ARTE

Pietro Micca, nel bronzo la storia di un eroe popolare

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Nel 1863, dopo un primo e vano tentativo di fusione della statua, il fonditore francese Pietro Couturier portò a termine l’incarico assegnatogli; il Consiglio Comunale scelse quindi di innalzare la statua poco lontano dal luogo stesso dove un secolo e mezzo prima era successo il fatto, cioè di fronte al Mastio della Cittadella il quale, in onore dell’evento, venne opportunamente restaurato a carico del Ministero della Guerra

Il monumento è collocato all’angolo tra via Cernaia e corso Galileo Ferraris, nel giardino dedicato ad Andrea Guglielminetti. La statua ritrae Pietro Micca, posto sulla sommità di un alto basamento modanato, in posizione eretta con la divisa degli artiglieri presumibilmente nell’atto fiero e consapevole che precede lo scoppio delle polveri. Infatti, mentre nella mano destra tiene la miccia, la sinistra è serrata a pugno quasi a voler enfatizzare, unitamente alla tensione della leggera torsione, il momento decisivo che precede l’innesco delle polveri (in riferimento all’episodio eroico che lo rese celebre).

 

Pietro Micca nacque a Sagliano il 6 marzo 1677 da una famiglia dalle origini modeste. Arruolato come soldato-minatore nell’esercito del Ducato di Savoia, è storicamente ricordato per l’episodio di eroismo durante il quale perse la vita al fine di permettere alla città di Torino di resistere all’assedio del 1706, durante la guerra di successione spagnola.La tradizione narra che la notte tra il 29 ed il 30 agosto 1706 (e cioè durante il pieno assedio di Torino da pare dell’esercito francese) alcune forze nemiche entrarono in una delle gallerie sotterranee della Cittadella, uccidendo le sentinelle e cercando di sfondare una delle porte che conducevano all’interno. Pietro Micca, che era conosciuto con il soprannome di passepartout, decise (una volta capito che lui ed il suo commilitone non avrebbero resistito per molto) di far scoppiare della polvere da sparo allo scopo di provocare il crollo della galleria e non consentire il passaggio alle truppe nemiche. Non potendo utilizzare una miccia lunga perché avrebbe impiegato troppo tempo per far esplodere le polveri, Micca decise di impiegare una miccia corta, conscio del rischio che avrebbe corso. Fece allontanare il suo compagno con una frase che sarebbe diventata storica “Alzati, che sei più lungo d’una giornata senza pane” e senza esitare diede fuoco alle polveri.

Morì travolto dall’esplosione mentre cercava di mettersi in salvo correndo lungo la scala che portava al cunicolo sottostante; era il 30 agosto del 1706.Il gesto eroico del minatore-soldato sarà riconosciuto in seguito durante tutto il Risorgimento come autentico simbolo di patriottismo popolare, sino ad essere ricordato ai giorni nostri.L’idea di celebrare con un monumento l’eroe popolare, nacque già nel 1837 dal Re Carlo Alberto alla morte dell’ultimo discendente maschile del soldato ‘salvatore’ della Città. Modellato dallo scultore Giuseppe Bogliani, il busto di Pietro Micca (rigorosamente in bronzo) ritraeva l’eroe con il capo coronato di gramigna con accanto una Minerva-guerriera seduta con una corona di quercia. Il monumento però non sembrava rispondere completamente al concetto di popolare riconoscenza con cui si sarebbe voluto ricordare Pietro Micca e così venne per così dire abbandonato all’interno dell’ Arsenale di Torino. Dopo circa vent’anni, nel 1857, da parte di uno scultore dell’Accademia Albertina di Belle Arti, Giuseppe Cassano, venne ripresa l’idea di ritrarre Pietro Micca.

Il Consiglio comunale, in seduta del 29 maggio 1858, approvò l’iniziativa ed il Re Vittorio Emanuele II espresse il desiderio che la statua del Micca venisse realizzata in bronzo ed eseguita nelle fonderie dell’Arsenale. In momenti differenti il Parlamento stanziò per il monumento L. 15.000 con le quali vennero pagate le sole spese di fusione; unitamente la sottoscrizione pubblica stanziò L. 2.200 (appena utili al rimborso dello scultore Cassano), L. 7.700 a Pietro Giani per la realizzazione del piedistallo e L. 2.000 per la posa in opera, arrivando così ad un costo totale di L. 26.900.

Nel 1863, dopo un primo e vano tentativo di fusione della statua, il fonditore francese Pietro Couturier portò a termine l’incarico assegnatogli; il Consiglio Comunale scelse quindi di innalzare la statua poco lontano dal luogo stesso dove un secolo e mezzo prima era successo il fatto, cioè di fronte al Mastio della Cittadella il quale, in onore dell’evento, venne opportunamente restaurato a carico del Ministero della Guerra. La sera del 4 giugno 1864 venne finalmente inaugurato il monumento ad onorare il gesto eroico del soldato-minatore di Sagliano.L’importanza dell’impresa di Pietro Micca è celebrata anche nel Museo che porta il suo nome, luogo dove è esposto il monumento a Pietro Micca del Bogliani del 1836.

 

Ed anche per questa volta la nostra “passeggiata con il naso all’insù” termina qui. Ci rivediamo per il prossimo appuntamento con Torino e le sue meravigliose opere.

 

Simona Pili Stella

Maglione, dove i muri “narrano” di arte e pittura

Maglione è un piccolo borgo rurale sulle colline moreniche del basso Canavese, a meno di venti chilometri da  Ivrea e distante  poco più del doppio da Torino

 

 Il nome, si dice, deriverebbe da “malhones” , il cui significato richiama i vigneti che producono le uve del bianco Erbaluce. Le poche centinaia di abitanti di Maglione vivono praticamente sul confine con il vercellese, a pochi passi da Moncrivello e nelle vicinanze di Borgo d’Ale e Cigliano.

