ARTE

Chiharu Shiota al MAO: quando i fili fanno tremare l’anima

Il MAO – Museo d’Arte Orientale di Torino – conferma la sua vocazione di centro culturale aperto al dialogo tra Oriente e Occidente con la mostra “Chiharu Shiota – The Soul Trembles” (in esposizione fino al 28 giugno 2026), una delle più intense e visionarie esposizioni dedicate a un’artista contemporanea che ha saputo intrecciare memoria, corpo e spazio in un unico respiro. Le sale del museo diventano un paesaggio mentale in cui fili di lana, oggetti quotidiani e ricordi personali si fondono e si tendono, dando forma visibile a emozioni, paure e desideri

Shiota Chiharu, Uncertain Journey – 2016/2019- Metal frame, red wool- Dimensions variable- Installation view: Shiota Chiharu: The Soul- Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019- Photo: Sunhi Mang- Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

Un incendio, un pianoforte e il potere della memoria

Il percorso si apre con un ricordo d’infanzia: l’artista racconta di quando, a nove anni, un incendio scoppiò nella casa accanto alla sua. Il giorno dopo, davanti a quell’abitazione bruciata, restava solo un pianoforte, annerito come il carbone ma incredibilmente intatto, trasformato in simbolo ancora più potente proprio perché sopravvissuto alle fiamme. In quel silenzio denso di fumo e di odore di bruciato, Shiota dice di aver sentito la propria voce farsi indistinta, come se la realtà stessa vacillasse. Da qui nasce la consapevolezza che alcune esperienze – il trauma, la perdita, la paura – non trovano parole ma cercano forme, e che l’arte può renderle quasi fisicamente percepibili

I primi gesti: una linea che diventa mondo

Negli anni Novanta l’artista sperimenta quanto possa essere difficile, dopo una crisi, persino tracciare una semplice linea su un foglio. In “One Line (Una linea)” raccoglie i baccelli vuoti dei fagioli caduti nel cortile di una scuola australiana, li incolla su un foglio e disegna una sola linea, ritrovando una gioia quasi infantile nel gesto più elementare del disegno, liberato da ogni tecnica. Poco dopo, in “Flow of Energy (Flusso di energia)”, appende al soffitto sacchi da pallone da calcio dipinti di nero e li dispone nello spazio per visualizzare i flussi invisibili di energia che attraversano il mondo, ispirandosi anche alle letture di James Gleick sul caos. È il momento in cui Shiota comincia a pensare lo spazio espositivo come un corpo vivo, attraversato da forze che l’installazione rende visibili.

Il sonno, il sogno e l’idea di casa

In “During Sleep (Durante il sonno)” l’artista racconta il confine incerto tra sogno e realtà partendo dal celebre racconto di Zhuangzi sull’uomo che sogna di essere una farfalla e al risveglio non distingue più ciò che è reale. L’artista traspone questa storia nel vivido raccontoDopo essersi trasferita in Germania e aver cambiato casa più volte, Shiota realizza che la propria camera da letto è diventata un bozzolo, un luogo da cui non si è mai del tutto certi di voler uscire. L’installazione combina letto, lana nera e video, come se il sonno fosse una materia densa che avvolge il corpo e al tempo stesso lo espone: il pubblico entra così in una scena onirica dove la vulnerabilità diventa paesaggio condiviso.

Il corpo, gli abiti, la pelle del tempo

Altre opere mettono al centro il corpo e la sua assenza, attraverso abiti e oggetti che ne conservano la traccia. In “Try and Go Home (Cerca di tornare a casa)” l’esperienza di un workshop con Marina Abramović in Bretagna – tra digiuni, esercizi estremi, riflessioni sul tempo – diventa una performance in cui l’artista tenta di arrampicarsi fuori da una cavità nel terreno, come se cercasse una nuova nascita o un ritorno impossibile. “After That (Da allora)” presenta invece lunghi vestiti cuciti da Shiota e ricoperti di fango, appesi davanti a un muro e lavati in continuazione dall’acqua, senza che il ricordo sulla “pelle” della stoffa possa davvero scomparire. Quest’opera, esposta per la prima volta alla Triennale di Yokohama con il titolo “Memory of Skin”, ha contribuito a far emergere l’artista sulla scena giapponese proprio per la sua capacità di trasformare gli abiti in archivi emotivi.

Fili e nodi: quando lo spazio diventa emozione

Il cuore della mostra torinese è la grande sezione dedicata ai fili di lana, diventati nel tempo la firma visiva di Chiharu Shiota. L’artista racconta di muovere le mani come a disegnare qualcosa nell’aria: quei gesti generano linee che, sovrapponendosi, creano prima una superficie e poi una massa densa che finisce per riempire completamente lo spazio. “I fili si intrecciano, si aggrovigliano, si spezzano, si annodano, si allungano”, si legge nel pannello, e possono diventare metafora delle relazioni tra le persone, dei legami affettivi ma anche delle fratture che li attraversano. Nelle installazioni più monumentali, fili neri o di un rosso intensissimo si addensano fino a impedire allo sguardo di seguirne il percorso: è in quel momento, dice Shiota, che ha l’impressione di poter intravedere “ciò che si trova oltre e toccare la verità”. In un altro testo esposto al MAO, l’artista confessa che mente e corpo a volte si separano e le emozioni diventano incontrollabili, al punto da immaginare il proprio corpo in pezzi con cui dialogare mentalmente. Collegare il corpo a fili rossi, allora, è il tentativo di dare forma a quelle emozioni indicibili, pur sapendo che ogni forma implica anche una piccola distruzione dell’anima, una ferita necessaria per rendere visibile l’invisibile.

