ARTE

Flashback Habitat presenta “Scarecrow “

Dal 12 marzo al 27 settembre

È stata inaugurata mercoledì 11 marzo scorso una nuova mostra a Flashback Habitat, Ecosistema per le Culture Contemporanee, in corso Giovanni Lanza 75, dal titolo “Scarecrow artisti a presidio della vita “, curata dal direttore artistico Alessandro Bulgini e dallo storico e critico d’arte Christian Caliandro. Sarà visitabile fino a domenica 27 settembre.
La direzione di Flashback con Scarecrow conferma la propria volontà artistica e culturale di utilizzare l’arte come denuncia, capace di smascherare e mettere in luce gli inganni e i soprusi della società. Si tratta di una posizione che non si limita alla contemplazione estetica, ma che fa dell’arte un gesto civile, un invito a guardare, a riconoscere, a prendervi parte.

Nati per difendere i campi, gli spaventapasseri rappresentano tra le più antiche forme di protezione create dall’uomo. Figure immobili, costruite con materiali poveri, non agiscono con la forza ma con il segno, con la presenza. Non combattono, ma avvertono. Non inseguono, stanno. Tradizionalmente servono a tenere lontano ciò che minaccia il raccolto, il frutto di un lavoro lento e fragile. Oggi, però, il loro significato può spostarsi dal campo coltivato al campo sociale e politico.  In un’epoca segnata da leadership aggressive, decisioni irrazionali e poteri che sembrano muoversi senza responsabilità, lo spaventapasseri diventa una figura di autodifesa simbolica. È  un corpo vuoto che si espone al vento, al tempo e allo sguardo. Proprio per questo è potente, non impone, non domina, non governa, esiste come soglia e come monito silenzioso. Ricorda che esiste un limite da non superare, un territorio da rispettare, una comunità da non saccheggiare. Nella sua immobilità c’è una scelta etica di opporsi senza diventare ciò da cui ci si difende.

In questo momento storico in cui il potere sembra agire come un predatore lo spaventapasseri assume una nuova funzione, non spaventare i deboli, ma mettere in guardia i forti. Queste figure, esposte come sentinelle mute, ci ricordano che anche l’umanità ha bisogno di essere difesa, e che talvolta la forma più efficace di resistenza è restare visibili, ostinatamente umani e non cedere alla follia del comando. Spaventapasseri come autodifesa politica. Lo spaventapasseri nasce per difendere il raccolto da chi saccheggia senza seminare. È una figura povera, costruita con ciò che resta, eppure incaricata di un compito fondamentale, proteggere la vita futura. Oggi quel campo non è più soltanto agricolo, è  il mondo.
Lo spaventapasseri è  l’arte, un elemento umile, che apparentemente si confonde con il contesto di riferimento, ma che svolge un ruolo importante contro alcune forze oscure.

Lo spaventapasseri/arte/opera/artista è il Custode. Viviamo in un tempo in cui il potere è sempre più esercitato da governi autoritari e imprevedibili che confondono forza con violenza, decisione con brutalità,  consenso con paura. In questo contesto lo spaventapasseri  smette di essere folklore rurale e diventa un dispositivo politico che non governa, non comanda, non produce obbedienza, ma si limita ad occupare lo spazio e a rendere visibile un confine, l’opposto del potere contemporaneo, non parla, non promette, non minaccia apertamente. È  una forma di controbattere elementare, primitivo, accessibile a chiunque.
Lo spaventapasseri non ha volto, perché  il potere ama i volti carismatici, non ha voce, perché il potere si nutre di slogan, non si muove, perché  il potere è ossessionato dalla velocità e dall’emergenza permanente. La sua immobilità è un’accusa, mostra quanto il rumore del comando sia spesso inutile.
Questa mostra non chiede pace come slogan ma richiama alla responsabilità e rifiuta l’equidistanza. Rifiuta il linguaggio che maschera lo sterminio e l’occupazione come fatto compiuto. In un  mondo in cui gli Stati armati si comportano come predatori, lo spaventapasseri resta in piedi come un errore nel sistema, fragile, esposto, non negoziabile.

“Lo spaventapasseri ( Scarecrow)- spiega il curatore Christian Caliandro – presidia un territorio vivo dalle aggressioni e dagli attacchi esterni. È  passivo, non aggredisce né reagisce ma, attraverso la sola presenza, ha il compito da sempre di proteggere l’esistente  e l’esistenza. È fatto in emergenza, con ciò che è sottomano, con ciò che si trova lì dove starà. E arrangiato con i detriti e gli scarti della vita. È  l’opera d’arte, ma è anche l’artista, esso è il guardiano, un elemento umile, che si confonde apparentemente con il contesto di riferimento, ma che svolge un ruolo importante  contro alcune forze oscure”.

“Più che una mostra si tratta di un dispositivo – spiega il direttore artistico di Flashback Alessandro Bulgini – perché non è più il tempo, per me, delle mostre. Voglio ridare, se possibile, una migliore funzione, o meglio una responsabilità, un’opportunità all’arte. Penso che gli artisti per troppo tempo siano stati in qualche modo isolati all’interno di mura algide, spazi asettici, lontani dalla vita.  E credo ancora che il valore simbolico dell’arte possa avere un’opportunità, una valenza. Dati i tempi, ho sentito fortissimo e inderogabile l’urgenza di adoperare quelle che sono le mie energie, i miei incarichi e anche i miei strumenti personali come artista per entrare nel dibattito di questo tempo”.

43 esponenti della scena artistica italiana hanno accolto la chiamata dei curatori. Le opere si configurano come un grido, una rottura necessaria, un’interruzione al silenzio indifferente. Una mostra corale che spazia dalla pittura alla fotografia, dalla scultura alle installazioni site specific. Scarescrow è un atto di presenza e di responsabilità, un invito a presidiare il campo, a difendere ciò che conta, anche quando l’unico gesto possibile è quello di tenere la posizione.

