









A Torino, città elegante e abituata da sempre a mescolare tradizione e sperimentazione, anche la cucina sta vivendo una piccola rivoluzione silenziosa. Non si tratta solo di nuovi ristoranti o locali alla moda, ma di un vero e proprio cambio di prospettiva: gli abbinamenti, un tempo rigidamente legati alla cultura gastronomica piemontese, oggi si fanno audaci, a tratti sorprendenti, persino spiazzanti. Eppure, proprio in questa libertà creativa, molti locali torinesi stanno trovando la loro identità.
Passeggiando tra il centro e i quartieri più vivaci come San Salvario o Vanchiglia, non è difficile imbattersi in insegne che promettono esperienze fuori dall’ordinario. Da Edit, ad esempio, si può assaggiare una pizza gourmet che unisce ingredienti apparentemente inconciliabili come crema di zucca, gorgonzola e caffè macinato a crudo. Un contrasto che, sulla carta, potrebbe far storcere il naso, ma che al palato riesce a sorprendere per equilibrio e profondità.
Il gusto che non ti aspetti
È proprio questa la chiave del successo di molti locali: proporre qualcosa che rompa le aspettative senza risultare eccessivo. Nel quartiere Crocetta, la gelateria Mara dei Boschi ha costruito la sua reputazione non solo sui grandi classici, ma anche su gusti che sfidano la logica tradizionale. Tra questi, uno dei più discussi è il gelato al rosmarino e limone con un leggero retrogusto salato, oppure quello al cioccolato fondente e olio extravergine d’oliva. Non si tratta di provocazioni fini a sé stesse, ma di tentativi riusciti di ampliare il concetto stesso di dessert.
Spostandosi verso il Quadrilatero Romano, il Caffè Al Bicerin, storico locale torinese, ha iniziato a reinterpretare il suo celebre bicerin con variazioni moderne: una versione con aggiunta di pepe nero e scorza d’arancia, oppure una proposta che accosta il classico cioccolato caldo a una crema al basilico. Anche qui, la tradizione non viene cancellata, ma riletta in chiave contemporanea.
Quando la cucina diventa laboratorio
Non mancano poi ristoranti che fanno della sperimentazione il loro marchio di fabbrica. A pochi passi dal fiume Po, Scannabue propone piatti della tradizione piemontese rivisitati con accostamenti inconsueti: vitello tonnato con una salsa arricchita da note di cacao amaro, oppure tajarin serviti con burro affumicato e polvere di liquirizia. Piatti che dividono, ma che difficilmente lasciano indifferenti.
Un altro esempio interessante è quello di Ristorante Consorzio, dove la filosofia è quella di partire da ingredienti locali per poi spingersi oltre. Qui si può trovare una battuta di Fassona condita con fragole fresche e aceto balsamico invecchiato, oppure un risotto mantecato al Castelmagno arricchito da una riduzione di birra artigianale. Il risultato è un equilibrio sottile tra dolce, salato e amarognolo, che racconta una Torino capace di rinnovarsi senza perdere le proprie radici.
Dolce e salato, confini sempre più sottili
Forse è proprio nel mondo delle gelaterie e delle caffetterie che gli abbinamenti più insoliti trovano terreno fertile. Da Gelateria Ottimo!, in zona Santa Rita, si sperimentano gusti come il gorgonzola e noci oppure il gelato al peperoncino e cioccolato bianco, mentre da Orso Laboratorio Caffè si gioca con le estrazioni e le infusioni, proponendo bevande che uniscono caffè specialty a ingredienti come lavanda, miele di castagno o addirittura agrumi fermentati.
Questa tendenza non è solo una moda passeggera, ma il segno di una città che ha voglia di mettersi in discussione. Torino, da sempre legata a una cucina solida e rassicurante, sta dimostrando di saper accogliere anche il rischio, l’errore, la sorpresa. Gli abbinamenti insoliti diventano così un modo per raccontare una nuova identità gastronomica, più aperta e curiosa.
In fondo, è proprio questo il fascino di questi piatti: non tanto l’originalità fine a sé stessa, quanto la capacità di farci uscire, anche solo per un attimo, dalle nostre abitudini. Perché a volte basta un ingrediente fuori posto per cambiare completamente prospettiva. E Torino, oggi, sembra averlo capito molto bene.
