Rubriche- Pagina 58

Vota Antonio, vota Antonio

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Il cinema ci ha raccontato spesso il mondo della politica, sia in forma ironica (“Gli onorevoli”, con Totò) sia tragica (“Potere assoluto” con Clint Eastwood), sia romantica (“Il presidente, una storia d’amore” con Michael Douglas).

Nella realtà, almeno a casa nostra, la politica è stata vista dapprima con il rispetto dovuto a chi comanda, a chi decide le nostre sorti, poi con la partecipazione tipica degli anni ’60 e ’70, infine con il distacco di chi non ha fiducia, non capisce e disapprova.

Le recenti elezioni europee, regionali per il Piemonte, e comunali per circa 3700 Comuni in Italia hanno ampiamente dimostrato quanto sostengo: sono risultate le elezioni nella storia della Repubblica con la minor affluenza di elettori, meno di uno su due (49,69%). Vani sono stati i tentativi di richiamare affluenza utilizzando nomi di spicco o leader di partito.

Il dato, già di per sé basso, delle ultime politiche, 63,9%, era ancora elevato se paragonato al 54,5 delle scorse europee nel 2019 e, appunto, alle recenti elezioni.

In realtà il fenomeno dell’astensionismo in aumento non è nuovo e sembra destinato a proseguire. Solo nel 2004, ma sono appunto passati 20 anni, l’affluenza fu del 73% ma, particolarmente per le europee, la disaffezione dei cittadini nei confronti della politica sembra in crescita costante.

Particolarmente tra i giovani, la politica sembra non interessare più, così come l’attività e la tutela sindacali; l’emorragia di iscritti che alcune sigle sindacali stanno mostrando, alla pari con l’assenteismo alle urne, mostrano come i cittadini da un lato deleghino ai politici ogni decisione, non interferendo più nelle loro scelte e, dall’altro, siano profondamente delusi, sfiduciati dalla politica in genere.

Notizie sempre più numerose e contrastanti, politici sempre meno preparati, modifiche anche costituzionali che sfuggono alla maggior parte degli elettori hanno contribuito al crescente disinteresse per la res publica, la “cosa” di tutti, cui tutti dovrebbero partecipare, che tutti dovrebbero rispettare e che tutti, almeno teoricamente, dovrebbero alimentare con il gettito fiscale.

Nei Paesi anglosassoni, nel nord Europa ma anche in civiltà più lontane da noi, se sei sospettato di essere un evasore o se vieni condannato per aver evaso le tasse sei considerato peggio di un omicida; nel nostro Paese se riesci a farla franca per un periodo lungo sei considerato uno furbo, abile, quasi da imitare.

Chi entra in politica oggi difficilmente lo fa per porre la sua esperienza al servizio degli altri; troppo spesso lo fa per avere uno stipendio, anche se irrisorio nei Comuni minori, per entrare in quel mondo, a torto ritenuto magico, fatto di incontri, cene, frequentazioni importanti e favori elargiti quasi per obbligo.

Il compianto Enrico Berlinguer, rispettato anche dai suoi avversari e del quale ricorrono in questi giorni i 40 anni dalla scomparsa, soleva dire già allora “I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela.”; sono convinto che tangentopoli non abbia eliminato la corruzione ma, anzi, abbia solo alzato il prezzo delle tangenti.

L’educazione civica che non viene più insegnata, trasmissioni dove i politici si insultano anziché spiegare, in modo preciso e corretto i propri programmi, ed un disinteresse naturale verso ciò che essendo di tutti è anche nostro, hanno reso la politica una cosa che non ci riguarda, le elezioni un evento che, comunque vada, non cambiano la realtà e i politici “tutti uguali”, “destra e sinistra fanno le stesse cose”.

E’ evidente che continuando a ragionare (anche se il termine corretto sarebbe il contrario) in questo modo non soltanto avremo scelte politiche dettate da pochi, spesso invise ai cittadini, ma soprattutto un dispendio enorme di denaro pubblico. Prendiamo, ad esempio, i referendum, unica consultazione elettorale vincolata dal raggiungimento di un quorum: il costo di ogni consultazione si aggira sui 200-300 milioni di euro, comprensiva di emolumenti per i componenti dei seggi, straordinari di tutti i dipendenti comunali e statali, stampa delle schede, ecc. ecc. Se non ci rechiamo alle urne, lo Stato avrà speso quelle cifre inutilmente, perché la consultazione referendaria sarà nulla; in tal caso non avremo alcun diritto di lamentarci.

