ARTE

Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte
L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare. Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso.

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

 

Articolo 7. Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità

Dopo tutto questo camminare e guardare e ammirare i luoghi splendidi della nostra città, sarà sicuramente venuta un po’ di sete. In questo articolo vi propongo una meritata sosta, magari in uno dei bar storici nel centro di Torino, e una volta scelto il luogo, vi offro un altro consiglio: perché non ordinare un Vermouth? Per i forestieri che non lo sapessero, il Vermouth è un vino aromatizzato ed è uno degli alcolici italiani più conosciuti e ricchi di storia. I puristi lo ordinano liscio, a 12 gradi, con due cubetti di ghiaccio, una fetta d’arancia e la buccia di limone “strizzata” sopra il bicchiere. I sospettosi nei confronti dei gusti nuovi, potrebbero ordinare un Negroni, (vermouth rosso, bitter e gin), o un Manattan, (vermouth dolce, bourbon e angostura) oppure un Martini dry (vermut dry e gin). La bevanda in questione nasce nel 1796, quando Antonio Benedetto Carpano, nella sua bottega di Torino, prova a miscelare un’infusione di erbe e radici con il vino. Il successo, come qualsiasi cosa che affondi le proprie origini nella città sabauda, è legato al favore della famiglia reale, entusiasta consumatrice di questo “vin Amaricà”, ( di qui l’Americano), e in particolar modo alla figura di Vittorio Amedeo III.


L’origine è antichissima, già in alcuni testi palestinesi si dice di un vino reso più gradevole dall’aggiunta di assenzio. Secondo altri il Vermouth viene inventato da Ippocrate, che aromatizza il suo vino con erbe, spezie e miele. Anche in Grecia e a Roma c’è l’usanza di aggiungere al vino infusi di erbe, abitudine che si protrae per tutto il Medioevo e diviene usanza tipica quando i numerosi arrivi di spezie dall’Oriente giungono alla portata della maggioranza della popolazione. Dal mondo antico Antonio Benedetto Carpano prende spunto e nella sua bottega di piazza Castello addiziona il Moscato di Canelli con alcune erbe: il suo esperimento assume il nome di Vermouth, dal tedesco Wermut, che significa assenzio, o artemisia maggiore, che è l’ingrediente caratteristico della nuova bevanda. In pochissimo tempo la sua bottega diviene il locale più frequentato di tutto il capoluogo piemontese. È dunque dal 1700 che il Vermouth è una eccellenza italiana, torinese nello specifico, e inizia ad essere prodotto nelle aziende più note, dalla stessa Carpano, fino alla Cinzano e alla Martini&Rossi, senza che vengano apportate mai grandi modifiche rispetto al procedimento artigianale e originale.

E se una canzone di De Andrè recita: “Ma una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale”, alla nuova bevanda un po’ di pubblicità non può che far comodo. La comunicazione pubblicitaria si sviluppa parallelamente alle esigenze economiche, sociali, politiche e culturali di un paese. Al termine del XIX secolo l’Italia è ancora un paese prevalentemente agricolo, con una situazione di povertà diffusa, dilaniato da differenze socio-economiche tra il Nord e il Sud e un’alta percentuale di analfabetismo. Le prime comunicazioni pubblicitarie (réclame) si diffondono con la nascita dei giornali, tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, di cui occupano le ultime pagine. Si tratta inizialmente di disegni e scritte, i testi sono semplici e posti al modo imperativo: “Bevete”, “ Al vostro farmacista chiedete”. Per la diffusione del nuovo stile si dimostra basilare il progresso delle tecniche fotografiche, litografiche e tipografiche. La grafica pubblicitaria ricreata in Francia da Toulous Lautrec e Jules Cheret a “nuova arte” è per l’Italia spunto di rinnovamento: Carpanetto, Villa, Metlicovitz, Beltrame, Umberto Brunelleschi, Dudovich e tanti altri cartellonisti aiutano la diffusione dei marchi (brand) dell’emergente produzione industriale e artistica, portando alla conseguente ascesa di nuovi status symbol: l’automobile, l’abbigliamento, la villeggiatura, i generi alimentari come l’olio Sasso illustrato da Plinio Novellini. Altri artisti hanno invece l’intuizione di dedicarsi all’elaborazione di immagini di prodotti, quali la serie della Fiat, del Campari o dei grandi magazzini. Le immagini pubblicitarie diventano una sorta di antologia dello stile di vita identificato con l’espressione Belle Époque.

La dinamicità del settore dell’illustrazione e delle arti applicate richiesti dalla “democratizzazione” dei beni di consumo, mette in secondo piano le arti libere, schiave dell’imperante cultura accademica, borghese e conservatrice. Ciò ha concesso più libertà di espressione e innovazione anche per le caratteristiche insite nella tecnica grafica stessa, incline alla sintesi della forma e alla fluida linearità del segno, tratti peculiari del Liberty. Non va dimenticato l’influsso del “giapponismo”, che irrompe in Europa attraverso le stampe giapponesi importate dalla Compagnia delle Indie dal 1854 alla riapertura dei mercati in Oriente. Enorme è il peso delle riviste, Emporium, Scena Illustrata, Hermes, L’Italia ride ecc., per la diffusione di quello stile, di quel gusto, chiamato in molti modi: Liberty, Belle Époque, Floreale, ma con un’unica attitudine posta fra decadentismo estetico, avanguardia futurista, rilettura di epoche passate e frenesie tecnologiche, fra mistica simbolista e poetica del quotidiano.  Avremo ormai finito di sorseggiare il nostro cocktail ed è tempo, dunque, di andare.

 

Alessia Cagnotto

Torino e l’acqua

Oltre Torino. Storie, miti, leggende del torinese dimenticato

 

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

 

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Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere lacqua. Lacqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, lacqua come elemento essenziale per la sopravvivenza delpianeta e di tutto lecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

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1. Torino e i suoi fiumi

2. La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

3. La Fontana Angelica tra bellezza e magia

4. La Fontana dellAiuola Balbo e il Risorgimento

5. La Fontana Nereide e lantichità ritrovata

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

7. La Fontana Luminosa di Italia 61 in ricordo dellUnità dItalia

8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta lacqua

10. Il Toret  piccolo, verde simbolo di Torino

 

1. Torino e i suoi fiumi

Il fil rouge di questa serie di articoli vuole essere lacqua. Lacqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, lacqua come elemento essenziale per la sopravvivenza del pianeta e di tutto lecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

Il 71% del Pianeta Terra è coperto dacqua.

