Rubriche

La Cisl vince. Basta conflitti

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LO SCENARIO POLITICO  di Giorgio Merlo

Il ruolo del sindacato, storicamente, passa attraverso la contrattazione, il dialogo con le parti sociali e con il Governo di turno, la rivendicazione dell’autonomia di giudizio e in ultimo, ma non per ordine di importanza, la ricerca di tutte le vie possibili per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. Anche e sopratutto nei luoghi di lavoro. Eppure queste precondizioni non sempre hanno avuto vita facile in questi ultimi tempi nel sindacato italiano. Anzi, chi ha cercato di perseguire sino in fondo quella strada ha dovuto subire attacchi di tutti i generi. E allora, per uscire dalla metafora, non possiamo non evidenziare che oggi quelle precondizioni basilari – nonchè tradizionali – sostenute e praticate concretamente dalla Cisl in questi ultimi anni stanno trovando consensi sino a ieri insperati. Non è un mistero per nessuno se oggi registriamo che anche la Cgil, il tradizionale “sindacato rosso” del nostro paese che in questi ultimi tempi – con la gestione di Landini – si è, di fatto, trasformato in una organizzazione politica in aperto sostegno alla coalizione del ‘campo largo’, sta lentamente abbandonando la logico del conflitto e del pregiudizio a vantaggio di una posizione che rilancia l’obiettivo dell’unità sindacale. È di tutta evidenza che l’obiettivo dell’unità sindacale non si può concretamente perseguire attraverso la riproposizione del conflitto permanente, della “rivolta sociale”, dell’attacco sistematico al nemico politico – ovvero al Governo se non è della propria parte politica – e contrastando ferocemente tutto ciò che non rientra nel proprio progetto politico. Di partito o di coalizione poco cambia al riguardo. Ovvero, e detto con maggiore chiarezza, non si può più tollerare un sindacato che sostituisce, o supplisce, il ruolo e la funzione di un partito politico e si comporta come se facesse parte quotidianamente di una coalizione politica. Del resto, ed oggettivamente, la Cgil in questi ultimi tempi si è comportato come un partito politico al punto che non si capiva se era il sindacato che dettava l’agenda politica al partito e alla coalizione di riferimento o se era l’alleanza del ‘campo largo’ che indicava al sindacato la strada da seguire. Comunque sia, un cortocircuito che ha danneggiato, a mio parere, sia il sindacato e sia la politica. Ora, almeno così pare sino a prova contraria, si sta lentamente aprendo un’altra pagina. L’importante conclusione del congresso nazionale della Uil da un lato e la partecipazione delle principali confederazioni sindacali al tavolo aperto in Confindustria dall’altro, confermano che il processo dell’unità sindacale sta, seppur lentamente e tra molte contraddizioni, recuperando consensi ed importanza. Purchè, e questa è la scommessa decisiva, si persegua sino in fondo la strada dell’autonomia del sindacato uscendo da quella subalternità politica che rischia di incrinare la credibilità e la stessa autorevolezza del sindacalismo italiano. Ecco perchè, e senza alcuna piaggeria, possiamo tranquillamente arrivare alla conclusione che la posizione mantenuta dalla Cisl in questi anni, rischiando anche l’impopolarità perchè fedele al ruolo tradizionale del sindacato senza piegarsi a nessun “politicamente corretto” o alla vulgata della “religione” progressista , alla fine ha pagato in termini di credibilità e di trasparenza. E questo per la semplice ragione che, per dirla con uno storico leader sindacale e politico del nostro paese, Franco Marini, “senza l’unità sindacale è lo stesso sindacato che è destinato a perdere peso e credibilità nel paese”. Adesso, quindi, va recuperato il terreno perduto. Senza ulteriori equivoci e tentennamenti.

