







SCOPRI – To ALLA SCOPERTA DI TORINO
C’è una settimana, ogni anno, in cui Torino cambia ritmo. Le Officine Grandi Riparazioni, simbolo di archeologia industriale e oggi cuore pulsante della creatività contemporanea, diventano il punto di incontro di imprenditori, visionari, investitori e istituzioni provenienti da ogni parte del mondo. Le cosiddette “tech week” non sono soltanto una sequenza di conferenze: sono un momento in cui la città si racconta come laboratorio di idee e piattaforma internazionale del futuro.
Le OGR, con le loro navate imponenti e l’atmosfera che fonde storia e modernità, si trasformano in un’arena dove si parla di intelligenza artificiale, spazio, energia, biotecnologie, startup e nuove forme di lavoro. Sul palco si alternano fondatori di aziende globali, manager di colossi tecnologici, rappresentanti delle istituzioni europee e giovani imprenditori pronti a cambiare le regole del gioco. Non è raro assistere a dialoghi serrati tra chi ha costruito imperi digitali e chi sta muovendo i primi passi con un’idea innovativa in tasca.
Un evento che parla al mondo
Tra gli appuntamenti più attesi spicca la Italian Tech Week, manifestazione che negli anni ha consolidato il proprio peso nel panorama europeo dell’innovazione. L’organizzazione è guidata da realtà impegnate nello sviluppo dell’ecosistema startup italiano, con il sostegno di partner pubblici e privati che credono nella centralità della tecnologia come motore di crescita economica e sociale.
La risonanza internazionale dell’evento è testimoniata dalla presenza, nelle ultime edizioni, di figure di primo piano della scena globale. Sul palco torinese sono intervenuti protagonisti assoluti dell’economia digitale come Jeff Bezos, fondatore di Amazon e imprenditore legato ai progetti spaziali di Blue Origin, ma anche leader istituzionali del calibro di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea. Interventi che hanno acceso i riflettori su Torino, trasformandola per alcuni giorni in un crocevia di strategie, visioni e grandi decisioni.
Non si tratta soltanto di interventi celebrativi. I dibattiti affrontano temi concreti: il futuro dell’industria europea, la sfida dell’intelligenza artificiale, la necessità di investimenti nella ricerca, il ruolo delle nuove generazioni nel costruire un’economia più sostenibile e competitiva. Le parole pronunciate sul palco trovano eco tra il pubblico, composto da studenti, sviluppatori, manager e investitori, tutti accomunati dalla stessa domanda: quale direzione sta prendendo il futuro?
Torino laboratorio di idee
Accanto alle sessioni principali, le tech week offrono workshop, incontri tematici e momenti di confronto diretto. Le startup hanno l’occasione di presentare i propri progetti a potenziali finanziatori, mentre i giovani talenti possono entrare in contatto con aziende internazionali. L’energia che si respira tra gli stand e nei corridoi è quella tipica dei grandi appuntamenti dove le idee circolano veloci e le connessioni nascono quasi per caso.
La città, intanto, partecipa e osserva. Bar, spazi culturali e location urbane ospitano eventi collaterali che ampliano il perimetro dell’iniziativa ben oltre le mura delle OGR. Torino mostra così la propria capacità di reinventarsi, passando da capitale industriale a polo di innovazione tecnologica senza rinnegare la propria identità.
Una visione che guarda avanti
Le tech week rappresentano oggi molto più di un appuntamento settoriale. Sono il segno tangibile di un cambiamento profondo nel tessuto economico e culturale della città. L’innovazione non viene raccontata come un fenomeno distante, ma come un processo concreto che incide sul lavoro, sull’impresa e sulla società.
In un’epoca in cui la tecnologia ridefinisce modelli produttivi e relazioni sociali, Torino sceglie di essere protagonista e non spettatrice. Le giornate alle OGR raccontano una città che guarda avanti, che investe sui giovani e che si propone come punto di riferimento nel dialogo tra Europa e mondo digitale.
Per qualche giorno all’anno, sotto le volte industriali delle Officine Grandi Riparazioni, il futuro prende forma. E Torino, con orgoglio, ne diventa il palcoscenico.
