Tag archive

IPLA

Le zanzare non sono solo un fastidio, possono trasmettere malattie

in Rubriche
zanzare

Rubrica a cura di IPLA – Istituto per le Piante da Legno e per l’Ambiente 

Tutti sappiamo che le zanzare sono un enorme fastidio. Basta averne una in camera durante la notte per trovarsi al mattino con punture e con gli occhi pesti per la nottataccia. Eppure il principale fattore che dobbiamo considerare è che le zanzare (almeno alcune specie di esse) possono trasmettere malattie all’uomo e agli animali. E’ proprio per questo motivo che il progetto di lotta, realizzato dall’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente (IPLA SpA), viene finanziato dall’Assessorato alla Sanità della Regione Piemonte.
Le azioni di lotta si concentrano contro le specie di zanzare che possono essere vettrici di patologie.

La febbre del Nilo viene trasmessa dalle zanzare

Ecco allora di seguito un approfondimento su una delle patologie più importanti e pericolose: la West Nile (febbre del Nilo). Più nello specifico con il termine generico di West Nile, letteralmente “Nilo Occidentale”, si indicano due diverse malattie, provocate dal medesimo agente, la Febbre del Nilo Occidentale o West Nile Fever (WNF) e l’omonima malattia neuroinvasiva, nota come West Nile Neuro Disease (WNND).

Il WNV è mantenuto in natura da un ciclo primario di trasmissione zanzara-uccello-zanzara: le zanzare si infettano pungendo uccelli che sono portatori del virus. Il virus, una volta ingerito, è in grado di diffondersi nell’organismo della zanzara, dove si moltiplica per poi essere trasmesso all’ospite vertebrato. Il ciclo epidemico si manifesta quando, a causa di particolari condizioni ecologiche, il cavallo e l’uomo entrano nel ciclo di trasmissione e sono interessati dall’infezione. In questo caso non è possibile il passaggio uomo-zanzara-uomo, l’uomo è definito “ospite cieco”.

Quali sono i sintomi?

Nell’uomo, nell’80% dei casi, l’infezione è asintomatica. I sintomi, quando presenti, sono simili a quelli di una sindrome simil-influenzale e sono costituiti da: febbre, cefalea, linfoadenopatia, sintomi gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea), dolori muscolari e articolari, dispnea e rash. Le forme sintomatiche più comuni si manifestano dopo un periodo di incubazione che va dai 2 ai 14 giorni (fino a 21 nei soggetti immunodepressi). Generalmente la fase acuta della malattia si risolve in una settimana, ma può permanere a lungo uno stato di debolezza. Solo in meno dell’1% dei casi si presenta una grave sintomatologia neurologica. Attualmente non esiste una terapia specifica né una vaccinazione a uso umano.

Contrastare la diffusione delle zanzare

La prevenzione consiste essenzialmente nel proteggersi dalle punture di zanzare ed evitare che le zanzare possano riprodursi facilmente. E’ consigliabile, a titolo di esempio:

  • usare repellenti e indossare pantaloni lunghi e camicie a maniche lunghe quando si è all’aperto;
  • usare zanzariere alle finestre;
  • svuotare di frequente i vasi di fiori o altri contenitori (per esempio i secchi) con acqua stagnante per evitare di allevare zanzare;
  • cambiare spesso l’acqua nelle ciotole per gli animali;
  • tenere le piscinette per i bambini in posizione verticale quando non sono usate;
  • eliminare possibili ristagni di ogni genere.

IPLA, in caso di segnalazione di casi positivi, ha il compito di intervenire per informare la popolazione e fare azioni che possano ridurre in loco la riproduzione e la presenza delle zanzare, riducendo il rischio di passaggio del virus dalle zanzare infette all’uomo.

Nel 2018, in Italia (così come in altri Paesi dell’Europa centro-meridionale) è stato registrato un notevole aumento della circolazione del WNV. Complessivamente sono stati segnalati 606 casi umani confermati di infezione. Di questi, 239 si sono manifestati nella forma neuro-invasiva (WNND) in 6 Regioni (Emilia-Romagna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Sardegna, Veneto), 299 casi come febbre confermata (WNF) e 68 identificati in donatori di sangue asintomatici. Inoltre, nel 2018, tra i casi neuro-invasivi, sono stati registrati 49 decessi (Fonte: Epicentro – Il portale dell’epidemiologia per la sanità pubblica, a cura dell’Istituto superiore di sanità: dati epidemiologici in Italia).

Com’è la situazione in Piemonte?

Nella nostra regione la prima positività è stata segnalata nel 2014. Da allora ogni anno molte province sono interessate dalla circolazione del virus che ha avuto, come nelle altre regioni d’Italia, un picco nel 2018 dove vi sono stati 56 casi sintomatici confermati nell’uomo.
Il monitoraggio sulla circolazione del virus si svolge catturando periodicamente le zanzare, tramite l’uso di trappole ad anidride carbonica posizionate su tutti i quadranti regionali e analizzando l’eventuale presenza del virus che per ora, nel 2020, non è ancora stato rilevato. Negli scorsi giorni si è concluso il terzo turno di sorveglianza entomologica della stagione sulla circolazione dei virus West Nile nel Cuneese, Biellese, Monferrato e Torinese settentrionali, Alessandrino occidentale, Vercellese meridionale e Astigiano. In 32 stazioni sono stati catturati 2.598 esemplari di zanzare raggruppati in 74 pool che sono analizzati dall’IZS di Torino. In prossimi approfondimenti parleremo di altre patologie trasmesse da altre specie di zanzare, che dobbiamo tenere sotto controllo per ridurre al minimo i rischi.

