DALLE ANDE AL PIEMONTE ED ALLA VALCERRINA IL CAMMINO ARTISTICO ED UMANO DI MONO CARRASCO
In Valcerrina vive un artista di caratura internazionale, la cui vita è da sola un poema, che ha sviluppato nel corso degli anni un forte legame con il Monferrato ed il Piemonte, pur essendo nato a migliaia di chilometri.
Eduardo ‘Mono’ Carrasco è il nome clandestino e provvisorio – ma tutto ormai lo chiamano così – di Hector Carrasco, nato a Santiago del Cile nel 1954, grafico, muralista, promotore culturale della ‘Brigada Ramona Parra’, vive in Italia dal 1974 anno in cui vi giunse come rifugiato politico dopo il golpe militare che rovesciò il governo democraticamente eletto di Salvador Allende per portare al potere Augusto Pinochet.
Operatore culturale, curatore di mostre tematiche e realizzatore di progetti per grandi eventi come fiere di settore e mostre multimediali, nel Luglio del 2004 l’Ambasciata del Cile a Roma gli conferisce la Medaglia Pablo Neruda, onorificenza governativa promossa dalla Fundación Pablo Neruda.
Ha anche scritto alcuni libri: Il ragazzo che colorava i muri, Edizioni Punto Rosso, Milano, 1998; Il sogno dipinto, Hobby&Works, 2003; Cile, 11 settembre, 2003. Franco Angeli Editore, Milano; Inti Illimani, Storia e mito, Ricordi di un muralista, Il Margine, Trento, 2010.
Attualmente vive a Cantavenna, frazione di Gabiano Monferrato, dalla quale si gode un’ottima vista panoramica sulla Valle del Po ed il ‘mare a quadretti’ delle risaie del Vercellese. E proprio qui, nella sala polifunzionale, ha proposto in una interessante mostra personale il suo percorso ‘Dalle Ande al Monferrato’, quasi un percorso a ritroso del racconto ‘Dagli Appennini alle Ande’ di deamicisiana memoria.
Lo abbiamo incontrato in quell’occasione e ne è nata una lunga chiacchierata, ricca di spunti su un’arte ed fatti storici che, pur avvenuti ‘alla fine del mondo’ ebbero una notevole eco in Europa e, particolarmente, in Italia.
Lei è considerato uno dei fondatori dell’arte dei murales che contraddistinse un particolare periodo della storia cilena ….
Nella seconda metà degli anni Sessanta c’era la guerra in Vietnam e in tutto il mondo gli studenti facevano manifestazioni contro questa guerra. Anche in Cile ci fu una marcia che toccava ogni piccolo paese e coinvolgeva diversi tipi di artisti come ballerini, poeti, cantanti. E c’era un gruppo di sette ragazzi e ragazze che dipingeva sui muri e sulle pietre la parola d’ordine ‘No alla guerra in Vietnam’. Questo è stato l’inizio del muralismo cileno, nato anche per sostenere la campagna elettorale di Salvador Allende. Siamo diventati novanta gruppi che riempivano le strade con la parola ‘Allende’ ed il numero ‘3’ che era quello che lo contraddistingueva sulla scheda per le presidenziali.
La domanda a questo punto è d’obbligo: ha conosciuto Allende ?
L’ho visto durante il suo mandato presidenziale ma l’avevo conosciuto prima perché era amico della mia famiglia. L’ho visto 4/5 volte a casa della mia famiglia. Un parente aveva creato l’Istituto del teatro universitario studentesco cileno.
Come ricorda il presidente Allende ?
Era una persona dotata di un carisma incredibile, irradiava allegria, sapienza, trattava tutte le persone da uguali. In precedenza era stato ministro della salute di Pedro Aguirre Serda e aveva fatto proprio il motto ‘Gobernar es educar’.
Ma torniamo a voi giovani che ne sosteneste la canddatura …..
Dopo le elezioni ‘l’esercito’ di giovani che eravamo si è domandato “E adesso cosa facciamo ?”. Così abbiamo iniziato a realizzare dipinti sui muri con disegni. In Cile, però, non c’era nessuna tradizione muralistica come in Messico, anche perché gli Arancanas, i nostri antenati erano un popolo guerriero e noi eravamo lontani dall’avere un precedente nelle bellezze dell’arta Inca o Azteca.
A quel punto che soluzione avete cercato ?