Il corpo umano è costituito di acqua per il 60%; alla nascita, il peso corporeo di un bambino è costituito dacqua per l80%.

Eppure, per capire quanto tale elemento sia essenziale è necessario fare riferimento ad altre cifre: gli studi dellUnicef sottolineano che ogni giorno circa 700 bambini muoiono a causa di malattie causate dallutilizzo di acqua non pulita; 2,1 miliardi di persone non hanno accesso ad acqua potabile e almeno 263 milioni di individui impiegano più di 30 minuti per raccogliere dellacqua pulita. Secondo altre statistiche ONU sono ben 3900 i bambini che decedono ogni giorno per scarsità idrica. 

Cifre, queste, terrificanti e obbrobriose, che dovrebbero comparire nelle nostre menti tutte le volte che per un po’ di calore, per stanchezza o anche solo per capriccio, ci fermiamo con tranquillità e noncuranza ad abbeverarci ad una fontana.

La definizione del termine acqua” sul dizionario dice trattasi di un composto chimico di due atomi di idrogeno e uno di ossigeno, è inodore, incolore e insapore, costituente fondamentale degli organismi viventi, in natura si trova allo stato liquido, (fiumi laghi, mari), allo stato solido, (neve, ghiaccio), allo stato aeriforme, (vapore acqueo).

Continuando a leggere ci si accorge di quanto sia presente tale parola nel linguaggio, sia che si tratti di argomenti scientifici, sia che ci si riferisca a modi di dire o frasi fatte; vi è poi anche il richiamo alle proprietà purificatrici attribuite allacqua nelle diverse culture e religioni. 
Si parla di acqua corrente, cioè disponibile grazie ad un dato sistema di condutture; acqua minerale, cioè contenente minerali, utili e necessari per il funzionamento dellorganismo; per i puntigliosi esiste l’ “acqua frizzante, per alcuni sistemi chimici si utilizza l’ “acqua distillata. Si differenzia l’ “acqua dolce”  dallacqua salata, diversa ancora da quel che si intende per acqua morta, cioè stagnante, ancora diversificabile a sua volta dalle acque bianche” e dalle acque nere. Distaccandosi daisignificati più terreni, possiamo fare riferimento a quellacqua utilizzata nelle funzioni religiose, per questo definita santa; se esiste poi una sorta di via di mezzo tra la terra e il cielo, per coloro i quali usano un approccio salutistico o olistico, nella lunga definizione del dizionario, sono presenti le tanto elogiate proprietà delle acque termali.  In ultima analisi, per sottolineare quanto tale parola sia presente non solo nellimmenso ecosistema, ma anche nel complesso universo linguistico, proponiamo ad esempio alcuni modi di dire: acqua in boccafare un buco nellacqua, ragazza acqua e sapone” ecc.

La questione non si esaurisce solo in un lungo elenco di espressioni linguistiche e di statistiche geologiche, una cosa” di tale arcana importanza e ancestrale essenzialità non può che essere portatrice di significati nascosti, interni ed esoterici.  Lacqua è un simbolo ricco di significati, è presente, sotto tale accezione nella Bibbia e nel Nuovo Testamento, è, inoltre, uno dei quattro elementi principali, (acqua, aria, terra, fuoco), a cui tradizionalmente sono attribuite qualità di intuizione e adattabilità. Lacqua è associata alla sfera femminile e alla passività. In alchimia è lelemento associato al numero 2, simboleggia le polarità in antitesi allunità, (identificata con lelemento fuoco). Quando lacqua si trova allo stato liquido può insinuarsi ovunque e assumere svariate forme, portando al significato traslato di unione tra spirito e materia.

La religione cristiana associa lacqua a Cristo, in quanto sorgente che disseta eternamente. Lacqua è anche purificatrice, utilizzata durante il battesimo, quando i bambini vengono bagnati con lacqua santa. Lacqua, dunque, pulisce non solo a livello materiale ma anche spirituale, proprio per questo è elemento essenziale in quasi tutti i rituali di purificazione. Nella religione ebraica, lacqua, viene associata a Dio, perché ritenuta come sua manifestazione allinizio della creazione. Lelemento viene anche associato al concetto di nascita” perché  essa dona la vita,  così come accade durante la gestazione, che vede il nascituro immerso per 9 mesi in un liquido. Sono molte le culture dellantichità in cui lacqua era considerata fonte di vita, principio cosmico femminile e Madre, proprio in quanto generatrice. Per gli antichi greci i mari, i fiumi, i laghi erano nati da Oceano, figlio di Urano e Gea; rimanendo sempre in ambito classico, si pensi poi al mito di Narciso, vicenda in cui lacqua è lo specchio che permette di scoprire se stessi. 

Lacqua ha anche un significato onirico: quando si sogna lacqua, significa che linconscio richiama a sé significati di energia materna, legati allambito profondo e sentimentale, e può indicare stati emotivi diversi a seconda che lacqua appaia limpida o torbida.

In alcune culture si parla di prova dellacqua, momento importante per il cammino iniziatico, in cui si mette alla prova il candidato, chiamato a resistere ad una serie di difficoltà. La prova diventa metafora di una capacità di adattamento alle diverse condizioni di vita, che liniziato deve avere: o ci si adatta o si perisce.

Ma cosa centra il discorso dellacqua con la nostra città? Ebbene, esso si collega al capoluogo  piemontese più di quanto ci possa sembrare. Torino è posta alla confluenza di tre fiumi: il Po, la Dora Riparia e la Stura di Lanzo. Anche altre città sorgono vicino a dei corsi fluviali, ma il nostro è un caso particolare, infatti a Torino, città magica, città in cui si respira lascendenza egizia, si percepiscono le linee sincroniche, proprio i due fiumi, il Po e la Dora, assumono una particolare importanza. Analizzati in chiave esoterica, il primo rappresenta il Sole e la componente maschile, la seconda corrisponde alla Luna e alla parte femminile. Sui fiumi inoltre incidono correnti energetiche  che, incrociandosi, generano un punto dintersezione  di peculiare forza. Chi si intende di esoterismo sottolinea che il castello del Valentino e il vicino  Borgo Medievale  simboleggiano  forza  e per questo si trovano in riva al Po. Il grande cimitero monumentale,  invece, si situa sulle sponde del fiume più “notturno, la Dora. 

