ARTE

Se la “traccia alfabetica” si fa libera “narrazione d’arte”

L’arte “calligrafica” e “asemica” di Eugenia Di Meo in mostra all’Associazione Culturale “Fuocoinfinito” di via Carlo Alberto, a Torino

Fino al 29 marzo

Le lettere dell’alfabeto, di più alfabeti (e non solo occidentali), trasformate in “scrittura decorata” e in preziose, minute opere d’arte. E’ un esercizio di altissima certosina perizia tecnica, quello portato avanti con interesse e passione infinita dalla torinese Eugenia Di Meo, ma esercizio pur anche capace di trasformarsi (se lasciato liberamente volare in spazi di pura fantasia il sotteso, ma sempre scalpitante, gioco cromatico) in pagine di pura e visionaria poesia. “Calligrafia” e “arte asemica” (“lettere non lettere”):  ha cavalcato e seguito con ottimi risultati secoli e secoli di storia dell’arte il percorso artistico di Eugenia Di Meo, come ben testimonia quella trentina di sue opere esposte, fino a domenica 29 marzo, presso l’Associazione Culturale “Fuocoinfinito” di via Carlo Alberto, a Torino. Il titolo riassume alla perfezione, nei suoi caratteri segnici e negli obiettivi concettuali, il variegato ma lineare contenuto della rassegna: “Fili Trame e Tessuti che si intrecciano per formare nuove storie”. E quante storie! Intrecciate in un complessivo racconto espositivo che va dai “capilettera miniati” antichi – che sembrano evasi dalla misteriosa labirintica Biblioteca svizzera dell’Abbazia di “San Gallo” di echiana memoria – alle “sculture tridimensionali” di carta fino ai più moderni “calligrammi”, in un intuitivo rincorrersi di alte citazioni che passano dall’ “Orfismo” delle “opere su carta” e delle famose “Finestre” dell’ucraina Sonia Delaunay fino agli “Arazzi con lettere” (calibrati nella giusta contrapposizione di “ordine” e “disordine”) di Alighiero Boetti e, laddove la potenza cromatica riesce a spezzare le “catene” della più rigorosa “bella grafia”, alle visioni colorate, surreali e libere di varcare tutti i cieli, del grande Mirò.

Il tutto incentrato e semplificato nell’osservazione ammirata di alcune opere esposte, che mi piace volutamente ricordare: dal raffinato capolettera di una “L” ornata in “calligrafia gotica rotunda” alle “tre lettere” di altrettanti alfabeti dall’artista riprodotte in variazioni assolutamente singolari e in un groviglio colorato di evasiva informalità, fino alle “composizioni asemiche”, due in particolare (riportate in foto) giocate in prevalenza sulla felice imprevedibilità e riconquistata libertà di colore-forma, non più prigioniero ma sfuggito alle maglie geometricamente inclusive della grafia, già pubblicate in California su uno specifico “Annuario” femminile di artiste “asemic – Art”.

Torinese di nascita, Eugenia è “architetta” di formazione, con laurea al “Politecnico”, seguita alla frequentazione del torinese “Istituto Statale d’Arte”, sezione di Moda e Costume. “Il disegno, nelle sue molteplici forme, è sempre stato racconta – una presenza costante nel mio percorso formativo e, in questo ambito, ho portato avanti una lunga sperimentazione volta a scoprire la ‘mia traccia’, spaziando tra diversi settori per periodi più o meno lunghi: dall’arredamento alla moda, dalla ceramica alla calligrafia, settore, quest’ultimo, rivelatosi come la via più congeniale per orientare la mia indagine espressiva”. Il grande “amore” della vita. Con quegli “alti” e “bassi” propri di tutti i grandi amori. Forieri di passioni irrefrenabili, ma anche, a tratti, vissuti come una sorta di “impedimento” a nuove esperienze e libertà espressive, cui sempre, comunque, Eugenia ha lasciato (come già detto) le porte ben aperte nelle loro richieste di più matura “evasione”. Supportata sempre dalla forza di un “mestiere” consolidatosi e perfezionatosi negli anni.

E in virtù anche di una preparazione “di bottega” di primo piano, seguendo “corsi” e “workshop” con i più famosi maestri calligrafi italiani e stranieri, arrivando a conoscere e a praticare circa una quindicina di stili calligrafici, occidentali e non, attraverso mezzi di scrittura fra i più vari: dai tradizionali pennini e inchiostri, fino a strumenti fra i più inusuali “da una conchiglia – ci ricorda Eugenia – a un pezzo di pasta o altro, montati su disparati supporti al fine di renderli utilizzabili per lasciare una ‘traccia’”. “La” traccia che fa dell’opera un’opera singolare e unica. E che l’ha pian piano avvicinata anche alla pratica dell’“Asemic Writing Art”, di quella “scrittura” (nata negli States negli anni ’50) che è “semplice simulazione di scrittura”, priva di significato semantico, cui la Di Meo si diletta ad “aggiungere grafismi inediti di notevole efficacia – scrive in presentazione Beatrice Pirocca – fino a dimostrare l’ormai matura gestualità ritmica di un segno fatto di ‘parole – non – solo – più – parole, che ci invita a ripercorrere con lei l’evoluzione delle poetiche d’avanguardia”. E di sue, e nostre, particolari emozioni, che dal tratto certosino del segno all’esplosione inarrestabile del colore, ci trasportano in spazi di pura poetica “visionarietà”. Spazi “amici”, decisamente indimenticabili!

Gianni Milani

“Fili Trame e Tessuti che si intrecciano per formare nuove storie”

Associazione Culturale “Fuocoinfinito”, via Carlo Alberto 11/p, Torino; Tel. 349/2187206; fino a domenica 29 marzo. Orari: lun. – ven. 15,30/18,30; sab. – dom. 10,30/12,30 e 15,30/18,30

Nelle foto: “Rielaborazione di un capolettera, ‘L’ ornata, in calligrafia ‘gotica rotunda’”; “Tre lettere di altri alfabeti rielaborate”; Coppia di “Composizioni ‘asemiche’ (lettere non lettere)”, foto pubblicate in California su un Annuario di “artiste asemic – Art”

I pittori che dipinsero gli Italiani all’indomani dell’Unità

Al castello di Novara, sino al 6 aprile

 

