società

Pensione? No, grazie

Anche se la pensione, il ritiro del lavoro, sta diventando una meta sempre più lontana, per effetto della legislazione che la parametrizza con l’aumentare della vita media, non di meno è un momento che molti agognano giunti ad un certo punto della propria anzianità, anagrafica e lavorativa.

Ho sentito frasi come “Quando andrò in pensione farò…” oppure “Con i soldi del TFR comprerò…” fin da quando ero ragazzo e sentivo i colleghi anziani di allora, alcuni conoscenti o, semplicemente, persone incontrate per caso pensare al momento della pensione come ad un momento di svolta, in meglio si intende.

Da alcuni anni, al contrario, assisto ad un vero terrore nei confronti di quel momento, sia da parte di uomini che di donne.

“Cosa farò dopo?”, “Non avrò niente da fare tutto il giorno” denotando che per quelle persone il lavoro fosse tutto, anche se avevano detto peste e corna dei colleghi, dei dirigenti o anche solo maledetto di doversi alzare al mattino, di non poter andare in ferie quando avrebbero voluto, ecc.

È palese che la nostra società sia cambiata e ogni cambiamento sia sempre più rapido ma, alla base di queste lamentele, c’è evidentemente qualcosa di più, qualcos’altro.

Io ho sempre pensato, perlomeno da dieci anni a questa parte, che il giorno in cui fossi andato in pensione avrei dedicato del tempo a me stesso. Non vuol dire passare ore allo specchio o prendere la residenza dall’estetista ma fare le cose che piacciono: ad esempio visitare musei, andare al cinema, passeggiare per la città o andare alla presentazione di un libro. Anche leggere sul divano, o sul terrazzo, pare non avere controindicazioni.

Prima le missioni in tutta Italia, poi turni di lavoro, in seguito cariche politiche, l’insegnamento erano tutti impegni che, di fatto, mi hanno costretto a modificare i miei orari e gli impegni su quanto deciso da altri.

Naturalmente tra i miei desiderata c’è anche viaggiare, trovarsi con gli amici, magari passandoli a trovare in negozio o in studio, per rinvigorire quei rapporti di amicizia sopiti.

Sento, però, molte persone alla soglia della pensione lamentarsi, preoccupate; la cosa preoccupante è che, in una società che molti definiscono patriarcale, siano soprattutto le donne a lamentarsi non sapendo come impiegare il tempo quando non dovranno più bollare la cartolina.

Ho fatto un calcolo approssimativo: pulire un appartamento di 70 mq, con costanza, richiede circa un giorno-un giorno e mezzo alla settimana, compreso lavare le tende, i lampadari, ecc. Fare la spesa, stirare, rammendare, ecc. richiede, a esagerare, un’altra giornata. E siamo a due giorni alla settimana. Possibile che a queste persone non sia venuto in mente che negli altri 5 giorni potrebbero (a scelta): frequentare l’Università popolare o l’Unitré per approfondire una passione, insegnare nei suddetti Enti una materia in cui sono ferrati (magari diritto oppure comunicazione, informatica o fotografia), andare in palestra, frequentare un’associazione, andare con un amico o amica (ne avrete almeno uno!) al cinema, a visitare un museo, a fare una gita in giornata, a fare volontariato in un ospedale, in un canile, in un’associazione d’arma come simpatizzanti, oppure scrivere, suonare, dipingere, tenere conferenze e molto altro ancora.

Allora mi viene in dubbio fondato: che non sia solo una non-preparazione al cambio di vita ma sia il risveglio da un’anestesia mentale che per tutta la durata lavorativa ci ha tenuto in stato vegetativo.

Sveglia, caffè, auto (o bus o metro, non importa), ufficio, mensa, colleghi (non amici), ferie scandite dal capoufficio, auto, spesa, casa. Un’eccezione sarebbe portare i figli a scuola prima di entrare al lavoro e ritirarli prima di tornare a casa.

E questo per 43 anni circa, dall’inizio dell’attività lavorativa a quando il Ministero del lavoro dice che siamo abbastanza vecchi da non incidere troppo sul bilancio dell’INPS ma non troppo per poter ancora lavorare fino a quel giorno.

