ARTE

“Atlante Orientale”: al Museo della Montagna esploratori in Himalaya e Karakorum

 

Tra Ottocento e Novecento 

Al Museo Nazionale della Montagna Duca degli Abruzzi, è aperta fino al 10 gennaio prossimo la mostra dal titolo “Atlante – esploratori in Himalaya e Karakorum tra Ottocento e Novecento tra le collezioni del Museo della Montagna”, curata dallo storico dell’alpinismo Roberto Mantovani.

Si tratta di una storia italiana di esplorazione e ricerca scientifica italiana che va a intrecciarsi con le incursioni di esploratori, turisti, geografi e alpinisti provenienti da tutto il mondo, ma in particolare dalla Gran Bretagna, attratti dai misteri della regione himalayana. Si tratta di una mostra singolare, che riporta alla luce una pagina fondamentale della presenza italiana tra Karakorum e Himalaya, curata dallo storico dell’alpinismo e giornalista, Roberto Mantovani, che nasce da una approfondita ricognizione negli archivi del museo e nella documentazione conservata dalla Biblioteca Nazionale del Club Alpino Italiano, dal quale emergono testimonianze, immagini, oggetti, carte geografiche, volumi e documenti originali capaci di ricostruire oltre mezzo secolo di esplorazioni italiane in Asia.

Il percorso racconta la presenza di viaggiatori, studiosi, fotografi e alpinisti italiani dalla fine dell’Ottocento fino alla storica spedizione nazionale italiana al K2 del 1954, l’esplorazione di Matthias Zurbriggen e del broad peac, inserendolo nel più ampio contesto internazionale delle esplorazioni geografiche e alpinistiche. La galleria dei protagonisti di questa storia prende avvio molto indietro nel tempo, addirittura nel basso Medio Evo, prima del grande viaggio verso il Catai, quando i due frati minori, inviati da Papa Innocenzo IV, tentarono un primo approccio con il Gran Khan dei Mongoli. Questo sarebbe stato il primo capitolo di una semisconosciuta storia missionaria durata cinque secoli, molto prima che avessero inizio, agli albori dell’Ottocento, i viaggi di scoperta degli occidentali, che poco o nulla conoscevano dei percorsi e delle esperienze maturate dai religiosi nei secoli precedenti.

I protagonisti delle prime perlustrazioni fra le grandi montagne asiatiche erano avventurieri britannici, alcuni scienziati tedeschi e qualche esploratore di diversa nazionalità. Negli anni Cinquanta del XIX secolo, nella lista dei viaggiatori compare il nome di un torinese, Carlo Osvaldo Roero di Cortanze. Ex militare dello Stato Maggiore Sardo che si spinse fino a Kashmir, Baltistan e Lakak, giungendo fino agli altipiani tibetani. Quarant’anni più tardi, nell’estate del 1890, con un gruppo di probatori locali, il valdostano Roberto Lerco risalì il ghiacciaio del Baltoro, in Karakorum, e si arrampicò sulle prime pendici del K2. Nel 1892, la guida di Macugnaga, Matthias Zurbriggen, ingaggiato da William Martin Conway, futuro presidente dell’Alpine Club, esplorò l’area del K2 e del broad peac. Qualche anno dopo, nel 1899, la ribalta himalayana si arricchì di alcuni importanti scatti fotografici di Vittorio Sella, al seguito della spedizione britannica guidata da William Douglas Freshfield, e i protagonisti del periplo Kang Chen Junga, al confine tra il Sikhim e il Nepal. Il percorso espositivo dedica anche spazio alle imprese del primo Novecento, a partire da quella del Duca degli Abruzzi, con le guide di Courmayeur, cui si devono tentativi della scalata del K2, dello Skiang Kangri e del Chogolisa.

Alla vigilia della prima guerra mondiale si collocano le spedizioni di Mario Piacenza, che nel 1913 conquistò il Kun, il primo 7 mila italiano, e quella scientifica diretta da Filippo De Filippi, in assoluto la più importante missione di ricerca dell’epoca che, per 16 mesi, tra il 1913 e il 1914, operò nel Karakorum centro orientale, in Himalaya e nel Turkenstan cinese. Dopo la guerra, gli italiani tornarono nel Karakorum centro occidentale nel 1929, con la spedizione di Aimone di Savoia, Duca di Spoleto, che studiò in modo approfondito l’ologramma della catena. Un anno dopo si registrò una puntata esplorativa di Giotto Dainelli, geografo fiorentino, sul ghiacciaio Rimu, visitato solo marginalmente dalla comitiva scientifica del 1913-14. Nel 1934, il piemontese Piero Ghiglione venne chiamato a far parte di un gruppo diretto da Günther Oskar Dyrenfurth che, tentata l’ascensione del Hidden Peak, scalò la cima orientale del Baltoro Kangri e le quattro sommità del Sia Kangri.

