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La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Saragat – Il patentino – Adolfo Battaglia – Lettere

 

Saragat

Il fatto che agli esami di maturità 2026 sia stato proposto agli studenti il testo del discorso di inaugurazione dei lavori dell’Assemblea costituente da parte del suo presidente Giuseppe Saragat è un modo storico – non meramente celebrativo – per ricordare gli 80 anni della Repubblica. Saragat rappresentava il vertice di un’assemblea a cui era affidata la stesura della Carta costituzionale italiana. E Saragat fin da allora era una figura diversa da quella dei diversi leaders che animarono il dibattito del referendum istituzionale durante il quale si distinse per lo stile e la sobrietà. Offrire ai giovani la possibilità di leggere un testo di spessore storico è cosa molto positiva. Saragat venne demonizzato dal 1947 per la scissione socialista di Palazzo Barberini che consentì la nascita in Italia di un partito socialista democratico che riprendeva le idee di Matteotti.

Poi quel partito si impantanò nel clientelismo, ma la figura di Saragat, che fu eletto presidente della Repubblica nel 1964, è sempre stata quella di uno degli statisti più importanti della storia italiana. Che si offra ai giovani di scoprire un uomo come lui è un’ottima opportunità offerta a chi sicuramente non sa nulla su di lui perché la damnatio memoriae dei comunisti ha cancellato il suo nome. Solo il sindaco Piero Fassino consentì che il suo nome entrasse nella toponomastica torinese. Saragat fu molte volte eletto deputato e consigliere comunale a Torino, città a cui fu sempre molto legato perché vi nacque, ci visse e studiò.

Nella storia torinese del ’900 Saragat ha rappresentato uno degli esponenti politici più importanti che hanno qualcosa da dire anche oggi che le ideologie novecentesche sono tramontate. L’idea di una democrazia fondata soprattutto sui rapporti tra uomo e uomo, prima ancora che sui rapporti politici, appare di un’assoluta modernità. Verrà compresa dai giovani e dai meno giovani? Verrà compresa dagli studenti, ma anche da tanti professori che continuano ad indottrinare piuttosto che ad istruire ed educare – anche sotto il profilo civico – i loro studenti?

 

Il patentino

L’idea del patentino per accedere ai saloni del libro, condannata dalla presidente del Consiglio Meloni, rivela il livello infimo della polemica politica a cui siamo giunti. E rivela anche il grado di faziosità a cui si è arrivati. Senza entrare nel merito della polemica a cui non intendo partecipare, mi pare di poter dire che qualunque richiesta di dichiarare obbligatoriamente la propria fede politica per poter accedere ad un salone del libro sia di per sé non condivisibile. L’articolo 21 della Costituzione non lo consente. Ma soprattutto non dovrebbe consentirlo un altro fatto: accedere o non accedere ad un salone per un editore è semplicemente lavoro e non si può reintrodurre un’odiosa tessera del pane che è inconciliabile con il concetto stesso di democrazia. Il lavoro non può essere negato a nessuno in base alle sue idee politiche, per quanto aberranti. Pensando a Saragat che patì l’esilio e il carcere, credo di poter dire che mai avrebbe approvato un’idea così balzana.

Mi fa tornare alla mente certi studenti del liceo “Segre” di Torino che volevano, in anni fortunatamente lontani, impedire il diritto alla frequenza scolastica a dei loro colleghi considerati “neofascisti”. Il diritto al lavoro e il diritto allo studio deve avere la preminenza su ogni altra valutazione politica, confidando nella pacifica convivenza delle idee. La vera tolleranza, d’altra parte, la si dimostra verso le idee opposte alle proprie, ma solo a quelle diverse.

 

Adolfo Battaglia

E’ mancato ultra novantenne l’ex ministro Adolfo Battaglia che fu giornalista, deputato  e vice segretario del Pri ed anche  ministro dell’ Industria. Il suo nome era ormai dimenticato da tempo . Dopo Tangentopoli aderì al Partito Democratico della sinistra dove fu condannato alla irrilevanza. Era uno degli ultimi collaboratori viventi del “Mondo“ di Pannunzio su cui poté collaborare perché introdotto da Ugo La Malfa. Era ormai un sopravvissuto. Ebbi modo di frequentarlo, ma non mi parve mai l’enfant prodige della scuderia dell’Edera.
Ritenne di andare oltre la terza forza del PRI (ormai nelle mani insicure del figlio di Ugo, Giorgio La Malfa) per partecipare ad un grande disegno della sinistra a cui non fu estraneo il PRI lamalfiano che si rivelò interessato al compromesso storico. Battaglia dimostrò la differenza sostanziale tra repubblicani e liberali che ,salvo Zanone, fecero scelte differenti, anche se politicamente anch’esse di scarsa  incidenza politica. Con la morte di Battaglia finisce anche la storia del Partito Repubblicano che di fatto  non riuscì a sopravvivere a Tangentopoli.

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Mussolini collare dell’Annunziata

Vorrei ricordare che Vittorio Emanuele III, che nel libro del bisnipote Emanuele Filiberto viene considerato una vittima di Mussolini, lo nominò Cavaliere della Santissima Annunziata nel 1924, neppure due anni dopo la chiamata al governo. Il 1924 è l’anno dell’omicidio Matteotti e delle elezioni con brogli e violenze. Il Re premiò il futuro duce con la massima onorificenza sabauda che consentiva di considerarsi cugini del re. Tra il re e il duce correva buon sangue, anzi ottimo. Carlo Ottino

È questione della data del mese. Il Collare venne conferito nel marzo 1924, le elezioni si tennero nell’aprile e il rapimento di Matteotti nel giugno. Vittorio Emanuele voleva “premiare” Mussolini per aver risolto la questione di Fiume italiana. E gli diede il Collare che appartenne a Cavour. Aveva dato nel 1904 il Collare a Giolitti per la nascita del principe ereditario Umberto. Forse il futuro “Bolscevico dell’Annunziata” – come venne definito da Luigi Albertini, direttore del “Corriere della Sera” – avrebbe meritato quello di Cavour. Ma i problemi riguardanti i rapporti del re Vittorio con il duce sono molto più complessi e complicati di quanto scrive il lettore Ottino.

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La fine del Classico?