Zanzare, conoscerle per difendersi: le principali specie in Italia

in Rubriche
zanzare IPLA

Rubrica a cura di IPLA – Istituto per le Piante da Legno e per l’Ambiente

3750 specie diverse nel mondo, più di 60 in Italia.

Pensate che di zanzare ve ne siano solo uno o due tipologie? Siete fuori strada. Delle circa 3.570 specie di zanzare conosciute al mondo, in Italia ne sono presenti più di 60 specie. Di queste tuttavia solo una decina sono interessate al sangue umano. Tra loro ve ne sono in 4 che rappresentano la maggioranza delle zanzare che ci infastidiscono con le loro punture e che, in alcuni casi, possono trasmettere patogeni per l’uomo.

La lotta alle zanzare, che colpisce prevalentemente gli insetti quando sono allo stadio larvale, si deve fare in modo differenziato a seconda delle specie che si vogliono colpire.

LEGGI ANCHE: LOTTA ALLE ZANZARE, INDIVIDUATA NUOVA SPECIE IN PIEMONTE

Le zanzare comuni

zanzare comuni foto

La zanzara comune (nome scientifico Culex pipiens) è di aspetto e dimensioni piuttosto minute e colorazione di fondo sul marroncino. Di questa specie esistono due forme biologiche: una rurale e ornitofila (si nutre a spese degli uccelli) e una che predilige il sangue umano, particolarmente adattata agli ambienti urbani, che rappresenta un’evoluzione della prima. Dal punto di vista biologico, la forma adattata a nutrirsi a spese dell’uomo si è abituata alla vita in ambienti chiusi, spesso sotterranei (cantine); è in grado di accoppiarsi in spazi ristretti e di compiere il primo ciclo di produzione di uova senza il pasto di sangue. Esistono popolazioni ibride e con caratteristiche intermedie. Si nutre in prevalenza nelle ore serali e mattutine.

La zanzara tigre

zanzare tigre foto

La zanzara tigre (nome scientifico Aedes albopictus) si distingue dalla zanzara comune per la colorazione: l’adulto è nero con striature bianche su tutto il corpo, in particolare sulle zampe. Le dimensioni non sono diverse dalla zanzara comune.
E’ una specie originaria delle foreste tropicali del sud-est asiatico, da dove nel corso di pochi decenni, a partire dalla seconda metà del XX secolo, ha colonizzato buona parte delle regioni temperate e tropicali del globo. Si nutre di giorno.
La sua diffusione è principalmente dovuta al trasporto accidentale di uova deposte all’interno di manufatti oggetto di commerci internazionali, come i copertoni usati. In Piemonte è ormai diffusa ovunque al di sotto dei 600 metri di quota.

LEGGI ANCHE: ZANZARE, 8 CONSIGLI PER COMBATTERLE IN MODO EFFICACE

Le zanzare di risaia

zanzare risaia

La zanzara di risaia (nome scientifico Ochlerotatus caspius o Aedes caspius) presenta una colorazione molto variabile tra popolazioni e anche all’interno della stessa popolazione. Nella forma più comune si distingue per l’addome acuto e scuro che mostra un disegno a “crocette” chiare. Le femmine pungono sia durante il giorno che durante la notte, con un picco di attività nelle ore più fresche della giornata e al crepuscolo. Si tratta di una specie aggressiva, fonte di grave fastidio per l’uomo e gli animali domestici. E’ una specie molto comune in Italia, soprattutto nelle regioni costiere e in quelle risicole. E’ in grado di spostarsi di molti chilometri dai suoi focolai di sviluppo. E’ una delle zanzare più presenti nelle aree risicole piemontesi.

La zanzara anofele

zanzara anofele foto

Zanzara anofele. Per “anofeli” s’intendono generalmente tutte le specie di zanzare appartenenti al genere Anopheles.
In Europa, la maggior parte di esse è riconducibile ad un insieme di specie molto simili, che si possono distinguere solo allo stadio di uovo o con particolari misure biometriche delle larve.
Le specie che compongono il complesso sono 8, di cui 7 presenti in Italia. In Piemonte predominano An. messeaeAn. melanoon e An. maculipennis, specie che si nutrono prevalentemente a spese di animali ma che possono raramente pungere l’uomo e solo quando sono presenti in grandi popolazioni, come accade nel Piemonte orientale a estate inoltrata.
Il corpo è dotato di lunghe zampe e di una evidente proboscide; è di colore scuro e ha dimensioni più grandi delle altre specie. Le ali presentano inoltre caratteristiche macchie, dovute a gruppi di scaglie scure.

 

Zanzare, 8 consigli per combatterle in modo efficace

in Rubriche
Lotta alle zanzare

Rubrica a cura di IPLA – Istituto per le Piante da Legno e per l’Ambiente

Lotta alle zanzare, parte il progetto del 2020 in Piemonte
Anche per questo 2020, malgrado le difficoltà dettate dall’emergenza sanitaria in atto, le azioni di lotta contro le zanzare sono cominciate. Con la pubblicazione sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte della delibera di giunta relativa allo stanziamento dei fondi per il 2020, avvenuta giovedì scorso, si sono infatti avviate ufficialmente tutte le procedure per attivare il progetto, che anche per l’anno in corso sarà gestito dall’IPLA SpA.
Sono 235 i comuni che cofinanziano le azioni di contrasto alle zanzare sui loro territori. L’obiettivo? Ridurre le infestazioni abbassando il rischio di trasmissione di malattie come la Febbre del Nilo, la Zika, la Dengue o la Chikungunya. Le squadre di operatori sul territorio individuano i focolai di riproduzione e li eliminano o, ove ciò fosse impossibile (tombini, ristagni permanenti d’acqua, etc) attuano trattamenti con prodotti biologici e chimici a basso impatto per eliminare le zanzare quando sono allo stadio larvale. Solo in casi eccezionali, in presenza di raduni con molte persone (quest’anno certamente meno facili e più rari) si attuano trattamenti adulticidi. Ridurre il numero di zanzare, oltre a limitare il fastidio alla popolazione, riduce il rischio di trasmissione di malattie. In casi di presenza sul nostro territorio regionale di patologie trasmissibili da zanzare, ecco che le squadre opereranno sul territorio interessato una accurata disinfestazione che riguarderà anche tutte le aree ove il malato ha risieduto.
L’obiettivo prioritario è ridurre il rischio di epidemie ed è per questo che i fondi giungono dall’Assessorato alla Sanità della nostra regione.

