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Zanone il liberale corazzato di cultura

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il prof. Quaglieni

Dieci anni fa moriva Valerio Zanone leader della sinistra liberale, parlamentare, ministro, segretario del PLI, cofondatore con Rutelli della Margherita. Dieci anni sono pochi per dare un giudizio storico, ma sono sufficienti per non celebrare in coro delle Messe cantate come sembrerebbe accadere. Dieci anni fa io scrissi un ricordo di Zanone che ripercorre il nostro lungo rapporto e che costituisce la base per il capitolo su  di lui del mio libro ”Grand’Italia“ intitolato “Il politico corazzato di cultura”, riprendendo una definizione che Mario Soldati aveva riservato a Spadolini. Ho riletto quel capitolo e potrei confermare quasi tutto di quanto ho scritto, malgrado si possa cogliere qua e là una certa commozione per la sua morte avvenuta nel 2015 . In quel libro riportai una  sua lettera in cui tra l’altro scrisse quanto segue:  “C’è attorno a noi un mondo che muore: nelle persone, nelle formazioni sociali, nell’appartenenza di ceti e forse anche nelle idee. Ne nasce un altro”. Zanone era già gravemente ammalato e forse fu travolto dalla lucida tristezza che ci prende in certe occasioni della vita, anche se cercava di guardare ad un nuovo mondo che non ha visto e che appare totalmente devastato dalla violenza, dalla guerra, dalla brutalità e dall’uso della forza come alternativa alla politica. Per uno come Zanone che fece più volentieri il ministro dell’Ecologia che della Difesa, si troverebbe oggi quasi novantenne del tutto spaesato. Aveva colto la fine del mondo liberale dove era entrato nel 1955, l’anno in cui Pannunzio usciva dal Partito liberale. Un fatto che fu spesso motivo di amichevole discussione tra noi. Io non fui iscritto al Pli durante la sua segreteria e la sua leadership. Dal partito liberale uscii giovane universitario così come ero entrato quando ero ancora in liceo. E non rientrai più nel partito, malgrado gli inviti in più occasioni di Valerio a candidarmi alle elezioni.

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Mi bastò quell’esperienza che, se  non mi fossi dimesso, avrebbe potuto portare alla mia espulsione per aver scritto una lettera ad un giornale. Il PLI di Zanone era certo più liberale, ma non volli più sottopormi alla prova giovanile.  Collaborammo insieme in tante occasioni e votai anche spesso per lui, non fosse altro perché  Giorgio La Malfa era invotabile. Zanone partecipò come relatore a tante iniziative del Centro “Pannunzio” e scrisse anche articoli per la rivista del Centro. Tra di noi ci fu un’amicizia sincera che venne un po’ offuscata dal fatto che per il centenario di Pannunzio diede la sua adesione ad un comitato che naufragò miseramente e che era ad alta densità massonica.  Zanone aveva aderito alla Massoneria e mantenne dei rapporti con essa. Ma fu questione di pochi mesi. Quando morì il presidente Vittorio Chiusano fui tra i sostenitori della sua presidenza della Fondazione “Burzio” che con lui fu aperta a tutti salvo che ai liberali. Può sembrare un assurdo, ma lui era più aperto alla sinistra illiberale forse anche perché lontanissimo dal liberalismo conservatore di Burzio. Come Sindaco non ebbe modo di esercitare il suo mandato adeguatamente perché la maggioranza che lo sosteneva era inquieta. Preferì interrompere la sindacatura per tornare deputato: fu un errore politico che gli costò molto caro. Fu un fiero oppositore di Berlusconi, ma non aderì mai al PD che gli avrebbe forse garantito un altro mandato parlamentare. Era ben consapevole che ai laici e ai liberali la casa degli ex comunisti e degli ex cattolici di sinistra era inospitale. La passione politica ha impedito all’uomo di cultura di lasciare opere destinate a restare , la sua algida intellettualità non gli ha mai permesso di diventare un leader amato
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Zanone ha cercato di rianimare il liberalismo italiano , superando l’ ostilità verso i socialisti, ottenne il ritorno al governo, ma in realtà nessun ministro liberale riuscì a contare. Il Pri di Spadolini, forse anche per il prestigio di Ugo La Malfa e di Bruno Visentini, riuscì a contare di più. Poi arrivò Tangentopoli e il PLI crollò in modo ignominioso. Si racconta che l’archivio del partito rimase gran tempo abbandonato sui pavimenti di via Frattina perché i sequestri giudiziari avevano pignorato i mobili entro i quali era conservato. Zanone era una persona onesta e non venne lambito da accuse, come invece capitò ad Altissimo e ad altri. I dirigenti del PLI abbandonarono il bastimento che stava affondando prima ancora dei topi. Zanone che non era da tempo più segretario o ministro, ma semplice deputato cercò di tenere unito ciò che restava del PLI, ma il ciclone Tangentopoli e l’irruzione di Berlusconi nel ‘94 finirono di impedire una rinascita. Resta però una grande e nobile eredità che Zanone ha saputo difendere e mantenere, quella di un liberalismo piemontese a metà strada tra Giolitti, Einaudi e Soleri, che rappresenta, dopo Cavour, la  sua stagione migliore. Senza retorica e quasi senza passione, lucidamente e a volte freddamente, Valerio è stato un autentico liberale. Solo Piero Ostellino ha avuto orizzonti più aperti e coerenza più convincente. L’uomo di cultura e giornalista Ostellino ha in qualche modo superato il politico colto Zanone. Erano nati politicamente e cresciuti insieme a Torino.
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Zanone cercò anche di recuperare all’album liberale novecentesco Piero Gobetti che fu un liberale atipico, anzi eretico. Giustamente Zanone diceva che i liberali non hanno Bibbie e quindi tra i liberali non ci sono eretici. Giusta osservazione, a cui a volte opponevo, nelle nostre chiacchierate, il fatto che la “Rivoluzione liberale“ gobettiana era un ossimoro e che il rapporto con Gramsci fini’ di prevalere sul liberalismo del giovane intellettuale torinese che vide come liberale anche la rivoluzione bolscevica. Zanone desisteva dal sostenere il liberalismo di Gobetti, quando io gli obiettavo che l’ossimoro  era così confuso da venir ripreso anche da Berlusconi. Dopo di che conveniva con me che Gobetti sarebbe stato destinato a diventare un grande editore europeo, se la morte non l’avesse colto a Parigi venticinquenne. E la discussione cambiava argomento ,magari passando al Risorgimento, a Cavour e al laicismo. Valerio era un sostenitore del laicismo, io della laicità, poi in nome della tolleranza liberale, ricomponevamo il dissenso andando a bere qualcosa insieme.

