ARTE

“Giorgio Griffa Zhang Enli”, la pittura e la realtà in mutamento

Da giovedì 8 ottobre al 28 gennaio 2027 la Fondazione torinese Giorgio Griffa ospiterà la mostra 

La Fondazione Giorgio Griffa presenterà  dall’8 ottobre 2026 al 28 gennaio 2027 una mostra dal titolo “Giorgio Griffa Zhang Enli”, dedicata alla pittura e al suo rapporto con una realtà in continuo movimento e mutamento.

La mostra è  stata realizzata in collaborazione con Xavier Hufkens, galleria con sede a Bruxelles che rappresenta entrambi gli artisti, e pone in dialogo  Giorgio Griffa e Zhang Enli, due protagonisti  della pittura contemporanea appartenenti a generazioni  e contesti culturali diversi, accomunati da una stessa concezione della pittura come processo aperto, non interamente  governato dalla volontà dell’artista.
Il percorso riunisce una selezione di opere recenti realizzate da Giorgio Griffa tra il 2019 e il 2023 e da Zhang Enli tra il 2025 e il 2026. I lavori si alternano nello spazio costruendo una sequenza di ritmi, corrispondenze e discontinuità,  in un confronto che attraversa Oriente e Occidente, segno e colore, gesto e meditazione, vuoto e pieno.

L’esposizione prende le mosse da un interrogativo su come possa la pittura, linguaggio tradizionalmente statico, restituire un mondo  intrinsecamente dinamico o in perenne trasformazione
Giorgio Griffa e Zhang Enli individuano due percorsi paralleli. Entrambi rinunciano alla pretesa di dominio dell’autore sull’opera, riconoscendo alla pittura una propria autonomia e affidandosi a ciò che accade sulla superficie nel corso del lavoro.
La tela non diventa il luogo di un ‘immagine da imporre, ma quello di un percorso da accompagnare.
Per Giorgio Griffa il dipingere è  esercizio di ascolto. Sulle tele non intelaiate, il segno, il colore e gli intervalli lasciati liberi non costruiscono immagini concluse, ma rendono visibili energie, successioni e movimenti. L’artista non impone alla pittura una forma prestabilita,  ma accompagna il processo, lasciando che sia la pittura stessa a indicarne lo sviluppo.
“Sono io al servizio della pittura anziché la pittura al servizio mio” scrive Griffa descrivendo una pratica nella quale l’identità dell’opera non deriva dal controllo del segno, ma dalla disponibilità ad accogliere quanto emerge dalla tela.
Nelle opere di Zhang Enli il gesto pittorico fissa, invece, essenze, percezioni e campi emotivi. Linee, velature e aree di colore si trasformano e si sovrappongono, dando origine a composizioni nelle quali la memoria, il corpo e l’immaginazione sembrano affiorare senza tradursi in una rappresentazione univoca.

“Quando mi trovi davanti alla tela, la mia mente è vuota” afferma Zhang Enli. Il quadro nasce attraverso successive apparizioni e cancellazioni. Un’area di colore può essere conservata oppure coperta, mentre l’immagine prende forma senza che il suo esito sia conosciuto in anticipo. Ogni opera diventa, così, esplorazione dell’ignoto e imprevedibilità della vita.
Pur nella diversità dei loro linguaggi Griffa e Zhang Enli condividono una pittura intesa non come strumento di rappresentazione o affermazione individuale, ma come forma di conoscenza.
Il pittore entra in relazione con la materia, il tempo e il gesto e accetta di fare parte di un processo più ampio della propria intenzione.

Tra le opere esposte di Giorgio Griffa figurano “ Bomoco e Domupoz” entrambe del 2019, “Oceanie blu e Oceanie rosaviola” del 2022 e “Disordine AS” del 2023, lavori nei quali il colore attraversa la tela grezza attraverso sequenze, aggregazioni e pause che mantengono visibile il carattere dell’opera.
La selezione di Zhang Enli  comprende “The Person in the Mirror” e “Film Director’ del 2025, insieme a “The thinker” e “Born in the Year of the Horse” del 2026. Le opere sono percorse da linee fluide , sovrapposizioni cromatiche e forme in trasformazione,  sospese tra evocazione figurativa e costruzione astratta.
L’accostamento tra i due artisti non ricerca analogie formali immediate, ma rende evidente una attitudine comune, quella di lasciare che il dipinto conservi le tracce del proprio farsi. In questa prospettiva la pittura non descrive semplicemente il divenire del presente, ma si fa essa stessa divenire e registra vibrazioni, esitazioni e possibilità.