8 suggerimenti per combattere le zanzare

Ecco dunque 8 precauzioni da adottare da parte dei dei cittadini. Infatti una parte del progetto, altrettanto importante, è quella dedicata alle azioni di formazione e informazione alla cittadinanza con la quale occorre creare una sorta di alleanza, una fattiva collaborazione. Da una parte si richiede a ciascuno di rispettare alcune prescrizioni che riducono la possibilità di riproduzione delle zanzare, vediamo insieme quali.
  1. Pulire periodicamente le grondaie per evitare ristagni d’acqua
  2. Cambiare di frequente l’acqua dei vasi e svuotare periodicamente quella dei sottovasi
  3. Capovolgere o non lasciare all’aperto oggetti che, con la pioggia, possano riempirsi d’acqua
  4. Coprire ermeticamente con zanzariere ben tese i recipienti che contengono acqua necessaria per l’irrigazione
  5. Tenere vuote vasche e fontane o introdurvi dei pesci
  6. Non abbandonare all’aperto rifiuti e teli di plastica che, con la pioggia, possano riempirsi d’acqua
  7. Trattare periodicamente, con prodotti larviciditutte le raccolta d’acqua non eliminabili (tombini, caditoie, ecc.)
  8. Non lasciare all’aperto copertoni che, con la pioggia, possano riempirci d’acqua
Si ricorda che è attivo un numero verde (800.171.198) al quale tecnici esperti possono rispondere a domande, dubbi o per segnalare particolari casi di infestazione che richiedano l’intervento diretto sul territorio.

La lotta al maggiolino giapponese per proteggere le nostre colture

in Rubriche
maggiolino giapponese

Rubrica a cura di IPLA – Istituto per Piante da Legno e per l’Ambiente

Rinvenuto in Italia, nel Parco del Ticino, per la prima volta nel 2014, questo coleottero, scientificamente chiamato Popillia japonica, sta divenendo un problema importante per la nostra agricoltura. Ne sanno qualcosa gli abitanti del Novarese e del Vercellese orientale che lo hanno già sul loro territorio. Gli adulti del maggiolino giapponese, assai voraci e numerosi, si nutrono collettivamente a spese di molte specie coltivate e spontanee. Le larve, invece, vivono nel terreno cibandosi degli apparati radicali delle specie erbacee. L’UE ha inserito questo insetto nelle cosiddette “specie da quarantena”, contro le quali la lotta è obbligatoria.

L’IPLA e l’impegno per contrastare il maggiolino giapponese

L’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente (IPLA SpA) segue per conto del Settore Fitosanitario da 3 anni le attività di contrasto, che negli anni scorsi hanno compreso l’immissione nelle aree di riproduzione di una particolare specie di nematode e una di un fungo, capaci di parassitizzare le larve. E dallo scorso anno la disposizione sul territorio complessivamente di migliaia di trappole per gli adulti.

maggiolino giapponeseLe trappole per la lotta a questo coleottero così invasivo

Per andare nello secifico, nell’estate 2019 sono state installate 600 trappole a cattura massale degli adulti (già utilizzate dall’inizio in collaborazione con il Parco del Ticino), le quali vengono svuotate periodicamente. Solo nel 2018 con questa modalità sono stati catturati 24 milioni di adulti. Sono inoltre state posizionate 400 trappole per la disseminazione di un fungo entomopatogeno che agisce sull’insetto, causandone la morte. Non solo: sono state posizionate altre 1500 trappole a rete insetticida per l’abbattimento diretto degli adulti del maggiolino giapponese. Queste ultime possono possono abbattere fino a 26.000 adulti per trappola al giorno.
Tutte le trappole suddette sono innescate con un attrattivo a due componenti: il feromone sessuale femminile (che attira i maschi) e un’essenza floreale (che attira entrambi i sessi) proprio per condurre gli insetti nella trappola. Le trappole sono installate secondo schemi precisi e in modo da evitare di attirare il coleottero in zone ancora indenni e limitare quindi il più possibile l’espandersi dell’infestazione. Durante i mesi primaverili-estivi sul territorio sono in azione numerose squadre per la gestione e il monitoraggio delle trappole, anche per evitare eventuali azioni di vandalismo.

Quali progetti per la lotta al maggiolino giapponese?

Per l’annata 2020 le azioni di contenimento sono già programmate e saranno essenzialmente concentrate nella disposizione sul territorio infestato di circa 2500 trappole a ombrello, progettate e realizzate secondo le direttive tecniche dell’IPLA e del Settore Fitosanitario della Regione Pimeonte, che hanno dimostrato una efficacia maggiore rispetto ad analoghe trappole utilizzatein altri territori.
Per approfondire il tema si può consultare la pagina dedicata sul sito della Regione Piemonte.
Per approfondire le schede tecniche e le caratteristiche della Popillia ma anche di altri patogeni inseriti nella lista delle specie da quarantena individuate dalla UE si può consultare la seguente pagina sul sito istituzionale dell’IPLA.

