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Il 14 luglio e l’identità nazionale

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Pier Franco Quaglieni

La Francia celebra la sua festa nazionale a Parigi e in tutti i centri, anche i più piccoli, con cerimonie e ricordi della Presa della Bastiglia, un evento più simbolico che realmente rivoluzionario. La Rivoluzione arrivò dopo e portò il terrore, che fu la fine dell’era della ragione per cui la Francia fu benemerita. Il giacobinismo cercò di sdradicare la storia stessa della Francia, innalzando insieme la ghigliottina e l’albero della libertà, un ossimoro. Ma la bufera, alla fine, venne fatta cessare da Napoleone, che pure continuò alcune idee della Rivoluzione.

Dal 1789 sono passati oltre due secoli e l’acqua che è passata nella Senna ha cancellato le forme più estreme a cui giunse la Rivoluzione. Ma certi valori iniziali di fondo sono rimasti. La libertà e l’eguaglianza si sono fuse nella fraternità, o fratellanza, un concetto assai diverso, forse utopistico, che ha anche una lontana radice cristiana.

L’unità nazionale uscì rafforzata da una scelta repubblicana che, salvo i due periodi bonapartisti, rimase una scelta di non ritorno. Anche l’anticlericalismo rivoluzionario lasciò come sedimento un laicismo quasi assoluto, che ebbe il suo trionfo nella III Repubblica.

Va aggiunto che il pensiero liberale di Tocqueville non ebbe seguaci e che la storia francese non conobbe mai un’età liberale, ma ricadde nel 1848 e nel 1871, con la Comune, nella demagogia complottarda della gauche, che resta una costante della storia francese.

Pur con queste esperienze storiche alle spalle, la Francia oggi vive una passione civile nazionale rafforzata nei decenni. Che ci sia al potere De Gaulle, un grande, o Macron, un piccolo, i francesi non rinunciano a sentirsi orgogliosamente francesi. Uno dei motivi è aver riconosciuto come riferimento comune la Grande Rivoluzione, che aprì l’Europa tutta alla contemporaneità.

In Italia è impossibile trovare una data identitaria comune per tutti gli italiani. Certo non può essere il 25 aprile, che segnò anche la fine – solo apparente – di una guerra civile sanguinosa, lasciando odi e morti che ancora oggi evocano un passato che non è passato, come diceva Bobbio.

Non parliamo del 2 giugno, che vide gli italiani divisi quasi a metà, i quali forse si sarebbero ricacciati in un’altra guerra civile se il buon senso di un Re, che partì per l’esilio, non lo avesse impedito, potendo fare affidamento sulla statura politica di De Gasperi. Le divisioni del 2 giugno oggi sono storicamente e politicamente superate, ma quelle del 25 aprile non sono archiviate, perché il dualismo fascismo e antifascismo non appare archiviato.

Le uniche date che restano sono quella del 4 novembre (non più festa della Vittoria, ma delle Forze Armate) e il 17 marzo 1861, che però segnò la proclamazione del Regno e non dell’Unità nazionale. Sono due date che non hanno a che fare con la storia della Repubblica. Un piccolo politico cercò di confondere le acque, “republicanizzando” il 17 marzo, definito festa della bandiera e della Costituzione e persino dell’inno, un pastrocchio privo di senso storico che non piacque a nessuno e non ebbe seguito.

Per questo motivo gli italiani, che hanno comunque una storia molto diversa dai francesi, non potranno per ora scendere in piazza a sventolare il tricolore come simbolo di unità nazionale. L’Italia dei mille campanili, l’Italia a cui fu impedito di unificarsi e che fu condannata alla perdita dell’autonomia politica, non potrà mai essere come la Francia, che ha una storia unitaria di secoli, precedente alla Rivoluzione, che ha consentito ai francesi di formarsi un’identità nazionale che neppure oggi possediamo, perché restiamo il Paese dei Guelfi e dei Ghibellini, comunque denominati. La Francia ha trovato perfino nel volto di una famosa attrice l’occasione per sentirsi francese. Le attricette italiane prestano il loro volto per le manifestazioni di partito, mai per quelle della Nazione, idea trascurata di cui scrisse il grande storico Federico Chabod.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Piazza semivuota e contestazioni. Flop del campo largo a Napoli – A Nava il ricordo del gen. Emilio Battisti e della “Cuneense” – Le alghe del Po, la verità viene a galla – Lettere

Piazza semivuota e contestazioni. Flop del campo largo a Napoli

In prima pagina un titolo così non sarebbe stato leggibile su “La Stampa” prima del cambio di direttore. Il testo del pezzo riporta quanto segue:

“Comincia come era difficile immaginare, la manifestazione unitaria a Napoli dei leader del campo largo. Piazza semivuota e poliziotti schierati davanti al palco in tenuta antisommossa. Caschi, scudi e manganelli. Un gruppo formato da una cinquantina di disoccupati urla un po’ di tutto. “Ce l’hanno con il ministero, ma anche con la Regione e il Comune, ambedue di centro-sinistra. Sotto il palco arriva anche un gruppo di “Potere al Popolo”, la sigla d’annata della violenza ispirata alla contestazione del ’68. Il presidente Fico e il sindaco di Napoli parlano fra i fischi pochi minuti e poi desistono. Per Fico è quasi la legge del contrappasso.

Conte viene definito un “buffone”. Il comizio è sospeso per lunghi minuti in un clima surreale”, scrive “La Stampa”, mentre i manifestanti urlano “fuori i fascisti”. Scrive ancora il giornale: “L’obiettivo della trasferta napoletana era mostrare che l’alternativa è pronta”. Forse, considerando il clima afoso, avrebbero dovuto trasferire l’adunata a Cortina d’Ampezzo. Il sole di Napoli uccide. La strada “per vincere e governare” è ancora lontana. Marcello Sorgi commenta: “Nel campo largo l’unità resta lontana”. Il centro di Renzi non era stato invitato o non si è visto. Si aggira solo Magi di “Più Europa”, forse per cercare di farsi notare in vista di un’altra candidatura sicura.

 

A Nava il ricordo del gen. Emilio Battisti e della “Cuneense”

Sul Colle di Nava anche domenica scorsa l’Associazione Nazionale Alpini ha ricordato al sacrario dove riposa l’eroico generale Emilio Battisti i caduti della Cuneense, la divisione “Martire” della campagna di Russia. È stata una giornata in cui si è respirata aria fresca di montagna e aria buona perché sono stati rivissuti ideali patriottici che gli alpini hanno saputo salvaguardare. Oggi parlare di storia militare fa accapponare la pelle a tanti che confondono la pace con il pacifismo di certi cortei, spesso molto violenti e quindi assai poco pacifici.

Vorrei ricordare in particolare il Generale Emilio Battisti, comandante della “Cuneense”, che rifiutò di avvalersi di un aereo tedesco per tornare in Italia e condivise – come fece in Africa il Duca d’Aosta – la sorte dei suoi sildati durante una durissima prigionia in URSS. Fece ritorno in Italia a cinque anni dalla fine della guerra, il 15 maggio 1950. Ricordo che l’ambasciatore italiano a Mosca, che era stato ministro della Guerra, Manlio Brosio, si interessò alla sorte dei 60mila prigionieri italiani in Russia, di cui solo 10 mila fecero ritorno.

