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La monarchia dopo lo scandalo del principe Andrea

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Lo scandalo e l’arresto del principe Andrea, fratello del re d’Inghilterra, stanno scuotendo la monarchia inglese. I repubblicani inglesi hanno colto la palla al balzo per riproporre la questione istituzionale. Non darò giudizi storici sulla monarchia inglese, anche se è difficile valutarla negativamente perché ben radicata nella storia inglese. La monarchia del Regno Unito non si è mai macchiata di colpe come quella italiana, che ha ceduto al fascismo, tradendo lo Statuto e conducendo a una guerra devastante. I re e le regine inglesi hanno saputo stare al loro posto. Alcuni componenti della famiglia reale non sono stati esemplari e sicuramente molti appannaggi appaiono ingiusti e anacronistici.

Lo storico Mario Viana scrisse un libro dal titolo che poteva sembrare paradossale: La monarchia (italiana) costava meno. Allora le affermazioni di Viana sembravano veritiere, ma oggi è impossibile fare confronti perché la monarchia è finita nel 1946. Il costo del regime monarchico è uno dei temi più frequenti della propaganda repubblicana e, in effetti, le corti con i loro dignitari e cortigiani appaiono fuori dalla realtà moderna: un privilegio non giustificabile. Ma non sempre sono trasparenti i costi reali delle istituzioni. La virtus repubblicana ha un fascino di sobrietà, a partire dalla repubblica ateniese e romana, che può superare quello monarchico fondato sulla tradizione. La repubblica appare il sistema più vicino alle istanze popolari, ma nessuna posizione va assolutizzata perché il giudizio definitivo è legato solo alla dura lezione dei fatti.

La monarchia dovrebbe offrire una certa imparzialità che la repubblica non può garantire, ma il discorso va verificato caso per caso, a diretto contatto con la storia politica di un popolo. Lo scandalo della monarchia inglese è grave perché gli “arcana imperii” sono stati cancellati da una situazione che la società mediatica non consente più di nascondere. E questo vale per tutti i regimi democratici, perché quelli autoritari o totalitari sono ancora in grado di occultare la realtà. Ad esempio, della vita privata di Putin e dei suoi familiari non sappiamo nulla. Certo, il fatto che gli scandali vengano a galla può anche essere di per sé un fatto positivo, e non da oggi. Già il Vangelo lo metteva in evidenza. Il discredito che si addensa sulla famiglia reale mette invece in crisi il sistema monarchico, soprattutto perché la pulizia attorno al principe è stata fatta in ritardo e non dalla famiglia reale, che ne esce fortemente indebolita.

Ad ottant’anni dalla fine della monarchia italiana dobbiamo ricordare l’alto profilo morale del re Umberto II, che partì per l’esilio per evitare una possibile guerra civile. Quel re diceva che la monarchia non poteva accontentarsi del 51 per cento dei consensi: una riflessione che può valere anche per la monarchia inglese. La figura di Umberto e la sua dignità vengono oggi compromesse dalla leggerezza un po’ guascona di chi si vanta, in modo disinvolto e strafottente, di essere venuto più volte in Italia a pranzare quando il nonno era destinato a morire in esilio. A Ginevra, nell’anniversario della sua morte, una casa d’aste batterà molte onorificenze appartenute all’ultimo re. Non c’è ovviamente nessuno scandalo, ma la notizia appare piuttosto squallida e sta suscitando forti critiche. C’è da sperare che sia una notizia infondata o distorta. Attorno agli ultimi Savoia lo scandalismo è stato spesso di casa e ha avuto effetti devastanti, a volte in modo ingiusto o esagerato.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Umberto Eco e l’Università desertificata – Ripensare il Carnevale torinese – La poesia di Patrizia Valpiani – Lettere

Umberto Eco e l’Università desertificata
Sono stato amico di Umberto Eco che mi presentò il francesista Mario Bonfantini tanti anni fa. La sua semiologia non mi convinse mai e timidamente glielo dissi. La Semiologia oggi è preistoria, ormai legata al passato come lo strutturalismo e la critica marxista. Quando morì  dieci anni fa, Eco  chiese che per dieci anni si evitasse di avviare un bilancio  sulla sua opera. Una richiesta giusta perchè il rischio era una specie di “Santo subito“ laico che non sarebbe stato gradito in primis dall’interessato  che era uomo di libera e fervida intelligenza. Oggi possiamo incominciare a riflettere su lui più liberamente. E’ la legge che regola l’intitolazione delle vie e che spesso viene aggirata per motivi politici. Credo che  il semiologo sia morto e sepolto, resta il romanziere, soprattutto l’autore del “Nome della rosa“ che forse deve la sua notorietà  soprattutto ad un film di successo.
Eco era un uomo scanzonato che amava la battuta, anche se  è  stato un accademico in quel DAMS di Bologna in cui purtroppo  è prevalsa la demagogia sessantottina e l’improvvisazione di tanti apprendisti privi di vera genialità, ma ricchi di faziosità al massimo grado. Il figlio di Bonfantini, assistente di Eco, fu l’emblema di quel sinistrismo. I DAMS in Italia sono stati il covo di tanti  personaggini pieni di ambizioni, famelici di denaro, ridondanti di ideologia. L’esempio torinese meriterebbe un libro bianco o rosso a lui dedicato con una particolare attenzione ad  alcuni professorini pieni di astio ideologico e di fallimenti personali che salirono in cattedra, pur  disprezzandola e anche disonorandola. Io non sono in grado di giudicare Eco che certo fu un uomo geniale e non voglio neppure tentare un giudizio che non mi appartiene. La mia amicizia con Mario Garavelli, suo compagno di liceo ad Alessandria, mi impedisce di essere polemico sugli aspetti dell’opera di Eco che non condivido. Voglio ricordare invece  un’operina di apparente poco conto, scritta da Eco: “Come si fa una tesi di laurea” che adottai per anni. Una guida concreta che avvia gli studenti ad impostare una ricerca con qualche rigore scientifico. L’Università era così mal ridotta dopo il 1977 e ovviamente il 1968 che Eco, disperato per la desertificazione degli studi, compose questa guida in cui insegnava agli studenti un metodo sia pure rudimentale di ricerca che si era perduto. Nessuno ci aveva pensato, ma Eco aveva capito dove stavamo andando. Peccato che la Generazione Z  non abbia mai letto Eco e quel  suo libretto e si sia laureata con ottimi voti e la lode.
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Ripensare il Carnevale torinese
Il Carnevale è stato ucciso da chi lo ha trasferito da piazza Vittorio alla Pellerina. Sarebbe come trasferire il Carnevale di Venezia da piazza San Marco a Marghera o anche solo a Mestre. La Pellerina forse diventerà l’area per la nuova sanità torinese, sempre che il diluvio possessivo della sanità privata milanese, lo consenta, ma certo non era il luogo idoneo né per il Carnevale né per la Fiera dei vini. Con piccoli Gianduia che sembrano ritagliati dal vecchio teatro Gianduia di via Santa Teresa, si può fare un Carnevale simile alle nozze con i fichi secchi , come disse Matilde Serao, parlando del matrimonio dei principi sabaudi.
Se pensiamo che la piazza  Vittorio è diventata la piazza per un’iniziativa commerciale come Cioccolatò  (ideona dell’assessora chiampariniana Tessore, quella dei Gianduiotti in piazza Solferino !), abbiamo chiara l’idea che eliminare il carnevale dal centro è stata una sciocchezza, con la complicità delle varie, rozzissime  associazioni piemontesiste, rimaste ferme alla maschera di Carnevale e alla caramella Gianduia, senza capire che la tradizione è anche cultura storica, come dimostrano Ivrea  e Viareggio e non soltanto loro. I sostenitori dell’assessore Dondona, passato alla storia perché da giovane andava a disturbare i comizi degli avversari, sono responsabili della fine di una pagina di storia esportata tra le lucciole di colore della Pellerina. L’assessore socialista di Venezia  Nereo Laroni seppe far rinascere il Carnevale. A Torino, quasi negli stessi anni, le giunte di pentapartito lo  hanno distrutto.
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La poesia di Patrizia Valpiani
Voglio pubblicare questa poesia della nota  poetessa e scrittrice Patrizia Valpiani, presidente per tanti anni dell’associazione dei medici scrittori, istituzione fondata da Achille Mario
Dogliotti, il Principe dei Chirurghi a livello internazionale. La Valpiani è stata esclusa da premio intitolato ad un mio grande amico, il pittore alassino  Mario Berrino, che ho avuto la colpa di aiutare per tanti anni. Anche quest’anno avevo mandato un mio videomessaggio di saluto che mi era stato sollecitato. Ho chiesto di annullarlo perché non aver capito il valore della poesia di un nome prestigioso come la Valpiani appare un limite culturale vistoso e imperdonabile.