La strage di capodanno

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

L’incendio nella discoteca svizzera di Crans Montana è una tragedia umana terribile, un inizio d’anno che deve far riflettere. Io non dimentico l’incendio al cinema Statuto di Torino del 1982: una strage che ha provocato una tardiva consapevolezza dei pericoli d’incendio e anche della sicurezza preventiva che mancava quasi totalmente. Addirittura le uscite di sicurezza erano chiuse per impedire ai portoghesi di entrare gratis al cinema. Dopo quell’incendio in Italia ci fu una svolta; intervenne anche la magistratura. Una discoteca fuori norma in una via vicino a piazza Solferino a Torino venne chiusa in modo definitivo dopo la strage dello Statuto. Leggendo gli articoli e vedendo i servizi televisivi sul dramma svizzero, appare una quasi totale mancanza di sicurezza che in un paese come la Svizzera sembrerebbe impensabile. L’idea che noi abbiamo e’ infatti quella di un paese felice , ordinato e sicuro in cui la sventatezza mediterranea è bandita a priori. La discoteca che ha preso fuoco appare invece priva totalmente di sicurezza: niente estintori,  niente buttafuori, niente direttore di sala che era assente e lontani. Non si può liquidare la tragedia come una fatalità. Ma anche l’uso “di candele” incendiarie all’interno di un locale chiuso rivela una leggerezza incredibile che andava vietata.  Io ricordo che il rarissimo uso di “fusette” di piccole dimensioni avveniva sempre all’aperto nel giardino della nostra villa di campagna . Eravamo bambini,  ma i nostri genitori ci dicevano dei pericoli di tali piccoli “ordigni” . E’ vero che i botti di Capodanno hanno provocato in Italia anche quest’anno gravi danni con feriti e un morto. Malgrado i sequestri e gli avvertimenti pubblici anche in televisione, c’è gente che continua in modo irresponsabile a “festeggiare” , mettendo in pericolo la vita propria e degli altri. È ‘ evidente che la prevenzione in Svizzera in questo caso è del tutto mancata, ma credo che vada anche messo in evidenza il modo di festeggiare a dir poco privo di adeguata responsabilità. E si tratta di una gioventù dorata che può permettersi vacanze invernali in luoghi di lusso e che appare acculturata, fermo restando che i clienti dovevano godere di locali sicuri. Tutto il rispetto e una preghiera per i morti e ogni augurio per i feriti , ma qualche riflessione va fatta anche sul modo di far festa a Capodanno. Spiace parlarne, ma putroppo è così, Anche l’eccessivo affollamento al disopra della capienza consentita ha determinato il disastro. Divertirsi con responsabilità senza fare abuso di alcolici dovrebbe una regola di vita. Ma putroppo non è così.  Sentirsi liberi a Capodanno di festeggiare in quasi assoluta libertà e’un’idea seducente, ma foriera di pericoli.Anche la scuola dovrebbe fare la sua parte perché il divertimento è anche parte dell’educazione civica.