Mara Martellotta

FUTURES. Gli artisti e le artiste del 2026

Sono Filippo Barbero, Davide Degano, Sofia Gastaldo, Giulia Gatti e Federica Sasso le artiste e artisti emergenti che prenderanno parte all’edizione 2026 di FUTURES EPP European Photography Platform, il programma riconosciuto e finanziato dall’Unione Europea e dedicato alla promozione della fotografia contemporanea, di cui Camera Torino è il punto di riferimento in Italia.
I nuovi talenti sono stati individuati da François Hébel, direttore artistico di Camera, e Giangavino Pazzola, curatore e coordinatore del programma, attraverso un processo di selezione che ha coinvolto anche Daniele De Luigi, curatore e studioso di fotografia contemporanea per la Fondazione Ago Modena e Giovane Fotografia Italiana) e  Giuseppe Oliverio, direttore artistico di PhMuseum di Bologna.
Gli autori e le autrici selezionate intraprenderanno un percorso di rafforzamento e sviluppo della propria ricerca artistica grazie a opportunità espositive, programmi di accompagnamento e attività che Camera svilupperà nel corso dell’anno insieme ad altre organizzazioni europee.

Nel mese di novembre inoltre parteciperanno al FUTURES Annual Event, ospitato dall’organizzazione olandese Fotodok a Utrecht. Si tratta di una grande occasione di crescita, confronto e visibilità internazionale, dove incontreranno gli altri 88 artisti emergenti, selezionati dai 21 membri della piattaforma europea, prendendo parte a workshop,  letture portfolio e momenti di networking.

Camera Centro Italiano per la fotografia

Via delle Rosine 8 Torino

Mara Martellotta

Quell’atroce “voce della fame” che divide il mondo

In mostra al valdostano “Forte di Bard”, oltre 80 scatti fotografici di “Agence France – Press” documentano la piaga della fame per milioni di esseri umani

Dal 14 marzo al 19 luglio

Bard (Aosta)

Ben scriveva nel suo romanzo – reportage del ’49 “La pelle” (riferendosi agli anni di miseria vissuti dalla Napoli del dopoguerra) il gran pratese Curzio Malaparte“Non v’è nulla di umano nella voce della fame”. Quanta verità! E nulla di umano, per l’appunto, ma solo abbruttimento e disperazione, documentano le grida e gli occhi e i volti stravolti di uomini e bambini (quanti bambini!) impegnati nell’ingarbugliato primitivo assalto alle razioni alimentari nel “Centro di distribuzione” a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, cristallizzato nel 2025, in immagini fotografiche che hanno fatto il giro del mondo, dal fotoreporter palestinese Bashar Taleb per “AFP – Agence France Presse”, fra le più antiche e autorevoli agenzie di stampa internazionali. Una fotografia di denuncia realisticamente drammatica. Una delle oltre 80 esposte (sotto il titolo di: “Nutrire il mondo. La sfida globale dell’alimentazione”dal prossimo sabato 14 marzo a domenica 19 luglio presso il sabaudo “Complesso Fortificato” di Bard, a testimonianza di come, a tutt’oggi, in un Pianeta capace di produrre cibo sufficiente per 10miliardi di persone, la fame resti tuttora (proprio come nella Napoli di Malaparte) una “piaga” (“peste” avrebbe detto lo scrittore di Prato) per milioni di esseri umani. Specchio impietoso – questo l’obiettivo della mostra – di un sistema messo oggi a dura prova dall’aumento demografico, dai cambiamenti climatici, da un uso insostenibile delle risorse e dal tragico proliferare a livello inter-continentale di oltre 50 guerre, dall’Africa sub sahariana all’Asia Occidentale (Palestina – Gaza), al Medio Oriente (Iran) e all’Europa orientale (Russia – Ucraina). Un colpo mortale al Pianeta. Tanto che, nel 2026, dicono le cifre ufficiali, la fame nel mondo registra circa 300milioni di persone che soffrono di “insicurezza alimentare acuta” ed oltre 730milioni costretti ad “affrontare la fame”, allontanando l’obiettivo “Fame Zero” prefissato dall’“Agenda ONU 2030”. Il tutto alla luce, però, di un inaccettabile paradosso: mentre intere popolazioni soffrono la privazione, nei Paesi sviluppati l’abbondanza degenera in “spreco sistemico” e patologie legate all’eccesso. “Il cibo è dunque diventato – ci rivela la mostra al ‘Forte di Bard’ – un indicatore di disuguaglianza, passando da diritto fondamentale a esibizione di status sociale”.

La prova? Alcune fra le tante raccontate in rassegna. Che accanto alla miseria umana della succitata foto di Bashar Taleb ci mostra l’oceano spropositato dell’abbondanza alimentare nello scatto del fotoreporter francese Jeff Pachoud a documentazione del Concorso di cucina “Bocuse d’Or” (ideato nel 1987 da Paul Bocuse a Lione) o l’altrettanto lussuoso “di più” di quel principesco “servizio in camera” nello storico Hotel “Lutetia” di Parigi firmato da Stephane de Sakutin, per non dire del “piccante rosso mare” fissato con lucida concretezza durante una gara di “volonterose” mangiatrici di peperoncino all’interno di una sorgente termale nella città di Yichun, in Cina. Ignoto l’autore. Chissà, poveretto, non ci sia finito dentro?

