SOMMARIO: Nicola Matteucci e il liberalismo come metodo – Contro Israele – Ricordi del Salone del libro: Moravia, Soldati, Bobbio – Lettere




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Dopo lunga riflessione e in base a ragionamenti storici e giuridici ho deciso di considerarmi vicino al Duca Aimone di Savoia -Aosta, vedendo in lui il capo di casa Savoia. Per me quanto la Consulta dei senatori del Regno ha deciso in merito al passaggio della continuità della Dinastia Sabauda al ramo Aosta, credo abbia un valore difficilmente discutile in termini giuridici. Ma soprattutto la storia personale del Duca Aimone, i suoi studi alla Bocconi, il suo lungo lavoro in Russia in posti di responsabilità apicale in una delle aziende italiane più importanti, l’aver svolto studi e servizio militare al collegio militare Morosini di Venezia, divenendo ufficiale di Marina come suo padre, sono per me motivo fondamentale per la mia decisione. Ho avuto il piacere di conoscerlo e di parlargli in privato quando il Principe è venuto ad incontrarmi a Torino. E’stato un bel colloquio informale, colto, se posso dirlo, amichevole. Ho notato di trovarmi di fronte ad una grande risorsa per il futuro dell’Italia. Ho letto anche delle sue interviste ed ho assistito ad una sua intervista televisiva. Egli si colloca nella scia degli Aosta: da Amedeo fratello di Vittorio Emanuele II e re di Spagna a Emanuele Filiberto comandante invitto della III Armata, al Duca degli Abruzzi, al Conte di Torino, al conte di Salemi, al Duca Amedeo, eroe dell’Amba Alagi che morì prigioniero in Africa con i suoi soldati, al Duca Aimone ammiraglio che morì in esilio, al padre di Aimone, il Duca Amedeo che seppe assumersi le sue responsabilità dinastiche in un momento di grave crisi dopo la fine dell’esilio. La figura di Aimone e’ tale perché lui riassume nella sua persona le qualità che dovrebbe avere un re. E’ simile a re Carlo d’Inghilterra con cui e’ anche imparentato. Non ama le sfilate delle guardie di cui altri si circondano e che a volte sono personaggi un po’ patetici. Segue una linea di sobrietà e di serietà che fu una virtù tutta piemontese dei Savoia regnanti e dell’ultimo Re Umberto II, che va ricordato con lo stile che egli seppe manifestare anche durante i lunghi anni di esilio. Aimone rappresenta una certa idea di storia italiana che anche i repubblicani possono apprezzare perché fondata su dati reali e verificabili, privi di retorica e di arroganza. Il mio amico Enrico Martini Mauri, capo delle divisioni alpine azzurre nella lotta di Liberazione e medaglia d’oro al Valor Militare, avrebbe apprezzato Aimone come soldato e come uomo. Ricordo che come storico sono stato due volte l’oratore ufficiale che ha ricordato Umberto II a Torino e a Racconigi.
Ascoltando i tg e leggendo i giornali, oltre alle dichiarazioni di molti politici e intellettuali, la strage di Modena sembra avere mille cause. L’attentatore di seconda generazione è passato in secondo piano. E’ la vecchia, stantia vulgata volta a socializzare i fatti che non sono in primis responsabilità personale degli individui, ma riflessi di una società inadeguata e incapace di prevenire le deviazioni. E’ roba vecchia quella del Naturalismo francese di Zola che non venne ripreso neppure dal Verismo verghiano. Siamo tutti immersi nella brodaglia della sociologia, siamo ancora fermi alla “sbornia sociologica“ denunciata da Francesco Compagna prima del ‘68 e che fu il preludio della contestazione. Attribuire ogni colpa alla società significa mitigare le responsabilità se non assolvere chi commette reati . “Tout comprendre, tout pardonner” di Tolstoj può portare ad aberranti conclusioni perdoniste. Gli unici veri responsabili di reati appaiono oggi in Italia i mafiosi. Anche per i terroristi sì è trovata la strada della clemenza se non del perdono.
Il processo a Vittorio Emanuele III promosso a Torino dal centro studi “ Vittorio Emanuele Orlando “ha rappresentato un tentativo di riaprire il caso del terzo re d’Italia anche lui “bestemmiato e pianto”, come diceva Carducci di Carlo Alberto.
Molti anni fa, mi riferisco agli Sessanta del secolo scorso, si favoleggiava di un diario o memoriale di Vittorio Emanuele che ,quando fosse stato reso pubblico, avrebbe potuto rappresentare le ragioni del re che avrebbero potuto anche modificare certi giudizi negativi sul suo operato. Di questo memoriale non ho mai più sentito parlare neppure dopo la morte di Umberto II. Ritengo quindi che questa preziosa testimonianza storica fosse inesistente o sia stata distrutta, anche se Francesco Perfetti scrisse sul diario del re. Memoriale e diario furono cose differenti, il primo venne scritto nell’esilio volontario in Egitto e di questo si sono perse le tracce.
Chi voglia ricostruire storicamente la figura del re ha a sua disposizione più libri apologetici, che libri contrari che non hanno mai focalizzato la figura di Vittorio Emanuele sul cui giudizio storico si sono espressi in tanti ,ma scrivendo libri specifici sugli accadimenti storici del suo lungo regno: dall’età giolittiana alla Grande guerra, dalla marcia su Roma al delitto Matteotti ,dalle leggi razziali alla seconda guerra mondiale, dall’8 settembre al regno del Sud ,per non parlare delle guerre coloniali. Tutti temi controversi, come si può notare.
I testi apologetici sul re sono stati opera di Gioacchino Volpe, Alberto Bergamini, Carlo Delcroix, Nino Bolla, Piero Operti, Nino Consiglio, Aldo Mola. Trascuro i titoli giornalistici che non hanno valore storico. Non ricordo il nome di uno studioso di parte repubblicana che si sia dedicato al re, forse perché è ritenuto non meritevole di una biografia.
Andrebbero altresì citate le interviste rilasciate da Umberto II nei decenni dell’ esilio durante i quali l’ultimo sovrano difese sempre l’operato del padre, dimostrando come la venerazione affettuosa del figlio fosse superiore ad ogni tentativo di storicizzazione.