Adesso che s’era fatta l’Italia bisognava fare gli Italiani. E ancora oggi sappiamo quanta fatica si porti appresso l’infinito di quel verbo. Prima c’erano state le “speranze e aspirazioni” di chi sognava un’Italia unita: c’erano stati alcuni prima, all’inizio di un lungo percorso, le giornate di Milano ma anche “la fatal”Novara che quelle aveva spazzato via, poi finalmente, il 17 marzo 1861, l’unione. Ma ancora molto rimaneva da fare – ma pure, “la storia poi è proseguita, certo tra mille difficoltà, tra eventi gloriosi e altri meno, ma una bellissima storia”. Anche l’arte e gli artisti vollero raccontare, come fedeli narratori, il cambiamento di questo popolo “nuovo” ripreso nei tanti aspetti piacevoli della sua quotidianità, ma anche il disincanto e la fatica del lavoro, la giustizia, l’istruzione, la condizione della donna, troppe volte avvilente: magari con lo sguardo dell’uomo rattristito e ferito, con una moglie e un figlio alle sue spalle, un misero bagaglio con sé, all’interno di un paesaggio roccioso, a osservare una terra che non vede il momento di raggiungere, protagonista dell’opera di Stefano Usai L’esule che dall’Alpe guarda l’Italia (1850). È il punto d’inizio della mostra L’Italia dei primi Italiani. Ritratto di una nazione appena nata, curata da Elisabetta Chiodini negli spazi del Castello di Novara, organizzata da Mets Percorsi d’Arte con il Comune di Novara e la Fondazione Castello di Novara, con l’apporto di importanti sponsor e visitabile sino al 6 aprile. ”Dovevamo offrire qualcosa che lasciasse il segno – dice Paolo Tacchini, presidente di Mets -, di cui si potesse conservare un ricordo indelebile e che fosse legato alla nostra terra e alle sue peculiarità. Qualcosa però che fosse coerente con la nostra specifica missione, divulgare l’arte di un periodo ben preciso.” Ovvero di quell’Ottocento che, ormai dal 2018, ha preso a invadere felicemente le sale del Castello, nei suoi aspetti più differenti e culturalmente validi, nei suoi percorsi più approfonditi, guardando al paesaggio e a Les Italiens à Paris, al Romanticismo per le strade di Milano e i canali veneziani, al Divisionismo e ai Macchiaioli, promettendo fin da ora il prossimo appuntamento Moda e costume nella società moderna, tre ritratti – Hayez Boldini Casorati – e oltre, a partire dal 31 ottobre prossimo.

Non un percorso legato al passaggio del tempo ma la visione dilatata di questo, settant’anni circa, sino agli anni Trenta del Novecento, e settanta opere in esposizione, provenienti da collezioni private e da importanti gallerie di Milano (Maspes ed Enrico, Quadreria dell’Ottocento e Mainetti), Torino (Aversa) e Pinerolo (Il Portico), dalla Fondazione Cariplo, da Novara (Galleria Giannoni) e dalla GAM torinese, attraverso sette sezioni: dal territorio variegato di pianure, valli e monti alle regioni bagnate dal mare con le loro attività, dai tanti volti delle città al tempo libero della borghesia, dall’arte declinata al femminile all’amore nella sua venalità alla vita nelle metropoli, dove lusso e miseria convivono, dove la medicina progredisce e i più o meno grandi soprusi crescono. Opere di grande importanza e nomi che abitano l’immaginario artistico collettivo (Lega e Signorini, Carcano e Fattori e Cosola, De Nittis e Morbelli e Maggi), opere preziose che ci portano anche a scoprire bellezze di autori forse immeritatamente tenuti lontani dai grandi appuntamenti (Eugenio Spreafico e Arnaldo Ferraguti, Stefano Bruzzi e Guglielmo Ciardi, Pio Joris (che in Circo Agonale del 1900 ritrae una piazza Navona nel suo dispiegarsi di popolani, venditori di frutta, religiosi in attesa, bambini ai primi passi, cani che giocano, il tutto raccontato in una affascinante ricchezza di abbigliamenti, affabulazioni, pettegolezzi di donne), Alberto Rossi e Carlo Cressini e Italo Nunes Vais (Ancora un bacio, 1885, una addio o un arrivederci sul predellino di un treno che sta per partire), Giovanni Sottocornola e il mirabile Francesco Netti, allievo di Domenico Morelli, con il suo In Corte d’Assise, un olio su tela del 1882, di importanti dimensioni (96 x 182 cm), proveniente dalla Pinacoteca Metropolitana Corrado Giaquinto di Bari. 

Dove racconta di una seduta del processo – lo potremmo definire il “primo mediatico” della storia, assai simile a quelli che circolano oggi – che doveva condannare i responsabili dell’omicidio del capitano Giovanni Fadda, eroe delle guerre risorgimentali in cui, il poveretto, aveva perduto la propria virilità, ovvero la moglie Raffaella Saraceni, particolarmente bella, e il suo amante, un giovane cavallerizzo che aveva tolto di mezzo quell’imbarazzante coniuge con 23 pugnalate. Processo nel ’79, ergastolo per lui e per lei, riconosciuta come mandante, condanna ai lavori forzati e a trent’anni di reclusione prima, ridotti poi per essere fatta uscire dopo soli dieci anni (con buona pace degli “scandali” attuali). A chi vorrà ancora visitare la mostra – e ve la consigliamo davvero in quest’ultimo scorcio – interesserà quella sorta di rituale che Nitti ci ha tramandato, quelle signore che tra abiti eleganti e cappellini alla moda, tra ventagli e tazzine distribuite di caffè e gioielli che il pittore ha posto in primo piano, talune comodamente sedute alla balaustra del piano superiore e altre costrette scomodamente a sporgersi per non perdere nulla della scena che al piano inferiore mostra l’imputata stretta in mezzo a una coppia di cappelluti carabinieri; come pure il testo di Carducci, dell’ottobre, quando il poeta, graffiante e acido cronista, nel suo A proposito del processo Fadda stigmatizzava signore e signorine che, con “gli occhi dilatati,/ le pupille in giù fitte,/ tra le labbra rosse/ contratte in fiero ghigno”, sgretolavano “i pasticcini/ tra il palco e la galera” mentre si cullavano nel sogno degli “abbracciamenti de’ cavallerizzi/ tra i colpi di pugnali.”

