La stagione estiva della galleria Umberto Benappi di Sansicario prosegue con la mostra dedicata alla Scuola di San Lorenzo, a Gianni Dessì, Giuseppe Gallo e a Nunzio.
L’esposizione, che si avvale del supporto creativo di Riccardo Pietrantonio, rimarrà aperta dal 14 agosto al 27 settembre prossimo, dal martedì alla domenica, nelle fasce orarie 10-13 e 16-19.
I tre maestri in mostra rappresentano le figure centrali della cosiddetta Scuola di San Lorenzo, esperienza artistica nata a Roma tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, nell’omonimo quartiere e formatasi intorno all’ex pastificio Cerere.
I tre artisti, pur sviluppando linguaggi autonomi e profondamente riconoscibili, condividono una ricerca capace di restituire centralità alla pittura, alla scultura, alla materia e al gesto, in dialogo con la memoria della tradizione e la sensibilità contemporanea.
Questi tre artisti, che si riconducono alla nuova stagione della Scuola Romana, hanno contribuito al rinnovamento dell’arte italiana, attraverso una pratica capace di coniugare rigore formale, intensità poetica e sperimentazione.
La mostra mette in luce le affinità e le differenze dei loro percorsi, offrendo al pubblico un’occasione per riscoprire una delle esperienze più significative dell’arte italiana contemporanea.
Gianni Dessì, nato a Roma nel 1955, compie una ricerca che si concentra sul rapporto tra pittura, spazio e materia, sviluppando un linguaggio in cui il quadro supera i propri confini tradizionali e dialoga con l’ambiente circostante. Molti dei suoi dipinti, infatti, non rimangono costretti entro i limiti della tela, ma si estendono oltre, invadono le pareti che li accolgono e sono parte di un processo di trasformazione che espande l’opera in uno spazio altro.
Attraverso l’uso di materiali diversi, superfici tridimensionali e interventi installativi, l’artista esplora temi come la memoria, il tempo e la percezione.
La sua arte si distingue per la continua sperimentazione formale e forza espressiva, dando vita ad opere che invitano lo spettatore a un’esperienza visiva e sensoriale.
Un linguaggio profondamente personale contraddistingue l’artista Giuseppe Gallo, nato a Rogliano, in provincia di Cosenza nel 1954. Nella sua arte pittura, scultura e disegno dialogano attraverso un mondo di simboli, forme organiche e riferimenti alla natura, al mito, alla storia dell’arte. La libertà compositiva si accompagna al rigore compositivo, dando vita a opere in cui segni, immagini e colori si intrecciano in una riflessione poetica sulla memoria, sul tempo e sui processi di trasformazione. La sua capacità artistica consiste nel trasformare elementi del mondo naturale in un immaginario evocativo, che si apre a molteplici livelli di lettura.
Nunzio, originario di Cagnano Amiterno, in provincia di L’Aquila nel 1954, si può considerare uno tra i maggiori protagonisti della scultura italiana contemporanea. La sua ricerca si concentra sulle qualità espressive della materia, privilegiando materiali come il legno bruciato, il piombo e il gesso, capaci di diventare protagonisti di forme essenziali e potenti. Le sue opere instaurano un equilibrio delicato tra peso e leggerezza, presenza e vuoto, rivelando una concezione dell’opinione come luogo di intensa esperienza percettiva e spirituale. L’artista utilizza un linguaggio sobrio e rigoroso e conferisce alla materia una forte tensione poetica, evocando temi di memoria, trasformazione e tempo.
Galleria Umberto Benappi, Via Clos de la Mais C 13 Sansicario Alto, Cesana
Mara Martellotta
Ribadisco il concetto che l’arte vada insegnata nel modo più concreto possibile, invitando i ragazzi a guardare le architetture dal vivo -nel limite del possibile ovviamente- e non solo sulle pagine dei libri o attraverso la LIM, convincendoli a toccare colori e materiali, e se anche se ci si sporca un po’ non è un problema. È così che mi piacerebbe poter spiegare alle mie classi il “Barocco”, portando i ragazzi a passeggiare per le vie del centro, fermandoci a commentare e a chiacchierare tra piazza Castello e Piazza Vittorio, desidererei poterli condurre alla Palazzina di Caccia di Stupinigi o alla Basilica di Superga, rendendo loro lo studio un’esperienza concreta e trasformando delle nozioni prettamente storico-artistiche in un autentico ricordo di vita.
Immaginiamo ora di prendere un pullman e di allontanarci dei rumori della città. La nostra direzione è la verdeggiante collina torinese, dove ci aspetta uno dei simboli della città subalpina. La Basilica di Superga, edificata tra il 1717 e il 1731, svolge una duplice funzione, essa è sia mausoleo della famiglia Savoia, sia edificio celebrativo dedicato alla vittoria ottenuta contro l’esercito francese nel 1706. L’edificio svetta su un’altura, la posizione è tipica dei santuari tardobarocchi, soprattutto di area tedesca. L’impianto centralizzato con pronao ricorda il Pantheon, la cupola inquadrata da campanili borrominiani, invece, si ispira a Michelangelo. Nonostante i modelli di riferimento, sono del tutto assenti quelle tensioni tipiche del Buonarroti o dell’arte barocca: il nucleo centrale ottagonale si dilata nello spazio definito dal perimetro circolare del cilindro esterno, perno di tutto l’edificio; da qui si protendono con uguale lunghezza il pronao arioso e le due ali simmetriche su cui si innestano i campanili. Quest’ultima parte è in realtà la facciata del monastero addossato alla chiesa che su uno dei lati corti fa corpo con essa. L’edificio si estende nello spazio e asseconda l’andamento della collina, e diventa un nuovo e interessante punto di osservazione per chi si trova a guardare verso le alture torinesi.








