Rubriche- Pagina 30

Kessler, oltre le gambe c’è di più

/

 

Che leggi

RUBRICA A CURA DI  IRMA CIARAMELLA*

 

 

Alla lettura dell’ANSA della morte di Alice ed Ellen Kessler, le gambe più famose della nostra TV, la memoria è corsa immediatamente al loro sorriso impeccabile a quelle gambe interminabili e a quel ritmo inconfondibile: Da-Da-Un-Pa

Poi, la lettura della riga che cambia musica: sono morte insieme, con una procedura di suicidio assistito.

Le Kessler se ne sono andate come hanno vissuto: insieme, libere, padrone di sé. Due donne che hanno regalato leggerezza all’Italia del boom economico, che aveva bisogno di sognare di guardare oltre, hanno scelto proprio il 17 novembre per far calare il sipario sulla loro storia. 

A Monaco di Baviera, nel loro Paese, dove il suicidio assistito è riconosciuto come diritto personalissimo alla morte autodeterminata, avevano pianificato ogni dettaglio: colloqui medici, valutazione della loro capacità decisionale, verifica della volontà, fino alla scelta del giorno. Non eutanasia attiva, ma supporto alla loro decisione che era giunto il momento di tagliare il  filo della loro vita. Un addio che ancora ci parla di eleganza, autonomia, dignità.

In Germania questo è’ legale. 

 Dal 2020 il Bundesverfassungsgericht ha riconosciuto il diritto della persona di  decidere se, quando e come porre fine alla propria vita: un’espressione della dignità umana e un diritto della persona. Da allora l’assistenza al suicidio, in Germania, è lecita se svolta con garanzie rigorose. Ed è proprio quel percorso che le Kessler hanno seguito, fin nei dettagli finali, destinando, coerentemente, per testamento anche i loro beni a organizzazioni umanitarie.

In Italia sarebbe stato possibile? 

No. O almeno: solo in casi molto specifici. 

Il nostro ordinamento rimane ancorato all’art. 580 c.p., con una lettura costituzionalmente orientata da sentenze anche recentissime della Corte Costituzionale con un’unica finestra di non punibilità aperta dalla sentenza Cappato–Dj Fabo. La Corte ribadisce che non esiste un diritto generale al suicidio assistito. E le sentenze della Corte Costituzionale svolgono una attività di colmare un vuoto normativo  ( anche quella recentissima del 2025). Nel nostro Paese non c’è’  una legge organica, né una  procedura uniforme: i requisiti cambiano a seconda  della Regione di residenza e di appartenenza al SSN, e secondo interpretazioni che in mancanza di un quadro organico, sono lasciate alla soggettività degli interpreti locali. Il fine vita, da noi, è ancora una questione di coordinate geografiche (vedi approfondimento sotto) *

Ma la biografia delle Kessler ci dice di più’.

Dietro le due icone di fama e bellezza c’erano due bambine cresciute nella Germania dell’Est, un padre alcolista e violento, una madre che loro stesse  considerano da ‘proteggere’.  La danza come passione assoluta. A quattordici anni la fuga nella Germania dell’Ovest, e una promessa scolpita nella paura: “Mai più dipendere da un uomo”. Promessa mantenuta per tutta la vita: nessun matrimonio, relazioni affettive  importanti ma autonome; il rifiuto della maternità, scelta consapevole alla luce delle loro carriere e dell’abdicazione ai ruoli familiari tradizionali; la gestione congiunta delle case, del lavoro, delle finanze; e infine un testamento orientato alla solidarietà (lasciti ad Onlus).

È un femminismo concreto e silenzioso, lontano dagli slogan ma potentissimo: l’indipendenza economica come presupposto per liberarsi da ogni forma di violenza o subordinazione; libertà di costruire il proprio progetto di vita senza matrimonio, né maternità obbligata; l’autodeterminazione sul corpo e sul fine vita, perché decidere come morire è la naturale continuità di una vita vissuta rivendicando la libertà di ‘ disporre’ di sé. Persino la loro determinazione di morire insieme appare oggi come l’estensione estrema di un patto di sorellanza, che ha sostituito per loro i modelli familiari tradizionali.

La loro scelta interroga il giurista e il legislatore. Se due donne lucide, informate, non fragili,  né in ‘difficoltà relazionale’ scelgono il suicidio assistito come compimento coerente della propria biografia, il diritto deve poter accogliere (e normare) questa decisione?  Oppure deve impedirla in nome di una vocazione protettiva di una vita che deve estendersi elasticamente sempre più anche resta poco o nulla della forza -non solo fisica – e dello spirito vitale complici trattamenti sanitari capaci di protrarre ogni giorno di più l’ultimo respiro? Possiamo accettare che in Italia l’accesso al fine vita dipenda ancora dalla disponibilità delle strutture sanitarie e dalla capacità – anche economica – di sostenere un contenzioso?

