quaglieni

Il sessantottismo di Bertinotti

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Non ho mai amato Fausto Bertinotti che conobbi quando era un  importante sindacalista della Cgil. Aveva già allora  la durezza di Landini, nascosta in un guanto di velluto di finta cultura citazionista. E’ stato ed è un radical chic ante litteram, uno che non si è voluto arrendere, guardando la storia e la realtà, alla caduta del Muro di Berlino e  al ripiego obbligato del marxismo nel campo del socialismo utopistico, tanto criticato da Marx. Lo riconobbe il mio amico Nicola Tranfaglia, che pure mi rese la vita difficile, dicendo che  il marxismo era diventato un’utopia. Neppure Bobbio ebbe il coraggio di trarre adeguate conclusioni storiche sulla fine del comunismo. Non capirò mai il Bobbio dal 1989 in poi che difese le ragioni del comunismo, dopo averlo criticato per decine di anni, ossessionato dal berlusconismo. E anche il filosofo del pensiero debole Vattimo divenne sostenitore di un’ideologia forte sconfitta dalla storia. Uno strano destino, quasi incredibile. Bertinotti in un’ampia intervista parla degli 80 anni della Repubblica, dando una versione classista e operaista della storia che meriterebbe una puntuale confutazione che richiederebbe tempo e spazio che non ho e che forse non è necessario avere perchè  molte delle sue affermazioni sono così inconsistenti da non meritare una replica. Bertinotti non ha mai fatto i conti in primis con i suoi personali errori politici come la caduta di Prodi e non si è mai reso conto che l’estremismo non è solo malattia infantile, come diceva Lenin, ma è anche, nel suo caso, la malattia politica  senile, quasi incurabile,  di chi vede nella situazione  attuale la “vendetta contro il ‘68″. Se la questione viene posta così, non esito a dire che la risposta al ‘68 e alla fuga in avanti delle ideologie presuntuose del secolo scorso è arrivata molto in ritardo. Bertinotti afferma che le  attuali tre forze di governo sono estranee alla Costituzione del 1948. Dice una verità sacrosanta, ma non spiega perché quelle che contribuirono a scriverla sono oggi marginali e minoritarie. Non considera gli errori colossali della sinistra al governo, senza mai avere una vera maggioranza. Non percepisce che la vittoria della destra e’ anche figlia di quegli errori. E’ una reazione all’estremismo arrogante di una sinistra incapace di governare i cambiamenti. La vittoria della destra e’ il prodotto di un legittimo rifiuto democratico, attraverso il voto, di un modo di governare che portò Grillo ad avere un vastissimo consenso. Le semplificazioni manichee di Bertinotti privo di una vera cultura politica maturata sui libri  e non nelle officine non convincono quasi più nessuno.  I chierici di officina di  cui scriveva Montale, non sono mai stati convincenti. Togliatti che era un uomo colto e realistico non avrebbe mai tollerato Bertinotti nel PCI. Il partito di Bertinotti, Rifondazione, è diventato un cespuglietto dell’estremismo dei centri sociali. A 86 anni fisicamente molto  ben portati, Bertinotti dovrebbe ritirarsi a meditare sulle sconfitte a cui lui stesso ha contribuito. In primis dovrebbe trarre un bilancio sul Sessantottismo  parolaio che lui continua a giudicare in termini positivi . La definizione parolaio rosso la coniò con santa ragione Gian Paolo Pansa. Leggendo la sua intervista si trovano le ragioni per cui la maggioranza degli italiani ha votato il centro – destra anche per disperazione.
.
Foto Instagram Todi Festival

Crosetto celebra Craxi statista

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Credo che solo il presidente del Senato Marcello Pera abbia osato tanto  in tempi  più calamitosi degli attuali, ma sempre turbolenti ,  in cui il pregiudizio antisocialista era nettamente prevalente. Ieri il ministro della Difesa e  cofondatore di Fdi Guido Crosetto  è stato alla tomba di Bettino Craxi a rendergli omaggio e a ricordarlo  come
statista. Craxi è stato un grande leader politico che ha trasformato il Socialismo italiano, traghettandolo verso il riformismo e impedendo le involuzioni di fiancheggiamento al pci che stavano distruggendo il partito socialista. Questa scelta suscitò l’odio dei comunisti che rifiutarono Craxi più dei missini .

E’ stato un grande leader europeo che ha dato slancio ad un’ idea di Europa che andasse oltre il manifesto di Ventotene. E’ stato un presidente del Consiglio che ha avuto  un precedente solo in Alcide De Gasperi. Appunto uno statista di rango internazionale che ha inciso nella storia italiana. Pensiamo, ad esempio, alla revisione del Concordato tra Stato e Chiesa del 1929 che ha garantito la laicità e la libertà religiosa. In lui riviveva anche il socialismo liberale di Rosselli che è cosa totalmente diversa dal gobettismo filocomunista oggi celebrato dalle messe gregoriane  indette per il centenario della morte. Anche l’aver affrontato e vinto il referendum sulla scala mobile è  stato un altro atto da statista che sa guardare lontano. Crosetto, definendolo statista, ha dimostrato di essere lui stesso uno statista.  I vili mercenari   che  con atto di codardo oltraggio  gettarono in faccia a Craxi delle monetine e i loro eredi  dovrebbero vergognarsi di un gesto barbaro  e maramaldesco che ha degradato la lotta politica in aggressione personale. Chi scrive non è mai stato un militante socialista, ma con l’indipendenza dello studioso di storia ritiene di poter dire che Craxi sia stato un grande italiano. Non così si può dire della maggioranza dei capi del partito comunista, devoti e dipendenti da Mosca non solo nel ‘56, quando sostennero l’Urss che invadeva l’Ungheria.

 

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Barbero e l’Università – Foibe ad Albenga – Iran del ’79 e la scuola torinese – Lettere