Shiota Chiharu, Reflection of Space and Time (detail) 2018 White dress, mirror, metal frame, Alcantara black thread 280 × 300 × 400 cm Commissioned by Alcantara S.p.A Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Sunhi Mang Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

 

Terra, morte e radici: la dimensione esistenziale

La mostra dedica una sala anche al rapporto dell’artista con la terra, legato ai ricordi d’infanzia nella prefettura di Kochi, dove da bambina visitava ogni estate i nonni. Shiota ricorda la paura provata davanti alle tombe degli antenati e la sensazione fisica nelle mani quando strappava le erbacce dal terreno sopra la sepoltura della nonna, immaginando di poter sentire il suo respiro. Da quell’esperienza nasce una consapevolezza precoce della morte, che negli anni si tradurrà nell’uso ricorrente di terra e suolo come simboli del luogo in cui tutti torneremo, ma anche dell’origine stessa della vita. Insieme, questi pannelli e le installazioni tessute fanno del MAO un luogo dove lo spettatore non è più semplice visitatore ma presenza coinvolta: camminare tra i fili, i letti avvolti, gli abiti di fango significa entrare in un racconto che parla di memoria personale e, allo stesso tempo, di fragilità universali.

Valeria Rombolà

In copertina: Shiota Chiharu, Reflection of Space and Time (detail) 2018 White dress, mirror, metal frame, Alcantara black thread 280 × 300 × 400 cm Commissioned by Alcantara S.p.A Installation view: Shiota Chiharu: The Soul Trembles, Mori Art Museum, Tokyo, 2019 Photo: Sunhi Mang Photo courtesy: Mori Art Museum, Tokyo

La Pinacoteca Agnelli ha annunciato la programmazione 2026

Dal 30 aprile al 13 settembre prossimi la Pinacoteca Agnelli ospiterà una mostra retrospettiva dedicata all’artista Walter Pfeiffer, nativo di Beggingen nel 1946 e residente attualmente a Zurigo. Questa esposizione ripercorrerà la sua prolifica carriera di fotografo pioniere, capace di ridefinire la bellezza e lo stile e trasformare l’ordinario in glamour. La mostra presenterà serie iconiche e immagini inedite dei suoi soggetti, dal nudo al paesaggio, dalla natura morta al corpo performante, testimoniando il suo sguardo intimo e pop tra vita, moda e desiderio.

Dal 30 aprile al 13 settembre prossimo il progetto “Beyond the Collection”  metterà in dialogo quattro capolavori di Modigliani ( Livorno 1888- Parigi 1920), invitando il pubblico a scoprirli da prospettive nuove, anche grazie alle rivelazioni emerse dalle più recenti ricerche scientifiche.

Dal 30 aprile 2026 la Pista 500, il progetto artistico di Pinacoteca Agnelli sull’iconica pista di collaudo delle automobili FIAT, si arricchirà di nuove installazioni site-specific di Nathalie Du Pasquier e Peter Fischli.

Le opere riattiveranno gli spazi della Pista e della Rampa attraverso dialoghi inaspettati con l’architettura dell’edificio e le sue implicazioni. Nathalie Du Pasquier, nata a Bordeaux nel 1957, ma oggi attiva a Milano, presenterà una nuova installazione per gli spazi all’aperto della Pista 500. L’intervento, estendendosi per tutta la lunghezza del Lingotto, attiverà l’architettura dell’edificio,  fondendo forma, colore e paesaggio. Nella rampa ellittica dell’ex fabbrica FIAT, Peter Fischli, originario di Zurigo, metterà in relazione lo spazio architettonico con i meccanismi ripetuti dell’esperienza, tra viaggio, percezione, scoperta e meraviglia.

Dal 30 ottobre prossimo verrà dedicata una mostra ad Alberto Savigno (Atene 1891- Roma 1952), che sarà protagonista di una grande retrospettiva che metterà in luce il suo contributo rivoluzionari all’arte del Novecento e la sua autorità nel dibattito contemporaneo sulla pittura. La mostra presenterà Alberto Savigno come un autore classico, un uomo rinascimentale, un intellettuale postmoderno e allo stesso tempo un artista del futuro. Per la mostra “Beyond the Collection”, dal 30 aprile prossimo, sarà protagonista l’artista Chris Ofli, nato a Manchester nel 1968 e attualmente attivo a Port of Spain, Trinidad e Tobago, che presenterà una serie di opere in dialogo con la Collezione Permanente della Pinacoteca. Nei suoi dipinti e disegni Ofli fonde esperienze personali, diversi riferimenti culturali e personaggi Mitici e storici in composizioni vibranti, che appongono astrazione e figurazione.  “Beyond the Collection” è il progetto della Pinacoteca Agnelli che dal 2022 si propone di riattivare la collezione permanente del museo, attraverso il coinvolgimento di artiste e artisti contemporanei e la collaborazione con prestigiose istituzioni nazionali e internazionali, alcune opere della Collezione diventano il punto focale di nuovi allestimenti e nuove narrazioni, capaci di rileggere il patrimonio storico attraverso le tematiche della contemporaneità.

Sulla Pista 500, dal 30 ottobre prossimo, comparirà una nuova installazione di Iris Tougliatou, nata ad Atene nelm1981, dove vive e lavora, dove mette in discussione il formato del billboard sulla Pista 500, riflettendo sul Lingotto, in quanto sito, e sulla FIAT quale fonte di ricerca. Tougliatou è la vincitrice dell’edizione 2025 del premio Pista 500, in collaborazione con Artissima. La Pista 500 è un progetto artistico nato nel 2022 su progetto della Pinacoteca Agnelli. Storico circuito di collaudo delle automobili FIAT sul tetto del Lingotto, è oggi una passeggiata panoramica nell’arte, un parco sospeso a 28 metri d’altezza, con più di 40 mila specie autoctone, che si arricchisce regolarmente di nuove installazioni ideate specificamente da artisti e artiste internazionali, in dialogo con architettura e paesaggio.

Le mostre di primavera e estate, dal 30 aprile 2026, avranno in anteprima stampa il 29 aprile .

Pinacoteca Agnelli – via Nizza 262/103, Torino

www.pinacoteca-agnelli.it

Orari e biglietti: da martedì a  domenica, fino al 31 marzo, dalle 10 alle 18/ a partire dal 1⁰ febbraio tutti i venerdì dalle 10 alle 20

Mara Martellotta

Federico Montesano: “Frammenti sospesi” alla galleria Malinpensa by La Telaccia 

Informazione promozionale

La galleria Malinpensa by La Telaccia ospita, fino al 7 febbraio prossimo, la mostra dal titolo “Frammenti sospesi” dell’artista Federico Montesano.

