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La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

Sommario: La passeggiata Mario Soldati a Tellaro – Gli Alpini a Genova – Edoardo Massimo Fiammotto – Lettere

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La passeggiata Mario Soldati a Tellaro
Tellaro, amena località marina  nel comune di Lerici, in provincia di La Spezia, quasi ai confini con la Toscana, sta per dedicare ufficialmente  la  sua passeggiata a mare a Mario Soldati, lo scrittore e regista che scelse di vivere nel golfo dei poeti per molti anni. La intitolazione è per festeggiare i 120 anni della nascita di Soldati a Torino nel 1906. La benemerita società di  Mutuo  Soccorso di Tellaro, animata dall’entusiasmo di Silvio Vallero, il 30 luglio insieme al Comune di Lerici, ricorderà, in una mitica e suggestiva  terrazza sul mare Soldati.
Ho provato  mesi fa a sentire in modo informale  il Comune di Torino per promuovere un’iniziativa in ricordo di Soldati, ma ho trovato freddezza, malgrado Soldati fosse stato nominato cittadino onorario ed abbia una via a  lui intitolata per iniziativa del sindaco Valentino Castellani.
Forse il sindaco Lo Russo  potrebbe essere decisivo, insieme alla Città metropolitana, per promuovere un evento nella città più soldatiana d’Italia ,anche se Soldati è vissuto soprattutto a Roma e a Milano, pur ma tendo la residenza sempre a Torino. Il sindaco Fassino lo onoro’ nella Sala rossa del Consiglio Comunale con una solenne cerimonia a cui partecipai insieme ad Ugo Nespolo. Il sindaco Zanone gli consegno’ la pergamena di cittadino onorario. Una lapide ai Murazzi ricorda  il suo gesto eroico di sedicenne che si buttò nelle acque del Po in piena per salvare un compagno di scuola dell’Istituto  sociale che stava annegando. Per quell’episodio ebbe la medaglia d’argento al valor civile. In una Torino che sta  inevitabilmente perdendo sempre più la sua identità più profonda,forse ,avrebbe un senso ricordare Soldati. Al cimitero monumentale dove è sepolto andarono a rendergli omaggio i presidenti della Regione Cirio (nella foto) e Bresso, oltre al sindaco Castellani che partecipò ai suoi funerali privatissimi  nel 1999.
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Gli Alpini a Genova
Che il femminismo oltranzista si schieri contro l’adunata degli Alpini che porterà a Genova un numero incredibile di persone, non è un bel segno. Generalizzare un piccolo episodio  che ebbe protagonista in passato  un gruppetto di penne nere, e’  sbagliato ed è ingiusto. Alle adunate si aggregano o  addirittura si aggiungono senza controlli  persone che non hanno nulla a che vedere con l’ Associazione Nazionale Alpini. Nelle feste nelle piazze e nelle vie si possono mescolare persone che acquistano per l’occasione un cappello alpino. Invece di distinguere e dare il benvenuto agli alpini, la sindaca di Genova Salis prende lo spunto dalle proteste di una parte di femministe, per acuire ancora di più il dissenso espresso nei confronti di un episodio che non ebbe mai contorni certi e precisi. La sindaca avrebbe avuto invece il dovere anche di ricordare cosa fanno gli alpini nel caso non solo delle grandi calamità nazionali. E questo proprio nell’anniversario del terremoto del Friuli che nel 1976 devastò quelle terre che seppero riprendersi con coraggio e capacità impensabili.
A dare un soccorso immediato ed  importante furono proprio gli alpini. La sindaca di Genova avrebbe dovuto ricordarlo. Le associazioni d’arma – per quanto decimate dall’abolizione della leva obbligatoria – sono una parte sana del Paese e il loro richiamarsi ai valori patriottici è un antidoto al clima di violenza generato dai tanti estremisti che invadono le piazze ed attaccano le Forze dell’ordine. Gli alpini portano sempre una parola solidale che va ben oltre al folclore. In periodo di guerra come il nostro può sembrare arcaico o addirittura assurdo parlare di associazioni combattentistiche,perché il desiderio di tutti è la pace. Le associazioni d’arma sono un’altra cosa e rappresentano la storia italiana, come ci ha insegnato il generale degli alpini Franco Cravarezza un uomo e un soldato davvero “fuori ordinanza”.
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Edoardo Massimo Fiammotto
Ai primi di giugno sarà un anno dalla morte improvvisa di Edoardo Massimo Fiammotto, giornalista e politico liberale che negli ultimi anni collaborò fattivamente con il Centro Pannunzio di cui sarebbe divenuto direttore se un cavillo statutario non l’avesse impedito per la mancanza del requisito di anzianità di associazione. Sarebbe comunque diventato direttore in futuro. Fiammotto morì di un infarto a neppure 60 anni.
Molti sentono il vuoto che ha lasciato, soprattutto io che lo ebbi leale, prezioso e colto collaboratore. Seppe diventare da uomo di partito, anche un po’ deluso di un PLI che fece una fine ingloriosa, uomo di cultura. Proprio un anno fa a Ivrea lo ascoltai in una magistrale relazione che affrontava i temi del pensiero liberale, andando molto oltre il liberalismo di partito. Cito’ Bobbio e Gobetti, dimostrando una cultura non superficiale, cumulata negli anni. Spero che sia ricordato almeno nella città, Pinerolo, dove fu consigliere comunale ed assessore.
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I Promessi Sposi
Cosa pensa del progetto di spostare nella scuola superiore la lettura dei “Promessi sposi” ,dal secondo al quarto anno? A me sembra un’idea condivisibile. Prof.   Anna De Giulio
Il problema della lettura del romanzo manzoniano è controverso perché in molte scuole  nel secondo anno,  da tempo e’ stato sostituito da romanzi novecenteschi relativamente recenti .
Persino in quelli che erano i ginnasi si è pensato di innovare. Si pone seriamente la questione se ragazzini di 15 anni siano in grado di capire l’opera di Manzoni che in passato veniva ripresa anche nell’ultimo anno. La riforma sul Novecento come materia  esclusiva di studio nell’ultimo anno, nota come riforma Berlinguer, ha ridotto ai minimi termini anche l’800 come tutti i secoli precedenti. Dedicare un intero anno al ‘900 fu una scelta sbagliata che non  starò qui a confutare perché ne ho scritto in passato .  In questo contesto la lettura dei “Promessi sposi“ ne ha risentito molto. Io ricordo che al ginnasio la mia lettura del romanzo si ridusse alla redazione  di pagine e pagine di riassunti. Il docente, tal Frassino di Pinerolo, non fu mai in grado di tenere una lezione decente. Lo stesso mi accade nell’ultimo anno di liceo, quando lo studio di Manzoni avrebbe consentito di approfondire anche il romanzo. Ci fu detto di rileggere per conto nostro l’opera. La rilessi di corsa perché il tempo non consentiva altro. Fu all’ Università che ripresi a rileggerlo in altro modo sotto lo stimolo di un maestro come Giovanni Getto, autore di un commento che insieme a quelli di  Momigliano e di Russo rappresentavano una riflessione critica di alto livello.  Può essere accettabile spostare al IV anno la lettura, ma tutto dipende dal tempo dedicato. Molto dipende dai professori. Quando insegnai al Classico, cercai di far apprezzare Manzoni anche se tanti colleghi lo ritenevano superato.
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Buttafuoco
Cosa pensa del suo amico in verità piuttosto recente Buttafuoco circa la scelta di ammettere alla Biennale la Russia e Israele? Adesso sono cominciate le contestazioni ai relativi padiglioni di ucraini, proPal e femministe selvagge senza reggiseno.  Roberto Leccisi
Ho sostenuto Buttafuoco nelle sue scelte perché la Biennale e Venezia sono luoghi di incontro che vanno oltre le politiche estere dei paesi e anche oltre le guerre. La cultura è somma vocazione alla pace. Lo dimostravano già le Olimpiadi nell’antica Grecia quando ogni guerra veniva sospesa. Ha torto il ministro per la cultura ad inviare ispettori. Sangiuliano non l’avrebbe fatto. Che adesso gli Ucraini, i proPal e le femministe furiose contestino e’ fatto da condannare senza ambiguità. Essi sono l’esempio dell’estremismo che porta all’odio e alla violenza. L’esatto opposto della cultura.
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D’Alema solidale
Ho letto la totale solidarietà di D’Alema a Bianca Berlinguer per un possibile azione legale del ministro Nordio, vista come una grave  minaccia alla libertà e quasi un preannuncio dell’arrivo di uno Stato autoritario .D’Alema richiama l’articolo 21 della Costituzione sulla libertà di pensiero e di stampa. Cosa ne pensa?  Nunzio Carolei
Ritengo che la conduttrice Berlinguer, sempre pronta ad interrompere i suoi ospiti televisivi , avrebbe dovuto  precisare subito che l’ipotesi di Ranucci che lo stesso non dava per certa, ma in via di accertamento , non era informazione , ma un qualcosa volto a screditare il ministro Nordio. Avrebbe dovuto intervenire  dicendo  che la deontologia giornalistica non poteva accettare le insinuazioni di Ranucci che alla fine ha dovuto chiedere scusa al ministro. Questi metodi diffamatori di Ranucci sono incompatili  in particolare con una rete pubblica come Rai tre. Fa sorridere l’indignazione solidale di D’Alema che per una vignetta non gradita di Forattini chiese un indennizzo di tre miliardi di lire. L’articolo 21 non si può invocare a corrente alternata.