Lotta alle zanzare, individuata nuova specie in Piemonte

in Rubriche
Zanzare IPLA

Rubrica a cura di IPLA – Istituto per le Piante da Legno e per l’Ambiente

Proprio in queste settimane è in fase di discussione l’avvio del progetto di lotta alle zanzare per l’anno 2020. Le temperature miti dell’inverno favoriscono una partenza dei cicli biologici delle zanzare anticipata rispetto agli anni passati. Occorre quindi monitorare e partire con le azioni di lotta tempestivamente.

Lotta alle zanzare

Nella scorsa annata, nell’ambito del progetto regionale di monitoraggio e lotta contro le zanzare, l’Istituto per le Piante da Legno e l’Ambiente di Torino (IPLA SpA) che dal 2007 gestisce il progetto di contrasto alle zanzare per conto della Regione Piemonte, ha individuato alcuni esemplari di Aedes japonicus, una specie di zanzara fino a ora non presente in regione, giunta da noi dal vicino Canton Ticino dove è segnalata dal 2017. Questa nuova specie di zanzara è stata individuata in 6 comuni della provincia del Verbano-Cusio-Ossola (Verbania, Cannero Riviera, Oggebbio, Stresa, Crodo e Gravellona Toce) ma il suo areale è sicuramente più ampio di quello che è stato possibile accertare. L’indagine è tuttora in corso e proseguirà.

Aedes japonicus, una specie invasiva

Aedes japonicus è considerata una delle specie più invasive, tanto da essere stata inclusa nella lista del Global Invasive Species Database. Originaria delle zone temperate dell’estremo oriente, ha raggiunto gli Stati Uniti orientali alla fine del secolo scorso probabilmente con il commercio dei copertoni usati. Da allora è stata segnalata in più di 30 stati degli USA e in Canada. La prima segnalazione per l’Europa risale al 2000, in Francia, dopodiché è stata rinvenuta in numerosi Paesi, tra cui Belgio, Paesi Bassi, Svizzera, Germania, Austria, Slovenia, Ungheria e Croazia.

Il primo esemplare in Italia nel 2015

In Italia il primo esemplare è stato trovato nel 2015 in provincia di Udine, non distante dal confine con l’Austria. Da lì ha colonizzato almeno 58 comuni tra le province di Udine e Belluno, ad un’altitudine compresa tra i 99 e i 1263 m slm, anche in zone finora precluse alla zanzara tigre (Aedes albopictus). Le sue larve sono state ritrovate in varie tipologie di focolai: copertoni, vasi, sottovasi, tombini, vasche di fontane e recipienti di varie dimensioni.

Si tratta di una specie che dimostra una buona adattabilità e che è capace di colonizzare aree e ambienti anche differenti da quanto fatto finora dalla zanzara tigre. Essendo di recente introduzione, occorrerà considerare anche gli effetti di competizione nei focolai larvali con le specie autoctone o di precedente introduzione.

Le zanzare veicolano patologie

Aedes japonicus è considerata un vettore di patologie poco importante rispetto ad altre sue congeneriche, quali la zanzara tigre. Nonostante ciò, in laboratorio è stato possibile accertare la sua competenza per la trasmissione di nematodi (filarie) e alcuni virus che possono colpire l’uomo. Se il progetto sarà approvato dalla Regione Piemonte, le azioni di monitoraggio e lotta che realizzeremo saranno anche volte alla verifica della diffusione di questa nuova specie e al suo contenimento.

Per maggiori informazioni sulla lotta alle zanzare.

L’impatto degli inquinanti dell’aria sulle foreste e le loro funzioni

in Rubriche
foreste

Rubrica a cura di IPLA – Istituto per le Piante da Legno e per l’ambiente

Sul finire del secolo scorso grande risalto ebbero i danni causati alle foreste, in particolare del centro Europa, dalle cosiddette “piogge acide”, rese tali a causa dell’immissione in atmosfera di anidride solforica dovuta al largo utilizzo di combustibili fossili.

Le preoccupazioni per le foreste

Oggi a preoccupare di più sono le notevoli masse di emissione di anidride carbonica (CO2) che rappresentano uno dei più urgenti problemi ambientali, giacché aumentano “l’effetto serra” con il conseguente riscaldamento generalizzato della terra. Un ulteriore elemento di criticità è rappresentato dall’eccesso di ozono. Il danno sulle piante in questo caso è correlato alla sua concentrazione in atmosfera e all’assorbimento delle foglie. Nello specifico la sua fitotossicità inibisce la fotosintesi clorofilliana danneggiando l’assorbimento di nutrienti. Con concentrazioni di ozono elevate si stima una riduzione dell’attività fotosintetica fino al 15%.

Il ciclo del carbonio

Negli ecosistemi terrestri il ciclo del carbonio permette di assorbire CO2 consentendo ai boschi di diventare “serbatoi di carbonio”. Se si favoriscono gli assorbimenti degli ecosistemi, maggiore sarà la quantità di carbonio fissata a lungo termine nella biomassa e nel suolo e minore sarà l’impatto delle emissioni in atmosfera.

foreste

Il protocollo di Kyoto e i successivi accordi internazionali impegnano i Paesi a ridurre le emissioni che provocano l’effetto serra e ne regolamentano la contabilizzazione secondo un mercato ufficiale che è l’ETS (Emission Trading System). Esiste inoltre la possibilità di scambiare “crediti di carbonio” nel cosiddetto mercato volontario in cui individui, società e organismi pubblici comprano crediti per mitigare le loro emissioni derivanti da produzioni industriali, trasporti, produzione di energia e altre fonti. Fra i vari progetti, oltre a quelli più diffusi nel campo delle energie rinnovabili, vi sono anche quelli in ambito forestale.

