ARTE

Lavinia Salvatori e Marco Palma: “Materia in ascolto”

Informazione promozionale

Dal 9 al 23 aprile prossimo, la galleria d’arte Malinpensa by La Telaccia ospiterà le opere degli artisti 

Lavinia Salvatori, in mostra insieme all’artista Marco Palma alla galleria d’arte Malinpensa by la Telaccia, manifesta un’intensa propensione alla comunicazione di contenuti psicologici costanti rivolti al fruitore. Le sue opere, generate da una profonda essenza emotiva, sono capaci di suscitare nell’osservatore un’immediata partecipazione. Le rappresentazioni si configurano come segni espressivi di una creatività astratta e informale in grado di raggiungere risultati di notevole equilibrio strutturale e di rilevante valore cromatico. Spazi, volumi e superfici si articolano all’interno dell’opera in una stesura tecnica importante, dove la stratificazione materica diventa veicolo dell’identità più autentica dell’artista. Il processo creativo di Lavinia Salvatori si distingue per il suo lessico pittorico raffinato, capace di trasmettere emozioni e sensazioni continue, elementi fondanti del suo percorso espressivo. La struttura dell’opera si fonda su un ritmo compositivo intenso in cui segni, campiture e tensioni formali si organizzano secondo una logica dinamica e contemporanea. L’equilibrio nasce dal dialogo costante tra ordine e impulso, tra controllo e libertà espressiva, generando una superficie pittorica carica di energia e di comunicativa. Ne deriva un impianto moderno capace di integrare capacità prospettica, movimento e l’articolazione volumetrica sempre in una sintesi visiva aperta e vitale. Nella tecnica mista su tela, l’artista Lavinia Salvatori fonde la materia della tempera con la luminosità del bianco assoluto, generando una purezza formale intensa. Nelle ultime opere, questo approccio si è ulteriormente evoluto: accanto all’uso della foglia oro su tela, emergono gestualità incisive di nero, oltre a un raffinato decorativismo floreale dei dettagli, che conferiscono forza, ritmo e ricchezza compositiva. La superficie pittorica diventa così un campo di sperimentazione in cui colore e segno dialogano tra loro, offrendo una prospettiva nuova e intensa capace di combinare energia espressiva in un perfetto ascolto con la materia. Attraverso una gestualità intensa, carica di sentimento e di spiritualità, l’opera si presenta luminosa e aperta a un‘autonomia interpretativa. Il dinamismo del gesto e l’uso del colore, uniti a una ricca stratificazione culturale, svolgono un ruolo centrale in una ricerca  esecutiva originale e in continua evoluzione. L’impegno tecnico e materico, l’attenzione alla luminosità del bianco e al rapporto tra forma e spazio, definiscono una pittura autentica e originale in cui il colore si carica di valore simbolico e oscilla tra rigore formale e tensione espressiva. Lavinia Salvatori giunge così a una sintesi stilistica personale che costruisce immagini simboliche e narrazioni autonome.

Lavinia Salvatori ha frequentato l’Istituto d’Arte e si è laureata in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Viterbo, nello stesso periodo in cui frequentava un corso di pittura presso la UCLA Summer School of London. In seguito ha proseguito gli studi con un Master in Arte-terapia, specializzandosi nel linguaggio plastico, grafico e pittorico. Ha frequentato due corsi tenuti dall’artista Roberto Joppolo, con il quale ha approfondito il linguaggio della scultura nei suoi vari aspetti formale e informale, materiali classici e la scultura raku. Dagli artigiani locali ha appreso la sapiente arte della ceramica. La sua espressione artistica, già dai tempi dell’Accademia, è partita dallo studio del figurativo classico, spostandosi gradualmente verso un linguaggio più astratto e personale che potesse esprimere ed esplorare la realtà interna ed emotiva. La sua visione dell’arte è sempre stata “globale”, nel senso che, dal suo punto di vista, l’arte non è solo l’opera in sé, quindi il “prodotto finito”, ma tutto il processo che la accompagna, insieme alle spinte interiori che portano a creare un’opera che può arrivare ad avere una finalità che va oltre l’aspetto estetico in sé. Questo suo modo di interpretare l’esperienza creativa, ha trovato la sua corrispondenza e approfondimento negli studi di arte-terapia, dove ha avuto modo di acquisire e sperimentare personalmente la profondità e gli effetti del processo creativo, dei materiali utilizzati e del linguaggio grafico. Creare, per Lavina Salvatori, ha assunto una funzione sempre più profonda e integrata alla sua vita personale, in quanto è diventata per lei una modalità necessaria e costante per elaborare vissuti interiori e per trasformarli in un tempo successivo. L’arte diventa quindi metamorfosi, utilizzando l’atto artistico per elaborare vissuti e vivere in modo diverso una volta esternati nell’opera; questo passaggio è avvenuto maggiormente dopo aver utilizzato in maniera approfondita il metodo dello scarabocchio, elaborato da Nato Frascà negli anni Novanta, a Roma. Questo metodo consiste nell’utilizzo del segno come elemento descrittivo in sé, sganciato dalla necessità di rappresentare una struttura figurativa in un processo che, complessivamente, consta di circa 30 fogli utilizzati consecutivamente, facendo emergere emozioni e vissuti profondi per elaborare energie bloccate.

Nella ricerca dell’artista Marco Palma, la materia diventa campo di sperimentazione e indagine, assumendo un ruolo centrale in continua trasformazione formale e spaziale che si rende visibile e strutturante. L’opera emerge come una trama di interazioni e di tensioni materiali di forte intensità, in cui elementi plastici e cromatici vengono organizzati sulla tela secondo un equilibrio consapevole. Forma, colore e volume interagiscono all’interno della composizione attraverso un dialogo costante, generando una struttura dinamica aperta e in continua evoluzione. La superficie si espande verso una dimensione prossima alla scultura, autonoma e in mutazione costante, capace di accogliere una libertà espressiva che si rigenera nel tempo e si rinnova nello spazio. L’elemento cardine del lessico incisivo dell’artista Marco Palma è il nero, che attraversa la composizione con forza assoluta, trasformandosi in segno simbolico carico di effetti visivi. Attorno a esso, materiali industriali recuperati si intrecciano con interventi pittorici accesi, dando vita a una struttura vibrante attraversata da gesti energici e da geometrie incisive, che ne definiscono il movimento e ne amplificano la tensione interna. Le opere si distinguono per una marcata presenza di vari materiali e per una tridimensionalità che si impone allo sguardo, esprimendo contenuti ambientali e un’invenzione libera, frutto di un processo creativo in continua evoluzione. L’inserimento della luce in alcune opere, attraverso elementi led, crea bagliori e riflessi unici che accentuano la presenza della materia. Simbolismo, ricerca formale e maestria nell’uso dei materiali, alimentano un percorso in costante crescita, in cui nuove strutture astratte trovano armonia con la progettualità dell’opera. Il riciclo assume un ruolo centrale non solo come scelta etica, ma anche come potente strumento comunicativo, capace di veicolare una visione concettuale lucida e consapevole. La pittoscultura di Marco Palma, frutto di un’evidente sperimentazione tecnica e materica, diventa veicolo di ascolto e di confronto, invitando lo spettatore a riflettere sul mutamento, sulla stratificazione e sulla rinascita della materia. La ricerca di Marco Palma si rivela come una presenza viva e lirica, soggetta a continue metamorfosi e ridefinizioni, costantemente attraversate da tensioni, sovrapposizioni e processi di trasformazione incessanti.

Marco Palma è nato a Varese nel 1975, ha alle spalle studi tecnici che lo hanno portato a laurearsi in ingegneria. Accanto alla formazione tecnica, nel corso del tempo si è fatta spazio la vocazione artistica, che lo ha avvicinato alla poesia e alla pittura da autodidatta. Ad oggi ha pubblicato 4 raccolte di poesia, mentre nel campo pittorico ha partecipato a vari concorsi, e alcuni dei suoi lavori sono stati pubblicati sul numero 62 della rivista Arte e Artisti Contemporanei. Molto spesso i suoi lavori nascono dall’osservazione dei materiali e dei processi che si svolgono in ambito lavorativo e industriale.

Galleria d’arte Malinpensa by La Telaccia – corso Inghilterra 51, Torino – 0115628220 -info@latelaccia.it

Mara Martellotta

A Casale le opere di Paolo Novelli

Sabato 11 aprile nelle Sale al Secondo Piano del Castello del Monferrato, è  stata inaugurata la mostra “Paolo Novelli. Opere 2020 – 2026”.

