ARTE

La Fondazione Amendola dedica una personale a Francesco Casorati

Dal 17 settembre al 10 ottobre prossimi la Fondazione Amendola dedica un’importante mostra a Francesco Casorati, concludendo il progetto espositivo nato tra Vigone e Torre Pellice, intitolato “Una passione razional- geometrica incantata”.
Dopo il successo delle prime due edizioni dedicate a Piero Ruggeri e Marco Gastini, il progetto di valorizzazione dei grandi artisti torinesi, nato a Vigone e Torre Pellice, approda quest’anno a Torino alla Fondazione Giorgio Amendola con la mostra dal titolo “Francesco Casorati. Una passione razional- geometrica incantata”, curata da Francesco Poli e Luca Miotto, ospitata fino al 13 settembre tra Vigone e Torre Pellice, in provincia di Torino.
L’esposizione verrà inaugurata giovedì 17 settembre prossimo alle ore 18 e rappresenta la terza e conclusiva tappa del percorso avviato all’ex Chiesa del Gesù di Vigone e alla Galleria Civica Scroppo di Torre Pellice.

Il progetto è nato nel 2024 da un’idea dei sindaci Fabio Cerato di Vigone e Maurizia Allisio di Torre Pellice e prosegue il suo obiettivo di riscoprire e valorizzare figure centrali dell’arte torinese del secondo Novecento.
Il titolo della mostra “Una passione razional- geometrica incantata” riprende una felice definizione coniata da Italo Calvino nel 1962 per definire la ricerca artistica di Francesco Casorati, comprendente un linguaggio autonomo, distante tanto dal realismo quanto dall’astrattismo, caratterizzato da un equilibrio compositivo rigoroso e da un immaginario poetico, favolistico e quasi araldico.
L’allestimento torinese dialoga con le due sedi precedenti, proponendo, nella prima delle due sale della Fondazione, alcune opere storiche già esposte a Torre Pellice, accanto ai lavori più recenti e, nella seconda sala, una significativa selezione di incisioni, mai presentate nelle altre tappe del progetto.
La mostra rinnova inoltre il rapporto tra Francesco Casorati e la Fondazione Amendola, iniziato con ‘Pittura dipinta’ nel 2008  e proseguito con le esposizioni ‘L’impronta del maestro’ del 2022 e ‘Speranza e fermenti. Arte a Torino dopo il 1945’ del 2025.
La Fondazione si conferma così luogo di ricerca e valorizzazione dell’arte piemontese contemporanea.

Mara Martellotta

Un autunno di grandi mostre nei musei delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo

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Sarà un autunno di grandi mostre quello proposto dalle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo che, nelle quattro sedi, hanno registrato, nel primo semestre 2026, ben 434 mila visitatori, con un +4 % rispetto allo stesso periodo del 2025.
Nei quattro musei delle Gallerie d’Italia di Milano, Napoli, Torino e Vicenza verrà  proposto un programma espositivo articolato, capace di attraversare epoche, linguaggi e temi diversi, a partire dalla grande tradizione della pittura italiana alla fotografia, dall’arte contemporanea alla riflessione sull’arte e sui suoi cambiamenti.
Sono otto le nuove mostre che accompagneranno il pubblico tra l’autunno 2026 e i primi mesi del 2027, sette delle quali nelle quattro sedi delle Gallerie d’Italia e una alla Casa Museo dell’Antiquariato Ivan Bruschi di Arezzo, parte del patrimonio di Intesa Sanpaolo. Si tratta di un programma che intreccia ricerca scientifica, valorizzazione delle collezioni e nuove interpretazioni della storia dell’arte, con una particolare attenzione alla fotografia e alla produzione contemporanea.

Dal 1⁰ ottobre 2026 a Torino il programma autunnale si apre con la mostra intitolata “Luca Campigotto, Wandering Europe”, visitabile fino al 7 febbraio 2027 , esposizione curata da Walter Guadagnini  nell’ambito della rassegna “La grande fotografia italiana”, a cura di Roberto Koch.
Il progetto rende omaggio a uno dei protagonisti della fotografia italiana contemporanea,  la cui ricerca si è  sviluppata intorno al viaggio, alle città e ai paesaggi,  esplorati in tutto il mondo attraverso immagini a colore in bianco e nero. Su commissione di Intesa Sanpaolo, Campigotto ha intrapreso un percorso fotografico attraverso l’Europa, confrontandosi con la complessità e le contraddizioni del paesaggio contemporaneo; luoghi segnati dall’inquinamento  e dall’intervento umano convivono con paesaggi naturali ancora grandiosi e incontaminati, in un viaggio alla ricerca di una bellezza capace di comprendere anche il sentimento di meraviglia e di sdegno.
A partire dal 22 ottobre prossimo fino al 7 febbraio 2027 le Gallerie d’Italia di Torino presenteranno una personale dedicata all’artista russo-americana Anastasia Samoylova Harbour, curata da Emanuela Mazzonis.
Questa artista risulta tra le voci più autorevoli  della fotografia contemporanea, sviluppa una nuova ricerca dedicata alle città d’acqua europee e alle trasformazioni del loro paesaggio. Genova, Venezia, Rotterdam, Marsiglia, Lisbona, Atene, Istanbul saranno al centro di un progetto commissionato da Intesa Sanpaolo, che affronta il rapporto tra comunità,  turismo e ambiente e le crescenti fragilità legate alla crisi climatica. Il progetto si inserisce nel percorso di ricerca dell’artista, già al centro di FloodZone, dedicato alle conseguenze dell’innalzamento del livello del mare.

Mara Martellotta

La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

Oltre Torino. Storie, miti, leggende del torinese dimenticato.

Torino e lacqua

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce.

Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere lacqua. Lacqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, lacqua come elemento essenziale per la sopravvivenza delpianeta e di tutto lecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

1. Torino e i suoi fiumi

2. La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

3. La Fontana Angelica tra bellezza e magia

4. La Fontana dellAiuola Balbo e il Risorgimento

5. La Fontana Nereide e lantichità ritrovata

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

7. La Fontana Luminosa di Italia 61 in ricordo dellUnità dItalia

8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta lacqua

10. Il Toret  piccolo, verde simbolo di Torino

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

Alla fine della classica vasca in centro, dopo essere riemersi dal bagno di folla di via Garibaldi, si arriva in uno dei luoghi piùdiscussi di Torino: Piazza Statuto.

Questa è una delle piazze più conosciute della città, lultima delle grandi aree risalenti al  periodo risorgimentale della capitale sabauda, ed è caratterizzata da eleganti portici che la percorrono lungo tutto il perimetro.

Ha una forma allungata e da essa si dipartono molte strade: via Luigi Cibrario, via San Donato, corso Francia, (che in epoca romana era il tratto iniziale della strada per le Gallie), e via Garibaldi, antico decumanus maximus  della colonia romana Julia Augusta Taurinorum, già conosciuta come via Dora Grossa.

Al tempo degli antichi romani tutta la parte occidentale del castrum del quadrilatero romano veniva usata come necropoli e molto probabilmente  anche come luogo di esecuzioni.

Allinterno della piazza, dedicato allimponente lavoro del traforo del Cenisio-Frejus, vi è il monumento realizzato da Luigi  Bellinel 1879 e solennemente inaugurato  il 26 ottobre dello stesso anno. Sullalta piramide sono poste grosse pietre provenienti dagli scavi del traforo, sulle quali si posano corpi di titani abbattuti in marmo chiaro e, proprio sulla sommità, il genio alato della scienza, con una stella a cinque punte sulla fronte, poi rimossa nel 2013. Lopera è unallegoria del trionfo della ragione sulla forza bruta, riflesso dello spirito positivista dellepoca in cui fu realizzato. Tuttavia nella tradizione popolare a questo significato originario se ne sovrappone un altro, quello secondo cui il monumento celebrerebbe  le sofferenze patite dai minatori per realizzare lopera.

Non è solo per la bellezza architettonica però che Piazza Statuto è ricercata, soprattutto dagli appassionati di magia e mistero, infatti, nel contesto delle leggende esoteriche, essa è nota come uno dei vertici del triangolo della magia nera. Lepicentro dellenergia maligna sarebbe individuato proprio là dove si erge il monumento al traforo, alla sommità del quale, per alcuni, non si troverebbe langelo della scienza, ma Lucifero in persona. Secondo altre ipotesi, invece, lepicentro coinciderebbe con lastrolabio del piccolo obelisco poco distante. In realtà lobelisco fu eretto nel 1808 su un punto geodetico, in ricordo di un calcolo trigonometrico del 1760 sulla lunghezza di una porzione di meridiano terrestre (il gradus taurinensis), eseguito insieme ad altri punti geografici nei comuni piemontesi di Rivoli, Andrate e Mondovì.

Il Diavolo quindi terrebbe le ali spiegate proprio sul vertice del triangolo nero, collegando Torino con Londra e San Francisco, due città altrettanto ricche di misteri e anche scenari di delitti efferati. La leggenda che vede collegate queste tre città è una delle più conosciute al mondo, eppure tra tutti i luoghi chiamati in causa, Torino rimane quello più interessante, in quanto unica cittàad essere divisa a metà: il capoluogo è infatti anche vertice del così detto triangolo bianco, che si formerebbe con Praga e Lione. Non crea meraviglia tra gli appassionati del settore che proprio qui siano venuti in visita personaggi come Nostradamus, Fulcanelli, e Paracelso e non sorprende unaltra delle numerosissime leggende, secondo cui tutti coloro che hanno poteri occulti e divinatori debbano recarsi a Torino per omaggiare il Grande Vecchio, personaggio assai misterioso che risiederebbe tra le colline torinesi.

Al centro della piazza, presso la fontana, vi è laccesso che conduce al sistema fognario, che qui ha il suo snodo principale. Anche questo preciso elemento favorì il crearsi di leggende e credenze che vogliono la piazza come fulcro della magia nera e come altra ipotesi per quel che riguarda lampio discorso sulle tre presunte grotte alchemiche che sarebbero presenti in città

Impossibile dunque rimanere indifferenti davanti alle infinite suggestioni di una città bellissima, malinconica e romantica, ricca di arte e di cultura, ma anche di misteri. 

È così che si passeggia per questa città, sempre sospesi tra luce e ombra, sempre distratti, mentre magari qualcuno ci osserva, tra la folla, da sotto le fognature oppure dallalto, con le ali spiegate e un sorriso ermetico scolpito sul volto.

 

Alessia Cagnotto

Torino, un autunno di mostre. Ecco quelle di GAM e MAO

Al MAO si inaugura ad ottobre una personale dedicata all’artista cinese Song Dong. Alla GAM l’installazione dell’Intruso è di Giuseppe Caccavale

GAM e MAO, Museo di Arte Orientale, inaugurano la stagione artistica autunnale con due progetti che si protrarranno nel 2027.

