società

Cartoline, addio? Non proprio. Come è cambiato il modo di raccontare le vacanze

Si scrivono ancora e fa piacere riceverle

Quando si tornava dalle vacanze estive si andava a guardare la buca delle lettere per vedere se erano arrivate cartoline. Chi dalla montagna, chi dal mare o dalle capitali raccontava in versione brevissima lo spirito e i luoghi visitati durante ferie mandando allo stesso tempo saluti affettuosi. Era un rito, una abitudine piacevole, una parte delle vacanze dedicata alla scrittura di queste suggestive immagini su cartone. Per oltre un secolo sono state il simbolo dell’estate, le cartoline hanno accompagnato generazioni di viaggiatori e vacanzieri, diventando molto più di un semplice mezzo di comunicazione: un ricordo tangibile, una piccola testimonianza di un luogo visitato e, soprattutto, un pensiero dedicato a qualcuno. Oggi, nell’epoca degli smartphone e dei social network, sembrerebbero destinate a scomparire, eppure le cartoline continuano ad esistere, seppur in forme diverse, e conservano un significato che la tecnologia non è riuscita a cancellare.

La storia delle cartoline inizia nella seconda metà dell’Ottocento, quando il turismo comincia a diffondersi e il servizio postale diventa sempre più efficiente. La prima cartolina ufficiale della storia fu introdotta il 1° ottobre 1869 dall’amministrazione postale austriaca. Si chiamava Correspondenzkarte e fu ideata per semplificare la corrispondenza: un supporto economico, senza busta, con affrancatura ridotta. Nel 1873 arrivarono in Italia quelle non illustrate e dopo il 1880 quelle con le immagini. L’illustratore torinese Aurelio Bertiglia (1891 -1973) ebbe un ruolo importante nella creazione e diffusione delle cartoline in Italia; il suo stile era ironico, quasi caricaturale e le sue erano considerate “piccole” opere d’arte. In poco tempo la cartolina illustrata conquista l’Europa e l’Italia. Per molti anni rappresenta il modo più semplice ed economico per inviare un saluto. Le immagini raccontano città, paesaggi, monumenti e tradizioni locali, contribuendo anche a costruire l’immaginario turistico di intere generazioni. Tra gli anni Cinquanta e Ottanta, durante il boom economico, la cartolina vive probabilmente la sua stagione più felice. Le vacanze diventano un’abitudine per milioni di italiani e spedire una cartolina è quasi un obbligo morale. Si sceglie con cura l’immagine, si cercano le parole giuste da scrivere nello spazio limitato sul retro e si acquista il francobollo. Spesso la cartolina arrivava quando il mittente era già rientrato a casa, ma questo non ne diminuiva il valore. Anzi, l’attesa faceva parte del rito.

Con l’arrivo di internet e poi dei telefoni cellulari, tutto cambia. Le fotografie possono essere inviate in tempo reale, i messaggi raggiungono il destinatario in pochi secondi e i social network trasformano ogni viaggio in un racconto immediato e continuo. La cartolina potrebbe apparire improvvisamente lenta, superata, quasi inutile, eppure qualcosa resiste, chi la riceve non ha soltanto un’informazione, ma un oggetto, un piccolo frammento di carta che è stato scelto, scritto, affrancato e spedito. Un gesto che richiede tempo e attenzione. È forse proprio questa lentezza a renderla ancora speciale. Negli ultimi anni, inoltre, la tecnologia ha trovato un modo curioso per riportarla in voga. Diverse applicazioni, come MyPostcard, consentono di creare cartoline personalizzate utilizzando fotografie scattate con lo smartphone. L’utente sceglie l’immagine, scrive il messaggio e inserisce l’indirizzo del destinatario. A quel punto, stampa la cartolina e la spedisce realmente per posta; un incontro tra tradizione e innovazione che sta conquistando soprattutto chi desidera offrire qualcosa di più personale rispetto a una semplice fotografia inviata tramite chat. Parallelamente continua ad esistere anche il mercato delle cartoline tradizionali. Nelle località turistiche, nelle edicole, nelle librerie e nei negozi di souvenir, infatti, le rastrelliere colorate sono ancora presenti. Meno affollate rispetto al passato, certo, ma non scomparse. Oggi sono diverse, non mostrano solo una paesaggio o un dettaglio di un luogo, ma sono caratterizzate anche da un design e uno stile particolare, generalmente moderno. Molti viaggiatori le acquistano per collezionarle, altri per conservarle come ricordo del viaggio, altri ancora per il piacere di sorprendere qualcuno con un messaggio inatteso. Forse il segreto della longevità della cartolina è proprio questo, in un periodo dominato dalla velocità, rappresenta un gesto controcorrente, non compete con WhatsApp, con Instagram o con le email, offre qualcosa di diverso: la possibilità di lasciare una traccia fisica. Perché mentre migliaia di fotografie digitali finiscono dimenticate nella memoria di un telefono, una cartolina può restare per decenni in un cassetto, tra le pagine di un libro o appesa a una parete.

E così, tra vecchie cartoline ingiallite e nuove versioni create con le app, continua a sopravvivere un modo di comunicare che sembrava destinato a sparire. Cambiano gli strumenti, cambiano le abitudini, ma resta immutato il desiderio di condividere un luogo, un’emozione, un ricordo. In fondo, ieri come oggi, una cartolina dice la stessa cosa: “Sono qui e ho pensato a te”.

