società

“La luce e l’onda. Che cosa significa insegnare” Incontro con Massimo Recalcati

Per il secondo ciclo di incontri della rassegna “CRESCERE – dalla Beta alla Zeta”, inserito all’interno delle iniziative promosse dalla Fondazione OMI per il 250° Anniversario dalla sua nascita

 

Mercoledì 11 marzo 2026 – Ore 18

Sala Gymnasium, via Giolitti 35 – Torino

(ingresso libero su prenotazione)

 

 

Torino,11/03/2026L’Associazione Forme in Bilico APS, con il sostegno della Fondazione OMI e in collaborazione con il Comune di Torino – Servizi Educativi, organizza la seconda edizione del ciclo di incontri “Crescere – dalla Beta alla Zeta”, dedicato alla promozione di un dialogo attivo tra cittadinanza, famiglie e professionisti dell’educazione sulle principali tematiche legate all’infanzia e all’adolescenza che oggi interessano maggiormente la città. L’iniziativa si inserisce inoltre nel calendario di appuntamenti promossi per celebrare il 250° anniversario della nascita della Fondazione Opera Munifica Istruzione.

Dopo il primo incontro dedicato alla pedagogia del sentire e dell’ascolto, con la produttrice televisiva Mussi Bollini e lo scrittore per l’infanzia Bruno Tognolini, e il successivo appuntamento con il medico e psicoterapeuta Alberto Pellai, che ha approfondito il tema del rapporto tra genitori e figli a partire dal libro “Esci da quella stanza”, il ciclo prosegue ora con l’intervento dello psicoanalista e saggista Massimo Recalcati.

 

Come possiamo accompagnare la crescita degli adolescenti oggi? E quale significato assume l’insegnare in un’epoca segnata da trasformazioni profonde e continue?

A queste domande sarà dedicato l’incontro con Massimo Recalcati, in programma l’11 marzo 2026 alle ore 18 presso la Sala Gymnasium con ingresso da via Giolitti 35.

L’evento rappresenta un’importante occasione di riflessione sui temi dell’educazione contemporanea e della crescita emotiva e personale dei giovani, a partire anche dalle suggestioni contenute nell’ultimo libro di Recalcati La luce e l’onda. Che cosa significa insegnare”.

 

“Insegnare significa fare un’esperienza in cui, pur avendo preparato una lezione… si dice qualcosa di nuovo, toccando l’ignoto attraverso ciò che già si conosce. Ogni maestro è una luce e un’onda nello stesso tempo: è una luce perché allarga l’orizzonte… è un’onda poiché 

incarna l’impatto dell’allievo con qualcosa che resiste. La scuola non è solo trasmissione di nozioni, ma un atto d’amore e di responsabilità:”

Attraverso il suo intervento, offrirà strumenti e chiavi di lettura per comprendere le sfide educative del presente, affrontando questioni centrali quali il rapporto tra educazione e adolescenza, il ruolo degli insegnanti e dei genitori, i processi di sviluppo emotivo e i nuovi modelli educativi e relazionali.

L’iniziativa si rivolge a genitori, insegnanti, educatori, professionisti della formazione e a tutti coloro che desiderano approfondire il valore dell’educazione come elemento fondante della crescita individuale e collettiva.

Con questo appuntamento, il ciclo “Crescere – dalla Beta alla Zeta” conferma il proprio impegno nel promuovere momenti di confronto e approfondimento sui temi educativi più urgenti e attuali, offrendo alla cittadinanza occasioni di dialogo con alcune delle voci più autorevoli del panorama culturale contemporaneo.

Lo giuro!

I nati fino al 1986 compreso, cioè sottoposti all’assolvimento della leva obbligatoria, ricorderanno sicuramente il momento del giuramento collettivo.

Un mese di preparativi, marce, saluti, maneggio del fucile Garand (e, saltuariamente, FAL e MG) e poi, in pochi minuti, si passava da recluta a soldato.

Solitamente era il Colonnello Comandante dell’unità dove si frequentava il C.A.R: (Centro Addestramento Reclute) a recitare la formula di rito che si concludeva con la frase “Reclute del XY scaglione 19YY, lo giurate voi?” E in coro le reclute gridavano “Lo giuro!”.

Era il completamento della fase di addestramento e l’inizio di quella successiva, l’incorporamento nel reparto di destinazione al quale si era indirizzati d’ufficio.

Con la sospensione della ferma obbligatoria, i nostri giovani non hanno più l’obbligo di prestare giuramento alla Patria (e, quindi, di servirla per 12 mesi) ma quasi tutti ignorano che essa è stata, appunto, solo sospesa e non abrogata.

Il Governo sta, infatti, valutando in che modo ripristinarla, alla luce delle mutate esigenze di difesa, della alienazione di numerose caserme e, in generale, dei tempi che cambiano.

Parimenti, pochi sanno che ogni Comune continua ad inserire, al compimento del 17° anno, i maschi ivi residenti nella lista di leva e che, entro il 10 aprile, l’elenco con i maschi tra i 18 ed i 45 anni viene inviato al Ministero per un eventuale richiamo in caso di guerra o per altra necessità.

La situazione attuale, alla luce di quanto avvenuto in Iran e nei Paesi mediorientali, rende meno lontano un richiamo, anche solo come contingente di pace, degli italiani di sesso maschile.

Sorgono spontanee alcune riflessioni: come può un italiano tra i 40 ed i 45 anni (quando la leva obbligatoria era in vigore) ricordare come si usa un’arma, i gradi, il regolamento di disciplina (modificato nel 1986) e, in generale, essere utile alla Patria?

Chi, invece, non abbia assolto gli obblighi (esonerato per esuberanza di leva, nato dopo il 1986, come potrà essere formato proficuamente, specie se il richiamo riveste carattere d’urgenza?