(Foto da la Repubblica)

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Con il referendum non si scherza – La regina Margherita – Decadenza a Vienna e a Venezia per Capodanno – Lettere

Con il referendum non si scherza
Nella storia dei referendum dal 1974 in poi abbiamo avuto pagine negative che hanno svuotato il significato referendario come i quesiti proposti da Landini disertati dalla netta maggioranza degli italiani. Il referendum sulla Magistratura ha già ottenuto l’approvazione  della Cassazione e adesso c’è chi ha egualmente iniziato a raccogliere le  firme come se non ci fossero già le condizioni giuridiche per fissarne la data.
Si tratta di gruppi chiaramente propensi al No che vogliono creare confusione e dilatare i tempi per la convocazione referendaria, sperando di recuperare consensi. Questa è una manovra sinistra che va denunciata come un attacco sleale al referendum da parte di chi teme di perderlo (e lo perderà) e vuole menare il can per l’aia. Non era mai capitato nella storia repubblicana un qualcosa di simile. Chi ricorre a questi mezzucci per allungare i tempi rivela irresponsabilità e non rispetto per uno strumento di democrazia come il referendum  nella speranza di difendere privilegi corporativi inammissibili in una democrazia repubblicana e liberale.
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La regina Margherita
La scrittrice Bruna Bertolo farà uscire il giorno 4 gennaio un suo libro dedicato alla Regina Margherita di cui si ricorda il centenario della morte a Bordighera dove verrà fatta celebrare una Messa  e verrà reso omaggio al  suo bel monumento di fronte al mare di Sant’Ampelio. L’amico Gen. Cravarezza organizzò alla Biblioteca nazionale di Torino una mostra della sua ricchissima biblioteca. A Stupinigi dove visse da regina Madre, verranno aperti i suoi appartamenti per iniziativa dell’associazione internazionale “Regina Elena”. Penso che vada messa in evidenza la capacità di intrattenere rapporti con la cultura e i letterati. L’esempio più significativo  è la relazione con Carducci che scrisse la famosa ode in suo onore.
Fu l’unica Savoia a comprendere l’importanza di stabilire un consenso con il mondo intellettuale che ebbero Maria Jose’ e Umberto II. La stirpe guerriera dei Savoia, salvo Carlo Alberto, era refrattaria alla cultura. Non va per altro  sottaciuto lo spirito reazionario della regina che fu consenziente con il re buono di fronte alle cannonate di Bava Beccaris a Milano e alla svolta involutiva di fine ‘800 che costò la vita a Umberto I, vittima di un attentato anarchico. Ma va anche ricordata la sua aperta simpatia per il nascente fascismo. I quadrumviri si recarono a Bordighera ad omaggiare la regina prima della Marcia su Roma . Essa ebbe una parte nel convincere il figlio Vittorio Emanuele lll nel cedere il 28 ottobre 1922 all’eversione che il ministro della Guerra  Soleri avrebbe voluto stroncare con lo stato d’assedio della Capitale. Fino alla sua morte ebbe un ottimo rapporto con il regime e con Mussolini. Pur vivendo appartata, ebbe un ruolo come regina madre, molto lontano da quello della regina Elena che non si occupò mai di politica e fu esemplare nell’assistere poveri e malati e nell’accorrere in soccorso ai terremotati di Messina  e nell’aprire
nell’aprire il Quirinale ai feriti durante la Grande Guerra. Sarà sicuramente ricordata anche a Gressoney dove amava trascorrere le estati, grande appassionata della montagna valdostana. Fu la prima regina d’Italia e va ricordata nelle sue luci e nelle sue ombre come impone la storia, senza indulgere agli oblii faziosi e alle mitizzazioni infondate.
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Decadenza a Vienna e a Venezia per Capodanno
In passato avevo assistito  di persona ai due concerti di Capodanno di Vienna e di Venezia. Il primo gennaio  ho assistito in Tv ad ambedue i concerti  che non sono più così attrattivi sotto il profilo musicale, almeno per i miei gusti di allievo, distratto dallo studio della storia,  di  Massimo Mila che, per altro, non era un grande musicologo, come rivela oggi  il silenzio attorno al suo nome.   Il pubblico non è più lo stesso e l’eleganza tipica di Capodanno ha ceduto il posto ad abbigliamenti che sono rimasti adeguati solo nel pubblico femminile che non rinuncia all’eleganza. E’ balzato all’occhio il maestro direttore d’orchestra di Vienna con un frac blu e un fermaglio femminile al posto del papillon e ovviamente l’immancabile orecchino oggi tanto  di moda. Aveva anche le unghie dipinte di smalto. Il pubblico maschile che indossava lo smoking era minoritario, il frac quasi inesistente. Non si è arrivati ancora ai jeans del Regio di Torino  dove si protestava per i funerali solenni di Berlusconi, ma basta attendere e ci arriveremo anche a Venezia. Ci sono luoghi che non possono essere lambiti  dalla casualità del vestire. La musica proposta a Vienna resta la più adatta al Capodanno, mentre quella della Fenice è meno conforme alla festività: un Mascagni accompagnato da un balletto in mutande è il punto più basso a cui si è giunti. Per equilibrare la delusione, se fossi stato a Venezia, sarei andato a cenare al “ Bacareto“, vicinissimo alla “Fenice”,  che non tradisce mai e  non impone dress code. Io il 31 dicembre sono andato ad un ottimo cenone in un rinomato ristorante di Alassio dove il Sindaco ha organizzato un Capodanno con i fiocchi. Ho notato tra gli avventori molti senza cravatta e con  pullover, mentre le signore erano eleganti. Due erano in jeans e maglietta. Solo il commendator Gravellone, grande impresario del Ponente e chi scrive avevano un abito scuro come sarebbe d’obbligo, dress code a parte. Vestirsi in modo elegante a Capodanno è  infatti anche un piacere che è andato quasi totalmente perduto. Peccato. Io ricordo un  grande e storico hotel di San Remo che imponeva ai clienti la giacca per entrare al ristorante anche in piena estate; nessuno, allora, aveva l’ardire di presentarsi in modo non conforme a quella che era considerata semplice educazione. Il 31 dicembre Gravellone ed io con il nostro gessato ci siamo sentiti fuori posto.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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La compagna del principe
Adriana Ambascal è la nuova compagna messicana del principe Emanuele Filiberto di Savoia. Ho letto sui giornali le sue dichiarazioni contro il principe che non vuole regolarizzare la situazione con un divorzio dalla moglie. L’Ambascal dice che “da cattolica non può stare con uomo sposato.” Il principe si è messo davvero in pessime acque perché la sua immagine è compromessa.  Giuseppina Zai
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Non seguo le cronache mondane e a me le vicende private di Emanuele Filiberto non interessano. Come anche le vicende pubbliche un cui è impegnato,  anche se – non va dimenticato – raccoglie dei cospicui  fondi per la beneficienza. Vorrei tuttavia  correggere la signora Ambascal che ritiene che da cattolica basti il divorzio per regolarizzare un rapporto. I cattolici non dovrebbero accettare il divorzio, ma forse anche  questo è uno dei pilastri del Cattolicesimo  caduti nel dimenticatoio.
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Vanchiglia blindata
Abito a Vanchiglia quartiere che amo, diventato anch’esso insicuro per la delinquenza e la mala movida. L’insicurezza era anche generata da Askatasuna e le sue guerriglie. Oggi la zona “blindata” è tornata sicura. Grazie alle Forze dell’Ordine che presidiano il territorio a tutela dei cittadini onesti. In Valle di Susa i presidi non sono serviti a tutelare gli impianti e i lavori dalla guerriglia continua.  Gina Groppi Filippi
In parte concordo con lei perché l’evacuazione  del centro sociale è stato un bene per tutta la  città. Esso non è un bene comune,  mi permetta il bisticcio di parole, ma una calamità sociale.  Temo però che la blindatura di parte di Vanchiglia possa creare anche problemi a residenti e negozianti. Questo  appare un dato  oggettivo. Il giorno di Natale ho fatto avere in anonimato un dolce  pensiero ai poliziotti in servizio  per testimoniare la mia vicinanza e la mia solidarietà con il loro difficile e prezioso lavoro. Ancora la sera di Capodanno quattro carabinieri sono stati feriti dai baldi giovani antagonisti  che festeggiavano …Basterebbe questo per capire la situazione in cui ci troviamo e che esige fermezza e non compromessi

