ARTE

SUSART, il 5 e 6 settembre un evento spin-off di Torino Comics

 

Al Castello di Adelaide, al Parco di Augusto e all’Anfiteatro Romano

La città di Susa si prepara ad accogliere la prima edizione di SUSART, nuova manifestazione spin-off di Torino Comics in programma sabato 5 settembre dalle 11 alle 23, e domenica 6 settembre dalle 11 alle 22. L’evento, a ingresso gratuito, è organizzato da Torino Comics in collaborazione con la Pro Loco Susa e Susa Eventi, con il patrocinio del Comune di Susa.
Il castello di Adelaide, Museo Civico della Città di Susa, ospiterà due percorsi espositivi. Il primo riguarda “L’arte nel piatto”, mostra di oltre cinquanta piatti di ceramica originali firmati da importanti autori del fumetto, realizzati nel corso di diversi anni e raccolti da Massimo Pasquali e Vittorio Pavesio.
Sempre negli spazi del castello verrà allestita la mostra intitolata “Il soffio del drago”, dedicata alle opere di Emanuele Manfredi, illustratore italiano legato al fantasy e all’immaginario tolkeriano. L’esposizione accompagna il pubblico in un viaggio tra creature leggendarie, tavole originali, quadri realizzati con tecniche tradizionali e opere digitali, esplorando la figura del drago come simbolo di forza, mistero, conoscenza e immaginazione.
Nello spazio esterno al castello trova la sua localizzazione l’area autori e lo spazio di Poste Italiane. Sono presenti ospiti del mondo del fumetto e dell’illustrazione pronti a incontrare il pubblico, tra cui Vittorio Pavesio, Emanuele Manfredi, Maurizio Manzieri, Sergio Giardo, Andrea Siliano, Nashmin Valadi, Federico Butticé.

Domenica 6 settembre, alle 16, Claudio Chiaverotti e Davide Furnò, moderati da Giancarlo Vidotto, saranno i protagonisti di un incontro dedicato ai quaranta anni di Dylan Dog. All’interno del castello è  anche presente un’area videogames con quindici postazioni tra Xbox One , Playstation 5 e Nintendo Switch, dedicate a free play e tornei.

Tra i contenuti principali del parco di Augusto, che ospita artisti performanti, oggettistica, gadget e attività pensate per accompagnare il pubblico lungo il percorso della manifestazione, è  presente il Quartiere Giapponese, curato da Okugi, con attività dedicate alla cultura nipponica, dal torii caratteristico agli origami, dagli oggetti per cosplay ai giochi a tema, dal mercatino vintage ai ritratti d’autore. Nell’area è anche allestito un piccolo palco per momenti di animazione a cura delle associazioni cosplay presenti. Nel Parco di Augusto inizia la Passeggiata dell’Eroe, un cammino guidato in cui cosplayer vestiti da supereroi accompagnano il pubblico tra le aree di SUSART, il cui cuore della manifestazione è rappresentato dall’Anfiteatro Romano.
Nell’area viene allestita una tensostruttura dedicata all’aspetto commerciale, con stand, associazioni cosplay e attività per il pubblico.
L’associazione La Fortezza propone attività di gaming, giochi di ruolo, iniziative a tema fantasy, con un focus dedicato al mondo di Harry Potter. Qui viene allestito il palco principale, con un fitto programma di musica live, cosplay e spettacoli per tutta la durata dell’evento.

Sabato 5 settembre sono previsti i concerti dei Gremlins Soundtracks, una band torinese che si dedica alle colonne sonore di film e telefilm degli anni Ottanta e Novanta; di Denny Angileri, con il suo progetto dedicato alle canzoni dei videogiochi, e The Surf Riders, band torinese che rilegge brani surf, brani vintage e hit internazionali in chiave strumentale.
Domenica 6 settembre saliranno sul palco i vincitori della Battle of the Bands di Torino Comics 2026, i Sides, e gli Hellfire, tributo band dei Metallica.
Sempre domenica sono previsti il Cosplay contest classico e uno spettacolo K- pop a tema Demon Hunters. Sabato sarà dato spazio allo showcase cosplay, sfilata non competitiva  dedicata ai costumi e alla creatività  dei partecipanti.
L’area ospita inoltre una proposta food & beverage , con possibilità di cenare durante i concerti e un’offerta legata allo street food.

Mara Martellotta

Il castello di Agliè, una residenza sabauda nel Canavese

Bellezza, arte, poesia e un po’ di cinema

Eretto nel XII secolo dalla famiglia dei conti San Martino nell’omonimo borgo, uno dei più famosi del canavese, fino al 1600 il Castello di Agliè mantenne l’aspetto di un forte con tanto di muraglia difensiva e fossato.

I primi interventi per renderlo dimora furono fatti a fine secolo dal Conte Filippo che affidò il progetto all’architetto Amedeo di Castellamonte: venne rivisitata la facciata interna, creata la cappella e le due gallerie. Nel 1764 fu venduto al re Carlo Emanuele III dando inizio così alla prima epoca sabauda e divenendo una delle residenze estive reali. Vengono ricavati nuovi appartamenti, edificata la chiesa parrocchiale della Madonna della Neve, collegata al castello così che i membri della famiglia potessero raggiungerla senza essere visti, ampliato il giardino in stile italiano, costruita la fontana dei Fiumi, Dora Baltea e Po, con le belle sculture dei fratelli Collino. Durante il governo di Napoleone venne ceduto perdendo così il tono regale e sontuoso e venendo utilizzato invece come ricovero per i poveri.

Carlo Felice a inizio del 1800 lo rivolle fortemente e gli ridiede un aspetto sfarzoso grazie anche all’intervento dell’architetto Michele Borda che introdusse gli arredi in stile Carlo X, costruì un teatro gioiello e inserì una bella collezione di opere d’arte. Nello stesso periodo vennero introdotti diversi reperti relativi a vari scavi archeologici che Maria Cristina di Borbone, moglie di Carlo Felice, aveva seguito personalmente nel Lazio.

Nel 1939 il castello fu venduto allo Stato con la gestione della Soprintendenza ai Monumenti e dei Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte che ancora oggi si occupano del suo mantenimento e della sua salvaguardia. Dal 1997 è parte del Patrimonio Unesco e del circuito dei Castelli del Canavese.