Maria La Barbera

Il social burnout

 

ESSERE SEMPRE CONNESSI PUO’ STANCARE.

Sovraccarico tecnologico, stanchezza mentale o stress da iperconnessione, ecco alcuni modi per definire la fatica e la debilitazione da social overdose. Ore e ore passate al computer ad aggiornare profili, leggere e commentare quelli delle altre persone, stare al passo con i tempi dei social network, tutto questo puo´ provocare indebolimento ed esaurimento fino ad arrivare all’allontanamento, a volte definitivo ma piu´ spesso temporaneo, giusto il tempo di disintossicarsi.

La sindrome generale da burnout e´una risposta ad una situazione percepita come stressante che attiva meccanismi di difesa capaci di affrontare la sensazione di esaurimento psichico e fisico. La mancanza di forze e il senso di sconforto puo´anche sfociare in una despressione e non e´da sottovalutare, ma da tenere sotto controllo per scongiurare eventuali complicazioni piu´dificili da gestire e curare.

Questo stress cronico, che nella sua considerazione generale e´ legato perlopiu´ alla vita professionale, si puo´ riscontrare anche in altri ambiti, quello relativo ai social media e´una declinazione specifica che presenta gli stessi sintomi della sindrome da burnout comune: ansia, mancanza di energia e umore altalenante dovuto allo stress.

La fatigue da iperconnessione e´da poco all’attenzione della psicologia, sono cominciati i primi studi e ricerche per capirne le dinamiche. Oltre al tempo passato davanti ad uno schermo, che sia di un computer o di un cellulare, la fonte dello stress proviene dalla velocita´ richiesta per aggiornare i profili e allinearsi con quelli degli altri; riempire le pagine social di contenuti rispettando i ritmi dettati dalla rete e´ faticoso, stressante, nemico della qualita´ e impiega ingenti risorse mentali e fisiche che la maggior parte delle volte non hanno un corrispettivo in un riconoscimento di qualsiasi tipo. E´come una competizione continua con tanti concorrenti che non ha limiti ne´ troppe soddisfazioni e quindi il divertimento iniziale si converte in frustrazione che costringe prima a prendere le distanze e poi a smettere. E´ una illusione virtuale che porta all’esaurimento e alla necessita´di disintossicazione. I social media, purtroppo e per fortuna, evolvono molto velocemente, aggiungono strumenti e aggiornamenti in grado di contenere sempre piu´contenuti ed informazioni, questo e´ certamente coinvolgente e seducente ma allo stesso tempo richiede maggiore risorse e tempo, e´ come un lavoro, un’ attivita´ ´sempre piu´difficile da seguire. Le aziende che gestiscono queste piattaforme si stanno gia´confrontando con gli abbandoni social causati dal digital burnout e dovranno trovare soluzioni per affrontare le conseguenze economiche dovute a questi disagi di ultima generazione che forse potevano essere prevedibili perche´ qualsiasi attivita´deve essere fonte di equilibrio e benessere e persino la tecnologia che ci supporta sempre di piu´in tante delle nostre attivita´deve fare i conti con il nostro essere umani.

Moderazione, dunque, sara´la parola d’ordine insieme ad equilibrio e senso della misura. I genitori dovranno monitorare i figli affinche´questi non passino tutto il loro tempo libero davanti ad uno schermo e infine i fornitori di servizi saranno costretti a considerare maggiormente la soddisfazione del cliente fruitore e soprattutto la sua salute, psicologica e fisica.

MARIA LA BARBERA

Quell’atroce “voce della fame” che divide il mondo

In mostra al valdostano “Forte di Bard”, oltre 80 scatti fotografici di “Agence France – Press” documentano la piaga della fame per milioni di esseri umani

Dal 14 marzo al 19 luglio

Bard (Aosta)

Ben scriveva nel suo romanzo – reportage del ’49 “La pelle” (riferendosi agli anni di miseria vissuti dalla Napoli del dopoguerra) il gran pratese Curzio Malaparte“Non v’è nulla di umano nella voce della fame”. Quanta verità! E nulla di umano, per l’appunto, ma solo abbruttimento e disperazione, documentano le grida e gli occhi e i volti stravolti di uomini e bambini (quanti bambini!) impegnati nell’ingarbugliato primitivo assalto alle razioni alimentari nel “Centro di distribuzione” a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, cristallizzato nel 2025, in immagini fotografiche che hanno fatto il giro del mondo, dal fotoreporter palestinese Bashar Taleb per “AFP – Agence France Presse”, fra le più antiche e autorevoli agenzie di stampa internazionali. Una fotografia di denuncia realisticamente drammatica. Una delle oltre 80 esposte (sotto il titolo di: “Nutrire il mondo. La sfida globale dell’alimentazione”dal prossimo sabato 14 marzo a domenica 19 luglio presso il sabaudo “Complesso Fortificato” di Bard, a testimonianza di come, a tutt’oggi, in un Pianeta capace di produrre cibo sufficiente per 10miliardi di persone, la fame resti tuttora (proprio come nella Napoli di Malaparte) una “piaga” (“peste” avrebbe detto lo scrittore di Prato) per milioni di esseri umani. Specchio impietoso – questo l’obiettivo della mostra – di un sistema messo oggi a dura prova dall’aumento demografico, dai cambiamenti climatici, da un uso insostenibile delle risorse e dal tragico proliferare a livello inter-continentale di oltre 50 guerre, dall’Africa sub sahariana all’Asia Occidentale (Palestina – Gaza), al Medio Oriente (Iran) e all’Europa orientale (Russia – Ucraina). Un colpo mortale al Pianeta. Tanto che, nel 2026, dicono le cifre ufficiali, la fame nel mondo registra circa 300milioni di persone che soffrono di “insicurezza alimentare acuta” ed oltre 730milioni costretti ad “affrontare la fame”, allontanando l’obiettivo “Fame Zero” prefissato dall’“Agenda ONU 2030”. Il tutto alla luce, però, di un inaccettabile paradosso: mentre intere popolazioni soffrono la privazione, nei Paesi sviluppati l’abbondanza degenera in “spreco sistemico” e patologie legate all’eccesso. “Il cibo è dunque diventato – ci rivela la mostra al ‘Forte di Bard’ – un indicatore di disuguaglianza, passando da diritto fondamentale a esibizione di status sociale”.