La Maturità classica 2026 esclude tra le discipline d’esame scritte ed orali il Greco. Un primo passo per eliminare il liceo Classico?  Giusy Niccoli

Condivido i suoi dubbi. Il liceo classico di oggi non ha più nulla di quello che ho frequentato io o di quello dove ho insegnato in passato. È andato sempre di più smarrendo la sua identità storica gentiliana. Forse era inevitabile perché nulla è immutabile nella storia. Ma certo l’impronta della classicità si sta perdendo. Io ho battagliato per anni in difesa del Classico, suscitando più critiche che consensi. È prevalsa la logica secondo la quale il Greco e anche il Latino non servono a nulla. È un pregiudizio sbagliato, ma è diventata un’opinione prevalente. Il valore formativo degli studi classici è unico. Ma perché il discorso regga occorre che le due lingue classiche siano studiate seriamente. Quasi dappertutto non accade più. La scuola è stata sempre di più facilitata. Specie quella più difficile ed elitaria. Mi aspettavo un’inversione di tendenza da governi di centro-destra, ma la speranza è andata delusa. Oggi ripristinare la serietà di certi studi diventa quasi impossibile. Io sinceramente non ci spero più. I tempi di Concetto Marchesi che criticava i suoi compagni del partito comunista perché volevano abolire il Latino, sono finiti. Oppure magari, quando meno ce lo aspetteremo, ci sarà un nuovo Umanesimo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Non è così utopistico come magari a prima vista può sembrare. Dopo il Medio Evo ci può esserci una Rinascita.

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La campagna di UniTo
Mi sembra proprio sbagliata la pubblicità promozionale dell’ Università di Torino che cita i due ex allievi Primo Levi e Rita Levi Montalcini. Tutti e due ebrei, ebbero vita difficile. Nel campo letterario non ho visto altri, ad esempio Mario Soldati nato 120 anni fa.  Teresa Mo
Non condivido la critica perché ambedue furono allievi illustri dell’Ateneo di Torino che giustamente ne trasse e ne  trae vanto. Un ricordo per Soldati forse non guasterebbe, ma gli negarono  anni fa la laurea honoris causa in scienze della comunicazione, lui che dominò tutti i mezzi comunicativi dalla carta, al cinema, alla Tv. Forse ci sarà modo di riparare alla dimenticanza.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Achille Mario Dogliotti – Montecitorio presidio di libertà –  Lettere

Achille Mario Dogliotti

Ricorrono i sessant’anni dalla morte del più grande chirurgo torinese del ‘900 che raggiunse  immensa fama internazionale: Achille Mario Dogliotti. Incredibilmente non  ebbe il Nobel perché per oltre  60 anni il Premio venne conferito a scienziati di altri Paesi. Fu una vistosa ingiustizia. Ho letto il testo di una sua conferenza sul dolore tenuta negli Anni 50 ai “Venerdì letterari“ di Irma Antonetto che la partecipazione di Dogliotti contribuì a lanciare a livello nazionale ed internazionale. Nelle sue parole di grande medico e principe dei chirurghi si coglie una humanitas profonda, una comprensione del significato devastante più che salvifico del dolore umano che il medico deve combattere o almeno lenire.

Valdo Fusi

Sono pagine in cui risuona la sapienza di Seneca, anche se non contraddittoriamente Dogliotti conclude, parlando di Pietà che “ci accompagna nelle ore del nostro solitario raccoglimento e ci guida sulla via difficile che sale faticosamente verso Dio”. Parole profonde di un’anima lunga, come diceva Valdo Fusi. Parole che danno il senso ed il valore della vita che il prof. Dogliotti in tante circostanze drammatiche ha salvato. Fermo e impassibile con il bisturi  in mano, era un uomo con sentimenti universali profondi , così come li definiva Croce in una sua celebre pagina. Fu una grande figura del Novecento, un secolo  dominato da due guerre e due dittature che il grande medico visse in prima persona come italiano esemplare che si sentiva cittadino del mondo, senza rinunciare al Tricolore con cui imbandierò Torino nel 1961 per il centenario dell’Unità.

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Montecitorio presidio di libertà  
Il 7 luglio sarò a Roma a Montecitorio a presentare in conferenza stampa  il libro “Da Cavour alla Repubblica“ per iniziativa dell’editore Pedrini. Si tratta di un grande onore che ebbi  solo un’altra volta  circa vent’anni fa .  Come sempre  questi eventi  culturali si concluderanno come è ormai una mia  tradizione consolidata, da “Armando al Pantheon“ con il mio amico di sempre Michele Canonica. L’ufficialità e la solennità del l’occasione verranno stemperate, come avrebbe fatto Cavour che era un raffinato gourmet, specie se si fosse recato a Roma, all’epoca ancora papalina. All’annuncio ufficiale dell’evento su un social c’è stato chi ha scritto che anch’io andavo nel “palazzo del Potere“, quasi  usando un’espressione pasoliniana ormai  forse un po’ dimenticata.
Vorrei ricordare  che Montecitorio è il cuore pulsante della democrazia, del pluralismo più autentico, del confronto civile tra tutte le opinioni. E’ il luogo in cui Matteotti difese la democrazia infranta dai brogli e dalle violenze, è il luogo in cui Pajetta ed Almirante hanno tenuto  i loro lunghi discorsi di segno opposto. Il Potere, comunque identificato, ha sede non  molto lontano, a Palazzo Chigi e  sul colle del Quirinale. Le Camere sono e restano  i due polmoni con cui respira la democrazia. Anche Pasolini che detestava i palazzi, avrebbe colto la differenza.
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L’artigiano romeno

In passato mi sono servito di un imbianchino di origini rumene che dimostrava buona volontà e praticava prezzi onesti.

Dopo qualche anno ho ricontattato il decoratore, il quale mi ha mandato con la mail un preventivo esoso, chiedendo un anticipo del 40 per cento. Ovviamente tutto in nero perché questo signore, magari diventato cittadino italiano, non ha la partita IVA. Cosa ne pensa?     G. N. Novara

È uno dei tanti problemi legato alla disonestà di molti artigiani italiani che hanno permesso la crescita e il radicamento di tanti abusivi. L’abusivismo è un male italiano da sempre. Poi certo meriterebbe una riflessione la presenza di una immigrazione incontrollata tollerata, se non incentivata, da troppi governi di opposto orientamento. Angelino Alfano, ministro degli Interni, è il tipico esempio di una assoluta irresponsabilità politica. Non ci sono stati e non ci sono filtri preventivi che garantiscano flussi compatibili. Va anche aggiunto che troppi italiani non hanno più voglia di lavorare seriamente e cercano di vivere con sussidi come il reddito di cittadinanza. Le consiglio di rivolgersi ad artigiani che dimostrino la regolarità del proprio lavoro perché, in caso di incidenti sul lavoro, potrebbe trovarsi alle prese con problemi non trascurabili, come è accaduto ad un mio amico che credeva di poter risparmiare in modo furbesco.

