Rubrica settimanale a cura di Laura Goria
Hilary Mantel “Un esperimento d’amore” -Fazi Editore- euro 18,00
La scrittrice inglese –autrice della fortunata trilogia dedicata ai Tudor- questa volta narra la storia, in parte autobiografica, di tre ragazze inglesi che per la prima volta si allontanano da casa per andare all’università a Londra. Siamo negli 70 in cui diventano dirompenti i concetti come liberazione sessuale, pillola, diritto all’aborto, emancipazione a largo raggio. In Inghilterra il libro fu pubblicato nel 1995; ora tradotto in italiano aggiunge un interessante tessera in più per conoscere più a fondo questa scrittrice che passa agevolmente dai romanzi storici alla narrativa.
Protagonista è la giovane Carmel McBain, nata in una famiglia di origine irlandese della classe operaia, che la madre spinge ad aspirare a un futuro migliore rispetto a quello riservato a lei e possibile nel ristretto raggio del paesino in cui vivono.
Carmel per non deluderne le aspettative studia e ottiene una borsa di studio, poi l’iscrizione alla London University; ma per questo pagherà un prezzo.
Catapultata nella vita della metropoli, si trova spaesata, incerta, e reagisce mangiando sempre meno e dimagrendo a vista d’occhio. Un po’ lo fa per risparmiare, ma non è solo per quello e lo capirete man mano che la Mankel entra nel suo animo, nei suoi pensieri, nelle sue aspettative e nel suo disagio.
Poi ci sono Julia, ricca, spigliata e dalla vita facile in cui tutto le riesce al meglio; e Karina che si porta dentro un passato difficile e di sofferenza, è “la diversa” del gruppetto.
Intorno alle tre ragazze il romanzo si sviluppa su più piani e sciorina gli alti e bassi dell’amicizia e della solidarietà, si intrecciano le storie personali e i rapporti con giovani rappresentanti dell’altro sesso, spesso inadeguati e come travolti dal cambiamento epocale in atto in quegli anni.
Per gli amanti della Mankel il consiglio è quello di cogliere l’occasione e leggere anche il suo “Otto mesi a Ghazzah street” -Fazi Editore- euro 19,00.
In questo romanzo la grande scrittrice inglese racconta il difficile mondo saudita e lo fa attraverso la protagonista, la londinese Frances Shore, di professione cartografa, che segue il marito trasferito in Arabia per motivi di lavoro.
Francis è abituata a spostarsi un po’ ovunque nel mondo, senza problemi e con uno spirito di adattamento notevole, (fino a poco tempo prima lei e Andrew vivevano in Africa).
Ma a Ghazzah si trova come risucchiata in una condizione distante anni luce dalle sue aspettative. Sprofondata in una realtà per lei difficilissima: è l’impatto brutale con una società che alle donne nega praticamente tutto.
Il romanzo però non vuole essere un confronto impari tra i valori che reggono il mondo occidentale e quello orientale. Niente di banalmente scontato e queste pagine non vanno nella direzione del titanico scontro tra due culture tanto diverse.
Qui è narrata la vicenda tormentata di una donna che finisce per trovarsi prigioniera relegata nel limitato perimetro dell’appartamento in cui vive col marito, che però è spesso assente per lavoro.
Frances si scontra con le regole islamiche rigidissime che non consentono spazi di azione alle donne, comprese le forestiere, viste con sospetto e portatrici di “pericolosa” libertà femminile.
In Arabia Saudita per esempio, non possono prendere un taxi perché un uomo non può far salire una donna che non conosce, e se lo fa rischia la galera. Solo la punta dell’iceberg di una società per la quale una donna non è vista come una persona.
Frances si trova costretta a rintanarsi al sicuro, non esce quasi mai, anche perché non potrebbe andare molto lontano, pena insulti …se non peggio.
I conoscenti che invita a casa sciorinano aneddoti sulle violenze perpetrate contro le donne nel suk. Ha contatti con le vicine; di alcune diventa amica, si affaccia al loro mondo, alle dinamiche della convivenza tra le ristrette mura domestiche, inclusi litigi, intrighi, sofferenze.
Si barcamena tra un caldo soffocante, le sue confidenze affidate al diario, un disagio permanente……
Dorothy West “Le nozze” -Mondadori- euro 18,00
Dorothy West –nata a Boston nel 1907, deceduta nel 1989- è ricordata come importante esponente del movimento artistico e intellettuale Harlem Renaissance, fondato negli anni 20 per tutelare la libertà di espressione e la creatività degli afroamericani.
