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La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: La sottovalutazione della violenza – Un capro espiatorio? – L’uomo forte – Lettere

La sottovalutazione della violenza
A partire da Odifreddi a Don Ciotti, al redivivo Bertinotti  ad alcuni  docenti universitari e commentatori vari non c’è da stare  molto allegri, se pensiamo alle reazioni ai fatti di sabato 31 gennaio. E’ la sottovalutazione di sempre  della violenza che giunge alla sua giustificazione in quanto il sistema sarebbe di per sé violento. Argomentazioni che puzzano lontano un miglio di ‘68 e che  già in passato tentarono di giustificare “Lotta Continua” e le Br. Poi c’è’ Salvini che, orfano del generale ,propone una cauzione per poter manifestare in piazza, cosa consentita  economicamente forse solo alla Cgil e ad alcuni partiti. Il diritto a manifestare pacificamente e senz’armi è un principio irrinunciabile. Alcuni non hanno neppure capito che i violenti non erano una frangia del corteo, ma erano gli organizzatori e i propugnatori   del medesimo. Ha ragione Ugo  Volli a dire che il grosso del corteo non ha più l’età e la forza fisica per far casino, ma aderisce pienamente ai compagni che combattono anche per loro. Patetico l’intervento della leghista che, dopo anni di silenzio, è intervenuta, dicendo che lei ha partecipato al corteo, ma non sta da una parte né dall’altra.
Non trascurabili sono anche i silenziosi, gli opportunisti che se la cavano con una generica  e stantia condanna della violenza. Ancora più incomprensibili sono i silenzi di  certi vecchi professori  emeriti ,noti per essere maestri di democrazia. L’analisi della Procuratrice Generale della Corte d’Appello si è  rivelata, poche ore prima dei fatti, lucida e profetica, ma quasi nessuno ha tratto le conclusioni dovute.
Giampiero Leo, che durante la contestazione del 1977 fu selvaggiamente picchiato, ha fatto una delle poche dichiarazioni condivisibili senza cadere nel rigorismo di alcuni leghisti. La situazione è grave e certo non basta inasprire le norme. Occorre anche che il Ministero degli interni esamini se la sua strategia sabato 31 si è rivelata adeguata. Nessuno può dare suggerimenti e formulare critiche perchè noi cittadini non conosciamo la situazione reale . Ha ragione Cerno a collegare l’orda dei violenti alla Val di Susa, diventata quartier generale della guerriglia No Tav. E’ li’ che va estirpata la radice profonda della violenza che trova in Askatasuna l’altra centrale dell’ eversione.  Lo squadrismo rosso va stroncato insieme al brodo di coltura formato dai vecchi malvissuti che sono totalmente  complici dei “ragazzi” della generazione Z . Qui non è in gioco un governo, qui è in gioco la democrazia e il diritto dei cittadini di vivere la loro vita senza i traumi che crea una situazione intollerabile come quella generata  da Askatasuna. Gli esegeti della giustificazione della  violenza  sono i nuovi “cattivi maestri”che hanno rovinato una generazione di giovani con le loro faziosità e intolleranze. Ad essi bisogna dire basta anche perché in Francia non c’è più un Mitterand ad accoglierli. La scarcerazione immediata dei tre arrestati suscita perplessità. I domiciliari agli aggressori dei poliziotti determinano vaste  reazioni  popolari negative perché oggi il buonismo garantista a Torino non trova un facile  consenso. E’ quasi un paradosso: a ridurre il valore del garantismo sono gli estremisti che si travestono da nuovi partigiani per sostenere il dissenso contro il  nuovo regime.
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Un capro espiatorio?
Ho appreso, navigando su Facebook, che gli ordini cavallereschi sabaudi si pubblicizzano sui social, mettendo addirittura il numero di telefono a cui rivolgersi. Resto esterrefatto se penso allo stile di Umberto II e a quello dei suoi collaboratori Umberto Provana di Collegno, Vittorio Prunas Tola, per  non parlare del ministro Falcone Lucifero. Tutti si rivolterebbero nella tomba. Ho ascoltato  anche un discorso di pochi minuti tenuto dal pretendente al trono italiano  che non c’ è più dal 1946, il quale stranamente porta il nome del Duca d’Aosta Emanuele Filiberto,  comandante della III armata durante la Grande Guerra: incredibili giochi della storia, anche se non osarono battezzarlo con il nome della discendenza, cioè quello di Umberto, che oggi è  il nome del  figlio di Aimone di Savoia. Il pretendente ha dichiarato in modo apodittico che Vittorio Emanuele III  fu un capro espiatorio della storia. Frase inconsistente storicamente perché 46 anni di regno vanno valutati nelle loro luci e nelle loro ombre. L’età giolittiana, ad esempio, fu una gloria del re Vittorio e anche il periodo della Grande Guerra non fu, secondo molti storici, da buttare: fu il re soldato che completò il Risorgimento. I problemi sorsero  con il fascismo quando il re commise degli errori indiscutibili. Io andai a Vicoforte insieme al  principe Sergio di Jugoslavia a visitare la tomba del re e della regina Elena e pronunciai anche qualche parola di rispetto e di ammirazione soprattutto per la Regina. Non ho mai accettato i codardi oltraggi nei confronti dei vinti che ridussero Vittorio Emanuele a “re sciaboletta”, come fosse  un Brunetta qualsiasi. Ma oggi ,dopo certe manifestazioni quasi paramilitari che ho visto sui social, a Vicoforte non tornerei più. Vittorio Emanuele III  è responsabile di aver aperto le porte del governo nel 1922 a Mussolini in seguito alla marcia su Roma. Marcello Soleri, che gli  propose di firmare lo stato d’assedio per fermarlo, come scrive nelle sue memorie, lo ritenne ,insieme a Facta, responsabile dell’avvento al potere di Mussolini. In modo cinico dopo il delitto Matteotti il re non mosse un dito per ripristinare l’ordine statutario compromesso da quel delitto. Nei confronti del fascismo fu sempre più succubo del regime, fino alla firma delle leggi razziali e della sciagurata  dichiarazione di guerra. Prima ancora accettò che il Parlamento venisse stravolto nella Camera dei fasci e delle corporazioni e che il senato del Regno venisse fascistizzato. Attese un golpe interno al fascismo il 25 luglio 1943 per chiedere a Mussolini le dimissioni. Il successore da lui  scelto nel maresciallo Badoglio, fascistissimo duca di Addis Abeba, fu un disastro.