Mara Martellotta

Prorogata la mostra di Romano Gazzera a Palazzo Lascaris

Il Consiglio regionale del Piemonte, insieme con la Fondazione Romano Gazzera, ha deciso di prorogare l’apertura della mostra su “Romano Gazzera. Nel regno dei fiori giganti”, che si tiene a Palazzo Lascaris fino al 30 novembre prossimo. Si tratta di una scelta motivata dal grande successo di pubblico riscontrato dall’iniziativa, che vuole diffondere e valorizzare la conoscenza dell’artista piemontese, nato a Ciriè nel 1906 e spentosi  a Torino  nel 1985, a 120 anni dalla nascita.
La mostra è  curata da  Giulia Caffaro e riunisce ventisette opere pittoriche e diversi documenti e fotografie provenienti dall’Archivio della Fondazione. Il percorso mette in luce  un artista che ha saputo distinguersi tra le correnti del secondo Novecento compiendo una ricerca del tutto originale e ponendo la natura al centro della sua riflessione, che risulta ancora oggi di grande attualità.
I celebri ‘fiori giganti’ nacquero all’inizio degli anni Cinquanta e rappresentano la svolta più radicale nella ricerca di Romano Gazzera. Non si tratta di semplici soggetti floreali, ma di forme vive, simboliche e monumentali che trasformano la natura in un linguaggio pittorico, superando ogni intento descrittivo.
La mostra narra l’evoluzione dei fiori giganti, dalle prime sperimentazioni alla progressiva trasformazione in forme sempre più libere e visionarie , fino ai celebri fiori volanti e alle composizioni nelle quali il fiore assume il ruolo di vero protagonista della narrazione pittorica.
Ingresso alla mostra gratuito, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 17. Si prevedono visite guidate su prenotazione.

MM

Kuoredistoffa nella collezione del Santuario di Crea

Domenica 20 settembre 2026, alle ore 11.00, al Santuario della Madonna Nera di Crea, presso il Sacro Monte

Durante la Santa Messa delle ore 11.00 sarà presentato il  **KUOREDISTOFFA**, di Stefano Bressani dedicato alla Madonna Nera di Crea, che entrerà a far parte della collezione permanente privata del Santuario.

Al termine della celebrazione, l’opera sarà benedetta e poi portata in processione fino all’altare della Madonna Nera, dove resterà esposta in permanenza, pronta ad accogliere chiunque vorrà incontrarla in questo luogo così speciale, storico e patrimonio dell’Umanità UNESCO.

 

Il mondo in 144 scatti: torna a Torino la World Press Photo Exhibition

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Dal 18 settembre al 13 dicembre l’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino ospita la World Press Photo Exhibition 2026, uno dei principali appuntamenti internazionali dedicati al fotogiornalismo. Per il decimo anno consecutivo la mostra fa tappa nel capoluogo piemontese, negli spazi dell’ipogeo della Rotonda del Talucchi, in via Accademia Albertina 6.

In esposizione 144 fotografie, selezionate tra oltre 57 mila immagini presentate da 3.747 fotografi di 141 Paesi. Attraverso gli scatti premiati nella 69ª edizione del concorso emerge un racconto per immagini del nostro tempo: dalle guerre alle migrazioni, dalla crisi climatica alle battaglie per i diritti, fino alle storie più intime di malattia, lutto, sopravvivenza e trasformazioni sociali.

La World Press Photo of the Year 2026 è stata assegnata alla fotografa statunitense Carol Guzy per Separated by ICE, immagine realizzata per ZUMA Press e pubblicata dal Miami Herald. Lo scatto documenta il momento in cui una famiglia ecuadoriana viene separata dopo l’arresto del padre da parte degli agenti dell’immigrazione in un tribunale federale di New York.

Tra i premiati figura anche l’italiana Chantal Pinzi, con il progetto Farīsāt: Gunpowder’s Daughters, dedicato alle donne marocchine che si stanno facendo spazio in una tradizione equestre storicamente riservata agli uomini.

La tappa torinese è organizzata da Cime, Brand Ambassador italiano della World Press Photo Foundation, con il patrocinio della Città di Torino e della Città Metropolitana. Alla mostra sarà affiancato un calendario di incontri: il primo è previsto venerdì 25 settembre alle 17.30 con il fotografo Pablo E. Piovano, autore di un progetto sulle conseguenze dell’utilizzo intensivo di prodotti agrochimici nelle campagne argentine.

L’esposizione apre venerdì 18 settembre alle 16 e sarà visitabile fino al 13 dicembre. Dal lunedì al venerdì l’orario è 10-20, mentre sabato e domenica 10-21. Il biglietto intero costa 13,50 euro, con diverse formule ridotte e ingresso gratuito per i possessori dell’Abbonamento Musei e per i bambini fino a 5 anni.

Palazzo Falletti di Barolo ospita il maestro della fotografia di Hong Kong, Fan Ho

Si è aperta l’11 settembre  a Palazzo Falletti di Barolo, e visitabile fino al 10 gennaio 2027, la mostra dal titolo “Fan Ho. Il maestro della fotografia di Hong Kong”.

