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Dantès e l’Olivetti

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All’inizio degli anni ’50 un vivace yorkshire terrier di nome Dantès viveva a Ivrea, capoluogo del canavese. La “città delle rosse torri” era conosciuta in ogni angolo del mondo grazie all’Olivetti, la prima fabbrica nazionale di macchine da scrivere, fondata nel 1908 e destinata a diventare leader nel settore dei materiali per ufficio e poi in strumenti elettronici all’avanguardia, dalle telescriventi alle prime macchine da calcolo meccaniche. Dantès era il compagno inseparabile di un giovane ingegnere che lavorava alle Officine ICO, uno dei luoghi produttivi della Olivetti più innovativi e all’avanguardia, esempio unico per lo spirito imprenditoriale che l’animava grazie alla visione illuminata di Adriano Olivetti.

Dantès era un cane molto intelligente, tanto curioso e intraprendente quanto dotato di uno spirito avventuroso. Ogni giorno accompagnava il suo padrone in ufficio dove l’ingegnere e i suoi collaboratori erano impegnati a progettare e costruire macchine da scrivere e calcolatrici. La fabbrica in quegli anni era un luogo vibrante e pieno di idee innovative, e Dantès guardava quel fermento accoccolato sulla sedia vicino alla scrivania ricevendo coccole dagli operai che passavano di lì e anche qualche bocconcino che dimostrava di gradire molto. Una mattina, mentre il suo padrone era immerso nei progetti, Dantès decise di esplorare il vasto complesso dell’Olivetti. Si allontanò dalla scrivania e si avventurò nei corridoi tra le macchine e i tavoli da lavoro. La sua curiosità lo portò in una grande sala dove si stava stavano discutendo animatamente su un nuovo modello di macchina da scrivere. Dantès attratto dalle voci si avvicinò silenziosamente. Stavano parlando della Lettera 22, macchina da scrivere portatile che avrebbe rivoluzionato il modo di scrivere diventando la preferita dei più grandi giornalisti italiani. Ormai era pronta per essere messa in produzione nello stabilimento di Aglié. Progettata da Giuseppe Beccio e disegnata da Marcello Nizzoli, rappresentava al meglio l’estetica olivettiana. I suoi pregi erano la leggerezza (tre chili di peso) e la maneggevolezza ma anche le caratteristiche tecniche erano destinate a renderla unica e amatissima fino al punto di diventare un’icona, un oggetto di culto. Con grande sorpresa il piccolo terrier notò che Adriano Olivetti era presente. L’uomo, con il suo carisma e la sua visione lungimirante, stava parlando di come la tecnologia dovesse essere al servizio dell’umanità, migliorando la vita delle persone. Dantès, colpito da quelle parole, si accucciò ai piedi di Adriano, ascoltando attentamente. Il proprietario dell’Olivetti, notando il piccolo cane, sorrise e si chinò per accarezzarlo. “Ecco un piccolo compagno che sembra capire l’importanza del nostro lavoro” disse, suscitando le risate dei presenti.

Dantès scodinzolò felice, sentendosi parte di quel mondo straordinario. Da quel giorno divenne una vera e propria mascotte per l’azienda eporediese.  Ogni volta che Adriano Olivetti visitava il reparto il piccolo yorkshire era sempre lì, pronto a ricevere coccole e a portare un sorriso sul volto di tutti. La sua presenza non solo era gradita ma offriva quasi un senso di leggerezza e di gioia rammentando che, oltre ai progetti e ai macchinari, c’era spazio per l’amore e l’amicizia. La fabbrica a misura d’uomo era il sogno di Olivetti che la immaginava non solo come un luogo di produzione da cui trarre il maggior profitto possibile, ma il centro dello sviluppo della società e dell’economia. Un luogo di socializzazione in cui si dovevano produrre oltre che beni, anche idee e sviluppo della persona seguendo la logica che attribuiva all’attività lavorativa il compito di garantire la realizzazione dell’individuo. Con il massimo rispetto per tutti gli esseri viventi. E questo piaceva molto a Dantès. Un giorno, mentre l’azienda preparava il lancio di un nuovo prodotto, il piccolo cane si accorse che il suo padrone era particolarmente stressato. E non solo lui. Decise allora di fare qualcosa. Con una mossa astuta rubò un pezzo di carta da un tavolo e, correndo nei corridoi, attirò l’attenzione di tutti. Gli operai, divertiti dalla vista del piccolo terrier che si muoveva velocemente, iniziarono a seguirlo, lasciando per qualche istante le postazioni di lavoro. Dantès guidò il gruppo verso il giardino della fabbrica, inondato dal sole che brillava alto in cielo. Anche Adriano Olivetti li aveva raggiunti e vedendo la gioia che aveva portato, ben consapevole di quanto fosse importante prendersi una pausa e condividere momenti di felicità, decise di lasciare a tutti il pomeriggio libero. Fu così che Dantès diventò anch’esso uno dei simboli viventi di quell’azienda che credeva nel benessere dei suoi dipendenti. Adriano Olivetti, riconoscendo l’importanza di un ambiente di lavoro sereno e stimolante, incoraggiò l’idea di momenti di svago e socializzazione creando i presupposti di una vera e propria comunità. Dantès continuò a correre tra le scrivanie, piccolo eroe a quattro zampe in un’epoca di grandi cambiamenti, portando gioia e ispirazione in un mondo che stava evolvendo. La sua storia divenne parte della leggenda dell’Olivetti, piccolo ma non secondario simbolo di come anche l’entusiasmo di un animaletto potesse avere una grande importanza nella vita delle persone e nei successi di un’impresa così importante.