La prova? Alcune fra le tante raccontate in rassegna. Che accanto alla miseria umana della succitata foto di Bashar Taleb ci mostra l’oceano spropositato dell’abbondanza alimentare nello scatto del fotoreporter francese Jeff Pachoud a documentazione del Concorso di cucina “Bocuse d’Or” (ideato nel 1987 da Paul Bocuse a Lione) o l’altrettanto lussuoso “di più” di quel principesco “servizio in camera” nello storico Hotel “Lutetia” di Parigi firmato da Stephane de Sakutin, per non dire del “piccante rosso mare” fissato con lucida concretezza durante una gara di “volonterose” mangiatrici di peperoncino all’interno di una sorgente termale nella città di Yichun, in Cina. Ignoto l’autore. Chissà, poveretto, non ci sia finito dentro?

“Questo progetto – commenta la Presidente del ‘Forte di Bard’, Ornella Badery – rinnova la missione del ‘Forte’ come luogo di riflessione sulle principali sfide del nostro tempo. Attraverso le immagini dei fotoreporter di ‘Agence France-Presse’, la mostra propone una testimonianza visiva e uno strumento per riflettere sul paradosso alimentare che vede coesistere la carestia e lo spreco sistematico, invitando a considerare un modello di sviluppo più equo e sostenibile”.

E a lei fa eco Sabrina Rossi Montegrandi, “Director of Business Development Agence France-Presse per Italia, Malta e Turchia”: “Il cibo è il cuore del nostro presente e la sfida del nostro futuro. Con i loro sguardi attenti e necessari, i fotografi dell’ ‘Agence France-Presse’ non si limitano a ritrarlo: lo interrogano, lo mettono in discussione, ci costringono a guardarlo. Attraverso le immagini, il cibo diventa coscienza e responsabilità”.

Dopo “Non c’è più tempo” (2024) e “Contrasti. Racconti di un mondo in bilico” (2025), con il Progetto “Nutrire il mondo”“Forte di Bard” e “Agence France-Presse” proseguono la collaborazione con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico su tematiche di carattere globale che valorizzano il quotidiano lavoro di inchiesta dei fotoreporter di una delle più importanti ed autorevoli “Agenzie di Stampa” al mondo.

Gianni Milani

“Nutrire il mondo”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Dal 14 marzo al 19 luglio

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lun. chiuso

Nelle foto: Bashar Taleb /AFP “Consegna razioni alimentari a Gaza”; Jeff Pachoud/AFP “Chef da tutto il mondo per il Concorso di cucina ‘Bocuse d’Or’”; Anonimo/AFP Photo “Gara di mangiatori di peperoncino in Cina”

I liceali cercano risposte-analisi per un futuro scolastico migliore

La ricerca di una quarta superiore del liceo economico sociale del Curie Vittorini di Grugliasco

 

Noi studenti di una quarta superiore del liceo economico sociale, del Curie Vittorini di Grugliasco, abbiamo svolto il ruolo di ricercatori sociali per analizzare il benessere all’interno delle aule delle scuole di Torino. I partecipanti si sono riuniti per analizzare tutti i dati ricevuti, tramite un questionario. Grazie al nostro impegno e costanza siamo riusciti a esaminare tutte le risposte e a mettere a confronto i risultati. Secondo la nostra ricerca, per quanto riguarda la nostra scuola, il Curie Vittorini, il punto di vista dei docenti nella scuola ci mostra che: da una parte emerge una forte passione per l’insegnamento, dall’altra numerose difficoltà quotidiane.

Tra i principali problemi vengono segnalati il peso della burocrazia, considerata un ostacolo dal 78% degli insegnanti, e la gestione della classe, spesso fonte di stress. Il bullismo rappresenta una delle maggiori criticità: il 75% dei docenti lo ritiene presente nella propria scuola e molti hanno affrontato direttamente episodi di questo tipo, intervenendo attraverso il dialogo con gli studenti e la collaborazione con i colleghi. Nonostante le difficoltà, gli insegnanti continuano a cercare nuovi metodi per coinvolgere i ragazzi, come lezioni partecipative e attività di problem solving. La maggior parte dei docenti ritiene di riuscire a mantenere un ambiente rispettoso in classe e apprezza l’uso degli strumenti digitali nella didattica.