“Questo progetto – commenta la Presidente del ‘Forte di Bard’, Ornella Badery – rinnova la missione del ‘Forte’ come luogo di riflessione sulle principali sfide del nostro tempo. Attraverso le immagini dei fotoreporter di ‘Agence France-Presse’, la mostra propone una testimonianza visiva e uno strumento per riflettere sul paradosso alimentare che vede coesistere la carestia e lo spreco sistematico, invitando a considerare un modello di sviluppo più equo e sostenibile”.

E a lei fa eco Sabrina Rossi Montegrandi, “Director of Business Development Agence France-Presse per Italia, Malta e Turchia”: “Il cibo è il cuore del nostro presente e la sfida del nostro futuro. Con i loro sguardi attenti e necessari, i fotografi dell’ ‘Agence France-Presse’ non si limitano a ritrarlo: lo interrogano, lo mettono in discussione, ci costringono a guardarlo. Attraverso le immagini, il cibo diventa coscienza e responsabilità”.

Dopo “Non c’è più tempo” (2024) e “Contrasti. Racconti di un mondo in bilico” (2025), con il Progetto “Nutrire il mondo”“Forte di Bard” e “Agence France-Presse” proseguono la collaborazione con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico su tematiche di carattere globale che valorizzano il quotidiano lavoro di inchiesta dei fotoreporter di una delle più importanti ed autorevoli “Agenzie di Stampa” al mondo.

Gianni Milani

“Nutrire il mondo”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Dal 14 marzo al 19 luglio

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lun. chiuso

Nelle foto: Bashar Taleb /AFP “Consegna razioni alimentari a Gaza”; Jeff Pachoud/AFP “Chef da tutto il mondo per il Concorso di cucina ‘Bocuse d’Or’”; Anonimo/AFP Photo “Gara di mangiatori di peperoncino in Cina”

La natura e la memoria nelle opere di Vanni

Abita in Umbria, a una trentina di chilometri da Perugia in direzione Todi, un casale antico immerso tra il verde delle colline, le sensazioni e le immagini che ti calano negli occhi, i colori soprattutto, tutti da assorbire. Si chiama Giovanni Rosa, in arte Vanni, ha compiuto studi a Roma, per accrescere il proprio percorso artistico – fatto proprio delle loro esplosioni e di quei colori immersi nella luce che li domina, sempre in bella alternanza, delle raffinatezze, delle scomposizioni cromatiche e di sperimentazioni: nelle poche chiacchiere con la persona che pensi di conoscere da tempo, hai la confessione, non certo dell’abbandono, di uno sguardo nuovo che si sta allargando ad altri mezzi su cui lavorare, non soltanto tela e tavola quindi ma altresì vecchi tessuti, supporti grezzi – ecco il viaggio che l’avrebbe fermato per una decina d’anni a Parigi, la frequentazione degli “Etudes des Beaux-Arts de Paris” che gli fanno conoscere quegli ateliers che praticano l’espressionismo contemporaneo e lo indirizzano a guardare meglio a quanto gli cresce intorno. E sono personali e collettive, che lo porteranno anche in Belgio e Ungheria, in Grecia e Lussemburgo, chiaramente in Italia, sempre a raccogliere quelle luci del Mediterraneo che felicemente riempiono le sue opere. Negli anni più recenti, per cinque occasioni, è salito a Torino, ospite di Monia Malinpensa, che sempre ha la curatela delle sue mostre, nella propria galleria “Malinpensa by Telaccia” (corso Inghilterra 51), ormai ammirato e applaudito, presentando egli stesso questa volta la mostra Natura assoluta – tutta “primaverile”, sino a sabato 21 marzo, il pubblico di appassionati non se la lasci scappare – in modo chiaro e spontaneo, simpaticamente coinvolgente.

Sotto la legge da troppi oggi accantonata del “forma tecnica colore”, è la natura – il trionfo della natura, una natura a volte scovata, analizzata, fatta decisamente propria, usata con invidiabile manualità – a invadere i suoi quadri, tradotta dall’artista in un linguaggio che si fa espressione accattivante, piacevole, del tutto convincente. Una lettura che ti viene incontro nell’originalità e negli ampi paesaggi – quasi a formare piccole scenografie – che lambiscono dune poste a fronte di distese d’acqua (“Luce tra le dune”, 2024) o quelle “Macchie” (2020) di mare che alternano arbusti e scogli brulli, anonimi e rifuggiti ma pur capaci di riprendersi una vita vera, divenendo anch’essi sensibili e accoglienti, taluni protettivi o quei terreni scoscesi, a nascondere lunghissime radici, che folti sulla cima danno vita al giallo prepotente della “Forsizia” (2022). Capace e interessato ancora l’artista a osservare in campi più ristretti, a rientrare al di qua di quelle cinte grigiastre o brune che racchiudono, che delimitano: nascono “All’ingresso della villa” (una tecnica mista del 2022), una discesa di blu e violaceo lungo le ombre – che maggiormente lo lasciano risaltare – di un muro, poco più in là (“Il gelsomino verde”, 2023), qualche passo oltre e lo spettatore si ritrova davanti ad “Un volo di primavera” (2025) affidato alla stesura del rosa. Sono forse ricordi di passeggiate, di impressioni colte al volo come di sguardi più o meno distratti e rielaborati in studio: sempre in una luminosità che la fa da padrone, che si porta appresso quel bagaglio di poesia che riempie l’attività di Vanni, la semplicità che riporta alla mente una certa letteratura di cui in tempi più o meno lontani ci siamo fatti carico e il rispetto per quanto lo circonda, il piacere di guardare e di assorbire, di creare dialoghi, di trasmettere ad altri ambienti, emozioni, libertà. Tutto questo è deposto sulla tela (o sulla tavola) con la delicatezza della pennellata, in un ambito che s’avvicina all’astrattismo, a tratti con la materialità del mezzo (certe sovrapposizioni materiche, certi grumi biancastri che si notano in principal modo in opere al piano sottostante della galleria), ma anche con quel nervoso pointillisme del nuovo millennio, nel suo pieno rigore, che riempie di piccoli tratti e di gocce di colore ognuno di questi angoli. Una realtà “naturale” che s’allarga nel sogno, nell’impalpabile, nell’avventura di un pennello nell’atto di posarsi sulla superficie.