Nino Bolla intitolò un suo libro “Processo alla Monarchia“ e quindi l’idea torinese ha illustri precedenti proprio nel campo monarchico. Bolla tentò un processo di tipo storico, anche se non aveva le qualità e la documentazione necessaria per farlo.
Salvatore Sfrecola, giurista e storico, ha promosso l’idea di un processo in termini giuridici. Al processo intentato a re Vittorio si può solo obiettare che un processo di tipo giudiziario non coincide con quello storico. Luigi Firpo insisteva nel sostenere che i giuristi non possono essere degli storici ,anche se lui stesso era laureato in Giurisprudenza.
Ciò che è legale giuridicamente – diceva- non è detto che sia produttivo in termini storici. Le scelte politiche infatti si giudicano dai risultati ottenuti, perché l’albero si valuta dai frutti che porta, affermava Firpo. Questo in effetti è l’unico modo non ideologico di confrontarsi con il passato. Pertanto andrebbe evitata a priori la pregiudiziale monarchica o repubblicana, anche affrontando il tema del re. L’esempio di Benedetto Croce che fu monarchico ,ma criticò il re per le sue responsabilità nei confronti del fascismo va considerato.
Stando alle conclusioni a cui è giunto il giudice torinese, il re è stato assolto per l’ingresso nella prima guerra mondiale perché, stando allo Statuto, era di sua stretta competenza dichiarare la guerra che venne ratificata dal Parlamento. Anche la segretezza dei Patti di Londra con gli alleati è stata quindi considerata legittima. Ciò non significa però valutare quella guerra in termini storicamente positivi. Forse l’Italia non poteva sottrarsi ma la guerra in sé distrusse i risultati raggiunti con Giolitti nei quindici anni precedenti e germinò tensioni sociali talmente forti da mandare in crisi lo Stato liberale. Anche la designazione a Presidente del Consiglio di Mussolini nel 1922 è stata considerata legittima dal giudice perché il governo Facta dimissionario non poteva proclamare lo stato d’assedio voluto dal ministro della guerra Soleri per fermare la Marcia su Roma. Ma lo storico deve guardare anche alle conseguenze di quella scelta, anch’essa avallata dal Parlamento .Filippo Turati in esilio scrisse: “Abbiamo consegnato noi l’Italia al fascismo“. Chiamare in causa il solo Vittorio Emanuele era un grave errore che alcuni storici hanno corretto. Le conseguenze si videro negli anni successivi a partire dal delitto Matteotti di fronte al quale il re non ritenne di dover prendere posizione, malgrado l’Aventino.
Il giudice torinese condanna invece all’ergastolo il re per la firma delle leggi razziali : difficile dargli torto perché il discorso secondo cui il re non poteva non firmare crea alibi storici non accettabili in quanto il disconoscimento della deriva razziale del regime non era cosa di routine e disconosceva il rapporto storico con gli Ebrei dal Risorgimento in poi. Chi parla di un voto favorevole del Parlamento non considera che la Camera dei fasci e delle corporazioni non era un libero Parlamento, come anche il Senato che era ampiamente fascistizzato nel 1938. Questo è un esempio di formalismo giudico travolto dalle ragioni della storia.
De Felice ha scritto una storia sugli ebrei in Italia che resta una testimonianza conclusiva, ammesso che nella ricerca storica si possa parlare di ricerche conclusive in particolare per il caposcuola del revisionismo.
Infine il giudice ha amnistiato il re (forse andava assolto almeno per insufficienza di prove) per l’ 8 settembre e la “fuga di Pescara“.Le massime responsabilità storiche dell’8 settembre furono di Badoglio che nei 45 giorni dopo il 25 luglio 1943 non seppe agire in modo adeguato. L’8 settembre Roma non era più difendibile e il trasferimento veloce del re e del governo fu indispensabile per garantire, sia pure fortunosamente, la continuità dello Stato. Dal regno del Sud, di cui scrisse Agostino degli Espinosa, rinacque l’esercito italiano dopo lo sbandamento imputabile soprattutto a Badoglio e agli Stati Maggiori che lasciarono senza ordini truppe sparpagliate nei diversi territori di guerra. Ciò che accadde a Cefalonia resta come una macchia indelebile. Sarebbe interessante se Sfrecola organizzasse un processo a Badoglio a partire dalla Grande Guerra.
Poi, oltre ai temi affrontati nel processo, andrebbe anche messa in discussione la tardiva abdicazione del re il 9 maggio 1946 che non consentì al nuovo re Umberto II, già luogotenente generale del Regno, di affrontare il referendum in modo più adeguato. E’ una questione solo politica, ma certo pesò sulle sorti della monarchia sabauda.
Comunque il processo di Torino ha smosso le acque e c’è da augurarsi che in futuro ci sia uno storico che voglia affrontare la vita di questo re. La storia non è mai giustiziera, diceva Croce e anche per re Vittorio deve valere questo principio. Perfino il trasferimento della sua salma da Alessandria d’Egitto a Vicoforte qualche anno fa suscitò polemiche ma, ad ottant’anni anni dal referendum istituzionale, sarebbe bene voltare pagina e storicizzare anche il piccolo re.





