ARTE

“1000 Omini-Mini di Anja”, una mostra per aguzzare la vista e sorridere

Informazione promozionale

Con i suoi pennini e pennelli incantati, l’artista Anja Langst realizza il suo regno magico degli “Omini-Mini”, dove ognuno ha la sua personalità e diventa un tassello di un grande insieme.

 

Si intitola “1000 Omini-Mini di Anja” la mostra realizzata per aguzzare la vista e sorridere, curata da Xenia Filonenko, dal 13 al 28 giugno prossimo, che inaugurerà sabato 13 giugno alle 17.30 presso l’associazione Fuocoinfinito, in via Carlo Alberto 11/P, a Torino.

“L’artista Anja Langst – precisa la curatrice della mostra, Xenia Filonenko – presenta una pratica visiva fondata sulla proliferazione del segno, sull’accumulo narrativo e sulla costruzione dell’immagine attraverso un’infinità di minuscole figure umane. In queste composizioni, l’horror vacui assume un tono gioioso e vitale, l’accumulo non genera caos ma energia; la moltitudine delle figure costruisce un ritmo visivo dinamico e coinvolgente, dove l’umorismo convive con una sorprendente precisione compositiva. Accanto alla sua dimensione più visionaria, una parte della mostra si presenta dall’aspetto giocoso con l’illustrazione umoristica. Qui, gli ‘omini’ di Anja Langst diventano protagonisti di scene leggere, umoristiche e teatrali capaci di trasmettere immediatezza, allegria e senso del gioco. Lo spettatore esplora l’immagine come un territorio ludico, scopre dettagli nascosti, incontra personaggi buffi e segue minuscole storie disseminate sulla superficie.

Parallelamente, un’altra parte della ricerca di Anja Langst si sviluppa in direzione quasi opposta, pur utilizzando il linguaggio dei ‘1000 omini’. In queste opere, le piccole figure perdono progressivamente la loro funzione narrativa per trasformarsi in puro elemento strutturale. Il risultato è una pittura che assume l’aspetto di una composizione geometrica e fortemente contemporanea. Questa duplice direzione della mostra rivela, con particolare chiarezza, la profondità della ricerca e la solidità professionale di Anja Langst. Dietro l’apparente leggerezza del gioco visivo, emerge una formazione artistica rigorosa e una piena consapevolezza dei linguaggi contemporanei. La libertà narrativa dei suoi ‘omini’ non nasce dunque da un approccio naïf o istintivo, bensì da una ricerca matura sostenuta da uno studio presso l’Accademia Albertina di Torino, dal confronto con la lezione di Emilio Vedova e da anni di lavoro come illustratrice presso il Bureau International du Travail a Torino e Ginevra, per la casa editrice Vivez Soleil, giornali e riviste svizzere e francesi. È proprio questa capacità di attraversare registri diversi, dall’immaginario giocoso del fumetto alla costruzione di superfici dal forte impatto contemporaneo, a conferire alle opere di Anja Langst un valore artistico significativo. La mostra evidenzia come uno stesso linguaggio possa generare simultaneamente complessità e leggerezza, rigore formale e umorismo, riflessione e sorriso”.

Orari: da lunedì a venerdì dalle ore 16 alle 19 – sabato e domenica dalle 10 alle 12.30 e dalle 16 alle 19.30.

Associazione Fuocoinfinito – via Carlo Alberto 11/P, Torino

Info: 349 1256344

Mara Martellotta

“COSE. Stanze come mondi”

Nell’ottocentesca “Villa Giulia” di Verbania, la “città giardino” sul Lago Maggiore dedica un’importante retrospettiva ad Alessandro Mendini

Dal 16 maggio al 27 settembre

Verbania

Una grandiosa (in tutti sensi) “Poltrona di Paglia”, che mi fa subito venire alla mente le “Big Benches” (“Panchine Giganti” panoramiche, oggi sparse in tutta Italia, la maggior parte in Piemonte), ideate dal designer automobilistico americano Chris Bangle quando insieme alla moglie, nel 2009, si trasferì nelle Langhe di Clavesana e proprio lì creò la sua prima “Panchina Gigante”. La “Panchina n. 1”. Correva l’anno 2010. Non una novità, se si pensa all’enorme “Poltrona di Paglia”, di cui sopra, progettata da Alessandro Mendini, era il 1974 (ben 35 anni prima!), tra i più geniali interpreti del “design” e dell’“architettura” del nostro Novecento, cui la Città di Verbania dedica nell’ottocentesca “Villa Giulia”, sul versante piemontese del Lago Maggiore, una prestigiosa retrospettiva, curata da Loredana Parmesani (con allestimento di Alex Mocika), e visibile da sabato 16 maggio a domenica 27 settembreBen 130 le opere in mostra, tra le più significative della sterminata produzione di Mendini (Milano, 1931 – 2019) e capaci di ripercorrere tutta la sua lunga carriera, dando voce e corpo ad un vasto arco cronologico che scorre dai primi passi nel “Radical Design” milanese degli anni Settanta fino alle più pronunciate “teorie post-moderne”, che ritroviamo anche nella sua collaborazione con l’Azienda “Alessi”, la cosiddetta “Fabbrica dei sogni”, che proprio nel Verbano-Cusio-Ossola (precisamente ad Omegna, dove fu fondata nel 1921 da Giovanni Alessi) ha la sua sede operativa.