La verità è che non ci fermiamo mai a pensare, a riflettere, ad analizzare la nostra vita per apportare eventuali, indifferibili, modifiche a ciò che facciamo, a come viviamo e a ciò che stiamo progettando. Se aspettiamo la pensione, con l’erogazione del TFR, unicamente per comprare finalmente la berlina da 90 mila euro mi sa che siamo sulla strada sbagliata; all’aumentare dell’età diminuisce notevolmente la capacità reattiva, si allungano i tempi di reazione con il rischio che la macchina duri poco prima di abbracciare un guardrail o vedere un camion troppo da vicino.

Pensiamo a noi stessi, a valorizzare il nostro essere, con le nostre passioni, i nostri interessi, le nostre doti, culturali, emotive e affettive. Vogliamo andare in giro in auto? Con i soldi che non spendiamo nell’acquisto dell’auto sai quante volte possiamo pagare benzina, autostrada disturbo, ad un amico che ci porti dove vogliamo? O, se proprio non abbiamo amici, ad un’impresa di noleggio.

Sergio MOTTA

Il turismo del sonno. Dove il riposo è la meta più importante

La vita odierna e’ pura frenesia. Il lavoro e’ fonte di soddisfazioni, ma anche di stress e stanchezza, cosi’ come la quotidianita’ familiare divisa tra doveri e abitudini logoranti. L’utilizzo eccessivo dei dispositivi elettronici, inoltre, ha creato tutta una serie di conseguenze che si vanno a sommare alla nostra impegnativa routine creando quella condizione oramai dilagante che e’ l’insonnia.

Non dormire abbastanza e’ snervante e porta con se’ conseguenze negative anche nella vita diurna come stanchezza cronica, irritabilita’ e difficolta’ a gestire la vita sociale e lavorativa.

Il sonno sta diventando un lusso, una dimensione determinante che garantisce una buona salute, sia fisica che mentale; ed e’ proprio per questo suo valore imprescindibile che ora anche le vacanze possono essere dedicate alla sua “pratica”. Il turismo del sonno e’ ora una tendenza, ma forse molto di piu’: una aspirazione; prenotare hotel che offrono condizioni perfette per il riposo, a cominciare da materassi di ottima qualita’, ambienti silenziosi, camere e vasche di deprivazione sensoriale, ipnoterapeuti e’ una realta’ che sta avendo molto consenso e questo perche’ il bisogno di dormire e’ cresciuto, il nostro corpo lo reclama.

Gli alberghi specializzati in questo settore del turismo hanno camere dai colori delicati, cuscini personalizzati, generatori di suoni ambientali, come i rumori bianchi, mascherine per dormire, massaggiatori specializzati, saune, aromaterapia, tisane rilassanti, illuminazione calibrata e docce all’eucalipto.

Sempre piu’ alberghi si stanno attrezzando per diventare rifugi del riposo perche’ questa necessita’ e’ destinata a crescere, dormire e’ diventata, infatti, una meta molto desiderata.

Possiamo immaginare queste strutture immerse nel verde, con piscine private, camere insonorizzate, biancheria in fibre naturali, in zone dal clima mite e indulgente.

I luoghi ideali per questa non-attivita’ possono essere casali immersi nella natura, alberghi lontani dalle mete turistiche affollate e troppo attive, posti dove, nei momenti liberi dal sonno, si possono visitare piccoli centri, gustare l’enogastronomia del luogo, fare passeggiate rilassanti in luoghi ovattati.

Dimentichiamo quindi file in macchina, spiagge gremite e afose, persone che urlano e si divertono rumorosamente, lo sleep turism ha bisogno di un suo galateo della tranquillita’, di un proprio cerimoniale della pigrizia.

All’estero questa vacanza all’insegna del relax e’ oramai una consuetudine che ha creato una vera e propria specializzazione turistica, nel nostro paese, siamo ancora agli albori, ma ci sono diverse proposte in zone come l’Umbria o la Toscana, basta fare una ricerca scrivendo “turismo del sonno in Italia”. Il Piemonte e’ una meta ideale per favorire il riposo, persi nei filari delle Langhe, nel silenzio delle montagne o nelle vicinanze dei bellissimi laghi. E’ una tendenza che ha un futuro concreto, abbiamo bisogno tutti di fare pause dall’inquietudine dei ritmi imposti dal trantran quotidiano che ci ha avvolge, abbiamo bisogno di dormire.