Le Kessler, senza proclami, hanno tenuto insieme le due parole cardine dei diritti del XXI secolo: dignità e autonomia.

E la domanda che ci consegnano, più che un testamento morale, è un’agenda politica:

Che leggi servono per trasformare una scelta individuale in un diritto regolato, garantito, sottratto alla clandestinità e alle diseguaglianze?

* Irma Ciaramella, avvocata

Approfondimento 

Il tema del fine vita resta uno degli argomenti  più delicati del dibattito giuridico e politico italiano. In assenza di una disciplina organica, è stata la Corte costituzionale a definire negli ultimi anni i confini entro cui l’aiuto al suicidio può considerarsi lecito, costruendo un modello fondato sul bilanciamento tra la tutela della vita e il diritto all’autodeterminazione del paziente.

Il punto di partenza è la legge n. 219/2017, che ha riconosciuto il diritto di ciascuno a rifiutare cure e trattamenti anche salvavita. La questione arriva alla Consulta con il caso Cappato–DJ Fabo, che apre il problema dell’aiuto al suicidio all’interno dell’ordinamento italiano.

1. L’ordinanza n. 207/2018: la Corte chiama il Parlamento

La Consulta rileva che l’art. 580 c.p. potrebbe essere incostituzionale in alcuni casi-limite e concede al Parlamento un anno per legiferare. Identifica già i criteri: patologia irreversibile, sofferenze intollerabili, trattamenti vitali, piena capacità decisionale.

2. La sentenza n. 242/2019: il perimetro della non punibilità

Constatata l’inerzia legislativa, la Corte dichiara parzialmente illegittimo l’art. 580 c.p. e stabilisce quando l’aiuto al suicidio non è punibile. Le condizioni sono cumulative:

• patologia irreversibile e prognosi infausta;

• sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili;

• dipendenza da trattamenti di sostegno vitale;

• piena capacità di intendere e volere;

• previo accesso (o rifiuto consapevole) alle cure palliative.

La procedura deve svolgersi sotto controllo del Servizio Sanitario Nazionale.

3. Le pronunce del 2024 e 2025: conferma e chiusura del perimetro

• Sentenza n. 135/2024: conferma il requisito della dipendenza da trattamenti vitali, ritenuto essenziale per delimitare il campo dei casi ammessi.

• Sentenza n. 66/2025: ribadisce che solo il legislatore può ampliare la platea dei soggetti ammissibili; la Consulta mantiene il perimetro definito nel 2019.

Situazione attuale

L’assenza di una legge nazionale lascia un quadro frammentato: i comitati etici territoriali applicano i principi costituzionali senza linee guida uniformi, mentre alcune Regioni (Emilia-Romagna e Toscana) hanno avviato proprie discipline.

Le pronunce della Corte hanno costruito un sistema di garanzie minimo e coerente, evitando arbitri e offrendo tutela ai pazienti più vulnerabili. Ora la responsabilità è del Parlamento: trasformare questa architettura giurisprudenziale in una normativa chiara, uniforme e rispettosa dei diritti fondamentali.

 

Avv. Maria Irma Ciaramella

PATROCINANTE IN CASSAZIONE

 

Rock Jazz e dintorni a Torino: Noemi e Asco

/

GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Lunedì. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce Mari Froes.

Martedì. Al teatro Colosseo è di scena Gio Evan.

Mercoledì. Al teatro Concordia di Venaria arriva Noemi. All’Hiroshima si esibisce Andrea Cerrato. Alle OGR la performance di Asco tra musica sinfonica e techno.

Giovedì. Al Vinile suonano i Son Machito. All’Of Topic sono di scena gli Joypads. Allo Spazio 211 si esibisce Lael Neale. Al Blah Blah suona Jozef Van Wissem + Cauduro. Allo Ziggy suonano gli Electric Wires + Luca.

Venerdì. Allo Spazio 211 si esibiscono i BRX!T + Domani Martina. All’Off Topic è di scena Gioia Lucia + Selli. Al Magazzino sul Po suonano i Verlaine. Al Folk Club si esibisce Casey Chandler + Federico Puttilli. All’Hiroshima suonano Il Mago del Gelato. Al Magazzino di Gilgamesh è di scena la BodySoul Band. Al Vinile suona la Violet Beat. Al Circolino si esibiscono i Tetsuo.