A Cuneo non venne accolto perché considerato come un “fascista”, una pagina indegna dimenticata di cui Nuto Revelli fu magna pars.

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Le alghe del Po, la verità viene a galla
Che le alghe avessero invaso il Po era già accaduto con l’amministrazione Appendino per scarso interesse al problema. Adesso il caldo  di quest’anno ha aggravato la situazione. Il direttore dell’Arpa ha detto la verità: occorreva prevenire il problema in primavera, non rincorrerlo in ritardo, come invece è accaduto.
Quando era iniziata la bonifica, il Po era già “colonizzato dalle piante”. Perché dobbiamo tenerci politici inadeguati sempre in ritardo che non sanno  disporre degli uffici al fine di raggiungere l’efficienza? Chi abita  vicino al Po è aggredito dalle zanzare e da odori sgradevoli.
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Terra Madre in centro

Adesso capisco perché hanno pedonalizzato via Roma, eliminando il marciapiede. Via Roma sarà sede del prossimo mercato alimentare di Carlin Petrini che voleva il ritorno in centro dei 700 stand di “terra madre” – Salone del gusto. E poi sicuramente seguiranno altri eventi commerciali perché il Salone del gusto di Slow Food è in primis un’iniziativa commerciale come quando si teneva al Lingotto.   Giuseppe Romeo

Condivido le sue riserve (anche se non credo che via Roma pedonale sia stata ideata per onorare Petrini) ma spero che sia un modo per onorare eccezionalmente Petrini nell’anniversario della sua morte. Parteciperà anche il Presidente Mattarella. Può essere un fatto eccezionale. Almeno così spero. Addirittura gli stand partiranno da piazza Carlo Felice e giungeranno in piazza Vittorio. La città sarà bloccata. L’enoteca verrà collocata in piazza San Carlo. La nostra idea di Torino è cosa molto diversa, caro lettore.

Corso Moncalieri

Ridurre a due corsie corso Moncalieri è cosa assurda. Equivale a paralizzare la città. Cosa ne pensa?   Barbara Tieste

Concordo con lei. Una scelta insensata. Forse si sono dimenticati che corso Moncalieri è la tangenziale est che non venne costruita, di cui si parlava negli Anni 70 e che le amministrazioni di sinistra dal 1975 al 1985 hanno cancellato insieme alla metropolitana. Le code infinite che si determineranno saranno ulteriore motivo di inquinamento.

 

Banchetto al Vittoriano

Questa fotografia di un banchetto all’Altare della Patria mi sembra un’offesa al Milite Ignoto e a ciò che storicamente rappresenta il Vittoriano. Che sia un consigliere del ministro della Difesa a protestare mi sembra ridicolo perché certe aberrazioni vanno prevenute.     Liana De Luca

La fotografia andrebbe verificata. Potrebbe essere un fotomontaggio. Penso che l’Istituto italiano per il Risorgimento, da cui dipende parte del Vittoriano, non sia scaduto al punto da organizzare banchetti.

La Costituzione diventa arma politica devastante?

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Io non leggo mai né, tanto meno, ascolto l’ex magistrato Scarpinato, oggi ruggente esponente dei Cinque Stelle. Per mantenere fiducia nella Magistratura, l’ho sempre trascurato anche come magistrato, come ho fatto per Ingroia e qualche altro, a partire da Borrelli.

Io resto fermo a Bruno Caccia, il magistrato martire del dovere che evitava le interviste e le ostentazioni politiche.

Adesso apprendo dal “Corriere della Sera” che il prode Scarpinato ha sostenuto che la Costituzione “non è di tutti”, contravvenendo allo spirito e alla lettera del testo del 1948, che risultò essere un compromesso alto tra posizioni in partenza divergenti. Certo, alla Costituente non ci furono i missini, ma essi già nel ’48 vennero eletti in Parlamento senza problemi di ordine costituzionale. Scarpinato riprende in modo rozzo l’idea dell’arco costituzionale di De Mita, che avrebbe dovuto escludere i missini, che invece crebbero in voti. De Mita diceva qualcosa di anticostituzionale, perché la Costituzione è una garanzia per tutti gli italiani. Salvo che in una norma transitoria, non fa mai riferimento al passato regime perché i Costituenti seppero guardare avanti a un nuovo modello di società democratica. Scarpinato elenca i delitti di mafia e le stragi attribuite ai neo-fascisti, ma, ad esempio – è il Corriere a ricordarlo – dimentica di citare il terrorismo rosso che ha insanguinato il Paese, uccidendo anche dei magistrati. Sarebbe interessante sapere se le Br sono fuori o dentro la Costituzione, visto che per Scarpinato essa “non è di tutti”.

In una visione democratica la Costituzione dovrebbe essere la legge di tutti senza eccezioni. Estremizzare il discorso porta inevitabilmente a ridurre la Carta a un documento di parte. La Carta ha garantito libertà e pace e solo le quasi inapplicate leggi Scelba e Mancino fecero da gendarme al neo-fascismo, che andava combattuto e va combattuto con la politica più che con le manette, usate in via preferenziale, se non esclusiva, dal fascismo. Lasciamo fuori la Costituzione dalle diatribe di parte. Essa merita rispetto e non può essere un richiamo elettorale come poteva essere Garibaldi nel 1948, che non portò fortuna a chi se ne appropriò come simbolo elettorale. Il fatto che il “Corriere” prenda posizione su questi temi mi pare cosa molto importante. Guai se la Costituzione diventasse un’arma politica devastante. Salterebbe lo Stato di diritto.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Il nuovo direttore de “La Stampa” – Un presidente della Repubblica deve essere il più possibile super partes – Lettere

Il nuovo direttore de “La Stampa”

Antonio Di Rosa è il nuovo direttore del quotidiano “La Stampa”, designato dalla nuova proprietà, che sicuramente sarà migliore di quella precedente, che ha solo collezionato insuccessi, distruggendo l’immagine industriale di Torino e dell’auto italiana.

Giovedì sera sono stato a Pollone a presentare un libro antologico su Luciana Frassati Gawronska, che scrisse anche un’importante storia della “Stampa”. Ho parlato a lungo di Alfredo Frassati, fondatore e direttore del quotidiano torinese. Alla fine ho voluto fare gli auguri al nuovo direttore dal paese di Frassati, dove andava a villeggiare Croce.

Il pubblico, molto numeroso, ha applaudito. Il suo primo editoriale, uscito il 2 luglio, appare diverso da quelli molto ideologici del predecessore. Emana un equilibrio di parole e di concetti che sono alla base della buona informazione.

Andranno in futuro aboliti o almeno modificati certi titoli ideologici imposti da Giannini e non cambiati da Malaguti, che vanno persino oltre il contenuto di certi articoli: dei veri e propri giudizi sommari, incompatibili con il desiderio dei lettori non militanti, che vorrebbero dal giornale soprattutto un’informazione equilibrata.

Il richiamarsi all’equilibrio di Mattarella è un’ottima manifestazione di intenti da parte del nuovo direttore.