A volte il ricordo

 

A volte il ricordo dell’amore

mi prende

Mi fonde e mi confonde

In una fuga dolce di parole

E mi ritrovo a salire correndo

i vecchi gradini delle nuvole

E ricercare l’azzurrità della vita

in due occhi profondi

in due mani sapienti

in due corpi nudi e bianchi

mentre fugge crudele la vita

avanti. Tra grandine e sole

nella tenerezza sempre nuova

dell’alba

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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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Ladri di biciclette del nuovo secolo 
Ma chi se ne frega che Bruno Gambarotta abbia ritrovato la sua bici rubata in agosto ? Forse alla sua età sarebbe ora che evitasse di pedalare. E anche di scrivere cose che non interessano a nessuno ed evidenziano solo il suo esibizionismo narcisistico. Un gambarotta in bici è quasi un ossimoro un po’ ridicolo. Mi stupisco delle indagini di polizia esibite da Gambarotta per ritrovare la sua bici come fosse una reliquia.  Giulietta Righi
Sia più gentile con il vecchio  Gambarotta. E’vero che ha anche fatto la pubblicità commerciale per ditte di elettrodomestici, come il principe Filiberto per le olive Saclà , ma è anche un uomo di spirito che a volte ha saputo steccare nel coro del conformismo torinese. Una volta in un eccesso di generosità, lui presente, lo paragonai a Valdo Fusi come difensore di Torino. Mi accorsi di aver sbagliato, anche se il nipote Fusi, Luigi , non mi disse mai nulla con grande generosità. Valdo non me lo avrebbe perdonato, ma la colpa vera è soprattutto dei giornali che danno ampio spazio alla bici di Gambarotta, un ciclista – convengo con lei – dal cognome poco credibile.
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Ancora Gobetti 

Lo sa che Zagrebelski, ricordando Gobetti,  ha ignorato Einaudi e Salvemini, concentrando la sua omelia su Gramsci? Filippo De Nicola

Piero Gobetti
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Anche Dino Cofrancesco mi ha segnalato le stesse omissioni. Io non c’ero e mi interessa  assai poco sapere cosa abbia detto su Gobetti. Cosa di attende da lui che è non è uno storico e non è neppure uno studioso di Gobetti? Il vero problema è Polito. Zagrebelski ha parlato una volta, Polito è l’attivo e onnipresente direttore del Centro Gobetti.
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Quagliotti
Mi stupisco che Lei non abbia scritto nulla su Giancarlo Quagliotti figura eminente della politica torinese, un vero esponente della Sinistra  che ho amato molto. Bice Alberti
Giancarlo Quagliotti (foto CittAgorà)

 

La accontento subito.  Ho conosciuto Quagliotti e potrei anche ricordare di lui qualche aneddoto .Era una persona con cui si poteva parlare . Avevamo un amico in comune, Piero Fassino. Lo ricordo in interminabili discussioni pubbliche: lui contro la Metro , io contro i maxi tram ,definiti metropolitana leggera. Chiudere i lavori della Metro per 10 anni fu un errore imperdonabile di Novelli. C’era anche un nome che ci divideva, quella di Mario Virano, politico molto ambiguo di cui scrissi tempo fa. Quagliotti era un uomo leale come Carpanini. Non c’e’ mai stata tra noi un’amicizia perché lui fu un funzionario di partito rigoroso, un allievo delle Frattocchie ,un fedelissimo del PCI. La mia formazione cattolico-laico – liberale al Collegio San Giuseppe e poi all’ Università con  Venturi ,Firpo, i due Passerin ,Nada,Galante Garrone  era quanto di più lontano ci fosse dalla sua. Lui era stato un operaio e sindacalista della “Olivetti“, io un amico di Arrigo Olivetti. Immolarsi per un partito come lui fece, per me è una cosa inimmaginabile,direi impossibile.Come era in uso tra i comunisti sposo ‘ anche una comunista che divenne deputata . Già questi matrimoni tra consanguinei politici mi sembravano un po’  come quelli dei Savoia e di altre dinastie tra cugini primi  e mi apparvero assurdi .Ma il Pci fu anche una scuola di moralità politica e personale  che oggi il Pd non sa neppure cosa sia. Poi l’esempio di Togliatti e di Longo che lasciarono le loro mogli, distrusse, insieme all’introduzione del divorzio ,le monogamiche famiglie comuniste, quelle  che abitavano  tutte nella stessa casa di corso Belgio, definita presuntuosamente il “Cremlino“, dove vissero Sulotto   e Bajardi Alcuni come il senatore socialista Bozzello confondevano il suo cognome con il mio mio e mi arrivavano telefonate che non erano dirette a me, ma a lui. Gli incipit, a volte, erano curiosi… Quagliotti non era così anti- craxiano come tanti suoi compagni di partito che preferivano il MSI al PSI di Craxi.