Sono insoddisfatta

Ho votato centro-destra la prima volta alle ultime politiche, ma vedo che il governo annaspa e non ha dato una svolta alla politica italiana. Tante parole e molti tentativi velleitari di esercitare ruoli internazionali incompatibili con l’Italia di oggi. Troppi ministri sono vistosamente inadeguati. Io temo il ritorno della sinistra al potere.   Fulvia Indelicato

Le sue preoccupazioni sono comuni a molti elettori che speravano in una svolta che non c’è stata. La sconfitta referendaria ha creato un clima quasi da guerra civile. Io non giudico e attendo di vedere la fine della legislatura. Sicuramente la situazione internazionale, due guerre in corso e un’Europa imbelle e inesistente, hanno inciso sulla operatività del governo. Ma è proprio nelle difficoltà che si vede se ci governano politici o statisti. Fino al 1940 Mussolini veniva considerato uno statista, poi i fatti fecero cambiare idea. Giolitti nel primo quindicennio del secolo scorso riuscì a governare con dignità ed equilibrio fattivo l’Italietta, malgrado Salvemini lo definisse “ministro della malavita”.

Una valutazione politica, non storica, è immediata e non consente ripensamenti. E forse è questa la situazione in cui ci troviamo a vivere. La durata di un governo è un valore, ma non è sufficiente per ottenere consensi.

I monopattini

I monipattini — ha ragione — sono una minaccia alla sicurezza, un modo facile per delinquere e fuggire senza lasciare tracce. Occorre usare la forza della legge e imporre controlli che oggi non ci sono. Cosa fa la polizia comunale, che è quasi invisibile sul territorio? Occorrono pattuglie che diano sicurezza ai cittadini. Occorre una visibilità dello Stato che oggi non c’è.  Vittoria De Stefanis

Condivido le sue idee ed ho scritto sul tema un articolo in cui denuncia l’inerzia nel tenere sotto controllo i monopattini. Sono una minaccia alla sicurezza e alla incolumità dei cittadini. Chi ricopre cariche pubbliche forse non riesce a cogliere le ansie dei cittadini alle prese con la quotidianità: le buche nelle strade e i monopattini che imperversano. A Parigi una sindaca capace ha risolto il problema alla radice. Qui anche l’opposizione tentenna.

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Il primo libro del principe Emanuele Filiberto sulla nonna

Ho letto il primo libro del principe Emanuele Filiberto sulla nonna, la regina di maggio. È una semplice rigovernatura di cose risapute, già scritte e riscritte dai vari apologeti sabaudi. Nulla di nuovo sotto il sole. Già il titolo è infelice perché ricorda un dileggio fatto dai repubblicani al Re Umberto, che esercitò le funzioni di re per due anni, dal 1944 al 1946. Si parla delle memorie del Re Umberto, scritte negli anni dell’esilio e perdute dopo la sua morte.

Non si tenta neppure di dare una spiegazione di un fatto assai importante. È un libro che non dice nulla di importante e che non inserirò nella mia biblioteca.     Vittorio Ambrogio

Non ho letto il libro e non so se lo leggerò. Certo la consegna dei documenti sabaudi all’Archivio di Stato di Torino, come da volontà testamentaria di Umberto II, sollevò a suo tempo dei dubbi. Spero che essi siano stati fugati, anche se la perdita delle “Memorie” del Re, a cui lei fa cenno, rinverdisce le perplessità del passato. Anche la fine di Villa Italia a Cascais e dell’intero arredamento non è stata una bella pagina. Erano affari privati che avevano però una sicura valenza storica che non è stata considerata.

Una trasmissione inutile dopo 81 anni. Il fascismo va studiato, non spettacolarizzato

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Massimo   G i l e t t i    non  è  a mio parere un grande conduttore e  spesso non ha dimostrato equilibrio, ma ha ricercato l’eccesso, nell’illusione del successo che forse non è  mai arrivato come avrebbe sperato.

Ha il merito di non essere aprioristicamente di parte, come quelli della 7 dove è stato anche lui conduttore, cercando di emulare Gruber e Formigli.

Il polpettone pseudostorico sulla morte di Mussolini su Rete 3 di ieri sera è stato una grande delusione solo per chi può ritenere, sbagliando, che   G i l e t t i   possa affrontare temi storiografici così complessi per i quali serve una  preparazione adeguata. Il liceo d’Azeglio dove è stato studente, non basta davvero: è una sorta di enclave di sinistra dove i docenti non schierati vengono messi da parte.

Salvo qualche intervento equilibrato di Gianni Oliva che non ha potuto dare il meglio di sé, messo insieme agli accoliti di Luciano Garibaldi che ha solo sempre scritto banalità forse più adatte ai lettori di settimanali popolari, la trasmissione è un collage di cose già viste e riviste che non meritano attenzione.

La trasmissione non dice nulla di nuovo neppure sulla morte di Mussolini, definita fucilazione intesa come atto di “giustizia partigiana” da parte di due o tre comunisti non identificati; il tema dell’uccisione di Mussolini andava visto diversamente e non affrontato alla ricerca della persona dell’uccisore che poco importa, fosse anche Luigi Longo in persona.

È la strage e la profanazione dei corpi del duce, della Petacci e dei gerarchi che proprio non quadra. Piazzale Loreto è una pagina infame, non basta la solita frasettina ipocrita del rag. Parri sulla macelleria sudamericana che sappiamo a memoria.

Se poi   G i l e t t i    tace e fa concludere in modo truce da Santoro, il discorso è davvero inverecondo: Piazzale Loreto fu la Norimberga italiana e Togliatti fece un’amnistia per salvare i criminali fascisti.

Non parliamo degli accenni alla vita privata del Principe di Piemonte che è immondizia repubblichina riciclata.

Con queste premesse la Rai 3 ancora una volta si è squalificata e  G i l e t t i   con lei.