Un paese tranquillo, silenzioso dove – da più di trent’anni – si può visitare il  M.A.C.A.M, acronimo che sta per Museo d’arte contemporanea all’aperto di Maglione. Dalla mappa si ricava un percorso di visita “en plein air”, ammirando ben 167 opere di importanti artisti  che, dalla piazza XX° settembre – davanti alla chiesa parrocchiale, dove campeggia una scultura di Giò Pomodoro – accompagnano i visitatori lungo le vie del paese. In questo straordinario museo a cielo aperto s’incontra una proposta di opere d’arte contemporanea di diverse tendenze e di indubbio livello culturale. E tutto senza pagare un biglietto d’ingresso per la visita e senza l’assillo dell’orario di apertura o chiusura, considerato il fatto che le opere sono esposte sui muri delle case e negli spazi pubblici del centro abitato. Ideato nel 1985 dall’ingegno eclettico e talentuoso di Maurizio Corgnati, regista e uomo di grande cultura – noto anche per essere stato l’ex-marito della rossa “pantera di Goro”, la cantante Milva – il Macam è un museo del tutto singolare. Corgnati, ritiratosi nella sua casa di Maglione, dov’era nato il primo agosto del 1917, invitò, anno dopo anno, molti artisti italiani e stranieri affinché dipingessero le loro opere sulle pareti esterne delle case messe disposizione dai proprietari o installassero sculture nelle piazze di Maglione. Nel corso degli anni prese forma una straordinaria mescolanza tra stili e scuole diverse, affiancando la tradizione pittorica alle avanguardie più innovative. Si disegnò un percorso di grande fascino, accostando artisti come Mauro Chessa, Giò Pomodoro, Ugo Nespolo , Armando Testa,  Eugenio Comencini e Francesco Tabusso con altri meno noti, ma non meno interessanti. Tra le sculture spicca anche il monumento al contadino “vittima ignorata di tutte le guerre e di tutte le paci”, costruito da Pietro Gilardi con l’aiuto degli anziani coltivatori di Maglione, utilizzando vecchi  aratri e attrezzi della civiltà rurale. Maurizio Corgnati, che amava definirsi “un buon giocatore di scopa e un grande cuoco” , oltre ad essere amico di Calvino, Fruttero e Lucentini e tanti altri protagonisti del mondo della cultura, riuscì nel suo intento di  far crescere quest’ associazione “senza fine di lucro con operatività indirizzata alla diffusione e promozione dell’arte contemporanea”. Gli artisti accettarono di buon grado la proposta di creare gratuitamente le opere murali ,trovandosi a Maglione sul finire di settembre, nel periodo dei festeggiamenti del patrono, San Maurizio. Un evento battezzato “Paese vecchio, pittura nuova” che , fino a quando Corgnati era in vita, veniva concluso con una grande cena, preparata dallo stesso regista per  “ripagare i pittori e trascorrere qualche ora in buona compagnia”. Del resto, frequentando il piccolo borgo cavanesano, gli artisti compresero fin dall’inizio lo spirito di questa iniziativa,”priva di risvolti commerciali e basata esclusivamente sull’amore per l’arte, ritrovando l’autentico piacere di stare insieme e “produrre” cultura per tutti. Questa tradizione dura ancora oggi, mantenendo vivo il ricordo e la volontà di Maurizio Corgnati che, in conclusione, definiva così la sua “creatura”: “Ecco il perché di questo museo a Maglione: i bambini di un tempo sono cresciuti in mezzo a immagini piene di mucche, pecore, ruscelli, nani, conigli e fate; i bambini futuri di Maglione avranno occhi pieni di queste immagini che stanno sui muri delle loro case“.

Marco Travaglini

 

(foto: emozionincanavese.it)

Torino tra architettura e pittura. Filippo Juvarra

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Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7 I Sei di Torino
8 Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)

1) Filippo Juvarra

Ribadisco il concetto che l’arte vada insegnata nel modo più concreto possibile, invitando i ragazzi a guardare le architetture dal vivo -nel limite del possibile ovviamente- e non solo sulle pagine dei libri o attraverso la LIM, convincendoli a toccare colori e materiali, e se anche se ci si sporca un po’ non è un problema. È così che mi piacerebbe poter spiegare alle mie classi il “Barocco”, portando i ragazzi a passeggiare per le vie del centro, fermandoci a commentare e a chiacchierare tra piazza Castello e Piazza Vittorio, desidererei poterli condurre alla Palazzina di Caccia di Stupinigi o alla Basilica di Superga, rendendo loro lo studio un’esperienza concreta e trasformando delle nozioni prettamente storico-artistiche in un autentico ricordo di vita.

Sono consapevole di quanto sia utopico il mio pensiero, non solo per la drammatica situazione pandemica che pone ovvi divieti e limitazioni alle nostre abitudini quotidiane, ma anche perché il tempo scolastico pare trascorrere a ritmi insostenibili, le lezioni si susseguono e le ore non sono mai abbastanza per stare al passo con i programmi ministeriali. Non mi dilungo poi su quanto sia diventato complicato a livello burocratico organizzare attività sia dentro che fuori le aule.
Facciamo un gioco, facciamo finta che quanto appena premesso non sia del tutto vero, e fingiamo di poter organizzare un tour della Torino barocca. Prima di tutto occorre mettere in evidenza la personalità che più di tutte ha contribuito alla trasformazione dell’aspetto del capoluogo piemontese, si tratta di Filippo Juvarra, nato a Messina in una famiglia di orafi e cesellatori, è stato scenografo, disegnatore e architetto, la sua formazione è stata decisamente “pratica”, volta a migliorare le qualità tecniche artigianali.
Filippo Juvarra, (1678-1736), arriva a Torino nei primi anni del Settecento. Quando l’architetto messinese mette piede nel territorio si trova circondato da cantieri, lavori di ammodernamento e di ristrutturazione urbanistica, tutti interventi volti a rendere la città esteticamente degna del ruolo di capitale che le era stato decretato da Emanuele Filiberto nel 1563. In questo senso era risultato essenziale il contributo di Guarino Guarini, al servizio dei Savoia a partire dalla seconda metà del Seicento; all’architetto si deve infatti l’edificazione di vari edifici, tra cui la chiesa di San Lorenzo e la realizzazione della Cappella della Sacra Sindone.

