IL COMMENTO Di Pier Franco Quaglieni

Spesso la rete “Nove” propone programmi che non mi piacciono o che addirittura ritengo totalmente di parte e quindi improponibili. Ma ieri sera la “Nove” ha offerto una serata entusiasmante e commovente che ha rievocato Enzo Tortora. Una trasmissione storica, destinata a restare, che costringerà a riflettere inevitabilmente anche sul prossimo referendum, anche se accostare la serata alle polemiche spicciole di Gratteri sarebbe un sacrilegio.
In essa risalta l’uomo di straordinario livello morale e di grande coraggio intellettuale, umano e civile. L’uomo televisivo diventa quasi secondario rispetto a chi seppe difendere il commissario Calabresi, ucciso dalla canea urlante di giornalisti e intellettuali che uscirono moralmente distrutti dalla firma a un infame manifesto di Camilla Cederna, che ebbe l’ardire di scrivere contro Tortora imputato, mentre contribuì ad armare la mano degli assassini di Calabresi. È il Tortora che affrontò i giudici a testa alta, come quando venne arrestato in diretta televisiva e ammanettato in modo incompatibile con un paese civile. La trasmissione, per pietà, non cita il PLI di Zanone che abbandonò il liberale Tortora nelle grinfie dei suoi accusatori, dimenticando la presunzione di innocenza sancita dalla Costituzione e le basi stesse della civiltà giuridica liberale, che venne invece difesa da Marco Pannella e dai radicali. Lo conobbi da liberale quando Enzo era consigliere nazionale di un PLI ormai solo preoccupato di tornare al governo, e lo rividi quando si candidò al Parlamento europeo, nel quale venne eletto nelle liste radicali. Condannato in modo che definire pazzesco non risulta un’esagerazione, Enzo si dimise da Strasburgo, rinunciando all’immunità parlamentare per difendersi nel processo. La sua vicenda giudiziaria, che grida ancora oggi vendetta, lo portò alla malattia e alla morte.
«Fu un gentiluomo fuori ordinanza, un uomo del Risorgimento nato in un secolo sbagliato», mi disse una volta Mario Soldati, che lo volle in un suo film oggi introvabile. Protagonista indiscussa della serata è stata la sua compagna, la senatrice Francesca Scopelliti, che ha dedicato la sua vita alla causa della giustizia nel ricordo indelebile di Enzo. Chi non avesse potuto vedere la trasmissione cerchi di recuperarla. Una parte della storia italiana è passata dal martirio non voluto di Tortora, che ebbe da un giorno all’altro la reputazione e l’onorabilità distrutte dalle accuse di pentiti destituite di ogni fondamento, come riconobbero i giudici di appello. Il sindaco di Torino Piero Fassino gli dedicò un ricordo nella toponomastica torinese che non può essere dimenticato. Il nome di Tortora avrebbe meritato di più, ma è importante che Torino lo ricordi come un cittadino esemplare dell’Italia civile.









Lo scandalo e l’arresto del principe Andrea, fratello del re d’Inghilterra, stanno scuotendo la monarchia inglese. I repubblicani inglesi hanno colto la palla al balzo per riproporre la questione istituzionale. Non darò giudizi storici sulla monarchia inglese, anche se è difficile valutarla negativamente perché ben radicata nella storia inglese. La monarchia del Regno Unito non si è mai macchiata di colpe come quella italiana, che ha ceduto al fascismo, tradendo lo Statuto e conducendo a una guerra devastante. I re e le regine inglesi hanno saputo stare al loro posto. Alcuni componenti della famiglia reale non sono stati esemplari e sicuramente molti appannaggi appaiono ingiusti e anacronistici.