Umberto II, la “regalità” al servizio della Nazione

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IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Pier Franco Quaglieni

Umberto di Savoia, principe di Piemonte, in seguito all’abdicazione del padre Vittorio Emanuele III, salì al trono il 9 maggio di 80 anni fa. Era luogotenente generale del Re ed aveva già di fatto esercitato le funzioni sovrane dalla Liberazione di Roma  del 4  giugno 1944. Resta un dileggio gratuito e antistorico  definirlo “re di maggio” perché Umberto II solo formalmente regnò poco più di un mese, essendo partito per l’esilio il 13 giugno 1946.

Non solo i monarchici riconoscono che mise le premesse per essere un grande Re, come aveva visto Luigi Barzini jr. Scelse come ministro della Real Casa l’avvocato Falcone Lucifero che nella sua giovinezza era stato un socialista vicino a Matteotti. Ho conosciuto di persona Umberto II in più occasioni e la sua “regalità” era palpabile e ben viva. Per regalità intendo soprattutto il fatto di  non essere mai stato uomo di parte, ma di essersi sempre posto al servizio della Nazione. Questo è il mestiere dei re , come ben ha dimostrato Carlo d’Inghilterra nel suo incontro con Trump. In Umberto non fu solo “mestiere” , ma cultura, equilibrio, patriottismo  autentico, si direbbe oggi passione civile. Nel ricostituito  Regno al Sud fu l’anima del risorto esercito italiano e,  malgrado l’opposizione degli Alleati ad un suo comando , seppe essere vicino ai soldati di Montelungo e Monte Marrone con sprezzo del pericolo e  della vita. La Repubblica sociale fece strame della sua figura per colpire la dinastia.
Durante il referendum istituzionale dimostrò un equilibrio quasi impossibile perché, pur essendo in giuoco la Monarchia, il re seppe restare al sopra della mischia. Parti’ per l’esilio prima della proclamazione della Repubblica per evitare una probabile seconda guerra civile tra il Nord repubblicano e il Sud monarchico che rivelò con il voto  di non essere stato oggetto di una colonizzazione forzata  da parte dei Savoia. Il suo costante richiamo fu l “Italia innanzi tutto” e Autogoverno di popolo e giustizia sociale“. Dall’esilio il re ha continuato ad amare disperatamente l’Italia .
I monarchici in Italia furono inadeguati e litigiosi, sperperando milioni di consensi in partiti che hanno immiserito la causa monarchica. Il Re da Cascais ha rappresentato un esempio  civile  di grande italiano che ne rappresentava la storia migliore,  quella del Risorgimento e non solo. Per cercare di non far sentire troppo la differenza la Repubblica dovette scegliere come presidente il monarchico e scienziato Luigi Einaudi. Ma la figura di Umberto non è mai stata dimenticata, neppure tanti anni dopo quando morì nel 1983 e  la Repubblica gli negò di rivedere per l’ultima volta la sua Patria.