Il giornalino del liceo

 

La ricerca evidenzia però anche alcune difficoltà nei rapporti tra colleghi e nella percezione del rispetto ricevuto dagli studenti. Tuttavia, il rapporto educativo resta una fonte di crescita: molti insegnanti dichiarano di aver imparato dai ragazzi valori fondamentali come ascolto, dialogo, pazienza e rispetto reciproco. Anche dal punto di vista degli studenti, l’ambiente scolastico presenta criticità e aspetti positivi. Il 55% ritiene che il carico di studio non è sempre sostenibile, con una distribuzione poco equilibrata. Circa un terzo degli alunni percepisce una mancanza di stimoli e supporto da parte dei docenti, e molti chiedono una scuola più moderna, con attività pratiche, lavori di gruppo e potenziamento di lingue ed educazione sessuale.

Pur tenendo conto degli aspetti che si sono registrati finora, si registra anche un miglioramento nel rapporto con i professori, considerati più disponibili. Nonostante ciò, il 72% degli studenti giudica le regole scolastiche troppo rigide, soprattutto su ritardi e assenze. Tra gli aspetti positivi, invece, prevale un forte senso di sicurezza e la quasi assenza di episodi di bullismo. Restano però criticità negli spazi scolastici: oltre la metà degli studenti li ritiene inadeguati.

Risultati simili per quanto riguarda la gestione scolastica abbiamo riportato dati simili, mentre emergono differenze nella frequenza delle lezioni. Infatti i questionari delineano una scuola accogliente, sicura e ben organizzata, capace di soddisfare le aspettative del 86% degli studenti, e soprattutto capace di prepararli efficacemente al mondo del lavoro. Il punto di forza è l’area tecnico-pratica: i laboratori sono considerati sicuri al 100% e molto all’avanguardia, e le esperienze di stage ritenute soddisfacenti dalla maggior parte dei ragazzi, con un ottimo collegamento tra teoria e pratica.

Anche il clima relazionale è molto positivo e collaborativo (93%), sebbene la metà degli studenti abbia assistito a episodi di esclusione, prontamente segnalati ai professori. Sul piano didattico, pur essendoci una buona percezione del supporto dei docenti e dell’attenzione allo stress, emergono i principali margini di miglioramento: i ragazzi chiedono infatti una maggiore motivazione per il proprio futuro professionale e, soprattutto, un migliore bilanciamento del carico di lavoro tra studio e attività pratiche, giudicato equilibrato solo dal 35,7% degli intervistati. Quest’esperienza ci ha permesso non solo di capire la situazione nelle scuole, ma soprattutto ci ha dato la possibilità di acquisire nuove competenze, in un campo per noi non del tutto conosciuto.

 

Gabriele Taliano
Ilaria Di Tella
Antonia Di Tella
Alice Mattina
Alice Toscano
Rebeca Strajeru
Meryem El Gharbi
Matteo Lenta
Antonino Marsiglione
Chamvie Lembi
Federica Albarella

Dalla memoria delle donne all’arte che si fa solidarietà

Due serate all’Hiroshima Sound Garden tra cultura, diritti e partecipazione

Ci sono luoghi che non si limitano a ospitare eventi, ma provano a costruire immaginari. È questa la direzione intrapresa dall’Hiroshima Sound Garden che, tra il 16 e il 17 giugno, propone due appuntamenti capaci di intrecciare cultura, impegno civile e partecipazione collettiva, trasformando il giardino di via Bossoli in uno spazio di riflessione sul presente e sulle comunità che lo abitano.

Il primo appuntamento è in programma martedì 16 giugno alle 18 con il Contest per l’intitolazione del giardino musicale, un’iniziativa che invita cittadine e cittadini a prendere parte a una scelta simbolica ma tutt’altro che secondaria: dare un nome a uno spazio pubblico attraverso il recupero della memoria femminile. L’azione nasce dalla volontà di restituire visibilità a donne che hanno contribuito a cambiare il mondo dell’arte, della scienza e della tecnologia senza ricevere un riconoscimento proporzionato al loro impatto.

Tre le figure proposte per l’intitolazione: Daphne Oram, pioniera della musica elettronica e cofondatrice del BBC Radiophonic Workshop; Clara Rockmore, considerata la più grande interprete del theremin, lo strumento che ha anticipato il futuro della musica elettronica; e Ada Lovelace, matematica visionaria che già nell’Ottocento intuì le potenzialità della programmazione informatica, diventando di fatto la prima programmatrice della storia. L’iniziativa assume un significato ancora più forte perché riguarda un luogo recentemente arricchito da nuovi giochi musicali dedicati all’infanzia, realizzati grazie al progetto YOUTOO nell’ambito del programma Next Generation EU e del Piano Integrato Urbano della Città di Torino. Un giardino che guarda alle nuove generazioni e che sceglie di farlo attraverso modelli femminili capaci di ispirare il futuro.

