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Cosa accadde il 17 marzo 1861

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il prof. Quaglieni

Il 17 marzo è la giornata dell’ Unità nazionale, della bandiera e della Costituzione, una festività un po’ confusa che mescola realtà differenti e che non ha mai avuto seguito neppure nelle scuole.

E’ certo importante evitare di ridurre al 25 aprile e al 2 giugno le festività nazionali, ma in realtà la festa dell’Unità nazionale è il 4 novembre, quando con Trento e Trieste si completò il Risorgimento. Il 17 marzo 1861 non si realizzò l’ Unità nazionale perché mancavano ancora  il Veneto e Roma capitale,ma  nacque il Regno d’ Italia o, se non vi piace il Regno, l’idea di Nazione, formatasi nei secoli, divenne Stato unitario.

Croce parlò di “Sorgimento” come un unicum nella storia italiana. “La giornata della Costituzione non c’entra nulla, anche se la Costituzione repubblicana fu un approdo importantissimo e resta la nostra magna charta.

Approfittando degli studiati silenzi attorno al 17 marzo il principe Emanuele Filiberto ne ha approfittato per rivendicare a Casa Savoia il merito esclusivo del Risorgimento. Il Principe, prima di avventurarsi nelle sabbie mobili della storia  dovrebbe studiarla. Suo padre Vittorio Emanuele mi disse una volta che sarebbe venuto volentieri a sentire le mie lezioni. Troppo onore. Non pretendo tanto dall’attuale  principe molto  autoreferenziale, ma a distanza lo invito a studiare l’opera immensa e decisiva del Conte di Cavour a cui si deve lo Stato unitario del 1861. Certo Vittorio Emanuele II ebbe un ruolo importante.  La Casa Savoia ebbe il merito con Carlo Alberto di porsi alla guida del movimento nazionale, ma  affermare l’esclusiva della Casa Savoia  rivela una  ignoranza storica che avrebbe fatto arrossire Umberto II che nel 1961 scrisse uno storico messaggio che rivelò la statura dell’ultimo re d’Italia.

Ieri, parlando di questi temi, ho cercato, insieme a Barbara Ronchi della Rocca, di rinverdire la memoria storica del Risorgimento che ebbe al centro Cavour e Mazzini : il realismo e l’utopia.  Ambedue importanti a forgiare la Nazione italiana.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Il referendum al bivio –  Il libro su Giulio Cesare di  Alberto Angela – Occhetto – Io sto con Buttafuoco – Un esempio unico – Lettere