La West dopo uno strabiliante esordio con “The living is Easy” nel 1948 scivolò nell’oblio per lungo tempo. Fu Jacqueline Kennedy -all’epoca editor della prestigiosa casa editrice Doubleday- a riscoprine il talento e il potenziale. La spinse a scrivere il secondo romanzo, “Le nozze”, che uscito in America nel 1995 balzò subito in vetta alle classifiche, diventando un bestseller internazionale.
“Le nozze” è ambientato negli anni 50, verso la fine di agosto a Martha’s Vineyard; l’isola dei miliardari e delle persone che grondano successo e fama.
Lì c’è anche la zona residenziale chiamata l’Ovale, un anello di case di vacanza articolato in 13 villini intorno a un parco e a due passi dal mare. Qui hanno comprato la seconda casa di vacanza un pool di neri diventati ricchi. E su tutti spicca la famiglia Coles, la cui casa domina l’Ovale.
La villa più bella è stata acquistata da tempo dal dottor Shelby Coles, il cui albero genealogico va all’indietro di 4 generazioni e racconta una strada di costante emancipazione. Sono agiati, hanno studiato e vivono ad alto livello.
I Coles hanno due figlie che potrebbero passare per bianche. La prima ha seguito la tradizione familiare e sposato un medico di colore; la minore Shelby – capelli chiari e occhi blu- sta per andare all’altare con Meade, un pianista jazz bianco …e i genitori di lei non approvano per niente la sua scelta.
Altri personaggi entrano in scena con tutto il loro spessore, a partire da Nonnina: la nonna di Shelby, di pelle bianca e discendente impoverita di una blasonata famiglia proprietaria di una vasta piantagione del Sud.
La sua non è stata sempre un vita facile: a spaccarle il cuore ci ha pensato la figlia Josephine che l’ha profondamente amareggiata facendo un percorso inverso; andando verso Nord per poter sposare un uomo di colore.
Poi vi aspettano ulteriori sviluppi interessanti, legati a personaggi che irrompono sulla scena e scompigliano le carte.
Questo è un romanzo di continue sfumature che ripercorre la significativa storia di un’intera famiglia, toccando snodi importanti come il conflitto razziale. Dalle piantagioni sudiste dove i negri erano schiavi, poi la sanguinosa guerra di secessione che ha spaccato in due l’America, per arrivare alla nascita di una borghesia afroamericana che ha salito la scala sociale, formando una classe di persone agiate e istruite.
Jane Gardam “L’uomo col cappello di legno” -Sellerio- euro 15,00
Questo è il secondo volume della trilogia di Old Filth, della scrittrice 92enne Jane Gardam (nata nello Yorkshire nel 1928) che da noi è ancora poco conosciuta ma in Inghilterra è una figura di grande spicco nel panorama culturale e letterario. Autrice di racconti per l’infanzia, per ragazzi e adulti, tendente a scrivere romanzi dal sapore vittoriano, ha vinto numerosi e prestigiosissimi premi.
Sellerio ha già pubblicato il suo precedente “Il figlio dell’Impero Britannico” nel 2019, il primo dei 3 volumi che in Inghilterra era stato dato alle stampe nel 2004, inserito nella rosa dei primi 100 libri più importanti del secolo.
“L’uomo col cappello di legno” non va necessariamente inteso come il seguito; piuttosto è la medesima vicenda, questa volta però vista dalla prospettiva diversa di Elizabeth detta Betty, moglie del protagonista sir Edward Feathers “Old Filth”, avvocato e giudice di spicco del sistema forense.
Nel libro precedente lei compariva come moglie che viveva all’ombra del consorte e moriva all’inizio; il resto era un caleidoscopio di flash back del marito ottuagenario e tutto il romanzo era impostato sul suo punto di vista.
Nel terzo volume della trilogia scopriremo poi il modo di vedere la storia di questa coppia raccontata dal versante degli amici.
Significativo è che il soprannome di Edward Feathers, “Old Filth” tradotto letteralmente significa “vecchia schifezza; ma è anche l’acronimo di “Failed in London Try Hong kong” (fallito a Londra ci riprova a Hong Kong) appellativo con cui ci si riferiva a coloro che avevano fatto fortuna nelle colonie.
Edward è un uomo integerrimo e irreprensibile, figlio del Raj; così venivano etichettati a Londra i bambini nati da genitori inglesi funzionari della Corona, mandati in India, Malesia e nelle lontane provincie dell’Impero.
Intorno all’età di 5 anni venivano spediti in Inghilterra per studiare, ospitati da famiglie che per questo si facevano pagare. Non sempre un’esperienza felice e più che altro l’educazione inglese faceva buon gioco all’Impero senza curarsi dell’infelicità dei piccoli.