Barbero e l’Università
L’onnipresente prof. Barbero, specialista in tuttologia storica, ha svelato il mistero: lui – ha dichiarato con vanto – non ha fatto l’ Università secondo i vecchi piani di studio contestati nel 1968, ma ha usufruito della liberalizzazione dei piani  che avrebbe finalmente  consentito, secondo lo studioso di Vercelli, ai  giovani studenti di scegliere liberamente quali materie studiare e di esercitare così la loro maturità  coartata da maestri come il medievista Tabacco o il modernista Venturi o l’archeologo Gullini.
Per Barbero  l’Università ideale era quella del fai da te. Ha perfino vantato di non aver sostenuto l’esame di Latino, materia che un medievista non può trascurare. Tante  superficialità sono così chiarite e anche il successo ottenuto presso un pubblico di bocca buona che finalmente capisce cosa dice uno storico fai-da -te. Non è il caso del  bravo Barbero che si laureò brillantemente con Tabacco (ma non ne fu successore in cattedra) , ma  io ricordo tanti miei compagni di Università che dovettero attendere  la liberalizzazione per eliminare materie in cui erano stati ripetutamente bocciati e sostituirle con qualche sociologia o psicologia da istituto magistrale . Solo così riuscirono a laurearsi. Poi ci fu anche di peggio: periti industriali iscritti a Lettere che finirono per insegnare Latino nelle scuole. L’abolizione del Latino dalla Media fu una necessità dovuta anche a prof. (più profumieri o profughi, come  diceva Bruno Segre) che non avevano mai studiato il Latino e forse conoscevano poco anche l’Italiano.
.
Foibe  ad Albenga
Ad Albenga hanno invitato Erick Gobetti che si auto- definisce “storico free lance “a parlare di foibe che lui giustifica pienamente come una forma di legittimo antifascismo slavo, vanificando le ricerche di Gianni Oliva e anche molto più modestamente di chi scrive che si è occupato del tema dagli Anni 70 su stimolo della poetessa esule da Zara Liana De Luca e dello storico fiumano Leo Valiani. A fargli da spalla ad Albenga è stato un anziano prof. delle scuole locali il cui nome e’ incredibilmente quello di un mollusco. Ma il prof. Moscardini, al di là del cognome, è un vecchio coriaceo molto comunista che si accoppia molto bene con il nuovo piccolo Gobetti che non è neppure un lontano parente del più noto e illustre Piero.
Moscardini, autore di una pregevole storia albenganese, sembra essere diventato il nuovo nume tutelare della Città delle torri perché occupa le sue giornate in tante conferenze e lezioni sui temi più diversi. In questo senso si può considerare un seguace di Barbero, anche lui comunista con tessera firmata da Berlinguer. Forse il prof. albenganese può vantare la firma di Natta, se non quella dello stesso Togliatti che pure non amava i tuttologi. Parlai in passato ad Albenga di foibe con il presidente nazionale degli esuli Giuliano – Dalmati Lucio Thot, senatore della Dc. Venni invitato dall’avv. Chirivi’che ruppe il silenzio tombale sul tema delle foibe. Ad Albenga ad invitare Il duo Gobetti – Moscardini e’ stata l’Anpi di una frazione ingauna che magari considera gli esuli Fiumani, Giuliano – Dalmati dei fascisti. Oggi non è cosa così rara perché il giorno del ricordo del 10 febbraio non viene più rispettato dai comuni e dalle scuole, come prescrive una legge della Repubblica, voluta e sostenuta anche da Violante, da Fassino e dal PDS.
.
Iran del 79  e la scuola torinese
Nel 1979 la caduta dello Scià e l’arrivo di Komeini furono un momento tragico della storia persiana. Lo Scià storicamente non è confrontabile con Komeini che ha riportato al Medio Evo l’Iran.
Fin da subito si rivelò un regime teocratico giacobino. Voglio ricordare un episodio emblematico anche se piccolo . Insegnavo allora in un liceo torinese di periferia ed arrivò come studente un profugo iraniano o almeno un sedicente profugo che in base ad accordi ministeriali incomprensibili venne ammesso al quarto anno degli studi  liceali italiani , pur non conoscendo neppure una parola di Italiano. Lo accolsi come tutti i miei colleghi con la massima disponibilità, cercai di farlo sentire a suo agio ed invece di parlare di storia , cercai  di dialogare con lui del suo paese. Feci una cosa simile  anni dopo al carcere delle Vallette quando andai ad esaminare un detenuto condannato a molti anni di reclusione  per ragioni di mafia che voleva redimersi con lo studio. Il giovane iraniano con mia somma sorpresa un giorno  preparò un testo scritto di poche righe che lesse in classe in cui esaltava la rivoluzione e Komeini.
Una specie di proclama, come pensai allora, simile ai comunicati delle Br. In quel liceo circolavano volantini delle Br e venne Caselli a parlare agli studenti. Il giovane iraniano si dedicò da subito alla politica e all’attivismo ante litteram, trascurò la scuola e non si impegnò affatto nello studio dell’Italiano, anche se io lo indirizzai alla “Dante Alighieri“ che organizzava già allora  corsi di Italiano per stranieri. Interrogarlo si rivelò impossibile perché, non sapendo la lingua, non era in grado né di leggere né tanto meno di studiare, malgrado l’aiuto degli altri studenti. Si arrivò alla fine dell’anno e alla scrutinio fui io solo a proporre la bocciatura perché il Preside e i colleghi erano timorosi di ritorsioni politiche e non solo. Temevano addirittura degli interventi ministeriali. Io – consigliato anche dall’ispettrice centrale Alda Barella che sposò  subito la mia tesi – non mollai la presa e stesi una dettagliata relazione di quattro pagine che illustrava il caso e che consegnai nelle mani del Provveditore agli studi  Pisani che ebbe la cortesia di ricevermi. Chiesi per iscritto  al Preside di mettere all’ordine del giorno la mia relazione e chiesi che essa venisse discussa e messa ai voti. Malgrado le resistenze faziose e persino isteriche di colleghi comunisti e addirittura extraparlamentari (ebbi il sospetto che alcuni fossero simpatizzanti delle Br) io sostenni imperterrito la tesi della bocciatura, chiedendo un’ispezione su tutti gli elaborati dello studente iraniano. Fu una proposta decisiva e soprattutto inaspettata  perchè i discorsi solidali dei colleghi vennero meno e la stessa valutazione cambiò. Ci sarebbero stati gli estremi per una denuncia penale per falso anche per valutazioni fasulle verbalizzate sui registri personali dei docenti, ma la decisione di bocciarlo perché non valutabile per mancanza di prove e anche di frequenza alle lezioni, evitò ulteriori azioni che non avrei esitato a fare. Ero già in contatto con il magistrato Attilio Rossi che mi aiutò con l’amicizia di sempre e con la competenza del giurista di grande  valore. Non so che  fine abbia fatto l’iraniano che esaltava Komeini e inveiva contro lo Scià; magari è rimasto in Italia e oggi parla un ottimo italiano. Mi auguro che non abbia avuto la pessima idea di tornare in Iran.
.
LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
.
Cena in hotel
Sono stato a cena in un noto hotel di corso Vittorio Emanuele che in passato fu il glorioso Ambasciatori di Torino. Ho ricevuto per 58 euro di costo, cibo non adeguato, servizio scadente con giovani camerieri  scamiciati e distratti che non versano neppure una volta le bevande ai commensali. Peccato! Lo stile era assente e nessun direttore di sala è venuto a controllare. Doveva essere una bella serata allegra. Se fossimo andati in una trattoria periferica avremmo mangiato molto  meglio e speso di meno.    Gino Giulio
ristorante
.
Capisco a che hotel si riferisce. Da anni è sconsigliabile come anche lo stesso hotel  di Napoli che con il suo grattacielo sfregiò il centro della città. Sono catene straniere che prendono personale non preparato. Mi stupisco che lei abbia pensato di trovare una situazione migliore. Ci andava sempre il mio amico Leo Valiani, ma solo perché c’era una cameriera che gli faceva l’iniezione dell’insulina. Credo che si limitasse all’iniezione, anche se il serioso Leo era un po’ libertino. Il diabetico Valiani voleva però  che lo invitassi  a cena fuori, soprattutto ai “Due lampioni“ e il vecchio senatore non sbagliava. Ma quel ristorante mitico di via Carlo Alberto non c‘è più da anni. Per una cena veloce tanti Lions e Rotary si servono dell’ hotel, ma sicuramente con prezzi calmierati, più simili alla mensa aziendale che al ristorante. Bisogna arrendersi. Torino non è mai stata una città turistica se non nel breve periodo olimpico del 2006.
.