Marco Travaglini

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

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A cura di Elio Rabbione

Amori & Incantesimi 2 – Commedia. Regia di Susanne Blier, con Sandra Bullock, Nicole Kidman, Dianne Wiest e Stockard Channing. Il film ci riporta in un mondo ricco di intrighi al chiaro di luna e di potente magia ancestrale, mentre le sorelle Owens devono affrontare l’oscura maledizione che minaccia di distruggere per sempre la loro famiglia, in quello che si rivela un appuntamento cinematografico all’insegna di divertimento, magia e caos. (Massaua, Fratelli Marx, Ideal, Lux sala 3, Reposi, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Borgo – Drammatico. Regia di Stéphane Demoustier. Melissa, 32 anni, agente penitenziaria di grande esperienza, si trasferisce in Corsica con i suoi due figli piccoli e il marito. È l’occasione per un nuovo inizio. Entra a far parte del personale di un istituto penitenziario un po’ diverso dagli altri. Si dice che in questo istituto siano i detenuti a sorvegliare le guardie. L’integrazione di Melissa è facilitata da Saveriu, un giovane detenuto che sembra influente e la prende sotto la sua proiezione. Ma una volta uscito di prigione, Saveriu riprende i contatti con Melissa. Ha un favore da chiederle… Durata 118 minuti. (Greenwich Village)

Camp Miasma: Adolescenza, sesso e morte – Commedia, Horror. Regia di Jane Schoenbrun, con Hannah Einbinder. Kris è una regista queer di 29 anni che si è fatta conoscere con un film che è un omaggio a “Psycho”, visto però sotto la prospettiva della tenda della doccia. Ora le viene affidato il reboot di una lunga saga horror, Camp Miasma, il cui capostipite, realizzato negli anni Ottanta, ha avuto un grandissimo successo. Successivamente però, nei continui rifacimenti, è entrata in crisi. Entusiasta del progetto, cerca di coinvolgere l’attrice che interpretava la ragazza sopravvissuta del primo film, Billy. La donna, da anni, vive reclusa nello stesso luogo dove è stato girato “Camp Miasma”, nel pacifico settentrionale, vicino al Canada. Kris la raggiunge per convincerla ad accettare la parte. Da quel momento la regista s’immergerà totalmente nell’atmosfera terrificante della saga e il suo rapporto con Billy si evolverà in modo sorprendente. Film segnalato dal SNCCI: “Con sfrontatezza e sano piglio iconoclasta Jane Schoenbrun si diverte a canzonare l’industria hollywoodiana ordendo un gioco al massacro che articola un metalinguaggio mai pedante per maneggiare lo slasher movie in direzione di una riflessione sull’io, l’identità e l’orrore/desiderio con cui è difficile scendere a patti”. Durata 112 minuti. (Romano sala 3 anche V.O.)

Il cileno – Drammatico. Regia di Sergio Castro San Martìn, con Camilo Arancibia. 1976. Il minatore Aldo Marìn fugge dal regime cileno e si rifugia a Torino, dove incontra Luciana, una dottoressa che pratica aborti clandestini, ma il suo tentativo di rifarsi una vita è minacciato da un talento che è anche la sua maledizione: costruire bombe. Durata 92 minuti. (Romano sala 1)

Maldoror – Thriller. Regia di Fabrice du Welz, con Anthony Bajon e Alba Gaia Bellugi. Quando due ragazze scompaiono, Paul Chartier, giovane e impulsivo agente di polizia appena reclutato, viene assegnato all’unità “Maldoror”. Si tratta di un’unità segreta che è stata istituita per sorvegliare un pericoloso molestatore sessuale. Quando l’operazione fallisce, stufo dei limiti del sistema giudiziario, Chartier intraprende una caccia solitaria per smascherare i colpevoli. Durata 155 minuti. (Greenwich Village)

Oasis : Don’t Look Back in Anger – Documentario musicale. Regia di Dylan Southern e Will Lovelace, con Liam e Noel Gallagher. Il documentario racconta il trionfale tour di reunion dei fratelli Gallagher, “Oasis Live ’25”, uno dei ritorni rock’n’roll più attesi dei nostri tempi. Durata 90 minuti. (Massaua, Eliseo, Fratelli Marx, Greenwich Village, Reposi V.O., The Space Torino V.O., Uci Lingotto V.O., The Space Beinasco V.O., Uci Moncalieri V.O.)