Perché Pannella merita la targa in piazza Navona

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

L’iniziativa di una targa in piazza Navona a Roma   in ricordo di Marco Pannella nel decennale della sua morte rischia di essere bloccata dal voto di un condominio che non ha dato l’autorizzazione. Le ragioni storiche ci sono tutte perché piazza Navona è stata il luogo-principe delle battaglie di Pannella che riusciva a riempirla come i comunisti in piazza San Giovanni. Il voto contrario può essere discutibile, ma ha un precedente illustre proprio a Roma quando nel 2010 per il centenario della nascita di Mario Pannunzio il Centro che ne porta il nome, aveva proposto con adeguato anticipo e a sue spese una lapide sull’edificio in via Campo Marzio che fu la prima  sede del settimanale “Il mondo”. Fu facile ottenere il placet della Sovrintendenza che approvò anche il testo. Tutto sembrava pronto, ma la Confraternita dei Piceni proprietaria del palazzo negò il consenso. Allora si spese Antonio Ricci con “ Striscia la notizia” (che dedicò un ampio servizio) e Massimo Gramellini che scrisse un “Buongiorno” su “La stampa“. Si mosse anche il prefetto di Ascoli Piceno ma la confraternita fu irremovibile.

Dopo un anno capii che l’ostilità era forse  dovuta alla contesa per il centenario di Pannunzio e  che fu un colpo basso sferrato indirettamente  da chi, senza essersi interessato in passato di  Pannunzio, pensò di monopolizzare il centenario, escludendo il Centro di Torino nato all’indomani della morte di Pannunzio. Una brutta pagina che rivelò il peggio del mondo laico-liberale e le sue meschinità. L’unico che uscì a testa alta fu il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi.

In quella occasione Pannella fu dalla parte del Centro “Pannunzio” senza esitazioni.

Ma non è solo per questo motivo che il Centro “Pannunzio” si è schierato per la targa a Pannella.  Gli umori di un condominio non potranno fermare il progetto perché piazza Navona è grande e ci sono altri palazzi. Allora noi trovammo l’indifferenza del sindaco Alemanno, chissà se il  sindaco attuale di Roma non si attivi per rendere il dovuto omaggio a Pannella. Ci sarebbe in sospeso dal 2010 anche Pannunzio e forse Roma non dovrebbe limitarsi ad una targa per ricordare degnamente  Pannella. La prescritta scadenza dei dieci anni consente anche l’intitolazione di una via o di una piazza. Torino non ha atteso i dieci anni e gli intitolato la passeggiata di corso Siccardi. Merito soprattutto dell’associazione “Pannella” e del suo presidente Sergio Rovasio. 

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Il Cardinale Roberto Repole e l’industria torinese – Al Salone del libro sempre la stessa musica? – La villa della Regina Margherita a Bordighera nelle residenze sabaude? – Lettere

Il Cardinale Roberto Repole e l’industria torinese
Il Cardinale di Torino Roberto  Repole che finora era stato  meno presente del suo predecessore sui temi del lavoro , ha ritenuto di denunciare il pericolo  che Torino finisca di essere la città delle armi dopo essere stata la città delle auto, definizione  che ormai appartiene al passato. C’è stato chi illusoriamente ha pensato che il turismo avrebbe potuto colmare il vuoto lasciato dalla Fiat, ma questa ipotesi si è rivelata piuttosto velleitaria perchè la spinta delle Olimpiadi invernali di vent’anni fa non è stata così determinante come qualcuno ha voluto farci credere per tanto tempo. Torino in passato promosse grandi mostre che attivarono la presenza di molti  visitatori.
Dopo lo sfascio grillino alla cultura, non si è provveduto a ripristinare quello slancio che fu di Patrizia Asproni quando Fassino era sindaco.  E’ vero che Torino è diventata sede di   industrie che producono armi, ma è altrettanto vero che non siamo in condizioni di essere schizzinosi perché l’occupazione è in grande calo. Ha ragione il Sindaco Lo Russo  nel rispondere al Cardinale che la difesa non è la guerra. Solo la Cgil sposa in toto  la tesi del Cardinale . Sarebbe interessante sapere l’opinione, forse scontata, del Sermig di Olivero. Inoltre l’industria aerospaziale  ha anche valenze che non si riducono ai fini bellici. Giustamente il dirigente della UIL Cortese evidenzia come un eventuale disarmo unilaterale non sia la via per garantire la pace. Sono vecchi , stantii discorsi di un pacifismo destinato ad essere un’utopia che non credo siano ripresi dal Cardinale. La pace è un valore preminente che oggi sentiamo in modo più pressante del passato, ma lo sviluppo o, meglio, un freno alla decadenza industriale di Torino deve essere un riferimento da non perdere di vista, pena una crisi ancora peggiore di quella che stiamo vivendo.
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Al Salone del libro sempre la stessa musica?
Avevo sperato con la fine della direzione di Lagioia, lasciato finalmente alla  sua creatività letteraria, che il Salone del libro sotto la guida di Annalena Benini, si aprisse ad un vero pluralismo. Non ho  i dati completi del programma del prossimo Salone,  ma vedendo la pagina pubblicitaria che annuncia l’evento, constato che i nomi  degli ospiti citati sono quasi tutti orientati in un certo modo, relegando ad uno sprezzante “altri“ la presenza di interlocutori  non considerati degni di entrare nell’ anticipazione pubblicitaria.
Non è un bel modo di iniziare. Anche lo scorso anno la pagina  del Salone era più o meno improntata allo stesso criterio. Quel riferimento ad “altri “ è un modo sbagliato di presentare il Salone che per merito delle case editrici avrà sicuramente anche la presenza di scrittori non allineati. Vedremo se i temi divisivi verranno accolti o verranno stroncati. La situazione è molto calda e si può rischiare la censura vista  come prevenzione ad eventuali incidenti. La censura preventiva verso uno stand  di destra scattò già qualche anno fa in modo del tutto inaccettabile. Io parlai al Salone esibendo il “Trattato  sulla tolleranza” di Voltaire. Il clima di intolleranza oggi  è evidente a tutti: auguriamoci che non travolga il Salone. Il 25 aprile è finito e il Salone si aprirà a metà maggio ….
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La villa della Regina Margherita a Bordighera nelle residenze sabaude?
E’ nata nel clima elettorale per il rinnovo dell’amministrazione comunale l’idea di inserire tra le residenze sabaude la villa della Regina Margherita a Bordighera. Certo valorizzerebbe Bordighera che via via ha perso l’attrattiva che ebbe in passato come dimostra proprio la residenza della Regina. E’ un’idea che comunque merita attenzione.
Si tratterà di coinvolgere la Regione Liguria e la Regione Piemonte, per poi portare al ministero della cultura un progetto. Ma ci sono anche altre residenze reali fuori dal Piemonte che dovrebbero essere inserite. Credo però che sia difficile farlo, a partire da San Rossore che  fu in dotazione alla presidenza della Repubblica  fino alla donazione del presidente Scalfaro alla Regione Toscana.