I Savoia oggi

Vedo che finalmente si è reso conto che la dinastia sabauda non può essere confusa con l’ultimo rampollo – cinquantenne latin lover – che è davvero inadeguato al ruolo di principe  e che si circonda da persone incredibili. La laurea per questi signori è un oggetto misterioso. (0missis). Ho visto con piacere la fotografia del duca Amedeo di Savoia che le dedicò  nel 1964: un vero reperto storico. Lei dovrebbe conoscere il principe Aimone figlio di Amedeo che ha dimostrato di saper lavorare come alto dirigente della Pirelli all’estero. E’ lui che tiene alto il nome e la storia dei Savoia. Lei che è uno storico doveva rendersene conto molto prima. Direi dopo la morte di Umberto II. Lei non ha mai fatto parte del beghinaggio sabaudo e mi ha deluso.   Felice Ghigo

Mi sono reso conto della situazione in ritardo. Lo riconosco. La mia malattia durata due anni mi ha obbligato a ridimensionare gli impegni e gli interessi e quindi non avevo più seguito le vicende sabaude. Ho privilegiato i miei studi e i miei scritti, trascurando il resto. Ho messo un omissis al suo testo in relazione  ai collaboratori del Principe Emanuele Filiberto che lei cita perché ritengo le cose che Lei scrive, se non  ingiuriose, almeno molto pettegole. Non basta,  ad esempio,  un biglietto da visita, in verità un po’ barocco,  a dimostrare l’uso di insegne cavalleresche non riconosciute e quindi vietate dalla legge italiana. Ma di queste cose ho scritto di recente nella rubrica e non mi ripeto. Mi spiace di averla delusa. Cercherò di recuperare  ma non le prometto nulla perché io sono un uomo libero e anche imprevedibile.
.
Pacchetto di mischia
Ho letto di un politico che si vanta di appartenere al pacchetto di mischia, termine derivato dallo sport del rugby. Mi è sembrato un riferimento poco felice alla sudditanza  acritica del gregario pronto sempre a riportare la palla. Ho capito perché la politica è così degradata.     Antonio Delfino   Loano
La politica è fatta dai gregari e dai leaders, anche se  i leaders sono diventati una merce rara, rarissima. I gregari hanno un ruolo, ma oggi esistono anche i gregari infedeli e i gregari incapaci e affaristi, come nel passato. Gli attivisti  in particolare hanno una carica di fanatismo che li rende intollerabili. Io non starei mai in un partito  perché amo troppo l’indipendenza di giudizio e non concepisco la militanza. Votando mi ritengo impropriamente un cittadino sovrano perché la democrazia vera è oggi latitante. Ma non sto mai tuttavia  chiuso nella torre d’avorio e cerco di portare un contributo di idee sovente  inascoltate, sempre non richieste e non apprezzate dal potere. L’idea stessa di considerarsi un giocatore di rugby appare una ingenuità o un’astuzia banale. Speriamo che la politica abbia la capacità di riprendersi. Far parte per se’ stessi, per citare Dante, diventa oggi per un uomo di cultura un obbligo elementare. Come diceva Croce, l’Italia ha bisogno di intellettuali liberi: l’indipendenza è per un uomo di cultura qualcosa di simile al buon nome di una signora: un’idea un po’ vecchiotta, ma, nella sostanza, sempre valida per uomini e donne.

Villa Mussolini di Riccione risorge in nome dell’arte

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni
La villa  dove Mussolini e la famiglia a partire dal 1932 passavano le vacanze marine rinascerà a nuova vita. Dopo varie vicende nel 1979 la giunta comunista di Riccione pensò bene di demolirla e di farne un parco, in vero stile sovietico, ma il progetto demolitorio non venne realizzato. Nel 1997 la villa venne acquistata dalla Cassa di Risparmio di Rimini. Il Comune con una  delibera che suscitò aspre discussioni cambiò il nome originario di Villa Margherita in Villa Mussolini, trasformandola in sede di mostre e nel 2005 venne riaperta dopo i restauri. A margine dell’incontro torinese con Giordano Bruno Guerri è stato annunciato che il collezionista d’arte ed ex parlamentare Massimo  Massano, editore  tra il resto di “Torino cronaca“, intende realizzare una mostra permanente di opere d’arte nella villa di Riccione  con particolare riferimento al Futurismo. Una buona notizia. Giovanni Agnelli volle a Venezia una grande mostra dedicata al Futurismo  che consentì di superare il blocco renale critico nei confronti del movimento artistico e letterario più  importante del ‘900 italiano. Massano da uomo di cultura aperto e ad sensibile intende fare qualcosa di molto importante che va ben oltre la tomba di Predappio anche perché il fascismo è stato anche cultura, come dimostrano Gentile, Bottai, Marinetti e tanti altri che poi diventarono antifascisti e comunisti dopo aver indossato la camicia nera ed aver vinto i Littoriali della cultura. Ricordiamo il primis il prof . Luigi Firpo che scrisse addirittura una poesia dedicata al duce e produsse articoli antisemiti. Poco a poco i tasselli storici si ricompongono e per merito di storici come de Felice e Guerri la verità rispunta a galla, consentendo ai giovani ciò che fu vietato alla nostra generazione  a causa dei tanti Savonarola antifascisti che hanno impedito di studiare e anche solo di parlare.

Giordano Bruno Guerri, le vite strabilianti dei futuristi raccontate al “Pannunzio”

Il Centro Pannunzio inaugura il suo 2026 con la presentazione in anteprima del libro

Nella serata di giovedì 15 gennaio, presso il grattacielo di Città metropolitana, in corso Inghilterra 7, a Torino, Il Centro Pannunzio ha inaugurato la sua attività del 2026 presentando in anteprima il nuovo libro di Giordano Bruno Guerri, storico e Presidente del Comitato scientifico del Centro, intitolato “Audacia, Ribellione, Velocità – vite strabilianti dei futuristi italiani” (Rizzoli).