MARIA LA BARBERA

Il social burnout

 

ESSERE SEMPRE CONNESSI PUO’ STANCARE.

Sovraccarico tecnologico, stanchezza mentale o stress da iperconnessione, ecco alcuni modi per definire la fatica e la debilitazione da social overdose. Ore e ore passate al computer ad aggiornare profili, leggere e commentare quelli delle altre persone, stare al passo con i tempi dei social network, tutto questo puo´ provocare indebolimento ed esaurimento fino ad arrivare all’allontanamento, a volte definitivo ma piu´ spesso temporaneo, giusto il tempo di disintossicarsi.

La sindrome generale da burnout e´una risposta ad una situazione percepita come stressante che attiva meccanismi di difesa capaci di affrontare la sensazione di esaurimento psichico e fisico. La mancanza di forze e il senso di sconforto puo´anche sfociare in una despressione e non e´da sottovalutare, ma da tenere sotto controllo per scongiurare eventuali complicazioni piu´dificili da gestire e curare.

Questo stress cronico, che nella sua considerazione generale e´ legato perlopiu´ alla vita professionale, si puo´ riscontrare anche in altri ambiti, quello relativo ai social media e´una declinazione specifica che presenta gli stessi sintomi della sindrome da burnout comune: ansia, mancanza di energia e umore altalenante dovuto allo stress.

La fatigue da iperconnessione e´da poco all’attenzione della psicologia, sono cominciati i primi studi e ricerche per capirne le dinamiche. Oltre al tempo passato davanti ad uno schermo, che sia di un computer o di un cellulare, la fonte dello stress proviene dalla velocita´ richiesta per aggiornare i profili e allinearsi con quelli degli altri; riempire le pagine social di contenuti rispettando i ritmi dettati dalla rete e´ faticoso, stressante, nemico della qualita´ e impiega ingenti risorse mentali e fisiche che la maggior parte delle volte non hanno un corrispettivo in un riconoscimento di qualsiasi tipo. E´come una competizione continua con tanti concorrenti che non ha limiti ne´ troppe soddisfazioni e quindi il divertimento iniziale si converte in frustrazione che costringe prima a prendere le distanze e poi a smettere. E´ una illusione virtuale che porta all’esaurimento e alla necessita´di disintossicazione. I social media, purtroppo e per fortuna, evolvono molto velocemente, aggiungono strumenti e aggiornamenti in grado di contenere sempre piu´contenuti ed informazioni, questo e´ certamente coinvolgente e seducente ma allo stesso tempo richiede maggiore risorse e tempo, e´ come un lavoro, un’ attivita´ ´sempre piu´difficile da seguire. Le aziende che gestiscono queste piattaforme si stanno gia´confrontando con gli abbandoni social causati dal digital burnout e dovranno trovare soluzioni per affrontare le conseguenze economiche dovute a questi disagi di ultima generazione che forse potevano essere prevedibili perche´ qualsiasi attivita´deve essere fonte di equilibrio e benessere e persino la tecnologia che ci supporta sempre di piu´in tante delle nostre attivita´deve fare i conti con il nostro essere umani.

Moderazione, dunque, sara´la parola d’ordine insieme ad equilibrio e senso della misura. I genitori dovranno monitorare i figli affinche´questi non passino tutto il loro tempo libero davanti ad uno schermo e infine i fornitori di servizi saranno costretti a considerare maggiormente la soddisfazione del cliente fruitore e soprattutto la sua salute, psicologica e fisica.

MARIA LA BARBERA

Taci! Il nemico ti ascolta

Questa frase, nata nel Ventennio a opera del Governo fascista, rendeva l’idea di quale fosse il clima politico dell’epoca: una frase detta alla persona sbagliata, un concetto espresso in modo errato poteva costare molto caro all’autore.

Intanto venivi subito additato come nemico, come comunista, come rivoluzionario e, per quel motivo, ti veniva negata una serie di cose.

Oggi che, pur vivendo in una democrazia respiriamo un clima politico sempre più rovente, complice la moderna tecnologia il nemico non solo ti ascolta (smartphone, PC e assistenti vocali intelligenti) ma ti legge (social). La stupidaggine della gente, poi, fa il resto.