Grazie alla sua bellezza ed eleganza i visitatori sono in costante aumento, la varietà di stili architettonici che si sono susseguiti storicamente e i diversi spazi interni ed esterni da visitare: i saloni, la biblioteca, il teatro, la cappella, i giardini pieni di alberi secolari e serre, attraggono turisti e curiosi da tutta Europa.

Al Castello di Agliè furono dedicati alcuni versi dal poeta Guido Gozzano che durante le sue vacanze di bambino giocava sul piazzale antistante ed è stato un meraviglioso sfondo cinematografico dove sono state ambientate alcune fiction come Elisa di Rivombrosa e Maria José, un luogo dunque dove la magia dell’arte, le storie legate alle famiglie reali, la grandiosità architettonica e la bellezza nella natura si intrecciano conferendogli lo status di meraviglia non solo piemontese ma del mondo intero.

Maria La Barbera

I segreti della Gran Madre

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Torino, bellezza, magia e mistero

Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.

Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli

Articolo 3: I segreti della Gran Madre

La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.

La chiesa, di evidente stampo neoclassico, venne edificata nella piazza dell’antico borgo Po su progetto dell’architetto torinese Ferdinando Bonsignore; iniziato nel 1818, il Pantheon subalpino venne ultimato solo nel 1831, sotto re Carlo Alberto. L’edificio ubbidiva all’idea di una lunga fuga prospettica che doveva collegare la piazza centrale della città, Piazza Castello, alla collina. La chiesa è posta in posizione rialzata rispetto al livello stradale, e una lunga scalinata porta all’ingresso principale. Al termine della scalinata vi è un grande pronao esastilo costituito da sei colonne frontali dotate di capitelli corinzi. All’interno del pronao vi sono ai lati altre colonne, affiancate da tre pilastri addossati alle pareti. Eretta su un asse ovest-est, con ingresso a occidente e altare a oriente, essa presenta orientazioni astronomiche non casuali: a mezzogiorno del solstizio d’inverno, il sole illumina perfettamente il vertice del timpano visibile dalla scalinata d’ingresso. Il timpano, sul frontone, è scolpito con un bassorilievo in marmo risalente al 1827, eseguito da Francesco Somaini di Maroggia, (1795-1855) e raffigura la Vergine con il Bambino omaggiata dai Decurioni torinesi. Ai lati del portale d’ingresso sono visibili due nicchie, all’interno delle quali si trovano i santi San Marco Evangelista, a destra, e San Carlo Borromeo, a sinistra. Fanno parte dell’edificio due imponenti gruppi statuari, allegorie della Fede e della Religione, entrambi eseguiti dallo scultore carrarese Carlo Chelli nel 1828. Sulla sinistra si erge la Fede, rappresentata da una donna seduta, in posizione austera, con il viso serio, sulle ginocchia poggia un libro aperto che tiene con la mano destra, con l’altra, invece, innalza un calice verso il cielo. Spunta in basso alla sua destra un putto alato, che sembra rivolgersi a lei con la mano sinistra, mentre nella destra tiene stretto un bastone. Dall’altro lato si trova la Religione, raffigurata come una matrona imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.

Entrando nella chiesa ci si ritrova in un ampio spazio tondeggiante e sobrio, c’è un’unica navata a pianta circolare, l’altare maggiore, come già indicato, è posto a oriente, all’interno di un’abside semicircolare provvista di colonne in porfido rosso. Numerose sono le statue che qui si possono ammirare, ma su tutte spicca la figura marmorea della Gran Madre di Dio con Bambino, posta dietro l’altare maggiore, il cui misticismo è incrementato dalla presenza di raggi dorati che tutta la circondano. Nelle nicchie ai lati, in basso, vi sono alcune statue simboliche per la città e per i committenti della chiesa, cioè i Savoia. Oltre a San Giovanni Battista, il patrono della città, anch’egli con una grande croce nella mano sinistra, S. Maurizio, il santo prediletto dei Savoia, Beata Margherita di Savoia e il Beato Amedeo di Savoia. La cupola, considerata un capolavoro neoclassico piemontese, sovrasta l’edificio ed è costituita da cinque ordini di lacunari ottagonali di misura decrescente. La struttura è in calcestruzzo e termina con un oculo rotondo, da cui entra la luce, del diametro di circa tre metri. Sotto la chiesa si trova il sacrario dei Caduti della Grande Guerra, inaugurato il 25 ottobre 1932 alla presenza di Benito Mussolini. La bellezza architettonica dell’edificio nasconde dei segreti tra i suoi marmi. Secondo gli occultisti, la Gran Madre è un luogo di grande forza ancestrale, anche perché pare sorgere sulle fondamenta di un antico tempio dedicato alla dea Iside, divinità egizia legata alla fertilità, anche conosciuta con l’appellativo “Grande Madre”. Iside è l’archetipo della compagna devota, per sempre fedele a Osiride, simbolo della consapevolezza del potere femminile e del misticismo, il suo ventre veniva simboleggiato dalle campane, lo stesso simbolo di Sant’Agata. Si è detto che Torino è città magica e complessa, metà positiva e metà maligna, tutta giocata su delicati equilibri di opposti che sanno bilanciarsi, tra cui anche il binomio maschio-femmina. Questo aspetto è evidenziato anche dalla contrapposizione tra il Po e la Dora che, visti in chiave esoterica, rappresentano rispettivamente il Sole, componente maschile, e la Luna, componente femminile. I due fiumi, incrociandosi, generano uno sprigionamento di forte energia. Altri luoghi prettamente maschili sono il Valentino e il Borgo Medievale, che sorgono lungo il Po e sono anche simboli di forza; ad essi si contrappone la zona del cimitero monumentale, in prossimità della Dora, legata alla sfera notturna e femminile. L’importanza esoterica dell’edificio non termina qui, ci sono alcuni che sostengono ci sia un richiamo alle tradizioni celtiche con evidente allusione a un ordine taurino nascosto tra le parole della dedica: se leggiamo l’iscrizione a parole alterne resta infatti la dicitura: Ordo Taurinus. Ma il più grande mistero che in questa chiesa si cela è tutto contenuto nella statua della Fede. Secondo gli esoteristi, la donna scolpita in realtà sorreggerebbe non un calice qualunque ma il Santo Graal, la reliquia più ricercata della Cristianità, e con il suo sguardo indicherebbe il luogo preciso in cui esso è nascosto. Allora basta capire dove guarda la marmorea giovane -secondo alcuni la stessa Madonna – e il gioco è fatto! Sì, peccato che chi ha scolpito il viso si sia “dimenticato” di incidervi le pupille, così da rendere l’espressione della figura imperscrutabile, e il Graal introvabile. Se non per chi sa già dove si trovi.

