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Le torte di Torino: una città da gustare morso dopo morso

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Scopri – To alla scoperta di Torino

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Passeggiare per Torino significa anche lasciarsi tentare da profumi e sapori che si diffondono dalle sue caffetterie più caratteristiche. In alcuni angoli del centro e nei quartieri più vivaci si celano piccole meraviglie artigianali, dove il dolce diventa esperienza. C’è un mondo fatto di glassa, burro, impasti profumati e farciture inattese che merita di essere raccontato. Tra le varie realtà che animano la scena cittadina, alcune si distinguono per originalità e cura. Ecco un itinerario del gusto che parte dal cuore di Vanchiglia, attraversa Via Po e tocca un’altra tappa immancabile per gli amanti delle torte fatte come una volta. Un viaggio che non è solo gastronomico, ma anche estetico e affettivo: i luoghi del dolce raccontano storie di città, di passioni e di mani che lavorano con dedizione ogni giorno.
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Caffè Cesare: dolci che raccontano storie
In Via Vanchiglia 9, in una zona che mescola anima studentesca e atmosfere retrò, Caffè Cesare non passa inosservato. Il bancone è un invito continuo alla curiosità, e appena si entra si capisce che qui la pasticceria non è solo una questione di ricette, ma di cultura del gusto. La proposta è sorprendente e variegata, a cominciare dagli alfajores: due biscotti friabili uniti da un generoso strato di dulce de leche, rifiniti con una leggera spolverata di cocco. Un omaggio alla tradizione argentina, che conquista chiunque abbia voglia di provare qualcosa di autentico e diverso.
Ma non finisce qui. La Charlotte all’ananas, elegante nella sua semplicità, è una proposta che pochi conoscono ma che lascia il segno. C’è poi il matcha fresco con fragole pestate, che affianca profumi orientali alla freschezza della frutta, in un contrasto perfettamente bilanciato.
Chi ama le ricette più familiari potrà invece contare su una carrot cake che non tradisce, oppure tuffarsi tra muffin per ogni gusto e palato. Ogni settimana spuntano anche novità fuori menu, che rispecchiano la stagionalità e l’inventiva dello staff.
La vera firma della casa però sono i Crumbl Cookies. Chi entra una volta per provarli, ritorna. Grandi, friabili, burrosi: esistono in infinite combinazioni, come se ogni gusto fosse una tappa di un viaggio. Dal classico cioccolato, passando per cheesecake, red velvet, Lotus, caramello salato, fino al pistacchio, la scelta è praticamente infinita. Qui non si parla di semplici biscotti, ma di piccoli dessert da assaporare con lentezza. Il tutto accompagnato da bevande che escono dalla consuetudine: chai latte profumato, cinnamon caldo e speziato, oppure una lemon cake da gustare con il tè del pomeriggio. Anche il cappuccino ha un tocco personale, decorato con disegni di latte art che rendono ogni tazza un piccolo quadro da bere.
Caffè Cesare è un luogo dove sedersi a leggere, chiacchierare, studiare o semplicemente lasciarsi coccolare da un profumo che cambia ogni giorno. L’arredamento semplice ma curato, i tavolini in legno e la luce naturale che filtra dalle grandi finestre rendono questo posto una seconda casa per molti.
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Caffetteria Clarissa: eleganza, torte e feste sotto i portici
Spostandosi verso il centro storico, in Via Po, la Caffetteria Clarissa si rivela un’altra tappa imperdibile. Un locale dall’anima sontuosa, arredato in tonalità rosso scuro che evocano ambienti retrò, ma mai superati. L’atmosfera è intima, raffinata, ideale per una pausa ma anche per qualcosa di più: qui infatti si organizzano feste di laurea, compleanni e incontri privati nelle sale interne, che assicurano privacy e uno stile unico.
Le torte di Clarissa hanno una personalità precisa: artigianali, curate nei dettagli, con ingredienti selezionati e combinazioni equilibrate. Che si tratti di una classica Sacher, di una millefoglie rivisitata o di una torta moderna al cioccolato e lamponi, ogni fetta racconta una ricerca e un amore per la pasticceria fatta con passione. Il personale accoglie sempre con un sorriso e sa consigliare chi cerca qualcosa di particolare per una ricorrenza o semplicemente per sé. L’attenzione al cliente è un altro ingrediente che fa la differenza.
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Berlicabarbis: l’altra dolce faccia di Torino (FOTO DI COPERTINA)
Infine, non si può concludere un giro tra le torterie di Torino senza citare Berlicabarbis. Il nome è già una dichiarazione d’intenti, un richiamo al dialetto piemontese che promette dolcezza. Qui le torte sono protagoniste assolute: alte, colorate, spesso scenografiche. I gusti variano a seconda delle stagioni e dell’ispirazione del momento, ma ciò che non cambia è la sensazione di casa che si respira appena varcata la soglia.Berlicabarbis è un rifugio per chi cerca una pausa sincera, un luogo che mette d’accordo amanti della pasticceria classica e fan delle novità. Tra cheesecake, crostate, torte di mele, red velvet e brownies, si può passare un pomeriggio senza accorgersi del tempo che scorre. Il locale ha anche una vena giocosa, con arredi colorati e citazioni sparse qua e là, che lo rendono perfetto per chi ama un tocco di originalità. Non è raro vedere clienti scattare foto alle vetrine prima ancora di ordinare: qui anche l’occhio vuole la sua parte.
In queste tre caffetterie Torino si racconta attraverso il dolce. Ogni torta è un gesto, una piccola forma di accoglienza, un invito a fermarsi. In un mondo che corre veloce, i profumi che escono da questi forni ci ricordano che a volte basta un biscotto ben fatto per cambiare il ritmo della giornata. E in una città che unisce tradizione e innovazione, sedersi davanti a una fetta di torta è anche un modo per sentirsi, per un attimo, nel posto giusto al momento giusto.
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NOEMI GARIANO

Fabrizio Racca, l’eleganza della pasticceria torinese tra ricerca e identità

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A Torino, parlare di alta pasticceria significa inevitabilmente evocare una tradizione solida, stratificata, fatta di grandi classici e di una cultura del gusto che affonda le radici nella storia sabauda. In questo contesto si inserisce il lavoro di Fabrizio Racca, maestro pasticcere che negli anni ha costruito un percorso riconoscibile, fondato su rigore tecnico, materie prime selezionate e una costante tensione verso la contemporaneità.

