anno tornano a Scuola Holden il sabato pomeriggio.

PROGRAMMA DEL FESTIVAL, FRA TANTI OSPITI E TALK
Ad aprire la kermesse di MEMISSIMA, venerdì 16 gennaio, sarà il Circolo dei lettori e
delle lettrici, che ospiterà una sessione di talk del format “Meme per gli acquisti”. Il primo
incontro è in programma alle 10:30 con gli admin di Socialbag, che presenteranno il
“Wellmart Perugia – la storia del supermercato più scorretto e virale d’Italia” con la
moderazione di Glenda Allasia, CEO Alla Advertising. Alle 11:45, sempre al Circolo,
seguirà il talk “Razza Artificiale” dove Marco Rubiola e Max Magaldi dialogheranno
con, Elvis Tusha, Giuseppe Mastromatteo e Rick Dick su come l’IA stia cambiando la
razza umana.

Il programma prosegue nel pomeriggio, alle 15:00, con gli speed date, un format di
networking pensato per mettere in contatto admin e creator di pagine meme con agenzie.
alcune associate a UNA, Aziende della comunicazione unite e freelance del settore,
come Dunter, All Advertising, Instant Love, Thinking hat, Synestesia, An art Apart,
Creativa, Betrees.

Alle 18:00 Memissima si sposta al Museo Nazionale del Risorgimento per il talk “Fatta
l’Italia, memiamo gli italiani”. Una curatrice/archivista – Monika Szemberg -, un semiologo
– Gabriele Marino- e tre memer/creator di spicco – Filosofia Coatta (Giulio Armeni),
VaberagaA (Monica Magnani) e roncolate_antichità (Giorgio Milesi) dialogano
sull’intreccio satira/meme/politica stando con un piede nella staffa delle caricature del
fondo Dalsani del Museo del Risorgimento e l’altro immerso nell’universo memetico
contemporaneo, tra template, brainrot e intelligenza artificiale.
A chiudere la giornata, la sera del 16 gennaio dalle 21 presso una location segreta che
sarà annunciata sui social di Memissima “La guerra dei Meme”, una performance
musicale partecipativa di Giacomo Laser.
Il 17 gennaio il programma prosegue con le lezioni di scrittura memetica alla Scuola Holden:
alle 16:00 Paolo Danzì (Sapore di Male) ci parlerà de “L’algoritmo della nostalgia” esplorando
quanto il fascino del passato possa essere importante per narrare il presente.
Alle 17:30, partendo dal suo mini-documentario COSPLAYERS, Mattia Salvia
(IconografieXXI) ci spiegherà come l’assurdo è ormai diventato parte integrante della realtà
che ci circonda e quindi elemento per raccontare il presente.
Grande chiusura sabato 17 gennaio alle 21.00 con l’evento più atteso dai memer di tutta
Italia: i Meme Awards, gli “Oscar dei meme”.
Fino all’8 gennaio tutti i memers hanno avuto la possibilità di partecipare all’evento inviando i
propri meme a @memissimafestival, il profilo Instagram dell’evento: oltre 300 le pagine
hanno candidato i loro meme per l’edizione di quest’anno!
I meme candidati verranno giudicati da una giuria che individuerà i 4 meme finalisti per
le diverse categorie tra cui Personaggio più memato dell’anno, Politica e Attualità, Nerd,
Amio Noi, Scuola Università e Lavoro, Sport, IGP, Trash/Dank/Nonsense, Musica Arte
e Spettacolo e la categoria speciale SHIT HAPPENS ideata in collaborazione con
Piazzasanmarco.

I vincitori verranno scelti dalla combinazione tra il voto della giuria e quello dei follower della
pagina dell’evento Memissima/Meme Awards: per votare basterà seguire la pagina Instagram
ed esprimere la propria preferenza.