‘Intruso’ della Quinta Risonanza, invitato a instaurare un dialogo con il patrimonio della GAM, dal 29 ottobre prossimo e visitabile fino al 4 aprile 2027, è  “Nell’Oltretempo”, il progetto che vede Giuseppe Caccavale instaurare un dialogo con il patrimonio della GAM.
L’artista, insieme alle curatrici Chiara Bertola e Virginia Lupo, ha esplorato i ricchissimi depositi del museo, selezionando un nucleo di gessi e alcuni dipinti dedicati al paesaggio montano, con particolare rilievo alle montagne che disegnano il rilievo di Torino.
L’intervento di Caccavale concepito per lo Spazio del Contemporaneo si svilupperà direttamente sulle pareti attraverso uno spolvero, tecnica ricorrente nella sua pratica, che trasferisce la scrittura per mezzo della polvere e del contatto, evocando la fragilità e la persistenza della traccia. L’opera muraria avvolge lo spazio espositivo, creando un ambiente  in cui si inseriranno le opere selezionate del deposito.
Sempre per quanto riguarda le mostre della Fondazione Torino Musei, al MAO, Museo di Arte Orientale, dal 23 ottobre prossimo al 27 giugno 2027, verrà presentata la mostra intitolata “Song Dong. Soul Out”, la prima personale in Italia dedicata all’artista Song Dong, nato a Pechino nel 1966 e curata da Davide Quadrio e da Lì Zhenhua, con Francesca Filisetti e Rebecca Ricci.
L’esposizione è  concepita come un progetto site-specific che coinvolge l’intero museo, trasformandolo in un dispositivo narrativo le cui opere di Song Dong dialogano con le collezioni permanenti e con l’architettura storica di Palazzo Mazzonis. Riunendo alcune delle installazioni più iconiche dell’artista, insieme ad un archivio di fotografie  e video di performance realizzate dagli anni Novanta ad oggi, la mostra ripercorre oltre trent’anni di lavoro di Song Dong, mettendo in luce una pratica capace di intrecciare  esperienza individuale e storia collettiva, memoria privata e trasformazioni sociali, restituendo al contempo uno sguardo sulla Cina contemporanea.

In occasione poi di Artissima , si inaugurerà sabato 31 ottobre la quarta edizione di ‘Declinazioni Contemporanee’, il programma di residenze e commissioni site-specific che invita artisti contemporanei a interpretare, rileggere, valorizzare il patrimonio museale del MAO, calato nel presente per individuare connessioni e significati inerenti tra culture e epoche diverse. Gli artisti coinvolti nell’edizione di quest’anno sono Draint Zeneli, Gala Porras -Kim, Elif  Uras e Dayanita Singh.

Mara Martellotta

“Nel regno dei Fiori Giganti” Romano Gazzera a 120 anni dalla nascita

A Palazzo Lascaris una mostra dal titolo “Nel regno dei fiori giganti” porta alla riscoperta dell’artista Romano Gazzera (1906-1995) a centoventi  anni dalla nascita.
L’esposizione è  promossa dalla Fondazione Gazzera, in collaborazione con il Consiglio regionale del Piemonte e curata da Giulia Caffaro. È in programma dal 30 luglio al 10 ottobre prossimo.
La mostra, che riunisce ventisette opere, ha lo scopo di valorizzare il percorso artistico di Romano Gazzera, caposcuola della pittura Neo Floreale piemontese e autore di una ricerca figurativa che trova nei Fiori Giganti il suo nucleo più riconoscibile.
Tra gli elementi distintivi dell’iniziativa vi è  una particolare attenzione all’accessibilità, sviluppata tramite strumenti e linguaggi  differenti, contenuti audio e video, installazioni olfattive ispirate ai fiori rappresentati nelle opere, pannelli visivo-tattili realizzati in collaborazione con l’Unione Italiana Ciechi e Ipovedenti e un allestimento privo di barriere architettoniche.
La mostra si estende inoltre al di là degli spazi di palazzo Lascaris, attraverso un percorso urbano diffuso che porterà i Fiori Giganti nel cuore di Torino.  Installazioni monumentali ispirate alle opere di Romano Gazzera saranno collocate presso diverse istituzioni culturali della città come invito, per cittadini e visitatori, a dialogare, con l’artista anche nello spazio pubblico.

Mostra “Romano Gazzera. Nel regno dei fiori giganti” a cura di Giulia Cuffaro
Dal 30 luglio al 10 ottobre 2026
Palazzo Lascaris, galleria Spagnuolo, via Alfieri 15, Torino

Mara Martellotta

2026_07_30 conferenza stampa di presentazione della mostra Romano Gazzera. nella foto da sx: Giorgio Gagna Presidente della Fondazione Gazzera, Davide Nicco Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte, il consigliere regionale Fabio Carosso e Giulia Caffaro curatrice della mostra

“Davide Toffolo, Parola di Pasolini”

Il pensiero e l’eterna “inquietudine” dell’indimenticato regista bolognese, friulano per scelta, rivivono nei “fumetti” di Toffolo al “Forte di Bard”

Fino all’8 novembre 2026

Bard (Aosta)

Una “contestazione vivente”. L’incarnazione di un “pensiero libero e scomodo” che, a tutt’oggi, non ha smesso di correre e beffarsi del tempo, pur oltre i cinquant’anni trascorsi dai fatti (ancora oggi avvolti nella rete del mistero) che all’“Idroscalo” di Ostia strapparono la vita (nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975) all’“eterno” Pier Paolo Pasolini. “Eterno” di certo per Davide Toffolo (in arte “El Tofo”) friulano di Pordenone, classe 1965, noto (e per davvero bravo!) fumettista, nonché cantautore e chitarrista frontman (i due ruoli convivono e interagiscono alla perfezione) del gruppo musicale dal nome, per la verità un tantino inquietante, dei “Tre Allegri Ragazzi Morti”. La passione di Toffolo per Pasolini ha radici ben profonde e lui stesso definisce il suo rapporto con l’opera pasoliniana come “l’incontro poetico più importante” della sua vita artistica e personale. Tanto da dedicare nel 2022 a colui che sicuramente è stato uno dei più raffinati intellettuali del Novecento, un “graphic novel” dal titolo “Intervista a Pasolini” (“Biblioteca dell’Immagine”), ripubblicato di recente nel maggio del 2026 da “Sergio Bonelli” con il semplice titolo di “Pasolini”, arricchito e riproposto in chiave rinnovata e contemporanea ed oggi considerato un’opera fondamentale nella storia del “graphic novel” italiano.