Il percorso espositivo presenta una selezione delle opere realizzate dall’artista negli ultimi sei anni, offrendo al pubblico un excursus attraverso il peculiare stile e le sperimentazioni pittoriche che testimoniano l’evoluzione e la ricerca creativa di Novelli, con opere che suscitano l’attenzione dei fruitori grazie alla cura compositiva grafica e all’intervento sulla sensibilità visiva, che invita a riscoprire i colori.

La mostra sarà visitabile gratuitamente fino a domenica 3 maggio 2026, nelle giornate di sabato e domenica dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle 15,00 alle 19,00.

Quell’atroce “voce della fame” che divide il mondo

In mostra al valdostano “Forte di Bard”, oltre 80 scatti fotografici di “Agence France – Press” documentano la piaga della fame per milioni di esseri umani

Dal 14 marzo al 19 luglio

Bard (Aosta)

Ben scriveva nel suo romanzo – reportage del ’49 “La pelle” (riferendosi agli anni di miseria vissuti dalla Napoli del dopoguerra) il gran pratese Curzio Malaparte“Non v’è nulla di umano nella voce della fame”. Quanta verità! E nulla di umano, per l’appunto, ma solo abbruttimento e disperazione, documentano le grida e gli occhi e i volti stravolti di uomini e bambini (quanti bambini!) impegnati nell’ingarbugliato primitivo assalto alle razioni alimentari nel “Centro di distribuzione” a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, cristallizzato nel 2025, in immagini fotografiche che hanno fatto il giro del mondo, dal fotoreporter palestinese Bashar Taleb per “AFP – Agence France Presse”, fra le più antiche e autorevoli agenzie di stampa internazionali. Una fotografia di denuncia realisticamente drammatica. Una delle oltre 80 esposte (sotto il titolo di: “Nutrire il mondo. La sfida globale dell’alimentazione”dal prossimo sabato 14 marzo a domenica 19 luglio presso il sabaudo “Complesso Fortificato” di Bard, a testimonianza di come, a tutt’oggi, in un Pianeta capace di produrre cibo sufficiente per 10miliardi di persone, la fame resti tuttora (proprio come nella Napoli di Malaparte) una “piaga” (“peste” avrebbe detto lo scrittore di Prato) per milioni di esseri umani. Specchio impietoso – questo l’obiettivo della mostra – di un sistema messo oggi a dura prova dall’aumento demografico, dai cambiamenti climatici, da un uso insostenibile delle risorse e dal tragico proliferare a livello inter-continentale di oltre 50 guerre, dall’Africa sub sahariana all’Asia Occidentale (Palestina – Gaza), al Medio Oriente (Iran) e all’Europa orientale (Russia – Ucraina). Un colpo mortale al Pianeta. Tanto che, nel 2026, dicono le cifre ufficiali, la fame nel mondo registra circa 300milioni di persone che soffrono di “insicurezza alimentare acuta” ed oltre 730milioni costretti ad “affrontare la fame”, allontanando l’obiettivo “Fame Zero” prefissato dall’“Agenda ONU 2030”. Il tutto alla luce, però, di un inaccettabile paradosso: mentre intere popolazioni soffrono la privazione, nei Paesi sviluppati l’abbondanza degenera in “spreco sistemico” e patologie legate all’eccesso. “Il cibo è dunque diventato – ci rivela la mostra al ‘Forte di Bard’ – un indicatore di disuguaglianza, passando da diritto fondamentale a esibizione di status sociale”.

La prova? Alcune fra le tante raccontate in rassegna. Che accanto alla miseria umana della succitata foto di Bashar Taleb ci mostra l’oceano spropositato dell’abbondanza alimentare nello scatto del fotoreporter francese Jeff Pachoud a documentazione del Concorso di cucina “Bocuse d’Or” (ideato nel 1987 da Paul Bocuse a Lione) o l’altrettanto lussuoso “di più” di quel principesco “servizio in camera” nello storico Hotel “Lutetia” di Parigi firmato da Stephane de Sakutin, per non dire del “piccante rosso mare” fissato con lucida concretezza durante una gara di “volonterose” mangiatrici di peperoncino all’interno di una sorgente termale nella città di Yichun, in Cina. Ignoto l’autore. Chissà, poveretto, non ci sia finito dentro?

“Questo progetto – commenta la Presidente del ‘Forte di Bard’, Ornella Badery – rinnova la missione del ‘Forte’ come luogo di riflessione sulle principali sfide del nostro tempo. Attraverso le immagini dei fotoreporter di ‘Agence France-Presse’, la mostra propone una testimonianza visiva e uno strumento per riflettere sul paradosso alimentare che vede coesistere la carestia e lo spreco sistematico, invitando a considerare un modello di sviluppo più equo e sostenibile”.

E a lei fa eco Sabrina Rossi Montegrandi, “Director of Business Development Agence France-Presse per Italia, Malta e Turchia”: “Il cibo è il cuore del nostro presente e la sfida del nostro futuro. Con i loro sguardi attenti e necessari, i fotografi dell’ ‘Agence France-Presse’ non si limitano a ritrarlo: lo interrogano, lo mettono in discussione, ci costringono a guardarlo. Attraverso le immagini, il cibo diventa coscienza e responsabilità”.

Dopo “Non c’è più tempo” (2024) e “Contrasti. Racconti di un mondo in bilico” (2025), con il Progetto “Nutrire il mondo”“Forte di Bard” e “Agence France-Presse” proseguono la collaborazione con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico su tematiche di carattere globale che valorizzano il quotidiano lavoro di inchiesta dei fotoreporter di una delle più importanti ed autorevoli “Agenzie di Stampa” al mondo.

Gianni Milani

“Nutrire il mondo”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Dal 14 marzo al 19 luglio

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lun. chiuso

Nelle foto: Bashar Taleb /AFP “Consegna razioni alimentari a Gaza”; Jeff Pachoud/AFP “Chef da tutto il mondo per il Concorso di cucina ‘Bocuse d’Or’”; Anonimo/AFP Photo “Gara di mangiatori di peperoncino in Cina”

La memoria del primo amore e la sostituzione nella mostra dedicata a Diana Markosian

Dal 10 aprile al 6 settembre prossimo, le Gallerie d’Italia di Torino presentano la mostra “Diana Markosian. Replaced”, progetto dell’artista dedicato alla memoria del primo amore e al sentimento della sostituzione. La mostra fa parte di EXPOSED Torino Photo Festival. Diana Markosian è una delle giovani protagoniste della scena fotografica internazionale. Il progetto “Replaced” prende avvio dall’innocenza del primo amore e si sviluppa attraverso luoghi e tempi diversi, tra ricordo e ricostruzione, dove la macchina fotografica diventa al tempo stesso testimone e strumento di indagine emotiva. Nel momento in cui i luoghi e i gesti del passato vengono riattivati, la memoria si rivela instabile, mettendo in discussione l’unicità stessa dell’esperienza amorosa. In un gesto radicale, l’artista di origine armena, nata a Mosca nel 1989, ingaggia un attore per interpretare l’uomo del suo passato e ricostruisce scene di intimità e di rottura muovendosi sul terreno incerto della memoria, dove il desiderio modifica e trasforma i ricordi.
Il lavoro diventa così un atto di riappropriazione della propria storia, un tentativo di abitare ancora, e per un istante, ciò che è stato. Più che un racconto del passato, “Replaced” è un esercizio di presenza: il titolo della mostra significa “sostituito/a”. Nelle immagini vediamo lei come un modello che prende il posto della persona con cui l’amore è finito. Attraverso un film, adattato per la sala immersiva delle Gallerie d’Italia di Torino, e una serie di fotografie che combinano rievocazione, sceneggiatura e autofinzione, l’artista ha ricostruito la relazione durata oltre un decennio, interrogando la fragilità del mito romantico e il disorientamento che segue la sua fine.

Venerdì 10 aprile, dalle 18.30 alle 19.30, si terrà alle Gallerie d’Italia l’incontro “Inside”, in occasione della mostra dal titolo “Diana Markosian. Replaced”, in cui l’artista dialogherà con la curatrice Brandey Estes per approfondire il suo progetto e il processo creativo che lo ha generato.