Noemi Gariano

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
La moda italiana nacque a Torino nel 1911 quando per la prima volta una donna indossò un paio di pantaloni di un sarto francese, subito suscitò incredulità e stupore ma con il tempo le persone iniziarono a prenderla d’esempio creandone nuovi modelli. Poco per volta nacque a Torino l’industria dell’abbigliamento. Dagli anni Trenta agli anni Sessanta Torino fu il polo industriale principale italiano per la produzione del tessile. Solo dagli anni Novanta in poi Milano diventò capitale della moda italiana.
I BRAND INDIPENDENTI CHE SALVAGUARDANO IL PIANETA
Secondo numerose ricerche i torinesi si ispirano molto alle mode del momento e numerosi sono i brand indipendenti che sono nati proprio in questa città. Tra di essi il brand “Nasco Unico” di Andrea Francardo, un laboratorio artigianale dove le clienti possono scegliere come realizzare il loro capo direttamente nel laboratorio evitando così sprechi di produzione.
Un altro marchio è “Amma” di Luisella Zeppa che produce borse eco-sostenibili, con materiali naturali e lavorate con cura e maestria da tantissime generazioni.
Per chi ama invece i gioielli vi è il marchio “Raduni Ovali” realizzati con pietre preziose, ognuno unico nel suo genere grazie alle attente rifiniture a mano.
Moltissime sono le scelte dei brand e dei negozi, spesso le piccole realtà sono poco conosciute rispetto ai grandi marchi ma possono essere un’ottima occasione per indossare capi unici e con una particolare attenzione verso l’ambiente.
COSA INDOSSARE IN BASE ALLE OCCASIONI
I grandi marchi di moda influenzano ogni anno il mercato con tessuti e colori diversi, ma per ottenere esattamente il risultato che si vuole ottenere quando indossiamo un capo non dobbiamo solo basarci sulla moda ma anche su delle precise regole di psicologia!
Secondo la scienza infatti indossare degli abiti rossi accellera il battito cardiaco di chi li porta e anche del suo interlocutore, che potrà tradurre quella sensazione in “voglia di fuggire” o “eccitazione”, questo vale soprattutto se la persona che indossa l’indumento è donna. Quindi se ad un primo appuntamento vogliamo fare colpo vestirci di rosso potrebbe essere una buona idea.
Se invece abbiamo un’occasione più formale, ad esempio lavorativa, il colore ideale è spesso il blu perché abbassa il battito cardiaco, rilassa e fa si che l’interlocutore si fidi maggiormente di noi. I politici sono spesso vestiti di blu proprio per questo motivo, Donald Trump per esempio ha il completo blu, la cravatta rossa che indica grinta e lotta e la camicia bianca che suggerisce chiarezza.
COSA INDOSSARE CON PARSIMONIA
Vi sono poi dei colori che potrebbero non aiutarci a raggiungere il risultato sperato come il nero che suscita l’idea dell’oscuro, velato, misterioso e al contempo lussuoso.
Il bianco stimola in noi l’idea della pulizia ecco perché è molto usato nei camici da lavoro, è però un colore che non suscita emozioni, non è quindi adatto quando vogliamo creare un legame con l’altra persona.
Si occupa di colori anche l’armocromia ma in un accezione puramente estetica e non scientifica, molto utile quando il nostro obiettivo è quello di valorizzarci esteticamente.
NOEMI GARIANO

Quando si visita Torino, una delle tappe fondamentali è sicuramente la nota piazza Statuto di Torino, una piazza neoclassica edificata nel 1946 che vede al centro la statua in onore dei progettisti del traforo del Frejus. In pochi però sanno che a pochi passi da quest’ultimo vi è il Rondò della Forca, un luogo in cui tra il 1835 e il 1853 avvenivano le esecuzioni dei condannati a morte, all’epoca non vi era nulla attorno se non alberi e fossi, questo per ospitare il maggior numero di persone possibile per vedere l’esecuzione che doveva essere pubblica in modo da mostrare ai cittadini come venivano puniti coloro che compivano omicidi o semplicemente accusati di cospirazione politica. Adiacente al Rondò della Forca viveva Piero Pantoni l’ultimo boia di Torino, oggi al posto del patibolo troviamo una statua dedicata a San Giuseppe Cafasso, considerato l’apostolo dei carcerati.
Un altro luogo molto particolare ma meno noto è il quartiere “Cit Turin” che, in dialetto piemontese, significa “piccola Torino”; ne fanno parte le vie adiacenti all’inizio di Corso Francia, qui troviamo tantissime ville e palazzine in stile Liberty progettate da Pietro Fenoglio, fu il primo luogo costruito fuori dalle mura della città ed è considerato, ancora oggi, una delle zone più belle di Torino, dove vi è anche il rinomato mercato di Piazza Benefica.
