Racconti curiosità ed eventi. La musica al servizio della gente

L’amore disincantato

 
MUSIC TALES Stamane sceglievo i brani da presentare nel mio prossimo concerto; sono 29 anni che canto, canzoni ne conosco a valanghe ma ci sono quei brani che non mi stanco mai di interpretare. Sarà che io l’amore l’ho vissuto in parecchie delle sue sfaccettature, sarà che sono perennemente innamorata e perennemente illusa che quel principe, anche se un po’ sbiadito, possa esistere…non so per cosa mai ma Via con me è un brano che mi piace sempre, in tutti i suoi rifacimenti. Siamo negli anni ’80, e, a consacrare il successo del polistrumentista e cantautore Paolo Conte, fu una canzone su tutte, proprio Via Con me che venne registrata nello studio Format di Torino, e inserita in “Paris Milonga”, l’album che ha riscosso maggiori consensi tra il pubblico e la critica. Stiamo parlando di un brano caro al suo autore almeno quanto a chi l’ha consumato all’inverosimile per colonne sonore pubblicitarie, films italiani, inglesi americani o tedeschi; lo stesso Conte si meravigliò, in un’intervista, del successo di un brano all’apparenza molto semplice, ma dai contenuti importanti, a mio parere. Di una bellezza disarmante uno di quei brani che io definisco “descrittivo” poiché profumato, fatto di immagini evocative oltre che di suoni raffinatissimi.Vieni via con me” è un’invocazione d’amore, ma nello stesso tempo un invito al distacco. Dai luoghi e dalle persone del passato. Dai sentimenti ad essi legati. Dal grigiore dell’anima. L’introspezione nostalgica del pezzo, eseguito magistralmente al pianoforte, dopo la prima strofa  prende a muoversi su note dal sapore tetro. La voce di Conte si fa sempre più spigolosa e struggente, fino a rendere anche il testo profondamente enigmatico. La fuga verso una possibile felicità si rivela presto incerta, e il rischio di smarrirsi nell’oscurità rende tutto precario, debole, esposto ai cambiamenti emotivi. La scena si popola di altre presenze, minando ulteriormente la stabilità del viaggio iniziato in due. Ma il ritornello continua a reiterare un paradossale: “It’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderful”.Sul finire del brano, il senso di protezione dell’amato supera le insensatezze e le prove del destino. Vi invito ad ascoltarla anche nella versione di Chiara Civello, perchè è piacevolissima.
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Chiara De Carlo

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Music tales. La rubrica musicale

La profondità appartiene a chi conosce le profondità. A chi conserva le cicatrici come cartoline di posti lontani dove non tornare mai più. Quanto profondo possa essere un amore non ci è dato a sapere ma nel lontano 1977, qualcuno cercò di musicare un sentimento tanto forte all’interno dei baccanali disco di Saturday Night Fever….posto, quello, in cui un lentone d’atmosfera era assolutamente d’obbligo. D’altronde, prima ancora che per i ritmi sexy e per i loro inconfondibili falsetti, i Bee Gees erano famosi in tutto il mondo per le splendide ballate romantiche e per l’inconfondibile impasto vocale dei tre fratelli Gibb; doti messe in luce magistralmente in questa composizione How Deep Is Your Love, senz’altro una delle loro migliori del loro repertorio per quanto mi riguarda. Questo fu il primo singolo tratto dalla soundtrack del film ed andò a posizionarsi dritto e sicuro al numero 1, per ben 17 settimane, nella top ten aprendo la strada per il botto di Stayin’ Alive. E’ bene sapere che i Gibb l’avevano scritta per Yvonne Elliman ma, su insistenza di Robert Stigwood, manager nonché produttore del film, finirono per cantarla loro stessi. Vennero portati in tribunale qualche anno dopo, nel 1983, da un songwriter di Chicago che sosteneva gli avessero “rubato” la melodia del suo brano Let It End; nonostante un primo giudizio sfavorevole ai Bee Gees per un vizio di procedura, la sentenza venne rovesciata poco dopo. Una delle tante cover realizzate di questo brano, quella dei Take That del 1996 che fu anche l’ultimo singolo pubblicato dopo l’abbandono di Robbie Williams.
Conosco I tuoi occhi al sole del mattino
sento che mi tocchi sotto la pioggia torrenziale
e quando ti allontani da me
voglio sentirti ancora tra le mie braccia”
Dovreste rispolverarla…è un incanto
Chiara De Carlo

Chiara vi segnala i tre eventi da lei scelti per la settimana…mancare sarebbe un sacrilegio! Scrivete a musictales@libero.it se volete segnalare eventi o notizie musicali!