Ultimo: considerando l’indole dei nostri giovani attuali, che sono quanto di più lontano esista dalla disciplina, come riusciranno a sopravvivere ad un regime dove o ti adegui o la tua ferma raddoppia per la somma di punizioni cui verrai sottoposto e che dovrai scontare a fine ferma?

Per chi non lo sapesse, la disciplina militare segue regole e codici ben precisi (Codice penale militare di pace e Codice penale militare di guerra) e non è contemplato che i genitori vadano a picchiare il comandante di squadra, di plotone, di compagnia o di reggimento se il figlio è stato punito, se il rancio non è come quello di mamma o per qualsivoglia altra lamentela.

Idem se rientri tardi in caserma e, credendo di sfuggire al controllo, non ti fermi quando la sentinella ti intima l’altolà; dopo il terzo “altolà” seguito da “fermo o sparo” è inevitabile che il militare in ritardo venga usato come bersaglio dalla sentinella con il suo fucile Beretta 160.

Uno dei nostri atavici problemi è saper scindere i desideri dalla realtà, la voglia di pace con la realtà mondiale, quello che si spera con quello che è.

Con la sospensione della leva obbligatoria qualcuno ipotizzò che, a fronte del diminuito numero di militari di leva, vi sarebbero stati molti volontari se non altro per lo stipendio sicuro, vitto e alloggio, ecc. Questo riguarda, naturalmente, anche le forze dell’ordine ed i VV.FF. Se questi ultimi hanno sopperito alle necessità facendo massiccio ricorso ai volontari, Polizia di Stato e Carabinieri sono ancora in carenza di organico. I Carabinieri, per giunta, che sono anche Polizia militare, sono passati dal reclutamento diretto a quello per concorso, il che ha reso ancora più difficile risanare gli organici.

Sperando, sia chiaro, che il nostro Paese non debba entrare in guerra per alcuna ragione, sorge spontanea una domanda: nel caso fossimo chiamati a combattere ne morirebbero più per mano dei nemici o per l’incapacità di sopravvivere lontano dal falò domestico?

Sergio Motta

Vietato Morire: Storie di ‘ordinaria’ resistenza

A Pinerolo la seconda tappa della mostra promossa dal Centro Antiviolenza SvoltaDonna

Dal 4 al 28 marzo 2026, SvoltaDonna ODV Centro Antiviolenza porta a Pinerolo la seconda edizione della mostra fotografica itinerante “Vietato Morire – Storie di ‘ordinaria’ resistenza”, in collaborazione con il Comune di Pinerolo, che ospita l’esposizione presso la Galleria al primo piano del Palazzo Comunale. La mostra è stata finanziata nell’ambito del Progetto IRENE – In Rete per la prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza contro le donne e le ragazze, sostenuto dal Ministero dell’Economia e delle Politiche Sociali.

Si tratta di un nuovo allestimento della mostra, già inaugurata a novembre 2025 presso il Polo del ’900, realizzato alla luce dell’importanza culturale e sociale dell’iniziativa e della grande partecipazione di pubblico riscontrata durante la prima edizione.

Il progetto fotografico, firmato da Renata Busettini e Max Ferrero, dà voce – attraverso diciassette ritratti in bianco e nero – a storie di donne che hanno attraversato la violenza e scelto di trasformare il dolore in consapevolezza, resistenza e rinascita.

Ogni fotografia è accompagnata dalla voce narrante dell’attrice Carla Carucci, fruibile tramite QR code, che permette ai visitatori di ascoltare le testimonianze autentiche delle protagoniste. Ne emerge un racconto corale e profondo, capace di restituire dignità, identità e libertà femminile, andando oltre la semplice esposizione visiva.

Siamo particolarmente felici di portare la mostra a Pinerolo, città in cui ha sede il nostro Centro Antiviolenza e dove, ogni giorno, incontriamo la cittadinanza e le tante realtà del territorio che, come noi, sono impegnate nella tutela delle persone più fragili”, afferma Marina Airasca, Presidente di SvoltaDonna ODV. “Questa mostra trasmette un messaggio potentissimo: è un inno alla vita, al coraggio e alla possibilità di rinascere dopo la violenza, con nuova forza e consapevolezza. Le donne che si raccontano nelle fotografie sono come tutte noi: si trovano ad affrontare non solo relazioni caratterizzate dalla violenza, ma anche incidenti, malattie e lutti. Nel condividere la loro sofferenza, ci aiutano a comprendere che in ogni momento possiamo trasformare il nostro destino e diventare le vere protagoniste della nostra vita”.

La scelta di ospitare la mostra all’interno del Palazzo Comunale di Pinerolo assume un valore simbolico particolarmente forte”, sottolinea Lia Bianco, Assessora all’istruzione del Comune di Pinerolo: “Qualsiasi azione, evento e iniziativa che possano contribuire a scuotere le coscienze e le sensibilità della cittadinanza è per noi necessaria. È questa consapevolezza a guidarci nelle scelte e nelle collaborazioni. Per questa ragione non abbiamo esitato a ospitare la mostra di SvoltaDonna anche nel Palazzo Comunale di Pinerolo: un’istituzione che, fisicamente e simbolicamente, si fa custode attraverso questa iniziativa di un messaggio potente, quale l’abbattimento di comportamenti discriminatori e violenti. Si entra in Municipio per accedere ai servizi, ma al contempo ci si arricchisce di contenuti che forniscono una narrazione importante sull’identità e la libertà femminile. Qualsiasi donna, passando nei corridoi, sa che l’Istituzione è dalla sua parte; qualsiasi uomo sa che tipo di Comunità vuole essere Pinerolo.”

La mostra, realizzata con il patrocinio e la collaborazione del Comune di Pinerolo, rientra nelle attività di sensibilizzazione e contrasto alla violenza maschile contro le donne promosse da SvoltaDonna ODV, nell’ambito del Progetto IRENE – In Rete per la prevenzione e il contrasto della discriminazione e della violenza contro le donne e le ragazze. Hanno dato il loro patrocinio anche Regione Piemonte, Città Metropolitana di Torino, Comune di Torino, CRPO – Commissione Regionale Pari Opportunità, Università degli Studi di Torino con CIRSDe (Centro Interdisciplinare di Ricerche e Studi delle Donne e di Genere), Politecnico di Torino.