Ma non sono soltanto corti d’assise. C’è il continuo omaggio al paesaggio visto con gli occhi sperimentatori dei Macchiaioli, come delle Scuole, dall’uno all’altro capo della penisola, di Rivara e di Resina, tra l’Arno (Signorini) e Sur la route de Castellammare di De Nittis, c’è l’Italia rurale e la fatica del lavoro con Le risaiuole di Morbelli (1897) e La raccolta delle zucche di Michetti, il luminoso Alla sbianca di Spreafico del 1890 e Le lavandaie nell’Ema di Angiolo Tommasi, c’è il variare delle stagioni che permette o no questo o quel lavoro (Sole d’inverno di Tominetti e Prime giornate di bel tempo di Bruzzi), in un ampio scorcio di costa e di mare lavorano i Rappezzatori di reti a Castiglioncello di Fattori, forse il capolavoro lo si ritrova per l’eccellente realismo nei tre ragazzini che per raggranellare qualche soldo si dedicano alla Scelta delle moeche, che Leonardo Bazzarro ha dipinto nel 1900. C’è l’animazione dei mercati, non soltanto attraverso le povere cose di Joris ma altresì grazie a Vincenzo Migliaro che con Porta Capuana (1907) ti fa sentire tutta la sonorissima pubblicità che certi venditori, al centro di una indescrivibile folla che preme a ridosso della porta napoletana, fanno dei loro prodotti ittici, tutto e tutti illuminati da un sole che sta invadendo lo spiazzo; come c’è quello milanese di Filippo Carcano, del 1882, Il verziere alla vigilia della commemorazione delle Cinque Giornate, già le bandiere tricolori esposte ai balconi mentre di sotto è tutto un raggrupparsi di banchi e ombrelloni.

Il tempo libero occupa la quarta sezione, dove primeggia di Angelo Morbelli In battello sul lago Maggiore, del 1915, ancora un momento di calma prima che scoppi la bufera della guerra, uno scorcio fotograficamente interpretato a racchiudere in primissimo piano una signora che al riparo dal sole sta attraversando la distesa d’acqua, rappresentante di una nuova borghesia di rapida trasformazione alla ricerca dell’affermarsi di nuovi svaghi, come il viaggio e la vacanza che a poco a poco andavano a sostituire la villeggiatura trascorsa nelle proprietà di mare o di campagna. È la nascita della Belle Epoque, delle stazioni termali con gli hotel di lusso che si possono più facilmente raggiungere grazie ai moderni mezzi di trasporto. È l’epoca in cui la donna – alcune donne, quelle che appartengono alle classi più abbienti – cercano di ritagliare per se stesse un posto discreto ma ben definito all’interno della società e dei fermenti che l’accompagnano: s’affidano al loro gusto e con Carpanetto diventano Critici gentili forse a dare il loro assenso nello studio del pittore a un’opera che esse stesse hanno commissionato o con Lega, che ci tramanda il viso della modella e allieva Isolina Cecchini, tentano La pittura o scoprono il turismo con grande interesse per la scoperta dei tanti itinerari (Alberto Rossi, Il Baedeker, Venezia, non si sa se più ossequioso o critico). Mentre altre ci restituiscono infelicità e sfruttamento, debolezze e classi meno abbienti, prostituzione (una ricerca per Morbelli, tra il 1884 e l’87, un linguaggio fatto di severità e crudezza verso una denuncia che guarda a una dilagante realtà, forse disteso “in un racconto altrettanto drammatico, ma nel quale la raffinatezza tecnica divisionista e quindi la luce, caricano l’immagine di una valenza psicologicamente ed emotivamente più sottile e inquieta”) e lavoro minorile (di Longoni La piscinina, 1890, all’uscita da una sartoria per presentare alla signora l’abito ordinato), piaghe che erano un contraltare non indifferente a quell’aria di festa e di speranza che inevitabilmente circolava all’indomani dell’Unità. 

Ancora la figura femminile chiude la bellezza della mostra. Donne che, con Demetrio Cosola, accolgono la vaccinazione dei figli e la loro istruzione o si mescolano nei ricoveri per una scodella di minestra, magari ripensando a quegli anni antichi che non torneranno più (Pusterla e ancora Morbelli). Emozionante il sonno che ha catturato la giovanissima Venditrice di frutta che Spreafico dipinse nel 1888: anche in quella momentanea “sconfitta” sta il ritratto di buona parte di un popolo. 

Elio Rabbione

Nelle immagini, Francesco Netti, “In Corte d’Assise”, 1882, olio su tela, Bari, Pinacoteca; Pio Joris, “Circo Agonale (Piazza Navona)”, olio su tela, collezione privata; Angelo Morbelli – “In battello sul lago Maggiore”, 1915, olio su tela, collezione Fondazione Cariplo; Silvestro Lega – “La pittura (Isolina Cecchini)”, 1869, olio su tavola, collezione privata.

Una piazza per l’artista Alberto Bertazzi

Sabato 13 marzo si è svolta a Balzola, nella piazza antistante la Casa di riposo, l’intitolazione ad Alberto Bertazzi, grande artista a cui il paese ha dato i natali nel 1953 e scomparso prematuramente nel 1993.

Presenti alla cerimonia l’onorevole Enzo Amich, il sindaco Marco Torriano con l’intera giunta, i consiglieri comunali con il vice sindaco Luca Graziotto, oltre all’assessore alla sanità regionale piemontese Federico Riboldi che ha sottolineato l’importanza di conservare la memoria di un personaggio che ha dato lustro al paese.

Presenti anche i sindaci Fabrizio Bremide di Villanova, Andrea Manachino di Rive e il vicesindaco di Morano Maura Tosi.

Dopo lai benedizione impartita dal parroco  don Taddeo, ha preso la parola il critico d’arte Giuliana Romano Bussola che conobbe Bertazzi e gli curò molte mostre, in particolare la antologica postuma nel castello di Casale Monferrato.

E’ stata riportata in vita la prepotente personalità del geniale pittore e scenografo dalle varie sfaccettature, apparentemente contraddittorie  ma armonizzate dal viscerale amore per l’arte.

Si conciliano in lui, infatti, due anime, da una parte quella semplice che guarda la quotidiana realtà contadina, risaie, campi di grano, rogge contornate dai gelsi, con occhio limpido e sereno e un’affettuosità pari ad un Jean Francois Millet;  dall’altra l’anima tormentata e inquieta che s’addentra nel mondo dell’occulto, dell’esoterico e del mistico con una visione romantica della natura attraverso la rappresentazione dei fenomeni più inquietanti tra fulmini, lampi tenebrosi, luci misteriose e sublimi, apparizioni sconvolgenti e apocalittiche.

Sono questi i dipinti che affascinano maggiormente e rendono la sua arte personalissima e immediatamente riconoscibile  attraendo  e al tempo stesso causando turbamento accostandosi alla poetica del Sublime.

Una nota piacevole è stata data dai bambini delle scuole elementari con piccoli deliziosi dipinti con tematiche contadine ispirate dalle opere di Bertazzi.