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Il luminare
Sono stato in una clinica privata a farmi visitare da un luminare molto rinomato. Una delusione! Arrivato con un’ora di ritardo mi ha liquidato in pochi minuti senza neppure scusarsi per il ritardo. Ma la tariffa è stata molto alta. Virgilio Simonetta
Non tutti i luminari nel campo medico sono così, per nostra fortuna. Io ne ho conosciuti di eccezionali a Torino e in Liguria. Il prof. Morino è un chirurgo di fama internazionale, il dott. Conio primario  di Gastronterologia al Santa Corona di Pietra Ligure  è anche lui di fama internazionale. La loro disponibilità innanzi tutto umana è nota ed apprezzata  da tutti i loro pazienti e non solo.
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Pronto soccorso efficiente
Ho avuto bisogno di  rivolgermi al Pronto Soccorso del Gradenigo. Ho ricevuto un’assistenza pronta  e competente. Ci si lamenta spesso della sanità pubblica, il Gradenigo mi è parso un’eccellenza.  Gina Fedeli
In effetti il servizio di  Pronto Soccorso è di fondamentale importanza. In  alcuni comuni  del Savonese, dove il Pronto Soccorso non c’è più, malgrado ci sia un ospedale inaugurato quindici anni fa, il disagio è grande . Questa mancanza  soprattutto in estate comporta disfunzioni evidenti perché un vasto territorio deve ruotare attorno ad un solo ospedale. A Torino, in base alle mie esperienze, credo che il servizio di Pronto Soccorso funzioni bene quasi dappertutto.
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25 aprile
Ho letto i suoi tre articoli sul 25 aprile. Non condivido affatto  molti dei suoi giudizi perché la Resistenza è l’unica pagina di storia italiana importante. La  vera storia d’Italia, come disse Franco Antonicelli, ebbe inizio nel 1945. Gennaro Assale
La storia d’Italia è cosa molto più complessa rispetto a quanto disse Antonicelli che da persona colta e intelligente, nel suo intimo, non credeva ad una interpretazione politica così grossolana . Era un oratore appassionato e volle strappare un applauso in più . In ogni caso va detto che il frutto della Guerra di Liberazione fu la riconquistata libertà di pensare e parlare . Quindi il dissenso è sempre importante e io non cercherò di convincerla .Anzi la ringrazio per la pazienza che ha avuto nel leggermi.

Quaglieni: “Stiamo con Buttafuoco”

Le pressioni politiche del governo e i giudizi faziosi dell’opposizione sulla Biennale di Venezia rivelano una assoluta mancanza di quel senso di  libera cultura che è alla base della Biennale e dell’attività culturale in generale. La cultura non può allinearsi con la politica estera dei governi.Questo è il principio irrinunciabile difeso da Pietrangelo Buttafuoco che ha dimostrato ancora una volta la sua sensibilità e indipendenza intellettuale. Siamo dalla parte del Presidente Buttafuoco che ha dimostrato equilibrio e ha tutelato l’idea storica di una Venezia, luogo di incontro di culture diverse e luogo in cui si esercita la tolleranza fin dai tempi di Paolo Sarpi. Mario Pannunzio che  fu un appassionato visitatore della Biennale, si sentirebbe  oggi come liberale dalla parte di Buttafuoco, anche per la scelta di non discriminare Israele.
Pier Franco Quaglieni
presidente del Centro “Pannunzio”

Le polemiche sul 25 aprile continuano

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

E’ comprensibile che un quadro internazionale come quello attuale provochi ripercussioni  anche sul 25 aprile. Anime candide vorrebbero un 25 aprile rievocativo senza implicazioni  politiche legate all’oggi. Diceva Croce che ogni storia è storia contemporanea e il 25 aprile  è una evidente conferma  di questa affermazione. Lo storico dovrebbe avere un distacco critico  rispetto al passato, ma spesso la contemporaneità finisce di deglutire il passato che resta divisivo anche oggi. Parlare della Resistenza come delle guerre puniche  diventa impossibile, anche se  gli storici non  dovrebbero lasciarsi trascinare nella polemica settaria e dozzinale. Oggi il clima avvelenato impedisce la serenità di giudizio. In effetti, tuttavia, va detto che la Resistenza non ebbe la coralità concorde che alcuni vorrebbero attribuirle.
Luigi Longo , capo delle Brigate Garibaldine nella Resistenza in una intervista sostenne che i  comunisti, i socialisti  e  gli azionisti furono i veri protagonisti attivi della Resistenza, mentre democristiani e liberali furono “attendisti“ poco desiderosi di combattere, in attesa che gli Alleati liberassero il territorio italiano occupato.  Longo sostenne che la Resistenza ebbe un contenuto di classe che altri resistenti non potevano condividere. Parlò esplicitamente di un contrasto di fondo  tra le diverse componenti. Ovviamente Longo ignorava o trascurava  il contributo dato dalle Forze Armate del Regno del Sud e il contributo determinante degli Alleati anglo-americani che militarmente furono,  in termini assoluti, decisivi.
E ‘ evidente che quelle differenze  sottolineate da Longo non possono essere ignorate neppure oggi perché la vulgata di una Resistenza tricolore fu un desiderio di  un numero limitato di patrioti, più che di partigiani. La primavera è stata prevalentemente “rossa”. Negarlo sarebbe sbagliato perché non corrispondente alla verità storica. Basterebbe pensare all’episodio drammatico di via Rasella che provocò la strage delle Fosse Ardeatine  per vedere che i comunisti ebbero una visione della guerra partigiana almeno diversa da molti resistenti.
Su un tema molto divisivo come il terrorismo la Resistenza si divise. Anche l’omicidio di Giovanni Gentile non fu condiviso da tutti i partigiani. Il CLN fu anche un momento di discussione sovente molto animata. L’operato di partigiani come, ad esempio,  Moranino non fu condiviso. L’unità politica di cui parlava Longo era di fatto una subordinazione ai comunisti, anche se parlò di una  unità a carattere “popolare e nazionale” che si realizzò solo in parte. Due aggettivi non caso gramsciani.  La polemica di Longo era rivolta alle “formazioni che facevano capo a militari o a elementi influenzati dalla ventennale propaganda anticomunista dei fascisti”. Il modello a cui guardava Longo era la guerra civile Spagna o qualcosa di molto simile.  L’unità per Longo era rappresentata dal superamento delle “ prevenzioni anticomuniste”. Il problema era assai più complesso perché il riferimento esplicito dei comunisti all’ Unione Sovietica rappresentò per una parte dei resistenti un che di inaccettabile perché la loro lotta era ispirata dal rifiuto di ogni regime totalitario. Si potrebbe dire che le idee di Longo appartengono al passato. In effetti non è così perché quella intervista rispecchia il modo di intendere l’antifascismo anche oggi. Senza una riflessione spassionata non si giungerà mai ad un superamento del settarismo che quest’anno si è manifestato attraverso il divieto di manifestare o di esibire bandiere e non solo.  Lo stesso episodio dell’ebreo che spara pallini di gomma contro iscritti all’Anpi  dovrebbe far meditare sulla carica di pazzia e di odio scatenati. Ha ragione la senatrice Segre a sentirsi sconcertata. Violenza genera violenza. Questa è la lezione di del  25 aprile 2026. Molti speravano che almeno questa lezione fosse stata recepita. Invece sembra che la seduzione della violenza sia superiore alle istanze di pace che la fine della seconda Guerra mondiale aveva suscitato . Fu liberazione dal nazifascismo, ma per molti italiani fu la fine dell’incubo della guerra , degli sfollamenti , della carestia , dei bombardamenti che distrussero le nostre città .   In effetti non si parla della “ zona grigia“ che rappresentò la scelta di tanti italiani che per le ragioni più diverse non scelsero o non poterono schierarsi. Anche solo considerando questa cospicua , anzi maggioritaria, parte di Italiani , il giudizio complessivo diventa necessariamente diverso. Oggi riempire le piazze è‘ facile , opporsi al fascismo quando era regime aveva invece  dei prezzi che molti non vollero pagare, salvo poi schierarsi con i vincitori, anzi come diceva Flaiano, andare in soccorso ai vincitori.