Sapore d’Oriente nel piatto: straccetti speciali di pollo

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Il piatto non necessita di lunghe cotture ma di una profumata marinatura

 

Un ottimo secondo piatto leggero, fresco e veloce, non necessita di lunghe cotture ma di una profumata marinatura che esaltera’ il delicato gusto del pollo abbinato alla croccantezza delle verdure.

Semplice, dal successo garantito.

 

 Ingredienti:

1/2 petto di pollo intero

2 carote

2 zucchine

1 limone

1 spicchio di aglio

1 cucchiaino di zenzero in polvere

1 cucchiaino di semi di cumino

1 cucchiaino di semi di sesamo

olio evo q.b.

sale, pepe q.b.

Lavare le verdure e tagliarle a bastoncini nel senso della lunghezza.Tagliare il petto di pollo a striscioline, metterlo in una terrina, cospargerlo con le verdure, le spezie, l’aglio a fettine, bagnare il tutto con il limone, l’olio, il sale,e il pepe. Mescolare bene e lasciar marinare in frigorifero per almeno due ore. In una piastra in ghisa rovente, cuocere gli straccetti di pollo con le verdure scolate per circa dieci minuti, mescolare con una paletta e bagnare con la marinatura, lasciar sfumare. A cottura ultimata, servire subito.

Paperita Patty

Vacanza… da cosa?

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SOCIOGRAFIA    LETTERE DAL PRESENTE

Ebbi modo, ormai 20 anni fa, di conoscere il compianto Sergio Marchionne una sera a casa di amici comuni e fui immediatamente colpito dal suo essere diverso: diverso dagli altri manager, anche nel modo di vestire, dalla torinesità che allora esalava gli ultimi respiri, dall’ambiente in cui era stato chiamato ad operare.

Qualche tempo dopo fui affascinato dalla sua intervista, quando raccontò il suo arrivo nel 2004 in corso Marconi non trovando nessuno negli uffici. Alla sua domanda “Ma dove sono tutti?” gli risposero “sono in ferie”. “Ma in ferie da cosa?” fu il commento di Marchionne.

Seppure meno di un tempo l’abitudine italiana, particolarmente torinese, di andare in ferie ad agosto è rimasta. Eppure qualcuno ancora si ostina a recarsi in ferie (che deriva dal latino feriae, i giorni di ferie dedicati al culto degli dei) ad agosto, stressandosi il più delle volte più che a restare in ufficio. Sinceramente nessuno ne capisce il motivo, ora che le aziende non fanno più una chiusura totale in quel periodo, stante che per la legge della domanda e dell’offerta i prezzi in quel periodo sono molto più alti, c’è più traffico sulle strade e, dunque, non è certamente il periodo migliore per staccare e riposarsi. Considerando che vanno in ferie ad agosto anche molti pensionati che non hanno obblighi legati all’occupazione.

Ho ascoltato Isoradio RAI tra il 31 luglio ed il 1° agosto scorsi, domandandomi cosa spingesse 26 milioni di italiani a mettersi in viaggio proprio in quel week end, quando c’è il controesodo di luglio insieme all’esodo di agosto, non riuscendo a darmi alcuna risposta sensata.

Ora che le grandi aziende (come era a suo tempo la FIAT) non chiudono più tutte nello stesso periodo, perché le persone non scelgono due settimane a giugno e magari due a settembre, specie chi non ha figli in età scolare? Posso capire negli anni ’70, quando la FIAT nel solo stabilimento di Mirafiori occupava da sola il 5% dell’intera popolazione torinese (compresi anziani, bambini e casalinghe) ma ora lo trovo più una consuetudine che una necessità.

Quest’anno, poi, complici i conflitti ovunque intorno a noi, chi prima era solito recarsi all’estero per le ferie estive ha optato per il Belpaese aggiungendo problemi a problemi: costi, traffico, recettività alberghiera, parcheggi, code e servizi che, necessariamente, vengono erogati in modo peggiore.