Le Gallerie d’Italia di Torino inaugurano la mostra su Nick Brandt

 

“The Day May Break. La luce alla fine del giorno” il 17 marzo prossimo

Intesa Sanpaolo presenta alle Gallerie d’Italia di Torino dal 18 marzo al 6 settembre prossimo la mostra dal titolo “Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno”, progetto espositivo a cura di Marianna Rinaldo dedicato a uno dei fotografi contemporanei attivi sui temi della crisi climatica e della distruzione ambientale.

“The Day May Break” è stato avviato nel 2020, nel pieno della pandemia, e costituisce una serie globale articolata in quattro capitoli che inaugura una nuova fase della ricerca di Brandt.

Il progetto concentra l’attenzione dell’artista su persone, animali e paesaggi segnati dalla crisi ambientale in regioni del mondo che, pur avendo contribuito meno al cambiamento climatico, ne subiscono in modo particolarmente grave gli effetti.

Per la prima volta a Torino, alle Gallerie d’Italia, vengono riuniti tutti e quattro i capitoli di “The Day May Break” in un percorso immersivo composto da 63 fotografie di grande formato. Le immagini offrono uno sguardo insieme intenso e lirico su ciò che rimane e su ciò che, nonostante tutto, continua a esistere e a suggerire una possibilità di speranza. Il quarto capitolo della serie è stato commissionato da Intesa Sanpaolo, a testimonianza dell’impegno della banca nei confronti della sostenibilità, della responsabilità sociale e della promozione della cultura come strumento di consapevolezza.

Mara Martellotta

Il PAV presenta “In between places you can find me” a cura di Franko B.

Lunedì 16 marzo inaugura, alle ore 18, presso il PAV Parco Arte Vivente la mostra dal titolo “In between place you can find me” (Tra i luoghi puoi trovarmi), curata da Franko B., nata dalla collaborazione con l’Accademia delle Belle Arti di Torino.
Il progetto, visitabile fino al 26 aprile prossimo, conferma e rafforza un dialogo attivo tra l’istituzione museale e la formazione artistica, ponendo il PAV come luogo di attraversamento, sperimentazione e relazione con pratiche emergenti. Questa prospettiva si inserisce coerentemente con la vocazione del PAV, da sempre catalizzatore dei processi del vivente e delle interconnessioni tra arte, natura e società, divenendo un prezioso osservatorio delle dinamiche ecologiche e relazionali del presente. La mostra riunisce una selezione di artisti e artiste dell’Accademia Albertina, tra studenti in corso e artisti attivi nel panorama contemporaneo, uniti da una pratica di ricerca che esplora le relazioni sensibili tra umano e non umano in un contesto storico caratterizzato da forte instabilità. Tra processi aperti, linguaggi eterogenei e forme non definite, la dimensione artistica e quella curatoriale non si sovrappongono, ma si incontrano in uno spazio intermedio, generando un campo di sperimentazione condiviso, fatto di tentativi, dialoghi e risonanze. Il percorso espositivo evoca uno spazio di ricerca che non è mai pienamente definito, ma che prende forma nell’esperienza dell’attraversamento. È il luogo in cui si possono incontrare esperienze che non si sapeva di cercare: amore, pena, disastro, speranza, sogni.

La pratica artistica non procede secondo un canone razionale, una progressione lineare, ma si sviluppa attraverso tensioni e slittamenti, come nell’opera di Federico Zamboni “Vita di Milarepa” su un doppio livello di comprensione, uno visivo e concreto, l’altro immateriale e imprevedibile. Le opere in mostra nascono dalla condizione di ricerca permanente, alimentata dal desiderio, dalla curiosità e da una forma di “fame” al tempo stesso conoscitiva, tecnologica ed esistenziale, come in “Non sarà più”, opera del 2025 di Arianna Ingrascì. Inconsciamente si è sempre alla ricerca di qualcosa tra luoghi, ricordi e oggetti, non necessariamente fisici, ma emotivi e vulnerabili poiché precari, come suggeriscono “The Knight’s Grave” del 2025, di Marta Rocchi, “Opzione numero 1 di Spazi Barcollanti” del 2025, di Flaminia Cicerchia, mentre Alberto Parino invita a seguire indizi certi in “Siamo qui ora”.

In questi territori difficili da definire, la ricerca si orienta verso ciò che non è separabile, verso forme che resistono a una categorizzazione stabile, come in “Senza titolo”, del 2025, di Marco Berton. Questa tensione implica la disponibilità a essere contaminati da ciò che si incontra. I linguaggi dell’arte diventano materia viva capace di attraversare e di essere attraversata, talvolta assumendo caratteristiche virali, come in “Last night the enemies” del 2025-2026, di Gabriele Provenzano. Nonostante il linguaggio non garantisca una comunicazione infallibile, il desiderio che attraversa la mostra è quello di ritrovarsi, riconoscendone umanità, empatia e amore che Nicolò Marchetto mette in luce nell’opera “Via gentis”, del 2021.
I versi appassionati e disperati di Laurie Anderson in “Ti stavo cercando, ma non sono riuscito a trovarti”, evocano la possibilità di favorire e di perdersi che si ritrova nell’opera di Nicholas Polari, del 2025, dal titolo “Michi went out for a walk and didn’t come back”, o di correre il rischio di essere dimenticati tra le pieghe del tempo, come in “Counting On” di Tommaso Genovese, opera del 2024.
In “Relazione #3”, del 2024, di Fabio Cipolla e “Nachgefühl”, del 2023, di Abdel Karim Ougri si attivano i molteplici collegamenti della memoria in cui il “me” non rimanda a un’identità individuale, ma a una presenza collettiva e plurale.
La mostra si configura, così, come un campo relazionale aperto, che prende forma nello spazio intermedio tra le opere, tra i corpi, tra chi guarda e chi agisce, da ciò che viene ricordato, non tanto dalle parole ma dall’atto del riconoscimento e del ritrovare.

Mara Martellotta

Fondazione Torino Musei, gli appuntamenti

SABATO 14 MARZO

 

Sabato 14 febbraio ore 15

BLU BLU

PALAZZO MADAMA – attività famiglie

@ REMIDA-centro di riuso creativo, via Modena 35 Torino

La Città di Torino – Divisione Educativa, l’Istituzione Torinese per una Educazione Responsabile (ITER) e la Fondazione Torino Musei con GAM, MAO Museo d’Arte Orientale e Palazzo Madama propongono un ciclo di tre laboratori dedicati ai bambini 5-11 anni e alle loro famiglie con un tema specifico che unisce arte e riciclo collegato a REMIDA, il Centro di Riuso Creativo di ITER di via Modena 35.