Mostra fotografica: ‘Vietato morire – Storie di ordinaria resistenza’

Palazzo Comunale – Galleria al I piano – Piazza Vittorio Veneto, Pinerolo, Torino
Dal 4 al 28 marzo 2026
Ingresso libero, lunedì-sabato, ore 8:00-20:00

Inaugurazione: mercoledì 4 marzo 2026, ore 17:30
Segue aperitivo.

SvoltaDonna ODV

Centro Antiviolenza iscritto all’Albo della Regione Piemonte, appartiene alla Rete nazionale D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza) e fa parte del CCVD (Coordinamento Contro la Violenza sulle Donne) dell’area metropolitana di Torino. L’Associazione opera a sostegno delle donne che subiscono violenza, attraverso la promozione di percorsi personalizzati di riconoscimento, consapevolizzazione e uscita dalla violenza, compresa l’accoglienza in emergenza in strutture protette per le donne e i loro figli e figlie minori.

La sua sede legale e operativa è a Pinerolo, ma il suo territorio di competenza è vasto e garantisce la copertura nelle zone pedemontane della Val Chisone, Val Germanasca, Val Noce e Val Pellice, nei Comuni di Orbassano e Rivoli, e nell’area metropolitana di Torino nel suo complesso.

Il Centro è anche promotore di attività di informazione e sensibilizzazione sulla parità di genere destinate a scuole, aziende e territorio.

Max Ferrero

Giornalista dal 1987, ha pubblicato su tutte le maggiori testate italiane reportage concentrati e specializzati nell’ambito della ricerca sociale: Servizi fotografici sulla guerra nell’ex Jugoslavia, il Kurdistan iracheno, il Centro America, l’immigrazione extracomunitaria, i nomadi, gli ospedali psichiatrici e le carceri sono stati tutti oggetto di pubblicazioni e mostre sia per Associazioni, Musei Comuni quali: Torino, Milano, Lucca, Roma, Novara, Racconigi, Venaria Reale, Chivasso, Gaeta.

Ha collaborato con le agenzie fotogiornalistiche: Lucky Star, Photodossier, Linea Press, Blow Up e AGF. Dal 2011 ha la cattedra di fotografia presso l’Accademia di Belle Arti di Novara e dal 2018 presso lo IAAD di Torino. Nel 2017 ha pubblicato il libro di tecnica base Tre gradi di profondità fotografica e nel 2019 il manuale di creatività. La foschia dell’immaginazione. Nel 2020 è uscito il suo libro America Fi(r)st.

Renata Busettini

Nata a Milano nel 1964 si trasferisce a Torino agli inizi degli anni ’80. Ha sempre avuto la grande fortuna di viaggiare molto e la fotografia è da sempre stata una sua buona compagna di viaggio. Nel corso degli anni la passione per i viaggi non è cambiata ma il viaggio non è più motivo di fotografare, la fotografia è diventata il motivo per viaggiare.

Nel 2015 e 2016 ha seguito alcune delle rotte migratorie lavorando su reportage in Giordania, Grecia, Macedonia ed Italia. Nel 2020 è uscito il libro America Fi(r)st, reportage realizzato con Max Ferrero in quattro anni di viaggi durante i quali hanno raccontato attraverso le loro foto periferie, armi, confini; e dunque povertà, emarginazione, violenza, stragi nel nome del suprematismo o della discriminazione; l’acqua inquinata di Flint, nel Michigan e il muro al confine con il Messico.

Il 250° anniversario di Fondazione OMI

Opera Munifica IstruIos compie 150 anni e li celebra con un evento “Le Radici del futuro” con Davide “Boosta Di Leo e Gianluca Favetto

La Fondazione Opera Munifica Istruzione compie 250 anni e in questa occasione, lunedì 2 marzo, alle ore 11, nella splendida cornice del coro di Santa Pelagia, ha annunciato i primi appuntamenti del programma previsto per la celebrazione di questo importante traguardo e presentato il nuovo logo dei 250 anni.
L’incontro è avvenuto alla presenza di un folto pubblico, tra cui l’assessora alla Cultura della Città di Torino Rosanna Purchia, l’assessora alle Periferie e Progetti di Rigenerazione Urbana, Politiche Educative e Giovanili Carlotta Salerno e il consigliere regionale dei Moderati Silvio Magliano.

La Fondazione OMI venne fondata  nel marzo 1776 con il riconoscimento della Regia Patente che istituiva l’Opera della Mendicità istruita e perseguiva l’obiettivo di soccorrere e istruire i più fragili, offrendo strumenti concreti di emancipazione sociale attraverso la carità.
Nel 1789 l’Opera apriva le ”Scuole di carità”, che furono tra le prime scuole elementari gratuite in Piemonte e in Italia, affermandosi come un punto di riferimento fondamentale nella storia dell’istruzione italiana e accogliendo migliaia di bambini e bambine e accompagnandoli in processi educativi e professionali.
Dal 2024 l’OMI è diventato Ente Filantropico ETS con sede nello storico complesso che comprende la chiesa di Santa Pelagia e il Convento delle monache agostiniane a Torino. La Fondazione promuove attività educative, culturali e sociali rivolte all’infanzia, ai giovani e agli adulti, contribuendo alla costruzione di comunità inclusive e alla valorizzazione del patrimonio come bene comune.