Sui social quando scriviamo peste e corna di quel leader di partito o di quella formazione politica, il nostro post viene letto da tutti, anche da nostri conoscenti di tendenze politiche opposte e, se non abbiamo limitato la privacy agli amici, anche da tutti quelli che non conosciamo.

Gli assistenti vocali (per intenderci quelli a cui diciamo “XYZ, accendi la luce” oppure “ABC, che tempo farò domani?” sono sempre collegati con la centrale (ad esempio un famoso sito di e-commerce) e sentono tutto quello che diciamo, anche tra congiunti, amici, ecc.

Provate a parlare di una località che vorreste visitare, anche la più insolita o remota e, nel giro di 2-3 giorni, sui vostri profili arriveranno proposte di viaggio inerenti quel luogo. Oppure confidate agli amici che vorreste sapere cosa fa il vostro partner in vostra assenza e vi comparirà la pubblicità di un’agenzia investigativa o, comunque, siti dove si parla di infedeltà o di diritto alla privacy.

Fin qui, a parte il disturbo, nessun problema perché le mie idee restano mie, non sono obbligato a recarmi in viaggio dove i social mi propongono e tutto va bene, al di là del fastidio di sentirsi spiati.

Il vero problema nasce quando quelle notizie vengono inoltrate in qualche centrale di potere che seleziona Caino e Abele fra i bravi o i cattivi, a seconda della loro fede politica; hai detto una certa frase, hai espresso un certo concetto, hai insultato Tizio o Caio, per cui vieni messo nella black list oppure non sarai inserito in un certo elenco di “buoni”.

Sembra fantascienza ma non lo è: i servizi di intelligence di tutto il mondo utilizzano (anche) questo sistema per valutare terroristi, anarchici, evasori, ecc.  Se vi dichiarate nullatenenti ma pubblicate le foto su isole tropicali, magari in barca, qualche controllino anche remoto dall’Agenzia delle Entrate lo subirete di sicuro.

Con questo non voglio castrare la facoltà di nessuno di rendere note le proprie idee o di commentare secondo il proprio punto di vista una notizia o una legge, ma sappiate che dovete assumervene le conseguenze.

Anni fa una mia conoscente, di idee anticlericali e, comunque, acattolica fece domanda di assunzione in un Ente religioso cattolico come insegnante. Al momento del colloquio le fu fatto notare che erano note le sue idee e che, di conseguenza, non era la persona adatta a ricoprire quell’incarico. Giustissimo diritto del datore di lavoro, coerenza del candidato non pervenuta.

Il mio non vuole essere un consiglio a non agire, né tantomeno a mentire per ottenere qualcosa che altrimenti non otterremmo: vuole essere un richiamo all’attenzione, perché “verba volant, scripta manent” e anche se un post lo cancelliamo, gli screenshot rimangono sempre a futura memoria.

Evitiamo di parlare di argomenti a rischio se abbiamo in casa il grande fratello (quello di Orwell, non la trasmissione TV) che accende la luce al posto nostro (sentono anche quali film guardiamo, quali TG preferiamo e se mettiamo un DVD porno) perché a noi sarà difficile capire come qualcuno abbia ottenuto certe informazioni su di noi, ma quel qualcuno sa benissimo come e dove se le sia procurate.

È solo questione di abitudine e di tornare alla buona, vecchia riservatezza (di cui i piemontesi, seppure sempre più rari, erano maestri) e affrontare alcuni argomenti al parco, passeggiando con gli amici in centro, in intimità in casa spegnendo le orecchie elettroniche.

Provare per credere.

Sergio Motta

A scuola con l’intelligenza artificiale

Rodolfo Galati, docente e formatore nel campo della didattica, pubblica nell’aprile 2026 il libro “Insegnare con l’IA: strategie, metodi e strumenti per la scuola”, dedicato all’uso dell’intelligenza artificiale in ambito educativo.
Il volume si distingue per un approccio pratico: offre strumenti e metodologie per integrare l’IA nella didattica quotidiana, rivolgendosi a insegnanti e dirigenti scolastici. Al centro, l’idea che queste tecnologie debbano affiancare — e non sostituire — il ruolo del docente.
L’uscita arriva in un momento di forte cambiamento per la scuola, sempre più chiamata a confrontarsi con l’impatto delle nuove tecnologie. Il lavoro di Galati si propone così come una guida concreta per utilizzare l’IA in modo consapevole ed efficace.

