SOMMARIO: La sottovalutazione della violenza – Un capro espiatorio? – L’uomo forte – Lettere




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Giungono da tutta Italia, anche dall’estero, gli auguri per i novant’anni di Jas Gawronski, giornalista famoso, deputato europeo del Pri e poi di Forza Italia, Senatore della Repubblica che sarebbe stato giusto nominare senatore a vita. E’ uomo libero che è stato amico di Papa Wojtyla, di Giovanni Agnelli e di Silvio Berlusconi , ma ha sempre saputo mantenere la sua indipendenza di giudizio inalterata. E’ amico di Giuliano Ferrara, senza condividerne gli estremismi. E’ stato molto amico di Enzo Bettiza che lo iniziò al giornalismo e ha deciso di lasciare i suoi libri in dono alla storica Biblioteca dei Chiostri di Ravenna che ha già ricevuto quelli di Bettiza. Un gesto molto importante apprezzato dal presidente Antonio Patuelli.E’ stato con slancio generoso impegnato nel sostenere il Centro “Pannunzio“ di cui è presidente onorario, ma non si può assolutamente definire un “pannunziano“ intransigente – che poi sarebbe un ossimoro – perché l’essere di padre polacco lo ha portato naturaliter ad un cattolicesimo profondo – mai dogmatico – a cui è legato anche dal fatto di essere nipote di San Pier Giorgio Frassati. Anche la sua candidatura nel PRI e poi in Forza Italia non va confusa con un’ottusa militanza di partito che gli è stata assolutamente estranea. Jas è nipote di Alfredo Frassati, senatore del Regno e della Repubblica, ambasciatore a Berlino, liberale antifascista e sa mantenere la schiena diritta come il nonno. In tutta la sua lunga carriera di giornalista in America, in Francia e in Russia in giro per il mondo non ha mai dato segni di essere lottizzato come tanti giornalisti Rai.

Poche righe per la morte a 95 anni del giudice Corrado Carnevale, presidente della prima sezione della Corte di Cassazione dove giunse a 55 anni, il più giovane in assoluto in Cassazione. Giorgio Bocca lo definì “ l’ammazzasentenze” perché bocciava sentenze fatte male che contenevano errori e carenze di motivazione. La Cassazione ha questo compito nell’annullare sentenze inadeguate e Carnevale lo ha svolto con diligenza e indipendenza , augurandosi inutilmente che la qualità delle sentenze migliorasse, come mi disse una volta. Aveva la schiena diritta e dopo l’assoluzione, già in pensione , pretese di recuperare gli anni perduti, ottenendo la reintegrazione nel grado e nella funzione. Fu un magistrato esemplare vincolato solo alla legge. Non si lasciò mai invischiare nella politica come capitò ad altri giudici anche di Cassazione. A lui accomuno almeno in parte un altro insigne magistrato, Filippo Mancuso, che fu ministro con Dini, dimissionato a forza per il suo spirito libero. In politica Mancuso commise errori, ma si ritirò a vita privata. Carnevale seppe invece essere coerente con sè stesso e venne odiato perché mise in evidenza i limiti inaccettabili dei magistrati dalla condanna facile, ma caratterizzati da un incompetenza tecnico – giuridica disarmante che Carnevale non esitò a censurare. Oggi balzano fuori nella loro ignoranza e malafede anche i giornalisti che lo crocifessero.





