ARTE

“Unity, Hope and Peace”, al Museo MIIT l’arte di maestri provenienti da Paesi lontani

Scambi artistico-culturali con musei, fondazioni, gallerie pubbliche e private di tutto il mondo per valorizzare e far conoscere in Italia e a Torino l’arte e gli stili di maestri provenienti da Paesi lontani. Questo è il progetto della mostra intitolata “Unity, Hope and Peace”, che si svolgerà presso il Museo MIIT Museo Internazionale Italia Arte dal 15 al 31 luglio 2026. Una mostra internazionale come nella migliore tradizione del Museo diretto da Guido Folco, nata dalla collaborazione con l’artista montenegrina Fadilja Çunmulaj Kajosevic, residente negli Stati Uniti d’America e presente nell’esposizione con una selezione importante di opere. La mostra presenta stili e linguaggi che raccontano percorsi artistici, culturali e di tradizioni differenti ma eterogenei, che permettono al pubblico di scoprire un universo artistico in continuo sviluppo, trasformazione e movimento.

Verranno esposte opere di Wafa Abdulaziz (Arabia Saudita), Akshita Lad (Emirati Arabi Uniti), Blerina Kraja (Canada), Pramila Giria (India), Snjezana Mayer (Croazia), Sidita Islami e Anila Hetoja (Albania), Jalldeze Mustafa (Kosovo) e Melissa Hin, oltre alla già citata Fadilja Çunmulaj Kajosevic, dagli Stati Uniti. In mostra, non solo opere dedicate alla figura femminile, ma anche un percorso emozionale che trova, nell’astrazione e nella scomposizione della forma, elementi profondi per esprimere sensazioni e interiorità. La mostra collettiva è accompagnata da selezioni personali finalizzate a comprendere e ad addentrarsi nel mondo creativo delle artiste.

“Unity, Hope and Peace” – Museo MIIT Museo Internazionale Italia Arte, corso Cairoli 4 – Torino

Dal 15 al 31 luglio 2026 – inaugurazione mercoledì 15 luglio alle ore 18

Orari visite: dal martedì al sabato 15.30-19.30

Info: 011 8129776 / 334 3135903 – www.italiaarte.it – info@italiaarte.it

Mara Martellotta

Per il monumento ai Cavalieri il Canonica lavorò gratis

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Il monumento venne inaugurato, alla presenza di Re Vittorio Emanuele III, il 21 maggio del 1923, con una carosello storico, parate dei militari e delle associazioni. Nel 1937, per fare spazio all’opera dedicata ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, la statua venne spostata sul lato destro di Palazzo Madama, dove è situata ancora oggi

 

Ed eccoci nuovamente giunti al nostro consueto appuntamento con Torino e le sue meravigliose opere. Cari amici lettori e lettrici, oggi andremo alla scoperta di uno dei monumenti presenti in una delle piazze più “frequentate” della città: sto parlando di Piazza Castello e del monumento ai Cavalieri d’Italia. (Essepiesse)

 

 

La statua è collocata in Piazza Castello sul lato destro di Palazzo Madama, rivolta verso via Lagrange. Il monumento rappresenta un soldato a cavallo su un piedistallo di granito,che poggia su un basamento a gradoni. Il cavaliere dall’aria vigile, scruta l’orizzonte volgendo lo sguardo alla sua destra mentre con il fucile in spalla, con una mano tiene le redini e con l’altra uno stendardo; la posa del destriero e del suo cavaliere è rilassata, lontana dalle immagini stereotipate di nobili cavalieri che caricano al galoppo. Di contorno al basamento vi sono una serie di alto rilievi con fregi militari.

 

Con il termine Cavalleria si è soliti indicare le unità militari montate a cavallo. Essa ebbe origini molto antiche, venne infatti da sempre impiegata per l’esplorazione dei territori, per azioni in battaglia dove venisse richiesta molta mobilità e velocità nell’attacco e fu anche strategicamente determinante in alcune battaglie. In seguito cominciò ad evidenziare i suoi limiti con il perfezionamento delle armi da fuoco e l’avvento dei treni e degli autoveicoli.

Riformata all’interno dell’Esercito Sardo sin dal 1850, la Cavalleria venne impiegata con l’esercito francese prima in Crimea ed in seguito contro gli Austriaci, ai confini della Lombardia all’inizio della II Guerra di Indipendenza. L’ Arma si conquistò così la fiducia e la stima degli alleati francesi. I Reggimenti combatterono, guadagnando numerose medaglie al Valor Militare, sia a Montebello che successivamente a Palestro e Borgo Vercelli; le battaglie più famose di questa guerra, quella di Solferino e di San Martino (alle porte del Veneto), si combattono con i francesi impegnati a Solferino e i sardo-piemontesi a S. Martino. Dopo il 1861, il Regio Esercito Sardo divenne Esercito Italiano e negli anni seguenti, tutto l’esercito venne riformato e uniformato. La Cavalleria, a partire dagli anni ’70, venne impiegata in Africa, dove furono formati Reggimenti di Cavalleria indigena, ed anche nella guerra italo-turca del 1911-1912.

