ARTE

“David Bowie, mio fratello”, attraverso lo sguardo di Terry Burns

Dal 17 aprile al 12 luglio, presso lo Spazio Musa di Torino, verrà ospitata la mostra dal titolo “David Bowie, mio fratello”, un progetto dello scrittore David Lawrence e di Francesco Longo, in programma per la prima volta in Italia dopo l’esposizione a Parigi e Saint-Rémi de Provence. Si tratta di un racconto per immagini che ricostruisce un ritratto di David Bowie a partire da una relazione privata e che attraversa l’intera traiettoria pubblica dell’artista. Il punto di vista è definito dall’impianto della mostra: la figura di Terry Burns, fratellastro di Bowie, diventa il dispositivo attraverso cui leggere immagini, testi e materiali. Non si tratta di una retrospettiva, ma di un percorso che mette in relazione episodi biografici, riferimenti culturali e la costruzione dell’identità artistica. Il nucleo espositivo riunisce una serie di fotografie in parte realizzate da autori che hanno seguito Bowie nelle fasi della sua carriera, tra cui rari scatti di Denis O’Regan, Philippe Auliac e Michel Haddi, in parte provenienti da altri contesti. Le immagini non seguono una sequenza cronologica lineare, ma si organizzano per nuclei, restituendo passaggi, trasformazione e continuità. Accanto ai ritratti di Bowie compaiono figure che ne definiscono il contesto umano e creativo, famigliari, musicisti, artisti e intellettuali, i genitori e il nonno, Thomas Edward Lawrence, Miles Davis, Lou Reed, Mick Jagger, Pablo Picasso, Bob Dylan, Brian Eno, John Lennon, Elvis Presley, Lindsay Camp, Bing Crosby, Frank Sinatra, Jim Morrison, William S. Burroughs, Jean Genet, Jack Kerouac, Syd Barrett, tra gli altri. Il percorso costruisce così una rete di relazioni che rimanda alle influenze alla base del suo lavoro, dalla musica alla letteratura, dalle arti visive al cinema. All’interno di questo sistema, Terry Burns assume un ruolo strutturale, è attraverso lui che Bowie entra in contatto con una parte significativa del proprio orizzonte culturale, dalla letteratura al jazz, elementi che tornano trasformati dalla sua produzione. La mostra utilizza questo legame come chiave di lettura, senza isolarlo in una dimensione puramente biografica. Testi e immagini procedono su due livelli paralleli, e la scrittura accompagna il percorso senza funzione descrittiva, costruendo un controcampo narrativo che orienta la lettura delle fotografie.