La sua pasticceria è oggi uno spazio in cui il dolce diventa espressione di studio e sensibilità. Le vetrine raccontano una produzione ampia e articolata: dalla piccola pasticceria alle torte moderne, dai lievitati alle monoporzioni di design, fino alle creazioni dedicate alle festività. Ogni proposta rivela una ricerca attenta sugli equilibri, sulle consistenze e sull’intensità aromatica, con un’attenzione particolare alla pulizia del gusto e alla precisione delle finiture.

Tradizione piemontese e linguaggio contemporaneo

Il legame con il territorio resta centrale. I grandi riferimenti della tradizione piemontese non vengono semplicemente replicati, ma reinterpretati con misura. Il cioccolato, materia identitaria per Torino, è declinato in diverse forme e lavorazioni, così come la frutta secca, le creme e le basi classiche della pasticceria italiana. L’approccio è quello di chi conosce profondamente le regole del mestiere e sceglie, quando necessario, di riscriverle con coerenza.

La produzione spazia dalle torte da ricorrenza alle proposte da banco quotidiane, con una linea moderna che punta su forme essenziali e su un’estetica raffinata. Le monoporzioni, in particolare, rappresentano uno dei tratti distintivi della casa: piccole architetture dolciarie in cui ogni elemento è calibrato, dalla base croccante alla mousse, fino alle glasse e agli inserti.

Le monoporzioni di Cioccolató 

In occasione di Cioccolató 2026, la manifestazione dedicata al cioccolato che anima il centro cittadino, Fabrizio Racca ha presentato una selezione di monoporzioni pensate per dialogare con il pubblico e con la tradizione torinese, senza rinunciare a un’impronta innovativa.

Tra le proposte, una creazione che unisce pesca, cioccolato e amaretti: un incontro tra la dolcezza della frutta, la profondità del cacao e la nota aromatica tipica dell’amaretto, in un gioco di consistenze che alterna cremosità e friabilità. Un’altra monoporzione è stata dedicata alle rose, con un profilo più delicato e floreale, capace di sorprendere per equilibrio e finezza. Infine, il gusto bicerin, omaggio alla bevanda simbolo di Torino, reinterpretato in chiave dolce: caffè, cioccolato e crema si fondono in una composizione che richiama la stratificazione del celebre bicchiere, trasformandolo in un dessert contemporaneo.

Queste creazioni hanno confermato la capacità del laboratorio di confrontarsi con eventi di rilievo cittadino proponendo prodotti coerenti con la propria identità, ma al tempo stesso pensati per un pubblico ampio e curioso.

Qualità, ricerca e visione

Alla base di ogni produzione c’è una selezione rigorosa delle materie prime e una lavorazione che privilegia freschezza e stagionalità. L’innovazione non è mai fine a sé stessa, ma si traduce in studio delle tecniche, sperimentazione controllata e aggiornamento costante. È questo equilibrio tra tradizione e slancio creativo a definire il percorso di Fabrizio Racca nel panorama torinese.

In una città dove la cultura del dolce è parte integrante dell’identità collettiva, la sua pasticceria rappresenta un esempio di come sia possibile rinnovare il linguaggio della tradizione senza snaturarlo. Un laboratorio in continua evoluzione, capace di raccontare Torino attraverso il gusto, con uno sguardo rivolto al futuro.