Spostandoci poi al quadrilatero romano, una delle zone più frequentate dai giovani torinesi troviamo il mercato di Porta Palazzo, il Balòn ovvero il mercato delle pulci e i Musei Reali, il Santuario della Consolata, un capolavoro del Barocco piemontese, la Cattedrale di San Giovanni Battista definita “il Duomo di Torino”, in stile rinascimentale che ospita la “Sacra Sindone”.
Tra i dolci torinesi più celebri, la torta di nocciole rappresenta un autentico simbolo della città. La nocciola, in particolare la varietà Tonda Gentile del Piemonte, è l’ingrediente protagonista di questa prelibatezza, che affonda le sue radici nelle tradizioni contadine della regione. La torta di nocciole è un dolce che non ha bisogno di fronzoli: semplice ma ricco di sapore, la sua preparazione ruota attorno alla genuinità delle nocciole tostate e tritate, che danno vita a una torta dalla consistenza morbida e umida. Si racconta che il suo successo sia stato favorito dalla qualità delle nocciole locali, che trovano nel territorio torinese l’habitat perfetto per sviluppare il loro caratteristico sapore.
Un altro dolce che è profondamente radicato nella cultura piemontese è il Bonèt, un dessert al cucchiaio che, con il suo gusto ricco e avvolgente, rappresenta uno dei classici della cucina dolce torinese. Si tratta di un flan a base di uova, latte, zucchero, amaretti e cioccolato, che viene cotto a bagnomaria per ottenere la sua caratteristica consistenza cremosa. La sua origine risale al periodo medievale, ma la ricetta che conosciamo oggi ha preso forma nel XIX secolo.


Torino è spesso raccontata attraverso i suoi grandi simboli: le piazze eleganti, i portici interminabili, i caffè storici e i ristoranti della tradizione. Eppure esiste un’altra città, più discreta e meno visibile, fatta di piccole botteghe e laboratori dove sopravvivono mestieri antichi. Sono attività che raccontano un passato fatto di manualità, pazienza e conoscenze tramandate per generazioni. Oggi molte di queste professioni sono sempre più rare, schiacciate dalla produzione industriale e dai cambiamenti delle abitudini di consumo. Tuttavia, tra le vie del centro e in alcuni quartieri storici, esistono ancora artigiani che continuano a lavorare come si faceva un tempo.
Entrare in una di queste botteghe significa spesso fare un piccolo viaggio nel passato. L’odore del legno, il rumore degli strumenti manuali, le pareti ricoperte di attrezzi raccontano una tradizione che resiste con discrezione nel cuore della città. Non si tratta soltanto di attività commerciali, ma di veri e propri presidi culturali, luoghi in cui sopravvive un patrimonio di saperi che rischierebbe altrimenti di scomparire.
Il liutaio e la musica costruita a mano
Tra i mestieri più affascinanti ancora presenti a Torino c’è quello del liutaio. Nei laboratori dedicati alla costruzione e al restauro degli strumenti ad arco si lavora con un’attenzione quasi rituale. Violini, viole e violoncelli nascono da legni selezionati e da lavorazioni che richiedono precisione millimetrica e lunghi tempi di attesa.
Il lavoro del liutaio non è soltanto tecnico, ma anche profondamente artistico. Ogni strumento possiede caratteristiche uniche, legate alla qualità dei materiali e all’abilità di chi lo costruisce. A Torino questa tradizione continua grazie a pochi artigiani che mantengono viva una pratica secolare. Le loro botteghe sono frequentate da musicisti professionisti, studenti dei conservatori e appassionati che cercano strumenti costruiti secondo i metodi della tradizione. In un’epoca dominata dalla produzione in serie, il valore di uno strumento realizzato interamente a mano diventa ancora più prezioso.
Botteghe storiche e antiche manualità
Accanto ai liutai sopravvivono altri mestieri che raccontano la Torino artigiana di un tempo. Tra questi vi sono i restauratori di mobili antichi, nelle botteghe del centro storico, in zona Quadrilatero e piazza Vittorio, figure fondamentali per la conservazione del patrimonio artistico domestico. Nei loro laboratori si interviene su armadi, tavoli e credenze che spesso hanno attraversato più di un secolo di storia. Il restauro richiede competenze specifiche, dalla conoscenza dei diversi tipi di legno alla capacità di riprodurre tecniche decorative ormai poco diffuse.