Alessia Cagnotto

I Templari in Val di Susa

 Andare in montagna significa anche scoprire la storia delle nostre vallate, dei nostri borghi, della gente che ci abita, di tradizioni e costumi che sembravano perduti ma che in realtà sono ancora vivi e presenti e ci raccontano storie che neanche conoscevamo.

Recarsi per esempio in Val di Susa, così vicina a Torino e così ricca di memorie storiche, significa ripercorrere fatti ed eventi che affondano le radici ben prima dell’era cristiana. Da Annibale che con 30.000 uomini e 37 elefanti da battaglia valicò nel 218 a.C. il Moncenisio o forse il Monginevro, ma non si escludono altri passaggi come sul Piccolo San Bernardo o addirittura sul Monviso, ad Augusto che a Susa, 2000 anni fa, di ritorno dalla Gallia, si fermò a Segusium (Susa romana) per fare la pace con le bellicose tribù delle Alpi Cozie. Da Costantino il Grande che nel 312, proveniente dalla Britannia e diretto a Roma, scese a Susa per sbaragliare le truppe dell’usurpatore Massenzio fino a Carlo Magno che alle Chiuse di Susa (le rovine delle fortificazioni sono ancora parzialmente visibili) sconfisse nel 773 i Longobardi di Desiderio che il torinese Massimo d’Azeglio ha illustrato in un prezioso bozzetto. Grande storia, grandi eventi hanno segnato la Val di Susa ma ci sono anche storie minori o anche solo oggetti e simboli che ci ricordano il passaggio da queste parti di personaggi altrettanto importanti. Come i Templari che spuntano ovunque, come i funghi in Val Sangone, e spesso vengono visti in luoghi dove in realtà non sono mai stati. E proprio una leggenda valsusina narra che i Templari sarebbero saliti alla Sacra di San Michele arrampicandosi, a piedi e a cavallo, sul monte Pirchiriano ottocento anni fa. I Cavalieri del Tempio si sarebbero ritrovati nell’antica abbazia per trattare il passaggio di alcuni monaci alla Confraternita esoterica e religiosa dei Rosacroce. Tre croci incise nella pietra accanto alla porta dell’Abbazia, la Porta di Ferro, dimostrerebbero l’attendibilità dell’incontro. È probabilmente solo un racconto popolare ma tra il Piemonte e i Templari, ordine religioso-militare fondato nel 1119, poco dopo la prima Crociata, c’è sempre stato un forte legame storico. Si sa infatti con certezza che i Templari furono presenti in molte città e paesi del Piemonte, tra cui, Cuneo, Alba, Ivrea, Moncalieri, Torino, Chieri, Casale, Vercelli e Novara. Anche in Val di Susa è stato registrato un certo via vai di templari. Da fonti storiche risulta che il più antico insediamento templare, risalente al 1170, fu presumibilmente quello di Susa e presenze templari sono state individuate nella vicina San Giorio, a Villar Focchiardo e a Chiomonte. Sorprendente e imprevisto è stato il ritrovamento negli anni Novanta, da parte di alcuni esperti guidati dalla studiosa Bianca Capone Ferrari, di alcune croci templari nel piccolo comune di San Giorio, alle porte di Susa. Una croce è murata nella facciata della canonica che in tempi antichi era quasi certamente una fortezza da cui si controllavano i movimenti nella valle attaversata dalla Dora Riparia mentre sull’arco del portale laterale di una cappella del XIII secolo, che si trova nei pressi della chiesa parrocchiale, risplende un’altra croce templare. Si ritiene pertanto probabile che a San Giorio fosse presente un presidio militare dei Cavalieri rosso-crociati a difesa della valle e del ponte sulla Dora. È stato finora impossibile accertare il luogo esatto dell’insediamento templare a Susa (forse si tratta della chiesa di Santa Maria della Pace sulla Dora), tuttavia esistono documenti che confermano la presenza in città di una “domus templi”, come dimostra la magnifica croce a otto punte scolpita in un fianco della cattedrale di San Giusto.

Filippo Re

(foto LIGUORI)

Un autunno di grandi mostre nei musei delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo

Sarà un autunno di grandi mostre quello proposto dalle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo che, nelle quattro sedi, hanno registrato, nel primo semestre 2026, ben 434 mila visitatori, con un +4 % rispetto allo stesso periodo del 2025.
Nei quattro musei delle Gallerie d’Italia di Milano, Napoli, Torino e Vicenza verrà  proposto un programma espositivo articolato, capace di attraversare epoche, linguaggi e temi diversi, a partire dalla grande tradizione della pittura italiana alla fotografia, dall’arte contemporanea alla riflessione sull’arte e sui suoi cambiamenti.
Sono otto le nuove mostre che accompagneranno il pubblico tra l’autunno 2026 e i primi mesi del 2027, sette delle quali nelle quattro sedi delle Gallerie d’Italia e una alla Casa Museo dell’Antiquariato Ivan Bruschi di Arezzo, parte del patrimonio di Intesa Sanpaolo. Si tratta di un programma che intreccia ricerca scientifica, valorizzazione delle collezioni e nuove interpretazioni della storia dell’arte, con una particolare attenzione alla fotografia e alla produzione contemporanea.

