ARTE

Il Liberty: la linea che invase l’Europa

Oltre Torino: storie miti e leggende del Torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte.
L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare.Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

Articolo 1. Il Liberty: la linea che invase l’Europa

Ogni periodo storico è caratterizzato da un proprio particolare sentire, da scoperte e personaggi che ne delineano i tratti distintivi e, soprattutto, da forme artistico-letterarie-culturali che lo identificano. In questa serie di articoli voglio approfondire una peculiare corrente artistica, permeata di linee curve, con ornamenti di vetri e di pietre, uno stile che non solo interessò tutte le arti, dall’architettura, all’illustrazione, all’artigianato, all’oreficeria, ma divenne quasi un “modo di vivere”: il Liberty. Verso la fine del secolo XIX e l’inizio del XX nasce in Belgio un importante movimento, chiamato Art Nouveau che, opponendosi a tutte le accademie neoclassiche e neobarocche, applica la produzione industriale a forme d’arte, interpreta la linea con dinamismo espressivo, propone partiti decorativi che rompono con la fissità e danno movimento a pavimenti, scale, ringhiere, soffitti, modellano e curvano le pareti esterne, procurando vivacità e colore all’insieme. Tale movimento, che unifica in quei decenni lo slancio architettonico di tutta Europa, giunge in Italia con il nome di Liberty o Floreale, stile che ama applicare all’architettura ricercate forme decorative, spesso desunte dalla natura vegetale.  L’Art Nouveau influenza le arti figurative, l’architettura, le arti applicate, la decorazione di interni, gioielleria, mobilio, tessuti, oggettistica, illuminazione, arte funeraria, e assume nomi diversi, ma dal significato affine, a seconda dei luoghi in cui essa si manifesta: Style Guimard, Style 1900, Scuola di Nancy, in Francia; Stile Liberty, dal nome dei magazzini inglesi di Arthur Lasemby Liberty, o Stile Floreale, in Italia; Modern Style in Gran Bretagna; Jugendstil (“Stile giovane”) in Germania; Nieuwe Kunst nei Paesi Bassi; Styl Mlodej Polski (“Stile di Giovane Polonia”) in Polonia; Style Sapin in Svizzera; Sezessionist (Stile di Secessione”) in Austria; Modern in Russia; Arte Modernista, Modernismo in Spagna. Alla base del movimento vi è l’ideologia estetica anglosassone dell’Arts and Crafts di William Morris, fervido sostenitore della libera creatività dell’artigiano come unica alternativa alla meccanizzazione: una sorta di reazione alla veloce industrializzazione del tardo Ottocento. Arts and Crafts si volge alla riforma delle arti applicate portando avanti un’istanza sociale e morale che persegue il risorgere della produzione artigiana e l’attento studio del gotico come l’arte più dotata di spirito organico, volta a delineare planimetrie e forme “descrittive”, elementi nei quali l’indirizzo critico vuole vedere i germogli del rinnovamento architettonico.

L’Art Nouveau apre la strada all’architettura moderna e al design. Determinante per la diffusione di quest’arte è sicuramente l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, tuttavia anche altri canali ne segnano l’importanza: ad esempio la pubblicazione di nuove riviste, come L’art pour tous, e l’istituzione di scuole e laboratori artigianali. La massima diffusione del nuovo stile è comunque da rapportarsi all’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna di Torino del 1902, in cui vengono presentati progetti di designer provenienti dai maggiori paesi europei, tra cui gli oggetti e le stampe dei famosi magazzini londinesi del noto mercante britannico Arthur Lasemby Liberty. La nuova linea artistica, in rottura con la tradizione, è presente nelle grandi capitali europee, come Praga, con la grande figura di Moucha, Parigi in cui Guimard progetta le stazioni per la metropolitana, Berlino, dove nel 1898 i giovani artisti si dissociano dagli stili ufficiali delle accademie d’arte, intorno alla figura di Munch, Vienna, dove gli artisti della secessione danno un nuovo aspetto alla città.  Una delle caratteristiche più importanti dello stile, che presenta affinità con i pittori preraffaelliti e simbolisti, è l’ispirazione alla natura, di cui studia gli elementi strutturali, traducendoli in una linea dinamica e ondulata, con tratto “a frusta”, e semplici figure sembrano prendere vita naturalmente in forme simili a piante o fiori. Si stagliano in primo piano le forme organiche, le linee curve, con ornamenti a preferenza vegetale o floreale. Tra i materiali, vengono adoperati soprattutto il vetro e il ferro battuto. In gioielleria si creano alti livelli di virtuosismo nella smaltatura e nell’introduzione di nuovi materiali, come opali e pietre dure, nascono monili in oro finemente lavorato e smaltato; i diamanti vengono accostati ad altri materiali, come il vetro, l’avorio e il corno. Solo in Italia, a differenza degli altri territori prima chiamati in causa, il Liberty non si contrappone al passato o alla tradizione accademica dell’insegnamento e dell’esercizio delle arti, con la conseguenza che qui, sulla nostra penisola, non si consolidò mai una scuola di riferimento identificabile con il movimento Liberty, al contrario ci furono singole personalità artistiche che si dedicarono ad approfondire i caratteri dello stile floreale ed epicentri per la diffusione del gusto dell’arte nuova, tra questi poli di profusione ci fu proprio Torino. Nei prossimi articoli considereremo nel dettaglio alcuni palazzi e quartieri della città sabauda particolarmente suggestivi e rilevanti dal punto di vista decorativo e architettonico, che testimoniano la meravigliosa trasformazione della nostra città, ancora oggi conosciuta come capitale del Liberty italiano.