Sabato. Al Folk Club sono di scena Marco Flores, Jose Tomas e El Quini De Jerez. Al Magazzino sul Po suonano gli Housebroken + Merricat. Allo Spazio 211 si esibisce Micah P. Hinson. Allo Ziggy è di scena Massimo Pupillo. Al Magazzino di Gilgamesh suona la Lady’s Soul Band.

Pier Luigi Fuggetta

Evitiamo la trappola del vittimismo / 3

/

 

Me se l’atteggiamento da vittima procura a chi lo mette in atto negatività e difficoltà, perché il vittimista insiste in questi comportamenti e modi di pensare e di essere, che hanno una forte componente autolesionistica, senza in genere riuscire a modificarli? Perché, evidentemente, l’atteggiamento vittimistico qualche vantaggio, ancorché un po’ “storto” e senza dubbio opinabile, lo procura…

Ad esempio di scaricare la responsabilità di se stessi e delle proprie difficoltà agli altri o al destino, di ricevere attenzioni morali e materiali dagli altri per la propria condizione sfortunata, di evitare il dolore e la fatica nel prendere in mano la propria vita e il proprio cambiamento, di esercitare potere nei confronti di coloro che gli stanno vicino.

Perché è questo il principale potere del vittimista: quello di manipolare chi gli sta attorno, cercando di indurlo a comportarsi nei suoi confronti come un burattino nelle sue mani, pronto a venirgli in soccorso e a recitare il ruolo che lui desidera. Nutrendo così il suo insopprimibile narcisismo.

Risulta perciò evidente, a questo punto, come il titolo di questa serie di post possa assumere un doppio significato e una duplice valenza. Nel senso che evitare la trappola del vittimismo consiste sia nel non assumere noi stessi atteggiamenti da vittima, sia nell’imparare a difenderci dalle manipolazioni dei vittimisti.

E’ possibile che l’atteggiamento del vittimista possa modificarsi? Certamente si, partendo dalla consapevolezza del fatto che la sua è una “non vita”, una rinuncia a vedere le cose così come sono e non come egli vuole negativamente rappresentarsele e strumentalmente rappresentarle agli altri.

Le persone che hanno l’abitudine di fare la vittima sono talmente concentrate a lamentarsi e a dispiacersi per ciò che non hanno ricevuto da dimenticarsi totalmente di tutto ciò che invece già hanno e di averne gratitudine. Reagendo senza drammi alle inevitabili situazioni di dolore e di difficoltà.

(Fine della terza e ultima parte dell’argomento).

Potete trovare questi e altri argomenti dello stesso autore legati al benessere personale sulla Pagina Facebook Consapevolezza e Valore.

Roberto Tentoni
Coach AICP e Counsellor formatore e supervisore CNCP.
www.tentoni.it
Autore della rubrica settimanale de Il Torinese “STARE BENE CON NOI STESSI”.

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

/

SOMMARIO: Sandro Pertini  e gli abiti rivoltati – La querelle del Garante – I liberali – Lettere

Sandro Pertini  e gli abiti rivoltati
Sono stato a Savona a parlare in anteprima  di Sandro Pertini che il prossimo anno verrà ricordato a 35 anni dalla sua morte. Avevo davanti a me un pubblico che immaginavo, data l’età, di vecchi pertiniani. Mi sbagliavo perché un novantenne avvocato di Savona ha raccontato aspetti poco conosciuti di Sandro anche per ciò che riguarda la sua vita famigliare. Ebbe, ad esempio, un fratello fascista e non onorò con il matrimonio una ragazza che lo aiutò, rischiando la vita portandogli aiuti nell’ esilio francese di Nizza. Ho replicato che le questioni personali e famigliari non possono inficiare la sua figura di politico e di statista. Pertini ebbe un carattere difficile dovuto anche al carcere e al confino e non ebbe doti politiche particolari. Fu un militante più che un dirigente socialista, seppe evitare la maledizione del movimento socialista fatto di scissioni continue.