Organizzata dal “Comune di Verbania”, in collaborazione con l’“Archivio Alessandro Mendini (Elisa e Fulvia Mendini)”, il Patrocinio di “Regione Piemonte” e “Provincia del Verbano-Cusio- Ossola” (insieme ad altri numerosi Enti ed Istituzioni), la rassegna segue fedelmente un particolare “percorso espositivo” che si snoda lungo un allestimento modulato sulla struttura interna di “Villa Giulia”. In cui s’affiancano, per l’appunto (per dirla con il titolo della stessa mostra), “Cose” che guardano – in un gioco ludico fatto di alta maestria ma anche di sottile ironia e non poca visionarietà – alle “Stanze come mondi”.  Ogni stanza, infatti, é dedicata a un capolavoro di Mendini, scelto in collaborazione con le figlie Fulvia ed Elisa.

In mostra, ci si muove dunque dalla famosa “Poltrona di Paglia” del 1974, progettata per dichiarare quanto il “design” possa essere non solo creazione di “oggetti utili”, ma anche “strumento di provocazione, sensibilizzazione e attivismo sociale”, alla “Poltrona di Proust” del 1978, dedicata allo scrittore francese e a metà tra “Rococò” e “Puntinismo”; dal “Divano K2”  per “A LOT OF Brazil” (importante industria di “design” brasiliana) del 2013 – omaggio ai riferimenti artistici a lui più vicini, quali De ChiricoSavinioCarràKandinskijFuturismo e le avanguardie storiche del tempo – al “Mendinigrafo” del 1985, una sorta di “normografo” o “strumento da disegno” in legno che racchiude i segni e i decori caratterizzanti la sua produzione, fino al “100% Make up” di “Alessi” del 1992, una “Collezione di 100 vasi in porcellana” con il coperchio disegnato da Mendini, ma decorati da altrettanti artisti, architetti e “designer” internazionali. E tant’altro, ancora, di imprevedibile e geniale creatività. Ciascuna opera, inoltre, ci appare accompagnata da disegni, oggetti, dipinti e testi che ne spiegano la genesi e ne sottolineano la collocazione storica e l’importanza estetica.

Sottolinea la curatrice, Loredana Parmesani“In ogni spazio, l’oggetto iconico dà il via a un racconto progettuale ed emozionale che si sviluppa in un percorso fatto di oggetti, disegni, fotografie, scritti che sostengono la peculiarità teorica e formale dell’argomento affrontato. Perché le stanze? Perché le stanze come mondi? Perché le stanze sono state uno dei fili conduttori della sua ricerca. La stanza, a lui così cara, è luogo della riflessione, del riposo, della quiete, del lavoro ma anche il luogo della turbolenza, dell’inquietudine che può divenire anche prigione da cui fuggire grazie all’immaginazione”.

Particolarmente intenso e fecondo anche l’estroso lavoro di “architetto” di Mendini che, insieme al fratello Francesco e con il loro “Atelier”, ha dato vita a innumerevoli progetti in Italia e nel mondo, dalle “Fabbriche Alessi” a Omegna alla “Piscina Olimpionica” di Trieste e alle stazioni della “Metropolitana” a Napoli, fino, in estrema sintesi, al “Museo di Groningen” in Olanda, a un quartiere di Lugano in Svizzera, a un “Palazzo Commerciale” a Lörrach in Germania e, in Corea del Sud, alla “Torre Osservatorio” di Suncheon.

Gianni Milani

“COSE. Stanze come mondi”

Villa Giulia, corso Zanitello 10, Verbania; tel. 0323/503249 o www.viviverbania.it

Dal 16 maggio al 27 settembre

Orari: dal lun. al ven. 10,30/13 e 16/19; sab. e dom. 11/19

Nelle foto: Alessandro Mendini seduto sulla “Poltrona di paglia”, 1974 (Ph. Enrico D. Bona); “Poltrona di Proust”, 1978 (Ph. Carlo Lavoratori); “K2 Amazzonia”, 2013 (“Archivio Alessandro Mendini”); “100% Make Up, Alessi”, 1992 (“Archivio Alessandro Mendini”)

“Una boccata d’arte”, alla Fondazione Elpis l’artista peruviana Andrea Ferrero

In occasione della settima edizione di ‘Una boccata d’Arte’, progetto di arte contemporanea diffuso lungo tutta la penisola, ideato dalla Fondazione Elpis, è  il borgo di Avigliana ad accogliere un intervento inedito per il Piemonte, firmato da Andrea Ferrero, artista originaria di Lima in Perù, e curato da Veronica Botta.
Il progetto si intitola “I see you falling in my den” ed è visibile al pubblico a partire da sabato 20 giugno alle ore 16, fino al 4 ottobre.
Nei giardini sotto le rovine del Castello di Avigliana, un’altalena è  abitata da esseri ibridi, quasi custodi e compagni. La loro forma attinge all’immaginario delle creature medievali, evocando un contesto plasmato da miti e narrazioni locali. La struttura duplice richiama i laghi vicini e allude a un paesaggio segnato dalla divisione, ma radicato in un’origine comune. Sospesi tra l’inquietante e il rassicurante, dipendono dal movimento del visitatore; messi in moto mutano natura,  passando da osservatori distanti a complici.
Facendo proprio il linguaggio familiare dei parchi gioco, l’installazione si sviluppa in uno spazio legato alla presenza del castello, dove oggi le tracce dell’autorità incontrano un presente in trasformazione. Quello che un tempo era un presidio legato al controllo viene così ripensato come un luogo che invita al gioco e alla trasgressione, intesi come nuovi modi di relazionarsi al potere. Il grottesco, da segno di esclusione, diventa spazio di incontro e comunità, e il gioco uno strumento per rinegoziare l’autorità.
“Penso molto a come le architetture del potere influenzino il modo in cui immaginiamo e attraversiamo il  mondo – spiega l’artista Andrea Ferrero – un’esperienza che inizia a delinearsi già nel gioco. Ad Avigliana sono stata attratta dalle leggende e dai miti locali, ho immaginato così le creature che custodiscono le rovine del castello, sospese tra minaccia e malizia”.