 

Alessia Cagnotto

Quelle montagne … così com’erano

Una mostra al sabaudo “Forte di Bard” per raccontare le “metamorfosi” del paesaggio alpino in oltre un secolo di storia

Fino a domenica 1° novembre

Bard (Aosta)

Dalla “Veduta della ghiacciaia della Brenva dietro il Monte Bianco” (olio su tela, 1825-’27) a firma del “regio pittore in paesaggi e boscareccie”, il “vedutista” Angelo Antonio Cignaroli (Torino 1761 – 1841), per passare ai circa 4.500 metri di altitudine della magnifica candida e innevata (allora sì!) “estrema punta piramidale” de “Il Cervino”, opera del “peintre – alpinista” Angelo Abrate (Torino 1900 – Sallanches, 1985), cui si devono anche centinaia di dipinti raffiguranti il “Monte Bianco” – suo incontestabile cavallo di battaglia – spesso realizzati direttamente in quota, fino (solo per citarne alcuni) al “Pascolo a Valtournanche”, olio su tela del 1930 ca. del bolognese, torinese di adozione, Giuseppe Gheduzzi, scuola all’“Accademia Albertina” di Torino e collaboratore del padre Ugo nella realizzazione delle scenografie del subalpino “Teatro Regio”  o, facendo un passo indietro, alla minuta, rigorosa ma di Anonimo “Caccia del re Vittorio Emanuele II di Savoia in Val Salvaranche” (1860 ca.): sono oltre 70 (tra le 400 e passa individuate ed appartenenti ad istituzioni pubbliche e a privati collezionisti), articolate in sei sezioni, le opere stilisticamente eterogenee e “racconto corale del mondo alpino” – dai dipinti ai disegni ai manifesti – raccolte nella generosa e suggestiva rassegna “Metamorfosi dello sguardo. Le Alpi immaginifiche”, inaugurata nei giorni scorsi al “Forte di Bard” e lì ospitata, negli alloggiamenti del “Museo delle Alpi” fino a domenica 1° novembre.

Curata da Aldo Audisio e promossa nell’ambito del progetto “DAHU – Développement et Adaptation des occupations Humaines en montagne” (che coinvolge la “Regione autonoma Valle d’Aosta”, il “Comune di Issime”, il “Forte di Bard”, il “Dipartimento dell’Alta Savoia” e la “Comunità dei Comuni della Valle di Chamonix Mont-Blanc”), l’iniziativa “declina le finalità sotto il profilo artistico esplorando, invece, l’evoluzione del paesaggio montano tra la fine del XVIII e la metà del XX secolo, offrendo una visione arricchita da un approccio scientifico che spazia dalla storia dell’arte all’archeologia”. Il tutto sul lungo filo di una ricerca e di una narrazione espositiva, studiata ad hoc, frutto di una pluralità di sguardi – di artisti, scienziati e alpinisti – cha va, a grandi balzi, dalle iconografie legate alla vita pastorale e agli elementi naturali, fino alle nuove forme di “antropizzazione” legate al turismo e agli sport invernali, “evidenziando i profondi mutamenti climatici e paesaggistici avvenuti nel corso dei decenni”. Tema, per altro, al centro delle attenzioni del “Forte” valdostano già nell’arco degli ultimi anni (ancora in corso, fino al 27 settembre in proposito, e proprio incentrata sul drammatico argomento in questione, la mostra fotografica “Ghiacciai” del grande reporter brasiliano Sebastião Salgado“attraverso progettualità che hanno avuto l’ambizione di contribuire alla diffusione della conoscenza e della comprensione di quanto sia fragile il mondo della montagna e di quanto sia importante approfondirne la conoscenza”. Parole della Presidente dell’“Associazione Forte di Bard”, Ornella Badery, che aggiunge: “La mostra è il risultato di una poderosa ricerca condotta negli archivi pubblici e privati della Valle d’Aosta e della Valle di Chamonix e dimostra proprio come l’evoluzione del paesaggio delle terre alte si sia realizzata nel corso dei secoli e come i cambiamenti siano stati influenzati (‘troppo spesso negativamente’ aggiungiamo noi) dalla presenza dell’uomo”.