Nato dalla collaborazione tra Hiroshima Mon Amour e numerose realtà cittadine impegnate sui temi della parità di genere, l’evento rappresenta inoltre il momento conclusivo del seminario universitario “Empowerment femminile e contrasto al pink washing”, promosso dal Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino, e si inserisce nel percorso di ricerca del progetto di eccellenza 4EGE dedicato al ruolo della diversità di genere come leva di innovazione e sostenibilità. A suggellare la serata sarà il concerto di CECILIA, cantautrice e arpista torinese che negli ultimi anni ha saputo costruire una cifra artistica unica nel panorama contemporaneo.

Il giorno successivo, mercoledì 17 giugno alle 21, il giardino cambierà nuovamente volto per accogliere mareAmare, il progetto multimediale ideato e diretto da Nicolò Piccinni che fonde teatro, musica e letteratura in un’unica esperienza immersiva. Nato come un universo narrativo composto da un libro di racconti pubblicato da Morsi Editore, illustrato da Sara Zollo, da un concept album e da uno spettacolo teatrale, mareAmare accompagna il pubblico in un viaggio dentro le fragilità e le domande che attraversano il nostro tempo. Al centro della narrazione c’è la ricerca di una direzione, di un approdo, di quel “mare” simbolico che diventa metafora della perdita e della riscoperta di sé.

Le canzoni dell’omonimo album prendono vita sul palco attraverso l’esecuzione dal vivo di Nicolò Piccinni e della band Gli Internauti, in una messa in scena che alterna immagini, luci e sonorità, conducendo gli spettatori lungo un percorso che oscilla continuamente tra realtà e immaginazione.

La serata assume inoltre un valore sociale concreto grazie alla collaborazione con ODV Società San Vincenzo De Paoli – Consiglio Centrale Torino e al sostegno della campagna “Non lasciateci in mutande”, promossa da Abito Torino, l’emporio solidale che offre supporto a persone e famiglie in difficoltà attraverso la distribuzione di abiti dignitosi e puliti.

Due appuntamenti diversi per linguaggi e contenuti, ma accomunati dalla stessa convinzione: che la cultura possa ancora essere uno strumento di trasformazione, capace di generare consapevolezza, creare legami e tradurre le idee in azioni concrete.

Valeria Rombolà

Una dose d’annata

SOCIOGRAFIA, LETTURE DAL PRESENTE

Parlando di droghe, siamo soliti pensare a cocaina, eroina, hashish, amfetamina fino alle più recenti krokodil, fentanyl e altre.

Pensiamo che queste sostanze, a vario titolo, possano indurre dipendenza, provocare astinenza in loro assenza e, in generale, risultare nocive per la nostra salute.

C’è una sostanza molto più nociva che, tuttavia, è accettata dalla nostra cultura e sulla quale gira gran parte della nostra economia: l’alcool.

Mi riferisco, ovviamente, all’alcool etilico (C2H5OH) che tutti noi impariamo a conoscere fin da piccoli vedendo a tavola il vino o i liquori e, ormai sempre meno, nella versione denaturata per disinfettarci o per pulire le superfici ed i vetri.

Tralasciamo volutamente l’alcool metilico, letale, che ci riporta alla memoria lo scandalo di Narzole del 1986, con 23 morti e decine di persone diventate cieche per l’adulterazione del vino con metanolo.

Proprio per la sua accettazione nella nostra società, l’alcool è una delle droghe più pericolose per almeno tre buone ragioni: è accettato socialmente quindi è parte della nostra cultura, ha un costo accettabile che non rende necessario commettere reati per procurarselo, è di libera vendita (salvo limitazioni di orario ed età).

In realtà proprio queste sue caratteristiche lo rendono una delle droghe più subdole perché il poterla assumere senza tabù, acquistare ovunque sotto casa la fanno considerare una sostanza innocua, oltre che gradevole.

In realtà, i danni provocati dalla sua assunzione smodata sono enormi: all’apparato digerente (dal carcinoma gastrico e intestinale alla cirrosi epatica, passando per la pancreatite), aumento della glicemia, aumento della pressione sanguigna, danni all’apparato cardiocircolatorio ed al sistema nervoso, se ci limitiamo ai danni dovuti all’assunzione cronica.

E se non si manifestano danni apparenti al fisico, possono manifestarsi altri effetti: dal delirium tremens alla allucinosi di Wernicke, dalla psicosi di Korsakoff alla paranoia alcoolica, per citarne solo alcuni.

Non dimentichiamo gli incidenti provocati dalla guida in stato di ebbrezza con manifestazioni che vanno dal rallentamento dei riflessi, alla diplopia (visione sdoppiata) ai colpi di sonno fino alla perdita di coordinazione e al coma.

Un tempo per dimostrare agli amici di essere adulto o, almeno, di non essere più un bambino chiedevi e fumavi una sigaretta, dimostrando di essere entrato nel mondo degli adulti; ora si beve, dalla birra al pub ai superalcolici in discoteca complici, non di rado, gestori e commercianti che non controllano i documenti per non perdere uno o più clienti.

La prevenzione va assolutamente insegnata già nelle scuole, a partire dalla primaria ma è la famiglia, con il suo esempio, che deve evitare di trasmettere modelli sbagliati, di inculcare false verità e mostrare falsi modelli.