Nei quarantacinque giorni non fece nulla se non liquidare  con la violenza delle ripicche personali come l’omicidio di Ettore Muti e lasciò che i tedeschi si impadronissero dell’ Italia, abbandonando l’esercito sparso sui campi di battaglia, senza ordini. E l’8 settembre scappò insieme al re al Sud perché non c’era più altro da fare che trasferirsi da Roma ormai pronta ad essere occupata dai tedeschi .Si mise al sicuro sotto la protezione anglo – americana, pur riuscendo a rimettere in piedi un piccolo esercito di liberazione che non fu merito suo. Diceva Delcroix: da invasori in pochi giorni diventarono liberatori.  Anche in questa ultima vicenda il re non fu capro espiatorio, ma primo responsabile insieme a Badoglio della capitolazione di un esercito abbandonato a sé  stesso. Moralmente e politicamente fu responsabile anche dell’eccidio di Cefalonia e dell’internamento in Germania di 600mila soldati che paradossalmente furono fedeli al giuramento prestato al loro re, ma furono fatti prigionieri perché abbandonati a  se’ stessi dai loro superiori più altolocati. Fu inoltre responsabile della politica tra il 1943 e il 1946 perché non volle abdicare se non a pochi giorni dal referendum. Questo restare abbarbicato al potere danneggiò moltissimo la Causa Monarchica, come una volta mi disse con franchezza il ministro della Real Casa Lucifero. Le mie poche righe non bastano a dare un giudizio su 46 anni di regno, ma le semplificazioni manichee non bastano a giustificare il “piccolo grande re“ come diceva in televisione Alfredo Covelli. La storia non è cosa da cortigiani, ma da  studiosi. Sono d’accordo a continuare a leggere Gioacchino Volpe, ma non i depliant propagandistici di personaggi che disonorano quello che resta di Casa Savoia. La difesa del re tentata dal suo fedelissimo Alberto Bergamini sarebbe ancora oggi, la traccia da seguire per difendere il re d una condanna faziosa e totale, ingiusta al pari della difesa incolta ed aprioristica.
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L’uomo forte
L’idea dell’uomo forte ha sempre suggestionato alcuni utopisti autoritari da Junio Valerio Borghese a Edgardo Sogno che pure fu un resistente. Sogno guardava a De Gaull , ma non aveva le idee chiare sul terreno politico. Fu di moda la parola golpe, come poi avvenne drammaticamente  in Cile con altri generali e prima in Grecia con i colonnelli.
Fecero disastri politici e massacri di oppositori. Lasciamo che in Italia i generali  facciano i generali e non diventino aspiranti leader politici. Non sono preparati a ruoli politici e potrebbero solo portare danno. Se poi scrivono anche libri, bisogna preoccuparsi. Occorre uno Stato democratico forte, non il generale di turno. De Gaulle era uno statista a sé, nessuno può chiamarlo in causa anche perché la storia francese è altra rispetto a quella italiana e le incapacità di Macron hanno vanificato la Quinta repubblica Gaullista.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Cavour e il “Pannunzio”
Ho visto il manifesto del Centro Pannunzio in cui si afferma in modo fantasioso che che Cavour sarebbe potuto essere socio del centro Pannunzio. Su che  cosa si sono basati i suoi grafici un po’ troppo fantasiosi ? La storia va rispettata.    Rag. Tino Diotallevi
I grafici hanno seguito le mie personali indicazioni. Esiste un precedente degli anni Cinquanta in cui due partiti si contesero nei manifesti  l’immagine e l’eredità politica di Cavour. Il” Corriere della sera“ si presentò a Torino con l’immagine di Cavour. Nel caso specifico fu Stefano Reggiani nel 1975 a scrivere dei racconti in cui il Conte di Cavour era abituale frequentatore del Centro Pannunzio, a volte insieme al re. Non era una fantasia campata in aria. Reggiani era un giornalista colto e sapeva che Pannunzio teneva dietro la sua scrivania di direttore un ritratto di Cavour. E sapeva anche la difesa tenace di Cavour da me fatta nel corso degli anni , seguendo l’amico e Maestro Rosario Romeo . Nessuno a Torino è stato più cavouriano del Centro “ Pannunzio“ che ha nel suo atrio di ingresso un busto di Cavour. Penso che abbia capito il senso di pensare ad un Cavour redivivo socio del Centro Pannunzio. I liberali con i liberali, potremmo dire parafrasando Matteotti.
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Piazza Solferino  e il centro
Perché piazza Solferino è così trascurata e priva di eventi, se si eccettua il Natale? E’ una piazza storica importante e  dimenticata. Angela Bianchi
E’ una piazza speciale perché la viabilità scorre parallela alla piazza e guai se a qualche assessore venisse in mente di rendere pedonale tutta la piazza, condannandola alla morte. Resta comunque una piazza piuttosto ampia. Per le Olimpiadi invernali pensarono di dotarla di due orribili “Gianduiotti“ che poi dovettero rimuovere e  demolire: le idee di una estrosa assessora al turismo che certamente non ha brillato per capacità neppure per le Olimpiadi. Dopo si sono tenute poche manifestazioni, una per l’intitolazione di parte  della piazza ad Alfredo Frassati.   Gli spazi utili ci sarebbero , ma forse manca la fantasia e la volontà. Chi autorizza un supermercato in piazza Castello, si rivela inadatto ad esercitare certe funzioni. Torino manca di gente capace di  vera fantasia progettuale .Vivono nel passato delle “luci di artista”, lasciando nel buio più pericoloso piazza Carlina: una follia.  Non è solo piazza Solferino a soffrirne. C’è gente malata di demagogia che vuole portare tutto in periferia. Forse è questa la spiegazione per capire come mai piazza Solferino è stata declassata. L’idea di una città con molti centri è nefasta perchè priva il centro vero  di attrattiva. La pedonalizzazione di via Roma avrà esiti esiziali perché i torinesi useranno come sempre  i portici e la via pedonalizzata, negata alla circolazione ,sarà preda di sfaccendati e artisti di strada.
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Pitigrilli
Ho letto il libro del giornalista Ternavasio su Pitigrilli e sono rimasta molto delusa. Il solito tuttologo che non approfondisce nulla. Per parlare dei rapporti con il fascismo di Pitigrilli si fonda su tale Colombini, una estremist , non  una studiosa. Che delusione!   Rosina Roberti
Non ho letto il libro e quindi non so dirle nulla, anche se concordo su Colombini. NResta insuperato il libro di Anna Antolisei su Pitigrilli che evidenzia l’aspetto più riuscito dell’opera dello scrittore torinese, l’aforisma, di cui Antolisei è grande studiosa. I biografi di mestiere che passano indifferentemente da un tema all’altro, quasi fossero enciclopedici, non sono mai molto affidabili. Gli studiosi seri ed approfonditi, ma non seriosi  come Antolisei, sono tutt’altra cosa.