“Chi come noi – spiega, da parte sua, l’Assessore regionale all’‘Istruzione, Cultura e Politiche Identitarie’, Erik Lavevaz – ha a cuore il futuro della Valle d’Aosta, intesa tanto come territorio quanto come comunità, non può non interrogarsi sul futuro dell’ambiente alpino provando ad allontanarsi dalla retorica e dagli allarmismi, ma sviluppando una coscienza che ancora può essere autentica. Queste terre sono chiaramente un laboratorio a cielo aperto in cui la cultura non è un orpello intellettuale, ma un modo fondamentale per comprendere noi stessi e proiettarci in avanti”. Oggi più che mai. Sulla scia di quanto “auspicato” dal celeberrimo Manifesto (presente in mostra) “Val d’Aosta. Sport invernali” disegnato attorno al 1940 dal noto disegnatore barese Gino Boccasile (Bari, 1901 – Milano, 1952), inneggiante, pur negli anni bui dell’inizio della Secondo conflitto Mondiale, alla montagna come “meta glamour e accessibile”, luogo di divertimento, sport, gioia e incontro per tutti. Anche attraverso il sorriso radioso di una smagliante figura femminile (un “classico” del Boccasile) icona ideale di uno stile di vita che ha cavalcato i tempi. E messo oggi seriamente a rischio!

Gianni Milani

“Metamorfosi dello sguardo. Le Alpi immaginifiche”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino al 1° novembre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Angelo Abrate “Il Cervino”, olio su tela, 1934; Giuseppe Gheduzzi “Pascolo a Valtournanche”, olio su tela, 1930 ca.; Gino Boccasile “Val d’Aosta. Sport invernali”, Offset a colori su carta, 1940

“Omaggi incrociati”, al Castello di Rivoli  Kurtág 100

 

Promosso dalla De Sono

Sabato 13 giugno, alle ore 16, il Castello di Rivoli ospita “Omaggi incrociati”, secondo appuntamento di Kurtág 100, progetto dedicato al centenario di György Kurtág, promosso da De Sono in collaborazione con Castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea. Dopo “Mozart destrutturato”, del 30 maggio scorso, il concerto del 13 giugno prosegue il percorso di dialogo tra repertorio storico e contemporaneo attraverso un programma costruito tra omaggi e riferimenti trasversali, esplorando l’insolita formazione di viola, clarinetto e pianoforte. L’iniziativa si inserisce nelle celebrazioni dedicate ai 100 anni del celebre compositore ungherese, figura centrale della musica contemporanea europea, la cui opera ha profondamente influenzato generazioni di compositori e interpreti. Protagonisti del concerto saranno Paolo Casiraghi al clarinetto, Paolo Fumagalli alla viola e Luca Ieracitano al pianoforte, tutti membri del Mdi Ensemble, una delle realtà italiane più autorevoli nel campo della musica classica italiana, fondata a Milano nel 2002, è attiva nelle principali stagioni e festival internazionali dedicati alla nuova musica. L’ensemble lavora in modo continuativo con istituzioni di riferimento della scena contemporanea e, nel corso degli anni, si è distinto per il forte impegno nella ricerca musicale e nella diffusione del repertorio del Novecento e contemporaneo, ricevendo importanti riconoscimenti tra cui il premio “Una vita nella musica” al Teatro La Fenice di Venezia, e il premio “Franco Abbiati”. Membro stabile dell’ensemble, Luca Ieracitano svolge un’intensa attività concertistica internazionale, dedicata in particolare alla musica contemporanea, collaborando con alcuni tra i principali direttori della scena attuale. Accanto a lui, Paolo Casiraghi e Paolo Fumagalli condividono un percorso artistico fortemente legato alla nuova musica e alla ricerca interpretativa. Nel concerto è in programma un dialogo musicale tra autori e composizioni che attraversa epoche e linguaggi diversi, mettemdo in relazione memoria, scrittura contemporanea e tradizione romantica.