NOEMI GARIANO
Torino è una città che ama mangiare bene e che negli ultimi anni ha dimostrato una crescente curiosità verso le cucine del mondo. Tra le proposte internazionali che hanno saputo ritagliarsi uno spazio sempre più solido c’è quella greca, capace di unire semplicità, intensità di sapori e un’idea di convivialità che mette al centro la tavola. Origano, carne alla griglia, formaggi saporiti, yogurt denso e pane pita caldo sono elementi che, messi insieme, evocano immediatamente il Mediterraneo. In diversi quartieri del capoluogo piemontese si trovano locali che interpretano questa tradizione in modo autentico, offrendo un’alternativa gustosa sia per una cena rilassata sia per un pasto veloce ma ricco di carattere.
Grekos: l’atmosfera della taverna nel cuore di Torino
Tra gli indirizzi più apprezzati c’è Grekos, un ristorante che richiama fin dall’ingresso l’immaginario delle taverne elleniche. L’ambiente è accogliente, con richiami ai colori del mare e dettagli che rimandano alle isole greche, creando un contesto caldo e informale. La proposta gastronomica punta con decisione sulla tradizione. Il percorso inizia spesso con le meze, piccoli assaggi pensati per essere condivisi: tzatziki cremoso accompagnato da pita calda, foglie di vite ripiene di riso e spezie, feta condita con olio extravergine e origano, melanzane e altre verdure grigliate dal profumo intenso.
Il menu prosegue con i grandi classici della cucina greca. Il souvlaki, preparato con carne marinata e cotta alla griglia, viene servito sia al piatto sia all’interno della pita, insieme a pomodori freschi, cipolla e salsa allo yogurt. Il gyros, tagliato sottile e saporito, rappresenta uno dei piatti più richiesti, grazie al suo equilibrio tra croccantezza e morbidezza. Non manca la moussaka, piatto simbolo della tradizione ellenica, con i suoi strati di melanzane, carne speziata e copertura dorata al forno. A chiudere, dolci come il baklava, ricco di miele e frutta secca, che completa l’esperienza con una nota intensa e avvolgente.
Greek Food Lab: tradizione e contemporaneità a tavola
Un’altra realtà interessante è Greek Food Lab, che propone una lettura più moderna della cucina greca. Gli spazi sono curati, luminosi, con un’impronta essenziale che valorizza la presentazione dei piatti. L’attenzione alle materie prime è evidente: yogurt greco compatto e vellutato, olive dal gusto deciso, formaggi tipici serviti caldi come la saganaki, con una superficie dorata e un interno morbido.
Il menu alterna proposte classiche e interpretazioni più attuali. Il gyros viene declinato in diverse varianti, con carne di pollo o maiale marinata e cotta lentamente, servita con verdure fresche e salse preparate al momento. Le insalate, come la tradizionale con pomodori, cetrioli, cipolla e feta, diventano piatti completi, capaci di restituire i sapori semplici e genuini della cucina mediterranea. Ampio spazio anche alle proposte vegetariane, con legumi, ortaggi grigliati e combinazioni aromatiche che raccontano una Grecia meno conosciuta ma altrettanto ricca. In alcune preparazioni trova posto anche il pesce, elemento fondamentale della tradizione ellenica, che aggiunge ulteriore varietà all’offerta.
Pita Way: lo street food greco in versione torinese
Per chi predilige una formula più informale, Pita Way rappresenta un riferimento per lo street food greco a Torino. L’ambiente è dinamico, pensato per una pausa veloce ma soddisfacente. La pita è la vera protagonista: soffice, scaldata al momento, pronta ad accogliere ripieni generosi.
Il gyros è tra le scelte più richieste, con carne saporita tagliata al momento e completata da pomodori, cipolla, patatine e salse che bilanciano freschezza e intensità. Il souvlaki, servito su spiedini, può essere accompagnato da riso o verdure grigliate, mentre non mancano alternative vegetariane con falafel e formaggi. Ogni proposta mantiene una forte identità, puntando su ingredienti semplici ma ben equilibrati, capaci di restituire l’essenza dello street food ateniese.
Nel complesso, i ristoranti greci presenti a Torino offrono esperienze differenti ma accomunate da un filo conduttore chiaro: la valorizzazione di una cucina che fa della condivisione e della qualità degli ingredienti il proprio punto di forza. Tra piatti alla griglia, salse fresche e profumi mediterranei, lasciarsi tentare da questi indirizzi significa concedersi un piccolo viaggio gastronomico senza allontanarsi dalla città.