Piuttosto perché, almeno una volta, non andiamo ad assistere alle sedute del consiglio comunale dove viviamo o del Parlamento in occasione di una gita a Roma? In TV o sui siti di Camera e Senato è possibile assistere alle sedute, ai question time, alle votazioni e capire come funzioni quel mondo apparentemente tanto lontano ma che lavora quotidianamente per noi: cosa ci costa provare una volta?

Sergio Motta

Le vostre foto. Toulouse-Lautrec al Mastio della Cittadella

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L’esposizione celebra l’opera di uno degli artisti più iconici della fine del XIX secolo, Henri de Toulouse-Lautrec. Conosciuto per le sue affascinanti rappresentazioni della vita notturna parigina, dei cabaret e dei teatri, Toulouse-Lautrec – attraverso manifesti, litografie e disegni- ha catturato con uno stile innovativo l’essenza della Belle Époque.
(Foto Alessandra Macario)

Con un sacco di fieno in fabbrica

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Da vent’anni, riposta nel solaio la bricolla da contrabbandiere, varcava puntualmente alle sette del mattino i cancelli dell’acciaieria di Villadossola. Alto e secco, con l’andatura un poco ciondolante, Ugo aveva alle spalle una vita a dir poco avventurosa.

Già in tenera età boscaiolo, addetto al palorcio della teleferica e all’accatastamento del legname; poi partigiano con Superti in Val d’Ossola e, dopo la Liberazione, contrabbandiere per necessità, arrancando sui sentieri degli spalloni per racimolare qualche misero guadagno per poter mettere insieme il pranzo con la cena e dare una mano alla vecchia madre. Alla morte della genitrice lasciò ad altri i rischi dell’andar di frodo scegliendo di lavorare in fabbrica dove aveva trovato impiego come operaio addetto al laminatoio. La sua era diventata, da quel giorno, una vita più regolare, scandita dai turni in azienda. Aveva così anche il tempo  per dedicarsi alla passione per la lettura, soddisfacendo la sua curiosità di sapere le cose nel mondo. Comprava regolarmente due giornali ( uno era il quotidiano più diffuso, dove trovava anche la cronaca locale; l’altro era L’Unità), divorava libri di ogni genere, andava al cinema appena poteva e frequentava anche gli spettacoli della filodrammatica amatoriale che di tanto in tanto metteva in scena opere classiche e senza tempo sul palcoscenico del teatro comunale.