Convivio Esperienze di crescita e conoscenza con CasaOz 

Giovedì 15 gennaio, alle 17.30, la Casa del Teatro Ragazzi accoglierà CasaOz per un viaggio dentro una quotidianità che cura, fornisce un senso al tempo, ai legami e alla fragilità.
Da quasi vent’anni CasaOz accoglie bambini e giovani che vivono situazioni di malattia, disabilità o fragilità insieme alle loro famiglie, una grande casa rossa immersa nel verde, affacciata sul Po, dove ogni giorno si intrecciano gesti semplici e fondamentali, una tavola imbandita, un compito svolto insieme, un orto che cresce, qualcuno che aspetta. Un luogo che aiuta a ritrovare equilibrio e benessere e che offre alla comunità un modello concreto di cura quotidiano, fatto di relazioni, di ascolto e di possibilità.
Nel corso della serata saranno presenti la coordinatrice di CasaOz, Laura Edera, e il vicepresidente di FondazioneOz e direttore di CasaOz Marco Canta, che insieme lavorano ogni giorno per costruire comunità e trasformare progetti sociali in azioni concrete di cura e di sostegno. Il loro intervento racconterà l’esperienza di CasaOz come un percorso condiviso, dove ogni gesto, ogni iniziativa e ogni idea diventano strumenti di relazione, attenzione e crescita della collettività. Sarà l’occasione per riflettere sul lavoro di squadra, sulla collaborazione e sulla condivisione delle responsabilità, mostrando come quotidianità e cura possano diventare forza trasformativa per le persone e l’intera comunità.
Il racconto di CasaOz risuonerà anche attraverso le parole della giornalista Annalena Benini, che ne ha colto l’essenza profonda, un luogo dove la malattia dei bambini vive accanto alle altre cose della vita.
Alle 18.45, come da tradizione da Convivio, l’incontro sarà seguito da un aperitivo informale, momento di scambio e convivialità tra partecipanti e relatori.

Alle 19.30 debutterà lo spettacolo “Il mago di Oz” della Fondazione TRG, anche per bambini dai 5 anni in su, liberamente ispirato al celebre libro di L. Frank Baum per la drammaturgia di Micol Jalla e la regia di Isabella Locurcio, con Claudio Dughera, Claudio Martore e Simone Valentino.
In una soffitta polverosa due fratelli e una sorella  ritrovano vecchi oggetti e ricordi d’infanzia che li catapultano nel meraviglioso mondo di Oz. Tra campi di papaveri, fiumi da attraversare e streghe da sconfiggere, Dorothy e i suoi amici, lo Spaventapasseri, l’Uomo di Latta, e il Leone, scopriranno  che coraggio, saggezza e amore erano da sempre dentro di loro. Si tratta di una storia emozionante che celebra l’immaginazione, i legami e il valore di credere in se stessi.

Repliche de “Il mago di Oz” sabato 17 e domenica 18 gennaio alle 16.30.
Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani Onlus
Corso Galileo Ferraris 266
Tel 01119740260 www.casateatroragazzi.it

Mara Martellotta

Ecco come l’economia migliora le nostre decisioni 

 L’incontro al Polo del ‘900 con Luciano Canova  

Giovedì 15 gennaio prossimo, alle ore 17:45, presso il Polo del ‘900, a Torino, un incontro con il Professor Luciano Canova, che guiderà il pubblico durante l’incontro “L’architettura della scelta. Come l’economia migliora le nostre decisioni”. Ogni giorno ne prendiamo a decine: cosa mangiare, quanto risparmiare, come usare l’energia, quali servizi attivare. Ma siamo davvero liberi di scegliere? Perché a volte facciamo scelte che poi rimpiangiamo? L’economia di oggi non studia solo numeri e mercati, ma persone vere, con poco tempo, mille distrazioni e tante abitudini. “L’architettura della scelta” è il modo in cui opzioni, regole, moduli, app e menù sono costruiti: dettagli apparentemente piccoli che però influenzano molto il nostro comportamento. Basta cambiare l’ordine delle scelte in una lista, semplificare un modulo o impostare un’opzione predefinita per aiutare le persone a mangiare meglio, risparmiare di più o ridurre gli sprechi — senza obblighi e senza divieti. Il primo appuntamento del 2026 della rassegna di divulgazione scientifica Giovedì Scienza racconta, con esempi concreti, come le “spinte gentili” possano migliorare le decisioni quotidiane e le politiche pubbliche, rispettando la libertà di ciascuno. Perché spesso non serve scegliere di più, ma scegliere in un contesto migliore.

