Il programma espositivo di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia inaugura il primo ciclo di mostre del neodirettore artistico François Hébel con due mostre originali, dopo l’avvio di EXPOSED Torino Photo Festival: la prima è la grande mostra in Italia dedicata al maestro del colore, Il belga Harry Gruyaert, dal titolo “Retrospettiva”, e un’esposizione originale nella project room dedicata al più importante grafico svizzero che lavora con la fotografia, Werner Jeker.
Dal 18 giugno al 4 ottobre prossimo, CAMERA presenta la prima grande retrospettiva in Italia di Harry Gruyaert, tra i maggiori protagonisti della fotografia contemporanea. Nato in Belgio nel 1941, membro di Magnum Photos, Gruyaert è stato uno dei primi fotografi europei, tra gli anni Settanta e Ottanta, a conferire al colore una dimensione puramente creativa, non più descrittiva ma percettiva ed emotiva, capace di costruire una visione radicalmente grafica del mondo. In un’epoca in cui la fotografia veni a celebrata in bianco e nero, il suo lavoro si inserisce nel solco tracciato da autori americani come Saul Leiter e William Eggleston. Articolata secondo un percorso cronologico, la mostra si apre con la celebre serie televisiva “Shots”, che mette in dialogo fotografie e prime trasmissioni televisive a colori, proseguendo con l’evoluzione del suo linguaggio visivo, influenzato da numerosi viaggi: ogni luogo si distingue per le sue immagini e per specifiche qualità cromatiche. Dalla pellicola Codachrome e dalla stampa Cibachrome del XX secolo, fino alle possibilità offerte dal digitale del XXI secolo, la ricerca di Gruyaert testimonia una costante esplorazione del colore come esperienza fisica e sensoriale.
“Il colore è più fisico del bianco e del nero – spiega l’artista […] – con il colore si deve essere colpiti dalle diverse tonalità che esprimono una situazione”.
Formatosi alla Scuola di Cinema e Fotografia di Bruxelles, Gruyaert si trasferisce a Parigi nei primi anni Sessanta, dove incontra figure decisive come Peter Knapp e Robert Delpire. Dopo le prime esperienze, individua nel viaggio il fulcro della propria ricerca a, individuando come luogo chiave del suo lavoro il Marocco, vissuto come spazio di rivelazione in cui paesaggio e presenza umana si fondono in una percezione unitaria. Nel corso della sua carriera, Gruyaert sviluppa un linguaggio più ispirato alla pittura e al cinema che alla fotografia stessa, dando forma a immagini in cui luce, colore e composizione prevalgono su ogni intento narrativo.
In parallelo, la project room ospiterà una mostra “Phototypo”, dedicata a Werner Jeker, figura di riferimento internazionale nel campo della grafica applicata alla fotografia. Nato in Svizzera nel 1944, Jeker rappresenta un caso unico , considerato tra i più importanti graphic designer della sua generazione nel campo della fissione, ha sviluppato un linguaggio visivo in cui fotografia e tipografia si integrano, superando la funzione comunicativa per arrivare a una piena autonomia espressiva. Jeker è autore di oltre 800 manifesti, realizzati per differenti istituzioni culturali, e collaborato con importante realtà internazionali e con fotografi del calibro di René Burri, Raymond Depardon, Henry Cartier Bresson. La mostra presenta una selezione significativa dei suoi lavori, con una particolare attenzione ai manifesti che incorporano l’immagine fotografica come elemento strutturale della composizione. Il suo approccio si distingue per un intervento calibrato sull’immagine, che ne preserva l’integrità documentaria, mentre ne amplifica la forza visiva attraverso la relazione con il testo. Nel corso della sua carriera, Jeker ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui l’Infinity Award per l’uso innovativo della fotografia, ed è stato docente presso importanti istituzioni europee.
CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia- via delle Rosine 18, Torino – www.camera.to
Mara Martellotta