Enzo Grassano

Farsi Male. Vittorio Lingiardi alla Casa della Madia

 

L’incontro di sabato 18 aprile alla Casa della Madia, ha visto come ospite Vittorio Lingiardi, psichiatra, psicoanalista e docente di Psicologia dinamica alla Sapienza di Roma.

Il suo ultimo libro, dal titolo “Farsi male. Variazioni sul masochismo”, ha ispirato la tematica di questa giornata, cercando di offrire una visione unitaria della dimensione clinica e di quella soggettiva. Lingiardi ha sottolineato come una diagnosi possa essere utile, ma mai sufficiente nel restituire la complessità di una persona; gli esseri umani, sono molto di più di una semplice etichetta diagnostica e sarebbe riduttivo descrivere qualcuno seguendo un manuale clinico. Il lavoro importante è quello di osservare la persona al di là dei suoi sintomi, per poter capire chi c’è dietro quella sofferenza e che cosa, quel dolore, vuole esprimere.

Buona parte dell’intervento di Lingiardi è stato dedicato ai disturbi della personalità; descritti come un irrigidimento di specifici tratti che, in forma meno invasiva e più flessibile, ritroviamo in tutte le persone. Per fare degli esempi: la diffidenza può sfociare nella paranoia, il bisogno di riconoscimento può trasformarsi in narcisismo patologico, il desiderio di mantenere l’ordine può irrigidirsi in una struttura ossessiva.

Il punto dirimente, però, non è la presenza di uno specifico tratto, quanto la sua pervasività: nel momento in cui quel tratto arriva ad invadere la vita della persona e a compromettere le sue relazioni e la sua quotidianità, possiamo dire che ha superato la soglia che conduce alla presentazione di un disturbo.

Tra i temi affrontati, un rilievo particolare hanno avuto il narcisismo, il trauma e l’attaccamento, insistendo soprattutto su quelle ferite precoci, che non sempre coincidono con degli eventi eclatanti e facilmente identificabili. Tra queste ferite non compaiono solo l’abuso o il maltrattamento, ma anche forme di trascuratezza, la mancanza di sintonizzazione con la figura di accudimento, il desiderio non soddisfatto di riconoscimento: il bisogno primario del bambino, infatti, non è soltanto quello di essere nutrito, ma anche di sentirsi accolto, contenuto e riconosciuto.

Su questo sfondo, si colloca il tema centrale del suo ultimo libro. Lingiardi ha precisato di voler affrontare il masochismo come assetto psichico e relazionale e il punto che sottolinea è la tendenza a restare in situazioni che fanno soffrire, anche quando esisterebbero delle alternative. In questo senso, il masochismo è stato presentato come una dinamica complessa e tra gli esempi concreti riportati ci sono le relazioni sentimentali che si trascinano per anni, nell’attesa di una promessa mai mantenuta; i ruoli lavorativi vissuti come umilianti, ma ai quali non si rinuncia mai; delle modalità di sacrificio che diventano identità.

In questi casi, ciò che tiene la persona dentro la sofferenza non è solo la paura del cambiamento, ma anche il legame profondo con una grammatica affettiva antica, nella quale ci si è abituati a sentire l’amore come il risultato di una conquista.

Nel pomeriggio, Vittorio Lingiardi si è confrontato con il pubblico presente, lasciandosi stimolare dalle domande e dagli interventi che gli hanno consentito di riprendere e approfondire temi emersi nel suo ampio intervento del mattino.

Ciò che resta di questo incontro è un invito a guardare con più attenzione quelle modalità con cui le persone costruiscono la propria sofferenza e, talvolta, vi si affezionano. Forse è proprio questo uno degli aspetti più forti emersi dalla mattinata: il fatto che il lavoro psichico non consista nel semplificare l’esperienza umana, ma nel darle parola e provare a trasformare insieme, con consapevolezza, ciò che altrimenti resterebbe, soltanto, un modo di funzionare, ripetuto nel tempo.