Un’altra figura sempre più rara è quella del rilegatore di libri. In queste botteghe si restaurano volumi antichi e si realizzano copertine artigianali utilizzando carte pregiate, tele e pelli lavorate a mano. Il lavoro è lento e meticoloso, lontano dalla velocità del mondo digitale, ma continua ad attirare collezionisti, biblioteche e appassionati.
Anche alcune botteghe dedicate alla lavorazione del cuoio e alla riparazione di oggetti continuano a resistere. Qui si aggiustano borse, si restaurano cinture, si riportano alla vita accessori che altrimenti verrebbero sostituiti. Sono attività che raccontano un rapporto diverso con gli oggetti, basato sulla durata e sulla cura.
Un patrimonio da preservare
La presenza di queste botteghe rappresenta una ricchezza culturale oltre che economica per la città. I mestieri artigiani custodiscono competenze difficili da sostituire e mantengono vivo un rapporto diretto tra chi produce e chi utilizza gli oggetti. In un contesto urbano sempre più dominato da grandi catene e da attività standardizzate, questi laboratori offrono un’esperienza diversa, fatta di autenticità e contatto umano.
Negli ultimi anni è cresciuta l’attenzione verso il valore dell’artigianato tradizionale. Sempre più persone riscoprono il fascino degli oggetti realizzati a mano e delle botteghe che conservano tecniche antiche. Tuttavia il futuro di questi mestieri rimane incerto. La trasmissione delle competenze richiede tempo, dedizione e nuove generazioni disposte a intraprendere percorsi professionali spesso impegnativi.
Torino, città che ha costruito gran parte della propria identità sulla capacità di innovare, conserva dunque anche una dimensione più silenziosa e preziosa. Nelle piccole botteghe disseminate tra il centro storico e alcuni quartieri meno turistici, gli artigiani continuano a lavorare con la stessa cura di un tempo. Sono presenze discrete, ma fondamentali, che contribuiscono a mantenere viva la memoria materiale della città.
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Noemi Gariano

C’è un momento della giornata in cui il Po sembra fermarsi. Succede verso sera, quando la luce scende dietro la collina e il fiume si colora di riflessi dorati, mentre le sagome dei ponti si allungano sull’acqua. Torino, spesso raccontata per le sue piazze eleganti e i viali ordinati, trova proprio qui una dimensione diversa, più intima e naturale. Il Po non è solo un corso d’acqua che attraversa la città: è una presenza costante, un luogo di incontro, di sport, di passeggiate e di storie che si intrecciano da generazioni.
Le barche storiche e la tradizione sul fiume
Tra le immagini più amate dai torinesi ci sono le due imbarcazioni storiche che solcano il Po durante la bella stagione: la Valentina e la Valentino. I loro nomi, quasi a voler incarnare lo spirito romantico della città, richiamano il Parco del Valentino e quel tratto di fiume che da sempre è sinonimo di tempo libero. Non sono semplici barche turistiche, ma un modo per riscoprire Torino da una prospettiva insolita, navigando lentamente tra i ponti e osservando le facciate dei palazzi riflesse nell’acqua. A bordo si respira un’atmosfera sospesa, fatta di racconti, di curiosità storiche e di quel silenzio interrotto solo dal rumore lieve del motore e dallo sciabordio contro lo scafo.
Il legame tra Torino e il Po affonda le radici lontano nel tempo. Le società remiere, i circoli storici e gli atleti che si allenano ogni giorno lungo le sponde raccontano una tradizione sportiva viva e sentita. Canottieri e vogatori trasformano il fiume in una palestra a cielo aperto, mentre i passanti si fermano a osservare le barche sottili che fendono l’acqua con movimenti sincronizzati.

Murazzi, passeggiate e vita all’aperto
Scendendo verso i Murazzi, il fiume cambia ancora volto. Le arcate che costeggiano l’acqua sono state per anni il cuore della movida torinese e, ancora oggi, rappresentano uno spazio che si reinventa tra locali, eventi e iniziative culturali. Camminare lungo il Po significa attraversare una Torino dinamica, dove studenti, famiglie e turisti condividono lo stesso panorama.
Il Parco del Valentino, con i suoi viali alberati e i prati che si aprono fino alla riva, è uno dei luoghi più frequentati nelle giornate di sole. Qui si viene per correre, andare in bicicletta, leggere un libro all’ombra o semplicemente per sedersi su una panchina a guardare il fiume scorrere. Poco distante, il Borgo Medievale aggiunge un tocco fiabesco al paesaggio, mentre la collina torinese, dall’altra parte, offre uno sfondo verde che cambia colore con le stagioni.