I due fiumi giustificherebbero dunque lambivalenza torinese: città solare e maschile, a cui fa da contraltare una città lunare, femminile, come una sorta di grande madre. 

Non dimentichiamo, infine, che a specchiarsi sulle acque del Po c’è anche una chiesa assai particolare, la Gran Madre.

Tre sono i fiumi che bagnano Torino, ma due sono particolarmente cari alla cittadinanza, il Po e la Dora, i due corsi dacqua diventano, infatti, protagonisti di un angolo di città, fissati in personificazioni statiche e solenni. Si tratta della piazzetta CLN, posta nel centro storico della cittàappena dietro le due chiese gemelle di piazza San Carlo (Santa Cristina e San Carlo), lungo lasse di via Roma in direzione di piazza Carlo Felice e dei giardini Sambuy. Prima del 1935 la piccola piazza era conosciuta come piazza delle due chiese.

Laspetto attuale si deve alla ristrutturazione del 1935 prevista dal progetto di Marcello Piacentini, avvenuta in pieno periodo fascista, che riguardava il secondo tratto di via Roma e la zona circostante. Nel progetto erano comprese anche le statue di Benito Mussolini, Vittorio Emanuele III di Savoia e due fontane poste sul retro delle due chiese, con allegorie antropomorfe dei fiumi Po e Dora Riparia. Solo le ultime due statue vennero effettivamente realizzate e la piazza venne rinominata Piazza delle due Fontane, realizzate dallo scultore Umberto Baglioni nel 1973. Durante loccupazione nazista  la piazzetta si incupisce di unombra crudele ma purtroppo reale, e ospita il comando della Gestapo, ubicato presso lalbergo Nazionale. Alla fine della guerra, forse proprio per chiudere quella ferita storica, il nome della zona vene cambiato e dedicato al Comitato di Liberazione Nazionale costituitosi al termine del fascismo.

Il tempo scorre, proprio come lacqua delle due fontane che guardano ieratiche il susseguirsi degli uomini e degli avvenimenti. Eppure anche loro hanno avuto delle peripezie da affrontare,  nel1987 le fontane furono svuotate e messe fuori servizio a causa dellusura  della copertura della vasca e dellimpianto idrico.

Solo nel 2005, dopo un significativo restauro, vennero rimesse in funzione; nel 2013 altri lavori di ristrutturazione costrinsero la fontana del Po ad essere chiusa nuovamente, finché il 23 dicembre dello stesso anno vennero nuovamente inaugurate  entrambe, con una cerimonia alla presenza dellallora sindaco di Torino Piero Fassino.

Nel 2017 un pezzo di cornicione di marmo del retro della chiesa di Santa Cristina precipitò sulla fontana dedicata alla Dora Riparia, fortunatamente senza danni né alle perone né al monumento.

Infine, dopo varie vicissitudini, per il Po e per la Dora arriva il vero momento di gloria: la piazza venne scelta nel 1975 dal regista Dario Argento per alcune scene del film Profondo Rosso, rimanendo impressa per sempre sia in una delle pellicole cinematografiche più conosciute, sia nella mente degli appassionati dellhorror.

Alessia Cagnotto

Ryo Kato, l’artista nipponico tutto da scoprire

La mostra nel prossimo marzo 2027

È un artista di origini giapponesi Ryo Kato, ha quasi cinquant’anni e una faccia di ragazzo. È nato a Nimi, nella prefettura di Okayama, all’interno dell’isola di Honshū, una città che inneggia alla natura e ospita uno dei tre più famosi giardini del Giappone, di antica data, un ampio luogo verde che utilizza una tecnica paesaggista il cui nome è “shakkei”, traducibile come “paesaggio in prestito”, ovvero l’inserimento di elementi esterni al giardino in modo tale da dare la sembianza di farne parte, come le lontane montagne incastonate tra gli alberi, come gli edifici e le colline chiamati a fare intimamente da sfondo. Questo il mondo della sua infanzia, l’introduzione a una filosofia di vita, per pochi anni coltivata. Ma non ancora ventenne ha saggiato l’aria artistica di Parigi per nove mesi e l’esperienza non lo ha soddisfatto, costringendolo a raggiungere Berlino dove oggi vive, con la famiglia, e opera. Felicemente. Tra il 2001 e il 2005 ha frequentato i corsi di Wolfgang Petrick, poi, l’anno successivo, in qualità di “master scholar”, alla Berlin Academy of Arts ha seguito gli insegnamenti di Daniel Richter, proponendo mostre in varie occasioni tedesche e avviandosi verso vari premi. Non ha mai esposto in Italia. “Con una certa emozione” lo farà conoscere Riccardo Dellaferrera nel marzo prossimo negli spazi della Swann Art Gallery, a Torino: lo ha presentato alcuni giorni fa, in una sala che si è riempita a poco a poco, un piccolo assaggio delle sue opere, interessata e curiosa nell’affrontare una pittura nuova, forse espressa con una crudele asprezza, che cerca di collegare due culture, l’europea e la nipponica, che trascina con sé testa e pancia, che certo s’inserisce a buon diritto nell’identità di una galleria che in un solo anno di vita s’è fatta carico – brillantemente e con estrema serietà e con invidiabili corollari alle proprie mostre – della scoperta di nuovi talenti, dell’interesse di un pubblico sempre più numeroso e partecipe, della conoscenza di indirizzi ad ogni occasione diversi e stimolanti.

Sarà nei mesi prossimi Massimo Scaringella, con la propria curatela, a delineare il rapporto tra uomo e natura, a imprimere negli scritti e nelle parole la veemente, rabbiosa denuncia dell’artista “verso questo precipizio su cui continuiamo ad affacciarci”, di quella distruzione che stiamo vivendo, a esplorare i movimenti d’onde trasmesse tra astratto e figurativo, a configurare appieno quel mondo “naturale”, aspro intricato nodoso quanto vilipeso e ferito, che Ryo Kato ha fatto suo, “storie attraverso un linguaggio visivo audace e d’impatto immediato”, tra tratti nervosi e sguardi drammatici e piena consapevolezza, che vogliono esprimere idee corpose intorno alle questioni sociali e ambientali di oggi.