Luciano Canova, docente di economia ed economia comportamentale alla Scuola Enrico Mattei dell’ENI e Università di Pavia. Molto attivo come divulgatore in differenti canali: libri pop, podcast, video pillole (TikTok e Instagram) e laboratori di educazione finanziaria per bambini con i mattoncini Lego. La conferenza si svolge in presenza e sarà disponibile online sul canale YouTube di Giovedì Scienza a partire dalle ore 17:45 di venerdì 16 gennaio.

Per info: gs@centroscienza.it

Ingresso libero e gratuito fino a esaurimento posti

Polo del ‘900 – Piazzetta Franco Antonicelli, Torino

Mara Martellotta

Parola d’ordine: innovare

Innovare, nelle varie declinazioni (innovazione, innovabile, ecc.) sembra essere diventata la parola d’ordine odierna.

Il progresso, unito al tentativo di uscire dall’immobilismo e da una delle tante crisi, unito a tecnologie che ci invogliano quasi a cambiare per forza le cose, sembrano essere diventati l’undicesimo comandamento: ricordati di innovare.

Ad una prima analisi, neppure tanto superficiale, l’innovazione sembrerebbe la soluzione a molti problemi; nuove fonti energetiche in sostituzione di quelle in esaurimento o di quelle dannose per l’ambiente, nuove tecnologie per risparmiare sulle risorse umane o per migliorare le indagini mediche e così via.

Spesso, però, l’innovazione diventa la cifra stilistica di quanti vogliono lasciare un segno del loro passaggio in politica, nell’imprenditoria o in qualsiasi altro ambito senza aver intenzione di migliorare realmente l’oggetto del loro intervento.

Perciò innovare, cambiare con qualcosa di più recente o più moderno, diventa spesso solo un modo di far notare il proprio operato, anche se questo significhi soltanto dispendio economico e, talvolta, scoprire che era meglio il pregresso.

Ne è un esempio la continua innovazione nei sistemi operativi, volti ufficialmente a migliorarne l’utilizzo dei PC salvo obbligare al cambio dell’hardware, a dover spesso sostituire molti applicativi con l’inevitabile difficoltà iniziale di dover imparare le novità ed un esborso non di poco conto.

O, ancora, il settore automobilistico: inutile sostenere l’esame di guida su un veicolo di un certo tipo se poi, magari a distanza di vent’anni, sei obbligato a guidare su veicoli con motore elettrico, con cambio sequenziale, con tutta l’elettronica possibile, senza le caratteristiche che hai studiato ma, ed è peggio, con quelle che non hai studiato.

Con la quantità di notizie da cui siamo quotidianamente investiti, non abbiamo materialmente il tempo per discernere quelle vantaggiose per noi, quelle con un fondamento di attendibilità da quelle create ad arte per occupare le colonne dei giornali e le tasche dei produttori.

Come ho avuto modo di dire in molte altre occasioni, se smettiamo di usare il cervello prendendo per buona ogni innovazione, ogni scelta effettuata da altri per nostro conto perdiamo la capacità di analizzare cosa sia realmente utile per noi e cosa non lo sia o, addirittura, possa risultare dannoso.

Un telefono predisposto per il 5G acquistato tre anni fa, in previsione che il 5G ci cambierà la vita, è un acquisto inutile perché quando il 5G sarà funzionante il nostro telefono sarà alla frutta e dovremo comprarne un altro; comprare ora un ‘auto elettrica, in previsione del divieto di motori endotermici (poi rimandato) fra 10 anni è una scelta insensata, stante che nessuno vuole ritirare le auto elettriche usate; se poi acquistiamo auto elettriche per non inquinare, abbiamo mai pensato che più auto elettriche ci saranno in circolazione più le nostre centrali elettriche (a gasolio) inquineranno?

Con tutto il tempo che spendiamo in cose inutili (dal web ai messaggi, dalle news a trasmissioni spazzatura) possibile che non ci restino cinque minuti al giorno per formarci un’idea nostra, personale?