PS:  va dato atto a   G i l e t t i    di aver detto, papale, papale, che l’oro di Dongo (a parte le ruberie individuali) servi’ a costruire Botteghe Oscure e la moderna tipografia dell’Unita’  a Milano. Servi’ anche ad altro secondo quanto disse Pannella.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Un errore storico – Minetti, la grazia – Lettere

Un errore storico

In questi giorni rievocativi del referendum del 2 giugno 1946 abbiamo sentito dire che la Repubblica instaurò la democrazia in Italia. Una vecchia banalità di Ferruccio Parri, a cui rispose Benedetto Croce nell’Assemblea Costituente, dimostrando che prima del fascismo, e non solo nell’età giolittiana, l’Italia fu una democrazia liberale come la volle Cavour.

Una democrazia a suffragio ristretto che crebbe negli anni fino al suffragio universale maschile voluto da Giolitti. Ci furono conati reazionari a fine Ottocento, ma essi non prevalsero. Il suffragio universale in altri Paesi fu una scelta graduata nel tempo. Sarebbe stata sicuramente una democrazia la monarchia di Umberto II, animata dal motto “Autogoverno di popolo e giustizia sociale”.

La democrazia c’è in tutte le monarchie europee: dall’Inghilterra al Belgio, dalla Spagna all’Olanda, ai Paesi scandinavi, mentre molte repubbliche si rivelano poco democratiche. Pensiamo alla storia greca e ungherese recente, per non parlare dei tanti regimi repubblicani oppressivi della libertà.

Nel sesquipedale messaggio del principe Emanuele Filiberto, passato nell’assoluta indifferenza, questo tema dirimente non è stato neppure toccato ed era invece indispensabile affrontarlo per difendere il pensiero e l’azione del re Umberto, che non volle un trono macchiato di sangue.

Che la Repubblica abbia ereditato palazzi, cerimoniali e corazzieri appare insignificante per un’analisi storica che si impone, andando al cuore dei problemi.

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Minetti, la grazia

Premetto che la persona di Nicole Minetti mi ha sempre infastidito, specie se nominata d’autorità consigliere regionale lombarda nel listino. La politica non si improvvisa e non è lecito confondere vita privata e vita pubblica. Fu un grave errore di Berlusconi la vicenda delle “cene eleganti”, che provocò un danno politico a Forza Italia di incalcolabili dimensioni.

Ma non posso che essere lieto nel constatare che la manovra del Fatto Quotidiano, di Bianca Berlinguer e di Report per travolgere il presidente Mattarella nella concessione della grazia alla Minetti, è fallita miseramente, ponendo in evidenza la trasparenza del ministro Nordio.

Così ritengo che il riconoscimento della piena estraneità di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi di mafia, di cui sono stati accusati dal 1994, sia un episodio che rivela un tardivo ravvedimento, ma anche la faziosità di certi magistrati indegni della toga che portano. Dell’Utri, come la Minetti, non mi è mai piaciuto, ma la verità non può restare negata per decenni con la complicità di giornalisti, nella migliore delle ipotesi incapaci, che dovranno finalmente pagare.

I Travaglio e i Ranucci, in una democrazia, dovrebbero avere professionalmente i giorni contati. Sarà l’ilarità tragica a travolgerli.

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Una società violenta che sta per affogare

Ho partecipato a un incontro sul tema dell’insicurezza provocata dalla microcriminalità e dalla maranza a Torino. Credo che la situazione non sia più raddrizzabile. Troppi complici tra i politici, una massa troppo ampia di immigrati che delinquono, insufficienza di prevenzione ecc. C’è chi, nella disperazione, ha rimpianto il regime totalitario cinese. Il governo, in quattro anni, non ha fatto nulla di utile e concreto. Dove andremo a finire?   Julia Torelli

Sottoscrivo quasi tutto quanto lei dice, estendendo la colpa a tutti i governi succedutisi nei decenni e non solo all’ultimo. Sperare di salvarsi portandosi il peperoncino in tasca è davvero umiliante. Per non parlare della delinquenza politica che ci appesta e vanifica la democrazia.

Io ormai, in molti casi, mi muovo in taxi. In bus il borseggio è diventato abituale. Stiamo perdendo la nostra libertà. Proporre la Cina come antidoto è proprio di malati mentali che sognano regimi totalitari. Con i generali in pensione non si andrà da nessuna parte. Non lasciamoci abbagliare da qualche gallone: è un’ulteriore presa in giro.

Manca coordinamento tra le Forze dell’ordine e soprattutto volontà politica. Chi vuole includere a ogni costo tutti è un traditore dell’Italia. L’immigrazione senza controlli ci ha messi ko. Le parole non servono più, servono i fatti. L’Italia va salvata dal tracollo.

“Lo rivendico il mio diritto di uscire di casa, mettendo la collanina lasciatami da mia zia”, mi scrive un’altra lettrice. Ed aggiunge: “Chiedo troppo?”.

No, non chiede troppo, chiede il minimo. C’è gente che, senza sapere, rimpiange il fascismo. Siamo davvero caduti in basso.

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Erri De Luca

Non ho mai potuto soffrire Erri De Luca, sostenitore della sommossa violenta No Tav in Valle di Susa. Adesso è diventato sionista e rifiuta la parola genocidio attribuita a Israele per Gaza. Per questo motivo è stato allontanato dal festival letterario di Sorrento. Cosa ne pensa? Rita Cirielli

Ho polemizzato con De Luca in passato perché la sua faziosità è davvero molto faticosa da accettare. Adesso ha cambiato idea. Mi fa piacere, ma di De Luca non mi fido.

Condanno l’intolleranza dimostrata nel cacciarlo dal piccolo festival di Sorrento, al quale in passato partecipai. Penso che Sorrento debba accontentarsi dei suoi ottimi limoni, lasciando perdere i temi letterari, che richiedono equilibrio e cultura non settaria.