“Celebrare 250 anni significa onorare una storia che ha saputo attraversare epoche, trasformazioni sociali e culturali,  mantenendo intatta la propria vocazione, quella di mettere al centro le persone e il valore dell’educazione come motore di crescita individuale e collettiva – ha dichiarato la Presidente della Fondazione OMI Maria Cristina Bonansea – Questo anniversario rappresenta non solo un momento di memoria, ma soprattutto un’occasione per rinnovare il nostro impegno verso il futuro”.
L’inaugurazione del 250esimo anniversario della Fondazione OMI sarà affidato a un evento speciale, giovedì 5 marzo, alle ore 21, presso il Coro di Santa Pelagia, in via San Massimo 21, con ingresso libero su prenotazione.
Si tratta di un evento che unisce musica e parole, un racconto musicale e narrativo che attraversa due secoli e mezzo di impegno e visione, dal titolo “Le radici nel futuro”, per la ideazione di Pierumberto Ferrero.

La narrazione si sviluppa in dialogo con la musica del tastierista dei Subsonica Davide “Boosta” Di Leo, che costruisce paesaggi sonori capaci di amplificare la dimensione emotiva del racconto, mentre lo scrittore  e giornalista Gian Luca Favetto restituisce forza e profondità alle parole. Attraverso letture e narrazione, il pubblico viene accompagnato in un percorso  che attraversa il tempo, a partire da una lettera di don Bosco fino alle riflessioni di autori del Novecento che hanno indagato il valore del lavoro e dei percorsi formativi come strumento di crescita personale e collettiva, passando per la Costituzione Italiana.

Mercoledì 11 marzo, alle ore 18, nella Sala Gymnasium di via Giolitti 35 si terrà  l’incontro con lo psicoanalista e saggista Massimo Recalcati , che terrà uno speech dedicato ai temi dell’educazione contemporanea e al suo ultimo libro “Che cosa significa insegnare”. La conferenza fa parte del ciclo “Crescere dalla Beta alla Zeta”  ed è promosso dall’Associazione Forme in Bilico APS con il sostegno della Fondazione OMI e in collaborazione con il Comune di Torino. Un  appuntamento rivolto a genitori, insegnanti ed educatori per riflettere sull’adolescenza, sullo sviluppo emotivo e su nuovi modelli educativi.
Sempre per il ciclo “Crescere dalla Beta alla Zeta” sarà ospite il 30 aprile prossimo, l’artista MIchelangelo Pistoletto che, con Titti Postiglione, Davide Boosta Di Leo, Tea Taramino, Paola Zanini, assisterà alla realizzazione del Terzo Paradiso di Pistoletto con il coinvolgimento delle scuole del territorio, in collaborazione con i Servizi Educativi della Città di Torino.

Opera Munifica del Territorio

Via San Massimo 21

Tel 0118178968

Info@operamunificaistruzione.it

Mara Martellotta

L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare

Il compianto Gino Bartali era solito commentare con questa frase gli insuccessi nelle sue tappe ciclistiche o, quanto meno, i successi ridotti rispetto alle aspettative.

È noto che i toscani sono spesso polemici e, dunque, autocritici.

Negli ultimi anni, al contrario, assistiamo al fenomeno inverso: l’intelligenza in caduta verticale porta non soltanto a non saper compiere il minimo gesto “normale” ma anche, e soprattutto, a criticare qualsiasi atto compiuto da altri, spesso per invidia.

Non saper esprimere un concetto, non comprendere il significato di un testo o di un discorso, non riuscire ad esprimere una propria opinione su un argomento anche banale dovrebbe mettere in disparte il soggetto e relegarlo al silenzio, con buona pace di chi lo circonda, anche in senso virtuale.

Purtroppo, queste persone sono spesso avvelenate verso chiunque perché, nel bene o nel male, questi ha fatto più di loro: scrivere, auto-criticarsi, esprimere il proprio pensiero, avanzare un ipotesi, criticare in senso costruttivo chiedendo delucidazioni.

Proprio come nello sport, dove se sei fuori allenamento rischi di perdere una competizione, nei rapporti sociali se non alleni il cervello a pensare e giudicare, rischi di perdere una buona occasione per fare bella figura tacendo (o non scrivendo), togliendo così ogni dubbio in merito alle tue ridotte attitudini mentali.

I prossimi referendum sulla giustizia ne sono un esempio: tra i pochi commenti di chi realmente comprende la materia e, democraticamente, esprime il proprio parere con cognizione di causa, troviamo molti più commenti scritti per sentito dire, perché “me l’ha giurato il meccanico del cognato della custode di mia sorella”, “perché sono tutti fascisti”, ecc. “Perché ve lo dico io”, poi, batte tutti i commenti ed è il migliore argomento a favore dell’abrogazione del suffragio universale.

La scuola è sicuramente tra i maggiori responsabili di questo status quo: mancanza di analisi del pensiero, di abitudine alla critica, di comprensione del testo portano a questo stato di cose; qualcuno obietta che la colpa sia dei genitori che hanno prodotto figli simili. Considerando che la scuola ha iniziato il suo peggioramento dalla fine degli anni’70, cioè quando i genitori degli attuali trentenni frequentavano a scuola, ritorniamo all’assioma precedente.

La soluzione? Non esiste o, quantomeno, non è somministrabile per decreto, salvo effettuare un passo indietro e iniziare una revisione che potrebbe durare decenni.

L’unico vero rimedio potrebbe essere acquisire la consapevolezza dei propri limiti e dedicare qualche minuto ogni tanto all’approfondimento di temi di discussione, argomenti del momento o materie su cui siamo chiamati ad esprimerci; ma come possiamo acquisire la consapevolezza se non ci rendiamo conto di essere ignoranti?

Non sarà che qualcuno, dagli anni ‘70, ha inteso mantenere o, addirittura, aumentare il tasso di ignoranza perché gli ignoranti passano, ipso facto, da cittadini a sudditi?

Sergio Motta

Una vita in prima linea: la storia di Ada Gobetti

Torino e le sue donne

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

 

Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile. Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, Emmeline Pankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.  