 

Nei suoi paesaggi metafisici si respira il linguaggio dell’infinito che oscilla tra reale e onirico. La sua pittura rivela una tecnica raffinata e una profonda interiorità, e si apre come una narrazione dell’anima in cui la libertà e il sentimento generano un percorso altamente espressivo. Ogni tela è un canto silenzioso, un frammento di luce che tramuta la realtà in sogno, la materia in emozione e la forma in poesia. Si tratta di un iter sensibile e vibrante, dove la riflessione sull’esistenza si trasforma in gesto pittorico, e la natura, fonte primaria di ispirazione, si rinnova come spazio dell’anima; in essa l’artista trova la voce della terra e del cielo. La pittura di Federico Montesano si fa visione lirica, sospesa tra una dimensione figurale intrisa di lirismo, le pulsazioni della vita e i silenzi dell’essere. L’esposizione, intitolata “Frammenti sospesi”, nasce da uno stato d’animo puro e si compone come una sinfonia di colori, materia e segni. L’acrilico su tela, steso con armoniosa precisione, vibra di ritmi interni, di respiri cromatici che si accendono e si dissolvono, creando un universo visivo di intensa profondità. Le luci si muovono come pensieri, i chiaroscuri abbracciano la forma e la terra incontra il cielo in una meditazione continua sul tempo e sull’essere. Nelle sue opere, Federico Montesano dipinge l’emozione, la luce che pulsa e la vita che arde nei silenzi. Ogni pennellata si fa simbolo e ogni contrasto rivela un’emozione che supera la materia. Colori gialli che si accendono al sole, verdi che respirano di speranza, rossi che ardono di passione, arancioni che custodiscono la memoria dialogano con il blu del cielo, creando armonie di straordinaria intensità poetica. La natura, maestosa e spirituale, diventa spazio dell’anima che fa riflettere sull’essenzialità e l’importanza del colore, in cui la vibrazione della materia si unisce al pensiero concettuale dell’immagine in maniera unica e personale. Anche nell’installazione di plexiglass e nei libri d’artista si avverte la medesima intensità poetica. Si tratta di una ricerca di equilibrio tra pensiero e sentimento, tra forma e respiro. Nel suo universo visivo si distende un silenzio cosmico in cui la luce, plasmata con intelligenza e sensibilità, accende un dinamismo interiore di rara suggestione. È qui che l’arte di Federico Montesano trova il suo compimento in un dialogo continuo tra terra e cielo, tra ciò che appare e ciò che vibra nel profondo, vale a dire un canto visivo che parla al cuore e che trasforma ogni frammento sospeso in emozione viva. Montesano affronta la pittura come un processo di conoscenza e rivelazione; ogni segno e ogni velatura sono testimonianze di un pensiero che si fa immagine. Si riconosce una ricerca costante di equilibrio tra intuizione e costruzione, visione e struttura, che culminano in una resa estetica di grande coerenza. Il suo iter, tra natura e concetto, si traduce in un silenzio universale, dove la luce diventa parola e la materia diventa respiro.

Federico Montesano, nativo di Monza nel 1990, si è diplomato e specializzato in Scenografia presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, e ha frequentato il corso di Scenografia dell’Accedemia del Teatro alla Scala. Opera nel campo delle arti visive, e le sue specialità sono varie, dalla pittura al disegno, all’installazione e alla scenografia. Ha già esposto alla galleria Malinpensa by La Telaccia nel 2023 con la mostra “Stanze introspettive”, nel 2024 ha inaugurato la personale “Transito metafisico”, con la quale ha partecipato anche alla XIX edizione Bergamo Arte Fiera e ha esposto le sue opere nella collettiva “Il mare in vetrina”, sempre presso la galleria Malinpensa di Torino.

Galleria Malinpensa by La Telaccia  – corso Inghilterra 51, Torino

Mara Martellotta

I Luoghi del cuore, grazie a Fai venti nuovi progetti

L’Italia più fragile, quella delle aree interne e delle periferie, è  la protagonista dei nuovi interventi dei “Luoghi del Cuore”.
Si tratta di venti progetti in undici regioni, da Nord a Sud Italia, selezionati attraverso il bando legato alla XII edizione del censimento, che riceveranno il contributo economico del FAI, Fondo per l’ambiente Italiano, in collaborazione con Intesa Sanpaolo, 700 mila euro in totale, la cifra più alta mai stanziata a sostegno del programma, che andranno a beneficio di luoghi poco noti o poco valorizzati , spesso a rischio, che incarnano e narrano la nostra civiltà, la memoria collettiva e sono patrimonio di storia, arte e natura ricchissimo e vario.
Di questi 520 mila euro saranno destinati ai progetti selezionati attraverso il bando e, per la prima volta, i singoli beni candidati hanno potuto richiedere fino a un massimo di 50 mila euro. Si tratta di una dotazione che consente di rispondere in modo maggiormente  significativo alle esigenze dei territori e di rafforzare complessivamente l’impatto dei Luoghi del Cuore.
I restanti 180 mila euro saranno riservati ai primi tre classificati al censimento,  al primo posto il Santuario di Nostra Signora delle Grazie a Nizza Monferrato, nell’Astigiano,  a seguire la Fontana Antica di Gallipoli, in provincia di Lecce e la chiesa di San Giorgio nel borgo di Tellaro a La Spezia.