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Monopattino selvaggio
I monopattini continuano a girare senza targa. Neppure questo piccolo rimedio si riesce ad imporre per un controllo indispensabile. I monopattini sfrecciano ad alta velocità e servono agli scippi . Sono un mezzo usato per delinquere. Cosa vogliamo fare?   Tiziano de Giulio
Bisogna chiederlo al prefetto, al questore. al sindaco. Così  non si può andare avanti.
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L’ex allievo
Egregio Professore, sono  stato un suo studente  nel 1973/4. Volevo ringraziarLa a distanza di tanti anni. Se ricorda, erano anni particolari, in un ambiente particolare, in cui la frase più ricorrente, durante le assemblee studentesche, era “chi non è comunista, è fascista”… Ricordo come Lei non abbia mai avuto timore, di fronte a chiunque, nell’esprimere le sue idee di libertà e cultura. Grazie a Lei ho cominciato a leggere più intensamente, primo fra tutti quel Giovannino Guareschi che proprio Lei mi fece conoscere… Alla fine ho realizzato il mio sogno di bambino, e sono diventato aviatore in Alitalia. Ho pensato fosse buona cosa ringraziarLa per tutto ciò che di buono fece per noi, compresa quella lezione in cui ci fece sentire dei caproni ignoranti e stupidi, buoni solo a muoverci in gregge… Con riconoscenza, R. T.
Che piacere risentirla dopo tanti anni! Quell’anno lo vissi male, ma il conforto di un numero ristretto di studenti mi ha aiutato. La scuola era una caserma comandata da caporali  catto-comunisti del sindacato della CGIL. Io ritenni, pur professore non ancora  di ruolo, di dovermi  ribellare  al conformismo e la sua lettera è una testimonianza che mi onora molto. Grazie. Non voglio comprometterla  e ho tolto particolari identificativi. Venga a trovarmi. Per lei la mia porta sarà sempre aperta e le donerò un mio libro.

In Africa ci fu anche il Duca d’Aosta

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IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

I danni storiografici creati da Angelo Del Boca e  Giorgio Rochat  in relazione al colonialismo italiano  in Africa Orientale  sono ancora evidenti. Una trasmissione  televisiva ieri sera, condotta da un giornalista tuttologo, ha descritto a fosche tinte la conquista italiana  dell’Etiopia, applicando criteri di giudizio umanitario e buonista ad un passato in cui la guerra  era considerata in modo profondamente diverso da ogni parte  che si scontrasse con le armi. I buoni e i cattivi non esistevano.  Giudicare con i criteri del presente il passato è un grossolano errore. Con questo non si intende disconoscere la durezza di quella campagna  di guerra  africana né si intende esaltare l’impero africano creato dal fascismo. Era però doveroso vedere la vocazione africana dell’Italia come inevitabile, direi inscritta nella sua storia dopo la raggiunta unità. Le pagine di Gioacchino Volpe in proposito  servono ancora oggi a capire, mentre le vulgate di Del Boca e Rochat ci impediscono di intendere una vicenda in cui insieme ai cannoni si mescolano strade, ospedali , scuole  e abolizione della schiavitù. Insieme all’asprezza  del maresciallo Graziani  non si può tralasciare di riconoscere il tentativo di pacificare  la  colonia del Duca  Amedeo d’Aosta, il Savoia che insieme allo zio, il Duca degli  Abruzzi, sentì il richiamo dell’Africa come un forte, profondo legame che coinvolse  intimamente la sua vita. Il Duca Amedeo aveva studiato a Palermo diritto coloniale e non aveva nulla a che vedere con la rozzezza di Graziani. Eroe dell’ Aviazione italiana, era andato volontario nella grande guerra a 16 anni. Aveva scelto di andare a lavorare in Africa  sotto falso nome  nel Congo, aveva collaborato con il Duca degli Abruzzi nell’azienda agricola in  Somalia. Queste specificità del Principe sono state dimenticate  dalla trasmissione mentre sono aspetti  molto importanti.  E anche l’eroica resistenza  e la inevitabile resa sull’ Amba  Alagi nel 1941 dove ebbe dagli Inglesi l’onore delle armi, è  stata ridimensionata nella sua epica ,drammatica grandezza  paragonabile solo ad El Alamein. Perfino la morte di Amedeo che rimase prigioniero insieme  con i suoi soldati, è stata ignorata. Carlo Delcrojx che conobbe  assai bene il Duca, una volta mi disse che forse la storia d’Italia con la presenza del Duca dopo il 25 luglio sarebbe stata diversa. E’ una affermazione che merita di essere ripresa fi fronte agli studiati silenzi televisivi nei confronti di una figura che impedisce di ripetere la solita vulgata  perchè ne dimostra la falsità storica.

Il crollo dei voti nella storia repubblicana

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Pier Franco Quaglieni

Ci sono sindaci che nel loro egocentrismo podestarile forse inconsapevole vogliono essere oratori ufficiali anche nelle festività nazionali, sostituendosi agli storici o almeno ai cultori della materia. A volte questi  sindaci, improvvisati allievi di Clio ,cadono nel ridicolo. Ho letto il discorsetto di un sindaco ligure che dopo aver giustamente esaltato il voto femminile al referendum e la forte affluenza al voto di uomini e donne, fa un salto nell’oggi, denunciando la sempre più scarsa partecipazione al voto odierno. Il discorso ha radici complesse che il sindaco non ha trovato nel suo Bignami  ideologico e che dovrebbe portare ad analizzare  la crisi profonda della politica. Mettere a confronto le file di elettori in attesa del ‘46 e il voto svogliato di oggi è come riconoscere che la Repubblica non ha saputo far crescere una coscienza civica. Significa riconoscere il fallimento della scuola intesa come educazione civica. Significa riconoscere, senza farlo, che l’antifascismo non può più essere una cultura politica portante perché l’antifascismo in presenza della morte dichiarata del regime nel 1945 e ‘ poco più che un insieme di slogans spesso intolleranti e ripetitivi. I partiti sono semplici agenzie elettorali senza reale democrazia interna. Appare ridicola l’idea di un politico di maggioranza che afferma che i congressi si devono tenere solo quando non ci siano dissensi interni, che sarebbe dire che i congressi devono essere plebiscitari. Una concezione molto strana della democrazia. Se vogliamo ricordare la nascita e la storia della Repubblica affidiamoci ai competenti, anche se tra di loro si annidano gli Angeli d’orsi e altri cattivi maestri che con le loro vulgate stravolgono la realtà passata e quella presente, facendo di tutto un polpettone immangiabile e persino fastidioso a vedersi in cui la violenza è quasi invocata ed è sempre giustificata.