Prodotta e curata da Ares, in collaborazione con Blue Lotus Gallery di Hong Kong, l’esposizione, a cura di Elisa  Maupas e Sarah Van Ingelgom, è dedicata al maestro cinese della street photography .

La mostra si compone di cento fotografie, per lo più in bianco e nero, che ripercorrono la carriera di Fan Ho (1931-2016), autore che attraverso una ricerca estetica in bilico tra realismo e astrazione ha rappresentato lo scenario e la vita urbana di Hong Kong.

Fan Ho è  considerato uno dei più importanti street photographer dell’Asia, nato a Shangai nel 1931, si trasferì con la famiglia a Hong Kong diciottenne. Appassionato fotografo, sebbene autodidatta, è  stato soprannominato “il Cartier Bresson dell’Oriente “

Fan Ho ha saputo cogliere una visione suggestiva della brulicante metropoli cinese, trasformando le sue strade e i suoi vicoli affollati in quadri meditativi popolati da figure solitarie.

“Ogni foto offre una piccola finestra attraverso la quale si vede e si prova ciò che il fotografo ha visto e provato”, affermava Fan Ho, dichiarando la sua predilizione per la fotografia  dove la resa artistica risulta sempre coniugata al rispetto della sensibilità dei soggetti rappresentati e di chi li immortala.

Facchini, venditori ambulanti e bambini che giocano tra le strade sono le figure più ricorrenti nella sua opera, intesa a catturare  lo spirito più autentico della città, descrivendo la fatica e la resilienza dei suoi abitanti, piuttosto che documentando gli anni tumultuosi della città in transizione.

I lavori di Fan Ho si distinguono per l’applicazione dei principi di composizione pittorica alla fotografia, in particolare l’attitudine alla sintesi geometrica. L’artista, immerso nel contesto urbano, non si limitava a cogliere l’istante di una scena, ma cercava di costruirgli attorno una cornice strutturale, che fosse in grado di trasformare gli elementi architettonici circostanti in trame astratte.

Dal punto di vista tecnico Fan Ho accentua l’atmosfera fumosa delle strade, sfruttando sapientemente gli effetti di controluce e i chiaroscuri, facendo emergere sagome misteriose bianche o silhouette scure dalla penombra.

L’artista operava così sul doppio binario della “composizione di prima mano” da realizzare al momento dello scatto, e della “composizione di seconda mano” in camera oscura.

Il fotoritocco e, in particolare, il ritaglio del negativo, sono pratiche che Fan Ho riteneva essenziali per ricomporre l’immagine, esaltando linee e volumi a scapito degli elementi superflui o per manipolare i toni e conferire alle scene un’aria di mistero.

La fotografia, come il cinema, a cui dedicherà la sua lunga carriera, nasce non solo durante le riprese, ma anche in camera oscura. Alcuni scatti come “ Pattern” e “A Play of Light  and Shadow” mostrano la contrapposizione tra direttrici verticali e orizzontali, evocando un ritmo quasi musicale, dove la realtà fisica della città diventa il pretesto per una pura costruzione formale.

Nell’opera “Different Directions” la gestione della luminosità trasfigura la strada in un palcoscenico urbano, mentre in “ Controversy” la tonalità scura riduce le persone a sagome , accentuando il rigore geometrico dei binari  e della composizione.

In mostra, tra le altre opere, due fotografie tra le più  note di Fan Ho, “Approaching Shadow” e  “Street Scene”, che risultano la sintesi della ricerca formale ed estetica dell’artista, capaci dj collocare l’ universalità dell’esperienza umana in una Hong Kong senza tempo.

Orari

Martedì- domenica dalle 10 alle 19, ultimo ingresso un’ora prima della chiusura

Chiuso il lunedì

biglietteria@palazzobarolo.it

Mara Martellotta

Torino: Banksy-Street Is the Museum

Dopo aver conquistato oltre 3,5 milioni di visitatori nel mondo, e aver fatto tappa nelle principali città europee internazionali, il progetto espositivo dedicato a Banksy, rinnovato, approda a Torino con un nuovo titolo e un concept ripensato a Palazzo Falletti di Barolo, dal 22 ottobre prossimo al 31 gennaio 2027. Le storiche cantine di Palazzo Barolo ospiteranno infatti “Banksy – Street Is the museum”, l’evoluzione della celebre mostra “The world of Banksy”, che porta a Torino oltre 150 opere dedicate all’artista più enigmatico della street art contemporanea.