Riflessioni storiche sulla Resistenza e sul fascismo

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Nel tumulto delle polemiche e anche delle violenze che hanno caratterizzato il 25 aprile di quest’anno credo occorra tentare di storicizzare qualcosa che ci aiuti a capire.
La prima osservazione riguarda la Rsi che certo fu all’origine della guerra civile che divise gli italiani addirittura all’interno delle singole famiglie . Ma qualcosa di simile alla Rsi all’ombra dell’occupante tedesco era inevitabile e prevedibile. Vent’anni di regime  non potevano crollare d’incanto  per un voto del gran consiglio del fascismo il 25 luglio 1943. Il regime aveva formato milioni di giovani e quindi era da mettere nelle cose possibili e forse inevitabili, anzi scontate, che il richiamo di Mussolini non  cadesse nel vuoto . La guerra aveva assunto una piega che faceva presagire la sconfitta dell’Italia, ma non necessariamente della Germania. Ma ciò malgrado, furono  in tanti ad aderire alla Rsi. Queste considerazioni sfuggirono al nuovo governo Badoglio nei 45 giorni che portarono all’ 8 settembre. Pensare che il fascismo fosse stato sconfitto da un voto fu una ingenuità in cui Badoglio non cadde, anche se il governo  rivelò incapacità ad affrontare una situazione difficilissima o forse non era possibile far qualcosa di concreto  per prevenire ciò che accadde: i tedeschi padroni dell’ Italia centro –  settentrionale e i fascisti rinati al Nord nella Rsi e fino al giugno 1944 anche a Roma. Un altro elemento va sempre tenuto presente: fu una guerra patriottica di liberazione nazionale, ma fu anche una guerra civile senza esclusione di colpi durante e dopo la Resistenza. Togliatti nel 1946 volle un’amnistia che coprisse una parte dei reati commessi, ma il sangue dei vinti e quello dei vincitori seminò odi e rancori difficilmente superabili anche con il tempo. Oggi dopo 81 anni dai fatti sarebbe necessario un qualche distacco critico perché i nemici di allora sono quasi tutti morti. Ma non è così. Gli attivisti politici non vogliono studiare la storia. Oggi c’è  gente che non ha nulla a che vedere con le vicende di allora e il 25 aprile  si carica di nuovi temi, richiamandosi a realtà che non  hanno nulla a che vedere con ciò che accadde allora: Trump, la Palestina, Israele, l’Iran  colorano in termini ulteriormente divisivi una festa che diventa pretesto per scontri verbali e di piazza  che sono il paradiso dei violenti, una categoria trasversale  purtroppo sempre viva e vegeta. I nostalgici che si ritrovano a Dongo per commemorare i gerarchi fascisti uccisi in riva al lago sono una minoranza  di discendenti della Rsi talmente esigua da poter essere considerata una specie in estinzione. Ma sotto altri punti di vista la categoria degli esaltati non si estingue mai: basta leggere qualche saggio sulla violenza in politica per rendersi conto della realtà . Solo gente che non conosce la storia può pensare ad un fascismo “eterno“ . Il fascismo è invece un dato storico ben definito nel tempo anche se  il richiamo alla forza e all’autoritarismo appare una costante della storia in cui il fascismo stesso è inserito. Certamente l’avvento al governo degli “eredi di Salo’ “ha esacerbato gli animi , malgrado i passaggi alla terme di Fiuggi.
Spiegare come sia stata possibile questa rimonta sarà compito degli storici futuri , ma sostenere che oggi chi ci governa è fascista appare una forzatura polemica senza serie motivazioni . In tutta Europa, e non soltanto, c’è una svolta destra che non si spiega con le nostalgie del Ventennio fascista. Riuscire da parte della sinistra a spiegarsi con realismo  il fenomeno politico odierno ,consentirà di superarlo. Collegarlo con il neo- fascismo rappresenta una scorciatoia che non aiuta a capire. Forse la politica dissennata di Trump contribuirà a comprendere cosa è oggi il blocco di forze definite di destra. Ma forse proprio le esagerazioni di Trump possono servire a capire che rifarsi al fascismo e’ riduttivo e antistorico.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SONMARIO: 25 aprile di pace – Profanato il cimitero di Santena – Lettere