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L’adunata degli Alpini a Genova si è chiusa senza polemiche e la sindaca Salis si è ricreduta e ha espresso parole di elogio per l’incontro degli Alpini con la città. Rispetto ai maranza e ai proPal, per non dire dei centri sociali, la sfilata ordinata di 90mila Alpini rappresenta un’altra Italia che si ispira a valori ideali che oggi molti giovani, e non solo loro, ritengono sorpassati.




,dal secondo al quarto anno? A me sembra un’idea condivisibile. Prof. Anna De Giulio



Umberto di Savoia, principe di Piemonte, in seguito all’abdicazione del padre Vittorio Emanuele III, salì al trono il 9 maggio di 80 anni fa. Era luogotenente generale del Re ed aveva già di fatto esercitato le funzioni sovrane dalla Liberazione di Roma del 4 giugno 1944. Resta un dileggio gratuito e antistorico definirlo “re di maggio” perché Umberto II solo formalmente regnò poco più di un mese, essendo partito per l’esilio il 13 giugno 1946.
IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

L’iniziativa di una targa in piazza Navona a Roma in ricordo di Marco Pannella nel decennale della sua morte rischia di essere bloccata dal voto di un condominio che non ha dato l’autorizzazione. Le ragioni storiche ci sono tutte perché piazza Navona è stata il luogo-principe delle battaglie di Pannella che riusciva a riempirla come i comunisti in piazza San Giovanni. Il voto contrario può essere discutibile, ma ha un precedente illustre proprio a Roma quando nel 2010 per il centenario della nascita di Mario Pannunzio il Centro che ne porta il nome, aveva proposto con adeguato anticipo e a sue spese una lapide sull’edificio in via Campo Marzio che fu la prima sede del settimanale “Il mondo”. Fu facile ottenere il placet della Sovrintendenza che approvò anche il testo. Tutto sembrava pronto, ma la Confraternita dei Piceni proprietaria del palazzo negò il consenso. Allora si spese Antonio Ricci con “ Striscia la notizia” (che dedicò un ampio servizio) e Massimo Gramellini che scrisse un “Buongiorno” su “La stampa“. Si mosse anche il prefetto di Ascoli Piceno ma la confraternita fu irremovibile.
Dopo un anno capii che l’ostilità era forse dovuta alla contesa per il centenario di Pannunzio e che fu un colpo basso sferrato indirettamente da chi, senza essersi interessato in passato di Pannunzio, pensò di monopolizzare il centenario, escludendo il Centro di Torino nato all’indomani della morte di Pannunzio. Una brutta pagina che rivelò il peggio del mondo laico-liberale e le sue meschinità. L’unico che uscì a testa alta fu il ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi.
In quella occasione Pannella fu dalla parte del Centro “Pannunzio” senza esitazioni.
Ma non è solo per questo motivo che il Centro “Pannunzio” si è schierato per la targa a Pannella. Gli umori di un condominio non potranno fermare il progetto perché piazza Navona è grande e ci sono altri palazzi. Allora noi trovammo l’indifferenza del sindaco Alemanno, chissà se il sindaco attuale di Roma non si attivi per rendere il dovuto omaggio a Pannella. Ci sarebbe in sospeso dal 2010 anche Pannunzio e forse Roma non dovrebbe limitarsi ad una targa per ricordare degnamente Pannella. La prescritta scadenza dei dieci anni consente anche l’intitolazione di una via o di una piazza. Torino non ha atteso i dieci anni e gli intitolato la passeggiata di corso Siccardi. Merito soprattutto dell’associazione “Pannella” e del suo presidente Sergio Rovasio.




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