E’ tuttavia con Juvarra che la città acquista effettivamente un nuovo aspetto, degno delle idee innovative che investono il Settecento.
Nel 1714 Vittorio Amedeo II di Savoia chiama a suo servizio l’artchitetto siciliano e lo nomina “primo architetto del re”, grazie a questo titolo Juvarra ottiene immediata visibilità all’interno dell’ambiente artistico e la sua ben più che meritata fama viene riconosciuta in poco tempo anche in territori stranieri. Egli infatti intraprende molti viaggi durante la sua vita, lavorando in Austria, Portogallo, Londra, Parigi e Madrid, città in cui morì improvvisamente nel 1736.
La sua formazione avviene prevalentemente a Roma, dove frequenta lo studio di Carlo Fontana e ha l’occasione di studiare dal vivo le opere classiche, rinascimentali e barocche, soffermandosi soprattutto sugli esempi di Michelangelo, come attestano i numerosi schizzi sui quali era solito appuntare le sue osservazioni. A Roma Juvarra esordisce anche in qualità di scenografo, come attestano i fondali che egli realizza per il teatrino del cardinale Ottoboni, al cui circolo arcadico era strettamente legato. I fogli juvarriani del periodo romano evidenziano i suoi molteplici interessi: progetti per architetture e apparati effimeri, capricci scenografici e vedute equiparabili a quelle del Vanvitelli, con cui in effetti Juvarra era entrato in contatto.
Juvarra esercita la sua opera come architetto soprattutto in Piemonte, più precisamente a Torino e dintorni. Egli non solo progetta chiese e residenze reali ma si occupa anche di riorganizzare interi quartieri periferici; lavora sullo spazio urbano e si conforma ai dettami dell’urbanistica torinese, riuscendo tuttavia a creare nuovi punti focali, quali i “Quartieri Militari” nei pressi di porta Susa, la facciata principale di Palazzo Madama (che di conseguenza rinnova anche l’aspetto di Piazza Castello), le chiese di San Filippo Neri, Sant’Agnese del Carmine, e, soprattutto, la Basilica di Superga, che si erge sulla collina e determina un nuovo confine visivo della città. Decisamente degni di nota sono anche i suoi interventi extraurbani, come dimostrano i nuclei architettonici nei pressi di Venaria, Rivoli e Stupinigi.

Tutte le sue costruzioni si inseriscono nell’ambiente in modo armonioso e studiato, ogni cantiere viene soprinteso con rigorosissimo controllo dallo steso architetto messinese; per ogni progetto egli recupera sapientemente il proprio ricco bagaglio culturale, riuscendo di volta in volta a riplasmare e innovare i modelli di riferimento in senso moderno e suggestivo, secondo una razionalità e una sensibilità del tutto settecentesche.
Continuiamo il gioco e immaginiamo di poterci fisicamente spostare per il territorio alla ricerca delle realizzazioni architettoniche di Juvarra. Partiamo da Palazzo Madama: per la ristrutturazione di tale edificio Juvarra parte da modelli francesi, (fronte posteriore di Versailles), e romani, (palazzo Barberini), e arriva però a una soluzione originale: conferisce unità alla parete grazie all’utilizzo di un unico ordine corinzio sopra l’alto basamento a bugnato piatto e sottolinea la zona centrale dell’ingresso con colonne aggettanti e lesene plasticamente decorate. Il palazzo, classicheggiante nella netta spartizione degli elementi, risulta settecentesco nelle ampie finestre attraverso le quali una ricca luce illumina adeguatamente i vani interni. Nella realizzazione dello scalone d’onore, opera unica nel suo genere, Juvarra fa invece affidamento alla sua esperienza teatrale: lo spazio che la gradinata marmorea occupa è uno spazio scenografico. La struttura si presenta di grande impatto visivo ma al contempo è calibrata e misurata, le decorazioni, segnate da delicati stucchi a forma di conchiglie e ghirlande floreali, aderiscono alla scalinata e si amalgamano all’architettura, rendendo più incisivo l’effetto della luce che trapassa le vetrate.

Immaginiamo ora di prendere un pullman e di allontanarci dei rumori della città. La nostra direzione è la verdeggiante collina torinese, dove ci aspetta uno dei simboli della città subalpina. La Basilica di Superga, edificata tra il 1717 e il 1731, svolge una duplice funzione, essa è sia mausoleo della famiglia Savoia, sia edificio celebrativo dedicato alla vittoria ottenuta contro l’esercito francese nel 1706. L’edificio svetta su un’altura, la posizione è tipica dei santuari tardobarocchi, soprattutto di area tedesca. L’impianto centralizzato con pronao ricorda il Pantheon, la cupola inquadrata da campanili borrominiani, invece, si ispira a Michelangelo. Nonostante i modelli di riferimento, sono del tutto assenti quelle tensioni tipiche del Buonarroti o dell’arte barocca: il nucleo centrale ottagonale si dilata nello spazio definito dal perimetro circolare del cilindro esterno, perno di tutto l’edificio; da qui si protendono con uguale lunghezza il pronao arioso e le due ali simmetriche su cui si innestano i campanili. Quest’ultima parte è in realtà la facciata del monastero addossato alla chiesa che su uno dei lati corti fa corpo con essa. L’edificio si estende nello spazio e asseconda l’andamento della collina, e diventa un nuovo e interessante punto di osservazione per chi si trova a guardare verso le alture torinesi.
Impossibile non ricordare la tragedia di Superga, avvenuta il 4 maggio 1949, alle ore 17.03, quando l’aereo su cui viaggiava il Grande Torino si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica, provocando trentuno vittime. Certi luoghi assorbono tristezza e per quanto siano architettonicamente belli, rimangono velati di malinconia e accoramento. Sempre rimanendo sul nostro iniziale filone dell’ipotetico tour scolastico, immagino che mi sarei allontanata dalla Basilica riferendo ai miei allievi una certa superstizione: meglio non visitare la chiesa in compagnia della propria metà, pare infatti che porti sfortuna alla coppietta innamorata.
Saliamo sul nostro pullman e dirigiamoci ora verso un’altra meta.

Nella Palazzina di Caccia di Stupinigi (1729-1733), troviamo un oscillamento tra la tradizione francese e la pianta italiana a forma di stella. Qui ritorna il motivo della rotonda, ma da essa fuoriescono quattro bracci a formare una croce di sant’Andrea, schema su cui Juvarra medita fin dagli anni giovanili. Il nucleo centrale e centralizzato costituisce il punto focale di un disegno vasto e articolato: esso è preceduto da una corte d’onore dal perimetro mistilineo, che si innesta nell’ambiente naturale e per gradi conduce fino al palazzetto vero e proprio; lungo il perimetro della corte d’accesso si dispongono le costruzioni dedicate ai servizi. L’impianto del grande salone richiama precedenti illustri, ma il tutto è trasfigurato in senso rococò, grazie ai ricchi stucchi, alle elaborate pitture, agli arredi e al particolare cadere della luce sui dettagli preziosi delle decorazioni artistiche e artigianali. La muratura esterna è scandita da una successione di lesene piatte nettamente profilate. Tutta la struttura della Palazzina risulta raffinata e in studiato rapporto dialettico con la natura che la circonda; le numerose finestre che si trovano su tutto il perimetro contribuiscono a dare un senso di generale leggerezza, controbilanciando l’impatto visivo dato dalle dimensioni imponenti dell’edificio.
Siamo alla fine del nostro gioco immaginato e ci manca ancora una meta per terminare la lezione sul Barocco.