Un presidente della Repubblica deve essere il più possibile super partes

Le dichiarazioni estive di molti politici risentono del caldo intollerabile, malgrado essi vivano immersi nell’aria condizionata. Risaltano le banalità arroganti di Salvini che cerca di scaricare su altri il disastro delle Ferrovie italiane che sono vicine al tracollo, determinato dai continui ritardi. Un ministro così Mussolini l’avrebbe cacciato. La pretesa poi di mettersi in corsa per il ministero degli Interni appare davvero velleitaria, per non citare anche il clamoroso errore politico di aver dato spazio e appoggio ad un generale autore di un libro mediocre e pieno di banalità.

Ma la notizia più clamorosa della settimana è quella di rivendicare il Quirinale, magari sperando nelle dimissioni di Mattarella. Qualsiasi italiano che abbia compiuto 50 anni, può aspirare al Colle, come dice la Costituzione, quindi anche gli esponenti della destra, ma il buon senso e l’equilibrio istituzionale dovrebbero evitare di scegliere un presidente che sia stato leader di partito. Il solo Saragat lo fu in passato, ma quando venne eletto presidente, era ministro degli Esteri. I migliori presidenti furono Luigi Einaudi e Carlo Azeglio Ciampi, ambedue governatori della banca d’Italia. Anche se di presidenti non leader di partito, ce ne furono di pessimi. Un presidente dovrebbe essere il più possibile un arbitro super partes capace di far sentire agli italiani i valori nazionali che uniscono, superando le divisioni di parte.

Incominciare a mettere il cappello sopra la poltrona quirinalizia con tanto anticipo rivela i limiti di una visione di parte non accettabile. Un buon presidente dovrebbe guardare almeno in astratto alla funzione dei re, non certo di tutti, perché anche i re a volte sono di parte. La monarchia repubblicana o la repubblica monarchica restano utopie, comunque sempre migliori di un capo partito, un ruolo incompatibile con quello di capo dello Stato nelle democrazie liberali. L’esempio nefasto di Trump che ha fatto decadere nel potere personale quasi assoluto – quasi da regime sudamericano – una delle democrazie più solide del mondo andrebbe sempre tenuto presente. Troppi illiberali sono in circolazione un po’ dappertutto e anche molti liberali sedicenti che hanno studiato al Cepu, servendosi di testi bignameschi, dicono sciocchezze.

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Di Pietro sindaco a Milano per il centrodestra
L’ex ministro Santanchè propone Antonio Di Pietro come candidato sindaco di Milano. Un’altra vittima del caldo?   Giusto Teppati
Non so dirle se sia vittima del  caldo, ma posso dirle che si tratta di un proposta politicamente delirante, ma non così tanto perché il MSI a Milano sostenne di Pietro che ebbe nel suo passato anche simpatie di estrema destra. Di Pietro ha una gravissima colpa imperdonabile:  contribuì a demolire la prima Repubblica, la pagina migliore della storia italiana del ‘900.Ha ragione Stefania Craxi ad opporsi ad una proposta sconsiderata.
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Libri d’estate
Sono in vacanza in Liguria e compro l’edizione ligure del mio solito giornale per tenermi al corrente degli incontri musicali e culturali estivi. Quest’anno ho notato un abbassamento del livello delle iniziative proposte in particolare nel campo culturale. Prevalgono i localismi provinciali nelle presentazioni dei libri con autori senza nome e qualità. Un piacere agli  amici che declassa tutto.  Anna  Renna
Accontentare vecchi arnesi senza arte  né parte  e’ una forma di  malcostume duro a morire. Tutti oggi  si  ritengono scrittori e pretendono visibilità. Dare spazio a questi dilettanti toglie credibilità culturale agli eventi. E’ difficile dire di no alle insistenze a volte  anche fastidiose.  Lo so bene io che blocco certi libri quando mi chiedono di presentarli al Centro Pannunzio, se non hanno almeno una certa dignità. E’ difficile opporsi alla vanità letteraria che oggi riguarda anche gli ignoranti  categoria che in passato non leggeva libri, ma soprattutto si asteneva dallo scriverli.
Comunque una soluzione c’è: disertare certi eventi. Solo creando il vuoto si creano le premesse per evitare la proliferazione e lo sciupio  della carta. Leggendo i nomi che mi indica e che io ho cancellato, comprendo come il “tutti scrittori o scrittrici” sia squalificante  per chi cede alle pressioni, a volte davvero asfissianti, di chi al massimo potrebbe spolverare i libri in biblioteca. Siamo al paradosso insensato che il nostro è un paese che legge pochissimo, ma offre a chiunque la possibilità di pubblicare a pagamento libri che  una casa editrice seria  dovrebbe rifiutarsi di pubblicare. Per altri versi io conobbi una scrittrice (si fa per dire) che tentò il suicidio perché un editore le fece pagare 500 copie e poi pubblicò in realtà solo le 50 date all’autrice.
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I nostalgici della Controriforma 
Cosa pensa della comunità San Pio X di mons. Lefebvre che rischia la scomunica  perché intende nominare nuovi vescovi?  A me sembra una  vera farsa che nostalgici della Controriforma  si ribellino al Papa.  Filippo Negrisoli
Lefebvre e i suoi sostenitori non accettarono il Concilio Vaticano II che avrà avuto anche dei meriti reali ,ma rappresentò  un allontanamento brusco  dalla tradizione millenaria della Chiesa che era anche una sua forza. Paolo VI cercò di porre rimedio ad una situazione che danneggiò la Chiesa, ma non riuscì nell’intento.  Oggi questa  comunità  di “protestanti” in nome della Controriforma cattolica  non si  arrende  e ogni tentativo passato di riportarla nell’ovile si rivelò inutile. Ribellarsi al Papa per un tradizionalista può sembrare una contraddizione insanabile. Non è una farsa come scrive il lettore, ma certo appare curioso. Per altri versi senza nuovi vescovi la comunità San Pio X rischia di estinguersi.
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La tv di Stato e quella privata
La vicenda della Rai con un comitato di vigilanza che non funziona, da quasi 4 anni bloccato da una prevalenza di donne faziose e incompetenti  – lo scrivo io donna – mi interessa fino ad un certo punto perché come cittadina non posso fruire di programmi decenti  e viene tollerato Report e una rete 3 che resta Telekabul che oggi potrebbe ribattezzarsi TeleGaza. E fanno anche del vittimismo ridicolo! Anche molte reti private, piene zeppe di pubblicità, fanno pena, per non parlare di Gruber e compagni. D’accordo che non pago un canone, ma questo non giustifica nulla. Il telespettatore italiano non ha di fatto scelta. Anche Sky è inadeguata. In passato c’era Telemontecarlo, bei tempi passati.  Oggi – non mi riferisco all’estate – trovare un programma interessante o almeno rilassante o divertente e’ quasi impossibile. I vertici della Tv di Stato non riescono a fare prodotti nuovi. Riprendono il logoro Montalbano. Mancano di fantasia e di capacità realizzativa. Vivo dei periodi in Costa Azzurra e la Tv francese è molto meglio.      Jaqueline  Ferro
Non sono un patito della Tv, non sono teledipendente perché la lettura resta la mia prima passione. 0ggi la Tv pubblica e  quella commerciale  sono spesso scadenti. Viviamo in un regime misto in cui la Tv di Stato  ha preso il peggio della Tv privata – gratuita – per fare i massimi incassi in pubblicità. La qualità televisiva diventa quasi un optional. Coerenti con se’ stesse vedo solo le reti particolarmente schierate che imperversano e tentano il lavaggio del cervello ogni sera con conduttori – opinionisti, due ruoli incompatibili. E poi i tg pieni zeppi di cronaca nera locale raccontata a fosche tinte. Persino il tg serale non lo seguo quasi  più,  stanco dell’appuntamento quotidiano con Garlasco, un tema trattato quasi sempre  con sguaiatezza. Per altri versi siamo una società violenta e volgare e la Tv, invece di esercitare un ruolo anche educativo, riflette compiaciuta come fosse normalità, i vari delitti che, trattati in un certo modo, possono portare all’ emulazione  Non sento più la radio neppure in macchina perché la decadenza si è abbattuta anche sulla radio.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Venezia da dimenticare – Il nuovo direttore de “La Stampa” – Un nuovo successo per Borgiattino – Lettere 