Come presidente della Camera e poi della Repubblica cercò di porsi come uomo delle istituzioni anche se la sua passione politica ebbe il sopravvento. Un signore del pubblico se ne è uscito con un giudizio infelice:<< Neppure le Brigate Rosse avrebbero toccato Pertini>>. Così dicendo si sono avvalorati discorsi su un Pertini non abbastanza fermo sul brigatismo, cosa non vera, anche se graziò un brigatista parente di Emanuele Macaluso che costò il posto al Segretario generale del Quirinale Maccanico che si prese la responsabilità della grazia. Maccanico ebbe quasi subito dopo la presidenza della Banca commerciale e poi poté iniziare la sua carriera politica. Come si può vedere, nella storia occorre sempre una certa dose di relatività. Un’altra signora del pubblico ha ricordato che suo padre regalò un abito rivoltato che era appartenuto al maresciallo Caviglia eroe della Grande Guerra  – come usava nel dopoguerra quando scarseggiava tutto – a Pertini perché potesse presentarsi all’Assemblea Costituente  con un abito adatto. Gli abiti rivoltati noi non li abbiamo conosciuti, quei politici con quegli abiti di recupero sono stati parte della migliore classe dirigente italiana. Anche gli operai comunisti – come imponeva loro Togliatti – vestivano il doppio petto blu per entrare in Parlamento, come atto di rispetto delle istituzioni.

.

La querelle del Garante

Ho conosciuto Agostino Ghiglia tanti anni fa quando ambedue ricordavamo foibe ed esodo giuliano – dalmata nel quasi assoluto silenzio. Lo stimo come una persona seria e coerente. Farebbe assai meglio il ministro di tanti suoi colleghi di Fdi. Il tentativo di Ranucci di attaccarlo con futili motivazioni  è privo di fondamento.

Su di lui non cambio il parere maturato negli anni. E’ un uomo di partito che ha dimostrato di saper diventare uomo delle istituzioni. Non si può vietargli di entrare nella sede del suo partito come vorrebbe Ranucci che non nasconde mai le sue origini e simpatie, anzi le manifesta nella Tv pubblica che lui usa come se fosse sua.
.
I liberali
C’è un ministro sicuramente liberale ed è Paolo Zangrillo che conobbi di sfuggita quando il Treno del Ricordo del Milite Ignoto fece tappa a Torino. Non ho più avuto altre occasioni di incontro  Ma l’idea di non sottoporre gli over 70 ai disagi e al malfunzionamento delle anagrafi, liberandoli dell’obbligo del rinnovo della carta d’identità, è un’idea giusta e a costo zero.

Anche le iniziative di rafforzare i compiti delle farmacie nel campo sanitario è un’idea giusta. E’ l’esatto contrario delle lenzuolate di Bersani che cercarono di mandare all’aria le farmacie, creando le parafarmacie che per altro non ebbero successo. La mia farmacia, la Solferino, è un prezioso presidio sanitario, di cui non potrei fare a  meno.

.

LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

.

Le panchine di via Roma
Lei è stato il primo a scrivere che le panchine in pietra senza schienale in via Roma non erano funzionali . Adesso c’è chi si accorge del disagio per gli anziani . Correggeranno gli altri tratti?   Giusy Sandali
Non credo che  correggeranno per mantenere l’uniformità. Ad Albenga ,come ricordai, ci sono panchine senza schienale, ma il caso di Albenga sembrava unico. Aggiungerei che Torino non è Palermo. Le panchine all’aperto forse non sono così necessarie perché il clima non lo consente.
.
La ferrovia da Genova a Ventimiglia
Sono totalmente contrario allo spostamento a monte della ferrovia da Genova a Ventimiglia. Un errore grossolano quelle di fare le stazioni distanti dalle città come dimostra il pezzo già costruito da Andora a Ventimiglia con un calo vertiginoso di utenza. In compenso hanno favorito una lunga pista ciclabile lungo il mare. Non ha senso. Eppure i sindaci tacciono.
Raffaele Delfino Pietra L.
Concordo. L’ idea di una ferrovia costiera  fu un’intuizione di Cavour che nel 1857 volle la nascita della “Ferrovia delle Riviere Liguri“ che doveva correre lungo il mare dal fiume Varo fino al Magra. Il tratto Savona – Ventimiglia venne realizzato compiutamente nel 1872 . Non sarà più così, per risparmiare pochi minuti di viaggio. Un errore che va ascritto in via definitiva a Salvini. Speriamo che qualche magistrato contabile riesca a fermare il progetto. In certi casi la Corte dei Conti è preziosa.
.
Si torna alle Frattocchie?
Ho appena letto la recensione al nuovo libro di Angelo d’Orsi, il perseguitato del Polo del ‘900, che affronta la catastrofe del liberismo da Reagan ad oggi. Un libro fazioso in cui ritorna la solita vulgata marxista di stretta ortodossia, senza neppure un tentativo di aggiornamento analitico. D’Orsi in compenso non ha mai scritto della catastrofe comunista perché lui è e si ritiene ancora un comunista. Stando alla recensione, sembra che il libro riscuota successo. Lei cosa ne pensa?  Piero Astuti
Lei forse non mi legge, ma da anni io ho sempre espresso giudizi negativi su d’Orsi e ritengo  la sua faziosità incompatibile con il lavoro di uno storico. Del suo ultimo volume, che non leggerò, ho letto che sarebbe  stato un ottimo  libro di testo per gli attivisti comunisti della scuola di partito delle Frattocchie dove sono cresciuti i più perniciosi settari. Per l’autore questo giudizio suona sicuramente  come un complimento. Per fortuna della cultura italiana le Frattocchie sono state chiuse da molto tempo.