Le chiese juvarriane presentano soluzioni architettoniche originali, soprattutto la chiesa del Carmine (1732-1735), dove le alte gallerie aperte sopra le cappelle si rifanno ad uno stile nordico e medievale. In queso edificio (che si trova in via del Carmine angolo via Bligny) l’impianto tradizionale a navata unica con cappelle lungo i lati è rinnovato dalla riduzione del muro delimitante la navata a una ossatura essenziale di alti pilastri di ribattutta e dalla sapiente modulazione della luce che, piovendo dall’alto fra i pilastri, si diffonde nella navata e nelle cappelle. Lo storico dell’arte Cesare Brandi così descrive l’elaborata chiesa del Carmine: “L’invenzione appare così una felice contaminazione coll’architettura del teatro e aggiunge un segreto senso di festa e di leggerezza all’ardita struttura della chiesa che solo nella volta, appunto a somiglianza di un teatro, ha una superficie unita, e quasi un velario teso sugli arredi delle grandi pilastrate.”
Ecco, il tour fantastico è terminato, e così anche l’articolo che concretamente sto scrivendo: come nelle favole realtà e immaginazione si mescolano, si sovrappongono e si uniscono, in una sorta di “kuklos” che alla fine fa quadrare tutto.
D’altronde sognare è gratis. Per ora.

Alessia Cagnotto

Bottero, il “papà” della Gazzetta del Popolo

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Alla scoperta dei monumenti di Torino / Oggi parleremo del monumento dedicato al giornalista e politico italiano Giovanni Battista Bottero, situato in Largo IV Marzo meglio conosciuta come piazzetta IV Marzo. (Essepiesse)

Su un ampio basamento in pietra al lato del giardino, verso il Duomo, si erge la figura in bronzo di Giovanni Battista Bottero. L’uomo è rappresentato in piedi con una redingote abbottonata (abbigliamento che il giornalista usava abitualmente nelle sue giornate di lavoro), mentre nella mano destra tiene una copia del giornale “La Gazzetta del Popolo” 

La statua poggia su un imponente basamento realizzato in prezioso marmo Botticino e sul cui fronte è posizionata una lastra con sopra delle epigrafi dedicatorie che, essendo posta alle spalle del monumento, funge da elemento architettonico di sfondo. In quest’opera è particolarmente ricercato l’effetto di contrasto tra la patina scura del bronzo e il bianco avorio del marmo del basamento.

Giovanni Battista Bottero nacque a Nizza il 16 dicembre del 1822. Dopo aver conseguito nel 1847 la laurea in medicina, decise di dedicarsi alla carriera giornalistica (sua passione fin da quando era ragazzo) e così il 16 giugno 1848 fondò a Torino, insieme allo scrittore Felice Goevan e al medico Alessandro Bottella, il quotidiano “La Gazzetta del Popolo”.Per Bottero gli anni che seguirono furono impregnati di grande passione politica: essendo il quotidiano più diffuso durante gli anni del Risorgimento, egli riuscì tramite il suo giornale a compiere azioni incredibili, come ad esempio far firmare (il 10 settembre 1849) il proclama agli elettori di Bobbio per la nomina a deputato di Giuseppe Garibaldi, oppure lanciare una sottoscrizione (il 14 gennaio 1850) per consegnare una spada d’onore sempre a Garibaldi che all’epoca si trovava in esilio.

Nel 1855, dopo diverse battaglie “mediatiche” portate a termine dal suo quotidiano, Bottero decise di entrare in politica e si presentò nel collegio elettorale di Nizza, dove vinse con 411 voti su 625 votanti; il 27 giugno 1855 entrò nel Parlamento subalpino. Nonostante si affermò come figura politica, nel 1870 decise di abbandonare la sua carriera all’interno del Parlamento per dedicarsi completamente al suo giornale.Prese la direzione del quotidiano nel maggio del 1861 (quando prese il posto di Govean) e mantenne tale posizione fino al 1897. In quegli anni “La Gazzetta del Popolo” fu un punto di incontro per personaggi di grande rilievo: in campo politico seguì un orientamento liberale, anticlericale e monarchico, appoggiando la politica di Cavour e il programma risorgimentale di unificazione italiana. Il quotidiano svolse inoltre una importante funzione sociale propulsiva e di coordinamento nei confronti dell’intero movimento delle società di mutuo soccorso dello Stato sardo.Giovanni Battista Bottero morì il 16 novembre del 1897 all’età di 75 anni.

A pochi giorni dalla sua morte un Comitato di cittadini presieduto da Tomaso Villa, si attivò per la realizzazione di un monumento alla sua memoria e grazie ad una sottoscrizione pubblica nazionale, vennero raccolti i fondi necessari e fu incaricato lo scultore Odoardo Tabacchi, che lavorò all’opera tra il 1898 e il 1899. Il monumento venne concluso nel settembre del 1899 e si decise di collocarlo proprio in Largo IV Marzo, dove vi era la sede della “Gazzetta del Popolo”; su consiglio di Odoardo Tabacchi e del Sovrintendente dei Giardini municipali, venne posizionato nella parte orientale dell’aiuola IV Marzo, proprio di fronte alla sede del quotidiano.Venne inaugurato e ceduto alla città, il 12 novembre del 1899 con una solenne cerimonia a cui parteciparono centinaia di persone.

Anche per oggi la nostra passeggiata “con il naso all’insù” termina qui. Vi aspetto per il prossimo appuntamento con Torino e le sue meravigliose opere da scoprire.

 (Foto: www.museotorino.it)

Simona Pili Stella

Piergiorgio Panelli, “Forme apparenti”

Mostra personale di pittura

In occasione della festa patronale 2026, l’associazione culturale ‘L Lantarnin dal Ranatè, con il patrocinio del Comune di Trino, organizza, per il quinto anno consecutivo, la mostra di pittura presso il Palazzo Paleologo di piazza Garibaldi a Trino. L’esposizione personale d’arte è ormai diventata, come i tre “Pomeriggi insieme” che si svolgono nei
giardini della biblioteca, una consuetudine del Lantarnin per celebrare i giorni della festa del Santo Patrono.