Venezia da dimenticare

Ho sempre avuto una vera e propria passione per Venezia, dove ho trascorso lunghi periodi e dove mi muovo come se fossi a Torino o a Roma o a Napoli.

Mi piace sotto tutti i punti di vista per la sua storia, la sua arte, la sua gastronomia, i suoi negozi raffinati anche di abbigliamento come era “Il Duca d’Aosta”.

Ho avuto la malaugurata idea di andare a Venezia per la Biennale e per qualche giornata di relax nella settimana appena finita. Il caldo opprimente, aggravato dall’umidità, ha reso a dir poco fastidioso il mio soggiorno. Ma il caldo non è bastato. Si sono aggiunti altri motivi che mi hanno reso la vita veneziana molto meno attrattiva del passato.

Sono tornato nei miei vecchi ristoranti abituali e non ho più avuto lo stesso trattamento di alta qualità del passato, a partire dal personale, ma anche per la qualità dei piatti non più eccellente come in passato. I miei adorati bigoli in salsa, il risotto di pesce ben mantecato, le sarde in saor con l’uvetta, il baccalà mantecato, il rombo al forno, la coda di rospo non sono più la stessa cosa, ma espressione di una cucina fatta in serie come quella di quasi tutti i locali attorno a piazza San Marco che lavorano per turisti che non sanno nulla della cucina veneziana. I miei posti abituali, fin da quando andavo a Ca’ Foscari e pranzavo con Alberto Ronchey all'”Anzolo Rafael”, hanno subito una mutazione quasi genetica, all’insegna della mediocrità.

Ma anche Venezia è cambiata. Tanti negozi sono gestiti da immigrati che prestano servizio in tante attività in cui hanno sostituito i veneziani. Vedendo il numero altissimo di immigrati sembra quasi di essere a Monfalcone, che ha dimenticato di essere stata la prima cittadina liberata dalla dominazione austriaca nella I guerra mondiale. D’accordo i due Mori del campanile di piazza San Marco, d’accordo che Venezia è stata anche la città più orientale dell’Occidente per i suoi traffici commerciali. Ma la situazione oggi appare tale da spiegare, se non giustificare, che nelle recenti elezioni comunali sono stati candidati cittadini italiani di origine bengalese.

Si può essere soddisfatti che Venezia abbia dato lavoro a tanti immigrati che servono nei bar, pur non conoscendo la lingua italiana? Va bene occuparli invece di lasciarli bighellonare in Barriera di Milano o vendere droga come fossero caramelle, ma quando si esagera l’idea stessa della venezianità ne risente in modo evidente. Ho percepito il “pericolo Monfalcone”, che potrebbe dare argomenti agli islamofobi e ai razzisti in circolazione. È vero che Venezia è di tutti, ma la percezione che ho avuto è che stia snaturandosi. Forse è il caldo africano che ha guastato il mio soggiorno, che non mi ha consentito di apprezzare come mi accadeva in passato la città che fu dei Dogi. Persino nelle botteghe veneziane in cui si potevano acquistare begli oggetti artistici o di artigianato sono arrivate le cineserie con falsa etichetta locale.

Le cose belle che acquistavo in passato sembrano essere quasi scomparse. Un negozio di scarpe a Rialto, che mi riforniva di comodissime e quasi uniche scarpe di struzzo, si è talmente trasformato da essere irriconoscibile, travolto dalla solita merce che si può trovare dappertutto. Io che ho amato la Venezia del Foscolo e di D’Annunzio, di Thomas Mann, di Visconti, per non parlare di quella di Fra Paolo Sarpi, che ho a lungo studiato, non posso ritrovarmi in una città che rischia di smarrire la sua identità storica. Hanno messo la tassa per contenere i troppi turisti del “mordi e fuggi”, ma forse le autorità veneziane non hanno considerato che Venezia ha un’anima che rischia di scomparire.

Dimenticavo: il Grand Hotel Danieli che era il simbolo di una certa Venezia elegante, è chiuso ed è in fase di ristrutturazione e di restauro. Forse l’unica bella notizia perché le stanze erano decrepite anche nei servizi, mentre le parti comuni restavano mitiche e indimenticabili perché grondanti di storia e di buon gusto. Molti alberghi veneziani  restano vecchi e carissimi senza interventi che potrebbero giustificarne i prezzi trumpiani.

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Il nuovo direttore de “La Stampa”

Dal primo luglio Antonio Di Rosa sarà il nuovo direttore de “La Stampa”, passata ad una nuova proprietà che dovrebbe porre fine alla gestione Elkann, che ha mandato in fumo non solo la Fiat. A commettere un gravissimo errore, che fece perdere migliaia di lettori, fu la nomina del direttore Giannini, che ridusse il giornale di via Lugaro ad un quotidiano della sinistra estremista. Poi il successore, che era vicario di Giannini, ha corretto un po’ il tiro, ma ha mantenuto il giornale nell’alveo della più faziosa e preconcetta opposizione, simile ad un Tg3 di carta. Anche i collaboratori e soprattutto le collaboratrici hanno dato prova della loro incapacità ad analizzare un problema con un po’ di distacco e spirito critico. Alcune sembrano delle vere e proprie Erinni. È diventato un giornale che un lettore non settario non poteva più leggere senza continui rigetti e sussulti.

Elkann è stato il gran regista della fine di una grande testata fondata da Frassati e rifondata nel dopoguerra da Burzio. L’avv. Agnelli impedì gli estremismi, anche se alcune volte scelse direttori come Carlo Rossella, che venne sostituito da Marcello Sorgi, ottimo direttore.

Sono molto curioso di vedere cosa farà il nuovo direttore, che è uomo di sicura esperienza ed equilibrio. Sarà anche interessante vedere le nuove scelte editoriali. “La Stampa” della Fiat e della sinistra militante è morta. Incontrai una sola volta   M a l a g u t i   e lo sentii altezzoso e del tutto inadatto a succedere a grandi direttori come Ronchey, Levi, Fattori. Adesso il giornale che per vent’anni fu diretto da Giulio De Benedetti, forse potrà rinascere, anche se il giornale cartaceo appare in gravissima crisi. Non hanno saputo neppure trattenere la pubblicità e neppure le necrologie. Dovrebbe uscire con la stessa testata che adottò dopo la Liberazione: Nuova Stampa. Sarebbe un modo per ricominciare, prendendo le distanze da un recente passato, rivelatosi nefasto.