La mostra si chiude con la spedizione nazionale italiana sul K2 del 1954, che rappresenta non soltanto una delle più importanti imprese alpinistiche del Novecento, ma anche una straordinaria operazione scientifica. È importante ricordare il lavoro svolto da un gruppo di scienziati, che operò parallelamente agli alpinisti, come testimonia la carta topografica in scala 1:12.500 della seconda montagna piu alta della Terra e la pubblicazione dei risultati della ricerca in una collana di nove volumi, uscita tra il 1964 e il 1991.

Solo pochi anni più tardi, l’esplorazione avrebbe conosciuto un cambiamento profondo: dapprima con l’entrata della fotografia aerea, poi con l’aiuto dei satelliti e, in tempi più recenti, con le microcamere e i doni. Le ricognizioni nelle alte valli himalayane si sarebbero trasformate lentamente in turismo, facilitando la nascita di un flusso sempre più numeroso di appassionati di trekking. Attraverso materiali originali del museo e della biblioteca CAI, “Atlante Orientale” narra così non solo l’esplorazione dei territori sconosciuti, ma anche la costruzione di un patrimonio di conoscenze geografiche, scientifiche e culturali che hanno contribuito a ridefinire il rapporto tra l’Europa e le grandi montagne dell’Asia.

L’esposizione è accompagnata da un catalogo edito dal Museo della Montagna, che raccoglie un saggio curatoriale approfondito sulla storia delle esplorazioni in Asia e un contributo dell’antropologo Marco Aime sulle implicazioni sociologiche e ambientali del trekking e dell’alpinismo nella regione nepalese del Kumbu dagli anni Cinquanta a oggi.

Museo Nazionale della Montagna – Duca degli Abruzzi CAI Torini – piazzale Monte dei Cappuccini 7, Torino – 011 6604104

Mara Martellotta

Monumenta Italia Cantiere Madama. A cielo aperto

Un progetto di Irene Pittatore

Esposizione

Dal 10 giugno al 3 luglio 2026

Portici di Piazza San Carlo, Torino

 

Monumenta Italia / Cantiere Madama, visitabile a Palazzo Madama fino al 6 luglio, scende in piazza per accompagnare cittadine e cittadini con immagini e domande diffuse su quattordici banner allestiti sotto i portici di Piazza San Carlo, il luogo aulico e di incontro per eccellenza a Torino.

L’evento, realizzato nell’ambito del public program della mostra MonumenTO, Torino Capitale. La forma della memoria, approfondisce alcuni temi al centro del lavoro Monumenta Italia dell’artista Irene Pittatore, che propone una riflessione sull’esiguità di monumenti dedicati a donne e realizzati da donne nello spazio pubblico. Un vuoto che diventa occasione per interrogarsi sul significato contemporaneo di memoria collettiva, patrimonio urbano e monumentalità, in una prospettiva di genere.

Monumenta Italia prende le mosse da Monumentale dimenticanza, progetto di ricerca del Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile APS del 2019 volto a censire la presenza di monumenti, fontane e statue su suolo pubblico dedicati a storiche figure femminili nelle città e nei comuni piemontesi.

La mostra diffusa si pone l’obiettivo di creare consapevolezza e offrire un punto di osservazione del patrimonio monumentale che contempli la prospettiva di genere e la secolare invisibilizzazione del contributo femminile.

Le immagini sui banner in piazza San Carlo raccontano le azioni partecipative realizzate a Torino, Savona e Novara attraverso affissioni urbane, azioni performative e cantieri fotografici diffusi, e presentano la performance A week-Long Monument (The Ice Plinth), condotta da Irene Pittatore a Torino nel 2024 su un basamento in ghiaccio. A partire da “basamenti inservibili” le azioni performative di Monumenta Italia alimentano un confronto sull’adeguatezza della forma monumentale a costruire memoria e restituire complessità nella contemporaneità.

Ne scaturisce un’occasione di riflessione civica sul patrimonio artistico urbano e sul significato contemporaneo di monumentalità, memoria e identità, alla quale la cittadinanza è invitata a partecipare.

I contributi e le proposte (che potranno essere inviati attraverso il QRcode presente sui banner e a questo link) saranno documentati nella prossima edizione del catalogo Monumenta Italia, in uscita al termine di ogni tappa del progetto.