L’inaugurazione si terrà giovedì 20 agosto 2026 alle ore 18,30 alla presenza della nota critica d’arte Giuliana Bussola che introdurrà l’artista e la mostra. Quest’anno sarà Piergiorgio Panelli a esporre le sue opere negli spazi della manica lunga di Palazzo Paleologo nell’ambito della mostra “Forme apparenti”.

Artista e critico d’arte, nato a Casale Monferrato (AL) nel 1961, Piergiorgio Panelli compone le prime opere pittoriche nel 1977 ed espone in numerose personali e mostre di gruppo in Italia ed all’estero dal 1981. Dal 1986 concretizza la sua ricerca, mettendo in evidenza il rapporto uomo-natura esasperato, coinvolgendolo in un contesto gestuale, materico, di simbologia naturalistica, definito “Ecosuperficiale”. Dal 1995 è ideatore e curatore di “Arteinfiera” a Casale Monferrato. Nel 2003 è stato curatore del museo delle opere del maestro Enrico Colombotto Rosso nel palazzo comunale di Pontestura (AL); inoltre con Colombotto Rosso ha collaborato ad alcuni eventi visivi e mostre. Dal 2022 è ideatore e curatore del progetto “portabottiglie d’artista” al centro DOC di Casale Monferrato al Castello di Casale. Collabora con scritti d’arte contemporanea sul bisettimanale “Il Monferrato” dal 1987 e su altri periodici, tra i quali La Grinta. Alcune opere di Panelli sono in collezioni private e pubbliche tra le quali, Fondazione Enrico Colombotto Rosso, Comune di Alessandria Biblioteca civica, Collezione pubblica di Villa Vidua a Conzano (Al), collezione Calvi di Bergolo Castello di Piovera (Al), Museo dei Lumi Sinagoga Casale Monferrato (AL).


La mostra “Forme apparenti” resterà aperta nei giorni della patronale e nel fine settimana successivo con i seguenti orari:

giovedì 20 agosto inaugurazione ore 18,30 con possibilità di visita fino alle ore 22
venerdì 21 agosto: 19 -22
sabato 22 agosto: 19-22
domenica 23 agosto: 17 – 22
lunedì 24 agosto: 10 – 13 / 17 – 21
martedì 25 agosto: 19 – 21
venerdì 28 agosto: 19 – 21
sabato 29 agosto e domenica 30 agosto: 10 – 13 / 17 – 21

L’ingresso alla mostra è libero.

Associazione Culturale A.P.S. ‘L Lantarnin dal Ranatè – Trino

La GAM di Torino tra i vincitori PAC 2026

LA GAM DI TORINO TRA I VINCITORI DEL PAC 2026

Piano per l’Arte Contemporanea promosso dalla

Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Sarà acquisita un’opera di Sabrina Mezzaqui

 

La GAM di Torino è tra i vincitori dell’Avviso pubblico PAC 2026 – Piano per l’Arte Contemporanea (Ambito 1) dedicato all’acquisizione di opere realizzate negli ultimi 70 anni, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

 

Il progetto, a cura di Elena Volpato, Conservatore del museo, prevede l’acquisizione dell’opera di Sabrina Mezzaqui I quaderni di Hannah Arendt, 2017-2021.

Il lavoro comprende 29 quaderni rilegati a mano con copertine in stoffa ricamata con motivi ispirati all’estetica del Bauhaus, copiati con inchiostro blu notte su carta per atti giuridici e amministrativi.

I quaderni di Hannah Arendt sono un’opera emblematica dove si coglie non solo l’attenzione tipica di Mezzaqui per la parola scritta, ma emerge una pratica artistica fatta di lettura e scrittura intese come atti creativi di contemplazione, grazie ai quali il pensiero viene “ripensato”, prendendo forma nella materia, attraverso un esercizio di riflessione e copiatura.

L’opera riesce a far emergere tutta l’attuale urgenza dei testi di Arendt, raccolti in “Nel deserto del pensiero – Quaderni e diari 1950-1973”, dove la stessa filosofa, a sua volta, ricopiò testi di altri autori e dove diede espressione all’immagine del “deserto”, rappresentazione della condizione moderna dove si insinua l’assenza di pensiero.

Una dimensione critica a cui corrisponde però, nella volontà dell’autrice, la necessità di forme di resistenza che Arendt mette in atto attraverso la scrittura e Mezzaqui fa rivivere nella sua opera e nel suo studio, attraverso un lento percorso di copiatura e meditazione, in un tempo di sospensione e isolamento.

I quaderni di Hannah Arendt sono una tra le opere di maggior impegno realizzate dall’artista negli ultimi anni. Si inserisce in un progetto più ampio di copiatura calligrafica di quaderni e diari di pensatrici del Novecento.

Con la medesima processualità ha infatti realizzato “I quaderni di Simone Weil”, nel 2010-2013, e ha in animo di dedicarsi nei prossimi anni alla copiatura dei diari di Etty Hillesum.

L’opera sarà presentata in occasione di una mostra alla GAM, negli spazi della Videoteca, in dialogo con un’opera video, in via di realizzazione, dove Mezzaqui torna a riflettere sul Senso dell’ordine, titolo di un noto saggio di Ernst Gombrich, dedicato alle arti decorative, pubblicato nel 1979. Un testo al quale Mezzaqui dedicò un’ampia opera su carta nel 2002.

L’esposizione aprirà al pubblico il 3 dicembre 2026 fino al 4 aprile 2027 in occasione della Quinta Risonanza della programmazione della GAM e sarà accompagnata da un quaderno pubblicato da Edizioni Corraini dedicato a I quaderni di Hannah Arendt che entrano a far parte della collezione del museo.

Nota biografica

Sabrina Mezzaqui è nata a Bologna nel 1964. Vive e lavora a Marzabotto. Conduce un lavoro condiviso (Tavolo di Lavoro di Marzabotto). Insegna all’Accademia Belle Arti di Bologna. Lavora con la Galleria Massimo Minini e con la Galleria Continua. Ha esposto in spazi pubblici in Italia tra i quali: Fondazione Luigi Rovati; Palazzo da Mosto – Fondazione Palazzo Magnani; Pilotta – Galleria Nazionale, Parma; Museo Civico d’Arte, Modena; GAM di Torino; Triennale, Milano; e all’estero: PS1, New York; INOVA, Milwaukee – WI; Musée d’art moderne et contemporain, Saint-Étienne – F; One Severn Street, Birmingham – GB; Raid Projects Gallery, Los Angeles;  Istituto Italiano di Cultura – MOCA, Buenos Aires; Bengal Art Lounge, Dhaka – Bangladesh. Sue opere, di natura diversa da quella in oggetto, sono conservate presso la GAM di Torino, il Museo del Novecento di Milano, il MAMbo, Castel Sant’Elmo a Napoli e alla Galleria Civica di Parma.