Maduro, Trump, la democrazia

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

L’attacco, sia pure minacciato più volte, al Venezuela da parte di Trump non è accettabile agli occhi di un democratico liberale. Maduro è un dittatore che vive di narcottaffico.  E’ un politico indifendibile e pericoloso. Ma il modo in cui l’attacco e’ stato realizzato non ha precedenti ed appare un qualcosa di estraneo alla storia degli USA, più putiniano che americano. Certamente in Venezuela vivono molti italiani emigrati e quindi la prudenza è d’obbligo per il governo italiano. Il diritto internazionale è stato violato da Trump, ma Maduro non è certo un esempio democratico, ma è un dittatore sanguinario.  I modi usati sono censurabili, ma la rimozione di Maduro è una buona notizia.  Il manicheismo non consente mai un giudizio equilibrato. L’esempio del Venezuela dimostra un clima internazionale tossico. Che Putin condanni Trump suscita gelida e drammatica ilarità. L’aggressore dell’Ucraina non può parlare con un minimo di credibilità. Resta il vecchio problema dell’impossibilità di esportare la democrazia. Già Guicciardini aveva colto che i sistemi politici non possono essere trasferiti da un paese all’altro. Solo le dittature possono essere imposte con la forza perché la violenza delle armi può imporre con il terrore un regime autoritario. L’intervento “chirurgico” di Trump ha deposto Maduro, ma il passaggio alla democrazia è un’ altra cosa.