Una famiglia che amava l’arte, quella di Ryo Kato. La nonna dipingeva e il padre era un apprezzato ceramista, impossibile che l’artista sin da ragazzo non avvertisse quell’atmosfera di segni e di colori, non amasse il disegno e la pittura. All’età di otto anni, contro la propria inclinazione, per la sola volontà paterna, si trasferì a Tokyo per iniziare la formazione con un maestro di Go – un antichissimo gioco da tavolo, che necessita di logica e intuizione, considerato un’opera d’arte volta, con l’utilizzo di pietre bianche e nere, alla costruzione di intelligenti configurazioni spaziali, in un attento sguardo alla situazione generale come alle singole aree particolari, nella piena capacità di prevedere e pianificare -, in vista di una carriera professionale come giocatore. Un ambiente urbano e un mondo frenetico ben lontani da un’indole del tutto legata alla natura e alle sue emozioni.

Ma la carriera che l’artista andava cercando e il suo mondo erano altri, “il mio mondo era la pittura, era la sera poter guardare, una volta a letto, sotto le coperte, le immagini di un catalogo di Monet e dell’impressionismo. Solo in seguito avrei finalmente trovato il coraggio di parlare con mio padre, parecchio tempo dopo, avrei parlato delle mie vere aspirazioni, dell’educazione dei figli e della loro libertà, solo allora avrei cominciato a vivere veramente la mia vita.” Non soltanto quel personale sradicamento dal proprio mondo naturale creò un vero shock per Ryo Kato, anche un tratto di foresta che ammirava ogni giorno andando a scuola venne improvvisamente abbattuto: anche da questo episodio nacque il suo impegno contro lo sfruttamento della natura. Oggi, nella casa/studio che ha acquistato, torna spesso a quel dolore quasi fisico, seduto sul divano con una tazza di caffè in mano mentre comincia a schizzare su di un foglio, mentre inizia a prevedere, come accade per il Go, quale sarà la visione globale sulla tela che avrà forma: e allora nascono, tra i colori forti e dilaganti, tra i tratti sghembi e zigzaganti che guardano all’espressionismo, tra il movimento incessante e il silenzioso frastuono, mentre le immagini si fondono l’una nell’altra, gli squarci delle bombe, le crisi economiche e ambientali, gli animali che fuggono o cercano rifugio, gli scarponi dei militari che avanzano tra brandelli di alberi, fuochi che divampano e variopinti pappagalli che tentano di alzarsi in volo, grandi camion a scaricare liquami e immondizia, mostri umani che si sovrappongono agli animali, i rapporti sconnessi e i traumi legati alle bombe, gli eccidi e i fuochi e le belve che si fanno inaspettatamente vittime. In una poetica – sottolinea Scaringella da remoto – che non potrà non emozionare chi visiterà la mostra futura. La visione di cento intuizioni, ognuna ripensata e razionalizzata. Un pensiero, una filosofia, il deciso rifiuto di un manager, l’acquisizione di un livello internazionale costruito tutto da solo, un agguerrito ottimismo nella consapevolezza che ad ogni aspetto negativo succederà sempre qualcosa di positivo a rimettere ogni cosa al suo posto, un successo inseguito che lo sta spingendo sempre più oltre i confini della patria di elezione. Un puzzle a comporre la personalità di Ryo Kato. Tutto da scoprire, in cui perdersi, da abbracciare o da ripensare. Ne parleremo ancora al suo arrivo a Torino, nella primavera prossima.

Elio Rabbione

Nelle immagini alcune opere di Ryo Kato: “Cappuccetto Rosso in viaggio”, “Il potere della natura” e “Estinzione di massa”.

“Mario Dondero. Inediti”. Al “Forte di Bard”

Le fotografie inedite, in bianco e nero, tratte dall’“Archivio” di uno fra i massimi fotografi e fotoreporter italiani del Novecento

Fino a domenica 18 ottobre

Bard (Aosta)

In parete ci sono gli scatti dei grandi fotoreportage realizzati cavalcando “campi di lavoro” (spesso teatro di gravi crisi sociali e politiche mai prive di reali contingenti e ben calcolati pericoli) che dall’Europa lo spinsero all’etica documentazione dei “fatti” storicamente fondamentali e “rivoluzionari” dell’Africa “post-coloniale”, non meno che dell’America Latina, di Medio Oriente e Asia: dal racconto, per immagini e parole, del “regime dittatoriale” (1965 – 1997) di Mobutu (Sese Seko) nella “Repubblica Democratica del Congo” alla Libia della “Jamahiriya” di Mu’ammar Gheddafi e alla Persia – Iran dell’ultimo “Scià degli Scià” Mohammad Reza Pahlavi ritratto al fianco della moglie, l’imperatrice Farah Diba, e del figlio primogenito Reza Pahlavi, da decenni in esilio negli States. E ancora, dalla Grecia dei Colonnelli e dalla Spagna Franchista al “Muro” di Berlino e alla Russia post-sovietica. Senza mai cedere ad effetti di voluto sensazionalismo, ecco la “grande” Storia. Ma anche quella di quotidiane (ma quanto importanti!) “minuzie” e immense “verità”: dal sorriso delicato e lieve del “sarto” di quella Baghdad il cui nome (ironia della sorte) storicamente significa “donato da Dio” e che invece è da anni e anni crogiolo di conflitti, atti terroristici, criminalità e tensioni geopolitiche tali da renderla oggi una delle terre più insicure al mondo fino alla “nostrana” piccola Scuola di quel “Piccolo mondo antico” raccontato nella “Scolarizzazione con la Tv” in quel di Reggio Emilia , negli Anni ’50 e ’60, allorché contro la piaga, assai diffusa nelle zone rurali, dell’analfabetismo, insieme alla “Televisione di Stato” (“Programma Ministeriale Telescuola”), un ruolo politico e sociale fondamentale svolse anche il cosiddetto “Reggio Emilia Approach” o progetto dei “cento linguaggi” (celebre ancor oggi in tutto il mondo) sotto la guida del pedagogista Loris Malaguzzi.