Irene Pittatore (Torino, 1979)

Artista e performer, adotta strumenti visivi, narrativi e partecipativi per creare opere che riflettono su emarginazione, discriminazione e i loro sintomi. I suoi progetti, dedicati alla violenza di genere (Monumenta Italia, L’amavo troppo e le ho sparato), alla diversità e all’inclusione (You as me / Nei panni degli altri), all’emergenza abitativa (Homeless heroines) si sviluppano in dialogo con musei, festival, gallerie, università.

Marc Chagall tra poesia e spiritualità

Ad Aosta un’imponente mostra

Viene inaugurata venerdì 19 giugno, ad Aosta, presso le sale espositive del Museo Archeologico Regionale di Aosta, la mostra intitolata “Marc Chagall tra poesia e spiritualità”, realizzata in collaborazione con il Musée National Marc Chagall di Nizza.

La mostra è curata da Grégory Gouderc, Anne Dopfer e Alberto Fiz, ed è stata realizzata dalla Struttura, Attività politiche espositive e identitarie della Regione Autonoma Valle d’Aosta in partenariato con il Museo Marc Chagall di Nizza, l’unica istituzione pubblica dedicata al maestro russo che riunisce il suo lavoro imponente sul messaggio biblico ed è visitato ogni anno da oltre 200 mila persone. In mostra sono esposte 120 opere tra dipinti, sculture, gouache, disegni, litografie, libri e ceramiche realizzate dal 1922 al 1980, alcune mai esposte in Italia che consentono di analizzare il percorso di Chagall attraverso una rinnovata lettura del suo rapporto con il sacro, spesso problematico e fortemente attuale anche nel contesto della contemporaneità. La rassegna presenta testimonianze di grande significato e di forte impatto nazionale, come nel caso dei dipinti quali il bozzetto per il “Cantico dei Cantici III” del 1957, “Il profeta Isaia” del 1968, “La torre di Davide” del 1968-71, che vengono esposti accanto a lavori degli anni Trenta, quali la “Circoncisione di Abramo” o “Giuseppe riconosciuto dai fratelli”. Chagall è stato affascinato dalla Bibbia fin dalla più giovane età, e ha iniziato a studiarla con dedizione dagli anni Trenta, affermando che “la Bibbia è la più grande fonte di poesia di tutti i tempi. Fin dall’infanzia ho cercato di ritrovarne il riflesso nella vita e nell’arte. La Bibbia è come una risonanza della natura, e ho cercato di ripercorrere il segreto”.

La Bibbia rappresenta, infatti, una straordinaria metafora per descrivere i temi che hanno reso celebre l’artista, tra cui l’amore come simbolo di trascendenza, la componente onirica e immaginifica, la memoria e i ricordi dell’infanzia trascorsi nel villaggio natale di Vitebsk, in Russia, cosiccome la sua relazione con la Francia, considerata la sua seconda patria. Tutto ciò nell’ambito della ricerca delle forme uniche, libere da condizionamenti, che attraversano le avanguardie, quali orfismo, cubismo, futurismo e surrealismo, senza mai aderire ad alcun movimento. La mostra offre l’opportunità di approfondire aspetti spesso poco indagati, nell’arte di Chagall, come quello inerente la scultura (tra le opere esposte compaiono ‘Cristo in croce’ e ‘Mosè’, due rare opere plastiche del 1952-54).

È anche presente uno spazio specifico dedicato alle vetrate, con una serie di maquette, che consentono agli spettatori di immergersi nell’atmosfera dei grandi lavori realizzati da Chagall per le cattedrali di Assy, Reims, Metz e Chichester, in un contesto dove assumono una particolare rilevanza i lavori creati per la Sinagoga dell’ospedale Hadasah, a Gerusalemme, dove Chagall ha illustrato le 12 tribù di Israele, distribuendo le sue dodici finestre, senza figurazioni e utilizzando lettere ebraiche, animali e fiori. Tutti i luoghi nelle Vetrate del mondo appaiono poi riprodotti su uno spettacolare tappeto al centro della sala principale del museo, che diventa così una mappa e un luogo magico di esplorazione.

Aosta – Museo Archeologico Regionale – piazza Roncas 12, Aosta – 0165 275902

Orari d’apertura: tutti i giorni dalle 9 alle 19

Mara Martellotta

Renato Guttuso tra il ’47 e l’85 alla Galleria Accademia

Una vasta antologica dedicata alle opere: fino al 3 luglio

Una mostra antologica dedicata a uno tra i massimi esponenti del Novecento italiano, Renato Guttuso, inaugura l’11giugno e prosegue fino al 3 luglio presso la Galleria Accademia Torino. Si tratta di un’esposizione, realizzata in collaborazione con MOZ-ART Arte Contemporanea di Mantova che comprende ventidue opere dipinte dal 1947 al 1985 incentrate su oli, chine , disegni e tecniche miste. La prima sezione della mostra è dedicata al secondo dopoguerra con lavori che risalgono al 1947, tra i quali figurano “Natura morta cubista” e “Cocomero cubista”, di matrice picassiana, che diventano strumento per indagare la violenza e la crudezza degli oggetti quotidiani.