Odissea – Avventura. Regia di Cristopher Nolan, con Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Charlize Theron. Ulisse, il leggendario re di Itaca, intraprende dopo la presa di Troia un lungo e pericoloso viaggio verso casa, raccontando i suoi incontri con esseri mitici come il ciclope Polifemo, le Sirene e la maga Circe: giunto, sterminerà i Proci che da dieci anni l’hanno occupata, insidiando la sua famiglia e i suoi beni. Durata 172 minuti. (Massaua, Due Giardini, Greenwich Village V.O., Ideal, Lux sala 3, Romano sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Serpenti – Drammatico. Regia di Roberto De Paolis, con Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Valeria Golino e Pietro Castellitto. Paolo Marra ha ucciso sua moglie, senza un perché. Divorato dal senso di colpa, decide di costituirsi: vuole pagare, scontare la pena, ridare dignità alla donna e a se stesso. Tra poliziotti distratti, avvocati zelanti, cartomanti e complicati cavilli burocratici, nessuno lo prende sul serio. L’uomo si scopre vittima di un paradosso kafkiano: per quanto lo desideri, non riesce a farsi arrestare. Il perfetto capro espiatorio di una società grottesca che ignora chi vuole redimersi. Durata 93 minuti. (Due Giardini sala Nirvana, Romano sala 2)

Sheep in the Box – Fantascienza, dramma. Regia di Kore’eda Hirokazu. In un futuro prossimo, a Yokohama, la coppia dei Komoto, che ha tragicamente perso il figlio di sette anni, decide di avvalersi di REbirth, un programma pensato per le famiglie nella loro situazione: riceveranno in prova gratuita un androide guidato dall’intelligenza artificiale, con le fattezze e i ricordi del bambino, destinato a diventare un surrogato in tutto e per tutto del figlio perduto. Il padre è inizialmente scettico, mentre la madre si affeziona immediatamente al “nuovo” figlio, scegliendo di vivere nell’autosuggestione. Finché una visita della madre e della sorella non riportano la madre del bambino alla realtà, mentre il nuovo figlio stringe segretamente amicizia con altri suoi simili. Durata 126 minuti. (Nazionale sala 3 anche V.O.)

Silent Friends – Drammatico. Regia di Ildikò Enyedi. Nel cuore di un giardino botanico, in una città universitaria medievale tedesca, si erge un maestoso gingko biloba. Questo testimone silenzioso ha osservato per oltre un secolo i ritmi tranquilli di trasformazione attraverso tre vite umane: un neuroscienziato di Hong Kong, nel 2020, una giovane studentessa, nel 1972, e la prima donna, studentessa universitaria, nel 1908. Seguiamo i loro goffi e maldestri tentativi di connessione – ognuno profondamente radicato nel proprio presente – mentre vengono trasformati dal potere silenzioso, duraturo e misterioso della natura. L’antico gingko biloba ci avvicina a ciò che significa essere umani: al nostro desiderio di appartenenza. Durata 145 minuti. (Classico)

Spezie e bugie – La piccola cucina di Mehdi – Commedia. Regia di Amine Adjina. Mehdi è un giovane cuoco algerino che sta per rilevare la proprietà di un bistrot a Lione. La sua partner nell’acquisto del locale è Léa, la sua ragazza francese. Ma Mehdi non ha mai parlato dell’esistenza della ragazza alla madre Fatima, che vorrebbe che sposasse un’algerina e ha già anche pronta la candidata ideale. La madre vuole tornare nel suo paese d’origine, e se Léa ha presentato da tempo il fidanzato ai suoi genitori, co-finanziatori del progetto di ristorazione, il ragazzo pensa di cavarsela nel tenere lontane madre e fidanzata. Ma quando Léa insiste per incontrare Fatima, Mahdi ingaggia la proprietaria di un bar affinché finga di essere sua madre. Durata 114 minuti. (Massimo sala Cabiria)

The Dog Stars – Le stelle dopo la fine – Avventura, drammatico. Regia di Ridley Scott, con Jacob Elordi, Margaret Qualley, Josh Brolin, Gut Pearce. Il mondo è stato falcidiato da una micidiale influenza e la civiltà è collassata. High era un meccanico, con una moglie incinta che il virus gli ha portato via. Rimasto solo con il suo cane, ha trovato modo di fare squadra con il disincantato survivalista Bangley. High sa pilotare un piccolo Cessna, che usa per sorvegliare il loro rifugio, ma dalla radio del veicolo ha ascoltato un messaggio proveniente da Grand Junction, abbastanza vicina da essere raggiunta in volo, però restando senza il carburante di ritorno. Sarà un tragico fatto a spronare High a sfidare la sorte e dirigersi verso una comunità dove spera di trovare la speranza. Durata 118 minuti. (Ideal, Reposi sala 5, The Space Torino, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

The Echo Chamber – Redia di Andrea Pallaoro, con Luca Marinelli, Alicia Vikander e Susan Sarandon. In concorso a Venezia, ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci. Una storia d’amore in cui i confini tra presenza e assenza, cura e dipendenza, desiderio e controllo si confondono sino a dissolversi. Lui, Leo, è un produttore musicale tossicodipendente, lei, Anne, la sua fisioterapista chiamata a calmargli i dolori alla schiena che continuano a procurargli dolore: si inseguono, si sfiorano, si perdono, si cercano. Non riescono a lasciarsi né a liberarsi. Tra le stanze risuona la voce di Ava, una cantante e icona che si era ritirata dalle scene ma che Leo ha saputo convincere a tornare per un nuovo album, una cantante che potrebbe ricordare la voce e le parole di Janis Joplin, che attraversa il tempo e lascia affiorare ciò che resiste, o che non può più essere trattenuto. (Eliseo GrAnde anche V.O., Fratelli Marx anche V.O., Nazionale sala 1 anche V.O.)

