Dal 10 al 19 aprile prossimo approderà al Museo MIIT di Torino, di cui è direttore Guido Folco, la grande arte cinese di Yuchu Zhao che, nell’agosto del 2025 ha presentato un’opera alla Galleria AOlab di Shanghai, seguita da un’altra personale al Museo d’Arte Contemporanea Casoria di Napoli in ottobre. Ad aprile approderà al Museo MIIT in una mostra curata da Fei Xinyao e Guido Folco. La sua pratica si muove tra pittura, incisione e installazione , pur mantenendo il metodo artistico coerente. Conversazioni parlate in mandarino e inglese vengono poi registrate, modificate e ridotte fino a quando non rimangono singole parole, che, a loro volta, vengono ricostruite fisicamente, senza più il supporto di contesto o sintassi. Ciò che si perde in chiarezza viene guadagnato in attenzione.
Gli spettatori sono invitati a concentrarsi sul tono, sulla spaziatura, sull’esitazione piuttosto che sul significato. La luce trasporta l’opera prima del significato. Le singole parole brillano debolmente nella galleria, ciascuna separata dalla successiva, fluttuano all’altezza degli occhi o poco sopra.
Le parole non formano affermazioni né invitano a una lettura sequenziale. Il linguaggio si comporta meno come comunicazione e più come presenza. Ciò risulta evidente nell’opera “The Terminator”, un’installazione luminosa composta da termini isolati come “melodrammatico”, “idealismo”, “motivazione” e “azione”. Le parole, rese come oggetti illuminati, non svolgono più la loro funzione originaria, non accusano, non difendono, non persuadono.
Rimangono silenziose nello spazio, portando con sé le tracce delle situazioni emotive cui un tempo appartenevano. Rimosse dalla conversazione le parole appaiono esposte, persino incerte. Il titolo suggerisce una conclusione, ma l’opera resiste alla chiusura. Ciò che viene interrotto qui non è il discorso in sé, ma la sua autorevolezza. La conversazione si è interrotta, ma qualcosa rimane. Lo spettatore incontra il linguaggio dopo l’uso, quando l’intenzione si è esaurita e rimane solo il tono. Una logica simile informa “The Pensieve”, una serie di opere realizzate in acrilico che attingono ai ricordi adolescenziali di Zhao.
Non si tratta di scene ricostruite o storie raccontate; le opere sono costruite da pannelli trasparenti sovrapposti, con immagini e segni parzialmente nascosti allo spettatore. Nessun punto di vista unico offre completezza e i dettagli emergono brevemente , andando poi a scomparire dalla vista man mano che lo spettatore si muove. In questo processo l’acrilico svolge un ruolo molto attivo: la luce passa in modo non uniforme, creando variazioni di visibilità che dipendono dall’angolazione e dalla distanza. L’atto del guardare diventa fisico piuttosto che interpretativo e la memoria non appare come qualcosa di intatto recuperato, ma come un elemento che si riforma continuamente, attraverso strati di ostruzioni e sovrapposizioni.
Sebbene il materiale di partenza sia personale, l’opera resiste alla confessione. Zhao non chiede allo spettatore di identificarsi con le sue esperienze o di decodificarne il significato, ma si concentra piuttosto sulla modalità in cui le esperienze prendono forma, una volta tradotte. Le parole diventano oggetti e i ricordi costruzioni. Entrambi sono soggetti ad alterazioni nel momento in cui lasciano la mente e entrano nello spazio.
L’opera, colta in diversi contesti culturali e architettonici, non modifica il suo linguaggio per adattarsi all’ambiente circostante, ma permette al contesto di influenzarla.
Familiarità e distanza, riconoscimento e incertezza, diventano parte del modo in cui l’opera viene letta. Il significato non è stabilizzato , ma è negoziato da chiunque lo incontri. Ciò che Zhao offre non è ambiguità come atmosfera, ma precisione senza spiegazioni. Il linguaggio è ridotto fino a non poter più dominare. La memoria è ricostruita fino a non poter più fingere di essere completa. Ciò che resta è qualcosa di silenzioso e duraturo , un invito a guardare, a fermarsi e a riconoscere quanta esperienza esista dopo il fallimento delle parole.
Museo MIIT
Corso Cairoli 4, Torino “Yuchu Zhao, la grande arte cinese” dal 10 al 19 aprile 2026.
Orari: da martedì a sabato 15.30-19.30
Mara Martellotta






In tal senso, é da leggersi la pittura di fragile realismo, pur nella tecnica di perfetta definizione, di Riccardo Albiero. Figura ascetica, le braccia lungo i fianchi, una postura composta in silente, intima preghiera nel suo fisso osservarci quali amichevoli presenze cui chiedere gesti di comune devota condivisione, quella del giovane (autoritratto?) dallo sguardo profondo e penetrante di “The Silent Choir”. Alle sue spalle un “telo sospeso” (quasi sipario teatrale) in cui vediamo muoversi “ombre di colombe in volo” (simbolo eterno di pace cristiana e riconciliazione divina), riflesse in un gioco di smosso chiaro-scuro nell’ampia camicia chiusa ai polsi, fiori appena accennati nella delicatezza di morbide cromie e un “cardo” disegnato in basso a sinistra. Il volto del giovane “non descrive un’ identità definita–sottolinea Irene Finiguerra – ma una presenza interiore, come una figura che affiora come memoria dell’anima, come tracce di un mistero che non si lascia afferrare ma solo intuire”. E mistero, realtà simbolica è ancora il “cardo” che si ripete da “The Silent Choir” al più piccolo “Sorrowful Charm”, dove appare tenuto in mano forse dallo stesso giovane del precedente dipinto. Anche qui, non semplice grafica ornamentale di una comune “pianta” erbacea, ma, in ambito religioso, elevato simbolo associato al dolore, alla corona di spine e alla passione del Cristo, del Cristo che si fa uomo e assume su di sé la maledizione della Genesi per redimere l’umanità. Ancora Irene Finiguerra:“Queste opere parlano a chi crede, ma anche a chi è in ricerca. A chi riconosce nel tempo pasquale un mistero di fede e a chi, semplicemente, attraversa la Cattedrale in cerca di silenzio. Non chiedono appartenenza, ma disponibilità all’ascolto. In un tempo spesso segnato dal rumore e dalla fretta, invitano a sostare senza difese, a lasciarsi toccare da una luce che non impone risposte ma apre domande. Fino a giugno, nel tempo disteso che segue la Pasqua e conduce verso la pienezza della luce estiva, queste immagini continuano a parlare di vita che rinasce e di presenza che si fa discreta. Non proclamano, non spiegano: accompagnano. Sono come preghiere mute affidate alla pittura, offerte silenziose che chiedono soltanto di essere accolte”.