Sergio Motta

Epifania: breve storia della vecchina sulla scopa

Quando ero piccola, la sera del 5 gennaio, lasciavamo una tazza di tè adornata di biscotti vicino alla finestra; ricordo il davanzale su cui posavamo la bevanda fumante e il tinello minuto da cui, allora di cena, il vapore della pasta scolata appannava i vetri della cucina; rammento che giocavo a disegnare faccine sorridenti con le dita, e al di là dei tratti creati dai polpastrelli spiavo la collina sorvegliata da Superga.

Uno dei nostri rituali familiari: la mamma prendeva dalla credenza – la stessa in cui si trovava il piattino per il Topolino dei denti –  una chicchera del servizio bello, una di quelle in porcellana, decorata con fiorellini e rifinita in oro, la riempiva con la bevanda incandescente e poi sistemava il tutto vicino alla finestra. È per me un ricordo senza odori né suoni, una pura immagine nitida e immobile, una di quelle cose che mi torneranno immutate alla mente ogni qual volta riaffiori il ricordo.
Chissà in quanti perseverano in questa abitudine tutta italiana?
Chissà quante vetrate caserecce rifletteranno le sagome di infusi e biscotti nella notte tra il 5 e il 6 di gennaio?


Mi è sempre piaciuta la ricorrenza dellEpifania, ancora oggi appendo simpatiche befane alle maniglie delle porte di casa, anche se è ormai da un po che mi dimentico di preparare la colazione notturna per la vecchina. Daltronde crescere significa anche questo, mettere in secondo piano tutte quelle piccole cose che un tempo erano tanto importanti.
Questa volta però vorrei contribuire anche io ad alleviare il viaggio della Signora che ci porta via le feste, scrivendo questo pezzo sulla sua storia, nella speranza di allietare voi, cari lettori, e magari anche lei, chissà che, mentre sorseggia un the su qualche davanzale, tirando fuori da una tascona rattoppata un inaspettato tablet, si metta a leggere queste mie parole.
E intanto che mi accingo a chiacchierare con voi, la nostra bella Torino si organizza per offrirci un 6 gennaio ancora di festa; èpossibile approfittare del momento di relax passeggiando per il centro, adocchiando qualche saldo anticipato, oppure andando a teatro o al cinema, o ancora ci si può giovare delloccasione per visitare qualche museo. 

È tuttavia innegabile che latmosfera, qualsiasi attività si decida di intraprendere, è ormai malinconica e nostalgica. Il Natale, quella che per i più è la festa più attesa dellanno, è ormai passato, e la bella stagione pare ancora più lontana di quanto non sia in realtà.
La nebbia e lumidità non ci aiutano, cari concittadini, ma questa è Torino e questo è il momento di farci forza e resistere fino allo sbocciare delle prime gemme. Torniamo dunque a noi e al proposito che mi sono data: un breve racconto della festa dellEpifania e delle origini della vecchietta che elargisce carbone e dolcetti.


Prima di tutto è opportuno sottolineare che lEpifania è una festa italiana pressoché sconosciuta nel resto del mondo. In molte regioni, ancora oggi, si eseguono nel giorno del 6 gennaio rituali con caratteristiche simili a quelli del Carnevale, in cui il Maligno viene scacciato dai campi grazie al fracasso di pentoloni fortemente battuti, o vengono accesi fuochi imponenti o ancora si costruiscono fantocci a forma di vecchia che poi devono essere arsi nella notte seguente.
Il nome della protagonista della festa deriva dalla corruzione lessicale del greco epifáneia manifestazione, attraverso bifania e befania, fino allattuale befana.
Dellanziana figura folclorica  la caratteristica principale è quella del consegnare regali ai bambini, qualità che la collega ai personaggi di Babbo Natale e San Nicola, ma anche alla tradizione romana dei Saturnalia, festività in cui  si scambiavano le strenne, ossia i doni augurali, dal latino strena, regalo di buon augurio.