Curata da Art Full Contemporary, l’esposizione conduce il pubblico nel mondo di Banksy attraverso un percorso che riunisce graffiti, fotografie, installazioni video e ricostruzioni accurate delle sue opere realizzate su tela, tessuto, alluminio, forex e plexiglas. Si tratta di un viaggio che permette di avvicinarsi ad alcune delle opere più celebri dell’artista britannico, molte delle quali non più visibili nei luoghi in cui erano state realizzate. Da “Flower Thrower” a “Girl with balloon”, da”Napoleon” a “Steve Jobs”, fino ad altri lavori entrati nell’immaginario collettivo, il percorso narra la capacità di Banksy di trasformare la Street Art in uno strumento di riflessione sui grandi temi del nostro tempo: guerra, pace e, consumismo, migrazioni, diseguaglianze, ambiente, diritti civili, che diventano così il fil rouge di un racconto che intreccia impatto visivo e critica sociale, restituendo tutta l’attualità del suo linguaggio. A ispirare “Banksy – Street Is the Museum” è una riflessione sulla Street Art. Le opere di Banksy nascono per vivere nello spazio pubblico dialogando con la città e con chi la attraversa , ma per questo sono spesso destinate a scomparire, cancellate dal tempo, coperte, distrutte o rimosse dai muri e messe sul mercato dell’arte.

“La nostra missione è quella di immergere i visitatori nell’energia autentica del lavoro di Banksy, un’energia che trascende tempo e spazio – spiega il direttore creativo Emre Ezelli – molti dei suoi murale originali sono stati distrutti, cancellati, nascosti, o persino rubati e rivenduti. Attraverso le nostre accurate ricostruzioni, non restituiamo solo la vita a queste immagini, ma contribuiamo a preservare un movimento artistico e a far sì che i suoi messaggi continuino a stimolare il pubblico”.

Il titolo della mostra sintetizza questa visione, ovvero che la strada sia il museo di  Banksy, luogo in cui le sue opere prendono forma e dialogano con la società, trasformando muri, edifici e spazi urbani in strumenti d’espressione artistica e civile. Banksy continua a essere una delle figure centrali dell’arte contemporanea. Comparso sulla scena di Bristol negli anni Novanta, ha trasformato la tecnica dello stencil in uno strumento di critica sociale capace di affrontare temi come guerra, diseguaglianza, consumismo, mediazione, ambiente e diritti civili con immagini diventate iconiche. Nel corso degli anni le sue opere sono apparse nelle città di tutto il mondo, fino ai murale comparsi in Ucraina. Parallelamente, il mercato ha consacrato il suo lavoro con aggiudicazioni milionarie, non riuscendone a sradicare il carattere prettamente anticonvenzionale. Rimane emblematico il caso di “Girl with te balloon”, autodistrutto durante un’asta nel 2018 e trasformata davanti al pubblico in “Love is in the bean”, uno dei gesti più clamorosi nella storia dell’arte. Negli ultimi mesi si è riacceso il dibattito intorno alla sua identità, dopo una lunga inchiesta giornalistica internazionale, che sostiene di aver ricostruito con nuove prove il nome dell’artista, indicato da tempo come Robin Gunnigham, ma non è giunta alcuna conferma da Banksy e dal suo entourage. Da quasi trent’anni dalla comparsa dei primi stencil, Banksy continua a mettere in discussione i concetti di arte e autorialità, dimostrando come un’immagine dipinta sul muro possa diventare uno strumento di denuncia e riflessione collettiva.

Orari: “Banksy – Street Is the Museum” – Palazzo Barolo, via delle Orfane 7/A – da martedì a domenica dalle 10 alle 19, ultimo ingresso ore 18 / aperture straordinarie: 7 dicembre 2026 – 28 dicembre 2026 – 4 gennaio 2027  / chiusure straordinarie: 24-25-31 dicembre 2026 – 1 gennaio 2027.

Info: info@banksymuseo.it – 011 2636111

Mara Martellotta

Artissima, Torino incontra l’arte contemporanea

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Presentata la 33ª edizione 

Artissima Fiera Internazionale d’Arte Contemporanea di Torino, unica fiera in Italia dedicata esclusivamente all’arte contemporanea, ha presentato la sua 33ª edizione. Si tratta di un appuntamento che si svolgerà da venerdì 30 ottobre a domenica 1 novembre, con la preview il 29 ottobre, negli spazi dell’Oval Torino, per il quinto anno sotto la direzione e di Luigi Fassi. Gli spazi dell’Oval accoglieranno le sezioni principali della fiera: Main Section, New Entries, Monologue-Dialogue e Art Editions, e le tre sezioni curate: Present Future, Back to the Future e Disegni.

L’edizione 2026 di Artissima vede complessivamente la partecipazione di 183 gallerie italiane e internazionali, di cui 66 presenteranno progetti monografici. L’offerta espositiva si distingue per la capacità delle gallerie di presentare progetti inediti e sperimentali, coinvolgendo sia giovani talenti sia artisti già affermati. Si tratta di una predisposizione che aderisce perfettamente all’identità della fiera e al suo voler essere proiettata verso le tendenze più innovative, confermandosi come piattaforma di incontro intenso e accelerato con l’arte contemporanea in tutte le sue forme, come veine esplicitato nel tema di questa edizione, che è “Fancy: A Flexible, Acrobatic Body”.

