ARTE

Caveau Fondazione Ettore e Ines Fico, nuovi spazi per l’arte

 

Riceviamo e pubblichiamo

 Con lo stesso spirito, con cui abbiamo aperto il Museo Ettore Fico in Barriera di Milano nel 2014, abbiamo deciso di trasferirci nel quartiere Madonna di Campagna nel 2026 per poter dimostrare che le periferie posso offrire una visione alternativa alla consuetudine, attivare un pubblico nuovo per le attività culturali e offrire alla Città un’alternativa alle zone centrali.

Dalla nostra nuova sede si può usufruire del Parco Dora e degli spazi del Kappa Futur Festival (Ex Teksid-Ferriere Fiat), della chiesa di Antonio Botta, del Museo dell’Ambiente e del distaccamento di Informatica dell’Università, incontrare moltissimi ragazzi che studiano e altrettanti operai, impiegati e semplici persone che lavorano o vivono qui. Il nostro nuovo progetto è riformulato rispetto alle attività del Museo Ettore Fico che, per il momento, è stato “congelato” in attesa di un nuovo e proficuo dialogo con la Città e le Istituzioni. La programmazione delle mostre sarà semestrale e inizierà alla fine del mese di settembre con una mostra personale di Giovanni Termini, l’artista vincitore del Premio MEF assegnato durante Artissima 2025. Ogni mostra sarà l’“assolo” di un singolo artista che si confronterà con lo spazio e la produzione di una singola installazione site-specific. Questa serie di mostre avrà un unico titolo: “Caveau” e un sottotitolo deciso dall’artista invitato, per sottolineare la preziosità e l’unicità dell’operazione. Le mostre avranno durata di sei mesi ciascuna e le visite avverranno in un contesto intimo e meditativo. L’ingresso sarà gratuito e su appuntamento, il numero di visitatori sarà di 15/20 partecipanti per ogni incontro, tutti insieme e allo stesso orario, e potranno beneficiare di una visita esclusiva con operatori culturali che illustreranno le opere e la loro poetica. Le visite saranno su prenotazione nominale, ci piace sapere chi ci verrà a trovarci per poter attivare una reciproca conoscenza, avere un reciproco rapporto privilegiato, si potranno instaurare rapporti fra i visitatori stessi dando vita a interessanti scambi interpersonali che daranno frutti in contrapposizione all’anonimato in cui quotidianamente ci troviamo. Chiederemo a tutti di lasciare per un’ora i telefoni spenti ed entrare in sintonia con le opere e lo spazio nel “caveau” dell’arte. Giovanni Termini Assoro (Enna) 1972, vive e lavora a Pesaro. La sua ricerca si concentra su una ridefinizione della scultura, intesa non come organizzazione di volumi statici, ma come combinazione di forme in espansione. I media da lui utilizzati, consistono in oggetti quotidiani provenienti dai contesti più diversi e realizzati con materiali differenti: legno, acciaio, vetro, tubi da ponteggio che dialogano fra loro per affermare il primato della materia e della forma. Gli oggetti, accostati in modo contrastante, coinvolgono lo spettatore sia fisicamente sia mentalmente e le installazioni che realizza trasmettono uno spaesamento ironico o paradossale invitando il pubblico a fermarsi e a riflettere, mettendo in relazione la solidità delle strutture con l’insicurezza dell’esistenza. Il paradosso tra stabilità-forza e squilibrio-precarietà riflette la condizione umana, collegandosi alle tensioni interne delle strutture. Termini realizza preferibilmente opere site-specific, con l’intento di inventare un nuovo alfabeto dello spazio, dando vita e voce a prospettive inusuali e a grandi luoghi non convenzionali. Egli indaga precedentemente lo spazio in cui le sue opere verranno create, lo assorbe e lo vive prima di attuare l’installazione. Il processo concettuale e riflessivo è vitale come la fase dell’assorbimento concettuale, quando l’idea si trasforma in forma. La sua idea di spazio – lo spazio in cui l’artista lavora e in cui l’opera nasce e vive – non coincide con una dimensione astratta e predefinita, il suo non è uno spazio cartesiano, bensì uno spazio valutato dalla prospettiva stessa dell’artista come grado zero. Lo spazio diventa infatti un “cantiere” – parola chiave nella pratica di Termini, sinonimo di un ambiente in continuo progresso, avanzamento e trasformazione – che nasce come strumento di introspezione e diventa infine la forma espressiva distintiva dell’artista. Il cantiere non è soltanto il luogo in cui si lavora e la materia si trasforma, è anche il luogo in cui dominano ordine, rigore, logica del movimento e in cui tutto può accadere, come nella vita.