Si tratta di una ricorrenza dalle origini antiche, le cui radici affondano, così come per il Natale, nelle usanze precristiane e popolari, a cui poi nel tempo si aggiungono elementi folcloristici e credenze religiose. È necessario fare riferimento ai riti pagani risalenti ai secoli X- VI a.C., diffusi soprattutto nelle aree germaniche e austriache, ma similari a rituali tipici delle popolazioni che vivevano, nello stesso periodo, nella penisola italica. Sono celebrazioni legate ai cicli stagionali, al propiziare gli dei per i raccolti e allauspicio di una florida rinascita di Madre Natura; abitudini che si ritrovano poi nelluso romano, quando, tra il solstizio dinverno e il Sol Invictus, venivano indetti banchetti e feste per esorcizzare, in compagnia di amici e parenti, la comune paura causata dalle notti più lunghe dellanno. Si tratta di dodici notti durante le quali era comune credenza che figure femminili si librassero sui campi coltivati per favorire la fertilità dei nuovi raccolti. Ed è da qui che viene il mito della figura volante.
Vi sono diverse ipotesi su chi fossero queste signore notturne, secondo alcuni si tratta di Diana, dea lunare, legata alla caccia e alla vegetazione, secondo altri invece è Sàtia, dea della sazietà, mentre secondo altri ancora è Abùndia, dea dell’abbondanza.


È doveroso approfondire il discorso sulla personificazione femminile della natura invernale, evidente nella tradizione nordica del centro e del nord Europa. In queste zone si diffonde il culto di Perchta, La splendente, anche nota come Signora delle bestie e guardiana del mondo animale. Secondo la mitologia è cugina di Holda, e come lei compare sulla terra nel periodo compreso tra Natale e lEpifania; Perchta può assumere due forme, la prima come bella e nivea fanciulla, la seconda come vecchia, rugosa, gobbuta e dal naso adunco, con capelli bianchi scompigliati e completamente vestita di stracci. Quale versione abbia riscosso più fortuna è evidente. In ogni caso Perchta è benevola, cammina con le scarpe usurate sui campi per dodici notti consecutive, rendendo propizio il raccolto, il suo errare termina in concomitanza con la nostra Epifania.


Perchta o Berchta, visita le case dei villaggi e si compiace nel trovarle in ordine e ben rassettate, al contrario non apprezza la pigrizia e disdegna le abitazioni poco pulite; protegge i bambini e le filatrici e, secondo il comune credo, è solita farsi vedere da chi, il 6 gennaio, lavora il fuso, a codeste persone regala arcolai e conocchie vuote, incitando le fanciulle a tessere  in modo impeccabile: chi fosse riuscita nellintento avrebbe ricevuto numerosi doni, chi invece avesse ingarbugliato il filo sarebbe stata vittima di dispetti da parte della Dea. Berchta è anche Signora del Corteo delle Fate, di cui fanno parte folletti, streghe, fate e animali, tra cui spicca una grande oca zoppa, vi sono poi anime di bambini e oggetti magici, soprattutto scarpe che camminano da sole.
Altre figure convergono e si sovrappongono a Perchta. La dea Holda o Holla e Frigg, Madre Divina anche conosciuta come Colei che viene prima di tutti gli altri.


Holla, dagli occhi luminosi, è la Signora dellInverno, custode del focolare, protettrice della casa, degli animali domestici e della filatura. Solitamente ha laspetto di unanziana signora, dal volto rugoso e dai capelli canuti; è solita scendere nei campi innevati nelle notti vicine al solstizio dinverno, benedice il terreno e si assicura che la terra sia fertile per le prossime semine. La dea ha al suo seguito altre divinitàfemminili che cavalcano con lei in groppa a grossi gatti, inoltre fanno parte della sua schiera le anime dei bambini non nati o morti nei primi anni detà. Holla come Perchta –   visita le case, entra dal camino edelargisce doni e fortuna nelle dimore in cui trova pulizia, ordine e armonia, al contrario maledice le abitazioni sporche e disordinate.