Tra i Luoghi del cuore sostenuti dal bandi diciotto si trovano in territori lontani dai grandi centri del nostro Paese, piccoli Comuni o frazioni, spesso situati in aree interne o in zone montuose e isolate, oppure luoghi periferici, anche in grandi città.  Luoghi per i quali, attraverso il censimento del FAI, i cittadini danno voce alle loro richieste di tutela e valorizzazione,  come testimoniano la passione e l’impegno civile delle centinaia di comitati che partecipano ad ogni edizione. I venti progetti riguardano, infatti, storie e tradizioni che rischiano di scomparire o angoli di paesaggio e ambienti naturali da proteggere e tutelare. Per questi luoghi la partecipazione al programma del FAI e l’assegnazione del contributo rappresentano una concreta, talvolta, l’unica opportunità di recupero e di rilancio, un primo soccorso che spesso diventa l’inizio di un processo di sviluppo locale che porta ad attirare ulteriori nuove risorse e far crescere  competenze, rafforzare lo spirito di comunità e far nascere nuove economie del territorio.

I progetti selezionati , candidati da “Luoghi del cuore” che al censimento hanno raggiunto la soglia minima di 2500 voti, portano alla ribalta un patrimonio inedito, ai più sconosciuto, che si configura formato di beni lontani dalle consuete mete di turismo, spesso trascurati, chiusi e abbandonati, dall’Eremo della Quisquina, immerso nell’entroterra di Agrigento1, in una foresta di querce secolari sui Monti Sicani, all’Asilo Sant’Elia, capolavoro dell’architettura  moderna progettato nel 1937 da Giuseppe Terragni nell’allora quartiere operaio di Como; dal borgo di Nidastore, il più settentrionale dei castelli di Arcevia ( AN), al piccolo Museo Filippa di Ramella, un paesino di poco più di 140 abitanti in Alta Valsesia,  con una curiosa collezione di oggetti che in passato hanno raccontato il mondo ai valliggiani.

Il bando è rimasto aperto oltre tre mesi per permettere ai proponenti di sviluppare i progetti e far crescere nuove competenze. Per la prima volta dalal nascita dei Luoghi del  Cuore i candidati hanno potuto seguire due webinar di formazione, tenuti da architetti e storici dell’arte del FAI, dedicati alla messa a punto  dei progetti di restauro  e di valorizzazione culturale,  a partire dalla Fondazione nei suoi Beni. Si tratta di un’iniziativa che si è  rivelata molto utile e che nasce dallo spirito educativo del FAI e che ha lo scopo di diffondere competenze ed esperienze accumulate nei suoi cinquanta anni di attività con altri operatori del settore e tecnici, magari di piccole realtà associative o istituzioni locali.
I progetti selezionati, al di là del numero ottenuto di voti del censimento,  che rappresenta uno degli otto parametri di valutazione, si distinguono per la qualità dei contenuti, la capacità di attivare le comunità  e le potenzialità di impatto a lungo termine sui rispettivi territori, in particolare nelle aree interne.
La ricerca svolta nel 2024 da Fondazione Santagata per l’Economia della Cultura, intitolata “Valutazione sugli impatti dei Luoghi del cuore”, ha evidenziato come il programma riesca a innescare processi virtuosi su scala locale, capaci di generare impatti culturali, sociali, ambientali ed economici, contribuendo non solo alla tutela e alla valorizzazione dei luoghi, ma anche al consolidamento dell’identità e della resilienza delle comunità e alla rinascita di piccoli circuiti turistici.
Accanto all’impatto culturale, largamente condiviso dei progetti sostenuti, emerge largamente l’impatto sociale, attestato dalla nascita  e dal consolidamento di reti di collaborazioni e dalla capacità di mobilitazione delle comunità.

I venti progetti sostenuti coinvolgono oltre cento stakeholder, tra associazioni, scuole, parrocchie, enti scientifici,  istituzioni universitarie, Soprintendenze e  Comuni.
I contributi stanziati dal FAI e da Intesa Sanpaolo per questi progetti attiveranno ulteriori risorse per oltre 820 mila euro, più del 150 % della dotazione stessa del bando, messi a disposizione dai territori e dagli stakeholder. Un ruolo importante spetta ai Comuni, responsabili delle candidature dei progetti  in 13 casi su venti, seguiti da associazioni, enti ecclesiastici e anche da una scuola. È il caso dell’ Istituto Comprensivo Francesco Cappelli, con sede nell’ex casa del Sole, all’interno del parco Trotter di Milano, che ha presentato il progetto di recupero della Minitalia, per renderla accessibile non solo agli alunni per scopi didattici, ma anche ai visitatori del parco.
Questi venti nuovi progetti fanno salire a 180 gli interventi sostenuti dal 2003 grazie ai Luoghi del Cuore.

In Piemonte sarà avviato il progetto di recupero, restauro e valorizzazione  di sei Fontane Parlanti a Rosazza, nel Biellese, piccolo borgo montano della Valle del Cervo, uno degli esempi più significativi del patrimonio storico e culturale della provincia di Biella. Le origini medievali del borgo si intrecciano con una profonda trasformazione avvenuta nel corso dell’Ottocento, quando il paese assunse l’aspetto attuale grazie all’intervento di Federico Rosazza Pistolet, filantropo e senatore, figura centrale della storia locale, che realizzò una serie di tubazioni in ghisa per portare l’acqua potabile in tutto il paese, iniziativa che permise la costruzione delle fontane parlanti, un progetto di rinnovamento urbano dove l’aspetto funzionale delle architetture si intreccia con l’elemento sociale e identitario degli spazi pubblici.

Mara Martellotta

Arte e sacro, la chiesa di San Dalmazzo a Torino

In centro citta’ un gioiello molto antico

Dopo un lungo periodo di chiusura, e’ di nuovo possibile visitare la chiesa di San Dalmazzo, situata tra via Garibaldi, una volta via Dora Grossa, e via delle Orfane.

Costruita nel lontano 1271 e destinata all’assistenza dei pellegrini e alla cura degli infermi, nel tempo la sua struttura subi’ un consistente deterioramento e fu cosi’ che nel 1573, periodo in cui fu affidata ai frati Barnabiti, si decise per una riedificazione. Qualche anno dopo per volere del cardinale Gerolamo della Rovere fu nuovamente restaurata e decorata, anche grazie alle numerose donazioni dei Savoia mentre alla fine dell’800 furono ripresi ulteriormente i lavori che la riportarono al suo stile originario. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu bombardata riportando seri danni al tetto e agli infissi, il suo ultimo restauro risale al 1959.