Tony – Diario di un giovane cuoco – Commedia drammatica. Regia di Matt Johnson, con Dominic Sessa e Antonio Banderas. 1975. Tony è uno studente diciannovenne iscritto al Vassar College che sogna di diventare uno scrittore e concorre per una borsa di studio che finanzi lo sviluppo di un suo primo, ipotertico romanzo. Non vince la borsa di studio e decide di partire per Princetown, dove la sua Nancy si è trasferita per l’estate, convinto di poterla conquistare. Tony troverà lavoro come lavapiatti presso un fast food di pesce capitanato da Ciro, un latinoamericano bizzarro ma generoso. Sarà questa la sua improbabile introduzione al mondo dell’alta cucina che lo renderà celebre nel mondo. durata 106 minuti. (Centrale anche V.O., Greenwich Village anche V.O., Nazionale sala 2)

Ennio Caretto: il ritorno del sogno maoista

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FINESTRA SUL MONDO

Ricorrerà il 9 settembre il cinquantesimo anniversario della morte di Mao Tze Tung, “Il Grande timoniere” che trasformò la giunca Cina in una corazzata e che la avviò nel mare tempestoso delle superpotenze. Il suo erede Xi Jinping, il presidente o meglio il neo imperatore di Pechino, che ha innalzato la Cina quasi al livello dell’America, non celebrerà la ricorrenza solo con il dovuto fasto ma anche con un blitz diplomatico senza precedenti.

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https://www.vitacasalese.it/news/-finestra-sul-mondo–di-ennio-caretto/103031/il-ritorno-del-sogno-maoista.html

Le supposte di glicerina

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Andreino è un tipo piuttosto strano. Non tanto per l’aspetto fisico – mingherlino, calvo, con due gambette corte e secche come manici di scopa – quanto per il carattere, diciamo chiuso, che dimostra di avere. Andreino è un burbero solitario. Uno di quelli  che dormono con il sedere scoperto , sempre di cattivo umore. Vive da solo, lavora da solo ( è un artigiano del ferro che non conta le ore e si tira “piat cumè ‘n dés ghèi”, piatto come una moneta da dieci centesimi, vale a dire stanco morto ), mangia da solo davanti alla tv accesa, va a cercar funghi da solo e non pesca mai dove ci sono altri. Ha le sue idee fisse sulla salute ( “l’infragiùur, se t’al cùrat, al dura sèt dì, se t’al cùrat mìa, al pòl durà anca na ‘smana”, che – tradotto –significa che il raffreddore, se lo curi, dura sette giorni, se non lo curi può durare anche una settimana).

A dimostrazione della scarsa considerazione che ha, in genere, dei dottori. L’unico per cui ha rispetto è il dottor Rossini. Da quella volta che gli curò una fastidiosissima sciatalgia, per Andreino è “un gatto”, il migliore, l’unico vero medico in circolazione. Se lo dice lui che si vanta di aver consumato più scarpe che lenzuola, dichiarando la buona salute e una certa avversione per quei signori che avevano contratto il giuramento di Ippocrate, c’é da credergli. Il problema è che il dottor Mauro Rossini, quelle rare volte che lo ha incontrato nella veste di paziente nel suo studio medico, non è quasi mai riuscito a spiegargli le cure che servivano poiché Andreino lo interrompeva,  annuendo vigorosamente e ripetendo come un mantra: “ho capito…certo…chiaro… grazie, grazie, dottore”. Un comportamento a dir poco imbarazzante, con tutti i rischi che poteva generare, tra i quali l’incomprensione. Tant’è che un giorno, recatosi dal medico perché sofferente da tempo di stitichezza e senza che nessun tipo di cura gli avesse fatto effetto, mentre il dottore stava illustrando diagnosi e rimedio, si alzò di scatto, lo ringraziò con tutto il cuore e si precipitò nella farmacia davanti al municipio. “Si ricorda la posologia?”, chiese il farmacista, consegnandogli le supposte di glicerina. Lui disse di sì e,  a scanso di equivoci, se ne fece dare due scatole. Passati una decina di giorni si presentò dal suo medico che gli domandò come stesse e se le supposte avessero fatto il loro dovere. Andreino, tenendo gli occhi bassi, temendo di fare una critica all’uomo che tanto stimava, rispose: “Caro dottore, per andar di corpo ci sono andato e son più libero ma mi è venuto un gran mal di stomaco. Quelle supposte “in pròpi gram”, sono cattive. Ogni volta che ne mettevo in bocca una e la masticavo mi veniva da vomitare”. Cos’era mai stato, direte voi? Ha poi solo sbagliato la parte, in fondo. Invece di farsele salire, le supposte le fece scendere. Comunque , l’effetto per esserci stato c’è stato. Alla spiegazione del medico, una volta tanto, prestò ascolto e compreso l’errore, si affannò con le scuse e i buoni proponimenti. Da quel giorno Andreino sta ancora da solo come un eremita ma ha imparato, se non ad ascoltare chi gli parla per il suo bene ( è più forte di lui..) almeno a leggere i bugiardini delle medicine. Così, per evitare fastidi e un po’ , come gli disse Giuanin, battendogli una gran pacca sulle spalle, per “tègn da cùunt la candéla che la prucisìon l’è lunga”. Un modo come un altro per dire al burbero ometto di aver cura di sé. Con il dubbio che le parole gli entrino da un orecchio per uscire immediatamente dall’altro.

