I gravissimi fatti di sabato pomeriggio a Torino interrogano tutti i
credenti soprattutto su come non confondere gli inaccettabili eccessi
di alcuni con il sentimento mite della maggioranza e con la sofferenza
silenziosa di tanti che vivono la povertà e l’emarginazione. Dobbiamo
essere consapevoli che dietro queste violenze non c’è opposizione
politica, ma contrapposizione cieca, non ci sono strategie, ma
tattiche di guerriglia urbana che si rinnovano ad ogni occasione, con
azioni organizzate e pianificate.
Ma c’è di più. La stessa procuratrice generale del Piemonte, Lucia
Musti, parla non solo di violenze di piazza ma di clima culturale
che, a suo dire, le rende possibili. Denuncia la presenza di «una area
grigia di matrice colta e borghese» che rispetto alle violenze degli
antagonisti a Torino nutre un atteggiamento di «benevola tolleranza», e
denuncia una «lettura compiacente» da parte di “taluni soggetti della
classi sociali più intellettualmente preparate”, i quali con il loro
scrivere, il loro condurre a normalizzazione, il loro agire in
appoggio, immiseriscono quella parte di società che invece “dovrebbe
svolgere una illuminata azione di deterrenza e di rispetto delle regole
democratiche”.
Per questo occorre promuovere il dialogo – come scrive Papa Leone XIV –
e non arrendersi ad una polarizzazione estremista e ingannevole che
riduce la realtà ad una sua parodia, le radici culturali e religiose
quasi ad etichette da esibire, il pensiero ad un calcolo.
Noi del Coordinamento Interconfessionale del Piemonte non vogliamo
accontentarci di una fede marginale e privata. Vogliamo essere voce
che denuncia e propone, in un mondo spesso afono e dove troppi non
hanno voce. Questo è amore politico perché l’indifferenza è il cancro
della democrazia. L’impegno di chi crede dà senso a quel Tavolo della
Speranza nato nel luglio scorso, proprio a Torino, per contrastare
l’odio, le divisioni e disarmare il linguaggio.
Educare alla speranza significa vivere incentrando l’esistenza nel rispetto per la dignità della persona e la promozione di una cultura che si sposa con l’inquietudine e la
condivisione del sapere, di un atteggiamento che è un avventurarsi con
umiltà nel mistero della vita.
A nome del Coordinamento interconfessionale dell Piemonte Noi siamo con voi”
Giampiero Leo, Younis Tawfik, Dario Disegni, Walid Bouchnaf, Antonio Labanca, Amir Younes, Stefania Palmisano, Idris Bergia, Loredana Annaloro, Maria Requena, Giuseppe Cicogna, Walter Nuzzo

Ogni epoca ha le sue violenze. Questo è l’insegnamento che ci deriva dalla storia. Ci sarebbe la tentazione di considerare i fatti di Torino del 31 gennaio in una linea di continuità, ad esempio, con Lotta Continua che mise a ferro e fuoco parti della città con l’assalto all’ “Angelo Azzurro” (che costò la morte atroce di un giovane lavoratore studente) e alla sede del MSI. Lotta continua giunse alla demonizzazione e all’assassinio del commissario Calabresi e parte di essa confluì nel terrorismo armato e un’altra parte nel giornalismo radical – chic alla Gad Lerner. Certo la violenza è sempre la stessa, ma i fatti di Torino fanno pensare al G8 di Genova che fu una vera devastazione della città. L’episodio del poliziotto pestato fa pensare al carabiniere che Giuliani avrebbe voluto uccidere con un estintore. Anche a Genova venne reclutata manovalanza violenza all’estero come in parte a Torino. Ciascuno mescolerà inevitabilmente i suoi ricordi, ma il fatto indiscutibile è che per 30 anni Torino ha tollerato l’occupazione dell’edificio di Corso Regina, diventato un covo della violenza in città e in Val Susa contro la Tav. In Val Susa gli contro la polizia sono stati continui e molto sanguinosi, ma quasi tutti hanno minimizzato. La procuratrice Generale del Piemonte che si sta rivelando una magistrata davvero fuori ordinanza, ha denunciato la realtà che si raccoglie dietro Askatasuna e ha denunciato la connivenza di certa borghesia torinese con un coraggio e una lucidità eccezionali. Gli intellettuali torinesi tacciono o vanno ad applaudire al palazzetto dello Sport Barbero e D’Orsi che si ritengono perseguitati e ragionano ormai con degli slogan preconfezionati. Gli intellettuali torinesi non ci sono più. Al massimo ci sono dei professori in cerca di una notorietà che non arriva. Al massimo ci sono collaboratori di giornali che scrivono le solite vulgate o parlano d’altro. Solo Carmine Festa ha scritto un editoriale sul Corriere degno di attenzione e rispetto. Tutti i militanti dell’antifascismo a costo zero perché il fascismo non c’è più da 81 anni, si trincerano dietro la parola magica Resistenza che non a caso è quella evocata anche dai cortei violenti del 31 gennaio che hanno bloccato la vita di un’intera città. Mentre vorrei chiedere all’Anpi di esprimersi su questo uso improprio della parola resistenza, mi domando come sia possibile in democrazia che 20-30 mila manifestanti possano bloccare una città intera persino nei soccorsi di emergenza. Questa non è più democrazia, ma prepotenza, mentre l’idea di trattare con i manifestanti per evitare incidenti si è rivelata un’utopia. Non è possibile che le Forze di Polizia siano lasciate in balia della violenza senza che l’imperio della legge abbia il sopravvento e tutti gli incappucciati siano identificati e arrestati in fragranza di reato. I fatti di Torino ci insegnano che la violenza bruta va stroncata, anzi andava da tempo stroncata. Il clima che si respira è quello della guerra civile e del terrorismo brigatista a cui si sicuramente guardano questi estremisti. Eletti nelle istituzioni che sfilano dietro alle insegne di Askatasuna vanno denunciati come fiancheggiatori della violenza ed emarginati dalla politica. Dicono che non sia possibile distinguere preventivamente gli estremisti violenti dai manifestanti “non violenti”. Ho qualche dubbio in proposito. Tuttavia, se è davvero impossibile identificare e prevenire, allora devono essere i non violenti senza virgolette a disertare certi cortei, isolando a priori l’ala degli scatenati. Senza drastici provvedimenti presi in modo tempestivo Torino non potrà liberarsi da chi vuole impadronirsi della città come neppure gli squadristi fecero con la Marcia su Roma perché il Re fellone chiamò al potere Mussolini. Il fascismo qui non c’entra e i contesti storici sono diversissimi, ma il biennio rosso dopo la Grande Guerra inaugurò una stagione fi ubriacatura ideologica e di violenza che portò a dover scegliere – come disse Croce – tra ordine e libertà. Quel cartello dietro al corteo di sabato che evoca la Resistenza fa pensare all’abbaglio incredibile dello storico partigiano Guido Quazza che vide nei contestatori violenti del ‘68 gli eredi dei partigiani.