In seguito il primo conflitto mondiale impose alla Cavalleria l’abbandono del cavallo in modo da adeguarsi alla guerra di posizione, in trincea, dove reticolati e mitragliatrici rendevano impossibile l’uso dell’animale. Verso la fine del conflitto però, la Cavalleria venne nuovamente rimessa in sella: nel 1917 fu impiegata a protezione delle forze che ripiegavano sul Piave, dopo la sconfitta di Caporetto. Verso la fine della Prima guerra mondiale, la II Brigata di Cavalleria coprì la ritirata della II e della III Armata, comandata dal generale Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, ed il 16 giugno 1918 fermò il nemico sul Piave. Questa data fu così importante per gli esiti del conflitto mondiale, che ancora oggi viene celebrata come festa della Cavalleria.

Per ricordare e onorare il valore dell’Arma, nel 1922 a Roma si istituì il Comitato generale per le onoranze ai Cavalieri d’Italia con l’intento di elevare un monumento equestre. Pochi giorni dopo il comitato, presieduto dal Re e dal senatore Filippo Colonna, propose alla Città di Torino di collocare l’opera in piazza Castello, dove era già ricordato il soldato dell’Esercito Sardo; questa proposta venne accolta con orgoglio ed onore dalla Giunta e dal Consiglio Comunale. La realizzazione del monumento venne affidata a Pietro Canonica che si offrì di lavorare gratuitamente, mentre il bronzo (materiale utilizzato per la costruzione dell’opera) fu offerto dal Ministero della Guerra.

Il monumento venne inaugurato, alla presenza di Re Vittorio Emanuele III, il 21 maggio del 1923, con una carosello storico, parate dei militari e delle associazioni. Nel 1937, per fare spazio all’opera dedicata ad Emanuele Filiberto Duca d’Aosta, la statua venne spostata sul lato destro di Palazzo Madama, dove è situata ancora oggi. Nel 2008 il monumento ai Cavalieri d’Italia è stato restaurato ed il lavoro di pulitura del bronzo ha riportato finalmente alla luce l’originaria colorazione tendente al verde, una patina data come finitura dallo stesso scultore Canonica.

 

Simona Pili Stella

Il re “galantuomo” guarda Torino dall’alto

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Vittorio Emanuele II, nel corso del tempo, coadiuvato dal primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour, portò a compimento il Risorgimento nazionale e il processo di unificazione italiana. Per questi avvenimenti viene indicato come “Il Padre della Patria”

Situato proprio nell’intersezione tra corso Vittorio Emanuele II e corso Galileo Ferraris, la statua che vede come protagonista re Vittorio Emanuele II, si eleva sopra un’area quadrata ad angoli smussati su cui poggia il basamento rivestito da blocchi e lastroni di granito della Balma. Tale basamento si compone di due serie di gradini la cui seconda è interrotta, in corrispondenza degli angoli, da quattro blocchi prismatici su cui sono scolpite le date a ricordo delle guerre per l’Unità d’ Italia: 1848-1859-1866-1870. Questi blocchi fungono a loro volta da sostegno alle quattro aquile in bronzo sostenenti gli stemmi sabaudi.

Sopra le due serie suddette di gradini si eleva il piedistallo sul cui attico stanno,in posizione seduta, quattro grandi statue in bronzo di figure allegoriche tra cui la Pace, la Libertà, l’Indipendenza e l’ Unità (molto dubbia la quarta figura allegorica). Le quattro statue trovano a loro volta appoggio fra i vani delle quattro colonne in stile dorico di granito rosso che sostengono, superiormente, una trabeazione completa con architrave, fregio, triglifi e cornice; sopra questa trabeazione è disteso il grande tappeto in bronzo sul quale si eleva la grande statua del Re.Vittorio Emanuele II è raffigurato in piedi e a testa scoperta: lo sguardo fiero, solenne, rivolto lontano con nella mano sinistra una spada in atto di vigorosa fermezza.

 

Primogenito di Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna, e di Maria Teresa d’Asburgo-Toscana, Vittorio Emanuele II di Savoia nacque a Torino (precisamente a Palazzo Carignano) il 14 marzo 1820. Va curiosamente fatto presente che alcuni storici moderni hanno dato credito all’ipotesi, data la scarsa somiglianza con i genitori e in base ad altre vicende, che Vittorio Emanuele non fosse il vero figlio della coppia reale, bensì un bimbo d’origine popolana sostituito al vero primogenito di Carlo Alberto morto, ancora in fasce, in un incendio nella residenza del nonno a Firenze. La maggior parte degli storici invece esprime dubbi sull’autenticità della vicenda e la confina nell’ambito del pettegolezzo facendo perdere qualsiasi credibilità all’ipotesi dello scambio.

Ultimo re di Sardegna (dal 1849 al 1861) e primo re d’Italia (dal 1861 al 1878), fu anche Principe di Piemonte, Duca di Savoia e Duca di Genova.Dopo la sconfitta di Novara e l’abdicazione di Carlo Alberto, si iniziò a definire Vittorio Emanuele II il re galantuomo o re gentiluomo (appellativo con cui è ricordato ancora oggi), che animato da sentimenti patriottici e per la difesa delle libertà costituzionali si oppose fieramente alle richieste di abolire lo Statuto albertino. Nel corso del tempo, coadiuvato dal primo ministro Camillo Benso Conte di Cavour, portò a compimento il Risorgimento nazionale e il processo di unificazione italiana. Per questi avvenimenti viene indicato come “Il Padre della Patria”.