25 aprile di pace
Sono stato a Chivasso nel bellissimo Palazzo dedicato ad Einaudi, su invito dell’amico Beppe Busso, a parlare delle Forze Armate nella Resistenza. Ho raccontato  del sacrificio della Divisione Acqui a Cefalonia , degli internati militari in Germania, del corpo italiano di liberazione del Regno del Sud ,di partigiani come Mauri, Cordero di Montezemolo (nella foto), Luraghi   provenienti dall’Esercito. Ho parlato del Comitato Militare del CLN piemontese comandato dal Gen . Perotti  e composto, tra gli altri, da Balbis, Geuna, Fusi. Il pubblico presente ha colto il mio distacco storico lontano da ogni settarismo  ed alcuni dei presenti  si sono fermati a parlarmi con una  cordialità che ho molto apprezzato. Ho parlato non solo di militari , ma anche di Brigate Garibaldine e “GL“, soffermandomi su Pompeo Colajanni , Barbato , che ebbe ai suoi ordini i due fratelli Carando e Luraghi.
Quando leggo che c’è ancora chi non sa storicizzare e vede il 25 aprile come un elemento divisivo, mi torna alla mente l’importante saggio sulla guerra civile opera di Claudio Pavone. Oggi occorre procedere ad un superamento di quel clima che divise le famiglie italiane anche al loro interno, per recuperare il valore della Resistenza come guerra  patriottica di Liberazione. Il 25 aprile 1945 segnò anche la fine della seconda guerra mondiale dopo cinque anni di sofferenze, di lutti e di distruzioni. I miei famigliari che vissero quegli anni, portarono con sé fino nella tomba i ricordi di quei cinque anni di privazioni, pericoli, violenze inaudite. Non parlo dei miei famigliari impegnati in guerra e  nella Resistenza perché mi sembra “inelegante” per uno studioso di storia  e non parlo di cosa significo ‘ trovarsi  in poche ore con la casa rasa al suolo dai bombardamenti, come capitò  nel 1943 a mio padre che non dimentico’ mai quella notte, la più terribile della vita  di un uomo  che servi’  con onore l’Italia in pace e in guerra.
Il clima di tensione prodotto in modo incauto e perfino blasfemo da Trump ci porta oggi  a considerare ancora di più   il valore della pace come bene supremo. Il 25 aprile sono stato a Borghetto Santo Spirito in Liguria  su invito del sindaco Canepa a ricordare la ricorrenza della festa nazionale decretata dal Luogotenente generale del Regno Umberto di Savoia nel 1946, pochi giorni prima di diventare re, come  ha ricordato il Duca d’Aosta. Sul manifesto della manifestazione  è riportata una frase del Papa Leone XIV : “Che sia una pace disarmata, umile e perseverante”. Non è solo una grande idea cristiana, avrebbe detto Calamandrei, ma un modo di vivere la storia in modo nuovo perché mai come oggi la pace è il bene più prezioso, come scrisse Bobbio, perché la guerra nucleare sarebbe la fine dell’ umanità. La “pace disarmata“ è il modo più intelligente per vivere il 25 aprile 2026.
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Profanato il cimitero di Santena
Parecchie di tombe del cimitero di Santena sono state fatte oggetto di ruberie. La banda del rame non ha più limiti e si accanisce anche con i morti. È un segno dei tempi barbari che viviamo. Nessuno pretende che oggi  sopravviva il culto foscoliano dei “Sepolcri” che appare un carme lontano anni- luce dalla volgarità senza storia di un presente  privo di radici e di  moralità. Il Foscolo pensava che dai tempi più remoti il culto dei defunti fosse un qualcosa di condiviso in ogni età della storia umana.
Già Napoleone – criticato dal Foscolo per l’editto di Saint – Cloud –  con l’egualitarismo delle fosse comuni aveva dato un colpo mortale – e’ il caso di dirlo – alla concezione classica e laica del poeta che non vedeva nella “morte eternatrice “ragioni trascendenti di tipo cristiano, ma il  giusto riconoscimento dei meriti acquisiti nel corso della vita. Anche la valutazione dei meriti  oggi appare totalmente appannata da un egualitarismo esasperato che finisce di negare la stessa giustizia. L’assalto  ai cimiteri in cui si devastano le tombe per ricavare un bottino,  appare tuttavia un segno che ha sorpassato ogni limite. Chi si accanisce contro i defunti va messo in condizione di non nuocere. E’ comprensibile che in una società in cui la vita delle persone diventa poco importante ,si possa anche considerare un fatto  secondario offendere i morti. E’ comprensibile ,ma non è accettabile. Gli assassini e  i ladri ci sono sempre  stati, ma chi non rispetta i morti è il peggio del peggio. E’ il segno  allarmante del tramonto della civiltà “ laica o non laica che sia”, avrebbe detto Benedetto  Croce.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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I figli di Silvio
Non mi piace che i figli di Berlusconi interferiscano nelle scelte politiche di Forza Italia. Un conto era il leader fondatore, un conto è la famiglia.
Cosa ne pensa?  Rina Trotta
Lo chieda ai dirigenti e iscritti di Forza Italia. Io non sono iscritto. Certo sarebbe logico un partito non etero diretto dall’esterno, ma quasi nessun partito italiano è  oggi davvero democratico. Anche i falsi congressi della prima repubblica non erano un esempio di democrazia. Il PMP di Lauro non era il partito monarchico popolare, ma il partito mio personale. Nella stessa Dc molti iscritti venivano reclutati attraverso la guida telefonica, per non parlare del clientelismo becero del PSDI.
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Le buche nelle strade
Il sindaco di Torino Lo Russo  esprime la sua preoccupazione sui tempi  necessari per riempire le fosse  che rendono pericoloso camminare per strada. La guerra in Iran metterebbe in pericolo il bitume necessario ai lavori. Ma cosa hanno fatto in Conune in tutti questi anni per rendere le strade percorribili? Quasi nulla o molto poco.   Tavo Buratti
Il sindaco si è sempre impegnato su questo terreno con serietà. Ci sono alcuni assessori inefficienti e forse incapaci che andrebbero rimossi. Ci sono i  cinque stelle che fanno dell’ostilità al sindaco la loro bandiera. L’opposizione nel suo complesso non è all’altezza. La settimana scorsa sono inciampato attraversando via Madama Cristina. Niente di rotto, ma tanto spavento e perdita di tempo con l’arrivo dell’ambulanza. Le buche ci sono a anche  a Roma e a Milano. Sono state trascurate. L’impegno del sindaco Lo Russo fa sperare che il problema finalmente si risolva.
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Labate
Il giornalista con i baffetti alla Hitler Labate che si esibisce su rete 4  con pochissimi ascolti e molta faziosità di estrema sinistra  andrebbe sostituito; si faccia assumere alla 7 che è la sua casa.   Vincenzo Saverio  Raiteri
Il pluralismo va garantito in tutte le reti e i tempi squallidi di rete 4  con Emilio Fede, il comico servitore di fiducia, non possono essere rimpianti. Ma Labate come la Gruber, Floris ed altri sono casi di scarsa deontologia perché un conduttore vero dovrebbe essere o fingere di essere un moderatore. Cosa difficile in un paese di estremisti che urlano, ma non sanno parlare, come osserva Galli della Loggia in un editoriale sul  “Corriere”.
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Mussolini e il 25 aprile
Ho partecipato ad una manifestazione per il 25 aprile  in cui hanno parlato molti politici di diversa matrice. E’ stata una delusione ascoltare persone con il solito foglietto, incapaci di dire due parole decenti. Almeno Mussolini sapeva parlare, mi verrebbe da dire. La democrazia è in crisi anche per l’infimo livello dei nominati ed eletti  che ci governano.  Luigi Gasco Albenga
Anch’io ho ascoltato per il 25 aprile delle rancide banalità. Già il fatto che a parlare fossero persone di diverso orientamento, è un elemento che dimostra come  la democrazia ha trionfato rispetto alla parola unica. E’ vero che il Duce sapeva parlare, ma la cosa grave è che ha tolto la libertà di parlare agli Italiani.