Il referendum al bivio
Il referendum è uno strumento prezioso di democrazia. I Costituenti lo Inserirono nella Costituzione come via legittima per le modifiche costituzionali che non  avessero i due terzi del voto parlamentar, un obiettivo non raggiungibile facilmente. Oggi  del referendum si fa un uso politico strumentale in cui tutti dicono la loro, trasformandolo  in un referendum pro o contro Meloni. Sicuramente ci sono stati gravi  errori di alcuni Ministri che si sono gettati nella mischia in modo inopportuno, ma ci sono anche esponenti politici  di opposizione che, senza competenze giuridiche di nessun tipo, demonizzano il Governo per tentare di mandarlo a casa a furor di popolo.
Una cosa simile accadde con Renzi che si buttò anima e corpo nel referendum costituzionale che fu la sua fine politica. Lo schieramento contro Meloni è molto simile a quello antirenziano. Sarebbe il caso di “tornare a bomba”, come diceva Bertrando Spaventa, insigne statista del passato. Tornare cioè a discutere se votare SI’ o NO  in base al quesito referendario. Questa sarebbe maturità democratica come lo è anche la partecipazione al voto, che è un diritto e un dovere.
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 Il libro su Giulio Cesare di  Alberto Angela
Alberto Angela ha pubblicato un libro di successo su Giulio Cesare e “la conquista della eternità”. Interessato da sempre alla figura di Cesare anche perché io stesso studioso del Cesarismo moderno, ho letto volentieri il libro, ben sapendo che Angela non è la storica Cracco Ruggini, ma un  semplice divulgatore. Ho letto il poderoso volume che a Natale era andato  esaurito nelle librerie, ma sono rimasto deluso perché esso si chiude con la conquista delle Gallie. La figura di Cesare  protagonista della guerra civile e della vittoria su Pompeo non viene affrontata nel libro. E neppure la storia degli oppositori di Cesare e dei suoi sicari.
Non parlare di Cesare che conquista il potere è un limite colossale in termini storiografici, a meno che Angela si riservi un secondo volume non annunciato. Il fenomeno storico del Cesarismo, che al dittatore romano si ispira(pensiamo, ad esempio, a Napoleone) non è neppure ipotizzato. Non si comprende perché Angela non abbia ridotto i particolari, a volte inutili, delle campagne galliche e abbia ignorato Cesare protagonista  della politica a Roma che pose fine alla Repubblica e divenne un  modello per l’autoritarismo successivo  a cui lo stesso Mussolini si ispirò. Cesare fu un autocrate carismatico a cui alcuni politici di oggi guardano senza sapere che cosa sia il Cesarismo perché sono piuttosto  ignoranti. Trump è un esempio classico. Ma Trump ama fare le guerre, senza saperle condurre e gestire come dimostrò di saper fare Cesare in Gallia e nella guerra civile. Fermarsi al Rubicone, come fa Angela, appare una scelta non spiegabile  che impedisce una adeguata conoscenza del condottiero e politico romano.
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Occhetto
Achille Occhetto ha compiuto 90 anni , ma quasi nessuno ha ricordato il suo compleanno. Ho letto la voce che lo riguarda  su Wikipedia ed ho notato con stupore  un curriculum che non corrisponde al vero. Si parla di un Ochetto con decenni di anticipo antisovietico, addirittura contrario all’invasione sovietica dell’Ungheria.
Bisogna dar atto ad Occhetto di aver posto  fine al PCI. Una scelta sicuramente importante, ma arrivata dopo la caduta del Muro di Berlino. Se Occhetto fosse stato davvero antisovietico, avrebbe dovuto trarre delle conclusioni sul Comunismo reale prima e non dopo il crollo del Muro. Dopo la fine della sua segreteria del PDS Occhetto si alleò  con Di Pietro. Suo compagno di strada fu un sovietico impenitente, quel Giulietto Chiesa che continuò a sentirsi un  comunista  orgoglioso. Occhetto si è rivelato non un leader , ma poco più che un funzionario di partito. Al confronto era tanto meglio di lui Togliatti, non a caso il Migliore.
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Io sto con Buttafuoco
Pietrangelo Buttafuoco è un vero intellettuale e uno scrittore di talento. Mi legano a lui il ricordo di Carlo Delcroix che diventa anche  protagonista di un suo romanzo. Nella polemica con il ministro Giuli sto dalla parte di Buttafuoco perché quest’ultimo difende una biennale di Venezia  libera da pregiudiziali politiche che debbono restare lontane dagli eventi culturali. Venezia è sempre stata un  crocevia di culture diverse e tale deve restare. Persino Trump invita ì calciatori iraniani negli USA! Gli accanimenti sono sempre insensati.
E il presidente Buttafuoco ancora una volta dimostra equilibrio. Bruciare i libri di Dostojeski o di Toltstoi appartiene a sub culture molto pericolose che vanno rifiutate totalmente  sempre. La Biennale non può escludere a priori nessuno. Questo è un elementare principio liberale. Neppure i nemici della libertà.
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Un esempio unico
Il dottor Paolo Damilano è stato candidato sindaco a Torino ed è il primo escluso al Parlamento europeo, ma è soprattutto un grande imprenditore che ha esteso il campo d’azione della sua  famiglia  in ambiti gastronomici di nicchia come il ristorante “Gramsci” (un nome di per sé  non attrattivo, anche se prende il nome dalla via, perché  Gramsci evoca tutto, salvo la convivialità spensierata che si cerca a tavola).
Damilano ha subito un furto con scasso allo storico caffè Zucca che ha fatto rinascere per la gioia dei torinesi che sanno cosa era Torino fino agli Anni 70/80: il Cucolo in via Roma, il Gran Giardino a Torino esposizioni, la Vecchia Lanterna in corso Re Umberto, i Due Lampioni in via Carlo Alberto, il Ferrero in corso Vittorio. Damilano è un benemerito della difesa della tradizione subalpina anche con il pastificio De Filippis che tiene alto il nome del corridore ciclista  e pastaio eccelso. Damilano, dicevo, ha avuto un furto che è finito sui giornali. Pur rincresciuto del danno, ha ricordato la drammatica insicurezza delle periferie torinesi. Un esempio unico di uomo pubblico –  èconsigliere comunale in carica –  che sa anteporre gli interessi della città a quelli suoi personali.
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Pannella
Ho letto il Suo pezzo sui referendum e su Pannella. Ha messo bene in evidenza l’equilibrio con cui Pannella affrontò il confronto. Io voglio ricordare la legge “Fortuna – Baslini”, una legge saggia  per un divorzio responsabile “non all’americana”, come si disse allora. C’erano 5 anni tra la separazione legale e il divorzio un limite che poi venne eliminato. Io usufruii della Legge e divorziai. I cinque anni mi parevano assurdi. Con il senno di poi devo riconoscere che quell’intervallo mi evitò almeno due matrimoni che sarebbero stati fallimentari. E vissi anche una nuova giovinezza libera che mi  ripagò di un matrimonio troppo precoce.  N. A.
Pubblico volentieri la lettera. I legislatori di allora erano avveduti. Chi volle far coincidere la separazione con il divorzio  fece una scelta che poteva anche essere logica perché i  cinque anni erano un’ intrusione nella vita privata discutibile. Ma il divorzio immediato ha portato a prendere sotto gamba il matrimonio. Oggi comunque è tutto superato perché i giovani convivono senza sposarsiUna scelta libera che spiega anche l’inverno demografico.  Si tratta di problemi difficili che meriterebbero una riflessione adeguata. Il calo dei matrimoni anche civili e il calo dei figli  sono due dati su cui bisognerebbe riflettere.
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La capo gabinetto
La capo gabinetto del ministro Nordio deve tacere e non può rilasciare dichiarazioni più o meno avventate  sul referendum. E’ inacettabile.  Vittorio Giulio Olivetti
Concordo con Lei. Nordio dovrebbe rimuoverla dal posto occupato. L’ imparzialità  della pubblica amministrazione è un un obbligo costituzionale.
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Minacce ai giornali
Le minacce del procuratore Gratteri (dopo il referendum faremo i conti)  appaiono surreali, inquisitorie. Se vere, sono molto preoccupanti del clima che stanno creando. Giuseppe Giglio
Condivido. Il procuratore di Napoli, come quello di  Vercelli , di Cuneo , di Canicattì dovrebbero avere atteggiamenti conformi al ruolo che ricoprono. Danno in pasto all’opinione pubblica un’idea sbagliata della Magistratura che in larghissima parte è diversa da Gratteri e anche da Palamara . La politica deve restare fuori dalle Aule di Giustizia.
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Un Piemonte scomparso
La seguo nella Sua rubrica da quando venne con Lorenzo Mondo a ricordare a Leini’ Carlo Casalegno nel centenario della nascita. Vorrei condividere con lei due ricordi: il ristorante “Scudo di Savoia” del prof. Bigio  mitico vicepreside dell’ istituto alberghiero di Torino. Era un apparente  modesto locale con una cucina però  davvero eccellente e di altissima qualità. E’ chiuso ormai da molti anni ed è un peccato perché in paese e nei dintorni non c’è più nulla di simile.Vorrei inoltre ricordare il suo amico Maurizio Corgnati (su cui lei scrisse un bellissimo ricordo) che curiosamente  pubblicizzava su una Tv privata una celebre – allora – macelleria. Il famoso  regista marito di Milva era anche un buongustaio, amico di Mario Soldati. Un Piemonte scomparso.  Gino Accati
Ha ragione: un Piemonte scomparso che i giovani non  immaginano neppure. Ricordo il grande Bigio con i suoi baffi. Il locale era pubblicizzato anche al cinema. La qualità della sua cucina altissima. Una volta invitai il cav. del lavoro Aldo  Bugnone che aveva la fabbrica a  Volpiano. Il grande imprenditore divenne un cliente abituale di Bigio. Senza il  suo proprietario il locale decadde in modo irrimediabile. Mi fa piacere che ricordi anche  Corgnati amico di Mario Soldati con cui giocava a scopa. Averlo conosciuto è stato  per me un  grande piacere. Era un uomo colto, aveva anche scritto un bel libro su Cavour, scegliendo l’editore sbagliato che non consentì al libro di decollare.  Il ricordare Cavour non è fuori luogo. Era il Piemonte del Risorgimento che riviveva anche a tavola. Non distante c è Agliè con il Castello dei Duchi di Genova  e la villa di Gozzano. Vicino ad Aglié c’è Cuceglio dove c’era un ottimo e rinomato ristorante.  Anche qui un altro mondo  finito. Spero non per sempre, anche se, come diceva mio padre, “non ho fiducia nei giovani d’oggi”. Spero ovviamente di sbagliare e attendo le prove contrarie al mio pessimismo.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: I 150 anni del “Corriere” e la crisi de “La Stampa” – Gli psicologi e la violenza sessuale – I formidabili Anni 50 – Lettere