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NOEMI GARIANO

L’arte di far star bene: Torino e la forza dei suoi volontari

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Torino è una città che sa prendersi cura. Lo fa con discrezione, con quella riservatezza che la contraddistingue, ma anche con una profonda umanità. In mezzo ai suoi viali eleganti e ai portici antichi, esiste un cuore che batte per chi soffre. È il cuore delle associazioni che dedicano tempo, energie e sorrisi ai bambini e alle persone malate, rendendo la città un laboratorio quotidiano di solidarietà.
Tra queste realtà, un posto speciale lo occupa La Mole del Sorriso, un’associazione ODV nata a Torino nel marzo del 2004, “il primo giorno di una primavera”, come amano ricordare i suoi fondatori. Tutto è cominciato da un piccolo gruppo di persone unite da un’idea semplice ma potente: portare un sorriso dove la vita si fa più difficile. Con il tempo, quella scintilla è diventata una fioritura colorata, proprio come i fiori in primavera.
Oggi i volontari della Mole del Sorriso – che si fanno chiamare affettuosamente “Molini” – sono più di ottanta. Uomini e donne tra i 18 e i 75 anni, studenti, lavoratori, pensionati, persone comuni con una passione fuori dall’ordinario: regalare leggerezza. Ogni settimana si trasformano in “claun di corsia”, sì, con la “a” e non con la “o”, perché il loro non è un mestiere, ma un volontariato del cuore. Non sono artisti professionisti né medici, ma volontari che, armati di un naso rosso, abiti sgargianti e una dose inesauribile di empatia, portano nelle stanze degli ospedali di Torino e dintorni un po’ di allegria, di gioco e di normalità.
Il loro camice, a prima vista, può ricordare quello dei dottori, ma basta uno sguardo per capire che è un camice speciale: colorato, vivace, impossibile da confondere. È la loro divisa del sorriso, quella che apre porte e cuori, che riesce a trasformare un pomeriggio difficile in un momento di luce. Ogni volta che entrano in una stanza, i Molini lasciano da parte la loro vita quotidiana per diventare “supereroi del sorriso”, pronti a condividere un po’ di spensieratezza con chi ne ha più bisogno.
La loro forza sta nel gruppo: un insieme di persone diverse ma unite dallo stesso desiderio, quello di mettersi in gioco, di regalare un frammento di felicità anche a chi sta affrontando una malattia o un momento di disagio. Ogni incontro è un piccolo miracolo di empatia. Non si tratta solo di far ridere: è un modo per ricordare ai bambini e agli adulti che dietro una stanza d’ospedale continua a esserci la vita, con la sua bellezza, i suoi colori, e la sua possibilità di meravigliarsi ancora. E quando li vedi all’opera, capisci che dietro quei sorrisi non c’è improvvisazione, ma una profonda attenzione alla persona, alla sua sensibilità, al momento che sta vivendo. Ogni gesto è misurato, ogni parola è scelta con cura: è un linguaggio fatto di leggerezza, ma anche di profondo rispetto per la fragilità.
Accanto alla Mole del Sorriso ci sono altre realtà torinesi che condividono la stessa missione. Casa UGI, che accoglie e sostiene i bambini malati di tumore e le loro famiglie, o VIP Torino, con i suoi clown volontari che portano leggerezza e vicinanza in ospedale. Tutte queste associazioni sono diverse tra loro, ma legate da un filo invisibile: la convinzione che l’aiuto, per essere efficace, debba essere prima di tutto umano. In ognuna di esse si respira la stessa energia: quella di chi sceglie di donare tempo e presenza, consapevole che a volte un sorriso sincero può cambiare il corso di una giornata, e forse, anche di una vita.
Il potere delle parole e dell’energia che trasmettiamo
Chi si avvicina al mondo del volontariato scopre presto che non bastano le buone intenzioni: serve attenzione, rispetto e consapevolezza anche nel linguaggio. Come ricorda Paolo Borzacchiello, esperto di linguaggio e comunicazione, le parole non sono neutre. Hanno il potere di cambiare lo stato emotivo di chi le ascolta e di chi le pronuncia. Alcune frasi, anche se dette con affetto, possono evocare immagini di sforzo o di dolore — come “supererai questa battaglia” o “vedrai la luce alla fine del tunnel”. Queste espressioni, spiegano gli studi, attivano inconsciamente risposte di stress nel cervello, aumentando il cortisolo e abbassando le difese immunitarie.
Per questo, quando si parla con una persona fragile è importante scegliere parole che creino serenità, che accendano speranza e non paura. È ciò che fanno ogni giorno i volontari della Mole del Sorriso, che comunicano con leggerezza ma anche con grande responsabilità. Un linguaggio gentile può cambiare il modo in cui una persona vive la propria malattia, perché, in fondo, ogni parola è una piccola dose di energia che doniamo agli altri.
Lo stesso principio vale anche nella vita quotidiana. Troppo spesso ci parliamo male, ci sminuiamo, ci raccontiamo con parole che non ci aiutano: “sono un disastro”, “non ce la faccio”, “scusa se disturbo”. Ma il cervello, per sua natura, tende a confermare ciò che pensa: se gli diciamo che non possiamo, troverà il modo di renderlo vero. Per questo è così importante cambiare linguaggio, dentro e fuori di noi. Non per fingere che tutto vada bene, ma per costruire una realtà più equilibrata, più consapevole, più nostra.
Torino, con i suoi volontari e le sue associazioni, ci insegna che la cura comincia da un sorriso, da una parola, da un gesto semplice perché aiutare gli altri è anche un modo per aiutare se stessi. E che, forse, il segreto per stare davvero bene è imparare a vivere ogni giorno con la stessa leggerezza e gratitudine con cui i Molini varcano la soglia di una stanza d’ospedale. Perché, come loro ricordano, la vita non va aspettata: va vissuta, fino in fondo, con gentilezza, coraggio e amore.
NOEMI GARIANO

Che Bolle in Pentola: un angolo di Toscana che profuma di casa

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Nel cuore di Torino, in Via Rivara, c’è un luogo che sembra essere stato trasportato di peso dalle colline toscane e collocato con delicatezza nel Borgo Campidoglio. Il suo nome è Che Bolle in Pentola, un ristorante piccolo ma ricercato, curato nei dettagli con una passione che si percepisce già dal primo passo oltre la porta. Qui la tradizione non è solo un concetto astratto, è un modo di accogliere, di cucinare, di raccontare. È l’anima stessa del locale, resa viva ogni sera dal suo titolare, Dario, figura carismatica e simpatica, capace di trasformare una cena in un incontro, un pasto in un’esperienza che profuma di autenticità. Dario non è il cuoco, ma è il cuore pulsante del ristorante, è lui che dà vita al locale, che accoglie gli ospiti come se fossero amici di vecchia data, che intrattiene, che sorride, che suggerisce un piatto, una bottiglia, una storia. La sua presenza riempie il ristorante tanto quanto il profumo delle pietanze e nel locale c’è addirittura un dettaglio che racconta quanto lui sia parte integrante di questo piccolo mondo, perché sul soffitto campeggia un disegno che raffigura il suo volto, una piccola opera che cattura lo spirito del posto, un mix di ironia, familiarità e personalità.
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La cucina toscana che conquista Torino
La proposta culinaria è totalmente dedicata alla Toscana vera, quella delle ricette tramandate, dei sapori intensi ma sinceri, delle materie prime scelte con attenzione. La carta degli antipasti apre le danze con una serie di proposte che parlano la lingua della tradizione, dai crostoni ai fegatini ricchi e saporiti al tagliere di salumi e formaggi che riporta subito al profumo delle botteghe senesi, dalla panzanella fresca e aromatica all’insalata di farro con verdure croccanti, fino ai funghi porcini fritti quando la stagione lo permette e alla finocchiona accompagnata dal pecorino, una combinazione capace di raccontare la Toscana in un solo morso. Ogni antipasto è una porta d’ingresso che conduce a un mondo di sapori chiari, riconoscibili e autentici. I primi piatti rappresentano un altro grande motivo per cui i clienti tornano volentieri, perché le tagliatelle al ragù di cinghiale sono probabilmente il simbolo del ristorante, una pasta che profuma di bosco e cattura l’essenza della tradizione toscana. Accanto a loro si trovano i pici cacio e pepe, corposi e avvolgenti, la pasta ai funghi porcini che conquista con il suo profumo intenso, gli gnocchi con zucca e guanciale che uniscono dolcezza e sapidità e alcune varianti stagionali che seguono il mercato e l’ispirazione dello chef. Sono piatti che non cercano di stupire con artifici moderni, ma con la verità delle ricette di una volta, quelle che scaldano e rassicurano.
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Il dolce che è diventato un mito
E poi c’è lei, la panna cotta, il dolce che da solo merita una visita al ristorante. Non si tratta di una panna cotta qualunque, ma del cavallo di battaglia del locale, un dessert così apprezzato da aver attirato negli anni clienti da tutto il Piemonte, persone che attraversano chilometri solo per ritrovare quella consistenza morbida e vellutata che non ha nulla della rigidità di un budino, ma si scioglie dolcemente al palato lasciando una cremosità elegante e un gusto sublime. È un dolce semplice, ma reso speciale da un equilibrio perfetto e dalla cura con cui viene preparato, diventato una piccola leggenda per gli affezionati che considerano la sua presenza in carta un appuntamento irrinunciabile a fine pasto.
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Un’esperienza che scalda il cuore
Che Bolle in Pentola non è un ristorante che si visita distrattamente, è un luogo che si vive, grazie alla sua atmosfera raccolta e all’accoglienza genuina che lo pervade. È un posto piccolo ma pieno di carattere, dove ogni dettaglio sembra raccontare una storia, dalle luci calde al sorriso di Dario, dai piatti che parlano di Toscana ai tavoli vicini che favoriscono la socialità, le risate, il clima di casa. Aperto solo a cena, dal lunedì al sabato, offre l’occasione perfetta per concedersi una serata diversa, un viaggio culinario senza allontanarsi dalla città. E forse è proprio questo il segreto di Che Bolle in Pentola, un posto che non ha bisogno di grandi insegne o di mille coperti per lasciare il segno, perché ciò che conquista è la naturalezza con cui si entra a far parte della loro storia, una storia fatta di sorrisi, di piatti che parlano da soli, di serate che scorrono leggere come se si fosse davvero in una casa toscana lontano dal caos cittadino. Chi sceglie di cenare qui scopre un angolo autentico in cui tornare diventa quasi inevitabile, un rifugio di sapori e di umanità che difficilmente si dimentica quando si lascia il locale e si esce nella notte torinese con la promessa di tornare presto.
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Noemi Gariano