Il tema di Artissima nasce da un’immagine della filosofa Martha Nussbaum (1947,New York), per affermare che il linguaggio dell’arte, guidato dalla Fancy, la proiezione in avanti della fantasia, possiede un corpo flessibile e acrobatico, capace di attraversare poeticamente complessità e differenze per avvicinarsi alla pluralità di chi è altro da noi. L’arte non si limita a dare forma a ciò che esiste, ma apre la visuale a ciò che potrebbe esistere, diventando un’intelligenza pubblica cruciale capace di nutrire e arricchire le istituzioni democratiche di una comunità. Artissima incarna questo esercizio acrobatico dell’immaginazione, orientato verso possibilità invisibili: la fiera è un incontro fisico intenso e accelerato con le opere d’arte, che ci allena a pensare al modo in cui abitiamo e condividiamo il mondo.

“Il tema di quest’anno – dichiara Luigi Fassi, direttore di Artissima – narra la qualità acrobatica della Fancy, la forza protettiva dell’immaginazione resa possibile dall’arte. Secondo Martha Nussbaum, la Fancy è un linguaggio che va costantemente allenato, una facoltà capace di spingersi oltre l’evidenza, di trascendere l’oggetto e di aprire a uno sguardo benevolo verso l’altro  elle nostre relazioni morali, politiche e civili. In questa capacità trasformativa, risiede una delle funzioni più profonde dell’arte: modificare chi guarda affinando la possibilità di riconoscersi nell’esperienza altrui. È la forma stessa dell’arte, corporea, complessa, mobile a guidarci verso questa apertura. In un esercizio democratico dello sguardo che si oppone a rigidità e chiusure attraverso il movimento libero della fantasia. Artissima è da sempre in luogo in cui il pensiero prende forma attraverso incontri differenti e inattesi. Fancy è capace di raccontare l’energia dell’arte contemporanea e anche il movimento continuo della fiera stessa: essere uno spazio vivo di sperimentazione, intuizione e scoperta”.

Artissima, anche quest’anno, ha rinnovato la collaborazione con lo studio grafico torinese Fionda, e l’immagine coordinata per il 2026, interpretando il tema di Fancy, ci fa vedere storici loghi diventati parentesi che si trasformano in un sistema visivo in continua evoluzione. Le forme si piegano, si moltiplicano e generano traiettorie inattese suggerendo un’apertura che, pur rileggendo la propria storia, non esclude nuove possibilità e immaginari futuri.

“La città – ha dichiarato l’assessora alla Cultura della Città di Torino, Rosanna Purchia – si appresta ad accogliere la 33ª edizione di Artissima che, dal 30 ottobre all’1 novembre, farà di Torino il centro del mondo dell’arte contemporanea. Artissima si conferma fiera d’arte contemporanea leader in Italia e un punto di riferimento globale capace di attrarre galleristi, artisti e appassionati da ogni angolo del mondo. Si tratta di una manifestazione che ha saputo crescere di anno in anno divenendo un evento espositivo di prim’ordine, ma anche una leva straordinaria di sviluppo culturale per la nostra città. L’edizione di quest’anno si distingue per un respiro internazionale di straordinario rilievo, accogliendo ben 183 gallerie provenienti da 35 Paesi e quattro continenti, tra cui 36 realtà che scelgono Torino per la prima volta. Questo traguardo conferma l’attrattività di Torino nel panorama culturale contemporaneo globale. La nostra città ha sempre investito tantissimo nella promozione dell’arte e della cultura, e continuerà a farlo: il grande successo di Artissima è la dimostrazione che puntare su questo ecosistema culturale, capace di connettere pubblico e privato, e coniugare ricerca e innovazione è fondamentale”.

“Fondazione Arte CRT, che opera grazie al contributo di Fondazione CRT, rinnova il proprio sostegno ad Artissima, dichiara Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, presidente della Fondazione Arte CRT – confermando un impegno che ne riconosce e ne rafforza il ruolo di piattaforma internazionale per la ricerca artistica contemporanea. Con un budget di 300 mila euro, continuiamo a investire nel patrimonio pubblico attraverso nuove acquisizioni per le collezioni della GAM e del Castello di Rivoli. Artissima sarà l’occasione per presentare il nuovo catalogo della collezione della Fondazione Arte CRT, e per raccontarne il patrimonio attraverso uno stand dedicato al nostro nuovo progetto, denominato ‘Pastis Social Club’. Oltre a queste azioni, sopportiamo la prima edizione del ‘Curator’s Choice’, ideato per favorire nuove relazioni tra gallerie, artisti e curatori. Per Fondazione Arte CRT investire su Artissima significa sostenere gli artisti, le loro opere, le idee e le connessioni che alimentano la crescita dell’arte contemporanea e del suo ecosistema”.

