SOMMARIO: Il governo Meloni – Il Campo Largo – Alfredo Covelli – La Fondazione Einaudi di Roma – Lettere

Il governo Meloni
Il governo ha deciso di andare avanti fino alla fine della legislatura, forse perché si è reso conto di un lavoro svolto scarso e comunque non terminato. L’abolizione parziale del bollo auto non basta per poter dire che si tratta di un governo liberale. Sarebbe utile un rimpasto di governo, escludendo i ministri non all’altezza. Con una compagine più qualificata il governo potrà non semplicemente tirare avanti, ma affrontare i problemi sempre più difficili che si presentano.

Il problema interno più incandescente è quello della sicurezza e dell’immigrazione. Il problema più grave di politica estera è la scheggia impazzita di Trump a cui forse sarebbe il caso che in America decretassero l’impeachment. La senilità è una brutta bestia, se poi è propria di un uomo autoritario e privo di cultura di governo, il mondo rischia di esplodere.
Il Campo largo
Appare sempre più conflittuale perché la politica estera divide gli alleati e perché non c’è un leader condiviso. Il Prodi del 2027 non c’è e non c’è più neppure la Margherita che è stata fagocitata dal pds. Bersani è tornato il leader con cui farsi fotografare al festival dell’Unità e Boccaccini si è improvvisamente accorto di essere un leader, mentre in realtà è al massimo un sergente maggiore di fureria. Stanno ascoltando Bersani come fosse un santone e lui si crede rinato a nuova vita. Così l’alternativa non decolla, considerando che non tutti accettano Renzi, ammesso che riesca ancora a portare voti. Chi si trova meglio è Conte, ma anche lui dovrà fare i conti con Grillo, se non con Dibattista risanato a Cuba.
Tutte queste considerazioni mi portano a ribadire che la classe politica nel suo complesso non è all’altezza del momento storico che stiamo vivendo. È anche i commentatori politici sono troppo di parte anche alle Tv di Berlusconi, aperte al baffetto-nazi Labate e alla Berlinguer. Resta Porro, ma è quasi uno contro tutti.
La Fondazione Einaudi di Roma
In passato collaborai con la Fondazione Einaudi di Roma quando la presiedevano Badini Confalonieri e Zanone. Oggi dopo l’acquisto non andato a buon fine di Berlusconi, adesso la Fondazione è in mano ad un avvocato di provincia di nome Benedetto che la dirige come essa fosse un partito. Il fine della cultura è quasi invisibile. Sono pasticcioni che vantano sedi decentrate che sono più sulla carta che nella realtà. È la Fondazione Einaudi esclusa dalle celebrazioni einaudiane del 24. Qual è la sua vera funzione se escludiamo le finalità palesemente politiche di Benedetto?
Alfredo Covelli
Hanno intitolato a Bonito (suo paese natale) e Benevento vie ad Alfredo Covelli, fondatore del PNM, il Partito di “Stella e Corona”. Un’attenzione giunta in ritardo. Covelli fu un gentiluomo della politica, un idealista che alzò la bandiera sabauda caduta nella polvere dopo il referendum del giugno 46? Guidò un partito che giunse nel 1953 ad avere 40 deputati. La disgrazia del PNM fu l’armatore Lauro, divenuto sindaco di Napoli, un affarista senza scrupoli che scisse il Partito nel 1954 per fare un piacere alla Dc. Malgrado la riunificazione, i monarchici incominciarono a perdere voti già nel 1960. Covelli cavalcò l’idea di una grande destra che si rivelò impossibile.
Finì nel 1972 di sciogliere il Partito dentro il MSI. Nel 76 prese atto della fusione a freddo del tutto antistorica e aderì ad un gruppo chiamato Democrazia Nazionale che non ebbe voti né seggi, nel quale erano confluiti tanti ex missini. Covelli fu un capo morale dei monarchici che non riuscirono mai a determinare una vera politica. Un partito realista in Italia poteva vivere quasi solo di nostalgie. Non ebbe una classe dirigente valida in particolare al Nord. L’unica personalità che io ricordi, capace e lucida, fu Domenico Giglio. Anche nei gruppi parlamentari non emersero personalità significative. Covelli tenne duro finché gli fu possibile. Era comunque un cavaliere dell’ideale. E ricordo che si espresse a favore del ramo Savoia-Aosta non per questioni dinastiche, ma riconoscendo la validità dei principi di quel ramo della Casa.
LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
Il principe Emanuele Filiberto scrittore
Emanuele Filiberto sta mietendo successi con un libretto di poco conto sulla nonna che non dice nulla di nuovo. A Racconigi davanti al Castello ha radunato una piccola folla. Scrivere un libro è oggi quasi alla portata di tutti, ma scrivere un libro destinato a durare è altra cosa. E il principe non ha la cultura storica per scrivere, forse non possiede neppure una adeguata padronanza dell’Italiano scritto. Si fa intervistare da giornalisti amici, non affronta mai un dibattito pubblico con i lettori. Cosa ne pensa? Filippo Ardizzi
Ho dato un’occhiata al libro e non mi pare un gran che perché ignora gli storici che andavo consultati: Artieri, Bolla, Bergamini, tanto per citarne tre. È un piccolo memoir famigliare senza possedere le qualità letterarie necessarie al memoir. È, in sintesi, un libro estivo da spiaggia. Oggi in Italia ci sono più scrittori che lettori. C’è posto anche per il Principe in questa Repubblica delle lettere che non ha più scrittori con la S maiuscola.
Bersaglieri ad Albenga
Sono un suo fedele lettore di Villanova di Albenga che l’ha sentita tante volte parlare in Riviera davanti a pubblici numerosi e qualificati. Perché non parteciperà il 20 settembre al raduno dei Bersaglieri che lei ha tenuto a battesimo per tanti anni? Vedo invece che imperversa un vecchio professore di scuola media, comunista di stretta osservanza, che ogni settimana fa la sua sparata. Intendo il prof. Moscardini. Per fortuna che leggo i suoi articoli.