Fondazione Ettore e Ines Fico

Quando la collaborazione tra istituzioni e realtà private dà buoni frutti

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A Palazzo Madama torna il “San Giuseppe” di Daniel Seiter

Uno svolazzo di angioletti, più o meno paffuti, un punto di chiarore in quel Bambinello a rischiarare la scena costruita nei toni bruni, il viso misericordioso della Vergine avvolta nella sua veste rosata e San Giuseppe, il ramo fiorito di fiori bianchi ai suoi piedi, a offrire quel gruppo di famiglia ai fedeli, a quell’angolo di città che timidamente Daniel Seiter, pittore di corte di Vittorio Amedeo II, ha posto, tra il 1698 e il 1699, in questa grande tela, alta e imponente, tre metri per due, che torna oggi al pubblico di Palazzo Madama, nella Camera delle Guardie: opera acquistata in asta a Vercelli nel maggio scorso, operazione eccellente di munificenza voluta da un gruppo che riunisce gli Amici della Fondazione Torino MuseI, più che volenterosa e agguerrita presidente Maria Leonetti Cattaneo, e l’avvocato Marziano Marzano, già assessore alla Cultura e vice sindaco di Torino. Non soltanto un’acquisizione ma la conferma, in tempi gretti e inariditi e quanto mai ingenerosi, che il mecenatismo non fu prerogativa di un rinascimento o di un’epoca barocca ma che può trovare spazio – un ampio spazio? – anche ai nostri giorni. Non era giusto che “Il Patrocinio di San Giuseppe e l’Immacolata Concezione con Gesù Bambino” finisse in qualche collezione privata o risparisse chissà dove, come già successe in epoca di trafugamenti francesi di epoca napoleonica che ne fecero perdere le tracce. “Senza trionfalismi” – ripete con eleganza sabauda Marzano – “e come esempio di bella storia istituzionale” e di senso civico, i signori si sono dati da fare, hanno affrontato tempi stretti e carte bollate e hanno riportato a casa di storia torinese.

Questo “San Giuseppe” venne commissionato dalla Città di Torino verso la fine del secolo XVII e concepito per la chiesa di Santa Cristina, devozione e onore al santo che era stato eletto compatrono della città, dopo la conclusione della guerra contro la Francia di Luigi XIV. Gli ultimi decenni hanno dato spazio a studi approfonditi che hanno consentito di ricostruirne la storia e di identificarlo con la grande pala documentata dalle fonti settecentesche. È felicemente posto oggi nella prima sala che introduceva agli appartamenti di Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, al piano nobile del palazzo: di qui si raggiungevano infatti la Camera di Parata e gli appartamenti di rappresentanza. Unione che si fa ancora maggiore se si pensa al legame che legò la sovrana sostenitrice del culto del santo, che accrebbe giorno dopo giorno il proprio rapporto privilegiato con il monastero di Santa Cristina (volle tra l’altro essere sepolta in abito monacale) e con la beata Maria degli Angeli. Per molte ragioni la tela doveva tornare alla società del capoluogo, gesto di generosità – ripetiamolo -, di valida appartenenza e di altezza intellettuale. L’impegno e la fatica li ha descritti con vivacità Maria Cattaneo, durante la presentazione di ieri: “Non è stata cosa da poco l’intera operazione, forte per noi che ci sovvenzioniamo con una quota associativa annuale di cento euro, centocinquanta se a sottoscrivere sono marito e moglie, ma l’occasione voleva dire che san Giuseppe aveva proprio scelto noi”, entusiasmo corrisposto da Marzano che di recente s’è fatto già promotore del restauro di un polittico di Defendente Ferrari.

Daniel Seiter – nato a Vienna nel 1647 e morto a Torino nel 1705, dopo un apprendistato veneziano e un breve soggiorno romano venne nella capitale sabauda, lavorò tra l’altro a Palazzo Reale (la “Galleria del Daniel”, che da lui prende il nome, raffigura nella volta il trionfo di Vittorio Amedeo II) e nella Villa della Regina, sono andate perdute le sue opere per l’Ospizio di Carità in via Po, altre tele in alcune chiese torinesi e in Germania, a Brunswick e Dresda – torna ospite in un nuovo allestimento della sala, seicentesca a tutto tondo, specchio della stagione barocca italiana, accompagnandosi a Giovanni Serodine e al Cairo, a Orazio Gentileschi e al Dauphin e al Cerano, “sottolineando il ruolo di Torino quale crocevia artistico europeo. Ha sottolineato Giovanni C.F. Villa, direttore di Palazzo Madama: “Il museo non è soltanto il luogo della conservazione delle opere, ma lo spazio in cui la storia della città ritrova le proprie connessioni.Il ritorno della pala di Daniel Seiter ci permette di rileggere una stagione fondamentale della cultura sabauda e, al tempo stesso, di restituire nuova forza e nuovo significato a uno degli ambienti più rappresentativi del piano nobile del palazzo”.