Marco Travaglini

A Torino l’amore è un mistero. E non è l’unico

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono giornate in cui la vita sembra procedere esattamente secondo i programmi e altre in cui decide di cambiare le carte in tavola senza nemmeno chiedere il permesso. Cristina Garello, trentacinque anni, medico di famiglia torinese, appartiene decisamente alla seconda categoria.
È lei la protagonista di Appuntamenti al buio e omicidi alla luce del sole, il primo romanzo pubblicato da Sara D’Amario con Newton Compton e, come lascia intuire la copertina, la prima indagine di una detective decisamente fuori dagli schemi.
Cristina, in realtà, investigatrice non vorrebbe esserlo affatto. È un medico, abituata a occuparsi dei problemi degli altri, mentre con i propri sembra cavarsela decisamente peggio. Il suo futuro pare già scritto finché Lorenzo, l’uomo che dovrebbe sposare, la lascia all’altare e scompare dalla sua vita senza darle alcuna spiegazione.
A quel punto entrano in scena Monica, amica e collega intenzionata a rimetterla sentimentalmente in circolazione, e una serie di appuntamenti al buio tanto improbabili quanto disastrosi. Ma mentre Cristina cerca di capire perché sia stata abbandonata, la vita le consegna un mistero ben più concreto: una sua paziente lascia nel suo studio la piccola Violetta con la promessa di tornare poco dopo. Non tornerà.
La donna viene infatti accusata dell’omicidio di una giovane ballerina e Cristina, convinta della sua innocenza, decide di fare ciò che probabilmente qualsiasi persona ragionevole eviterebbe accuratamente: indagare per conto proprio.
Ad accompagnarla nell’impresa c’è Ercole Pistini, idraulico in pensione con la passione per il birdwatching, aiutante improbabile quanto irresistibile. Intorno a loro ruotano poliziotti poco entusiasti delle incursioni dei due investigatori improvvisati, pazienti stravaganti, uomini più o meno sbagliati e una neonata capace di mettere Cristina davanti a un desiderio di maternità che fino a quel momento apparteneva soprattutto ai suoi progetti per il futuro.
Il giallo diventa così soltanto uno dei misteri da risolvere. Perché accanto alla domanda inevitabile – chi ha ucciso la giovane ballerina? – ne corre un’altra, molto più privata: perché Lorenzo è fuggito proprio sull’altare? Ed è nell’incontro tra indagine e commedia romantica, tra il bisogno di trovare un colpevole e quello, forse ancora più difficile, di rimettere insieme i pezzi della propria vita, che si muove il romanzo.
A fare da palcoscenico a tutto questo non poteva che esserci Torino. Una città che Sara D’Amario conosce profondamente e che ben si presta a mostrare la sua doppia natura: luminosa e misteriosa, elegante e quotidiana, capace di nascondere qualcosa appena dietro l’angolo. Portici, piazze, vie, colline e il parco della Pellerina accompagnano Cristina nelle sue disavventure, mentre luoghi reali e altri nati dalla fantasia si mescolano fino a costruire una Torino perfettamente credibile.
D’altra parte, il legame dell’autrice con il territorio è profondo. Nata a Moncalieri, Sara D’Amario è cresciuta artisticamente all’ombra della Mole: si è diplomata alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino, fondata e diretta da Luca Ronconi, e si è laureata in Lettere Moderne, con specializzazione in drammaturgia, all’Università degli Studi di Torino. Attrice di teatro, cinema e televisione, ha lavorato con numerosi registi e partecipato a film e serie molto conosciuti, da La ragazza del lago a Caos calmo, da Il cosmo sul comò a Cuori. Dal 2023 cura inoltre la direzione artistica del Polo artistico e culturale Le Rosine di Torino.
Torino, dunque, non è semplicemente uno sfondo scelto per ambientare un’indagine, ma un luogo conosciuto e vissuto, che diventa parte della storia e sembra fatto apposta per lasciare convivere una commedia romantica e un omicidio da risolvere.
E forse proprio la lunga esperienza di Sara D’Amario tra copioni, palcoscenici e set cinematografici si riflette nella scelta di affidare molto della storia ai dialoghi, alle situazioni paradossali e a personaggi fortemente caratterizzati. Cristina, soprattutto, non nasce per essere un’investigatrice infallibile: sbaglia, si arrabbia, inciampa, ironizza e continua ad andare avanti. Una protagonista imperfetta, insomma, proprio come lo siamo tutti quando la vita decide di scombinare i nostri programmi.
Appuntamenti al buio e omicidi alla luce del sole usa così il giallo per raccontare anche qualcosa di diverso: le seconde possibilità, la maternità, le aspettative che costruiamo sul nostro futuro e quel momento imprevedibile in cui la vita decide di ignorarle completamente.
Perché forse non tutti ci ritroveremo con una neonata nello studio e un omicidio da risolvere, ma chi non ha mai scoperto che anche i programmi più accurati possono saltare in aria nel giro di un istante?
Quanto a Cristina Garello, non sappiamo ancora se troverà l’uomo giusto. In compenso, Torino sembra aver trovato una nuova detective. E qualcosa mi dice che sentiremo ancora parlare di lei.
MARZIA ESTINI
 

Sfoglia caramellata alla crema, trionfo di dolcezza

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Una croccante sfoglia caramellata che racchiude una deliziosa crema pasticcera aromatizzata al limone.