Abbiamo ‘rubato’ tecniche, simbologie. La nostra idea era quella di fare disegni che potessero essere dipinti da tutti. Di qui la decisione di prendere spunto da artisti che non usassero colori piatti, il nero aveva due utilizzi (colore che viene dato alla fine dell’opera, serve per coprire eventuali imprecisioni e a dare una dimensione all’opera).
I vostri lavori servivano a veicolare un messaggio politico ?
Nei tre anni di Governo Allende i dipinti non sempre avevano una simbologia politica. Molti servivano a dare un altro volto a quartieri marginali. Ad esempio c’era un campo giochi per bambini e vicino vennero fatti dei disegni colorati che si politico non avevano niente. Nessuno negli anni ha mai fatto il conto di quanti murales vennero realizzati.
Eravate riuniti in brigadas. Perché ?
I gruppi erano chiamati brigadas ma erano formati da ragazzi. La Brigadas Ramona Parra era così chiamata perché intitolata in onore di una ragazzadi 18 anni che nel 1947 venne ucciso dalla polizia durante uno sciopero generale.
Cosa è rimasto di questi murales ?
Tutto quanto è stato dipinto, tutta quell’arte di strada è stata totalmente cancellata, c’è pochissima documentazione fotografica. E’ rimasto solo il murales di un grande pittore Roberto Sebastian Matta. Lui, che viveva a Roma, essendo progressista, aveva scritto ad Allende offrendosi di realizzare un murales e Allende diede il suo assenso a che l’opera venisse realizzata in un quartiere periferico, molto povero, ‘La Granja’, nella piscina comunale. Successivamente con la dittatura venne coperto complessivamente da 16 mani di pittura. Il caso volle che uno dei ragazzi che faceva in bagno di quella piscina diventasse sindaco e attraverso l’intervento di restauratori si potesse riportarlo alla luce e recuperarlo con un lavoro veramente certosino. Sono andato a vederlo con la mia compagna ed è stato recuperato all’85% . Intorno a quel murale, poi, è stata eretta la ‘Casa della cultura, dove una decina di anni fa ho tenuto una conferenza.
Ma veniamo ad un giorno cruciale per il Cile, l’11 settembre 1973, il giorno del colpo di stato militare, il ‘Golpe’. Come lo ha vissuto ?
Frequentavo il penultimo anno dell’Istituto superiore di Commercio e studiavo vendita e pubblicità. Al mattino c’era lezione di ginnastica, mi stavo cambiano e uno dei custodi mi ha detto: “Vai a casa, c’è il colpo di stato”. Nessuno, però, in quel momento poteva immaginarsi la dimensione di quanto stava accadendo, di quello che sarebbe accaduto. Per strade vedevi i militari e ti chiedevi chi era a favore e chi era contro. Sono andato alla sede della gioventù comunista del Cile. Lì mi hanno detto di andare verso Sud e sono partito a bordo di una Fiat 600 con i fogli degli iscritti, raggiungendo un quartiere periferico dove sono stato per alcuni giorni.
Dunque non è entrato subito in clandestinità sino a giungere all’espatrio ?
Mi sono reso conto che poteva diventare una mattanza soltanto nel giugno dell’anno successivo, il 1974. In un primo momento non ho avuto grossi problemi, ho fatto l’ultimo anno di scuola in un altro istituto. A giugno, sono entrato in clandestinità e questa fu la mia fortuna. Ero andato al cinema a vedere ‘Il fascino discreto della borghesia’ di Bunuel con una mia cugina che accompagnai a casa sua. Qui venni raggiunto da una telefonata di mio padre che mi disse di non tornare. Nei mesi che seguirono conobbi tutte le case e tutte le classi sociali del Cile e, attraverso una organizzazione di solidarietà la Chiesa cilena prese contatto con l’Ambasciata italiana in Cile. Vennero create le condizioni perché saltassi letteralmente il muro. L’ho rivisto dopo 40 anni e mi sono chiesto: ma come ho fatto a saltarlo ? Di là però c’era la libertà. Poi mi vennero forniti i documenti e venni portato in aeroporto. Sono arrivato a Roma con un volo che è passato da Lima, New York e Francoforte. Sulla clandestinità vorrei aggiungere ancora che è una condizione terribile perché “Tu sei un essere umano inutile e dipendi economicamente dagli altri”.
Quando è tornato in Cile ?
Dopo il plebiscito del 1988.