Ed è proprio qui, intorno agli “ambigui” e anche un po’ “inquietanti” contenuti di “Pasolini” che s’incentra la mostra “Davide Toffolo, Parola di Pasolini” ospitata al valdostano “Forte di Bard” (in collaborazione con l’Associazione Culturale pordenonese “Suazes”fino a domenica 8 novembre, a cura di Paola Bristot e Marco Minuz, con la partecipazione diretta dell’autore che in essa espone opere come diretta “riflessione” su alcuni concetti e ideali pasoliniani – espressi con grande lucidità e profondità intellettuale – ancor oggi di grande, incontestata attualità. In mostra, nelle Sale dell’“Opera Mortai”, troviamo  un centinaio di tavole originali, disegni, collage, fotografie, documenti e materiali legati all’opera e alla produzione pasoliniana, “che restituiscono la natura stratificata e profondamente poetica del progetto artistico di Toffolo”: un’intensa, singolarissima “fiction” ruotante intorno al pretesto narrativo di un incontro con un enigmatico, mitomane personaggio che sostiene di essere “Pier Paolo Pasolini” e che totalmente “sfugge alla linearità biografica e a qualsiasi intento didascalico”. Quanto  emerge è un itinerario nei luoghi, nelle parole e nelle ossessioni pasoliniane (le stesse di Toffolo “un soldato pieno di ferite”, come egli stesso si autodefinisce in “Graphic Novel is Dead” la sua autobiografia in 140 tavole, pubblicata da “Rizzoli” nel 2014): un meditato, e totalmente fatto proprio, itinerario, in cui “poesia, cinema, politica, borghesia, corpo e memoria si intrecciano in una dimensione sospesa tra realtà e visione”.

Il viaggio di Toffolo inizia da Versuta, frazione di Casarsa della Delizia, paese natale (e per Pasolini “luogo dell’anima”)  della madre del regista, Susanna Colussi insegnante elementare, dove si erano rifugiati negli anni della seconda guerra mondiale, per poi toccare Bologna, dov’era nato nel 1922 e formato e laureato, quindi nel ‘50 Roma, centrale per la sua attività di romanziere e regista, per poi toccare l’Etna e Grado, dove il regista girò le scene rispettivamente di “Porcile” e di “Medea” (opere entrambe del 1969) per concludersi a Madrid (città in cui Pasolini fu spesso celebrato con mostre ed eventi culturali organizzati dell’“Istituto Italiano di Cultura”), di fronte al quadro “La fucina di Vulcano” di Velasquez dove lo stesso Pasolini asseriva di vedersi raffigurato. Primo obiettivo di Toffolo: restituire, anche attraverso situazioni sospese tra reale e surreale, tutta l’attualità e la forza, viva ancor oggi, della filosofia e dell’etica pasoliniana. Che il pubblico riscoprirà nelle tavole del “romanzo grafico”, così come nell’“installazione-collage” appositamente eseguita per la mostra al “Forte” o attraverso i “volti” di Pasolini opera dei più importanti fotografi italiani, come pure nei fotogrammi delle scene di “La terra vista dalla Luna” (episodio del film “Le streghe” del 1967), il cui storyboard fu disegnato a fumetti dallo stesso Pasolini.

A completare la mostra una “video-intervista” a Pasolini, realizzata dalla videomaker pordenonese (di Valvasone, luogo pasoliniano, di quelli “dell’anima”Annapaola Martin, dove Davide Toffolo racconta il suo rapporto “vero” con il regista e lo sviluppo “in chiave di finta narrazione” del progetto espositivo. Che incamera le teorie pasoliniane, per farle proprie, ma libere di spiccare il volo. E quanto allora cadono a fagiolo le famose parole di Totò (che meraviglia di recitazione!) in “Uccellacci e uccellini” (1966): “I maestri – sogghignava il Principe De Curtis o “principe della risata” – sono fatti per essere mangiati”! A Toffolo piacendo. Com’è certo che sia!

Gianni Milani

“Davide Toffolo, Parola di Pasolini. Fumetti, disegni, collage”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino all’8 novembre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Davide Toffolo “Pasolini”, china su carta, 2002; “Collage”, 2026; “Disegno”, 2026; “Pasolini”, china su carta, 2002

Dessì, Gallo e Nunzio protagonisti a San Sicario alla Galleria Benappi

La stagione estiva della galleria Umberto Benappi di Sansicario prosegue con la mostra dedicata alla Scuola di San Lorenzo, a Gianni Dessì, Giuseppe Gallo e a Nunzio.
L’esposizione, che si avvale del supporto creativo di Riccardo Pietrantonio, rimarrà aperta dal 14 agosto al 27 settembre prossimo, dal martedì alla domenica, nelle fasce orarie 10-13 e 16-19.
I tre maestri in mostra rappresentano le figure centrali della cosiddetta Scuola di San Lorenzo, esperienza artistica nata a Roma tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, nell’omonimo quartiere  e formatasi intorno all’ex pastificio Cerere.
I tre artisti, pur sviluppando linguaggi autonomi e profondamente riconoscibili, condividono una ricerca capace di restituire centralità alla pittura, alla scultura, alla materia e al gesto, in dialogo con la memoria della tradizione e la sensibilità contemporanea.
Questi tre artisti, che si riconducono alla nuova stagione della Scuola Romana, hanno contribuito al rinnovamento dell’arte italiana, attraverso una pratica capace di coniugare rigore formale, intensità poetica e sperimentazione.
La mostra mette in luce le affinità e le differenze dei loro percorsi, offrendo al pubblico un’occasione per riscoprire una delle esperienze più significative dell’arte italiana contemporanea.