Addio BB, donna simbolo di libertà di costumi e di pensiero

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Chi appartiene alla mia generazione non può non sentire una seduzione speciale, direi unica, per Brigitte Bardot che Mario Soldati mi fece conoscere a Cannes in occasione di un festival. La stessa Saint – Tropez mi ha sempre attratto molto perché attorno a quel luogo aleggiava il mito della Bardot. Quando ci andai in vacanza in uno dei migliori hotel fui deluso perché ciò che rappresentava la Bardot si riduceva ad una borsa di lusso. La spiaggia dell’hotel, lungi dal far pensare a BB era piena di vecchie signore, alcune in topless, che l’età sconsigliava: un qualcosa di decadente e di brutto che metteva tristezza. La Bardot l’aveva ben capito che l’amore, il sesso sfrenato, la frenesia dell’estate e del mare appartenevano solo ai giovani, come in Boccaccio. Infatti si era ritirata presto dal cinema dedicandosi all’impegno generoso a favore degli animali, tema del tutto trascurato, che mostrava la sua sensibilità di donna.
E’ stata anche una francese esemplare che amò la Patrie che seppe ricambiarla. Rappresentò la Marianna in un francobollo. Non fu una femminista arrabbiata , anzi prese le distanze dalla demagogia dei consensi preventivi e burocratici in una materia tanto delicata e imprevedibile come l’amore. In un caso delicato e scabroso come quello di Depardieu, condannato per violenza sessuale disse che “il femminismo non era il suo genere” . La sua è stata una vita piena che non si è limitata ad inseguire il successo. Non ho titoli per parlare di lei come attrice. Leggerò con interesse cosa scriveranno i critici anche se quelli italiani non li amo. Ho letto una dichiarazione della Biennale di Venezia in cui giustamente si evidenzia il merito di aver messo in discussione gli stereotipi sulla donna. E’ stata davvero un simbolo di libertà di costumi e di pensiero, senza mai cedere alle ideologie così presenti nella cultura francese novecentesca da Sartre a Simone de Bouvoir. BB è passata indenne ed ha saputo essere sempre se stessa: una donna che è diventata un’icona, andando  oltre il suo ruolo di attrice di grande successo.

Malgrado tutto Buon Natale!

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Questo è un Natale speciale, messo in mezzo  a due guerre e due abortiti tentativi di pace. I pacifisti stanno dalla parte di chi fomenta la guerra e riempiono le strade di proteste e di violenza. Gli Angeli si asterranno dallo scendere sulla grotta di Betlemme e staranno nell’alto dei cieli. Chi dovrebbe stare dalla parte della pace sostiene per ignoranza che la forza difende la pace. La forza è parola di difficile definizione. E’  una lettura bignamesca di Machiavelli, priva di qualsivoglia caratura storica e intellettuale perché a tutelare la pace è la buona politica che non c’è più perché è affidata ad improvvisatori, magari dotati  di grossa o minima  corporatura, ma molto carenti di intelligenza politica. La democrazia è in crisi perché mancano i politici e quasi tutto è affidato alle  mani sbagliate di chi non legge, non studia, non conosce, non sa neppure parlare con correttezza sintattica e grammaticale. Il mio vecchio amico Gallino metteva già in luce anni fa che, quando la filosofia teoretica è latitante, anche il normale ragionamento ne risente. Stiamo perdendo il senso della storia e della politica e la pace dipende soprattutto da queste due componenti diventate molto rare. Anche una visione cristiana della vita è in crisi: le banalizzazioni populistiche di Papa Francesco hanno dato un contributo non indifferente ad un laicismo scristianizzante. Tornando al tema di questi giorni, vi confido cosa ho deciso. Per gli eventuali pro Pal, in realtà antisemiti persi, e i filoputiniani ho fatto una scelta molto semplice: ho allentato i rapporti con loro  fino  al punto da renderli inesistenti. Tentare di aprire gli occhi ai sempliciotti  e ai fanatici è impresa troppo onerosa, se non impossibile. Non leggo più le cose che scrivono e che   non meritano neppure mezzo minuto di attenzione. A Torino ci siamo per ora liberati della mina vagante tra il capoluogo e la Valle di Susa. Ho notato che ci sono potenziali facinorosi sostenitori per ora verbali del centro sociale che fa della violenza e del vandalismo la sua  unica ragione di vita. Troppi si sono rivelati a favore di Askatasuna. Anche qui farò lo stesso: chiudere ogni possibile futuro  rapporto. Con gli intolleranti, insegnava Popper,  si deve essere intolleranti. Io aggiungo che con i sostenitori a parole degli intolleranti bisogna essere intollerantissimi. Bisogna partire da certi professori che non possono imitare Toni Negri senza pagare il dazio. E  da certe professoresse indegne di salire in cattedra, sia pure  di scuole medie. Tra i vili sostenitori, magari sottovoce, dei violenti, paradossalmente, preferisco i violenti che offrono il petto agli idranti della polizia, che purtroppo  non riescono a raffreddare le teste calde portate  a delinquere. Certe teste sarebbe interessante sottoporle a Lombroso come se dovessimo fare un gioco perché esse non hanno nessun valore e nessuna utilità. E’ un brutto Natale, ma rifiuto la menzogna dei bottegai che attribuiscono la colpa di un Natale agitato alla Polizia e non al centro sociale che da trent’anni sconvolge la vita pacifica dei torinesi e dei valsusini. Speriamo che a Natale e Santo Stefano facciano tutti festa, astenendosi dai pensieri e dalle azioni abituali. Chissà che possano  recuperare  un po’ di responsabilità. Sarebbe un ottimo risultato che contribuirebbe ad una migliore  convivenza civile.
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Nella foto, la scritta apparsa sulla facciata della Gran Madre a Torino