Prima parlava del Partito Comunista Cileno. Ma è vera l’impressione che il segretario Luis Corvalan fosse più concreto, meno idealista di Allende nel portare avanti il programma di Unidad Popular ?
Corvalan, una delle sue figlie dipingeva con me. Era di origini contadine, un insegnante, persona molto a modo. Il Partito Comunista del Cile non frenava sul programma, ha sempre seguito il programma ed Allende sino all’ultimo giorno. Piuttosto si può davvero dire che Allende è nato troppo in anticipo. Lui parlava di una via pacifica al socialismo diversa dalla rivoluzione cubana. Ed è andato a toccare gli interessi della borghesia cilena che ha un potere economico immenso.
Come è stata la sua vita in Italia ?
Sono stato a Bologna, ho lavorato come operaro – rotativista alla Rusconi Editore, nei laboratori che effettuavano i rivestimenti per la Fiera di Milano quando era nella sua precedente collocazione in zona San Siro. E ho sempre continuato a fare murales in Italia, in Europa, in America Latina.
Adesso è cittadino italiano ?
Si. La cittadinanza l’ho presa tardi, anche se vivo qui da moltissimi anni. Ho aspettato che finisse la dittatura della giunta militare e dieci anni sono diventato cittadino italiano con la consegna dell’attestazione al Comune di Torino, dove vivevo. Poi, per varie ragioni ho scoperto Cantavenna, Gabiano e la Valcerrina, dove ho messo radici.
A proposito di rapporti tra Monferrato ed Ande, che rapporto ha con gli Inti Illimani ?
Sono rappresentante in Italia del gruppo musicale Inti Illimani Histórico. Nel 2022 torneranno in Italia, in particolare in Sardegna.
Per loro ha realizzato qualcosa ?
Ho contribuito con il disegno e parte della colorazione, insieme ad altri, alla copertina del loro quarto album, ‘Hacia la libertad’.
Ha conosciuto Victor Jara uno dei massimi esponenti della nueva cancion chilena, ucciso durante il Golpe ?
Victor lo conoscevo perché andava a mangiare dove c’era la sede della Brigada Ramona Parra. Era un uomo alto, gentile, di grande disponibilità verso gli altri. Veniva preso in giro perché aveva sempre delle pulsantiere. SI pensava fosse un vezzo, invece era perché soffriva di reumatismi e le portava in lana cruda, ed anche in rame, perché eliminavano l’umidità.
Qual è il filo conduttore della mostra ‘Dalle Ande al Monferrato’ ?
Il connubio tra i due territori, le viti ed il vino, le montagne, i fiori. In Valcerrina ho anche realizzato alcuni pannelli che sono nel salone polifunzionale di Gabiano ed un murales a Mombello Monferrato.
Segno di un legame ormai fortissimo tra un artista di notevole caratura internazionale, la Valcerrina ed il Piemonte.
Massimo Iaretti
In esposizione troviamo una cinquantina di opere di grande formato, spesso e con originalità presentate nella formula del dittico o del trittico, realizzate negli ultimi vent’anni e in cui il celebre fotografo altoatesino intende approfondire e documentare con strabiliante esattezza di particolari il tema dei cambiamenti (di qui il titolo della rassegna) dello spazio ambientale. Sia esso naturale, alpino soprattutto, ma anche specchio di architetture urbane in cui non manca di interagire l’uomo, causa concreta degli stessi mutamenti narrati da Niedermayr. Mutamenti spaziali, climatici, ma anche mentali, determinati dal rapporto ambiguo fra uomo e natura che il fotografo pare voler sottolineare attraverso tonalità quasi sempre poco contrastate e neutre, volte a muovere riflessioni morbide (mai impositive) su comportamenti che sarebbe giusto modificare o, per lo meno, limitare per non snaturare l’ambiente, trasformandolo in “altro”, quasi sempre di danno all’immagine originale e all’uomo stesso. “Le sue fotografie – racconta Walter Guadagnini, direttore di CAMERA e curatore della mostra insieme a Claudio Composti e Giangavino Pazzola – si fondano infatti sulle mutazioni che il paesaggio alpino ha subito e continua a subire e trovano la loro ragion d’essere e la loro identità proprio in questo elemento, nella presenza di qualcuno o qualcosa che ha cambiato, e continua a cambiare, l’elemento naturale”. L’interesse dunque di Niedermayr per l’indagine dei luoghi, del classico armonioso paesaggio dell’ambiente alpino- naturale, non è solo interesse di carattere geografico, ma anche e soprattutto di tipo sociale. “Per il fototografo altoatesino – sottolineano ancora i curatori– lo spazio fisico appare come perno di una relazione trasformativa tra ecologia, architettura e società”. Così, ad esempio, la presenza dell’uomo, in alcuni lavori della serie “Alpine Landschaften” (“Paesaggi Alpini”) è interpretata “come un parametro di misurazione delle proporzioni dei panorami alpini e al tempo stesso come metro politico del suo intervento nella metamorfosi degli equilibri naturali”. Intenzioni rimarcate anche nella serie “Portraits” dove i cannoni sparaneve ripresi durante la stagione estiva – quindi inattivi e coperti da teli– diventano ambigue surreali presenze che abitano il paesaggio. In mostra sono esposte anche due dittici inediti realizzati a seguito di una committenza che ha permesso a Niedermayr di scattare, a inizio anno, nel cantiere di Palazzo Turinetti a Torino che diventerà la quarta sede delle “Gallerie d’Italia” di Intesa Sanpaolo in Piazza San Carlo. In apertura, nei primi mesi del 2022, il Museo sarà dedicato prevalentemente a fotografia e a videoarte.