Jas Gawronski, il cosmopolitismo come categoria etico – politica

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Giungono da tutta Italia, anche dall’estero, gli auguri per i novant’anni di Jas Gawronski, giornalista famoso, deputato europeo del Pri e poi di Forza Italia, Senatore della Repubblica che sarebbe stato giusto nominare senatore a vita. E’ uomo libero che è stato amico di Papa Wojtyla, di Giovanni Agnelli e di Silvio Berlusconi , ma ha sempre saputo mantenere la sua indipendenza di giudizio inalterata. E’ amico di Giuliano Ferrara, senza condividerne gli estremismi. E’ stato molto amico di Enzo Bettiza che lo iniziò al giornalismo e ha deciso di lasciare i suoi libri in dono alla storica  Biblioteca dei Chiostri di Ravenna che ha già ricevuto quelli di Bettiza. Un gesto molto importante apprezzato dal presidente Antonio Patuelli.
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E’ stato con slancio generoso  impegnato nel sostenere il Centro “Pannunzio“ di cui è presidente onorario, ma non si può assolutamente definire un “pannunziano“ intransigente – che poi sarebbe un ossimoro – perché l’essere di padre polacco lo ha portato naturaliter  ad un cattolicesimo profondo – mai dogmatico – a cui è legato anche dal fatto di essere nipote di San Pier Giorgio Frassati. Anche la sua candidatura nel PRI e poi in Forza Italia non va confusa con un’ottusa militanza di partito che gli è  stata assolutamente estranea. Jas è nipote di Alfredo Frassati, senatore del Regno e della Repubblica, ambasciatore a Berlino, liberale antifascista e sa mantenere la schiena diritta come il nonno. In tutta la sua lunga carriera di giornalista in America, in Francia e in Russia in giro per il mondo  non ha mai dato segni di essere lottizzato come tanti giornalisti Rai.

Marcello Sorgi, Jas Gawronski, Pier Franco Quaglieni, Umberto Agnelli
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Jas Gawronski è  grande italiano cittadino del mondo, uno dei pochi italiani conosciuti e stimati a livello internazionale. La madre di Jas, Luciana Frassati Gawronska, donna davvero fuori ordinanza, l’ha certo educato in modo esemplare, ma il figlio ha saputo scegliere le sue strade in autonomia per non lasciarsi condizionare da una famiglia così autorevole e prestigiosa. Aver avuto modo di collaborare con lui per molti decenni mi ha sprovincializzato e mi ha fatto capire cosa sia il cosmopolitismo come categoria etico – politica da contrapporre alle angustie del populismo sovranista.

Carnevale merita un ricordo degno

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Poche righe per la morte a 95 anni del giudice Corrado Carnevale, presidente della prima sezione della Corte di Cassazione dove giunse a 55 anni, il più giovane in assoluto in Cassazione. Giorgio Bocca lo definì “ l’ammazzasentenze” perché bocciava sentenze fatte male che contenevano errori  e carenze di motivazione. La Cassazione ha questo compito  nell’annullare sentenze inadeguate  e Carnevale lo ha svolto con diligenza e indipendenza , augurandosi inutilmente  che la qualità delle sentenze migliorasse, come mi disse una volta. Aveva la schiena diritta e dopo l’assoluzione, già in pensione , pretese di recuperare gli anni perduti, ottenendo la reintegrazione nel grado e nella funzione. Fu un magistrato esemplare vincolato solo alla legge. Non si lasciò mai invischiare nella politica come capitò ad altri giudici anche di Cassazione. A lui accomuno almeno  in parte un altro insigne magistrato, Filippo Mancuso, che fu ministro con Dini, dimissionato a forza per il suo spirito libero. In politica Mancuso commise errori, ma si ritirò a vita privata. Carnevale seppe  invece essere coerente con sè stesso e venne odiato perché mise in evidenza i limiti inaccettabili dei magistrati dalla condanna facile, ma caratterizzati da un incompetenza tecnico – giuridica disarmante che Carnevale non esitò a censurare. Oggi balzano fuori nella loro ignoranza e malafede anche  i giornalisti che lo crocifessero.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Il discorso del Sindaco di Torino al Giorno della Memoria – Altissimo – Vannacci tra Crosetto e Borghezio – Un Giolitti privato e il suo medico – Lettere