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Giolitti, Forattini e il “Pannunzio” – Difendere i Comuni  montani! – I non laureati – Differenze – Lettere

Giolitti, Forattini e il “Pannunzio”
Con il direttore di questo giornale Cristiano Bussola  e Toto Vullo ho ricordato Giorgio Forattini e mi è tornato alla mente un episodio curioso che avevo dimenticato. Un sabato dei primi anni 2000 presentai ad Alassio un libro del prof. Aldo Mola, non ancora senatore del regno d’Italia che non c’è più dal 1945. Dopo lo invitai a cena  in un bel ristorante sul mare e gli parlai del progetto di Maria Grazia Imarisio, Diego Surace e di chi scrive, di allestire una mostra antologica di vignette su Giovanni Giolitti il più caricaturizzato insieme a Cavour e Andreotti.
Pensavo si trattasse di una persona corretta e, a parole, amica. Il professore e  futuro senatore del regno che fu, già la settimana dopo  presentò in Regione un improvvisato progetto con richiesta di fondi che ricalcava quello di cui gli avevo parlato. Voleva batterci sul tempo. Forattini, a cui avevo parlato, chiedendogli una vignetta per il catalogo della eventuale mostra, quando seppe di questo sublime  gesto di lealtà e correttezza, si disse indignato e nel giro di poche ore mi mandò una sua straordinaria vignetta che venne esposta nella mostra inaugurata dal presidente della Regione Enzo Ghigo e da Zanone con grande partecipazione di pubblico. Non bastò una  sontuosa cena pacificatrice offerta a Centallo un anno dopo dal senatore Beppe Fassino ad appianare un dissidio rimasto in piedi per quasi un quarto di secolo. Una delle storie più incredibili che ho vissuto in 57 anni anni di studi e di attività culturale. Forattini mi disse: “ringrazi Mola che è uno sconosciuto, perché altrimenti lo avrei distrutto in una vignetta”.
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Difendere i Comuni  montani!
Il ministro Calderoli sembrerebbe abituato, per sua stessa ammissione, allo stile “porcellum”, espressione calderoliana doc in relazione ad una legge elettorale da lui scritta. E’ strano che sia ancora ministro, ma tant’è. Il dentista di Bergamo è molto  longevo politicamente.
La  sua legge che dovrebbe cancellare oltre 150 comuni montani, è cosa che non sta né in cielo né in terra, confondendo, tra l’altro, comuni alpini ed appenninici. La montagna va tutelata, si sta totalmente spopolando e impoverendo. I veri regionalisti come i valdostani Chabod e i due  Passerin d’Entreve’s si metterebbero le mani nei capelli.
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I non laureati
Solo un governo che ha un numero altissimo di non laureati come ministri e sottosegretari, poteva pensare di annullare, persino con effetto retroattivo, il riscatto degli anni di laurea ai fini pensionistici. Hanno tentato di farlo e hanno dovuto fare marcia indietro. Solo chi non sa cosa sia una laurea e i sacrifici che essa  richiede, può giocare con i diritti, quelli veri  dei cittadini. Spiace perché le promesse di cancellare la legge Fornero sarebbero diventate una effimera e falsa promessa elettorale tradita alla prima occasione.
Per altri versi, mentre Monti resta odioso, la Fornero è una studiosa seria che merita rispetto. Chi andò a molestarla sotto casa, dimostrò di essere uno zulù. Ammesso che non sia interpretato come una forma di razzismo. In tal caso parlerei di persona incivile, una categoria ben presente anche in Italia.
Differenze
Il giornale   “La S t a m p a”,  ancora una volta, ha dimostrato che informare in modo equilibrato  non è il suo forte. Nella stessa pagina ha dedicato  un grosso articolo su più colonne con una grande fotografia all’Iman di San Salvario liberato dai giudici e un box di poche righe all’assoluzione del ministro Salvini da parte della Cassazione per il presunto (e falso) sequestro di persona di cui venne accusato quando era ministro degli Interni e tentò di limitare  gli sbarchi di clandestini in Italia. Informare significare rispettare i fatti e non imporre letture preconcette.
Questo  “stile G i a n n i n i”   ha fatto perdere lettori e soldi al giornale di via Lugaro, ma   M a l a g u t i   e i suoi continuano sulla strada della perdizione imperterriti, fidandosi dei futuri articoli gratis di Gambarotta che non è proprio un Enzo Bettiza.
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Condomìni
La legge sui condomini prima firmataria   Elisabetta   G a r d i n i    che non giudico con la cultura politica minima necessaria per legiferare, sta creando già subito problemi. E’ assurdo che si voglia imporre ai condomini in regola di pagare per i morosi contro cui è l’amministratore a doversi rivalere avviando un contenzioso legale. Possibile che il Parlamento pulluli di incompetenti?  Tina Mussarini
E’ proprio così. Troppi incompetenti, troppe persone loquaci che urlano, ma non sanno, non pensano, non leggono, non sanno scrivere. Gente che urla, si agita come il deputato di Alessandria che ha ormai smarrito la continenza polemica.  Senatus mala bestia, senatori boni viri, dicevano i Romani. Qui troppi deputati e senatori, dopo il dimagrimento grillino del numero, sono pessimi.
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Il Chiampa
Che l’ex sindaco ormai quasi ottantenne Chiamparino difenda il progetto di fare del centro sociale di corso Regina, covo di violenti, un bene comune, rivela come il Chiampa sia un politico assai discutibile come è inevitabilmente un vecchio comunista nostalgico. Chiamparino dovrebbe godersi la lauta pensione e meditare prima di parlare. Si faccia quattro passi salutari sotto i portici di piazza Vittorio dove abita. La sua voce è solo un’eco del passato destinata  a non più tornare.  Gianni Mathieu
Non aggiungo una parola, sottoscrivo tutto. Chiamparino non mi è mai stato particolarmente simpatico, compreso il suo famoso figlio Tomaso, un tempo sui suoi manifesti elettorali. Anche Tomaso si è, per nostra fortuna, volatilizzato.
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Cinquantesimo anniversario
Festeggia anche la Unitre per i suoi cinquant’anni. È  stato un passatempo per molti anziani, ma ritengo nulla di significativo in termini culturali. Nulla di universitario. Un docente senza laurea amava ripetere spesso di sé: le ore più belle io le passo in Ateneo per tentare di farmi passare come professore universitario. Era un marchese decaduto. Leggendo un articolo ho capito perché l’Unitre  è un  mero passatempo per la terza età: il divieto di adottare libri di testo. L’Università è studio severo, non cazzeggio magari con offerta di caffè a metà mattina. Se non si studia, è solo un parcheggio per anziani, un “centro sociale senza bocciofila”.   Vincenzo Luotto
Condivido,  anche se è un po’ troppo severo. Offrire assistenza agli anziani è atto generoso. Rispetto ai centri sociali dei giovani questi inoltre  non fanno danni. Tra i tanti non laureati che vorrebbero frequentare l’Unitre  c’è anche il grande Culicchia. Basta il nome per rivalutare l’Unitre. Anche il suo amministratore è un pensionato che ha lavorato all’Unione industriale e adesso ammazza il tempo, amministrando l’ente benefico come Marzano, classe di ferro 1940,  fa con gli ex allievi di un noto liceo, anche portandoli in gita scolastica come fossero studentelli.

