IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

L’appello della solita congrega di intellettuali, scrittori, giuristi, docenti che si sono rivolti al Presidente della Repubblica contro il programma politico del generale Vannacci appare totalmente sbagliato, profondamente illiberale e persino antidemocratico.
Le idee di Vannacci vanno combattute sul piano del confronto delle opinioni e non in base alla norma transitoria che vieta la ricostituzione del disciolto partito fascista.
Il delirio politico di Vannacci va combattuto sul piano politico e su quello elettorale, rivolgendosi agli elettori e non al Presidente della Repubblica. Le idee di Vannacci sono inaccettabili, ma non debbono essere combattute con la logica dello squadrismo rosso che ha avvelenato la nostra società creando un clima inquisitorio di tipo persino lessicale. La censura sulle idee è quanto di più odioso ci possa essere perché l’articolo 21 della nostra Costituzione garantisce la libertà di pensare e di divulgare le proprie idee.
Questo è il principio a cui richiamarsi, non certo a quello di vietare la circolazione delle idee, rivolgendosi al Presidente della Repubblica come se fosse un preside scolastico che decide la sospensione o l’espulsione di qualche allievo ribelle. I cittadini italiani, tutti i cittadini italiani, godono di diritti che nessuno può loro negare senza violare la Costituzione. I fascisti rossi non possono stravolgere le regole della democrazia liberale che forse non conoscono.
Vannacci ha pieno diritto di delirare. Saranno i cittadini elettori a decidere con il voto.
Altrimenti siamo paradossalmente al regime, in nome del rifiuto di un regime dittatoriale.
Non va data importanza al gruppuscolo di intellettuali che sognano la prigione per i loro avversari. Bisogna restare vigili contro tutti i possibili regimi che vogliono sopprimere le nostre libertà. Quindi contro Vannacci e chiunque altro voglia ridurre o annullare la libertà di opinione in Italia.
Generali e governo
Nella storia d’Italia spicca il generale Luigi Pelloux, presidente del Consiglio che usò le armi contro i cittadini e tentò la svolta reazionaria di fine ‘800. Nel ‘900 spicca il maresciallo Badoglio (nella foto di copertina) responsabile della rotta di Caporetto e capo del governo dopo Mussolini che dal luglio a settembre 1943 dimostrò tutta la sua incompetenza politica. Non è solo in Italia che i generali in politica falliscono come Birindelli e prima di lui De Lorenzo. Pensiamo ai colonnelli greci e ai generali argentini, per non parlare del generalissimo Franco che fu un dittatore, non uno stupido. Stiamo attenti alle semplificazioni manichee e alle battute pronunciate come fossero cose serie. La democrazia va tutelata. E’ il primo bene della nostra vita.
Fu un evento indimenticabile; da allora a volte ci siamo tenuti in contatto in più occasioni col telefono e una volta, di recente, ci incontrammo di persona. Era interessato ad incontrare il principe Aimone d’Aosta che doveva venire al Lions di Torino nei giardini di Palazzo Reale per una mia conferenza sul Ramo Savoia – Aosta. Mi chiese notizie del prossimo ricordo della Regina Maria Vittoria, moglie del primo Duca d’Aosta e Re di Spagna. Parlando mi disse “Fa bene a ricordare i Savoia Aosta perché è l’ultima nostra speranza“. Disse anche altro che in questa occasione evito di scrivere. Fu un uomo lineare e intransigente che si interessò anche al ritorno in Italia degli ultimi reali che avrebbe voluto veder sepolti a Racconigi, un’idea non priva di interesse.



Pensiamo a due luoghi liguri vicini: Alassio e Albenga. Alassio è una città, Albenga un paesone che non sa valorizzare neppure il suo centro storico. Il primo ha alberghi di rango, il secondo ha campeggi quasi senza alberghi. L’eleganza è ad Alassio, i pacchiani con la canottiera alla Bossi si danno appuntamento ad Albenga e giocano con le fionde, non sapendo che sono armi di offesa e anche di morte.





Il 18 agosto 1946 – ottant’anni fa – sulla spiaggia di Vergarolla, a Pola, ci fu una strage terroristica con oltre cento morti italiani, rimasta impunita. Pola era ancora italiana, ma era sotto il controllo inglese. Malgrado le indagini, i veri responsabili – i partigiani comunisti di Tito – non vennero mai individuati. Col Trattato di pace del 1947 Pola venne annessa alla Jugoslavia, malgrado fosse un’enclave di oltre 20 mila Italiani.



Si comprava italiano perché una 164 Alfa era il meglio sul mercato. Parola di chi la comprò e si trovò meglio che sulla BMW. Ma il dissidio con l’arrogante Romiti costrinse Ghidella a lasciare con stile il suo posto. Si ritirò senza polemiche. Con l’esclusione di Ghidella, la Fiat tornò in crisi e non bastò neppure Marchionne a salvarla. Poi il resto lo fece il cavaliere del lavoro Elkann.


