Noemi Gariano

C’è un piccolo dolce torinese che, più di molti monumenti, riesce a raccontare una storia fatta di eleganza, artigianalità e memoria collettiva. Il Cri Cri non è solo un cioccolatino, ma un simbolo della tradizione dolciaria piemontese, nato in un’epoca in cui Torino era una capitale del gusto e dell’innovazione gastronomica.
Le origini tra nobiltà e cioccolato
La nascita del Cri Cri viene fatta risalire alla fine dell’Ottocento, in un periodo in cui il cioccolato a Torino viveva una stagione d’oro. La leggenda più diffusa racconta che fu creato per una giovane donna dell’alta società torinese, che desiderava gustare il cioccolato senza sporcarsi i guanti. Da questa esigenza nacque l’idea di rivestire una pralina con una copertura di minuscole perline di zucchero, capaci di isolare il calore delle dita e mantenere il cioccolato intatto. Il nome, secondo alcune interpretazioni, deriverebbe dal suono leggero e croccante che si avverte al primo morso, quasi un piccolo “cri cri” che accompagna l’assaggio.
Dove trovarlo oggi tra botteghe e pasticcerie
Oggi il Cri Cri continua a vivere nelle storiche cioccolaterie di Torino, soprattutto nel centro città, dove le vetrine espongono file ordinate di queste piccole sfere lucide e colorate. Si può trovare nelle pasticcerie artigianali che portano avanti la tradizione, spesso accanto ad altri grandi classici come il gianduiotto e il bicerin. Non è raro vederlo anche durante eventi, fiere gastronomiche e mercatini, dove viene presentato come uno dei simboli più riconoscibili della dolcezza piemontese.
Varianti moderne di un grande classico
Se la versione originale resta quella più amata, con il cuore di nocciola e gianduia avvolto nel cioccolato fondente e nello zucchero croccante, negli anni sono nate diverse varianti. Alcuni maestri cioccolatieri propongono il Cri Cri al latte, altri sperimentano ripieni al pistacchio o aromatizzati con agrumi e spezie. Ci sono anche edizioni stagionali, soprattutto durante le festività, in cui il classico dolce si veste di colori e sapori nuovi, senza perdere la sua identità.
Un dolce che diventa racconto e ricordo
Negli ultimi anni il Cri Cri ha assunto anche un valore legato al turismo e all’identità cittadina. Sempre più visitatori lo scelgono come souvenir gastronomico da portare a casa, un’alternativa raffinata ai classici prodotti confezionati. Nelle scatole decorate con richiami alla città, questo piccolo cioccolatino diventa una sorta di cartolina commestibile, capace di evocare portici, caffè storici e passeggiate lungo il Po. Anche per i torinesi resta un dolce legato ai momenti speciali, spesso regalato durante le feste o condiviso dopo una cena in compagnia, a dimostrazione di come, nella sua semplicità, il Cri Cri continui a essere parte viva della quotidianità e della memoria collettiva della città.
Il Cri Cri rimane così un ponte tra passato e presente, un piccolo boccone che racchiude la storia di Torino e la sua passione per il cioccolato. Assaggiarlo non è solo un piacere per il palato, ma un modo per entrare, anche solo per un attimo, nell’anima di una città che ha fatto della dolcezza una vera e propria forma d’arte.
NOEMI GARIANO

(Foto di copertina Piemont Cioccolato)
SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
Torino ha sempre avuto un rapporto speciale con l’ingegno, con il lavoro e con la capacità di trasformare le intuizioni in realtà concrete. Nel cuore di questa tradizione si trova il Politecnico di Torino, una delle università tecniche più antiche e prestigiose d’Europa, un luogo che da oltre centocinquant’anni forma menti capaci di lasciare un segno nel mondo dell’ingegneria, dell’architettura, della ricerca e dell’innovazione.
Fondato nel 1859, lo stesso anno dell’Unità d’Italia, il Politecnico nasce come Scuola di Applicazione per gli Ingegneri e cresce insieme al Paese, accompagnandone lo sviluppo industriale, scientifico e tecnologico. Dai primi laboratori legati alla meccanica e alle costruzioni, fino ai moderni centri di ricerca su aerospazio, sostenibilità ed energia, l’ateneo torinese ha sempre mantenuto uno sguardo rivolto al futuro, senza mai dimenticare le proprie radici.