L’esterno e’ l’unica parte rimasta in stile Barocco con i suoi pilastri di ordine corinzio, i finestroni da cui entra la luce e un timpano semicircolare che avvolge un prezioso affresco. La chiesa, di medie dimensioni, trova la sua bellezza, oltre che nei suoi sorprendenti interni in stile neogotico che catturano subito l’occhio del visitatore, ma anche nella superficie proporzionata che la rende accogliente e affascinante.

Al suo interno lo sfondo e’ quello tipico dello stile gotico caratterizzato dallo slancio verticale, da vetrate colorate, da stucchi, dipinti neo-bizantini di Enrico Reffo e dorature. L’elemento che attira legittimamente l’attenzione e’ la fonte battesimale originale ereditata dalla vecchia chiesa di San Dalmazzo Martire. La struttura e’ a tre navate decorate da edicole, il bellissimo pulpito incorniciato da mosaici e il ciborio a baldacchino.

Spesso la chiesa di San Dalmazzo si fa scenario di concerti di musica, dal gospel alla musica da camera, il prossimo appuntamento? Domenica 15 Dicembre 2024 ore 17:00 TORINO CHAMBER MUSIC FESTIVAL, vibrazioni all’interno di un contesto suggestivo e incantevole.

Per informazioni sugli eventi

www.diocesi.torino.it

Maria La Barbera

Antimo Matano, “fotografie” di un inconscio tumultuoso

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

 

Ogni discorso sull’arte arriva in ritardo, o peggio risulta di troppo. Ogni opera ha già compiuto il suo lavoro in sé stessa, ciò che resta sono scarti, detriti e arzigogoli. Questa rubrica non prova a colmare quella distanza: si limita a muoversi tra i brandelli, a ridosso di ciò che li ha caratterizzati per poi, infantilmente, indicarveli.

Il primo artista di cui vi voglio parlare è Antimo Matano.


Campano di origine è nato nel 1992 a Carinola, nel casertano. La sua formazione lo porta lontano, qui a Torino, in cui ha vissuto e studiato, trovando uno spazio (termine che nelle sue varie declinazioni tornerà spesso in questo articolo) di accoglienza umana e intellettuale e che ha cesellato parte del suo modo di pensare il lavoro e il paesaggio.
Trova casa in un complesso abitativo dal carattere antico e un po’decadente, in Corso Casale 79 a ridosso di Borgo Po.

Qui ha il suo piccolo studio e la sua casa, spartana e di immediato impatto: le mura e parte del pavimento sono ricoperte, mi conferma Antimo, da più di 400 metri quadrati di sue tele.

Dalla finestrella del suo studio si vede il Po e le fronde degli alberi di Parco Michelotti, dalla porta a vetro che dà su Piazza Borromini invece lo sguardo cade inevitabilmente su un orologio fermo su un edificio. Tutto scorre e tutto rimane immoto.

Torino piace molto a Matano, soprattutto nei suoi angoli più declinanti e selvatici, eppure torna ossessivamente a un solo luogo: le montagne del Massico, sopra Carinola, che incombono sul suo piccolo paese natio e su di lui con il peso persuasivo di un pensiero antico e inspiegabile.

Non perché lì vi si nasconda una qualche verità irraggiungibile altrove, ma perché certi territori, quando ci hanno visti germogliare, si traducono in una compulsiva prigione mentale dalla quale non si esce più. Sono come elastici, più ti ci allontani e più ti riportano indietro.
E si continua a girarci attorno, a raschiarli, a sperare che restituiscano qualcosa. Non lo fanno, al massimo cedono delle tracce confuse sulle quali noi stampigliamo significati. Come l’infanzia ricordata da adulti.

Ma questo paesaggio esterno e interno nelle tele di Antimo non è un “tema”, bensì un pretesto.

Un deposito di memorie che resistono pervicacemente allo sparire e che per sfinimento vengono dunque celebrate.
Anche se ogni tentativo di rappresentarle fallisce, come fallisce ogni mappa: invece di chiarire, produce un altro groviglio. Un altro paesaggio, dice l’artista. Più precisamente un’altra approssimazione: se cercassimo di essere cartograficamente rigorosi una mappa dovrebbe rappresentare l’infinito.

Quello di Matano è un gesto ripetuto e materico: in cui tracce e sovrapposizione tentano di sigillarsi in un linguaggio che rievoca quello del rito. Un perenne opporsi al percepito vuoto spaziale che rimanda la tela, che è sempre più profonda di chi la guarda. Un vuoto da cui stilla minacciosa l’assenza di senso, ma che iniziando a collocarlo, e quindi recintandolo, lo si rende “sacro”: il perimetro di mattoni di un altare a un dio sconosciuto.

Le opere di Antimo sono infatti spesso circoscritte in aree concentriche (oltre a quella naturale della tela), il cui intento mi ricorda quello della quadratura del cerchio: un tentativo impossibile di congiungere Terra e Cielo.

Nel recinto poi l’artista tende ossessivamente i lembi di una stratificazione di segni, che rievocano remoti abitati, e che incarnano la sua poetica. Una miscela di geometrie che perdono di disciplina e si sfaldano, finalmente; come in certe opere di Antoni Tàpies. Una poetica che è appunto difesa, come un accumulo di strati di terra sopra qualcosa che si preferirebbe non vedere più.
Cos’è questo buio che si vuole celare?

Ma il recinto non sacralizza nulla, serve solo a illudersi che esista ancora un dentro separato da un fuori. Che qualcosa possa essere protetto e verticalizzato tramite l’edicola dell’arte.
Tutto è già da sempre esposto, già consumato. Anche il sacro non ha mai avuto bisogno di cornici o di tele per sopravvivere poiché nasce da uno smarrimento biologico originario, e quasi sempre mal razionalizzato, dinanzi l’insanabile frattura tra l’Io e il Tutto, trasversale in ogni epoca finché esisterà l’uomo.