Le opere risalenti agli anni Sessanta sono rappresentate da “La Martire Algerina”, “Discussione politica” “A Marat, David, Géricault” e “Nudo di fronte”.

Si prosegue con i lavori datati tra il 1980 e il 1985 di cui figurano “ Coccodrillo o Je ne brûle pas”, metafora di un tempo che passa troppo velocemente, e “Donne di Arles- da van Gogh”.

I temi principali dell’intera mostra sono rappresentati dai nudi, dai paesaggi siciliani e dalle nature morte mediterranee. Le opere in mostra sono contenute e approfondite all’interno del Catalogo Ragionato curato per Mondadori & Associati da Enrico Crispolti.

Galleria Accademia Torino, via Po 39

Tel 3358024539

Mara Martellotta

Connections, una mostra collettiva nel Castello di Casale

Dal 6 giugno al 31 agosto 2026 la Manica Lunga del Castello di Casale Monferrato ospita “CONNECTIONS”, una mostra collettiva dedicata al tema della relazione e dell’interconnessione tra individui, natura, memoria e linguaggi contemporanei.

L’inaugurazione si terrà venerdì 5 giugno alle ore 17.00 con un video musicale creato appositamente per la mostra dalla pianista e compositrice Esther Fluckiger, accompagnato da una degustazione dei vini della Tenuta Tenaglia.

La mostra nasce dall’idea che tutto sia relazione. Come gli alberi comunicano attraverso una rete sotterranea di radici e funghi, anche gli esseri umani sono connessi da un sistema complesso di scambi visibili e invisibili. Ogni gesto, ogni sguardo, ogni presenza costruisce un legame. Le connessioni non sono soltanto emotive, ma anche biologiche, culturali e sociali. Esistiamo all’interno di una rete di interdipendenza: un ecosistema fatto di corpi, linguaggi e memorie. In questo contesto l’arte diventa, come la natura, un canale di trasmissione capace di attraversare confini, mettere in dialogo differenti sensibilità e rivelare ciò che unisce. Le opere in mostra riflettono una trama continua fatta di contatti, tensioni e risonanze. Connections non si limita a raccontare la connessione: la mette in atto.

Artisti in mostra: Paolo Bellon, Giò Bonardi, Ilenio Celoria, Piero Ferroglia, Michelle Hold, Carlo Ivaldi, Nina Schipoff, Bona Tolotti, Giorgio Zocco.

“Il percorso espositivo si costruisce attraverso il dialogo tra grammatiche artistiche differenti. E’ nella frizione tra queste pratiche che emerge il senso del progetto: le opere non rivendicano autonomia né autosufficienza, ma si definiscono nella coesistenza.” Paola Casulli

I testi nel catalogo sono di Federica Mingozzi e Paola Casulli

Informazioni
Sede: Manica Lunga del Castello di Casale Monferrato
Periodo mostra: 6 giugno – 31 agosto 2026
Orari di apertura: sabato e domenica, ore 10.00–13.00 / 15.00–19.00
Inaugurazione: venerdì 5 giugno 2026, ore 17.00

Artmoleto è un’associazione culturale che nasce come progetto internazionale d’arte, ideato da Michelle Hold, incentrato sul dialogo e confronto tra artisti caratterizzati da diverse culture intorno a tematiche tra loro condivise, accomunate da un unico presupposto: l’amore e il rispetto per la natura. Artisti uniti da un segno visivo rivolto verso una realtà introspettiva, mirato a rivalutare il rapporto uomo-natura in un continuo rimando tra sensazioni, immagini, colore, emozioni. Ogni opera è un tassello all’interno di una costruzione più ampia e ogni lavoro appare come un dettaglio descrittivo, un’impressione visiva o spirituale. L’intreccio tra la pluralità della visione degli artisti e la sensibilità di chi si relaziona con le opere, offre un processo d’identificazione con la natura stessa dell’uomo e la sua storia, cioè con la nostra storia e con la nostra esistenza. Arte come comunicazione, condivisione, riflessione. www.artmoleto.com

“1000 Omini-Mini di Anja”, una mostra per aguzzare la vista e sorridere

Informazione promozionale

Con i suoi pennini e pennelli incantati, l’artista Anja Langst realizza il suo regno magico degli “Omini-Mini”, dove ognuno ha la sua personalità e diventa un tassello di un grande insieme.