Il laboratorio (con quota di partecipazione a carico delle famiglie) prevede due incontri per ogni museo coinvolto: il primo in museo e il secondo nel Centro REMIDA per promuovere la conoscenza del Centro e delle sue attività, offrendo un’esperienza educativa basata sulla sostenibilità e il riuso creativo.

Blu notte, blu fiordaliso, blu elettrico, blu pavone… quanti blu conosci?

Porta con te un piccolo oggetto di un blu che ti piace e lo accosteremo con i blu chiari e scuri che ci sono in museo. Seguiremo questo colore che compare su un prezioso cofano e che ci guiderà tra gli oggetti in vetro, smalto e ceramica conservati nelle sale del Palazzo. Il gioco di osservazione e confronto terminerà in laboratorio dove, con un collage polimaterico, metteremo in risalto il blu che preferiamo facendolo dialogare con gli altri colori.

sabato 14 marzo 2025, ore 15 presso REMIDA-centro di riuso creativo, via Modena 35 Torino

Costo: €7 a bambino. Biglietto di ingresso ridotto al museo per adulti accompagnatori (gratuito con Abbonamento Musei)

Prenotazione obbligatoria: t. 011.4429629 (lun-ven 09.30 – 13; 14-16); madamadidattica@fondazionetorinomusei.it

 

 

DOMENICA 15 MARZO

 

Domenica 15 marzo ore 15:30

IL CORPO E L’INVISIBILE

GAM – Attività per adulti e bambini dai 6 anni in su
Chi siamo veramente? Siamo solo ciò che si vede allo specchio o nascondiamo mondi invisibili, radici antiche e forze selvagge? Questo percorso nelle sale della GAM è un viaggio dedicato al mutamento e alla metamorfosi, per scoprire come l’arte possa raccontare la nostra verità, rielaborandola in qualcosa di magico e inaspettato. Partiremo da sculture figurative per poi lasciarci stupire da volti di vetro che sembrano sciogliersi e creature leggendarie che svelano le nostre radici più profonde. In laboratorio, diventeremo protagonisti di una vera trasformazione sovrapponendo trasparenze e colori. Un’esperienza per giocare con la propria immagine e dare forma a un “sé” nuovo, fluido e sorprendente, capace di raccontare chi siamo oltre l’apparenza.
**Grazie alla collaborazione tra FTM e Biraghi, al termine dell’attività sarà offerta la merenda a tutti i partecipanti.
Costo: 10 € a partecipante
Costo aggiuntivo: 
adulti biglietto di ingresso ridotto; gratuito per i possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte e Valle d’Aosta
Per prenotazioni e informazioni: 011 19560449 – ftm.prenotazioni@coopculture.it
Prenotazione e pagamento online

 

Domenica 15 marzo ore 18

KEIJI HAINO + MASAYOSHI FUJITA

MAO – performance nell’ambito del public programme di The Soul Trembles

@ OGR Torino, corso Castelfidardo 22

 

KEIJI HAINO

Un’icona della controcultura musicale giapponese

Keiji Haino è senza dubbio uno degli artisti più affascinanti e influenti del panorama sperimentale contemporaneo. Misteriosa figura attorno alla quale gravita tutta la scena del rock psichedelico e noise giapponese, con una presenza scenica dirompente che sfiora i linguaggi della performance art, esordisce nel 1970 con il leggendario gruppo noise-rock Lost Aaraff e raggiunge la notorietà col trio Fushitsusha. L’approdo alla carriera solista con l’album Watashi Dake/Only me (1981) segna una tappa fondamentale: con voce e chitarra dà vita ad improvvisazioni di incredibile intensità emotiva. Con alle spalle quasi 50 anni di carriera Haino esplora la musica contemporanea offrendo performance in cui la riscoperta del suono si avvale di qualsiasi tipo di strumento: chitarra, voce, batteria, elettronica, strumenti a percussione, sintetizzatori, ghironda e altri strumenti della tradizione popolare. Con Haino la tradizione del noise giapponese si mescola a quella del blues e del free jazz, creando un genere nuovo ed inimitabile. Ha collaborato, fra gli altri, con i Tatsuya Yoshida/Ruins, Masami Akita/Merzbow, Z’EV, Tony Conrad, John Zorn, Thurston Moore, Peter Brötzmann, Fred Frith, Bill Laswell, Faust, Jim O’Rourke, Oren Ambarchi, e fra gli artisti visivi con Christian Marclay e Cameron Jamie, e pubblicato più di 200 dischi.

In questo evento speciale a Torino, si esibirà con la polygonola, uno strumento poligonale piatto in metallo, costruito a partire dalla teoria della vibrazione bidimensionale da Naoki Skura.

 

MASAYOSHI FUJITA

Un affascinante lavoro di tessitura sonora ambient

Vibrafonista giapponese, Masayoshi Fujita inizia il suo percorso artistico con la batteria, per poi dedicarsi in modo approfondito al vibrafono, arrivando a comporre brani originali influenzati dal jazz e dall’elettronica. Dopo aver pubblicato registrazioni di ambient ed elettronica, Fujita inizia a sperimentare al di fuori degli stili tradizionali del vibrafono, preparando lo strumento con pezzi di metallo, strisce di alluminio e altri oggetti, alla ricerca di nuove possibilità sonore che ampliano lo spettro del vibrafono senza però intaccarne il carattere intrinseco.

Ha pubblicato cinque LP con l’etichetta culto di Londra Erased Tapes: Stories (2013), Apologues (2015), Book of Life (2018), Bird Ambience (2021) e Migratory (2024), e ha collaborato con producer elettronici come Jan Jelinek e Guy Andrews.

Partecipazione inclusa nel biglietto di ingresso alle mostre delle OGR Torino.

Il biglietto è acquistabile online. Prenotazione sulla pagina dedicata sul sito OGR.

 

 

GIOVEDI 19 MARZO

 

Giovedì 19 marzo ore 18

IL SANGUE IN UNA PIETRA. SPINELLI E RUBINI DALLA BIRMANIA ALLA CORONA BRITANNICA

MAO – conferenza nell’ambito del ciclo di conferenze Bagliori d’Oriente

A cura di Sherif El Sebaie.

Quarto appuntamento del ciclo di conferenze Bagliori d’Oriente, a cura di Sherif El Sebaie, già Consulente Scientifico per la Galleria dei Paesi Islamici dell’Asia del MAO Museo d’Arte Orientale. Il percorso, pensato come un viaggio attraverso culture e simboli, esplorerà l’uso, il valore rituale e il significato culturale delle pietre preziose e semipreziose, mettendo a confronto le tradizioni artistiche e religiose dell’Oriente e dell’Occidente.

L’appuntamento di marzo sarà dedicato ai rubini.