Una resa formale eccellente. Ancor più – negli occhi di chi stende queste note – affascina il ricavo della memoria e la trasposizione di certi oggetti, la naturalezza e il loro passato, il loro essere passato di mano in mano, il loro “essere serviti” all’interno di una quotidianità. C’è una recherche nel pittore, una madeleine che profuma, le cose di un affascinante gusto che tornano. “Il tratto deciso, la gamma cromatica – sottolinea ancora Monia Malinpensa nella sua presentazione -, le modulazioni luministiche e la resa formale costruiscono opere uniche fondate su una perizia evidente a prima vista. La sua pittura genera atmosfere intime e irripetibili offrendo, a chi osserva, sensazioni avvolgenti e rare.” Proprio l’intimità di quelle atmosfere le ritroviamo negli interni, sopra quei tavoli ricoperti di tovaglie chiare o blu mosse da un vento leggero, in quegli oggetti – siano essi un recipiente verde riempito di quattro limoni o un vaso di vetro nella cui acqua è bagnata un abbondante mimosa, in quei pot che fanno tornare alla mente certe scodelle casoratiane sui loro tavoli o le composizioni – una coppia di minuscoli vasi, un ramo di cinque fiori bianchi: una timida poesia – quasi astratte che ritornano felicemente a un panorama morandiano. È tra queste mura d’ambienti che tutti prima o poi abbiamo attraversato che maggiormente sentiamo il silenzio e l’armonia e il tempo antico di cui Vanni ha saputo rivestire, con garbo e con una poetica davvero autentica e alta, le sue opere.

Elio Rabbione

Nelle immagini, alcune opere del pittore Vanni: “Chinoiseries”, tecnica mista su tela, 2023; “Controluce”, tecnica mista su tela, 2024; “Forsizia”, tecnica mista su tela, 2022.

Arte Moderna nelle Case Italiane: la Rivoluzione Silenziosa che Conquista Milano e Torino

Informazione promozionale

Dalla street art ai quadri Pop Art personalizzati: come il collezionismo contemporaneo sta trasformando gli interni italiani

 

Qualcosa di profondo sta cambiando nelle case degli italiani. Non si tratta solo di un nuovo gusto estetico, ma di una vera e propria rivoluzione culturale che attraversa i salotti di Milano e Torino con la forza silenziosa dell’arte.

Sempre più persone scelgono di acquistare arte Pop Art online, trasformando le proprie abitazioni in gallerie d’autore accessibili, emotive, capaci di raccontare chi le abita. Il mercato dell’arte contemporanea non è più appannaggio esclusivo di collezionisti facoltosi: è entrato nelle case, sui divani, nelle cucine, persino sui balconi.

Milano e Torino: due capitali, una sola passione per l’arte

Milano e Torino sono da sempre laboratori culturali d’eccellenza. Il capoluogo lombardo, con i suoi Navigli tappezzati di murales e le gallerie di zona Tortona, ha fatto della contaminazione tra arte urbana e design domestico il proprio marchio identitario.

Torino, forte dell’eredità della GAM e del Castello di Rivoli, esprime invece un collezionismo più riflessivo ma altrettanto appassionato. In entrambe le città, i dati del settore confermano una crescita costante: la domanda di opere d’arte originali per ambienti privati è aumentata oltre il 35% nell’ultimo triennio, con un’accelerazione notevole nella fascia under 40.

I giovani professionisti urbani vogliono case che parlino di loro, e l’arte è il linguaggio più immediato che esista.

Street Art: dall’asfalto ai muri di casa

La street art contemporanea ha compiuto un percorso straordinario: nata come gesto di ribellione sui muri delle metropoli, oggi è approdata negli appartamenti privati con tutta la sua energia visiva.

Artisti come Banksy hanno aperto una breccia culturale che ha legittimato un’estetica prima considerata di rottura. In Italia la scena è vivacissima: da Milano a Torino, da Bologna a Napoli, migliaia di artisti lavorano con spray, stencil e paste-up producendo opere che vengono poi reinterpretate su tela, su metallo, su supporti innovativi pensati per l’arredo domestico. Il risultato è un linguaggio visivo potente, ironico, carico di riferimenti pop che dialoga perfettamente con gli interni contemporanei.

Portare a casa un pezzo di street art significa portare energia, provocazione, vitalità — un antidoto alla freddezza degli spazi minimalisti.

Quadri Pop Art personalizzati: quando il volto diventa opera d’arte

Tra le tendenze più affascinanti del mercato artistico contemporaneo spicca la Pop Art personalizzata: la possibilità di trasformare una fotografia — un ritratto, un momento familiare, il volto di una persona amata — in un’opera d’arte unica nello stile di Andy Warhol o Roy Lichtenstein. Il processo parte da un’immagine comune e la eleva a icona, attraverso campiture di colore piatto, tratti decisi, contrasti vivaci che catturano l’attenzione e non la mollano più.

Questi quadri su misura stanno diventando regali di nozze, anniversari e compleanni importanti: doni che non invecchiano, che raccontano una storia specifica e la trasformano in simbolo universale.

 Oltre ai ritratti, anche le sculture Pop Art su misura stanno conquistando le abitazioni italiane: figure tridimensionali ispirate all’iconografia pop, realizzate in resina, acciaio o materiali compositi, capaci di trasformare un angolo del salotto in un piccolo museo privato.