Gianni Dessì, nato a Roma nel 1955, compie una ricerca che si concentra sul rapporto tra pittura, spazio e materia, sviluppando un linguaggio in cui il quadro supera i propri confini tradizionali e dialoga con l’ambiente circostante. Molti dei suoi dipinti, infatti, non rimangono costretti entro i limiti della tela, ma si estendono oltre, invadono le pareti che li accolgono e sono parte di un processo di trasformazione che espande l’opera in uno spazio altro.
Attraverso l’uso di materiali diversi, superfici tridimensionali e interventi installativi, l’artista esplora temi come la memoria, il tempo e la percezione.
La sua arte si distingue per la continua sperimentazione formale e forza espressiva, dando vita ad opere che invitano lo spettatore a un’esperienza visiva e sensoriale.

Un linguaggio profondamente personale contraddistingue l’artista Giuseppe Gallo, nato a Rogliano, in provincia di Cosenza  nel 1954. Nella sua arte pittura, scultura e disegno dialogano attraverso un mondo di simboli, forme organiche e riferimenti alla natura, al mito, alla storia dell’arte. La libertà compositiva si accompagna al rigore compositivo, dando vita a opere in cui segni, immagini e colori si intrecciano in una riflessione poetica sulla memoria, sul tempo e sui processi di trasformazione. La sua capacità artistica consiste nel trasformare elementi del mondo naturale in un immaginario evocativo, che si apre a molteplici livelli di lettura.

Nunzio, originario di Cagnano Amiterno, in provincia di L’Aquila nel 1954, si può considerare uno tra i maggiori protagonisti della scultura italiana contemporanea. La sua ricerca si concentra sulle qualità espressive della materia, privilegiando materiali come il legno bruciato, il piombo e il gesso, capaci di diventare protagonisti di forme essenziali e potenti. Le sue opere instaurano un equilibrio delicato tra peso e leggerezza, presenza e vuoto, rivelando una concezione dell’opinione come luogo di intensa esperienza percettiva e spirituale. L’artista utilizza un linguaggio sobrio e rigoroso e conferisce alla materia una forte tensione poetica, evocando temi di memoria, trasformazione e tempo.

Galleria Umberto Benappi, Via Clos de la Mais C 13 Sansicario Alto, Cesana

Mara Martellotta

Pietro Micca, nel bronzo la storia di un eroe popolare

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Nel 1863, dopo un primo e vano tentativo di fusione della statua, il fonditore francese Pietro Couturier portò a termine l’incarico assegnatogli; il Consiglio Comunale scelse quindi di innalzare la statua poco lontano dal luogo stesso dove un secolo e mezzo prima era successo il fatto, cioè di fronte al Mastio della Cittadella il quale, in onore dell’evento, venne opportunamente restaurato a carico del Ministero della Guerra

Il monumento è collocato all’angolo tra via Cernaia e corso Galileo Ferraris, nel giardino dedicato ad Andrea Guglielminetti. La statua ritrae Pietro Micca, posto sulla sommità di un alto basamento modanato, in posizione eretta con la divisa degli artiglieri presumibilmente nell’atto fiero e consapevole che precede lo scoppio delle polveri. Infatti, mentre nella mano destra tiene la miccia, la sinistra è serrata a pugno quasi a voler enfatizzare, unitamente alla tensione della leggera torsione, il momento decisivo che precede l’innesco delle polveri (in riferimento all’episodio eroico che lo rese celebre).

 

Pietro Micca nacque a Sagliano il 6 marzo 1677 da una famiglia dalle origini modeste. Arruolato come soldato-minatore nell’esercito del Ducato di Savoia, è storicamente ricordato per l’episodio di eroismo durante il quale perse la vita al fine di permettere alla città di Torino di resistere all’assedio del 1706, durante la guerra di successione spagnola.La tradizione narra che la notte tra il 29 ed il 30 agosto 1706 (e cioè durante il pieno assedio di Torino da pare dell’esercito francese) alcune forze nemiche entrarono in una delle gallerie sotterranee della Cittadella, uccidendo le sentinelle e cercando di sfondare una delle porte che conducevano all’interno. Pietro Micca, che era conosciuto con il soprannome di passepartout, decise (una volta capito che lui ed il suo commilitone non avrebbero resistito per molto) di far scoppiare della polvere da sparo allo scopo di provocare il crollo della galleria e non consentire il passaggio alle truppe nemiche. Non potendo utilizzare una miccia lunga perché avrebbe impiegato troppo tempo per far esplodere le polveri, Micca decise di impiegare una miccia corta, conscio del rischio che avrebbe corso. Fece allontanare il suo compagno con una frase che sarebbe diventata storica “Alzati, che sei più lungo d’una giornata senza pane” e senza esitare diede fuoco alle polveri.

Morì travolto dall’esplosione mentre cercava di mettersi in salvo correndo lungo la scala che portava al cunicolo sottostante; era il 30 agosto del 1706.Il gesto eroico del minatore-soldato sarà riconosciuto in seguito durante tutto il Risorgimento come autentico simbolo di patriottismo popolare, sino ad essere ricordato ai giorni nostri.L’idea di celebrare con un monumento l’eroe popolare, nacque già nel 1837 dal Re Carlo Alberto alla morte dell’ultimo discendente maschile del soldato ‘salvatore’ della Città. Modellato dallo scultore Giuseppe Bogliani, il busto di Pietro Micca (rigorosamente in bronzo) ritraeva l’eroe con il capo coronato di gramigna con accanto una Minerva-guerriera seduta con una corona di quercia. Il monumento però non sembrava rispondere completamente al concetto di popolare riconoscenza con cui si sarebbe voluto ricordare Pietro Micca e così venne per così dire abbandonato all’interno dell’ Arsenale di Torino. Dopo circa vent’anni, nel 1857, da parte di uno scultore dell’Accademia Albertina di Belle Arti, Giuseppe Cassano, venne ripresa l’idea di ritrarre Pietro Micca.