Il Gobetti di Zagrebelski e Polito

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il prof. Quaglieni

Non ho partecipato alla celebrazione di  Piero Gobetti al teatro Carignano, malgrado la presenza del Capo dello Stato obbligherebbe un cavaliere di gran Croce ad essere presente e neppure in ultima fila, esistendo un preciso  cerimoniale. Non ho ricevuto l’invito che credo sia stato inviato del Centro Gobetti. Il Comune mi invita sempre a tutte le iniziative. E’  quasi un onore non essere invitati da un “covo” di filo-comunisti che vive nella luce molto spenta di Antonicelli, sostituito da un ignoto Polito fac – totum  del Centro Gobetti come fu il “fax-totum” dell’ultimo Bobbio. Lo storico Narciso Nada, fondatore nel 1961 del Centro Gobetti, lasciò il Centro non potendo accettare il clima di asfissia che lo caratterizzava dopo il ‘68. Soprattutto dissento totalmente dall’aver affidato al solo Zagrebelski il ricordo di Gobetti che non mi risulta essere uno storico e uno studioso di Gobetti, ma un noto giurista. E’ evidente che la vulgata gobettiana ha avuto il sopravvento, ma a cento anni dalla  sua morte non è lecito celebrare in suo suffragio ideologico le solite  Messe solenni perché si impone la storia che è sempre  fatta di luci e ombre. Qualche titolo chi scrive in materia lo può vantare se il noto  prete- giornalista, Pier Giuseppe Accornero, ha citato un ampio passo di un mio vecchio saggio su Gobetti. Ma non ci sono solo io: c’è Bedeschi, c’è Cofrancesco, c’è  Nicolosi. La lettura liberale di Gobetti non può essere cancellata da quella generata dal  gramscianazionismo torinese. Dopo cent’anni deve circolare aria nuova. In questa Torino politicamente bigotta siamo ancora fermi ad invitare al  “Carignano” solo gli amici, anzi i compagni. Queste faziosità non le faceva neppure Antonicelli che mi invitava al “Gobetti” di via Fabro. Carla Gobetti, nuora di Gobetti, mi fece avere una fotografia di Piero per la sede del Centro Pannunzio e venne a sentirmi a parlare del suocero alla Scuola di Applicazione quando affrontai le differenze tra Burzio e Gobetti e sentii il dovere di parlare a braccio, tralasciando di servirmi di citazioni che la avrebbero imbarazzata.

Cent’anni fa moriva Gobetti, l’eretico del liberalismo italiano

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IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Cent’anni fa moriva  in esilio a Parigi il 15 febbraio 1926  Piero Gobetti a cui verranno dedicate celebrazioni sontuose, in fondo assai poco gobettiane, se consideriamo il rifiuto della retorica che caratterizzò il giovane torinese. Figlio di un droghiere di provincia trasferito a Torino, Gobetti è l’esempio di come una scuola seria possa riscattare le origini modeste ed aprire i giovani alla cultura. Questo resta il suo primo insegnamento del tutto trascurato. Certamente fu un giovane prodigioso che  seppe bruciare i tempi e diventare protagonista della vita culturale fin dai tempi dell’ Università. Bruciò le tappe di una vita difficile e  molto impegnata sotto il profilo etico, intellettuale e politico. Cio’ detto, è impossibile vedere in lui un pensiero compiuto e meno che mai maturo. Il suo fu e resta un pensiero in nuce, l’inizio di un percorso non privo di contraddizioni e contrasti. La morte improvvisa e precoce ha interrotto la sua storia. Dare giudizi precisi su di essa sarebbe disonesto : sia la mitizzazione acritica, sia la demolizione codarda. Gobetti era in una fase di ricerca aperto a tutte le letture possibili. Sicuramente non comprese la portata oppressiva della Rivoluzione sovietica che giudicò impropriamente  liberale. Si entusiasmò delle tesi operaiste  gramsciane, pur senza aderire al comunismo. Non comprese il Risorgimento che considerò “senza eroi”, seguendo Oriani e trascurando Croce. Poteva essere comprensibile ribellarsi ad un Risorgimento solo  fondato sul mito sabaudo, ma il moto unitario fu tanto altro: da Cavour a Mazzini, da Garibaldi a Cattaneo, da Pisacane a Ferrari che Gobetti non fece a tempo a considerare. Seppe sacrificare la vita a nobili ideali e capì subito la portata autoritaria del fascismo di cui subì la persecuzione. Il fascismo non fu un’auto biografia della Nazione, come egli sostenne, ma fu anche la risposta reazionaria  della borghesia impaurita dal biennio rosso in cui non si covò la rivoluzione, ma si manifestò l’estremismo violento  già condannato da Lenin. Resta comunque una delle coscienze più alte della prima metà del Novecento. Peccato che poi la sua figura sia stata monopolizzata da un certo settarismo illiberale che ancora oggi si considera depositario unico di un pensiero complesso e, ripeto, anche contraddittorio. Diceva il gobettiano Carlo Dionisotti che l’espressione “Rivoluzione liberale“ è un ossimoro perché i rivoluzionari sono assai poco liberali e i liberali sono assai poco rivoluzionari. Una osservazione che merita di essere considerata anche oggi quando sedicenti studiosi piuttosto grossolani discettano sul giovane torinese morto cent’anni fa. Dopo un secolo occorrono distacco, autonomia critica e rifiuto delle Messe cantate, per studiare Gobetti come  davvero merita, evitando le strumentalizzazioni  politiche del passato e del presente.   Gobetti non appartiene totalmente ai marxisti, anche se ovviamente non appartiene pienamente al mondo liberale di cui fu un esponente eretico. Pannunzio non amava Gobetti, ma Cavour e il Risorgimento. Sono liberalismi diversi, in parte contrapposti, come diceva Manlio Brosio che nella giovinezza fu seguace di Gobetti.
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Nella foto di copertina Piero e Ada Gobetti

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Il Giorno del Ricordo – Dario Antiseri – Antonino Zichichi – Lettere