 

L’Ipla e lo studio delle foreste piemontesi

È in tale ottica che l’Ipla, a partire dagli anni 2000, per conto della Regione Piemonte, è impegnata in attività di studio e di monitoraggi finalizzati all’identificazione di tecniche di gestione delle risorse naturali (boschi e impianti per l’arboricoltura da legno) e alla contabilizzazione del carbonio in vista di un mercato regionale dei crediti. L’Ipla ha stimato che nelle foreste piemontesi (quasi 1 milione di ettari), considerando le piante e i suoli, per ogni ettaro ci siano circa 600 tonnellate di anidride carbonica stoccata, di cui oltre 200 nelle radici e nei fusti delle piante.

D’altro canto studi recenti hanno dimostrato che concentrazioni elevate di ozono possono ridurre la produttività delle foreste fino al 50%, con conseguente impatto sulla capacità delle stesse di immagazzinare l’anidride carbonica. Stiamo parlando infatti di sistemi complessi, nei quali le variabili sono molteplici e le correlazioni tra loro sono molto numerose e altrettanto complesse. Ciò premesso, è evidente l’importanza di studiare l’impatto che l’ozono può avere sulle piante e sugli ecosistemi forestali quali fornitori di servizi.

Mitimpact, il progetto di UniTO in collaborazione con Arpa e Ipla

A tale proposito, il Dipartimento di Economia e statistica dell’Università degli Studi di Torino, nell’ambito del progetto Mitimpact, in collaborazione con l’Arpa e l’Ipla, sta definendo una metodologia che permetta di stimare gli impatti dell’ozono sugli ecosistemi da un punto di vista economico.

foresteSiccome la sensibilità delle specie forestali è diversa, uno studio parallelo condotto dal Dipartimento di Scienze Agrarie, Forestali e Alimentari dell’Università degli Studi di Torino, fornirà scenari futuri su come la vegetazione si trasformerà adattandosi ai cambiamenti climatici. Si prevede quale sarà la risposta complessiva delle foreste in un quadro di progressivo innalzamento delle temperature, riduzione delle precipitazioni e aumento delle concentrazioni di alcuni inquinati dell’aria come l’ozono, favoriti dalla luce e dal calore.

Di tutto questo se ne è discusso durante un importante incontro con Corinne Le Quéré, Alto Commissario per il clima nominato dal governo francese, organizzato a Nizza lo scorso 2 febbraio dal Conseil Départemental. Corinne Le Quéré, che è anche Direttrice del Tindall Centre per la ricerca sui cambiamenti climatici e reggente della cattedra per i cambiamenti climatici all’Università Est Anglia, è una climatologa di fama mondiale che ha fornito validi spunti su come proseguire la ricerca in questo campo. Le nostre foreste, apparentemente statiche, sono in realtà in continua trasformazione, sia per le naturali dinamiche ecologiche sia per le modificazioni ambientali che stanno subendo.

Proteggere il suolo per proteggere ciascuno di noi

in Rubriche
suolo IPLA

Rubrica a cura di IPLA – Istituto per le piante da legno e per l’ambiente

In passato gran parte dei centri abitati erano costruiti con l’accortezza di salvaguardare le terre migliori per la produzione di alimenti. Oggi non è più così, ed è per questo che abbiamo davanti la necessità di rimettere al centro le potenzialità intrinseche dei suoli e di fornire la giusta attenzione a tutti i fattori produttivi in agricoltura, compresa ovviamente la disponibilità d’acqua.
In questo senso ci aiuta la Strategia tematica sulla protezione del suolo, approvata dall’Europa nel settembre 2006, che individua le otto minacce che incombono sui suoli e indica la strada da seguire a Stati e Regioni dell’Unione. Tra le minacce individuate l’impermeabilizzazione è certamente quella più pericolosa per i suoli italiani e piemontesi. Altre minacce, comunque assai rilevanti per i nostri territori, sono l’erosione, la perdita di sostanza organica, l’inquinamento, l’acidificazione e la compattazione, nonché la salinizzazione in alcune aree costiere italiane.

suolo IPLALe funzioni “pubbliche” svolte dal suolo

Il suolo, anche se di proprietà privata, svolge funzioni pubbliche: facilita il ricarico delle falde, fissa il carbonio organico, regima le acque di precipitazione, filtra gli inquinanti, ospita gran parte della biodiversità della Terra. Quando un suolo viene impermeabilizzato (cementificato) si configura quindi un danno ambientale alla comunità.
Secondo l’ISPRA nazionale, oltre il 7% del territorio italiano è ormai impermeabilizzato; alcune regioni raggiungono il dato preoccupante del 10% di territorio che non è più utilizzabile per fini produttivi a causa della “cementificazione” ma, se consideriamo solo le aree di pianura, le più produttive, il dato è notevolmente maggiore. In Piemonte tra il 7% e l’8% dell’intero territorio regionale è stato ormai consumato.

L’IPLA e l’analisi del suolo piemontese

l’IPLA, dalla sua nascita, rileva, studia e analizza i suoli piemontesi, producendo cartografie alle diverse scale e, su mandato regionale, proposte di razionale pianificazione del territorio capaci di conservare il più possibile la risorsa per le generazioni future. Tutti i dati rilevati sono messi a disposizione degli utenti, degli esperti, dei funzionari ma anche dei semplici cittadini a questo link.
suolo IPLA Piemonte
Tra gli strumenti prodotti ve n’è uno in particolare utile per definire quali siano i suoli a maggiore valore produttivo a livello agro-silvo-pastorale: la Capacità d’Uso dei Suoli. Con questa metodologia le centinaia di suoli diversi dell’intera regione sono raggruppati in 8 classi, dalla 1 (la classe migliore) alla 8 (la classe peggiore). Da questa cartografia si evince come sia proprio sulle migliori classi di capacità d’uso (dalla 1 alla 3, classi tipiche della pianura) che si è sviluppato il consumo di suolo. Quindi già oggi il danno che è stato prodotto è assai rilevante e ormai irreversibile. La Capacità d’uso dei suoli non è l’unico strumento ma certamente è una delle metodologie principali per misurare il valore della risorsa al fine di utilizzare la leva economica e fiscale nella protezione delle “terre migliori”. 
Nelle politiche di pianificazione urbanistica, occorre infatti trovare un legame stretto che sappia mettere in relazione il consumo della risorsa suolo con il suo valore economico; occorre cioè pagare il danno che si produce alla collettività per facilitare politiche di compensazione in base alla qualità del suolo che viene eliminato o danneggiato. Se si creasse questa connessione stretta tra “importanza del suolo” e “valore del suolo” faremmo finalmente passi avanti che potrebbero essere realizzati se il nostro Paese approvasse una legge sulla protezione del suolo che ancora non ha, malgrado da anni vi siano lodevoli tentativi in tal senso.