Spazio Musa – via della Consolata 11/E – Torino

“David Bowie, mio fratello” – dal 17 aprile al 12 luglio

Mara Martellotta

Dentro lo sguardo di Mauro Guglielminotti

C’è qualcosa di profondamente torinese nel modo in cui Mauro Guglielminotti racconta il mondo: non tanto per geografia, quanto per stratificazione.
Come certe architetture industriali che sembrano silenziose ma custodiscono voci, odori, memorie. La sua storia si apre proprio lì, in una Torino che oggi non esiste più, ma che continua a respirare sotto la pelle della città.
Non è una fotografia, all’inizio, ma un odore: quello del cioccolato. Denso, quasi caldo, che si infilava tra le strade fino a piazza Massaua.
Guglielminotti lo racconta come si racconta un’infanzia che non si è mai del tutto chiusa: la Venchi Unica, i capannoni, poi il vuoto. La dismissione. Il silenzio improvviso di un luogo che prima era vita. È lì che nasce il suo sguardo, non come gesto artistico, ma come necessità di trattenere qualcosa che stava scomparendo.
Prenderà poi forma il suo primo libro, La Manifattura Tabacchi di Torino, in cui la città si trasforma in una vera e propria mappa emotiva: Manifattura Tabacchi, Molini Dora, Casa Ozanam. Non semplici architetture, ma organismi feriti, corpi industriali che continuano a parlare sottovoce, per chi è disposto a fermarsi. E lui si ferma, ascolta,sempre.
Due vite, un solo sguardo
C’è una crepa interessante nella sua biografia, ed è proprio quella che la rende potente: Guglielminotti non nasce fotografo, ma ingegnere.
Non abbandona mai davvero quella parte di sé. La porta dentro le immagini: precisione, struttura, capacità di leggere i sistemi. Mentre lavora in Fiat, poi in IBM e infine in una startup americana, costruisce una seconda traiettoria, parallela e quasi invisibile: quella del fotografo che osserva.
Non c’è romanticismo bohémien, ma una forma più concreta di libertà. Il lavoro finanzia lo sguardo. I viaggi di lavoro diventano territori di esplorazione. Le città non sono mete, ma casi di studio umani.
Due vite, sì. Ma un unico filo: capire come funzionano le cose quando iniziano a rompersi.
Belfast, Istanbul, Detroit: la geografia della crisi
Se Torino è l’origine, il mondo diventa il laboratorio.
A Belfast e Derry entra dentro la frattura. Non la osserva da fuori: la attraversa. Parla con chi la vive, incontra chi abita il conflitto. Non cerca lo scatto spettacolare, ma il punto in cui la storia si incrina nella vita quotidiana.
Poi Istanbul, città che implode e si ricostruisce nello stesso respiro. Quartieri cancellati, tensioni urbane, identità che si ridefiniscono sotto pressione.
Ma è Detroit a diventare la sua ossessione lenta, il suo romanzo visivo più lungo. Venticinque anni. Ogni gennaio. Sempre nello stesso periodo, come un rito. Torna, osserva, registra.
All’inizio è il crollo: fabbriche chiuse, case abbandonate, una città che sembra aver perso la propria funzione nel mondo. Poi, lentamente, qualcosa cambia: orti urbani, persone che restano, nuovi investimenti. Una rinascita mai lineare, mai semplice.
Per lui, Detroit è uno specchio. La chiama la Torino americana. Non per nostalgia, ma per struttura: entrambe città costruite sull’industria, entrambe costrette a reinventarsi quando quell’industria cede.
Archivio, memoria, ritorno
Negli ultimi anni, il suo sguardo si piega verso l’interno. Riscopre l’archivio, rilegge le immagini, le ricontestualizza. È come se il tempo, finalmente, gli restituisse ciò che aveva raccolto.
E poi c’è il ritorno. Sempre Torino. Non come rifugio, ma come nodo irrisolto.
C’è un luogo che ancora manca: Mirafiori. Un luogo simbolico, che sente necessario raccontare per chiudere — o forse riaprire — un cerchio.
Il momento in cui lo sguardo si riconosce
Quando capisce che la fotografia può diventare il suo modo di leggere il mondo, la risposta non arriva da una teoria, ma da un’esperienza concreta.
«Il primissimo istante in cui l’ho capito è stato legato al viaggio. Facevo grandi viaggi con gli amici dall’altra parte del mondo e c’era la mania della serata tra amici in cui si facevano vedere le diapositive e si facevano vedere le foto del viaggio, noiosissime e mi sono reso conto che le mie foto erano diverse da quelle degli altri e da ciò che c’era intorno. Erano foto da reportage già lì: lì ho capito di poter fare qualcosa di più. Inoltre il confronto con De Biasi mi ha gratificato e ho ricevuto qualche apprezzamento e ho deciso di perseguire questa partita. Una persona non è capace di giudicare se stessi
Dentro questo racconto c’è già tutto: lo scarto, il dubbio, il riconoscimento che arriva dall’esterno.
La fotografia non nasce come dichiarazione, ma come differenza.
Istanbul: il progetto che resta sospeso
E poi, quasi naturalmente, quello sguardo esce dai confini della città. Non per abbandonarla, ma per metterla alla prova altrove.
Guglielminotti prende un libro, lo sfoglia. Istanbul.
«Questo è un libro legato ad Istanbul con Orsola Casagrande nel 1997 quando siamo andati ad un primo maggio dei curdi ed è stato un lavoro estremamente interessante. Da quel lavoro siamo andati a realizzare una serie di interviste a diversi protagonisti della scena culturale – scrittori, artisti, registi – ed avevamo ipotizzato una serie di storie legate alle “città che conosciamo”, chiedendo loro di raccontare la città, ma alla fine non è stata realizzata perché non abbiamo trovato la casa editrice
C’è qualcosa di incompiuto in questo passaggio. Un progetto rimasto sospeso, ma proprio per questo rivelatore.
È lì che la città smette di essere solo spazio e diventa racconto plurale, voce, identità restituita da chi la abita.
Raccontare o tradire
Alla domanda se la fotografia racconti o tradisca la realtà, Guglielminotti non cerca rifugi.
Alla domanda se la fotografia racconti o tradisca la realtà, Guglielminotti non cerca rifugi.
«Molto spesso la tradisce, ma tutto dipende da chi fa la fotografia
Per lui, l’immagine non è mai neutra.
«La fotografia è l’espressione di quello che una persona vede in quel momento, dal suo punto di vista personale, anche quando prova a essere il più oggettiva possibile.»
È qui che entra in gioco la responsabilità del fotografo. «Io, prima di fare un reportage, studio molto. Devo sapere cosa vado a fotografare, chi c’è, qual è il contesto
Torino: una radice che non si sposta
Alla domanda sul rapporto con Torino, la risposta è immediata.
«Torino è la mia città e lo sarà sempre comunque e quello in cui siamo è l’alloggio in cui sono nato anche se vivo principalmente a Parigi. Torino è la città in cui sono cresciuto ed ho visto la Fiat crescere e gli anni in cui fiat era tutto ed il momento della sua caduta. Per questo ho sempre sperato che si potesse fare di più con le foto di Torino in Torino affinché potessero essere una rinascita. La base di Torino è sempre rimasta in me come cuore.»
Non è solo appartenenza. È una forma di orientamento.
Fotografare le città
Le città, nei suoi lavori, non sono mai fondali. Sono organismi vivi.
«Direi come la gente vive quella città e quel posto, le crisi, il potenziale che può esserci è l’aspetto più interessante ed affascinante.»
Ma prima dello scatto, c’è sempre un tempo sospeso.
«Mi piace molto sedermi da qualche parte e capire che cosa succede intorno a me prima di fotografare. Mi piace vivere la città e capirla ed avere qualche intuizione e dopo scattare le foto.»
Lo sguardo arriva dopo. Sempre.
«Il libro era nato quando c’era stata la proteste al parco di Gezi. Il governo aveva distrutto un quartiere per costruire degli edifici moderni: era un quartiere molto povero e comune ed era quindi facile abbattere.»
Uno sguardo personale
 
Quanto c’è di personale nelle sue immagini?
«Molto, perché altrimenti non avrebbe senso.»
«Sono un fotografo documentarista ma non nel senso “duro e puro” del termine ma nell’accezione di trasmettere quello che ho visto io.»
E torna ancora Torino.
«Sto pensando a desiderare di fotografare Torino visto che ci sono così legato. Secondo me è necessario parlare di Mirafiori ed è essenziale parlarne proprio in questo momento. Sto cercando di muovermi in qualche modo per lavorare di nuovo nella mia città
Il tempo contro il rumore
 
Viviamo in un’epoca di immagini veloci, quasi rumorose. Ma cosa distingue davvero un progetto?
Guglielminotti risponde partendo da un’esperienza concreta, nato da un’idea condivisa con Riccardo De Gennaro, ex giornalista de la Repubblica.
«Era un trimestrale di grosso valore stilistico e con fotografi di alto livello. Io ho fatto il photoeditor per alcuni anni, poi sono uscito e Riccardo ha proseguito da solo. Avevamo fatto un lavoro anche con Franco Arminio ed avevamo fatto una selezione di fotografi che poi sono finiti anche sul World Press Photo.»
Un progetto forte, che però non ha trovato spazio.«Non ha preso il volo
Ma la lezione resta.
«Un progetto di valore si qualifica nel tempo che una persona dedica ad esso. La foto di oggi è molto veloce, ma un buon reportage deve essere visto con calma e tempo
Il punto è lì.
«Il reportage richiede tempo e studio molto approfondito. È il tempo che differenzia il lavoro. La foto mordi e fuggi non ti lascia niente
Memoria e trasformazione
Guardare indietro non è semplice.
«Molte immagini sono diventate memoria.»
 