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Chi scrive correggerebbe anche Cavour perché il separatismo tra Stato e Chiesa deve essere netto e chiaro: libero Stato e libera Chiesa, togliendo quell’in che poteva limitare l’autonomia della Chiesa cattolica.In questo spirito è da considerarsi una grave interferenza nella vita democratica italiana la posizione favorevole al No al prossimo referendum sulla Magistratura da parte del presidente della CEI , cardinale Zuppi a cui l’interferire negli affari di Stato appare l’atto più naturale e quasi un dovere civico. In questa occasione non entro nella scelta referendaria, ma non posso non rifiutare l’ingresso nella Chiesa nella polemica referendaria. Già il cardinale Ruini interferì pesantemente in un altro referendum.
Chi scrive ha conosciuto un solo e vero Carnevale, quello in piazza Vittorio dove tutta la città si ritrovava in festa. L’assessore Dondona decise molti anni fa di eliminare il Carnevale in piazza Vittorio per riqualificare la piazza. Oggi ho qualche dubbio sulla reale riqualificazione di quell’area non più di parcheggio perché sotto la piazza venne costruito un parcheggio utilissimo, malgrado i limiti di accesso troppo angusti e pericolosi, forse per accontentare i pochi radical- chic come Vattimo ,feroci contestatori anche dei parcheggi sotterranei. Si andava in piazza Vittorio a divertirsi, a vincere un pesce rosso e poi a gustare la cioccolata con panna di Ghigo, l’unica istituzione che regge al tempo dal 1870. C’era anche in via principe Amedeo, poi in piazza Carlo Alberto e alla fine nello spiazzo che diventerà il parcheggio Valdo Fusi, la fiera dei vini dove si mangiava e si stava allegri con buona musica tradizionale: la cucina non era sempre all’altezza , ma ai torinesi piaceva. Si mangiava spesso lo zampone con i crauti. Il carnevale venne spostato in periferia, alla Pellerina in modo particolare. E da allora sono stato una sola volta e mi è bastata. Lo spirito di piazza Vittorio è stato ucciso . Vedo che il Carnevale di quest’anno, che celebra anche il centenario di Gianduia maschera del Carnevale torinese, si è un po’ riposizionato in centro. E’ fatto positivo che può far rinascere la festa che dopo i fasti degli Anni 80 e 90, e’ andata putroppo in crisi anche a Venezia. In Piemonte è bene vivo il famoso Carnevale di Ivrea che si fonda sulla storia e a cui l’editore Pedrini ha dedicato un volume. Resiste poi il Carnevale di Viareggio che non ha mai avuto rivali. Vorrei fare una proposta per il 2027: tornare a fare qualcosa in piazza Vittorio per ricordare il Carnevale storico della Città. Un solo evento rievocativo che piacerebbe a molti e che ci renderebbe giovani per mezza giornata o anche solo due ore.

Ho scritto già da tempo che io voterò si’ al Referendum senza incertezze per ragioni che ho già spiegato e che illustrerò in interventi pubblici in febbraio e in marzo, girando l’Italia. Tra le altre cose me lo impone la mia amicizia per Enzo Tortora e per Marco Pannella.