Didascalia dell’immagine:

Sabrina Mezzaqui

I quaderni di Hannah Arendt, 2017-2021 (dettaglio)

29 quaderni rilegati a mano con copertine in stoffa ricamata con motivi ispirati all’estetica del Bauhaus, copiati con inchiostro blu notte su carta per atti giuridici e amministrativi

Opera acquisita nell’ambito del progetto vincitore del PAC 2026 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Ph. Lorenzo Palmieri

Wall Drawing, l’opera d’arte nelle Langhe firmata David Tremlett

A Coazzolo, piccolissimo comune in provincia di Asti, sorge una piccola chiesa costruita alla fine del Seicento, tuttora consacrata, che vanta una meravigliosa vista mozzafiato sulle colline.


Questa deliziosa cappella, la Beata Maria Vergine del Carmine, edificata tra i filari delle vigne del Moscato e già Patrimonio Unesco, è diventata, in seguito all’intervento di wall drawing dall’artista britannico David Tremlett, un bellissimo esempio di opera moderna pop.
La superfice, di 300 metri quadri circa, è stata dipinta dal pittore con tre colori dominanti: il giallo per il porticato, la terra di Siena per il corpo della chiesa e il verde oliva per la sacrestia e il basamento.
David Tremlett, molto apprezzato per i suoi dipinti murali, è innamorato del nostro paese, che considera, a ragione, la patria della pittura e che lo ha meravigliato con opere d’arte incredibili e potentissime come quelle di Michelangelo e Raffaello.  “Per imparare qualcosa devi lasciarti stupire e saper osservare”, afferma Tremlett, e lui per realizzare quest’opera lo ha fatto profondamente: ha osservato i vigneti, ha parlato con i contadini condividendone il lavoro, le giornate e il cibo.


Il risultato è arrivato dopo centinaia di disegni, forme geometriche e dettagli in cerca di un dialogo con la natura, tra tradizione e modernità. Ed è proprio quest’ultimo l’aspetto più interessante e se vogliamo più sorprendente di questo progetto artistico, l’incontro tra il passato e il contemporaneo, l’unione tra la genuinità ed i valori di una comunità d’altri tempi con nuovi linguaggi artistici, la capacità di far coabitare una natura meravigliosa e portatrice di memorie e semplicità con l’ardire di un opera che si esprime attraverso un lessico innovativo.

 

Maria La Barbera

La Ceramica di Castellamonte torna protagonista

È giunta alla sua sessantacinquesima edizione la mostra internazionale 

È giunta alla sua sessantacinquesima edizione la mostra internazionale della Ceramica, uno degli appuntamenti più prestigiosi dedicati all’arte della ceramica in Italia, in programma nella città di Castellamonte dal 22 agosto al 13 settembre 2026.
La manifestazione,  curata dal professor Giuseppe Bertero, guarda al futuro con rinnovata energia, senza però perdere il legame con una tradizione secolare che ha reso Castellamonte un punto di riferimento nel panorama della ceramica artistica e artigianale.
Si tratta di un patrimonio nato grazie ai preziosi giacimenti di argilla rossa delle colline canavesane,  dai quali hanno avuto origine manufatti, stoviglierie  e le celebri stufe di Castellamonte, oggi autentiche icone del design e dell’eccellenza del made in Italy.
La mostra è  inserita nel programma del Festival della Reciprocità delle Tre Terre Canavesane, Castellamonte, Agliè e San Giorgio Canavese, e rappresenta una vetrina prestigiosa di respiro internazionale per artisti, artigiani e manifatture che, attraverso linguaggi contemporanei e tecniche tradizionali, testimoniano là vitalità di un’arte in continua evoluzione.
Anche quest’anno la manifestazione ospiterà un concorso internazionale dal titolo “Ceramics in love”, giunto all’ottava edizione,  riconosciuto come uno dei principali appuntamenti dedicati alla ceramica contemporanea. Saranno 136 gli artisti selezionati provenienti da 22 Paesi, fatto che dimostra la crescente dimensione internazionale della rassegna, che si svilupperà in sedici punti espositivi, compresi sedi istituzionali e spazi privati, in grado di trasformare il centro storico di Castellamonte in un museo diffuso dedicato alla ceramica.

La piazza scenografica progettata da Alessandro Antonelli, la Rotonda Antonelliana, ospiterà opere e sculture in ceramica monumentali realizzate da artisti italiani e internazionali.
Nel prestigioso edificio settecentesco di palazzo Botton la nazione ospite sarà  la Francia, grazie alla collaborazione tra l’Associazione Italiana Città della Ceramica  (AICC) e la città  francese di Saint-Amand- en- Puisaye, gemellata con Castellamonte e tra i più importanti centri europei della ceramica. Il percorso internazionale della mostra, dopo gli omaggi dedicati a Romania, Marocco, Cina e Spagna, prosegue ora con la Francia, rafforzando il dialogo culturale tra le grandi tradizioni ceramiche europee.
Al piano nobile sarà possibile visitare la Raccolta Civica di Terra Rossa, con opere di importanti protagonisti dell’arte contemporanea quali Arnaldo Pomodoro, Carlo Zauli, Alessio Tasca, Enrico Baj, Nino Caruso, Ugo Nespolo, Giovanni Matano e Stefano Merli.
Le teche espositive presenteranno opere di design ceramico e di artigianato locale, insieme ai lavori di artisti che hanno insegnato presso lo storico Istituto Statale d’Arte di Castellamonte, trai quali Enrico Carmassi, Ugo Milani, Alfeo Ciolli, Renzo Igne, Angelo Pusterla, Sandra Baruzzi, Guglielmo Marthyn.
Saranno esposte le opere premiate nelle precedenti edizioni della mostra e una significativa selezione di “ceramiche sonore”, autentiche sculture sonore nate dal concorso internazionale dedicato ai fischietti in terracotta.
Il balcone dell’arte ospiterà quest’anno Brenno Bresci in occasione del cinquantesimo anniversario della sua prima esposizione.
Il Centro Congressi Martinetti ospiterà una selezione di oltre quattromila fischietti donata alla Città dall’artista Mario Giani ( Clizia) insieme ai lavori della quinta edizione del concorso “Ceramiche Sonore”, promosso nell’ambito della manifestazione nazionale “Buongiorno Ceramica”.
Tra gli appuntamenti di maggior rilievo di questa edizione figura l’omaggio all’artista, scultore e ceramista di Castellamonte Renzo Igne, a venticinque anni dalla sua scomparsa.