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8. Una vita in prima linea: la storia di Ada Gobetti

Dopo l’annuncio dell’armistizio, l’ 8 settembre 1943, le donne aprono le porte delle loro abitazioni ai soldati allo sbando, stravolti dal conflitto bellico. È il primo atto di resistenza femminile. Secondo i dati ufficiali dell’epoca, le donne partigiane sono state 35mila e le stime successive arrivano a contarne almeno 2 milioni. Eppure le partigiane non sfilano nei cortei insieme agli uomini, le foto mentre imbracciano i fucili per molto tempo rimangono nascoste, così come il loro coraggioso operato. È una strana contrapposizione di pensiero immaginare sul campo uomini e donne sulla stessa linea, spalla a spalla, e veder riconosciuto il valore più degli uni che delle altre, eppure, alla fine, al di sopra di ogni cosa valgono le azioni, l’unico modo che l’essere umano ha per dimostrare quanto vale. Ada Gobetti ha agito e combattuto tutta la vita e nessuno potrà mai mettere in ombra il suo mirabile e costante impegno. Ada Gobetti nasce a Torino il 23 luglio del 1902, da un commerciante di frutta svizzero originario della Valle di Blennio e da una casalinga torinese. Brillante studentessa al liceo classico Vincenzo Gioberti di Torino, collabora attivamente alle riviste “Energie nove”, “la Rivoluzione liberale” e “il Baretti” di Piero Gobetti. Con quest’ultimo si sposerà nel 1923 e da lui avrà nel 1925 il figlio Paolo. In quegli anni con Piero, Ada è testimone delle rivolte operaie del biennio rosso torinese, alle quali guardano entrambi con vivo interesse e per cui esprimono fin da subito una appassionata solidarietà. Nel 1925 Ada si laurea in Filosofia e in seguito si dedica all’insegnamento, continuando ad approfondire studi letterari e pedagogici. Nello stesso anno la rivoluzione liberale viene soppressa dal regime mussoliniano. Nel 1926 Piero Gobetti è costretto a emigrare a Parigi, dove morirà nel febbraio dello stesso anno, in un ospedale di Neuilly sur-Seine, a causa di problemi di salute aggravati da una violenta aggressione squadrista, che aveva subito due anni prima a Torino, mentre usciva dalla sua abitazione, che era anche sede della sua casa editrice. Di grande esacerbato dolore le parole vergate da Ada sul suo diario per la morte del marito: «Non è vero, non è vero: tu ritornerai. Non so quando, non importa, non importa. Ritornerai e il tuo piccolo ti correrà incontro e tu lo solleverai tra le tue braccia. E io ti stringerò forte forte e non ti lascerò più partire, mai più. È un vano sogno, tutto questo, una prova di fronte a cui hai voluto pormi: tu mi vedi, mi senti: e io saprò mostrarmi degna del tuo amore. Quando ti parrà che la prova sia durata abbastanza, tornerai per non più lasciarmi. Saranno passati molti anni ma immutati splenderanno i tuoi occhi e ritroverò le espressioni di tenerezza della tua voce. Mio caro, mio piccolo mio amore, ti aspetterò sempre: ho bisogno di attenderti per vivere». 

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Nel 1928 Ada vince la cattedra di Lingua e Letteratura inglese, insegna per alcuni anni a Bra e a Savigliano. Dal 1936 è docente presso il ginnasio del Liceo Cesare Balbo di Chieri (TO). In quegli anni rafforza la propria amicizia con Benedetto Croce, che la sprona a proseguire gli studi e a compiere le prime traduzioni dall’inglese, con le quali introdurrà in Italia gli scritti di Benjamin Spock. Negli anni precedenti l’8 settembre 1943, la casa di Ada Gobetti costituisce un punto di riferimento per l’antifascismo intellettuale e per gli ambienti legati al movimento Giustizia e Libertà. Nel 1937 si risposa con Ettore Marchesini, tecnico dell’ EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche). Ada continua ad essere una donna forte e decisa, politicamente attiva e schierata; nel 1942 è tra le fondatrici del Partito d’Azione (PdA), mentre nel 1943, durante la Resistenza, coordina le Brigate Partigiane e fa la staffetta in Val Germanasca e in Val di Susa, dove è attivo il figlio Paolo. Mai stanca di battersi anche su più fronti, nel 1943 è fondatrice dei Gruppi di Difesa della Donna e si prodiga per la nascita del Movimento Femminile. Terminata la guerra, il suo coraggio viene formalmente riconosciuto e viene insignita della medaglia d’argento al valore militare. Dopo la Liberazione è la prima donna a venire nominata vicesindaco di Torino, designata dal CLN, (Comitato di Liberazione Nazionale), in rappresentanza del PdA. Ricopre la carica sino alle elezioni del 1946, interessandosi e occupandosi particolarmente di istruzione e assistenza. Negli anni Cinquanta scrive su molte testate comuniste, tra cui l’Unità, sempre negli stessi anni affianca al costante impegno letterario l’interesse per la pedagogia e nel 1955 entra nella redazione di “Riforma della Scuola”. Nel 1957 fa parte della prima delegazione femminile italiana nella Repubblica Popolare Cinese. Nel 1959 fonda e dirige la rivista “Il giornale dei genitori” a cui collabora, tra gli altri, Gianni Rodari. Dopo una lunga vita avventurosa e dai molteplici interessi politici e culturali, Ada Gobetti muore il 14 marzo del 1968 nella sua casa nella frazione torinese di Reaglie È sepolta nel cimitero di Sassi a Torino, città per cui si è sempre impegnata, che ha tanto amato e che, di rimando, la ringrazia, proteggendola nel suo grembo di terra.