Nessuno vieta ai maggiorenni di bere 1-2 bicchieri di vino a pasto, evitando di bere a stomaco vuoto; ma se i genitori si accorgono che il figlio puzza di alcool tornando a casa prima di cena, o dice cose senza senso, è opportuno parlargli chiaramente, senza denigrarlo ma nel suo interesse. Ove occorra, poi, i SERT sono comunque disponibili, gratuitamente, per il supporto medico e psicologico.

Se non ve la sentite, però, o non ne siete capaci pensate che la salute del minore viene prima di ogni altra cosa; magari rinunciate a qualche acquisto e fatevi seguire da un professionista, prima che il danno sia irreparabile; un funerale costa molto di più.

Sergio Motta

Dott. Davide Caricchi: “La sofferenza psicologica non è debolezza”

Psicologo e psicoterapeuta a San Mauro Torinese e online

L’INTERVISTA

La sofferenza psicologica non è debolezza: spesso è una forma di adattamento che ha smesso di funzionare e psicologi e psicoterapeuti si confrontano quotidianamente con questa dimensione complessa e articolata 

A tal proposito, Dottor Caricchi, cosa l’ha portata a scegliere la professione di psicologo e psicoterapeuta?

Credo che alla base di questa scelta ci sia sempre stato un forte interesse per il mondo interno delle persone. Mi ha sempre colpito il fatto che spesso i sintomi psicologici non siano semplicemente “problemi da eliminare”, ma tentativi profondi della mente di gestire sofferenze, conflitti o esperienze difficili.

Nel tempo ho capito che molte persone convivono per anni con ansia, blocchi emotivi, senso di vuoto o difficoltà relazionali senza riuscire davvero a sentirsi comprese. La psicoterapia, per come la intendo io, non è soltanto un insieme di tecniche ma uno spazio in cui una persona può iniziare gradualmente a dare un significato più profondo a ciò che vive.

Nel suo lavoro di psicologo a San Mauro Torinese, quali sono le difficoltà psicologiche che incontra più spesso?

Le richieste più frequenti riguardano sicuramente ansia, attacchi di panico, depressione, difficoltà affettive, problematiche relazionali e momenti di crisi personale.

Molte persone arrivano in studio dopo anni in cui hanno cercato di “resistere da sole”. Spesso all’esterno continuano a funzionare: lavorano, portano avanti relazioni, rispettano i propri impegni. Ma interiormente sentono di essere in costante tensione oppure molto stanche emotivamente.

Nel territorio di San Mauro Torinese e Torino nord vedo spesso persone molto responsabilizzate, abituate a tenere tutto sotto controllo, che fanno fatica a concedersi uno spazio autentico per sé.

Lei ha un approccio psicodinamico. In parole semplici, cosa significa?

Significa cercare di comprendere non soltanto il sintomo ma anche la storia emotiva che c’è dietro.

Per esempio, dietro un’ansia molto intensa può esserci una paura profonda di perdere il controllo, di deludere gli altri o di non sentirsi abbastanza. Dietro alcune forme di rabbia o chiusura emotiva possono esserci esperienze relazionali dolorose mai davvero elaborate.

L’approccio psicodinamico prova a mettere in relazione il presente con certi vissuti più profondi, spesso inconsapevoli. Non per “colpevolizzare” o stigmatizzare il proprio passato familiare ma per aiutare la persona a conoscersi meglio e a vivere con maggiore libertà e consapevolezza emotiva.

Molte persone sono ancora diffidenti verso la psicoterapia. Cosa si sente di dire a chi vorrebbe chiedere aiuto ma continua a rimandare?

Che chiedere aiuto non significa essere deboli.

Molte persone arrivano in terapia quando ormai sono esauste dopo aver cercato per anni di gestire tutto da sole. E spesso scoprono che poter parlare in uno spazio protetto, senza sentirsi giudicate, produce un sollievo molto più profondo di quanto immaginassero.

La sofferenza psicologica non sempre si manifesta in modo evidente. A volte prende la forma di irritabilità costante, insonnia, vuoto, autosvalutazione o difficoltà nelle relazioni. Imparare ad ascoltare questi segnali può essere molto importante.

Oggi molte sedute avvengono anche online. Qual è la sua esperienza?

Lavoro sia online sia in presenza nel mio studio di San Mauro Torinese, e negli ultimi anni ho visto che molte persone riescono a costruire percorsi molto profondi anche a distanza.

Naturalmente la scelta dipende dalla persona, dalle esigenze pratiche e dal momento di vita. Alcuni preferiscono la presenza fisica dello studio, altri trovano più semplice iniziare online.

Quello che conta davvero è la qualità della relazione terapeutica: sentirsi ascoltati, compresi e accolti in uno spazio autentico.

C’è qualcosa che considera particolarmente importante nel suo modo di lavorare?

Credo molto nell’importanza dell’ascolto profondo e nel costruire un clima umano, non giudicante.

Molte persone arrivano dopo essersi sentite fraintese per anni, oppure con la sensazione di “dover funzionare” continuamente. In terapia cerco di creare uno spazio in cui non sia necessario indossare maschere o dimostrare qualcosa.

Ogni percorso è diverso e richiede tempi diversi. Non credo nelle formule standardizzate valide per tutti.