Alluvioni, la gestione delle sponde fluviali per ridurre i rischi

in Rubriche
Dora alluvioni

Articolo a cura di IPLA – Istituto per le Piante da Legno e per l’Ambiente

Dopo ogni evento alluvionale si torna a parlare della necessità di prevenzione, degli abusi e degli errori che sono stati fatti, di come si dovrebbe e potrebbe fare per ridurre i danni. E la terminologia è spesso inappropriata. Come il riferimento alla “messa in sicurezza” che andrebbe invece sostituito con una più realistica “riduzione del rischio”. La fragilità del nostro territorio, in gran parte montano e collinare, è un dato oggettivo. In questa sede vorremmo soffermarci sugli interventi che potrebbero essere utili a mitigare il rischio dei danni alluvionali. In particolare per quanto concerne la gestione della vegetazione. Proprio a seguito degli eventi che hanno colpito il sud-est del Piemonte nell’autunno scorso, si è riacceso il dibattito. Come gestire quindi gli alberi che crescono spontaneamente negli alvei e sulle sponde dei nostri corsi d’acqua? Ecco allora che si torna a parlare di “pulizia dei fiumi”, altro termine che andrebbe bandito, con cui si intende il taglio di alberi e arbusti in alveo con in aggiunta una significativa rimozione di sedimenti.

Dora alluvioni

Procediamo con ordine: innanzitutto occorre distinguere il reticolo idrografico minore, costituito dai piccoli rii di versante, da quello dei fiumi di fondovalle e pianura. Le caratteristiche sono molto diverse. I primi sono corsi d’acqua con portata modesta o nulla per gran parte dell’anno, i cui alvei, ampi solo alcuni metri, vengono rapidamente colonizzati dalla vegetazione spontanea. Quando si verificano degli eventi intensi il deflusso viene ostacolato dalla vegetazione e la corrente viene deviata causando dissesti con possibili danni anche alle infrastrutture. In questi casi la gestione della vegetazione è indispensabile per garantire la pervietà dei corsi d’acqua e preservare l’integrità del territorio.

Come funzionano i fiumi

I fiumi sono invece ecosistemi complessi. Certo, di grande importanza dal punto di vista ambientale, infatti i fattori in gioco sono molteplici: morfologia, aspetti idraulici e vegetazione. Un esempio? L’effetto che negli ultimi decenni ha avuto il massiccio e diffuso prelievo di sedimenti in alveo in molti fiumi del bacino padano, compresi quelli piemontesi. L’effetto combinato dei prelievi di materiale in alveo e delle opere di difesa ha progressivamente artificializzato i nostri corsi d’acqua rendendoli molto simili a canali. In queste condizioni si innesca un processo di erosione progressiva del fondo dell’alveo, con l’abbassamento anche di alcuni metri, conseguente aumento della velocità della corrente e danni alle infrastrutture, in particolare ponti e opere di difesa. Per contrastare questo fenomeno si sono rese necessarie ingenti opere di manutenzione tra i quali la rifondazione delle pile dei ponti ormai scalzate e in pericolo di crollo. In questi casi la vegetazione spontanea cresciuta negli alvei può costituire un freno naturale alla velocità della corrente e contribuire all’integrità delle opere.

Come intervenire per gestire le alluvioni?

Dora alluvioni

Ecco allora che gli stessi interventi, come il semplice taglio della vegetazione, a seconda dei contesti in cui si applicano possono avere effetti molto diversi. La chiave per attuare una gestione mirata ed efficace è la pianificazione. La Regione Piemonte, supportata da IPLA, con altri partner italiani e francesi, ritenendo fondamentali questi aspetti ha aderito al Programma Interreg Italia e Francia, con il progetto Eau Concert, che si è sviluppato in due fasi successive.

 

La prima, realizzata nel periodo 2013-2015, ha visto la realizzazione in via sperimentale del Piano di Gestione della Vegetazione perifluviale (PGV) del fiume Dora Baltea e del torrente Chiusella, la cui metodologia è poi stata utilizzata per la pianificazione di altri corsi d’acqua: Stura di Lanzo, Dora Riparia, Torrente Belbo, Torrente Orba e Fiume Sesia (in corso di realizzazione).

La seconda, attualmente in corso, ha come obiettivi la realizzazione degli interventi previsti dal Piano di gestione attraverso il miglioramento della vegetazione forestale presente lungo la Dora, l’impianto di circa 5000 alberi e arbusti per formare siepi campestri e contrastare le specie esotiche invasive. Si prevede inoltre la realizzazione di corsi di formazione aperti a studenti universitari, amministratori, tecnici e ditte forestali specializzati nella gestione di questi ecosistemi di grande importanza per la riduzione del rischio idraulico, la conservazione della biodiversità e della qualità delle acque e la promozione di attività turistiche sul nostro territorio.

La Collina Torinese: una perla di biodiversità grazie ai funghi

in Rubriche
Biodiversità collina torinese funghi

Articolo a cura di IPLA – Istituto per le piante da legno e per l’ambiente.