Filetti di nasello gratinati. La bontà è croccante

/

 Questo piatto si prepara facilmente con ingredienti semplici, particolarmente sfizioso grazie alla gratinatura dorata e croccante

Apprezzato per le sue proprieta’ nutritive, il nasello e’ un pesce magro, facilmente digeribile, carne bianca e delicata ideale anche per chi non ama il pesce. Questo piatto si prepara facilmente con ingredienti semplici, particolarmente sfizioso grazie alla gratinatura dorata e croccante.

***

Ingredienti:

 

4 filetti di nasello

4 fette di pan carre’

1 ciuffo di prezzemolo

1 spicchio di aglio

50gr. di parmigiano grattugiato

50gr. di pecorino grattugiato

Olio, sale, pepe q.b.

***

Tostare leggermente le fette di pan carre’. Lavare e asciugare il prezzemolo. Frullare le fette di pane con il formaggio grattugiato, l’aglio, il sale, il pepe e l’olio. Disporre i filetti di nasello in una pirofila da forno unta di olio, cospargere il composto sul pesce, condire con un filo di olio e cuocere in forno a 200 gradi per circa 20 minuti o sino a completa doratura.

 

Paperita Patty

 

La casa come specchio di chi siamo

/

ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.
.
Dalla burocrazia al benessere, dal valore immobiliare al design d’interni: l’abitare contemporaneo è un equilibrio tra funzionalità, estetica e identità. Una riflessione sull’evoluzione dello spazio domestico, fino al concetto moderno di smart home.

Abitare non significa soltanto vivere in uno spazio, ma farne il riflesso della propria identità. La casa è il luogo in cui le nostre scelte estetiche, funzionali ed emotive si intrecciano, raccontando chi siamo molto più di quanto immaginiamo.

Nasce da questa consapevolezza “Abitare con stile”, una rubrica dedicata a chi considera la casa non solo come un bene materiale, ma come un progetto di vita in continua evoluzione.

Oggi parlare di casa significa parlare di società, di tecnologia e di benessere. L’abitare è cambiato profondamente: gli spazi non sono più soltanto contenitori di oggetti o funzioni, ma scenari del nostro quotidiano, luoghi che influenzano il nostro umore, la produttività, la qualità del tempo che trascorriamo con noi stessi e con gli altri.

Accanto agli aspetti più tecnici e burocratici — dai valori immobiliari alle normative — si è fatta strada una nuova sensibilità: quella che guarda alla qualità dell’abitare come a un equilibrio tra comfort, estetica e sostenibilità.

Progettare una casa oggi significa saper dosare funzionalità e emozione, tecnologia e calore, estetica e senso pratico. Significa scegliere materiali che dialoghino con la luce, colori che favoriscano armonia, spazi flessibili capaci di adattarsi ai nuovi ritmi della vita.

Negli ultimi decenni, l’evoluzione dell’abitare ha seguito il ritmo della società: dagli appartamenti tradizionali ai loft aperti e multifunzionali, dalle seconde case destinate al relax fino alle soluzioni di co-living e agli spazi ibridi dove casa e lavoro si fondono.

Oggi, con l’avvento della smart home, la casa diventa anche intelligente: luci, temperatura, sicurezza e consumi si gestiscono con un clic, restituendoci tempo e libertà. Ma la vera innovazione non sta solo nella tecnologia: è nel modo in cui impariamo a costruire ambienti che ci somiglino, che accolgano, rigenerino e ispirino.

Ogni casa è un racconto. E in queste pagine proveremo a esplorare, settimana dopo settimana, le infinite sfumature dell’abitare: dal valore immobiliare al fascino del design, dalle tendenze ai piccoli gesti quotidiani che trasformano uno spazio in un luogo da amare.

Perché, in fondo, abitare con stile non significa seguire le mode, ma trovare la propria armonia tra forma, funzione e anima.