Il Giorno del Ricordo
Ho partecipato nella Sala rossa del Comune di Torino, stranamente con posti vuoti, per il Giorno del Ricordo delle foibe e dell’esodo. Ho preso posto nel settore riservato all’ ANVGD  di cui sono orgogliosamente socio onorario, accolto dagli amici Vatta e Aquilante . Ho capito che il clima quest’anno era rovente a causa dei soliti  revisionisti delle foibe, ma  anche e soprattutto a causa  di un gruppo neofascista che ha stampato un manifesto, definendo le foibe un genocidio, sull’onda dei seguaci filo-  palestinesi e  antisemiti di qualche mese fa. Questi estremismi sono incompatibili con la storia e sono dei  fantocci polemici, avrebbe detto Einaudi, che vanno banditi perché, oltre a falsificare la realtà storica, possono generare violenza.
Ho  molto apprezzato  il discorso pacato e storicamente ineccepibile  del Sindaco Lo Russo  che mi ha fatto ricordare un analogo intervento del sindaco Fassino .Restare alla lezione dei fatti ,senza fughe nell’attualità di oggi è la via giusta per ricordare, sapendo che i nazionalismi vanno banditi in quanto le divisioni del 1947 vanno riassorbite in un quadro europeo, malgrado l’Europa viva un momento molto difficile. A creare confusione è  sufficiente il generale che si ostina a fare la caricatura di De Gaulle che fu -non dimentichiamolo mai – uomo della Resistenza francese.
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Dario Antiseri
Il vuoto che lascia nella cultura italiana la scomparsa di Dario Antiseri è molto grande. E come sempre capita, ci sono gli amici improvvisati e vanesi che vantano rapporti con lui non credibili. Succede sempre così. Ma è triste assistere  al tentativo di impossessarsi di un vero filosofo che ha saputo essere un cattolico liberale e un liberale cattolico, andando oltre il  Croce del “Non possiamo non dirci cristiani“. Antiseri ha diffuso insieme a Pera la filosofia di Popper, allora quasi sconosciuto in Italia, se si eccettua una recensione di Bobbio.
Vedere i supporter delle scuole di liberalismo – un assurdo  logico perché non ci sono catechismi liberali –  e altri piccoli  attivisti del liberismo provinciale  più estremista – e quindi illiberale – che tentano di appropriarsi di Antiseri, genera rabbia. Sconosciuti, destinati ad essere ignorati per sempre, vogliono salire in groppa ad Antiseri morto  per alzare la propria statura minima.  Il 6 marzo lo ricorderò a Torino dove venne al Centro Pannunzio a parlare di Voltaire insieme a Nicola Matteucci, suscitando le sciocche ironie di Baricco. Antiseri che parlò  di Voltaire rappresentò davvero un evento importante che si distingueva dalle vulgate degli improvvisatori e dei dilettanti che spesso sono anche dei  fanatici  e degli esibizionisti.
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Antonino Zichichi
Ho conosciuto Antonino Zichichi che ebbe anche il premio Pannunzio per la cultura  per impedire – sono sincero – che lo ottenesse un personaggio di successo effimero  che non l’avrebbe meritato, soprattutto pensando a chi è oggi. Zichichi venne, parlò al “Cambio“ con efficacia e maestria, ben sapendo che Pannunzio era un laico liberale.
Parlò di scienza senza insistere sul rapporto con la religione, un tema che i  suoi nemici gli rimproveravano. Era in primis un  vero scienziato che dimostrava con la sua ricerca che la scienza non è incompatibile con la fede, come pensa invece  Odifreddi che  vero scienziato non è, ma solo miscredente , uomo di parte ed ex professore.  I giornali hanno dato sempre poca importanza a Zichichi e a volte l’hanno attaccato con asprezza. La presenza ai suoi funerali del Presidente della Repubblica fa onore in primis  a Mattarella, come Zichichi ha fatto onore all’Italia.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Ancora sui Savoia
E’ mai possibile che Emanuele Filiberto di Savoia Carignano  racconti in modo beffardo e svergognato che, pur in esilio, venne abusivamente a Torino a mangiare la bagna cauda? Se penso che suo nonno Re Umberto II morì ammalato in esilio, ribollisco di rabbia per la superficialità del nipote che pretende i gioielli della Corona, da’ cavalierati a destra e a manca, ma dimentica le responsabilità del suo bisnonno che non fu un capro espiatorio, come lui dice. Questo Savoia chiude molto malamente la storia della sua casa.  Ettore De Filippo
Concordo con Lei. Il pretendente dovrebbe anche dirci se esiste un diario del bisnonno mai pubblicato e quali documenti lui e le zie  possiedono su Vittorio Emanuele III. Inoltre deve chiarire se il terzo re morì nel suo letto  o si suicidò alla vigilia dell’entrata in vigore della Costituzione nel 1947, per salvare i beni dalla confisca. Questo sarebbe un contributo alla storia; le parate delle guardie con mantella sono solo banale folclore paramilitare che andrebbe vietato insieme all’esibizione di medaglie, cavalierati  e benemerenze di dubbia legalità nel territorio italiano.
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I 90 anni di Gawronski
Ho letto dell’amicizia tra  Jas Gawronski e l’elefantone Giuliano Ferrara di cui lei ha scritto. Ho comprato “Il  foglio” di Ferrara e Cerasa uscito nel giorno del compleanno importante di Gawronski. Ho notato che non hanno neppure pubblicato  un rigo come ha fatto in modo indegno “La stampa”, il giornale fondato da Frassati  nonno di Jas.  Franca Schillaci
Pubblico e non commento. Dovrei usare parole troppo pesanti che per rispetto a Jas non adopero. Questi sono quelli che il grande Giovanni Giovannini chiamava i “giornalistini” anche se hanno la stazza di Ferrara.
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Gratteri
Sono davvero sorpreso che un magistrato come il dottor Gratteri sia scivolato in modo clamoroso con giudizi ingiuriosi contro i cittadini che vorranno Si’ al prossimo referendum. Un comportamento non istituzionale che sembra essere uno spot  involontario a favore del Sì.  Gianni Teppati
Ho sentito per caso il procuratore di Napoli e non mi è mai piaciuto. La mia civiltà giuridica liberale è incompatibile con le sue idee.  Alcune persone che non stimo, lo adorano e l’estate scorsa sono andate a farsi concedere l’autografo come fosse Aurelio Fierro.  In occasione del prossimo  referendum è andato oltre il limite imposto ad un pubblico funzionario che deve restare imparziale. Credo che sia difficile giustificare le cose sentite in Tv. Non uso altre parole perché io rispetto comunque la Magistratura.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: La sottovalutazione della violenza – Un capro espiatorio? – L’uomo forte – Lettere