Considerata la gemma del fuoco e del comando, la conferenza ripercorrerà il viaggio dei rubini birmani fino al Tesoro della Corona britannica, confrontando l’estetica simbolica orientale con quella occidentale, tra reliquie religiose e collier da parata.

Ingresso: 5€. Biglietto acquistabile in museo. Non è richiesta la prenotazione

 

 

   
Visite guidate in museo alle collezioni e alle mostre di Palazzo Madama, GAM e MAO
a cura di CoopCulture.
Per informazioni e prenotazioni: t. 011 19560449 (lunedì-domenica ore 10-17)

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Flashback Habitat presenta “Scarecrow “

Dal 12 marzo al 27 settembre

È stata inaugurata mercoledì 11 marzo scorso una nuova mostra a Flashback Habitat, Ecosistema per le Culture Contemporanee, in corso Giovanni Lanza 75, dal titolo “Scarecrow artisti a presidio della vita “, curata dal direttore artistico Alessandro Bulgini e dallo storico e critico d’arte Christian Caliandro. Sarà visitabile fino a domenica 27 settembre.
La direzione di Flashback con Scarecrow conferma la propria volontà artistica e culturale di utilizzare l’arte come denuncia, capace di smascherare e mettere in luce gli inganni e i soprusi della società. Si tratta di una posizione che non si limita alla contemplazione estetica, ma che fa dell’arte un gesto civile, un invito a guardare, a riconoscere, a prendervi parte.

Nati per difendere i campi, gli spaventapasseri rappresentano tra le più antiche forme di protezione create dall’uomo. Figure immobili, costruite con materiali poveri, non agiscono con la forza ma con il segno, con la presenza. Non combattono, ma avvertono. Non inseguono, stanno. Tradizionalmente servono a tenere lontano ciò che minaccia il raccolto, il frutto di un lavoro lento e fragile. Oggi, però, il loro significato può spostarsi dal campo coltivato al campo sociale e politico.  In un’epoca segnata da leadership aggressive, decisioni irrazionali e poteri che sembrano muoversi senza responsabilità, lo spaventapasseri diventa una figura di autodifesa simbolica. È  un corpo vuoto che si espone al vento, al tempo e allo sguardo. Proprio per questo è potente, non impone, non domina, non governa, esiste come soglia e come monito silenzioso. Ricorda che esiste un limite da non superare, un territorio da rispettare, una comunità da non saccheggiare. Nella sua immobilità c’è una scelta etica di opporsi senza diventare ciò da cui ci si difende.

In questo momento storico in cui il potere sembra agire come un predatore lo spaventapasseri assume una nuova funzione, non spaventare i deboli, ma mettere in guardia i forti. Queste figure, esposte come sentinelle mute, ci ricordano che anche l’umanità ha bisogno di essere difesa, e che talvolta la forma più efficace di resistenza è restare visibili, ostinatamente umani e non cedere alla follia del comando. Spaventapasseri come autodifesa politica. Lo spaventapasseri nasce per difendere il raccolto da chi saccheggia senza seminare. È una figura povera, costruita con ciò che resta, eppure incaricata di un compito fondamentale, proteggere la vita futura. Oggi quel campo non è più soltanto agricolo, è  il mondo.
Lo spaventapasseri è  l’arte, un elemento umile, che apparentemente si confonde con il contesto di riferimento, ma che svolge un ruolo importante contro alcune forze oscure.

Lo spaventapasseri/arte/opera/artista è il Custode. Viviamo in un tempo in cui il potere è sempre più esercitato da governi autoritari e imprevedibili che confondono forza con violenza, decisione con brutalità,  consenso con paura. In questo contesto lo spaventapasseri  smette di essere folklore rurale e diventa un dispositivo politico che non governa, non comanda, non produce obbedienza, ma si limita ad occupare lo spazio e a rendere visibile un confine, l’opposto del potere contemporaneo, non parla, non promette, non minaccia apertamente. È  una forma di controbattere elementare, primitivo, accessibile a chiunque.
Lo spaventapasseri non ha volto, perché  il potere ama i volti carismatici, non ha voce, perché il potere si nutre di slogan, non si muove, perché  il potere è ossessionato dalla velocità e dall’emergenza permanente. La sua immobilità è un’accusa, mostra quanto il rumore del comando sia spesso inutile.
Questa mostra non chiede pace come slogan ma richiama alla responsabilità e rifiuta l’equidistanza. Rifiuta il linguaggio che maschera lo sterminio e l’occupazione come fatto compiuto. In un  mondo in cui gli Stati armati si comportano come predatori, lo spaventapasseri resta in piedi come un errore nel sistema, fragile, esposto, non negoziabile.

“Lo spaventapasseri ( Scarecrow)- spiega il curatore Christian Caliandro – presidia un territorio vivo dalle aggressioni e dagli attacchi esterni. È  passivo, non aggredisce né reagisce ma, attraverso la sola presenza, ha il compito da sempre di proteggere l’esistente  e l’esistenza. È fatto in emergenza, con ciò che è sottomano, con ciò che si trova lì dove starà. E arrangiato con i detriti e gli scarti della vita. È  l’opera d’arte, ma è anche l’artista, esso è il guardiano, un elemento umile, che si confonde apparentemente con il contesto di riferimento, ma che svolge un ruolo importante  contro alcune forze oscure”.

“Più che una mostra si tratta di un dispositivo – spiega il direttore artistico di Flashback Alessandro Bulgini – perché non è più il tempo, per me, delle mostre. Voglio ridare, se possibile, una migliore funzione, o meglio una responsabilità, un’opportunità all’arte. Penso che gli artisti per troppo tempo siano stati in qualche modo isolati all’interno di mura algide, spazi asettici, lontani dalla vita.  E credo ancora che il valore simbolico dell’arte possa avere un’opportunità, una valenza. Dati i tempi, ho sentito fortissimo e inderogabile l’urgenza di adoperare quelle che sono le mie energie, i miei incarichi e anche i miei strumenti personali come artista per entrare nel dibattito di questo tempo”.

43 esponenti della scena artistica italiana hanno accolto la chiamata dei curatori. Le opere si configurano come un grido, una rottura necessaria, un’interruzione al silenzio indifferente. Una mostra corale che spazia dalla pittura alla fotografia, dalla scultura alle installazioni site specific. Scarescrow è un atto di presenza e di responsabilità, un invito a presidiare il campo, a difendere ciò che conta, anche quando l’unico gesto possibile è quello di tenere la posizione.