Rosanna Purchia, assessora alla Cultura della Città, ha ribadito quanto l’acquisizione sia “un gesto di grande attenzione verso il patrimonio comune e conferma quanto la collaborazione tra istituzioni, cittadini e realtà private possa contribuire in modo concreto alla tutela e alla valorizzazione del proprio percorso museale, rafforzando il legame tra le collezioni civiche, la città e la sua storia”; mentre Massimo Broccio, Presidente della Fondazione Torino Musei, commenta in conclusione: “Tra gli obiettivi strategici della Fondazione vi è quello di favorire una partecipazione sempre più ampia alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio, promuovendo forme di sostegno capaci di trasformare l’interesse individuale in una responsabilità condivisa verso la collettività. Le acquisizioni, i restauri e i progetti di valorizzazione acquistano infatti il loro significato più profondo quando diventano occasioni di coinvolgimento della comunità e strumenti di trasmissione della memoria alle generazioni future”.

Elio Rabbione

Nelle immagini, la tela di Daniel Seiter posta a Palazzo Madama (part.); l’ex vice sindaco di Torino, Marziano Marzano, l’assessora Rosanna Purchia, la Presidente degli Amici della Fondazione di Palazzo Madama e Giovanni Villa, direttore del Palazzo, alle loro spalle l’opera. Ph. Perottino

“Omaggio a Morbelli”, torna il concorso alla Colma di Rosignano

Sabato 18 luglio il prestigioso concorso di pittura estemporanea “Omaggio a Morbelli” ritornerà alla Colma di Rosignano nella dimora estiva “Villa Maria” del grande artista divisionista, il più osservante della tecnica del Neoimpressionismo Scientifico a cui dedicò l’intera esistenza. L’evento, organizzato da Marco Morbelli, nuovo presidente dell’Associazione “Amis d’la Curma”, darà opportunità di visitare lo studio del pittore, il giardino e l’orto curati dalla famiglia Morbelli resi maggiormente accessibili grazie all’impegno del Comune di Rosignano e dell’Istitito Agrario Luparia. Le opere esposte saranno valutate dalla presidente di giuria Giuliana Romano Bussola, Pio Carlo Barola, Piergiorgio Panelli, Laura Rossi, Elena Varvelli.

A Cherasco trenta ritratti di Philippe Halsman. Ultimi giorni

La mostra presenta una selezione di trenta ritratti di Philippe Halsman, tra i più importanti fotografi del Novecento, accompagnati da testi che ricostruiscono incontri e relazioni con i protagonisti immortalati.

Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/eventi/dettaglio/philippe-halsman-relazione-mostra-fotografica

Immagine: particolare della fotografia  “Il regista Alfred Hitchcock sul set del film Gli uccelli”, 1962 © Philippe Halsman Archive 2026

L’omaggio di Torino a Giuseppe Mazzini

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Oggi il plumbeo monumento si erge fiero in mezzo a quella che è diventata una delle piazzette pedonali della città più “bazzicate” dai giovani, che hanno fatto della maestosa scultura e dei gradoni perimetrali del suo basamento, uno spontaneo ed appartato punto di ritrovo

 

Collocato in via Andrea Doria, angolo via Dei Mille, precisamente sullo spiazzo di confluenza tra le due vie, Giuseppe Mazzini viene raffigurato in una scultura bronzea, seduto in atteggiamento pensoso, avente una mano poggiata a sostenere il capo e l’altra su un pastrano adagiato sulle gambe. Il piedistallo lapideo è ornato da simboli della classicità rappresentati superiormente da due tripodi, collocati ai lati della statua e inferiormente, da pannelli bronzei disposti in sequenza. Nel pannello centrale è rappresentata la lupa capitolina nell’atto di allattare i gemelli, in riferimento alla Repubblica Romana, mentre sui restanti prospetti figurano corone di lauro che circondano i nomi dei principali sostenitori di Mazzini. Il sottostante basamento presenta, anteriormente, dei gradini simmetrici in ascesa verso la scultura. Nato a Genova il 22 giugno 1805 (quando Genova era ancora parte della Repubblica Ligure annessa al Primo Impero Francese), Mazzini è stato un patriota, uomo politico, filosofo e giurista italiano. Costituì a Marsiglia nel 1831 la Giovine Italia, fondata sui principi di “Dio e popolo” e “pensieri e azioni” volti a promuovere l’indipendenza della penisola dagli stati stranieri e la costituzione dell’Italia fondata sui principi della repubblica. Anche se osteggiato dal protrarsi dell’esilio forzato e dai contrasti in patria con la ragione di stato (promossa da Camillo Benso Conte di Cavour e da Giuseppe Garibaldi), Mazzini perpetuò il suo impegno politico che contribuì in maniera decisiva alla nascita dello Stato Unitario Italiano.