Si inizia con “Hommage à Kurtág” di Marco Stroppa, seguito da “Hommage à Schumann”, che lo stesso Kurtág dedica a Robert Schumann. A chiudere il percorso, i “Märchenerzählungen” (racconti fiabeschi) di Schumann, un intreccio ideale tra passato e presente, tra influenze dirette e suggestioni poetiche.

Ingresso al concerto con biglietto ridotto a 6,50 euro, fino a esaurimento dei posti disponibili.

Prenotazioni: https://www.castellodirivoli.org/biglietti/

Mara Martellotta

“Atlante Orientale”: al Museo della Montagna esploratori in Himalaya e Karakorum

 

Tra Ottocento e Novecento 

Al Museo Nazionale della Montagna Duca degli Abruzzi, è aperta fino al 10 gennaio prossimo la mostra dal titolo “Atlante – esploratori in Himalaya e Karakorum tra Ottocento e Novecento tra le collezioni del Museo della Montagna”, curata dallo storico dell’alpinismo Roberto Mantovani.

Si tratta di una storia italiana di esplorazione e ricerca scientifica italiana che va a intrecciarsi con le incursioni di esploratori, turisti, geografi e alpinisti provenienti da tutto il mondo, ma in particolare dalla Gran Bretagna, attratti dai misteri della regione himalayana. Si tratta di una mostra singolare, che riporta alla luce una pagina fondamentale della presenza italiana tra Karakorum e Himalaya, curata dallo storico dell’alpinismo e giornalista, Roberto Mantovani, che nasce da una approfondita ricognizione negli archivi del museo e nella documentazione conservata dalla Biblioteca Nazionale del Club Alpino Italiano, dal quale emergono testimonianze, immagini, oggetti, carte geografiche, volumi e documenti originali capaci di ricostruire oltre mezzo secolo di esplorazioni italiane in Asia.

Il percorso racconta la presenza di viaggiatori, studiosi, fotografi e alpinisti italiani dalla fine dell’Ottocento fino alla storica spedizione nazionale italiana al K2 del 1954, l’esplorazione di Matthias Zurbriggen e del broad peac, inserendolo nel più ampio contesto internazionale delle esplorazioni geografiche e alpinistiche. La galleria dei protagonisti di questa storia prende avvio molto indietro nel tempo, addirittura nel basso Medio Evo, prima del grande viaggio verso il Catai, quando i due frati minori, inviati da Papa Innocenzo IV, tentarono un primo approccio con il Gran Khan dei Mongoli. Questo sarebbe stato il primo capitolo di una semisconosciuta storia missionaria durata cinque secoli, molto prima che avessero inizio, agli albori dell’Ottocento, i viaggi di scoperta degli occidentali, che poco o nulla conoscevano dei percorsi e delle esperienze maturate dai religiosi nei secoli precedenti.

I protagonisti delle prime perlustrazioni fra le grandi montagne asiatiche erano avventurieri britannici, alcuni scienziati tedeschi e qualche esploratore di diversa nazionalità. Negli anni Cinquanta del XIX secolo, nella lista dei viaggiatori compare il nome di un torinese, Carlo Osvaldo Roero di Cortanze. Ex militare dello Stato Maggiore Sardo che si spinse fino a Kashmir, Baltistan e Lakak, giungendo fino agli altipiani tibetani. Quarant’anni più tardi, nell’estate del 1890, con un gruppo di probatori locali, il valdostano Roberto Lerco risalì il ghiacciaio del Baltoro, in Karakorum, e si arrampicò sulle prime pendici del K2. Nel 1892, la guida di Macugnaga, Matthias Zurbriggen, ingaggiato da William Martin Conway, futuro presidente dell’Alpine Club, esplorò l’area del K2 e del broad peac. Qualche anno dopo, nel 1899, la ribalta himalayana si arricchì di alcuni importanti scatti fotografici di Vittorio Sella, al seguito della spedizione britannica guidata da William Douglas Freshfield, e i protagonisti del periplo Kang Chen Junga, al confine tra il Sikhim e il Nepal. Il percorso espositivo dedica anche spazio alle imprese del primo Novecento, a partire da quella del Duca degli Abruzzi, con le guide di Courmayeur, cui si devono tentativi della scalata del K2, dello Skiang Kangri e del Chogolisa.