Vittorio Emanuele II morì improvvisamente, a causa di una polmonite, il 9 gennaio del 1878 all’età di cinquantasette anni. La sua morte suscitò il profondo cordoglio sia della borghesia colta e politicizzata (che aveva partecipato all’avventura risorgimentale), sia dell’esercito di cui il “Re Galantuomo” era stato il capo pragmatico e largamente amato. Con cinque guerre combattute, ventinove anni di regno e uno stato unificato alle spalle, Vittorio Emanuele II fu il simbolo aggregante del Risorgimento italiano, in un paese ancora troppo fragile per sopportare il vuoto istituzionale venutosi a creare con la sua scomparsa.

Il monumento in suo onore fu voluto direttamente da Umberto I che, per riparare alla mancata sepoltura della salma del padre nella basilica di Superga a favore del Pantheon di Roma, comunicò, in una lettera indirizzata alla cittadinanza, l’intenzione di affidare “alla religiosa devozione” dei torinesi “i segni del valore” che il Re aveva conquistato “combattendo per l’unità e l’indipendenza della patria”. Nella stessa lettera Umberto I espresse il desiderio di erigere un monumento che eternasse la memoria del Primo Re d’Italia stanziando, per tale iniziativa, la cospicua somma di un milione di lire.

Venne subito istituita una Commissione tecnica incaricata di promuovere varie iniziative tra cui stilare il Programma di Concorso per il Monumento al “primo re”; il 28 marzo del 1879 la Commissione tecnica, incaricata di esaminare i progetti presentati al concorso, decreta vincitore lo scultore Pietro Costa. Tale decisione suscitò tuttavia, numerose polemiche che si conclusero con una petizione sottoscritta da cinquantadue firme dei maggiori rappresentanti delle Accademie di Belle Arti d’Italia che appoggiarono completamente la scelta della Commissione.

Ma se in meno di diciotto mesi si chiuse l’itinerario che aveva portato alla scelta del progetto, la fase successiva, quella della costruzione, durò circa vent’anni tra disguidi, ripicche e liti che finirono in tribunale. Il 23 novembre del 1896, a quattordici anni di distanza dalla stipula del contratto, Costa scrisse al Sindaco di Torino per giustificarsi dall’accusa “d’essere pigro e negligente” oltreché fortemente in ritardo nella consegna del monumento;nonostante ciò l’artista venne condannato al risarcimento dei danni per inadempienza contrattuale.

Il 15 gennaio del 1898, finalmente la città di Torino entrò in possesso del monumento. Ultimato per le parti bronzee dall’ Officine Costruzione d’Artiglieria di Torino e dall’ ingegnere Prinetti, il monumento venne inaugurato il 9 settembre del 1899 alla presenza dei sovrani, delle autorità cittadine dei principali comuni italiani, nonché degli esponenti della politica nazionale, dell’esercito e dei veterani del 1848. Ci furono tre giorni di festeggiamenti durante i quali Torino ritornò ad essere patriottica e risorgimentale, quasi nostalgica di essere stata (un tempo) capitale d’Italia.

Per quanto riguarda il luogo di collocazione del monumento, va fatto presente che la scelta di posizionarlo nel centro del piazzale, sull’incontro del corso consacrato a Vittorio Emanuele II e corso Siccardi (oggi corso Galileo Ferraris), è stato frutto della Commissione per un ricordo storico nazionale al re “gentiluomo”. L’area circostante il monumento era, nella seconda metà dell’ottocento, una zona in espansione a tipologia residenziale, pronta a recepire gli spunti di una volontà politica che mirava ad attirare a sé il ceto dei notabili e la piccola borghesia emergente. L’operato della Commissione rientrava nell’ambito di quella politica nazionale di costruzione del mito di Vittorio Emanuele II che, facendo ricorso ad attività di propaganda e di educazione “per fare gli italiani” (come disse D’Azeglio), intervenne anche in opere di rimaneggiamento degli spazi urbani e cambiamenti della toponomastica.

Oggi, la statua del Re, sovrasta ancora i tetti delle case dei torinesi dominando con lo sguardo tutto l’arco alpino fino alla magnifica Superga. 

(Foto: il Torinese)