E insieme alla memoria arriva anche una crisi.
«Ho avuto un momento di crisi perché non mi ero adeguato alla nuova visuale. Le mie foto non erano più adeguate al tempo ma perché bisogna adeguarsi al tempo ma senza perdere la propria radice.»
Ma la risposta non è rinnegare.
«È da qui che nasce il nuovo percorso: progetti più lunghi, ricerca, fine art, gallerie.Sto cercando di dare un nuovo sguardo delle foto.»
Le immagini che mancano
 
E poi resta una domanda, la più difficile.
Qual è la fotografia che ancora non ha fatto?
«Forse in questo momento c’è una foto geografica in Patagonia che è un viaggio che vorrei fare da quando sono bambino e mi piacerebbe fare una foto che è nel mio immaginario: una zona arida e mitologica.»
«E un’altra mi piacerebbe a Torino e poter riandare in un luogo del lavoro e rifare una foto simbolo
Non è nostalgia. È un ritorno consapevole.
Perché, in fondo, ogni sua fotografia si muove nello stesso spazio:
quello in cui qualcosa sta finendo e qualcos’altro, lentamente, sta provando a ricominciare.
VALERIA ROMBOLA’
Foto di Federico Solito

L’arte del Sodoma, “alla conquista del Rinascimento” tra Spanzotti, Leonardo e Raffaello

Nelle sale della Fondazione Accorsi-Ometto, sino al 6 settembre

A circa vent’anni dalla morte del pittore, Giorgio Vasari nelle sue “Vite” scriveva: “Ma Agostino (Chigi)… gli diede a dipingere nel suo palazzo di Trastevere in una sua camera principale la storia d’Alessandro quando va a dormire con Rosana: nella quale opera, oltre all’altre figure, vi fece un buon numero d’Amori… E vicino al camino fece un Vulcano, il quale fabbrica saette, che allora fu tenuta assai buona e lodata opera.” Uno scrittore che tramanda notizie per il sapere dei posteri, in tutta tranquillità. Invece. Invece Giovanni Antonio Bazzi, chissà per quale ragione, a Vasari doveva stare proprio sullo stomaco – e la condanna condita di tanta ferocia dovette decretargli un lungo ostracismo: sul versante critico, “il capolavoro fioriva tratto tratto, in mezzo ai dipinti mediocri”, come su quello comportamentale, “era celebratore della vita, nelle gioiose gagliardie del cuore e del senso, pagano spirito giocondo… l’irruenza di carattere, la scapigliata trascuranza dello studio, l’indocile e indomata libertà… mutava voglie e modi, cercava motivo di festa e di chiasso anche nell’arte: godeva a godere.” Il quadretto di un tale uomo “chiassoso e vagabondo” che scendeva nei sussurri del gossip quando gli affibbiava e l’accresceva di quel titolo di Sodoma per cui il Bazzi ci è stato tramandato, in tempi non facili per i cultori del “vizietto” (anche Leonardo si vide trascinato in tribunale per un’accusa), anche se a dar retta all’autore delle “Vite” il pittore non faceva nulla per far tacere quell’etichetta che gli era stata appiccicata addosso (“non che si prendesse noia o sdegno, se ne gloriava”): anche se poi quella sorte (al tempo) grama o tollerata, considerata altresì la bisessualità del mondo artistico, fu acquietata con il pensiero che fosse l’intercalare piemontese da qualcuno storpiato, “sù, ‘nduma”, o il risultato frainteso di un “so domà” detto da un pittore che aveva tra le proprie doti la passione per i cavalli.

Ben oltre quanto rimane gossip, Giovanni Antonio Bazzi è al centro della mostra – composta “con uno sforzo non indifferente”, avvertono i responsabili – che nel titolo si estende in un significativo “Alla conquista del Rinascimento”, che ha la curatela di Serena D’Italia, Luca Mana (direttore del Museo Accorsi) e Vittorio Natale e il patrocinio della Regione Piemonte e della Città di Torino e che sino al 6 settembre occuperà le sale della Fondazione Accorsi-Ometto, importante appuntamento a circa ottant’anni dall’ultima grande retrospettiva che interessò il museo Borgogna di Vercelli e la Pinacoteca Nazionale di Siena (al termine del percorso è l’affiche di quella mostra che fu il primo risultato della lunga produzione di Armando Testa). Esposizione volta, quella odierna, ad analizzare e a porre all’attenzione del pubblico che la visiterà la produzione iniziale del pittore, la precocità e il praticantato di un umile ragazzotto, figlio di un calzolaio di Biandrate, che lo “ha posto e vincolato” nella bottega del casalese Martino Spanzotti (il contratto originale è qui esposto, datato 28 novembre 1490) e da protrarsi per interi anni sette ma che non fu mai completato se il non ancora ventenne Bazzi prendeva nel ’96 già la strada per Siena: continuando a tessere lodi al suo benefattore Francesco de’ Tizzoni, fattosi testimone e mallevadore di quegli anni. Primi anni che non vanno disgiunti dall’altro fatto importante della mostra, “abbiamo voluto organizzare un’occasione che mette in luce la grande ricchezza del patrimonio artistico del nostro territorio, posto in dialogo con gli importanti centri del Rinascimento italiano”, sottolinea la curatrice D’Italia. Oltre cinquanta opere a coprire un lungo periodo, alcune inedite, suddivise in sette sezioni, provenienti – in un elenco di prestiti veramente importante – da collezioni private e da istituzioni pubbliche, da Brera alla Galleria Borghese al Vaticano, dalla Capitolina romana alla collezione Chigi Saracini alla Parrocchia Spirito Santo di Sommariva Perno, dalla Sabauda torinese all’Albertina alla Pinacoteca di Varallo, da Siena da Perugia da Vercelli, dal Musée Jacquemart-André della capitale francese.