La sottovalutazione della violenza
A partire da Odifreddi a Don Ciotti, al redivivo Bertinotti  ad alcuni  docenti universitari e commentatori vari non c’è da stare  molto allegri, se pensiamo alle reazioni ai fatti di sabato 31 gennaio. E’ la sottovalutazione di sempre  della violenza che giunge alla sua giustificazione in quanto il sistema sarebbe di per sé violento. Argomentazioni che puzzano lontano un miglio di ‘68 e che  già in passato tentarono di giustificare “Lotta Continua” e le Br. Poi c’è’ Salvini che, orfano del generale ,propone una cauzione per poter manifestare in piazza, cosa consentita  economicamente forse solo alla Cgil e ad alcuni partiti. Il diritto a manifestare pacificamente e senz’armi è un principio irrinunciabile. Alcuni non hanno neppure capito che i violenti non erano una frangia del corteo, ma erano gli organizzatori e i propugnatori   del medesimo. Ha ragione Ugo  Volli a dire che il grosso del corteo non ha più l’età e la forza fisica per far casino, ma aderisce pienamente ai compagni che combattono anche per loro. Patetico l’intervento della leghista che, dopo anni di silenzio, è intervenuta, dicendo che lei ha partecipato al corteo, ma non sta da una parte né dall’altra.
Non trascurabili sono anche i silenziosi, gli opportunisti che se la cavano con una generica  e stantia condanna della violenza. Ancora più incomprensibili sono i silenzi di  certi vecchi professori  emeriti ,noti per essere maestri di democrazia. L’analisi della Procuratrice Generale della Corte d’Appello si è  rivelata, poche ore prima dei fatti, lucida e profetica, ma quasi nessuno ha tratto le conclusioni dovute.
Giampiero Leo, che durante la contestazione del 1977 fu selvaggiamente picchiato, ha fatto una delle poche dichiarazioni condivisibili senza cadere nel rigorismo di alcuni leghisti. La situazione è grave e certo non basta inasprire le norme. Occorre anche che il Ministero degli interni esamini se la sua strategia sabato 31 si è rivelata adeguata. Nessuno può dare suggerimenti e formulare critiche perchè noi cittadini non conosciamo la situazione reale . Ha ragione Cerno a collegare l’orda dei violenti alla Val di Susa, diventata quartier generale della guerriglia No Tav. E’ li’ che va estirpata la radice profonda della violenza che trova in Askatasuna l’altra centrale dell’ eversione.  Lo squadrismo rosso va stroncato insieme al brodo di coltura formato dai vecchi malvissuti che sono totalmente  complici dei “ragazzi” della generazione Z . Qui non è in gioco un governo, qui è in gioco la democrazia e il diritto dei cittadini di vivere la loro vita senza i traumi che crea una situazione intollerabile come quella generata  da Askatasuna. Gli esegeti della giustificazione della  violenza  sono i nuovi “cattivi maestri”che hanno rovinato una generazione di giovani con le loro faziosità e intolleranze. Ad essi bisogna dire basta anche perché in Francia non c’è più un Mitterand ad accoglierli. La scarcerazione immediata dei tre arrestati suscita perplessità. I domiciliari agli aggressori dei poliziotti determinano vaste  reazioni  popolari negative perché oggi il buonismo garantista a Torino non trova un facile  consenso. E’ quasi un paradosso: a ridurre il valore del garantismo sono gli estremisti che si travestono da nuovi partigiani per sostenere il dissenso contro il  nuovo regime.
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Un capro espiatorio?
Ho appreso, navigando su Facebook, che gli ordini cavallereschi sabaudi si pubblicizzano sui social, mettendo addirittura il numero di telefono a cui rivolgersi. Resto esterrefatto se penso allo stile di Umberto II e a quello dei suoi collaboratori Umberto Provana di Collegno, Vittorio Prunas Tola, per  non parlare del ministro Falcone Lucifero. Tutti si rivolterebbero nella tomba. Ho ascoltato  anche un discorso di pochi minuti tenuto dal pretendente al trono italiano  che non c’ è più dal 1946, il quale stranamente porta il nome del Duca d’Aosta Emanuele Filiberto,  comandante della III armata durante la Grande Guerra: incredibili giochi della storia, anche se non osarono battezzarlo con il nome della discendenza, cioè quello di Umberto, che oggi è  il nome del  figlio di Aimone di Savoia. Il pretendente ha dichiarato in modo apodittico che Vittorio Emanuele III  fu un capro espiatorio della storia. Frase inconsistente storicamente perché 46 anni di regno vanno valutati nelle loro luci e nelle loro ombre. L’età giolittiana, ad esempio, fu una gloria del re Vittorio e anche il periodo della Grande Guerra non fu, secondo molti storici, da buttare: fu il re soldato che completò il Risorgimento. I problemi sorsero  con il fascismo quando il re commise degli errori indiscutibili. Io andai a Vicoforte insieme al  principe Sergio di Jugoslavia a visitare la tomba del re e della regina Elena e pronunciai anche qualche parola di rispetto e di ammirazione soprattutto per la Regina. Non ho mai accettato i codardi oltraggi nei confronti dei vinti che ridussero Vittorio Emanuele a “re sciaboletta”, come fosse  un Brunetta qualsiasi. Ma oggi ,dopo certe manifestazioni quasi paramilitari che ho visto sui social, a Vicoforte non tornerei più. Vittorio Emanuele III  è responsabile di aver aperto le porte del governo nel 1922 a Mussolini in seguito alla marcia su Roma. Marcello Soleri, che gli  propose di firmare lo stato d’assedio per fermarlo, come scrive nelle sue memorie, lo ritenne ,insieme a Facta, responsabile dell’avvento al potere di Mussolini. In modo cinico dopo il delitto Matteotti il re non mosse un dito per ripristinare l’ordine statutario compromesso da quel delitto. Nei confronti del fascismo fu sempre più succubo del regime, fino alla firma delle leggi razziali e della sciagurata  dichiarazione di guerra. Prima ancora accettò che il Parlamento venisse stravolto nella Camera dei fasci e delle corporazioni e che il senato del Regno venisse fascistizzato. Attese un golpe interno al fascismo il 25 luglio 1943 per chiedere a Mussolini le dimissioni. Il successore da lui  scelto nel maresciallo Badoglio, fascistissimo duca di Addis Abeba, fu un disastro.
Nei quarantacinque giorni non fece nulla se non liquidare  con la violenza delle ripicche personali come l’omicidio di Ettore Muti e lasciò che i tedeschi si impadronissero dell’ Italia, abbandonando l’esercito sparso sui campi di battaglia, senza ordini. E l’8 settembre scappò insieme al re al Sud perché non c’era più altro da fare che trasferirsi da Roma ormai pronta ad essere occupata dai tedeschi .Si mise al sicuro sotto la protezione anglo – americana, pur riuscendo a rimettere in piedi un piccolo esercito di liberazione che non fu merito suo. Diceva Delcroix: da invasori in pochi giorni diventarono liberatori.  Anche in questa ultima vicenda il re non fu capro espiatorio, ma primo responsabile insieme a Badoglio della capitolazione di un esercito abbandonato a sé  stesso. Moralmente e politicamente fu responsabile anche dell’eccidio di Cefalonia e dell’internamento in Germania di 600mila soldati che paradossalmente furono fedeli al giuramento prestato al loro re, ma furono fatti prigionieri perché abbandonati a  se’ stessi dai loro superiori più altolocati. Fu inoltre responsabile della politica tra il 1943 e il 1946 perché non volle abdicare se non a pochi giorni dal referendum. Questo restare abbarbicato al potere danneggiò moltissimo la Causa Monarchica, come una volta mi disse con franchezza il ministro della Real Casa Lucifero. Le mie poche righe non bastano a dare un giudizio su 46 anni di regno, ma le semplificazioni manichee non bastano a giustificare il “piccolo grande re“ come diceva in televisione Alfredo Covelli. La storia non è cosa da cortigiani, ma da  studiosi. Sono d’accordo a continuare a leggere Gioacchino Volpe, ma non i depliant propagandistici di personaggi che disonorano quello che resta di Casa Savoia. La difesa del re tentata dal suo fedelissimo Alberto Bergamini sarebbe ancora oggi, la traccia da seguire per difendere il re d una condanna faziosa e totale, ingiusta al pari della difesa incolta ed aprioristica.
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L’uomo forte
L’idea dell’uomo forte ha sempre suggestionato alcuni utopisti autoritari da Junio Valerio Borghese a Edgardo Sogno che pure fu un resistente. Sogno guardava a De Gaull , ma non aveva le idee chiare sul terreno politico. Fu di moda la parola golpe, come poi avvenne drammaticamente  in Cile con altri generali e prima in Grecia con i colonnelli.
Fecero disastri politici e massacri di oppositori. Lasciamo che in Italia i generali  facciano i generali e non diventino aspiranti leader politici. Non sono preparati a ruoli politici e potrebbero solo portare danno. Se poi scrivono anche libri, bisogna preoccuparsi. Occorre uno Stato democratico forte, non il generale di turno. De Gaulle era uno statista a sé, nessuno può chiamarlo in causa anche perché la storia francese è altra rispetto a quella italiana e le incapacità di Macron hanno vanificato la Quinta repubblica Gaullista.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Cavour e il “Pannunzio”
Ho visto il manifesto del Centro Pannunzio in cui si afferma in modo fantasioso che che Cavour sarebbe potuto essere socio del centro Pannunzio. Su che  cosa si sono basati i suoi grafici un po’ troppo fantasiosi ? La storia va rispettata.    Rag. Tino Diotallevi
I grafici hanno seguito le mie personali indicazioni. Esiste un precedente degli anni Cinquanta in cui due partiti si contesero nei manifesti  l’immagine e l’eredità politica di Cavour. Il” Corriere della sera“ si presentò a Torino con l’immagine di Cavour. Nel caso specifico fu Stefano Reggiani nel 1975 a scrivere dei racconti in cui il Conte di Cavour era abituale frequentatore del Centro Pannunzio, a volte insieme al re. Non era una fantasia campata in aria. Reggiani era un giornalista colto e sapeva che Pannunzio teneva dietro la sua scrivania di direttore un ritratto di Cavour. E sapeva anche la difesa tenace di Cavour da me fatta nel corso degli anni , seguendo l’amico e Maestro Rosario Romeo . Nessuno a Torino è stato più cavouriano del Centro “ Pannunzio“ che ha nel suo atrio di ingresso un busto di Cavour. Penso che abbia capito il senso di pensare ad un Cavour redivivo socio del Centro Pannunzio. I liberali con i liberali, potremmo dire parafrasando Matteotti.
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Piazza Solferino  e il centro
Perché piazza Solferino è così trascurata e priva di eventi, se si eccettua il Natale? E’ una piazza storica importante e  dimenticata. Angela Bianchi
E’ una piazza speciale perché la viabilità scorre parallela alla piazza e guai se a qualche assessore venisse in mente di rendere pedonale tutta la piazza, condannandola alla morte. Resta comunque una piazza piuttosto ampia. Per le Olimpiadi invernali pensarono di dotarla di due orribili “Gianduiotti“ che poi dovettero rimuovere e  demolire: le idee di una estrosa assessora al turismo che certamente non ha brillato per capacità neppure per le Olimpiadi. Dopo si sono tenute poche manifestazioni, una per l’intitolazione di parte  della piazza ad Alfredo Frassati.   Gli spazi utili ci sarebbero , ma forse manca la fantasia e la volontà. Chi autorizza un supermercato in piazza Castello, si rivela inadatto ad esercitare certe funzioni. Torino manca di gente capace di  vera fantasia progettuale .Vivono nel passato delle “luci di artista”, lasciando nel buio più pericoloso piazza Carlina: una follia.  Non è solo piazza Solferino a soffrirne. C’è gente malata di demagogia che vuole portare tutto in periferia. Forse è questa la spiegazione per capire come mai piazza Solferino è stata declassata. L’idea di una città con molti centri è nefasta perchè priva il centro vero  di attrattiva. La pedonalizzazione di via Roma avrà esiti esiziali perché i torinesi useranno come sempre  i portici e la via pedonalizzata, negata alla circolazione ,sarà preda di sfaccendati e artisti di strada.
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Pitigrilli
Ho letto il libro del giornalista Ternavasio su Pitigrilli e sono rimasta molto delusa. Il solito tuttologo che non approfondisce nulla. Per parlare dei rapporti con il fascismo di Pitigrilli si fonda su tale Colombini, una estremist , non  una studiosa. Che delusione!   Rosina Roberti
Non ho letto il libro e quindi non so dirle nulla, anche se concordo su Colombini. NResta insuperato il libro di Anna Antolisei su Pitigrilli che evidenzia l’aspetto più riuscito dell’opera dello scrittore torinese, l’aforisma, di cui Antolisei è grande studiosa. I biografi di mestiere che passano indifferentemente da un tema all’altro, quasi fossero enciclopedici, non sono mai molto affidabili. Gli studiosi seri ed approfonditi, ma non seriosi  come Antolisei, sono tutt’altra cosa.