Un perfetto connubio di morbidezza e friabilita’, semplice e irresistibile.

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Ingredienti

 

1 confezione di pasta sfoglia pronta quadrata

500ml. di latte fresco intero

4tuorli

100gr. di zucchero

40gr. di maizena

1 bustina di vanillina

1 limone

Zucchero a velo

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Preparare la crema pasticcera. Portare ad ebollizione il latte aromatizzato con la buccia di limone grattugiata, lasciar intiepidire e filtrare. Lavorare i tuorli con lo zucchero, unire la vanillina, versare il latte a filo sempre mescolando. Cuocere la crema a bagnomaria per circa 10 minuti. Lasciar raffreddare, aggiungere il succo di  ½ limone senza mai smettere di mescolare. Disporre una base di sfoglia su un piatto da portata, coprire con la crema pasticcera, mettere la seconda sfoglia, ricoprire con la crema. Disporre l’ultima sfoglia, spolverizzare di zucchero a velo, guarnire a piacere. Servire fresca.

 

Paperita Patty

Filetti di pesce ai pinoli

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Note di gusto insolite per questa semplice e leggera ricetta di pesce che, con pochi ingredienti e pochi minuti, vi permetterà di portare in tavola un secondo fresco e gustoso adatto alle calde giornate estive. 
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Ingredienti 

Filetti di pesce (varietà a piacere) 
Poca farina bianca 
1 limone 
20gr. di pinoli 
10 olive verdi denocciolate 
1 cucchiaio di olio 
1 noce di burro 
Poco vino bianco secco 
Sale e pepe q.b. 

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In una larga padella tostare i pinoli con un cucchiaio di olio, tenere da parte. Tagliare le olive a rondelle. 
Infarinare i filetti nella farina bianca e lasciar rosolare in padella con una noce di burro, sfumare con il vino bianco, cospargere con la buccia grattugiata del limone, lasciar cuocere un paio di minuti e aggiustare di sale e pepe.  Aggiungere al pesce le olive ed i pinoli, lasciar insaporire brevemente e servire con una fresca insalata verde. 


Paperita Patty 

Rock Jazz e dintorni a Torino: Suzuki Jukebox e i C.S.I

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Martedì. Ad Alba in piazza Medford, suonano i C.S.I. Consorzio Suonatori Indipendenti. Al Blah Blah per Porto Acustico si esibisce il duo Gerotto-Viviani.

Mercoledì. Sempre al Blah Blah per Porto Acustico suonano gli Old Black Revue.

Giovedì. Al Circolino è di scena il Jazz Motion Trio. Al Magazzino sul Po si esibisce Kuzu. Al Blah Blah suonano gli OH DIE!.

Venerdì. All’Inalpi Arena prima di 2 serate consecutive di nostalgia con canzoni storiche del panorama musicale italiano.  La kermesse intitolata Suzuki Jukebox, presentata da Antonella Clerici e Clementino anche in diretta su Rai 1, vedrà l’esibizione di : Loredana Bertè, Patty Pravo, Nek, Irene Grandi, I Neri per Caso, Nino Buonocore, Drupi, Cristina D’Avena. Al Blah Blah suonano i CUT. Al Circolino suonano i Tex &Young Talents 4tet.

Sabato. Seconda serata all’Inalpi Arena per Suzuki Jukebox. Si esibiranno : Anna Oxa, Ivana Spagna, Mario Biondi, Sabrina Salerno, Albert Bertoli (figlio di Pierangelo), Paul Young, Gaetano Curreri, Gazebo, Luca Dirisio. Al Blah Blah sono di scena i Mr. Sleazy. All’Hiroshima Mon Amour suonano i Savana Funk.

Domenica. Al Blah Blah si esibisce Stefano Danusso.

Pier Luigi Fuggetta

 

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: La legge sul fine vita – Il Woke nemico del liberalismo – La violenza prevale su tutto – Bonaccini e gli elettori – Lettere

La legge sul fine vita

In più occasioni ho scritto in passato che come credente sono personalmente crontrario al suicidio assistito, seguendo le obiezioni di Norberto Bobbio in materia di aborto. E avevo anche aggiunto che le leggi regionali in materia non hanno giuridicamente molto senso, perché occorrebbe una legge nazionale uniforme che finora non c’è stata.