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Un nuovo successo di Borgiattino
Luciano Borgiattino che continua in maniera ottimale la storica esperienza di famiglia  che, nata nel 1927, costituisce il  meglio in assoluto nel campo dei formaggi  italiani ed esteri di alta qualità, ha ricevuto  la massima onorificenza dei Rotary, la Paul Harris Fellow. Borgiattino è  socio del  prestigioso club  Torino Next di cui è presidente Elisa Lombardo e vice presidente Jean Claude Passerin d’Entreves.
Ancora prima  di festeggiare il centenario dell’ azienda, Borgiattino ha ricevuto un riconoscimento  molto importante importante che riconosce l’alto livello professionale e civile che ha raggiunto con un lavoro serio e continuativo a Torino. Il Rotary di cui è socio Borgiattino, nasce dalla fusione di due storici club rotariani torinesi di cui fui in passato ospite: il Superga e il Torino 150. Il Next, nato nel 2024 ,guarda al futuro prossimo, senza dimenticare il passato.

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Il black out a Torino

I black out che si sono verificati a Torino danno l’idea di una disattenzione ai problemi dell’energia che ha addirittura suscitato la protesta del sindaco, il quale avrebbe dovuto farsi carico di seguire gli investimenti sulla rete elettrica di Torino. Si è spenta anche l’anagrafe centrale. Il centro è stato fortemente penalizzato. Solo adesso Iren si è svegliata per accelerare nuovi investimenti. Torino, insieme a Napoli, è la città più colpita. Il caldo record non giustifica nulla. Diana Rivella

Condivido nella sostanza i suoi giudizi, anche se il sindaco che protesta appare un po’ paradossale. Iren, sempre celebrata come un modello straordinario di efficienza, ha dimostrato i suoi limiti. Anche gli ospedali, pieni di anziani ricoverati, rischiano il black out. Un segno preoccupante. Nelle case i disagi sono stati molto vistosi perché gli antifurti sono stati neutralizzati e i frigoriferi non hanno potuto conservare l’integrità dei cibi, soprattutto nei congelatori. Le interruzioni di energia hanno provocato gravi danni agli alberghi e al turismo, con molti clienti in fuga. Giustamente Federalberghi si è riservata una class action, anche se Confesercenti ha invitato “ad abbassare i toni”, giungendo al ridicolo. Un condominio di Santa Rita ha denunciato che gli anziani sono a rischio. Speriamo che il caldo ci lasci un po’ di tregua, ma è indispensabile che Iren si attivi, dando a Torino l’attenzione che la città pretende.

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Il Cardinale e i giovani

Il Cardinale di Torino Repole ha affermato un suo “Largo ai giovani “ perché il futuro di Torino è legato alla gioventù oggi non abbastanza valorizzata . A me il discorso mi è sembrato vagamente demagogico. Cosa ne pensa?     Franco Vitelli

Foto La Voce e il Tempo

 

Il discorso del cardinale va letto interamente, senza limitarsi ad una frase che ha attirato l’attenzione dei giornali. Certo andrebbe ribadito che i giovani non hanno solo diritti, ma anche doveri. Se è giusto che aspirino a trovare un posto adeguato nella società, appare altrettanto giusto invitare i giovani alla responsabilità. La generazione Z mi sembra manchi di  alcuni valori irrinunciabili sia sotto il profilo civile che sotto il profilo etico. Se il Cardinale si è espresso in un certo modo, avrà sicuramente le sue ragioni. Il “Largo ai giovani” di Mussolini credo sia  stato uno slogan che oggi definiremmo populista. Un invito ad un cambio generazionale per valorizzare energie più fresche. Il “Largo ai giovani” mussoliniano  finì ‘ male perché tanti  giovani caddero in guerra.

Le madri costituenti di 80 anni fa

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

La Città metropolitana intitola  oggi la Sala più alta del grattacielo alle Madri costituenti. E’ una gran bella notizia quella che giunge da Carla Gatti dirigente della Comunicazione della Città metropolitana di Torino, sempre così attenta agli eventi più importanti fin da quando la Città metropolitana era la Provincia di Torino ,così carica di storia e di amministratori esemplari fin a partire dal Risorgimento. Il 25 giugno, data che nel 1946 segnò l’inizio dei lavori della Costituente , la Città metropolitana intitola la sua sala del quindicesimo piano di corso Inghilterra 7  alle Madri Costituenti, le  ventuno elette  su 556 componenti che contribuirono a scrivere il testo della Costituzione repubblicana. Se consideriamo che il 2 giugno 1946 si votò con il suffragio elettorale maschile e femminile e le donne elettrici furono parecchi milioni ,le elette furono invece  un numero decisamente limitato. In Piemonte nei due collegi in cui era divisa la regione, non ci furono elette e ciò costituì motivo di polemiche del tutto motivate anche se per molto tempo riassorbite dalla disciplina di partito. Anche nei due partiti di massa che ebbero maggiori consensi, le donne non ebbero i suffragi che sarebbero stati una logica conseguenza  all’ affermazione di un diritto così importante per dare completezza alla partecipazione democratica e alla reale  parità tra uomini e donne. Ma ci furono elette piemontesi fuori dal Piemonte come le comuniste Rita  Montagnana, Teresa Noce, Angiola Minella. Tra le più importanti costituenti ci furono Nilde Jotti e Angelina Merlin. Alla manifestazione di intitolazione hanno parlato  solo donne importanti che sono ai vertici della Città metropolitana. Un segnale forte che dimostra come le cose siano cambiate e che le  battaglie delle Madri costituenti hanno creato tante figlie e nipoti capaci di incidere politicamente, come affermato nella Costituzione che non fu solo opera dei grandi leaders di 80 anni fa che ebbero la preveggenza di scrivere un testo capace di guardare al futuro del Paese più che a polemizzare con il suo passato, come rivelano  l’articolo 7 e tanti altri articoli. Questo è il pregio maggiore della Costituzione , come disse Piero Calamandrei che contribuì a scrivere molti testi , pur non essendo totalmente soddisfatto del lavoro compiuto, lui sommo giurista. Per ragioni di par condicio, direbbe uno degli eletti di 80 anni fa ,Oscar Luigi Scalfaro , va anche ricordato il presidente dell’assemblea  costituente Giuseppe Saragat che tenne un magistrale discorso sul quale gli studenti della Maturità hanno avuto l’opportunità di scrivere, senza che il pensiero del presidente di allora attirasse in modo significativo  l’attenzione dei giovani d’oggi purtroppo  assai poco ferrati nella storia in generale e nella storia civile in particolare. D’ora in poi l’intitolazione della Città metropolitana costringerà a riflettere sull’impegno di quelle 21 donne che sono alle origini della democrazia repubblicana e che hanno dovuto lottare per lasciare un segno significativo nella storia italiana. L’elettorato attivo e passivo del 1946 stentarono a coincidere e forse neppure oggi sono pienamente realizzati.