Dal 1⁰ ottobre 2026 a Torino il programma autunnale si apre con la mostra intitolata “Luca Campigotto, Wandering Europe”, visitabile fino al 7 febbraio 2027 , esposizione curata da Walter Guadagnini  nell’ambito della rassegna “La grande fotografia italiana”, a cura di Roberto Koch.
Il progetto rende omaggio a uno dei protagonisti della fotografia italiana contemporanea,  la cui ricerca si è  sviluppata intorno al viaggio, alle città e ai paesaggi,  esplorati in tutto il mondo attraverso immagini a colore in bianco e nero. Su commissione di Intesa Sanpaolo, Campigotto ha intrapreso un percorso fotografico attraverso l’Europa, confrontandosi con la complessità e le contraddizioni del paesaggio contemporaneo; luoghi segnati dall’inquinamento  e dall’intervento umano convivono con paesaggi naturali ancora grandiosi e incontaminati, in un viaggio alla ricerca di una bellezza capace di comprendere anche il sentimento di meraviglia e di sdegno.
A partire dal 22 ottobre prossimo fino al 7 febbraio 2027 le Gallerie d’Italia di Torino presenteranno una personale dedicata all’artista russo-americana Anastasia Samoylova Harbour, curata da Emanuela Mazzonis.
Questa artista risulta tra le voci più autorevoli  della fotografia contemporanea, sviluppa una nuova ricerca dedicata alle città d’acqua europee e alle trasformazioni del loro paesaggio. Genova, Venezia, Rotterdam, Marsiglia, Lisbona, Atene, Istanbul saranno al centro di un progetto commissionato da Intesa Sanpaolo, che affronta il rapporto tra comunità,  turismo e ambiente e le crescenti fragilità legate alla crisi climatica. Il progetto si inserisce nel percorso di ricerca dell’artista, già al centro di FloodZone, dedicato alle conseguenze dell’innalzamento del livello del mare.

Mara Martellotta

Alla Pinacoteca Agnelli in mostra Alberto Savinio, Chris Ofili e Iris Touliatou

Da venerdì 30 ottobre 2026

In occasione della Torino Art Week, la Pinacoteca Agnelli inaugurerà venerdì 30 ottobre prossimo la nuova stagione espositiva con tre progetti che attraversano il Novecento storico e la ricerca contemporanea, a conferma della sua vocazione a porre in relazione collezione, nuove produzioni e riletture della storia dell’arte.
Da venerdì 30 ottobre 2026 a domenica 4 aprile 2027 fulcro della programmazione sarà la mostra “Alberto Savinio. Souvenir”, la più importante esposizione dedicata all’artista Alberto Savinio, nato ad Atene nel 1891 e spentosi a Roma nel 1952, intellettuale tra i protagonisti della cultura europea del Novecento.
La mostra è curata da Sarah Cosulich e Pietro Rigolo e realizzata in collaborazione con l’Archivio Alberto Savinio e con il supporto di un comitato internazionale. Riunisce settantacinque opere tra dipinti e disegni, offrendo una rilettura articolata ed ampia della sua ricerca pittorica dagli anni Venti fino ai primi anni Cinquanta.
Figura difficilmente riconducibile a un’unica disciplina, Savinio ha attraversato musica, letturatura, teatro e arti visive costruendo un immaginario personale in cui convivono mito classico, memoria, ironia e invenzione. La mostra riesce a restituirne la complessità attraverso un percorso capace di metterne in evidenza la straordinaria originalità della pittura e il suo contributo alla costruzione della cultura visiva del Novecento.
Il percorso espositivo segue l’evoluzione della sua ricerca attraverso alcuni dei nuclei tematici più significativi della sua produzione, i riferimenti al mondo classico e alla Grecia della sua infanzia, il tema della memoria, i ritratti di famiglia, le figure ibride tra uomo e animale, i celebri giocattoli, i paesaggi antropomorfi e la produzione grafica che, negli ultimi anni della sua attività, assume una crescente autonomia.
Più che una ricostruzione cronologica ‘Souvenir’ propone una riflessione sulla straordinaria capacità di Savinio di attraversare il proprio tempo, anticipando questioni ancora oggi centrali, quali il rapporto tra identità e rappresentazione, il dialogo tra culture, la costruzione della memoria e il ruolo dell’immaginazione come strumento di conoscenza.

‘Beyond the Collection’ prosegue con “Laure. Chris Ofili & Edouard Manet’, ciclo attraverso il quale la Pinacoteca Agnelli invita artisti contemporanei a confrontarsi con le opere della propria collezione permanente, generando nuovi punti di vista sul patrimonio museale.
Per questo nuovo capitolo Chris Ofili, nato a Manchester nel 1968 e attualmente attivo a Port of Spain Trinidad e Tobago, presenterà da venerdì 30 ottobre 2026 a domenica 4 aprile 2027 una serie di lavori inediti sviluppati a partire dall’opera “Ritratto di Laure” di Edouard Manet, dipinto realizzato intorno al 1862 e conservato nella Collezione Permanente della Pinacoteca Agnelli.
Il progetto, curato da Pietro Rigolo, prende avvio dalla figura di Laure, la donna ritratta da Manet, la cui identità è stata a lungo oscurata nella storia dell’arte da un procedente titolo che ne aveva ridotto la complessità biografica a una semplice classificazione razziale.
Chris Ofili restituisce centralità alla sua figura e riflette sul modo in cui le immagini contribuiscono a definire le identità.
Nei suoi dipinti e disegni, Ofili intreccia riferimenti storici, esperienze differenti, costruendo un universo visivo caratterizzato da una straordinaria ricchezza cromatica e narrativa.
Il dialogo con Manet diventa occasione per affrontare alcune tematiche quali la rappresentazione, la memoria e la riscrittura della storia dell’arte.
Dal 2022 ‘Beyond the Collection’ rappresenta uno dei principali programmi di ricerca della Pinacoteca Agnelli, volto a rileggere la Collezione permanente attraverso il contributo di artisti contemporanei e collaborazioni con istituzioni italiane e straniere, aprendo nuove prospettive su opere e storie che esse custodiscono.