Simona Pili stella

L’Arazzo di Bayeux torna a Londra, i legami con il Piemonte

Ci sono alcuni legami indiretti tra il famoso Arazzo di Bayeux dell’XI secolo e il Piemonte anche se non esiste un collegamento diretto e documentato. Qualche punto di contatto si può però trovare. Perché ne parliamo? Intanto perché è un’opera storica e grandiosa, 70 metri di ricamo di lana su lino che narrano la conquista dell’Inghilterra da parte del Duca normanno Guglielmo il Conquistatore nel 1066, la celebre battaglia di Hastings contro il re inglese Harold, una delle pagine più importanti della storia inglese. Cinquantotto scene, oltre 600 personaggi, una trentina di imbarcazioni e più di 200 cavalli, scene di guerra e cerimonie di corte, con abbigliamenti e costumi dell’epoca. È attualmente custodito in un luogo segreto della città normanna perché la sua vera sede, il Museo locale, è chiuso per lavori di ristrutturazione.
Ma la notizia è un’altra: dopo quasi 1000 anni il Bayeux Tapestry torna nel Regno Unito, al British Museum, per una mostra eccezionale, visitabile da settembre 2026 a luglio 2027. E si potrà vedere come finora non si è mai visto, disteso per intero, in posizione orizzontale, in una vetrina appositamente progettata. Ma c’è anche una domanda che inquieta storici dell’arte e servizi segreti…riuscirà ad attraversare il Canale della Manica e uscirne indenne? Già nel 2021 alcuni scienziati avevano segnalato lo stato di fragilità dell’opera, ritenuta troppo delicata per essere trasferita. Un danno non sarebbe riparabile. Per la preziosa tappezzeria medievale (forse rivestiva le pareti del refettorio di un monastero) è stata stipulata una folle assicurazione di 800 milioni di sterline, poco più di 900 milioni di euro. Quell’opera d’arte, forse realizzata a Canterbury, resta un oggetto di pregevolezza inestimabile che racconta l’XI secolo. Nel secolo successivo i Normanni ebbero rapporti molto stretti con i Savoia che poi avrebbero governato il Piemonte. La dinastia dei Savoia faceva parte della stessa rete aristocratica europea che comprendeva anche i Normanni che transitavano spesso per i valichi alpini e visitavano l’abbazia della Sacra di San Michele. L’arazzo onora la cavalleria feudale con cavalieri, cavalli, armi e stendardi, una cultura cavalleresca medievale che si diffuse presto anche nell’area piemontese.                                           Filippo Re
nelle fotografie l’Arazzo nel Museo di Bayeux e scene della battaglia di Hastings (1066)

Torna al Museo MIIT l’amato appuntamento con Lady Oscar

Dal 12 al 31 luglio, presso il Museo MIIT di corso Cairoli 4, a Torino, torna per il quarto anno consecutivo l’appuntamento con la mostra dal titolo “Una rosa a Torino. Omaggio a Lady Oscar”, nata dalla collaborazione con il progetto di aggregazione artisti del mondo no profit “Virtual Art Workshop Social Group”, la scrittrice di libri fantasy Elena Romanello e i membri in costume dell’Associazione di volontariato no profit “Le tenere piume ETS-OdV”

La mostra aprirà domenica 12 luglio alle ore 15.30, al fine di poter includere nella stessa gli anniversari della morte dei personaggi principali, ovvero Andrè Grandier (12 luglio) e Oscar François des Jarjeyes (13 luglio), oltre alla ricorrenza legata alla Presa della Bastiglia, datata 14 luglio 1789.

Martedì 14 luglio è prevista la conferenza di Elena Romanello, alle ore 15.30, momento in cui esporrà al pubblico le sue nuove uscite editoriali e le pubblicazioni presenti in mostra.
L’Inaugurazione dell’evento, invece, si svolgerà il giorno seguente, a partire dalle 17.30, alla presenza della scrittrice Elena Romanello e di tutti i partners, degli artisti e di alcuni membri della commissione artistica, per illustrare le sue ultime pubblicazioni. L’evento sarà accompagnato dalle presentazioni di altri scrittori provenienti da tutta Italia e presenti in live conference.
In contemporanea, negli altri spazi del Museo MIIT, saranno inaugurate le personali di alcuni artisti internazionali.
Sabato 18 luglio, dalle ore 15.30, avverrà la proiezione del fan film “Due destini travolti dalla Rivoluzione”, a cura della compagnia teatrale “ I giocolieri delle stelle”, proveniente da Viareggio e rappresentata dal regista Yatta. Un altro evento riguarderà la “Giornata Cosplay” insieme ai membri del direttivo e volontari dell’Associazione *LE TENERE PIUME ETS-ODV*, che accompagneranno i visitatori per tutta la mostra.

Gli artisti in esposizione provengono da tutto il Paese e dall’estero. Tra gli altri, sono presenti Silvia Belleri, Chiuto, Susanna Dore, Nikolett Juhas, Lady Rotsuko, Francesco Larghi, Alice Martin, Mkajitsuno, Gabriele Montagnani, Vania Perale, Angela Rossetti, Thabita Sakamaki, Sota, Christian Tarricone, Thesavior e Patrizia Venanzi.

Sono previste, nel periodo della mostra, varie giornate di performance gratuite curate dagli artisti partecipanti. Durante l’esposizione è prevista l’assegnazione di alcuni premi artistici con conferimento da parte del Museo MIIT e del Comitato Scientifico Internazionale.

Tutti i partecipanti riceveranno Attestato di Merito Artistico, patrocinato da vari Partners e da ITALIA ARTE Editore e MUSEO MIIT – https://www.museomiit.it/

Info: la mostra è visitabile dal martedì al sabato con INGRESSO LIBERO dalle
15.30 alle 19.30 fino al 31 luglio.

Gradito, ma non obbligatorio, l’abbigliamento in cosplay.