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Nello stato riunificato risiedette nell’ultimo decennio della sua vita come “esule di patria”, sotto falso nome; morì a Pisa il 10 marzo del 1872. In Torino come in altre numerose città della nazione, quale atto di riconoscimento al suo impegno, fu eseguito postumo il monumento in suo onore. Per quanto riguarda la città di Torino, nell’intenso programma delle manifestazioni svolte nella città per il giubileo dell’Unità d’Italia, nel 1911, venne istituito un apposito Comitato per erigere un monumento in memoria di Giuseppe Mazzini, distintosi come uno dei principali rappresentanti del Risorgimento italiano. L’iniziativa, promossa dalla Sezione Repubblicana Torinese, sorse in concomitanza alla ricorrenza del quarantesimo anniversario dal decesso del patriota genovese, di cui erano in corso i preparativi per le celebrazioni. Il Comitato sottopose all’Amministrazione comunale la domanda di aderire all’iniziativa ma la proposta venne osteggiata in quanto, si affermava, fosse avanzata da un gruppo partitico; per non pregiudicare l’esito della richiesta venne costituito un nuovo Comitato dichiarante l’estraneità ad ogni questione politica. Nel 1913 l’istanza di questo nuovo Comitato venne favorevolmente accolta dal Consiglio Comunale. Assunse l’incarico per l’ideazione del complesso scultoreo, Luigi Belli, docente presso la regia Accademia Albertina di Belle Arti ed esecutore di significative opere nella città. Belli accettò l’incarico senza richiedere alcun compenso per la sua attività (consapevole forse che sarebbe anche stata la sua ultima opera data l’avanzata età) ma domandò unicamente il rimborso per le spese sostenute nella realizzazione della proposta.

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Nonostante la rinuncia dell’artista, il bozzetto dell’opera venne approvato stimando un importo considerevolmente superiore a quello stabilito per l’esecuzione del monumento, quindi per arginare i limiti economici incorsi, l’Amministrazione concesse una agevolazione per il pagamento del dazio sui materiali, contrattò con il Ministro della Guerra in Roma per l’acquisizione del bronzo necessario ad un prezzo agevolato, mentre il Comitato promosse una pubblica sottoscrizione presso municipi, istituti civili e militari nazionali. Successivamente i modelli in creta a scala reale della statua e di un altorilievo, furono inviati alla fonderia scelta dal Belli, con sede presso Milano, per eseguirne la fusione in bronzo; la statua bronzea ed il relativo modello in gesso, vennero recapitati a Torino, su un carro ferroviario atto al trasporto speciale, l’11 maggio 1917. Il complesso scultoreo fu posto in opera, nonostante fosse privo dell’altorilievo rappresentante la “Libertà” (non consegnata forse a causa di un compenso non corrisposto dal Comitato), figurando ugualmente come un altare alla repubblicana libertà. L’inaugurazione della scultura commemorativa dedicata a Mazzini si svolse il 22 luglio 1917. La cerimonia del monumento si celebrò in presenza di autorità nazionali e cittadine, in una città dall’atmosfera poco festosa a causa della popolazione mobilitata sui fronti della Prima Guerra Mondiale. Oggi il plumbeo monumento si erge fiero in mezzo a quella che è diventata una delle piazzette pedonali della città più “bazzicate” dai giovani, che hanno fatto della maestosa scultura e dei gradoni perimetrali del suo basamento, uno spontaneo ed appartato punto di ritrovo.

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(Foto: www.museo.torino.it)

Simona Pili Stella

“Unity, Hope and Peace”, al Museo MIIT l’arte di maestri provenienti da Paesi lontani

Scambi artistico-culturali con musei, fondazioni, gallerie pubbliche e private di tutto il mondo per valorizzare e far conoscere in Italia e a Torino l’arte e gli stili di maestri provenienti da Paesi lontani. Questo è il progetto della mostra intitolata “Unity, Hope and Peace”, che si svolgerà presso il Museo MIIT Museo Internazionale Italia Arte dal 15 al 31 luglio 2026. Una mostra internazionale come nella migliore tradizione del Museo diretto da Guido Folco, nata dalla collaborazione con l’artista montenegrina Fadilja Çunmulaj Kajosevic, residente negli Stati Uniti d’America e presente nell’esposizione con una selezione importante di opere. La mostra presenta stili e linguaggi che raccontano percorsi artistici, culturali e di tradizioni differenti ma eterogenei, che permettono al pubblico di scoprire un universo artistico in continuo sviluppo, trasformazione e movimento.

Verranno esposte opere di Wafa Abdulaziz (Arabia Saudita), Akshita Lad (Emirati Arabi Uniti), Blerina Kraja (Canada), Pramila Giria (India), Snjezana Mayer (Croazia), Sidita Islami e Anila Hetoja (Albania), Jalldeze Mustafa (Kosovo) e Melissa Hin, oltre alla già citata Fadilja Çunmulaj Kajosevic, dagli Stati Uniti. In mostra, non solo opere dedicate alla figura femminile, ma anche un percorso emozionale che trova, nell’astrazione e nella scomposizione della forma, elementi profondi per esprimere sensazioni e interiorità. La mostra collettiva è accompagnata da selezioni personali finalizzate a comprendere e ad addentrarsi nel mondo creativo delle artiste.