 

Si intitola “1000 Omini-Mini di Anja” la mostra realizzata per aguzzare la vista e sorridere, curata da Xenia Filonenko, dal 13 al 28 giugno prossimo, che inaugurerà sabato 13 giugno alle 17.30 presso l’associazione Fuocoinfinito, in via Carlo Alberto 11/P, a Torino.

“L’artista Anja Langst – precisa la curatrice della mostra, Xenia Filonenko – presenta una pratica visiva fondata sulla proliferazione del segno, sull’accumulo narrativo e sulla costruzione dell’immagine attraverso un’infinità di minuscole figure umane. In queste composizioni, l’horror vacui assume un tono gioioso e vitale, l’accumulo non genera caos ma energia; la moltitudine delle figure costruisce un ritmo visivo dinamico e coinvolgente, dove l’umorismo convive con una sorprendente precisione compositiva. Accanto alla sua dimensione più visionaria, una parte della mostra si presenta dall’aspetto giocoso con l’illustrazione umoristica. Qui, gli ‘omini’ di Anja Langst diventano protagonisti di scene leggere, umoristiche e teatrali capaci di trasmettere immediatezza, allegria e senso del gioco. Lo spettatore esplora l’immagine come un territorio ludico, scopre dettagli nascosti, incontra personaggi buffi e segue minuscole storie disseminate sulla superficie.

Parallelamente, un’altra parte della ricerca di Anja Langst si sviluppa in direzione quasi opposta, pur utilizzando il linguaggio dei ‘1000 omini’. In queste opere, le piccole figure perdono progressivamente la loro funzione narrativa per trasformarsi in puro elemento strutturale. Il risultato è una pittura che assume l’aspetto di una composizione geometrica e fortemente contemporanea. Questa duplice direzione della mostra rivela, con particolare chiarezza, la profondità della ricerca e la solidità professionale di Anja Langst. Dietro l’apparente leggerezza del gioco visivo, emerge una formazione artistica rigorosa e una piena consapevolezza dei linguaggi contemporanei. La libertà narrativa dei suoi ‘omini’ non nasce dunque da un approccio naïf o istintivo, bensì da una ricerca matura sostenuta da uno studio presso l’Accademia Albertina di Torino, dal confronto con la lezione di Emilio Vedova e da anni di lavoro come illustratrice presso il Bureau International du Travail a Torino e Ginevra, per la casa editrice Vivez Soleil, giornali e riviste svizzere e francesi. È proprio questa capacità di attraversare registri diversi, dall’immaginario giocoso del fumetto alla costruzione di superfici dal forte impatto contemporaneo, a conferire alle opere di Anja Langst un valore artistico significativo. La mostra evidenzia come uno stesso linguaggio possa generare simultaneamente complessità e leggerezza, rigore formale e umorismo, riflessione e sorriso”.

Orari: da lunedì a venerdì dalle ore 16 alle 19 – sabato e domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 19.30.

Associazione Fuocoinfinito – via Carlo Alberto 11/P, Torino

Info: 349 1256344

Mara Martellotta

“COSE. Stanze come mondi”

Nell’ottocentesca “Villa Giulia” di Verbania, la “città giardino” sul Lago Maggiore dedica un’importante retrospettiva ad Alessandro Mendini

Dal 16 maggio al 27 settembre

Verbania

Una grandiosa (in tutti sensi) “Poltrona di Paglia”, che mi fa subito venire alla mente le “Big Benches” (“Panchine Giganti” panoramiche, oggi sparse in tutta Italia, la maggior parte in Piemonte), ideate dal designer automobilistico americano Chris Bangle quando insieme alla moglie, nel 2009, si trasferì nelle Langhe di Clavesana e proprio lì creò la sua prima “Panchina Gigante”. La “Panchina n. 1”. Correva l’anno 2010. Non una novità, se si pensa all’enorme “Poltrona di Paglia”, di cui sopra, progettata da Alessandro Mendini, era il 1974 (ben 35 anni prima!), tra i più geniali interpreti del “design” e dell’“architettura” del nostro Novecento, cui la Città di Verbania dedica nell’ottocentesca “Villa Giulia”, sul versante piemontese del Lago Maggiore, una prestigiosa retrospettiva, curata da Loredana Parmesani (con allestimento di Alex Mocika), e visibile da sabato 16 maggio a domenica 27 settembreBen 130 le opere in mostra, tra le più significative della sterminata produzione di Mendini (Milano, 1931 – 2019) e capaci di ripercorrere tutta la sua lunga carriera, dando voce e corpo ad un vasto arco cronologico che scorre dai primi passi nel “Radical Design” milanese degli anni Settanta fino alle più pronunciate “teorie post-moderne”, che ritroviamo anche nella sua collaborazione con l’Azienda “Alessi”, la cosiddetta “Fabbrica dei sogni”, che proprio nel Verbano-Cusio-Ossola (precisamente ad Omegna, dove fu fondata nel 1921 da Giovanni Alessi) ha la sua sede operativa.