I 150 anni del “Corriere” e la crisi de “La Stampa”
Sembra una coincidenza inopportuna quella di festeggiare “Il Corriere della sera“ in un momento difficile per “La Stampa” dovuto ad un editore che si è rivelato indegno di Frassati e di Agnelli e di Giovanni Giovannini. Il “Corriere“ ha avuto anche lui momenti difficili, ma Cairo al timone e dei buoni direttori hanno consentito al giornale di essere oggi il principale quotidiano italiano  come lo fu per tanti decenni in passato, a partire dal grande Albertini. “La stampa” deve le sue difficoltà anche ad un direttore come Giannini che ha spostato l’asse politico del quotidiano in modo del tutto sbagliato e repentino. Oggi il quotidiano di via Lugano con Malaguti direttore ha recuperato in termini di equilibrio e anche di lettori.
Ha una cronaca torinese fatta con cura e attenzione per la Città nelle sue diverse realtà. Stiamo tornando ai tempi di Ferruccio Borio. Oggi chi ama il pluralismo deve stare con i giornalisti, gli impiegati e i tipografi de “La Stampa“, abbindolati da un editore  che ha letteralmente distrutto il nome di Giovanni Agnelli per ciò che l’avvocato ha rappresentato anche nel campo dell’informazione. Abbandonare il giornale, vendendolo a chi gli dà più soldi è come considerare un giornale un quintale di patat . Una vergogna destinata a restare nella storia della città, della cultura e del giornalismo.
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Gli psicologi e la violenza sessuale
Gli psicologi, una categoria che non gode della mia stima perché la psicologia non è una  vera scienza, ritengono che solo il “consenso libero e attuale“ garantisca che non si tratti di stupro. Gli psicologi che dovrebbero capire gli aspetti intimi e psicologici appunto della sessualità, sdottoreggiano come fossero dei giuristi.
violenza domestica
La violenza sessuale va sempre combattuta con assoluta fermezza, ma con strumenti legislativi chiari che non lascino i margini interpretativi del  “consenso libero e attuale“ che può portare a condanne ingiuste o a sentenze facilmente appellabili. La formula “volontà contraria all’atto sessuale“ proposta in Senato risponde di più alla necessità di chiarezza e di realismo che sono le basi di una vera giustizia. Il giustizialismo è l’esatto contrario della Giustizia. Mi sto occupando in termini storici di Sibilla Aleramo, una femminista  d’avanguardia che ebbe molti amanti. Chissà cosa direbbe di certe femministe di oggi?
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I formidabili Anni 50
Sono tornato da Stratta in piazza San Carlo. Da bambino, dopo essere usciti dalla Messa a Santa Cristina, mio Padre ci portava a comprare le paste da Stratta tutte le domeniche. Era un rito nel rito. Andavamo in piazza San Carlo con un ‘Aurelia  fiammante che parcheggiavamo in piazza.  Le macchine parcheggiate erano poche. Davvero un altro mondo.
Sono tornato da Stratta e ho preso il loro classico bitter, un panino dolce imbottito di spuma di prosciutto – una squisitezza –  ed ho comprato un po’ delle loro pastiglie di zucchero multicolori. Prelibatezze davvero uniche. Uscendo, ho pensato alla guerra in Iran e alle follie di Trump e ho pensato con nostalgia agli Anni Cinquanta. C’è chi li definì oscuri, invece erano luminosi e pacifici. Resiste solo Stratta che era imparentato con Saragat e che continua a diffondere dolcezza.
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Quando c’era il re
Mi sono trasferito dopo la pensione in Portogallo in un paese non distante da Cascais dove visse in esilio l’ultimo re d’Italia Umberto II. Ho avuto in dono queste tre fotografie che ritraggono villa Italia quando era abitata da Umberto  e lo stato di abbandono della villa successiva alla morte del re  e all’incuria  indecente degli eredi.  Aggiungo un’ istantanea del Re a Cascais. Adesso Villa Italia è un hotel dal nome suggestivo e forse un po’ troppo irridente: Grande Real Villa Italia  a 5 stelle. Fu per anni in stato di   abbandono, oggi la villa è rinata a nuova vita, ma è irriconoscibile.
Le scrivo perché lei ebbe il merito in passato di proporre che all’hotel Principe di Piemonte di Viareggio venisse apposta una fotografia di Umberto che fu Principe di Piemonte. E’ strano che gli eredi Savoia attuali trascurino il passato e rivendichino un futuro che non ci sarà.   E voglio anche protestare indignato – anche a nome della piccola comunità italiana portoghese –  per la vendita all’asta a Ginevra  delle storiche onorificenze che appartennero ad Umberto II.   Felice Sanfelice
Ringrazio per il pensiero gentile. Io non aggiungo altro alle sue parole. Ricordo con nostalgia,  quando nel 1961 mio Padre mi portò a Villa Italia a Cascais. Era il centenario dell’Unita’ d’Italia. Umberto era un grande uomo e un re che avrebbe regnato con dignità. Parti’ per evitare una guerra civile .Nel 1964 mio Padre mi portò al matrimonio del Duca d’Aosta Amedeo di Savoia, altra grande  figura.

Il ladruncolo informatico
Ho chiamato un tecnico non italiano per farmi vedere il pc. Si tratta di un mago nel suo campo, ma è stato anche un mago nel far sparire e portarsi a casa oggetti di valore che erano vicini al pc. Mi sono sentito tradito. Al ragazzo mi sentivo affezionato. Ma è mai possibile che noi anziani dobbiamo subire questi arbitrii senza fiatare, temendo altre ritorsioni? Questa è violenza vigliacca. Lettera firmata
Non subisca altri arbitrii  e violenze e denunci ai Carabinieri il furto in casa che è cosa ancora più indegna dello scippo in strada. Magari lo rispediscono nel suo paese, impedendogli di  continuare a nuocere.
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Legge elettorale sbagliata
Ho letto cosa ha scritto sulla nuova legge elettorale. Concordo sul fatto che il premio di maggioranza al 40 per cento è troppo basso specie se si tiene conto della bassa affluenza al voto. La legge truffa prevedeva nel 1953 il premio a chi avesse avuto il 51 per cento dei voti. Inoltre è sbagliato togliere i collegi uninominali e non prevedere le preferenze nel proporzionale. Una legge dove ha messo mano Calderoli non può essere una buona legge . Così come è, potrebbe far vincere il campo largo.   Vittorio Enzo  Laguzzi
Concordo con Lei. I legislatori della destra non eccellono . E non eccellono neppure quelli di sinistra. Un governo che vive sui decreti legge da molte legislature ha snaturato il potere legislativo del Parlamento che non scrive più leggi , ma pigia bottoni . Aveva ragione la presidente del senato Casellati.

Riflessioni impaurite sulla guerra

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

La guerra all’Iran suscita forti perplessità e può far pensare che Trump sia  incapace di una strategia internazionale che sicuramente c’era quando si parlava di imperialismo americano, dimenticando quello russo. Oggi i due imperialismi  sono risorti in nuove forme. Gli Stati Uniti non perseguono più la Causa dell’Occidente anche se gli slogan possono portare a pensarlo ma scopi americani in senso stretto e miope. L’imperialismo russo ha ripreso vigore dopo il crollo sovietico, manifestandosi anche come erede della Grande Madre Russia degli Zar. Si dice, e sicuramente è vero, che l’ordine internazionale è sconvolto e che il diritto internazionale è stato calpestato. Peccato che alcuni si dimostrino difensori dell’ordine internazionale a corrente alternata.