La Festa della Repubblica

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

La festa della Repubblica per gli 80 del referendum del 1946 non ha raggiunto pienamente i suoi obiettivi   Le bandiere tricolori  ai balconi erano quasi del tutto assenti. Quando la Lega di Bossi furoreggiava a Torino io proposi un invito a imbandierare la città come risposta ai continui attacchi al Risorgimento dei leghisti ruspanti di allora. Mi telefono’ il sindaco Valentino Castellani chiedendomi  di annullare la mia  conferenza stampa perché il pericolo era quello che i torinesi non partecipassero e dessero una implicita vittoria alla Lega. Il ragionamento di Castellani mi convinse e ritirai la proposta. Aveva ragione lui.
Ma oggi questi pericoli leghisti non ci sono più, ma nessuno ha pensato di scrivere un invito ad esporre il tricolore  come fecero il sindaco Peyron e il presidente di “ Italia 61 “ Dogliotti – il grande chirurgo – per il centenario del Regno d’Italia con l’aiuto de “La Stampa” che fece una campagna martellante in proposito. Ricordo che tanti anni prima mio padre mi fece leggere dei passi del “Cuore” di De Amicis in cui viene raccontato il grande entusiasmo di studenti e popolo per la sfilata della Festa dello Statuto della prima domenica di giugno. L’amor di Patria – mi diceva mio padre – devi trarlo da quelle pagine perché la generazione di tuo nonno combatte’ eroicamente sul Piave educata dal “Cuore”.
Oggi sarebbe impossibile usare questi linguaggi perché la paura della guerra ci atterrisce e le manifestazioni di piazza violente dei mesi scorsi sono una minaccia reale alla convivenza civile da  parte di plotoni di giovani delinquenti  e potenziali terroristi che fanno della rapina e del furto la loro ragione di vita. La Repubblica festeggia, ma i motivi attuali per festeggiare sono pochissimi. La sfilata di Roma (fino al 1961 si faceva anche a Torino in piazza Vittorio) si è svolta in tono minore.  La grande via dei Fori imperiali voluta da Mussolini e’ apparsa in Tv meno ampia e maestosa forse  per l’aggiunta di altre tribune. Anche lì qualche coccarda, un brutto bandierone  e uno stendardo con il simbolo della Repubblica.  L’entusiasmo popolare non si percepiva.  Forse bisogna risparmiare e allora forse sarebbe bene rinunciare anche  alla parata che- dopo le  infinite citazioni di un articolo 11 della Costituzione dimezzato- può essere vista come un’esibizione guerresca.
Se vogliamo trarre una riflessione da questa festa della Repubblica – al di là delle mitizzazioni giornalistiche che non danno spazio alla vera riflessione storica  – verrebbe da dire che la Repubblica di Mazzini e di Garibaldi si è evaporata e la religione civile della Patria non esiste più.  Che sia stato ignorato ciò che scrisse uno dei nostri maggiori storici, Nicolò Rodolico ,sul referendum  e che Francesco Cognasso  sia del tutto trascurato,  non depone bene per un tentativo di storia ,se non condivisa, almeno plurale  Oggi ci sono tanti attivisti ignoranti e fanatici, incapaci di produrre un pensiero, che inalberano i cartelli della protesta disgregatrice. Sono il frutto di una scuola che ha smarrito la sua funzione civica. Anche il piccolo Angelo d’Orsi  più che un ex professore e’ un attivista che soffia sul fuoco della rivolta sociale. Ad 80 anni di distanza avrebbe forse avuto un significato di pacificazione nazionale di alto valore simbolico  provvedere per una degna sepoltura in Italia,  con tutti gli onori dovutigli, dell’ultimo Re Umberto II che pati’ l’esilio per 37 anni. Le Nazioni civili sanno comportarsi civilmente almeno  con i morti. La Francia ne è un esempio.
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Post  Scriptum
Va ricordato che, malgrado il suffragio elettorale femminile, all’assemblea costituente non vennero elette donne in Piemonte. Alcune donne di origini piemontesi – ad esempio le mogli di Togliatti e Longo – furono elette in altre circoscrizioni.  Nessun partito elesse donne in Piemonte. Un motivo di riflessione del tutto trascurato dall’enfasi celebrativa.

I monarchici hanno fatto la Resistenza

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

La scelta di intervistare l’onorevole missino Boetti Villanis come rappresentante monarchico piemontese lascia perplessi. Boetti è una degnissima persona che per ragioni anagrafiche durante la guerra civile aveva solo 12 anni, anche se anelava arruolarsi nella repubblica sociale. Il suo fascismo è successivo al 25 aprile 1945, sia pure venato di monarchismo  per l’estrazione aristocratica della sua famiglia. Quando Boetti sembro’ aver desiderato i gladi dei repubblichini alle stellette militari sia pure come un desiderio impossibile, negò chi per quelle stellette è stato prigioniero in Germania, gli IMI, nega il valore del generale Perotti, dei martiri militari del Martinetto, di Montezemolo, che morirono per la loro fedeltà al Re. Nega il valore delle divisioni alpine di Martini Mauri. E’ lecito che Boetti lo faccia in democrazia, ma è fortemente disinformativo che “La stampa” scelga come esempio di monarchico lui, con il suo passato. I Monarchici veri furono ufficiali come il colonnello Enzo Fedeli e il conte Prunas Tola. Basta documentarsi. Questa scelta del giornale porta il lettore a pensare che i monarchici anche durante  la Repubblica di Salò fossero con Mussolini. Un vero falso storico. Lo storico Piero Operti, monarchico e antifascista, venne cacciato dall’insegnamento. E potremmo citare tanti altri monarchici nella Resistenza come la MOVM Paola del Din .

Il 2 Giugno e la sindaca dell’hinterland milanese

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Una sindaca, appena eletta nell’hinterland di Milano domenica scorsa, ha subito voluto rimettere le cose a posto per la festa del 2 giugno, togliendo il monopolio della festa all’associazione dei partigiani ex comunisti, ANPI. Non si tratta di un gesto di faziosità , ma di contrappeso necessario per tentare di rendere il 2 giugno una festa di tutti, anche se 80 anni fa il referendum spacco’ gli Italiani tra monarchici e repubblicani e l’ Italia tra il Nord repubblicano e il Sud monarchico.
Ci furono anche dei fatti di sangue in via Medina a Napoli con molti morti e feriti ad opera degli ausiliari comunisti reclutati nella Polizia da Romita.
Lasciare che l’ ANPI continuasse a gestire e a  monopolizzare tutto sarebbe stato contraddire il voto di una settimana fa. I sindaci di centro- destra non dovrebbero cercare il quieto vivere come fanno, lasciando all’ ANPI il monopolio di certe feste nazionali che dovrebbero tingersi solo di tricolore. La sindaca milanese ha seguito l’esempio coraggioso del sindaco Canepa in Liguria che già da due anni ha fatto assumere all’amministrazione civica la gestione diretta  del 25 aprile,  invitando a partecipare tutte le associazioni, ANPI  compresa. Così dovrebbero fare anche i sindaci di sinistra, ma sarebbe il finimondo.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Il 2 giugno, il libro dimenticato di Prunas Tola e Rodolico e quello di Oliva, il Duca d’Aosta oggi – La Prof., Orwell e il fascismo – Lettere