In una sala conferenze gremita di pubblico, il Prof. Pier Franco Quaglieni ha dato il via alla conferenza ricordando Giovanna Bussi Passaggio e l’importanza di un intellettuale come Giordano Bruno Guerri con queste parole:

“Desidero aprire questo 2026 nel ricordo di una nostra grande consocia che fu Vicepresidente del Centro Pannunzio, Giovanna Bussi Passaggio. Una persona indimenticabile per tutto ciò che ha fatto con coerenza, che ha avuto ancora la forza di rinnovare la sua iscrizione nel settembre scorso per l’ultima volta, già gravemente ammalata e consapevole che non avrebbe visto il nuovo anno. Lei ha rappresentato l’esempio e il senso dell’essere pannunziani, da portare sempre nel cuore”.

“Giordano Bruno Guerri si presenta da sé – ha continuato il Prof Quaglieni, entrando nel vivo dell’incontro – una grande presenza nel mondo della cultura, dell’editoria, della storiografia e anche, se mi permettete, della simpatia. Giordano Bruno Guerri ha poco da condividere con quegli intellettuali che troppo spesso cadono nel peccato della vanità e nei limiti del dogma. Lui è tutto l’opposto, è un uomo mite, razionale, capace di condurre una riflessione serena anche sul passato più controverso e dibattuto. Egli rappresenta la capacità del dissenso, di saper vedere le cose da diversi angoli di visuale, tutte caratteristiche dell’uomo di cultura quando si libera dagli imprimatur delle ideologie arroganti. Vorrei chiudere questa breve introduzione rivolgendo il pensiero a chi in Iran muore per la libertà, e noi dobbiamo stare da quella parte. La libertà è il valore grande, supremo. Grazie, Giordano Bruno, di essere questa sera con noi al Centro Pannunzio”.

“Ringrazio il Prof. Quaglieni per questa bellissima introduzione, che mi onora – ha dichiarato Giordano Bruno Guerri – a proposito del Futurismo, tema del mio nuovo libro, voglio dire che già nel 2009 pubblicai una biografia di Marinetti, che verrà riproposta nel marzo prossimo dalla Bur, perché era il centenario della nascita del Futurismo, ed ero sicuro che sarebbe andato incontro a una celebrazione dopo tanti anni di dimenticanza, ma che si sarebbe anche cercato di mettere Marinetti ‘sotto il tappeto’. Un controsenso, dato che il Futurismo nacque dalla mente di Marinetti, che partorì questa idea strepitosa del più grande movimento culturale italiano dopo il Rinascimento. Un movimento che abbracciò tutto lo scibile umano, e che immediatamente si diffuse in tutto il mondo, contribuendo in gran parte a generare tutte le avanguardie successive. Forse, senza il Futurismo, non avremmo avuto la banana di Cattelan appesa al muro, che non è per forza una cosa bellissima, ma è l’espressione di libertà artistica, di indipendenza e di provocazione di cui è necessario parlare. Ho cercato così di valorizzare Marinetti, definendolo ‘genio’, espressione che mi costò qualche rimprovero da quella parte della cultura che già nell’epoca postbellica aveva fatto sì che il Futurismo venisse censurato ideologicamente e legato al Fascismo”.

“Marinetti, è vero, ebbe rapporti con il Fascismo, ma il suo era un sentimento non tanto legato al concetto di quest’ultimo quanto all’idea di patria. Lui, come molti italiani del tempo, aveva un concetto di patria superlativo, tanto da fargli affermare ‘la parola patria deve prevalere sulla parola libertà’. Io non lo credo, la parola libertà deve essere amata più della patria, che non va, quest’ultima, amata comunque se non sussistono condizioni di libertà. Questo fatto ha certamente compromesso la sua vita e il suo ricordo, tanto è vero che nelle scuole, per molti anni dopo la guerra, tutto il movimento futurista divenne un’entità innominabile, nemmeno oggetto di studio, ma è bene stare attenti al giudicare il passato con gli occhi del presente, poiché spesso si cade in errore. Marinetti fu in qualche modo il punto di congiunzione fra il Fascismo e il Futurismo: il manifesto di San Sepolcro del 1919, atto fondativo del Fascismo, è in gran parte ispirato al manifesto politico futurista dell’anno prima, e sono entrambi manifesti rivoluzionari. Quando Mussolini, per riguadagnare consenso, decise di spostare il Fascismo verso destra, aprendo così alla monarchia, al militarismo, al capitalismo e al Vaticano, avvenne la rottura con il movimento futurista, e con Marinetti in particolare, che se ne discostò, per poi riavvicinarsi nel momento più complicato, dopo l’omicidio Matteotti, quando si rese necessario sostenere quel sentimento patriottico che del Fascismo faceva parte. Da allora convissero con un equivoco, ovvero con il desiderio, da parte di Marinetti, di far diventare futurista il fascismo, e dall’altra parte Mussolini, che voleva un Futurismo fascista. Naturalmente vinse il potere di Mussolini, che si servì del Futurismo come base culturale, almeno in parte, dato che gran parte del nucleo della politica ideologico fascista era gentiliana, che Marinetti detestava”.

“Detto questo – conclude Giordano Bruno Guerri – Marinetti è veramente un genio a cui dobbiamo la massima gratitudine per quello che ha creato, e che oggi rimane a tutto il mondo. Un movimento, quello di Marinetti, che con intuizioni e velocità straordinarie riuscì a prevedere molte delle cose che oggi caratterizzano la nostra quotidianità: l’intelligenza artificiale, per esempio, oppure l’utilizzo dell’emoticon per descrivere l’emozione. Avevano già pensato ciò che siamo oggi, come singoli e come società”.