All’inizio del prezioso allestimento curato dallo Studio LLTT Architetti Associati, con l’apporto dell’architetto Loredana Iacopino, di un rosa antico che pare a memoria discostarsi da quelli che abbiamo visto sinora, è l’(innocuo) autoritratto del Sodoma (pare che l’uomo accanto a Raffaello nella “Scuola d’Atene” per questioni anagrafiche non sia più il Nostro, come mi insegnò il liceo) ricavato dal Chiostro Grande dell’Abbazia di Monte Uliveto (questo aveva davanti Vasari e ancora per un attimo leggete un’altra sua spina nel fianco dell’odiato: “un volto di uomo innamorato dello sfarzo, conscio d’ogni piacere, dall’occhio brillante e scaltro, dal naso maschio espanso al fiuto, dalle labbra serrate su lo scherzo grasso e la risata mordace”, ritrattino che nemmeno a spingerlo a forza rientra nel giovin signore che ci ritroviamo davanti), avvicinato all’”Ecce Homo” del 1510 che mette in evidenza gli esiti raggiunti e l’arte della maturità di un artista tra i più interessanti dell’epoca aurea della pittura. Nel proseguire attraverso le sale, si toccano le città – del Piemonte, Milano, Mantova, Siena, Roma: dove lo troviamo nel 1508 a fianco di Raffaello nella Stanza della Segnatura con l’incarico di papa Giulio II – che saggiarono la produzione del Bazzi, dando a lui la possibilità di incrociare geni del suo tempo: Bazzi s’immette prepotentemente – assorbendolo appieno – in un panorama lombardo, ne sono testimonianza il “Compianto su Cristo morto” (1503), di collezione privata, che nel taglio visivo – pasoliniano, all’occorrenza, per “Accattone” – s’allinea al Mantegna di Brera e, a pieno diritto, la “Pietà” (dalla Arciconfraternita di Santa Maria dell’Orto a Roma) che in quella diversità e completezza di tratti e di sentimenti e di dolore è un’altra immagine dell’affermazione del pittore che, già a Roma, guarda ancora ai modelli del nord. Aveva ormai alle spalle le prove dei primissimi anni di bottega, una “Sacra Famiglia” che “si nota essere ancora acerba” dice Serena d’Italia.

Si è lasciato alle spalle gli artisti vercellesi e casalesi con cui è venuto negli anni precedenti a contatto, che qui pongono in bella carrellata santi e madonne piene di fascino – Alvise De Donati, Eleazaro Oldoni, Aimo e Balzarino Volpi, Bernardo Zenale (con quest’ultimo si combatté l’attribuzione per il “Martirio di San Sebastiano”, in mostra, fuori di ogni certezza, con un più vago “pittore attivo nel Ducato di Milano”, eccellente studio per un nudo maschile, mentre la persona di colore accovacciata a legare le caviglie del santo vanta ricordi ed espressioni più antiche, mentre ancora una volta andiamo a indagare l’azzurrino sfumato del paesaggio che strizza l’occhio a Leonardo e ai fiamminghi), l’eccellente Boltraffio, certamente Spanzotti (tra le sue opere presenti, una magnifica “Madonna con Gesù Bambino e due angeli”, circa 1490, della torinese Albertina) e Defendente ed Eusebio (“Angelo annunciante”, circa 1506, Museo Borgogna di Vercelli) Ferrari. Il centro della penisola dopo il nord, dove il nome per eccellenza – oltre all’urbinate sempre ammirato e cercato – è quello del Pinturicchio, in omaggio al quale Luca Mana ha creato con i suoi colleghi una mostra nella mostra. Introdotto dalle parole di Rabelais, prese a prestito da una lettera del 15 febbraio 1536 inviata a Monsignor de Maillezais (“papa Paolo Farnese aveva una sorella bella a meraviglia: tuttora si mostra nel palazzo Vaticano, nel corpo di fabbrica in cui risiedono i Sommisti, una figura della Madonna, che si dice sia stata fatta a immagine e somiglianza di costei”), del perugino Bernardino di Betto Betti, proveniente dal Vaticano, è visibile – ambientato in un duplice percorso storico e artistico – il frammento di un affresco, già in bella mostra appunto nell’appartamento privato di papa Alessandro VI, il Bambino benedicente che fu un giorno circondato dalle presenze del pontefice e della Vergine, due reperti a lato a testimoniarlo. Mentre, ancora alla ricerca dell’intensità degli scambi che interagiscono con il nord, tra la fine del Quattro e gli inizi del Cinquecento, s’ammira la “Madonna col Bambino in trono tra i santi Nicola di Bari e Martino” di Macrino d’Alba (“cartina tornasole” lo definisce Luca Mana), proveniente dalla Pinacoteca Capitolina di Roma, come una inedita predella con Cristo benedicente tra gli apostoli, prestito della residenza papale di Castelgandolfo.

Ancora tra le opere giovanili del pittore, eseguite nel primo decennio del XVI secolo, andando a guardare sul versante profano, abbiamo l’”Allegoria dell’Amor Celeste”, dalla collezione Chigi Saracini di Siena mentre dalla torinese galleria Sabauda proviene la “Morte di Lucrezia”, tema in molti esempi caro al Sodoma. Anni di successi e di grande produzione, importanti committenze – i fratelli Chigi, in primo luogo, i ricchi banchieri romani -, anni che lo videro nell’impegno dei grandi cicli d’affreschi che sono in Sant’Anna in Camprena (1503-1504), vicino Pienza, ricchi di quei motivi a grottesca che si andavano ammirando con la scoperta della Domus Aurea neroniana (“motivi fantastici” li ricorda Vittorio Natale) e delle storie di Santa Caterina che lo avvicinano per molti versi a certi lavori del Bramantino in castello Sforzesco e, ancora, del Pinturicchio; e nel chiostro di Monteoliveto (1505-1508), nel senese, succeduto a Luca Signorelli (che era stato chiamato ad Orvieto per la cappella di san Brizio) a illustrare le storie di San Benedetto, basate sul racconto di san Gregorio Magno, ventisei episodiche lunette a completare quello che è da tutti considerato un vero e significativo capolavoro dell’arte rinascimentale del nostro paese.

Elio Rabbione

Nelle immagini, Sodoma, “Compianto sul Cristo morto”; Macrino d’Alba, “Madonna col Bambino in trono con i santi Nicola di Bari e Martino”; Sodoma, “Morte di Lucrezia”; Sodoma, “Allegoria dell’Amore Celeste”.

Anna Rota Milani espone alla Galleria Aversa

Informazione promozionale

Dal 10 al 30 aprile 2026, presso i locali della GALLERIA AVERSA, in via Cavour 13 a Torino; si terrà la mostra personale di ANNA ROTA MILANI. L’artista monferrina ma torinese d’adozione presenta una ventina di opere prevalentemente di paesaggio realizzate con un sapiente uso della spatola e lavorando sulla matericità del dipinto fino, a volte, ai limiti dell’astratto. Apprezzata da numerosi critici fra cui Paolo Levi, Guido Folco e Gian Giorgio Massara, l’artista trae spesso ispirazione dal paesaggio monferrino che si stende sotto il suo atelier di Gabiano.