“Unity, Hope and Peace” – Museo MIIT Museo Internazionale Italia Arte, corso Cairoli 4 – Torino

Dal 15 al 31 luglio 2026 – inaugurazione mercoledì 15 luglio alle ore 18

Orari visite: dal martedì al sabato 15.30-19.30

Info: 011 8129776 / 334 3135903 – www.italiaarte.it – info@italiaarte.it

Mara Martellotta

Per il monumento ai Cavalieri il Canonica lavorò gratis

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Il monumento venne inaugurato, alla presenza di Re Vittorio Emanuele III, il 21 maggio del 1923, con una carosello storico, parate dei militari e delle associazioni. Nel 1937, per fare spazio all’opera dedicata ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, la statua venne spostata sul lato destro di Palazzo Madama, dove è situata ancora oggi

 

Ed eccoci nuovamente giunti al nostro consueto appuntamento con Torino e le sue meravigliose opere. Cari amici lettori e lettrici, oggi andremo alla scoperta di uno dei monumenti presenti in una delle piazze più “frequentate” della città: sto parlando di Piazza Castello e del monumento ai Cavalieri d’Italia. (Essepiesse)

 

 

La statua è collocata in Piazza Castello sul lato destro di Palazzo Madama, rivolta verso via Lagrange. Il monumento rappresenta un soldato a cavallo su un piedistallo di granito,che poggia su un basamento a gradoni. Il cavaliere dall’aria vigile, scruta l’orizzonte volgendo lo sguardo alla sua destra mentre con il fucile in spalla, con una mano tiene le redini e con l’altra uno stendardo; la posa del destriero e del suo cavaliere è rilassata, lontana dalle immagini stereotipate di nobili cavalieri che caricano al galoppo. Di contorno al basamento vi sono una serie di alto rilievi con fregi militari.

 

Con il termine Cavalleria si è soliti indicare le unità militari montate a cavallo. Essa ebbe origini molto antiche, venne infatti da sempre impiegata per l’esplorazione dei territori, per azioni in battaglia dove venisse richiesta molta mobilità e velocità nell’attacco e fu anche strategicamente determinante in alcune battaglie. In seguito cominciò ad evidenziare i suoi limiti con il perfezionamento delle armi da fuoco e l’avvento dei treni e degli autoveicoli.

Riformata all’interno dell’Esercito Sardo sin dal 1850, la Cavalleria venne impiegata con l’esercito francese prima in Crimea ed in seguito contro gli Austriaci, ai confini della Lombardia all’inizio della II Guerra di Indipendenza. L’ Arma si conquistò così la fiducia e la stima degli alleati francesi. I Reggimenti combatterono, guadagnando numerose medaglie al Valor Militare, sia a Montebello che successivamente a Palestro e Borgo Vercelli; le battaglie più famose di questa guerra, quella di Solferino e di San Martino (alle porte del Veneto), si combattono con i francesi impegnati a Solferino e i sardo-piemontesi a S. Martino. Dopo il 1861, il Regio Esercito Sardo divenne Esercito Italiano e negli anni seguenti, tutto l’esercito venne riformato e uniformato. La Cavalleria, a partire dagli anni ’70, venne impiegata in Africa, dove furono formati Reggimenti di Cavalleria indigena, ed anche nella guerra italo-turca del 1911-1912.

In seguito il primo conflitto mondiale impose alla Cavalleria l’abbandono del cavallo in modo da adeguarsi alla guerra di posizione, in trincea, dove reticolati e mitragliatrici rendevano impossibile l’uso dell’animale. Verso la fine del conflitto però, la Cavalleria venne nuovamente rimessa in sella: nel 1917 fu impiegata a protezione delle forze che ripiegavano sul Piave, dopo la sconfitta di Caporetto. Verso la fine della Prima guerra mondiale, la II Brigata di Cavalleria coprì la ritirata della II e della III Armata, comandata dal generale Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, ed il 16 giugno 1918 fermò il nemico sul Piave. Questa data fu così importante per gli esiti del conflitto mondiale, che ancora oggi viene celebrata come festa della Cavalleria.

Per ricordare e onorare il valore dell’Arma, nel 1922 a Roma si istituì il Comitato generale per le onoranze ai Cavalieri d’Italia con l’intento di elevare un monumento equestre. Pochi giorni dopo il comitato, presieduto dal Re e dal senatore Filippo Colonna, propose alla Città di Torino di collocare l’opera in piazza Castello, dove era già ricordato il soldato dell’Esercito Sardo; questa proposta venne accolta con orgoglio ed onore dalla Giunta e dal Consiglio Comunale. La realizzazione del monumento venne affidata a Pietro Canonica che si offrì di lavorare gratuitamente, mentre il bronzo (materiale utilizzato per la costruzione dell’opera) fu offerto dal Ministero della Guerra.