Pier Franco Quaglieni e Norberto Bobbio

Ed aggiungo che non mi pare di per sé sostenibile che la laicità dello Stato imponga il diritto al suicidio assistito, anche se la Corte Costituzionale ha sollecitato il Parlamento a legiferare in materia. Trovo strana l’opposizione della presidente del Consiglio che ritiene che non si debba legiferare prima delle elezioni politiche. Questi tatticismi sono incompatibili con un tema così delicato come il fine vita. L’unico modo liberale di agire è quello di lasciare ai parlamentari la libertà di coscienza.

Il Woke nemico del liberalismo

Ho letto con piacere un articolo su “La Stampa” di Alessandro De Nicola sul Woke nemico del liberalismo. Uno scritto non ideologico, ma fondato su ragionamenti molto seri che documentano come alcuni valori liberali siano disconosciuti o addirittura negati dal Woke. Sono i valori dell’individuo, del merito, della libertà di parola, del garantismo giuridico.

Il Woke nega questi valori che sono anche dei diritti inalienabili. Avevo scritto al nuovo Direttore de “La Stampa” Antonio Di Rosa una mail in cui esprimevo il mio consenso e apprezzamento ad un articolo certamente controcorrente anche rispetto alla linea del giornale. Non ho avuto finora risposta. Venerdì scorso è invece apparsa un’intervista annunciata in prima pagina all’attrice Jane Fonda che rilancia il Woke. Un immediato contrappeso all’articolo eretico di De Nicola.

La violenza prevale su tutto

C’è più che mai oggi un pullulare sempre più vasto di violenze, omicidi, femminicidi davvero raccapriccianti. Essi rivelano una società che ha smarrito ogni valore di convivenza pacifica, di tolleranza e di rispetto del valore della vita che io continuo a considerare sacro. Nella società scristianizzata di oggi che non è laica, ma è volgarmente profana e irridente ed è fondata su un esasperato individualismo, la violenza prevale su tutto. L’Homo homini lupus di Hobbes è rinato. Mi domando se non sia il caso che il mondo dell’informazione non debba autonomamente scegliere una riduzione drastica di notizie che magari fanno vendere più copie, ma sono diseducative nei confronti non solo dei giovani. Questo sguazzare esagerato su troppi episodi descritti in tutti i particolari posso indurre ad un’emulazione assai pericolosa. Anzi l’emulazione ha già contagiato delle persone fragili che andrebbero tutelate.

Bonaccini e gli elettori 

L’on. Bonaccini ha accusato gli elettori di destra di non essere colti e di leggere poco.  Possibile che Bonaccini non  sappia che basta controllare su internet e sapere che lo stesso Bonaccini non è laureato? E’ un diplomato, come diplomata e’ la presidente Meloni.

 

Come fa a sapere che gli elettori di destra non leggono o leggono poco? Come fa a dire che gli elettori di sinistra leggono molto? Sono affermazioni senza prove  che rivelano la supponenza di Bonaccini il quale si ritiene autorizzato a dare i voti agli elettori, mentre saranno gli elettori a dare o non dare il proprio voto alla destra o alla sinistra.

LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

Calabresi sindaco?

Lei sicuramente conosce il giornalista Mario Calabresi che si auto candida a Sindaco di Milano. Cosa ne pensa?

Narciso Lietti

L’ho conosciuto in più occasioni e non ne ho tratto un’idea molto positiva. Ha diretto “La stampa” e “Repubblica”. Da quest’ultima venne licenziato e stento ‘ molto a trovare occupazione. E me sembra una figura scialba. Fece una trasmissione televisiva che, per mancanza di pubblico, venne chiusa dopo poche puntate.

Non credo che sia in grado di fare il sindaco di una grande città difficile come Milano. Tra l’altro non ha nessuna esperienza amministrativa.

Il Marp

Vorrei avere notizie sull’antesignano della Lega Nord in Piemonte, il Marp. Mio nonno mi raccontò che fu un suo militante.  Fulvia Alzati

Il movimento per l’autonomia piemontese venne fondato dal prof. Villarboito negli Anni 50 ed ebbe il battesimo del voto alle elezioni comunali del 1956, raggiungendo oltre il 5 per cento che consenti’ al Marp di avere consiglieri comunali e provinciali. Partiva dalla rivendicazione dell’istituzione delle Regioni previste dalla Costituzione, ma attuate solo nel 1970. Il Marp iniziò la polemica nordista di un Sud e di una capitale che vivevano alle spalle del Nord, un tema ripreso da Bossi con la Lega.

Già nelle politiche del 1958 il Marp fece naufragio a causa delle liti interne. Alcuni suoi dirigenti come Germano Benzi e Timoteo Nobile confluirono nel PSDI che da allora divenne un partito quasi esclusivamente clientelare. Benzi arrivò ad essere presidente del Consiglio regionale e Nobile, medico ginecologo, fu assessore comunale a Torino. Con Magliano senatore del PSDI nel 1963 fecero di quel partito un comitato elettorale fondato sulle clientele soprattutto meridionali. Un paradosso, se si considera che i marpisti, anche definiti astiosamente marpioni, erano partiti dal Piemontesismo autonomista. Se guardiamo all’esito del regionalismo, oggi comprendiamo bene come la Dc avesse rinviato l’istituzione delle Regioni. L’abolizione delle Provincie fece il resto. Ma ormai pensare al superamento delle Regioni diventa una cosa impossibile.