Mara Martellotta

FUTURES. Gli artisti e le artiste del 2026

Sono Filippo Barbero, Davide Degano, Sofia Gastaldo, Giulia Gatti e Federica Sasso le artiste e artisti emergenti che prenderanno parte all’edizione 2026 di FUTURES EPP European Photography Platform, il programma riconosciuto e finanziato dall’Unione Europea e dedicato alla promozione della fotografia contemporanea, di cui Camera Torino è il punto di riferimento in Italia.
I nuovi talenti sono stati individuati da François Hébel, direttore artistico di Camera, e Giangavino Pazzola, curatore e coordinatore del programma, attraverso un processo di selezione che ha coinvolto anche Daniele De Luigi, curatore e studioso di fotografia contemporanea per la Fondazione Ago Modena e Giovane Fotografia Italiana) e  Giuseppe Oliverio, direttore artistico di PhMuseum di Bologna.
Gli autori e le autrici selezionate intraprenderanno un percorso di rafforzamento e sviluppo della propria ricerca artistica grazie a opportunità espositive, programmi di accompagnamento e attività che Camera svilupperà nel corso dell’anno insieme ad altre organizzazioni europee.

Nel mese di novembre inoltre parteciperanno al FUTURES Annual Event, ospitato dall’organizzazione olandese Fotodok a Utrecht. Si tratta di una grande occasione di crescita, confronto e visibilità internazionale, dove incontreranno gli altri 88 artisti emergenti, selezionati dai 21 membri della piattaforma europea, prendendo parte a workshop,  letture portfolio e momenti di networking.

Camera Centro Italiano per la fotografia

Via delle Rosine 8 Torino

Mara Martellotta

Quell’atroce “voce della fame” che divide il mondo

In mostra al valdostano “Forte di Bard”, oltre 80 scatti fotografici di “Agence France – Press” documentano la piaga della fame per milioni di esseri umani

Dal 14 marzo al 19 luglio

Bard (Aosta)

Ben scriveva nel suo romanzo – reportage del ’49 “La pelle” (riferendosi agli anni di miseria vissuti dalla Napoli del dopoguerra) il gran pratese Curzio Malaparte“Non v’è nulla di umano nella voce della fame”. Quanta verità! E nulla di umano, per l’appunto, ma solo abbruttimento e disperazione, documentano le grida e gli occhi e i volti stravolti di uomini e bambini (quanti bambini!) impegnati nell’ingarbugliato primitivo assalto alle razioni alimentari nel “Centro di distribuzione” a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, cristallizzato nel 2025, in immagini fotografiche che hanno fatto il giro del mondo, dal fotoreporter palestinese Bashar Taleb per “AFP – Agence France Presse”, fra le più antiche e autorevoli agenzie di stampa internazionali. Una fotografia di denuncia realisticamente drammatica. Una delle oltre 80 esposte (sotto il titolo di: “Nutrire il mondo. La sfida globale dell’alimentazione”dal prossimo sabato 14 marzo a domenica 19 luglio presso il sabaudo “Complesso Fortificato” di Bard, a testimonianza di come, a tutt’oggi, in un Pianeta capace di produrre cibo sufficiente per 10miliardi di persone, la fame resti tuttora (proprio come nella Napoli di Malaparte) una “piaga” (“peste” avrebbe detto lo scrittore di Prato) per milioni di esseri umani. Specchio impietoso – questo l’obiettivo della mostra – di un sistema messo oggi a dura prova dall’aumento demografico, dai cambiamenti climatici, da un uso insostenibile delle risorse e dal tragico proliferare a livello inter-continentale di oltre 50 guerre, dall’Africa sub sahariana all’Asia Occidentale (Palestina – Gaza), al Medio Oriente (Iran) e all’Europa orientale (Russia – Ucraina). Un colpo mortale al Pianeta. Tanto che, nel 2026, dicono le cifre ufficiali, la fame nel mondo registra circa 300milioni di persone che soffrono di “insicurezza alimentare acuta” ed oltre 730milioni costretti ad “affrontare la fame”, allontanando l’obiettivo “Fame Zero” prefissato dall’“Agenda ONU 2030”. Il tutto alla luce, però, di un inaccettabile paradosso: mentre intere popolazioni soffrono la privazione, nei Paesi sviluppati l’abbondanza degenera in “spreco sistemico” e patologie legate all’eccesso. “Il cibo è dunque diventato – ci rivela la mostra al ‘Forte di Bard’ – un indicatore di disuguaglianza, passando da diritto fondamentale a esibizione di status sociale”.

La prova? Alcune fra le tante raccontate in rassegna. Che accanto alla miseria umana della succitata foto di Bashar Taleb ci mostra l’oceano spropositato dell’abbondanza alimentare nello scatto del fotoreporter francese Jeff Pachoud a documentazione del Concorso di cucina “Bocuse d’Or” (ideato nel 1987 da Paul Bocuse a Lione) o l’altrettanto lussuoso “di più” di quel principesco “servizio in camera” nello storico Hotel “Lutetia” di Parigi firmato da Stephane de Sakutin, per non dire del “piccante rosso mare” fissato con lucida concretezza durante una gara di “volonterose” mangiatrici di peperoncino all’interno di una sorgente termale nella città di Yichun, in Cina. Ignoto l’autore. Chissà, poveretto, non ci sia finito dentro?

“Questo progetto – commenta la Presidente del ‘Forte di Bard’, Ornella Badery – rinnova la missione del ‘Forte’ come luogo di riflessione sulle principali sfide del nostro tempo. Attraverso le immagini dei fotoreporter di ‘Agence France-Presse’, la mostra propone una testimonianza visiva e uno strumento per riflettere sul paradosso alimentare che vede coesistere la carestia e lo spreco sistematico, invitando a considerare un modello di sviluppo più equo e sostenibile”.

E a lei fa eco Sabrina Rossi Montegrandi, “Director of Business Development Agence France-Presse per Italia, Malta e Turchia”: “Il cibo è il cuore del nostro presente e la sfida del nostro futuro. Con i loro sguardi attenti e necessari, i fotografi dell’ ‘Agence France-Presse’ non si limitano a ritrarlo: lo interrogano, lo mettono in discussione, ci costringono a guardarlo. Attraverso le immagini, il cibo diventa coscienza e responsabilità”.

Dopo “Non c’è più tempo” (2024) e “Contrasti. Racconti di un mondo in bilico” (2025), con il Progetto “Nutrire il mondo”“Forte di Bard” e “Agence France-Presse” proseguono la collaborazione con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico su tematiche di carattere globale che valorizzano il quotidiano lavoro di inchiesta dei fotoreporter di una delle più importanti ed autorevoli “Agenzie di Stampa” al mondo.