Il monumento venne inaugurato, alla presenza di Re Vittorio Emanuele III, il 21 maggio del 1923, con una carosello storico, parate dei militari e delle associazioni. Nel 1937, per fare spazio all’opera dedicata ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, la statua venne spostata sul lato destro di Palazzo Madama, dove è situata ancora oggi. Nel 2008 il monumento ai Cavalieri d’Italia è stato restaurato ed il lavoro di pulitura del bronzo ha riportato finalmente alla luce l’originaria colorazione tendente al verde, una patina data come finitura dallo stesso scultore Canonica.

 

Simona Pili Stella

Il re “galantuomo” guarda Torino dall’alto

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Vittorio Emanuele II, nel corso del tempo, coadiuvato dal primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour, portò a compimento il Risorgimento nazionale e il processo di unificazione italiana. Per questi avvenimenti viene indicato come “Il Padre della Patria”

Situato proprio nell’intersezione tra corso Vittorio Emanuele II e corso Galileo Ferraris, la statua che vede come protagonista re Vittorio Emanuele II, si eleva sopra un’area quadrata ad angoli smussati su cui poggia il basamento rivestito da blocchi e lastroni di granito della Balma. Tale basamento si compone di due serie di gradini la cui seconda è interrotta, in corrispondenza degli angoli, da quattro blocchi prismatici su cui sono scolpite le date a ricordo delle guerre per l’Unità d’ Italia: 1848-1859-1866-1870. Questi blocchi fungono a loro volta da sostegno alle quattro aquile in bronzo sostenenti gli stemmi sabaudi.

Sopra le due serie suddette di gradini si eleva il piedistallo sul cui attico stanno,in posizione seduta, quattro grandi statue in bronzo di figure allegoriche tra cui la Pace, la Libertà, l’Indipendenza e l’ Unità (molto dubbia la quarta figura allegorica). Le quattro statue trovano a loro volta appoggio fra i vani delle quattro colonne in stile dorico di granito rosso che sostengono, superiormente, una trabeazione completa con architrave, fregio, triglifi e cornice; sopra questa trabeazione è disteso il grande tappeto in bronzo sul quale si eleva la grande statua del Re.Vittorio Emanuele II è raffigurato in piedi e a testa scoperta: lo sguardo fiero, solenne, rivolto lontano con nella mano sinistra una spada in atto di vigorosa fermezza.

 

Primogenito di Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, e di Maria Teresa d’Asburgo-Toscana, Vittorio Emanuele II di Savoia nacque a Torino (precisamente a Palazzo Carignano) il 14 marzo 1820. Va curiosamente fatto presente che alcuni storici moderni hanno dato credito all’ipotesi, data la scarsa somiglianza con i genitori e in base ad altre vicende, che Vittorio Emanuele non fosse il vero figlio della coppia reale, bensì un bimbo d’origine popolana sostituito al vero primogenito di Carlo Alberto morto, ancora in fasce, in un incendio nella residenza del nonno a Firenze. La maggior parte degli storici invece esprime dubbi sull’autenticità della vicenda e la confina nell’ambito del pettegolezzo facendo perdere qualsiasi credibilità all’ipotesi dello scambio.

Ultimo re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e primo re d’Italia (dal 1861 al 1878), fu anche Principe di Piemonte, Duca di Savoia e Duca di Genova.Dopo la sconfitta di Novara e l’abdicazione di Carlo Alberto, si iniziò a definire Vittorio Emanuele II il re galantuomo o re gentiluomo (appellativo con cui è ricordato ancora oggi), che animato da sentimenti patriottici e per la difesa delle libertà costituzionali si oppose fieramente alle richieste di abolire lo Statuto albertino. Nel corso del tempo, coadiuvato dal primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour, portò a compimento il Risorgimento nazionale e il processo di unificazione italiana. Per questi avvenimenti viene indicato come “Il Padre della Patria”.

Vittorio Emanuele II morì improvvisamente, a causa di una polmonite, il 9 gennaio del 1878 all’età di cinquantasette anni. La sua morte suscitò il profondo cordoglio sia della borghesia colta e politicizzata (che aveva partecipato all’avventura risorgimentale), sia dell’esercito di cui il “Re Galantuomo” era stato il capo pragmatico e largamente amato. Con cinque guerre combattute, ventinove anni di regno e uno stato unificato alle spalle, Vittorio Emanuele II fu il simbolo aggregante del Risorgimento italiano, in un paese ancora troppo fragile per sopportare il vuoto istituzionale venutosi a creare con la sua scomparsa.