Per la nuova stagione della Pista 500, la Pinacoteca Agnelli presenta un progetto inedito di Iris Touliatou, nata nel 1981 ad Atene dove vive e lavora, artista selezionata nel 2025 attraverso il Premio Pista 500, realizzato in collaborazione con Artissima.
La pratica di Touliatou si sviluppa a partire dai contesti nei quali interviene e dalle relazioni che li attraversano. Ogni progetto nasce dall’osservazione delle dinamiche economiche, istituzionali e sociali proprie del luogo che li ospita, dando vita a opere che mettono in relazione spazio, sistemi di produzione e comunicazione.
Per la Pinacoteca Agnelli l’artista realizza un nuovo intervento con la curatela di Nicola Trezzi , che coinvolge il Billboard della Pista 500 e, nel contempo, si estende ai canali di comunicazione del museo. Il progetto riflette sui meccanismi attraverso cui immagini e messaggi vengono prodotti, distribuiti e consumati, trasformandogli strumenti della comunicazione istituzionale in parte integrante dell’opera stessa.
La Pista 500 rappresenta un ambizioso progetto capace di estendere il programma museale della Pinacoteca Agnelli oltre gli spazi del museo trasformando l’ex Pista di collaudo per le automobili sul tetto dell’edificio del Lingotto, originariamente costruito come stabilimento Fiat, in un giardino sospeso con un percorso artistico panoramico.
Le opere presenti su Pista 500 sono state realizzate da artisti italiani e stranieri e includono sculture, installazioni luminose e sonore e progetti di cinema espanso, che dialogano con l’architettura del Lingotto, con l’attuale contesto urbano e il paesaggio circostante, facendo della Pista 500 non più un circuito chiuso a strada aperta, da spazio produttivo a luogo collettivo per nuove visioni e storie.

Pinacoteca Agnelli

Lingotto via Nizza 262/103

www.pinacoteca-agnelli.it

Mara Martellotta

Saluzzo, un borgo romantico

Stradine, piccole piazze, chiese, balconi fioriti, una fortezza arroccata in cima, una atmosfera poetica decorata da storia e arte, questa è Saluzzo; molto di più di quello che ci si aspetta leggendola sulla guida, perché, pur essendo una miniatura, i contenuti sono considerevoli, la posizione suggestiva, grazie al Monviso che la domina, la ricchezza culturale sostanziosa

 Un perfetto set cinematografico, uno scenario dove ambientare film storici, ma anche storie d’amore dal sapore antico o dallo stile contemporaneo.

Una destinazione amata dai piemontesi, a cui generalmente dedicano una gita giornaliera, una meta irrinunciabile per i turisti che visitano il Piemonte.

Il Marchesato di Saluzzo risalente al XII secolo fu rigoglioso e fortunato, Manfredo, figlio di Bonifacio del Vasto diede vita ad una dinastia che durò per 14 regnanti. Il massimo splendore arrivòin seguito nel XV secolo durante il quale l’arte prosperava e si diffondeva floridamente.

Oggi Salusse, in lingua Piemontese,  è un comune di 17.200 abitanti della provincia di Cuneo, uno dei borghi medievali meglio conservati del Piemonte con bellezze urbane e artistiche di altre epoche come la settecentesca e  sofisticata Corso Italia che ci accoglie subito all’arrivo.

In entrata al curato ed elegante centro storico troviamo la Cattedrale di Santa Maria Assunta, terminata nel 1501 e attuale sede vescovile, semplice nella facciata, abbellita dalle statue di San Pietro e Paolo. E’ all’interno che esprime invece tutta la sua importanza grazie soprattutto ai diversi e magnifici dipinti e una struttura maestosa. Andando avanti verso Piazzetta dei Mondagli troviamo Casa Pellico, dove nacque e visse l’autore de Le mie prigioni. All’interno del museo molti sono i ricordi e i manoscritti appartenuti  famoso letterato e intellettuale dell’800.

Proseguendo in salita per le antiche e deliziose stradine e seguendo le indicazioni che portano  al castello, troviamo il Palazzo Comunale e all’interno la Pinacoteca Matteo Olivero.

Dopo poco finalmente ecco La Castiglia, in posizione dominante, nel punto più alto della città.  Simbolo di Saluzzo e teatro di molteplici vicende storiche, fu il vanto residenziale del Marchesato ma vide anche periodi di degrado e abbandono quando dopo il XV secolo diventò prima caserma e poi prigionefino alla fine del secolo scorso. Oggi ospita tre percorsi museali: quello della Memoria Carceraria, la Civiltà Cavalleresca e l’esposizione permanente delll’IGAV.

Riprendendo il sentiero, suggestivo e di antica bellezza, sono diverse le chiese di storico e artistico interesse che si incontrano,meritano indubbiamente una visita San Giovanni e San Bernardo.

Di singolare fascino ed eloquente per rivivere la ricchezza della vita nobiliare del Marchesato in epoca rinascimentale, è Casa Cavassa, antica residenza di Galeazzo Cavassa oggi Museo Civico.

A completare e deliziare la visita di questo luogo incantato sono le pasticcerie che espongono in vetrina attraenti creazioni e  diversi ristoranti dove gustare le specialità del posto.

A fine primavera e all’inizio dell’estate diverse sono le manifestazioni che animano questo centro artistico e romantico: a maggio la Fiera dedicata all’antiquariato, arte e artigianato, a giugno la festa della birra con C’è Fermento e a luglio il Marchesato Opera Festival, rassegna di concerti ed eventi culturali.

Maria La Barbera

“La danza delle ore” celebra il centenario della nascita di Marisa Merz

Una mostra al castello di Rivoli, alla Fondazione Merz e alla GAM 

Castello di Rivoli, Museo d’arte Contemporanea, Fondazione Merz e GAM, Galleria Civica d’arte Moderna e Contemporanea, si uniscono per collaborare  a una mostra in tre atti che celebra il centenario della nascita di Marisa Merz, realizzata grazie al sostegno della Fondazione CRT. Concepita per ripercorrere opera ed eredità dell’artista nata a Torino il 23 maggio 1926, la mostra dal titolo “Marisa Merz – la danza delle ore” rappresenta una retrospettiva senza precedenti e difficilmente replicabile nella sua completezza e profondità.
L’esposizione riunisce un insieme straordinario di lavori, di cui alcuni inediti, a testimonianza  di una vita creativa che continua ad essere fonte di ispirazione e riscoperta artistica in tutto il mondo.
I tre episodi della mostra danno l’opportunità di approfondire diversi aspetti quali il processo creativo e l’uso dei materiali, il tempo quotidiano come dimensione creativa e la casa come laboratorio alchemico, la nozione di spazio come luogo fisico e metafisico.
Nell’insieme la mostra vuole rendere conto della continua trasformazione che l’artista ha messo in atto lungo tutta la sua esistenza, dando vita ad un’opera d’arte sempre aperta.