Sgomberata la centrale della violenza

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Tutti i democratici torinesi, anche quelli non iscritti al Pd, gioiscono per lo sgombero del centro sociale Askatasuna. Il Governo in carica ha finalmente fatto quello che i governi precedenti non hanno avuto il coraggio di concretizzare. Lascio da parte il tentativo del Sindaco Lo Russo che ha tentato di trovare un compromesso con i contestatori occupanti, ponendo come condizione la rinuncia alla violenza da parte del centro sociale e dei contestatori cresciuti e invecchiati in corso Regina Margherita. Il consenso allo sgombero di Lo Russo dimostra la sua buona fede. Anche la Valle di Susa era diventata terreno prediletto di violenza in supporto ai no Tav.  Una società democratica non può tollerare queste sacche purulente di violenza che creano danni, feriti, confusione, blocchi stradali, vandalismo. Possono diventare dei covi ideali per i terroristi e lupi solitari islamici. Questi contestatori devono finalmente capire che rompere le regole sociali minime anche solo con gli spray che devastano vie e piazze non è più consentito: questi signori devono riporre i cartelli, le catene, le armi proprie e improprie e cercare un lavoro, anche se i rivoluzionari professionali, sedicenti leninisti, non sanno lavorare come gli operai e gli impiegati. Sanno solo “cazzeggiare”. Il megafono è il loro strumento, quando non usano bombe- carta o armi ancora più dannose. I feriti delle Forze dell’Ordine sono ormai un numero patologico. Vorrei sapere i commenti degli intellettuali “democratici” che si troveranno a celebrare il
quotidiano “La Stampa”. Odifreddi, ad esempio e tanti altri ex sessantottini, quasi ottantenni.
Sia reso onore a Mino Giachino, uomo coerente, coraggioso, capace.  Giachino sarebbe piaciuto a Cavour che voleva il treno con la Francia.