Nella nostra cultura il concetto di ferie è quasi sempre associato a quello di turismo, cioè utilizzare le due-tre settimane di sospensione dell’attività lavorativa per scoprire nuove località, nuove culture. Siamo sicuri, però, di farlo nel modo più proficuo, più corretto? Se voglio recarmi in India, non importa se a visitare un ashram o Nuova Delhi sicuramente agosto sarà il periodo peggiore; lo stesso dicasi per nuotare nella baia di Ha Long in Vietnam, a meno che vogliate incontrare un tifone.

Perché, invece, non dividiamo le due esigenze? Quella di riposarci, dopo un anno di lavoro e di stress in un periodo in cui davvero ci si rilassi, magari dando un po’ di ossigeno anche al portafoglio, e quella di scoprire nuove località nel periodo adatto a quella località, che varia molto a seconda della latitudine (mentre noi qui stiamo morendo di caldo, in Nuova Zelanda stanno affrontando nevicate da record).

Come troppo spesso succede, siamo vittime delle nostre consuetudini e lottare contro le quali diventa un’impresa improba (nell’accezione moderna del termine). Cosa ci impedisce di sederci a tavolino, già ad inizio primavera, e decidere quali siano le località migliori per il periodo in cui vogliamo viaggiare? O, al contrario, se siamo obbligati ad effettuare le ferie in un certo periodo, quali siano le località adatte. Se ancora non crediamo che si possa cambiare, in meglio, simuliamo la vacanza come l’avremmo sempre fatta e, poi, proviamo a simulare una vacanza intelligente.

Einstein sosteneva che l’intelligenza sia la capacità di adattarsi ai cambiamenti.

Sergio Motta

 

Pasta risottata alla mediterranea

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Avete letto bene, e’ una pasta ma… cuoce come un risotto, provatela: e’ proprio appetitosa!

 

Ingredienti (per 4 persone):

320gr. di pasta corta tipo penne

15/20 pomodorini tipo Pachino

1 cucchiaio di capperi dissalati

3 cucchiai di olive taggiasche denocciolate sott’olio

1 piccola cipolla

1 spicchio di aglio

3 cucchiai di olio evo

1 bicchierino di vino bianco secco

3 cucchiai di pecorino grattuggiato

acqua per cottura

basilico e  prezzemolo freschi

Sale q.b.

 

In una larga padella mettere a dorare la cipolla,  l’aglio e i capperi tritati, aggiungere poi  le olive e i pomodorini tagliati a meta’, insaporire per qualche minuto poi unire la pasta cruda e rimestare. A questo punto, salare, sfumare con il vino bianco e poi coprire completamente gli ingredienti con acqua calda e rigirare, proprio come… un risotto. Lasciar cuocere per 10 minuti (dipende dal tempo di cottura della pasta) rimestando di tanto in tanto aggiungendo, se occorre, poca acqua. Quando pronta, spolverizzare con basilico, prezzemolo fresco tritati e pecorino grattuggiato. Servire subito. Potete sostituire gli ingredienti secondo i vostri gusti, magari aggiungendo 2 filetti di acciuga… La pasta cotta in questo modo risultera’ molto piu’ gustosa e avvolta da una cremina che vi conquistera’.

Buon appetito.

Paperita Patty

 

Ennio Caretto: Gli “Anni furenti” degli Usa

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FINESTRA SUL MONDO

Nel nostro “Campo largo” o centrosinistra si litiga di nuovo sulla politica estera. O meglio si finge di litigare sulla politica estera, ma in realtà si litiga sull’America. Come sempre. Non che manchino i motivi per farlo, e infatti si litiga anche nel centrodestra, che “Campo stretto” non è.

Continua a leggere l’articolo su LA VITA CASALESE:

https://www.vitacasalese.it/news/-finestra-sul-mondo–di-ennio-caretto/101865/gli-anni-furenti-degli-usa.html

Zucchine allo zenzero fresco

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In questo periodo i nostri orti producono una quantità incredibile di zucchine. Molto versatili in cucina, si possono consumare in tantissimi modi sia cotte che crude, hanno pochissime calorie, sono una fonte di vitamine e sono ricche di potassio. Eccovi la ricetta, un contorno aromatico e stuzzicante.