Le sezioni di Artissima 2026 sono sette, di cui quattro selezionate dal comitato delle gallerie della fiera: Main Section raccoglie 103 gallerie, tra le più rappresentative nel panorama artistico mondiale; New Entries comprende 17 gallerie internazionali provenienti da continenti, emergenti, con meno di cinque anni di attività e per la prima volta in fiera; Monolgue-Dialogue è riservata alal gallerie emergenti con approccio sperimentale, che presentano uno stand monografico o un dialogo tra artisti, con 37 gallerie; Art Editions ospita gallerie specializzate in edzioni e multipli di artisti, librerie, project space e spazi no-profit. Le sezioni curate da Board Internazionale di Curatori sono tre: Presenti Future, Back to the Future e Disegni. Il panorama della fiera nel 2026 si distingue per una significativa presenza di gallerie provenienti dall’Asia, dall’America del Sud e Centrale, dal Sud Africa e dagli Stati Uniti, e si conferma una forte partecipazione di gallerie dall’est Europa, da Francia, Germania, Portogallo, Regno Unito, Spagna e Svizzera.

Da ventisei anni Present Future è la sezione che Artissima dedica ai talenti emergenti. Curata per il terzo anno da Léon Kruijswijk, performance curator presso il Mudam di Lussemburgo, e Joel Valabrega, curatrice indipendente con base a Porto e a Milano. La sezione ospita progetti monografici allo scopo di mettere in risalto le nuove tendenze che caratterizzano il panorama artistico internazionale. Propone i lavori di dieci artisti presentati da dieci gallerie, di cui nove stranere. Back to the Future è la sezione curata di Artissima che include progetti monografici di grandi pionieri dell’arte contemporanea, il cui lavoro ha avuto un ruolo nella storia dell’arte. Il team curatoriale è composto per il terzo anno da Heike Munder, Otake Hiroshima e Jacopo Crivelli Visconti, curatore indipendente con base a San Paolo. Nel 2026 partecipano in qisata sezione 10 artisti presentati da 9 gallerie straniere e tre italiane. Disegni è giunta alla sua decima edizione ed è l’unica sezione in Italia dedicata a questo mezzo espressivo , guidata da Irina Zucca Alessandrelli, curatrice della Collezione Ramo di Milano e della Milano Drawing Week. Presenta per il quinto anno consecutivo progetti concepiti come mostre personali, capaci di valorizzare l’autenticità e l’autonomia dell’opera su carta. In questa sezione verranno portati all’attenzione del pubblico i lavori di dieci artisti rappresentati da dieci gallerie, di cui quattro italiane.

Un progetto speciale di Artissima 2026 e di Juventus è Artissima Junior: nato nel 2018 e pensato per i giovani dai 6 agli 11 anni. Il progetto si intitola “Domani, pezzo per pezzo”, ed è realizzato da Franci Hoffman (Rwanda 1987), artista tutor che coinvolgerà i partecipanti in un processo creativo che li porterà a riflettere sulla fiducia che riposiamo negli altri e sull’ascolto, valore base di ogni gioco di squadra, in campo come nella vita. I bambini, divisi in squadre interdipendenti, lavoreranno alla costruzione di un’unica grande opera, scelta dall’artista, in dialogo con la sua pratica pittorica che utilizza fondi di caffè, carte recuperate, tessuti, garze, pigmenti e altri materiali trovati o ricevuti.

Ogni anno, la VIP Lounge della fiera prende forma con un progetto nuovo, quest’anno dedicato al tema della Fancy. È stato invitato l’artista Edoardo Piermattei ad accogliere gli ospiti con il suo immaginario, con la sua capacità di trasformare uno spazio da do valore al contesto che abita. Piermattei ha realizzato “Delizie”, che riprende il nome con cui i medici chiamavano le proprie ville di piacere, luoghi in cui ci si conserva la finzione del riposo. La VIP Lounge diventa un “Hortus conclusus”, a metà il registro sacro dell’Hortus e quello nobiliare dei giardini di un tempo. “Delizie” nasce grazie al supporto di Krumiri Rossi 1778, storica eccellenza dell’arte pasticcera italiana e simbolo di Casale Monferrato, trasformato da Piermattei nel mattone che compone la forma di un’architettura barocca piemontese.