IRENE CANE

M.O.I.C.A. Piemonte presenta “Parole che non ti ho mai detto”

Il M.O.I.C.A. Donne attive in famiglia e società Piemonte APS, associazione attiva nella promozione dei valori della persona e della coesione sociale, organizza un incontro pubblico dedicato alla presentazione del libro “Parole che non ti ho mai detto” di Marco Marchetto, pubblicato da NEOS Edizioni. L’appuntamento è in programma giovedì 30 aprile 2026, alle 15.30, presso la sede del CSV Vol.To, in via Giolitti 21, a Torino. Al centro dell’incontro il libro di Marco Marchetto, medico e scrittore laureato in Filosofia che, attraverso la forma del romanzo epistolare sviluppa una narrazione intima e articolata. Il testo affronta i temi del dolore e della malattia, mettendo in luce il ruolo delle relazioni e della parola come strumenti di comprensione e vicinanza. La scrittura, al tempo stesso essenziale e riflessiva, si rivolge ai vissuti di sofferenza, a chi li ha condivisi da vicino e a chi cerca un linguaggio capace di dare forma a ciò che, spesso, rimane inesprimibile. Nel corso dell’incontro, l’autore dialogherà con il pubblico approfondendo i contenuti del libro e il percorso che ne ha accompagnato la realizzazione, offrendo spunti di riflessione sul rapporto tra cura, ascolto e narrazione.

A coordinare l’incontro sarà Lucia Rapisarda, presidente del M.O.I.C.A. Piemonte APS, che guiderà il confronto e introdurrà i temi principali dell’iniziativa. Attraverso questo evento, il M.O.I.C.A. Piemonte APS conferma il proprio impegno nel promuovere occasioni di incontro aperte alla cittadinanza, in cui la cultura diventa strumento per affrontare questioni complesse legate alla vita quotidiana, alla salute e alle relazioni, contribuendo a rafforzare il dialogo all’interno della comunità.

Mara Martellotta

Fondazione Time2: Racconti di Cambiamenti

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Lo sport come momento di valorizzazione delle “diversità”: nuovo appuntamento della “Fondazione” sulla “performatività” nella pratica sportiva

Mercoledì 23 aprile, ore 18

Prosegue, nel suo prefissato iter, “Racconti di Cambiamenti”, la Rassegna di incontri partecipati – e patrocinati dalla Città di Torino, in collaborazione con i Progetti del “Bando Cambiamenti” e l’ecosistema di “Hangar Piemonte” – nata all’interno del Programma “Cambamenti” avviato nel 2023 dalla torinese “Fondazione Time2” (fondata nel 2019, su iniziativa di Antonella Manuela Lavazza, per affiancare nella loro quotidianità persone con disabilità) al fine di “accompagnare progetti capaci di trasformare i contesti di vita, rendendoli più accessibili, inclusivi e partecipativi anche per soggetti in condizioni di disabilità o marginalità”.

In quest’ottica, dunque, mercoledì 23 aprilealle 18, negli spazi di “Open – Fondazione Time2”, in corso Stati Uniti 62/b a Torino, il nuovo incontro verterà sul tema (sicuramente di grande attualità) della “Performatività nello Sport”, con un confronto a tutto campo su come lo sport possa diventare una “pratica” capace di valorizzare le disuguaglianze  e superare modelli e stereotipi basati esclusivamente sulla “performance”. Alla base dell’iniziativa, le domande: Lo sport è davvero accessibile a tutte e tutti? Quali modelli di corpo, abilità e successo vengono promossi? E in che modo questi modelli influenzano la partecipazione delle persone, di tutte le persone? A partire da queste domande, l’incontro “proporrà – sottolineano i responsabili – una riflessione condivisa su come ripensare le pratiche sportive affinché diventino luoghi di benessere, espressione e partecipazione, oltre la logica della competizione e della prestazione”.

Il dialogo si svilupperà attraverso un “cerchio di parola”, modalità partecipativa che favorisce lo scambio diretto tra ospiti e pubblico.

Interverranno Andrea De Beni, formatore e facilitatore, esperto di “mentoring” ed “Intelligenza Emotiva”; esponenti di “Sport Time2”, la società sportiva della “Fondazione” che allena squadre di sport unificato, in cui persone “con” e “senza” disabilità giocano insieme; esponenti di “Balon Mundial”, promotore di sport inclusivo e comunitario a livello internazionale; membri di “Disform”, Associazione che lavora per cambiare la “cultura dello sport” e renderlo più equo e “AICS Torino”, la società sportiva che con il progetto “Sport tra pratica e partecipazione” promuove lo sport come spazio di benessere, inclusione e partecipazione attiva, ripensando la performance in chiave accessibile, sostenibile e rispettosa delle diverse esperienze.