Arte applicata: bottiglie di vino come lampade, vasi e candele

L’arte moderna non si ferma alla tela.

Una delle espressioni più originali del design contemporaneo italiano riguarda il recupero creativo di bottiglie di vino pregiato, trasformate in oggetti d’arredo raffinati e ricercati.

 Bottiglie di Barolo, Brunello o Champagne millésimé vengono reinterpretate come vasi da fiori dai volumi scultorei, come lampade da tavolo con basi in metallo lavorato, o come porta-candele che sprigionano una luce calda e sofisticata.

Questi oggetti raccontano una doppia storia: quella del vino che contenevano, e quella dell’artigianato creativo che li ha reinventati. In una casa milanese o torinese, una bottiglia di Sassicaia trasformata in lampada non è solo un oggetto decorativo — è un pezzo da collezione, un conversational piece, un’opera che unisce cultura enogastronomica e sensibilità estetica in modo del tutto originale.

Un mercato in crescita, un’Italia più bella

L’arte moderna sta dimostrando di saper parlare a tutti, non solo agli addetti ai lavori. La sua capacità di ibridarsi con la vita quotidiana — attraverso la personalizzazione, il design, il recupero creativo — la rende uno strumento potente di espressione individuale e collettiva.

Le case italiane, storicamente ricche di bellezza, si stanno rinnovando con un linguaggio contemporaneo che non rinnega la tradizione ma la sfida, la contamina, la reinventa. Milano e Torino guidano questa trasformazione, ma il fenomeno è destinato ad espandersi a tutto il territorio nazionale.

Luigi Boccia, il fotografo che racconta l’anima del cibo

Oltre la perfezione dell’immagine

In un’epoca dominata da immagini perfette, filtri e contenuti pensati per scorrere velocemente sugli schermi dei social, c’è chi sceglie di rallentare lo sguardo. Luigi Boccia, fotografo torinese specializzato in food e fotografia commerciale, ha costruito negli anni un percorso personale che mette al centro la verità della materia e il valore narrativo dell’imperfezione. Il suo approccio parte dall’osservazione: la luce naturale che cade su un ingrediente, le texture di un alimento, i segni che raccontano la sua storia. Per Boccia fotografare il cibo non significa solo renderlo bello, ma restituirne l’identità autentica, liberandolo dalle costruzioni artificiali del marketing. Un pensiero che oggi prende forma anche nel suo libro Cibografia, un progetto editoriale che parla di fotografia, memoria e cultura del cibo.

Chi è Luigi Boccia?

Sono un osservatore che, a un certo punto del suo percorso, ha smesso di inseguire la “perfezione” a tutti i costi. Mi definisco un esploratore visivo del cibo. Lavoro da anni nel campo della fotografia food e commerciale, un settore dove storicamente tutto deve apparire lucido, impeccabile e, molto spesso, artificiale.

Vivendo questo mondo dall’interno, ho sentito l’urgenza di un approccio diverso. Il mio obiettivo oggi non è solo realizzare immagini, ma cercare di educare visivamente le persone, riportando la loro attenzione sulla vera natura delle cose. Voglio raccontare la materia per quello che è, con le sue trame, le sue ombre e la sua autentica identità, liberandola dalle maschere del marketing.

Com’è nata la tua passione per la food photography?

La mia passione ha radici profonde: nasce da un amore incondizionato per il cibo che porto dentro sin da quando ero bambino. Per me il rapporto con la materia non è mai stato legato solo al gusto, ma è sempre stato un’esperienza totale che coinvolge tutti i sensi: toccare le consistenze, odorare i profumi, emozionarmi con i sapori, ascoltare i rumori della cucina, osservare come la luce naturale trasforma un ingrediente.

Crescendo ho sentito il bisogno di trasformare e condividere queste sensazioni. Ho capito che la fotografia era il mezzo più potente per farlo, restituendo a chi guarda l’anima di ciò che portiamo in tavola.

Da fotografo, qual è oggi la vera difficoltà nel fotografare il cibo nell’epoca dei social?

Oggi la vera difficoltà non è fare una foto tecnicamente bella: la sfida è nei contenuti. Non dimentichiamoci che fotografare significa anche documentare. Il fotografo ha una grande responsabilità nel racconto, soprattutto in un periodo storico fatto di iperconnessioni.

I social ci hanno abituati a un’estetica omologata: tutto è perfetto e tutto è simile. Il mio suggerimento è semplice: smettere di copiare i trend e seguire le emozioni. Il futuro della fotografia di cibo dipenderà dalla capacità di abbracciare l’imperfezione come valore narrativo. Se riusciremo a tramandare questo amore per il dettaglio imperfetto, salveremo questo mezzo dalla deriva del copia-incolla estetico.

Parliamo del tuo libro: quando è nato e perché?

Cibografia nasce da un’esigenza quasi fisica: il bisogno di carta e inchiostro in un mondo dominato dai pixel e dallo scrolling compulsivo. È anche un bisogno molto personale: l’idea di lasciare qualcosa di solido a chi, come me, ha iniziato a fotografare con curiosità autentica e con il desiderio di capire davvero cosa stesse raccontando.

Tutto è iniziato circa tre anni fa con i primi articoli sul mio blog personale, che col tempo si sono trasformati in veri e propri racconti. A un certo punto ho capito che potevano uscire dallo schermo del computer e diventare un libro.

L’ho scritto in un periodo della mia vita di forte consapevolezza e autoanalisi, cercando di mettere ordine nei miei pensieri. Non volevo parlare di fotografia come in una scuola, ma raccontarne la parte più umana. Ho scritto questo libro perché volevo raccontare la fotografia di cibo in maniera intima e personale: non come tecnica o mestiere, ma come voce e gesto d’amore.

A quale pubblico è rivolto?

