SOMMARIO: Un errore storico – Minetti, la grazia – Lettere

Un errore storico
In questi giorni rievocativi del referendum del 2 giugno 1946 abbiamo sentito dire che la Repubblica instaurò la democrazia in Italia. Una vecchia banalità di Ferruccio Parri, a cui rispose Benedetto Croce nell’Assemblea Costituente, dimostrando che prima del fascismo, e non solo nell’età giolittiana, l’Italia fu una democrazia liberale come la volle Cavour.
Una democrazia a suffragio ristretto che crebbe negli anni fino al suffragio universale maschile voluto da Giolitti. Ci furono conati reazionari a fine Ottocento, ma essi non prevalsero. Il suffragio universale in altri Paesi fu una scelta graduata nel tempo. Sarebbe stata sicuramente una democrazia la monarchia di Umberto II, animata dal motto “Autogoverno di popolo e giustizia sociale”.

La democrazia c’è in tutte le monarchie europee: dall’Inghilterra al Belgio, dalla Spagna all’Olanda, ai Paesi scandinavi, mentre molte repubbliche si rivelano poco democratiche. Pensiamo alla storia greca e ungherese recente, per non parlare dei tanti regimi repubblicani oppressivi della libertà.
Nel sesquipedale messaggio del principe Emanuele Filiberto, passato nell’assoluta indifferenza, questo tema dirimente non è stato neppure toccato ed era invece indispensabile affrontarlo per difendere il pensiero e l’azione del re Umberto, che non volle un trono macchiato di sangue.
Che la Repubblica abbia ereditato palazzi, cerimoniali e corazzieri appare insignificante per un’analisi storica che si impone, andando al cuore dei problemi.
Minetti, la grazia
Premetto che la persona di Nicole Minetti mi ha sempre infastidito, specie se nominata d’autorità consigliere regionale lombarda nel listino. La politica non si improvvisa e non è lecito confondere vita privata e vita pubblica. Fu un grave errore di Berlusconi la vicenda delle “cene eleganti”, che provocò un danno politico a Forza Italia di incalcolabili dimensioni.

Ma non posso che essere lieto nel constatare che la manovra del Fatto Quotidiano, di Bianca Berlinguer e di Report per travolgere il presidente Mattarella nella concessione della grazia alla Minetti, è fallita miseramente, ponendo in evidenza la trasparenza del ministro Nordio.
Così ritengo che il riconoscimento della piena estraneità di Berlusconi e Dell’Utri nelle stragi di mafia, di cui sono stati accusati dal 1994, sia un episodio che rivela un tardivo ravvedimento, ma anche la faziosità di certi magistrati indegni della toga che portano. Dell’Utri, come la Minetti, non mi è mai piaciuto, ma la verità non può restare negata per decenni con la complicità di giornalisti, nella migliore delle ipotesi incapaci, che dovranno finalmente pagare.
I Travaglio e i Ranucci, in una democrazia, dovrebbero avere professionalmente i giorni contati. Sarà l’ilarità tragica a travolgerli.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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Una società violenta che sta per affogare
Ho partecipato a un incontro sul tema dell’insicurezza provocata dalla microcriminalità e dalla maranza a Torino. Credo che la situazione non sia più raddrizzabile. Troppi complici tra i politici, una massa troppo ampia di immigrati che delinquono, insufficienza di prevenzione ecc. C’è chi, nella disperazione, ha rimpianto il regime totalitario cinese. Il governo, in quattro anni, non ha fatto nulla di utile e concreto. Dove andremo a finire? Julia Torelli

Sottoscrivo quasi tutto quanto lei dice, estendendo la colpa a tutti i governi succedutisi nei decenni e non solo all’ultimo. Sperare di salvarsi portandosi il peperoncino in tasca è davvero umiliante. Per non parlare della delinquenza politica che ci appesta e vanifica la democrazia.
Io ormai, in molti casi, mi muovo in taxi. In bus il borseggio è diventato abituale. Stiamo perdendo la nostra libertà. Proporre la Cina come antidoto è proprio di malati mentali che sognano regimi totalitari. Con i generali in pensione non si andrà da nessuna parte. Non lasciamoci abbagliare da qualche gallone: è un’ulteriore presa in giro.
Manca coordinamento tra le Forze dell’ordine e soprattutto volontà politica. Chi vuole includere a ogni costo tutti è un traditore dell’Italia. L’immigrazione senza controlli ci ha messi ko. Le parole non servono più, servono i fatti. L’Italia va salvata dal tracollo.
“Lo rivendico il mio diritto di uscire di casa, mettendo la collanina lasciatami da mia zia”, mi scrive un’altra lettrice. Ed aggiunge: “Chiedo troppo?”.
No, non chiede troppo, chiede il minimo. C’è gente che, senza sapere, rimpiange il fascismo. Siamo davvero caduti in basso.
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Erri De Luca
Non ho mai potuto soffrire Erri De Luca, sostenitore della sommossa violenta No Tav in Valle di Susa. Adesso è diventato sionista e rifiuta la parola genocidio attribuita a Israele per Gaza. Per questo motivo è stato allontanato dal festival letterario di Sorrento. Cosa ne pensa? Rita Cirielli