In tal senso, é da leggersi la pittura di fragile realismo, pur nella tecnica di perfetta definizione, di Riccardo Albiero. Figura ascetica, le braccia lungo i fianchi, una postura composta in silente, intima preghiera nel suo fisso osservarci quali amichevoli presenze cui chiedere gesti di comune devota condivisione, quella del giovane (autoritratto?) dallo sguardo profondo e penetrante di “The Silent Choir”. Alle sue spalle un “telo sospeso” (quasi sipario teatrale) in cui vediamo muoversi “ombre di colombe in volo” (simbolo eterno di pace cristiana e riconciliazione divina), riflesse in un gioco di smosso chiaro-scuro nell’ampia camicia chiusa ai polsi, fiori appena accennati nella delicatezza di morbide cromie e un “cardo” disegnato in basso a sinistra. Il volto del giovane “non descrive un’ identità definita–sottolinea Irene Finiguerra – ma una presenza interiore, come una figura che affiora come memoria dell’anima, come tracce di un mistero che non si lascia afferrare ma solo intuire”. E mistero, realtà simbolica è ancora il “cardo” che si ripete da “The Silent Choir” al più piccolo “Sorrowful Charm”, dove appare tenuto in mano forse dallo stesso giovane del precedente dipinto. Anche qui, non semplice grafica ornamentale di una comune “pianta” erbacea, ma, in ambito religioso, elevato simbolo associato al dolore, alla corona di spine e alla passione del Cristo, del Cristo che si fa uomo e assume su di sé la maledizione della Genesi per redimere l’umanità. Ancora Irene Finiguerra:“Queste opere parlano a chi crede, ma anche a chi è in ricerca. A chi riconosce nel tempo pasquale un mistero di fede e a chi, semplicemente, attraversa la Cattedrale in cerca di silenzio. Non chiedono appartenenza, ma disponibilità all’ascolto. In un tempo spesso segnato dal rumore e dalla fretta, invitano a sostare senza difese, a lasciarsi toccare da una luce che non impone risposte ma apre domande. Fino a giugno, nel tempo disteso che segue la Pasqua e conduce verso la pienezza della luce estiva, queste immagini continuano a parlare di vita che rinasce e di presenza che si fa discreta. Non proclamano, non spiegano: accompagnano. Sono come preghiere mute affidate alla pittura, offerte silenziose che chiedono soltanto di essere accolte”.


La comprensione dei suoi “Ritratti” e delle sue opere in genere va sempre oltre ciò che l’artista ti presenta in parete, per portarti in oscuri spazi dell’inconscio difficili da esplorare. Solo “suoi”. A noi lasciarci avvolgere da quell’aura di sublime arruffato mistero che è il “suo” e solo “suo” piccolo-grande universo. Accanto al quale, gravitano in mostra (figure amiche!) anche altri ritratti provenienti dalle Collezioni della stessa “Fondazione Bottari Lattes” insieme a quelle di altre Gallerie, con opere realizzate da pittori e scultori del suo stesso “contesto artistico”. La selezione comprende quindi dipinti di Felice Casorati, di esponenti del torinese “Gruppo dei Sei” come Jessie Boswell, Francesco Menzio (suo un piccolo “ritratto della moglie”) e Carlo Levi (bizzarro il suo onirico “Risveglio -un solo occhio aperto- con la madre”), accanto ad altri di Luigi Spazzapan, Italo Cremona (bel bello in canottiera) e Mario Calandri, affiancati da tre notevoli pittrici come Nella Marchesini, Daphne Maugham e l’estrosa Carol Rama. Tra le incisioni, le nitide fisionomie dell’amico ceco Jiri Anderle (famoso per le sue “mezzature”) e un sintetico volto di Mario Surbone. Tre le sculture esposte: una preziosa testa femminile in cera di Giacomo Manzù, di forte ispirazione impressionista alla Medardo Rosso; una figura quasi astratta di Sandro Cherchi e un ritratto con forti richiami al cubismo di Mario Giansone.

Spostandoci verso la collina di Piossasco, “Casa Lajolo” è una dimora di campagna di metà Settecento con un giardino all’italiana articolato su tre livelli e proprio domenica 26, alle 16,30, si potrà scoprire questo patrimonio verde attraverso “una visita poetica”, un modo nuovo di fruire della bellezza del giardino che coniuga letture di brani e poesie con la scoperta del patrimonio botanico (iscrizioni su https://www.casalajolo.it/prenota/). A pochi chilometri, a Volvera, invece, sempre domenica 26 si potrà visitare “Palazzotto Juva”, una dimora la cui storia risale al Seicento e il cui nome è legato alla figura di Giacomo Pio Juva che, nel 1797 acquistò la cascina e i terreni. II nuovo proprietario fece costruire e restaurare la villa padronale dotandola di una “torre merlata” di ispirazione medioevale, del “campanile” con tanto di campane, ampliando il grande giardino, per destinarlo a “residenza estiva”. Ultime due tappe domenicali: Pancalieri, dove domenica 26 riapre la settecentesca “Villa Giacosa Valfré di Bronzo”, e Virle Piemonte, con il suo settecentesco “Castello Marchesi Romagnano” che domina l’abitato con la sua mole storica e le sue sale affrescate, custodi di secoli di eventi politici e mondani.