Attraverso fotografie, installazioni e narrazione autobiografica, “Replaced’ indaga il modo in cui amore, memoria e perdita plasmato la nostra identità, interrogando il senso di appartenenza, i ricordi condivisi e il disorientamento che nasce quando questi vengono riscritti. Durante l’incontro, l’artista racconterà la genesi del lavoro e il percorso che l’ha portata a trasformare un’esperienza personale in una riflessione più ampia, sulla fragilità dei legami e sulla natura mutevole della memoria. L’incontro si svolgerà in inglese.
Sempre alle Gallerie d’Italia, mercoledì 27 maggio, dalle 18.30 alle 19.30, si terrà un incontro con Vito Mancuso. Esiste certamente una necessità biologica nei confronti dell’amore, quale emerge già nella vita degli animali, ma il modo umano non è riducibile alla biologia, è anche sentimento, passione, malinconia, ideale, oscurità e luminosità insieme. Che cosa insegna di noi e del nostro destino?

In occasione della mostra di Diana Markosian, mercoledì 10 giugno prossimo, dalle 18.30 alle 19.30, si terrà un incontro con Valeria Montebello, che esplorerà il modo in cui le relazioni sentimentali continuano a vivere nella memoria anche dopo la loro fine. L’autrice rifletterà su come gli amori passati rimangano presenti come tracce, fantasmi che abitano luoghi, oggetti e ricordi condivisi. Una riflessione sul desiderio, sulla perdita e sui modi in cui ognuno di noi rielabora la fine di una storia amorosa.

In occasione della Giornata Mondiale dell’Arte, le Gallerie d’Italia di Torino invitano i visitatori a fruire di una visita guidata che accompagna il pubblico tra immagini e narrazioni, che trasformano una vicenda personale in una riflessione universale su memoria, identità e fragilità dei legami. La visita guidata è prevista il 15 aprile prossimo dalle 18 alle 19.

Mara Martellotta

EXPOSED Torino Photo Festival: Mettersi a nudo

Dal 9 aprile al 2 giugno prossimo il capoluogo piemontese ospiterà la terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival. Il tema scelto per il 2026 è “Mettersi a nudo”: un invito a guardare dentro di sé e oltre le apparenze, interrogando la relazione tra identità e rappresentazione, corpo e immagine, tra ciò che si mostra e ciò che resta nascosto.

Uno sguardo che attraversa l’intero programma del Festival — con mostre temporanee, incontri, eventi e iniziative diffuse — e che coinvolge artisti e istituzioni nazionali e internazionali, animando sia alcune delle principali sedi culturali torinesi sia diversi spazi distribuiti nell’intero perimetro della città. “Mettersi a nudo” diventa, così, non solo svelamento fisico, ma anche gesto simbolico di autenticità: liberarsi dalle sovrastrutture, mostrarsi per ciò che si è, osservare se stessi e gli altri senza filtri. Una tensione che la fotografia, più di ogni altro linguaggio, sa rendere concreta nella verità di un volto, di un paesaggio, di un corpo, e nella pluralità degli sguardi che li attraversano

Promossa dalla Cabina di Regia della quale fanno parte Città di Torino, Regione Piemonte, Camera di Commercio di Torino, Fondazione Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT in sinergia con Fondazione Arte CRT e Intesa Sanpaolo, e coordinata da Fondazione per la Cultura Torino, la terza edizione di EXPOSED, curata e realizzata da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, intende evidenziare e rafforzare la vocazione di Torino come città della fotografia.

Giunto alla sua terza edizione, il Festival segna un passaggio di fase e definisce con maggiore chiarezza la propria identità, con la direzione artistica di Walter Guadagnini, tra le voci più autorevoli della fotografia contemporanea italiana e internazionale. Non soltanto una piattaforma espositiva, ma un dispositivo curatoriale strutturato, capace di orientare contenuti, linguaggi e relazioni, con un progetto per Torino che unisce qualità curatoriale e partecipazione diffusa, in un dialogo costante tra luoghi, autori e pubblico.

“I giorni che precedono l’inaugurazione di un festival sono sempre quelli più eccitanti – ha dichiarato Walter Guadagnini –  tutto quello che si è immaginato e preparato nei mesi precedenti inizia a diventare realtà, le fotografie salgono sulle pareti, le strutture realizzate per questa occasione danno nuove identità agli spazi e il disegno complessivo comincia a prendere forma, anzi a mettersi a nudo. La terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival è ormai nelle mani del pubblico, la città non solo è invasa dai manifesti e dai banner che pubblicizzano la manifestazione con tutti i suoi luoghi, ma anche dalle fotografie sulle cancellate e sotto i portici, i tuffatori cominciano ad apparire nei luoghi più disparati sui loro enormi billboard 6×3, i primi fotografi cominciano ad arrivare, da lontanissimo e da molto vicino, si misurano le distanze tra le sedi del ‘miglio della fotografia’: un ultimo sguardo al meteo, e che la festa abbia inizio”.

Il programma della terza edizione di EXPOSED propone 18 mostre temporanee indoor e outdoor, insieme a incontri, letture portfolio, proiezioni e altri eventi, realizzati grazie al coinvolgimento delle principali istituzioni torinesi, delle realtà indipendenti e dei protagonisti della scena artistica cittadina, a partire da quattro giorni di inaugurazione (dal 9 al 12 aprile) e attraverso un calendario diffuso che offre una vera e propria immersione nella fotografia di ieri e di oggi.

Il programma delle mostre indoor si articola in un percorso diffuso che attraversa alcune tra le principali istituzioni culturali della città, in quello che si può definire come un vero e proprio “miglio della fotografia”, all’interno del quale sarà possibile passeggiare incontrando la fotografia nelle sue più differenti forme. Il percorso costruisce una trama espositiva capace di mettere in relazione autori affermati e pratiche contemporanee, sguardi storicizzati e ricerche emergenti. Un insieme eterogeneo ma coerente, in cui ogni progetto contribuisce a declinare il tema “Mettersi a nudo” attraverso linguaggi, contesti e prospettive differenti, muovendosi tra dimensione intima e rappresentazione pubblica, tra memoria e costruzione dell’identità. Un percorso che trova la sua dimensione unitaria anche grazie alle soluzioni grafiche e di allestimento pensate – sia per gli interni sia per gli esterni – dallo studio BRH+ di Torino, che ha lavorato in stretta sinergia con la direzione di EXPOSED, ottenendo un risultato che unisce una grande eleganza formale a un’altrettanta fondamentale capacità di comunicazione, all’insegna dell’essenzialità.

Il “miglio della fotografia” può iniziare idealmente da CAMERA Torino e dalla sua Project Room, dove viene presentata la mostra di Toni Thorimbert. Donne in vista, a cura di Walter Guadagnini. Il progetto, nato da un’idea di Luca Beatrice, si presenta come un omaggio di Thorimbert e Guadagnini all’amico prematuramente scomparso. Una selezione di oltre sessanta fotografie, dedicate alla figura femminile e realizzate dal fotografo italo-svizzero in oltre trent’anni di carriera, ritraggono sia figure note sia donne comuni, spaziando tra ritratti ufficiali, scatti privati e fotografie di moda. Come suggerisce il titolo, la mostra mette al centro il volto e il corpo femminile, esaltandone la presenza e l’identità. Due immagini simboliche – quella della madre e quella della figlia del fotografo – sintetizzano il senso del progetto: raccontare la propria vita attraverso la ricerca della bellezza. La mostra continua con uno spin-off nelle sale dell’NH Collection Piazza Carlina con una selezione di una decina di immagini che ruotano attorno alla fotografia “Real Show” del 2006, già molto significativa ai suoi tempi e che oggi appare, se possibile, ancora più struggente e attuale.

Nella Cripta di San Michele Arcangelo, Yorgos Lanthimos. Photographs – a cura di Giangavino Pazzola – presenta l’ampia produzione fotografica del regista greco, rivelando un aspetto meno noto del suo lavoro, caratterizzato da uno sguardo perturbante e concettuale che sottolinea la continuità tra fotografia e cinema. Le opere in mostra nascono dall’atmosfera creativa che ruota attorno a due celebri pellicole recenti, “Poor Things” (2023) e “Kinds of Kindness” (2024), e intrecciano immagini provenienti dalle scene dei film con scatti autonomi, esplorando la dimensione dell’isolamento nelle relazioni contemporanee, del corpo e dello spazio come teatro psicologico. La mostra è realizzata in collaborazione con Città di Torino – Dipartimento Cultura, Grandi Eventi e Promozione Turistica.