L’esposizione al castello di Rivoli, curata da Francesco Manacorda e Marianna Vecellio, rappresenta l’occasione per ricostruire e proporre al pubblico l’installazione intitolata “E il naufragar m’è dolce in questo mare”, un importante progetto che Marisa presentò  nel 1980 alla galleria torinese Tucci Russo, per poi farne una nuova versione lo stesso anno alla 39esima Biennale  Arti Visive di Venezia. L’installazione, collocata nella Manica Lunga al terzo piano del castello di Rivoli, costituirà il fulcro espositivo da cui si dirameranno visioni metafisiche, rivelando il reale, oltre le sue apparenze sensibili. La mostra invita inoltre alcune artiste che proseguono nella pratica e nella visione che sono state di Marisa a partecipare alla retrospettiva.

“Il centenario della nascita di Marisa Merz rappresenta un’occasione straordinaria per celebrare una delle figure  più autorevoli dell’arte contemporanea internazionale e, al tempo stesso, per raccontare la capacità da parte del Piemonte di fare sistema – precisa l’Assessore alla Cultura della Regione Piemonte Marina Chirelli – Castello di Rivoli, Fondazione Merz e GAM uniscono competenze, patrimonio e visione in un progetto culturale di altissimo profilo che conferma Torino e il Piemonte come punto di riferimento nel panorama artistico europeo. Investire nella cultura significa valorizzare la nostra identità, rafforzare l’attrattività del territorio  e creare nuove opportunità di crescita, conoscenza e partecipazione per la comunità. Marisa Merz appartiene alla storia dell’arte mondiale, ma le sue radici torinesi rappresentano un patrimonio che il Piemonte ha il dovere e l’orgoglio di custodire e promuovere”.

“Questo progetto espositivo testimonia lo speciale spirito collaborativo che anima le istituzioni torinesi dell’arte contemporanea – ha spiegato, Rosanna Purchia, Assessore alla Cultura della Città di Torino – Questa congiuntura rappresenta una vera e propria marcia in più che permette alla città  di celebrare degnamente nel suo centenario un’artista donna che ha avuto un impatto radicale sulla storia dell’arte italiana e internazionale.  La città di Torino è grata anche per la lungimiranza  da parte della Fondazione Crt che ha sposato questo progetto e questa  attitudine di sistema integrato “.

Al castello di Rivoli la mostra è curata da Francesco Manacorda e Marianna Vecellio, alla Fondazione  Merz da Beatrice Merz  e Sébastien Delot,  alla GAM da Chiara Bertola e Chiara Parisi.
Le tre sedi costituiscono un racconto unitario e polifonico, capace di restituire la continua evoluzione dell’opera di Marisa Merz e la sua attualità nel panorama artistico contemporaneo.
La mostra aprirà i battenti il 29 ottobre prossimo e sarà  aperta fino al 4 aprile 2027 e si configura come una retrospettiva senza precedenti.

Castello di Rivoli Museo di Arte Contempornea

Piazza Mafalda di Savoia Rivoli (Torino)

Orari da mercoledì a venerdì dalle ore 10 alle 17

Sabato, domenica e festività dalle ore 11 alle ore 18

Fondazione  Merz

Via Limone 24 , Torino

Orari da martedì a domenica  dalle ore 11 alle ore 19

GAM

Via Magenta 31

Orari da martedì a domenica , dalle 10 alle 18.

Lunedì  chiuso.

Mara Martellotta

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Torino tra architettura e pittura: Giacomo Balla

Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7 I Sei di Torino
8 Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)

3) Giacomo Balla (1871-1958)

Mi piace sempre fare un po’ di dibattito con i miei studenti, parlare, proporre loro delle tematiche su cui riflettere, ascoltare ciò che pensano è non solo stimolante e interessante per entrambe le parti, ma necessario per tenere attiva l’attenzione. Uno degli ultimi argomenti su cui ci siamo impelagati è stato davvero complesso, ma credo che abbia fatto comprendere alla classe quanto l’arte possa essere una materia interdisciplinare, diversificata e soprattutto ampia. La riflessione riguardava il concetto di “damnatio memoriae”, e il fatto che in tempi antichi non destasse tanto scalpore la distruzione di opere d’arte; tali accadimenti erano motivati da varie ragioni, politiche prima di tutto, ma anche religiose. Il discorso si è poi allargato e ci siamo ritrovati a dibattere sulla complessa questione dell’arte come “atto distruttivo”.
Le operazioni artistiche talvolta lavorano “in negativo”, rimandano al “disfare” e alla “distruzione creativa”, come per esempio i tagli di Fontana o le combustioni di Burri, inoltre molte “performance” di celebri artisti come Hermann Nitsch o esponenti della “body art”, di cui Marina Abramović è la regina indiscussa, sono allo stesso tempo “atti distruttivi” e “esibizioni spettacolari”.
Non sono pochi i testi e le interviste di esperti del settore che sottolineano il sottile e articolato legame tra tale particolare estetica artistica e la strategia del terrore, basata anch’essa sul “distruggere per richiamare l’attenzione del pubblico”. E se tale modo d’agire “funzionava” in passato, oggi risulta tragicamente vincente: viviamo ormai ai tempi dei “mass media”, una cosa non è vera finché non viene caricata su internet e non ottiene milioni di visualizzazioni. Si pensi ai tragici eventi del 2001, all’esplosione dei Buddha di Bamiyan o alla caduta delle Twin Towers: entrambi momenti angosciosi e tremendi, entrambi rigorosamente filmati e mostrati al mondo con il preciso scopo di spiazzare e terrorizzare gli spettatori.