Music tales, la rubrica musicale

La ascoltavo ieri sera, mentre tornavo in auto, pensavo quanto valga una buona interpretazione, quanto contino la voce, l’intenzione, la motivazione ed il proprio sofferto, vissuto quando si tratta di un branoPerchè ci sono brani che tu scrivi, in cui credi e canti a modo tuo, ma poi, alla fine, non vengono recepiti dal pubblico come veramente ti eri aspettato. Questo puo’ far male ma capita, fa parte del gioco….ecco perchè arriva poi un signore, tale Tony del Monaco che nel febbraio del 1968 scrive un brano intitolato La voce del silenzio, in cui narra di una persona che vuole star da sola a pensare, ma nel silenzio troppe cose e troppi ricordi ritornano nella sua mente, nel pensare, si accorge che la persona che ha sempre amato non ha mai perso il posto nel suo cuore. Brano importante questo, nella discografia nazionale; L’edizione 1968 del Festival era la successiva di quella durante la quale si era suicidato Luigi Tenco, che aveva cambiato il modo di cantare di molti artisti, compreso Del Monaco. Il cantante nell’occasione fu abbinato alla statunitense Dionne Warwick, che fu snobbata dai media, ed anche la stessa canzone non ebbe molto successo nella manifestazione, classificandosi al 14º posto, ovvero ultima delle finaliste. Ma poi arrivò lei….una certa Anna Maria Mazzini, in arte Mina, che dona a quel brano, la notorietà che, prima, nessuno era mai riuscito a regalare. Il brano fu sulla bocca di molti interpreti, come Massimo Ranieri, Loretta Goggi, Orietta Berti, addirittura, per arrivare ai giorni nostri, da Dolcenera. Questo per dire che La musica aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori. Mi sento di dire che probabilmente Mina ci mise un anima che arrivò ai cuori meglio di ogni altro. L’anima fortunatamente ha un interprete, spesso inconsapevole, ma fedele: il cuore. Andate ad ascoltarla, vale la pena.
Chiara De Carlo

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Music Tales, la rubrica musicale

Nel 2016 incontro un ragazzo con un labbro un po’ così. Ho l’onore di seguirlo e di innamorarmi perdutamente di quel viso che mi ricorda le stars tormentate dei miei tempi; si vede dai suoi occhi che ha troppo da dire e che, forse, sette note non gli basteranno mai. Oggi decido di intervistarlo, perchè mi sento in dovere, nel giorno del mio compleanno, di regalarvi un pezzo di un cantautore che trovo strepitoso e che va assolutamente conosciuto. Lui è Diego Conti, chioma nera, occhi melanconici, labbro un po’ così.
D: Ciao Diego, in due parole la tua infanzia, quanto ha influito sulle scelte musicali fatte oggi?
R: Ero un bambino agitato, spericolato, senza il senso del rischio, ho cercato da subito la musica ma mi ha trovato prima lei. Led Zeppelin e Battisti, sono cresciuto così, in un centro storico di circa 400 abitanti con la voglia di sentire il mondo. Senza la mia chitarra e le mie fantasie sarei un uomo morto!


D: Attualmente sei sotto etichetta discografica. Quanto questo rende vantaggioso e quanto svantaggioso il tuo percorso musicale.
R: Attualmente sto lavorando alle nuove canzoni con Rusty Records (www.rustyrecords.nete Richveel (www.richveel.com), sono fortunato ad avere al mio fianco delle persone che ci credono. Io ci credo tantissimo!


D: Se tu fossi una canzone che canzone saresti?
R:Non ce la faccio ad essere una canzone sola, ma sicuramente una delle mie o Simpathy For The Devil degli Stones!!!


D: Del percorso musicale fatto fino ad ora, di cosa ti penti e di cosa vai invece molto fiero?
R: Ho vissuto tante esperienze in questi ultimi 5 anni, dai primi live milanesi, i primi singoli, al palco del Festival Show, l’avventura ad X Factor 10 con Arisa, fino alle collaborazioni come autore e chitarrista negli ultimi due album di Clementino. Detto così sembra tutto facile… Ma di cosa dovrei pentirmi? Questi ultimi 5 anni me li porto tutti nel sangue per sempre.