Gli antipasti più golosi di Torino

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Torino è una città che ama la tavola e che custodisce una tradizione culinaria ricca, elegante e allo stesso tempo popolare. Tra tutte le sue specialità gli antipasti occupano un posto centrale perché rappresentano il modo in cui i torinesi aprono il pasto e introducono l’ospite alla loro storia gastronomica. Gli antipasti torinesi sono un insieme di sapori antichi, spesso legati alla cucina contadina o alle case nobili, e mostrano un equilibrio molto caratteristico tra sapidità, delicatezza e rispetto degli ingredienti. Raccontare questi piatti significa raccontare una parte della città e del suo modo di vivere la convivialità.
foto A. Pisano
Vitello tonnato e tonno di coniglio
Il vitello tonnato è forse il più conosciuto degli antipasti torinesi e uno dei più rappresentativi. La sua presenza sulle tavole piemontesi è quasi inevitabile nelle occasioni importanti. La ricetta tradizionale prevede un taglio di carne come il girello, cotto lentamente in un brodo aromatico con verdure, vino e spezie. Una volta raffreddato viene affettato sottilmente e coperto con una salsa ottenuta frullando tonno, uova sode, acciughe, capperi e un poco del fondo di cottura. La cremosità della salsa deve essere equilibrata, senza risultare troppo pesante, e il sapore del tonno deve fondersi con la delicatezza della carne senza sovrastarla. Ogni famiglia ha la sua variante ma la struttura del piatto resta sempre la stessa. Esiste anche una versione moderna, spesso preparata con carne appena scottata e una salsa più leggera, ma a Torino la preferenza resta quasi sempre per la versione classica.
Accanto al vitello tonnato c’è il tonno di coniglio, un altro antipasto tipico che porta un nome curioso. Qui il tonno non c’entra nulla perché il protagonista è il coniglio che, dopo essere stato disossato e cotto in acqua aromatizzata con erbe e vino bianco, viene conservato sott’olio proprio come fosse un pesce. Il risultato è una carne morbida e saporita che si serve fredda, accompagnata da cipolle, carote o semplicemente da alcune foglie di insalata. La preparazione richiede pazienza perché il coniglio deve riposare almeno un giorno immerso nell’olio aromatizzato che ne esalta il sapore. Questo piatto nasce dalla necessità di conservare la carne e oggi è diventato un simbolo della cucina rustica piemontese, semplice e raffinata allo stesso tempo.
Insalata russa e acciughe al verde
L’insalata russa è presente in molte regioni italiane, ma a Torino ha sempre trovato una collocazione particolare negli antipasti. La preparazione tradizionale prevede patate, carote e piselli tagliati a piccoli cubetti e cotti in modo da restare compatti. Le verdure vengono poi mescolate con una maionese fatta in casa che deve risultare vellutata ma sostenuta, così da avvolgere gli ingredienti senza sfaldarli. In alcune case si aggiunge anche il tonno, in altre le uova sode, ma la versione più diffusa è quella più semplice, in cui la freschezza delle verdure e la morbidezza della salsa bastano da sole. A Torino l’insalata russa è un antipasto senza tempo, servito nelle feste, nei pranzi domenicali e persino nelle trattorie storiche della città.
Un altro grande classico sono le acciughe al verde, una preparazione profondamente piemontese che unisce la sapidità delle acciughe alla freschezza del prezzemolo. La salsa verde si prepara tritando finemente prezzemolo, aglio, capperi, pane ammorbidito in aceto e olio extravergine di oliva. Il composto deve essere omogeneo, brillante e profumato. Le acciughe conservate sotto sale vengono pulite con cura, sciacquate e asciugate, poi immerse nella salsa e lasciate riposare per qualche ora. Il risultato è un antipasto deciso ma equilibrato che racconta la storia della città, un luogo dove la cucina povera ha sempre saputo trasformarsi in sapore autentico.
Peperoni con bagna cauda e giardiniera piemontese
Tra gli antipasti che rappresentano più da vicino il territorio non possono mancare i peperoni con bagna cauda, una delle combinazioni più apprezzate dai torinesi. I peperoni vengono solitamente arrostiti interi finché la pelle non si stacca con facilità, poi tagliati in falde e disposti a strati. La bagna cauda è una salsa calda a base di aglio, acciughe e olio, tradizionalmente servita come piatto conviviale ma utilizzata anche come condimento per gli antipasti. La sua intensità si sposa perfettamente con la dolcezza naturale dei peperoni. Nelle famiglie torinesi è un antipasto diffusissimo nei mesi freddi, mentre in estate si preferisce servire i peperoni arrostiti con olio, sale e acciughe fredde, una versione più leggera ma sempre legata alla tradizione.
La giardiniera piemontese merita un posto speciale perché rappresenta un piccolo ritratto dell’orto. Carote, sedano, cavolfiori, cipolline e peperoni vengono tagliati e sbollentati in acqua e aceto, poi lasciati riposare in barattoli colmi di verdure e liquido di conservazione. Il risultato è un insieme di sapori vivaci e leggermente aciduli che accompagnano perfettamente salumi e formaggi ma che a Torino vengono serviti anche come antipasto autonomo. La giardiniera è un piatto legato alla stagionalità e alla tradizione del conservare, un gesto che appartiene ancora oggi alle famiglie che tramandano le ricette di generazione in generazione.
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La tradizione torinese
Gli antipasti torinesi raccontano una città che ha sempre saputo unire eleganza e concretezza. Ogni ricetta porta con sé una storia e un legame con il territorio. Non si tratta soltanto di piatti da assaggiare ma di piccole testimonianze culturali che mostrano quanto la cucina piemontese sia varia e ricca pur partendo da ingredienti semplici. Torino non offre soltanto una tradizione culinaria solida, ma anche un modo di vivere la tavola che privilegia il tempo condiviso e il piacere di gustare cibi preparati con cura.
Chi visita la città resta spesso sorpreso dalla quantità di antipasti proposti nei ristoranti e nelle trattorie. È un rituale che introduce al pasto e che esprime la filosofia gastronomica torinese, basata sulla lentezza e sulla qualità. La varietà degli antipasti permette di scoprire diversi aspetti della cucina locale, dai sapori decisi della bagna cauda alla delicatezza del vitello tonnato. Ogni piatto ha una sua identità precisa e insieme formano un mosaico che rappresenta bene il carattere della città.
Torino non ha mai abbandonato la sua tradizione, anzi l’ha resa un punto di forza. Gli antipasti continuano a essere la porta d’ingresso ideale per chi desidera conoscere la cultura gastronomica piemontese. Preparazioni come il tonno di coniglio, le acciughe al verde, i peperoni arrostiti e l’insalata russa resistono al passare del tempo grazie alla loro semplicità e alla loro autenticità. Sono piatti che non seguono soltanto la moda del momento ma che rimangono, anno dopo anno, parte fondamentale delle tavole torinesi.
Gli antipasti di Torino sono molto più di un inizio del pasto. Rappresentano un patrimonio, un modo di raccontare la città attraverso sapori che hanno radici profonde. Chiunque si sieda a una tavola torinese scoprirà che questi piatti non sono semplici ricette ma frammenti di storia, conservati e tramandati con cura. È proprio questa continuità a rendere la cucina torinese così affascinante e a fare degli antipasti una delle sue espressioni più autentiche.
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NOEMI GARIANO