Una lotta privata e quella di un intero paese, per una eccellente opera prima

/

Sugli schermi “Anemone” di Ronan Day-Lewis

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Un attore immenso come Daniel Day-Lewis, di dura scuola britannica, che ha navigato tra teatro e cinema soprattutto, tre Oscar all’attivo più altrettante candidature, Golden Globe e Bafta a mitraglia, deciso otto anni fa a ritirarsi dallo schermo dopo la prova del “Filo nascosto” – lo aveva già fatto dopo l’insuccesso di “The Boxer”, quando si rifugiò a Firenze e si fece assumere come apprendista calzolaio, lasciando che poi fosse Scorsese a resuscitarlo come il “macellaio” Cutting in “Gangs of New York” -, torna ora tenacemente e meravigliosamente in pista per scrivere con il figlio Ronan la sceneggiatura e farsi protagonista di “Anemone”. Ronan, che ha radici ben salde nella scrittura e nel cinema, la mamma essendo Rebecca Miller regista e il nonno Arthur commediografo e la nonna quella Inge Morath, fotografa, che gli ha trasmesso la passione per la pittura e per l’immagine: e sarebbe sufficiente la bellezza della fotografia, tra interni rischiarati dal fuoco e dalle poche lampade e i paesaggi sconfinati, dipinti tra il rosso di un tramonto e il raggrupparsi grigiastro che precede una grandinata salvifica e un temporale, di Ben Fordesman, doverosamente presente nel cast e artefice di un lavoro a cui il regista non può non aver partecipato (certe macchie di boscaglia riprese dall’alto).

Tutto accade a Sheffield e nei luoghi poco lontani, il taciturno Jem vive con Nessa e con il figlio di lei, Brian, un giovanissimo irrequieto e solitario, che al momento buono sa menar le mani, che porta in sé chissà quali segreti (ha appena reso malconcio un ragazzo, quelle nocche sbucciate gliele vedremo per tutti i 120 minuti). Perché Ronan Day-Lewis inizia a raccontare la sua storia e la dilata oltre misura (certe opere prime che hanno la smania di voler dire tutto e subito), dando in gran bella veste cenni e brandelli di fatti e di ricordi allo spettatore, in un montaggio altrettanto frastagliato e scomposto, un attimo incastrato nell’altro a distante e tempi lontanissimi, offrendo indizi e frasi smozzicate, riempiendola di scene di cui a un primo sguardo ti chiedi la necessità, silenzi continui e sguardi calibrati intrecciati che valgono più di mille parole: ma palpabilmente la affascina, quella storia. Jem, che ha soltanto con sé una moto e una antica parola d’ordine con due coordinate, è andato alla ricerca di Ray, suo fratello e padre del ragazzo, un recluso dal mondo, una casa in mezzo alla foreste, con i primi piani degli alberi e dei rami che s’intersecano, in un mare di verde e di ombre che è una bellezza. Faticoso il film, cupo, raggomitolato in se stesso, angoscioso, costruito a tratti su dialoghi che sanno troppo di tavolino e di scrittura, che a poco a poco si scopre nella descrizione di una amara vicenda, i rapporti cancellati tra padri e figli in cui una madre (Samanta Morton) vorrebbe porsi ad ago della bilancia, che da ristretta, familiare, particolare angoscia si prende spazio per espandersi a una intera nazione, una guerra, il dramma delle sommosse e gli attentati che leggemmo nei pub, le bandiere in fiamme, l’Ira e la lotta, i rastrellamenti e le prigioni: si procede nella curiosità, nella sicurezza sempre più forte delle capacità di un ragazzo che con “Anemone” entra nel mondo del cinema.

Ripetiamolo, non è di facile presa “Anemone”, è un percorso accidentato, un muoversi con lentezza e con circospezione, dall’una e dall’altra parte della barricata, ci si può anche inciampare, cadere in quelle tante simbologie – soprattutto nella seconda parte – di cui il film s’arricchisce ma lasciando ancora lo spettatore nel bisogno di decifrare (la tempesta di ghiaccio che s’abbatte sulla fragilità del fiore del titolo, il grande pesce che scende la corrente del fiume). Al comando di quasi ogni inquadratura c’è la prova potente di Daniel Day-Lewis (un altrettanto ottimo Sean Bean gli fa da spalla, principalmente muta e il giovane Samuel Bottomley è sicuramente una promessa), massiccio, sguardi e movimenti in pieno calibro, primi piani pronti a confessare tutto il passato e l’incertezza del presente, ancora silenzi e le zuffe e i balli, due monologhi che dovrebbero far scuola, che danno sempre maggior spessore al personaggio, che ne delineano le sofferenze e la lotta combattuta per poterle superare, la rivincita sul prete che parecchi anni prima ha abusato di lui e l’uccisione di un ragazzo nel pieno della lotta armata, in una qualche strada di una città. La guerra di un paese e i rapporti dentro una famiglia, quegli stessi temi che più di trent’anni fa Day-Lewis aveva già affrontato come Gerry Conlon in “Nel nome del padre” di Jim Sheridan, divenendo una degli attori più prestigiosi del cinema mondiale.