Gianni Milani

“Nutrire il mondo”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Dal 14 marzo al 19 luglio

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lun. chiuso

Nelle foto: Bashar Taleb /AFP “Consegna razioni alimentari a Gaza”; Jeff Pachoud/AFP “Chef da tutto il mondo per il Concorso di cucina ‘Bocuse d’Or’”; Anonimo/AFP Photo “Gara di mangiatori di peperoncino in Cina”

La natura e la memoria nelle opere di Vanni

Abita in Umbria, a una trentina di chilometri da Perugia in direzione Todi, un casale antico immerso tra il verde delle colline, le sensazioni e le immagini che ti calano negli occhi, i colori soprattutto, tutti da assorbire. Si chiama Giovanni Rosa, in arte Vanni, ha compiuto studi a Roma, per accrescere il proprio percorso artistico – fatto proprio delle loro esplosioni e di quei colori immersi nella luce che li domina, sempre in bella alternanza, delle raffinatezze, delle scomposizioni cromatiche e di sperimentazioni: nelle poche chiacchiere con la persona che pensi di conoscere da tempo, hai la confessione, non certo dell’abbandono, di uno sguardo nuovo che si sta allargando ad altri mezzi su cui lavorare, non soltanto tela e tavola quindi ma altresì vecchi tessuti, supporti grezzi – ecco il viaggio che l’avrebbe fermato per una decina d’anni a Parigi, la frequentazione degli “Etudes des Beaux-Arts de Paris” che gli fanno conoscere quegli ateliers che praticano l’espressionismo contemporaneo e lo indirizzano a guardare meglio a quanto gli cresce intorno. E sono personali e collettive, che lo porteranno anche in Belgio e Ungheria, in Grecia e Lussemburgo, chiaramente in Italia, sempre a raccogliere quelle luci del Mediterraneo che felicemente riempiono le sue opere. Negli anni più recenti, per cinque occasioni, è salito a Torino, ospite di Monia Malinpensa, che sempre ha la curatela delle sue mostre, nella propria galleria “Malinpensa by Telaccia” (corso Inghilterra 51), ormai ammirato e applaudito, presentando egli stesso questa volta la mostra Natura assoluta – tutta “primaverile”, sino a sabato 21 marzo, il pubblico di appassionati non se la lasci scappare – in modo chiaro e spontaneo, simpaticamente coinvolgente.

Sotto la legge da troppi oggi accantonata del “forma tecnica colore”, è la natura – il trionfo della natura, una natura a volte scovata, analizzata, fatta decisamente propria, usata con invidiabile manualità – a invadere i suoi quadri, tradotta dall’artista in un linguaggio che si fa espressione accattivante, piacevole, del tutto convincente. Una lettura che ti viene incontro nell’originalità e negli ampi paesaggi – quasi a formare piccole scenografie – che lambiscono dune poste a fronte di distese d’acqua (“Luce tra le dune”, 2024) o quelle “Macchie” (2020) di mare che alternano arbusti e scogli brulli, anonimi e rifuggiti ma pur capaci di riprendersi una vita vera, divenendo anch’essi sensibili e accoglienti, taluni protettivi o quei terreni scoscesi, a nascondere lunghissime radici, che folti sulla cima danno vita al giallo prepotente della “Forsizia” (2022). Capace e interessato ancora l’artista a osservare in campi più ristretti, a rientrare al di qua di quelle cinte grigiastre o brune che racchiudono, che delimitano: nascono “All’ingresso della villa” (una tecnica mista del 2022), una discesa di blu e violaceo lungo le ombre – che maggiormente lo lasciano risaltare – di un muro, poco più in là (“Il gelsomino verde”, 2023), qualche passo oltre e lo spettatore si ritrova davanti ad “Un volo di primavera” (2025) affidato alla stesura del rosa. Sono forse ricordi di passeggiate, di impressioni colte al volo come di sguardi più o meno distratti e rielaborati in studio: sempre in una luminosità che la fa da padrone, che si porta appresso quel bagaglio di poesia che riempie l’attività di Vanni, la semplicità che riporta alla mente una certa letteratura di cui in tempi più o meno lontani ci siamo fatti carico e il rispetto per quanto lo circonda, il piacere di guardare e di assorbire, di creare dialoghi, di trasmettere ad altri ambienti, emozioni, libertà. Tutto questo è deposto sulla tela (o sulla tavola) con la delicatezza della pennellata, in un ambito che s’avvicina all’astrattismo, a tratti con la materialità del mezzo (certe sovrapposizioni materiche, certi grumi biancastri che si notano in principal modo in opere al piano sottostante della galleria), ma anche con quel nervoso pointillisme del nuovo millennio, nel suo pieno rigore, che riempie di piccoli tratti e di gocce di colore ognuno di questi angoli. Una realtà “naturale” che s’allarga nel sogno, nell’impalpabile, nell’avventura di un pennello nell’atto di posarsi sulla superficie.

Una resa formale eccellente. Ancor più – negli occhi di chi stende queste note – affascina il ricavo della memoria e la trasposizione di certi oggetti, la naturalezza e il loro passato, il loro essere passato di mano in mano, il loro “essere serviti” all’interno di una quotidianità. C’è una recherche nel pittore, una madeleine che profuma, le cose di un affascinante gusto che tornano. “Il tratto deciso, la gamma cromatica – sottolinea ancora Monia Malinpensa nella sua presentazione -, le modulazioni luministiche e la resa formale costruiscono opere uniche fondate su una perizia evidente a prima vista. La sua pittura genera atmosfere intime e irripetibili offrendo, a chi osserva, sensazioni avvolgenti e rare.” Proprio l’intimità di quelle atmosfere le ritroviamo negli interni, sopra quei tavoli ricoperti di tovaglie chiare o blu mosse da un vento leggero, in quegli oggetti – siano essi un recipiente verde riempito di quattro limoni o un vaso di vetro nella cui acqua è bagnata un abbondante mimosa, in quei pot che fanno tornare alla mente certe scodelle casoratiane sui loro tavoli o le composizioni – una coppia di minuscoli vasi, un ramo di cinque fiori bianchi: una timida poesia – quasi astratte che ritornano felicemente a un panorama morandiano. È tra queste mura d’ambienti che tutti prima o poi abbiamo attraversato che maggiormente sentiamo il silenzio e l’armonia e il tempo antico di cui Vanni ha saputo rivestire, con garbo e con una poetica davvero autentica e alta, le sue opere.

Elio Rabbione

Nelle immagini, alcune opere del pittore Vanni: “Chinoiseries”, tecnica mista su tela, 2023; “Controluce”, tecnica mista su tela, 2024; “Forsizia”, tecnica mista su tela, 2022.