Cent’anni fa moriva in esilio a Parigi il 15 febbraio 1926 Piero Gobetti a cui verranno dedicate celebrazioni sontuose, in fondo assai poco gobettiane, se consideriamo il rifiuto della retorica che caratterizzò il giovane torinese. Figlio di un droghiere di provincia trasferito a Torino, Gobetti è l’esempio di come una scuola seria possa riscattare le origini modeste ed aprire i giovani alla cultura. Questo resta il suo primo insegnamento del tutto trascurato. Certamente fu un giovane prodigioso che seppe bruciare i tempi e diventare protagonista della vita culturale fin dai tempi dell’ Università. Bruciò le tappe di una vita difficile e molto impegnata sotto il profilo etico, intellettuale e politico. Cio’ detto, è impossibile vedere in lui un pensiero compiuto e meno che mai maturo. Il suo fu e resta un pensiero in nuce, l’inizio di un percorso non privo di contraddizioni e contrasti. La morte improvvisa e precoce ha interrotto la sua storia. Dare giudizi precisi su di essa sarebbe disonesto : sia la mitizzazione acritica, sia la demolizione codarda. Gobetti era in una fase di ricerca aperto a tutte le letture possibili. Sicuramente non comprese la portata oppressiva della Rivoluzione sovietica che giudicò impropriamente liberale. Si entusiasmò delle tesi operaiste gramsciane, pur senza aderire al comunismo. Non comprese il Risorgimento che considerò “senza eroi”, seguendo Oriani e trascurando Croce. Poteva essere comprensibile ribellarsi ad un Risorgimento solo fondato sul mito sabaudo, ma il moto unitario fu tanto altro: da Cavour a Mazzini, da Garibaldi a Cattaneo, da Pisacane a Ferrari che Gobetti non fece a tempo a considerare. Seppe sacrificare la vita a nobili ideali e capì subito la portata autoritaria del fascismo di cui subì la persecuzione. Il fascismo non fu un’auto biografia della Nazione, come egli sostenne, ma fu anche la risposta reazionaria della borghesia impaurita dal biennio rosso in cui non si covò la rivoluzione, ma si manifestò l’estremismo violento già condannato da Lenin. Resta comunque una delle coscienze più alte della prima metà del Novecento. Peccato che poi la sua figura sia stata monopolizzata da un certo settarismo illiberale che ancora oggi si considera depositario unico di un pensiero complesso e, ripeto, anche contraddittorio. Diceva il gobettiano Carlo Dionisotti che l’espressione “Rivoluzione liberale“ è un ossimoro perché i rivoluzionari sono assai poco liberali e i liberali sono assai poco rivoluzionari. Una osservazione che merita di essere considerata anche oggi quando sedicenti studiosi piuttosto grossolani discettano sul giovane torinese morto cent’anni fa. Dopo un secolo occorrono distacco, autonomia critica e rifiuto delle Messe cantate, per studiare Gobetti come davvero merita, evitando le strumentalizzazioni politiche del passato e del presente. Gobetti non appartiene totalmente ai marxisti, anche se ovviamente non appartiene pienamente al mondo liberale di cui fu un esponente eretico. Pannunzio non amava Gobetti, ma Cavour e il Risorgimento. Sono liberalismi diversi, in parte contrapposti, come diceva Manlio Brosio che nella giovinezza fu seguace di Gobetti.













Giungono da tutta Italia, anche dall’estero, gli auguri per i novant’anni di Jas Gawronski, giornalista famoso, deputato europeo del Pri e poi di Forza Italia, Senatore della Repubblica che sarebbe stato giusto nominare senatore a vita. E’ uomo libero che è stato amico di Papa Wojtyla, di Giovanni Agnelli e di Silvio Berlusconi , ma ha sempre saputo mantenere la sua indipendenza di giudizio inalterata. E’ amico di Giuliano Ferrara, senza condividerne gli estremismi. E’ stato molto amico di Enzo Bettiza che lo iniziò al giornalismo e ha deciso di lasciare i suoi libri in dono alla storica Biblioteca dei Chiostri di Ravenna che ha già ricevuto quelli di Bettiza. Un gesto molto importante apprezzato dal presidente Antonio Patuelli.