Alla vigilia della prima guerra mondiale si collocano le spedizioni di Mario Piacenza, che nel 1913 conquistò il Kun, il primo 7 mila italiano, e quella scientifica diretta da Filippo De Filippi, in assoluto la più importante missione di ricerca dell’epoca che, per 16 mesi, tra il 1913 e il 1914, operò nel Karakorum centro orientale, in Himalaya e nel Turkenstan cinese. Dopo la guerra, gli italiani tornarono nel Karakorum centro occidentale nel 1929, con la spedizione di Aimone di Savoia, Duca di Spoleto, che studiò in modo approfondito l’ologramma della catena. Un anno dopo si registrò una puntata esplorativa di Giotto Dainelli, geografo fiorentino, sul ghiacciaio Rimu, visitato solo marginalmente dalla comitiva scientifica del 1913-14. Nel 1934, il piemontese Piero Ghiglione venne chiamato a far parte di un gruppo diretto da Günther Oskar Dyrenfurth che, tentata l’ascensione del Hidden Peak, scalò la cima orientale del Baltoro Kangri e le quattro sommità del Sia Kangri.

La mostra si chiude con la spedizione nazionale italiana sul K2 del 1954, che rappresenta non soltanto una delle più importanti imprese alpinistiche del Novecento, ma anche una straordinaria operazione scientifica. È importante ricordare il lavoro svolto da un gruppo di scienziati, che operò parallelamente agli alpinisti, come testimonia la carta topografica in scala 1:12.500 della seconda montagna piu alta della Terra e la pubblicazione dei risultati della ricerca in una collana di nove volumi, uscita tra il 1964 e il 1991.

Solo pochi anni più tardi, l’esplorazione avrebbe conosciuto un cambiamento profondo: dapprima con l’entrata della fotografia aerea, poi con l’aiuto dei satelliti e, in tempi più recenti, con le microcamere e i doni. Le ricognizioni nelle alte valli himalayane si sarebbero trasformate lentamente in turismo, facilitando la nascita di un flusso sempre più numeroso di appassionati di trekking. Attraverso materiali originali del museo e della biblioteca CAI, “Atlante Orientale” narra così non solo l’esplorazione dei territori sconosciuti, ma anche la costruzione di un patrimonio di conoscenze geografiche, scientifiche e culturali che hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra l’Europa e le grandi montagne dell’Asia.

L’esposizione è accompagnata da un catalogo edito dal Museo della Montagna, che raccoglie un saggio curatoriale approfondito sulla storia delle esplorazioni in Asia e un contributo dell’antropologo Marco Aime sulle implicazioni sociologiche e ambientali del trekking e dell’alpinismo nella regione nepalese del Kumbu dagli anni Cinquanta a oggi.

Museo Nazionale della Montagna – Duca degli Abruzzi CAI Torini – piazzale Monte dei Cappuccini 7, Torino – 011 6604104

Mara Martellotta

Monumenta Italia Cantiere Madama. A cielo aperto

Un progetto di Irene Pittatore

Esposizione

Dal 10 giugno al 3 luglio 2026

Portici di Piazza San Carlo, Torino

 

Monumenta Italia / Cantiere Madama, visitabile a Palazzo Madama fino al 6 luglio, scende in piazza per accompagnare cittadine e cittadini con immagini e domande diffuse su quattordici banner allestiti sotto i portici di Piazza San Carlo, il luogo aulico e di incontro per eccellenza a Torino.

L’evento, realizzato nell’ambito del public program della mostra MonumenTO, Torino Capitale. La forma della memoria, approfondisce alcuni temi al centro del lavoro Monumenta Italia dell’artista Irene Pittatore, che propone una riflessione sull’esiguità di monumenti dedicati a donne e realizzati da donne nello spazio pubblico. Un vuoto che diventa occasione per interrogarsi sul significato contemporaneo di memoria collettiva, patrimonio urbano e monumentalità, in una prospettiva di genere.

Monumenta Italia prende le mosse da Monumentale dimenticanza, progetto di ricerca del Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile APS del 2019 volto a censire la presenza di monumenti, fontane e statue su suolo pubblico dedicati a storiche figure femminili nelle città e nei comuni piemontesi.

La mostra diffusa si pone l’obiettivo di creare consapevolezza e offrire un punto di osservazione del patrimonio monumentale che contempli la prospettiva di genere e la secolare invisibilizzazione del contributo femminile.