Andrea Ferrero vive e lavora a Città del Messico e, conseguita una laurea in Scultura in Perù, ha poi partecipato al SOMA Academic Program a Città del Messico. Il suo lavoro si fonda sulla sovversione delle dinamiche di potere e si basa sulla trasformazione di strutture che un tempo richiedevano reverenza in dispositivi di fragilità e gioco.
Combinando materiali che spaziano dalla fusione in alluminio alla lavorazione del ferro fino alla produzione del cioccolato, l’artista crea installazioni immersive che spesso invitano il pubblico a partecipare ad atti intimi di irriverenza, giochi performativi e veri e propri banchetti commestibili. Ha partecipato a mostre personali a New York, Seoul, Lima, Milano, Guadalajara e a mostre collettive tra cui la Biennale di Malta nel 2024, e a Otxs  Mundxs al Museo Tamayo di Città del Messico nel 2024.

Mara Martellotta

Vercelli tra risaie, arte e gastronomia

Il prezioso e singolare passaggio per il Piemonte.

E’ tra le città che Dante ha citato più spesso nella Divina Commedia ricordandola per la ricchezza del suo armonioso e suggestivo paesaggio, il Monte Rosa che la domina dall’alto, il “mare a quadretti” di risaie che orna i dintorni come un florido e umido tessuto, le ricchezze artistiche e architettoniche di coinvolgente bellezza.

Stiamo parlando di Vercelli, la porta di accesso al Piemonte dallavicina Lombardia, probabilmente celtica di origine,  Wehr-Celt il suo antico nome, deliziosa città densa di bellezze , di misurata e gentile atmosfera.

L’ho visitata di domenica, una gita in giornata da Torino per celebrare la fine del lockdown  e immergermi nuovamente in questa regione meravigliosa che è il Piemonte. La sensazione è stata di sospensione onirica, di una realtà d’altri tempi, forse per i suoi borghi silenziosi, per la sobrietà e l’eleganza che la caratterizzano, per la dovizia di tracce e  sigilli storici.

Oltre che per la sua piacevole frugalità Vercelli è nota per importanti impulsi sociali ed economici. L’appellativo di “citta delle 8 ore” le è stato conferito per il limite ad otto ore lavorativeche si concesse alle mondine sancito successivamente a  livello nazionale, è la capitale europea del riso, con una propria Borsa del Riso e  la Stazione Sperimentale di Risicoltura e delle Coltivazioni irrigue; viene inoltre gloriosamente chiamata “la città dei 7 scudetti” grazie alle conquiste sportive del Pro Vercelli tra il 1908 e il 1922.

Arrivando si intuisce subito che ci si addentra in un territorio unico e prezioso ma forse poco conosciuto e sottovalutato livello turistico cosa che credo si debba prontamente rettificare, Vercelli e i suoi dintorni sono certamente da visitare.

Come ci ha suggerito la guida ci dirigiamo subito a Piazza Cavour essenza del centro storico dalla forma a trapezio, luogo di incontri e del mercato bisettimanale, dedicata allo statista che fu uno dei maggiori promotori della risicoltura con la realizzazione di opere dedicate come il Canale Cavour e l’istituzione dell’Associazione Ovest-Sesia. Diversi sono i locali dove mangiare e godersi lo scenario urbano costituito dagli edifici più antichi della città, i portici e la leggendaria Torre dell’Angelo. Non lontano , a Via Foà, troviamo la Sinagoga, opera dell’architetto Giuseppe Locarni, una bellissima espressione di arte moresca in pietra arenaria decorata da merlature, torri e cupole a cipolla e la Chiesa di San Cristoforo, denominata la Cappella Sistina di Vercelli, che lascia senza fiato con i suoi meravigliosi dipinti del ‘500 di Gaudenzio Ferrari. A pochi passi Piazza di Palazzo Vecchio, conosciuta anche come Piazza dei Pesci per il mercato ittico che vi si teneva, ma soprattutto il “broletto” della città dove, nelMedioevo, si radunava il popolo.

Nella direzione opposta si trovano il Duomo dedicato al Patrono della città, Sant’Eusebio, che domina la verde e omonima piazza;più volte distrutto e ricostruito la struttura attuale è stata edificata tra il 1500 e il 1800,  l’importante campanile risale invece al XII secolo.   All’interno troviamo

un imponente crocifisso in legno e oro realizzato nell’anno mille e la cappella con le spoglie del santo. Uscendo dalla Cattedrale vale la pena di dare uno sguardo esterno al Castello Visconteo che fu residenza sabauda, alloggio militare, e attualmente tribunale e carcere.

A pochissimi passi spicca la Basilica di Sant’Andrea, meraviglioso esempio di architettura gotica e romanica completata nel 1227. Simbolo della città, ci meraviglia con la sua bellezza e maestosità; percorriamo il suo perimetro esterno e poi entriamo a visitare la chiesa e il pacifico chiostro. Uscendo troviamo il Salone Dugentesco ex ospedale militare che ospitava pellegrini e viandanti che percorrevano la via Francigena, di cui Vercelli è la decima tappa fino a Robbio; sul lato esterno si può leggere la targa con un passo della Divina Commedia dedicato alla città.