Evitiamo la trappola del vittimismo / 2

/

 

“Eh, che maniere! Qui fanno sempre così, perché loro sono grandi e io sono piccolo e nero… È un’ingiustizia però!” … Erano le parole con le quali il piccolo pulcino Calimero esprimeva il suo sconforto. In qualche modo una frase tipica anche dell’adulto che si sente vittima del mondo…

Il vittimista ha un atteggiamento immaturo nei confronti della realtà e tende a considerarsi il centro di un mondo ingiusto e ingrato mei suoi confronti. In altre parole, chi fa la vittima si ritiene speciale in modo negativo, per cui solo a lui/lei capitano cose brutte e i problemi che ha sono i peggiori e i più gravi che esistano.

Che questo atteggiamento sia frutto di una effettiva convinzione, o sia al contrario semplicemente una modalità di comportamento strumentale, in ogni caso il vittimismo è la conseguenza di una bassa (se non del tutto assente) autostima, che rende il vittimista incapace di affrontare la vita nelle sue piccole e grandi difficoltà.

E lo porta a rifugiarsi in una realtà immaginaria, dove la responsabilità di ciò che non funziona e lo rende infelice non è mai sua, ma di forze esterne imprevedibili e ingovernabili. Resta il fatto che questo comportamento permette al vittimista in qualche modo di sgravarsi della maggior parte degli oneri esistenziali e, appunto, della responsabilità individuale.

Egli spera in tal modo di ottenere indulgenza, affetto e protezione. In definitiva, chi si comporta da “Calimero” mette in pratica una distorta strategia di adattamento e sopravvivenza, che fa leva sul senso di accudimento e di colpa di chi gli sta accanto. Il vittimismo diventa così un subdolo e pericoloso tiranno.

Che tenta di costruire un mondo nel quale tutti si preoccupano (o dovrebbero preoccuparsi) per lui e agiscono nel suo interesse. Ma se, a tutta prima, queste dinamiche apparentemente sono funzionali a portare vantaggi, in realtà il modo di essere e di fare del vittimista finisce con l’avere conseguenze decisamente negative, sia su chi, in modo più o meno consapevole, lo mette in atto, sia su chi lo subisce.

(Fine della seconda parte dell’argomento).

Potete trovare questi e altri argomenti dello stesso autore legati al benessere personale sulla Pagina Facebook Consapevolezza e Valore.

Roberto Tentoni
Coach AICP e Counsellor formatore e supervisore CNCP.
www.tentoni.it
Autore della rubrica settimanale de Il Torinese “STARE BENE CON NOI STESSI”.

Da Vito Marcantonio a Zohran Mamdani

/

PAROLE ROSSE di Roberto Placido

Mi manda Vito, mi manda Marcantonio

Leonard Coviello, sociologo-educatore Vito Marcantonio

Harlem Italia, Renato Cantore, Rubettino

(Venerdì 19 maggio 2023)

Zohran Mamdani eletto sindaco di New York nel nome di Vito Marcantonio

Nel maggio di due anni fa fui invitato, da Renato Cantore, ex direttore del TG3 Basilicata, al Salone del Libro per presentare il suo libro “Harlem Italia” editore Rubettino.  Leggendo il libro scoprii la storia  di due uomini  straordinari, Leonard Coviello, nato a fine ‘800 ad Avigliano (Potenza), cresciuto e naturalizzato in America e Vito Marcantonio, nato a New York da genitori di Picerno  (Potenza). Legati dalle comuni origini lucane, cresciuti nello stesso quartiere, East Harlem dove viveva la più numerosa e identitaria comunità di italo-americani di New York. Una comunità forte, dignitosa, gelosa della propria identità ma aperta al confronto  con altri popoli e altre culture,  guidata da leader illuminati e visionari. .Contrariamente a tanti italiani di successo  Leonard Coviello, storpiato dall’anagrafe statunitense in Covello, grande pedagogo  ed educatore di fama internazionale e Vito Marcantonio, avvocato e uomo politico, pur avendone la possibilità decisero di non lasciare  mai il ghetto dei migranti, di condividerne la vita e le speranze.