La Collina di Torino è da sempre stata il polmone verde della Città, un luogo di elevata naturalità a poca distanza dal centro. Questa commistione tra urbanizzazione e natura è un punto di forza del capoluogo piemontese che è certamente una delle aree urbanizzate più verdi d’Europa. Dal 2016 questa difficile convivenza è divenuta ufficialmente elemento di pregio, in quanto il “Parco del Po e della Collina torinese” ha ottenuto il riconoscimento di “Riserva della Biosfera” all’interno del programma MAB dell’UNESCO. Il Programma “Uomo e Biosfera” (MAB – Man and Biosphere) è un’iniziativa intergovernativa lanciata dall’UNESCO nel lontano 1971. Ha come obiettivo la promozione di un concetto di sviluppo strettamente correlato e collegato alla conservazione degli ecosistemi e della diversità biologica e culturale del territorio.

Biodiversità funghi

Quello del “Parco del Po e della Collina torinese” è il primo caso di proposta e riconoscimento di Urban-MAB in Italia. E cioè un comprensorio naturalistico fortemente antropizzato (oltre un milione e mezzo di abitanti) appartenente a un’area geografica con interessante biodiversità. L’area è ricca di corsi d’acqua, tra i quali domina il fiume Po, colline coperte di boschi e con una presenza di specie di flora e fauna assai vasta e diversificata.

La biodiversità e… i funghi

La biodiversità, grazie alle nuove conoscenze scientifiche acquisite soprattutto nell’ultimo decennio, è divenuto un parametro tanto fondamentale quanto ancora troppo poco conosciuto. E i funghi, al pari delle specie vegetali e animali, sono uno dei tasselli fondamentali della biodiversità. Inoltre rappresentano uno degli indicatori biologici più efficaci per valutare la stabilità e l’evoluzione degli ecosistemi naturali e semi-naturali. Tutto ciò assume importanza ancora maggiore in virtù del cambiamento climatico in atto. Malgrado ciò questi organismi viventi, affascinanti e per certi versi ancora misteriosi, nella maggioranza dei casi quando si eseguono approfondimenti di natura scientifica in un dato territorio non vengono considerati.

 

Il vero patrimonio del pianeta? La biodiversità

La biodiversità, anche se come ricordato costituisce una nozione relativamente recente, è il risultato di circa 3 miliardi e mezzo di anni di evoluzione; è il vero patrimonio del Pianeta e di ciascuno di noi. Alcuni, giustamente, la paragonano a un’assicurazione che garantisce la sopravvivenza della vita sulla Terra, con i suoi equilibri dinamici, con i suoi cambiamenti e le evoluzioni continue. Si stima che sulla terra vivano oltre 1 milione di specie di funghi di cui circa solo 72.000 specie sono ad oggi state classificate e descritte.

Come funzionano i funghi?

Dal punto di vista degli equilibri ecologici, i funghi entrano soprattutto nelle dinamiche legate al ciclo del carbonio. Molte specie hanno la fondamentale funzione di decomporre e trasformare la materia organica, rendendo disponibili ai vegetali nuove sostanze nutritive. Al contempo è proprio a spese di molti vegetali che i funghi vivono e si alimentano. Ciò è vero in particolare le specie parassite danneggiano fino a condurre alla morte i propri ospiti; le specie saprofite, nutrendosi a spese di materia organica “morta”, attivano le fasi di decomposizione, favorendo con ciò il prosieguo e la perpetuazione del ciclo. Ma sono certamente i funghi micorrizici, quelli che si “alleano” con le piante, ad essere i migliori amici delle specie vegetali dalle quali ricevono sostanze nutritive.

La Collina torinese e i suoi Funghi – da Moncalieri a Superga a Casalborgone di Igor Boni

Per colmare questa lacuna di conoscenza Igor Boni, attuale Amministratore Unico dell’IPLA – da sempre esperto di tematiche legate ai suoli e appassionato di micologia – ha prodotto una prima check-list dei cosiddetti “funghi superiori” della collina. Il lavoro di raccolta dei dati è iniziato nell’autunno del 2004 ed è proseguito ininterrottamente per oltre 10 anni nei quali sono stati raccolti e classificati migliaia di esemplari in tutte le differenti aree della collina.

Biodiversità - Copertina libro collina torinese
La copertina del libro di Igor Boni

Dai rari prato-pascoli alle ampie superfici a bosco, dalle aree agricole a quelle ruderali e parzialmente urbanizzate, fino ai numerosi parchi pubblici e giardini. Il risultato del lavoro è stato pubblicato da Daniela Piazza Editore nel volume La Collina torinese e i suoi Funghi – da Moncalieri a Superga a Casalborgone. Nel testo sono riportate fotografie e descrizioni delle 350 specie censite, le quali non rappresentano la totalità delle specie fungine della collina torinese ma sono indubbiamente un corposo elenco di sicuro interesse naturalistico, che potrà (dovrà) essere verificato ed incrementato negli anni a venire.

I funghi più citati?

Tra i più frequenti si citano i funghi appartenenti al genere Russula (39 specie), seguiti dai Lactarius (19 specie), i Cortinarius (18 sopecie) e le Amanita (15 specie). Tra i funghi più ricercati ci sono indubbiamente i porcini (Boletus aereus e Boletus aestivalis), l’ovulo buono (Amanita caesarea) e il re dei funghi, il pregiato tartufo bianco (Tuber magnatum).