Dove è possibile trovare maggiori informazioni sul suo lavoro?

È possibile trovare maggiori informazioni sul mio lavoro e sui percorsi psicologici che seguo sul sito psicologo-online24.it oppure sulla pagina dedicata allo studio di psicologia a San Mauro Torinese, dove pubblico anche articoli di approfondimento su ansia, relazioni, depressione e benessere psicologico. Ricevo online e nel mio studio di San Mauro Torinese.

Vent’anni dopo Gomorra, Saviano lancia l’allarme: «Non c’è più tempo per capire il potere criminale»

L’INTERVISTA

Vent’anni dopo la sua prima pubblicazione, Gomorra torna in libreria in una nuova edizione pubblicata da Einaudi. Un ritorno che non rappresenta soltanto una celebrazione editoriale, ma l’occasione per interrogarsi sull’eredità di un libro che ha segnato profondamente il giornalismo e la letteratura italiana contemporanea.
Quando uscì nel 2006, Gomorra infranse il racconto tradizionale della criminalità organizzata. Attraverso una scrittura capace di fondere inchiesta, testimonianza diretta e narrazione letteraria, Roberto Saviano mostrò ai lettori una realtà che andava ben oltre i confini della Campania: la camorra emergeva come una potenza economica globale, intrecciata ai mercati internazionali, alla finanza, alla politica e alle dinamiche del potere contemporaneo.
Vent’anni dopo, molte cose sono cambiate. Sono cambiati i mezzi di comunicazione, le modalità con cui si costruisce il dibattito pubblico e soprattutto il tempo che si è disposti a dedicare alla comprensione dei fenomeni complessi. Eppure Gomorra continua a interrogare il presente, forse proprio perché le domande che pone restano ancora aperte.
Abbiamo avuto l’occasione di parlare con Roberto Saviano per riflettere sullo stato del giornalismo, sul racconto del potere criminale e sulle nuove forme di influenza che attraversano le nostre democrazia.
Quanto è stato difficile continuare a raccontare la verità e la realtà dei fatti dopo questi vent’anni?
«Sono cambiati gli spazi più che i modi della narrazione, infatti è molto più difficile far passare queste tipologie di storie rispetto al passato. Mentre un tempo l’agenda dei quotidiani imponeva il dibattito pubblico di questi temi tramite gli articoli, adesso non è così e questo è avvenuto anche alla luce della distrazione internazionale. I temi che riguardano il crimine passano completamente inosservati, salvo gravi vicende di sangue. Questo è il vero problema»
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Si percepisce una maggiore superficialità in questo tipo di narrazione?
«Sì, totalmente. Anche nel caso di inchieste ben costruite non si ha davvero più lo stesso spazio di un tempo, soprattutto a livello di attenzione del pubblico»
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Quello che manca è il tempo o l’attenzione reale delle persone?
«Sicuramente una forma di attenzione reale su questi temi, in quanto la velocità impedisce a queste storie di essere approfondite e di conseguenza capite. È molto più facile parlare di un omicidio: il crimine comune è molto più facile da raccontare perché in un attimo si crea la narrazione. Il potere criminale ha bisogno di più tempo, se no non capisci, e questo tempo non lo si vuole più dedicare a questo tipo di narrazione»
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Qual è la forma di potere invisibile che oggi ti preoccupa di più rispetto a vent’anni fa?
«Probabilmente il fatto che il giornalismo sia morto e la comunicazione a noi sembri neutrale ma in realtà non lo è. Questo è un potere invisibile. Meta ha in mano il destino delle democrazie»
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Ed è forse proprio qui che risiede l’attualità di Gomorra: nella sua capacità di ricordarci che comprendere il potere richiede ancora tempo, attenzione e il coraggio di guardare oltre ciò che appare immediatamente visibile.
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Valeria Rombolá 

Buongiorno, grazie, scusa. La cortesia sta bene su tutto

L’educazione è come una camicia bianca, non passa mai di moda” diceva Toto’.

Purtroppo questa affermazione del famoso attore, commediografo e poeta napoletano ultimamente non trova molto fondamento perché sembra, invece, che le buone maniere e la cortesia stiano perdendo importanza.

Quando ero piccola ricordo che i miei genitori mi dicevano di salutare, di ringraziare e di dire per favore quando chiedevo qualcosa; era doveroso cedere il passo agli anziani, tenere la porta a chi veniva dopo di te e chiedere scusa in caso di piccoli incidenti, ma soprattutto se ci si comportava male. Cosa sta succedendo alla gentilezza? Perché si stanno perdendo quelle forme di cortesia che rendono la nostra quotidianità  più cordiale e civile? Senza dover ricorrere alle regole del Galateo che, seppur aggiornate alle nuove consuetudini, non sono sempre e comprensibilmente applicabili, sarebbe invece importante utilizzare alcuni comportamenti essenziali per facilitare le relazioni non solo tra persone reciprocamente note, ma anche nei confronti di sconosciuti che non incontreremo mai più.