Il Museo Regionale di Scienze Naturali, in collaborazione con la Regione Piemonte, ospita Bernard Plossu. Dopo l’estate, a cura di Walter Guadagnini. Le opere esposte sono state realizzate da Plossu tra gli anni Ottanta e gli anni Dieci del Duemila, nelle piccole isole italiane. In oltre trent’anni di viaggi, l’autore trasforma scene ordinarie in visioni intense e sospese nel tempo. Muovendosi tra luoghi come Stromboli e l’Isola d’Elba, Plossu ricerca un dialogo profondo tra uomo e natura. Il suo sguardo, colto e innamorato dell’Italia, unisce letteratura e sensibilità pittorica: ne deriva una fotografia essenziale e poetica, intesa come esperienza di libertà e conoscenza interiore.

Il Circolo del Design accoglie Dean Chalkley. Back in Ibiza e altre storie, a cura di Walter Guadagnini. La mostra riunisce tre serie del fotografo inglese, attivo dagli anni Novanta soprattutto in ambito musicale. La prima è dedicata alla scena britannica tra gli anni Novanta e oggi, con ritratti di icone come Amy Winehouse, Oasis e The White Stripes. Never Turn Back è invece un reportage intimo sul viaggio di un gruppo di ragazzi lungo le coste di Norfolk. A completare il percorso, “Back in Ibiza”, realizzato tra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila, racconta dall’interno l’euforia e l’eccesso dell’isola, offrendo una testimonianza diretta e non nostalgica di quell’epoca.

Al Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, Viva le donne! Il femminismo nelle fotografie di Paola Agosti, a cura di Giangavino Pazzola, celebra uno dei più importanti sguardi sulla nascita del movimento femminista italiano, con un focus su quello romano degli anni Settanta. Attraverso una selezione di ottanta immagini vintage realizzate in bianco e nero da Paola Agosti e materiali d’archivio, l’esposizione restituisce la forza e la radicalità di una stagione di partecipazione collettiva che ha trasformato la società italiana. I cortei e gli spazi identitari diventano teatro di lotte pubbliche e intime, mentre i ritratti catturano gesti e creatività delle donne impegnate per diritti fondamentali, offrendo un racconto vivo in dialogo con le nuove generazioni.

Ai limiti estremi del “miglio della fotografia” si trovano infine due luoghi particolari, le cui mostre riassumono idealmente la volontà di EXPOSED di prendere in considerazione e mostrare la fotografia dalle sue origini sino ai giorni nostri, in un viaggio ideale tra il tempo e lo spazio. Dapprima si giunge alle Gallerie d’Italia – Torino, museo di Intesa Sanpaolo, dove si può visitare, dal 10 aprile al 6 settembre 2026, la mostra Diana Markosian. Replaced, a cura di Brandei Estes. Il progetto, presentato in anteprima assoluta proprio in occasione di EXPOSED, è dedicato alla memoria di un grande amore e al sentimento della “sostituzione”. Attraverso un’esposizione fotografica che combina rievocazione sceneggiata e autofinzione e un film, adattato per la sala immersiva del museo, l’artista – una delle giovani protagoniste della scena fotografica contemporanea internazionale –ricostruisce le dinamiche delle relazioni, interrogando la fragilità del mito romantico e il disorientamento che segue alla loro fine.

Infine, all’Archivio di Stato di Torino, sezione Corte, trovano sede due mostre. Messi a nudo. Auguste Belloc, Wilhelm von Gloeden, Carlo Mollino, a cura di Barbara Bergaglio – realizzata in collaborazione con Museo Nazionale del Cinema – Torino, FAF Toscana – Fondazione Alinari per la Fotografia, Politecnico di Torino, ARIA, Ufficio Gestione del Patrimonio Storico –esplora l’opera di tre figure chiave della storia della fotografia, analizzando l’evoluzione del nudo da esercizio accademico a indagine introspettiva, spesso ossessiva e perturbante, e mettendo in evidenza il forte contenuto erotico che, pur radicato nelle epoche di produzione, continua a sollecitare la sensibilità contemporanea attraverso il piacere voyeuristico degli autori.

Accanto a questa, Ralph Gibson. Self Exposed, a cura di Giangavino Pazzola, realizzata in collaborazione con Paci contemporary Gallery di Brescia, presenta una selezione di settanta opere che attraversano oltre cinquant’anni di carriera, rendendo omaggio a uno dei grandi maestri della fotografia del XX secolo. Il percorso mette in luce l’evoluzione di un linguaggio visivo caratterizzato da contrasti netti, inquadrature audaci e una tensione costante tra astrazione e realtà.

Chiude il percorso indoor “Metamorphosis”, che riunisce i lavori di sei artisti internazionali selezionati dalla piattaforma europea per la fotografia emergente FUTURES Photography, partner culturale per questo progetto. La mostra collettiva e diffusa indaga il tema della metamorfosi come processo di trasformazione individuale, sociale e ambientale, offrendo uno sguardo plurale sulle tensioni che attraversano il nostro tempo. Le opere di Claudia Amatruda (Foggia, 1995), Máté Bartha (Budapest, 1987), Benedetta Casagrande (Milano, 1993), Anna Orlowska (Opole, 1986), Ada Zielinska (Varsavia, 1989) e Yana Wernicke (Berlino, 1990) saranno esposte negli spazi no profit Mucho Mas!, Witty Books, Almanac, Quartz Studio, Cripta747 e Jest, rafforzando una rete di collaborazione tra realtà indipendenti e nuove generazioni di autori nella fotografia contemporanea. La mostra è stata realizzata con il sostegno della piattaforma fotografica europea FUTURES, cofinanziata dal programma «Europa creativa» dell’Unione Europea. Il tema è stato sviluppato da un team curatoriale dedicato composto da tre organizzazioni membri della piattaforma: Světlana Malina (Fotograf Zone, Praga, Repubblica Ceca), Emese Mucsi (Robert Capa Contemporary Photography Centre, Budapest, Ungheria) e Raphaëlle Stopin (Centre photographique Rouen Normandie, Francia). Il progetto è sostenuto da CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia.

Le mostre outdoor estendono il Festival nello spazio urbano, trasformando Torino in una piattaforma espositiva diffusa in cui la fotografia entra in dialogo diretto con l’architettura, i flussi quotidiani e le geografie sociali della città. Interventi eterogenei per scala e linguaggio che, nel loro insieme, ridefiniscono il rapporto tra immagine e spazio pubblico, tra visione e attraversamento. Alcune di queste mostre si trovano all’interno del “miglio della fotografia”, fungendo come una sorta di basso continuo visivo tra una sede e l’altra delle mostre indoor, mentre altre si sviluppano in un’area molto più vasta, fungendo da rimandi costanti e spettacolari al festival, anche nei luoghi più inattesi.

Nella Corte di Palazzo Carignano, grazie alla concessione delle Residenze Reali Sabaude e la collaborazione del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, il 2 aprile ha aperto Torino 4×4.

Fotografie di una nuova era, a cura di François Hébel e Marco Rubiola, un progetto di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia e Fondazione Boscolo: un ritratto innovativo e plurale della città, che intreccia arte, comunicazione e impegno sociale. Attraverso lo sguardo di quattro fotografi – Fabio Bucciarelli, Enrico Gili, Deka Mohamed Osman e Marco Rubiola – e il racconto di quattro realtà attive sui temi dell’inclusione e delle fragilità sociali, l’iniziativa ambisce a innescare un cambiamento percettivo e culturale.

Il Portico di Palazzo Carignano, che si affaccia su Piazza Carlo Alberto, ospita due progetti outdoor strettamente collegati tra loro su dieci stendardi bifacciali, due facce della stessa medaglia. Il progetto è realizzato con il sostegno di Residenze Reali Sabaude e la collaborazione con il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano. L’invenzione di sé. La Contessa di Castiglione, a cura di Alessandro Bollo e Walter Guadagnini, presenta nove ritratti della Contessa – tratti dal celebre “Album Nigra”, conservato nelle collezioni del Museo Nazionale del Risorgimento Italiano – che evidenziano come Virginia Oldoini abbia trasformato la fotografia in uno spazio di sperimentazione identitaria.

Attraverso pose e travestimenti, la Contessa di Castiglione ha anticipato alla metà dell’Ottocento pratiche contemporanee di autorappresentazione, attraverso immagini che sorprendentemente ridefiniscono il rapporto tra individuo, immagine e pubblico.