La grande arte cinese di Yuchu Zhao al museo MIIT

Dal 10 al 19 aprile prossimo approderà al Museo MIIT di Torino, di cui è  direttore Guido Folco, la grande arte cinese di Yuchu Zhao  che, nell’agosto del 2025 ha presentato un’opera alla Galleria AOlab di Shanghai, seguita da un’altra personale al Museo d’Arte Contemporanea  Casoria di Napoli in ottobre. Ad aprile approderà al Museo MIIT in una mostra curata da Fei Xinyao e Guido Folco. La sua pratica si muove  tra pittura, incisione e installazione , pur mantenendo il metodo artistico coerente. Conversazioni parlate in mandarino e inglese vengono poi registrate, modificate e ridotte fino a quando non rimangono singole parole, che, a loro volta, vengono ricostruite fisicamente, senza più il supporto di contesto o sintassi. Ciò che si perde in chiarezza viene guadagnato in attenzione.
Gli spettatori sono invitati a concentrarsi sul tono, sulla spaziatura, sull’esitazione piuttosto che sul significato. La luce trasporta l’opera prima del significato. Le singole parole brillano debolmente nella galleria, ciascuna separata dalla successiva, fluttuano all’altezza degli occhi o poco sopra.
Le parole non formano affermazioni né invitano a una lettura sequenziale. Il linguaggio si comporta meno come comunicazione e più  come presenza. Ciò risulta evidente nell’opera “The Terminator”, un’installazione luminosa composta da termini isolati come “melodrammatico”, “idealismo”, “motivazione” e “azione”. Le parole, rese come oggetti illuminati, non svolgono più la loro funzione originaria, non accusano, non difendono, non persuadono.
Rimangono silenziose nello spazio, portando con sé le tracce delle situazioni emotive cui un tempo appartenevano. Rimosse dalla conversazione  le parole appaiono esposte, persino incerte. Il titolo suggerisce una conclusione,  ma l’opera resiste alla chiusura. Ciò che viene interrotto qui non è il discorso in sé,  ma la sua autorevolezza. La conversazione si è interrotta, ma qualcosa rimane. Lo spettatore incontra il linguaggio dopo l’uso, quando l’intenzione  si è  esaurita e rimane solo il tono.  Una logica simile informa “The Pensieve”, una serie di opere realizzate in acrilico che attingono ai ricordi adolescenziali di Zhao.

Non si tratta di scene ricostruite o storie raccontate; le opere sono costruite da pannelli trasparenti sovrapposti, con immagini e segni parzialmente nascosti allo spettatore. Nessun punto di vista unico offre completezza e i dettagli emergono brevemente , andando poi a scomparire dalla vista man mano che lo spettatore si muove. In questo processo l’acrilico svolge un ruolo molto attivo: la luce passa in modo non uniforme, creando variazioni di visibilità che dipendono dall’angolazione e dalla distanza. L’atto del guardare diventa fisico piuttosto che interpretativo e la memoria non appare come qualcosa di intatto recuperato, ma come un elemento che si riforma continuamente, attraverso strati di ostruzioni e sovrapposizioni.
Sebbene il materiale di partenza sia personale, l’opera resiste alla confessione. Zhao non  chiede allo spettatore di identificarsi con le sue esperienze o di decodificarne il significato, ma si concentra piuttosto sulla modalità in cui le esperienze prendono forma, una volta tradotte. Le parole diventano oggetti e i ricordi costruzioni. Entrambi sono soggetti ad alterazioni nel momento in cui lasciano la mente e entrano nello spazio.
L’opera, colta in diversi contesti culturali e architettonici, non modifica il suo linguaggio per adattarsi all’ambiente circostante,  ma permette al contesto di influenzarla.
Familiarità e distanza, riconoscimento e incertezza, diventano parte del modo in cui l’opera viene letta. Il significato non è  stabilizzato , ma è  negoziato da chiunque lo incontri. Ciò che Zhao offre non è ambiguità come atmosfera, ma precisione senza spiegazioni. Il linguaggio è ridotto fino a non poter più dominare. La memoria è  ricostruita fino a non poter più  fingere di essere completa. Ciò che resta è  qualcosa di silenzioso e duraturo , un invito a guardare, a fermarsi e a riconoscere quanta esperienza esista dopo il fallimento delle parole.

Museo MIIT

Corso Cairoli 4, Torino “Yuchu Zhao, la grande arte cinese” dal 10 al 19 aprile 2026.

Orari: da martedì a sabato 15.30-19.30

Mara Martellotta

Un fiume azzurro invade i campi e altre storie

Bagliori di rosso”, sino al 3 aprile alla galleria Swann Art Gallery

Elegante, raccolta, chiusa in un doppio spazio l’uno appresso all’altro, intimamente godibile, sette mesi di vita alle spalle ormai dopo l’inaugurazione dello scorso settembre, popolata d’affollate presenze, guidata e ravvivata da Riccardo Dellaferrera, musica poesia e presentazione di libri come felici occasioni dello spazio, ma anche collaboratori e collaborazioni, per la lodevole legge della trasversalità, interessi tra matematica e filosofia lui, un nome che sa di tempo antico e di sperimentazioni, di recherche e di profumo di madeleine aggiornati al nostro tempo, la Swann Art Gallery di via Bertola 29/A – orari d’apertura dal martedì al sabato dalle 12,30 alle 19,00 – è un angolo artistico ricco di stimoli. Con il collettivo imagevintage.it presenta sino a venerdì 3 aprile la mostra fotografica “Bagliori di rosso e altre storie”, lo stesso Dellaferrera ad averne la curatela, un gruppo di sette fotografi (ne fa ancora parte Marilaide Ghigliano), sotto la guida di Lorenzo Avico, a esprimere innovazione e sensibilità, estrema attenzione alla natura e ai suoi particolari, raccoglimento e impercettibili figure umane a spargere richiami cromatici che, al di fuori di facili sentimentalismi o sovrapposizioni che rischiano di non avere un perché, innervano il bianco e nero che è il terreno unificante degli autori.