Anche Betty è nata lontano dalla patria, a Pechino da genitori inglesi; medesimo imprinting del marito ma sensibilità e mondo interiore diversi.
La storia poi si dipana tra amori, guerre, tormenti, delusioni e dubbi, e un certo vacillare di Betty all’interno del matrimonio, tutto sullo sfondo del disfacimento del dominio britannico nelle colonie lontane.
Con questo secondo romanzo la scrittrice –paragonata spesso a Jane Austen, anche se lei dice di essere stata influenzata da Kipling- ha voluto dare più risalto alla figura di Betty che nel libro precedente era stata sacrificata e relegata decisamente in secondo piano rispetto al marito.
Qui si entra nella testa e nei meandri più nascosti del suo animo, alle prese con un consorte prevedibilissimo e noioso, mentre sulla scena si affaccia anche un altro avvocato di grido, amico-nemico che smuoverà le acque……
Questa potrebbe essere l’occasione giusta per leggere anche il primo volume della trilogia “Il figlio dell’Impero Britannico” -Sellerio- euro 15,00.
E’ il ritratto anche un po’ malinconico di Edward Feathers che ultraottantenne ricorda tratti della sua vita e della sua lunga carriera di successo, a partire dai risultati eccelsi raggiunti nella colonia britannica di Hong Kong come barrister, avvocato e giudìce.
Ripercorre lo strappo traumatico dalla Malesia al tempo dell’infanzia, quando viene allontanato dalla famiglia per essere educato in patria, con tutto il dolore e il disagio che questo ha comportato, gli anni del collegio e il rapporto con il suo migliore amico.
Oltre a vari personaggi che hanno attraversato la sua lunga, laboriosa e irreprensibile vita, c’è anche la presenza dell’enigmatica moglie Betty, la cui anima non è mai riuscito a decodificare e morta all’improvviso.
E’ soprattutto la vita di un uomo in bilico tra due mondi e due epoche che vive sulla sua pelle il tramonto dell’Impero coloniale più importante del mondo.


Era l’opera che Cesare Pavese – scrittore, poeta, traduttore, critico letterario, fra i maggiori intellettuali del secolo scorso –considerava come la più importante del suo percorso di scrittura e della sua attività letteraria. Il suo “capriccio”, il suo “quarto di luna” ebbe a definire lui stesso i“Dialoghi con Leucò” (27 racconti brevissimi, a sfondo mitologico e simbolico in cui divinità ed eroi della Grecia classica discutono i grandi temi universali dell’esistenza) in occasione della prima pubblicazione nel 1947. Libro per lui così importante (“l’unico che valga qualcosa”, scriveva manu propria in una lettera indirizzata a Parigi, il 25 agosto del ’50, al critico cinematografico Nino Frank) da diventare spazio su cui lasciare impresse le sue ultime parole rivolte al mondo. Era il 27 agosto del 1950, quando il corpo senza vita di Cesare Pavese, nato il 9 settembre del 1908 a Santo Stefano Belbo nell’Alta Langa, fu trovato disteso sul letto – dopo avere ingerito oltre dieci bustine di sonnifero- in una camera dell’albergo “Roma” in piazza Carlo Felice a Torino, dove soggiornava dal giorno precedente. Accanto, sul tavolino, a fargli compagnia nel suo estremo viaggio, proprio il libro da lui più amato, i “Dialoghi con Leucò”, recanti sulla prima pagina le sue ultime parole: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. Qualche mese prima, nel giugno del ’50, aveva vinto il “Premio Strega” con “La bella estate” e, dieci giorni prima, aveva scritto sul diario (pubblicato postumo nel 1952 con il titolo “Il mestiere di vivere. Diario 1935 – 1950”): “Questo il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò…Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”. Parole che scavano l’anima, in cui si legge a chiare lettere il profondo disagio esistenziale di un uomo, di uno scrittore per cui tutto è ormai buio totale. Silenzio, dolore, massacro dell’anima. La sua fama superò di gran lunga, però, la sua breve vita. E le sue parole, le sue opere, continuano e continueranno ad accompagnarci come fossero appena partorite dalla sua penna e dal suo pensiero. Nasce di qui l’dea di omaggiare il grande scrittore di Santo Stefano Belbo con una nuova proposta editoriale, nata dalla collaborazione fra la “Fondazione Cesare Pavese” ed “Emons” dedicata proprio ai suoi tanto amati “Dialoghi”: una proposta da leggere e da ascoltare, un audiolibro con le voci recitanti