Accanto a questo progetto troviamo “You Can Have it All” (2019 e 2024) di Karla Hiraldo Voleau, co- curata insieme a Walter Guadagnini, con un testo di Camilla Marrese, sempre realizzata con il sostegno di Residenze Reali Sabaude. La mostra nasce dal dialogo tra due momenti distanti cinque anni tra Grecia e Italia: attraverso fotografia, scrittura e azioni rituali, l’artista trasforma l’esperienza del dismorfismo e della frattura personale in un processo di consapevolezza. Il corpo, inizialmente percepito come limite e ossessione, diventa strumento di resistenza e possibilità. Il progetto si configura così come un percorso di guarigione e autodeterminazione, in cui il corpo è chiamato prima di tutto a essere, e non soltanto a essere guardato.

Sotto i portici di Piazza San Carlo, Paolo Ventura presenta Acrobati 2020–2025, un lavoro realizzato appositamente per questa occasione, curato dallo stesso artista con Walter Guadagnini, ispirato all’archivio di una coppia di acrobati italiani attivi negli anni Trenta. Le fotografie originali raccontano numeri di equilibrismo e, al tempo stesso, il delicato equilibrio dell’amore. Le immagini realizzate da Ventura tra pittura e fotografia ritraggono ora gli artisti isolati in una città metafisica e irreale, panorama ormai consueto nella pratica recente dell’artista. L’installazione, realizzata in collaborazione con Città di Torino – Dipartimento Gabinetto del Sindaco, Ufficio Look of The City, trasforma i numeri circensi in una metafora del corpo, della memoria e della fragilità dei legami.

I portici nord di Via Po, da Piazza Castello a via Rossini, ospitano 5.000 lire per un sorriso. Fotografie dal concorso dell’azienda cosmetica Gi. Vi. Emme, 1939–1941, esposizione curata da Barbara Bergaglio, realizzata in collaborazione con Fondo Villani Scarpellini e Città di Torino – Dipartimento Gabinetto del Sindaco, Ufficio Look of The City. I volti di italiani e soprattutto italiane sorridenti che accompagneranno i passanti in via Po provengono dal Fondo Villani Scarpellini e sono state realizzate in occasione del concorso ideato da Dino Villani e Cesare Zavattini come operazione di marketing, che invitava i partecipanti a inviare un ritratto sorridente. Il successo fu immediato, con premi di lusso e una partecipazione diffusa in tutto il Paese. Dopo l’interruzione dovuta alla guerra, il concorso riprese nel 1946 come La bella d’Italia, assumendo poco dopo il nome definitivo di Miss Italia.

Il Museo Nazionale del Cinema presenta sulla cancellata della Mole Antonelliana FUORICAMPO. Il cinema svelato, con venti immagini di grande formato tratte dalle proprie collezioni. Le fotografie mostrano visioni sorprendenti di uomini in peplo vicini a macchine da presa, di personaggi medievali intenti a leggere quotidiani sportivi, di luci e scenografie, rivelando il dispositivo che costruisce la visione cinematografica. Il percorso restituisce il cinema come esperienza viva del Novecento: dal muto di Cabiria ai colossal come Ben-Hur e Cleopatra, fino agli anni Sessanta e Settanta, quando cambiano tecnologie e linguaggi ma resta l’energia dei set.

Grazie alla collaborazione con la Città Metropolitana di Torino, un’altra cancellata, quella del Giardino storico di Palazzo dal Pozzo della Cisterna ospita una mostra, curata da Barbara Bergaglio, dedicata esplicitamente a Torino e alle sue collezioni.

La mostra, dal titolo La città in fotografia – La fotografia in città, presenta infatti una decina di immagini di grande formato tratte da diverse collezioni pubbliche cittadine, a partire dalla storica “Veduta della Gran Madre di Dio” realizzata l’8 ottobre 1839 da Enrico Jest, uno degli incunaboli della fotografia nel nostro paese, per giungere sino ai giorni nostri, intrecciando storia della fotografia, della   città e delle sue collezioni. Cripta747, insieme ad EXPOSED Torino Photo Festival, presenta Mark Leckey, Catabasis al piano – 2 del Parcheggio GTT Valdo Fusi, Torino. A cura di Cripta747 e Caterina Avataneo, il progetto è un lavoro fotografico che esplora il sottosuolo come luogo atemporale di espressione, sperimentazione e immaginario collettivo. La commissione consiste in un intervento site-specific di Mark Leckey che collassa le distinzioni tra ordinario e straordinario nello spazio urbano, restando sospeso tra memoria, sottocultura e fantasia. Il progetto è realizzato con il sostegno di Regione Piemonte e Fondazione CRT; in collaborazione con GTT; promosso da Città di Torino, con il patrocinio di Circoscrizione 1.

Ventisei cimase diffuse nella città ospitano I Tuffatori (6×3), a cura di Walter Guadagnini. Si tratta di una mostra collettiva a cielo aperto che si sviluppa su ventisei billboard urbani, dedicata principalmente a giovani autrici e autori, tra i quali Federica Belli, Silvia Camporesi, Sara Lorusso, Claudio Majorana, Zoe Natale Mannella, Fabio Paleari, Camillo Pasquarelli, Leila Erdman Tabukashvili, con la partecipazione straordinaria di Walter Pfeiffer, il celebre fotografo svizzero protagonista della mostra In Good Company alla Pinacoteca Agnelli, aperta dal 30 aprile durante i giorni di EXPOSED. Il titolo rende omaggio a Il tuffatore di Nino Migliori, il grande maestro della fotografia italiana che si avvia al compimento dei suoi cento anni di vita, e ne riprende il valore simbolico: acqua, corpo e immersione diventano il filo conduttore di un percorso che trasforma le arterie urbane in spazi di immaginazione, dove la nudità si configura come esperienza fisica e gesto simbolico di esposizione.

Mara Martellotta

Oltre l’opera, Morabito: l’arte tra bellezza, valore e responsabilità legale

L’INTERVISTA

L’avvocato Simone Morabito è partner fondatore dello studio legale e tributario Morabito, con sede a Torino in piazza Statuto 10. Lo studio è specializzato in diritto dell’arte, pianificazione patrimoniale, questioni giuridiche italo-francesi, successioni e diritto commerciale.

Avvocato Morabito, partiamo dall’inizio: come sta il mercato dell’arte oggi, in Italia e all’estero, sia dal punto di vista giuridico sia creativo?

Il mercato dell’arte attraversa una fase di straordinaria complessità che, per chi la conosce davvero, rappresenta un’opportunità unica. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una trasformazione profonda. Non si parla più soltanto di comprare e vendere un’opera, ma di gestire un asset con implicazioni fiscali, successorie, regolatorie e reputazionali che si estendono su più giurisdizioni contemporaneamente. Sul piano internazionale, il mercato ha retto bene, meglio di quanto molti si aspettassero, nonostante l’inflazione e l’incertezza geopolitica. Il segmento delle opere di alta gamma, quelle dai cinquecentomila euro in su, ha mostrato una resilienza notevole, sostenuto da collezionisti ultrapatrimoniali che continuano a vedere nell’arte una riserva di valore alternativa, spesso più  affidabile dei mercati finanziari tradizionali in certi momenti ciclici. Ma attenzione: questo è anche il segmento più esposto sul piano legale. La normativa antiriciclaggio, in Italia il D. Lgs. 231/2007 aggiornato in recepimento delle direttive europee, impone oggi obblighi di adeguata verifica della clientela che riguardano i commercianti d’arte per transazioni superiori ai diecimila euro. Chi opera senza una struttura legale adeguata si espone a rischi seri, non soltanto teorici. Sul fronte della provenienza, la pressione internazionale è cresciuta enormemente. Le grandi case d’asta, da Christie’s a Sotheby hanno rafforzato i loro uffici di due diligente. I musei rifiutano acquisizioni senza una catena documentale robusta. E i governi di Germania, Austria, Italia medesima, hanno intensificato i controlli sull’esportazione dei beni culturali. Il Codice dei Beni Culturali Italiani, il D. Lgs. 42/2004, è uno strumento potente e spesso sottovalutato, perché blocca esportazioni, crea diritti di prelazione dello Stato, impone obblighi dichiarativi che molti collezionisti ignorano fino a quando non si trovano in difficoltà. Dal punto di vista creativo trovo che ci sia una vitalità autentica nel panorama contemporaneo, anche se il mercato delle opere emergenti è diventato estremamente volatile. Abbiamo assistito ad ascese vertiginose e cadute altrettanto rapide, artisti promossi quasi come prodotti finanziari. È un fenomeno che mi preoccupa culturalmente, ma che sul piano giuridico crea anche contenziosi interessanti, soprattutto nel diritto d’autore e nella tutela della reputazione dell’artista.