Infine vi è Frigg, nella cui figura confluiscono diversi aspetti di Holla e Berchta. È la madre di tutte le divinità, gli spiriti e le creature naturali; la dea protegge lagricoltura e il bestiame, nonché il focolare delle case, veglia sui bambini e sulle madri. Tutto è dedicato a lei che ha creato il mondo, ma in particolare a Frigg è cara la filatura, poiché, secondo la leggenda, è lei la prima delle tessitrici. Le donne che lavorano bene il filo e portano avanti il lavoro con amore e dedizione saranno ricompensate, al contrario, chi esegue la tessitura in malomodo sarà severamente punito. Medesimo destino attende  chi tiene in ordine la casa e chi al invece la trascura.
Da queste leggende si evincono alcuni caratteri tipici della nostra Befana: laggirarsi di notte, precisamente in quelle vicine al solstizio, il poter volare, il portare doni e lessere di buon auspicio per chi in un qualche modo se lo è meritato.
La simpatica vecchina però ha con sé altri elementi simbolici che la rendono immediatamente riconoscibile.
Il fazzolettone la distingue dalle streghe anglosassoni, essa infatti non indossa nessun cappello a punta, ma una pezzóla di stoffa pesante, annodata in modo vistoso sotto il mento.
Vola su una scopa, simbolo di pulizia, purificazione e rinascita; la tradizione vuole che cavalchi loggetto al contrario rispetto alle altre streghe, tenendo le ramaglie davanti a sé.


La  vera Befana tiene i doni in sacchi di iuta slabbrati e antichi quanto lei, talmente deformati da parere dei calzettoni enormi; dentro si trovano dolciumi e leccornie per i bambini buoni e carbone e aglio per chi invece è stato un po troppo monello. Il dettaglio del carbone èquel che rimane degli antichi rituali dei falò propiziatori, è simbolo del rinnovamento stagionale e ricorda anche i fantocci bruciati durante le celebrazioni.
A partire dal IV secolo d.C. la Chiesa di Roma inizia a condannare pubblicamente i riti e le credenze pagane, sottolineandone linfluenza satanica; le abitudini però, come sappiamo, sono assai radicate nei comportamenti del popolo e difficili a scomparire, ne consegue unovvia sovrapposizione di nuovi concetti su antiche cerimonie e una complessa miscelanza di credenze che nascondono sotto un velo cattolico elementi pagani intelligentemente occultati. La figura femminile che vaga nella notte per risvegliare la natura si tramuta in una strega, brutta e spesso spaventosa, ma comunque non maligna.


Ulteriore tentativo di cristianizzare la giornata del 6 gennaio sta nellassociare la figura della Befana ai Magi. Si racconta che, una notte, i sacerdoti incontrarono una vecchina, alla quale chiesero indicazioni per proseguire nella giusta via che li doveva condurre da Gesù; pare che la donna non solo non li aiutò, ma rifiutò linvito degli uomini che la spronavano a proseguire con loro il viaggio. Secondo la leggenda, lanziana si sarebbe poi pentita e avrebbe iniziato a pellegrinare per la terra, consegnando doni ai bambini che incontrava sul suo cammino, nel tentativo di espiare la propria colpa.
Nel 1928 è introdotta la festività della Befana fascista, giornata in cui vengono distribuiti regali ai ragazzini più poveri; dopo la caduta di Mussolini tale festività continua ad essere in vigore nella sola Repubblica Sociale Italiana.
Nel periodo più recente la Befana entra nel calendario legale inserendosi allinterno dellanno gregoriano; a livello liturgico termina così il  Tempo Liturgico forte, o natalizio, e comincia quello Ordinario, ed è per questo che si recita: Epifania, tutte le feste porta via.
Quello che apprezzo di tale giornata è il fatto che si continui a festeggiarla. È una delle poche usanze rimaste intatte, nonostante linflusso della globalizzazione e la generale ondata di appiattimento delle culture, in nome di un politically correct che di corretto – a mio parere –  non ha granché.
Altro aspetto che mi affascina è il concetto che persevera nelle diverse tradizioni e che sopravvive al tempo: la figura ingobbita ricoperta di stracci è metafora dellanno vecchio, vissuto e consumato, è la secca natura invernale che volge al termine e ci lascia la possibilità di sperare nel periodo a venire.
La Befana è la Dea Anziana ormai pronta ad essere bruciata come un ramo secco, per far sì che dalle ceneri rinasca la Natura sotto la luna nuova, prima di perire però la donna distribuisce doni da piantare affinché nascano e crescano lanno successivo.
È dunque il momento dei buoni propositi, quali sono i vostri?