La pace resta l’obiettivo prioritario di ogni civiltà non fondata sul dominio della guerra. I regimi democratici, di norma, si fondano sulla pace e perseguono la pace , ma non sono di per sé pacifisti. Quelli che citano solo le prime parole dell’articolo 11 della Costituzione, oltre a falsare il senso dell’articolo, sono eredi di quei “partigiani della pace” pronti a schierarsi con l’Urss in ogni circostanza in modo aprioristico.

Benedetto Croce

 

La guerra – diceva Croce – è un dato ineludibile della storia, ma certo questa constatazione terribile non significa giustificare la guerra che deve restare l’extrema ratio, ammesso che il ricorso alla forza abbia una ratio. In non tanti casi ha una giustificazione  politica, ma il ricorso alla guerra è uno dei dati più longevi e comuni della storia dell’umanità. Spesso la guerra viene giustificata da una frase erroneamente attribuita a Machiavelli: il fine giustifica i mezzi. Nella guerra del ‘900 e del nuovo secolo il discorso è inquinato dalle vittime civili coinvolte , dalle città distrutte, da uno stravolgimento che rende interi Nazioni territori di guerra. E ciò a prescindere dalle guerre nucleari e dai pericoli rappresentati da bombardamenti che colpiscano siti nucleari, provocando conseguenze devastanti. Mi stupisco, leggendo o ascoltando  i commentatori che parlano della guerra con una  vivace freddezza che non è lucidità,  ma esigenza spettacolare di intrattenimento  televisivo e di propaganda politica. Di fronte alla crisi iraniana, per usare un termine che si rivela assolutamente  inadeguato, appare ancora più evidente la pochezza di tanti politici italiani ed europei  e non solo loro, ovviamente. E’ possibile giustificare i mezzi brutali adottati nella guerra attuale  in nome di un fine?

Innanzi tutto i fini di Trump non sono affatto chiari, ma soprattutto viene spontaneo domandarsi chi possa giustificare i fini. Non esistono autorità in grado di stabilirlo. L’Onu è finita miseramente e il Papa è un’autorità morale e religiosa. A volte però  ribaltare il discorso aiuta a capire o tentare di capire. Oggi non possiamo illuderci di poter prevedere nulla. I vecchi generali in pensione reclutati in veste di commentatori sono penosi come i politici che si muovono in modo maldestro e goffo. Dei provinciali nati e cresciuti in paesi e cittadine non  sono in grado di capire. Alcuni non sono riusciti neppure a laurearsi , anche se una laurea oggi non basta… Liberare l’Iran dal regime oppressivo che lo domina dal 1979 potrebbe essere un fine lecito . Difendere Israele può essere un altro fine condivisibile. Ma fare un deserto e chiamarlo pace è cosa molto diversa. E’ realtà  vecchia che vedeva perfino Tacito che apparteneva ad un popolo guerriero ed era un realista che ispirò dopo secoli il Tacitismo. I costi umani della guerra quasi mai possono essere giustificabili e la diplomazia resta la via da seguire. Ma purtroppo il Conte di Cavour non ha avuto eredi. E neppure Kissinger. Le mie riflessioni di oggi sono impaurite e provvisorie. Impaurite perché sono nato e vissuto in periodo di pace e non so come si viva o si muoia in periodo di guerra. E impaurite anche per la piccolezza degli uomini: ha ragione Trump quando dice che  i  Churchill non ci sono più.

Enzo Tortora, storia di un gentiluomo fuori ordinanza

IL COMMENTO Di Pier Franco Quaglieni

Pier Franco Quaglieni

Spesso la rete “Nove” propone programmi che non mi piacciono o che addirittura ritengo totalmente di parte e quindi improponibili. Ma ieri sera la “Nove” ha offerto una serata entusiasmante e commovente che ha rievocato Enzo Tortora. Una trasmissione storica, destinata a restare, che costringerà a riflettere inevitabilmente anche sul prossimo referendum, anche se accostare la serata alle polemiche spicciole di Gratteri sarebbe un sacrilegio.

In essa risalta l’uomo di straordinario livello morale e di grande coraggio intellettuale, umano e civile. L’uomo televisivo diventa quasi secondario rispetto a chi seppe difendere il commissario Calabresi, ucciso dalla canea urlante di giornalisti e intellettuali che uscirono moralmente distrutti dalla firma a un infame manifesto di Camilla Cederna, che ebbe l’ardire di scrivere contro Tortora imputato, mentre contribuì ad armare la mano degli assassini di Calabresi. È il Tortora che affrontò i giudici a testa alta, come quando venne arrestato in diretta televisiva e ammanettato in modo incompatibile con un paese civile. La trasmissione, per pietà, non cita il PLI di Zanone che abbandonò il liberale Tortora nelle grinfie dei suoi accusatori, dimenticando la presunzione di innocenza sancita dalla Costituzione e le basi stesse della civiltà giuridica liberale, che venne invece difesa da Marco Pannella e dai radicali. Lo conobbi da liberale quando Enzo era consigliere nazionale di un PLI ormai solo preoccupato di tornare al governo, e lo rividi quando si candidò al Parlamento europeo, nel quale venne eletto nelle liste radicali. Condannato in modo che definire pazzesco non risulta un’esagerazione, Enzo si dimise da Strasburgo, rinunciando all’immunità parlamentare per difendersi nel processo. La sua vicenda giudiziaria, che grida ancora oggi vendetta, lo portò alla malattia e alla morte.

«Fu un gentiluomo fuori ordinanza, un uomo del Risorgimento nato in un secolo sbagliato», mi disse una volta Mario Soldati, che lo volle in un suo film oggi introvabile. Protagonista indiscussa della serata è stata la sua compagna, la senatrice Francesca Scopelliti, che ha dedicato la sua vita alla causa della giustizia nel ricordo indelebile di Enzo. Chi non avesse potuto vedere la trasmissione cerchi di recuperarla. Una parte della storia italiana è passata dal martirio non voluto di Tortora, che ebbe da un giorno all’altro la reputazione e l’onorabilità distrutte dalle accuse di pentiti destituite di ogni fondamento, come riconobbero i giudici di appello. Il sindaco di Torino Piero Fassino gli dedicò un ricordo nella toponomastica torinese che non può essere dimenticato. Il nome di Tortora avrebbe meritato di più, ma è importante che Torino lo ricordi come un cittadino esemplare dell’Italia civile.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

Sommario: Pannella e il referendum sulla  Magistratura – Il Dio misericordioso dov’è finito? – La bionda – I ragazzi del bosco devono tornare in famiglia – Lettere

Pannella e il referendum sulla  Magistratura

Il clima irrespirabile, oggi si direbbe tossico, che si è creato attorno al referendum di fine marzo mi induce a richiamare  da studioso tutti i contendenti all’equilibrio e alla moderazione. Urlando, le idee non ne escono rafforzate, ma indebolite. Chi scrive voterà sì ed ha spiegato da tempo perché ha fatto questa scelta in assoluta indipendenza. Ho partecipato in modo molto intenso alla campagna referendaria contro l’abrogazione del divorzio nel 1974 a fianco di Marco Pannella. Era un referendum che contrapponeva anche Chiesa e Stato e toccava valori etici e interessi materiali. Posso testimoniare  che mai il referendum rasentò livelli così aspri e nel contempo così  bassi come l’attuale.