A   Vërsèj, in dialetto piemontese, diversi sono i musei da visitare: sicuramente la Casa-Museo Borgogna, seconda pinacoteca della regione, che vanta numerose opere d’arte collezionate da AntonioBorgogna appunto, viaggiatore e amante dell’arte, Il piccolo Museo dell’Opera del Duomo, il Museo Leone risalente ai primi del 1900 presso la Casa Alciati e il barocco Palazzo Langosco, cheospita una collezione varia: armi preistoriche, corredi di tombe egizie, vasi etruschi, mosaici medievali, porcellane, quadri di epoca moderna e il MAC – Museo Archeologico Civico L. Bruzzadove sono raccolti reperti archeologici “moderni” che ripercorrono il periodo dalle origini della città fino al Medioevo.Davvero interessante è l’Arca, un polo espositivo contemporaneoin vetro e acciaio collocato nella navata centrale della chiesa di San Marco.

Svariate sono le  visite che si potrebbero fare, anche nei dintorni, sostando più giorni.

Consigliato a più voci è il giro delle risaie in bici, soprattutto quando sono allagate in aprile e maggio, (sicuramente evitando l’estate piena per non godere della compagnia di numerose e fastidiose zanzare),  il Sacro Monte di Varallo, Valduggia e la chiesa di San Giorgio.

Un altro validissimo motivo per visitare questo luogo delizioso è l’arte culinaria. Fare un salto alla pasticceria Follis per comprare i bicciolani, i biscotti speziati, è una tappa obbligata come fare colazione o merenda alla Pasticceria Tarnuzzer per gustare la torta tartufata. Il piatto tipico di Vercelli è la Panissa, ma anche il risotto alla Gattinara, il vino che profuma di viola, è notevole! E ancora le patate masarai, la toma valsesiana e i fagioli rossi di Saluggia. Da bere? Dei buonissimi Gattinara, Bramaterra, Coste della Sesia ed Erbaluce.

Quando deciderete di visitare questa bellissima città e i suoi dintorni verificate gli orari di apertura e chiusura delle chiese, dei musei e delle attrazioni in genere, soprattutto nel weekend alcune di queste chiudono alle 12.

Per informazioni www.atlvalsesiavercelli.it

 

MARIA LA BARBERA

I riflessi d’acqua di Salucci all’orto botanico

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Sarà visitabile fino al 28 giugno prossimo la mostra monografica di Aldo Salucci presso l’Orto Botanico di Torino dal titolo “Aldo Salucci. Riflessi d’acqua tra arte e natura”

Prosegue fino al 28 giugno prossimo, presso l’orto Botanico di Torino, la mostra monografica intitolata “Aldo Salucci. Riflessi d’acqua tra arte e natura”, ideata e curata da Carla Testore, che presenta una ventina di opere dell’artista romano Aldo Salucci. Il percorso espositivo accompagna il visitatore alla scoperta dell’Orto, in un dialogo continuo tra immagini e ambiente naturale, capace di mettere in relazione gli spazi interni e quelli esterni. La mostra ha raccolto un notevole successo di pubblico dal momento della sua apertura.

“Nei primi due mesi di apertura – ha dichiarato la Direttrice dell’Orto Botanico  Consolata Siniscalco – abbiamo avuto circa 28 mila visitatori, con un raddoppio rispetto al 2024 e al 2025. L’esposizione di Aldo Salucci è stata molto apprezzata dai visitatori, che hanno lasciato tanti commenti positivi sulla bellezza e l’interesse delle opere. Le attività hanno dimostrato che l’Orto Botanico, richiamando appassionati di piante, natura e arte, diventa sempre di più un motore di cultura capace di dare slancio alle varie attività che si stanno sviluppando nel Parco del Valentino”.

La mostra si apre con una sezione dedicata alla carpa Koi, simbolo orientale di forza, resilienza e trasformazione, le cui immagini evocano atmosfere sospese tra mito e realtà, arricchite dalla presenza di esemplari viventi nelle vasche d’Orto. L’esposizione prosegue tra giardini e Serre, con fotografie di celebri luoghi italiani reinterpretati in chiave acquatica e visionaria, offrendo una visione sul rapporto tra uomo e ambiente e sul tema dell’innalzamento delle acque.
La mostra rende omaggio a Torino con tre opere inedite dedicate alla città.

“Si tratta di un’esposizione site – specific – ha dichiarato la curatrice Carla Testore – che ho voluto concepire per l’Orto Botanico strutturando l’itinerario di visita come un processo di scoperta graduale, un attraversamento attivo dello spazio che invita a una fruizione lenta, attenta, orientata al riconoscimento e alla ricerca. Questa modalità di fruizione della mostra non intende soltanto renderla più coinvolgente, ma vuole sollecitare uno sguardo consapevole sull’intero complesso botanico, valorizzandone ogni dettaglio e riaffermandone la dimensione di luogo di ricerca, contemplazione e meraviglia.
Visitare la mostra rappresenta un’esperienza immersiva in cui arte e natura non si affiancano, ma si rispecchiano”.
All’interno della biblioteca è  anche esposto un kakemono giapponese, un dipinto a inchiostro su seta, realizzato a Kyoto intorno alla metà dell’Ottocento da un artista della scuola Maruyama-Shijō, raffigurante una carpa che risale una cascata. L’opera è  simbolo di crescita continua attraverso lo studio e la ricerca, ed è posta in dialogo con le opere di Salucci.