 

Alessia Cagnotto

Economia sociale, a Torino c’è ancora molto ma molto da fare

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L’INTERVENTO

Per chi ha scelto di non vivere solo per se stesso ma anche per la propria comunità ieri era una giornata speciale, la Giornata mondiale della Giustizia sociale. Così  ho seguito il Convegno internazionale organizzato dalla Camera di Commercio e da Torino social impact. Un convegno importante in anni in cui sono aumentate le diseguaglianze sociali . Un convegno molto partecipato  di quello che viene chiamato il terzo settore, con relatori  nazionali e internazionali. Perché è vero, il mercato non riduce le diseguaglianze e allora l’impegno del governo centrale agli Enti locali e’ quello di ideare, programmare, mettere in campo iniziative che puntino più sul sociale che sul profitto. Due annotazioni positive sono rappresentate dalla età media relativamente bassa dei partecipanti e dalla carica emotiva che traspariva anche dalla attenzione agli interventi. I risultati però sono ancora insufficienti perché sè vero che gli undici milioni di persone che in Europa operano nel campo sociale producono il 6% del PIL europeo mentre gli altri 199 milioni di lavoratori producono il 94% del PIL europeo, e altrettanto vero che negli ultimi vent’anni la bassa crescita economica ha aumentato le diseguaglianze in particolare a Torino al punto che le iniziative nel sociale in Piemonte valgono meno del 5% del PIL regionale.  D’altronde il disagio e le diseguaglianze in questi nani di bassa crescita a Torino sono cresciute.

Il divario tra le due Città di cui parlava Mons. Cesare Nosiglia nel 2012, in questi anni è ancora aumentato.
Secondo il CRESME Torino tra le 44 Aree Metropolitane europee con oltre un milione e mezzo di abitanti, e’ solo 41a mentre Napoli e 43a, Milano 23a e Lione 11a. Qui non ho capito l’ottimismo del Vice Sindaco dell’Area Metropolitana cui sono sfuggiti alcuni dati sociali pesanti. Se Torino è capitale della cassa integrazione questo vuol dire che 50-70.000 nuclei famigliari d anni vivono con un salario ridotto del 40%  Se il 45% dei torinesi non riesce a risparmiare vuol dire non sarebbero in grado di contare un spesa imprevista senza pensare ai tanti lavoratori precari. Sicuramente la metà della Città che stava male nel 2021 oggi sta peggio. Ecco perché Torino come gran parte del nostro Paese deve rilanciare la crescita della economia,  unico modo per creare i tanti buoni posti  di lavoro di cui c’è bisogno e aumentare le risorse per le politiche sociali. Ecco perche alcune politiche green europee come quella per il settore auto vanno rapidamente corrette . Ecco perché i ritardi nella costruzione delle infrastrutture green come la TAV sono pesanti e pesano soprattutto sulla speranza di futuro dei più deboli . Il genericismo non diminuisce le diseguaglianze. Se non si dichiara la malattia il medico non l può curare e Torino non vuole ammettere che le politiche di questi anni l’hanno impoverita. Così stamane non si è parlato né di politiche di sviluppo, né di TAV, né di correggere la politica europea dell’auto. Ma senza aumento della crescita economica sarà impossibile diminuire le diseguaglianze, malgrado il grande impegno del terzo settore Se nelle università italiane si studiasse ,come fanno nelle Università cinesi e giapponesi, i provvedimenti dei Governi DC e alleati nei primi 15 anni del secondo dopo guerra che ci diedero il Boom economico potrebbero capire che in quegli anni invece le diseguaglianze  diminuirono. Torino deve rilanciare il suo sviluppo ma per farlo occorre smetterla con l’ottimismo di maniera, guardare in faccia la realtà e dare maggiore attenzione alle difficoltà sociali particolarmente forti nei Quartieri svantaggiati mentre tutti continuano  scegliere di localizzare eventi e interventi nella zona centrale della Città. Ecco perché la periferia  deve partecipare di più al voto se vuol cambiare finalmente la qualità della Amministrazione cittadina.
Mino GIACHINO
Commissario UDC Torino

Amico cane

Chiunque vada abbastanza regolarmente a fare la spesa, avrà notato che nel giro di pochi anni i reparti dedicati alla prima infanzia si sono ridotti di volume, per lasciare posto a quelli per gli animali il cui spazio è praticamente raddoppiato: alimenti di tutti i generi, lettini, cucce, tiragraffi, giochi di ogni genere; la parte preponderante è destinata, naturalmente, a cani e gatti.

Sembrerebbe un aumento di sensibilità nei confronti di questi animali tale da far ipotizzare che sia, di pari passo, migliorata la condizione in cui questi animali vengono accuditi.

In realtà, sentendo le relazioni di molti Comuni e canili, è in aumento il numero di animali abbandonati, o dei quali è stata omessa la custodia, per cui non possiamo validare l’equazione “più ne adottiamo, meglio stanno”.

Sfatiamo, intanto, un mito: Rottweiler, Pitbull, Dogo Argentino, Cane Corso e così via possono essere pericolosi, soprattutto in rapporto al loro peso, ma dipende da come vengono tenuti: le uniche due volte in cui sono stato morso da un cane, si trattava di un meticcio alto 40 cm in tutto e di un pincher. Le uniche due volte in cui ho avuto incontri ravvicinati con un rottweiler, in un caso mi è saltata addosso per leccarmi tutto (nonostante i suoi 60 kg) e nell’altro, arrivato a 1 metro da me, si è buttato a zampe all’aria per farsi fare i grattini.

La proposta di legge di prevedere un patentino per condurre i cani mi trova comunque d’accordo; se il cane viene lasciato libero di girare senza guinzaglio e senza museruola è palese che possa costituire un pericolo a prescindere dalla mole. Certo, un pincher non sbranerà qualcuno, ma se attraversa di colpo la strada ad un ciclista o si infila tra i piedi di un anziano claudicante ecco che diventa più pericoloso di un dogo argentino correttamente condotto.

Per molte persone, quella di detenere un cane è sicuramente una moda, come il veganesimo o la spiritualità, dettata dalla non conoscenza degli animali, di quella specie in particolare, dall’egoismo di pensare a sé stessi anziché a sé in rapporto all’animale.