Era conosciuto e rispettato perché sapeva fare bene il proprio mestiere, sempre attento e puntuale sul lavoro, ben voluto dai compagni del reparto. Ugo era tra quelli che, fieri della propria rettitudine, potevano andare a testa alta. Comunista convinto anche se non aveva mai avuto in tasca la tessera di quel partito perché il suo spirito ribelle non gli consentiva di soggiacere alle regole e alle liturgie della vita di partito. Il suo punto di vista, formatosi nel vivo della lotta partigiana, si era fatto più saldo nell’inferno di calore, polvere e rumore dell’acciaieria. Era lì che era maturata la presa di coscienza di tutta una condizione lavorativa, umana, politica. Era lì che aveva fatto l’amara scoperta che di lavoro si muore perché la vita degli operai valeva meno del profitto. Dopo i bagliori delle lotte sul finire degli anni sessanta era iniziato un periodo opaco. Soffriva molto nell’assistere al tramonto della centralità operaia nell’immaginario della società italiana e nell’orizzonte politico delle stesse forze di sinistra. I segnali che attestavano l’arretramento del movimento dei lavoratori, sottoposto a ripetuti attacchi, l’avevano reso più nervoso e meno accomodante. La figura e il ruolo dell’operaio si erano fatti sempre più complicati e le ultime generazioni erano andate a scuola, avevano studiato maturando la convinzione che la fabbrica non rappresentasse più un’occasione di riscatto sociale, perdendo parte del senso di appartenenza a una ben precisa classe sociale. Tutto era diventato più fluido e la compattezza e l’orgoglio di un tempo erano un ricordo sfocato. Eppure Ugo avvertiva che fra i vecchi e  i giovani c’era ancora uno scambio di saperi e che il nocciolo duro della militanza sindacale e l’etica del lavoro e delle cose ben fatte non erano spariti del tutto. Forse era per via di quelle radici che affondavano nella tenacia di quella cultura contadina di montagna che da quelle parti era cosa seria, dove  l’universo dell’acciaieria con l’altoforno, le colate e i laminatoi era condiviso dai tanti che mantenevano un legame con i campi e gli alpeggi, la fienagione e qualche animale nella stalla. Aveva maturato una consapevolezza che il tempo aveva levigato rendendola disincantata, lucida, a volte venata da una malinconia che veniva ben presto scacciata da quel suo carattere deciso, incline alla battuta arguta, al commento salace. Non perse nemmeno l’abitudine di andare a votare, come amava dire, “in zona Cesarini”. I seggi chiudevano alle quattordici del lunedì e cinque minuti prima del termine ultimo varcava la soglia del seggio, soffermandosi davanti ai tabelloni con le liste. Si prendeva un paio di minuti per far scorrere lo sguardo sui simboli e candidati e poi, ritirata la scheda, entrava nella cabina commentando ad alta voce: “ Vediamo un poco.. Toh, ecco il simbolo di quelli che fanno portare la croce agli altri e quello dei padroni. E l’altro dove sarà mai?? Ah, eccolo qui, Quello che piace a me. Il simbolo degli operai, anche se un poco sbiadito. Un segno qua e un segno là . E anche questa volta ho votato bene!”. Ripiegava la scheda e la infilava soddisfatto nell’urna, salutando presidente e scrutatori con un largo sorriso. Un giorno scelse di manifestare il suo disprezzo per crumiri e per i pavidi che non protestavano e non scioperavano mai presentandosi alla portineria d’entrata con un sacco di fieno in spalla. I due guardiani che sostavano davanti al cancello gli chiesero cosa intendesse fare con quel sacco e lui, serafico, rispose: “Ci sono quelli che portano in fabbrica la schiscetta con il pranzo, il panino o il quartino di vino? Bene. Io ho portato il fieno per dar da mangiare a tutti gli asini che stanno qui dentro. Non ci vedo niente di male, no? Sono una persona generosa, io”. Ugo in fondo era così e niente al mondo l’avrebbe cambiato, tant’é che quando andò in pensione in fabbrica avvertirono tutti, anche quelli ai quali non era mai stato simpatico, un vuoto, un’assenza che rese l’ambiente ancora più povero di quanto non fosse già diventato.

Marco Travaglini 

 

Torino e le sue donne: Carol Rama

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Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

Con la locuzione sesso debole” si indica il genere femminile. Una differenza di genere quella insita nellespressione sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto sesso forte, uno stereotipo che ne ha sancito lesclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna Darco, Elisabetta I dInghilterra, Emmeline Pankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nellelenco anche Coco Chanel, lorfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel sesso debole” che non si è addomesticato, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan. 
Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario letimologia della parola donnadomna, forma sincopata dal latino domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.  (ac)