Le tech week alle OGR trasformano la città nella capitale dell’innovazione

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C’è una settimana, ogni anno, in cui Torino cambia ritmo. Le Officine Grandi Riparazioni, simbolo di archeologia industriale e oggi cuore pulsante della creatività contemporanea, diventano il punto di incontro di imprenditori, visionari, investitori e istituzioni provenienti da ogni parte del mondo. Le cosiddette “tech week” non sono soltanto una sequenza di conferenze: sono un momento in cui la città si racconta come laboratorio di idee e piattaforma internazionale del futuro.

Le OGR, con le loro navate imponenti e l’atmosfera che fonde storia e modernità, si trasformano in un’arena dove si parla di intelligenza artificiale, spazio, energia, biotecnologie, startup e nuove forme di lavoro. Sul palco si alternano fondatori di aziende globali, manager di colossi tecnologici, rappresentanti delle istituzioni europee e giovani imprenditori pronti a cambiare le regole del gioco. Non è raro assistere a dialoghi serrati tra chi ha costruito imperi digitali e chi sta muovendo i primi passi con un’idea innovativa in tasca.

Un evento che parla al mondo

Tra gli appuntamenti più attesi spicca la Italian Tech Week, manifestazione che negli anni ha consolidato il proprio peso nel panorama europeo dell’innovazione. L’organizzazione è guidata da realtà impegnate nello sviluppo dell’ecosistema startup italiano, con il sostegno di partner pubblici e privati che credono nella centralità della tecnologia come motore di crescita economica e sociale.

La risonanza internazionale dell’evento è testimoniata dalla presenza, nelle ultime edizioni, di figure di primo piano della scena globale. Sul palco torinese sono intervenuti protagonisti assoluti dell’economia digitale come Jeff Bezos, fondatore di Amazon e imprenditore legato ai progetti spaziali di Blue Origin, ma anche leader istituzionali del calibro di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea. Interventi che hanno acceso i riflettori su Torino, trasformandola per alcuni giorni in un crocevia di strategie, visioni e grandi decisioni.

Non si tratta soltanto di interventi celebrativi. I dibattiti affrontano temi concreti: il futuro dell’industria europea, la sfida dell’intelligenza artificiale, la necessità di investimenti nella ricerca, il ruolo delle nuove generazioni nel costruire un’economia più sostenibile e competitiva. Le parole pronunciate sul palco trovano eco tra il pubblico, composto da studenti, sviluppatori, manager e investitori, tutti accomunati dalla stessa domanda: quale direzione sta prendendo il futuro?

Torino laboratorio di idee

Accanto alle sessioni principali, le tech week offrono workshop, incontri tematici e momenti di confronto diretto. Le startup hanno l’occasione di presentare i propri progetti a potenziali finanziatori, mentre i giovani talenti possono entrare in contatto con aziende internazionali. L’energia che si respira tra gli stand e nei corridoi è quella tipica dei grandi appuntamenti dove le idee circolano veloci e le connessioni nascono quasi per caso.

La città, intanto, partecipa e osserva. Bar, spazi culturali e location urbane ospitano eventi collaterali che ampliano il perimetro dell’iniziativa ben oltre le mura delle OGR. Torino mostra così la propria capacità di reinventarsi, passando da capitale industriale a polo di innovazione tecnologica senza rinnegare la propria identità.

Una visione che guarda avanti

Le tech week rappresentano oggi molto più di un appuntamento settoriale. Sono il segno tangibile di un cambiamento profondo nel tessuto economico e culturale della città. L’innovazione non viene raccontata come un fenomeno distante, ma come un processo concreto che incide sul lavoro, sull’impresa e sulla società.