“Ogni avanguardia è tale quando, mentre uccide, prepara una nuova vita, demolendo insieme al passato il presente”. Vale per ogni avanguardia, e non può non valere più forte per l’avanguardia delle avanguardie. Fedele a questa definizione, Giordano Bruno Guerri ricostruisce l’esplosione e la dinamica di quel cataclisma totale – artistico, politico, di costume – che fu il Futurismo, la più importante creazione culturale italiana dopo il Rinascimento. Lo fa partendo dal contesto, dall’Italia e dall’Europa di inizio Novecento, dal passato che i futuristi sentivano come gabbia e fardello, dal genio rivoluzionario del fondatore, Filippo Tommaso Marinetti, che raccolse attorno a sé e al suo Manifesto del 1909 le energie più vivaci dell’epoca, in Italia e nel mondo. Così, in una istantanea di gruppo degli uomini e delle donne (già, l’altra metà del Futurismo) che lo seguirono, Guerri ripercorre la cangiante traiettoria umana e artistica di Boccioni, Prampolini, Balla, Depero, Benedetta Cappa Marinetti, Valentine de Saint-Point, solo per citarne alcuni, e ricostruisce il rapporto del movimento con la guerra e le donne, diverso in entrambi i casi da come comunemente si crede, l’innamoramento per la modernità, l’indole ribelle e guascona, l’adesione compatta al mito della velocità. E il legame con il fascismo, l’ambizione di rendere futurista la rivoluzione mussoliniana, ambizione destinata a fallire e a ipotecare il giudizio storico sull’avanguardia creata da Marinetti. Eppure, il futurismo riuscì a impedire che anche il regime si appiattisse nella condanna dell’arte moderna – “degenerata” – come accadde nella Germania di Hitler e nell’Unione Sovietica di Stalin. E oggi l’eredità del Futurismo sopravvive nelle avanguardie, nelle invenzioni più contemporanee, da Internet all’Intelligenza Artificiale, nei costumi che i futuristi preconizzarono, nel modo di guardare, intendere, vivere e sopravvivere al progresso. Un libro di storia e di storie, in cui Guerri unisce la perizia del biografo e la brillantezza del narratore allo sguardo del commentatore attento, per stabilire – tra foto inedite dei protagonisti, manifesti, opere d’arte e idee di propaganda – cosa è stato il Futurismo nelle vite dei suoi interpreti, e cosa c’è del Futurismo nelle nostre (decisamente più noiose).

Mara Martellotta

Gli Iraniani vengono massacrati, non bastano le parole

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Alla forza e alle sue ipotetiche ragioni, a volte, si deve rispondere con la forza. E’ una verità scomoda, dolorosa, difficile da dire,  ma la verità è questa. Di fronte alla rivolta  eroica del popolo iraniano repressa nel sangue dal regime teocratico islamico, è necessario un tempestivo ed autentico  sostegno e  non una semplice solidarietà verbale che non serve a nulla . La grande lezione del realismo politico deve prevalere sulle utopie velleitarie. Le idee dell’esimio prof. Zagrebelski  che afferma, distorcendo Machiavelli, che il realismo sarebbe un  disarmo etico, finiscono di essere un sostegno, magari  involontario,  ad un disarmo politico  del tutto  incapace di  consentirci di fare i conti con le forze in giuoco. Sono gli inermi iraniani che vanno difesi senza ambiguità non gli
Immortali principi di un nuovo ‘89, come pensava l’ingenuo Gobetti. Nel 1939 a Danzica i pacifisti ad oltranza fecero il gioco di Hitler, lavandosi le mani del sacrificio e del  destino polacchi. Non  solo i pacifisti non salvarono la pace , ma dovettero affrontare la guerra da cui vennero travolti. Nella storia non esiste solo il diritto internazionale che la Società  delle Nazioni non seppe tutelare come accade anche   oggi con  l’Onu, ormai  divenuto un carrozzone dispendioso e inutile, bloccato dal diritto di veto, lo stesso che paralizza l’Europa. Anche il ricorso alla forza può essere l’ultima risorsa che l’impotenza della politica può legittimare. Pochi lo vogliono riconoscere, ma la verità è questa. E’ il Vae victis che distrugge il diritto, è la sconfitta che genera i mostri della vendetta. Il diritto internazionale nato al processo di Norimberga era già  stato demolito dal bombardamento nucleare americano sul Giappone che pure pose fine alla  seconda guerra mondiale. I moralisti nei momenti drammatici devono limitarsi alle giaculatorie di rito. I vari Capitini nostrani non hanno mai capito nulla. L’antimilitarista Marco Pannella non era un pacifista arrendevole. Pannella aveva studiato Machiavelli alla scuola di Croce. Oggi starebbe dalla parte degli oppressi iraniani. I veri politici sono statisti come Pannella.   Hanno fatto un deserto e l’hanno chiamato pace. La drammatica affermazione tacitiana può risuonare in modo tragico come tetro commento alle stragi fatte in Iran. L’irenismo alla La Pira, il sindaco santo di Firenze che non  si occupava delle fognature della città , ma della pace in Vietnam   , vanno bene per i convegni  che si tengono nelle amene località turistiche. La storia è anche una cosa brutta e spiacevole che necessita di politici che conoscano l’essere e non si lascino corrompere dal dover essere . Essere e dover essere quasi mai coincidono. Più che mai oggi, è così . Noi invochiamo lo studio e la pratica  di Machiavelli, non dei giuristi dell’utopia semplificatrice che mette le coscienze dei sempliciotti in pace con se’ stessi. La cultura della resa è la scelta peggiore perché paradossalmente favorisce la guerra, come dimostra la storia di ogni tempo da Caino in poi.

La Persia non deve essere una nuova Ungheria

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Per l’Iran, anzi per la storica e civilissima Persia, bisogna mobilitarsi. Le esitazioni di certa politica che si è spesa per la Palestina in modo acritico, rivelano la cattiva coscienza e la malafede che la caratterizzano. Alla mia generazione torna alla mente l’indecenza di chi nel 1956 fu dalla parte dell’Urss contro l’Ungheria invasa. Ma torna anche alla mente un Occidente che si lavò le mani come Ponzio Pilato e non  mosse un dito per gli Ungheresi. Anche allora i commentatori giornalistici furono generosi di solidarietà a buon mercato, quasi come accade oggi. Il pericolo reale è che la rivolta iraniana venga strangolata dalla forza e le migliaia di vittime siano cadute invano. La Persia deve tornare libera. L’Iran dell’Islam più cieco ed intollerante, fomentatore di terrorismo nel mondo, deve essere estirpato dalla storia come un cancro. Per l’Ungheria nel 1956 si mossero in Italia solo Indro Montanelli, il medico scienziato Achille Mario  Dogliotti e pochi altri. Nobili e grandi esempi. Oggi non vedo in Italia nessuno che abbia la loro tempra e il loro coraggio. Eppure occorre passare dalle parole ai fatti.
.
Nella foto di repertorio una manifestazione a favore del popolo iraniano tenutasi in passato a Torino