Jas Gawronski, il cosmopolitismo come categoria etico – politica

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Giungono da tutta Italia, anche dall’estero, gli auguri per i novant’anni di Jas Gawronski, giornalista famoso, deputato europeo del Pri e poi di Forza Italia, Senatore della Repubblica che sarebbe stato giusto nominare senatore a vita. E’ uomo libero che è stato amico di Papa Wojtyla, di Giovanni Agnelli e di Silvio Berlusconi , ma ha sempre saputo mantenere la sua indipendenza di giudizio inalterata. E’ amico di Giuliano Ferrara, senza condividerne gli estremismi. E’ stato molto amico di Enzo Bettiza che lo iniziò al giornalismo e ha deciso di lasciare i suoi libri in dono alla storica  Biblioteca dei Chiostri di Ravenna che ha già ricevuto quelli di Bettiza. Un gesto molto importante apprezzato dal presidente Antonio Patuelli.
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E’ stato con slancio generoso  impegnato nel sostenere il Centro “Pannunzio“ di cui è presidente onorario, ma non si può assolutamente definire un “pannunziano“ intransigente – che poi sarebbe un ossimoro – perché l’essere di padre polacco lo ha portato naturaliter  ad un cattolicesimo profondo – mai dogmatico – a cui è legato anche dal fatto di essere nipote di San Pier Giorgio Frassati. Anche la sua candidatura nel PRI e poi in Forza Italia non va confusa con un’ottusa militanza di partito che gli è  stata assolutamente estranea. Jas è nipote di Alfredo Frassati, senatore del Regno e della Repubblica, ambasciatore a Berlino, liberale antifascista e sa mantenere la schiena diritta come il nonno. In tutta la sua lunga carriera di giornalista in America, in Francia e in Russia in giro per il mondo  non ha mai dato segni di essere lottizzato come tanti giornalisti Rai.

Marcello Sorgi, Jas Gawronski, Pier Franco Quaglieni, Umberto Agnelli
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Jas Gawronski è  grande italiano cittadino del mondo, uno dei pochi italiani conosciuti e stimati a livello internazionale. La madre di Jas, Luciana Frassati Gawronska, donna davvero fuori ordinanza, l’ha certo educato in modo esemplare, ma il figlio ha saputo scegliere le sue strade in autonomia per non lasciarsi condizionare da una famiglia così autorevole e prestigiosa. Aver avuto modo di collaborare con lui per molti decenni mi ha sprovincializzato e mi ha fatto capire cosa sia il cosmopolitismo come categoria etico – politica da contrapporre alle angustie del populismo sovranista.