Le ultime visite guidate saranno

Venerdì 26 giugno alle ore 16.45

Sabato 27 giugno alle ore 10.30

Iscrizioni a ortobotanico.dbios@unito.it

Mara Martellotta

Fondazione Francesco Cerruti per l’Arte: “Impronte#Alice Visentin”

La Fondazione Francesco Cerruti per l’Arte si apre a una nuova stagione con un primo appuntamento dal 6 giugno 

La Fondazione Cerruti, che custodisce la straordinaria raccolta d’arte creata da Francesco Federico Cerruti, composta da oltre mille opere tra dipinti, sculture, tappeti, arredi, ceramiche e volumi che attraversano un arco temporale dal Trecento ai primi anni Duemila, inaugura una fase di rinnovamento volta a consolidare il proprio ruolo culturale e la propria presenza pubblica.

Dal 2019 la Collezione è visitabile grazie alla collaborazione con il Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea e rappresenta una realtà unica nel panorama italiano. Si tratta infatti di una casa-museo concepita dal collezionista come luogo dedicato alla conoscenza, alla contemplazione e alla bellezza, pur non essendo mai stata abitata. Al suo interno convivono opere di epoche differenti, dagli antichi maestri all’arte contemporanea, insieme a libri rari, arredi e oggetti di pregio che restituiscono il carattere e la visione del suo fondatore.

Negli ultimi mesi il percorso di visita è stato ulteriormente migliorato grazie alla realizzazione di una nuova area parcheggio, al rinnovamento degli spazi di accoglienza firmato da Emil Kerckhove e Annalisa Stabellini e all’introduzione di nuovi servizi dedicati ai visitatori. Tra questi figurano una biglietteria più funzionale, un punto ristoro, aree dedicate alla lettura e un bookshop sviluppato in collaborazione con la libreria indipendente Paint it Black.

Le novità riguardano anche l’offerta al pubblico, con l’aumento dei turni di visita nelle giornate di apertura, una revisione della politica tariffaria e un calendario culturale ampliato. L’obiettivo è rendere la Collezione sempre più accessibile e coinvolgente, capace di attrarre pubblici differenti, dai cultori dell’arte ai ricercatori, dai turisti alle scuole, fino alle famiglie.

In questo contesto prende forma “Impronte”, un progetto dedicato a commissioni artistiche site-specific che nasce da un elemento caratteristico dell’esperienza di visita: l’utilizzo dei calzari protettivi richiesti per accedere agli ambienti della villa. La prima edizione è stata affidata ad Alice Visentin, artista originaria di Ciriè, il cui lavoro indaga i temi dell’immagine e della percezione, trasformando un semplice strumento di tutela in un oggetto capace di diventare opera, ricordo e testimonianza dell’esperienza vissuta.

I calzari realizzati dall’artista accompagnano i visitatori lungo il percorso espositivo e, al termine della visita, possono essere acquistati in una tiratura limitata, assumendo così una doppia valenza: accessorio funzionale e oggetto da collezione.

La pratica artistica di Alice Visentin si sviluppa attraverso pittura, disegno e installazione. Le sue opere prendono spunto sia dal patrimonio della tradizione orale sia dalla letteratura, dando vita a universi immaginari popolati da figure e racconti che intrecciano riferimenti alla cultura popolare e a quella colta. Ne emergono visioni sospese tra contemporaneità e memoria, profondamente legate alle radici e ai paesaggi delle aree montane.

Il progetto “Impronte” proseguirà nel mese di dicembre con un secondo intervento affidato a Taus Makhacheva, artista nata a Mosca nel 1983 e attiva tra Emirati Arabi Uniti e scena internazionale, il cui lavoro riflette sui temi della memoria, della costruzione del racconto storico e dell’identità culturale.

Mara Martellotta

Arte e sacro, la chiesa di San Dalmazzo a Torino

In centro citta’ un gioiello molto antico

Dopo un lungo periodo di chiusura, e’ di nuovo possibile visitare la chiesa di San Dalmazzo, situata tra via Garibaldi, una volta via Dora Grossa, e via delle Orfane.

Costruita nel lontano 1271 e destinata all’assistenza dei pellegrini e alla cura degli infermi, nel tempo la sua struttura subi’ un consistente deterioramento e fu cosi’ che nel 1573, periodo in cui fu affidata ai frati Barnabiti, si decise per una riedificazione. Qualche anno dopo per volere del cardinale Gerolamo della Rovere fu nuovamente restaurata e decorata, anche grazie alle numerose donazioni dei Savoia mentre alla fine dell’800 furono ripresi ulteriormente i lavori che la riportarono al suo stile originario. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu bombardata riportando seri danni al tetto e agli infissi, il suo ultimo restauro risale al 1959.

L’esterno e’ l’unica parte rimasta in stile Barocco con i suoi pilastri di ordine corinzio, i finestroni da cui entra la luce e un timpano semicircolare che avvolge un prezioso affresco. La chiesa, di medie dimensioni, trova la sua bellezza, oltre che nei suoi sorprendenti interni in stile neogotico che catturano subito l’occhio del visitatore, ma anche nella superficie proporzionata che la rende accogliente e affascinante.

Al suo interno lo sfondo e’ quello tipico dello stile gotico caratterizzato dallo slancio verticale, da vetrate colorate, da stucchi, dipinti neo-bizantini di Enrico Reffo e dorature. L’elemento che attira legittimamente l’attenzione e’ la fonte battesimale originale ereditata dalla vecchia chiesa di San Dalmazzo Martire. La struttura e’ a tre navate decorate da edicole, il bellissimo pulpito incorniciato da mosaici e il ciborio a baldacchino.