Marco Pannella con Pier Franco Quaglieni

 

Gli slogan non spiegano nulla rivelano solo la pochezza intellettiva  di chi vi ricorre. Come presidente del centro Pannunzio sono tenuto a mantenere una riservatezza bipartisan che mi impedisce di accettare gli inviti che ricevo numerosi  a parlare in dibattiti pubblici. La mancanza di responsabilità istituzionale di troppi ha inquinato i pozzi e mette in evidenza la pochezza di chi non è né un magistrato né un politico, ma spesso si rivela  un propagandista o un attivista. Pannella si rivelò un gigante nel 1974 come anche i suoi diretti avversari Fanfani e Almirante. Oggi c’è una classe politica di mediocri che non fa nulla per migliorarsi ed è la causa dell’assenteismo elettorale di molti cittadini.
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Il Dio misericordioso dov’è finito?
Il mandante dell’omicidio del giudice Bruno Caccia non merita attenzioni di sorta . La condanna penale all’ergastolo chiude il caso. Adesso il criminale è morto per malattia dopo essere stato scarcerato, consentendogli di morire a casa. Don Ciotti ha avuto da ridire sui suoi funerali religiosi perché non si sarebbe pentito.
E’ strano che proprio un prete dimostri di non conoscere  i segreti dell’animo umano e non consideri che il pentimento può essere  anche un atto di contrizione estremo e silenzioso in agonia, confidando nella misericordia di Dio. Più spiegabile il divieto a funerali pubblici deciso dal questore. Il cristiano deve avere sempre della pietas verso i morti, lasciando che sia Dio a giudicare.
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La bionda

Una consigliera di circoscrizione è  stata appellata come “la bionda”  da un collega poco elegantemente. Lui si è giustificato, dicendo che non si ricordava il suo nome, ma la consigliera ha considerato “sessista” il termine bionda, dimenticando che l’aggettivo ha anche la sua versione maschile. Vada per il consigliere che parla della fellatio di una collega consigliera con termine usato dal volgo, anche  se il consigliere sessista dicono essere laureato. Ma il colore dei capelli, anche quando siano tinti, non può essere un’offesa.

La Circoscrizione 7 di Torino

 

Ne deriva una osservazione di fondo: il livello bassissimo di questi consiglieri/e di circoscrizione molto ben pagati/e per fare un lavoro quasi inutile. Un decentramento reale dei servizi non necessita di consiglieri e di coordinatori. Basta un direttore. Fui contrario ai quartieri e resto più che mai ostile alle circoscrizioni anche a causa dei  molti amministratori che fanno parlare i giornali di se’ solo fanno dei pettegolezzi. Almeno  un bel taglio del loro numero si rende un’operazione benemerita e necessaria. Ma i grillini non hanno pensato di tagliarli, limitandosi ai parlamentari.
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I ragazzi del bosco devono tornare in famiglia
Dei  ragazzi del bosco non si hanno più notizie. Giudici e soprattutto assistenti sociali ritengono che sia necessario tenere lontano i ragazzi dai loro genitori. E’ vero che l’articolo 30 della Costituzione stabilisce che i genitori possono essere sostituiti dallo Stato nel caso di  carenze da parte loro, ma è altrettanto vero che la vita migliore a cui possono aspirare i figli, è quella di vivere in famiglia con i propri genitori. Lo sa bene chi è rimasto orfano.  Questa è la legge di natura che forse ha una prevalenza su ogni altra considerazione . Far vivere dei ragazzi in una  comunità è un estremo rimedio, non certo la soluzione dei loro  problemi. Per la prima volta sono d’accordo con Mauro Corona che è molto meglio di come lo caricaturizza Crozza. Vivere a contatto con la natura e non immersi nell’asfalto delle grandi città è un’opzione di vita rispettabile e magari anche da invidiare. Si provveda a fornire una adeguata e rapida istruzione ai ragazzi del bosco e li si faccia tornare in famiglia. Questa è la scelta  piu’ ovvia e naturale ed anche la più umana.
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Il festival dell’insuccesso
Il festival di Sanremo pubblicizzato fino all’esagerazione  segna la caduta  negli ascolti. Carlo Conti è una figurina minore da aver bisogno di copresentatori e di inserimenti politici che vorrebbero essere clamorosi, mentre la vecchietta repubblicana nel ‘46 è  solo penosa.   Rino De Castro
Sanremo Ariston
Non vedo il festival da anni, neppure Baudo mi interessava.  Le canzonette, salvo eccezioni, non mi interessano. Conti lo trovo mediocre. L’inserto politico sul referendum del 1946 del tutto fuori luogo per Sanremo che  dovrebbe limitarsi alle canzoni. L’alternativa è andare a cena con gli amici o guardare un film in Tv o, come faccio io, leggere.
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Annunciare il premio di maggioranza
in un momento di forti polemiche, è un grave errore; inserire  nel dibattito politico la legge elettorale mi sembra un sbaglio politico: troppa carne al fuoco rischia di far esplodere la pentola. Il premio di maggioranza a chi raccoglie il 40 per cento dei voti è ‘“legge truffa“. Vedrete che ritornerà prestissimo quella odiosa definizione dei comunisti del 1953.   Terenzio Senna
Il problema è anche la scarsa affluenza al voto che riduce il 40 per cento dei voti a poca cosa. Nel 1953 la coalizione, per avere il premio, doveva raggiungere il 51 per cento. Le destre e il pci si opposero.  Con il 40  per cento diventa un discorso insostenibile. Pensino a vincere il referendum, poi si dedichino alla legge elettorale. Un po’ di coordinamento non guasta. Altrimenti si fa il gioco del Pd.
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Il principe del gianduiotto
Fanno bene a insignire il principe Emanuele Filiberto con il gianduiotto. La figura di Gianduia gli si addice, anche se lui è uno svizzero e non è certo un  piemontese. In Piemonte quando era in esilio ,veniva di nascosto a mangiare la bagna cauda. Il principe in ogni caso non andrebbe premiato perché non ha mai fatto qualcosa di utile e la regalità gli è estranea del tutto. Si crede l’erede di una dinastia gloriosa che non c’è più.  Vittorio de Blasio

 