Formazione e linguaggi diversi sono i loro, il monocromo a legarli quindi, la scoperta dell’utilizzo di un accenno cromatico a “incrinare l’unità apparente dell’immagine e a trasformarsi in segno narrativo, simbolico e percettivo”, avverte Dellaferrera. E ancora: “Fin dalle origini del medium, il bianco e nero ha rappresentato la condizione primaria dell’immagine fotografica, diventando nel tempo sinonimo di essenzialità, memoria e testimonianza. Il colore, affermatosi pienamente solo nella seconda metà del Novecento, è stato a lungo percepito come eccedenza rispetto alla presunta oggettività dello sguardo fotografico. Riproporlo oggi come dettaglio selettivo all’interno del monocromo significa riattivare quella tensione storica in una scelta consapevole: il colore non come decorazione, ma come evento.” Non un supporto o una forzata intromissione ma la delicata presenza dell’artista, di ogni singolo artista, capace ancora una volta di cogliere l’attimo fuggente, aereo, pressoché impercettibile, uno sguardo nuovo rivolto alla realtà che lo circonda e al centro della quale lui vive, ed esiste, allo stesso tempo la volontà a far emergere, o a contaminare intelligentemente, il particolare in tutta la sua più completa intensità. Dando a chi guarda la “rapidità” e l’attenzione necessaria per impadronirsi della ri-visitazione che gli è proposta. Il ricordo, nello scritto di presentazione di Dellaferrera, va a Susan Sontag secondo cui “fotografare significhi appropriarsi del mondo, collezionarne frammenti, trasformare l’esperienza in oggetto. Le fotografie non sono la realtà, ma porzioni isolate di essa: costruzioni che modellano memoria, percezione e coscienza.”

Dove sono questi “frammenti”? Sono nella presenza di porpora di Eleonora Olivetti, l’aspetto soffice di due piume messo a confronto con la solidità di un sasso (“Vola nel vento”, 2007, stampa ai pigmenti Fine Art su carta di cotone: “Vola nel respiro del vento/ un lieve sogno di porpora”, recitano i versi di Tiziana Avico che accompagnano il monocromo dell’autrice che non sarà mai “innocente registrazione”, e così sarà per il resto dei suoi compagni) o le luci di New York (1973), eguali continue fitte, con il loro brevissimo accenno di un’interferenza giallognola; sono nei “Colori del verde 2”, del 2013 (stampa ai sali d’argento su carta acquerello), autore Roberto Goffi, dove i “minimi interventi con colori all’anilina” interrompono di un pallido verde il ricamo grigio di un angolo di minuscola erba. Sono nelle creature che abitano i mari delle Maldive, screziandoli nelle opere di Maria Paola Soffiantino, tra l’azzurro e il rossiccio, presenze mai ingombranti nella piena tranquillità di quel profondo (“Nel profondo degli abissi/ il mio sguardo si perde in meraviglie./ Qui, tra giardini incantati,/ passeggia tranquillo un pesce azzurrino;/ più in là, danza un giglio di mare,/ vestito con sfarzo di porpora e blu”, ancora Tiziana Avico); sono il sorprendente riflettersi delle ombre “della luce” di Maria Erovereti, sono nei tenui scorci di una goccia azzurrina che tenta di afferrare il proprio spazio animato sulla superficie d’una foglia o il sentiero che avanza sotto le luci rossastre e irreali del fogliame che per un tratto lo allinea, in un suggestivo alternarsi, pronto a supportare qualsiasi favola, fiduciosa solitudine, ombre e nitidi dettagli, la luce di una prepotente luna dall’alto, che sono opera di Lorenzo Avico.

Sono la realtà sfuggente e i muri incombenti (“Rissani”) come l’eccellente “Cracovia”, del 2025, un paio di candele a far da punto d’origine luminosa e schietta e a rischiarare l’elegante sala di un antico palazzo, tele pregiate, poltrone, il lucido del pavimento, dovuti all’arte di Roberto Semenzato (autore anche delle non trascurabili “cornici”, ferrose, del tutto sui generis, che vanno a inquadrare anche le opere di certi compagni. Last but not least, Marcella Tisi: afferrano immediatamente il piacere e l’attenzione del visitatore le intromissioni pacifiche, azzurrognole, all’interno di una natura più o meno selvaggia, del sud dell’Italia, i dintorni di Matera, una striatura che dal basso con estremo rispetto s’avvicina alla pianura e alle radici dell’unico albero, come quella che più prepotentemente invade l’antico muro e s’inoltra tra i campi (“Camminare”, 2004), un senso d’interruzione, di felice abbandono, di eccellenza del colore, di uscita dal mondo a tratti contrario e dalla desolazione. Scrive l’Avico: “Un sentiero si affaccia sonante d’azzurro;/ un albero mi parla di verdi presagi./ Splende l’oro sull’orlo della terra -/ l’orizzonte è blu, e sempre blu è il mio viaggio.”

Elio Rabbione

Nelle immagini, Marcella Tisi, “Camminare”; Roberto Goffi, “I colori del verde 2”; Lorenzo Avico, “Bagliori di rosso”; Eleonora Olivetti, “Luci di New York”.

La passione di Cristo secondo Jaquerio 

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso (TO)

5-6 aprile 2026

 

 

A Pasqua e Pasquetta visita guidata agli affreschi del più grande esponente piemontese del gotico internazionale

 

 

La Salita di Cristo al Calvario è il capolavoro del pittore torinese Giacomo Jaquerio, maggior esponente del gotico internazionale, realizzata nella cappella adibita a sacrestia della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso (TO) nel primo quarto del XV secolo. L’affresco mette in luce l’esperienza figurativa dell’artista nel confronto con i grandi temi della Passione di Cristo, centrali nella cultura artistica europea tra tardo gotico e primo Quattrocento. In questo senso la scena di Ranverso non è solo un racconto pittorico, ma si inserisce pienamente nella spiritualità legata ai riti della Settimana Santa, quando le immagini della Passione – attraverso pittura, predicazione e sacre rappresentazioni – diventavano strumenti di meditazione e coinvolgimento emotivo per i fedeli.