Il loro “sogno americano” non era quello di salvarsi da soli, ma di crescere insieme  alla comunità, verso importanti conquiste : il riconoscimento della lingua italiana, la scuola di comunità, alloggi dignitosi, i diritti di cittadinanza, una rete di protezione sociale, condizioni migliori di vita e di lavoro,  Un’amicizia per tutta la vita, due destini indissolubilmente legati a quello del popolo di Harlem , dove i  “lazzaroni indesiderabili” provarono e riuscirono a diventare  buoni cittadini americani senza rinnegare la propria identità I due amici, Coviello e Marcantonio scelsero di impegnarsi, vivere e lottare vivendo e condividendo con la gente del loro quartiere. Questa in sintesi la trama del libro, emozionante nel ripercorrere, la vita, i sacrifici, le umiliazioni di un’intera comunità e la loro lotta per il riscatto.  Non avrei mai immaginato, due anni dopo,  che la storia, esemplare, di Vito Marcantonio sarebbe diventata, attuale e, addirittura, il riferimento politico ed ideale del nuovo Sindaco di New York, Zohran Mamdani. Vito Marcantonio, fu il  braccio destro del più grande Sindaco di New York Fiorello La Guardia e ne prese il posto, essendo eletto, prendendo alla Camera dei Deputati, il Congresso americano. Per sette mandati. Per quattordici anni fu il rappresentante di East Harlem a Congresso. Candidato indipendente, lui faceva riferimento all’American Labour Party (socialista) e più precisamente alla corrente comunista, dei repubblicani ed in qualche caso dei democratici. Allora la cosa non era strana, specialmente per un personaggio “scomodo” per l’establishment politico. Per sconfiggerlo, come provano a fare di nuovo ora  inegli USA, modificarono i confini del collegio, unendo ad East Harlem un quartiere “borghese” con una forte presenza di cittadini di origine tedesca. Il tentativo fallì. Lui italo americano, votò contro il “piano Marshall” di aiuti americani all’Italia perché vedeva , come poi è stato ed è ancora, la sudditanza e la dipendenza  dell’Italia agli Stati Uniti. Sostenne l’indipendenza di Porto Rico, difendendo, come avvocato, il leader nazionalista portoricano Pedro Albizu Campos. Nel 1949 si candidò a Sindaco a Sindaco di New York per i laburisti ma non riuscì nell’impresa. Oltre i confini di Harlem era più difficile. L’anno successivo, dopo quattordici anni e sette legislature, fu sconfitto anche alle elezioni politiche per il seggio di East Harlem. Le cause furono due, la violentissima campagna mediatica che subì per essere stato l’unico parlamentare americano di tutti i tempi, fino ad i nostri tempi, a votare contro l’intervento americano in una guerra, nel caso quella di Corea (1950).

La seconda, mai successo nella storia statunitense, per sconfiggerlo , repubblicani e democratici presentarono un unico candidato. Finì 42,2$ a 57,8$ per James G. Donovan. Terminata la sua carriera politica Marcantonio continuò a vivere nel suo quartiere aiutando, italiani, portoricani, neri e chiunque ne avesse bisogno fino al 0 agosto 1954. Nel suo nome ed in suo ricordo, Zohran Mamdani, facendo riferimento al suo programma politico, da socialista come lui, con un’attenzione particolare ai poveri, ai problemi concreti e reali, ha chiuso la campagna elettorale, come si vede nel bellissimo video con il link https://www.instagram.com/reel/DQubDEtAbrL/, in strada, all’incrocio della Lexington Avenue con il Vito Marcantonio Lucky Corner. La vittoria di Mambani, candidato socialista indipendente su Andrew Cuomo, ex governatore dello Stato di New York. Parlamentare, ministro con Bill Clinton, figlio del potentissimo Mario Cuomo, sposata con una delle figlie di Robert Kennedy, appoggiato da tutto il Partito Democratico del quale è uno dei dirigenti di punta ha perso. Zohran Mamdani 51,2% , Andrew Cuomo  39,7%. E’ riuscito a realizzare il sogno di Vito Marcantonio, di diventare Sindaco in rappresentanza degli ultimi, dei più deboli. Nel video di chiusura della sua campagna elettorale ha detto praticamente : mi manda Vito, mi manda Marcantonio ed ha vinto. Ha dimostrato, al mondo intero che è possibile cambiare. Ha dimostrato che un trentaquattrenne  nato in Africa e di religione musulmana può battere l’establishment Una lezione ed una speranza per tutti e che può valere anche a Torino e sulla quale bisogna riflettere e studiare.