Il volume di Quaglieni “Da Cavour alla Repubblica” a Montecitorio

La Edizioni Pedrini alla Camera dei Deputati giovedì 7 luglio 

Verrà presentato a Roma a Palazzo Montecitorio il prossimo 7 luglio, alle ore 16.00, su iniziativa dell’On. Alessandro Giglio Vigna Presidente della XIV Commissione Politca U.E. della Camera dei Deputati, il volume del prof. Pier Franco Quaglieni: “Da Cavour alla Repubblica. I rapporti tra Stato e Chiesa, laicità e laicismo nella storia d’Italia”.

Il prof. Quaglieni, Presidente del Centro Pannunzio di Torino, storico, editorialista nelle pagine del Corriere della Sera di Torino e firma di punta del quotidiano “il Torinese”,  nel libro offre una serie di valutazioni storiche, giuridiche e politiche che partono da punti di vista diversi, attuando la pratica della laicità.

Pier Franco Quaglieni

La presentazione è stata fissata nella Sala Stampa della Camera dei Deputati con il seguente programma: saluti istituzionali dell’On. Giglio Vigna, a cui seguiranno gli interventi del prof. Quaglieni, del direttore editoriale della Casa editrice Edizioni Pedrini con moderatrice Cristina Del Tutto CEO di Radio Parlamentare.

Nel volume di oltre 300 pagine, la cui copertina è stata realizzata da Ugo Nespolo, numerosi i temi trattati tra i quali:

– La storia dei rapporti tra Stato e Chiesa cattolica in Italia.

– La storia del separatismo liberale e laico tra la sfera politica e quella religiosa.

– La storia del Concordato del 1929 voluto da Mussolini che portò alla Conciliazione tra le due sponde del Tevere diventato “più stretto”, parafrasando Spadolini.

Il libro affronta anche diversi argomenti tra i quali:

– Il tema dei Patti Lateranensi inseriti nella Carta Costituzionale repubblicana del 1948.

– L’abrogazione del Concordato proposta da Marco Pannella.

– La revisione dei Patti Lateranensi del 1984 voluta da Bettino Craxi.

Nel contesto si chiarisce altresì il tema della laicità e del laicismo intesi non solo come fatto politico, ma anche in termini culturali e filosofici fino a considerare la società multireligiosa ed i possibili rapporti conflittuali con l’Islam.

Scheda tecnica

Casa editrice: Edizioni Pedrini

Autore: Pier Franco Quaglieni

Anno pubblicazione: 2026

Formato: rilegatura flessibile 168×240

pagine n.312

prezzo di copertina € 20,00

ISBN: 979-12-80602-94-7

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Saragat – Il patentino – Adolfo Battaglia – Lettere

 

Saragat

Il fatto che agli esami di maturità 2026 sia stato proposto agli studenti il testo del discorso di inaugurazione dei lavori dell’Assemblea costituente da parte del suo presidente Giuseppe Saragat è un modo storico – non meramente celebrativo – per ricordare gli 80 anni della Repubblica. Saragat rappresentava il vertice di un’assemblea a cui era affidata la stesura della Carta costituzionale italiana. E Saragat fin da allora era una figura diversa da quella dei diversi leaders che animarono il dibattito del referendum istituzionale durante il quale si distinse per lo stile e la sobrietà. Offrire ai giovani la possibilità di leggere un testo di spessore storico è cosa molto positiva. Saragat venne demonizzato dal 1947 per la scissione socialista di Palazzo Barberini che consentì la nascita in Italia di un partito socialista democratico che riprendeva le idee di Matteotti.

Poi quel partito si impantanò nel clientelismo, ma la figura di Saragat, che fu eletto presidente della Repubblica nel 1964, è sempre stata quella di uno degli statisti più importanti della storia italiana. Che si offra ai giovani di scoprire un uomo come lui è un’ottima opportunità offerta a chi sicuramente non sa nulla su di lui perché la damnatio memoriae dei comunisti ha cancellato il suo nome. Solo il sindaco Piero Fassino consentì che il suo nome entrasse nella toponomastica torinese. Saragat fu molte volte eletto deputato e consigliere comunale a Torino, città a cui fu sempre molto legato perché vi nacque, ci visse e studiò.

Nella storia torinese del ’900 Saragat ha rappresentato uno degli esponenti politici più importanti che hanno qualcosa da dire anche oggi che le ideologie novecentesche sono tramontate. L’idea di una democrazia fondata soprattutto sui rapporti tra uomo e uomo, prima ancora che sui rapporti politici, appare di un’assoluta modernità. Verrà compresa dai giovani e dai meno giovani? Verrà compresa dagli studenti, ma anche da tanti professori che continuano ad indottrinare piuttosto che ad istruire ed educare – anche sotto il profilo civico – i loro studenti?

 

Il patentino

L’idea del patentino per accedere ai saloni del libro, condannata dalla presidente del Consiglio Meloni, rivela il livello infimo della polemica politica a cui siamo giunti. E rivela anche il grado di faziosità a cui si è arrivati. Senza entrare nel merito della polemica a cui non intendo partecipare, mi pare di poter dire che qualunque richiesta di dichiarare obbligatoriamente la propria fede politica per poter accedere ad un salone del libro sia di per sé non condivisibile. L’articolo 21 della Costituzione non lo consente. Ma soprattutto non dovrebbe consentirlo un altro fatto: accedere o non accedere ad un salone per un editore è semplicemente lavoro e non si può reintrodurre un’odiosa tessera del pane che è inconciliabile con il concetto stesso di democrazia. Il lavoro non può essere negato a nessuno in base alle sue idee politiche, per quanto aberranti. Pensando a Saragat che patì l’esilio e il carcere, credo di poter dire che mai avrebbe approvato un’idea così balzana.

Mi fa tornare alla mente certi studenti del liceo “Segre” di Torino che volevano, in anni fortunatamente lontani, impedire il diritto alla frequenza scolastica a dei loro colleghi considerati “neofascisti”. Il diritto al lavoro e il diritto allo studio deve avere la preminenza su ogni altra valutazione politica, confidando nella pacifica convivenza delle idee. La vera tolleranza, d’altra parte, la si dimostra verso le idee opposte alle proprie, ma solo a quelle diverse.

 

Adolfo Battaglia

E’ mancato ultra novantenne l’ex ministro Adolfo Battaglia che fu giornalista, deputato  e vice segretario del Pri ed anche  ministro dell’ Industria. Il suo nome era ormai dimenticato da tempo . Dopo Tangentopoli aderì al Partito Democratico della sinistra dove fu condannato alla irrilevanza. Era uno degli ultimi collaboratori viventi del “Mondo“ di Pannunzio su cui poté collaborare perché introdotto da Ugo La Malfa. Era ormai un sopravvissuto. Ebbi modo di frequentarlo, ma non mi parve mai l’enfant prodige della scuderia dell’Edera.
Ritenne di andare oltre la terza forza del PRI (ormai nelle mani insicure del figlio di Ugo, Giorgio La Malfa) per partecipare ad un grande disegno della sinistra a cui non fu estraneo il PRI lamalfiano che si rivelò interessato al compromesso storico. Battaglia dimostrò la differenza sostanziale tra repubblicani e liberali che ,salvo Zanone, fecero scelte differenti, anche se politicamente anch’esse di scarsa  incidenza politica. Con la morte di Battaglia finisce anche la storia del Partito Repubblicano che di fatto  non riuscì a sopravvivere a Tangentopoli.