È rivolto ai fotografi, a chi ama l’immagine e a chi vive il cibo non solo come nutrimento, ma come momento culturale. In realtà è un libro pensato per tutti, perché il cibo fa parte delle nostre vite: è connessione umana, convivialità e memoria condivisa.

Per questo motivo si rivolge anche ai ristoratori e agli chef. Cibografia non è un manuale di fotografia e non contiene immagini. Tra quelle pagine si trovano storie vere, emozioni vissute e aneddoti che parlano di noi: dall’antropologia del cibo alle connessioni sociali, passando per il peso della memoria e il tema della sostenibilità ambientale.

Dove si può acquistare?

Il libro è disponibile in esclusiva su Amazon, unicamente in versione cartacea. Ho fatto questa scelta precisa perché desidero che le persone possano toccare con mano il mio lavoro, sfogliarne le pagine e viverlo fisicamente, prendendosi il tempo necessario.

Perché, in fondo, vuoi mettere i pixel con il profumo della carta stampata?

Link diretto:
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Chiara Vannini 

“Komorebi (木漏れ日)”

C’è un invito a “cogliere l’attimo” e la semplice armonia della vita quotidiana, nella nuova mostra allestita alla “BI-BOx Art Space” di Biella

Fino al 16 maggio

Biella

Titolo in lingua giapponese. E la scelta non è casuale. Pochi termini, infatti, come il nipponico “Komorebi” riescono nel breve spazio di una parola a indicare la più profonda filosofia legata all’accettazione dell’armonia della vita quotidiana. Pur nella sua minimale semplicità e solo apparentemente inaccettabile ripetitività. Intraducibile letteralmente, il “Komorebi” nel dizionario del Sol Levante vuole descrivere “la luce solare che filtra attraverso le foglie e i rami degli alberi”, generando un suggestivo effetto di ombre e riflessi naturali. Una sorta di magica armonia del vivere quotidiano. Quella ripetitiva ma appagante armonia incarnata cinematograficamente (e l’esempio mi pare calzante, anche per il contesto geografico) dalla stupenda figura di Hirayama – semplice pulitore di bagni pubblici a Tokyo – filosofo del “qui e ora” e protagonista di quel “Perfect Days” di Wim Wenders, che è chiara esaltazione della “poetica del piccolo cinema”, di una felicità riposta nell’apprezzare ogni singolo giorno come fosse il massimo della perfezione.

Principi da cui credo nasca anche l’idea della mostra “Komorebi” allestita nello spazio della Galleria “BI-BOx” di via Italia, a Biella, a cura dello storico dell’arte Davide Rui. Mostra che è vetrina di una “natura” capace di abbracciare e rasserenare l’osservatore, di una “natura che è “organismo vivo e sensibile”, in grado, attraverso le sue immaginifiche forme plastiche, di accompagnare corpo e anima in un atto purificante di “ascolto interiore”. Il tutto verificabile fino al prossimo sabato 16 maggio, nella Galleria biellese di via Italia che vede, per la prima volta riunite in una ben studiata mostra collettiva, le artiste Martina Cioffi, Maria Elisabetta Novello e Michela Pomaro, con plastiche installazioni capaci di trasformare  gli ex “Magazzini del caffè”, dove ora si trova la Galleria, in un moderno giardino d’inverno”, stravolgendo un luogo anticamente adibito allo stoccaggio in una serra in cui fiori, piante e alberi potrebbero crescere incessantemente, mettendo in dialogo l’identità industriale e naturale di Biella e del suo territorio. Sono opere, quelle portate in mostra dal “tris d’assi” Cioffi – Novello – Pomaro, accomunate, pur nelle loro comprensibili diversità, dal fatto d’essere intelligentemente attente alla più libera scrittura della “contemporaneità”, mai disgiunta dalla “classicità” di un lavoro manuale di certosina precisione e di estemporanea, espressiva visionarietà.

Ecco allora la serie dei fantasiosi “Sopralluoghi” della vicentina Maria Elisabetta Novello, momenti in cui l’artista “viaggia”, gambe e mente e cuore, per spazi urbani e naturali, documentando fotograficamente il percorso e raccogliendo materiale che sarà poi, in un secondo momento, adattato nelle sue “Carte della Terra”, nate proprio dalla raccolta di vegetazione ormai secca impressa, successivamente, su matrici in piombo. Per il processo di stampa la Novello si affida alla tecnica della “fisiotipia” o “stampa naturale” di riproduzione prevalentemente botanica (dove lo stesso oggetto diventa matrice di stampa), tecnica molto in voga nel secondo Ottocento per la realizzazione di illustrazioni scientifiche, spesso utilizzate in enciclopedie ed erbari. Sempre dal “dato naturale” prende avvio anche la riflessione artistica della comasca Martina Cioffi. Riflessione meno “terrena”, rispetto alle visioni della Novello, e perfino a tratti ansiogena, in quelle sue creazioni da “wunderkammer mutante” composte da frammenti vegetali in cui s’innestano alieni, fantascientifici elementi in ceramica e metallo, visti come l’unica ulteriore possibilità di crescita per queste “carcasse vegetali”.

 

Per quell’“Hedera Felix” (2023), ad esempio – realizzata in ceramica, stagno e ferro – che  si arrampica sull’“Osservatorio Naturale” (2025-2026) della lombarda Michela Pomaro, opera esposta, per la prima volta in occasione della mostra, composta da una serie di astratte “strutture in ferro” e che “nasce dall’interesse dell’artista verso la decostruzione dell’immagine di casa come rifugio”, indicando “la necessità, umana e politica, di riconquistare verticalmente lo spazio in cui abitare”. Sottolinea Davide Rui, curatore della mostra: “Tutte le opere presentate in ‘Komorebi’ invitano lo sguardo del visitatore ad una continua riflessione sull’ordine delle cose, permettendo, nello stesso momento, di sostare placidamente nel nostro presente. È solo prestando la giusta attenzione che potremmo, finalmente, scorgere l’instancabile e quasi impercettibile mutare della materia. Una trasformazione costante e, insieme, fragilissima come i raggi del sole che in primavera timidamente discendono dalle chiome degli alberi”.