“Una rosa a Torino. Omaggio a Lady Oscar” – dal 12 al 31 luglio 2026 presso il Museo MIIT di corso Cairoli 4, a Torino

Orari visite: da martedì a sabato 15.30-19.30 –  011 8129776 / 3343135903

Mara Martellotta

Duecentomila Lire per Alfonso Ferrero della Marmora in piazza Bodoni

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Alla scoperta dei monumenti di Torino / Il monumento equestre si erge fiero ed imponente nel centro della piazza. Il generale Alfonso Ferrero della Marmora viene rappresentato con indosso la sua divisa militare, il mantello sulle spalle ed il capo calzato di feluca voltato verso sinistra, mentre è in sella ad un elegante cavallo con la zampa sinistra sollevata in segno di forza ed autorevolezza

Eccoci di nuovo pronti ad accompagnare i nostri lettori alla scoperta delle meravigliose opere d’arte presenti a Torino. Oggi vogliamo soffermarci sulle maestosità equestri, prendendo come soggetto della nostra usuale passeggiata “con il naso all’insù”, il monumento dedicato ad Alfonso Ferrero della Marmora. (Essepiesse)

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Il monumento equestre si erge fiero ed imponente nel centro di Piazza Bodoni. Il generale Alfonso Ferrero della Marmora viene rappresentato con indosso la sua divisa militare, il mantello sulle spalle ed il capo calzato di feluca voltato verso sinistra, mentre è in sella ad un elegante cavallo con la zampa sinistra sollevata in segno di forza ed autorevolezza. Il generale ha gli stivali infilati nelle staffe e mentre con la mano sinistra stringe le briglie, con la destra impugna la spada puntandola in avanti, di fianco alla gamba. La statua poggia su un piedistallo lapideo quadrangolare arricchito da importanti volute angolari e ornato con elementi in bronzo, foglie d’acanto e teste di leone. Nel gennaio 1878 morì a Firenze Alfonso Ferrero della Marmora, tenente generale e comandante dell’esercito, ministro della Guerra nei governi Pinelli, Gioberti, D’Azeglio e Cavour, governatore di Milano, prefetto di Napoli nel 1861 e primo ministro a Torino dal 1864 al 1866. Due giorni dopo la città di Torino, con una delibera della Giunta, decise di rendere onore alla memoria del generale erigendogli un monumento pubblico, mettendo a disposizione 20.000 lire e aprendo una sottoscrizione di ampiezza nazionale. 

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Il proposito era quello di realizzare un’opera di particolare rilevanza sia dal punto di vista artistico che dimensionale, un “Monumento Nazionale” per l’appunto, il cui costo fu stimato intorno alle 200.000 lire. Al finanziamento dell’opera partecipò anche il capitano Luigi Chiala, deputato al Parlamento e amico intimo di La Marmora, che inviò le 9.011 lire ricavate dalla vendita delle sue memorie, intitolate “Ricordi della giovinezza di Alfonso La Marmora” e “Commemorazione di Alfonso La Marmora”. La raccolta di fondi, nonostante la notevole partecipazione, riscontrò una notevole difficoltà nel raggiungere la cifra necessaria, tanto che il Municipio di Torino dovette mantenere aperta la sottoscrizione per ben dodici anni. Visto l’evolversi della situazione il marchese Tommaso della Marmora, nipote del generale e suo erede, preoccupato per il protrarsi dei tempi e per l’insufficienza dei fondi fino ad allora disponibili (nel 1890, anno della chiusura della sottoscrizione, si era raccolta la cifra di 73.639 lire) propose alla città di occuparsi direttamente della realizzazione dell’opera, integrando la somma raccolta con capitali propri. Tale proposito, che evidentemente aveva in mente da qualche tempo, l’aveva portato ad affidare il disegno del bozzetto di “una statua equestre in bronzo, grande circa due volte il vero, con proporzionato piedistallo” al conte Stanislao Grimaldi, aiutante in campo del generale e Regio disegnatore del re Vittorio Emanuele II che, si presume, portò a compimento l’opera senza ricevere alcun compenso. Nell’ottobre del 1886 Tommaso della Marmora, in accordo con lo scultore Grimaldi, propose al Municipio di collocare la statua al centro della nuova piazza Bodoni. Su richiesta del Sindaco di Torino, nel 1889 il Ministero della Guerra venne coinvolto nella realizzazione dell’opera equestre, rendendosi disponibile a fornire il bronzo necessario; la fusione del monumento venne eseguita nel 1891 nel Regio Arsenale di Torino, a spese del Ministero.Per la protezione del monumento si ebbe l’idea di realizzare una cancellata su disegno dell’Ing. Lorenzo Rivetti, già ideatore dell’elegante piedistallo su cui poggia la statua, ma fotografie di Mario Gabinio del 1924, testimoniano invece la presenza di una delimitazione costituita da catene poggianti su pilastrini in pietra, che venne in seguito rimossa. 