Il monumento in suo onore fu voluto direttamente da Umberto I che, per riparare alla mancata sepoltura della salma del padre nella basilica di Superga a favore del Pantheon di Roma, comunicò, in una lettera indirizzata alla cittadinanza, l’intenzione di affidare “alla religiosa devozione” dei torinesi “i segni del valore” che il Re aveva conquistato “combattendo per l’unità e l’indipendenza della patria”. Nella stessa lettera Umberto I espresse il desiderio di erigere un monumento che eternasse la memoria del Primo Re d’Italia stanziando, per tale iniziativa, la cospicua somma di un milione di lire.

Venne subito istituita una Commissione tecnica incaricata di promuovere varie iniziative tra cui stilare il Programma di Concorso per il Monumento al “primo re”; il 28 marzo del 1879 la Commissione tecnica, incaricata di esaminare i progetti presentati al concorso, decreta vincitore lo scultore Pietro Costa. Tale decisione suscitò tuttavia, numerose polemiche che si conclusero con una petizione sottoscritta da cinquantadue firme dei maggiori rappresentanti delle Accademie di Belle Arti d’Italia che appoggiarono completamente la scelta della Commissione.

Ma se in meno di diciotto mesi si chiuse l’itinerario che aveva portato alla scelta del progetto, la fase successiva, quella della costruzione, durò circa vent’anni tra disguidi, ripicche e liti che finirono in tribunale. Il 23 novembre del 1896, a quattordici anni di distanza dalla stipula del contratto, Costa scrisse al Sindaco di Torino per giustificarsi dall’accusa “d’essere pigro e negligente” oltreché fortemente in ritardo nella consegna del monumento;nonostante ciò l’artista venne condannato al risarcimento dei danni per inadempienza contrattuale.

Il 15 gennaio del 1898, finalmente la città di Torino entrò in possesso del monumento. Ultimato per le parti bronzee dall’ Officine Costruzione d’Artiglieria di Torino e dall’ ingegnere Prinetti, il monumento venne inaugurato il 9 settembre del 1899 alla presenza dei sovrani, delle autorità cittadine dei principali comuni italiani, nonché degli esponenti della politica nazionale, dell’esercito e dei veterani del 1848. Ci furono tre giorni di festeggiamenti durante i quali Torino ritornò ad essere patriottica e risorgimentale, quasi nostalgica di essere stata (un tempo) capitale d’Italia.

Per quanto riguarda il luogo di collocazione del monumento, va fatto presente che la scelta di posizionarlo nel centro del piazzale, sull’incontro del corso consacrato a Vittorio Emanuele II e corso Siccardi (oggi corso Galileo Ferraris), è stato frutto della Commissione per un ricordo storico nazionale al re “gentiluomo”. L’area circostante il monumento era, nella seconda metà dell’ottocento, una zona in espansione a tipologia residenziale, pronta a recepire gli spunti di una volontà politica che mirava ad attirare a sé il ceto dei notabili e la piccola borghesia emergente. L’operato della Commissione rientrava nell’ambito di quella politica nazionale di costruzione del mito di Vittorio Emanuele II che, facendo ricorso ad attività di propaganda e di educazione “per fare gli italiani” (come disse D’Azeglio), intervenne anche in opere di rimaneggiamento degli spazi urbani e cambiamenti della toponomastica.

Oggi, la statua del Re, sovrasta ancora i tetti delle case dei torinesi dominando con lo sguardo tutto l’arco alpino fino alla magnifica Superga. 

(Foto: il Torinese)