Ad accompagnare l’incontro sarà anche la “Libreria Binaria”, che proporrà una selezione di letture legate al tema della serata.

L’appuntamento si concluderà con un momento di “decompressione creativa”, pensato “come spazio informale e condiviso in cui tradurre i contenuti emersi in un’esperienza partecipata”.

La partecipazione è gratuita con prenotazione sul sito di “Open Fondazione Time2”:
https://open.fondazionetime2.it/eventi/performativita-sport-cambiamenti/

Tutti gli appuntamenti sono progettati con particolare attenzione all’accessibilità e prevedono “trascrizione automatica” degli interventi, “testi semplificati”“interprete LIS” e uno “spazio di decompressione” protetto da stimoli esterni.

Per info: “Open – Spazio Aperto”, corso Stati Uniti 62/b, Torino; tel. 011/786554 o www.fondazionetime2.it

g.m.

Foto Giada Giuffrida

Rogne cercansi

Ci siamo resi conto tutti di come la rissosità, la litigiosità siano aumentate da alcuni anni a questa parte in ogni ambito: assemblee condominiali, autobus, strada, scuola, nessun luogo sembra esente da tale problema.

Le aule giudiziarie sono piene di cause, civili e penali, promosse da chi pensa di aver subito un torto, da chi l’ha subito realmente, con persone, di solito miti, che per uno scatto di ira, per una frase detta fuori dalle righe si trovano convenuti in giudizio.

Appena uno taglia, anche involontariamente, la strada al nostro veicolo ci sentiamo autorizzati a insultarlo, a far valere le nostre ragioni anche quando non le abbiamo e, in alcuni casi, aggredirlo per meglio fargli comprendere il messaggio.

A parte che il Codice Penale (art. 392-393) punisce l’esercizio arbitrario delle proprie ragioni, bisognerebbe sempre riflettere sul fatto che, non sapendo controllare le proprie emozioni, si dovrà pagare un avvocato, si rischia una condanna (e questo potrebbe impedirci l’accesso ad alcuni posti di lavoro) e che, comunque, abbiamo dimostrato a noi stessi di non saper padroneggiare una situazione.

Dal punto di vista sociologico, però, occorre analizzare il perché in un tempo relativamente breve si sia verificato un cambio repentino di comportamenti, da parte di un po’ tutte le fasce di età, di ceto, di collocazione geografica, in modo ovviamente peggiorativo.

Uno studio di alcuni decenni negli USA, aveva dimostrato come quelle persone che si asserragliavano nelle scuole, prendendo in ostaggio la scolaresca, oppure sequestrando un autobus o dirottando un aereo, fossero spesso reduci dal Vietnam che, a distanza di anche due decenni, avevano posto in essere questi comportamenti come richiesta di aiuto. E’ noto che i reduci, considerati perdenti perché gli USA erano usciti sconfitti dal conflitto in Vietnam, venivano trattati senza alcun rispetto (Rambo docet). Sicuramente essere inviati in guerra e poi, come se la colpa della sconfitta fosse del singolo militare, essere accusati di valere nulla non è piacevole.

Nel nostro Paese, forse unico almeno in Europa per litigiosità e numero di procedimenti giudiziari a ciò correlati, stiamo assistendo a qualcosa di molto simile: persone, con il QI di una medusa, che aggrediscono il docente che ha dato una nota al figlio “perché non se la meritava” ma che ricordano a malapena in quale scuola il figlio sia iscritto, oppure condòmini che non conoscono la differenza tra un ponteggio ed una ringhiera che insultano l’amministratore condominiale che ha mostrato tre preventivi, perché se ne scegliesse uno, perché sono tutti cari.

Sicuramente l’analfabetismo funzionale sta facendo passi da gigante, complici programmi demenziali in TV, social fuori controllo, disabitudine alla lettura, asocialità dilagante specie tra i giovani, stress da mancata realizzazione e altro.

Lo Stato deve sicuramente intervenire perché la situazione presto finirà fuori controllo; personale insufficiente nelle Procure e nelle FF.OO., tutela dell’Ordine pubblico effettuata con i pochi mezzi residui, società in forte disagio con tutto ciò che ne consegue (costi elevati per la sanità, famiglie allo sbando, ragazzi delinquenti fin dalla più giovane età).