Spesso la chiesa di San Dalmazzo si fa scenario di concerti di musica, dal gospel alla musica da camera, il prossimo appuntamento? Domenica 15 Dicembre 2024 ore 17:00 TORINO CHAMBER MUSIC FESTIVAL, vibrazioni all’interno di un contesto suggestivo e incantevole.

Per informazioni sugli eventi

www.diocesi.torino.it

Maria La Barbera

Torino celebra Marisa Merz nel centenario della nascita

Una grande mostra diffusa al Castello di Rivoli, alla Fondazione Merz e alla GAM dal 29 ottobre prossimo al 4 aprile 2027

Il  castello di Rivoli Museo di Arte Contemporanea, Fondazione Merz, GAM, Galleria d’arte Moderna e Contemporanea  di Torino, si uniscono per collaborare a una mostra in tre atti che vuole celebrare il centenario della nascita di Marisa Merz. È  realizzata grazie al sostegno della Fondazione CRT e concepita per ripercorrere  l’eredità e l’opera dell’artista  nata a Torino il 23 maggio del 1926.
La mostra si intitola “Marisa Merz- La danza delle ore” e rappresenta uan retrospettiva senza precedenti e difficilmente replicabile nella sua profondità e completezza.
L’esposizione riunisce uno straordinario insieme  di lavori, di cui alcuni inediti, a testimonianza di una vita creativa  che continua ad essere fonte di ispirazione e riscoperta artistica in tutto il mondo.
I tre episodi della mostra consentono di approfondire aspetti diversi quali il processo creativo  e l’uso dei materiali, il tempo quotidiano come dimensione creativa e la casa come laboratorio alchemico, la nozione di spazio come luogo fisico e metafisico.
Nel complesso la mostra vuole rendere conto della continua evoluzione e trasformazione che l’artista ha messo in atto lungo tutta la sua esistenza,  dando vita ad un’opera sempre aperta.

La mostra al castello di Rivoli, curata da Francesco Manacorda e Marianna Vecellio, rappresenta l’occasione per ricostruire e riproporre al pubblico l’installazione “E il naufragar m’è dolce in questo mare”, importante progetto che Marisa presentò nel 1980 alla galleria torinese Tucci Russo per poi replicarla lo stesso anno alla 39esima Biennale delle Arti Visive di Venezia.
L’installazione è collocata nella Manica Lunga al terzo piano del Castello e sarà  il fulcro espositivo da cui si dirameranno temi e ricerche quali la tensione, la rivelazione dell’invisibile  e la capacità dell’artista di visualizzare visioni metafisiche, rivelando il reale oltre le sue apparenze sensibili. Inoltre  la mostra invita un gruppo di artiste che praticano e proseguono alcuni elementi della visione di Marisa a partecipare in una prospettiva aumentata. Tra loro Leonor Antunes di Lisbona, Micol Assaël di Roma, Beatrice Bonino di Torino, Miriam Cahn di Basilea, Tacita Dean di Canterbury, Lara Favaretto di Treviso e Solange Pessoa, brasiliana.
“La mostra al Castello – osservano Francesco Manacorda e Marianna Vecellio – pone l’accento sulla dimensione ambientale della pratica di Marisa Merz, dando vita ad un racconto  polifonico che parla del cielo e del volo, di universi paralleli  e della sfera lunare, spirituale, nonché femminile”.

La Fondazione Merz presenta, a cura di Beatrice Merz e Sébastien Delot, il lato più inatteso della ricerca dell’artista, attraverso una selezione di opere organizzate intorno all’idea di processo e trasformazione.
Tema centrale è  l’approccio di Marisa alla scelta e distribuzione dei materiali, insieme alla sua modalità del fare e comporre le opere, in un apparente disequilibrio che si rivela in un equilibrio preciso, capace di far emergere le potenzialità nascoste di oggetti e materie. Le opere, talvolta apparentemente effimere, nascono da un processo di evoluzione continua, costituito di variazioni sottili attraverso le quali l’artista si avvicina progressivamente all’essenza dei suoi soggetti”.
“La Fondazione Merz – affermano Beatrice Merz e Sébastien Delot – con questa mostra si configura come un luogo privilegiato dedicato all’inedito e alla ricerca della sperimentazione, uno spazio in cui il visitatore può accedere alla sfera più nascosta dell’artista, ai suoi pensieri germinali,  alle intuizioni e al dialogo silenzioso che accompagna la nascita delle opere. Quello che si rivela è  un linguaggio espressivo profondamente personale  in cui alto e basso, cultura colta e cultura popolare, pratiche artistiche e quotidiane si intrecciano per dar vita a opere sorprendenti, segnate da una forza sottile.

Alla GAM,  Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, verrà, invece, presentato il capitolo più intimo della mostra, curato da Chiara Bertola e Chiara Parisi. La lettura storica si focalizza sugli aspetti più quotidiani e domestici della ricerca di Marisa Merz. Il percorso espositivo prenderà avvio dal concetto di studio-casa- laboratorio, lo spazio generativo e trasformativo per eccellenza, in cui la dimensione dell’arte coincide con quella della vita. La mostra è l’occasione per restituire al pubblico, dopo un attento restauro del Centro di Conservazione e Restauro di Venaria, l’opera in collezione alla GAM dal titolo “Living Sculpture”, realizzata nel 1966.
“La mostra alla GAM – hanno dichiarato Chiara Bertola e Chiara Parisi, le curatrici – si configura come uno spazio intimo e accogliente, capace di evocare la dimensione domestica. Importanti opere storiche convivono con momenti di raccoglimento e introspezione, visualizzando processi creativi aperti e in continua evoluzione. Il percorso diventa, così, metafora del fare artistico che si nutre di relazioni e di tempo, in cui ogni elemento contribuisce alla creazione dell’opera.