Simona Pili stella

L’Arazzo di Bayeux torna a Londra, i legami con il Piemonte

Ci sono alcuni legami indiretti tra il famoso Arazzo di Bayeux dell’XI secolo e il Piemonte anche se non esiste un collegamento diretto e documentato. Qualche punto di contatto si può però trovare. Perché ne parliamo? Intanto perché è un’opera storica e grandiosa, 70 metri di ricamo di lana su lino che narrano la conquista dell’Inghilterra da parte del Duca normanno Guglielmo il Conquistatore nel 1066, la celebre battaglia di Hastings contro il re inglese Harold, una delle pagine più importanti della storia inglese. Cinquantotto scene, oltre 600 personaggi, una trentina di imbarcazioni e più di 200 cavalli, scene di guerra e cerimonie di corte, con abbigliamenti e costumi dell’epoca. È attualmente custodito in un luogo segreto della città normanna perché la sua vera sede, il Museo locale, è chiuso per lavori di ristrutturazione.
Ma la notizia è un’altra: dopo quasi 1000 anni il Bayeux Tapestry torna nel Regno Unito, al British Museum, per una mostra eccezionale, visitabile da settembre 2026 a luglio 2027. E si potrà vedere come finora non si è mai visto, disteso per intero, in posizione orizzontale, in una vetrina appositamente progettata. Ma c’è anche una domanda che inquieta storici dell’arte e servizi segreti…riuscirà ad attraversare il Canale della Manica e uscirne indenne? Già nel 2021 alcuni scienziati avevano segnalato lo stato di fragilità dell’opera, ritenuta troppo delicata per essere trasferita. Un danno non sarebbe riparabile. Per la preziosa tappezzeria medievale (forse rivestiva le pareti del refettorio di un monastero) è stata stipulata una folle assicurazione di 800 milioni di sterline, poco più di 900 milioni di euro. Quell’opera d’arte, forse realizzata a Canterbury, resta un oggetto di pregevolezza inestimabile che racconta l’XI secolo. Nel secolo successivo i Normanni ebbero rapporti molto stretti con i Savoia che poi avrebbero governato il Piemonte. La dinastia dei Savoia faceva parte della stessa rete aristocratica europea che comprendeva anche i Normanni che transitavano spesso per i valichi alpini e visitavano l’abbazia della Sacra di San Michele. L’arazzo onora la cavalleria feudale con cavalieri, cavalli, armi e stendardi, una cultura cavalleresca medievale che si diffuse presto anche nell’area piemontese.                                           Filippo Re
nelle fotografie l’Arazzo nel Museo di Bayeux e scene della battaglia di Hastings (1066)

Torna al Museo MIIT l’amato appuntamento con Lady Oscar

Dal 12 al 31 luglio, presso il Museo MIIT di corso Cairoli 4, a Torino, torna per il quarto anno consecutivo l’appuntamento con la mostra dal titolo “Una rosa a Torino. Omaggio a Lady Oscar”, nata dalla collaborazione con il progetto di aggregazione artisti del mondo no profit “Virtual Art Workshop Social Group”, la scrittrice di libri fantasy Elena Romanello e i membri in costume dell’Associazione di volontariato no profit “Le tenere piume ETS-OdV”

La mostra aprirà domenica 12 luglio alle ore 15.30, al fine di poter includere nella stessa gli anniversari della morte dei personaggi principali, ovvero Andrè Grandier (12 luglio) e Oscar François des Jarjeyes (13 luglio), oltre alla ricorrenza legata alla Presa della Bastiglia, datata 14 luglio 1789.

Martedì 14 luglio è prevista la conferenza di Elena Romanello, alle ore 15.30, momento in cui esporrà al pubblico le sue nuove uscite editoriali e le pubblicazioni presenti in mostra.
L’Inaugurazione dell’evento, invece, si svolgerà il giorno seguente, a partire dalle 17.30, alla presenza della scrittrice Elena Romanello e di tutti i partners, degli artisti e di alcuni membri della commissione artistica, per illustrare le sue ultime pubblicazioni. L’evento sarà accompagnato dalle presentazioni di altri scrittori provenienti da tutta Italia e presenti in live conference.
In contemporanea, negli altri spazi del Museo MIIT, saranno inaugurate le personali di alcuni artisti internazionali.
Sabato 18 luglio, dalle ore 15.30, avverrà la proiezione del fan film “Due destini travolti dalla Rivoluzione”, a cura della compagnia teatrale “ I giocolieri delle stelle”, proveniente da Viareggio e rappresentata dal regista Yatta. Un altro evento riguarderà la “Giornata Cosplay” insieme ai membri del direttivo e volontari dell’Associazione *LE TENERE PIUME ETS-ODV*, che accompagneranno i visitatori per tutta la mostra.

Gli artisti in esposizione provengono da tutto il Paese e dall’estero. Tra gli altri, sono presenti Silvia Belleri, Chiuto, Susanna Dore, Nikolett Juhas, Lady Rotsuko, Francesco Larghi, Alice Martin, Mkajitsuno, Gabriele Montagnani, Vania Perale, Angela Rossetti, Thabita Sakamaki, Sota, Christian Tarricone, Thesavior e Patrizia Venanzi.

Sono previste, nel periodo della mostra, varie giornate di performance gratuite curate dagli artisti partecipanti. Durante l’esposizione è prevista l’assegnazione di alcuni premi artistici con conferimento da parte del Museo MIIT e del Comitato Scientifico Internazionale.

Tutti i partecipanti riceveranno Attestato di Merito Artistico, patrocinato da vari Partners e da ITALIA ARTE Editore e MUSEO MIIT – https://www.museomiit.it/

Info: la mostra è visitabile dal martedì al sabato con INGRESSO LIBERO dalle
15.30 alle 19.30 fino al 31 luglio.

Gradito, ma non obbligatorio, l’abbigliamento in cosplay.

“Una rosa a Torino. Omaggio a Lady Oscar” – dal 12 al 31 luglio 2026 presso il Museo MIIT di corso Cairoli 4, a Torino

Orari visite: da martedì a sabato 15.30-19.30 –  011 8129776 / 3343135903

Mara Martellotta