Ma il primo passo lo dobbiamo fare noi: il Marchese del Grillo esprimeva già allora un concetto di cui molti, troppi, oggi si fanno portavoci: “[..] perché io sono io, e voi non siete un c…”. Smettere di credersi meglio degli altri, a prescindere, aiuterebbe certamente a considerare diversamente ogni situazione, a evitare di imporre la propria posizione anche usando la forza fisica. Non è il primo caso in cui uno esce dall’auto impugnando un cacciavite per vendicare un torto subito, mentre l’altro esce dalla sua con una pistola: in quel caso o sei cretino e ti lasci sparare o desisti ed avrai dimostrato di essere un codardo. Non era meglio restare nell’auto e pensare che quel tipo è stupido e non vale la pena mettersi a discutere?

Sergio Motta

Torino, i banchi storici dei mercati stanno scomparendo

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Un fenomeno che racconta una trasformazione silenziosa e la mancanza di ricambio generazionale

C’è un momento, nei mercati di Torino, che passa quasi inosservato: una serranda che resta abbassata, un banco che non riapre più, un’insegna che lentamente scompare. Non fa notizia, non genera proteste, ma racconta una trasformazione profonda: la fine di un mestiere che non trova più eredi. Nei mercati storici come Porta Palazzo o in quelli di quartiere, molti venditori appartengono a una generazione che ha costruito il proprio lavoro nel tempo: sveglie all’alba, relazioni con i clienti, conoscenza diretta dei prodotti. Un mestiere duro, fatto di fatica fisica e margini spesso ridotti, ma anche di autonomia e identità. Oggi, però, quel sapere rischia di interrompersi. I figli, quando ci sono, raramente scelgono di continuare. Non è solo una questione economica , anche se il guadagno incerto pesa, ma culturale. Il lavoro al mercato non è più percepito come un’opportunità desiderabile, richiede sacrifici, offre poche tutele, e soprattutto appare distante dalle aspettative delle nuove generazioni orientate verso percorsi più stabili o più “riconosciuti”. C’è poi un elemento simbolico: per molti genitori, proprio quei venditori che hanno passato la vita dietro un banco, il desiderio è stato quello di offrire ai figli un’alternativa: studiare, trovare un lavoro meno faticoso, “non fare la stessa vita”. In questo senso, la mancata continuità è anche il risultato di un successo: l’emancipazione sociale, ma ogni avanzamento ha un prezzo, e in questo caso e’ la scomparsa di un sapere. Quando un banco storico chiude, non si perde solo un’attività commerciale, scompare una relazione costruita negli anni, un punto di riferimento per il quartiere, una memoria quotidiana fatta di gesti ripetuti e riconoscibili. Al posto dei banchi storici arrivano spesso nuove forme di vendita: più temporanee, più flessibili, talvolta più curate dal punto di vista estetico e comunicativo. Non è necessariamente un impoverimento, ma è un cambiamento radicale: il mercato smette di essere un sistema di continuità e diventa un luogo di rotazione. Il rischio è che si perda un equilibrio. Perché i mercati funzionano proprio grazie alla coesistenza di stabilità e varietà: da un lato i banchi storici, che garantiscono fiducia e identità, dall’altro le novità, che portano vitalità. Se uno dei due elementi viene meno, il sistema si indebolisce. La domanda, allora, è se questo processo sia inevitabile, in parte sì, le trasformazioni sociali non si arrestano, ma esistono margini di intervento come incentivi per il passaggio generazionale, politiche di sostegno, semplificazioni burocratiche, ma anche un lavoro culturale: restituire dignità e valore a un mestiere che rischia di essere percepito come residuale. Perché dietro ogni banco che chiude non c’è solo una scelta individuale, ma un cambiamento collettivo, e se i mercati sono lo specchio della città, la loro trasformazione ci riguarda tutti. Forse la vera sfida, per Torino, non è impedire che i banchi cambino, ma evitare che scompaiano senza lasciare traccia. Conservare la memoria, anche quando il futuro prende un’altra direzione e’ essenziale per la trasmissione dei saperi e per la protezione della nostra storia.

Maria La Barbera