La pittura di Matano vorrebbe essere architettura, scultura, paesaggio, memoria. Non riesce a essere nessuna di queste cose fino in fondo. Rimane sospesa, incompiuta, come chi ha capito troppo tardi di aver scelto il mezzo sbagliato. Ma proprio in questa insufficienza c’è qualcosa di autenticamente bello e, per opposizione, compiuto. Esattamente come il finale mancato del Castello di Kafka, inesaurito ed inesaudibile: le porte del Castello non si possono aprire e nemmeno si può scriverne o dipingerne attendibilmente.

I quadri di Antimo quindi ripiegano sulla fossilizzazione di istanti sformati, come fa la terra con tutto ciò che le cade sopra. Li rendono fotografie di un inconscio preistorico e tumultuoso e che, a chi li osserva, ricordano la numinosa creazione di un bambino, di un sacerdote primitivo o di un archeologo.

Lasciandoti però la sensazione che queste opere, oltre che di paesaggio, di spazio e di sacralità parlino di un uomo che non riesce a smettere di fissare lo stesso punto, pur sapendo che non risponderà mai come egli vorrebbe. Ed è l’infinito in questo punto, a conti fatti, l’unica cosa che valga la pena di essere perennemente mostrata.

“Vorrei che il bianco del foglio sparisse e un nero pensiero di giorno prendesse il suo posto. Per sempre” A.M.

Una domenica al MAU, tour alla scoperta di borgo Campidoglio e dei suoi murales

Il Museo di Arte Urbana di Torino riprende i suoi attesissimi tour alla scoperta dell’arte che popola i muri della città, con il primo appuntamento del 2026, “Una domenica al MAU”, iniziativa che si svolge ogni quarta domenica del mese e che invita cittadini e turisti a scoprire i murales situati nel quartiere Borgo Vecchio Campidoglio.
Organizzata in collaborazione con Culturalway, la visita guidata si snoda tra le caratteristiche vie del borgo, alla scoperta delle opere d’arte che hanno trasformato facciate, saracinesche e pareti in vere e proprie tele urbane. Il percorso attraversa le strade del quartiere e permette di scoprire oltre duecento opere d’arte realizzate da più di cento artisti, tra cui giovani emergenti e artisti consolidati.
Il primo appuntamento è per domenica 25 gennaio prossimo alle ore 15.30 con ritrovo presso la Chiesa di Sant’Alfonso, in via Netro 3.

Il tour ha una durata di circa un’ora e mezza. Il costo è  di 7 euro per i possessori dell’Abbonamento Musei, 13 per gli altri , 3 euro per i bambini dai 6 ai 16 anni.
Per informazioni e prenotazioni 3393885984; info@culturalway.it

Mara Martellotta

“Happy New Art” inaugura il nuovo anno del Museo MIIT

Mercoledì 21 gennaio, alle ore 18, inaugura la mostra collettiva dei maestri contemporanei italiani e stranieri curata dal Museo MIIT Italia Arte e BM Events, dal titolo “Happy New Art”, che sarà visitabile fino al 6 febbraio prossimo. Riparte quindi la stagione del MIIT con una selezione di opere di pittura, scultura e fotografia che raccoglie circa 50 artisti provenienti da tutta Italia e dall’estero. Il Museo MIIT realizzerà il calendario 2026 con la pubblicazione  delle opere selezionate. L’esposizione racconterà, con stili e tecniche diverse, la visione dei singoli maestri, in un percorso avvincente e originale, che illustrerà le tendenze del contemporaneo.

In esposizione le opere di Akshita Lad, Stéphanie Arpels, Milena Buti, Giuseppe Caresio, Sergio Cavallerin, Cristina Cornaglia, Paola De Pascale, Antonio Fittipaldi, Guido Forlani, Maria Pia Giacomini, Leo Giampaolo, Francesca Guetta, Fadilja Kajosevic, Marina Lo Re, Gabriele Maquignaz, Anna Mazza, Mirko Monti, Giuseppe Oliva, Barbara Pecorari, Christine Penon, Franz Pelizza, Roberto Ramirez Anchique, Raimondo Romanazzi, Anna Rota Milani, Clare Shouten, Angele Simoliuniene, Josefina Temin, Milena Buti, Laura Graziani, Maria Elena Ritorto, Sonia Abbruzzetti, Ugo Angelini, Blubordeaux, Nadia Carrà, Antonella Cerabona, Chiuto, Susanna Dore, Carolina Frances Ramos, Emanuela Giannetti, Francesca Locurcio, Antonio Minchella, Adriana Puppi, Mila Margini, Margherita Realmonte, Francesca Riva, Daniela Ruvolo, Sonia Salvetti, Luca Spinoni, Eleonora Timberi, Emanuela Tomassi, Lorenzo Trombino.

Museo MIIT – corso Cairoli 4, a Torino

Inaugurazione mercoledì 21 gennaio, ore 18 – orario visite: da martedì a sabato 15.30-19.30 – info: 011 8129776 – 334 3135903

Mara Martellotta

Gli appuntamenti della Fondazione Torino Musei

VENERDI 23 GENNAIO

 

Venerdì 23 gennaio dalle ore 17:00 alle ore 18:00

CIRCLE CHANTING – Il Dipartimento Educazione GAM per L’Accademia della Luce

Evento di chiusura in Piazza San Carlo.

Circle chanting è un programma di laboratori aperti alla cittadinanza in piazza San Carlo, pensati per far dialogare l’opera Bouncing the Ball di Riccardo Previdi con l’azione e le voci di un gruppo di persone provenienti da diverse zone della città. Nell’ambito del Public Program di Luci d’Artista 28° edizione, rivolto alla cittadinanza e avente scopo di rafforzare l’inclusività e allargare la platea dei fruitori, la proposta si sviluppa in laboratori pratici di yoga del suono alla portata di ogni tipo di pubblico. Il punto di partenza è una lettura dell’opera luminosa che traduca il movimento e le forme circolari di cui è composta in esperienza corporea e sonora per i partecipanti. Quattro gruppi di persone saranno condotti in sessioni pratiche a fare esperienza diretta del proprio respiro e del canto, secondo un percorso che prende spunto dalla rappresentazione tradizionale del corpo yogico.