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Finalmente il 25 ottobre 1891, alla presenza di numerose autorità politiche, civili e militari, venne inaugurata l’opera dedicata a Alfonso Ferrero della Marmora; per l’occasione il Municipio di Torino “vestì a festa” piazza Bodoni addobbando i balconi delle case, allestendo alcuni palchi e studiando una “illuminazione straordinaria”.Va ricordato e fatto notare che il monumento a La Marmora è l’unico monumento equestre, presente a Torino, dedicato ad un militare e uomo politico. Per quanto riguarda un piccolo accenno alla piazza che ospita l’opera, va ricordato che Piazza Bodoni (inserita nel cosiddetto Borgo Nuovo), ha origini ottocentesche ed è stata realizzata frammentariamente nel corso di oltre un secolo. Il primo intervento edilizio risale al primo decennio dell’Ottocento ma, per giungere alla conformazione attuale della piazza, bisognerà attendere fino al 1928, anno nel quale venne realizzato l’edificio che accoglie l’Istituto Musicale Giuseppe Verdi, diventato dal 1936 Conservatorio di Stato.Nel 2002 piazza Bodoni è stata interessata da un intervento di riqualificazione: è stata pedonalizzata e ripavimentata con lastre in pietra poste secondo un disegno a cerchi concentrici che hanno come fulcro il monumento a Alfonso Ferrero della Marmora.

 

 

Simona Pili Stella

(Foto: www.museotorino.it)

 

Maddalena, Marta, Anna, Giacomo Le storie dei Santi a Ranverso

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso (TO)

 

Domenica 12 luglio, ore 15

 

 

Un percorso guidato tra gli affreschi per scoprire le vicende dei santi celebrati nel mese di luglio attraverso immagini, simboli e tradizioni dell’immaginario medievale

 

 

Le storie dei santi prendono forma negli affreschi della Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso, dove arte e devozione si intrecciano in un percorso dedicato alle figure di Maddalena, Marta, Anna e Giacomo. Domenica 12 luglio l’appuntamento “Luglio è il mese del racconto” propone una visita guidata che conduce il pubblico alla scoperta delle vicende di quattro protagonisti della tradizione cristiana, celebrati dal calendario liturgico nel corso del mese.

L’iniziativa accompagna i visitatori in un racconto costruito attraverso le immagini conservate nella Precettoria. Gli affreschi diventano il punto di partenza per ripercorrere episodi, leggende e attributi iconografici che hanno contribuito a definire la devozione popolare e l’immaginario medievale, offrendo una nuova chiave di lettura del patrimonio artistico del complesso. Il percorso mette in relazione le opere con le storie dei santi, evidenziando come la pittura fosse uno strumento capace di trasmettere racconti, valori e significati a un pubblico che, nel Medioevo, trovava nelle immagini una delle principali forme di conoscenza e di narrazione.

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Domenica 12 luglio 2026, ore 15

Luglio è il mese del racconto

Costo della visita: 7 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietto di ingresso: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

Prenotazione obbligatoria entro il giorno precedente

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

 

Il “Forte” atterra di nuovo a Milano Malpensa

Rinnovata la collaborazione tra SEA Aeroporti e il valdostano “Forte di Bard”. Allo “Scalo Milano-Malpensa”, la mostra “Magnum America”

Fino a domenica 4 ottobre

Bard (Aosta)

E’ stata rinnovata nei giorni scorsi la collaborazione tra “SEA – Aeroporti” (la Società che gestisce il sistema aeroportuale milanese, compresi l’Aeroporto di “Milano Malpensa” e “Milano Linate”) e il valdostano “Forte di Bard”. Accordo concretamente siglato da un prezioso “cadeau-prestito”, da parte dell’ottocentesca “Fortezza” sabauda – sempre più “Polo Culturale” d’eccellenza per quanto riguarda eventi espositivi di assoluta rilevanza – che permetterà all’estate di “Milano Malpensa” di proporsi quale suggestiva location espositiva dedicata, fino alla prossima domenica 4 ottobre, alla grande fotografia internazionale. Presso lo Spazio “Art Hub”, al mezzanino “Food Court” del “Terminal 1”, è stata infatti inaugurata, martedì 7 luglio scorso, la mostra fotografica “Magnum America”, Progetto prodotto, sotto la curatela della critica d’arte tedesca Andréa Holzherr, dal “Forte” valdostano e da “Magnum Photos – Paris”, una delle più importanti “Agenzie Fotografiche” a livello mondiale, oggi guidata da Cristina de Middel e fondata (con due sedi a New York e a Parigi) nel 1947 da “Maestri – mito” del calibro di Robert Capa, Henri Cartier-Bresson, David Seymour, George Rodger e William (detto Bill) e Rita Vandivert. Ispirata all’omonimo volume pubblicato da “Thames & Hudson” nel 2024 e dopo il notevole successo registrato, lo scorso inverno, al “Forte di Bard”, la mostra, organizzata in capitoli decennali, racconta gli States attraverso oltre settant’anni di fotografia (dagli anni Quaranta ai giorni nostri), restituendo un ritratto complesso e affascinante del Paese: la promessa del sogno americano, i grandi cambiamenti sociali, le contraddizioni, le battaglie per i diritti civili, la quotidianità delle metropoli e delle province, fino ai grandi momenti della storia contemporanea. In parete, tra le tante, un’iconica immagine di profilo di “Malcolm X” (Malcolm Little) a firma dell’americana Eve Arnold, la prima freelance donna della “Magnum”; e ancora i toccanti “Ritratti” di gente comune incontrata a Coney Island piuttosto che a New York centro di Bruce Gilden, accanto ad una “grandiosa” immagine di “Ella Fitzgerald” scattata da Wayne Forest Miller, tra i primi fotografi occidentali a documentare la distruzione di Hiroshima.