In un’epoca in cui la tecnologia ridefinisce modelli produttivi e relazioni sociali, Torino sceglie di essere protagonista e non spettatrice. Le giornate alle OGR raccontano una città che guarda avanti, che investe sui giovani e che si propone come punto di riferimento nel dialogo tra Europa e mondo digitale.

Per qualche giorno all’anno, sotto le volte industriali delle Officine Grandi Riparazioni, il futuro prende forma. E Torino, con orgoglio, ne diventa il palcoscenico.

NOEMI GARIANO

Ristoranti greci a Torino: sapori mediterranei che conquistano la città

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Torino è una città che ama mangiare bene e che negli ultimi anni ha dimostrato una crescente curiosità verso le cucine del mondo. Tra le proposte internazionali che hanno saputo ritagliarsi uno spazio sempre più solido c’è quella greca, capace di unire semplicità, intensità di sapori e un’idea di convivialità che mette al centro la tavola. Origano, carne alla griglia, formaggi saporiti, yogurt denso e pane pita caldo sono elementi che, messi insieme, evocano immediatamente il Mediterraneo. In diversi quartieri del capoluogo piemontese si trovano locali che interpretano questa tradizione in modo autentico, offrendo un’alternativa gustosa sia per una cena rilassata sia per un pasto veloce ma ricco di carattere.

Grekos: l’atmosfera della taverna nel cuore di Torino

Tra gli indirizzi più apprezzati c’è Grekos, un ristorante che richiama fin dall’ingresso l’immaginario delle taverne elleniche. L’ambiente è accogliente, con richiami ai colori del mare e dettagli che rimandano alle isole greche, creando un contesto caldo e informale. La proposta gastronomica punta con decisione sulla tradizione. Il percorso inizia spesso con le meze, piccoli assaggi pensati per essere condivisi: tzatziki cremoso accompagnato da pita calda, foglie di vite ripiene di riso e spezie, feta condita con olio extravergine e origano, melanzane e altre verdure grigliate dal profumo intenso.

Il menu prosegue con i grandi classici della cucina greca. Il souvlaki, preparato con carne marinata e cotta alla griglia, viene servito sia al piatto sia all’interno della pita, insieme a pomodori freschi, cipolla e salsa allo yogurt. Il gyros, tagliato sottile e saporito, rappresenta uno dei piatti più richiesti, grazie al suo equilibrio tra croccantezza e morbidezza. Non manca la moussaka, piatto simbolo della tradizione ellenica, con i suoi strati di melanzane, carne speziata e copertura dorata al forno. A chiudere, dolci come il baklava, ricco di miele e frutta secca, che completa l’esperienza con una nota intensa e avvolgente.

Greek Food Lab: tradizione e contemporaneità a tavola

Un’altra realtà interessante è Greek Food Lab, che propone una lettura più moderna della cucina greca. Gli spazi sono curati, luminosi, con un’impronta essenziale che valorizza la presentazione dei piatti. L’attenzione alle materie prime è evidente: yogurt greco compatto e vellutato, olive dal gusto deciso, formaggi tipici serviti caldi come la saganaki, con una superficie dorata e un interno morbido.

Il menu alterna proposte classiche e interpretazioni più attuali. Il gyros viene declinato in diverse varianti, con carne di pollo o maiale marinata e cotta lentamente, servita con verdure fresche e salse preparate al momento. Le insalate, come la tradizionale con pomodori, cetrioli, cipolla e feta, diventano piatti completi, capaci di restituire i sapori semplici e genuini della cucina mediterranea. Ampio spazio anche alle proposte vegetariane, con legumi, ortaggi grigliati e combinazioni aromatiche che raccontano una Grecia meno conosciuta ma altrettanto ricca. In alcune preparazioni trova posto anche il pesce, elemento fondamentale della tradizione ellenica, che aggiunge ulteriore varietà all’offerta.

Pita Way: lo street food greco in versione torinese

Per chi predilige una formula più informale, Pita Way rappresenta un riferimento per lo street food greco a Torino. L’ambiente è dinamico, pensato per una pausa veloce ma soddisfacente. La pita è la vera protagonista: soffice, scaldata al momento, pronta ad accogliere ripieni generosi.

Il gyros è tra le scelte più richieste, con carne saporita tagliata al momento e completata da pomodori, cipolla, patatine e salse che bilanciano freschezza e intensità. Il souvlaki, servito su spiedini, può essere accompagnato da riso o verdure grigliate, mentre non mancano alternative vegetariane con falafel e formaggi. Ogni proposta mantiene una forte identità, puntando su ingredienti semplici ma ben equilibrati, capaci di restituire l’essenza dello street food ateniese.

Nel complesso, i ristoranti greci presenti a Torino offrono esperienze differenti ma accomunate da un filo conduttore chiaro: la valorizzazione di una cucina che fa della condivisione e della qualità degli ingredienti il proprio punto di forza. Tra piatti alla griglia, salse fresche e profumi mediterranei, lasciarsi tentare da questi indirizzi significa concedersi un piccolo viaggio gastronomico senza allontanarsi dalla città.

Noemi Gariano

Il Cri Cri di Torino, il cioccolatino che racconta una città

SCOPRI – TO    ALLA SCOPERTA DI TORINO

C’è un piccolo dolce torinese che, più di molti monumenti, riesce a raccontare una storia fatta di eleganza, artigianalità e memoria collettiva. Il Cri Cri non è solo un cioccolatino, ma un simbolo della tradizione dolciaria piemontese, nato in un’epoca in cui Torino era una capitale del gusto e dell’innovazione gastronomica.

Le origini tra nobiltà e cioccolato

La nascita del Cri Cri viene fatta risalire alla fine dell’Ottocento, in un periodo in cui il cioccolato a Torino viveva una stagione d’oro. La leggenda più diffusa racconta che fu creato per una giovane donna dell’alta società torinese, che desiderava gustare il cioccolato senza sporcarsi i guanti. Da questa esigenza nacque l’idea di rivestire una pralina con una copertura di minuscole perline di zucchero, capaci di isolare il calore delle dita e mantenere il cioccolato intatto. Il nome, secondo alcune interpretazioni, deriverebbe dal suono leggero e croccante che si avverte al primo morso, quasi un piccolo “cri cri” che accompagna l’assaggio.