di sei attori (fra i più apprezzati del panorama teatrale italiano, da Michela Cescon a Paolo Cresta, da Alessandro Curti a Marcello Fois a Iaia Forte e a Neri Marcoré), accompagnato dal libro cartaceo, con la curatela dello scrittore Marcello Fois, che andrà a far parte della nuova collana “Double face” di “Emons”, editrice leader nella realizzazione di audiolibri. Così, nell’anno in cui sono scaduti i diritti per la pubblicazione delle opere pavesiane, i “Dialoghi con Leucò” saranno presentati, nella nuova veste editoriale, il prossimo giovedì 9 settembre, giorno del compleanno di Pavese, a Santo Stefano Belbo (Cn) nel corso del “Pavese Festival”, organizzato ogni anno dalla “Fondazione” a lui dedicata e diretta da Pierluigi Vaccaneo. Alle ore 18.30, sul palco di Piazza Umberto I, Marcello Fois, la “Fondazione” ed “Emons” racconteranno il progetto e leggeranno, con sottofondo musicale di Gavino Murgia, diverse pagine dei racconti. Alle ore 21.30 l’attore Alessandro Preziosi proporrà in prima nazionale un ampio viaggio, tra letture e musica, nell’opera di Pavese. “Nei ‘Dialoghi con Leucò’ il lettore trova uno specchio – spiega Pierluigi Vaccaneo – in cui trovare e ritrovare il proprio percorso umano, attraverso il Mito e la traduzione che del Mito fa Pavese stesso. I ‘Dialoghi’ sono dunque una conversazione a più voci, dove lettore, autore, personaggi e Mito sono sullo stesso piano, svelati. Dare voce a questo dialogo, attraverso l’audiolibro che assieme a ‘Emons’ abbiamo realizzato, è offrire a un pubblico sempre più vasto, attraverso grandi artisti italiani, una nuova opportunità di conoscenza e consapevolezza. Una sfida che la casa editrice Emons ha accolto con entusiasmo e passione, condividendo una visione inclusiva e partecipata della cultura che la nostra ‘Fondazione’ sta portando avanti con le sue diverse attività”.
In questi giorni di fine estate è venuto a mancare Roberto Calasso,
Chiude il volume una lucida analisi sul tema della laicità,del Cristianesimo e dell’ Islam con pagine che sembrano scritte dopo l’occupazione talebana di Kabul . Sarà anche un modo per rendere omaggio a tre anni dalla morte a Giovanni Ramella ,preside del Liceo “ d’Azeglio” a cui è dedicato un capitolo del libro. E’ stato scelto un parco attrezzato per grandi eventi alle porte di Torino, con il massimo distanziamento ed ampio parcheggio, messo a disposizione dall’Assessore alla Cultura di Moncalieri, LAURA POMPEO, che coordinerà l’Incontro. Sono obbligatori il green pass e la prenotazione (

Entrambe uscirono sfinite dalla guerra di Chioggia che fu uno dei numerosi conflitti che scoppiarono tra le due Repubbliche marinare. Alla lunga lotta tra Genova e Venezia per l’egemonia nel Mediterraneo orientale è dedicato il libro “Il Grifo e il Leone” di Antonio Musarra, editori Laterza.
città di Acri (oggi l’israeliana Akko) diventato il nuovo centro politico e religioso della regione dopo la caduta di Gerusalemme nel 1187. Si concluse con la sconfitta e l’espulsione dei genovesi da Acri e “da questo momento, annota Musarra, il Grifo e il Leone esprimeranno un’accesa rivalità, scandita da innumerevoli battaglie navali che si protrarrà per oltre un secolo e mezzo”. All’interno della lunga guerra di San Saba, il 14 agosto 1264, si svolse la battaglia di Saseno, attorno all’isola omonima, di fronte alla costa albanese, tra la flotta genovese e un convoglio commerciale veneziano. La prima delle quattro guerre veneto-genovesi fu vinta dalla Repubblica marinara di Genova. Il momento cruciale della seconda guerra fu la battaglia di Curzola, al largo della Dalmazia, l’8 settembre 1298. Anche qui vinsero i genovesi e Marco Polo fu fatto prigioniero. La terza guerra vide la conquista genovese dell’isola di Chio nel Mar Egeo e la guerra per il controllo degli Stretti sul Bosforo nel 1352, uno dei più grandi e sanguinosi scontri navali del tardo Medioevo. La quarta e ultima guerra veneto-genovese si concluse con la pace di Torino.
Il volume è la realizzazione di un progetto che l’autrice coltivava da tempo, riprendendo il filo delle ricerche negli archivi storici e gli incontri con il geografo Massimo Quaini che fu suo professore all’Università di Genova. Scorrendo le pagine del libro si ripercorre la storia di questo ligure – nato a Montaretto, frazione di Bonassola (La Spezia)