Eppure l’atto di distruggere un’opera d’arte può avere anche un’altra valenza. Nella “graphic novel” di Alan Moore, “V for Vendetta” il protagonista, mascherato da Guy Fawkes, cospiratore cattolico protagonista della “Congiura delle Polveri”, vuole far esplodere il parlamento inglese, edificio simbolo di una dittatura violenta e totalitaria. La demolizione dell’edificio storico diventa, nel fumetto, simbolo di un nuovo inizio, della libertà del popolo che trionfa sulla dittatura.
L’arte come “atto di distruzione”, la distruzione di opere d’arte, qual è il confine tra i due concetti? Dove può condurre l’etica della spettacolarizzazione? Non basterebbe un ciclo di conferenze per esaurire tali argomentazioni, figuriamoci quarantacinque minuti di didattica a distanza.
Tanto per mantenere attivo il dibattito con la classe, ho voluto insistere su un particolare movimento artistico e culturale che a mio parere risulta più che azzeccato per la situazione.
“Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.” Questo dice il decimo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Tommaso Marinetti e pubblicato il 20 febbraio 1909 sulla prima pagina de “Le Figaro”. Nasce così il movimento d’avanguardia con cui l’Italia si affaccia al panorama europeo dell’arte contemporanea; Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), con la stesura del Manifesto teorico del Futurismo, dà vita ad una corrente artistica che investe tutti i campi culturali, dalla poesia all’arte, dalla letteratura alla musica, dalla danza al teatro. I Futuristi sostengono che sia necessario “cancellare il passato e inneggiare al futuro tecnologico” ed esaltano la distruzione di musei, accademie, biblioteche, perfino di alcune città storiche, per fare spazio alle nuove forme di bellezza che vanno ricercate nel progresso, nelle città industriali, nelle macchine e nel concetto della velocità.

Va tuttavia sottolineato che il Futurismo non è stato un movimento unitario e spesso la carica di attrazione che esercitava sugli artisti si esauriva in fretta.
Al Manifesto letterario presto ne seguono altri: nel 1910 Umberto Boccioni, (1882-1916), scrive il Manifesto relativo alla pittura futurista, due anni dopo Giacomo Balla, (1871-1958) e Fortunato Depero, (1888-1916) redigono il Manifesto della scultura futurista; di questo gruppo di artisti fanno parte altresì Carlo Carrà, (1881-1966), Luigi Russolo, (1885-1947), e Gino Severini, (1883-1966). Nel 1914 viene proclamato il Manifesto dell’architettura futurista, steso da Antonio Sant’Elia (1888-1916).
La progettazione dell’ideale “città futurista” viene immaginata da Sant’Elia in una serie di disegni che rappresentano grattacieli dotati di alte torri, edificati in metallo, vetro e cemento; all’interno dei progetti urbanistici sono compresi aeroporti, centrali elettriche, ponti e strade a vari livelli. Le architetture risultano imponenti e si ergono come “volumi puri”; al di là della vera e propria funzione, tali costruzioni paiono dei “monumenti” volti a celebrare “il trionfo della tecnologia”.
Una città brulicante e in continuo fermento, affollata e caotica, un po’ viene da chiederselo: Sant’Elia sarebbe poi effettivamente sopravvissuto ad un sabato pomeriggio in centro all’ora di punta? Bisogna sempre fare attenzione a ciò che si dice.
Per i Futuristi la protagonista indiscussa della rappresentazione artistica è “la realtà in movimento”, studiata e approfondita nel suo continuo divenire e nella sua incessante trasformazione.
In pittura, ad esempio, i soggetti prediletti sono le automobili, i treni, gli aerei, ma anche i cavalli al galoppo, uomini in azione, che camminano, che danzano, o colti mentre corrono; inoltre sono spesso rappresentate le strade, traboccanti di traffico convulso o costellate di cantieri edilizi, emblemi della città che cresce.
Gli artisti sono fortemente influenzati dalla cronofotografia e dal cinema, mezzi che permettono di registrare le fasi di un’azione, istante dopo istante. È per questo motivo che nei dipinti dei Futuristi il movimento viene scomposto nelle diverse fasi, come se si trattasse di studi scientifici in cui i vari momenti vengono visualizzati separatamente e poi sovrapposti. Più che esplicativo in tal senso è il “Dinamismo di un cane al guinzaglio (guinzaglio in moto)”, opera del 1912, realizzata da Giacomo Balla.

Questa modalità di rappresentazione del movimento risulta totalmente nuova e avrà larga eco nelle figurazioni grafiche dei fumetti. Il ritmo del moto viene sottolineato e accentuato da linee curve, oblique, ondulate o a spirale, che accompagnano il soggetto nella sua traiettoria, come a visualizzare le “scie” delle parti che fendono l’aria. I futuristi, oltre a preferire soggetti dinamici, amano l’uso di colori intensi e vivaci, contrapponendosi ai cubisti, che privilegiano tinte smorzate o monocrome e soggetti statici.
Vorrei ora soffermarmi proprio su Giacomo Balla, uno dei principali esponenti della pittura futurista. Egli nasce a Torino nel 1871, qui frequenta l’Accademia Albertina di Belle arti, dove conosce Pelliza da Volpedo; incomincia a dipingere quadri di matrice “pointilliste”, ma non segue rigorosamente il programma di Seurat e Signac. Nel 1895 Balla lascia definitivamente la città natale e si stabilisce a Roma, qui si avvicina in un primo momento al “Divisionismo”. Tra il 1908 e il 1910 si conclude il momento puntinista e si apre quello futurista; l’opera che segna il passaggio da un movimento all’altro è “Lampada ad arco”, tela databile al 1909, lo stesso anno in cui viene proclamato il Manifesto letterario di Marinetti.

In ambito futurista, Balla si dedica alle ricerche sulla scomposizione del colore e sulle fasi del movimento, percorso che si può constatare, oltre che nel già citato “Dinamismo di un cane al guinzaglio”, nell’opera “Ragazza che corre sul balcone, linee di velocità + paesaggio”, tela che risente degli studi che nel frattempo sta portando avanti la fotografia, come dimostra in particolar modo il lavoro di Anton Giulio Bragaglia. Essenziale, per quel che riguarda la scomposizione della luce e del colore, è il ciclo intitolato “Compenetrazioni iridescenti” (1912-1914), costituito da una folta serie di quadri e lavori ormai completamente astratti.
Negli anni in cui aderisce al futurismo, Balla si dedica anche alla scultura e allo studio di diversi materiali: in questa fase del suo percorso artistico lo si può considerare precursore del dadaismo.
Dopo il fervore iniziale, l’artista ritorna su temi più tradizionali, quali la raffigurazione di città, paesaggi e ritratti, riprendendo tecniche più convenzionali, anche se è giusto sottolineare che non abbandonò mai del tutto gli studi futuristi.
Certo non è sufficiente un’ora di lezione per discorrere di certi argomenti, così come non è questa la sede per spiegare in modo esaustivo le diverse complessità del Futurismo.
Credo tuttavia che il compito di un buon insegnate sia anche quello di stimolare nei propri studenti pensieri e riflessioni e, soprattutto, di pungolare la curiosità che mette in moto la mente e fa sì che ognuno possa approfondire in autonomia le tematiche proposte. D’altra parte ciò che si studia a scuola non è fine a se stesso, anzi sovente, è più attuale di quanto si creda.