I gruppi si riuniranno davanti all’opera luminosa per una sessione pubblica condivisa, alla presenza di Riccardo Previdi, autore dell’opera, che assisterà al dialogo tra la sua creazione e le voci dei partecipanti.

Appuntamento gratuito aperto a tutti su prenotazione: infogamdidattica@fondazionetorinomusei.it

maggiori info

 

 

DOMENICA  25 GENNAIO

 

Domenica 25 gennaio ore 16

PICCOLE STORIE, PICCOLE MEMORIE 

MAO – attività per famiglie

La visita si sofferma in particolare sui lavori di Chiharu Shiota collocati negli spazi del museo in dialogo con le opere della collezione cinese e di arte islamica e sull’uso del filo rosso come segno di connessione. Al termine, in laboratorio, i partecipanti potranno modellare in argilla piccole forme che richiamano storie e memorie e connetterle con fili rossi.

Costo: € 7 a bambino per l’attività; adulti ingresso ridotto € 10 (gratuito con Abbonamento Musei).
Prenotazione obbligatoria T. 011.4436927/8 oppure maodidattica@fondazionetorinomusei.it

 

 

LUNEDI 26 GENNAIO

 

Lunedì 26 gennaio ore 17

IL CASTELLO RITROVATO. UN NUOVO PERCORSO MUSEALE

PALAZZO MADAMA – conferenza sulla mostra Il castello ritrovato

Prima di essere la dimora delle Madame Reali, prima dei Savoia, prima dei preziosi interventi dell’architetto Filippo Juvarra, Palazzo Madama era un castello. Un castello con una storia millenaria, le cui origini affondano nell’età romana, quando qui sorgeva la maestosa Porta Decumana della colonia di Augusta Taurinorum. Questa storia dimenticata e misconosciuta torna a vivere nella mostra Il castello ritrovato. Palazzo Madama dall’età romana al medioevo, visitabile nella Corte Medievale di Palazzo Madama dal 20 dicembre 2025 al 23 marzo 2026. Realizzata in collaborazione con l’Università degli Studi di Bergamo, l’esposizione restituisce al pubblico l’aspetto originario di parti dell’edificio, troppo spesso identificato solo con le regine sabaude che gli diedero il nome.

 

Giovanni Carlo Federico Villa

Direttore di Palazzo Madama e Presidente dell’Ateneo di Scienze Lettere ed Arti di Bergamo, è docente di Storia dell’Arte Moderna e di Museologia e Museografia all’Università degli Studi di Bergamo. Già componente del Consiglio Superiore per i Beni culturali e Paesaggistici del Ministero della Cultura (2019-2022), è stato direttore onorario dei Musei Civici di Vicenza e Conservatoria Pubblici Monumenti (2015-2018). Ha curato numerosi progetti espositivi all’estero e in Italia, tra cui quelli per le Scuderie del Quirinale di Roma (2006-2013). Autore di oltre trecento pubblicazioni scientifiche e monografie, numerose sono le sue presenze divulgative relative al patrimonio artistico nazionale sui principali canali radiotelevisivi italiani e stranieri.

 

Cristina Maritano è conservatore di Palazzo Madama per il Lapidario medievale e le Arti decorative. Tra le sue pubblicazioni sono da citare i saggi Le ceramiche di Palazzo Madama. Guida alla collezione (Fondazione Torino Musei, 2008), Il riuso dell’antico nel Piemonte medievale (Scuola Normale Superiore, 2008) e i cataloghi Profumo. Origini, storie, confezioni (Silvana, 2018), L’Italia del Rinascimento. Lo splendore della maiolica (Allemandi, 2019). Ha infine curato il volume di Cristina Campanella La fabbrica Rossetti a Torino. Maioliche e porcellane (Silvana Editoriale 2025).

Conferenze a ingresso libero fino a esaurimento posti. Non è richiesta prenotazione.

 

 

GIOVEDI 29 GENNAIO

 

Giovedì 29 gennaio ore 19:30

RAI TATEISHI (goat JP) feat. Koshiro Hino

MAO – performance nell’ambito del public programme di The Soul Trembles

Un approccio olistico che spinge gli antichi strumenti a fiato oltre i loro limiti

Rai Tateishi è suonatore di shinobue e flauto noh, interprete di tamburi taiko giapponesi, e una forza vitale tanto nella musica tradizionale quanto in quella sperimentale. Dopo essersi formato con il rinomato ensemble Kodo Taiko Performing Arts Ensemble, ha fondato il proprio gruppo Azuma e fa parte del gruppo cult d’avanguardia goat (JP).

Vivendo un’esistenza da eremita in un villaggio giapponese spopolato, Tateishi ha affinato il suo suono in profonda comunione con gli strumenti, sviluppando uno stile che trascende i loro confini abituali, canalizzando spiriti ancestrali attraverso improvvisazioni ardite, che spaziano da soffi melodici a passaggi percussivi, sonorità inaspettate e un’intensità dal carattere rituale.

Il suo debutto solista Presence (uscito per l’etichetta NAKID di Koshiro Hino) è stato registrato senza sovraincisioni, intrecciando shinobue con shakuhachi, organo a bocca khene e flauto irlandese in una musica che risulta assolutamente personale. Al MAO sarà affiancato dal musicista Koshiro Hino, suo compagno nei goat (JP), che processerà in tempo reale il suo suono.

Partecipazione inclusa nel biglietto di ingresso alla mostra The Soul Trembles.

 

 

 
   
Visite guidate in museo alle collezioni e alle mostre
 di Palazzo Madama, GAM e MAO
a cura di CoopCulture.
Per informazioni e prenotazioni: t. 011 19560449 (lunedì-domenica ore 10-17)

ftm.prenotazioni@coopculture.it

 

https://www.coopculture.it/it/poi/gam-galleria-darte-moderna/
https://www.coopculture.it/it/poi/mao-museo-darte-orientale/
https://www.coopculture.it/it/poi/palazzo-madama-museo-civico-darte-antica/

 

“Una pièce per Ivo Saglietti”

A due anni dalla scomparsa dell’indimenticato fotografo e fotoreporter di origini francesi, “ArtPhotò” dedica uno spazio-incontro alle “Gallerie d’Italia”

Venerdì 23 gennaio, ore 17,30

Premessa dovuta.