Amedeo di Savoia Duca d’Aosta

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Ho ritrovato nei miei archivi una fotografia del 1964 del Duca Amedeo di Savoia, nipote dell’eroe dell’Amba Alagi e nipote di Umberto II che fu suo testimone di notte a Cintra in quello stesso anno. Amedeo, allievo del Collegio militare del Morosini di Venezia si firmava Amedeo di Savoia, una firma che deve far pensare a certi cortigiani odierni. Con Amedeo ci fu un rapporto cordiale. Eravamo stati ambedue allievi convittori all’Istituto Filippin di Paderno del Grappa gestito dai Fratelli delle scuole cristiane. Mi parlò di lui Carlo Delcroix che era amico dello zio del principe morto in prigionia a Nairobi nel 1942 e io, quando Domenico Giglio mi invitò  a Roma a ricordare Delcroix, feci ascoltare il suo discorso a Vicenza del 1960 alla presenza del giovanissimo principe. Lo invitai anche a Palazzo Cisterna a Torino insieme a persona sgradita e inopportuna che impedì tra noi la ripresa di un vecchio rapporto. Era in lui che Umberto II  riponeva la sua fiducia e la sua speranza. Amedeo incarnava la serietà della stirpe, la sua dignità, la sua continuità storica. Metterò in cornice la fotografia di Amedeo e la collocherò  nel mio studio privato. Mi hanno “radiato“  mesi fa, in realtà  cacciato, dall’ Ordine cavalleresco  Mauriziano perché avevo apprezzato  un’intervista del “Corriere “al principe Aimone figlio di Amedeo .Non mi colpì la decisione (non ho mai ambito a titoli anche perché sono insignito della più alta onorificenza dello Stato italiano) ma mi offese il modo grossolano, da fureria di caserma ,di considerare un delitto di opinione poche righe di una rubrica sul “Torinese”  che tengo da oltre cinque anni.Un vero attentato alla mia libertà di giornalista iscritto all’Ordine dal 1968. Adesso mi terrà compagnia questo principe marinaio destinato a morire giovane, dopo un intervento  chirurgico, nel quale si trovavano riunite le migliori qualità dei Savoia e della loro storia. Lo zio Amedeo rimase, malato, in Africa, per non lasciare i suoi soldati fatti prigionieri sull’  Amba, difesa con eroismo,  della cui gloria militare e pietà cristiana scrissero  Delcroix e il poeta Nino Costa e sul quale Gianni Oliva ha tracciato una lucida biografia che fa risaltare chi furono gli Aosta nella storia d’Italia.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Quando il Pli torinese era  molto forte, ma poco incisivo – Piero Fassino – L’Iran brucia – Lettere