Le immagini sui banner in piazza San Carlo raccontano le azioni partecipative realizzate a Torino, Savona e Novara attraverso affissioni urbane, azioni performative e cantieri fotografici diffusi, e presentano la performance A week-Long Monument (The Ice Plinth), condotta da Irene Pittatore a Torino nel 2024 su un basamento in ghiaccio. A partire da “basamenti inservibili” le azioni performative di Monumenta Italia alimentano un confronto sull’adeguatezza della forma monumentale a costruire memoria e restituire complessità nella contemporaneità.

Ne scaturisce un’occasione di riflessione civica sul patrimonio artistico urbano e sul significato contemporaneo di monumentalità, memoria e identità, alla quale la cittadinanza è invitata a partecipare.

I contributi e le proposte (che potranno essere inviati attraverso il QRcode presente sui banner e a questo link) saranno documentati nella prossima edizione del catalogo Monumenta Italia, in uscita al termine di ogni tappa del progetto.

Irene Pittatore (Torino, 1979)

Artista e performer, adotta strumenti visivi, narrativi e partecipativi per creare opere che riflettono su emarginazione, discriminazione e i loro sintomi. I suoi progetti, dedicati alla violenza di genere (Monumenta Italia, L’amavo troppo e le ho sparato), alla diversità e all’inclusione (You as me / Nei panni degli altri), all’emergenza abitativa (Homeless heroines) si sviluppano in dialogo con musei, festival, gallerie, università.

Marc Chagall tra poesia e spiritualità

Ad Aosta un’imponente mostra

Viene inaugurata venerdì 19 giugno, ad Aosta, presso le sale espositive del Museo Archeologico Regionale di Aosta, la mostra intitolata “Marc Chagall tra poesia e spiritualità”, realizzata in collaborazione con il Musée National Marc Chagall di Nizza.

La mostra è curata da Grégory Gouderc, Anne Dopfer e Alberto Fiz, ed è stata realizzata dalla Struttura, Attività politiche espositive e identitarie della Regione Autonoma Valle d’Aosta in partenariato con il Museo Marc Chagall di Nizza, l’unica istituzione pubblica dedicata al maestro russo che riunisce il suo lavoro imponente sul messaggio biblico ed è visitato ogni anno da oltre 200 mila persone. In mostra sono esposte 120 opere tra dipinti, sculture, gouache, disegni, litografie, libri e ceramiche realizzate dal 1922 al 1980, alcune mai esposte in Italia che consentono di analizzare il percorso di Chagall attraverso una rinnovata lettura del suo rapporto con il sacro, spesso problematico e fortemente attuale anche nel contesto della contemporaneità. La rassegna presenta testimonianze di grande significato e di forte impatto nazionale, come nel caso dei dipinti quali il bozzetto per il “Cantico dei Cantici III” del 1957, “Il profeta Isaia” del 1968, “La torre di Davide” del 1968-71, che vengono esposti accanto a lavori degli anni Trenta, quali la “Circoncisione di Abramo” o “Giuseppe riconosciuto dai fratelli”. Chagall è stato affascinato dalla Bibbia fin dalla più giovane età, e ha iniziato a studiarla con dedizione dagli anni Trenta, affermando che “la Bibbia è la più grande fonte di poesia di tutti i tempi. Fin dall’infanzia ho cercato di ritrovarne il riflesso nella vita e nell’arte. La Bibbia è come una risonanza della natura, e ho cercato di ripercorrere il segreto”.

La Bibbia rappresenta, infatti, una straordinaria metafora per descrivere i temi che hanno reso celebre l’artista, tra cui l’amore come simbolo di trascendenza, la componente onirica e immaginifica, la memoria e i ricordi dell’infanzia trascorsi nel villaggio natale di Vitebsk, in Russia, cosiccome la sua relazione con la Francia, considerata la sua seconda patria. Tutto ciò nell’ambito della ricerca delle forme uniche, libere da condizionamenti, che attraversano le avanguardie, quali orfismo, cubismo, futurismo e surrealismo, senza mai aderire ad alcun movimento. La mostra offre l’opportunità di approfondire aspetti spesso poco indagati, nell’arte di Chagall, come quello inerente la scultura (tra le opere esposte compaiono ‘Cristo in croce’ e ‘Mosè’, due rare opere plastiche del 1952-54).