“La mostra – già si leggeva in occasione dell’esposizione di Bard – ha quale primo obiettivo, quello di porre a confronto persone ed eventi ordinari e straordinari, offrendo un’interpretazione commovente del passato e del presente degli Stati Uniti d’America, mettendone al contempo in discussione il futuro”. Il futuro di un Paese, cui “Magnum Photos”, fin dai suoi inizi, ha guardato con interesse e profonda capacità di analisi critica, com’era e com’è necessario per una nazione da sempre simbolo di “libertà” e “abbondanza”, ma anche di tensioni sociali, sconvolgimenti culturali e divisioni politiche non di poco conto e quasi sempre proiettate, nel bene e nel male, sul destino del resto del Pianeta.

Oggi, ahinoi, più che mai!

L’inaugurazione della mostra al principale “Scalo Intercontinentale” del Nord Italia , alla presenza di Alessandro Fidato – “Chief Operating Officer” di “SEA Aeroporti di Milano” – e della Presidente del “Forte di Bard” Ornella Badery, ha rappresentato anche l’occasione per celebrare, tra “SEA” e il “Forte”, una “partnership” che negli ultimi anni ha consentito di portare negli spazi di “Milano Malpensa” importanti progetti espositivi internazionali, confermando la volontà condivisa di promuovere la “cultura fotografica” anche in un luogo di transito, trasformando il viaggio in un’esperienza capace di sorprendere e ispirare.

“Siamo lieti di poter proseguire – ha dichiarato la presidente Ornella Badery –  la collaborazione con ‘SEA’ che consente di promuovere la fotografia di alta qualità e l’arte all’interno dell’aeroporto di ‘Milano Malpensa’. L’iniziativa trasforma il transito dei passeggeri in un’esperienza culturale di indubbio interesse, legando la vetrina internazionale dello scalo ad un’opportunità di promozione importante anche per il ‘Forte di Bard’”.

Gianni Milani

Nelle foto: La presidente Ornella Badery presenta l’accordo con “SEA” e la mostra; visita all’esposizione

De Amicis, il monumento grazie a un amico

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I monumenti di Torino    Ecco un nuovo appuntamento con Torino e le sue meravigliose opere. Quest’oggi vorremmo parlarvi del monumento dedicato a Edmondo De Amicis, conosciuto da tutti per essere l’autore del libro Cuore

Situata in piazza Carlo Felice, all’interno dei Giardini Sambuy, l’opera è formata da due elementi su un’ampia piattaforma con scalini. In primo piano si erge la statua della “Seminatrice di buone parole”, rappresentata dalla “bella figura di una popolana dal largo gesto che diffonde la semente”(cit.), mentre sullo sfondo è situato un muro a esedra (incavo semi-circolare), decorato da un fitto altorilievo nel quale sono raffigurate scena di vita quotidiana, narranti episodi di “amor figliale, amor materno, amicizia, studio, amor di patria, carità e lavoro”(cit.). Sul piedistallo della statua è invece scolpito un medaglione con il profilo di Edmondo De Amicis.

 

Edmondo De Amicis nacque ad Oneglia il 21 ottobre 1846 da una famiglia benestante di origine genevose. Nel 1848 la sua famiglia si trasferì in Piemonte, dapprima a Cuneo e poi a Torino, dove Edmondo frequentò il liceo. All’età di 16 anni entrò al Collegio Militare Candellero di Torino, ma fu subito trasferito all’Accademia militare di Modena dove divenne ufficiale sottotenente. Nel 1866 partecipò alla battaglia di Custoza ma, l’anno dopo, decise di abbandonare l’esercito per dedicarsi alla carriera di giornalista. Divenne quindi giornalista militare e trasferitosi a Firenze, assunse la direzione della rivista “L’ Italia Militare”. Nel 1868, all’età di 22 anni, venne assunto dal giornale “la Nazione” di Firenze, dove continuò come inviato militare assistendo così, nel 1870, alla presa di Roma.

Dal 1879 (ma più permanentemente dal 1885) De Amicis si stabilì a Torino, andando ad abitare presso il palazzo Perini, davanti alla vecchia stazione ferroviaria di Porta Susa; qui (ispirato forse dalla vita scolastica dei suoi figli Ugo e Furio), terminò quella che fu considerata la sua più grande opera. Il 17 ottobre 1886 (primo giorno di scuola di quell’anno), venne infatti pubblicato Cuore, una raccolta di episodi ambientati tra dei compagni di una classe elementare di Torino, provenienti da regioni diverse, costruito come finzione letteraria di un diario di un ipotetico ragazzo: l’io narrante Enrico Bottini.

Il romanzo (nato come libro per ragazzi), ebbe subito un grande successo e venne molto apprezzato sia per il suo carattere educativo-pedagogico, sia perché ricco di spunti morali riguardanti i miti affettivi e patriottici del Risorgimento italiano. Il libro Cuore fece conoscere Edmondo De Amicis in tutto il mondo e lo suggellò autore attento alle problematiche della borghesia, del popolo e dell’educazione. Alcuni avvenimenti spiacevoli della sua vita, come ad esempio la morte suicida del figlio maggiore Furio (nel 1898 si sparò al Parco del Valentino), lo portarono ad abbandonare definitivamente la città sabauda. In seguito scrisse numerosi racconti nel corso dei suoi viaggi in Spagna, Francia, Inghilterra, Olanda, Costantinopoli e Marocco. Morì a Bordighera l’11 marzo del 1908 a causa di una improvvisa emorragia celebrale. Su iniziativa della Gazzetta del Popolo, per onorare la memoria di Edmondo De Amicis ad un anno dalla sua scomparsa, un Comitato propose di erigere un monumento a lui dedicato, che ne onorasse la memoria e ne esaltasse le “doti di educatore e autore immortale”(cit.) del libro Cuore.