Dove trovarlo oggi tra botteghe e pasticcerie

Oggi il Cri Cri continua a vivere nelle storiche cioccolaterie di Torino, soprattutto nel centro città, dove le vetrine espongono file ordinate di queste piccole sfere lucide e colorate. Si può trovare nelle pasticcerie artigianali che portano avanti la tradizione, spesso accanto ad altri grandi classici come il gianduiotto e il bicerin. Non è raro vederlo anche durante eventi, fiere gastronomiche e mercatini, dove viene presentato come uno dei simboli più riconoscibili della dolcezza piemontese.

Varianti moderne di un grande classico

Se la versione originale resta quella più amata, con il cuore di nocciola e gianduia avvolto nel cioccolato fondente e nello zucchero croccante, negli anni sono nate diverse varianti. Alcuni maestri cioccolatieri propongono il Cri Cri al latte, altri sperimentano ripieni al pistacchio o aromatizzati con agrumi e spezie. Ci sono anche edizioni stagionali, soprattutto durante le festività, in cui il classico dolce si veste di colori e sapori nuovi, senza perdere la sua identità.

Un dolce che diventa racconto e ricordo

Negli ultimi anni il Cri Cri ha assunto anche un valore legato al turismo e all’identità cittadina. Sempre più visitatori lo scelgono come souvenir gastronomico da portare a casa, un’alternativa raffinata ai classici prodotti confezionati. Nelle scatole decorate con richiami alla città, questo piccolo cioccolatino diventa una sorta di cartolina commestibile, capace di evocare portici, caffè storici e passeggiate lungo il Po. Anche per i torinesi resta un dolce legato ai momenti speciali, spesso regalato durante le feste o condiviso dopo una cena in compagnia, a dimostrazione di come, nella sua semplicità, il Cri Cri continui a essere parte viva della quotidianità e della memoria collettiva della città.

Il Cri Cri rimane così un ponte tra passato e presente, un piccolo boccone che racchiude la storia di Torino e la sua passione per il cioccolato. Assaggiarlo non è solo un piacere per il palato, ma un modo per entrare, anche solo per un attimo, nell’anima di una città che ha fatto della dolcezza una vera e propria forma d’arte.

NOEMI GARIANO

 

 

 

 

(Foto di copertina Piemont Cioccolato)

Il Politecnico di Torino, dove le idee diventano futuro

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SCOPRI – TO   ALLA SCOPERTA DI TORINO

Torino ha sempre avuto un rapporto speciale con l’ingegno, con il lavoro e con la capacità di trasformare le intuizioni in realtà concrete. Nel cuore di questa tradizione si trova il Politecnico di Torino, una delle università tecniche più antiche e prestigiose d’Europa, un luogo che da oltre centocinquant’anni forma menti capaci di lasciare un segno nel mondo dell’ingegneria, dell’architettura, della ricerca e dell’innovazione.

Fondato nel 1859, lo stesso anno dell’Unità d’Italia, il Politecnico nasce come Scuola di Applicazione per gli Ingegneri e cresce insieme al Paese, accompagnandone lo sviluppo industriale, scientifico e tecnologico. Dai primi laboratori legati alla meccanica e alle costruzioni, fino ai moderni centri di ricerca su aerospazio, sostenibilità ed energia, l’ateneo torinese ha sempre mantenuto uno sguardo rivolto al futuro, senza mai dimenticare le proprie radici.

Dalle aule al mondo: i nomi che hanno fatto la storia

Tra i corridoi del Politecnico di Torino sono passati studenti e docenti che hanno contribuito a scrivere pagine importanti della storia italiana e internazionale. Uno dei nomi più noti è senza dubbio quello di Giulio Natta, premio Nobel per la chimica nel 1963, che al Politecnico ha insegnato e condotto parte delle sue ricerche fondamentali sui polimeri, aprendo la strada a materiali oggi utilizzati in ogni ambito della vita quotidiana.

Anche il mondo dell’industria automobilistica e aerospaziale porta l’impronta dell’ateneo torinese. Numerosi dirigenti, progettisti e ingegneri che hanno lavorato per aziende come Fiat, Ferrari, Leonardo e grandi gruppi internazionali si sono formati tra le sue aule. Il Politecnico ha rappresentato per molti di loro non solo un luogo di studio, ma un vero laboratorio di idee, dove imparare a unire teoria e pratica, visione e concretezza.

Non mancano figure che si sono distinte anche in ambiti diversi, come l’architettura e l’urbanistica. Progettisti formati a Torino hanno contribuito a ridisegnare città, spazi pubblici e infrastrutture in Italia e all’estero, portando con sé uno stile che unisce funzionalità, attenzione all’ambiente e sensibilità per il contesto urbano.

 

Innovazioni che nascono a Torino

Il Politecnico di Torino non è soltanto un luogo di formazione, ma un vero e proprio motore di ricerca e sperimentazione. Negli ultimi decenni ha sviluppato progetti che spaziano dall’energia rinnovabile alla mobilità sostenibile, dall’intelligenza artificiale ai materiali avanzati. Nei suoi laboratori si studiano soluzioni per rendere le città più intelligenti, i trasporti più sicuri, le industrie più efficienti e rispettose dell’ambiente.

Uno dei settori in cui l’ateneo si è distinto a livello internazionale è quello dell’aerospazio. Grazie alla collaborazione con aziende e agenzie spaziali, il Politecnico partecipa allo sviluppo di satelliti, sistemi di navigazione e tecnologie per l’esplorazione spaziale. Torino, grazie a questo legame, si è guadagnata un ruolo di primo piano nel panorama europeo dell’industria aeronautica e spaziale.

Importante è anche il contributo nel campo dell’energia. Ricercatori e studenti lavorano su soluzioni per migliorare l’efficienza delle reti elettriche, sviluppare nuove tecnologie per l’accumulo di energia e promuovere l’uso delle fonti rinnovabili. L’obiettivo è quello di accompagnare la transizione verso un modello più sostenibile, capace di rispondere alle sfide ambientali del presente e del futuro.

Un’università aperta alla città e al mondo

Il Politecnico di Torino non vive isolato dal contesto che lo circonda. Al contrario, è profondamente legato alla città e al territorio. I suoi campus, distribuiti tra il centro urbano e le aree limitrofe, sono spazi vivi, frequentati non solo da studenti e docenti, ma anche da cittadini, professionisti e imprese che partecipano a eventi, conferenze e progetti condivisi.