Il 2 giugno, il libro dimenticato di Prunas Tola e Rodolico e quello di Oliva, il Duca d’Aosta oggi
Ad 80 anni dal referendum Monarchia / Repubblica che divise in due il Paese – che evitò una seconda guerra civile per la decisione di Umberto II di partire per il Portogallo in volontario esilio – mi sarei aspettato la ripubblicazione del “ Libro azzurro” di Vittorio Prunas  Tola e Niccolò Rodolico che documentò alcune “criticità“ del referendum e del suo svolgimento. Quel libro resta senza risposte. Invece di pubblicare libri di nessun valore storico sulla Regina di Maggio che meritava ben altri studi , riportare il discorso sul libro di Prunas e Rodolico  sarebbe stato molto importante per sentite l’altera pars ,indispensabile per un giudizio storico. Pubblico la copertina di due libri usciti per gli 80 anni della Repubblica. Sono modi non storici di porre il problema perché con la logica del viva e dell’abbasso si rimane fermi al manicheismo anche violento di 80  anni fa. Il romitiano Fornaro è l’esempio di un politico  che tenta continue incursioni storiche senza risultati positivi perché la sua sconfinata faziosità ,persino emotiva, gli impedisce di scrivere di storia con il distacco necessario  È rimasto un fedele attivista del figlio di  Romita, neppure del famoso ministro degli interni del 1946 che fu un acceso repubblicano.
La storia  del passaggio dalla Monarchia alla Repubblica deve partire almeno dal 25 luglio 1943 perché la sorte della Monarchia e la vittoria della Repubblica venne decisa in quel triennio 43 -46 in cui i politici repubblicani seppero imporsi e i monarchici affidarono le loro sorti nelle mani di uomini politicamente poco avveduti o troppo anziani, se si eccettua Falcone Lucifero, nuovo ministro della Real Casa. Umberto ebbe una nobiltà che rasenta l’utopia di non partecipare alla contesa elettorale , se non con qualche messaggio e alcune rapide visite in cui si limitò a salutare la folla accorsa a rendergli omaggio. Con dei  mastini repubblicani come Togliatti e Nenni  e un abilissimo politico come De Gasperi ,il Re ,con il suo stile super partes, fu una facile preda. Fu ricoperto di insulti ripresi dalle campagne  contro di lui dei giornali della Repubblica  di Salo’ che ricorsero a vistose falsità contro il Principe di Piemonte che combatteva con il rinato esercito italiano contro i tedeschi ,contribuendo a scrivere due eroiche pagine di storia a Monte Marrone e  Monte Lungo a rischio della sua vita.
La storia d’Italia non si può dividere in due pezzi come tentano di fare anche alcuni storici in verità un po’ improvvisati: gli 85 anni di regno cattivi, gli 80 anni di Repubblica ottimi. Il manicheismo impedisce di capire la realtà ,come diceva Bloch. Forse solo Gianni Oliva nel suo libro di 10 anni fa, di cui pubblico  la copertina, ha avviato un discorso storico sul Referendum che non ha avuto continuatori. Tutta la storia italiana ha avuto le sue luci e le sue ombre e rimanere fermi alle passioni partigiane  di 80 anni fa non fa bene all’Italia. Chi ha avviato di recente  il discorso di una revisione storica con un processo a Vittorio Emanuele III, ha indicato un metodo che rivela serietà, anche se una sentenza giudiziaria non è storia che si valuta  soprattutto dalle conseguenze politiche dei fatti e non solo  dalla loro legittimità.
La posizione riservata del Duca d’Aosta,  Aimone di Savoia, diventa condivisibile da tanti italiani monarchici e repubblicani. Il Duca per il suo lavoro di grande responsabilità alla guida della Pirelli in Russia , ha avuto dal presidente Mattarella una onorificenza importante consegnatagli all’ambasciata italiana a Mosca. E’  un segno di equilibrio istituzionale ,arricchito da una storia famigliare e personale che rappresenta l’Italia. Anzi,” l’ Italia innanzi tutto”, come diceva il re Umberto dall’esilio di Cascais.
La Prof., Orwell e il fascismo
Una prof. (abbreviativo più di profumiera che di professoressa, come amava dire Bruno Segre, riferendosi a certe stravaganti docenti sessantottine) ha pubblicato un post offensivo e strafottente  in cui mette in discussione l’entità delle lesioni ricevute da due poliziotti  durante la manifestazione violenta di Askatasuna del 31 gennaio a Torino. La docente si è lasciata andare a commenti che non sono semplici opinioni. Forse ella stessa si è resa conto di aver esagerato e dopo tre giorni ha eliminato il post. L’articolo 21 della Costituzione tutela il libero pensiero, ma  non tutela l’ingiuria e la diffamazione. La depenalizzazione in materia è stata devastante perché ha generato l’idea dell’essere liberi di offendere la dignità altrui. In ogni caso la prof., per la professione che ha scelto, è sottoposta al codice di comportamento dei pubblici dipendenti, valido anche per i docenti e persino per i bidelli che recita: “ Il dipendente è tenuto ad astenersi da qualsiasi intervento o commento che possa nuocere al prestigio, al decoro o all’immagine dell’amministrazione di appartenenza o della pubblica amministrazione”. La preside della docente ha ritenuto di doverla sanzionare con un provvedimento disciplinare, la censura, di una certa gravità, senza giungere alla sospensione. Mi auguro rispettando il diritto della contro deduzione  da parte della prof.
Se penso che la stessa sanzione venne comminata ad un professore perché aveva circuito un’allieva, qualche dubbio mi sorge.  Se penso ad un docente stimato e premiato con alti riconoscimenti  che venne fatto oggetto dell’apertura di un procedimento disciplinare perché, vittima di una indegna campagna di stampa durata mesi, avrebbe indirettamente  arrecato danno all’immagine della scuola, mi sorgono dubbi. Il procedimento dopo le contro deduzioni prodotte da un noto avvocato, venne subito archiviato, ma resta l’esempio di un infame modo di procedere contro un docente che doveva giustificarsi di aver prodotto dei clamori provocati dai suoi nemici. Un paradosso giuridico  vergognoso, disse un giurista insigne. Ma se penso alle centinaia di migliaia di docenti che hanno contravvenuto al codice  di comportamento  oltre che al codice penale,  in tanti anni di “onorato servizio“ , dando un’idea di scuola fucina di un ribellismo che violava ogni legge , mi viene da pensare che il lassismo  durato decenni può aver fatto pensare alla prof. di poter scrivere senza problemi  usando linguaggi non consoni. Solo chi ha conosciuto la scuola dei decenni 70-80 – 90  del secolo scorso può esprimere un giudizio anche su presidi della CGIL che forse non avevano il senso delle istituzioni. Ricordo personalmente che, quando giurai fedeltà alla Repubblica davanti ad un logoro tricolore che sembrava uno strofinaccio, entrando come professore di ruolo ordinario pronunciando il giuramento solenne ci fu un mio collega (si fa per dire) che non voleva giurare davanti al tricolore. Alla fine ebbe ragione lui perché dopo non tanto tempo fu abolito il giuramento che non era certo quello imposto agli universitari dal fascismo nel 1931. Comunque non facciamo far passare per martire la prof.,  che forse potrebbe apparire un po’ troppo “amica” dei violenti di corso Regina  e che ritiene che siamo tornati al fascismo e al Grande Fratello, in effetti due dittature non proprio coincidenti. Orwell non era Mussolini ed era nemico di tutti i totalitarismi del secolo scorso. Orwell non sarebbe stato certo dalla parte dei violenti di Borgo Vanchiglia e della Valle di Susa. Ma forse la prof. fa un po’ di confusione con il Grande Fratello della rete berlusconiana …
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