Il discorso del Sindaco di Torino al Giorno della Memoria
 Ho partecipato alla manifestazione al Comune di Torino per il giorno della Memoria ed ho ascoltato da parte del sindaco Lo Russo un discorso di particolare rilievo che ha mi ha  affascinato. Questo giorno della memoria era  molto difficile dopo Gaza, ma Lo Russo ha concentrato il suo dire sul piano storico e sull’Olocausto degli ebrei con parole chiare e oneste, non abituali in un politico.
Anche nello stile è stato asciutto, direi tacitiano, senza concessioni alla retorica . Vorrei poter pubblicare tutto il suo discorso. Mi limito ad alcune frasi: “La memoria non è un rituale“ ed ancora  “Il male non nasce già riconoscibile. Diventa normale poco alla volta, mentre qualcuno guarda altrove. Diventa accettabile quando il silenzio prende il posto della responsabilità  e l’indifferenza quello della coscienza”.
“Nel giorno della memoria ricordiamo le vittime della tragedia della Shoah e tutte le persone perseguitate e uccise dal nazifascismo. Ed ancora: “Giustizia e vendetta non sono la stessa cosa. La vendetta genera altra violenza. La giustizia richiede la fatica del pensiero complesso, la rinuncia a risposte immediate, il coraggio di non adeguarsi alla logica di “noi contro loro”. Ed infine: “Richiede la capacità di non ridurre i conflitti a slogan, di non trasformare interi popoli in colpe collettive, di distinguere sempre tra governi, responsabilità politiche , popoli e persone. “ Nel discorso del Sibdaco c’è l’aria dei ventilati altipiani, come diceva Mario Soldati, riferendosi ai suoi maestri. Non bisogna semplificare la storia , sembra essere l’imperativo di Lo Russo. Lo stesso del grande storico ebreo  ucciso dai tedeschi che invitava a capire la storia prima di giudicare.
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Altissimo
Non ho mai avuto occasione di conoscere di persona Renato Altissimo , ministro liberale e anche segretario  generale del PLI .Ci siamo visti più volte in mille occasioni, ma non siamo mai andati oltre il buonasera o il  buongiorno. A volte ci  incontravamo nella libreria Zanaboni che ambedue sicuramente avevamo conosciuto quand’era una famosa e fornitissima cartoleria. Forse non l’ho mai neppure apprezzato politicamente perché mi sembrava molto snob e molto confindustriale: il conte Carandini scrisse di un PLI affittato alla Confindustria proprio sul “ Mondo“ di Pannunzio. Nel 1970 sul settimanale “Torino giorni“ che avevo iniziato a dirigere,  scrissi un velenoso corsivo che colpì sicuramente nel segno e che  forse fu la causa di un rapporto mai nato anche in tempi successivi. Commentando politicamente l’elezione di Zanone e Bastianini alle elezioni amministrative di quell’anno  scrissi che erano dei veri “illuministi“ perché illuminati dai fari Altissimo , in riferimento alla nota azienda di famiglia che Renato chiuse per dedicarsi totalmente  alla politica e alla bella vita: era stato eletto deputato nel 1972 e divenne romano ad ogni effetto.
Leggendo le commemorazioni  di Zanone nel decennale della morte nessuno ha ritenuto di ricordare anche  Altissimo forse perché i due liberali litigarono di brutto e non si riconciliarono più . Per ragioni storiche va detto – e lo dico ad onor del vero e anche a nome di un amico scomparso lo scorso anno ( Edoardo Massimo Fiammotto stretto collaboratore di Altissimo ) – che  senza l’apporto economico e il sostegno in Confindustria di Altissimo la corrente di “ Rinnovamento liberale “ non sarebbe mai nata . Lo slogan del 1970 ABZ (le iniziali dei tre soci fondatori) si realizzò perché Altissimo gli diede  le gambe  per camminare. Diversamente Zanone avrebbe continuato a  fare  il funzionario di partito e il docente di Lettere al serale dell’ Avogadro. Ignorare Altissimo ed esaltare Zanone è  sbagliato. Lo scorso anno Fiammotto, direttore della scuola di liberalismo in Piemonte, voleva ricordare Altissimo, ma ci furono liberali che glielo impedirono per inspiegabili motivi di invidia e di antico livore. I due liberali Altissimo e Zanone vanno ricordati insieme, unendo nel ricordo il giornalista e scrittore Ostellino che dei tre era sicuramente il migliore, non nel senso togliattiano del termine.
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Vannacci tra Crosetto e Borghezio
 A Ventimiglia il gen. Vannacci è stato accolto festosamente  da Borghezio e dal sindaco della cittadina ligure. Sembra che il generale si stia mettendo in proprio con un nuovo movimento di estrema destra  e l’accoglienza di Borghezio è un sintomo significativo. Dare spazio a Vannacci nel centro – destra fu un grave errore perché le sue posizioni sono sempre state estremiste.
Un tizio che fece il vigile urbano nel Ponente ligure e che si atteggia a politico almirantiano (sic!) invitò subito a Garlenda il generale per presentare il suo libro. Aveva ragione Crosetto che da ministro della Difesa prese subito le distanze dal generale della “Folgore”: una posizione molto coraggiosa e difficile da assumere. Adesso la Lega si troverà ad avere un vicesegretario ingovernabile anche dal “capitano“ Salvini.
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Un Giolitti privato e il suo medico
In un bel libro di di memorie famigliari , opera di Riccardo  Mattòli, che verrà presentato al Senato della Repubblica,  viene ricordato Agostino  Mattòli, il medico personale di Giovanni  Giolitti,  divenuto suo segretario nel suo quinto ed ultimo governo e anche deputato tra il ‘21 e il ‘24. E’ un libro che ha l’intento di mettere a nudo un Giolitti segreto o almeno poco conosciuto attraverso carteggi inediti importanti . Pensando al medico diventato deputato, viene  spontaneo dire che già allora, negli anni Venti, anche il presidente del Consiglio, che Salvemini giudicò ingiustamente il “ministro della malavita”, non era indifferente a promuovere gli amici in Parlamento.
Giovanni Giolitti
Non tutti i giolittiani erano statisti come Soleri e Peano, ma Mattòli fu certamente una personalità di spicco, al di là dell’amicizia con Giolitti. Il libro ha dei meriti storici indiscutibili  perché ci  consente  di conoscere un Giolitti che finora gli storici non avevano mai indagato. Riccardo Mattòli con un lungo e metodico lavoro ha contribuito alla storicizzazione  dello statista  di Dronero, di  cui nel 2028 ricorderemo il centenario della morte.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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La casa tartassata
Dopo il disastro di Niscemi dovuto a noncuranza e complicità  pubblica  di tanti anni, torna l’ipotesi della assicurazione obbligatoria sulle case. Cosa ne pensa?   Felice Ghio
Sono contrarissimo ad un obbligo che ha costi alti per fatti che sono ascrivibili a chi ha concesso licenze edilizie illecite per non dire folli . La casa è già gravata da mille tasse e balzelli . Semmai la casa va sgravata dalle imposizioni fiscali volute dal governo Monti.
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I Savoia
Ho letto che insieme a personaggi un po’ “irregolari“ come Luxuria verrà invitato a Torino anche Emanuele Filiberto di Savoia. Questa politica- spettacolo alla Signorini  è del tutto  negativa e significa la fine ingloriosa di una dinastia che  cade nel ridicolo dopo aver portato l’Italia nel dramma del fascismo, delle leggi razziali e della seconda guerra mondiale.  Filippo De Carico
La storia dei Savoia e ‘ molto più complessa di quella che lei sostiene. Certo esistono errori e complicità , ma il Risorgimento è opera dei Savoia. L’ultimo discendente fa ciò che può  dopo tanti anni di esilio e senza studi regolari. Aveva scelto saggiamente  una vita borghese, come anche suo padre, sposando una attrice francese con cui ebbe due figlie . Adesso vuole fare l’erede ad un trono che non c’è. Liberissimo di farlo in una Repubblica democratica che ha eliminato la pena dell’esilio del tutto incostituzionale. Il ramo Aosta oggi è l’unico che tiene alto il nome e la storia del Casato. Non sia così severo con Luxuria che giudico negativamente solo perché ha voluto fare la parlamentare senza averne le competenze. La vita privata è altra cosa.
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Askatasuna
L’annuncio dei Verdi – Sinistra italiana  di scendere in piazza con i vari Grimaldi, Ravinale, Dieni  con Askatasuna  appare incompatibile con la permanenza in giunta a Torino di esponenti di AVS. O si sta con la legge o con l’eversione. Non ci sono mezze misure.  Franca Giuli
Concordo con lei. In Italia non esiste la presunta repressione denunciata da Grimaldi, contro cui urlavano i contestatori nel ‘68. Ci fu invece l’eversione del terrorismo che cominciò sfasciando le vetrine in via Roma. Non ci possono essere ambiguità sull’ordine democratico e sulla legalità repubblicana.
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Foglianti
Sono trent’anni che esce il “Foglio “ di Ferrara e Cerasa, una lettura per pochi. Il giornale continua ad uscire solo perché ha un finanziamento pubblico cospicuo?  E’ giusto?
Biagio Novelli Bordighera
Leggo saltuariamente quel giornale graficamente di difficile lettura . I “Foglianti“ si considerano quasi come il nuovo “Mondo“ di Pannunzio, ma sono anni luce lontani, sia con Ferrara che con Cerasa che appare molto ambiguo. Spesso non condivido i suoi articoli. Finché c’è un finanziamento pubblico è  giusto che lo abbiano tutti gli aventi diritto, anche  le qualità del giornale non sono certo eccezionali. Io non ne  festeggio il trentennale, come non festeggio i 50 anni di “Repubblica“ , un giornale in via di estinzione tra i lettori.