Alessia Cagnotto

Quelle montagne … così com’erano

Una mostra al sabaudo “Forte di Bard” per raccontare le “metamorfosi” del paesaggio alpino in oltre un secolo di storia

Fino a domenica 1° novembre

Bard (Aosta)

Dalla “Veduta della ghiacciaia della Brenva dietro il Monte Bianco” (olio su tela, 1825-’27) a firma del “regio pittore in paesaggi e boscareccie”, il “vedutista” Angelo Antonio Cignaroli (Torino 1761 – 1841), per passare ai circa 4.500 metri di altitudine della magnifica candida e innevata (allora sì!) “estrema punta piramidale” de “Il Cervino”, opera del “peintre – alpinista” Angelo Abrate (Torino 1900 – Sallanches, 1985), cui si devono anche centinaia di dipinti raffiguranti il “Monte Bianco” – suo incontestabile cavallo di battaglia – spesso realizzati direttamente in quota, fino (solo per citarne alcuni) al “Pascolo a Valtournanche”, olio su tela del 1930 ca. del bolognese, torinese di adozione, Giuseppe Gheduzzi, scuola all’“Accademia Albertina” di Torino e collaboratore del padre Ugo nella realizzazione delle scenografie del subalpino “Teatro Regio”  o, facendo un passo indietro, alla minuta, rigorosa ma di Anonimo “Caccia del re Vittorio Emanuele II di Savoia in Val Salvaranche” (1860 ca.): sono oltre 70 (tra le 400 e passa individuate ed appartenenti ad istituzioni pubbliche e a privati collezionisti), articolate in sei sezioni, le opere stilisticamente eterogenee e “racconto corale del mondo alpino” – dai dipinti ai disegni ai manifesti – raccolte nella generosa e suggestiva rassegna “Metamorfosi dello sguardo. Le Alpi immaginifiche”, inaugurata nei giorni scorsi al “Forte di Bard” e lì ospitata, negli alloggiamenti del “Museo delle Alpi” fino a domenica 1° novembre.

Curata da Aldo Audisio e promossa nell’ambito del progetto “DAHU – Développement et Adaptation des occupations Humaines en montagne” (che coinvolge la “Regione autonoma Valle d’Aosta”, il “Comune di Issime”, il “Forte di Bard”, il “Dipartimento dell’Alta Savoia” e la “Comunità dei Comuni della Valle di Chamonix Mont-Blanc”), l’iniziativa “declina le finalità sotto il profilo artistico esplorando, invece, l’evoluzione del paesaggio montano tra la fine del XVIII e la metà del XX secolo, offrendo una visione arricchita da un approccio scientifico che spazia dalla storia dell’arte all’archeologia”. Il tutto sul lungo filo di una ricerca e di una narrazione espositiva, studiata ad hoc, frutto di una pluralità di sguardi – di artisti, scienziati e alpinisti – cha va, a grandi balzi, dalle iconografie legate alla vita pastorale e agli elementi naturali, fino alle nuove forme di “antropizzazione” legate al turismo e agli sport invernali, “evidenziando i profondi mutamenti climatici e paesaggistici avvenuti nel corso dei decenni”. Tema, per altro, al centro delle attenzioni del “Forte” valdostano già nell’arco degli ultimi anni (ancora in corso, fino al 27 settembre in proposito, e proprio incentrata sul drammatico argomento in questione, la mostra fotografica “Ghiacciai” del grande reporter brasiliano Sebastião Salgado“attraverso progettualità che hanno avuto l’ambizione di contribuire alla diffusione della conoscenza e della comprensione di quanto sia fragile il mondo della montagna e di quanto sia importante approfondirne la conoscenza”. Parole della Presidente dell’“Associazione Forte di Bard”, Ornella Badery, che aggiunge: “La mostra è il risultato di una poderosa ricerca condotta negli archivi pubblici e privati della Valle d’Aosta e della Valle di Chamonix e dimostra proprio come l’evoluzione del paesaggio delle terre alte si sia realizzata nel corso dei secoli e come i cambiamenti siano stati influenzati (‘troppo spesso negativamente’ aggiungiamo noi) dalla presenza dell’uomo”.

“Chi come noi – spiega, da parte sua, l’Assessore regionale all’‘Istruzione, Cultura e Politiche Identitarie’, Erik Lavevaz – ha a cuore il futuro della Valle d’Aosta, intesa tanto come territorio quanto come comunità, non può non interrogarsi sul futuro dell’ambiente alpino provando ad allontanarsi dalla retorica e dagli allarmismi, ma sviluppando una coscienza che ancora può essere autentica. Queste terre sono chiaramente un laboratorio a cielo aperto in cui la cultura non è un orpello intellettuale, ma un modo fondamentale per comprendere noi stessi e proiettarci in avanti”. Oggi più che mai. Sulla scia di quanto “auspicato” dal celeberrimo Manifesto (presente in mostra) “Val d’Aosta. Sport invernali” disegnato attorno al 1940 dal noto disegnatore barese Gino Boccasile (Bari, 1901 – Milano, 1952), inneggiante, pur negli anni bui dell’inizio della Secondo conflitto Mondiale, alla montagna come “meta glamour e accessibile”, luogo di divertimento, sport, gioia e incontro per tutti. Anche attraverso il sorriso radioso di una smagliante figura femminile (un “classico” del Boccasile) icona ideale di uno stile di vita che ha cavalcato i tempi. E messo oggi seriamente a rischio!

Gianni Milani

“Metamorfosi dello sguardo. Le Alpi immaginifiche”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino al 1° novembre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Angelo Abrate “Il Cervino”, olio su tela, 1934; Giuseppe Gheduzzi “Pascolo a Valtournanche”, olio su tela, 1930 ca.; Gino Boccasile “Val d’Aosta. Sport invernali”, Offset a colori su carta, 1940