Organizzata dal “Comune di Verbania”, in collaborazione con l’“Archivio Alessandro Mendini (Elisa e Fulvia Mendini)”, il Patrocinio di “Regione Piemonte” e “Provincia del Verbano-Cusio- Ossola” (insieme ad altri numerosi Enti ed Istituzioni), la rassegna segue fedelmente un particolare “percorso espositivo” che si snoda lungo un allestimento modulato sulla struttura interna di “Villa Giulia”. In cui s’affiancano, per l’appunto (per dirla con il titolo della stessa mostra), “Cose” che guardano – in un gioco ludico fatto di alta maestria ma anche di sottile ironia e non poca visionarietà – alle “Stanze come mondi”.  Ogni stanza, infatti, é dedicata a un capolavoro di Mendini, scelto in collaborazione con le figlie Fulvia ed Elisa.

In mostra, ci si muove dunque dalla famosa “Poltrona di Paglia” del 1974, progettata per dichiarare quanto il “design” possa essere non solo creazione di “oggetti utili”, ma anche “strumento di provocazione, sensibilizzazione e attivismo sociale”, alla “Poltrona di Proust” del 1978, dedicata allo scrittore francese e a metà tra “Rococò” e “Puntinismo”; dal “Divano K2”  per “A LOT OF Brazil” (importante industria di “design” brasiliana) del 2013 – omaggio ai riferimenti artistici a lui più vicini, quali De ChiricoSavinioCarràKandinskijFuturismo e le avanguardie storiche del tempo – al “Mendinigrafo” del 1985, una sorta di “normografo” o “strumento da disegno” in legno che racchiude i segni e i decori caratterizzanti la sua produzione, fino al “100% Make up” di “Alessi” del 1992, una “Collezione di 100 vasi in porcellana” con il coperchio disegnato da Mendini, ma decorati da altrettanti artisti, architetti e “designer” internazionali. E tant’altro, ancora, di imprevedibile e geniale creatività. Ciascuna opera, inoltre, ci appare accompagnata da disegni, oggetti, dipinti e testi che ne spiegano la genesi e ne sottolineano la collocazione storica e l’importanza estetica.

Sottolinea la curatrice, Loredana Parmesani“In ogni spazio, l’oggetto iconico dà il via a un racconto progettuale ed emozionale che si sviluppa in un percorso fatto di oggetti, disegni, fotografie, scritti che sostengono la peculiarità teorica e formale dell’argomento affrontato. Perché le stanze? Perché le stanze come mondi? Perché le stanze sono state uno dei fili conduttori della sua ricerca. La stanza, a lui così cara, è luogo della riflessione, del riposo, della quiete, del lavoro ma anche il luogo della turbolenza, dell’inquietudine che può divenire anche prigione da cui fuggire grazie all’immaginazione”.

Particolarmente intenso e fecondo anche l’estroso lavoro di “architetto” di Mendini che, insieme al fratello Francesco e con il loro “Atelier”, ha dato vita a innumerevoli progetti in Italia e nel mondo, dalle “Fabbriche Alessi” a Omegna alla “Piscina Olimpionica” di Trieste e alle stazioni della “Metropolitana” a Napoli, fino, in estrema sintesi, al “Museo di Groningen” in Olanda, a un quartiere di Lugano in Svizzera, a un “Palazzo Commerciale” a Lörrach in Germania e, in Corea del Sud, alla “Torre Osservatorio” di Suncheon.

Gianni Milani

“COSE. Stanze come mondi”

Villa Giulia, corso Zanitello 10, Verbania; tel. 0323/503249 o www.viviverbania.it

Dal 16 maggio al 27 settembre

Orari: dal lun. al ven. 10,30/13 e 16/19; sab. e dom. 11/19

Nelle foto: Alessandro Mendini seduto sulla “Poltrona di paglia”, 1974 (Ph. Enrico D. Bona); “Poltrona di Proust”, 1978 (Ph. Carlo Lavoratori); “K2 Amazzonia”, 2013 (“Archivio Alessandro Mendini”); “100% Make Up, Alessi”, 1992 (“Archivio Alessandro Mendini”)