Tenere il guinzaglio lungo 3 metri è come non averlo affatto perché, nel momento in cui devi richiamare l’animale, tempo di reazione del conduttore, tempo meccanico di riavvolgimento mentre, magari, il cane va nella direzione opposta fanno si che non si riesca a scongiurare il pericolo.

Molti, inoltre, non sanno (o fingono di non sapere) che il conduttore è sempre responsabile della condotta del cane, civilmente e penalmente, anche se questi è stato affidato loro temporaneamente (dog sitter, custode di casa, ecc.) per cui, se non siete sicuri di conoscere l’animale, declinate l’invito o, quantomeno, stipulate una polizza RC temporanea che potrà rifondere eventuali danni civili.

Non parliamo di come alimentarlo o come farlo svagare perché ci addentreremmo in un ginepraio (quali piante sono da evitare se si hanno animali domestici? quali cibi sono veleno per i cani? se il gatto non beve come modificare la sua dieta?) ed è la prova che molti adottano un cane perché in un primo momento è gratis mentre la playstation costa molto di più.

Ricordiamo, inoltre, che nel caso il cane venga trovato in strada, libero, dev’essere affidato al canile convenzionato che, nel caso il cane sia dotato di microchip, restituirà l’animale al proprietario dietro pagamento delle spese sostenute; è assolutamente vietato impossessarsene perché, al di là degli aspetti legali, potrebbe essere stato rubato o essere affetto da patologie trasmissibili che solo il Servizio Veterinario dell’ASL può verificare.

Nel caso quel cane venga trovato nuovamente in giro da solo, il proprietario verrà denunciato per omessa custodia e, nei casi più gravi, potrebbe essergli impedito di custodire altri cani.

Ne vale la pena?

Sergio MOTTA

Il Mercoledì delle Ceneri

Con il Mercoledì delle Ceneri, la cui data è variabile, inizia la Quaresima, un periodo di penitenza e redenzione in attesa della Santa Pasqua.
Si tratta di una giornata di digiuno ed astinenza dalle carni, che segna l’inizio del lungo cammino penitenziale, quasi un deserto, che ci condurrà all’ambita meta: Pasqua.
Il Mercoledì delle Ceneri pone fine al Carnevale, il cui nome deriva da latino
carnem levare, ossia eliminare la carne, in riferimento al banchetto che si teneva il Martedì grasso. Le origini del Carnevale sono antichissime, già gli egizi celebravano la Dea Iside, in onore della quale si esibivano gruppi mascherati, mentre nelle Dionisiache greche e nei Saturnali romani lo scherzo e il divertimento erano all’ordine del giorno e venivano sciolte le formalità che solitamente contraddistinguevano e governavano la vita sociale. In occasione di quelle festività il caos sostituiva l’ordine e si lasciava spazio al divertimento e al rinnovamento simbolico.
Il giovedì di apertura del Carnevale ed il martedì successivo di chiusura si definiscono “grasso” perché si festeggia e si mangiano cibi grassi in vista del periodo di magro della Quaresima.
La celebrazione delle Ceneri nasce dall’esigenza di una pubblica penitenza dei fedeli, i quali sarebbero stati assolti dai loro peccati la mattina del Giovedì Santo.
In questa giornata il sacerdote impone ai credenti le ceneri, ottenute bruciando i rami d’ulivo benedetti la Domenica delle Palme dell’anno precedente.
Fino al Concilio Vaticano II la frase pronunciata era: “
ricordati uomo, che polvere sei e polvere ritornerai”. Dopo il Concilio è stata modificata nel modo seguente: “convertitevi e credete al Vangelo”. Questo per sottolineare i due aspetti della Quaresima: quello penitenziale e quello di conversione, preghiera assidua e ritorno a Dio.
La cenere con cui ci si cosparge il capo oggi, ricorre spesso nella Bibbia ed indica la fragile condizione dell’uomo di fronte al Signore ed un segno di pentimento.
Nelle Chiese cattoliche di Rito ambrosiano non c’è il rito del Mercoledì delle Ceneri e la Quaresima inizia la domenica immediatamente successiva; il Carnevale termina quindi con il Sabato grasso.
L’imposizione delle ceneri avviene il lunedì seguente ed il giorno di digiuno e astinenza è posticipato al primo venerdì di Quaresima.
Siccome il capo del Rito ambrosiano è l’arcivescovo di Milano, la tradizione fa risalire questa differenza di giorni al fatto che Sant’Ambrogio, nel IV secolo d.C., essendo impegnato in un pellegrinaggio, tornò in città più tardi.
In antichità la cerimonia prevedeva l’imposizione delle ceneri sul capo del Papa per mano del cardinale protovescovo, si teneva nella Basilica di Sant’Anastasia al Palatino ed era seguita dalla processione penitenziale, che saliva fino alla prima stazione quaresimale della Basilica di Santa Sabina all’Aventino. Qui i pontefici celebravano la S. Messa e pronunciavano la loro omelia. Questa tradizione, interrotta nel Settecento, è stata ripresa da Papa Giovanni XXXIII nel 1962.
I riti oggi prendono il via dalla Chiesa benedettina di Sant’Anselmo.
In molte parti d’Italia, dopo la S. Messa delle Ceneri, si purificava con il fuoco la grattugia per prepararsi alla penitenza seguendo un’antica usanza pagana: in questo modo ci si preparava infatti all’assoluto divieto di mangiare carne e tutti quegli alimenti di derivazione animale come formaggio e latte. La grattugia, una volta purificata, era pronta per passarvi il pane raffermo che, sfarinato, costituiva la base principale per la preparazione dell’unico condimento consentito nel periodo quaresimale. Il pangrattato, fritto in olio di oliva, lo si mescolava con acciughe salate, soffritte a parte.
Negli anni passati, in un recipiente si seminavano grano, orzo e lenticchie, che tenuti in penombra ed annaffiati regolarmente, germogliavano prendendo un colore giallastro; da qui il nome di piante vergini, che significa non contaminate dalla luce. Il Giovedì Santo venivano portate in chiesa e posizionate sull’altare.
Un’altra usanza è quella di preparare un fantoccio di stoffa con i caratteri di una donna anziana, unito ad una patata nella quale sono infilzate sette penne di gallina vecchia che non fa più uova.
Il burattino viene posizionato all’esterno delle abitazioni e ogni venerdì di Quaresima una penna viene estratta e bruciata. Il Venerdì Santo la vecchietta viene arsa con l’ultima penna rimasta conficcata nella patata. Quest’usanza è legata ai simboli della morte e della non prolificità.
Secondo un proverbio, se il giorno delle Ceneri il tempo è bello, l’inverno è terminato, se piove il freddo proseguirà.