Quando  il Pli torinese era  molto forte, ma poco incisivo
In seguito all’apertura a sinistra della Dc che portò il Psi al governo, nelle elezioni politiche del 1963, il Pli ebbe in Italia, in Piemonte e a Torino un grande successo elettorale sotto la guida di Malagodi. Chi fa le Messe cantate per Zanone escludendo personalità della cultura che hanno una loro importanza, dovrà dire, anche solo recitando a bassa voce, che il Pli di Zanone rischiò di scomparire dal Parlamento e divenne un partitino. Solo Zanone venne eletto nel 1976. Il Pli di Malagodi ebbe invece un grande successo, anche se la sua opposizione non raggiunse obiettivi politici e solo nel 1972 il partito riuscì per pochi mesi a tornare al governo con Andreotti. Fu l’effetto dell’avanzata missina  Dn e delle tentazioni filocomuniste del Psi  di De Martino che mandarono in crisi il centro – sinistra. A Torino vennero eletti i seguenti deputati: Giuseppe Alpino, unico uscente, il dirigente FIAT  Vittore Catella,  il droghiere all’ingrosso Enrico De Marchi e  l’imprenditore Luigi Cerutti (che dopo poco tempo uscì dal partito). Al Senato vennero eletti l’ imprenditore  Giacomo Bosso , il medico dirigente Fiat Cesare Rotta  e  il pensionato Perpetuo Massobrio. Nella circoscrizione di Cuneo venne riconfermato Vittorio Badini Confalonieri. Nella circoscrizione di Cuneo, terra di Giolitti, Einaudi e Soleri, il successo fu minore. Novara, Biella e Vercelli non riuscirono ad eleggere un parlamentare liberale. Un motivo che spiega un successo limitato fu la mancanza di uomini e donne conosciuti in zona  e la presenza di molti democristiani moderati come Giuseppe Pella. I parlamentari eletti in Piemonte, se si esclude la caratura politica di Badini Confalonieri, furono di rilievo politico limitato: professionisti, dirigenti Fiat, imprenditori, pensionati, persino il presidente dell’associazione dei padri di famiglia salesiani che a Mirafiori venne eletto  senatore in modo sorprendente.
Erano quasi tutti filo monarchici. A loro non si aggiunse  non eletto per mancanza di voti l’ex monarchico Mario Altamura che era passato al Pli dal Pdium pochi mesi prima delle elezioni, decretando la fine del partito monarchico. Un grande artefice del successo liberale fu Filippo Arrigo,  storico segretario torinese del Pli a cui subentrò in tempi successivi l’improvvido  ed incapace Mario Arcari , destinato nel 1975 a passare a sostenere la giunta socialcomunista di Novelli in cambio di posti di sottogoverno. Arrigo meriterebbe un ricordo a sé. Abitava ad un portone di distanza da dove abitavo io, ma non si stabilì mai tra noi un rapporto che sicuramente sarebbe stato interessante almeno per un giovane come me. Arrigo – mi diceva mio padre – è una vecchia volpe della politica , ma è un uomo onesto e in questo giudizio lo appaiava con la preside Pangallo Barella, l’unica liberale che aveva le qualità per andare in Parlamento , ma che  un partito misogino come il Pli non ritenne mai di sostenere. Sta di fatto che quel gruppo di parlamentari – salvo Badini che nel 1972 divenne ministro – non riuscì mai ad emergere nell’attività a Roma . Alpino era poco più che un funzionario di banca e non era l’economista che diceva di essere.
 Divenne sottosegretario con Andreotti. Fuori dal Parlamento, alla guida del  (San Paolo) c’era Luciano Jona, il più eminente liberale torinese  in assoluto.  I valori della laicità erano quasi esclusi e uno dei deputati, Catella, era stato un pluridecorato combattente in Spagna dalla parte di Franco . Il Senatore dei padri di famiglia, un pensionato assai poco addentro alla politica e quasi in nulla liberale. Nel 1968 il gruppo fu drasticamente ridotto , nel 1972 , malgrado l’ ingresso al Senato del grande Manlio Brosio, fu ulteriormente ridimensionato e nel 1976 con Zanone si ridusse ad un solo deputato a Torino, Zanone stesso e Costa a Cuneo che,  usando anche l’arma clientelare,  sconfisse Badini Confalonieri .Entro’ in Senato a Saluzzo, ma solo nel 1976 ,perché prima fu vice presidente del Consiglio Regionale, il prof. Beppe Fassino, che  divenne in tempi successivi stottosegretario e capo gruppo in Senato.Nel 1972 fece la sua comparsa alla Camera Renato Altissimo, imprenditore, togliendo il seggio a De Marchi. Allora Altissimo era il capo  e il finanziatore della corrente a cui aderiva Zanone. Questi appunti di storia liberale non sono certo completi ed esaustivi, ma nessuno finora ha incominciato a scriverne. E’ bene che rimanga qualcosa di nero su bianco a dire se non la verità assoluta, almeno una lettura distaccata di un osservatore liberale non militante che ha seguito con attenzione la politica piemontese della seconda metà del secolo scorso.
.
Piero Fassino
La piccola vicenda di Piero Fassino conclusasi senza interventi giudiziari di sorta  per   lo strombazzato profumo all’ aeroporto di  Roma, deve considerarsi strachiusa. Fassino è un esponente politico importante. La fusione a freddo del Pd avrebbe avuto ben altri esiti con lui alla guida. E’ stato due volte ministro, sindaco di Torino dí straordinario valore, uomo politico colto.
Adesso è stato stato quasi  condannato al silenzio dal suo partito, anche perché non è ProPal come Violante.
Sono uomini che non conoscono la demagogia. Persino Bonacini è andato con la Segretaria che appare dogmatica e un po’ autoritaria ,alla ricerca  frenetica di una candidatura a presidente del Consiglio che non avrà quasi sicuramente. La segretaria boicotta il sì al referendum come fosse una crociata ed è sempre astiosa. Il Pd sta perdendo la  sua qualità principale : la democrazia interna diventa sempre più asfittica. Quasi a rimorchio della sinistra estrema e dei 5 stelle.La componente democratica liberale  è quasi inesistente . Fassino sapeva tenere dialoghi aperti anche quando era segretario del PCI a Torino. Oggi il sistema si ispira a Livia Turco e a Rosi Bindi.
L’Iran brucia 
Quanto sta accadendo in Iran è la premessa per sconfiggere la dittatura islamista che opprime il paese. E’ un momento storico di grande importanza che può significare per gli uomini e le donne iraniane la possibilità di risorgere a nuova vita. La condizione delle donne ha raggiunto livelli che non esiterei a definire barbari. In Iran hanno bruciato chiese cristiane, i cattolici e gli armeni sono stati perseguitati. La dittatura komeinista imperversa sempre più soffocante, anche con i musulmani non servi del regime che si stanno ribellando al Medio Evo islamico. E’ il momento di schierarsi con la lotta coraggiosa degli Iraniani senza esitazioni ed ambiguità.E’ un dovere morale prima ancora di un impegno civile che deve partire in primis da tutta Europa. In Italia bisogna muoversi.
Le diplomazie devono attivarsi. Finora si fa troppo poco. Ci sono forze politiche che ignorano il regime iraniano per difendere Maduro. Una scelta scellerata e incredibile che ci fa comprendere la ristrettezza mentale di certa sinistra estrema. Non è solo faziosità estrema, ma un limite mentale penosamente evidente. Ciò che accade in Iran non ci impedisce di dire che Trump deve invece calmarsi. Il dire che il suo unico limite è la sua morale, non il diritto è una provocazione che evidenzia una rozzezza intollerabile in un capo di Stato. Bene aver neutralizzato Maduro, molto male mirare in primis al petrolio. Non credo abbia mai letto Romiti, ma anche per lui l’unica morale è il profitto.
.
LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
.
Rituali di corte
Noi non ci sentiamo toccati dalla comunque opportuna smentita del Principe. Noi abbiamo scritto che la sua vicenda privata non ci interessa. Dare così rilievo ad essa con un comunicato ufficiale forse oscura un po’ la privatezza della vicenda stessa. Ma è solo un’impressione. Noi siamo estranei a certi rituali di corte.
.
Badanti
Mia suocera negli ultimi anni di vita ha dovuto far ricorso ad una badante rumena. Gli italiani non erano disponibili. Morta mia suocera, abbiamo ricevuto una lettera dalla badante con la richiesta di oltre 12 mila  euro di festività non pagate, pena il ricorso al giudice. Abbiamo dovuto mettere un avvocato. La verità è che la signora che ricevette anche favori e benefit di ogni tipo da mio cognato e figlio dell’anziana, venne pagata su sua tassativa e ultimativa richiesta in nero per i giorni festivi, affermando che diversamente non sarebbe venuta a lavorare per una signora in agonia  da oltre un anno e voleva anche un passaggio in auto fino a casa. Questa è una situazione generalizzata? Aggiungo un particolare che ebbe una cifra transata di circa la metà, ma in nero!  Lettera firmata
Ho avuto anch’io esperienze analoghe con mio padre. Fu difficile avere badanti, mia moglie ne ebbe per suo padre anche di disoneste e ladre, che portavano a trascorrere la notte un compagno per scopi erotici, senza ovviamente assistere l’ammalato, travolte  dal sesso. Mal comune mezzo gaudio ? No, mancanza invece  di rispetto per gli anziani, mancanza di controlli adeguati, sfruttamento cinico delle emergenze. Anche un’associazione che doveva tutelare i datori di lavoro incamerò la quota, ma non fece quasi nulla. Ma i giornali non scrivono di queste cose.
.
Bipolarismo
Fino a che non si faccia una riforma istituzionale come vorrebbe la Casellati e la premier Meloni, il sistema  bipolare è indispensabile nelle elezioni, anche per evitare ”certe porcate“. Lei cosa ne pensa?    Vittorino Pes   Sassari
Io nel ‘93 ero fiero oppositore del bipolarismo e convinto sostenitore del proporzionale. Avevo votato contro ai referendum di Segni che diedero un colpo  mortale alla prima Repubblica che io amavo e rimpiango anche oggi. Fu la storia migliore d’Italia. Mancava la governabilità perché non si votò per il premio di maggioranza nel 1953. Ma un forte partito democristiano consentì  lo stesso la continuità che andò in crisi quando Moro strizzò l’occhio lino al PCI. Dal 1994 lentamente, nei decenni, sono diventato maggioritario e favorevole al bipolarismo. Berlusconi e Prodi hanno fatto miracoli. Pertanto, pur con tutti i limiti attuali, sono contrario ai vari moderati, centristi, terze forze che sono solo debolezze. Io voglio sapere chi vince il giorno degli scrutini e non voglio delegare ai partiti nulla dopo il voto o, almeno, pochissimo. Vorrei però un ritorno delle preferenze , ma capisco che il Mattarellum, il sistema migliore, non può prevederle. Le piccole forze centriste devono fare come Lupi e Renzi. Devono aggregarsi  ai due poli senza pretendere di fare i Casini o i Fini o i Follini o i Calenda. Oppure devono accontentarsi di qualche seggio nel proporzionale previsto nel Mattarellum. I due poli sono l’unico avvenire italiano, meglio se in una repubblica semipresidenziale. Macron e Trump hanno ucciso le repubbliche presidenziali.