E’ davvero l’“Archivio di un partigiano dell’umano” – titolo della mostra a cura di Claudio Composti – il progetto fotografico dedicato a Mario Dondero (Milano 1928 – Petritoli di Fermo, 2015) in programma, fino a domenica 18 ottobre, nelle “Sale delle Cantine” del valdostano “Forte di Bard”. L’esposizione rivela, per la prima volta, un “corpus” di fotografie inedite tratte dall’“Archivio” (conservato, in larga parte dalla “Fototeca Provinciale” di Fermo ad Altidona e riordinato, con intensa passione, anche dall’ultima compagna di vita del fotografo, Laura Strappa) di uno dei maggiori fotoreporter e “testimoni civili” del nostro tempo. Tutte rigorosamente in bianco e nero.

 “Il colore – scriveva Dondero – distrae. Fotografare una guerra a colori mi pare immorale”. E ci pare proprio avesse ragione. Lui  che non solo è stato un eccezionale fotoreporter, ma anche un “cronista militante” della stampa politica italiana del dopoguerra (da “Lavoro Nuovo” all’“Avanti!” dall’“Unità” a “Le Ore”) e, soprattutto, un “testimone” attento e coraggioso che ha ben saputo scegliere, in ogni istante della sua vita, da che parte stare. Fin dagli anni giovanili, che lo videro fervente partigiano sulle alture della Val d’Ossola. Partigiano di fatto e, in arte, “Partigiano dell’Umano”. Raccontava: “Mi interesso a tutto quello che interviene nella nostra vita”. E scrive, in tal senso, il curatore Composti“Un operaio sudamericano o un rifugiato asiatico avevano per lui lo stesso peso di Sartre, Beckett, Giacometti o Pasolini, intellettuali e artisti amici che ritrasse con la stessa misura: nessuno mai in posa, il potere sempre disarmato, l’eroismo mai esibito”.

Molte delle stampe vintage selezionate per questa mostra (e distribuite in tre macro-sezioni tematiche, da “Memorie del presente” a “Verso il mondo” passando per “Sguardi politici”) recano sul retro, annotazioni a penna o a matita, riflettendo per Dondero l’inseparabilità tra scrittura e immagine, due forme complementari – e “mai neutrali” – di testimonianza. Proprio come i suoi oltre duecento quaderni di appunti, pieni di frasi interrotte, osservazioni sul presente, brevi racconti di ciò che leggeva o di cui era testimone. “I fotografi – annotava in uno di essi – di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch’essi nel vasto mare silente”. Lui era la “bella” eccezione. “Mi auguro – sempre parole di Dondero – che le mie fotografie, mosse dalla simpatia, colgano nel segno lo spirito dei luoghi e l’umanità intensa delle persone”. Frase totalmente emblematica rispetto alla sua “poetica”. “In un tempo che tende a trasformare tutto in icona e consumo visivo – scrive ancora Composti – i suoi inediti riaffermano la fotografia non come semplice memoria visiva, ma come esercizio critico. L’archivio politico di un ‘partigiano dell’umano’ che continua a parlare di uomini agli uomini”.

Gianni Milani

“Mario Dondero. Inediti – L’archivio di un partigiano dell’umano”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino al 18 ottobre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto da “Archivio Mario Dondero”: “Mobutu”, “Scià di Persia con Farah Diba e figlio”, “Reggio Emilia Scolarizzazione con la Tv”, “Il sarto di Baghdad”, “Gheddafi”

Opere Vive. Percorsi di arte pubblica del cuneese

La Ceramica di Castellamonte torna protagonista

È giunta alla sua sessantacinquesima edizione la mostra internazionale 

È giunta alla sua sessantacinquesima edizione la mostra internazionale della Ceramica, uno degli appuntamenti più prestigiosi dedicati all’arte della ceramica in Italia, in programma nella città di Castellamonte dal 22 agosto al 13 settembre 2026.
La manifestazione,  curata dal professor Giuseppe Bertero, guarda al futuro con rinnovata energia, senza però perdere il legame con una tradizione secolare che ha reso Castellamonte un punto di riferimento nel panorama della ceramica artistica e artigianale.
Si tratta di un patrimonio nato grazie ai preziosi giacimenti di argilla rossa delle colline canavesane,  dai quali hanno avuto origine manufatti, stoviglierie  e le celebri stufe di Castellamonte, oggi autentiche icone del design e dell’eccellenza del made in Italy.
La mostra è  inserita nel programma del Festival della Reciprocità delle Tre Terre Canavesane, Castellamonte, Agliè e San Giorgio Canavese, e rappresenta una vetrina prestigiosa di respiro internazionale per artisti, artigiani e manifatture che, attraverso linguaggi contemporanei e tecniche tradizionali, testimoniano là vitalità di un’arte in continua evoluzione.
Anche quest’anno la manifestazione ospiterà un concorso internazionale dal titolo “Ceramics in love”, giunto all’ottava edizione,  riconosciuto come uno dei principali appuntamenti dedicati alla ceramica contemporanea. Saranno 136 gli artisti selezionati provenienti da 22 Paesi, fatto che dimostra la crescente dimensione internazionale della rassegna, che si svilupperà in sedici punti espositivi, compresi sedi istituzionali e spazi privati, in grado di trasformare il centro storico di Castellamonte in un museo diffuso dedicato alla ceramica.