Dalle aule al mondo: i nomi che hanno fatto la storia
Tra i corridoi del Politecnico di Torino sono passati studenti e docenti che hanno contribuito a scrivere pagine importanti della storia italiana e internazionale. Uno dei nomi più noti è senza dubbio quello di Giulio Natta, premio Nobel per la chimica nel 1963, che al Politecnico ha insegnato e condotto parte delle sue ricerche fondamentali sui polimeri, aprendo la strada a materiali oggi utilizzati in ogni ambito della vita quotidiana.
Anche il mondo dell’industria automobilistica e aerospaziale porta l’impronta dell’ateneo torinese. Numerosi dirigenti, progettisti e ingegneri che hanno lavorato per aziende come Fiat, Ferrari, Leonardo e grandi gruppi internazionali si sono formati tra le sue aule. Il Politecnico ha rappresentato per molti di loro non solo un luogo di studio, ma un vero laboratorio di idee, dove imparare a unire teoria e pratica, visione e concretezza.
Non mancano figure che si sono distinte anche in ambiti diversi, come l’architettura e l’urbanistica. Progettisti formati a Torino hanno contribuito a ridisegnare città, spazi pubblici e infrastrutture in Italia e all’estero, portando con sé uno stile che unisce funzionalità, attenzione all’ambiente e sensibilità per il contesto urbano.
Innovazioni che nascono a Torino
Il Politecnico di Torino non è soltanto un luogo di formazione, ma un vero e proprio motore di ricerca e sperimentazione. Negli ultimi decenni ha sviluppato progetti che spaziano dall’energia rinnovabile alla mobilità sostenibile, dall’intelligenza artificiale ai materiali avanzati. Nei suoi laboratori si studiano soluzioni per rendere le città più intelligenti, i trasporti più sicuri, le industrie più efficienti e rispettose dell’ambiente.
Uno dei settori in cui l’ateneo si è distinto a livello internazionale è quello dell’aerospazio. Grazie alla collaborazione con aziende e agenzie spaziali, il Politecnico partecipa allo sviluppo di satelliti, sistemi di navigazione e tecnologie per l’esplorazione spaziale. Torino, grazie a questo legame, si è guadagnata un ruolo di primo piano nel panorama europeo dell’industria aeronautica e spaziale.
Importante è anche il contributo nel campo dell’energia. Ricercatori e studenti lavorano su soluzioni per migliorare l’efficienza delle reti elettriche, sviluppare nuove tecnologie per l’accumulo di energia e promuovere l’uso delle fonti rinnovabili. L’obiettivo è quello di accompagnare la transizione verso un modello più sostenibile, capace di rispondere alle sfide ambientali del presente e del futuro.
Un’università aperta alla città e al mondo
Il Politecnico di Torino non vive isolato dal contesto che lo circonda. Al contrario, è profondamente legato alla città e al territorio. I suoi campus, distribuiti tra il centro urbano e le aree limitrofe, sono spazi vivi, frequentati non solo da studenti e docenti, ma anche da cittadini, professionisti e imprese che partecipano a eventi, conferenze e progetti condivisi.
Allo stesso tempo, l’ateneo ha una forte dimensione internazionale. Accoglie ogni anno migliaia di studenti stranieri e collabora con università e centri di ricerca in tutto il mondo. Questo scambio continuo di idee e culture contribuisce a creare un ambiente dinamico, in cui il confronto diventa una risorsa fondamentale per la crescita personale e professionale.
Per molti giovani, studiare al Politecnico di Torino significa entrare in una comunità che guarda lontano, che crede nel valore della conoscenza e nella responsabilità di metterla al servizio della società. È un’esperienza che non si limita agli anni universitari, ma lascia un’impronta duratura nel modo di affrontare il lavoro, i problemi e le sfide della vita.
Oggi come ieri, il Politecnico continua a rappresentare uno dei simboli più forti di Torino: una città che ha saputo reinventarsi più volte, passando da capitale industriale a polo di innovazione, cultura e ricerca. Tra le sue aule, i suoi laboratori e i suoi cortili, si respira ancora quella stessa idea che lo ha fatto nascere oltre un secolo fa: che il sapere, se coltivato con passione e rigore, può davvero cambiare il mondo.