Le interferenze del Cardinale Zuppi nel referendum sulla Magistratura

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Chi scrive correggerebbe anche Cavour perché il separatismo tra Stato e Chiesa deve essere netto e chiaro: libero Stato e libera Chiesa, togliendo quell’in che poteva limitare l’autonomia della Chiesa cattolica.In questo spirito è da considerarsi una grave interferenza nella vita democratica italiana la posizione favorevole al No al prossimo referendum sulla Magistratura  da parte del presidente della CEI , cardinale Zuppi a cui l’interferire  negli affari di Stato appare l’atto più naturale e quasi un dovere civico. In questa occasione non entro nella scelta referendaria, ma non posso non rifiutare l’ingresso nella Chiesa nella polemica referendaria. Già il cardinale  Ruini interferì pesantemente in un altro referendum.
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Come laici liberali  ci opponemmo e continuano ad opporci all’interferenza di segno contrario di Zu ppi che si manifesta come il difensore della Costituzione italiana. I cattolici adulti, come diceva Prodi, non hanno bisogno di richiami su una materia referendaria che è esclusivamente politica e non ha risvolti morali di sorta. A decidere sulla Magistratura e sul suo governo sono e devono essere  esclusivamente i cittadini che votano.
I tempi sono cambiati e la lettera e lo spirito del Concordato riscritto da Craxi impediscono pronunciamenti che violano la laicità dello Stato. Sarebbe come se lo Stato italiano facesse pressione sul Papa e sul clero perché, ad esempio, si uniformassero alla Costituzione della Repubblica italiana, un ordinamento incompatibile con la teocrazia vaticana.
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Il cardinale Zuppi rischia di riaprire un discorso sul clericalismo che Papa Bergoglio aveva chiuso, dando argomenti a chi vorrebbe l’abrogazione  del Concordato  per difendere l’assoluta separazione dei poteri. Non insista il Cardinale di Bologna, così simile al suo predecessore Lercaro, l’arcivescovo rosso, perché rischia davvero di far rinascere l’anticlericalismo laico del Risorgimento. E non usino la posizione del Cardinale i sostenitori del No perché rivelerebbero di dover ricorrere all’ausilio dei preti per tentare di vincere. Tanti cattolici adulti o anche giovani non daranno retta alle direttive camuffate da esortazioni del Cardinale che fa del protagonismo politico la cifra del suo mandato a capo dei vescovi italiani.