L’Orto Sociale San Camillo  rappresenta lo spazio dedicato all’incontro tra arte e inclusione sociale, che accoglierà  nuovamente l’opera di Denis Imberti e del collettivo Abracadabra, ispirata ai disegni realizzati dagli autori del gruppo.
Ritorna anche la quindicesima edizione della mostra dedicata al gioiello ceramico artigianale, con creazioni capaci di coniugare ricerca artistica, design e sapienza manifatturiera.
Sei spettacolari stufe di Castellamonte  saranno esposte presso le Arcate di palazzo Antonelli, quali simbolo della tradizione produttiva cittadina ed esempio di innovazione, qualità e design.
Gli studenti della sezione ceramica  del liceo artistico statale “Felice Faccio” presenteranno una mostra dedicata al dialogo tra tradizione e contemporaneità,  offrendo uno sguardo sul futuro della ceramica attraverso il talento delle nuove generazioni.

Orari di apertura
Martedì- Venerdì 16-20
Sabato e domenica 10-20

Ingresso libero

Mara Martellotta

“Davide Toffolo, Parola di Pasolini”

Il pensiero e l’eterna “inquietudine” dell’indimenticato regista bolognese, friulano per scelta, rivivono nei “fumetti” di Toffolo al “Forte di Bard”

Fino all’8 novembre 2026

Bard (Aosta)

Una “contestazione vivente”. L’incarnazione di un “pensiero libero e scomodo” che, a tutt’oggi, non ha smesso di correre e beffarsi del tempo, pur oltre i cinquant’anni trascorsi dai fatti (ancora oggi avvolti nella rete del mistero) che all’“Idroscalo” di Ostia strapparono la vita (nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975) all’“eterno” Pier Paolo Pasolini. “Eterno” di certo per Davide Toffolo (in arte “El Tofo”) friulano di Pordenone, classe 1965, noto (e per davvero bravo!) fumettista, nonché cantautore e chitarrista frontman (i due ruoli convivono e interagiscono alla perfezione) del gruppo musicale dal nome, per la verità un tantino inquietante, dei “Tre Allegri Ragazzi Morti”. La passione di Toffolo per Pasolini ha radici ben profonde e lui stesso definisce il suo rapporto con l’opera pasoliniana come “l’incontro poetico più importante” della sua vita artistica e personale. Tanto da dedicare nel 2022 a colui che sicuramente è stato uno dei più raffinati intellettuali del Novecento, un “graphic novel” dal titolo “Intervista a Pasolini” (“Biblioteca dell’Immagine”), ripubblicato di recente nel maggio del 2026 da “Sergio Bonelli” con il semplice titolo di “Pasolini”, arricchito e riproposto in chiave rinnovata e contemporanea ed oggi considerato un’opera fondamentale nella storia del “graphic novel” italiano.

Ed è proprio qui, intorno agli “ambigui” e anche un po’ “inquietanti” contenuti di “Pasolini” che s’incentra la mostra “Davide Toffolo, Parola di Pasolini” ospitata al valdostano “Forte di Bard” (in collaborazione con l’Associazione Culturale pordenonese “Suazes”fino a domenica 8 novembre, a cura di Paola Bristot e Marco Minuz, con la partecipazione diretta dell’autore che in essa espone opere come diretta “riflessione” su alcuni concetti e ideali pasoliniani – espressi con grande lucidità e profondità intellettuale – ancor oggi di grande, incontestata attualità. In mostra, nelle Sale dell’“Opera Mortai”, troviamo  un centinaio di tavole originali, disegni, collage, fotografie, documenti e materiali legati all’opera e alla produzione pasoliniana, “che restituiscono la natura stratificata e profondamente poetica del progetto artistico di Toffolo”: un’intensa, singolarissima “fiction” ruotante intorno al pretesto narrativo di un incontro con un enigmatico, mitomane personaggio che sostiene di essere “Pier Paolo Pasolini” e che totalmente “sfugge alla linearità biografica e a qualsiasi intento didascalico”. Quanto  emerge è un itinerario nei luoghi, nelle parole e nelle ossessioni pasoliniane (le stesse di Toffolo “un soldato pieno di ferite”, come egli stesso si autodefinisce in “Graphic Novel is Dead” la sua autobiografia in 140 tavole, pubblicata da “Rizzoli” nel 2014): un meditato, e totalmente fatto proprio, itinerario, in cui “poesia, cinema, politica, borghesia, corpo e memoria si intrecciano in una dimensione sospesa tra realtà e visione”.

Il viaggio di Toffolo inizia da Versuta, frazione di Casarsa della Delizia, paese natale (e per Pasolini “luogo dell’anima”)  della madre del regista, Susanna Colussi insegnante elementare, dove si erano rifugiati negli anni della seconda guerra mondiale, per poi toccare Bologna, dov’era nato nel 1922 e formato e laureato, quindi nel ‘50 Roma, centrale per la sua attività di romanziere e regista, per poi toccare l’Etna e Grado, dove il regista girò le scene rispettivamente di “Porcile” e di “Medea” (opere entrambe del 1969) per concludersi a Madrid (città in cui Pasolini fu spesso celebrato con mostre ed eventi culturali organizzati dell’“Istituto Italiano di Cultura”), di fronte al quadro “La fucina di Vulcano” di Velasquez dove lo stesso Pasolini asseriva di vedersi raffigurato. Primo obiettivo di Toffolo: restituire, anche attraverso situazioni sospese tra reale e surreale, tutta l’attualità e la forza, viva ancor oggi, della filosofia e dell’etica pasoliniana. Che il pubblico riscoprirà nelle tavole del “romanzo grafico”, così come nell’“installazione-collage” appositamente eseguita per la mostra al “Forte” o attraverso i “volti” di Pasolini opera dei più importanti fotografi italiani, come pure nei fotogrammi delle scene di “La terra vista dalla Luna” (episodio del film “Le streghe” del 1967), il cui storyboard fu disegnato a fumetti dallo stesso Pasolini.