Aimone di Savoia
Andava premiato  Aimone di Savoia, l’unico che tiene alto il nome dei Savoia insieme al principe Sergio di Jugoslavia. Ma non con un gianduiotto. La vendita all’asta delle onorificenze di re Umberto è un gesto inqualificabile che avverrà a Ginevra a metà marzo. Basterebbe questo a giudicare certe persone. I monarchici sono indignati.
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Carpanini
Dopo aver celebrato la prima giunta di sinistra del 1975, ora continuano in Sala Rossa  le celebrazioni a senso unico  con un convegno dedicato a Domenico Carpanini un settario e dogmatico che arrivava al pci dal PSIUP . Fu una fortuna non  averlo avuto sindaco, anche se dispiace che morì giovane. Giulio Finetti
Non condivido le sue critiche. Carpanini era un galantuomo e un uomo capace. Anche, a suo modo, libero da pregiudizi. Con me intrattenne una lunga amicizia durata anni. Mi invitava periodicamente a pranzo all’Arcadia per sapere cosa ne pensassi dell’amministrazione Castellani . Non aveva la boria di certi comunisti. Sarebbe stato un ottimo sindaco. La sua tragica morte spianò la strada a Chiamparino che si rivelò inadeguato al compito. Aveva maturato esperienza di amministratore a Moncalieri. Avrebbe dovuto vincere Rosso che rappresentava una novità. Non bastò il massimo del successo berlusconiano alle elezioni  politiche abbinate alle comunali.

La monarchia dopo lo scandalo del principe Andrea

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Lo scandalo e l’arresto del principe Andrea, fratello del re d’Inghilterra, stanno scuotendo la monarchia inglese. I repubblicani inglesi hanno colto la palla al balzo per riproporre la questione istituzionale. Non darò giudizi storici sulla monarchia inglese, anche se è difficile valutarla negativamente perché ben radicata nella storia inglese. La monarchia del Regno Unito non si è mai macchiata di colpe come quella italiana, che ha ceduto al fascismo, tradendo lo Statuto e conducendo a una guerra devastante. I re e le regine inglesi hanno saputo stare al loro posto. Alcuni componenti della famiglia reale non sono stati esemplari e sicuramente molti appannaggi appaiono ingiusti e anacronistici.

Lo storico Mario Viana scrisse un libro dal titolo che poteva sembrare paradossale: La monarchia (italiana) costava meno. Allora le affermazioni di Viana sembravano veritiere, ma oggi è impossibile fare confronti perché la monarchia è finita nel 1946. Il costo del regime monarchico è uno dei temi più frequenti della propaganda repubblicana e, in effetti, le corti con i loro dignitari e cortigiani appaiono fuori dalla realtà moderna: un privilegio non giustificabile. Ma non sempre sono trasparenti i costi reali delle istituzioni. La virtus repubblicana ha un fascino di sobrietà, a partire dalla repubblica ateniese e romana, che può superare quello monarchico fondato sulla tradizione. La repubblica appare il sistema più vicino alle istanze popolari, ma nessuna posizione va assolutizzata perché il giudizio definitivo è legato solo alla dura lezione dei fatti.

La monarchia dovrebbe offrire una certa imparzialità che la repubblica non può garantire, ma il discorso va verificato caso per caso, a diretto contatto con la storia politica di un popolo. Lo scandalo della monarchia inglese è grave perché gli “arcana imperii” sono stati cancellati da una situazione che la società mediatica non consente più di nascondere. E questo vale per tutti i regimi democratici, perché quelli autoritari o totalitari sono ancora in grado di occultare la realtà. Ad esempio, della vita privata di Putin e dei suoi familiari non sappiamo nulla. Certo, il fatto che gli scandali vengano a galla può anche essere di per sé un fatto positivo, e non da oggi. Già il Vangelo lo metteva in evidenza. Il discredito che si addensa sulla famiglia reale mette invece in crisi il sistema monarchico, soprattutto perché la pulizia attorno al principe è stata fatta in ritardo e non dalla famiglia reale, che ne esce fortemente indebolita.

Ad ottant’anni dalla fine della monarchia italiana dobbiamo ricordare l’alto profilo morale del re Umberto II, che partì per l’esilio per evitare una possibile guerra civile. Quel re diceva che la monarchia non poteva accontentarsi del 51 per cento dei consensi: una riflessione che può valere anche per la monarchia inglese. La figura di Umberto e la sua dignità vengono oggi compromesse dalla leggerezza un po’ guascona di chi si vanta, in modo disinvolto e strafottente, di essere venuto più volte in Italia a pranzare quando il nonno era destinato a morire in esilio. A Ginevra, nell’anniversario della sua morte, una casa d’aste batterà molte onorificenze appartenute all’ultimo re. Non c’è ovviamente nessuno scandalo, ma la notizia appare piuttosto squallida e sta suscitando forti critiche. C’è da sperare che sia una notizia infondata o distorta. Attorno agli ultimi Savoia lo scandalismo è stato spesso di casa e ha avuto effetti devastanti, a volte in modo ingiusto o esagerato.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Umberto Eco e l’Università desertificata – Ripensare il Carnevale torinese – La poesia di Patrizia Valpiani – Lettere