L’esecuzione dell’opera venne affidata direttamente (non si proclamò nessun concorso) allo scultore e disegnatore Edoardo Rubino, caro amico di De Amicis, che si propose di realizzare il monumento a titolo gratuito come suo personale contributo. Ad un anno di distanza dall’iniziativa, nel 1910, Rubino presentò il bozzetto del progetto che trovò il consenso e l’approvazione di tutti. Il monumento venne terminato già nel 1914, ma la posa in opera con l’ufficiale inaugurazione, avvenne una decina di anni più tardi a causa di alcune questioni riguardanti la scelta del luogo. Su richiesta della commissione, l’inaugurazione avvenne il 21 ottobre 1923, volutamente dopo l’apertura delle scuole, in modo che “gli potesse essere intorno come aureola gloriosa l’affetto di centinaia di bimbi” (cit.).

Simona Pili Stella

Museo Accorsi-Ometto, un progetto innovativo per il trentennale dell’apertura

Ricerca, internazionalizzazione e rinnovamento sono le parole chiave del nuovo percorso intrapreso dal Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, sito in via Po 55, a Torino. Un processo, quello dell’intera Fondazione che, se da una parte ha avuto inizio negli anni precedenti con le molteplici acquisizioni di oggetti datati tra il XV secolo e il Novecento, dall’altra vede in atto una vera e propria mutazione, un profondo cambiamento di pelle che porterà il Museo a trasformarsi in un foro aperto al vasto pubblico nazionale e internazionale, evolvendosi, così, dall’attuale condizione di “tempio elitario” dalla tipica espressione localistica.

Il progetto di rinnovamento, la cui conclusione è prevista entro la fine di dicembre 2029, in occasione dei festeggiamenti per il trentennale del Museo Accorsi-Ometto, comprende importanti lavori di restauro di quest’ultimo e di tutto il Complesso della chiesa di Sant’Antonio, dove oggi si trova la Fondazione. La finalità è quella di recuperare, ristrutturare e dare nuovamente forma agli edifici storici, risalenti al XV secolo e nati per accogliere i viandanti che giungevano in città da Est, per rivederli in un’ottica di “varco d’accesso culturale” alla città, di vetrina attraverso la quale raccontare le eccellenze del territorio locale, nazionale e internazionale.

In occasione della conferenza di presentazione del progetto, il Direttore del Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, Luca Mana, ha svelato la recente acquisizione di un’opera appartenente a un pittore vercellese facente parte, probabilmente, della famiglia Oldoni: una “Natività” risalente al 1500 circa, individuata grazie agli studi sulla celebre famiglia milanese intrapresi durante la mostra su Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma. Tra le altra acquisizioni di rilievo si annoverano il “Trittico con la Crocifissione e Santi” (1390-1400), opera di origine tardo medievale della Bottega degli Embriachi, le “Tazze con le prove del colore blu della manifattura Ginori, a Doccia”, pezzi unici, datati tra il 1740 e il 1745, di cui fa parte la “Tazzina traforata”, la sola conosciuta in porcellana bianca traforata, e due vasi in vetro con coperchio atti a contenere i differenti campioni di terre utilizzati dalla manifattura Ginori nella produzione delle sue porcellane. Tra la metà dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento sono, invece, collocati quattro bozzetti del pittore torinese Francesco Gonin e il “Ritratto della madre” dello scrittore e pittore Carlo Levi.

In un’ottica di rinnovamento e innovazione tecnologica, il Museo Accorsi-Ometto ha avviato una collaborazione con Reveel, una startup finlandese che permette di creare guide interattive e mappe senza dover scaricare la app sul proprio smartphone. Già utilizzata da diverse organizzazioni e attrazioni europee, Reveel consente al pubblico del museo (il primo in Italia ad essere dotato di questo strumento digitale) di fruire dei contenuti in 63 lingue.

“Siamo particolarmente felici di presentare le ultime acquisizioni, l’innovativa web app che consente di visitare il museo in 63 lingue differenti e di annunciare il progetto riguardante il Complesso di Sant’Antonio – ha dichiarato il Direttore Luca Mana – si tratta del primo passo di un percorso che, da qui a fine 2029/inizio 2030, ci porterà a festeggiare il trentennale dell’apertura del Museo. La Fondazione Accorsi-Ometto del futuro sarà nuova e dinamica: un luogo all’interno del quale si potrà parlare e confrontarsi, sull’esempio delle grandi piazze rinascimentali italiane”.

Info: Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto – Via Po 55, Torino

Info@fondazioneaccorsi-ometto.it – fondazioneaccorsi-ometto.it

Orari: Martedì, mercoledì e venerdì dalle 10 alle 18 / giovedì dalle 10 alle 20 / sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 19 / lunedì chiuso.

Mara Martellotta