Il Consiglio comunale, in seduta del 29 maggio 1858, approvò l’iniziativa ed il Re Vittorio Emanuele II espresse il desiderio che la statua del Micca venisse realizzata in bronzo ed eseguita nelle fonderie dell’Arsenale. In momenti differenti il Parlamento stanziò per il monumento L. 15.000 con le quali vennero pagate le sole spese di fusione; unitamente la sottoscrizione pubblica stanziò L. 2.200 (appena utili al rimborso dello scultore Cassano), L. 7.700 a Pietro Giani per la realizzazione del piedistallo e L. 2.000 per la posa in opera, arrivando così ad un costo totale di L. 26.900.

Nel 1863, dopo un primo e vano tentativo di fusione della statua, il fonditore francese Pietro Couturier portò a termine l’incarico assegnatogli; il Consiglio Comunale scelse quindi di innalzare la statua poco lontano dal luogo stesso dove un secolo e mezzo prima era successo il fatto, cioè di fronte al Mastio della Cittadella il quale, in onore dell’evento, venne opportunamente restaurato a carico del Ministero della Guerra. La sera del 4 giugno 1864 venne finalmente inaugurato il monumento ad onorare il gesto eroico del soldato-minatore di Sagliano.L’importanza dell’impresa di Pietro Micca è celebrata anche nel Museo che porta il suo nome, luogo dove è esposto il monumento a Pietro Micca del Bogliani del 1836.

 

Ed anche per questa volta la nostra “passeggiata con il naso all’insù” termina qui. Ci rivediamo per il prossimo appuntamento con Torino e le sue meravigliose opere.

 

Simona Pili Stella

Maglione, dove i muri “narrano” di arte e pittura

Maglione è un piccolo borgo rurale sulle colline moreniche del basso Canavese, a meno di venti chilometri da  Ivrea e distante  poco più del doppio da Torino

 

 Il nome, si dice, deriverebbe da “malhones” , il cui significato richiama i vigneti che producono le uve del bianco Erbaluce. Le poche centinaia di abitanti di Maglione vivono praticamente sul confine con il vercellese, a pochi passi da Moncrivello e nelle vicinanze di Borgo d’Ale e Cigliano.

Un paese tranquillo, silenzioso dove – da più di trent’anni – si può visitare il  M.A.C.A.M, acronimo che sta per Museo d’arte contemporanea all’aperto di Maglione. Dalla mappa si ricava un percorso di visita “en plein air”, ammirando ben 167 opere di importanti artisti  che, dalla piazza XX° settembre – davanti alla chiesa parrocchiale, dove campeggia una scultura di Giò Pomodoro – accompagnano i visitatori lungo le vie del paese. In questo straordinario museo a cielo aperto s’incontra una proposta di opere d’arte contemporanea di diverse tendenze e di indubbio livello culturale. E tutto senza pagare un biglietto d’ingresso per la visita e senza l’assillo dell’orario di apertura o chiusura, considerato il fatto che le opere sono esposte sui muri delle case e negli spazi pubblici del centro abitato. Ideato nel 1985 dall’ingegno eclettico e talentuoso di Maurizio Corgnati, regista e uomo di grande cultura – noto anche per essere stato l’ex-marito della rossa “pantera di Goro”, la cantante Milva – il Macam è un museo del tutto singolare. Corgnati, ritiratosi nella sua casa di Maglione, dov’era nato il primo agosto del 1917, invitò, anno dopo anno, molti artisti italiani e stranieri affinché dipingessero le loro opere sulle pareti esterne delle case messe disposizione dai proprietari o installassero sculture nelle piazze di Maglione. Nel corso degli anni prese forma una straordinaria mescolanza tra stili e scuole diverse, affiancando la tradizione pittorica alle avanguardie più innovative. Si disegnò un percorso di grande fascino, accostando artisti come Mauro Chessa, Giò Pomodoro, Ugo Nespolo , Armando Testa,  Eugenio Comencini e Francesco Tabusso con altri meno noti, ma non meno interessanti. Tra le sculture spicca anche il monumento al contadino “vittima ignorata di tutte le guerre e di tutte le paci”, costruito da Pietro Gilardi con l’aiuto degli anziani coltivatori di Maglione, utilizzando vecchi  aratri e attrezzi della civiltà rurale. Maurizio Corgnati, che amava definirsi “un buon giocatore di scopa e un grande cuoco” , oltre ad essere amico di Calvino, Fruttero e Lucentini e tanti altri protagonisti del mondo della cultura, riuscì nel suo intento di  far crescere quest’ associazione “senza fine di lucro con operatività indirizzata alla diffusione e promozione dell’arte contemporanea”. Gli artisti accettarono di buon grado la proposta di creare gratuitamente le opere murali ,trovandosi a Maglione sul finire di settembre, nel periodo dei festeggiamenti del patrono, San Maurizio. Un evento battezzato “Paese vecchio, pittura nuova” che , fino a quando Corgnati era in vita, veniva concluso con una grande cena, preparata dallo stesso regista per  “ripagare i pittori e trascorrere qualche ora in buona compagnia”. Del resto, frequentando il piccolo borgo cavanesano, gli artisti compresero fin dall’inizio lo spirito di questa iniziativa,”priva di risvolti commerciali e basata esclusivamente sull’amore per l’arte, ritrovando l’autentico piacere di stare insieme e “produrre” cultura per tutti. Questa tradizione dura ancora oggi, mantenendo vivo il ricordo e la volontà di Maurizio Corgnati che, in conclusione, definiva così la sua “creatura”: “Ecco il perché di questo museo a Maglione: i bambini di un tempo sono cresciuti in mezzo a immagini piene di mucche, pecore, ruscelli, nani, conigli e fate; i bambini futuri di Maglione avranno occhi pieni di queste immagini che stanno sui muri delle loro case“.