La piazza scenografica progettata da Alessandro Antonelli, la Rotonda Antonelliana, ospiterà opere e sculture in ceramica monumentali realizzate da artisti italiani e internazionali.
Nel prestigioso edificio settecentesco di palazzo Botton la nazione ospite sarà  la Francia, grazie alla collaborazione tra l’Associazione Italiana Città della Ceramica  (AICC) e la città  francese di Saint-Amand- en- Puisaye, gemellata con Castellamonte e tra i più importanti centri europei della ceramica. Il percorso internazionale della mostra, dopo gli omaggi dedicati a Romania, Marocco, Cina e Spagna, prosegue ora con la Francia, rafforzando il dialogo culturale tra le grandi tradizioni ceramiche europee.
Al piano nobile sarà possibile visitare la Raccolta Civica di Terra Rossa, con opere di importanti protagonisti dell’arte contemporanea quali Arnaldo Pomodoro, Carlo Zauli, Alessio Tasca, Enrico Baj, Nino Caruso, Ugo Nespolo, Giovanni Matano e Stefano Merli.
Le teche espositive presenteranno opere di design ceramico e di artigianato locale, insieme ai lavori di artisti che hanno insegnato presso lo storico Istituto Statale d’Arte di Castellamonte, trai quali Enrico Carmassi, Ugo Milani, Alfeo Ciolli, Renzo Igne, Angelo Pusterla, Sandra Baruzzi, Guglielmo Marthyn.
Saranno esposte le opere premiate nelle precedenti edizioni della mostra e una significativa selezione di “ceramiche sonore”, autentiche sculture sonore nate dal concorso internazionale dedicato ai fischietti in terracotta.
Il balcone dell’arte ospiterà quest’anno Brenno Bresci in occasione del cinquantesimo anniversario della sua prima esposizione.
Il Centro Congressi Martinetti ospiterà una selezione di oltre quattromila fischietti donata alla Città dall’artista Mario Giani ( Clizia) insieme ai lavori della quinta edizione del concorso “Ceramiche Sonore”, promosso nell’ambito della manifestazione nazionale “Buongiorno Ceramica”.
Tra gli appuntamenti di maggior rilievo di questa edizione figura l’omaggio all’artista, scultore e ceramista di Castellamonte Renzo Igne, a venticinque anni dalla sua scomparsa.

L’Orto Sociale San Camillo  rappresenta lo spazio dedicato all’incontro tra arte e inclusione sociale, che accoglierà  nuovamente l’opera di Denis Imberti e del collettivo Abracadabra, ispirata ai disegni realizzati dagli autori del gruppo.
Ritorna anche la quindicesima edizione della mostra dedicata al gioiello ceramico artigianale, con creazioni capaci di coniugare ricerca artistica, design e sapienza manifatturiera.
Sei spettacolari stufe di Castellamonte  saranno esposte presso le Arcate di palazzo Antonelli, quali simbolo della tradizione produttiva cittadina ed esempio di innovazione, qualità e design.
Gli studenti della sezione ceramica  del liceo artistico statale “Felice Faccio” presenteranno una mostra dedicata al dialogo tra tradizione e contemporaneità,  offrendo uno sguardo sul futuro della ceramica attraverso il talento delle nuove generazioni.

Orari di apertura
Martedì- Venerdì 16-20
Sabato e domenica 10-20

Ingresso libero

Mara Martellotta

A Ivrea l’arte scende in strada con San Lorenzo ArtDabò

 

Una notte di arte, creatività e divertimento sotto le stelle

L’estate a Ivrea si illumina con un appuntamento dedicato all’arte, alla condivisione e alla creatività. Sabato 8 agosto 2026, dalle ore 21.00, Daniela Borla Dabò e Luca Stratta invitano tutta la cittadinanza a partecipare a San Lorenzo ArtDabò, un evento gratuito e aperto a tutti che trasformerà via Arduino in un laboratorio artistico a cielo aperto. Protagonista della serata sarà un grande live painting collettivo. Una maxi tela bianca verrà installata direttamente all’esterno dell’Atelier ArtDabò e chiunque potrà contribuire alla sua realizzazione. Non servono competenze artistiche, basterà prendere un pennello, scegliere un colore e lasciare il proprio segno, diventando “artista per una notte”. Ogni partecipante sarà protagonista dell’evento anche sui canali social dell’atelier: fotografie, tag e contenuti dedicati racconteranno i volti e i gesti di chi avrà contribuito alla realizzazione dell’opera. Al termine della serata sarà inoltre realizzato un video ufficiale, che verrà pubblicato sul canale YouTube dell’Atelier ArtDabò. Una volta completata e asciutta, la grande tela collettiva sarà esposta nella vetrina dell’atelier come testimonianza permanente di una serata vissuta insieme, all’insegna della creatività e della partecipazione.

San Lorenzo ArtDabò dedica un momento speciale anche ai bambini con una maxi gara luminosa di nascondino a premi, che si svolgerà nelle vie limitrofe all’atelier. Ogni partecipante riceverà un bastoncino LED luminoso che, al calare della sera, trasformerà i bambini in tante piccole stelle, creando un’atmosfera magica e suggestiva nella notte di San Lorenzo. Non mancheranno premi, divertimento e tante sorprese. Con questa iniziativa l’Atelier ArtDabò rinnova il proprio impegno nel promuovere un’arte aperta, inclusiva e partecipata, capace di uscire dagli spazi espositivi per incontrare direttamente il pubblico e trasformarsi in un’esperienza condivisa.

“L’Originale. L’Arte ad Ivrea” è molto più di uno slogan: è un invito a vivere la creatività come occasione di incontro, gioco e comunità. La tela è bianca. Il prossimo segno potrebbe essere il tuo. L’ingresso e la partecipazione a tutte le attività sono completamente gratuiti. Porta la tua famiglia, gli amici, la tua curiosità e la voglia di metterti in gioco.

L’appuntamento è per sabato 8 agosto 2026, dalle ore 21.00, all’Atelier ArtDabò, in Via Arduino 37 a Ivrea.

 

Due nuove sale, tutte da vedere, alla Palazzina di Stupinigi

Sono la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”: inaugurate a maggio entrano nel percorso di visita della juvarriana “Residenza Sabauda”

Nichelino (Torino)

Se mai ce ne fosse stato bisogno, c’è oggi un motivo in più per debitamente visitare quello splendore “Barocco” – “Rococò” che è la sabauda “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, progettata nel 1729 da Filippo Juvarra per volere di Vittorio Amedeo II di Savoia e principalmente adibita, come ben si sa, alle sfarzose “battute di caccia” e alle grandi, sontuose feste e ricevimenti di corte. Nel mese di maggio, tra storiche “quadrerie”, nature morte, pitture di animali e ritrattistica infantile di corte, sono state infatti inaugurate due nuove magnifiche “Sale” che raccontano un capitolo poco conosciuto del “Museo dell’Arte e dell’Ammobiliamento”, ospitato nella “Palazzina” e composto da oltre duecento opere (datate tra XVII e XIX secolo) giunte a Stupinigi negli Anni Venti del Novecento proprio per l’allestimento del succitato “Museo”. Due nuove “Sale”, si diceva: la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”. Davvero due magnifiche “scoperte”, regalate alla Città e destinate ad arricchire oltremodo gli splendori della “Palazzina”, “Patrimonio UNESCO”.