Il Carnevale in piazza Vittorio

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Chi scrive ha conosciuto un solo e vero Carnevale, quello in piazza Vittorio  dove tutta la città si ritrovava in festa. L’assessore  Dondona decise molti anni fa  di eliminare il Carnevale in piazza Vittorio per riqualificare la piazza. Oggi ho qualche dubbio sulla reale riqualificazione di quell’area non più di parcheggio perché sotto la piazza venne costruito un parcheggio utilissimo, malgrado i limiti di accesso troppo angusti e pericolosi, forse per accontentare i pochi radical- chic come Vattimo ,feroci contestatori anche dei parcheggi sotterranei. Si andava in piazza Vittorio a divertirsi, a vincere un pesce rosso e poi a gustare la cioccolata con panna di Ghigo, l’unica istituzione che regge al tempo dal 1870. C’era anche in via principe Amedeo, poi in piazza Carlo Alberto e alla fine nello spiazzo che diventerà il parcheggio Valdo Fusi, la fiera dei vini dove si mangiava e si stava allegri con buona musica tradizionale: la cucina non era sempre all’altezza , ma ai torinesi piaceva. Si mangiava spesso lo zampone con i crauti. Il carnevale venne spostato in periferia, alla Pellerina in modo particolare. E da allora sono stato una sola volta e mi è bastata. Lo spirito di piazza Vittorio è stato ucciso . Vedo che il Carnevale di quest’anno, che celebra anche il centenario di Gianduia maschera del Carnevale torinese, si è un po’ riposizionato in centro. E’ fatto positivo che può far rinascere la festa che dopo i fasti degli Anni 80 e 90, e’ andata  putroppo in crisi anche a Venezia. In Piemonte è bene vivo il famoso Carnevale di Ivrea che si fonda sulla storia e a cui l’editore Pedrini ha dedicato un volume. Resiste poi il Carnevale di Viareggio che non ha mai avuto rivali. Vorrei  fare una proposta per il 2027: tornare a fare qualcosa in piazza Vittorio per ricordare il Carnevale storico della Città. Un solo evento rievocativo che piacerebbe a molti e che ci renderebbe giovani per mezza giornata o anche solo due ore.
(foto Museo Torino)

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Don Ciotti e la maranza – I Signori del No –  Gobetti e la storia – La Mole – Lettere

Don Ciotti e la maranza
I miei contatti con don Luigi Ciotti sono stati pochi, anche se una volta per il premio “San Giovanni“ che  ricevemmo insieme in Comune, il sacerdote fu generosamente largo di elogi nei miei confronti: era il 1998, un’era geologica fa. Pur ammirandone l’impegno, non ho mai molto condiviso le sue idee. In una recente intervista ha affermato che con i giovani serve il dialogo e non la repressione .E ‘ il solito tema della inclusione applicato anche alle giovani canaglie dal coltello facile.

Riportare ordine nella convivenza civile e nella scuola può essere definito in vari modi, ma non può prescindere dal ripristino dell’autorità dello Stato. Definire rabbia la delinquenza mi appare un errore di prospettiva storica . Già la generazione Z aveva dato prova di sé con il suo cinismo devastante , ma oggi siamo caduti ancora più in basso perché nelle scuole, per futili motivi, ci sono giovani che ricorrono al coltello come in una nuova cavalleria rusticana recitata dalla maranza. Occorre nella scuola recuperare lo studio, la serietà, la necessaria selezione. Il todos caballeros dell‘inclusione, nella migliore delle ipotesi, è un’utopia disancorata dalla realtà.
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I signori del No

Ho scritto già da tempo che io voterò si’ al Referendum senza incertezze per ragioni che ho già spiegato e che illustrerò in interventi pubblici in febbraio e in marzo, girando l’Italia. Tra le altre cose me lo impone la mia amicizia per Enzo Tortora e per Marco Pannella.

Marco Pannella con Pier Franco Quaglieni
Ma c’è anche un’altra ragione che pesa nel mio voto per il sì: il fatto che votino no Barbero, Augias, Bindi, Serracchiani, Canfora, Ranucci e tanti le cui ragioni, malgrado la tolleranza laica, non condivido quasi mai. Sentirmi in quella compagnia mi creerebbe un forte disagio. Questo è ovviamente solo uno dei tanti motivi per cui i liberali voteranno sì alla separazione delle carriere unificate dal governo fascista del 1941. Mi piacerebbe sentire le obiezioni di Canfora che ha reso antico anche l’antifascismo, mentre considera sempre presente e attuale il fascismo.
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Gobetti e la storia
Dopo la Messa cantata a Roma per Valerio Zanone in cui personaggini minori hanno deciso chi invitare e chi escludere, adesso sono partite le Messe laiche, anzi le Messe gregoriane per Piero Gobetti che meriterebbe di essere storicizzato come ha fatto quasi solo Antonio Patuelli.
Piero Gobetti
Con lo stile un po’ settario di Zagrebelski si continuerà a pestare acqua nel mortaio , senza affrontare il nodo cruciale del pensiero gobettiano: il suo rapporto con Gramsci e il marxismo che fini’ di nascondere l’originario liberalismo . Il suo fu un pensiero in nuce che la morte a 25 anni nel 1926 in esilio a Parigi non gli consentì di approfondire.
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La Mole
“La Mole” è ‘stato un giornale fondato a Torino  da Enzo Fedeli nel 1946 e diretto successivamente da Nino Cavallotti. Attorno al giornale si formò il gruppo “La Mole” , un gruppo monarchico indipendente che portò in Consiglio comunale a Torino per 15 anni il Col. dei Bersaglieri Enzo Fedeli, unico  capo carismatico monarchico in Piemonte a cui sarebbe spettato il seggio in Parlamento che ebbe il PNM. Fedeli, valoroso combattente della seconda guerra mondiale e nella Guerra di Liberazione, era un giornalista e un oratore di straordinaria efficacia. I suoi discorsi al teatro “ Carignano“ ottenevano il massimo successo. Creò anche la casa editrice “Superga” che pubblicò libri importanti.
I monarchici del partito monarchico e della stessa Umi non riuscirono mai a fare un qualcosa di simile alla “Mole” che, come scrisse Carlo Delcroix , fu “il più vecchio e strenuo giornale“, diffuso in tutta Italia . Dopo Fedeli il gruppo fu presieduto dall’imprenditore Aldo Piazza. Affiancò Cavallotti come redattore capo del giornale Gian Luigi Boveri, futuro dirigente della Sanità pubblica piemontese. Fedeli fu un uomo eccezionale che, se fosse entrato in altri partiti, sarebbe diventato sicuramente parlamentare e forse anche ministro. Quel gruppo ebbe tanti soci importanti: dalla scrittrice Bianca Galimberti allo scultore Giovanni Reduzzi. Ma La Mole ebbe anche un gruppo Fiat e un gruppo di tramvieri, a dimostrazione del radicamento  popolare dell’associazione. Anche Angelo Pezzana scrisse a lungo sulla “Mole”. E’ una pagina di storia torinese meritevole di essere ricordata anche in consiglio comunale dove  Fedeli  fu consigliere molto autorevole e rispettato anche dagli avversari politici.
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Lettere scrivere a quaglieni@gmail.com