L’insieme delle specie che caratterizzano un’area, se attentamente monitorato nel tempo, può fornire importanti informazioni sui cambiamenti in atto. Le fruttificazioni di alcune specie sono infatti tipiche solo di alcuni ambienti con determinate caratteristiche; se tali caratteristiche si modificano alcune specie non riusciranno più a giungere a fruttificazione e altre prenderanno il sopravvento. I funghi inoltre sono ottimi bioindicatori, possono cioè essere utilizzati come indicatori dei processi di evoluzione o di degrado in atto. I funghi micorrizici in particolare sono uno strumento fondamentale per comprendere la qualità biologica del suolo e lo stato di salute delle piante e dell’intero ecosistema. Sulla nostra collina i funghi ci indicano una transizione tra un clima submediterraneo sui versanti esposti al sole e un clima montano sui versanti in ombra. Fruttificano a poche centinaia di metri di distanza specie tipiche della macchia mediterranea con altre caratteristiche di ambienti in quota.

Le ricerche sull’ecologia e sulle correlazioni che intercorrono tra ambiente e biodiversità micologica proseguono e proseguiranno. Ma non vi è dubbio che la Collina torinese, da questo punto di vista, rappresenta una perla da conservare e da conoscere.

I boschi del Piemonte? Hanno un miliardo di alberi

in Rubriche
Boschi del Piemonte

Articolo a cura di IPLA – Istituto per le Piante da Legno e per l’Ambiente.

Quasi il 40% della superficie regionale è coperta da boschi che sono costituiti da quasi un miliardo di alberi. Numeri in crescita quelli dei boschi piemontesi che, come accade in tutto lo stivale, stanno riconquistando spazio a danno di aree agricole abbandonate nelle aree montane e collinari. La realtà è che in 35 anni l’estensione dei boschi in Piemonte è cresciuta di 280.000 ettari. 

Boschi del Piemonte, un po’ di numeri

Quel che è certo è che in pochi conoscono questa realtà e allora, grazie al lavoro dell’IPLA, diamo i numeri (nel senso buono s’intende).

I castagneti sono il bosco più diffuso. Occupano infatti il 22% del totale delle foreste regionali, seguono le faggete e i robinieti, rispettivamente con il 15% e il 12%. Le latifoglie, invece, dominano nettamente sulle conifere, vincendo la partita 84% a 16%. Queste superfici sono di proprietà privata per il 72% e pubblica per il 28%. Sulla proprietà privata, c’è una estrema frammentazione della proprietà che rende assai difficile la gestione dal punto di vista economico.

Ubicazione e problematiche

I boschi piemontesi sono soprattutto ubicati in aree montane (72%) mentre la restante parte è in collina (19%). Solo il 9% in pianura, dove il bosco planiziale è stato nei secoli sostituito dall’agricoltura intensiva, rimanendo sono in alcune aree a parco di eccezionale pregio naturale.

IPLA

Ad oggi, le maggiori problematiche si hanno a carico dei castagneti. Un’assenza di gestione di decenni sta provocando, in vaste aree, deperimenti importanti. Questa tipologia forestale non è presente in natura, ma è stata diffusa dall’uomo assai oltre le proprie potenzialità. Storicamente, il castagno ha rappresentato un sostegno insostituibile per le popolazioni rurali, per la fornitura di proteine e per il legname, per la paleria e per la produzione di tannino.

Oggi l’abbandono di queste attività, relegate a territori assai meno vasti, hanno lasciato senza gestione quasi 200.000 ettari di castagneti che vedono la specie in difficoltà, con un collasso repentino del bosco segnato da morie diffuse in alcune aree e graduale transizione ad altre tipologie forestali in altre.

I boschi sono indispensabili

I boschi non hanno bisogno dell’uomo ma sono indispensabili all’uomo per i servizi ecosistemici che svolgono. Di cosa parliamo? Parliamo della protezione del territorio da pericoli naturali come valanghe, cadute di massi e frane superficiali, di dissesti di varia natura fino alle colate di fango. Parliamo di protezione dall’erosione del suolo e di regolamentazione del flusso delle acque. Parliamo della potenzialità di mitigazione del clima, con l’assorbimento di anidride carbonica e della liberazione di ossigeno grazie alla fotosintesi clorofilliana.

Quanta anidride carbonica assorbono i boschi del Piemonte?

Ogni anno i boschi piemontesi assorbono 5 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Basta pensare a questo per rendersi conto dell’importanza del mantenimento in salute di queste superfici, spesso considerate a torto “marginali”. Il tutto senza considerare la funzione essenziale che svolgono nella protezione e nell’incremento della biodiversità. Solo in Piemonte nidificano oltre 100 specie di uccelli e vivono 60 specie di animali di interesse comunitario.

Una fonte economica

Su questo milione di ettari dobbiamo attuare politiche di protezione e di utilizzo sostenibile delle risorse, perché i boschi sono anche una fonte economica per aree dove lo spopolamento ha modificato completamente le società rurali. Ecco allora che nella nostra regione possiamo trovare una via per costruire una economia montana basata proprio sulle foreste. E’ per questo che oggi ci sono 4000 boscaioli qualificati in piemonte, 600 ditte boschive, 900 tecnici forestali iscritti agli ordini professionali e 500 operai forestali. Qualcuno potrebbe aver da ridire sul rischio di depauperamento; in realtà sta accadendo l’esatto contrario.

Boschi del Piemonte

Ad oggi in Piemonte si prelevano dai boschi poco più di 1 milione di metri cubi di legno che rappresentano un quinto dell’accrescimento complessivo annuale delle foreste piemontesi. Stiamo in sostanza utilizzando ogni anno solo una piccola parte degli interessi (l’accrescimento) che produce il capitale (i boschi presenti).
Come sempre lo strumento principale per pianificare e gestire in modo corretto è la conoscenza. Per questo l’IPLA, da oltre 40 anni, lavora al servizio delle politiche forestali della Regione Piemonte.

Maggiori dettagli a questo link.

Da qui si Torna su