ANDREA CARNINO

La montagna raccontata dall’Unione Buddhista Italiana

Torino 21 febbraio – Milano 28 febbraio e 14 marzo 2026.

Iniziativa inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026

Tre incontri gratuiti resi possibili grazie ai fondi 8xmille dell’Unione Buddhista Italiana.

Tra i protagonisti il meteorologo Luca Mercalli.

 

Riflettere sulla montagna con uno sguardo ampio e consapevole che vada oltre la narrativa comune e gli stereotipi. È questo l’obiettivo del ciclo di tre incontri gratuiti promossi dall’area Cultura dell’Unione Buddhista Italiana il 21 febbraio a Torino e il 28 febbraio e 14 marzo a Milano per offrire una riflessione sulla montagna, analizzata e raccontata secondo vari punti di vista: spirituale, femminile e della cura. L’iniziativa è inserita nell’ambito dell’Olimpiade Culturale di Milano Cortina 2026.

Il ciclo di incontri è reso possibile grazie ai fondi 8xmille dell’Unione Buddhista Italiana.

 

Si parte sabato 21 febbraio al Museo Nazionale della Montagna di Torino (Piazzale Monte dei Cappuccini, 7 – h.11) con “Diventa montagna. Sacralità e simbologie di un ecosistema“: l’incontro, il cui titolo si ispira al verso del mistico tibetano Shabkar, yogi e poeta del XIX secolo, intende riflettere sulla montagna nella sua potente valenza spirituale, in quanto simbolo di elevazione e ricerca interiore, metafora di uno stato meditativo imperturbabile, ma anche contesto ambientale per lo sviluppo di importanti tradizioni buddhiste. È l’occasione per affrontare tra gli altri il tema delle conseguenze del turismo di massa, proponendo sguardi consapevoli e modelli virtuosi, esaminando la montagna attraverso una più ampia prospettiva culturale, antropologica e artistica. A parlarne Enrico Camanni, scrittore e alpinista; Marco Albino Ferrari, scrittore esperto di cultura di montagna; Andrea Staid, antropologo; Chiara Bellini e Stefano Beggiora, docenti dell’Università Ca’ Foscari; Andrea Cassi e Michele Versaci, dello studio di architettura EX e il fotografo Mattia Micheli.

 

L’appuntamento è preceduto da un reading letterario, venerdì 20 febbraio, presso la storica Libreria della Montagna di Torino (via Paolo Sacchi, h.19) per una serata ricca di suggestioni, in cui due attori si alterneranno nella lettura di passi scelti dall’antologia Meditare tra le montagne del Tibet. Canti sull’impermanenza, a cura di Kurtis S. Schaffer, edita da Ubiliber, casa editrice dell’Unione Buddhista Italiana.

 

Sabato 28 febbraio alla Casa della Cultura di Milano (via Borgogna, 3 – h.14.30) si tiene “L’altra montagna. Sguardi di donne sulle alte terre” dedicato al tema della montagna al femminile, intesa nella sua più estesa accezione di rigenerazione e comunità, accompagnata dal racconto di donne illustri. Fra le voci chiamate a riflettere sul tema Tona Sironi, tibetologa e pioniera dell’alpinismo femminile; Marion Chaygneaud-Dupy, attivista ed ex monaca buddhista, alla quale va il merito di aver dato vita all’operazione ecologica Clean Everest; Rossella Marangoni, studiosa di Giappone e l’Archivio di Etnografia e Storia Sociale di Regione Lombardia, per il progetto Alps Textyles; Claudia Losi, artista che ha coinvolto le comunità di due borghi alpini, all’insegna di pratiche artistiche collaborative e tradizioni locali.

 

Il ciclo si conclude sabato 14 marzo al Teatro Elfo Puccini di Milano (corso Buenos Aires, 33 – h.14.30) con “Cura la montagna. Un approccio interdipendente fra uomo e natura” che vede protagonisti Luca Mercalli, meteorologo e divulgatore scientifico; l’etno-biologo Alessandro Boesi; il biologo Marco Granata; la psichiatra Roberta Sabbion, presidente della Società Italiana di Montagnaterapia; l’associazione Arrampi_Care, che coinvolge bambini e ragazzi con disturbo dello spettro autistico in attività di arrampicata e Kidsmeetalps, progetto avviato da una giovane designer, con l’intento di preservare e rivitalizzare i borghi montani, avvicinando le giovani generazioni alla scoperta dei loro tesori.

Questo appuntamento è dedicato alla montagna e alla cura, intesa nella sua duplice valenza di beneficio che l’uomo può ricevere da questo habitat, ma anche di rispetto e tutela da parte dell’uomo nei suoi riguardi, in una visione circolare, interdipendente e virtuosa. Le diverse voci affrontano il tema da diverse angolature: cura della biodiversità ed emergenza climatica; dell’uomo, come nella pratica della medicina tradizionale tibetana; del paesaggio montano e del patrimonio intangibile e, infine, della salute mentale, tramite la Montagnaterapia.

 

L’ingresso a tutti gli incontri è libero fino a esaurimento posti.

Info https://gategate.it/il-programma-ubi-per-le-olimpiadi-invernali-2026/

Ghiacciao dell’Aletsch @Enrico Camanni