E’ morto Vercellone maestro dell’Ateneo torinese

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Pier Franco Quaglieni

E’ morto all’improvviso ad appena 70 anni Federico Vercellone, autorevole docente di Estetica  dell’Università di Torino.La sua è  una morte precoce, legata ad una malattia improvvisa non precisata.

Chi scrive lo conobbe molti anni fa quando il giovane Vercellone era alle prime armi ed era noto più come il figlio del grande medico Antonio Vercellone. Lo conobbi a casa del prof Giuseppe Piccoli successore nella Facoltà di Medicina di Vercellone e futuro preside della facoltà. Federico  Vercellone  ci tenne a dirmi che voleva distinguersi dal padre  e che aveva scelto  per profondo  interesse  personale gli studi filosofici.  Alcuni figli di cattedratici famosi scelsero la strada facilitata da un cognome conosciuto. Si era appena laureato con una tesi su Nietzsche e fu  uno degli allievi più originali di Gianni Vattimo di cui apprezzo’ il pensiero debole che lo portò ad approfondire il tema del nichilismo, che ho ritenuto del tutto estraneo al mio concetto di laicità. Su laicità e laicismo avemmo anche l’occasione di discutere serenamente. Io ero fermo alla lezione di Bobbio.
Era uno studioso di fama internazionale, uno dei pochi rimasti nell’ateneo torinese insieme a Maurizio Ferraris.
Le accuse violente nei suoi confronti portarono l’Università a sospenderlo per un mese nel 2024, senza prove che non fossero la chiacchiera e la protesta assembleare come in un nuovo ‘68, certamente di tono molto minore rispetto agli anni “formidabili“ del secolo scorso ,quando studiosi come Venturi , Garosci ed altri furono fatti oggetto di attacchi violentissimi.  Il glottologo di fama internazionale Giuliano Bonfante, volontario contro Franco in Spagna, fu accusato di essere un  fascista e dovette trasferirsi all’ Università di Roma. Vercellone  torno ‘ad insegnare nel 2025 , ma venne affiancato da  un collega con la scusa – che in realtà dimostrava il valore indiscusso di Vercellone – che gli allievi del suo corso di Estetica erano troppo numerosi.  Fu un goffo tentativo di mettergli un tutor, un abominio giuridico e una condanna  aprioristica  e umiliante nei suoi confronti Ci furono altre proteste contro di lui che si decise a denunciare per calunnia le sue accusatrici .
L’esito di quella denuncia  non è mai arrivato, almeno pubblicamente  ad essere noto. Incontrai Vercellone in via Po nel 2025 e scambiammo poche parole. Era un uomo profondamente ferito, ma forte della sua dignità di studioso e di professore. Molti di noi non ebbero il coraggio di scrivere qualcosa su atti che sapevano tanto di intimidazione. Io stesso  scrissi qualcosa di troppo generico contro il clima che si respirava e che esplose poi in modo virulento  nella contestazione pro Palestina.
La mia  lunga malattia di quel periodo non mi  giustifica. Io  non avevo mai avuto un rapporto significativo con lui e lo invitai solo occasionalmente al Centro Pannunzio. Lo consideravo troppo vicino a Vattimo e sbagliavo. Vercellone resta e resterà uno studioso importante che in futuro  sarà un vanto del nostro Ateneo.
Egli fu un perseguitato. E come tale va considerato. Non è un fatto occasionale che il Centro studi intitolato a Luigi Pareyson   –  che fu il maestro di Riconda e di Vattimo , ambedue suoi assistenti, quando frequentai il suo corso nel 1969 – abbia reso nobilmente  omaggio a Federico. E qui mi fermo perché il primo rispetto verso un morto e’ tacere.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Trump – Pannella – Piazza San Carlo – Lettere

Trump
Possibile che solo le parole di Trump  contro il Papa abbiano aperto gli occhi a tanti che lo esaltavano? Anche Napoleone e altri maltrattarono dei papi che fecero anche prigionieri. Il primo Papa, San Pietro, morì crocifisso come San Paolo, i papi Clemente I e Martino I vennero martirizzati. Bonifacio VIII venne schiaffeggiato ad Anagni al culmine del suo scontro con Filippo il Bello, re di Francia  . Eravamo in altre epoche che forse l’ignorante Trump non conosce. Esistono comunque dei precedenti.
Pio IX dopo la breccia di Porta Pia del 1870 si considerò “prigioniero“ degli usurpatori piemontesi. Oggi manca lo studio della storia  e la gente e gli stessi politici giudicano con superficialità. Stupisce che da qualche giorno  siano diventati  tutti filopapisti. Trump era chiaro chi fosse fin dall’inizi : un velleitario pericoloso che può gettare il mondo nel disastro. Chi lo ha esaltato ha capito poco e si è gloriato dei suoi elogi per molto tempo  considerandolo persino un fautore di pace.
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Pannella
Al  bel ricordo torinese di  Marco Pannella voluto domenica scorsa  da Sergio Rovasio, ho un attimo perduto la pazienza dopo ore di ascolto  e ho ricordato in tre  parole ad un  vecchio “Lotta continua” che esaltava le imprese del gruppo, che c’era anche l’omicidio di Calabresi a pesare. La breve osservazione, fatta senza microfono, ha infastidito un altro fanatico che mi ha scritto, dicendo che avevo “rovinato il ricordo di Pannella per soldi”.
Marco Pannella con Pier Franco Quaglieni