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Piazza Madama Cristina
L’ho vista qualche giorno fa comprare della frutta in piazza Madama Cristina e mi ha sorpreso vederla così disinvolto. Io in quella piazza sono stato borseggiato due volte e sono stato infastidito ogni volta da questuanti di diverse età ed etnie.  La nostra generazione rimpiange i negozi di frutta di via Nizza (oggi impraticabile) e di via Lagrange. Se la memoria non mi inganna, i mitici Scanavino. Quei negozi sono chiusi da decenni e il mercato di piazza Madama Cristina è sempre più decaduto negli anni.   Filippo Forneri
Foto Città di Torino
 Vado raramente a comprare, solo quando vado a far colazione al “Samambaia”, che ha mantenuto il suo rango inalterato nel tempo. In piazza c’è un banco speciale che ha spesso le fragoline che acquisto volentieri. Anch’io amavo i negozi di primizie che ormai sono un lusso del passato. Circa la delinquenza che circola nei mercati concordo con lei. Bisogna stare molto attenti. I vigili addetti ai mercati sono scomparsi e la sicurezza è molto precaria anche semplicemente camminando per strada.
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Viabilità torinese
In corso Sommeiller hanno creato una camera a gas a cielo aperto con code pazzesche di auto. La corsia preferenziale del 16 non dà reali vantaggi temporali al tram, mentre crea intasamento al traffico sul cavalcavia. Persino il capo dei taxisti si è detto contrario. L’adozione della velocità massima a 30 all’ora è un’altra follia, specie se non si perseguono i  viaggiatori  in monopattino che svettano a 50/ 60 all’ora anche sui marciapiedi. Siamo diventati ridicoli. La tutela dei pedoni è un optional.   Pino Ferraris
Concordo su tutto. Il TAR del Lazio ha bocciato i 30 km all’ora. Ma nessuno fa nulla per regolare i  monopattini che sono un vero pericolo pubblico. Aggiungerei inoltre che ad essere i più penalizzati sono gli anziani  che in alcune zone non possono entrare neppure in taxi. Di chi ha difficoltà a camminare nessuno si interessa. L’equilibrio di certe decisioni nel campo della viabilità appare del tutto inesistente. La chiusura di via Roma avrà ripercussioni nefaste sulla viabilità in centro e adesso parlano di chiudere anche piazza Carlo Felice e  via Po.

La bellezza di sentirsi italiani

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Qualche giorno fa nel mio alloggio di Bordighera ho scoperto, arrivando, che il riscaldamento non era in funzione. Un disastro che avrebbe pregiudicato il lungo fine settimana programmato. Senza sperarci – era di sabato – ho chiamato l’assistenza che mi ha risposto dicendo che faceva il possibile per inviarmi un tecnico. Dopo circa un’ora è suonato il citofono  che segnalava l’arrivo insperato del soccorso. Ma questo è solo l’antefatto. Il tecnico non solo si rivelò capace e rapido, ma vedendo alcuni arredi e quadri, nella mia  vecchia casa  di famiglia, che si richiamano alla storia d’Italia, ha iniziato a raccontarmi che suo nonno era un esule da Fiume cacciato dalla furia titina e mi ha detto che lui non poteva perdonare ciò che i titini avevano fatto alla sua terra di origine. Essendo a fine giornata, abbiamo parlato mezz’ora di temi storici e ho visto in un lui un vero italiano orgoglioso di esserlo. Gli ho fatto vedere il volantino lanciato da  D’Annunzio nel volo su Vienna e si è commosso. E si è stabilito tra noi un rapporto come solo avevo conosciuto tra italiani  all’estero di cui raccontava mio padre e che io stesso ho potuto constatare. In Italia non mi era mai capitato. Siamo invasi da gente che odia l’Italia, da gente accecata dalla faziosità e affascinata dalla violenza. Gli attacchi velenosi alla Rettrice dell’Università di Torino  per aver impedito una nuova devastazione di Palazzo nuovo, sono solo l’ultimo episodio dell’esplosivo meticciato politico tra finti italiani e immigrati che delinquono. Il tecnico del riscaldamento con cui ho stabilito un rapporto a prima vista, accomunati dal rispetto della storia e dal patriottismo, è un  nobile esempio a cui guardare per far rinascere l’Italia a nuova vita. Se ci sentissimo tutti più italiani, l’Italia ne trarrebbe un grande giovamento. Il nostro colloquio si è chiuso con due  miei piccoli regali simbolici: la stampa di un disegno di Paolo Caccia Dominioni che tra l’altro raccolse le salme dei Caduti ad El Alamein dove aveva combattuto  e una coccarda  tricolore che mi donarono nel 2011 dopo un mio  discorso per i 150 anni dell’Unità a Bordighera. Da un incidente è nato uno spirito solidale tra Italiani. Una cosa molto bella e oggi purtroppo rara.