Alessia Cagnotto 

Bullismo, il Piemonte fa rete: 57 scuole finanziate per prevenzione e contrasto

Difendere i ragazzi, educare al rispetto: la Regione Piemonte investe nelle scuole contro bullismo e cyberbullismo. Stanziati 277 mila euro per 57 istituti

«Il contrasto al bullismo è una priorità. Educare al rispetto, alla legalità e all’uso consapevole delle tecnologie significa costruire cittadini più forti».

La Regione Piemonte ha approvato 57 progetti presentati dalle scuole del primo ciclo, statali e paritarie, finalizzati alla prevenzione e al contrasto del bullismo e del cyberbullismo. Le iniziative intendono rispondere in modo concreto a fenomeni sempre più diffusi e, in alcuni casi, particolarmente gravi.

Le risorse

L’investimento complessivo supera i 277 mila euro. Ogni istituto con progetto approvato potrà beneficiare di un contributo fino a 5.000 euro, da utilizzare nell’anno scolastico 2025-2026 per la realizzazione delle attività previste.

I progetti finanziati

Sono 57 i progetti sostenuti: 49 presentati da scuole statali e 8 da istituti paritari. La distribuzione sul territorio vede:

  • Alessandria: 2 progetti

  • Asti: 6

  • Biella: 5

  • Cuneo: 12

  • Novara: 4

  • Città metropolitana di Torino: 27

  • Verbano-Cusio-Ossola: 1

  • Vercelli: 1

Le attività previste

Le azioni sono rivolte agli studenti e mirano a promuovere la cultura della legalità, il rispetto della persona, la valorizzazione delle diversità e il contrasto a ogni forma di discriminazione. Particolare attenzione è riservata all’educazione civica digitale, alla tutela del benessere psicofisico e all’uso consapevole delle tecnologie e della rete.

I progetti favoriscono inoltre lo sviluppo della personalità, il benessere scolastico e le relazioni tra pari. Tra i temi centrali figurano l’educazione affettiva, il rispetto reciproco, la prevenzione di ogni forma di violenza — compresa quella di genere — e la responsabilizzazione sull’uso del linguaggio online. L’obiettivo è creare ambienti di apprendimento partecipativi, in cui lo studente diventi protagonista e possa trovare figure professionali in grado di supportarlo in situazioni di disagio.

Un ulteriore traguardo è ridurre la distanza tra le esperienze vissute dagli studenti e la percezione del fenomeno da parte dei docenti, favorendo al contempo la conoscenza dei protocolli di gestione delle situazioni di bullismo e cyberbullismo e una corretta informazione rivolta a scuole e famiglie.

«Contrastare bullismo e cyberbullismo significa difendere i nostri ragazzi e ribadire che la scuola è un presidio educativo irrinunciabile, non una zona franca. La Regione Piemonte investe risorse, visione e responsabilità perché nessun giovane venga lasciato solo e perché la libertà, la dignità e il rispetto non siano parole astratte ma pratiche quotidiane. Educare al rispetto, alla legalità e all’uso consapevole delle tecnologie significa costruire cittadini più forti e una Nazione più solida, fondata sul merito, sulla responsabilità e sulla cura delle fragilità».

Altre iniziative regionali

La Giunta regionale ha inoltre approvato uno schema di protocollo d’intesa con l’Ufficio Scolastico Regionale, le forze dell’ordine e la Procura per i minorenni, finalizzato a rafforzare le azioni comuni di educazione alla legalità, prevenzione dei comportamenti a rischio e contrasto a bullismo e violenza. L’accordo rende strutturale la collaborazione tra istituzioni, scuola, terzo settore e forze dell’ordine.

Fare rete è la parola chiave: nell’ottobre scorso la Regione ha adottato il nuovo Piano regionale triennale per la prevenzione e il contrasto del bullismo e del cyberbullismo, con l’obiettivo di mappare le iniziative attive sul territorio e offrire un sistema di sostegno, prevenzione e formazione rivolto a scuole, insegnanti, famiglie e studenti.

Discoteche addio!

Se avete visto il film Piper o se avete avuto la fortuna di vivere quegli anni, ricorderete come da Londra sia partita quella musica beat che ha poi invaso il resto d’Europa. Negli anni successivi a fare tendenza sono stati i locali di Berlino, Barcellona e altri.