Lei vive e lavora a Torino? Come valuta lo stato dell’arte contemporanea in questa città?

Torino ha un rapporto con l’arte contemporanea che non ha paragoni in Italia, e sono convinto che questa affermazione regga anche il confronto europeo. Questa città ha dato i natali all’Arte Povera, uno dei momenti più significativi del Novecento a livello globale, e ha costruito nel tempo un ecosistema istituzionale di primissimo livello. Il Castello di Rivoli è un museo di arte contemporanea di rilevanza internazionale autentica. La GAM ha una collezione che pochissime istituzioni pubbliche italiane possono eguagliare in quel segmento. La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo è un soggetto privato che molte capitali europee ci invidiano. Le OGR hanno dimostrato che la riconversione culturale di spazi industriali può generare attrattività e identità al tempo stesso, e poi c’è Artissima, che per me rimane la fiera d’arte contemporanea più intelligente d’Italia. Non la più grande, ma la più curata. È il tipo di manifestazione che attira un collezionismo qualificato, esigente, internazionale, esattamente il tipo di collezionista con cui il mio studio si interfaccia personalmente. Il problema di Torino non è la qualità dell’offerta culturale, ma la narrazione. La città fa cose straordinarie nel contemporaneo, ma fatica a raccontarle con la forza che meriterebbero. Milano ha imparato a vendersi meglio, ma non sempre ha di più da offrire.

Il suo rapporto con Torino è una scelta o un destino?

È diventata una scelta consapevole. Questa è la risposta più onesta. Ho avuto la possibilità, nel corso della mia carriera, di aprire strade altrove, a Parigi in particolare, data la forte dimensione italo-francese del mio studio. Ho scelto di restare qui e di costruire qui perché Torino offre qualcosa che le grandi metropoli hanno perso: la possibilità di essere un punto di riferimento riconoscibile in un tessuto che ha ancora dimensioni umane, ma con accesso diretto ai mercati internazionali. Il mio studio è in piazza Statuto, a pochi passi dal centro. Lavoro con collezionisti, famiglie, gallerie e istituzioni che si trovano a Torino, Milano, Parigi, New York, Vienna e Zurigo. La dimensione locale e quella internazionale non si escludono, credo che oggi il valore aggiunto di un professionista stia proprio nella capacità di coniugarle. Torino mi ha formato nel rigore, in una certa sobrietà piemontese che preferisce la sostanza alla forma, e questa nel diritto dell’arte e nella pianificazione patrimoniale è una qualità che i clienti conoscono e apprezzano.

Una domanda più scomoda: Torino ha aree in degrado crescente…può l’arte fare qualcosa di concreto? Quali sono gli antidoti?

È una domanda che mi sta a cuore, perché tocca un nodo che ha anche risvolti giuridici e di politica pubblica, non soltanto culturali. La risposta breve è: si, l’arte può fare qualcosa di concreto, ma a una condizione precisa, che non sia usata come copertura estetica al degrado strutturale irrisolto. Quando l’arte diventa un modo per nascondere una situazione  priva di veri interventi sul tessuto sociale ed economico, non solo non aiuta, ma rischia di diventare strumento di una gentrificazione che aggrava le disuguaglianze anziché ridurle. Ho visto però esempi positivi: Torino ha sperimentato l’arte pubblica – penso a Luci d’Artista, ma anche a progetti di arte urbana nei quartieri Aurora e Barriera di Milano – con risultati che nel lungo periodo hanno contribuito a far nascere una percezione diversa di certi spazi. Non si tratta di magia, ma di un investimento culturale costante. Quello che manca, e qui parlo in quanto avvocato che conosce la materia contrattuale e regolatoria, è un quadro stabile di incentivi fiscali e di concessioni di spazi pubblici che rendono conveniente per soggetti privati (fondazioni, gallerie, collezionisti illuminati) investire in presenza culturale nelle aree periferiche. In Francia esistono meccanismi di defiscalizzazione per il mecenatismo culturale: la Loi Aillagon, che hanno prodotto risultati misurabili. In Italia siamo ancora indietro, nonostante il Tax Credit Cultura e l’Art Bonus abbiano aperto una strada. Si può fare molto di più. Questa è una materia su cui sono disponibile a lavorare con le istituzioni pubbliche torinese e piemontesi, se c’è una volontà politica reale. La cornice normativa esiste, si tratta i usarla con intelligenza.

Da esperto che opera su scala internazionale, riscontra differenze significative nel mercato dell’arte tra Torino e città come Milano o Roma?

Differenze significative si, e sono differenze che chi opera in questo settore deve conoscere perfettamente, perché cambiano le strategie legali, commerciali e comunicative. Milano ha il mercato più liquido, una concentrazione di gallerie commerciali di alto profilo, una rete di collezionisti imprenditoriali che ragionano sull’arte anche come location. È una connessione naturale con il mondo della moda, del design e della comunicazione che genera visibilità internazionale. Il sistema Milano riesce ad attrarre acquirenti stranieri con una facilità che le altre città italiane faticano a replicare. Sul piano legale, a Milano si gestiscono operazioni di compravendita di taglio più elevato, e con controparti internazionali più frequenti. Roma ha un carattere diverso: il mercato romano è più istituzionale, più legato al circuito dei musei, delle sovrintendenze, del collezionismo storico. È anche il luogo dove il rapporto con la pubblica amministrazione diventa ineludibile, e dove le questioni di vincolo culturale, prelazione statale e autorizzazione alle esportazioni si gestiscono quotidianamente con un’interlocuzione con il Ministero della Cultura, che a Torino e a Milano è meno frequente. Chi ha esperienza nelle procedure davanti sa quanto può essere critica la tempistica. Torino occupa una posizione peculiare: ha una tradizione che riguarda il contemporaneo che Milano non possiede nella stessa misura, oltre a un mercato interno di collezionismo colto e discreto. La discrezione è una caratteristica piemontese anche nel possedere arte. Il prezzo medio per opera è spesso inferiore rispetto a Milano, ma la qualità del dialogo tra gallerie, istituzioni e collezionisti è elevata. Artissima continua ad essere un momento in cui Torino torna a essere visibile globalmente. Quello che manca a Torino è un ecosistema di servizi legali e finanziari specializzati sull’arte che sia comparabile a quello milanese. Questo è uno spazio in cui il mio studio si è posizionato deliberatamente: offrire ai clienti internazionali che passano per Torino un livello di consulenza legale e patrimoniale sull’arte che, fino a poco tempo fa, richiedeva necessariamente di andare a Milano, Londra o Ginevra.

Mara Martellotta

Eterni nel tempo… quei magnifici “Ritratti del XX secolo”

“Da Felice Casorati a Carol Rama: le Collezioni della Fondazione Bottari Lattes e oltre”, in mostra alla “Fondazione” di Monforte d’Alba

Fino al 17 maggio

Monforte d’Alba (Cuneo)

“Niente al mondo può essere paragonato al volto umano. E’ una terra che non ci si stanca mai di esplorare”. Mi sono capitate a fagiolo sotto gli occhi e per la giusta occasione, queste sagge parole del danese Carl Theodor Dreyer, regista e critico cinematografico, fra i massimi esponenti della cinematografia mondiale del ‘900. Parole che dal mondo prettamente cinematografico a quello più ampio delle arti visive in genere (pittoriche, grafiche e scultoree) mi trovano assolutamente concorde e che, forse, sarebbero state ben accette dallo stesso Mario Lattes, editore, scrittore, pittore e fra i massimi intellettuali del secolo scorso, al cui enorme interesse per la “Ritrattistica” – quale artista e acuto collezionista – fa riferimento la mostra attualmente, e fino a domenica 17 marzo prossimo, aperta alla “Fondazione Bottari Lattes” (a lui dedicata dalla moglie Caterina Bottari Lattes nel 2009) a Monforte d’Alba (Cuneo). Curata da Francesco Poli, la rassegna “Ritratti del XX secolo. Le collezioni della Fondazione Bottari Lattes e oltre”, assembla – tra dipinti, incisioni e sculture – più di cinquanta opere (volti fieramente reali e altri di immaginaria interpretazione) realizzate in primis dallo stesso Mario Lattes (Torino, 1923 – 2001) e altre appartenenti alle sue “Collezioni”, in un dialogo serrato ed emotivamente coinvolgente con alcuni tra i più importanti Maestri del ‘900.