Il sessantottismo di Bertinotti

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Non ho mai amato Fausto Bertinotti che conobbi quando era un  importante sindacalista della Cgil. Aveva già allora  la durezza di Landini, nascosta in un guanto di velluto di finta cultura citazionista. E’ stato ed è un radical chic ante litteram, uno che non si è voluto arrendere, guardando la storia e la realtà, alla caduta del Muro di Berlino e  al ripiego obbligato del marxismo nel campo del socialismo utopistico, tanto criticato da Marx. Lo riconobbe il mio amico Nicola Tranfaglia, che pure mi rese la vita difficile, dicendo che  il marxismo era diventato un’utopia. Neppure Bobbio ebbe il coraggio di trarre adeguate conclusioni storiche sulla fine del comunismo. Non capirò mai il Bobbio dal 1989 in poi che difese le ragioni del comunismo, dopo averlo criticato per decine di anni, ossessionato dal berlusconismo. E anche il filosofo del pensiero debole Vattimo divenne sostenitore di un’ideologia forte sconfitta dalla storia. Uno strano destino, quasi incredibile. Bertinotti in un’ampia intervista parla degli 80 anni della Repubblica, dando una versione classista e operaista della storia che meriterebbe una puntuale confutazione che richiederebbe tempo e spazio che non ho e che forse non è necessario avere perchè  molte delle sue affermazioni sono così inconsistenti da non meritare una replica. Bertinotti non ha mai fatto i conti in primis con i suoi personali errori politici come la caduta di Prodi e non si è mai reso conto che l’estremismo non è solo malattia infantile, come diceva Lenin, ma è anche, nel suo caso, la malattia politica  senile, quasi incurabile,  di chi vede nella situazione  attuale la “vendetta contro il ‘68″. Se la questione viene posta così, non esito a dire che la risposta al ‘68 e alla fuga in avanti delle ideologie presuntuose del secolo scorso è arrivata molto in ritardo. Bertinotti afferma che le  attuali tre forze di governo sono estranee alla Costituzione del 1948. Dice una verità sacrosanta, ma non spiega perché quelle che contribuirono a scriverla sono oggi marginali e minoritarie. Non considera gli errori colossali della sinistra al governo, senza mai avere una vera maggioranza. Non percepisce che la vittoria della destra e’ anche figlia di quegli errori. E’ una reazione all’estremismo arrogante di una sinistra incapace di governare i cambiamenti. La vittoria della destra e’ il prodotto di un legittimo rifiuto democratico, attraverso il voto, di un modo di governare che portò Grillo ad avere un vastissimo consenso. Le semplificazioni manichee di Bertinotti privo di una vera cultura politica maturata sui libri  e non nelle officine non convincono quasi più nessuno.  I chierici di officina di  cui scriveva Montale, non sono mai stati convincenti. Togliatti che era un uomo colto e realistico non avrebbe mai tollerato Bertinotti nel PCI. Il partito di Bertinotti, Rifondazione, è diventato un cespuglietto dell’estremismo dei centri sociali. A 86 anni fisicamente molto  ben portati, Bertinotti dovrebbe ritirarsi a meditare sulle sconfitte a cui lui stesso ha contribuito. In primis dovrebbe trarre un bilancio sul Sessantottismo  parolaio che lui continua a giudicare in termini positivi . La definizione parolaio rosso la coniò con santa ragione Gian Paolo Pansa. Leggendo la sua intervista si trovano le ragioni per cui la maggioranza degli italiani ha votato il centro – destra anche per disperazione.
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Foto Instagram Todi Festival

Crosetto celebra Craxi statista

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Credo che solo il presidente del Senato Marcello Pera abbia osato tanto  in tempi  più calamitosi degli attuali, ma sempre turbolenti ,  in cui il pregiudizio antisocialista era nettamente prevalente. Ieri il ministro della Difesa e  cofondatore di Fdi Guido Crosetto  è stato alla tomba di Bettino Craxi a rendergli omaggio e a ricordarlo  come
statista. Craxi è stato un grande leader politico che ha trasformato il Socialismo italiano, traghettandolo verso il riformismo e impedendo le involuzioni di fiancheggiamento al pci che stavano distruggendo il partito socialista. Questa scelta suscitò l’odio dei comunisti che rifiutarono Craxi più dei missini .

E’ stato un grande leader europeo che ha dato slancio ad un’ idea di Europa che andasse oltre il manifesto di Ventotene. E’ stato un presidente del Consiglio che ha avuto  un precedente solo in Alcide De Gasperi. Appunto uno statista di rango internazionale che ha inciso nella storia italiana. Pensiamo, ad esempio, alla revisione del Concordato tra Stato e Chiesa del 1929 che ha garantito la laicità e la libertà religiosa. In lui riviveva anche il socialismo liberale di Rosselli che è cosa totalmente diversa dal gobettismo filocomunista oggi celebrato dalle messe gregoriane  indette per il centenario della morte. Anche l’aver affrontato e vinto il referendum sulla scala mobile è  stato un altro atto da statista che sa guardare lontano. Crosetto, definendolo statista, ha dimostrato di essere lui stesso uno statista.  I vili mercenari   che  con atto di codardo oltraggio  gettarono in faccia a Craxi delle monetine e i loro eredi  dovrebbero vergognarsi di un gesto barbaro  e maramaldesco che ha degradato la lotta politica in aggressione personale. Chi scrive non è mai stato un militante socialista, ma con l’indipendenza dello studioso di storia ritiene di poter dire che Craxi sia stato un grande italiano. Non così si può dire della maggioranza dei capi del partito comunista, devoti e dipendenti da Mosca non solo nel ‘56, quando sostennero l’Urss che invadeva l’Ungheria.