 

Ciò che contraddistingue questa raffigurazione rispetto agli altri affreschi della cappella è la resa dei personaggi che appare più realistica all’interno di una scena drammatica. Per accrescere nei devoti la meditazione e la partecipazione alla sofferenza della Passione di Cristo, Jaquerio ha infatti accentuato i caratteri patetici e drammatici della scena. Lo spazio non è reso con una visione prospettica corretta, ma il senso di profondità è ottenuto disponendo i personaggi ad arco e collocando il volto dei soggetti più arretrati in una posizione più elevata rispetto a quella dei personaggi che sono in primo piano.

Nella folla è evidente la contrapposizione tra il Bene il Male nella scelta di colori e in un certo tipo di gestualità. I personaggi che trattengono la croce o quello che tira Gesù con una corda presentano lineamenti talmente alterati e deformati che sembra abbiano quasi connotazioni non umane. Tra la folla, si riconoscono il fabbro, a cui i giudei si rivolgono per fabbricare i chiodi della croce di Cristo, nell’uomo che tiene in mano tre chiodi e un martello (la sua partecipazione agli eventi della Passione si trova in alcune rappresentazione teatrali popolari diffuse in Francia e Inghilterra) e Giuda con la barba e i capelli rossi (colore che richiama la violenza e le fiamme dell’inferno) e il vestito giallo per evocare il tradimento.

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

5-6 aprile 2026, ore 15

La passione di Cristo secondo Jaquerio

Costo attività: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietto di ingresso: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

Prenotazione obbligatoria

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

ORMA Tracce d’Artista in Langhe, Monferrato e Roero

L’Ente Turismo Langhe, Monferrato e Roero presenta la nuova edizione di “Orma. Tracce d’artista  in Langhe, Monferrato Roero”, itinerario che da maggio a novembre 2026 mette in rete  e fornisce valore alle sue progettualità  dando espressione alla migliore vitalità del territorio.

“Orma. Tracce d’artista in Langhe Monferrato e Roero” è  il segno che riunisce in un’unica intenzione le realtà territoriali che, sviluppatesi autonomamente  e ciascuna con una propria modalità,  portano l’arte contemporanea e la residenzialità d’artista  a dialogare con il territorio.
La progettualità è orientata alla valorizzazione di eventi  e manifestazioni artistiche nate e cresciute in questi tre territori, capaci di esaltare i luoghi ospitanti, diventare risorsa turistica e motivazione al viaggio, restituendo alla comunità una vera e propria legacy.

Nel 2026 ORMA si arricchirà con l’ingresso di tre Comuni caratterizzati dalla presenza di opere e progetti di arte contemporanea, il Comune di Canelli, che ospiterà da giugno 2026 un’opera d’arte di Maria Theresa Alves in partnership con il castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea  e l’Associazione per la Tutela dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato, e i Comuni di Neviglie e Roddino, uniti nel progetto transfrontaliero Italia/Francia Prospettive/Perspectives,  in collaborazione con la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo e Villa Arson. È anche stato avviato un dialogo con la Collezione Fondazione San Patrignano e Associazione Genesi.

Mara Martellotta

Inserzioni, il barocco è arena di metamorfosi

Al Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea il barocco non è più reliquia, ma arena di metamorfosi.
Con la seconda edizione di Inserzioni, il programma semestrale di commissioni, curata da Francesco Manacorda, con l’intervento di Huda Takriti a cura di Linda Fossati, le sale auliche – stratificate di storia e ‘incompiutezza’ – diventano screen mirroring. Tre presenze radicali vi irrompono, tessendo genealogie inedite tra memoria ancestrale, violenza coloniale e immaginari futuri.
Gabriel Chaile evoca, dal pozzo medievale, una figura antropomorfa in creta che pare uscita da un tempo sospeso tra cosmologia indigena del nord-ovest argentino e scenario post-apocalittico: un’accampamento di sopravvivenza che interroga la “genealogia della forma” custodita nell’argilla e nell’adobe.
Lonnie Holley, nella Sala dei Continenti, alza un canto bruciante della Black Art del profondo sud, dell’Alabama e pare di sentire i canti ‘Cotton Fields’: assemblaggi di legno carbonizzato, metalli, filo spinato, idranti aggrovigliati sulle ‘poltrone del potere’ e oggetti quotidiani, sempre rappresentati come un ossimoro, trasformano l’allegoria settecentesca del potere in un teatro di memoria collettiva, disuguaglianza, istanza di giustizia sociale e possibile redenzione spirituale.
Huda Takriti penetra invece gli archivi italiani del secondo dopoguerra, rivelando le trame occulte tra ENI, ex colonie e industria cinematografica. Il suo video e l’affresco contemporaneo in vinile che avvolge la Sala 29 diventano una ferita luminosa: Clarity is the Closest Wound to the Sun, là dove l’immagine non documenta la storia, ma la costruisce.
Opere che non abitano lo spazio: lo fendono, lo fecondano, lo costringono a una nuova narrazione.
Un’esperienza che illumina, disturba talvolta e amplia irreversibilmente lo sguardo.

Da non perdere.

IRMA CIARAMELLA

Le giornate inaugurali di Exposed Torino Photo Festival

Con un invito a guardare oltre le apparenze, interrogando la relazione tra identità  e rappresentazione,  corpo e immagine,  visibile e invisibile, giovedì 9 aprile prossimo aprirà ufficialmente ‘Mettersi a nudo’, terza edizione di Exposed Photo Festival,  che presenta diciotto mostre, in città,  molte delle quali all’interno del miglio della fotografia, il percorso espositivo diffuso che collega alcune delle principali istituzioni culturali torinesi, accompagnate da un programma di talk, incontri, letture portfolio, screening ed eventi diffusi nello spazio urbano.

Giovedì 9 aprile il Festival inaugurerà la sua terza edizione di EXPOSED con l’apertura al pubblico di tutte le mostre, visitabili dalle ore  11 alle ore 21; la mostra “Diana Markosian. Replaced” a Gallerie d’Italia  è  visitabile dalle ore 19.30 e la mostra collettiva  Metamorphosis dalle ore 15, mentre dal 10 al 12 aprile l’apertura è  prevista dalle 11 alle 20. Le mostre outdoor sono visitabili a partire dalla mattina del 9 aprile nei diversi luoghi della città.