A completare la mostra una “video-intervista” a Pasolini, realizzata dalla videomaker pordenonese (di Valvasone, luogo pasoliniano, di quelli “dell’anima”Annapaola Martin, dove Davide Toffolo racconta il suo rapporto “vero” con il regista e lo sviluppo “in chiave di finta narrazione” del progetto espositivo. Che incamera le teorie pasoliniane, per farle proprie, ma libere di spiccare il volo. E quanto allora cadono a fagiolo le famose parole di Totò (che meraviglia di recitazione!) in “Uccellacci e uccellini” (1966): “I maestri – sogghignava il Principe De Curtis o “principe della risata” – sono fatti per essere mangiati”! A Toffolo piacendo. Com’è certo che sia!

Gianni Milani

“Davide Toffolo, Parola di Pasolini. Fumetti, disegni, collage”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino all’8 novembre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Davide Toffolo “Pasolini”, china su carta, 2002; “Collage”, 2026; “Disegno”, 2026; “Pasolini”, china su carta, 2002

Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte
L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare. Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso.

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

 

Articolo 7. Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità

Dopo tutto questo camminare e guardare e ammirare i luoghi splendidi della nostra città, sarà sicuramente venuta un po’ di sete. In questo articolo vi propongo una meritata sosta, magari in uno dei bar storici nel centro di Torino, e una volta scelto il luogo, vi offro un altro consiglio: perché non ordinare un Vermouth? Per i forestieri che non lo sapessero, il Vermouth è un vino aromatizzato ed è uno degli alcolici italiani più conosciuti e ricchi di storia. I puristi lo ordinano liscio, a 12 gradi, con due cubetti di ghiaccio, una fetta d’arancia e la buccia di limone “strizzata” sopra il bicchiere. I sospettosi nei confronti dei gusti nuovi, potrebbero ordinare un Negroni, (vermouth rosso, bitter e gin), o un Manattan, (vermouth dolce, bourbon e angostura) oppure un Martini dry (vermut dry e gin). La bevanda in questione nasce nel 1796, quando Antonio Benedetto Carpano, nella sua bottega di Torino, prova a miscelare un’infusione di erbe e radici con il vino. Il successo, come qualsiasi cosa che affondi le proprie origini nella città sabauda, è legato al favore della famiglia reale, entusiasta consumatrice di questo “vin Amaricà”, ( di qui l’Americano), e in particolar modo alla figura di Vittorio Amedeo III.


L’origine è antichissima, già in alcuni testi palestinesi si dice di un vino reso più gradevole dall’aggiunta di assenzio. Secondo altri il Vermouth viene inventato da Ippocrate, che aromatizza il suo vino con erbe, spezie e miele. Anche in Grecia e a Roma c’è l’usanza di aggiungere al vino infusi di erbe, abitudine che si protrae per tutto il Medioevo e diviene usanza tipica quando i numerosi arrivi di spezie dall’Oriente giungono alla portata della maggioranza della popolazione. Dal mondo antico Antonio Benedetto Carpano prende spunto e nella sua bottega di piazza Castello addiziona il Moscato di Canelli con alcune erbe: il suo esperimento assume il nome di Vermouth, dal tedesco Wermut, che significa assenzio, o artemisia maggiore, che è l’ingrediente caratteristico della nuova bevanda. In pochissimo tempo la sua bottega diviene il locale più frequentato di tutto il capoluogo piemontese. È dunque dal 1700 che il Vermouth è una eccellenza italiana, torinese nello specifico, e inizia ad essere prodotto nelle aziende più note, dalla stessa Carpano, fino alla Cinzano e alla Martini&Rossi, senza che vengano apportate mai grandi modifiche rispetto al procedimento artigianale e originale.

E se una canzone di De Andrè recita: “Ma una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale”, alla nuova bevanda un po’ di pubblicità non può che far comodo. La comunicazione pubblicitaria si sviluppa parallelamente alle esigenze economiche, sociali, politiche e culturali di un paese. Al termine del XIX secolo l’Italia è ancora un paese prevalentemente agricolo, con una situazione di povertà diffusa, dilaniato da differenze socio-economiche tra il Nord e il Sud e un’alta percentuale di analfabetismo. Le prime comunicazioni pubblicitarie (réclame) si diffondono con la nascita dei giornali, tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, di cui occupano le ultime pagine. Si tratta inizialmente di disegni e scritte, i testi sono semplici e posti al modo imperativo: “Bevete”, “ Al vostro farmacista chiedete”. Per la diffusione del nuovo stile si dimostra basilare il progresso delle tecniche fotografiche, litografiche e tipografiche. La grafica pubblicitaria ricreata in Francia da Toulous Lautrec e Jules Cheret a “nuova arte” è per l’Italia spunto di rinnovamento: Carpanetto, Villa, Metlicovitz, Beltrame, Umberto Brunelleschi, Dudovich e tanti altri cartellonisti aiutano la diffusione dei marchi (brand) dell’emergente produzione industriale e artistica, portando alla conseguente ascesa di nuovi status symbol: l’automobile, l’abbigliamento, la villeggiatura, i generi alimentari come l’olio Sasso illustrato da Plinio Novellini. Altri artisti hanno invece l’intuizione di dedicarsi all’elaborazione di immagini di prodotti, quali la serie della Fiat, del Campari o dei grandi magazzini. Le immagini pubblicitarie diventano una sorta di antologia dello stile di vita identificato con l’espressione Belle Époque.

La dinamicità del settore dell’illustrazione e delle arti applicate richiesti dalla “democratizzazione” dei beni di consumo, mette in secondo piano le arti libere, schiave dell’imperante cultura accademica, borghese e conservatrice. Ciò ha concesso più libertà di espressione e innovazione anche per le caratteristiche insite nella tecnica grafica stessa, incline alla sintesi della forma e alla fluida linearità del segno, tratti peculiari del Liberty. Non va dimenticato l’influsso del “giapponismo”, che irrompe in Europa attraverso le stampe giapponesi importate dalla Compagnia delle Indie dal 1854 alla riapertura dei mercati in Oriente. Enorme è il peso delle riviste, Emporium, Scena Illustrata, Hermes, L’Italia ride ecc., per la diffusione di quello stile, di quel gusto, chiamato in molti modi: Liberty, Belle Époque, Floreale, ma con un’unica attitudine posta fra decadentismo estetico, avanguardia futurista, rilettura di epoche passate e frenesie tecnologiche, fra mistica simbolista e poetica del quotidiano.  Avremo ormai finito di sorseggiare il nostro cocktail ed è tempo, dunque, di andare.

 

Alessia Cagnotto