Le città rosse
Federico Rampini, noto giornalista ex comunista, dice che le città peggio amministrate sono le  città governate dalla sinistra. Cosa ne pensa? Giulia Casanova
Bisognerebbe innanzi tutto  studiare la metamorfosi di Rampini che comunque è coraggiosa perché non è certo un tentativo di “andare in soccorso ai vincitori“ in quanto la partita tra i due fronti è apertissima e il voto  politico potrebbe mandare a casa  la Meloni e i suoi certo non brillanti ministri. Circa le città non ho più  la possibilità di girare l’Italia come ho fatto per tanti anni. Non conosco da vicino la situazione del Sud. da Napoli a Palermo, dove andavo spesso. Conosco però bene Torino, Milano, Venezia, Genova, Roma, Firenze. Non mi pare che ci siano eccellenze, ma forti criticità un po’ dappertutto. L’immigrazione incontrollata sta creando guasti paurosi , tanto per citare un esempio. L’amministrazione di Milano con  Sala è  un disastro, annullando il lavoro di sindaci come Albertini e Pisapia. Ho apprezzato molto l’amministrazione di Venezia forse anche perché è la città più amata. Su Torino sospendo il giudizio. Il fallimento lo si ebbe con i 5 Stelle con guasti vertiginosi. Stimo il sindaco attuale, non certi assessori: il disastro di piazza Baldissera è una macchia di questa amministrazione che ha un’assessora incompetente. Non approvo la spesa eccessiva per la pedonalizzazione di via Roma.  Sospendo il giudizio e mi esprimerò al termine del mandato. Temo che l’eventuale candidato del centro – destra non sia all’altezza di essere competitivo, così come giudico severamente una opposizione morbida, quasi complice, in certi casi inesistente e comunque non visibile. Non basta il bravo consigliere De Benedictis.
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Piazza Baldissera
Circa il caos recentissimo in piazza Baldissera, mi domando se una riunione religiosa possa portare alla paralisi una parte di città. Se fossero stati cattolici e non musulmani avrebbero consentito la manifestazione? Gli interessi collettivi di una città hanno sempre la priorità.    Beniamino De Caro
Bastava avvisare preventivamente gli automobilisti , mandare dei vigili che non si sono visti per ridurre i disagi. Concordo con Lei che gli interessi collettivi di una città devono sempre prevalere . Ma va anche aggiunto che i gravi disagi di qualche giorno fa rivelano che il problema di piazza Baldissera non è stato risolto. E qui i musulmani non c’entrano.
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Il 2 giugno
Ho letto il suo esemplare articolo sul 2 giugno 1946 sul “Corriere della Sera” che rivela  le sue qualità di storico che racconta i fatti senza commenti e fronzoli ideologici. Il suo articolo è destinato ad essere isolato perché sta incominciando la gran cassa celebrativa.   Biagio Suetti
Ho scritto nella rubrica  di oggi una riflessione più articolata e più ampia e non un’analisi del voto referendario a  Torino, come ho fatto sul Corriere. Il tema del 2 giugno resta divisivo  anche oggi persino tra i monarchici, allora sconfitti. Allora, di sicuro, erano almeno  oltre dieci milioni, poi la morte di tanti, le incompetenze, gli errori li  hanno ridotti al lumicino. Non ritengo tuttavia che la monarchia in sé sia da archiviare come superata: quella inglese è stata ed è un modello di democrazia liberale senza eguali. La repubblica americana di Trump è un esempio di come basti uno per distruggere un sistema di libertà di straordinario valore storico  che aveva entusiasmato il liberale francese Tocqueville a cui certo non guardarono i partiti repubblicani del 1946, tutti imbevuti di rabbia giacobina . “La Repubblica o il caos“ di Nenni fu un’indecenza. Il comportamento del ministro degli interni Romita non fu certo super partes in termini istituzionali, ma il clima infuocato dei tempi era quello. Non appaiono per nulla giustificati i laudatores acritici di oggi che esaltano Nenni, Romita, Togliatti. La stessa chiesa cattolica sentì la vittoria repubblicana come la definitiva sconfitta dell’Italia risorgimentale della Breccia di Porta Pia, una ferita che neppure il Concordato del 1929 aveva sanato.
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La Ferrari elettrica
E’ passato inosservato il fatto che Elkann abbia presentato a Roma una Ferrari elettrica che costa oltre 500 mila euro al Papa e a Mattarella i quali sono anche saliti alla  guida dell’auto. Cosa ne pensa?   Franca de Petris
Penso come Montezemolo e Calenda che sono stati in Ferrari. Fare una Ferrari elettrica appare fuori da ogni logica anche commerciale.  E’ un prodotto ibrido che cozza con la storia della Ferrari. Presentarla al Papa e al Presidente dopo aver esportato all’estero la Fiat, distruggendola a livello torinese e italiano  appare un atto temerario che solo la “faccia di tolla“ del nipote di uno che veniva con dileggio definito “Giuanin lamiera”, poteva concepire. Vada a presentarla a Trump.