“Sala Crivelli”

A completamento della visita dell’“Appartamento del Re”, la nuova saletta restaurata (ai tempi destinata a piccola camera da letto) è  dedicata a un nucleo di quindici dipinti, opera di Angelo Maria Crivelli, detto il “Crivellone”, e del figlio Giovanni, il “Crivellino”, tra i più apprezzati interpreti lombardi della pittura di “animali” e “nature morte” tra la fine del Seicento e la metà del Settecento. Padre e figlio lavorarono molto insieme, con uno stile di chiara “matrice fiamminga” il primo, più attento a giochi di rigoroso e suggestivo “virtuosismo espressivo” il secondo, chiamato nel 1733 da Filippo Juvarra a realizzare gli “otto paracamini” del “Salone Centrale” della Palazzina, a tutt’oggi conservati. Le opere esposte – provenienti dal “Castello di Moncalieri” e successivamente confluite nelle raccolte di Stupinigi – raccontano un genere molto presente nelle Residenze Sabaude: scene di cortileselvagginapescipaesaggi boschivi e composizioni floreali costruite con attenzione naturalistica e forte impatto decorativo. Due opere di grandi dimensioni della stessa serie, raffiguranti “animali da cortile”, sono conservate, pare, nello “Studio” del “Presidente della Repubblica” al Quirinale. 

I dipinti del “Crivellone” si concentrano in prevalenza su “scene di caccia”, animali selvatici e da cortile colti con grande minuzia di segno e svolazzi cromatici all’aperto, “in un dialogo continuo tra osservazione del dato reale e costruzione scenografica dell’immagine”. Nelle opere del “Crivellino” (forse più apprezzato, rispetto al padre, dalla Corte Sabauda) prevalgono invece le grandi “nature morte” di pesci, soprattutto, arricchite da conchiglie, funghi, verdure e dettagli naturalistici. Pittura più complessa nella struttura scenografica e nella scelta tematica. Esposte tra il 2024 e il 2025 le opere dei Crivelli sono state in parte restaurate, grazie al contributo di “AON spa”, a cura di “Open Care – Servizi per l’Arte” di Milano. Un ultimo intervento di manutenzione straordinaria sulle opere non ancora restaurate è stato recentemente eseguito dal “Centro Conservazione e Restauro” de “La Venaria Reale”.

“Sala Principini”

Nelle sale del “Gabinetto di toeletta” dell’“Appartamento della Regina” e nella “sala successiva” sono presentati 23 ritratti (XVII – XVIII secolo) di “bambini” e “infanti” diretti discendenti della “Casa Savoia” o ad essa correlati: dipinti di raffinata qualità pittorica, che nel tempo sono stati studiati ed esposti in molte occasioni singolarmente. Le firme vanno da autori di pregio della corte sabauda (da Francesco Cairo a Maria Giovanna Battista Clementi – “La Clementina” a Giuseppe Duprà) a  pittori francesi della cerchia di Nicolas de Largillière e Pierre Gobert, loro i ritratti dei principi di Lorena. La nuova “Sala” rappresenta, inoltre, due serie omogenee di ritratti: da una parte i figli di Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) e, dall’altra la serie dei figli di Vittorio Amedeo III e Maria Antonia Ferdinanda di Spagna, il cui ritratto recentemente restaurato (con il sostegno del “Rotary Club Distretto 2031”) rappresenta il primo recupero delle immagini delle “dame di corte” che affianca quello dei piccoli “principi”. Figlia di Filippo V, re di Spagna, e di Isabella Farnese, Maria Antonia Ferdinanda di Borbone-Spagna sposò nel 1750 il principe Vittorio Amedeo, futuro Vittorio Amedeo III, entrando a far parte della “corte sabauda” in una fase di profondo rinnovamento politico e culturale. “Regina di Sardegna” dal 1773 al 1796, soggiornò a lungo nei mesi estivi alla “Palazzina” di Stupinigi, animandola con “feste” e “battute di caccia”.

Per info: “Palazzina di Caccia”, piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi-Nichelino (Torino); tel. 011/6200601 o www.ordinemauriziano.it

Gianni Milani

Nelle foto: Allestimenti (particolari) “Sala Crivelli” e “Sala Principini” (Ph. Mariano Dallago)

Ricognizioni per artisti emergenti

Nell’ambito del programma culturale interdisciplinare Energie Eccentriche nasce RICOGNIZIONI, progetto dedicato alla valorizzazione, al sostegno e alla mappatura delle artiste e degli artisti emergenti del territorio torinese, promosso dalla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e curato da Virginia Lupo.

Con questa iniziativa la GAM consolida il proprio ruolo di luogo di ricerca e sperimentazione, favorendo l’incontro tra le pratiche artistiche emergenti e i pubblici del museo.

Il progetto prevede una call rivolta ad artiste e artisti di età compresa tra i 19 e i 35 anni che vivono e lavorano a Torino, invitati a presentare un progetto espositivo (non si richiedono nuove produzioni o progetti inediti). Attraverso questa call, la GAM intende intercettare le più interessanti esperienze artistiche contemporanee del territorio e offrire loro uno spazio dedicato all’interno del museo.

Le candidature saranno valutate da una giuria composta dalla Direttrice della GAM Chiara Bertola, dalla curatrice del progetto Virginia Lupo, da Adrien Gardère, curatore del programma Energie Eccentriche e da Almanac, organizzazione non profit torinese dedicata a esplorare la molteplicità di forme e linguaggi dell’arte contemporanea.

Saranno selezionati due progetti che verranno presentati alla GAM tra ottobre 2026 e aprile 2027. Durante il periodo espositivo, alle due figure selezionate sarà inoltre richiesto di progettare, in collaborazione con il Dipartimento Educazione GAM e Almanac, un workshop rivolto a persone di età compresa tra i 19 e i 35 anni che si svolgerà presso il Community Hub di via Baltea 3, per promuovere pratiche partecipative e momenti di scambio tra artiste, artisti e comunità.