Mara Martellotta

Un’opera di Mario Merz a Candiolo

La Fondazione Allegra Agnelli per la ricerca sul cancro, insieme alla Fondazione Merz, inaugurano venerdì 18 settembre

Per celebrare i suoi primi 40 anni, la Fondazione Allegra Agnelli per la ricerca sul cancro dà vita, insieme alla Fondazione Merz, a un progetto di arte contemporanea in un ospedale oncologico unico al mondo: un’installazione permanente di Mario Merz davanti all’istituto. La presentazione si svolgerà venerdì 18 settembre, alle ore 12, in viale della Ricerca 7, a Candiolo. Nello spazio antistante l’istituto, prende forma un Igloo che, combinato con la successione numerica di Fibonacci, traduce visivamente la crescita armoniosa e la spinta vitale della natura. Si tratta di una sequenza che dal 2000 illuminala cupola della Mole Antonelliana di Torino con l’opera “Il volo dei numeri”.

Interverranno le Istituzioni, Allegra Agnelli, presidente della Fondazione omonima per la ricerca a sul cancro, Beatrice Merz, presidente della Fondazione Merz, un rappresentante di Intesa Sanpaolo, e Pietro Boffa, AD del Gruppo Building, main partner del progetto.

Mara Martellotta

“Mario Dondero. Inediti”. Al “Forte di Bard”

Le fotografie inedite, in bianco e nero, tratte dall’“Archivio” di uno fra i massimi fotografi e fotoreporter italiani del Novecento

Fino a domenica 18 ottobre

Bard (Aosta)

In parete ci sono gli scatti dei grandi fotoreportage realizzati cavalcando “campi di lavoro” (spesso teatro di gravi crisi sociali e politiche mai prive di reali contingenti e ben calcolati pericoli) che dall’Europa lo spinsero all’etica documentazione dei “fatti” storicamente fondamentali e “rivoluzionari” dell’Africa “post-coloniale”, non meno che dell’America Latina, di Medio Oriente e Asia: dal racconto, per immagini e parole, del “regime dittatoriale” (1965 – 1997) di Mobutu (Sese Seko) nella “Repubblica Democratica del Congo” alla Libia della “Jamahiriya” di Mu’ammar Gheddafi e alla Persia – Iran dell’ultimo “Scià degli Scià” Mohammad Reza Pahlavi ritratto al fianco della moglie, l’imperatrice Farah Diba, e del figlio primogenito Reza Pahlavi, da decenni in esilio negli States. E ancora, dalla Grecia dei Colonnelli e dalla Spagna Franchista al “Muro” di Berlino e alla Russia post-sovietica. Senza mai cedere ad effetti di voluto sensazionalismo, ecco la “grande” Storia. Ma anche quella di quotidiane (ma quanto importanti!) “minuzie” e immense “verità”: dal sorriso delicato e lieve del “sarto” di quella Baghdad il cui nome (ironia della sorte) storicamente significa “donato da Dio” e che invece è da anni e anni crogiolo di conflitti, atti terroristici, criminalità e tensioni geopolitiche tali da renderla oggi una delle terre più insicure al mondo fino alla “nostrana” piccola Scuola di quel “Piccolo mondo antico” raccontato nella “Scolarizzazione con la Tv” in quel di Reggio Emilia , negli Anni ’50 e ’60, allorché contro la piaga, assai diffusa nelle zone rurali, dell’analfabetismo, insieme alla “Televisione di Stato” (“Programma Ministeriale Telescuola”), un ruolo politico e sociale fondamentale svolse anche il cosiddetto “Reggio Emilia Approach” o progetto dei “cento linguaggi” (celebre ancor oggi in tutto il mondo) sotto la guida del pedagogista Loris Malaguzzi.

E’ davvero l’“Archivio di un partigiano dell’umano” – titolo della mostra a cura di Claudio Composti – il progetto fotografico dedicato a Mario Dondero (Milano 1928 – Petritoli di Fermo, 2015) in programma, fino a domenica 18 ottobre, nelle “Sale delle Cantine” del valdostano “Forte di Bard”. L’esposizione rivela, per la prima volta, un “corpus” di fotografie inedite tratte dall’“Archivio” (conservato, in larga parte dalla “Fototeca Provinciale” di Fermo ad Altidona e riordinato, con intensa passione, anche dall’ultima compagna di vita del fotografo, Laura Strappa) di uno dei maggiori fotoreporter e “testimoni civili” del nostro tempo. Tutte rigorosamente in bianco e nero.

 “Il colore – scriveva Dondero – distrae. Fotografare una guerra a colori mi pare immorale”. E ci pare proprio avesse ragione. Lui  che non solo è stato un eccezionale fotoreporter, ma anche un “cronista militante” della stampa politica italiana del dopoguerra (da “Lavoro Nuovo” all’“Avanti!” dall’“Unità” a “Le Ore”) e, soprattutto, un “testimone” attento e coraggioso che ha ben saputo scegliere, in ogni istante della sua vita, da che parte stare. Fin dagli anni giovanili, che lo videro fervente partigiano sulle alture della Val d’Ossola. Partigiano di fatto e, in arte, “Partigiano dell’Umano”. Raccontava: “Mi interesso a tutto quello che interviene nella nostra vita”. E scrive, in tal senso, il curatore Composti“Un operaio sudamericano o un rifugiato asiatico avevano per lui lo stesso peso di Sartre, Beckett, Giacometti o Pasolini, intellettuali e artisti amici che ritrasse con la stessa misura: nessuno mai in posa, il potere sempre disarmato, l’eroismo mai esibito”.