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Ingredienti

Piccole zucchine fresche

1 cipolla

1 spicchio di aglio

1 rizoma di zenzero fresco

1 limone

½ bicchiere di vino vianco secco

Basilico, salvia, rosmarino

Sale, olio di oliva q.b.

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Lavare le zucchine, tagliarle a tocchetti e saltarle in padella con poco olio sino a rosolatura. Asciugare su carta assorbente, salare. In una padella soffriggere in abbondante olio la cipolla e l’aglio affettati, aggiungere le erbe aromatiche e sfumare con il vino bianco. Versare il soffritto sulle zucchine, aggiustare di sale, aggiungere lo zenzero pelato ed affettato sottilmente e la scorza del limone. Lasciare insaporire per almeno un giorno. Conservare in frigo e servire fresco.

Paperita Patty

Foto dei lettori: Vedute del/dal Rocciamelone

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Ecco le foto di un ciclo di Dipinti Murali realizzati da Silvia Marchionne   e da Gianluca Cresciani due anni fa, in via Rocciamelone (tratto fra via Rivara e via San Rocchetto) in Borgo Vecchio Campidoglio a Torino. L’opera si chiama “Vedute del/dal Rocciamelone” da un’idea di Gianluca Cresciani, a cura di CASADART&CRESCIANI, realizzato dagli artisti Gianluca Cresciani e Silvia Marchionne con una parte finale di esecuzione laboratoriale. I Dipinti NON fanno parte del circuito del MAU ma di “Well-Come-TO-MyCity” un Progetto partecipato di Rigenerazione Urbana basato sulla Toponomastica e sul Decorum “Site specific”  che ha avuto il patrocinio ed il contributo della Circoscrizione 4.

All’Osteria del Crocevia

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All’osteria del Crocevia ci si trovava in compagnia. Soprattutto il sabato sera. Nel locale l’aria era densa come la nebbia di Milano. Solo che non era la fitta bruma che saliva dai Navigli ma il fumo dei sigari toscani e delle “nazionali” senza filtro. Un’aria malsana e spessa, da tagliare con il coltello. Sui tavoli infuriavano discussioni “ a molteplice tema” ( come diceva l’ex agente del dazio, Alfonso Merlone). Sport –  con ciclismo e calcio a far da padroni -, politica, vicende del paese s’intrecciavano in una baraonda dove sfiderei tutti voi a trovare il bandolo della matassa , tant’era intricata. E le partite a carte? Combattutissime, “tirate” allo spasimo tra segni e parole, “liscio e busso” e compiaciute manate sulle spalle tra i soci. Il “campionario umano”, come avrebbe detto il dottor Segù, era di prim’ordine.