Allo stesso tempo, l’ateneo ha una forte dimensione internazionale. Accoglie ogni anno migliaia di studenti stranieri e collabora con università e centri di ricerca in tutto il mondo. Questo scambio continuo di idee e culture contribuisce a creare un ambiente dinamico, in cui il confronto diventa una risorsa fondamentale per la crescita personale e professionale.

Per molti giovani, studiare al Politecnico di Torino significa entrare in una comunità che guarda lontano, che crede nel valore della conoscenza e nella responsabilità di metterla al servizio della società. È un’esperienza che non si limita agli anni universitari, ma lascia un’impronta duratura nel modo di affrontare il lavoro, i problemi e le sfide della vita.

Oggi come ieri, il Politecnico continua a rappresentare uno dei simboli più forti di Torino: una città che ha saputo reinventarsi più volte, passando da capitale industriale a polo di innovazione, cultura e ricerca. Tra le sue aule, i suoi laboratori e i suoi cortili, si respira ancora quella stessa idea che lo ha fatto nascere oltre un secolo fa: che il sapere, se coltivato con passione e rigore, può davvero cambiare il mondo.

NOEMI GARIANO

Torino e il tartufo: un profumo che arriva dalle colline e conquista la città

A Torino il tartufo non è solo un ingrediente: è un rito, una stagione dell’anima, un profumo che attraversa le cucine e si insinua nei mercati, nei ristoranti, nelle conversazioni tra appassionati. Anche se il suo cuore batte poco più a sud, tra le colline delle Langhe e del Roero, il tartufo trova da sempre nel capoluogo piemontese una delle sue vetrine più attente e competenti.
Gran parte del tartufo che arriva sulle tavole torinesi proviene infatti dalle zone attorno a Alba, territorio considerato tra i più vocati al mondo per la raccolta del tartufo bianco. Un prodotto che, una volta scavato nei boschi, trova nella ristorazione torinese un pubblico preparato e disposto a riconoscerne il valore.
Bianco o nero: due mondi diversi
Il più celebrato resta il tartufo bianco, raro, intensamente profumato, delicato e impossibile da coltivare. È quello che può raggiungere cifre importanti: il prezzo al chilo varia molto a seconda dell’annata, della pezzatura e della qualità, ma non è insolito che superi abbondantemente i mille euro nei periodi di maggiore richiesta.
Accanto al bianco, il tartufo nero occupa un posto stabile nelle cucine torinesi. Meno costoso, più resistente al calore e dal gusto deciso, viene spesso utilizzato anche in preparazioni elaborate. Non ha l’aura mitica del bianco, ma offre continuità e versatilità.
Il tartufo “da gara” e le aste del prestigio
Da anni, nelle zone di origine, si svolgono eventi e aste dedicate ai tartufi più pregiati, esemplari eccezionali per dimensione, forma e profumo. Alcuni di questi raggiungono valutazioni molto elevate e finiscono nelle mani di collezionisti, ristoratori o imprenditori disposti a cifre importanti pur di aggiudicarsi un pezzo unico. Sono momenti che contribuiscono ad alimentare il mito del tartufo e che rafforzano il legame tra territorio, economia e alta cucina.
Come riconoscere un tartufo di qualità
Il valore di un tartufo non si giudica solo dal peso. A fare la differenza è soprattutto il profumo, che deve essere intenso ma equilibrato, persistente senza risultare aggressivo. Anche la forma conta: un tartufo compatto, regolare e senza fenditure è generalmente più apprezzato.
Al taglio, la polpa deve presentare venature ben definite. Un tartufo troppo secco o, al contrario, eccessivamente umido perde valore. Per questo, nei ristoranti più attenti, la scelta avviene sempre davanti al cliente, che può vederlo, annusarlo e approvarlo prima della preparazione.
Pochi ingredienti, massimo rispetto
A Torino il tartufo viene trattato con una sorta di rispetto quasi religioso. I piatti più classici restano i più amati: tajarin al burro, uovo al tegamino, carne cruda battuta al coltello. Preparazioni semplici, pensate per non coprire il profumo del tartufo, che viene affettato all’ultimo momento, direttamente nel piatto.
Il burro, rigorosamente di qualità, va usato con parsimonia. Il tartufo non ama la competizione: meno ingredienti ci sono, più riesce a raccontarsi.
Torino, i ristoranti e la cultura del tartufo
Molti ristoranti torinesi, soprattutto quelli legati alla tradizione piemontese, dedicano ogni anno menu specifici al tartufo, spesso con piatti fuori carta che variano a seconda della disponibilità del prodotto. C’è chi punta sulla classicità assoluta e chi sperimenta, proponendo abbinamenti più audaci.
Negli ultimi anni sono comparsi anche piatti insoliti: gelati al tartufo, formaggi aromatizzati, persino cioccolato. Esperimenti che dividono gli appassionati, ma che testimoniano quanto il tartufo sia diventato un elemento centrale dell’identità gastronomica locale.
I cani da tartufo: compagni indispensabili
Dietro ogni tartufo c’è quasi sempre un cane. L’addestramento dei cani da tartufo è lungo e impegnativo: può durare anni e richiede costanza, esperienza e un legame profondo tra animale e cercatore. I cani più bravi possono avere un valore elevato, proprio perché determinanti nella qualità e nella quantità della raccolta.
Non esiste una razza unica: ciò che conta è l’olfatto, ma anche il carattere. Un buon cane deve essere concentrato, obbediente e capace di lavorare senza rovinare il tartufo durante lo scavo.
Una passione che va oltre la tavola
A Torino il tartufo non è soltanto una moda stagionale. È parte di una cultura gastronomica radicata, fatta di conoscenza, rispetto della materia prima e piacere della convivialità. Che sia grattugiato su un piatto di pasta o semplicemente annusato prima di essere affettato, il tartufo continua a esercitare un fascino particolare.
Un profumo che arriva dai boschi, attraversa le colline e trova nella città una delle sue espressioni più raffinate. Anche senza clamore, anche senza eccessi. Basta un piatto caldo e qualche scaglia sottile per capire perché, da queste parti, il tartufo non smette mai di far parlare di sé.
NOEMI GARIANO