Molte delle stampe vintage selezionate per questa mostra (e distribuite in tre macro-sezioni tematiche, da “Memorie del presente” a “Verso il mondo” passando per “Sguardi politici”) recano sul retro, annotazioni a penna o a matita, riflettendo per Dondero l’inseparabilità tra scrittura e immagine, due forme complementari – e “mai neutrali” – di testimonianza. Proprio come i suoi oltre duecento quaderni di appunti, pieni di frasi interrotte, osservazioni sul presente, brevi racconti di ciò che leggeva o di cui era testimone. “I fotografi – annotava in uno di essi – di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch’essi nel vasto mare silente”. Lui era la “bella” eccezione. “Mi auguro – sempre parole di Dondero – che le mie fotografie, mosse dalla simpatia, colgano nel segno lo spirito dei luoghi e l’umanità intensa delle persone”. Frase totalmente emblematica rispetto alla sua “poetica”. “In un tempo che tende a trasformare tutto in icona e consumo visivo – scrive ancora Composti – i suoi inediti riaffermano la fotografia non come semplice memoria visiva, ma come esercizio critico. L’archivio politico di un ‘partigiano dell’umano’ che continua a parlare di uomini agli uomini”.

Gianni Milani

“Mario Dondero. Inediti – L’archivio di un partigiano dell’umano”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino al 18 ottobre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto da “Archivio Mario Dondero”: “Mobutu”, “Scià di Persia con Farah Diba e figlio”, “Reggio Emilia Scolarizzazione con la Tv”, “Il sarto di Baghdad”, “Gheddafi”

Torino, piazza San Carlo: gli affreschi dedicati alla Sindone

Due opere per celebrare uno dei simboli della città 

La Sacra Sindone rappresenta molto per Torino. Il suo  fascino misterioso e senza tempo racconta, attraverso un telo di lino bianco in uso nella cultura ebraica per la sepoltura dei morti, la Passione di Cristo. Emblema del confronto tra Chiesa e scienza, rimane la reliquia piu’ famosa di sempre, capace di far peregrinare milioni di persone devote ad ogni sua sontuosa ostensione, un evento molto sentito e solenne. Questo lenzuolo, carico di storia, ma anche di miti e leggende, appare nella storia nel 1353 quando Goffredo di Charny, cavaliere e scrittore medievale francese, lo   porto’ dalla Terra Santa nella cittadina francese di Lirey dove fece costruire una chiesetta per custodirlo. Successivamente fu venduto al Ducato di Savoia, che aveva il suo capoluogo a Chambery, dove fu conservato fino al 1532 nella Sainte-Chapelle duSaint-Suaire quando un incendio, che fortunatamente non lo distrusse completamente,  gli provoco’ degli evidenti segni di bruciatura.

 

Dopo vari spostamenti il  sacro lino fu portato da San Carlo Borromeo, particolarmente devoto, da Milano a Torino per ordine di Emanuele Filiberto di Savoia, “testa di ferro”. Lo spostamento fu un vero e proprio pellegrinaggio che duro’ 4 giorni, con intervalli di meditazione spirituale ed esercizi di pieta’,  percorso a piedi scalzi e  accompagnato da un gruppo  di quattordici persone. Appena arrivato a Torino  fu subito onorato con una ostensione pubblica a cui parteciparono numerosissimi fedeli.

In piazza san Carlo, cosi’ nominata in memoria del viaggio del Santo con il famoso lenzuolo, ci sono due affreschi, di piccole dimensioni e poco conosciuti, che narrano i fatti accaduti quell’ottobre  del 1578 quando la Sacra Sindone arrivo’ a Torino con la promessa scritta di Emanuele Filiberto, mai mantenuta, di riportarla a Chambery in breve tempo. Questi dipinti murali commemorativi, dall’autore ignoto e che un tempo erano ben 4, si trovano all’estremita’ della piazza, il primo, che raffigura la Madonna con Emanuele Filiberto e San Carlo Borromeo, nell’angolo con via Alfieri e l’altro, dove si riconosce ancora la Vergine Maria, questa volta con San Francesco D’Assisi e un frate, e’ sito all’angolo con via Santa Teresa. Gli altri due dipinti sono purtroppo andati perduti durante i bombardamenti della seconda guerra mondiale.

Nella Chiesa di San Carlo Borromeo, inoltre,  si possono ammirare due affreschi che celebrano l’arrivo a piedi di San Carlo a Torino e  il Santo in adorazione del piu’ famoso telo.

MARIA LA BARBERA