Il più vecchio era il “Babbo”, un toscanaccio tutto nervi che aveva superato gli ottant’anni da un pezzo. Quando lo tiravano fuori dai gangheri urlava “Ti sbuccio!”, minacciando l’interlocutore  con un  coltellino che non serviva nemmeno a far schiudere il gheriglio di una noce dal tanto che era piccino. Tutta scena, ovviamente, perché  non sarebbe  mai stato capace di far male ad una mosca. Nemmeno quella volta che Dante Marelli, gli offri una Golia. L’ometto era golosissimo della liquirizia e quelle caramelline lo facevano impazzire. La scartò al volo e se la infilò in bocca …sputandola, disgustato, un attimo dopo. Nella carta della Golia il perfido Dante aveva avvolto una piccola pallina di cacca di capra. A prima vista sembrava proprio una caramella e la golosità aveva tradito l’anziano che diede fondo, in breve, al suo repertorio di parolacce e bestemmie, giocandosi le residue “chance” di poter accedere – se non proprio al paradiso – quantomeno al purgatorio. Una sera entrò tutto trafelato anche Quintino, con il volto e le mani “sgarbellate“, cioè graffiate.  Aveva lasciato da meno di un’ora l’osteria, salutando tutti, ubriaco da far paura, ed insieme a Berto Grada erano partiti alla volta di Oltrefiume. I due, traditi dal vino e dall’asfalto bagnato, erano finiti con la Vespa giù dritti per la scarpata della ferrovia, infilandosi tra i rovi sul greto del torrente. Berto, più per lo spavento che per la botta, era svenuto. E Quintino, dopo averlo cercato al buio, gridando il suo nome, spaventatosi per il silenzio dell’amico, era tornato all’osteria – barcollando – per chiedere aiuto. Erano una coppia di “originali“. Berto lavorava come muratore e a tempo perso dava una mano ad Alfonso che di mestiere faceva il becchino al cimitero di Baveno, in cima al viale dei Partigiani. Lavorava come una ruspa e capitava spesso che bisognava intimargli “l’alt” mentre scavava una fossa perché, se stava per lui, non era mai abbastanza profonda, con il rischio di rimanere lui stesso sepolto vivo se gli franava addosso l’enorme cumulo di terra. All’osteria lo prendevano in giro perché era tanto buono ma anche un pò tontolone. Mario il Milanese l’aveva preso di mira con i suoi scherzi. Quando Berto comandava un piatto di trippa in umido o di minestra di fagioli, lo faceva distrarre per allungargliela con un mestolo d’acqua tiepida. Il Berto continuava a mangiare finché nel piatto restava solo un brodo insipido e leggero come l’acqua. Per fortuna c’era Maria, cuoca dal cuore d’oro, a difenderlo quando s’esagerava. Brandendo il grosso mestolo che serviva per girare la polenta, minacciava i burloni gridando: “Basta adesso. Il gioco è bello se dura poco. Lasciate stare il Berto, altrimenti vi faccio assaggiare questo bastone sulla gobba e vi assicuro che sono di mano pesante”. Maria metteva d’accordo tutti. Aveva un certo stile, deciso e convincente. Ma, essendo d’animo buono, perdonava tutti. A volte capitava che si venisse accolti per una rapida visita alla cucina esterna dell’osteria. Era quello il suo vero “regno“, ricavato dall’antica stalla. Accedervi era un privilegio. Il pavimento era stato ribassato rispetto al resto della costruzione. Il grande camino veniva utilizzato per l’essiccazione delle castagne ed i ganci appesi al soffitto servivano per asciugare i salami, che dopo la macellazione venivano appesi per una decina di giorni  a “sudare”, sgocciolando il grasso. Nella cucina Maria aveva conservato diversi attrezzi che venivano utilizzati in passato: la cassetta per la conservazione della farina per la polenta o per quella di castagne; le terracotte, i tund, cioè i piatti e il paiolo di rame per la polenta; il querc, il coperchio che veniva  utilizzato per servire le portate , come nel caso delle frittate; il putagé, un fornello a braci dove si poteva fondere il lardo. Attorno al camino, vicino alla soglia in pietra c’erano le molle, il barnasc (la paletta per le braci), il frustino in legno di bosso utilizzato per mescolare la polenta. La semplicità e l’accoglienza di quell’ambiente ci ricordava i tempi della nostra gioventù, la sobrietà dell’alimentazione a base di  polenta, consumata tutti i giorni, e di  minestra, preparata la sera, il cui avanzo costituiva la colazione del mattino dopo. I ricordi erano come una bacchetta magica che faceva tornare d’incanto la serenità ed anche Mario il milanese, a quel punto, prendeva sottobraccio Berto, scusandosi in una maniera che il Grada accettava subito – scusate il gioco di parole –  di buon grado : offrendo pane, formaggio e vino buono.

Marco Travaglini