Gianni Milani

“Komorebi”: “BI-BOx Art Space”, via Italia 38, Biella; tel. 349/7252121 o www.bi-boxartspace.com;Fino a sabato 16 maggio; Orari, giov. e ven. 15/19,30 – sab. 10/12,30 e 15/19,30

Nelle foto: Allestimento part. (Ph. Anna Pendoli); Michela Pomaro “Osservatorio Naturale”; Martina Cioffi “Senza titolo”; Maria Elisabetta Novello “Carte della terra 4”

“L’Anima del Vino” entra nel circuito Asti Musei

Un passaggio simbolico e significativo, oltre che strategico, rafforza il dialogo tra cultura, impresa e territorio. Il museo “L’Anima del Vino”, ospitato a  Castelnuovo Calcea, entra ufficialmente nel circuito di Asti Musei, consolidando un progetto che unisce arte contemporanea, memoria agricola e identità vitivinicola.
Il museo ha sede presso il Centro Enoturistico Il Risveglio del Ceppo, all’interno della Cantina Sociale Barbera dei Sei Castelli, nel territorio di Castelnuovo Calcea.

Nato da un ‘idea innovativa, il progetto recupera ceppi di vite colpiti dalla fillossera trasformandoli in opere d’arte grazie alla sensibilità creativa dell’artista. Materia viva che si fa linguaggio, radici che si fanno racconto, memoria agricola che si trasforma in patrimonio culturale.
Le opere accompagnano il visitatore in un percorso esperienziale in cui ogni ceppo conserva tracce di stagioni, vendemmie e lavoro nei vigneti, attraverso un racconto che valorizza la Barbera d’Asti non solo come eccellenza enologica, ma come espressione identitaria di un paesaggio e di una comunità.
L’ingresso nel circuito museale rappresenta un riconoscimento significativo per il territorio e per il modello di collaborazione tra realtà produttive e istituzioni culturali.

“L’ingresso de ”L’Anima del Vino” nel circuito di Asti Musei – ha sottolineato il Presidente Maurizio Bologna –  rappresenta un riconoscimento che va oltre il museo stesso: è un attestato del valore per il territorio, per la sua storia vitivinicola e per la comunità che ogni giorno lavora per custodire e innovare. Questo progetto nasce dalla nostra terra e alla nostra terra restituisce identità, cultura e prospettiva “.

Il direttore Enzo Gerbi ha evidenziato la coerenza tra filosofia produttiva e visione culturale: “Ogni ceppo recuperato è una testimonianza.  Trasformarlo in opera significa dare continuità alla sua storia. Qui il vino si racconta attraverso la materia stessa della vite, in un dialogo tra agricoltura, arte e consapevolezza. È un modo elegante e autentico per esprimere la Barbera d’Asti”.
Con questo ingresso il museo si inserisce pienamente nella rete culturale di Asti Musei, rafforzando la valorizzazione del paesaggio vitivinicolo quale patrimonio condiviso e interpretandolo attraverso linguaggi  contemporanei.

Mara Martellotta

Il Museo MIIT inaugura la mostra dedicata a Maria Pavlovska 

Dal 5 al 21 marzo il Museo MIIT, Museo Internazionale di Italia Arte, e la Galleria Folco dedicano una mostra internazionale alle donne, come ogni anno, in questo periodo.
Lo fanno organizzando quest’anno l’esposizione dal titolo “Visioni di donna”, la cui inaugurazione sarà  accompagnata dal libro di Vania Perale “Vorrei rinascere cormorano” della Phasar Edizioni.
Il Museo MIIT dedica una mostra alle donne, in occasione della loro festa e in considerazione delle tante problematiche di attualità che la società contemporanea esprime e su cui è necessaria una riflessione, per porre in essere adeguate misure sociali e culturali.
L’Arte può fare molto in questo settore  ed è per questo che il Museo MIIT da sempre cura esposizioni tematiche per sollecitare un cambiamento e promuovere una nuova e virtuosa cultura in merito all’universo femminile. Come in occasione del 25 novembre giornata Internazionale contro la violenza  sulle donne, anche in questo frangente la figura femminile diventa protagonista della mostra del MIIT, permettendo al pubblico di scoprire un universo artistico in continuo sviluppo e movimento. Non sono in mostra soltanto opere dedicate alla figura femminile, ma si tratta di un percorso emozionale che trova, nell’astrazione e nella scomposizione della forma, elementi profondi per esprimere interiorità e sensazioni. La mostra collettiva è accompagnata dalla importante esposizione personale delle opere di Maria Pavlovska, una tra le maggiori esponenti artistiche del panorama internazionale.
Il Museo MIIT presenta, infatti, la prestigiosa personale di Maria Pavlovska, che inaugura giovedì 5 marzo alle ore 18.

“Maria Pavlovska è  un’artista contemporanea ormai matura e risolta –  spiega il direttere del Museo MIIT e Italia Arte Guido Folco – perfettamente inserita nel contesto internazionale grazie alle sue molteplici presenze espositive nei principali appuntamenti artistici in tutto il mondo. In Asia, Stati Uniti, da Skopje a Lubiana, a Belgrado, Vienna, Berlino, Parigi, New York, Manila, Miami, Venezia, Firenze e Torino, la sua arte affronta i temi della polarizzazione e del globalismo, tanto cari alla società contemporanea.
L’arte di Pavlovska considera la pittura come un’estensione della propria esistenza, tra ombre, luce, felicità  e dolore, ed è  per questo che la sua arte  assume significati così intensi e personali, intimi e potenti, rappresentando nel profondo la propria energia vitale, tra sogni, speranze, esplosioni di vitalità e rarefatti momenti di meditazione.