Ho polemizzato con De Luca in passato perché la sua faziosità è davvero molto faticosa da accettare. Adesso ha cambiato idea. Mi fa piacere, ma di De Luca non mi fido.
Condanno l’intolleranza dimostrata nel cacciarlo dal piccolo festival di Sorrento, al quale in passato partecipai. Penso che Sorrento debba accontentarsi dei suoi ottimi limoni, lasciando perdere i temi letterari, che richiedono equilibrio e cultura non settaria.
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I danni storiografici creati da Angelo Del Boca e Giorgio Rochat in relazione al colonialismo italiano in Africa Orientale sono ancora evidenti. Una trasmissione televisiva ieri sera, condotta da un giornalista tuttologo, ha descritto a fosche tinte la conquista italiana dell’Etiopia, applicando criteri di giudizio umanitario e buonista ad un passato in cui la guerra era considerata in modo profondamente diverso da ogni parte che si scontrasse con le armi. I buoni e i cattivi non esistevano. Giudicare con i criteri del presente il passato è un grossolano errore. Con questo non si intende disconoscere la durezza di quella campagna di guerra africana né si intende esaltare l’impero africano creato dal fascismo. Era però doveroso vedere la vocazione africana dell’Italia come inevitabile, direi inscritta nella sua storia dopo la raggiunta unità. Le pagine di Gioacchino Volpe in proposito servono ancora oggi a capire, mentre le vulgate di Del Boca e Rochat ci impediscono di intendere una vicenda in cui insieme ai cannoni si mescolano strade, ospedali , scuole e abolizione della schiavitù. Insieme all’asprezza del maresciallo Graziani non si può tralasciare di riconoscere il tentativo di pacificare la colonia del Duca Amedeo d’Aosta, il Savoia che insieme allo zio, il Duca degli Abruzzi, sentì il richiamo dell’Africa come un forte, profondo legame che coinvolse intimamente la sua vita. Il Duca Amedeo aveva studiato a Palermo diritto coloniale e non aveva nulla a che vedere con la rozzezza di Graziani. Eroe dell’ Aviazione italiana, era andato volontario nella grande guerra a 16 anni. Aveva scelto di andare a lavorare in Africa sotto falso nome nel Congo, aveva collaborato con il Duca degli Abruzzi nell’azienda agricola in Somalia. Queste specificità del Principe sono state dimenticate dalla trasmissione mentre sono aspetti molto importanti. E anche l’eroica resistenza e la inevitabile resa sull’ Amba Alagi nel 1941 dove ebbe dagli Inglesi l’onore delle armi, è stata ridimensionata nella sua epica ,drammatica grandezza paragonabile solo ad El Alamein. Perfino la morte di Amedeo che rimase prigioniero insieme con i suoi soldati, è stata ignorata. Carlo Delcrojx che conobbe assai bene il Duca, una volta mi disse che forse la storia d’Italia con la presenza del Duca dopo il 25 luglio sarebbe stata diversa. E’ una affermazione che merita di essere ripresa fi fronte agli studiati silenzi televisivi nei confronti di una figura che impedisce di ripetere la solita vulgata perchè ne dimostra la falsità storica.










All’età di 97 anni è morto a Roma Gennaro Sasso rinomato studioso di storia della filosofia e direttore per decenni dell’ istituto di studi storici fondato da Benedetto Croce a Napoli. Si potrebbe ripetere per lui il celebre Soliloquio di Croce: la vita intera è preparazione alla morte. Infatti lo studio assiduo e perfino smisurato ha riempito la sua vita. Fu allievo di Carlo Antoni e si laureò con una tesi su Machiavelli che ebbe correlatore Federico Chabod, grande studioso del Segretario fiorentino e direttore dell’ Istituto di studi storici di Napoli dove Sasso divenne borsista. Era presidente della Fondazione Giovanni Gentile ed a lui si deve un lavoro intenso per favorire uno studio non aprioristicamente divisivo di Gentile e Croce. Ho conosciuto e frequentato Sasso a Napoli e a Roma . Ritengo la sua opera il lavoro di un grande erudito che avrebbe desiderato oltrepassare con il suo pensiero Croce e Gentile che studiò a lungo, senza raggiungere l’obiettivo. Di sicuro interesse è la sua interpretazione di Machiavelli che vede nel suo totale rifiuto del Cristianesimo colpevole di aver cancellato i valori del mondo classico. Meno convincente è il fatto di averlo accostato agli Esistenzialisti per una visione sulla caducità che sarebbe comune: un accostamento forzato perché Machiavelli fu uomo del’ 500 e del Rinascimento, mentre l’esistenzialismo espresse la crisi profonda della società decadente del Novecento. Avemmo anche qualche discussione sui temi della laicità: lui sostenitore ferreo del laicismo, io formato alla scuola di Bobbio ma anche di Croce, laico, rispettoso di ogni fede e portato non solo a “dirsi cristiano , ma ad una fede depurata da ogni forma di intolleranza alla maniera di Tocqueville. Era un carattere malinconico e chiuso, direi quasi algido. Me lo disse Alda Croce prima ancora del nostro primo incontro avvenuto a Palazzo Filomarino a Napoli. Si occupò anche di studi danteschi che hanno interessato anche Cacciari. Vidi in lui il vecchio Azionismo“ che gli impedì di essere un liberale. Il Partito d’azione, tanto odiato da Croce, era destino che, dopo aver fulminato le figlie e il genero, dovesse restare di casa a palazzo Filomarino. Un azionismo meridionale alla De Ruggiero, vicino anche a Guido Calogero di cui aveva sposato la figlia, un azionismo per fortuna non gobettiano. Muore con lui un grande studioso che non divenne mai filosofo come invece Nicola Matteucci, cresciuto anche lui all’ Istituto di Napoli, ma subito aperto ad interessi e studi internazionali.