Per Lattes, la “ritrattistica” ha sempre ricoperto uno spazio importante, e abbondantemente “coccolato” nell’ambito della sua complessiva produzione artistica, proprio come strumento in cui meglio affondare quelle insanabili ferite dell’anima, derivate dal suo essere parte ben sensibile, sia pure nell’ottica di una laicità mai negata, di quell’ebraismo su cui la storia s’è in passato accanita con inaudita spietatezza. Drammi talmente grandi ed insopportabili da trasformarsi in alcuni dipinti di Lattes (non meno che nelle sue opere letterarie) in pagine di inspiegabili e amare “riflessioni”, ironiche e sarcastiche, dove mai però ci verrebbe il ghiribizzo di riderci su. Solo un sorriso amaro, come per il suo memorabile “Autoritratto con cappello, marionette e uccello” del 1990, in cui l’autore si rappresenta circondato da marionette, fantocci e uccellacci. Capocomico e burattinaio o parte egli stesso dello stravagante teatrino? Passione che genera da lontano, fin dal 1947, anno della sua prima mostra a “La Bussola” di Torino, Mario Lattes disegna e dipinge “Ritratti” con “incisiva attenzione all’identità individuale”, spaziando da situazioni più “intimistiche” (come nel caso dei famigliari) a quelle fortemente espressioniste, visionarie e surreali (con forti richiami a mondi pittorici che vanno da Odilon Redon al belga “pittore delle maschere” James Ensor o alle “funamboliche geometrie” di Klee), come succede con quel ceruleo (su fondo nero) graffiato e disturbato “Volto di Franz Kafka”, derivato da una foto ma “trasfigurato in una enigmatica atmosfera lunare”. Dalle prime prove di vagheggiata informalità (Anni ’50-’60), alla crudezza fuggitiva di personalissime prove surreal-espressioniste, è proprio vero, “Lattes – come di lui scriveva Marco Vallora – è sempre là, dove non te lo attendi, anche tecnicamente”. La comprensione dei suoi “Ritratti” e delle sue opere in genere va sempre oltre ciò che l’artista ti presenta in parete, per portarti in oscuri spazi dell’inconscio difficili da esplorare. Solo “suoi”. A noi lasciarci avvolgere da quell’aura di sublime arruffato mistero che è il “suo” e solo “suo” piccolo-grande universo. Accanto al quale, gravitano in mostra (figure amiche!) anche altri ritratti provenienti dalle Collezioni della stessa “Fondazione Bottari Lattes” insieme a quelle di altre Gallerie, con opere realizzate da pittori e scultori del suo stesso “contesto artistico”. La selezione comprende quindi dipinti di Felice Casorati, di esponenti del torinese “Gruppo dei Sei” come Jessie BoswellFrancesco Menzio (suo un piccolo “ritratto della moglie”) e Carlo Levi (bizzarro il suo onirico “Risveglio -un solo occhio aperto- con la madre”), accanto ad altri di Luigi SpazzapanItalo Cremona (bel bello in canottiera) e Mario Calandri, affiancati da tre notevoli pittrici come Nella MarchesiniDaphne Maugham e l’estrosa Carol Rama. Tra le incisioni, le nitide fisionomie dell’amico ceco Jiri Anderle (famoso per le sue “mezzature”) e un sintetico volto di Mario Surbone. Tre le sculture esposte: una preziosa testa femminile in cera di Giacomo Manzù, di forte ispirazione impressionista alla Medardo Rosso; una figura quasi astratta di Sandro Cherchi e un ritratto con forti richiami al cubismo di Mario Giansone.

Mostra di stupefacente ricchezza poetica, in cui le opere di Lattes fanno da sapiente “collante” a “Ritratti” accomunati in un unico gioco o “teatrino” di similitudini e diversità capaci, in ogni caso, di guidarti lungo sentieri dell’anima di assoluta piacevolezza e magiche suggestioni.

Gianni Milani

Per info: “Fondazione Bottari Lattes”, via Marconi 16, Monforte d’Alba (Cuneo); tel. 0173/789282 o www.fondazionebottarilattes.it

Nelle foto: Allestimento Mario Lattes “Ritratto blu, Kafka”, anni ’60 e Carlo Levi “Risveglio con la madre”, 1973; Mario Lattes “Autoritratto”, 1990; Italo Cremona “Autoritratto”, 1950 ca.; Giacomo Manzù”Testa”, cera, 1935

“Wildlife Photographer of the Year 2025” al “Forte di Bard”

Le migliori fotografie naturalistiche scattate oggi nel mondo

Fino al 12 luglio

Bard (Aosta)

L’immagine è davvero spettrale. Terrifica ed inquietante. Provate ad immaginarvi in quel contesto. Notte fonda e voi in mezzo a una iena bruna, la più rara al mondo e dall’aspetto assai poco rassicurante, e una città fantasma scheletrica, Kolmanskop in Namibia, un tempo (specificano opportune note) sede di importanti miniere di diamanti. Per carità, tranquillizatevi! Trattasi solo di una foto. Ma che foto! Uno scatto di infinita qualità tecnica, di infinito intuito e di … infinita pazienza! Pensate che l’autore, il fotografo sudafricano Wim van den Heever si dice abbia impiegato, dopo aver rinvenuto tracce ed escrementi del povero animale, ben dieci anni per catturare lo scatto perfetto. Alla fine, la “foto-trappola” ha fatto il suo dovere. E la pazienza davvero “da Giobbe” del fotoreporter, tradotta nell’immagine dal titolo “Ghost Town Visitor” (“Visitatore della città fantasma”), gli ha fatto portare a casa il prestigioso titolo del 61° “Wildlife Photographer of the Year”, assegnato dal “Museo di Storia Naturale” di Londra.

Titolo largamente meritato in un oceano di fotografie che quest’anno ha registrato oltre 60mila candidature da parte di fotografi di ogni età e livello di esperienza, provenienti da 113 Paesi. Le opere sono state giudicate in forma anonima per creatività, originalità ed eccellenza tecnica da una “Giuria internazionale” di esperti e molte le troviamo, anche quest’anno, esposte, fino a domenica 12 luglio, al sabaudo “Forte di Bard”“L’esposizione – spiegano gli organizzatori – accende i riflettori su immagini potenti e affascinanti che catturano comportamenti animali poco noti, specie spettacolari e contesti naturali molto diversi tra loro. Utilizzando l’esclusivo potere emotivo della fotografia, le immagini condividono storie e specie da tutto il mondo, incoraggiando un futuro di difesa del pianeta”.

Soffermiamoci su alcune, in particolare. Certamente fra le più significative. Di toccante e tenera narrazione è ad esempio lo scatto “Orphan of the Road”, vincitore dell’“Impact Award” di quest’anno e realizzato dal brasiliano Fernando Faciole che documenta l’immagine davvero straziante di un cucciolo di “formichiere gigante” rimasto orfano a seguito di un incidente stradale che docilmente segue, ferito alle zampe anteriori, il suo custode dopo la poppata serale in un centro di riabilitazione. Guarito e capace di cavarsela da solo, il povero cucciolo sarà rilasciato in natura.

Di tutt’altro tenore “End of the Round-up”, il portfolio (“Premio per il miglior reportage”) del fotoreporter spagnolo Javier Aznar Gonzàlez de Rueda che descrive il complesso rapporto tra l’uomo e i “serpenti a sonagli” negli States. Immagini attraverso le quali Gonzàlez de Rueda sperava e spera di sensibilizzare la popolazione americana a proteggere questi serpenti, ormai in lenta via di estinzione e in alcuni Stati ancora oggi fortemente demonizzati, eppure oggetto di studio per la medicina d’avanguardia nonché di interesse economico per la vendita delle carni e della pelle.

E dei fotografi italiani? Chi mai troviamo sul podio?