NOEMI GARIANO


SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
C’è stato un tempo in cui, prima di Roma e molto prima di Cinecittà, il cuore del cinema italiano batteva a Torino. Una città elegante, industriale, riservata, che oggi associamo più facilmente all’automobile, ai viali alberati e ai caffè storici, ma che a inizio Novecento fu uno dei luoghi più vivi e innovativi del cinema europeo. Capire perché Torino sia stata la prima capitale del cinema italiano significa tornare a un’epoca di sperimentazione, entusiasmo e ambizione, quando il cinema non era ancora un’industria consolidata ma una scoperta, quasi una scommessa.
Alla fine dell’Ottocento Torino era una città perfettamente pronta ad accogliere il nuovo linguaggio cinematografico. Era una capitale da poco perduta, ma non aveva perso la sua centralità culturale e tecnologica. Aveva infrastrutture moderne, una borghesia colta e curiosa, una forte tradizione fotografica e scientifica. Quando il cinematografo fece la sua comparsa in Europa, qui trovò un terreno fertile. Le prime proiezioni entusiasmarono il pubblico e, nel giro di pochi anni, dalla semplice visione si passò alla produzione vera e propria.
Non è un caso che le prime case di produzione italiane siano nate proprio a Torino. In una città abituata a pensare in grande e a investire nel futuro, il cinema venne subito percepito non come un passatempo, ma come un’arte e un’industria. Studi di posa, laboratori, troupe stabili: tutto cominciò a prendere forma con sorprendente rapidità. Torino iniziò così a raccontare storie per immagini, anticipando linguaggi e soluzioni narrative che avrebbero fatto scuola.
La nascita di un’industria cinematografica
Nei primi anni del Novecento Torino diventò un vero e proprio laboratorio cinematografico. Qui nacquero produzioni ambiziose, kolossal ante litteram, film storici e mitologici che richiamavano l’antica Roma, la Grecia classica, le grandi epopee. Una delle case di produzione più importanti fu Itala Film che portò il cinema italiano su un livello internazionale. Con mezzi tecnici avanzati e una visione moderna del racconto filmico, gli studi torinesi iniziarono a competere con le grandi produzioni francesi e americane.
Il cinema torinese non era improvvisato. Era frutto di una progettualità precisa, di una città che sapeva unire rigore industriale e gusto estetico. Registi, tecnici e attori lavoravano in modo continuativo, sperimentando nuove soluzioni visive, movimenti di macchina, scenografie monumentali. Torino diventò una fabbrica di immagini, ma anche un luogo di pensiero, dove si rifletteva sul linguaggio cinematografico quando altrove si era ancora legati alla semplice ripresa teatrale.
In questo contesto emerse la figura di Giovanni Pastrone, uno dei grandi pionieri del cinema mondiale. Con lui, il cinema italiano fece un salto decisivo in avanti, dimostrando che anche in Italia si potevano realizzare opere spettacolari, complesse e capaci di dialogare con il pubblico internazionale.
Cabiria e il sogno di Torino capitale del cinema
Il simbolo assoluto di quell’epoca d’oro è Cabiria, un film che segnò un punto di svolta non solo per il cinema italiano, ma per la storia del cinema tout court. Girato in gran parte a Torino, fu un’opera colossale per durata, ambizione e innovazione tecnica. I suoi movimenti di macchina, le scenografie imponenti e la struttura narrativa influenzarono registi di tutto il mondo, compresi alcuni futuri giganti di Hollywood.
Con Cabiria, Torino dimostrò di poter essere non solo la culla, ma anche il vertice del cinema italiano. Per qualche anno sembrò davvero possibile che la città piemontese diventasse stabilmente il centro dell’industria cinematografica nazionale. Le sale erano numerose, il pubblico rispondeva con entusiasmo e le produzioni torinesi circolavano all’estero con successo.
Eppure, questo primato durò poco. Le ragioni furono molteplici: cambiamenti economici, la Prima guerra mondiale, lo spostamento progressivo delle produzioni verso Roma, dove il clima, gli spazi e le scelte politiche favorirono la nascita di un nuovo polo cinematografico. Torino, fedele al suo carattere, non fece rumore. Continuò a produrre cultura, ma lasciò che il centro del cinema italiano si spostasse altrove.