Carnevale merita un ricordo degno

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Poche righe per la morte a 95 anni del giudice Corrado Carnevale, presidente della prima sezione della Corte di Cassazione dove giunse a 55 anni, il più giovane in assoluto in Cassazione. Giorgio Bocca lo definì “ l’ammazzasentenze” perché bocciava sentenze fatte male che contenevano errori  e carenze di motivazione. La Cassazione ha questo compito  nell’annullare sentenze inadeguate  e Carnevale lo ha svolto con diligenza e indipendenza , augurandosi inutilmente  che la qualità delle sentenze migliorasse, come mi disse una volta. Aveva la schiena diritta e dopo l’assoluzione, già in pensione , pretese di recuperare gli anni perduti, ottenendo la reintegrazione nel grado e nella funzione. Fu un magistrato esemplare vincolato solo alla legge. Non si lasciò mai invischiare nella politica come capitò ad altri giudici anche di Cassazione. A lui accomuno almeno  in parte un altro insigne magistrato, Filippo Mancuso, che fu ministro con Dini, dimissionato a forza per il suo spirito libero. In politica Mancuso commise errori, ma si ritirò a vita privata. Carnevale seppe  invece essere coerente con sè stesso e venne odiato perché mise in evidenza i limiti inaccettabili dei magistrati dalla condanna facile, ma caratterizzati da un incompetenza tecnico – giuridica disarmante che Carnevale non esitò a censurare. Oggi balzano fuori nella loro ignoranza e malafede anche  i giornalisti che lo crocifessero.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Il discorso del Sindaco di Torino al Giorno della Memoria – Altissimo – Vannacci tra Crosetto e Borghezio – Un Giolitti privato e il suo medico – Lettere

Il discorso del Sindaco di Torino al Giorno della Memoria
 Ho partecipato alla manifestazione al Comune di Torino per il giorno della Memoria ed ho ascoltato da parte del sindaco Lo Russo un discorso di particolare rilievo che ha mi ha  affascinato. Questo giorno della memoria era  molto difficile dopo Gaza, ma Lo Russo ha concentrato il suo dire sul piano storico e sull’Olocausto degli ebrei con parole chiare e oneste, non abituali in un politico.
Anche nello stile è stato asciutto, direi tacitiano, senza concessioni alla retorica . Vorrei poter pubblicare tutto il suo discorso. Mi limito ad alcune frasi: “La memoria non è un rituale“ ed ancora  “Il male non nasce già riconoscibile. Diventa normale poco alla volta, mentre qualcuno guarda altrove. Diventa accettabile quando il silenzio prende il posto della responsabilità  e l’indifferenza quello della coscienza”.
“Nel giorno della memoria ricordiamo le vittime della tragedia della Shoah e tutte le persone perseguitate e uccise dal nazifascismo. Ed ancora: “Giustizia e vendetta non sono la stessa cosa. La vendetta genera altra violenza. La giustizia richiede la fatica del pensiero complesso, la rinuncia a risposte immediate, il coraggio di non adeguarsi alla logica di “noi contro loro”. Ed infine: “Richiede la capacità di non ridurre i conflitti a slogan, di non trasformare interi popoli in colpe collettive, di distinguere sempre tra governi, responsabilità politiche , popoli e persone. “ Nel discorso del Sibdaco c’è l’aria dei ventilati altipiani, come diceva Mario Soldati, riferendosi ai suoi maestri. Non bisogna semplificare la storia , sembra essere l’imperativo di Lo Russo. Lo stesso del grande storico ebreo  ucciso dai tedeschi che invitava a capire la storia prima di giudicare.
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Altissimo
Non ho mai avuto occasione di conoscere di persona Renato Altissimo , ministro liberale e anche segretario  generale del PLI .Ci siamo visti più volte in mille occasioni, ma non siamo mai andati oltre il buonasera o il  buongiorno. A volte ci  incontravamo nella libreria Zanaboni che ambedue sicuramente avevamo conosciuto quand’era una famosa e fornitissima cartoleria. Forse non l’ho mai neppure apprezzato politicamente perché mi sembrava molto snob e molto confindustriale: il conte Carandini scrisse di un PLI affittato alla Confindustria proprio sul “ Mondo“ di Pannunzio. Nel 1970 sul settimanale “Torino giorni“ che avevo iniziato a dirigere,  scrissi un velenoso corsivo che colpì sicuramente nel segno e che  forse fu la causa di un rapporto mai nato anche in tempi successivi. Commentando politicamente l’elezione di Zanone e Bastianini alle elezioni amministrative di quell’anno  scrissi che erano dei veri “illuministi“ perché illuminati dai fari Altissimo , in riferimento alla nota azienda di famiglia che Renato chiuse per dedicarsi totalmente  alla politica e alla bella vita: era stato eletto deputato nel 1972 e divenne romano ad ogni effetto.
Leggendo le commemorazioni  di Zanone nel decennale della morte nessuno ha ritenuto di ricordare anche  Altissimo forse perché i due liberali litigarono di brutto e non si riconciliarono più . Per ragioni storiche va detto – e lo dico ad onor del vero e anche a nome di un amico scomparso lo scorso anno ( Edoardo Massimo Fiammotto stretto collaboratore di Altissimo ) – che  senza l’apporto economico e il sostegno in Confindustria di Altissimo la corrente di “ Rinnovamento liberale “ non sarebbe mai nata . Lo slogan del 1970 ABZ (le iniziali dei tre soci fondatori) si realizzò perché Altissimo gli diede  le gambe  per camminare. Diversamente Zanone avrebbe continuato a  fare  il funzionario di partito e il docente di Lettere al serale dell’ Avogadro. Ignorare Altissimo ed esaltare Zanone è  sbagliato. Lo scorso anno Fiammotto, direttore della scuola di liberalismo in Piemonte, voleva ricordare Altissimo, ma ci furono liberali che glielo impedirono per inspiegabili motivi di invidia e di antico livore. I due liberali Altissimo e Zanone vanno ricordati insieme, unendo nel ricordo il giornalista e scrittore Ostellino che dei tre era sicuramente il migliore, non nel senso togliattiano del termine.
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Vannacci tra Crosetto e Borghezio
 A Ventimiglia il gen. Vannacci è stato accolto festosamente  da Borghezio e dal sindaco della cittadina ligure. Sembra che il generale si stia mettendo in proprio con un nuovo movimento di estrema destra  e l’accoglienza di Borghezio è un sintomo significativo. Dare spazio a Vannacci nel centro – destra fu un grave errore perché le sue posizioni sono sempre state estremiste.
Un tizio che fece il vigile urbano nel Ponente ligure e che si atteggia a politico almirantiano (sic!) invitò subito a Garlenda il generale per presentare il suo libro. Aveva ragione Crosetto che da ministro della Difesa prese subito le distanze dal generale della “Folgore”: una posizione molto coraggiosa e difficile da assumere. Adesso la Lega si troverà ad avere un vicesegretario ingovernabile anche dal “capitano“ Salvini.
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Un Giolitti privato e il suo medico
In un bel libro di di memorie famigliari , opera di Riccardo  Mattòli, che verrà presentato al Senato della Repubblica,  viene ricordato Agostino  Mattòli, il medico personale di Giovanni  Giolitti,  divenuto suo segretario nel suo quinto ed ultimo governo e anche deputato tra il ‘21 e il ‘24. E’ un libro che ha l’intento di mettere a nudo un Giolitti segreto o almeno poco conosciuto attraverso carteggi inediti importanti . Pensando al medico diventato deputato, viene  spontaneo dire che già allora, negli anni Venti, anche il presidente del Consiglio, che Salvemini giudicò ingiustamente il “ministro della malavita”, non era indifferente a promuovere gli amici in Parlamento.
Giovanni Giolitti
Non tutti i giolittiani erano statisti come Soleri e Peano, ma Mattòli fu certamente una personalità di spicco, al di là dell’amicizia con Giolitti. Il libro ha dei meriti storici indiscutibili  perché ci  consente  di conoscere un Giolitti che finora gli storici non avevano mai indagato. Riccardo Mattòli con un lungo e metodico lavoro ha contribuito alla storicizzazione  dello statista  di Dronero, di  cui nel 2028 ricorderemo il centenario della morte.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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La casa tartassata
Dopo il disastro di Niscemi dovuto a noncuranza e complicità  pubblica  di tanti anni, torna l’ipotesi della assicurazione obbligatoria sulle case. Cosa ne pensa?   Felice Ghio
Sono contrarissimo ad un obbligo che ha costi alti per fatti che sono ascrivibili a chi ha concesso licenze edilizie illecite per non dire folli . La casa è già gravata da mille tasse e balzelli . Semmai la casa va sgravata dalle imposizioni fiscali volute dal governo Monti.
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I Savoia
Ho letto che insieme a personaggi un po’ “irregolari“ come Luxuria verrà invitato a Torino anche Emanuele Filiberto di Savoia. Questa politica- spettacolo alla Signorini  è del tutto  negativa e significa la fine ingloriosa di una dinastia che  cade nel ridicolo dopo aver portato l’Italia nel dramma del fascismo, delle leggi razziali e della seconda guerra mondiale.  Filippo De Carico
La storia dei Savoia e ‘ molto più complessa di quella che lei sostiene. Certo esistono errori e complicità , ma il Risorgimento è opera dei Savoia. L’ultimo discendente fa ciò che può  dopo tanti anni di esilio e senza studi regolari. Aveva scelto saggiamente  una vita borghese, come anche suo padre, sposando una attrice francese con cui ebbe due figlie . Adesso vuole fare l’erede ad un trono che non c’è. Liberissimo di farlo in una Repubblica democratica che ha eliminato la pena dell’esilio del tutto incostituzionale. Il ramo Aosta oggi è l’unico che tiene alto il nome e la storia del Casato. Non sia così severo con Luxuria che giudico negativamente solo perché ha voluto fare la parlamentare senza averne le competenze. La vita privata è altra cosa.
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Askatasuna
L’annuncio dei Verdi – Sinistra italiana  di scendere in piazza con i vari Grimaldi, Ravinale, Dieni  con Askatasuna  appare incompatibile con la permanenza in giunta a Torino di esponenti di AVS. O si sta con la legge o con l’eversione. Non ci sono mezze misure.  Franca Giuli
Concordo con lei. In Italia non esiste la presunta repressione denunciata da Grimaldi, contro cui urlavano i contestatori nel ‘68. Ci fu invece l’eversione del terrorismo che cominciò sfasciando le vetrine in via Roma. Non ci possono essere ambiguità sull’ordine democratico e sulla legalità repubblicana.
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Foglianti
Sono trent’anni che esce il “Foglio “ di Ferrara e Cerasa, una lettura per pochi. Il giornale continua ad uscire solo perché ha un finanziamento pubblico cospicuo?  E’ giusto?
Biagio Novelli Bordighera
Leggo saltuariamente quel giornale graficamente di difficile lettura . I “Foglianti“ si considerano quasi come il nuovo “Mondo“ di Pannunzio, ma sono anni luce lontani, sia con Ferrara che con Cerasa che appare molto ambiguo. Spesso non condivido i suoi articoli. Finché c’è un finanziamento pubblico è  giusto che lo abbiano tutti gli aventi diritto, anche  le qualità del giornale non sono certo eccezionali. Io non ne  festeggio il trentennale, come non festeggio i 50 anni di “Repubblica“ , un giornale in via di estinzione tra i lettori.