Zanone il liberale corazzato di cultura

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il prof. Quaglieni

Dieci anni fa moriva Valerio Zanone leader della sinistra liberale, parlamentare, ministro, segretario del PLI, cofondatore con Rutelli della Margherita. Dieci anni sono pochi per dare un giudizio storico, ma sono sufficienti per non celebrare in coro delle Messe cantate come sembrerebbe accadere. Dieci anni fa io scrissi un ricordo di Zanone che ripercorre il nostro lungo rapporto e che costituisce la base per il capitolo su  di lui del mio libro ”Grand’Italia“ intitolato “Il politico corazzato di cultura”, riprendendo una definizione che Mario Soldati aveva riservato a Spadolini. Ho riletto quel capitolo e potrei confermare quasi tutto di quanto ho scritto, malgrado si possa cogliere qua e là una certa commozione per la sua morte avvenuta nel 2015 . In quel libro riportai una  sua lettera in cui tra l’altro scrisse quanto segue:  “C’è attorno a noi un mondo che muore: nelle persone, nelle formazioni sociali, nell’appartenenza di ceti e forse anche nelle idee. Ne nasce un altro”. Zanone era già gravemente ammalato e forse fu travolto dalla lucida tristezza che ci prende in certe occasioni della vita, anche se cercava di guardare ad un nuovo mondo che non ha visto e che appare totalmente devastato dalla violenza, dalla guerra, dalla brutalità e dall’uso della forza come alternativa alla politica. Per uno come Zanone che fece più volentieri il ministro dell’Ecologia che della Difesa, si troverebbe oggi quasi novantenne del tutto spaesato. Aveva colto la fine del mondo liberale dove era entrato nel 1955, l’anno in cui Pannunzio usciva dal Partito liberale. Un fatto che fu spesso motivo di amichevole discussione tra noi. Io non fui iscritto al Pli durante la sua segreteria e la sua leadership. Dal partito liberale uscii giovane universitario così come ero entrato quando ero ancora in liceo. E non rientrai più nel partito, malgrado gli inviti in più occasioni di Valerio a candidarmi alle elezioni.

,
Mi bastò quell’esperienza che, se  non mi fossi dimesso, avrebbe potuto portare alla mia espulsione per aver scritto una lettera ad un giornale. Il PLI di Zanone era certo più liberale, ma non volli più sottopormi alla prova giovanile.  Collaborammo insieme in tante occasioni e votai anche spesso per lui, non fosse altro perché  Giorgio La Malfa era invotabile. Zanone partecipò come relatore a tante iniziative del Centro “Pannunzio” e scrisse anche articoli per la rivista del Centro. Tra di noi ci fu un’amicizia sincera che venne un po’ offuscata dal fatto che per il centenario di Pannunzio diede la sua adesione ad un comitato che naufragò miseramente e che era ad alta densità massonica.  Zanone aveva aderito alla Massoneria e mantenne dei rapporti con essa. Ma fu questione di pochi mesi. Quando morì il presidente Vittorio Chiusano fui tra i sostenitori della sua presidenza della Fondazione “Burzio” che con lui fu aperta a tutti salvo che ai liberali. Può sembrare un assurdo, ma lui era più aperto alla sinistra illiberale forse anche perché lontanissimo dal liberalismo conservatore di Burzio. Come Sindaco non ebbe modo di esercitare il suo mandato adeguatamente perché la maggioranza che lo sosteneva era inquieta. Preferì interrompere la sindacatura per tornare deputato: fu un errore politico che gli costò molto caro. Fu un fiero oppositore di Berlusconi, ma non aderì mai al PD che gli avrebbe forse garantito un altro mandato parlamentare. Era ben consapevole che ai laici e ai liberali la casa degli ex comunisti e degli ex cattolici di sinistra era inospitale. La passione politica ha impedito all’uomo di cultura di lasciare opere destinate a restare , la sua algida intellettualità non gli ha mai permesso di diventare un leader amato
..
Zanone ha cercato di rianimare il liberalismo italiano , superando l’ ostilità verso i socialisti, ottenne il ritorno al governo, ma in realtà nessun ministro liberale riuscì a contare. Il Pri di Spadolini, forse anche per il prestigio di Ugo La Malfa e di Bruno Visentini, riuscì a contare di più. Poi arrivò Tangentopoli e il PLI crollò in modo ignominioso. Si racconta che l’archivio del partito rimase gran tempo abbandonato sui pavimenti di via Frattina perché i sequestri giudiziari avevano pignorato i mobili entro i quali era conservato. Zanone era una persona onesta e non venne lambito da accuse, come invece capitò ad Altissimo e ad altri. I dirigenti del PLI abbandonarono il bastimento che stava affondando prima ancora dei topi. Zanone che non era da tempo più segretario o ministro, ma semplice deputato cercò di tenere unito ciò che restava del PLI, ma il ciclone Tangentopoli e l’irruzione di Berlusconi nel ‘94 finirono di impedire una rinascita. Resta però una grande e nobile eredità che Zanone ha saputo difendere e mantenere, quella di un liberalismo piemontese a metà strada tra Giolitti, Einaudi e Soleri, che rappresenta, dopo Cavour, la  sua stagione migliore. Senza retorica e quasi senza passione, lucidamente e a volte freddamente, Valerio è stato un autentico liberale. Solo Piero Ostellino ha avuto orizzonti più aperti e coerenza più convincente. L’uomo di cultura e giornalista Ostellino ha in qualche modo superato il politico colto Zanone. Erano nati politicamente e cresciuti insieme a Torino.
.
Zanone cercò anche di recuperare all’album liberale novecentesco Piero Gobetti che fu un liberale atipico, anzi eretico. Giustamente Zanone diceva che i liberali non hanno Bibbie e quindi tra i liberali non ci sono eretici. Giusta osservazione, a cui a volte opponevo, nelle nostre chiacchierate, il fatto che la “Rivoluzione liberale“ gobettiana era un ossimoro e che il rapporto con Gramsci fini’ di prevalere sul liberalismo del giovane intellettuale torinese che vide come liberale anche la rivoluzione bolscevica. Zanone desisteva dal sostenere il liberalismo di Gobetti, quando io gli obiettavo che l’ossimoro  era così confuso da venir ripreso anche da Berlusconi. Dopo di che conveniva con me che Gobetti sarebbe stato destinato a diventare un grande editore europeo, se la morte non l’avesse colto a Parigi venticinquenne. E la discussione cambiava argomento ,magari passando al Risorgimento, a Cavour e al laicismo. Valerio era un sostenitore del laicismo, io della laicità, poi in nome della tolleranza liberale, ricomponevamo il dissenso andando a bere qualcosa insieme.