L’eredità cinematografica di Torino oggi
Anche se non è più una capitale produttiva come lo è stata agli inizi del Novecento, Torino non ha mai smesso di essere una città di cinema. La sua eredità è viva nei festival, nei musei, nelle scuole di cinema e in un rapporto con l’immagine che resta profondo e consapevole. Il cinema, qui, non è solo intrattenimento: è memoria, ricerca, racconto del reale.
Camminando per Torino si percepisce ancora quel legame originario. Nei suoi palazzi austeri, nei cortili, nelle piazze ordinate, c’è una naturale predisposizione alla messa in scena. Non stupisce che tanti registi contemporanei continuino a sceglierla come set, attratti da una città che non si impone ma si lascia scoprire, proprio come il cinema delle origini.
Essere stata la prima capitale del cinema italiano non è per Torino un titolo da esibire, ma una storia da custodire. Una storia fatta di intuizioni, di rischio, di visione. E forse è proprio questo che rende il suo rapporto con il cinema così autentico: Torino non ha mai cercato di essere protagonista a tutti i costi. Lo è stata quando serviva, e ha saputo farsi da parte senza dimenticare ciò che aveva costruito.
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NOEMI GARIANO

Torino è da sempre una città legata all’idea di resistenza e ingegno, valori che ritornano anche nella storia di Ferrino, azienda fondata nel 1870 e specializzata in attrezzatura per la montagna e l’outdoor. Nel tempo il marchio torinese ha accompagnato spedizioni, alpinisti e atleti in contesti estremi, sostenendo percorsi che vanno oltre la semplice prestazione sportiva e che mettono al centro l’esperienza umana.
È in questa cornice che si inserisce l’incontro con Andrea Lanfri, atleta e alpinista la cui vicenda personale è diventata, negli anni, un esempio concreto di resilienza e trasformazione.
Nel 2015 la vita di Lanfri viene improvvisamente stravolta da una meningite fulminante. In pochi giorni subisce l’amputazione di entrambe le gambe e di sette dita delle mani. Un evento che segna una frattura netta tra il “prima” e il “dopo”, non solo dal punto di vista fisico, ma anche psicologico. Il periodo successivo è fatto di ospedali, riabilitazione e di un lento lavoro di ricostruzione, in cui ogni piccolo progresso diventa una conquista.
Lo sport, però, non esce mai davvero dalla sua vita. Dopo la malattia Andrea torna all’atletica leggera e, contro ogni previsione, inizia a ottenere risultati di altissimo livello. Diventa campione italiano ed europeo nella velocità paralimpica, ritrovando nella competizione uno spazio di libertà e di espressione personale. La pista, però, a un certo punto non gli basta più.
La montagna diventa il nuovo luogo di confronto. Non una sfida contro la natura, ma un dialogo costante con i propri limiti. Lanfri riprende a salire, prima sulle Alpi e poi su montagne sempre più impegnative, costruendo un percorso fatto di preparazione meticolosa, fiducia nella squadra e attenzione all’attrezzatura. In questo cammino anche il supporto tecnico di aziende come Ferrino si rivela fondamentale.
Nel 2018 arriva uno dei momenti più significativi della sua carriera: la conquista della vetta dell’Everest. Andrea Lanfri diventa il primo nella sua categoria a raggiungerla. Un risultato che va oltre l’impresa sportiva e che assume un valore simbolico forte, capace di cambiare lo sguardo su ciò che viene considerato possibile.
Dopo l’Everest, il suo percorso non si arresta. Andrea continua a praticare sport, a salire montagne e a raccontare la propria esperienza attraverso incontri pubblici e libri. La scrittura diventa un altro strumento per riflettere sul corpo, sulla fragilità e sulla forza che può nascere dalle difficoltà. Nell’ultimo libro, “Over, il mio Everest e altre montagne”, torna su questi temi con uno sguardo più maturo, raccontando la montagna come spazio di consapevolezza e di ascolto.
La storia di Andrea Lanfri, sostenuta anche da una realtà torinese come Ferrino, mostra come il legame tra territorio, impresa e persone possa dare vita a percorsi autentici. Un racconto che parte da Torino, attraversa le vette più alte del mondo e torna indietro arricchito di un significato più profondo.
Noemi Gariano