Io sono stato ammalato per due anni e ho dovuto scegliere solo gli inviti più importanti perché i miei ritmi vitali sono cambiati. Lascio a lei le valutazioni che ha scritto. A Moscardini, se non ricordo male, consegnai anche un premio che non gli ridarei perché è rimasto un dogmatico comunista.

Il Nazionalismo è una concezione sbagliata di Nazione. Per troppo tempo molti hanno ridotto tutto a Paese, mentre l’idea di Nazione è ben altro. Ma andare oltre nel concepire presunte superiorità nazionali è proprio dei fascismi e può condurre alla guerra. Chi riscopre la retorica del Ventennio in un clima normale sarebbe ridicolo, ma oggi può essere una minaccia. Ogni estremismo va combattuto sul piano delle idee e vinto sul terreno del voto. Basta alle crociate e anti crociate che ricacciano l’Italia indietro nella storia di un passato negativo.


LETTERE 





Mi domando se non sia il caso che il mondo dell’informazione non debba autonomamente scegliere una riduzione drastica di notizie che magari fanno vendere più copie, ma sono diseducative nei confronti non solo dei giovani. Questo sguazzare esagerato su troppi episodi descritti in tutti i particolari posso indurre ad un’emulazione assai pericolosa. Anzi l’emulazione ha già contagiato delle persone fragili che andrebbero tutelate.










Generali e governo
Nella storia d’Italia spicca il generale Luigi Pelloux, presidente del Consiglio che usò le armi contro i cittadini e tentò la svolta reazionaria di fine ‘800. Nel ‘900 spicca il maresciallo Badoglio (nella foto di copertina) responsabile della rotta di Caporetto e capo del governo dopo Mussolini che dal luglio a settembre 1943 dimostrò tutta la sua incompetenza politica. Non è solo in Italia che i generali in politica falliscono come Birindelli e prima di lui De Lorenzo. Pensiamo ai colonnelli greci e ai generali argentini, per non parlare del generalissimo Franco che fu un dittatore, non uno stupido. Stiamo attenti alle semplificazioni manichee e alle battute pronunciate come fossero cose serie. La democrazia va tutelata. E’ il primo bene della nostra vita.
Fu un evento indimenticabile; da allora a volte ci siamo tenuti in contatto in più occasioni col telefono e una volta, di recente, ci incontrammo di persona. Era interessato ad incontrare il principe Aimone d’Aosta che doveva venire al Lions di Torino nei giardini di Palazzo Reale per una mia conferenza sul Ramo Savoia – Aosta. Mi chiese notizie del prossimo ricordo della Regina Maria Vittoria, moglie del primo Duca d’Aosta e Re di Spagna. Parlando mi disse “Fa bene a ricordare i Savoia Aosta perché è l’ultima nostra speranza“. Disse anche altro che in questa occasione evito di scrivere. Fu un uomo lineare e intransigente che si interessò anche al ritorno in Italia degli ultimi reali che avrebbe voluto veder sepolti a Racconigi, un’idea non priva di interesse.


Pensiamo a due luoghi liguri vicini: Alassio e Albenga. Alassio è una città, Albenga un paesone che non sa valorizzare neppure il suo centro storico. Il primo ha alberghi di rango, il secondo ha campeggi quasi senza alberghi. L’eleganza è ad Alassio, i pacchiani con la canottiera alla Bossi si danno appuntamento ad Albenga e giocano con le fionde, non sapendo che sono armi di offesa e anche di morte.



Il 18 agosto 1946 – ottant’anni fa – sulla spiaggia di Vergarolla, a Pola, ci fu una strage terroristica con oltre cento morti italiani, rimasta impunita. Pola era ancora italiana, ma era sotto il controllo inglese. Malgrado le indagini, i veri responsabili – i partigiani comunisti di Tito – non vennero mai individuati. Col Trattato di pace del 1947 Pola venne annessa alla Jugoslavia, malgrado fosse un’enclave di oltre 20 mila Italiani.



Si comprava italiano perché una 164 Alfa era il meglio sul mercato. Parola di chi la comprò e si trovò meglio che sulla BMW. Ma il dissidio con l’arrogante Romiti costrinse Ghidella a lasciare con stile il suo posto. Si ritirò senza polemiche. Con l’esclusione di Ghidella, la Fiat tornò in crisi e non bastò neppure Marchionne a salvarla. Poi il resto lo fece il cavaliere del lavoro Elkann.