Energie Eccentriche

RICOGNIZIONI è una delle azioni di Energie Eccentriche, un progetto sperimentale basato su un processo di co-ideazione di un programma polifonico e pluriennale che con la cultura innesca un processo di sviluppo locale nel quartiere più eccentrico, giovane e internazionale di Torino: Barriera di Milano.

In Energie Eccentriche, non c’è un’unica istituzione che propone al pubblico un programma prestabilito ma una rete che mette a disposizione esperienze e competenze, coinvolge chi partecipa in ogni step, secondo un approccio orizzontale di ascolto e costruzione partecipata di un patrimonio culturale comune. In coerenza con questa scelta, come strumento primo di coinvolgimento attivo il programma privilegia la call to action, tanto di artiste e artisti quanto di partecipanti.

Energie Eccentriche è un programma culturale che si sviluppa nell’arco delle quattro stagioni e prende forma a partire da un territorio che mette al centro le persone, le relazioni e i valori di una società più aperta e consapevole.

COME APPLICARE

Compilare il modulo disponibile a questo link entro domenica 20 settembre alle ore 23:59
I risultati verranno comunicati lunedì 28 settembre 2026.

REQUISITI PER LA CANDIDATURA

Saranno selezionate persone di età compresa tra i 19 e i 35 anni che presenteranno un progetto espositivo, successivamente affinato insieme alla curatrice. I candidati dovranno inoltre presentare una proposta di workshop, che sarà successivamente sviluppato in collaborazione con il Dipartimento Educazione GAM e la direzione di Energie Eccentriche.

SUPPORTO

Fee Energie Eccentriche: € 1.000 lordi per ogni progetto
Supporto tecnico e organizzativo per l’allestimento delle opere
Trasporto di andata e ritorno delle opere
Non è richiesta la produzione di nuove opere, questa voce non è inclusa nel contributo.

SELEZIONE

La giuria valuterà tutte le candidature ammissibili e selezionerà due progetti espositivi, che saranno sviluppati insieme alla curatrice secondo il calendario indicato:

SELEZIONE 1
Inaugurazione: 15 ottobre 2026 (GAM)
Durata: 16 ottobre 2026 – 10 gennaio 2027 (GAM)
Workshop: 12 dicembre 2026 (Community Hub di Via Baltea 3)

SELEZIONE 2
Inaugurazione: 21 gennaio 2027 (GAM)
Durata: 22 gennaio – 4 aprile 2027 (GAM)
Workshop: 13 marzo 2027 (Community Hub di Via Baltea 3)

CONTATTI

Tutte le info: https://www.gamtorino.it/it/evento/ricognizioni/
Per ulteriori informazioni contattare: assistentedirezionegam@fondazionetorinomusei.it

Energie Eccentriche è un progetto di Sumisura APS, Centro Studi Piero Gobetti, Fondazione Time2, GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, Jazz School Torino, Radio Banda Larga, Tangram Teatro con Enchiridion, con la curatela di Adrien Gardère.

Con il sostegno dell’Ambasciata e Consolato Generale dei Paesi Bassi in Italia e della Fondazione Compagnia di San Paolo e con il patrocinio della Città di Torino.

Torino, piazza San Carlo: gli affreschi dedicati alla Sindone

Due opere per celebrare uno dei simboli della città 

La Sacra Sindone rappresenta molto per Torino. Il suo  fascino misterioso e senza tempo racconta, attraverso un telo di lino bianco in uso nella cultura ebraica per la sepoltura dei morti, la Passione di Cristo. Emblema del confronto tra Chiesa e scienza, rimane la reliquia piu’ famosa di sempre, capace di far peregrinare milioni di persone devote ad ogni sua sontuosa ostensione, un evento molto sentito e solenne. Questo lenzuolo, carico di storia, ma anche di miti e leggende, appare nella storia nel 1353 quando Goffredo di Charny, cavaliere e scrittore medievale francese, lo   porto’ dalla Terra Santa nella cittadina francese di Lirey dove fece costruire una chiesetta per custodirlo. Successivamente fu venduto al Ducato di Savoia, che aveva il suo capoluogo a Chambery, dove fu conservato fino al 1532 nella Sainte-Chapelle duSaint-Suaire quando un incendio, che fortunatamente non lo distrusse completamente,  gli provoco’ degli evidenti segni di bruciatura.

 

Dopo vari spostamenti il  sacro lino fu portato da San Carlo Borromeo, particolarmente devoto, da Milano a Torino per ordine di Emanuele Filiberto di Savoia, “testa di ferro”. Lo spostamento fu un vero e proprio pellegrinaggio che duro’ 4 giorni, con intervalli di meditazione spirituale ed esercizi di pieta’,  percorso a piedi scalzi e  accompagnato da un gruppo  di quattordici persone. Appena arrivato a Torino  fu subito onorato con una ostensione pubblica a cui parteciparono numerosissimi fedeli.

In piazza san Carlo, cosi’ nominata in memoria del viaggio del Santo con il famoso lenzuolo, ci sono due affreschi, di piccole dimensioni e poco conosciuti, che narrano i fatti accaduti quell’ottobre  del 1578 quando la Sacra Sindone arrivo’ a Torino con la promessa scritta di Emanuele Filiberto, mai mantenuta, di riportarla a Chambery in breve tempo. Questi dipinti murali commemorativi, dall’autore ignoto e che un tempo erano ben 4, si trovano all’estremita’ della piazza, il primo, che raffigura la Madonna con Emanuele Filiberto e San Carlo Borromeo, nell’angolo con via Alfieri e l’altro, dove si riconosce ancora la Vergine Maria, questa volta con San Francesco D’Assisi e un frate, e’ sito all’angolo con via Santa Teresa. Gli altri due dipinti sono purtroppo andati perduti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Nella Chiesa di San Carlo Borromeo, inoltre,  si possono ammirare due affreschi che celebrano l’arrivo a piedi di San Carlo a Torino e  il Santo in adorazione del piu’ famoso telo.

MARIA LA BARBERA