È anche presente uno spazio specifico dedicato alle vetrate, con una serie di maquette, che consentono agli spettatori di immergersi nell’atmosfera dei grandi lavori realizzati da Chagall per le cattedrali di Assy, Reims, Metz e Chichester, in un contesto dove assumono una particolare rilevanza i lavori creati per la Sinagoga dell’ospedale Hadasah, a Gerusalemme, dove Chagall ha illustrato le 12 tribù di Israele, distribuendo le sue dodici finestre, senza figurazioni e utilizzando lettere ebraiche, animali e fiori. Tutti i luoghi nelle Vetrate del mondo appaiono poi riprodotti su uno spettacolare tappeto al centro della sala principale del museo, che diventa così una mappa e un luogo magico di esplorazione.

Aosta – Museo Archeologico Regionale – piazza Roncas 12, Aosta – 0165 275902

Orari d’apertura: tutti i giorni dalle 9 alle 19

Mara Martellotta

Renato Guttuso tra il ’47 e l’85 alla Galleria Accademia

Una vasta antologica dedicata alle opere: fino al 3 luglio

Una mostra antologica dedicata a uno tra i massimi esponenti del Novecento italiano, Renato Guttuso, inaugura l’11giugno e prosegue fino al 3 luglio presso la Galleria Accademia Torino. Si tratta di un’esposizione, realizzata in collaborazione con MOZ-ART Arte Contemporanea di Mantova che comprende ventidue opere dipinte dal 1947 al 1985 incentrate su oli, chine , disegni e tecniche miste. La prima sezione della mostra è dedicata al secondo dopoguerra con lavori che risalgono al 1947, tra i quali figurano “Natura morta cubista” e “Cocomero cubista”, di matrice picassiana, che diventano strumento per indagare la violenza e la crudezza degli oggetti quotidiani.

Le opere risalenti agli anni Sessanta sono rappresentate da “La Martire Algerina”, “Discussione politica” “A Marat, David, Géricault” e “Nudo di fronte”.

Si prosegue con i lavori datati tra il 1980 e il 1985 di cui figurano “ Coccodrillo o Je ne brûle pas”, metafora di un tempo che passa troppo velocemente, e “Donne di Arles- da van Gogh”.

I temi principali dell’intera mostra sono rappresentati dai nudi, dai paesaggi siciliani e dalle nature morte mediterranee. Le opere in mostra sono contenute e approfondite all’interno del Catalogo Ragionato curato per Mondadori & Associati da Enrico Crispolti.

Galleria Accademia Torino, via Po 39

Tel 3358024539

Mara Martellotta

Connections, una mostra collettiva nel Castello di Casale

Dal 6 giugno al 31 agosto 2026 la Manica Lunga del Castello di Casale Monferrato ospita “CONNECTIONS”, una mostra collettiva dedicata al tema della relazione e dell’interconnessione tra individui, natura, memoria e linguaggi contemporanei.

L’inaugurazione si terrà venerdì 5 giugno alle ore 17.00 con un video musicale creato appositamente per la mostra dalla pianista e compositrice Esther Fluckiger, accompagnato da una degustazione dei vini della Tenuta Tenaglia.

La mostra nasce dall’idea che tutto sia relazione. Come gli alberi comunicano attraverso una rete sotterranea di radici e funghi, anche gli esseri umani sono connessi da un sistema complesso di scambi visibili e invisibili. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni presenza costruisce un legame. Le connessioni non sono soltanto emotive, ma anche biologiche, culturali e sociali. Esistiamo all’interno di una rete di interdipendenza: un ecosistema fatto di corpi, linguaggi e memorie. In questo contesto l’arte diventa, come la natura, un canale di trasmissione capace di attraversare confini, mettere in dialogo differenti sensibilità e rivelare ciò che unisce. Le opere in mostra riflettono una trama continua fatta di contatti, tensioni e risonanze. Connections non si limita a raccontare la connessione: la mette in atto.

Artisti in mostra: Paolo Bellon, Giò Bonardi, Ilenio Celoria, Piero Ferroglia, Michelle Hold, Carlo Ivaldi, Nina Schipoff, Bona Tolotti, Giorgio Zocco.