Mangiare e rilassarsi con vista sull’acqua
Il Po è anche un luogo dove fermarsi a tavola. Lungo le sue sponde si trovano ristoranti e locali che propongono aperitivi al tramonto, cene all’aperto e serate con musica dal vivo. Sedersi a pochi metri dall’acqua, con il rumore del fiume in sottofondo, regala una sensazione di evasione che sorprende chi pensa a Torino soltanto come città industriale o sabauda. In realtà, qui il rapporto con la natura è parte integrante dell’identità urbana.
Tra un giro in battello, una pedalata lungo la ciclabile e una cena affacciata sul fiume, il Po continua a essere uno dei luoghi più autentici della città. Non ha la monumentalità delle grandi piazze né la solennità dei palazzi storici, ma possiede qualcosa di più sottile e duraturo: la capacità di far rallentare il passo, di far sentire Torino meno frenetica e più vicina al ritmo dell’acqua che la attraversa da secoli.
Noemi Gariano




SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
La moda italiana nacque a Torino nel 1911 quando per la prima volta una donna indossò un paio di pantaloni di un sarto francese, subito suscitò incredulità e stupore ma con il tempo le persone iniziarono a prenderla d’esempio creandone nuovi modelli. Poco per volta nacque a Torino l’industria dell’abbigliamento. Dagli anni Trenta agli anni Sessanta Torino fu il polo industriale principale italiano per la produzione del tessile. Solo dagli anni Novanta in poi Milano diventò capitale della moda italiana.
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I BRAND INDIPENDENTI CHE SALVAGUARDANO IL PIANETA
Secondo numerose ricerche i torinesi si ispirano molto alle mode del momento e numerosi sono i brand indipendenti che sono nati proprio in questa città. Tra di essi il brand “Nasco Unico” di Andrea Francardo, un laboratorio artigianale dove le clienti possono scegliere come realizzare il loro capo direttamente nel laboratorio evitando così sprechi di produzione.
Un altro marchio è “Amma” di Luisella Zeppa che produce borse eco-sostenibili, con materiali naturali e lavorate con cura e maestria da tantissime generazioni.
Per chi ama invece i gioielli vi è il marchio “Raduni Ovali” realizzati con pietre preziose, ognuno unico nel suo genere grazie alle attente rifiniture a mano.
Moltissime sono le scelte dei brand e dei negozi, spesso le piccole realtà sono poco conosciute rispetto ai grandi marchi ma possono essere un’ottima occasione per indossare capi unici e con una particolare attenzione verso l’ambiente.
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COSA INDOSSARE IN BASE ALLE OCCASIONI
I grandi marchi di moda influenzano ogni anno il mercato con tessuti e colori diversi, ma per ottenere esattamente il risultato che si vuole ottenere quando indossiamo un capo non dobbiamo solo basarci sulla moda ma anche su delle precise regole di psicologia!
Secondo la scienza infatti indossare degli abiti rossi accellera il battito cardiaco di chi li porta e anche del suo interlocutore, che potrà tradurre quella sensazione in “voglia di fuggire” o “eccitazione”, questo vale soprattutto se la persona che indossa l’indumento è donna. Quindi se ad un primo appuntamento vogliamo fare colpo vestirci di rosso potrebbe essere una buona idea.
Se invece abbiamo un’occasione più formale, ad esempio lavorativa, il colore ideale è spesso il blu perché abbassa il battito cardiaco, rilassa e fa si che l’interlocutore si fidi maggiormente di noi. I politici sono spesso vestiti di blu proprio per questo motivo, Donald Trump per esempio ha il completo blu, la cravatta rossa che indica grinta e lotta e la camicia bianca che suggerisce chiarezza.
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COSA INDOSSARE CON PARSIMONIA
Vi sono poi dei colori che potrebbero non aiutarci a raggiungere il risultato sperato come il nero che suscita l’idea dell’oscuro, velato, misterioso e al contempo lussuoso.
Il bianco stimola in noi l’idea della pulizia ecco perché è molto usato nei camici da lavoro, è però un colore che non suscita emozioni, non è quindi adatto quando vogliamo creare un legame con l’altra persona.
Si occupa di colori anche l’armocromia ma in un accezione puramente estetica e non scientifica, molto utile quando il nostro obiettivo è quello di valorizzarci esteticamente.
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NOEMI GARIANO