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Mussolini collare dell’Annunziata

Vorrei ricordare che Vittorio Emanuele III, che nel libro del bisnipote Emanuele Filiberto viene considerato una vittima di Mussolini, lo nominò Cavaliere della Santissima Annunziata nel 1924, neppure due anni dopo la chiamata al governo. Il 1924 è l’anno dell’omicidio Matteotti e delle elezioni con brogli e violenze. Il Re premiò il futuro duce con la massima onorificenza sabauda che consentiva di considerarsi cugini del re. Tra il re e il duce correva buon sangue, anzi ottimo. Carlo Ottino

È questione della data del mese. Il Collare venne conferito nel marzo 1924, le elezioni si tennero nell’aprile e il rapimento di Matteotti nel giugno. Vittorio Emanuele voleva “premiare” Mussolini per aver risolto la questione di Fiume italiana. E gli diede il Collare che appartenne a Cavour. Aveva dato nel 1904 il Collare a Giolitti per la nascita del principe ereditario Umberto. Forse il futuro “Bolscevico dell’Annunziata” – come venne definito da Luigi Albertini, direttore del “Corriere della Sera” – avrebbe meritato quello di Cavour. Ma i problemi riguardanti i rapporti del re Vittorio con il duce sono molto più complessi e complicati di quanto scrive il lettore Ottino.

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La fine del Classico?

La Maturità classica 2026 esclude tra le discipline d’esame scritte ed orali il Greco. Un primo passo per eliminare il liceo Classico?  Giusy Niccoli

Condivido i suoi dubbi. Il liceo classico di oggi non ha più nulla di quello che ho frequentato io o di quello dove ho insegnato in passato. È andato sempre di più smarrendo la sua identità storica gentiliana. Forse era inevitabile perché nulla è immutabile nella storia. Ma certo l’impronta della classicità si sta perdendo. Io ho battagliato per anni in difesa del Classico, suscitando più critiche che consensi. È prevalsa la logica secondo la quale il Greco e anche il Latino non servono a nulla. È un pregiudizio sbagliato, ma è diventata un’opinione prevalente. Il valore formativo degli studi classici è unico. Ma perché il discorso regga occorre che le due lingue classiche siano studiate seriamente. Quasi dappertutto non accade più. La scuola è stata sempre di più facilitata. Specie quella più difficile ed elitaria. Mi aspettavo un’inversione di tendenza da governi di centro-destra, ma la speranza è andata delusa. Oggi ripristinare la serietà di certi studi diventa quasi impossibile. Io sinceramente non ci spero più. I tempi di Concetto Marchesi che criticava i suoi compagni del partito comunista perché volevano abolire il Latino, sono finiti. Oppure magari, quando meno ce lo aspetteremo, ci sarà un nuovo Umanesimo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Non è così utopistico come magari a prima vista può sembrare. Dopo il Medio Evo ci può esserci una Rinascita.

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La campagna di UniTo
Mi sembra proprio sbagliata la pubblicità promozionale dell’ Università di Torino che cita i due ex allievi Primo Levi e Rita Levi Montalcini. Tutti e due ebrei, ebbero vita difficile. Nel campo letterario non ho visto altri, ad esempio Mario Soldati nato 120 anni fa.  Teresa Mo
Non condivido la critica perché ambedue furono allievi illustri dell’Ateneo di Torino che giustamente ne trasse e ne  trae vanto. Un ricordo per Soldati forse non guasterebbe, ma gli negarono  anni fa la laurea honoris causa in scienze della comunicazione, lui che dominò tutti i mezzi comunicativi dalla carta, al cinema, alla Tv. Forse ci sarà modo di riparare alla dimenticanza.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Achille Mario Dogliotti – Montecitorio presidio di libertà –  Lettere

Achille Mario Dogliotti

Ricorrono i sessant’anni dalla morte del più grande chirurgo torinese del ‘900 che raggiunse  immensa fama internazionale: Achille Mario Dogliotti. Incredibilmente non  ebbe il Nobel perché per oltre  60 anni il Premio venne conferito a scienziati di altri Paesi. Fu una vistosa ingiustizia. Ho letto il testo di una sua conferenza sul dolore tenuta negli Anni 50 ai “Venerdì letterari“ di Irma Antonetto che la partecipazione di Dogliotti contribuì a lanciare a livello nazionale ed internazionale. Nelle sue parole di grande medico e principe dei chirurghi si coglie una humanitas profonda, una comprensione del significato devastante più che salvifico del dolore umano che il medico deve combattere o almeno lenire.

Valdo Fusi

Sono pagine in cui risuona la sapienza di Seneca, anche se non contraddittoriamente Dogliotti conclude, parlando di Pietà che “ci accompagna nelle ore del nostro solitario raccoglimento e ci guida sulla via difficile che sale faticosamente verso Dio”. Parole profonde di un’anima lunga, come diceva Valdo Fusi. Parole che danno il senso ed il valore della vita che il prof. Dogliotti in tante circostanze drammatiche ha salvato. Fermo e impassibile con il bisturi  in mano, era un uomo con sentimenti universali profondi , così come li definiva Croce in una sua celebre pagina. Fu una grande figura del Novecento, un secolo  dominato da due guerre e due dittature che il grande medico visse in prima persona come italiano esemplare che si sentiva cittadino del mondo, senza rinunciare al Tricolore con cui imbandierò Torino nel 1961 per il centenario dell’Unità.

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Montecitorio presidio di libertà  
Il 7 luglio sarò a Roma a Montecitorio a presentare in conferenza stampa  il libro “Da Cavour alla Repubblica“ per iniziativa dell’editore Pedrini. Si tratta di un grande onore che ebbi  solo un’altra volta  circa vent’anni fa .  Come sempre  questi eventi  culturali si concluderanno come è ormai una mia  tradizione consolidata, da “Armando al Pantheon“ con il mio amico di sempre Michele Canonica. L’ufficialità e la solennità del l’occasione verranno stemperate, come avrebbe fatto Cavour che era un raffinato gourmet, specie se si fosse recato a Roma, all’epoca ancora papalina. All’annuncio ufficiale dell’evento su un social c’è stato chi ha scritto che anch’io andavo nel “palazzo del Potere“, quasi  usando un’espressione pasoliniana ormai  forse un po’ dimenticata.
Vorrei ricordare  che Montecitorio è il cuore pulsante della democrazia, del pluralismo più autentico, del confronto civile tra tutte le opinioni. E’ il luogo in cui Matteotti difese la democrazia infranta dai brogli e dalle violenze, è il luogo in cui Pajetta ed Almirante hanno tenuto  i loro lunghi discorsi di segno opposto. Il Potere, comunque identificato, ha sede non  molto lontano, a Palazzo Chigi e  sul colle del Quirinale. Le Camere sono e restano  i due polmoni con cui respira la democrazia. Anche Pasolini che detestava i palazzi, avrebbe colto la differenza.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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L’artigiano romeno

In passato mi sono servito di un imbianchino di origini rumene che dimostrava buona volontà e praticava prezzi onesti.