Sarà anche strana coppia. Ma non di meno ci appare estremamente interessante e suggestiva l’accoppiata in mostra al “MEF-Museo Ettore Fico” di Torino del napoletano (da anni operante fra Roma e Spoleto e per la prima volta a Torino) Stefano Di Stasio e del collettivo “Aganahuei”. Entrambe curate da Andrea Busto (direttore del Museo di via Cigna) con testi in catalogo di Vittoria Coen, le due rassegne –“Un attimo di eternità”, fino al 19 dicembre, la prima e“A noi importa il tempo che viviamo”, fino al 24 ottobre, la seconda – evidenziano con tutta chiarezza e altezza di toni alcune fra le varie e di certo più suggestive strade che può assumere nelle sue mille sfaccettature interpretative il linguaggio dell’arte contemporanea. Esponente di spicco dell’ “Anacronismo”, movimento artistico teorizzato da Maurizio Calvesi negli anni Ottanta (rivolto ad esaltare un ritorno alla pittura tradizionale in contrasto con le tendenze concettuali dell’epoca), Di Stasio “attinge a piene mani – scrive Andrea Busto – dalla storia dell’arte, soprattutto quella italiana, fonte inesauribile e autogerminante ove il passato, il presente e il futuro sono sostantivi dal sugnificato incomprensibile”. Il suo è un acuto compendio della storia dell’arte di figurazione nelle sue più essenziali espressioni ed espressività.
Che diventa, afferma lo stesso Di Stasio, “percorso PER immagini e non pensiero che USA immagini”. Come dire: gesto pittorico lasciato libero di andare “alla potenza evocativa dell’immagine stessa”, come essa si presenta, in prima battuta, alla mente e prima che intervenga, a modificarne la visionarietà dell’intuizione, lo spirito razionale. Una mostra “storica” e di impegnativa interpetazione. Al centro le opere di un artista presente a varie “Biennali di Venezia” (nell’ ’84 fu lo stesso Calvesi ad invitarlo con una sala personale ad “Arte allo Specchio”) e a numerose “Quadriennali” di Roma, oltreché in innumerevoli e, fra i più prestigiosi, Musei nazionali e internazionali. Una proposta, l’antologica di Di Stasio al “MEF”, di preziosa godibilità, accanto a quella di “Aganahuei” , “fresca, nuova e divertente, per riprendere la vita -conclude Busto– in modo non troppo pesante”.