Ricordo bene. E ancora porto negli occhi e nel cuore quelle suggestive immagini in bianco e nero assetate di luce, quasi tutte di piccolo formato con passepartout e incorniciate di nero (come ancora insegna la grande “scuola francese”), ultimo rifugio di vite sospese, senza ipotizzabili vie di fuga, da mondi vocianti di “amore, ma anche disperazione e speranza”. Si era nei primi giorni del gennaio 2024. Uscivo dal “Museo Nazionale del Risorgimento” per immergermi nell’urbana delizia di piazza Carlo Alberto, portandomi appresso quelle immagini che raccontavano oltre quarant’anni di vita e di professione (dagli anni ’80 al 2018) dell’indimenticato fotografo e fotoreporter Ivo Saglietti (Tolone, 1948 – Genova, 2023). Avevo appena visitato (e ne riportavo ancora addosso gli emozionanti effetti) la sua prima mostra del “dopo”. Saglietti non partecipò infatti a quell’inaugurazione. La morte lo aveva preso con sé pochi giorni prima dell’avvio della sua personale, ospitata nella “Manica” della “Camera Italiana” del “Museo” di “Palazzo Carignano”, diventando– secondo i piani di un amaro beffardo destino – la sua prima “retrospettiva”, dal titolo “Ivo Saglietti. Lo sguardo nomade”. Oltre 50, gli scatti allora esposti, documenti indimenticabili di un’importante carriera professionale (ben tre i “World Press Photo Award” vinti, affiancati ad altri, numerosi riconoscimenti a livello internazionale) e di un “vagabondare”, l’immancabile “Leica” sempre fida compagna di viaggio, nei luoghi più “impegnativi” e drammaticamente segnati del mondo. Per oltre quarant’anni. Raccontati come lavori in assignement per il “New York Time Magazine”, per “Time”“Der Spiegel” e “Newsweek” o come collaborazioni con prestigiose “Agenzie di Fotogiornalismo”, da “Sipa Press” a “Stern” e a “Zeitenspiegel”: dalle rivolte in Centro America – Cile e Perù – ad Haiti e ancora dal Vicino Oriente al “Mar Musa” in Siria, dove conosce padre Paolo Dall’Oglio, con cui stringe un’importante amicizia e complicità di idee sfociate non solo in toccanti scatti fotografici (carico d’amore l’abbraccio – slancio fra Padre Paolo e un Imam musulmano), ma anche nel libro (negli anni ne ha realizzati otto) “Sotto la tenda di Abramo” (“Peliti” editore), prima del rapimento in Siria del gesuita italiano, mai più ricomparso. Scatti fotografici che, come sempre, “non hanno nulla da ‘dimostrare’ – sosteneva umilmente Saglietti – ma tanto da ‘mostrare’”. Pagine specchio di profonda disperazione umana, in cui fioriscono e rifioriscono, a più riprese, segnali, atti, visioni in grado di ritrovare i sentieri più tortuosi di umanità e fratellanze perdute. Forse ancora rintracciabili. Nonostante le molte inquietanti “forze” e “figure di potere” (cui d’“umano” è rimasto assai poco) che s’ergono oggi, più che mai, a montagne invalicabili fatte di terrore e disumane entità.

“Una pièce per Ivo Saglietti”

Premessa dovuta, in cui mi è piaciuto intrecciare i miei ricordi legati a una  delle mostre fotografiche più emozionanti fra quelle visitate di recente. Mostra dedicata a un grande uomo e a un immenso fotoreporter che è giusto ricordare per la sua lezione di profonda professionalità e umanità regalate, attraverso i suoi scatti più iconici, al mondo intero. A farlo, il prossimo venerdì 23 gennaio (ore 17,30) sarà “ArtPhoto”, progetto realizzato nel 2015 da Tiziana Bonomo, teso a proporre, organizzare e curare eventi legati al mondo della fotografia.

L’appuntamento, dal titolo “Una pièce per Ivo Saglietti” (composto dalle sue immagini, dai suoi testi e dai ricordi e riflessioni di illustri “ospiti”) si terrà, a due anni dalla scomparsa di Saglietti, nella sede di “Gallerie d’Italia”, in piazza San Carlo 156, a Torino. Inserito nell’ambito della serie “Intrecciare Parole e Immagini”, l’evento si svolgerà, sottolinea Tiziana Bonomo “grazie alla presenza di alcuni testimoni che hanno intrecciato con Ivo amicizia, condivisione, visione, apprendimento, progetti, speranze, dialoghi, discussioni vive, accese, appassionanti”. Presenze illustri. E un ricco parterre.

A ricordare Saglietti interverranno infatti: la sua allieva (narratrice di mondi spesso invisibili o ai margini) Valeria GradizziFederico Montaldo (titolare dell’“Archivio Saglietti” e autore del libro “Ivo Saglietti. Lo Sguardo inquieto”, edito da “Postcart”); Francesca Peliti ( impegnata in Studi di “Teologia” e attività a sostegno dell’ “Associazione Amici di Deir Mar Musa” ispirata all’opera di Padre Dall’Oglio): Paolo Pellegrin (amico di Ivo, che fu – parole sue – “suo mentore” e fotografo di “Magnum Photos”); Andrea Pontini (titolare della testata on line “InsideOver”Domenico Quirico (noto giornalista, inviato di guerra e coautore con Saglietti del libro “Rivoluzioni”); l’attivista in “fotografia sociale”, Roberto Colacioppo e Tiziana Bonomo, anima e cuore di “ArtPhoto”, nonché curatrice e organizzatrice di ben tre mostre di Saglietti. A lei tutti (o quasi) gli onori per l’organizzazione dell’evento.

Gianni Milani

Nelle foto: Ivo Saglietti: “Mar Musa2”; “Cuba” e “Malaria_ Ghana”