 

Ripeto:  per soldi. Volevo querelarlo, poi ho lasciato perdere il poveretto  che, non avendo argomenti, offende. Bontà  sua, aveva  a voce anche apprezzato il mio discorso inaugurale del convegno. Pensando a quell’elogio, mi è venuto il dubbio di aver fatto un discorso inadeguato.
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Piazza San Carlo
Sono stato a fare un giro in piazza San Carlo che dalla crisi di via Roma si è quasi salvata anche se Paissa e Olimpyc non ci sono più come il grande De Candia.  Basterebbe Stratta a tener alto il nome e la storia della piazza, insieme al caffè Torino. E’ invece chiuso da anni El caval d’brons, il ristorante di cui rimane molto  trascurato il logo storico  all’ingresso.
I torinesi di un certo rango ne  erano abituali e affezionati frequentatori. Il locale è tristemente chiuso da anni dopo essersi trasformato per un certo periodo  in caffè. Possibile che nessuno voglia rilevarlo? Damilano che ha salvato il caffè Zucca e il pastificio  De Filippis sarebbe l’uomo giusto per un rilancio nel salotto di Torino. E’ un’impresa difficile se non disperata anche perché il rango dei torinesi è molto sceso e molti prediligono, anzi sono costretti, alla pizzeria.
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LETTERE  scrivere a quaglieni@gmail.com
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La scuola di liberalismo di Morbelli

Enrico Morbelli ebbe l’idea di creare le scuole di liberalismo diffuse un po’  in tutta Italia, trovando dei fondi per gestirle. Invitava a fare lezioni professori qualificati che si prestavano gratis. Adesso gli eredi Morbelli hanno voluto far sopravvivere la scuola solo più a distanza e hanno reclutato anche  persone che più che studiosi sono dei piazzisti o degli attivisti del liberalismo che non è una dottrina politica, ma un metodo, come ricorda Lei spesso, citando Matteucci. Questa scuola dei Morbelli boys  allontana dal liberalismo.     Giuseppe De Sanctis

Enrico Morbelli (Foto Istituto Bruno Leoni)
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Ho aiutato Morbelli padre  in molte occasioni, ospitando la scuola a Torino per anni e indicando come direttore Edoardo Massimo Fiammotto che venne messo un po’ da parte dal centro Einaudi che voleva egemonizzare la scuola. Ho anche fatto qualche lezione, ma adesso non seguo più quello che è  rimasto della scuola che è diventata ben poca cosa: una congrega di amici, non certo di studiosi. L’idea di una Frattocchia liberale era comunque sbagliata perché i liberali non sono dei comunisti da rimpinzare di fanatismo politico. Anche la scuola di Berlusconi dove voleva invitare Putin, è naufragata prima ancora di nascere. Il liberalismo si studia con serietà, leggendo Croce, Einaudi, Popper, gli Austriaci, se vogliamo, Rosselli. Andando indietro, studiando gli inglesi e soprattutto i francesi  Tocqueville e Constant. Leoni lo lascerei stare come gli anarco – libertari che non sono liberali. E attenzione ai fessi che fino a ieri esaltavano Trump.
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L’erede al trono che non c’è

Ho letto una intervista alla figlia di ventidue anni di Emanuele Filiberto che con l’abolizione assai discutibile della legge Salica, dovrebbe essere la erede al trono d’Italia, per tagliare fuori in modo maldestro gli Aosta. E’ una ragazzina che fa teatro e non ha la benché minima cultura politica per sua stessa ammissione La regalità in lei è pari allo zero. Cosa ne pensa?     Giulia Sentini

Non ne penso nulla perché ho cose più serie a cui pensare: la pace, la guerra, l’Iran, Israele  ecc. Come viva la prinicipessa non può interessarmi di meno.
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Dopo il referendum
La sconfitta al referendum ha provocato conseguenze nel governo e nei partiti di maggioranza che hanno deluso gli elettori. Le interferenze dei figli di Berlusconi  nel partito di FI per “rilanciarlo”, hanno creato forti critiche. Tajani ha dimostrato capacità indiscutibili , meno come ministro degli esteri. Chi ha sbagliato le strategie per il referendum è stato invece  tranquillamente al suo posto. L’unico a brillare per lucidità è stato il ministro Pichetto Fratin che di fronte alla crisi energetica ha colto la palla al balzo per invitare le Camere a decidere sul nucleare , unica prospettiva reale di sviluppo dopo la follia del referendum che interruppe persino la ricerca nucleare in Italia. Pichetto ha mantenuto la lucidità del piemontese con i piedi per terra. Peccato che la mente calda accompagnata magari da un cuore freddo di altri abbia dato uno spettacolo deprimente e abbia riportato in attività vecchie cariatidi abituate a saltellare da un partito all’altro. Sono errori che si pagano.    Franco Fedeli
Gilberto Pichetto
Lascio perdere le polemiche perchè sono errori non più rimediabili, prendo della sua lettera la parte positiva: il comportamento del ministro Pichetto che sicuramente è il migliore ministro del governo attuale che affronta con silenziosa, tenace serietà, tutta piemontese, i problemi. Oggi ci vorrebbero tanti Pichetto.
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Assolto Saviano che definì Salvini “ministro della malavita”
Vorrei capire da uno storico come lei perché un grave insulto da parte di Saviano non ha avuto una sanzione penale. Saviano è stato assolto. Mi sembra aberrante.
Francy Giglio
L’espressione “ministro della malavita” risale a Salvemini che così definì Giovanni  Giolitti. Salvemini riconobbe l’errore tanti anni dopo. All’epoca Giolitti ignorò il libretto di Salvemini che non ebbe nessuna diffusione. Se Giolitti avesse querelato avrebbe dato visibilità alle fandonie di Salvemini.  E’ proprio questo precedente ad aver  portato il giudice all’assoluzione di Saviano che avrebbe adattato il giudizio salveminiano a Salvini, anche se tra Giolitti e Salvini c’è una bella differenza e soprattutto è vistosa la diversità tra Salvemini, comunque un  grande storico malgrado i focosi estremismi occasionali, e Saviano.