Marco Travaglini

 

(foto: emozionincanavese.it)

Torino tra architettura e pittura. Filippo Juvarra

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Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7 I Sei di Torino
8 Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)

1) Filippo Juvarra

Ribadisco il concetto che l’arte vada insegnata nel modo più concreto possibile, invitando i ragazzi a guardare le architetture dal vivo -nel limite del possibile ovviamente- e non solo sulle pagine dei libri o attraverso la LIM, convincendoli a toccare colori e materiali, e se anche se ci si sporca un po’ non è un problema. È così che mi piacerebbe poter spiegare alle mie classi il “Barocco”, portando i ragazzi a passeggiare per le vie del centro, fermandoci a commentare e a chiacchierare tra piazza Castello e Piazza Vittorio, desidererei poterli condurre alla Palazzina di Caccia di Stupinigi o alla Basilica di Superga, rendendo loro lo studio un’esperienza concreta e trasformando delle nozioni prettamente storico-artistiche in un autentico ricordo di vita.

Sono consapevole di quanto sia utopico il mio pensiero, non solo per la drammatica situazione pandemica che pone ovvi divieti e limitazioni alle nostre abitudini quotidiane, ma anche perché il tempo scolastico pare trascorrere a ritmi insostenibili, le lezioni si susseguono e le ore non sono mai abbastanza per stare al passo con i programmi ministeriali. Non mi dilungo poi su quanto sia diventato complicato a livello burocratico organizzare attività sia dentro che fuori le aule.
Facciamo un gioco, facciamo finta che quanto appena premesso non sia del tutto vero, e fingiamo di poter organizzare un tour della Torino barocca. Prima di tutto occorre mettere in evidenza la personalità che più di tutte ha contribuito alla trasformazione dell’aspetto del capoluogo piemontese, si tratta di Filippo Juvarra, nato a Messina in una famiglia di orafi e cesellatori, è stato scenografo, disegnatore e architetto, la sua formazione è stata decisamente “pratica”, volta a migliorare le qualità tecniche artigianali.
Filippo Juvarra, (1678-1736), arriva a Torino nei primi anni del Settecento. Quando l’architetto messinese mette piede nel territorio si trova circondato da cantieri, lavori di ammodernamento e di ristrutturazione urbanistica, tutti interventi volti a rendere la città esteticamente degna del ruolo di capitale che le era stato decretato da Emanuele Filiberto nel 1563. In questo senso era risultato essenziale il contributo di Guarino Guarini, al servizio dei Savoia a partire dalla seconda metà del Seicento; all’architetto si deve infatti l’edificazione di vari edifici, tra cui la chiesa di San Lorenzo e la realizzazione della Cappella della Sacra Sindone.

E’ tuttavia con Juvarra che la città acquista effettivamente un nuovo aspetto, degno delle idee innovative che investono il Settecento.
Nel 1714 Vittorio Amedeo II di Savoia chiama a suo servizio l’artchitetto siciliano e lo nomina “primo architetto del re”, grazie a questo titolo Juvarra ottiene immediata visibilità all’interno dell’ambiente artistico e la sua ben più che meritata fama viene riconosciuta in poco tempo anche in territori stranieri. Egli infatti intraprende molti viaggi durante la sua vita, lavorando in Austria, Portogallo, Londra, Parigi e Madrid, città in cui morì improvvisamente nel 1736.
La sua formazione avviene prevalentemente a Roma, dove frequenta lo studio di Carlo Fontana e ha l’occasione di studiare dal vivo le opere classiche, rinascimentali e barocche, soffermandosi soprattutto sugli esempi di Michelangelo, come attestano i numerosi schizzi sui quali era solito appuntare le sue osservazioni. A Roma Juvarra esordisce anche in qualità di scenografo, come attestano i fondali che egli realizza per il teatrino del cardinale Ottoboni, al cui circolo arcadico era strettamente legato. I fogli juvarriani del periodo romano evidenziano i suoi molteplici interessi: progetti per architetture e apparati effimeri, capricci scenografici e vedute equiparabili a quelle del Vanvitelli, con cui in effetti Juvarra era entrato in contatto.
Juvarra esercita la sua opera come architetto soprattutto in Piemonte, più precisamente a Torino e dintorni. Egli non solo progetta chiese e residenze reali ma si occupa anche di riorganizzare interi quartieri periferici; lavora sullo spazio urbano e si conforma ai dettami dell’urbanistica torinese, riuscendo tuttavia a creare nuovi punti focali, quali i “Quartieri Militari” nei pressi di porta Susa, la facciata principale di Palazzo Madama (che di conseguenza rinnova anche l’aspetto di Piazza Castello), le chiese di San Filippo Neri, Sant’Agnese del Carmine, e, soprattutto, la Basilica di Superga, che si erge sulla collina e determina un nuovo confine visivo della città. Decisamente degni di nota sono anche i suoi interventi extraurbani, come dimostrano i nuclei architettonici nei pressi di Venaria, Rivoli e Stupinigi.