D: A X Factor mi dicesti che Torino per te ha un’importanza fondamentale, vorrei raccontassi ai nostri lettori in che termini.
R: Qualche anno fa ero a Torino per la prima volta, avevo tutto contro quel giorno. Erano le sette di mattina, mentre aspettavo il bus, non c’era nessuno per strada oltre a me e a qualche amico distratto. “Diego canta qualcosa!”, mi appoggio al muro con l’umore sotto i piedi tipico di quel periodo, pensando di suonare quella vecchia chitarra sgangherata non mia e subito dopo qualcuno mi butta 50 centesimi. Non so chi, un secondo dopo non c’era più, ma da quel giorno è cambiato tutto e la moneta la porto al polso.
Sono tornato a Torino circa 2 anni fa per le Home Visit di X Factor 10, dove ho cantato davanti a Patty Pravo, un sogno.


D: La canzone che avresti voluto scrivere…non tua naturalmente.
R: Avrei voluto scrivere You Are So Beautiful di Joe Cocker, perché ha un’eleganza e una bellezza che toccano le stelle più alte. Ma anche Siamo Solo Noi di Vasco, oppure Domani di Lucio Dalla o Paradise City dei Guns’n’Roses. Me ne vengono troppe in mente, mi fermo qua con l’elenco.


D:So che scrivi…la maggior parte dei tuoi brani nasce in che modo? Cosa davvero ti ispira più di ogni altra cosa?
R: Le mie canzoni non lo so come nascono, so solo che a volte le cerco senza mai trovarle e altre invece mi piombano addosso quasi a farmi male. Vengono fuori lontano dalla chitarra o qualsiasi altro strumento di solito, mi viene in mente la melodia ed il testo contemporaneamente, ho la memoria del cellulare intasata da memo vocali. Scrivo soltanto quando vivo emozioni forti, qualcosa che mi smuove dentro e che mi accende, non so il perché di questa esigenza sinceramente ma non posso farne a meno, è una droga seducente!


Questa estate ci aspetta una grande sorpresa…vi invito a seguirlo sui social.
Diego tanta fortuna per te e solo cose belle. Lo dissi nel 2016, oggi lo sostengo più che mai: sei nato per questo.
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Chiara De Carlo


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Music Tales, la rubrica musicale

Something in Common di Bobby Brown & Whitney Houston, ecco cosa ascoltavo stamane alle 10 mentre andavo ad un appuntamento. Siamo più vicini ai giorni nostri, si parla del 1993 e si tocca il contemporary R&B so che spesso mi fermo su questo genere, ma perchè lo amo e vorrei trasmettere questo amore anche a voi lettori. Andate ad ascoltarlo se potete.

Un brano, questo, che parla di comunanze, di appartenenza, di essere l’un l’altra, in un amore nato negli anni Zero, anni che prendono il largo come un bastione carico di principesse pop che rischiano di affogare, diciamo casualmente, ad ogni virata. Alcune con extension cosi salde da resistere alle peggiori percosse, a tutte le altre non resta che contare su tardivi e ripetuti pentimenti in pubblica piazza. Eccola Whitney, che sparisce per un po’, Whitney che il suo agente la dà viva e vegeta nel rehab più alla moda del momento, Whitney sempre pronta ad un ritorno ad una nuova vita ed a nuove ricadute.La sua vita pubblica ci ha fatto conoscere il suo entourage composto, fin dagli esordi, dai suoi familiari. Pensando a lei ci viene in mente l’acuto di I Will Always Love You, ma subito dopo pensiamo alle botte, a quegli occhi pesti ed alle labbra gonfie a firma Bobby Brown, suo marito. Bobby, un giovanotto con un’infanzia difficile, che un bel giorno si ritrova tra le mani la possibilità di lasciare la strada per attraccare in una delle prime boy band degli anni Ottanta. Quando nel 1989 incontra la bella voce nera ha già matrimoni e figli sparsi per il mondo, ma a Whitney, parliamoci chiaro, il suo passato non importa affatto. Arrivano al 1992 e la voce piu’ redditizia in circolazione ha fatto la sua scelta d’amore: Bobby. Poi i figli…ma a tutti è noto il comportamento non esattamente da gentleman di Brown ma nessuno sa dell’allergia al successo della moglie. Un susseguirsi di botte, denunce, maltrattamenti verbali, fisici che portano alla separazione ed alla ricaduta della bella Whitney che non troverà mai la felicità. Vi ho raccontato questa storia legata al brano che ho sentito per dirvi, anche se già lo sapete, che non tutto cio’ che brilla è sempre oro. L’infelicità è una cosa pericolosa, come il monossido di carbonio. Non ha odore, non ha gusto, è informe e incolore, ma avvelena lentamente. Si insinua in ogni poro della tua pelle fino a quando un giorno il tuo cuore smette di battere. 
Chiara De Carlo


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