Padre Bianchi uomo e cristiano

Tanti hanno parlato di padre Enzo Bianchi. Lei cosa pensa di questo monaco laico davvero unico?

Vittorio Cavallotti

Ho conosciuto padre Bianchi e ho avuto qualche rapporto con la comunità di Bose attraverso il cardinale Ravasi. Fummo anche correlatori in un convegno che si tenne ad Albenga sul mitico don Balletto che donò la sua biblioteca alla cittadina ligure.

Credo sia stato, come dice lei, un esempio unico di “monaco laico” aperto al confronto con tutti. La sua personalità fu decisamente più importante di quella del vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi.

Penserà il tempo a rendere la sua figura nella giusta dimensione, andando oltre la vicenda dolorosa del forzato abbandono di Bose a quasi 80 anni.

Tra le tante testimonianze che ho letto mi pare molto pregnante quella del suo amico, fin dagli anni universitari, Valentino Castellani, uomo di profonda umanità da cui ho imparato molto.

Mi ha incuriosito nella sua testimonianza il ricordo di Bianchi grande cuoco, una qualità non comune in un mistico. Castellani ha ricordato che faceva la supervisione anche delle marmellate e dei sughi, aggiungendo: “Non dico che mettesse sullo stesso piano il sugo con le lettere di San Paolo, ma non li separava”. Una umanissima testimonianza di un uomo, come ha detto Castellani, che ha tenuto insieme con l’esempio cristianesimo ed umanità. Non si è cristiani se non si è profondamente uomini. Questo è il suo lascito più grande.

I moderni schiavi

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SOCIOGRAFIA Lettere dal presente

La prima regola della comunicazione è che NON si può NON comunicare.

Il silenzio, l’immobilismo, non rispondere ad una mail, una microespressione facciale sono tutti segnali che inviamo all’ambiente che ci circonda, quindi all’interlocutore, anche se tale comunicazione avviene inconsciamente.

I social, le poesie, i webinar, i cortei, gli scioperi, le dichiarazioni di guerra, le frasi d’amore, gli insulti, le preghiere, la confessione per i cattolici, costituirsi ad un magistrato sono tutte forme, alcune antiche, altre moderne, altre contemporanee di comunicazione, molto diverse tra loro ma ognuna con una sua finalità precisa.

La forma di comunicazione cui tutti noi siamo più abituati è quella verbale, a partire dalle parole che la mamma dice al neonato, dalle lezioni a scuola, le chiacchiere con i compagni di scuola, gli amici e il fidanzato/a, per giungere al mondo del lavoro, poi quando in famiglia si passa dal ruolo di discente a quello di docente e così via.

Qualcosa, tuttavia, negli ultimi 50 anni si dev’essere inceppato da qualche parte perché si assiste ad un fenomeno strano: dal secondo dopoguerra il QI dei Paesi europei, per la prima volta, è in calo.  A fronte di un quoziente intellettivo dei Paesi asiatici di 103, dovuto a sistemi scolastici competitivi ed a investimenti scolastici che noi ci sogniamo (in questo siamo imbattibili) noi siamo ormai fermi a 98. Inoltre, ciò che maggiormente preoccupa è il costante aumento dell’analfabetismo funzionale, cioè la capacità di leggere, scrivere e fare calcoli banali non riuscendo, però, ad utilizzare tali capacità. Questi individui, purtroppo per loro, non sono in grado di comprendere un contratto anche banale, una bolletta, un manuale di istruzioni per quanto la comunicazione sia semplice.

Con i social sta accadendo all’incirca lo stesso: a post semplici, dove l’autore esprime un proprio pensiero legittimo, legale, logico e lineare quasi sempre seguono risposte degne di un’ameba (un essere unicellulare privo, appunto, del cervello), con insulti, contesti totalmente slegati da quello cui il post si riferiva, conditi dall’ormai consueta litigiosità tipicamente italica.

Questo analfabetismo funzionale, purtroppo, non è sanabile con una trasmissione come “Non è mai troppo tardi” attraverso la quale il compianto Maestro Alberto Manzi insegnò agli italiani negli anni ’60 a leggere.

Occorre rivedere le metodiche di insegnamento depauperate da Governi che, nei decenni scorsi, hanno tolto il nozionismo, il mandare testi a memoria, i riassunti e altri cardini dell’insegnamento dalle politiche educative, intervenire massicciamente sui giovani facendoli convergere su interessi che sviluppino le loro potenzialità anziché sopirle.

I genitori, l’ho scritto più volte, devono tornare ad essere tali, e non fare più gli amici che ti danno sempre ragione e che ridono delle tue marachelle, quando non sono reati; i docenti devono tornare ad essere considerati come tali, quali pubblici ufficiali, e non essere insultati se hanno adempiuto ai loro compiti erogando una nota o una sospensione.

Forse, intervenendo subito, abbiamo qualche speranza di salvare il salvabile. Ricordate il detto “non va mai male a uno, senza che vada bene a un altro”; se qualcuno diventa ignorante o analfabeta funzionale chi non lo diventa lo potrà dominare, anche da molto lontano.

I moderni schiavi, insomma.

Sergio Motta