Venerdì 10 aprile, dalle ore 15 alle ore 18.30, alle Gallerie d’Italia  si svolgerà ‘The Searchlights- Public Portfolio Review’, realizzata da IED, Istituto Europeo di Design in collaborazione con Gallerie d’Italia.  Diciotto studenti dei corsi di fotografia delle sedi di Torino, Milano e Roma presenteranno un confronto aperto con curatori, professionisti e pubblico. Si tratta di un’iniziativa che interroga alcune delle questioni più urgenti del presente, dalla crisi climatica alle diseguaglianze,  dalle migrazioni ai diritti, mettendo al centro lo sguardo della nuova generazione e la fotografia come strumento di consapevolezza e di presa di posizione.

Nella stessa giornata prende avvio anche il programma di talk che, a partire dal tema “Mettersi a nudo”, approfondisce le mostre del Festival con curatori, artisti e figure di riferimento, trasformando così la visita ad una mostra in un’esperienza di dialogo e confronto e permettendo al pubblico  di conoscere le autrici  e gli autori degli scatti, figure di primissimo piano della fotografia contemporanea o autentiche leggende della sua storia recente.

Alle ore 18, alle Gallerie d’Italia di Torino, la fotografa Diana Markosian  dialogherà con il pubblico prendendo spunto dalla sua mostra ‘Replaced’, presentata in anteprima mondiale in occasione del Festival. Si tratta di un progetto  che, tra fotografie e un film riadattato alla sala immersiva del museo, ricostruisce una storia d’amore durata oltre dieci anni, interrogando memoria, mito romantico e senso di smarrimento alla fine di una relazione.

Dalle ore 21 alle ore 24 partirà ‘Esterno Notte’, evento partecipato di proiezioni diffuse che coinvolgeranno le vie, i cortili, le facciate della città,  trasformando Torino in un grande spazio espositivo a cielo aperto.  Si tratta di un invito ad alzare lo sguardo, riscoprendo lo spazio urbano sotto una nuova luce, una festa collettiva dedicata alla fotografia e all’immagine, resa possibile grazie alla partnership con Lavazza Group e con la partecipazione delle gallerie di TAG Torino Art Galleries.

Sabato 11 aprile sarà la giornata dei talk ospitati da CAMERA: alle ore 11 il maestro Ralph Gibson dialogherà con Giangavino Pazzola e Walter Guadagnini a partire dalla mostra “Self Exposed”, ospitata dall’Archivio di Stato di Torino, un’esposizione che ripercorre oltre cinquant’anni di carriera attraverso una settantina di opere che mettono in luce un linguaggio inconfondibile, fatto di contrasti netti, inquadrature audaci e continue tensioni tra astrazione e realtà.

Gli spazi di Gallerie d’Italia Torino, alle ore 12, ospiteranno la presentazione al pubblico dell’atteso rapporto annuale sulla fotografia del Giornale dell’Arte, alla presenza del vicedirettore delle Gallerie d’Italia, Antonio Carloni, e delle curatrici Rica Cerbarano e Chiara Massimello, e dell’editore Tommaso Perrillo.

Alle ore 17, presso CAMERA, si terrà il dialogo tra il fotografo britannico Dean Chalkley con Walter Guadagnini, in occasione della mostra “Back in Ibiza e altre storie” presso il Circolo del Design, percorso espositivo che riunisce tre serie dedicate alla cultura musicale giovanile tra gli anni Ottanta e la contemporaneità, tra ritratti iconici della scena britannica e reportage intimi che raccontano comunità, viaggi e libertà.

Alle 18.30, sempre a CAMERA, si terrà il talk dedicato agli artisti che hanno dato vita alla mostra “Metamorphosis”, progetto realizzato in collaborazione con l’unica piattaforma per la fotografia emergente sostenuta dall’Unione Europea: Futures photography. Protagonisti del talk saranno gli artisti Ada Zielinska, Benedetta Casagrande, Yana Wernincke, Claudia Amatruda, Anna Orlowska e Máté Bartha, in dialogo con il curatore di CAMERA Giangavino Pazzola e con Menno Liaw, direttore di Futures. L’incontro approfondirà i temi della mostra diffusa, ospitata da una rete di spazi indipendenti della città, che indaga il concetto di trasformazione individuale, sociale, ambientale attraverso il lavoro di giovani autori internazionali. La giornata di sabato 11 aprile si concluderà alle ore 22 con una vera e propria festa di inizio festival, aperta a tutti i possessori del Pass Exposed, che si terrà presso Le Roi Music Hall, un luogo che si collega a sua volta al Festival perché è stato progettato da Carlo Mollino, protagonista della mostra all’Archivio di Stato. Sarà il momento in cui artisti, curatori, istituzioni, tutti coloro che hanno collaborato alla realizzazione del Festival, si incontreranno con il pubblico per ascoltare musica, ballare e stare insieme. Alla console si alterneranno artisti come il leggendario dj Eddie Piller, fondatore dell’etichetta Acid Jazz, che ha segnato la scena musicale degli anni Ottanta e Novanta, oggi impegnato con Modcast, il podcast dedicato alla musica Mod in tutte le sue declinazioni, e come Dean Chalkley, il fotografo protagonista della mostra “Back in Ibiza e altre storie”, che si tiene al Circolo del Design e che è una della figure di primo piano della scena musicale e fotografica inglese, dj per passione. A loro si affianca il producer Piero Casanova, appena tornato da una tournée in India con la sua Soul Therapy Extatic Dance, che a proposito delle sue serate scrive: “tu porta scarpe comode e outfit impeccabili, al resto pensiamo noi”.

Ultimo appuntamento sarà domenica 12 aprile, alle ore 11, presso il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, con la fotografa Carla Iraldo Voleau, che dialogherà con Walter Guadagnini e Camilla Marrese del suo progetto “You can have it all”, presentato nel portico del Museo. Tra fotografia, scrittura e azioni rituali, l’artista trasforma la propria esperienza personale in un processo di consapevolezza, dando forma a un percorso di autodeterminazione in cui il corpo è chiamato prima di tutto a esistere, a essere protagonista attivo e non semplice oggetto dello sguardo.

Tutti gli incontri sono inseriti nel programma inaugurale, e gratuiti con il Pass Exposed. Partecipazione libera fino a esaurimento posti.

Info: exposed@camera.to – exposed@torino.photo.festivalexposed.to.it

Mara Martellotta