I monarchici del partito monarchico e della stessa Umi non riuscirono mai a fare un qualcosa di simile alla “Mole” che, come scrisse Carlo Delcroix , fu “il più vecchio e strenuo giornale“, diffuso in tutta Italia . Dopo Fedeli il gruppo fu presieduto dall’imprenditore Aldo Piazza. Affiancò Cavallotti come redattore capo del giornale Gian Luigi Boveri, futuro dirigente della Sanità pubblica piemontese. Fedeli fu un uomo eccezionale che, se fosse entrato in altri partiti, sarebbe diventato sicuramente parlamentare e forse anche ministro. Quel gruppo ebbe tanti soci importanti: dalla scrittrice Bianca Galimberti allo scultore Giovanni Reduzzi. Ma La Mole ebbe anche un gruppo Fiat e un gruppo di tramvieri, a dimostrazione del radicamento popolare dell’associazione. Anche Angelo Pezzana scrisse a lungo sulla “Mole”. E’ una pagina di storia torinese meritevole di essere ricordata anche in consiglio comunale dove Fedeli fu consigliere molto autorevole e rispettato anche dagli avversari politici.
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Qualche giorno fa nel mio alloggio di Bordighera ho scoperto, arrivando, che il riscaldamento non era in funzione. Un disastro che avrebbe pregiudicato il lungo fine settimana programmato. Senza sperarci – era di sabato – ho chiamato l’assistenza che mi ha risposto dicendo che faceva il possibile per inviarmi un tecnico. Dopo circa un’ora è suonato il citofono che segnalava l’arrivo insperato del soccorso. Ma questo è solo l’antefatto. Il tecnico non solo si rivelò capace e rapido, ma vedendo alcuni arredi e quadri, nella mia vecchia casa di famiglia, che si richiamano alla storia d’Italia, ha iniziato a raccontarmi che suo nonno era un esule da Fiume cacciato dalla furia titina e mi ha detto che lui non poteva perdonare ciò che i titini avevano fatto alla sua terra di origine. Essendo a fine giornata, abbiamo parlato mezz’ora di temi storici e ho visto in un lui un vero italiano orgoglioso di esserlo. Gli ho fatto vedere il volantino lanciato da D’Annunzio nel volo su Vienna e si è commosso. E si è stabilito tra noi un rapporto come solo avevo conosciuto tra italiani all’estero di cui raccontava mio padre e che io stesso ho potuto constatare. In Italia non mi era mai capitato. Siamo invasi da gente che odia l’Italia, da gente accecata dalla faziosità e affascinata dalla violenza. Gli attacchi velenosi alla Rettrice dell’Università di Torino per aver impedito una nuova devastazione di Palazzo nuovo, sono solo l’ultimo episodio dell’esplosivo meticciato politico tra finti italiani e immigrati che delinquono. Il tecnico del riscaldamento con cui ho stabilito un rapporto a prima vista, accomunati dal rispetto della storia e dal patriottismo, è un nobile esempio a cui guardare per far rinascere l’Italia a nuova vita. Se ci sentissimo tutti più italiani, l’Italia ne trarrebbe un grande giovamento. Il nostro colloquio si è chiuso con due miei piccoli regali simbolici: la stampa di un disegno di Paolo Caccia Dominioni che tra l’altro raccolse le salme dei Caduti ad El Alamein dove aveva combattuto e una coccarda tricolore che mi donarono nel 2011 dopo un mio discorso per i 150 anni dell’Unità a Bordighera. Da un incidente è nato uno spirito solidale tra Italiani. Una cosa molto bella e oggi purtroppo rara.
Non ho mai amato Fausto Bertinotti che conobbi quando era un importante sindacalista della Cgil. Aveva già allora la durezza di Landini, nascosta in un guanto di velluto di finta cultura citazionista. E’ stato ed è un radical chic ante litteram, uno che non si è voluto arrendere, guardando la storia e la realtà, alla caduta del Muro di Berlino e al ripiego obbligato del marxismo nel campo del socialismo utopistico, tanto criticato da Marx. Lo riconobbe il mio amico Nicola Tranfaglia, che pure mi rese la vita difficile, dicendo che il marxismo era diventato un’utopia. Neppure Bobbio ebbe il coraggio di trarre adeguate conclusioni storiche sulla fine del comunismo. Non capirò mai il Bobbio dal 1989 in poi che difese le ragioni del comunismo, dopo averlo criticato per decine di anni, ossessionato dal berlusconismo. E anche il filosofo del pensiero debole Vattimo divenne sostenitore di un’ideologia forte sconfitta dalla storia. Uno strano destino, quasi incredibile. Bertinotti in un’ampia intervista parla degli 80 anni della Repubblica, dando una versione classista e operaista della storia che meriterebbe una puntuale confutazione che richiederebbe tempo e spazio che non ho e che forse non è necessario avere perchè molte delle sue affermazioni sono così inconsistenti da non meritare una replica. Bertinotti non ha mai fatto i conti in primis con i suoi personali errori politici come la caduta di Prodi e non si è mai reso conto che l’estremismo non è solo malattia infantile, come diceva Lenin, ma è anche, nel suo caso, la malattia politica senile, quasi incurabile, di chi vede nella situazione attuale la “vendetta contro il ‘68″. Se la questione viene posta così, non esito a dire che la risposta al ‘68 e alla fuga in avanti delle ideologie presuntuose del secolo scorso è arrivata molto in ritardo. Bertinotti afferma che le attuali tre forze di governo sono estranee alla Costituzione del 1948. Dice una verità sacrosanta, ma non spiega perché quelle che contribuirono a scriverla sono oggi marginali e minoritarie. Non considera gli errori colossali della sinistra al governo, senza mai avere una vera maggioranza. Non percepisce che la vittoria della destra e’ anche figlia di quegli errori. E’ una reazione all’estremismo arrogante di una sinistra incapace di governare i cambiamenti. La vittoria della destra e’ il prodotto di un legittimo rifiuto democratico, attraverso il voto, di un modo di governare che portò Grillo ad avere un vastissimo consenso. Le semplificazioni manichee di Bertinotti privo di una vera cultura politica maturata sui libri e non nelle officine non convincono quasi più nessuno. I chierici di officina di cui scriveva Montale, non sono mai stati convincenti. Togliatti che era un uomo colto e realistico non avrebbe mai tollerato Bertinotti nel PCI. Il partito di Bertinotti, Rifondazione, è diventato un cespuglietto dell’estremismo dei centri sociali. A 86 anni fisicamente molto ben portati, Bertinotti dovrebbe ritirarsi a meditare sulle sconfitte a cui lui stesso ha contribuito. In primis dovrebbe trarre un bilancio sul Sessantottismo parolaio che lui continua a giudicare in termini positivi . La definizione parolaio rosso la coniò con santa ragione Gian Paolo Pansa. Leggendo la sua intervista si trovano le ragioni per cui la maggioranza degli italiani ha votato il centro – destra anche per disperazione.