Le interferenze del Cardinale Zuppi nel referendum sulla Magistratura

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Chi scrive correggerebbe anche Cavour perché il separatismo tra Stato e Chiesa deve essere netto e chiaro: libero Stato e libera Chiesa, togliendo quell’in che poteva limitare l’autonomia della Chiesa cattolica.In questo spirito è da considerarsi una grave interferenza nella vita democratica italiana la posizione favorevole al No al prossimo referendum sulla Magistratura  da parte del presidente della CEI , cardinale Zuppi a cui l’interferire  negli affari di Stato appare l’atto più naturale e quasi un dovere civico. In questa occasione non entro nella scelta referendaria, ma non posso non rifiutare l’ingresso nella Chiesa nella polemica referendaria. Già il cardinale  Ruini interferì pesantemente in un altro referendum.
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Come laici liberali  ci opponemmo e continuano ad opporci all’interferenza di segno contrario di Zu ppi che si manifesta come il difensore della Costituzione italiana. I cattolici adulti, come diceva Prodi, non hanno bisogno di richiami su una materia referendaria che è esclusivamente politica e non ha risvolti morali di sorta. A decidere sulla Magistratura e sul suo governo sono e devono essere  esclusivamente i cittadini che votano.
I tempi sono cambiati e la lettera e lo spirito del Concordato riscritto da Craxi impediscono pronunciamenti che violano la laicità dello Stato. Sarebbe come se lo Stato italiano facesse pressione sul Papa e sul clero perché, ad esempio, si uniformassero alla Costituzione della Repubblica italiana, un ordinamento incompatibile con la teocrazia vaticana.
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Il cardinale Zuppi rischia di riaprire un discorso sul clericalismo che Papa Bergoglio aveva chiuso, dando argomenti a chi vorrebbe l’abrogazione  del Concordato  per difendere l’assoluta separazione dei poteri. Non insista il Cardinale di Bologna, così simile al suo predecessore Lercaro, l’arcivescovo rosso, perché rischia davvero di far rinascere l’anticlericalismo laico del Risorgimento. E non usino la posizione del Cardinale i sostenitori del No perché rivelerebbero di dover ricorrere all’ausilio dei preti per tentare di vincere. Tanti cattolici adulti o anche giovani non daranno retta alle direttive camuffate da esortazioni del Cardinale che fa del protagonismo politico la cifra del suo mandato a capo dei vescovi italiani.