Umberto Eco e l’Università desertificata
Sono stato amico di Umberto Eco che mi presentò il francesista Mario Bonfantini tanti anni fa. La sua semiologia non mi convinse mai e timidamente glielo dissi. La Semiologia oggi è preistoria, ormai legata al passato come lo strutturalismo e la critica marxista. Quando morì  dieci anni fa, Eco  chiese che per dieci anni si evitasse di avviare un bilancio  sulla sua opera. Una richiesta giusta perchè il rischio era una specie di “Santo subito“ laico che non sarebbe stato gradito in primis dall’interessato  che era uomo di libera e fervida intelligenza. Oggi possiamo incominciare a riflettere su lui più liberamente. E’ la legge che regola l’intitolazione delle vie e che spesso viene aggirata per motivi politici. Credo che  il semiologo sia morto e sepolto, resta il romanziere, soprattutto l’autore del “Nome della rosa“ che forse deve la sua notorietà  soprattutto ad un film di successo.
Eco era un uomo scanzonato che amava la battuta, anche se  è  stato un accademico in quel DAMS di Bologna in cui purtroppo  è prevalsa la demagogia sessantottina e l’improvvisazione di tanti apprendisti privi di vera genialità, ma ricchi di faziosità al massimo grado. Il figlio di Bonfantini, assistente di Eco, fu l’emblema di quel sinistrismo. I DAMS in Italia sono stati il covo di tanti  personaggini pieni di ambizioni, famelici di denaro, ridondanti di ideologia. L’esempio torinese meriterebbe un libro bianco o rosso a lui dedicato con una particolare attenzione ad  alcuni professorini pieni di astio ideologico e di fallimenti personali che salirono in cattedra, pur  disprezzandola e anche disonorandola. Io non sono in grado di giudicare Eco che certo fu un uomo geniale e non voglio neppure tentare un giudizio che non mi appartiene. La mia amicizia con Mario Garavelli, suo compagno di liceo ad Alessandria, mi impedisce di essere polemico sugli aspetti dell’opera di Eco che non condivido. Voglio ricordare invece  un’operina di apparente poco conto, scritta da Eco: “Come si fa una tesi di laurea” che adottai per anni. Una guida concreta che avvia gli studenti ad impostare una ricerca con qualche rigore scientifico. L’Università era così mal ridotta dopo il 1977 e ovviamente il 1968 che Eco, disperato per la desertificazione degli studi, compose questa guida in cui insegnava agli studenti un metodo sia pure rudimentale di ricerca che si era perduto. Nessuno ci aveva pensato, ma Eco aveva capito dove stavamo andando. Peccato che la Generazione Z  non abbia mai letto Eco e quel  suo libretto e si sia laureata con ottimi voti e la lode.
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Ripensare il Carnevale torinese
Il Carnevale è stato ucciso da chi lo ha trasferito da piazza Vittorio alla Pellerina. Sarebbe come trasferire il Carnevale di Venezia da piazza San Marco a Marghera o anche solo a Mestre. La Pellerina forse diventerà l’area per la nuova sanità torinese, sempre che il diluvio possessivo della sanità privata milanese, lo consenta, ma certo non era il luogo idoneo né per il Carnevale né per la Fiera dei vini. Con piccoli Gianduia che sembrano ritagliati dal vecchio teatro Gianduia di via Santa Teresa, si può fare un Carnevale simile alle nozze con i fichi secchi , come disse Matilde Serao, parlando del matrimonio dei principi sabaudi.
Se pensiamo che la piazza  Vittorio è diventata la piazza per un’iniziativa commerciale come Cioccolatò  (ideona dell’assessora chiampariniana Tessore, quella dei Gianduiotti in piazza Solferino !), abbiamo chiara l’idea che eliminare il carnevale dal centro è stata una sciocchezza, con la complicità delle varie, rozzissime  associazioni piemontesiste, rimaste ferme alla maschera di Carnevale e alla caramella Gianduia, senza capire che la tradizione è anche cultura storica, come dimostrano Ivrea  e Viareggio e non soltanto loro. I sostenitori dell’assessore Dondona, passato alla storia perché da giovane andava a disturbare i comizi degli avversari, sono responsabili della fine di una pagina di storia esportata tra le lucciole di colore della Pellerina. L’assessore socialista di Venezia  Nereo Laroni seppe far rinascere il Carnevale. A Torino, quasi negli stessi anni, le giunte di pentapartito lo  hanno distrutto.
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La poesia di Patrizia Valpiani
Voglio pubblicare questa poesia della nota  poetessa e scrittrice Patrizia Valpiani, presidente per tanti anni dell’associazione dei medici scrittori, istituzione fondata da Achille Mario
Dogliotti, il Principe dei Chirurghi a livello internazionale. La Valpiani è stata esclusa da premio intitolato ad un mio grande amico, il pittore alassino  Mario Berrino, che ho avuto la colpa di aiutare per tanti anni. Anche quest’anno avevo mandato un mio videomessaggio di saluto che mi era stato sollecitato. Ho chiesto di annullarlo perché non aver capito il valore della poesia di un nome prestigioso come la Valpiani appare un limite culturale vistoso e imperdonabile.

A volte il ricordo

 

A volte il ricordo dell’amore

mi prende

Mi fonde e mi confonde

In una fuga dolce di parole

E mi ritrovo a salire correndo

i vecchi gradini delle nuvole

E ricercare l’azzurrità della vita

in due occhi profondi

in due mani sapienti

in due corpi nudi e bianchi

mentre fugge crudele la vita

avanti. Tra grandine e sole

nella tenerezza sempre nuova

dell’alba

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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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Ladri di biciclette del nuovo secolo 
Ma chi se ne frega che Bruno Gambarotta abbia ritrovato la sua bici rubata in agosto ? Forse alla sua età sarebbe ora che evitasse di pedalare. E anche di scrivere cose che non interessano a nessuno ed evidenziano solo il suo esibizionismo narcisistico. Un gambarotta in bici è quasi un ossimoro un po’ ridicolo. Mi stupisco delle indagini di polizia esibite da Gambarotta per ritrovare la sua bici come fosse una reliquia.  Giulietta Righi
Sia più gentile con il vecchio  Gambarotta. E’vero che ha anche fatto la pubblicità commerciale per ditte di elettrodomestici, come il principe Filiberto per le olive Saclà , ma è anche un uomo di spirito che a volte ha saputo steccare nel coro del conformismo torinese. Una volta in un eccesso di generosità, lui presente, lo paragonai a Valdo Fusi come difensore di Torino. Mi accorsi di aver sbagliato, anche se il nipote Fusi, Luigi , non mi disse mai nulla con grande generosità. Valdo non me lo avrebbe perdonato, ma la colpa vera è soprattutto dei giornali che danno ampio spazio alla bici di Gambarotta, un ciclista – convengo con lei – dal cognome poco credibile.
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Ancora Gobetti 

Lo sa che Zagrebelski, ricordando Gobetti,  ha ignorato Einaudi e Salvemini, concentrando la sua omelia su Gramsci? Filippo De Nicola

Piero Gobetti
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Anche Dino Cofrancesco mi ha segnalato le stesse omissioni. Io non c’ero e mi interessa  assai poco sapere cosa abbia detto su Gobetti. Cosa di attende da lui che è non è uno storico e non è neppure uno studioso di Gobetti? Il vero problema è Polito. Zagrebelski ha parlato una volta, Polito è l’attivo e onnipresente direttore del Centro Gobetti.
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Quagliotti
Mi stupisco che Lei non abbia scritto nulla su Giancarlo Quagliotti figura eminente della politica torinese, un vero esponente della Sinistra  che ho amato molto. Bice Alberti
Giancarlo Quagliotti (foto CittAgorà)

 

La accontento subito.  Ho conosciuto Quagliotti e potrei anche ricordare di lui qualche aneddoto .Era una persona con cui si poteva parlare . Avevamo un amico in comune, Piero Fassino. Lo ricordo in interminabili discussioni pubbliche: lui contro la Metro , io contro i maxi tram ,definiti metropolitana leggera. Chiudere i lavori della Metro per 10 anni fu un errore imperdonabile di Novelli. C’era anche un nome che ci divideva, quella di Mario Virano, politico molto ambiguo di cui scrissi tempo fa. Quagliotti era un uomo leale come Carpanini. Non c’e’ mai stata tra noi un’amicizia perché lui fu un funzionario di partito rigoroso, un allievo delle Frattocchie ,un fedelissimo del PCI. La mia formazione cattolico-laico – liberale al Collegio San Giuseppe e poi all’ Università con  Venturi ,Firpo, i due Passerin ,Nada,Galante Garrone  era quanto di più lontano ci fosse dalla sua. Lui era stato un operaio e sindacalista della “Olivetti“, io un amico di Arrigo Olivetti. Immolarsi per un partito come lui fece, per me è una cosa inimmaginabile,direi impossibile.Come era in uso tra i comunisti sposo ‘ anche una comunista che divenne deputata . Già questi matrimoni tra consanguinei politici mi sembravano un po’  come quelli dei Savoia e di altre dinastie tra cugini primi  e mi apparvero assurdi .Ma il Pci fu anche una scuola di moralità politica e personale  che oggi il Pd non sa neppure cosa sia. Poi l’esempio di Togliatti e di Longo che lasciarono le loro mogli, distrusse, insieme all’introduzione del divorzio ,le monogamiche famiglie comuniste, quelle  che abitavano  tutte nella stessa casa di corso Belgio, definita presuntuosamente il “Cremlino“, dove vissero Sulotto   e Bajardi Alcuni come il senatore socialista Bozzello confondevano il suo cognome con il mio mio e mi arrivavano telefonate che non erano dirette a me, ma a lui. Gli incipit, a volte, erano curiosi… Quagliotti non era così anti- craxiano come tanti suoi compagni di partito che preferivano il MSI al PSI di Craxi.