“Una boccata d’arte”, alla Fondazione Elpis l’artista peruviana Andrea Ferrero

In occasione della settima edizione di ‘Una boccata d’Arte’, progetto di arte contemporanea diffuso lungo tutta la penisola, ideato dalla Fondazione Elpis, è  il borgo di Avigliana ad accogliere un intervento inedito per il Piemonte, firmato da Andrea Ferrero, artista originaria di Lima in Perù, e curato da Veronica Botta.
Il progetto si intitola “I see you falling in my den” ed è visibile al pubblico a partire da sabato 20 giugno alle ore 16, fino al 4 ottobre.
Nei giardini sotto le rovine del Castello di Avigliana, un’altalena è  abitata da esseri ibridi, quasi custodi e compagni. La loro forma attinge all’immaginario delle creature medievali, evocando un contesto plasmato da miti e narrazioni locali. La struttura duplice richiama i laghi vicini e allude a un paesaggio segnato dalla divisione, ma radicato in un’origine comune. Sospesi tra l’inquietante e il rassicurante, dipendono dal movimento del visitatore; messi in moto mutano natura,  passando da osservatori distanti a complici.
Facendo proprio il linguaggio familiare dei parchi gioco, l’installazione si sviluppa in uno spazio legato alla presenza del castello, dove oggi le tracce dell’autorità incontrano un presente in trasformazione. Quello che un tempo era un presidio legato al controllo viene così ripensato come un luogo che invita al gioco e alla trasgressione, intesi come nuovi modi di relazionarsi al potere. Il grottesco, da segno di esclusione, diventa spazio di incontro e comunità, e il gioco uno strumento per rinegoziare l’autorità.
“Penso molto a come le architetture del potere influenzino il modo in cui immaginiamo e attraversiamo il  mondo – spiega l’artista Andrea Ferrero – un’esperienza che inizia a delinearsi già nel gioco. Ad Avigliana sono stata attratta dalle leggende e dai miti locali, ho immaginato così le creature che custodiscono le rovine del castello, sospese tra minaccia e malizia”.

Andrea Ferrero vive e lavora a Città del Messico e, conseguita una laurea in Scultura in Perù, ha poi partecipato al SOMA Academic Program a Città del Messico. Il suo lavoro si fonda sulla sovversione delle dinamiche di potere e si basa sulla trasformazione di strutture che un tempo richiedevano reverenza in dispositivi di fragilità e gioco.
Combinando materiali che spaziano dalla fusione in alluminio alla lavorazione del ferro fino alla produzione del cioccolato, l’artista crea installazioni immersive che spesso invitano il pubblico a partecipare ad atti intimi di irriverenza, giochi performativi e veri e propri banchetti commestibili. Ha partecipato a mostre personali a New York, Seoul, Lima, Milano, Guadalajara e a mostre collettive tra cui la Biennale di Malta nel 2024, e a Otxs  Mundxs al Museo Tamayo di Città del Messico nel 2024.

Mara Martellotta

Vercelli tra risaie, arte e gastronomia

Il prezioso e singolare passaggio per il Piemonte.

E’ tra le città che Dante ha citato più spesso nella Divina Commedia ricordandola per la ricchezza del suo armonioso e suggestivo paesaggio, il Monte Rosa che la domina dall’alto, il “mare a quadretti” di risaie che orna i dintorni come un florido e umido tessuto, le ricchezze artistiche e architettoniche di coinvolgente bellezza.

Stiamo parlando di Vercelli, la porta di accesso al Piemonte dallavicina Lombardia, probabilmente celtica di origine,  Wehr-Celt il suo antico nome, deliziosa città densa di bellezze , di misurata e gentile atmosfera.

L’ho visitata di domenica, una gita in giornata da Torino per celebrare la fine del lockdown  e immergermi nuovamente in questa regione meravigliosa che è il Piemonte. La sensazione è stata di sospensione onirica, di una realtà d’altri tempi, forse per i suoi borghi silenziosi, per la sobrietà e l’eleganza che la caratterizzano, per la dovizia di tracce e  sigilli storici.

Oltre che per la sua piacevole frugalità Vercelli è nota per importanti impulsi sociali ed economici. L’appellativo di “citta delle 8 ore” le è stato conferito per il limite ad otto ore lavorativeche si concesse alle mondine sancito successivamente a  livello nazionale, è la capitale europea del riso, con una propria Borsa del Riso e  la Stazione Sperimentale di Risicoltura e delle Coltivazioni irrigue; viene inoltre gloriosamente chiamata “la città dei 7 scudetti” grazie alle conquiste sportive del Pro Vercelli tra il 1908 e il 1922.

Arrivando si intuisce subito che ci si addentra in un territorio unico e prezioso ma forse poco conosciuto e sottovalutato livello turistico cosa che credo si debba prontamente rettificare, Vercelli e i suoi dintorni sono certamente da visitare.