“Il percorso espositivo si costruisce attraverso il dialogo tra grammatiche artistiche differenti. E’ nella frizione tra queste pratiche che emerge il senso del progetto: le opere non rivendicano autonomia né autosufficienza, ma si definiscono nella coesistenza.” Paola Casulli

I testi nel catalogo sono di Federica Mingozzi e Paola Casulli

Informazioni
Sede: Manica Lunga del Castello di Casale Monferrato
Periodo mostra: 6 giugno – 31 agosto 2026
Orari di apertura: sabato e domenica, ore 10.00–13.00 / 15.00–19.00
Inaugurazione: venerdì 5 giugno 2026, ore 17.00

Artmoleto è un’associazione culturale che nasce come progetto internazionale d’arte, ideato da Michelle Hold, incentrato sul dialogo e confronto tra artisti caratterizzati da diverse culture intorno a tematiche tra loro condivise, accomunate da un unico presupposto: l’amore e il rispetto per la natura. Artisti uniti da un segno visivo rivolto verso una realtà introspettiva, mirato a rivalutare il rapporto uomo-natura in un continuo rimando tra sensazioni, immagini, colore, emozioni. Ogni opera è un tassello all’interno di una costruzione più ampia e ogni lavoro appare come un dettaglio descrittivo, un’impressione visiva o spirituale. L’intreccio tra la pluralità della visione degli artisti e la sensibilità di chi si relaziona con le opere, offre un processo d’identificazione con la natura stessa dell’uomo e la sua storia, cioè con la nostra storia e con la nostra esistenza. Arte come comunicazione, condivisione, riflessione. www.artmoleto.com

“1000 Omini-Mini di Anja”, una mostra per aguzzare la vista e sorridere

Informazione promozionale

Con i suoi pennini e pennelli incantati, l’artista Anja Langst realizza il suo regno magico degli “Omini-Mini”, dove ognuno ha la sua personalità e diventa un tassello di un grande insieme.

 

Si intitola “1000 Omini-Mini di Anja” la mostra realizzata per aguzzare la vista e sorridere, curata da Xenia Filonenko, dal 13 al 28 giugno prossimo, che inaugurerà sabato 13 giugno alle 17.30 presso l’associazione Fuocoinfinito, in via Carlo Alberto 11/P, a Torino.

“L’artista Anja Langst – precisa la curatrice della mostra, Xenia Filonenko – presenta una pratica visiva fondata sulla proliferazione del segno, sull’accumulo narrativo e sulla costruzione dell’immagine attraverso un’infinità di minuscole figure umane. In queste composizioni, l’horror vacui assume un tono gioioso e vitale, l’accumulo non genera caos ma energia; la moltitudine delle figure costruisce un ritmo visivo dinamico e coinvolgente, dove l’umorismo convive con una sorprendente precisione compositiva. Accanto alla sua dimensione più visionaria, una parte della mostra si presenta dall’aspetto giocoso con l’illustrazione umoristica. Qui, gli ‘omini’ di Anja Langst diventano protagonisti di scene leggere, umoristiche e teatrali capaci di trasmettere immediatezza, allegria e senso del gioco. Lo spettatore esplora l’immagine come un territorio ludico, scopre dettagli nascosti, incontra personaggi buffi e segue minuscole storie disseminate sulla superficie.

Parallelamente, un’altra parte della ricerca di Anja Langst si sviluppa in direzione quasi opposta, pur utilizzando il linguaggio dei ‘1000 omini’. In queste opere, le piccole figure perdono progressivamente la loro funzione narrativa per trasformarsi in puro elemento strutturale. Il risultato è una pittura che assume l’aspetto di una composizione geometrica e fortemente contemporanea. Questa duplice direzione della mostra rivela, con particolare chiarezza, la profondità della ricerca e la solidità professionale di Anja Langst. Dietro l’apparente leggerezza del gioco visivo, emerge una formazione artistica rigorosa e una piena consapevolezza dei linguaggi contemporanei. La libertà narrativa dei suoi ‘omini’ non nasce dunque da un approccio naïf o istintivo, bensì da una ricerca matura sostenuta da uno studio presso l’Accademia Albertina di Torino, dal confronto con la lezione di Emilio Vedova e da anni di lavoro come illustratrice presso il Bureau International du Travail a Torino e Ginevra, per la casa editrice Vivez Soleil, giornali e riviste svizzere e francesi. È proprio questa capacità di attraversare registri diversi, dall’immaginario giocoso del fumetto alla costruzione di superfici dal forte impatto contemporaneo, a conferire alle opere di Anja Langst un valore artistico significativo. La mostra evidenzia come uno stesso linguaggio possa generare simultaneamente complessità e leggerezza, rigore formale e umorismo, riflessione e sorriso”.

Orari: da lunedì a venerdì dalle ore 16 alle 19 – sabato e domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 19.30.

Associazione Fuocoinfinito – via Carlo Alberto 11/P, Torino

Info: 349 1256344

Mara Martellotta