Tutte le sue costruzioni si inseriscono nell’ambiente in modo armonioso e studiato, ogni cantiere viene soprinteso con rigorosissimo controllo dallo steso architetto messinese; per ogni progetto egli recupera sapientemente il proprio ricco bagaglio culturale, riuscendo di volta in volta a riplasmare e innovare i modelli di riferimento in senso moderno e suggestivo, secondo una razionalità e una sensibilità del tutto settecentesche.
Continuiamo il gioco e immaginiamo di poterci fisicamente spostare per il territorio alla ricerca delle realizzazioni architettoniche di Juvarra. Partiamo da Palazzo Madama: per la ristrutturazione di tale edificio Juvarra parte da modelli francesi, (fronte posteriore di Versailles), e romani, (palazzo Barberini), e arriva però a una soluzione originale: conferisce unità alla parete grazie all’utilizzo di un unico ordine corinzio sopra l’alto basamento a bugnato piatto e sottolinea la zona centrale dell’ingresso con colonne aggettanti e lesene plasticamente decorate. Il palazzo, classicheggiante nella netta spartizione degli elementi, risulta settecentesco nelle ampie finestre attraverso le quali una ricca luce illumina adeguatamente i vani interni. Nella realizzazione dello scalone d’onore, opera unica nel suo genere, Juvarra fa invece affidamento alla sua esperienza teatrale: lo spazio che la gradinata marmorea occupa è uno spazio scenografico. La struttura si presenta di grande impatto visivo ma al contempo è calibrata e misurata, le decorazioni, segnate da delicati stucchi a forma di conchiglie e ghirlande floreali, aderiscono alla scalinata e si amalgamano all’architettura, rendendo più incisivo l’effetto della luce che trapassa le vetrate.

Immaginiamo ora di prendere un pullman e di allontanarci dei rumori della città. La nostra direzione è la verdeggiante collina torinese, dove ci aspetta uno dei simboli della città subalpina. La Basilica di Superga, edificata tra il 1717 e il 1731, svolge una duplice funzione, essa è sia mausoleo della famiglia Savoia, sia edificio celebrativo dedicato alla vittoria ottenuta contro l’esercito francese nel 1706. L’edificio svetta su un’altura, la posizione è tipica dei santuari tardobarocchi, soprattutto di area tedesca. L’impianto centralizzato con pronao ricorda il Pantheon, la cupola inquadrata da campanili borrominiani, invece, si ispira a Michelangelo. Nonostante i modelli di riferimento, sono del tutto assenti quelle tensioni tipiche del Buonarroti o dell’arte barocca: il nucleo centrale ottagonale si dilata nello spazio definito dal perimetro circolare del cilindro esterno, perno di tutto l’edificio; da qui si protendono con uguale lunghezza il pronao arioso e le due ali simmetriche su cui si innestano i campanili. Quest’ultima parte è in realtà la facciata del monastero addossato alla chiesa che su uno dei lati corti fa corpo con essa. L’edificio si estende nello spazio e asseconda l’andamento della collina, e diventa un nuovo e interessante punto di osservazione per chi si trova a guardare verso le alture torinesi.
Impossibile non ricordare la tragedia di Superga, avvenuta il 4 maggio 1949, alle ore 17.03, quando l’aereo su cui viaggiava il Grande Torino si schiantò contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica, provocando trentuno vittime. Certi luoghi assorbono tristezza e per quanto siano architettonicamente belli, rimangono velati di malinconia e accoramento. Sempre rimanendo sul nostro iniziale filone dell’ipotetico tour scolastico, immagino che mi sarei allontanata dalla Basilica riferendo ai miei allievi una certa superstizione: meglio non visitare la chiesa in compagnia della propria metà, pare infatti che porti sfortuna alla coppietta innamorata.
Saliamo sul nostro pullman e dirigiamoci ora verso un’altra meta.

Nella Palazzina di Caccia di Stupinigi (1729-1733), troviamo un oscillamento tra la tradizione francese e la pianta italiana a forma di stella. Qui ritorna il motivo della rotonda, ma da essa fuoriescono quattro bracci a formare una croce di sant’Andrea, schema su cui Juvarra medita fin dagli anni giovanili. Il nucleo centrale e centralizzato costituisce il punto focale di un disegno vasto e articolato: esso è preceduto da una corte d’onore dal perimetro mistilineo, che si innesta nell’ambiente naturale e per gradi conduce fino al palazzetto vero e proprio; lungo il perimetro della corte d’accesso si dispongono le costruzioni dedicate ai servizi. L’impianto del grande salone richiama precedenti illustri, ma il tutto è trasfigurato in senso rococò, grazie ai ricchi stucchi, alle elaborate pitture, agli arredi e al particolare cadere della luce sui dettagli preziosi delle decorazioni artistiche e artigianali. La muratura esterna è scandita da una successione di lesene piatte nettamente profilate. Tutta la struttura della Palazzina risulta raffinata e in studiato rapporto dialettico con la natura che la circonda; le numerose finestre che si trovano su tutto il perimetro contribuiscono a dare un senso di generale leggerezza, controbilanciando l’impatto visivo dato dalle dimensioni imponenti dell’edificio.
Siamo alla fine del nostro gioco immaginato e ci manca ancora una meta per terminare la lezione sul Barocco.

Le chiese juvarriane presentano soluzioni architettoniche originali, soprattutto la chiesa del Carmine (1732-1735), dove le alte gallerie aperte sopra le cappelle si rifanno ad uno stile nordico e medievale. In queso edificio (che si trova in via del Carmine angolo via Bligny) l’impianto tradizionale a navata unica con cappelle lungo i lati è rinnovato dalla riduzione del muro delimitante la navata a una ossatura essenziale di alti pilastri di ribattutta e dalla sapiente modulazione della luce che, piovendo dall’alto fra i pilastri, si diffonde nella navata e nelle cappelle. Lo storico dell’arte Cesare Brandi così descrive l’elaborata chiesa del Carmine: “L’invenzione appare così una felice contaminazione coll’architettura del teatro e aggiunge un segreto senso di festa e di leggerezza all’ardita struttura della chiesa che solo nella volta, appunto a somiglianza di un teatro, ha una superficie unita, e quasi un velario teso sugli arredi delle grandi pilastrate.”
Ecco, il tour fantastico è terminato, e così anche l’articolo che concretamente sto scrivendo: come nelle favole realtà e immaginazione si mescolano, si sovrappongono e si uniscono, in una sorta di “kuklos” che alla fine fa quadrare tutto.
D’altronde sognare è gratis. Per ora.

Alessia Cagnotto