“Il  centenario della nascita di Marisa Merz rappresenta un‘occasione straordinaria per celebrare una delle figure più autorevoli dell’arte contemporanea internazionale e, allo stesso tempo, per raccontare la capacità da parte del Piemonte di fare sistema – ha dichiarato l’Assessore alla Cultura della Regione Piemonte, Marina Chiarelli – Castello di Rivoli, Fondazione Merz e GAM  uniscono competenze, patrimonio e visione in un progetto culturale di altissimo profilo che conferma Torino e il Piemonte come punto di riferimento nel panorama artistico europeo. Investire nella cultura significa valorizzare la nostra identità, rafforzare l’attrattività del territorio e creare nuove opportunità di crescita, conoscenza e partecipazione per le comunità.  Marisa Merz appartiene alla storia dell’arte mondiale, ma le sue radici torinesi rappresentano  un patrimonio che il Piemonte  ha il dovere e l’orgoglio di custodire e promuovere”.
La presentazione ufficiale della mostra si è  svolta a Milano, nella sala Forum del Museo del Novecento, grazie alla generosa ospitalità dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano, con la moderazione di Gianfranco Maraniello, Direttore Area Musei d’Arte Moderna e Contemporanea  del Comune di Milano.

“Siamo particolarmente felici che tre importanti  istituzioni culturali torinesi abbiano scelto  Milano e il Museo del Novecento come sede di questa presentazione, che sottolinea la profonda vicinanza culturale tra due città protagoniste della scena artistica italiana ed europea. Sappiamo bene quanto il lavoro di Marisa Merz sia profondamente legato alla città di Torino ed alla stagione dell’Arte Povera, ma nello stesso tempo ci fa piacere ricordare  come il Museo del Novecento  conservi importanti testimonianze di quella esperienza artistica, frutto di acquisizioni realizzate tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, opere che il pubblico  oggi può ammirare all’interno del percorso museale. Il prossimo autunno il Museo del Novecento ospiterà una mostra prodotta nell’ambito del ciclo “Voci del Novecento” dedicata a Tommaso Trini, che fu tra i primi critici a intuire la portata innovativa di quella che sarebbe poi stata definita l’arte povera, ma anche uno degli osservatori più  attenti e sensibili del lavoro di Marisa Merz”.
La collaborazione tra le  istituzioni coinvolte conferma inoltre il ruolo strategico dell’asse culturale Torino- Milano nella valorizzazione dell’arte contemporanea e nella costruzione di progettualità condivise.
La mostra è in programma dal 29 ottobre 2026 al 4 aprile 2027 e si configura come una retrospettiva senza precedenti, con un nucleo straordinario di opere, diverse delle quali anche inedite.

Mara Martellotta

La Galleria d’arte Malinpensa by La Telaccia presenta Luisa Piccoli

Informazione promozionale

 

In corso Inghilterra 51, a Torino

Luisa Piccoli, nata a Bisceglie, in provincia di Bari, dopo l’Accademia di Belle Arti di Bari, ha avviato il suo percorso di pittrice, scultrice, scrittrice, poeta e scenografa, trascorrendo la sua vita fra Bisceglie, Udine e Vienna. Ha tenuto diverse mostre personali, collettive e partecipato a concorsi ricevendo un notevole successo di pubblico e di critica, tra i quali l’Expo d’Arte Internazionale di Innsbruck, la Biennale d’Arte Internazionale a Montecarlo e Arte Bergamo.

Le opere dell’artista Luisa Piccoli emergono da un linguaggio sensibile e attraversato da una luce autentica, capace di esprimere le fragilità e le profondità dell’animo umano. La sua ricerca visiva si distende in una figurazione carica di tensione poetica, per cui ogni elemento pare nascere da un’urgenza interiore e da una consapevolezza espressiva profondamente radicata. Si intrecciano nel suo percorso la dimensione individuale e quella collettiva, capaci di dare vita ad un racconto ricco di risonanze emotive. Le immagini non si limitano a mostrarsi, ma invitano lo spettatore a sostare, a interrogarsi, a cogliere ciò che si muove sotto la superficie: tracce di pensiero, frammenti di memoria, sussurri di senso che si propongono con sensibilità e delicatezza. Le sue opere pittoriche, realizzate con collage e tecnica mista, si distinguono per una resa cromatica e incisiva, e per una costruzione formale attenta, che accoglie materiali e segni in un equilibrio dinamico e vivo. Le figure dialogano tra loro con lo spazio, generando una tessitura visiva in cui ogni dettaglio contribuisce a un insieme vibrante e coerente. Attraverso questa visione, Luisa Piccoli costruisce un universo altamente personale, ricco di una spiritualità in cui emozioni e riflessioni si fondono. I soggetti sono riconoscibili o trasfigurati dal dolore e sono definiti da uno stile personale e identificabile, capace di comunicare con il fruitore mantenendo una dimensione aperta ed evocativa. L’arte di Luisa Piccoli è profondamente introspettiva, capace di tradurre il mondo interiore in immagini dal respiro universale, in cui si avvertono un ritmo costante e una dinamica che mantengono uniti realtà e interpretazione, esperienza e visione. Nel suo percorso artistico, l’indagine sull’esistenza umana e sul contesto sociale si accompagna a una continua esplorazione del sentimento, da cui scaturiscono opere che si fanno portatrici di messaggi essenziali legati alla pace, al dolore e alla possibilità di una connessione autentica. L’arte di Luisa Piccoli è ricca di coerenza espressiva e simbolica, sostenuta da una tecnica personale che rivela una piena conoscenza del mezzo e della propria interiorità. Le suo opere, sia pittoriche sia scultoree, si configurano come archivi ricchi di simboli, flussi ininterrotti di significato che, nel tempo, si intensificano, mantenendo intatto il loro potere evocativo.