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5 Carol Rama
Torino è anche arte. Molte sono le Gallerie, le Fondazioni e i Musei che promuovono larte in tutte le sue sfaccettature, dalla scultura allarte figurativa fino al cinema, sia che si tratti di arte classica, medievale, o contemporanea.  La storia di oggi è una storia darte, che ha per protagonista una delle donne che larte lha creata, lha vissuta e allarte si è completamente dedicata.  Carol Rama nasce a Torino nel 1918, inizia a dipingere ancora adolescente, senza alcuna formazione accademica ma sostenuta nella sua passione da alcuni incontri fondamentali, primo fra tutti Felice Casorati. Molti sono gli amici intellettuali da cui trae informazioni, conoscenze e stimoli: Edoardo Sanguineti, Massimo Mila, Albino Galvano, Carlo Mollino, Paolo Fossati, Carlo Monzino, Luciano Berio, Eugenio Montale e ancora Luciano Anselmino, grazie al quale entra in contatto con Andy Warhol e Man Ray. Della pittura fa una pratica ininterrotta, è il filtro attraverso cui elabora oggetti, situazioni, persone della quotidianità per convertirli in qualcosa di artistico. Carol è sempre aggiornata sulle varie tendenze darte, ma mantiene grande autonomia di lavoro, sviluppando nel corso del ventesimo secolo un percorso tutto personale, attraverso luso di materiali, temi e stili diversi. Negli acquerelli degli anni Trenta e Quaranta, la rudezza e la scabrosità dei soggetti è decantata nelleleganza compositiva del quadro. Si tratta di lavori eseguiti a cavallo dei suoi ventanni, con noncuranza verso i ben pensanti e le mode artistiche del momento, produzioni che denotano grande maturità tecnica e di ideazione. Negli anni che precedono lo scoppio della guerra, lartista si accosta anche alla pittura a olio, con dense paste di colore e soggetti spesso non tradizionali. La sperimentazione continua: agli stessi anni Quaranta risale linteresse per lincisione che si concretizzerà nella splendida serie delle Parche, (linteresse per tale tecnica rispunta verso la fine degli anni Novanta). Dopo una esperienza astrattista negli anni Cinquanta allinterno del gruppo torinese del MAC (Movimento Arte Concreta), Carol attua negli anni Sessanta una svolta decisiva: su macchie di colore di derivazione informale applica oggetti duso quali strumenti medicali, trucioli metallici, occhi di bambola. Loggetto 
è inserito con tutta la sua fisicità nel dipinto, diventa colore e forma del quadro, pur rimanendo cosa. Negli anni Settanta, sostenuta da colui che sarà il suo gallerista per i decenni successivi, Giancarlo Salzano, un nuovo materiale entra a far parte della sua composizione pittorica, si tratta di camere daria segnate dalluso e di guarnizioni in gomma, utilizzate in sostituzione del colore e incollate su tele monocrome. Questi lavori conservano tutta lincisività dellessere materia (gomma come pelle e carne) e sono un rimando allattività aziendale del padre (specie luso della gomma richiama il lavoro paterno). Nel 1979 Carol espone per la prima volta alla Galleria Martano di Torino gli acquerelli realizzati una quarantina di anni prima, poi scelti lanno seguente da Lea Vergine per la mostra itinerante sulle grandi artiste del Novecento, Laltra metà dellavanguardia. A partire dagli anni Ottanta, lartista ritorna alla figurazione e realizza mirabili quadri in cui dipinge figure e animali fantastici su carte prestampate. La conoscenza internazionale di Carol è dovuta alle mostre pubbliche, come la sala personale alla quarantacinquesima Biennale di Venezia nel 1993, a cura di Achille Bonito Oliva, allestita dallamico Corrado Levi, e lantologica allo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1998, a cura di Maria Cristina Mundici. Il grande riconoscimento pubblico sul suolo Italiano le arriva nel 2003, quando le viene conferito il Leone doro alla carriera in occasione della cinquantesima Biennale di Venezia. Nel 2004 anche la sua città natale le dedica una ampia antologica presso la Fondazione Sandretto-Rebaudengo a cura di Guido Curto. Nel gennaio 2010, rappresentata da Corrado Levi, riceve il prestigioso Premio Presidente della Repubblica” da Giorgio Napolitano. Nel 2014 inaugura al Museo dArte Contemporanea (MACBA)  di Barcellona una importante mostra monografica a cura di Teresa Grandas, Beatriz Preciado e Anne Dressen, poi allestita anche a Torino nell’ ottobre 2016 alla GAM. Il consenso internazionale è ulteriormente consolidato nel 2017 dallampia personale tenutasi al New Museum di New York. Il suo ultimo lavoro conosciuto è del 2007 e chiude una intensa carriera durata oltre settantanni. Muore nella sua casa-studio torinese, il 24 settembre 2015.

 

Alessia Cagnotto