Il Gobetti di Zagrebelski e Polito

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Il prof. Quaglieni

Non ho partecipato alla celebrazione di  Piero Gobetti al teatro Carignano, malgrado la presenza del Capo dello Stato obbligherebbe un cavaliere di gran Croce ad essere presente e neppure in ultima fila, esistendo un preciso  cerimoniale. Non ho ricevuto l’invito che credo sia stato inviato del Centro Gobetti. Il Comune mi invita sempre a tutte le iniziative. E’  quasi un onore non essere invitati da un “covo” di filo-comunisti che vive nella luce molto spenta di Antonicelli, sostituito da un ignoto Polito fac – totum  del Centro Gobetti come fu il “fax-totum” dell’ultimo Bobbio. Lo storico Narciso Nada, fondatore nel 1961 del Centro Gobetti, lasciò il Centro non potendo accettare il clima di asfissia che lo caratterizzava dopo il ‘68. Soprattutto dissento totalmente dall’aver affidato al solo Zagrebelski il ricordo di Gobetti che non mi risulta essere uno storico e uno studioso di Gobetti, ma un noto giurista. E’ evidente che la vulgata gobettiana ha avuto il sopravvento, ma a cento anni dalla  sua morte non è lecito celebrare in suo suffragio ideologico le solite  Messe solenni perché si impone la storia che è sempre  fatta di luci e ombre. Qualche titolo chi scrive in materia lo può vantare se il noto  prete- giornalista, Pier Giuseppe Accornero, ha citato un ampio passo di un mio vecchio saggio su Gobetti. Ma non ci sono solo io: c’è Bedeschi, c’è Cofrancesco, c’è  Nicolosi. La lettura liberale di Gobetti non può essere cancellata da quella generata dal  gramscianazionismo torinese. Dopo cent’anni deve circolare aria nuova. In questa Torino politicamente bigotta siamo ancora fermi ad invitare al  “Carignano” solo gli amici, anzi i compagni. Queste faziosità non le faceva neppure Antonicelli che mi invitava al “Gobetti” di via Fabro. Carla Gobetti, nuora di Gobetti, mi fece avere una fotografia di Piero per la sede del Centro Pannunzio e venne a sentirmi a parlare del suocero alla Scuola di Applicazione quando affrontai le differenze tra Burzio e Gobetti e sentii il dovere di parlare a braccio, tralasciando di servirmi di citazioni che la avrebbero imbarazzata.

Cent’anni fa moriva Gobetti, l’eretico del liberalismo italiano

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IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Cent’anni fa moriva  in esilio a Parigi il 15 febbraio 1926  Piero Gobetti a cui verranno dedicate celebrazioni sontuose, in fondo assai poco gobettiane, se consideriamo il rifiuto della retorica che caratterizzò il giovane torinese. Figlio di un droghiere di provincia trasferito a Torino, Gobetti è l’esempio di come una scuola seria possa riscattare le origini modeste ed aprire i giovani alla cultura. Questo resta il suo primo insegnamento del tutto trascurato. Certamente fu un giovane prodigioso che  seppe bruciare i tempi e diventare protagonista della vita culturale fin dai tempi dell’ Università. Bruciò le tappe di una vita difficile e  molto impegnata sotto il profilo etico, intellettuale e politico. Cio’ detto, è impossibile vedere in lui un pensiero compiuto e meno che mai maturo. Il suo fu e resta un pensiero in nuce, l’inizio di un percorso non privo di contraddizioni e contrasti. La morte improvvisa e precoce ha interrotto la sua storia. Dare giudizi precisi su di essa sarebbe disonesto : sia la mitizzazione acritica, sia la demolizione codarda. Gobetti era in una fase di ricerca aperto a tutte le letture possibili. Sicuramente non comprese la portata oppressiva della Rivoluzione sovietica che giudicò impropriamente  liberale. Si entusiasmò delle tesi operaiste  gramsciane, pur senza aderire al comunismo. Non comprese il Risorgimento che considerò “senza eroi”, seguendo Oriani e trascurando Croce. Poteva essere comprensibile ribellarsi ad un Risorgimento solo  fondato sul mito sabaudo, ma il moto unitario fu tanto altro: da Cavour a Mazzini, da Garibaldi a Cattaneo, da Pisacane a Ferrari che Gobetti non fece a tempo a considerare. Seppe sacrificare la vita a nobili ideali e capì subito la portata autoritaria del fascismo di cui subì la persecuzione. Il fascismo non fu un’auto biografia della Nazione, come egli sostenne, ma fu anche la risposta reazionaria  della borghesia impaurita dal biennio rosso in cui non si covò la rivoluzione, ma si manifestò l’estremismo violento  già condannato da Lenin. Resta comunque una delle coscienze più alte della prima metà del Novecento. Peccato che poi la sua figura sia stata monopolizzata da un certo settarismo illiberale che ancora oggi si considera depositario unico di un pensiero complesso e, ripeto, anche contraddittorio. Diceva il gobettiano Carlo Dionisotti che l’espressione “Rivoluzione liberale“ è un ossimoro perché i rivoluzionari sono assai poco liberali e i liberali sono assai poco rivoluzionari. Una osservazione che merita di essere considerata anche oggi quando sedicenti studiosi piuttosto grossolani discettano sul giovane torinese morto cent’anni fa. Dopo un secolo occorrono distacco, autonomia critica e rifiuto delle Messe cantate, per studiare Gobetti come  davvero merita, evitando le strumentalizzazioni  politiche del passato e del presente.   Gobetti non appartiene totalmente ai marxisti, anche se ovviamente non appartiene pienamente al mondo liberale di cui fu un esponente eretico. Pannunzio non amava Gobetti, ma Cavour e il Risorgimento. Sono liberalismi diversi, in parte contrapposti, come diceva Manlio Brosio che nella giovinezza fu seguace di Gobetti.
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Nella foto di copertina Piero e Ada Gobetti