Come ci ha suggerito la guida ci dirigiamo subito a Piazza Cavour essenza del centro storico dalla forma a trapezio, luogo di incontri e del mercato bisettimanale, dedicata allo statista che fu uno dei maggiori promotori della risicoltura con la realizzazione di opere dedicate come il Canale Cavour e l’istituzione dell’Associazione Ovest-Sesia. Diversi sono i locali dove mangiare e godersi lo scenario urbano costituito dagli edifici più antichi della città, i portici e la leggendaria Torre dell’Angelo. Non lontano , a Via Foà, troviamo la Sinagoga, opera dell’architetto Giuseppe Locarni, una bellissima espressione di arte moresca in pietra arenaria decorata da merlature, torri e cupole a cipolla e la Chiesa di San Cristoforo, denominata la Cappella Sistina di Vercelli, che lascia senza fiato con i suoi meravigliosi dipinti del ‘500 di Gaudenzio Ferrari. A pochi passi Piazza di Palazzo Vecchio, conosciuta anche come Piazza dei Pesci per il mercato ittico che vi si teneva, ma soprattutto il “broletto” della città dove, nelMedioevo, si radunava il popolo.

Nella direzione opposta si trovano il Duomo dedicato al Patrono della città, Sant’Eusebio, che domina la verde e omonima piazza;più volte distrutto e ricostruito la struttura attuale è stata edificata tra il 1500 e il 1800,  l’importante campanile risale invece al XII secolo.   All’interno troviamo

un imponente crocifisso in legno e oro realizzato nell’anno mille e la cappella con le spoglie del santo. Uscendo dalla Cattedrale vale la pena di dare uno sguardo esterno al Castello Visconteo che fu residenza sabauda, alloggio militare, e attualmente tribunale e carcere.

A pochissimi passi spicca la Basilica di Sant’Andrea, meraviglioso esempio di architettura gotica e romanica completata nel 1227. Simbolo della città, ci meraviglia con la sua bellezza e maestosità; percorriamo il suo perimetro esterno e poi entriamo a visitare la chiesa e il pacifico chiostro. Uscendo troviamo il Salone Dugentesco ex ospedale militare che ospitava pellegrini e viandanti che percorrevano la via Francigena, di cui Vercelli è la decima tappa fino a Robbio; sul lato esterno si può leggere la targa con un passo della Divina Commedia dedicato alla città.

A   Vërsèj, in dialetto piemontese, diversi sono i musei da visitare: sicuramente la Casa-Museo Borgogna, seconda pinacoteca della regione, che vanta numerose opere d’arte collezionate da AntonioBorgogna appunto, viaggiatore e amante dell’arte, Il piccolo Museo dell’Opera del Duomo, il Museo Leone risalente ai primi del 1900 presso la Casa Alciati e il barocco Palazzo Langosco, cheospita una collezione varia: armi preistoriche, corredi di tombe egizie, vasi etruschi, mosaici medievali, porcellane, quadri di epoca moderna e il MAC – Museo Archeologico Civico L. Bruzzadove sono raccolti reperti archeologici “moderni” che ripercorrono il periodo dalle origini della città fino al Medioevo.Davvero interessante è l’Arca, un polo espositivo contemporaneoin vetro e acciaio collocato nella navata centrale della chiesa di San Marco.

Svariate sono le  visite che si potrebbero fare, anche nei dintorni, sostando più giorni.

Consigliato a più voci è il giro delle risaie in bici, soprattutto quando sono allagate in aprile e maggio, (sicuramente evitando l’estate piena per non godere della compagnia di numerose e fastidiose zanzare),  il Sacro Monte di Varallo, Valduggia e la chiesa di San Giorgio.

Un altro validissimo motivo per visitare questo luogo delizioso è l’arte culinaria. Fare un salto alla pasticceria Follis per comprare i bicciolani, i biscotti speziati, è una tappa obbligata come fare colazione o merenda alla Pasticceria Tarnuzzer per gustare la torta tartufata. Il piatto tipico di Vercelli è la Panissa, ma anche il risotto alla Gattinara, il vino che profuma di viola, è notevole! E ancora le patate masarai, la toma valsesiana e i fagioli rossi di Saluggia. Da bere? Dei buonissimi Gattinara, Bramaterra, Coste della Sesia ed Erbaluce.

Quando deciderete di visitare questa bellissima città e i suoi dintorni verificate gli orari di apertura e chiusura delle chiese, dei musei e delle attrazioni in genere, soprattutto nel weekend alcune di queste chiudono alle 12.

Per informazioni www.atlvalsesiavercelli.it

 

MARIA LA BARBERA