Galleria d’arte Malinpensa by La Telaccia  – corso Inghilterra 51, Torino – 011 5628220 – info@latelaccia.it

Mara Martellotta

Cosa vedremo ad Artissima: le novità della XXXIII edizione

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Tornerà da venerdì 30 ottobre a domenica 1⁰ novembre  sotto la guida dello storico direttore Luigi Fassi

Artissima presenta la sua trentatreesima edizione della fiera, che si svolgerà da venerdì 30 ottobre a domenica 1 novembre prossimi per il quinto anno sotto la direzione di Luigi Fassi nel Padiglione OVAL di Lingotto Fiere.
Il tema di Artissima 2026 è  “Fancy: a Flexible Acrobatic Body”. Un titolo che nasce da un’ immagine della filosofa Martha C.Nussbaum per affermare che il linguaggio dell’arte, guidato dalla fancy, la proiezione in avanti della fantasia, possiede un corpo flessibile e acrobatico, capace di attraversare poeticamente complessità  e differenze e di avvicinarci alla pluralità di chi è altro da noi.
L’arte non si limita a dare forma a ciò che esiste, ma apre il campo a ciò che potrebbe esistere, diventando un’intelligenza pubblica cruciale, capace di  nutrire e arricchire le istituzioni democratiche di una comunità. Artissima incarna perfettamente questo esercizio dell’immaginazione e diventa incontro fisico, intenso, accelerato con le opere d’arte.

“Il tema di quest’anno – spiega il direttore di Artissima Luigi Fassi – racconta la qualità acrobatica della fancy, la forza proiettiva dell’immaginazione resa possibile dall’arte. Secondo Martha C. Nussbaum, la fancy è un linguaggio che va continuamente allenato, una facoltà capace di spingersi oltre l’evidenza, di trascendere l’oggetto e aprire uno sguardo più benevolo verso l’altro nelle nostre relazioni civiche, morali e politiche.
In questa capacità trasformativa risiede una delle funzioni più profonde dell’arte, modificare chi guarda, affinando la possibilità di riconoscersi nell’esperienza altrui. È  la forma stessa dell’arte, corporea, complessa, mobile, a guidarci verso questa apertura, in un esercizio democratico dello sguardo, che si oppone alla rigidità e alle chiusure, attraverso il movimento libero della fantasia.
Artissima è, da sempre, il luogo in cui il pensiero prende forma attraverso incontri inattesi, tra opere, corpi, idee e sensibilità differenti. Fancy pare allora una parola  capace di raccontare non solo l’energie dell’arte contemporanea, ma il movimento continuo della fiera stessa, il suo essere uno spazio vivo di sperimentazione, intuizione e scoperta”.
Artissima conferma il comitato di selezione 2026 delle gallerie partecipanti alle sezioni storiche, Main Section, Monologue/ Dialogue, New Entries e Art Editions, composto da galleristi internazionali.

Main Secton risulta la sezione dedicata alle gallerie più affermate sulla scena internazionale per offrire a collezionisti e pubblico una rassegna di altissima qualità. New Entries accoglie le gallerie internazionali emergenti più interessanti con meno di cinque anni di attività, alla loro prima partecipazione alla fiera. Monologue/ Dialogue è riservata alle gallerie emergenti che mostrino un approccio sperimentale e che intendano presentare uno stand monografico o il dialogo tra i lavori di due artisti. Art Editions rappresenta la sezione speciale dedicata alle gallerie e agli spazi non profit che presentano edizioni, stampe, multipli di artisti internazionali.

Per il terzo anno consecutivo Léon Kruijswijk, performance curator al Mudam di Lussemburgo , e Joel Valabrega, curatrice indipendente di Porto e Milano, saranno i curatori della sezione Present Future, quella dedicata ai talenti emergenti, che ospita progetti monografici con l’obiettivo di porre in risalto le nuove tendenze  che caratterizzano il panorama artistico internazionale. Jacopo Crivelli Visconti,  direttore della Albuquerque Foundation di Sintra e Heike Munder, curatrice indipendente e scrittrice di Zurigo, sono stati riconfermati per il terzo anno quali curatori di Back to the future, la sezione di Artissima che presenta progetti monografici di pionieri dell’arte contemporanea che, in momenti e luoghi diversi, tra gli anni 1930- 1990, hanno avuto il coraggio di opporsi a ciò che ritenevano sbagliato.
Per Disegni è  confermata la curatela per il quinto anno di Irina Zucca Alessandrelli , curatrice della collezione Romo di Milano e della Milano Drawing Week. La sezione, unica nelle fiere italiane dedicate al mezzo espressivo del disegno, presenta progetti concepiti come mostre personali capaci di valorizzare l’autenticità e l’autonomia dell’opera su carta.

Mara Martellotta