L’artista incarna perfettamente, con il suo lavoro, lo spirito della società contemporanea, sempre in bilico tra salvezza e dannazione e nel contrasto tonale e cromatico assoluto delle sue composizioni si trova riflesso il senso della vita, in un dialogo continuo tra realtà e illusione. Nei segni rapidi, gestuali, essenziali che squarciano le tenebre di fondo delle sue opere maggiori pare si possa leggere un alfabeto dell’anima, in cui l’artista si esprime attraverso un linguaggio cifrato, criptico che narra moltissimo della sua interiorità.
Il bianco e il nero, il movimento vorticoso e continuo del segno altro non sono che il simbolo atavico dell’armonia e della complessità inafferrabile dell’universo, del confronto e del completamento degli opposti, in una sorta di bilanciamento dell’energia vitale e  creativa. L’osservatore può perdersi nel mondo poetico e creativo dell’artista, può ritrovare un po’ di sé stesso, alla continua ricerca dell’Io , dell’essenza dell’Essere.
L’utilizzo da parte della Pavlovska, sia nei disegni, sia nelle opere maggiori, di colori puri come il bianco e il nero, la rende immediatamente riconoscibile a livello internazionale.
Nel movimento inarrestabile del gesto l’artista declina il procedimento stesso della creazione, sempre in divenire e basata sugli opposti, sull’idea di una sperimentazione che si fa vita e materia, percorso esistenziale e ricerca.
Luce e buio, pieno e vuoto, bianco e nero si alternano, si  sovrappongono, si scontrano in un disegno meditato,  “sentito” dall’artista, mai casuale  poiché una tela o un  foglio di carta diventano l’espressione della propria esistenza su cui modulare emozioni e sentimenti.

Spazio, tempo, misura, infinito sono altri elementi fondanti l’arte di Maria Pavlovska. È  nella fusione e nell’interpretazione di tali elementi  che Maria scopre il senso della creazione della vita, dell’identità umana e divina. La sua è  arte spirituale perché va alla ricerca dello spirito umano,  cercando di cogliere l’essenza e la sintesi in un viaggio alla scoperta di sé stessa e dell’altro. Maria Pavlovska è  quindi da annoverare tra le massime interpreti dell’arte contemporanea internazionale sia per la sua potente espressività concettuale, sia per il suo corrente e sperimentale percorso che va ad unire la nuova espressività internazionale con la storia e gli esiti dei grandi maestri”.

Dal 5 al 21 marzo 2026 Museo MIIT Torino, corso Cairoli 4

Orario da martedì  a sabato 15.30-19.30

Appuntamenti per visite guidate e scolaresche

Info 0118129776

www.museomiit.it

Mara Martellotta

Malinpensa by La Telaccia, in mostra Vanni: “Natura assoluta”

Informazione promozionale

Dal 5 al 21 marzo 

Vanni vive e lavora in Umbria circondato da una natura incontaminata, che spesso suggerisce trame artistiche che trovano poi la loro narrazione sulle sue tele, con quei tratti cromatici legati alla luce mediterranea a lui tanto cara.

Dopo i primi studi artistici compiuti a Roma, Vanni ha perfezionato il suo percorso pittorico a Parigi, città dove ha vissuto per parecchi anni, entrando in contatto con il variegato mondo artistico della capitale francese e frequentando “Les Etudes des Beaux Arts de Paris”. L’artista ha poi perfezionato i suoi studi presso gli atéliers di affermati espressionisti contemporanei, i cui insegnamenti hanno tracciato il suo indirizzo pittorico, l’osservazione degli spazi circostanti e della loro cromaticità. Figurano al suo attivo numerose esposizioni personali e collettive in Italia, Francia, Belgio, Ungheria, Lussemburgo e Grecia, cosiccome diverse sono le manifestazioni culturali cui l’artista ha preso parte, riscuotendo sempre successo di critica e di pubblico.

Il linguaggio pittorico di Vanni si concretizza in opere che testimoniano inequivocabilmente la fascinazione provocata nell’artista dalla luce mediterranea, caratterizzata da visioni terse e luminose e da contrasti di colore netti e abbaglianti. Tali contrappunti orientano la produzione di Vanni alla perenne ricerca di un codice chiaroscurale più marcato ed evidente. Colori dominanti, decisi e filtrati in uno sguardo abbagliato dal sole, in grado di cogliere i contorni delle cose. Di qui una palette intensa, ricca di colore, data senza compiacimenti cromatici, e che sembra scolpire nello spazio ciò che lo sguardo coglie.

“Vanni dialoga con la natura – spiega la curatrice della mostra, Monia Malinpensa, direttrice della galleria d’arte Malinpensa by La Telaccia –  la osserva e la restituisce in chiave lirica, facendo emergere la forza del gesto, la sapienza della stesura materica e la densità emotiva che avvolge ogni soggetto da lui raffigurato. Le sue creazioni, sempre ancorate al mondo naturale, si distinguono per il rigore tecnico e la tessitura materica, tanto da evidenziare una tecnica personale e irripetibile. La costante vibrazione della bellezza naturale, che l’artista Vanni traduce in scenografie di grande incisività, sospese tra sogno e realtà, segnano un’indagine pittorica di grande dedizione e qualità artistica”.

Galleria d’arte Malinpensa by La Telaccia – c.so Inghilterra 51, Torino – tel: 0115628200 – info@latelaccia.it – www.latelaccia.it

Mara Martellotta