Sandokan tra violenza e buonismo natalizio: uno specchio della realtà

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

E’ finito ieri sera il ciclo televisivo dedicato a Sandokan. Ne ho seguito qualche puntata perché ricordavo l’edizione televisiva del 1975 e volevo tentare di riviverla dopo mezzo secolo. Due versioni non confrontabili, quest’ ultima davvero  grondante di sangue e violenza. Lo spirito avventuroso e fantastico di Salgari è naufragato nella spettacolarizzazione della violenza, non immaginabile cinquant’anni fa. Forse perché viviamo un clima di guerra in Medio Oriente e nell’Est europeo in cui continuano a morire uomini, donne, bambini, la spettacolarizzazione televisiva della violenza appare particolarmente urticante. I paesaggi mitici immaginati dalla  sbrigliata fantasia di Salgari diventano uno sfondo inquietante. Se poi pensiamo al risorgere del terrorismo  islamico ed antisemita  in Australia e ai pericoli che rischiamo di rivivere anche noi, i romanzi salgariani d’avventura diventano motivi di incubo. Se pensiamo inoltre che Salgari  è interrotto da una pubblicità televisiva  martellante che esalta il Natale e suoi riti fatti  di buonismo e di intimità  famigliare, abbiamo ancora più chiaro il divario tra la realtà, la finzione e la fantasia. Anche Sandokan diventa pretesto per rappresentarci una realtà che si vive drammaticamente nel conflitto di aggressione russo e in quello israeliano dove la versione di un Iman diventa la vulgata del 7 ottobre fatta propria da parte  di molti che scorrazzano per le strade, esaltando la Palestina e diffondendo violenza e vandalismo.  Che brutto Natale vivremo quest’anno. E’ davvero difficile credere alla favola bella della pace in terra  agli uomini di buona volontà, espressione del Vangelo di Luca, recentemente ritradotta  forse perché la buona volontà è divenuta un’espressione sempre più utopistica. Davvero l’annuncio degli Angeli a Betlemme appare lontano. Oggi, tralasciando  le guerre, abbiamo una violenza nelle nostre città dove bande di malvissuti attentano alla nostra vita e alla nostra sicurezza. Ogni giorno e in ogni ora.

Lettera aperta a Fulvio Gianaria. In nome di Pannella, Tortora, Chiusano, Sciascia, Mellini

Caro Gianaria,

tanti anni fa, più di mezzo secolo, ci trovammo giovanissimi a militare nella Gioventù Liberale Italiana. Non ci trovammo sulle stesse posizioni, ma rimase sempre inalterato un rispetto reciproco, anche quando fummo su posizioni lontane. Ho letto con la dovuta attenzione l’articolo scritto insieme al tuo collega Mittone sul referendum relativo alla magistratura in seguito alla Legge Nordio. Il limite di questa legge è che essa non riguarda la responsabilità dei giudici, tema mai affrontato e risolto, ma non mi pare di cogliere un tuo particolare interesse per questo argomento come, invece, dimostrarono i radicali con Tortora che venne abbandonato a sé stesso proprio dai liberali di Zanone. Un momento infelice della storia del PLI, se si esclude Alfredo Biondi che fu uno dei difensori di Enzo. Si può discutere sulla Legge Nordio ed anch’io non la considero l’optimum; essa tuttavia  è un lodevole tentativo di superare l’esagerato potere delle correnti politiche all’interno della Magistratura, un potere davvero patologico se si pensa allo scandalo devastante di Palamara che non si può accantonare come un incidente casuale e solo  personale. L’eccessiva politicizzazione di una parte di Magistrati va arginata a tutela del diritto da parte del cittadino ad una giustizia giusta e indipendente. L’ indipendenza del giudice non è solo un diritto, ma un dovere dei magistrati. Molte delle tue  osservazioni possono essere condivisibili anche perché provengono da un’esperienza di mezzo secolo di avvocatura iniziata nello studio della comune amica Magnani Noya, sicuramente garantista anche nelle sue scelte politiche che non esitò a stare dalla parte di Craxi dopo il suo tramonto politico e le condanne.  Quello che si stenta a capire è se  tu e il tuo collega voterete Sì o No al referendum. La stragrande maggioranza degli avvocati voterà Sì, anche ambienti qualificati della sinistra hanno annunciato un voto favorevole alla separazione delle carriere e ai due CSM che rappresentano il punto più importante della riforma. Tu sembri a metà strada tra il Sì e il No, anzi più favorevole al No come l’avvocato Grosso che ha scelto di presiedere il Comitato per il No, memore anche dei suoi illustri  precedenti famigliari. Io invece non posso dimenticare la grande lezione liberale di Vittorio Chiusano, principe del Foro, che accompagnò con favore la riforma Vassalli, vedendone tuttavia la incompletezza. Vorrei anche ricordare  la lezione di Pannella e di Sciascia e la tragedia di Tortora che sembrano interessarvi poco. Ma per i liberali valgono più che mai quelle posizioni  autenticamente radicali nel senso storico della parola: da Pannunzio a Pannella, a Mellini. Quei nomi restano una guida e una bandiera più che mai oggi.

PIER FRANCO QUAGLIENI