Ancora dieci anni fa le discoteche, seppure meno di un tempo, raccoglievano centinaia, se non migliaia, di persone in prevalenza giovani; per citare solo quelle di Torino e dintorni: Le Palace, Hennessy, Naxos, Ultimo impero, Rock city, oltre alle più piccole Manuia, Diagonal, Jimmy’z, Vaniglia, Heaven, Bagatelle, La Beccaccia e molte altre erano il must dove trascorrere il sabato sera.

Nell’arco di pochi anni sono state tutte abbandonate dai clienti, prima, e dalla proprietà dopo e alcune di loro sono ormai cattedrali nel deserto.

Cos’è successo? Cambiamenti sociali importanti hanno decretato un cambio di tendenza: l’alcoltest che può rovinarti la nottata è solo uno degli aspetti; a differenza di altri Paesi dove, a turno, uno decide di non bere e fare da autista agli amici, in Italia non è ancora entrato in testa che, non soltanto rischi di perdere la patente e di finire sotto processo, ma in caso di sinistro la compagnia assicuratrice può riservarsi di non pagare i danni. E se parliamo di lesioni permanenti o di decesso vi invito a fare i calcoli prima di mettervi alla guida.

Poi sono cambiati i gusti, specie dei giovani; meglio l’ubriacatura in pochi amici che bere moderatamente ascoltando musica o ballando o socializzando con sconosciuti.

La discoteca era spesso il luogo dove si sono formate coppie perché con la musica, il relax del fine settimana e l’alcool che scioglieva le inibizioni tutto era più facile anche per i casi più disperati.

Ora i giovani sono totalmente disinteressati dall’approccio con l’altro genere (ma anche con lo stesso genere sarebbe già meglio che niente) e riescono a stare seduti in cinque su una panchina, ognuno col proprio smartphone, totalmente avulsi dalla realtà che li circonda.

Non si fanno più incantare, attrarre, ipnotizzare da luci, dj famoso, musiche, alcool “che fa adulto” e ragazzine tutte in tiro semplicemente perché sono cambiati i gusti, è cambiato il carattere dei giovani, è cambiato quasi tutto intorno a noi.

Un cambiamento, tuttavia, non sempre è totalmente positivo o totalmente negativo; ci sono anche le vie di mezzo. Non è tutto bianco o nero, ci sono molte sfumature di grigio. Ma se questi giovani manifestano il loro disagio non solo non frequentando più i locali, non soltanto cambiando il loro grado di socializzazione ma anche, per esempio, non cercando il lavoro mi viene da dire che è la società che sbaglia o ha sbagliato qualcosa nei loro confronti.

Si dice che un frutto non cada mai lontano dall’albero: se i figli sono così, mi viene da dire (e nel 99% dei casi che conosco è così) che la colpa sia prevalentemente dei genitori che non sono intervenuti con autorevolezza e con impegno (oltre che con capacità, ma per fare figli non è richiesta la patente) per salvare il salvabile.

Nel Comune dove sono Sindaco al concorso per responsabile finanziario si sono iscritti in 19, si sono presentati in 7 ma due, appena lette le domande, hanno rinunciato: totale 5 candidati per 1 posto. Anni fa un concorso per dipendente comunale avrebbe richiamato gente anche da Saturno; ora aspettano che il datore di lavoro vada a bussare alla loro porta intuendo che loro sono senza lavoro.

Al di là dell’aspetto morale, c’è seriamente da preoccuparsi. Finite le riserve economiche che i nostri genitori ci hanno lasciato, considerando una popolazione sempre più anziana, un fattore di crescita demografica ben sotto lo zero, la disoccupazione quasi voluta c’è poco di cui stare allegri.

I giovani purtroppo, ma è una distorsione cognitiva tipica dell’età, non pensano al futuro; pensano che anno più anno meno, tutto vada bene; immagino quando gli attuali trentenni si troveranno soli, senza lavoro e, quindi, senza pensione e dovranno cominciare a vendere la casa avita per poter mangiare.

Ma se tutti immetteranno sul mercato un immobile da vendere non solo il valore diminuirà, ma ci sarà più offerta che domanda.

Dedicate cinque minuti ad analizzare questo problema.

Sergio Motta