Primo fra tutti in maglia “bianca-rosso-verde”, il giovanissimo talento, originario di Velletri, Andrea Dominizi, vincitore assoluto del prestigioso Premio (“Young”) per fotografi naturalisti di età pari o inferiore ai 17 anni. La sua immagine “After the Destruction” “Dopo la distruzione”) racconta una toccante storia di perdita di habitat, quella di un coleottero delle specie “Cerambycidae” in un’area disboscata, incorniciata da macchinari ormai abbandonati, sui Monti Lepini, le alture calcaree site fra le province di Latina, Roma e Frosinone. Gli altri italiani che si sono distinti al concorso sono: il sudtirolese Philipp Egger, vincitore nella categoria “Ritratti di Animali” con lo scatto “Shadow Hunter” (“Cacciatore di ombre”), rappresentante un “gufo reale” nelle montagne di Naturno (Bolzano) che emerge dal buio con il luccichio arancione degli occhi e la luce della sera sulle piume, e tre finalisti con “menzione d’onore”: Fortunato Gatto con “The frozen swan” (“Il cigno congelato”) nella categoria “Arte della natura”, Roberto Marchegiani con “The calm after the storm” (“La calma dopo la tempesta”) e “Shadowlands” (“Terre d’ombra”) nella categoria “Animali nel loro ambiente” e Gabriella Comi con “Wake-up call” (“Sveglia”) nella categoria “Comportamento: Mammiferi”.

Gianni Milani

“Wildlife Photographer of the Year”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino al 12 luglio

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lun. chiuso

Nelle foto: Wim van den Heever “Ghost Town Visitor”; Fernando Faciole “Orphan of the Road”; Javier Aznar Gonzàlez de Rueda “End of the Round-up”; Andrea Dominizi  “After the Destruction”

“Sia Luce”

Si celebra anche attraverso l’arte, nel quattrocentesco “Duomo – Cattedrale di Santo Stefano” di Biella, la Santa Pasqua di Resurrezione

Da marzo a domenica 7 giugno, giornata del “Corpus Domini”

Biella

“Immagini di soglia”. Così sono state, a ragione, definite le opere del chioggiotto Riccardo Albiero, solo due, esposte nella maestosa solennità della quattrocentesca “Cattedrale di Santo Stefano” a Biella (fatta costruire dalla Comunità locale nel 1402, a seguito di un voto fatto alla Madonna di Oropa per la scampata pestilenza del 1399 e diventata “Cattedrale” nel 1772, con la titolazione della “Città della Lana” a sede vescovile) in quel tempo pasquale che tradizionalmente invita a riflettere sul passaggio “dalla notte alla luce”, “dalla morte alla vita”. Attraverso “immagini di soglia”che sono “preghiera muta” e “apparizione fugace”, per l’appunto. Solo due, si diceva, perfettamente inserite nel Progetto “Sia Luce”, promosso dalla “Parrocchia di Santo Stefano” (patrono di Biella), a cura di Irene Finiguerra per “BI-BOx – APS”, nell’ambito del Bando “CulturHUB” di Città e Cattedrali e della “Consulta Regionale per i Beni Ecclesiastici”. “The Silent Choir” (“Il suono del silenzio”, olio e acquerello su tela, di grandi dimensioni) e “A Sorrowful Charm” (“Un fascino doloroso”, olio su tavola), i titoli dei dipinti, entrambi datati 2025, entrambi espressione tecnicamente rigorosa di “un universo silenzioso e contemplativo dove la pittura si fa gesto spirituale, evocazione ed offerta”.

In tal senso, é da leggersi la pittura di fragile realismo, pur nella tecnica di perfetta definizione, di Riccardo Albiero. Figura ascetica, le braccia lungo i fianchi, una postura composta in silente, intima preghiera nel suo fisso osservarci quali amichevoli presenze cui chiedere gesti di comune devota condivisione, quella del giovane (autoritratto?) dallo sguardo profondo e penetrante di “The Silent Choir”. Alle sue spalle un “telo sospeso” (quasi sipario teatrale) in cui vediamo muoversi “ombre di colombe in volo” (simbolo eterno di pace cristiana e riconciliazione divina), riflesse in un gioco di smosso chiaro-scuro nell’ampia camicia chiusa ai polsi, fiori appena accennati nella delicatezza di morbide cromie e un “cardo” disegnato in basso a sinistra. Il volto del giovane “non descrive un’ identità definita–sottolinea Irene Finiguerrama una presenza interiore, come una figura che affiora come memoria dell’anima, come tracce di un mistero che non si lascia afferrare ma solo intuire”. E mistero, realtà simbolica è ancora il “cardo” che si ripete da “The Silent Choir” al più piccolo “Sorrowful Charm”, dove appare tenuto in mano forse dallo stesso giovane del precedente dipinto. Anche qui, non semplice  grafica ornamentale di una comune “pianta” erbacea, ma, in ambito religioso, elevato simbolo associato al dolore, alla corona di spine e alla passione del Cristo, del Cristo che si fa uomo e assume su di sé la maledizione della Genesi per redimere l’umanità. Ancora Irene Finiguerra:“Queste opere parlano a chi crede, ma anche a chi è in ricerca. A chi riconosce nel tempo pasquale un mistero di fede e a chi, semplicemente, attraversa la Cattedrale in cerca di silenzio. Non chiedono appartenenza, ma disponibilità all’ascolto. In un tempo spesso segnato dal rumore e dalla fretta, invitano a sostare senza difese, a lasciarsi toccare da una luce che non impone risposte ma apre domande. Fino a giugno, nel tempo disteso che segue la Pasqua e conduce verso la pienezza della luce estiva, queste immagini continuano a parlare di vita che rinasce e di presenza che si fa discreta. Non proclamano, non spiegano: accompagnano. Sono come preghiere mute affidate alla pittura, offerte silenziose che chiedono soltanto di essere accolte”.

Preghiere. Preghiere che fanno volare alto sentimenti d’amore. E che, personalmente, mi sollecitano ricordi e domande su altre accorate musicali invocazioni:

“Ti guardo camminare in chiese così alte/Ti sento parlare e fai esplodere il mio cuore/Sento il …/Sento il coro silenzioso/

E tu, ti prendi cura di me?/E tu, pensi mai a me? …/

Invocazioni, interrogativi riportati in musica “stile – coldwave” nel brano “The Silent Choir” (stesso titolo del dipinto di Albiero) pubblicato nel 2018 dal duo musicale svizzero-britannico degli “Lebanon Hanover”. Puro caso? Mia casuale suggestione? O anche per Riccardo Albiero, fascinosa fonte d’ispirazione? In ogni caso, restano le motivazioni di un dolce incantesimo e “la connessione profonda tra anime solitarie – come si è scritto – che non hanno bisogno di parole per comprendersi”.

“Sia Luce”

Il Progetto mette al centro del suo interesse il complesso della “Cattedrale di Biella”, come fulcro della spiritualità della città e del suo territorio. Dall’ottobre del 2019, anno di nascita del progetto a oggi, sono state più di settanta le iniziative ospitate. “Sia Luce” è dunque un’occasione per approfondire la conoscenza della “Cattedrale” e di tutto il complesso di “architettura sacra” che si è sviluppato, su Piazza Duomo, nel corso dei secoli. Una periodica esposizione di opere d’arte contemporanee legate al tema del “sacro” consentono di integrare e far dialogare i beni artistici che la “Cattedrale” o il “Battistero” custodiscono con un linguaggio nuovo e accattivante.

Per info: tel. 392/5166749 o info.bibox@gmail.como www.bi-boxartspace.com

Gianni Milani

 

Nelle foto: Allestimento interno opere Riccardo Albiero; “The Silent Choir”; “A Sorrowful Charm”; Biella, Piazza Duomo (Ph. Davide Corona)

Dal 10 al 17 aprile, negli spazi di Ad Maiora Art, arriva “Echi di colore”

Dal 10 al 17 aprile, negli spazi di Ad Maiora Art, arriva “Echi di colore”, mostra collettiva a ingresso libero dedicata alla pittura contemporanea.
L’esposizione propone un percorso tra stili e sensibilità diverse, offrendo uno sguardo dinamico sull’arte attuale. «Un onore ospitare artisti così brillanti», commenta Alessio Torzi. Gli fa eco Andrea De Benedictis, sottolineando come l’arte sia «viva e attiva».
In mostra opere di Chiara Puddu, Christian Conti, Daniela Ciuperca, Iryna Kyrychenko, Nat Clegg, Giovanni Raso, Gerardo Fragnito, Susanna Bianchi, Roberto Cantamessa e Alessandro Venturino.

ENZO GRASSANO