“Il Rinascimento europeo di Antoine de Lonhy”, atto secondo. Mentre prosegue, infatti, fino al prossimo 7 novembre, al “Museo Diocesano” di Susa la prima tappa piemontese della mostra dedicata a de Lonhy (e curata da Vittorio Natale), il testimone passa ora a Torino, dove nella “Sala Senato” di Palazzo Madama e sotto lo stesso titolo sono raccolte (fino al 9 gennaio del 2022) 35 opere dell’artista di Borgogna, arrivate da prestigiosi prestiti nazionali ed internazionali, pubblici e privati, alcune mai esposte al pubblico. Curata da Simone Baiocco e Simonetta Castronovo, anche la rassegna torinese (sponsorizzata da “Reale Mutua”) si inserisce nel progetto nato nell’ambito del “Réseau européen des musées d’art médiéval”, una rete di musei europei fondata nel 2011 da Élisabeth Taburet-Delahaye, già direttrice del “Musée de Cluny – Musée National du Moyen Âge” di Parigi, per promuovere iniziative espositive comuni, ricerche condivise, convegni e conferenze sul proprio patrimonio artistico. Obiettivo della mostra subalpina, quello di “ricomporre” la visione artistica estremamente poliedrica di Antoine de Lonhy – pittore, ma anche miniatore, maestro vetraio, scultore e autore di disegni per ricami – che ebbe un impatto straordinario per il rinnovamento del panorama figurativo di quello che è oggi il territorio piemontese, nella seconda metà del Quattrocento. Originario di Autun, in Borgogna, e formatosi alla scuola della pittura fiamminga, fra i vari Jan van Eych ed i Rogier van der Weyden, l’artista visse e lavorò in tre Paesi diversi, intrecciando il “fare” dell’originaria cultura nordica a quella mediterranea e savoiarda, divenendo “portatore – dicono i curatori della rassegna – di una concezione europea del Rinascimento, caratterizzato dalla capacità di sintesi di diversi linguaggi figurativi”.
Un viaggio virtuale di tradizione dantesca ampiamente e singolarmente strutturato nei suoi contenuti narrativi fra realtà e finzione, come cornice per divulgare le leggende più celebri ed apprezzate fra ‘300 e ‘400. Opera, realizzata fra il 1394 e i primi anni del ‘400, in un clima di inattesa “renaissance chevalieresque”, dal marchese Tommaso III del Vasto, figlio primogenito del marchese Federico I di Saluzzo, “Le livre du Chevalier errant” ritornerà temporaneamente e per la prima volta, dopo oltre sei secoli a Saluzzo. L’arrivo nell’antica capitale marchionale dell’elegante manoscritto, oggi conservato nelle collezioni della “Biblioteca Nazionale” di Francia, si deve all’opera preziosa della “Fondazione Artea” di Caraglio che dal 2016 svolge un’intensa e meritoria opera di valorizzazione del patrimonio culturale, materiale ed immateriale, del territorio cuneese. Manifesto dei legami politici e culturali che legarono il piccolo Marchesato di Saluzzo alla Francia di Carlo V e di Carlo VI, il prezioso manoscritto sarà esposto eccezionalmente a Saluzzo per soli sei giorni, da martedì 5 a domenica 10 ottobre, all’interno della mostra “Tesori del Marchesato. Arte , storia e cultura tra Medioevo e Rinascimento”, allestita al “Monastero della Stella”, al “Museo Civico Casa Cavassa” e alla “Castiglia” fino a domenica 31 ottobre. L’esposizione sarà anche oggetto del convegno internazionale “Le Chevalier Errant: amore, fortuna e conoscenza. Le vie della cultura nel Medioevo europeo”, programmata per venerdì 8 ottobre alle ore 15.30, presso la sala conferenze dell’ex Monastero di Piazzetta della Trinità, 4 e che vedrà come relatori alcuni tra i massimi conoscitori dell’opera come Hélène Bellon-Meguelle (Università di Ginevra), Laura Ramello e Antonella Amatuzzi (Università di Torino) e Marco Piccat (Università di Trieste).Per partecipare all’incontro è necessario essere muniti di green pass e prenotarsi sul sito
“ ‘Le Chevalier Errant’ – dichiara Marco Galateri, presidente di ‘Artea’ – descrive un mondo ideale cavalleresco che seppur al tramonto era ancora vivo a Saluzzo, quasi fosse la Camelot di un regno fantastico che gli affreschi del Castello di Manta ci ricordano ancora oggi”. E Mauro Calderoni, sindaco di Saluzzo, aggiunge: “Il manoscritto de ‘Le Chevalier errant’ é un libro che ha segnato la storia d’Europa 600 anni fa e, anche se non è molto conosciuto dal grande pubblico, è una delle testimonianze dell’importanza del nostro marchesato nel Vecchio Continente, nel periodo fra la fine del Medioevo e il Rinascimento. Pagine che raccontano i viaggi e gli incontri di un marchese aperto al mondo, agli scambi, alla conoscenza e alla cultura, proprio come vogliamo sempre più la nostra Saluzzo di oggi e del futuro”.