Un “buongiorno” (possibilmente con un sorriso) è necessario se si incontra qualcuno di nostra conoscenza, quando si entra in un negozio, in un bar o prima di chiedere un’ informazione per la strada; un “grazie” è d’obbligo quando si riceve qualcosa, se qualcuno ci aiuta o se una persona ci dedica del tempo; un bel “per favore” è indispensabile prima di chiedere qualsiasi cosa anche se, in apparenza, non ce n’è bisogno; infine la più difficile, domandare  “scusa”, un’ espressione di  dispiacere in seguito ad una mancanza,  una specie in via di estinzione, difficilissima da pronunciare e persino da contemplare.

Se poi vogliamo andare oltre l’argomento “buone maniere”, di cui attualmente ci si sorprende come di fronte ad una apparizione, è utile sapere che un saluto, anche solo con un cenno del capo se proprio ci sentiamo timidi, un segno di gratitudine e porgere le proprie scuse  sono motivo di benessere e ci mettono in contatto con il lato migliore del nostro io. Uno studio della International Journal of Psychophysiology afferma, infatti, che essere gentili supporta l’autostima, aiuta il sistema cardiovascolare, diminuisce i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress) e aiuta la produzione di endorfine (i neurotrasmettitori che alleviano il dolore e lo stress).

Se i nostri gesti di gentilezza, poi, non dovessero trovare una risposta secondo le nostre aspettative, non molliamo la nostra battaglia per la civiltà, perseveriamo, proviamo a creare un circolo virtuoso e ad andare in controtendenza a queste inclinazioni di ultima generazione che ci vogliono troppo avari di cordialità e attenzioni.

Vestitevi di educazione e gentilezza. Sarete sempre eleganti”.

MARIA LA BARBERA

Scusi, posso sedermi?

Non mi riferisco alla cessione di un posto a sedere sui mezzi pubblici, ma a quell’abitudine anglosassone di condividere il posto a tavola nei pub e nei bar.

Come ho scritto in un altro mio articolo un paio di mesi fa, ricordo quando, negli anni ’80, vennero di moda i pub a Torino e fra questi il più gettonato, alla Crocetta, osservava le regole dei pub inglesi: tra queste, non ti servivano al tavolo (ottimo per il contenimento della spesa) e potevi sederti ovunque ci fosse un posto, anche ad un tavolo già parzialmente occupato.

Regola non scritta, era però osservata da tutti con piacere, permetteva non soltanto di trascorrere una serata in modo imprevisto, vario, ma anche e soprattutto di conoscere nuova gente e sviluppare nuove amicizie.

Si può dire che, per il nostro stile di vita questo modo di vivere fosse troppo aperto, abituati come siamo alla nostra privacy, a non far sentire i nostri discorsi a sconosciuti.

In realtà col passare degli anni le cose sono peggiorate, tragicamente, ma non in una direzione sola.

Ora si è molto più soli, sia per scelta che per una serie di concomitanze (orari di lavoro che non coincidono con quelli degli amici o maggior distanza tra casa e lavoro, ad esempio) con il risultato che la condivisione di un tavolo sarebbe scartata a priori.

Nello stesso tempo, però, se ascoltiamo un messaggio giuntoci sullo smartphone lo ascoltiamo col vivavoce così anche a distanza di tre tavoli possono fornirci il loro parere.

Due comportamenti apparentemente antitetici indice entrambi di un sintomo comune: il disagio; quel disagio che viene dimostrato quotidianamente attraverso violenza, litigiosità giudiziale, uso di sostanze stupefacenti in aumento, hikikomori e altro.

Pensate a vent’anni fa e confrontate con i giorni nostri: qualcosa è cambiato in meglio? La relazione che avevate con gli amici, il numero di uscite settimanali che facevate confrontato con quelle attuali regge il confronto? Vi sentivate più circondati da amici allora o adesso? E non mi riferisco agli “amici” dei social, temine improprio per definire persone che ci fanno sapere solo ciò che vogliono e che, di colpo, possono sparire o farci sparire con un click.

Costo della vita aumentato, potere d’acquisto inferiore, lavori saltuari, domeniche diventate lavorative per molte categorie sono sicuramente fonte di disagio.

Lo stesso disagio che porta giovani e meno giovani a chiudersi in casa, rifiutando qualsiasi contatto col mondo esterno o che spinge amici a uscire, trovarsi al parco e sedersi sulla stessa panchina, ognuno col proprio cellulare in mano, come se gli altri non esistessero. Per essere separati a distanza da casa, non era meglio restarsene a casa così si risparmiavano tempo e fatica?

Possibile che i giovani, di entrambi i sessi, non sentano l’esigenza (anche fisica) di incontrare un partner, parlare, camminare mano nella mano, prendere un gelato, vedere un film e, se tutto ok, tentare un approccio?

È palese che la nostra società sia malata, speriamo non irrimediabilmente, ma quale sia la cura nessuno l’ha ancora scoperto o, forse, nessuno ha interessa a scoprirla davvero.

Una popolazione priva di stimoli, di interessi e di reazioni è una popolazione facilmente manovrabile, anche attraverso messaggi subliminali che, sebbene proibiti per legge, sono inseriti all’interno di molti video, molti spot e consentono di tenere le persone sotto controllo, indirettamente, non fosse altro per evitare che reagiscano e si ribellino.

Pensateci. Oppure proponete una ragione diversa, se non addirittura una soluzione.

Sergio Motta