Dopo qualche anno ho ricontattato il decoratore, il quale mi ha mandato con la mail un preventivo esoso, chiedendo un anticipo del 40 per cento. Ovviamente tutto in nero perché questo signore, magari diventato cittadino italiano, non ha la partita IVA. Cosa ne pensa?     G. N. Novara

È uno dei tanti problemi legato alla disonestà di molti artigiani italiani che hanno permesso la crescita e il radicamento di tanti abusivi. L’abusivismo è un male italiano da sempre. Poi certo meriterebbe una riflessione la presenza di una immigrazione incontrollata tollerata, se non incentivata, da troppi governi di opposto orientamento. Angelino Alfano, ministro degli Interni, è il tipico esempio di una assoluta irresponsabilità politica. Non ci sono stati e non ci sono filtri preventivi che garantiscano flussi compatibili. Va anche aggiunto che troppi italiani non hanno più voglia di lavorare seriamente e cercano di vivere con sussidi come il reddito di cittadinanza. Le consiglio di rivolgersi ad artigiani che dimostrino la regolarità del proprio lavoro perché, in caso di incidenti sul lavoro, potrebbe trovarsi alle prese con problemi non trascurabili, come è accaduto ad un mio amico che credeva di poter risparmiare in modo furbesco.

Sono insoddisfatta

Ho votato centro-destra la prima volta alle ultime politiche, ma vedo che il governo annaspa e non ha dato una svolta alla politica italiana. Tante parole e molti tentativi velleitari di esercitare ruoli internazionali incompatibili con l’Italia di oggi. Troppi ministri sono vistosamente inadeguati. Io temo il ritorno della sinistra al potere.   Fulvia Indelicato

Le sue preoccupazioni sono comuni a molti elettori che speravano in una svolta che non c’è stata. La sconfitta referendaria ha creato un clima quasi da guerra civile. Io non giudico e attendo di vedere la fine della legislatura. Sicuramente la situazione internazionale, due guerre in corso e un’Europa imbelle e inesistente, hanno inciso sulla operatività del governo. Ma è proprio nelle difficoltà che si vede se ci governano politici o statisti. Fino al 1940 Mussolini veniva considerato uno statista, poi i fatti fecero cambiare idea. Giolitti nel primo quindicennio del secolo scorso riuscì a governare con dignità ed equilibrio fattivo l’Italietta, malgrado Salvemini lo definisse “ministro della malavita”.

Una valutazione politica, non storica, è immediata e non consente ripensamenti. E forse è questa la situazione in cui ci troviamo a vivere. La durata di un governo è un valore, ma non è sufficiente per ottenere consensi.

I monopattini

I monipattini — ha ragione — sono una minaccia alla sicurezza, un modo facile per delinquere e fuggire senza lasciare tracce. Occorre usare la forza della legge e imporre controlli che oggi non ci sono. Cosa fa la polizia comunale, che è quasi invisibile sul territorio? Occorrono pattuglie che diano sicurezza ai cittadini. Occorre una visibilità dello Stato che oggi non c’è.  Vittoria De Stefanis

Condivido le sue idee ed ho scritto sul tema un articolo in cui denuncia l’inerzia nel tenere sotto controllo i monopattini. Sono una minaccia alla sicurezza e alla incolumità dei cittadini. Chi ricopre cariche pubbliche forse non riesce a cogliere le ansie dei cittadini alle prese con la quotidianità: le buche nelle strade e i monopattini che imperversano. A Parigi una sindaca capace ha risolto il problema alla radice. Qui anche l’opposizione tentenna.

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Il primo libro del principe Emanuele Filiberto sulla nonna

Ho letto il primo libro del principe Emanuele Filiberto sulla nonna, la regina di maggio. È una semplice rigovernatura di cose risapute, già scritte e riscritte dai vari apologeti sabaudi. Nulla di nuovo sotto il sole. Già il titolo è infelice perché ricorda un dileggio fatto dai repubblicani al Re Umberto, che esercitò le funzioni di re per due anni, dal 1944 al 1946. Si parla delle memorie del Re Umberto, scritte negli anni dell’esilio e perdute dopo la sua morte.

Non si tenta neppure di dare una spiegazione di un fatto assai importante. È un libro che non dice nulla di importante e che non inserirò nella mia biblioteca.     Vittorio Ambrogio

Non ho letto il libro e non so se lo leggerò. Certo la consegna dei documenti sabaudi all’Archivio di Stato di Torino, come da volontà testamentaria di Umberto II, sollevò a suo tempo dei dubbi. Spero che essi siano stati fugati, anche se la perdita delle “Memorie” del Re, a cui lei fa cenno, rinverdisce le perplessità del passato. Anche la fine di Villa Italia a Cascais e dell’intero arredamento non è stata una bella pagina. Erano affari privati che avevano però una sicura valenza storica che non è stata considerata.

Una trasmissione inutile dopo 81 anni. Il fascismo va studiato, non spettacolarizzato

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Massimo   G i l e t t i    non  è  a mio parere un grande conduttore e  spesso non ha dimostrato equilibrio, ma ha ricercato l’eccesso, nell’illusione del successo che forse non è  mai arrivato come avrebbe sperato.

Ha il merito di non essere aprioristicamente di parte, come quelli della 7 dove è stato anche lui conduttore, cercando di emulare Gruber e Formigli.

Il polpettone pseudostorico sulla morte di Mussolini su Rete 3 di ieri sera è stato una grande delusione solo per chi può ritenere, sbagliando, che   G i l e t t i   possa affrontare temi storiografici così complessi per i quali serve una  preparazione adeguata. Il liceo d’Azeglio dove è stato studente, non basta davvero: è una sorta di enclave di sinistra dove i docenti non schierati vengono messi da parte.

Salvo qualche intervento equilibrato di Gianni Oliva che non ha potuto dare il meglio di sé, messo insieme agli accoliti di Luciano Garibaldi che ha solo sempre scritto banalità forse più adatte ai lettori di settimanali popolari, la trasmissione è un collage di cose già viste e riviste che non meritano attenzione.

La trasmissione non dice nulla di nuovo neppure sulla morte di Mussolini, definita fucilazione intesa come atto di “giustizia partigiana” da parte di due o tre comunisti non identificati; il tema dell’uccisione di Mussolini andava visto diversamente e non affrontato alla ricerca della persona dell’uccisore che poco importa, fosse anche Luigi Longo in persona.

È la strage e la profanazione dei corpi del duce, della Petacci e dei gerarchi che proprio non quadra. Piazzale Loreto è una pagina infame, non basta la solita frasettina ipocrita del rag. Parri sulla macelleria sudamericana che sappiamo a memoria.

Se poi   G i l e t t i    tace e fa concludere in modo truce da Santoro, il discorso è davvero inverecondo: Piazzale Loreto fu la Norimberga italiana e Togliatti fece un’amnistia per salvare i criminali fascisti.

Non parliamo degli accenni alla vita privata del Principe di Piemonte che è immondizia repubblichina riciclata.

Con queste premesse la Rai 3 ancora una volta si è squalificata e  G i l e t t i   con lei.

PS:  va dato atto a   G i l e t t i    di aver detto, papale, papale, che l’oro di Dongo (a parte le ruberie individuali) servi’ a costruire Botteghe Oscure e la moderna tipografia dell’Unita’  a Milano. Servi’ anche ad altro secondo quanto disse Pannella.