Note di gusto insolite per questa semplice e leggera ricetta di pesce che, con pochi ingredienti e pochi minuti, vi permetterà di portare in tavola un secondo fresco e gustoso adatto alle calde giornate estive.
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Ingredienti
Filetti di pesce (varietà a piacere)
Poca farina bianca
1 limone
20gr. di pinoli
10 olive verdi denocciolate
1 cucchiaio di olio
1 noce di burro
Poco vino bianco secco
Sale e pepe q.b.
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In una larga padella tostare i pinoli con un cucchiaio di olio, tenere da parte. Tagliare le olive a rondelle.
Infarinare i filetti nella farina bianca e lasciar rosolare in padella con una noce di burro, sfumare con il vino bianco, cospargere con la buccia grattugiata del limone, lasciar cuocere un paio di minuti e aggiustare di sale e pepe. Aggiungere al pesce le olive ed i pinoli, lasciar insaporire brevemente e servire con una fresca insalata verde.
Paperita Patty



Mi domando se non sia il caso che il mondo dell’informazione non debba autonomamente scegliere una riduzione drastica di notizie che magari fanno vendere più copie, ma sono diseducative nei confronti non solo dei giovani. Questo sguazzare esagerato su troppi episodi descritti in tutti i particolari posso indurre ad un’emulazione assai pericolosa. Anzi l’emulazione ha già contagiato delle persone fragili che andrebbero tutelate.




La Dc, come tutti sanno, non tornerà mai più nella cittadella politica italiana. Ma, ed è persin scontato ricordarlo, la concreta eredità politica, culturale e forse anche programmatica della Dc non può andare radicalmente dispersa. Lo dicono gli stessi detrattori storici della Dc, ovvero tutti coloro che da sinistra continuano a ritenere quel partito o un semplice e banale “inciampo della storia” o, nella peggiore delle ipotesi, una sorta di “associazione a delinquere”, oppure una semplice e disinvolta macchina “clientelare”. Ora, c’è un aspetto, peraltro decisivo se non addirittura costitutivo, che non può andare disperso e nè, tantomeno, può essere allegramente archiviato. Mi riferisco, nello specifico, a quello che comunemente viene definita come “cultura di governo”. Ovvero un modo d’essere in politica che si caratterizza prevalentemente per la sua capacità di dispiegare concretamente una cultura di governo. Perché questa è stata una delle costanti costitutive e strutturali della cinquantennale esperienza della Democrazia Cristiana. E proprio nella “cultura di governo” si sintetizzano le migliori virtù, o qualità, che possono caratterizzare il profilo di un partito. E cioè, in sintesi,. esterni ed estranei alla radicalizzazione della lotta politica e ad ogni forma di polarizzazione ideologica; rifiuto pregiudiziale della deriva degli “opposti estremismi” o degli “opposti populismi”; esaltazione della cultura della mediazione e predisposizione alla composizione degli interessi contrapposti; privilegiare la cultura del dialogo e del confronto politico ed istituzionale; valorizzazione dei corpi intermedi e del pluralismo”; rigoroso approccio riformista e democratico nell’affrontare i temi che sono in cima all’agenda politica e programmatica; rispetto dell’avversario che non è mai un nemico da delegittimare moralmente prima e da annientare e distruggere politicamente poi; rigoroso rispetto delle istituzioni democratiche e dei principi e dei valori democratici e liberali scolpiti nella Costituzione repubblicana; e infine, ma non per ordine di importanza, individuare nella cultura di governo lo strumento decisivo e principale per risolvere i problemi di una società complessa ed articolata come quella italiana. È del tutto evidente che l’eredità politica e culturale di un partito come quello democratico e cristiano, soprattutto quando si parla della cosiddetta “cultura di governo”, è incompatibile con le derive populista, qualunquista, demagogica, pauperista, massimalista ed estremista che purtroppo caratterizzano il comportamento concreto di molti partiti. Sul versante del centro destra e, soprattutto, su quello della sinistra contemporanea. Derive che indeboliscono la qualità della nostra democrazia, la credibilità delle nostre istituzioni democratiche e, soprattutto, l’efficacia e l’efficienza della stessa azione di governo. Sotto questo versante l’eredità politica e culturale della Dc resta di una straordinaria attualità e modernità. A prescindere dal tramonto di quel partito avvenuto oltre 30 anni fa. E questo per la semplice ragione che quella cultura politica, che non può essere consegnata agli archivi storici, conserva anche uno “stile” – appunto, la “cultura di governo” – che non ha più avuto eguali nelle dinamiche concrete della vita politica italiana. Ed è anche per questa ragione che tocca oggi ai democratici, a tutti i democratici, e nello specifico a tutti coloro che provengono da quella tradizione politica e da quel pensiero culturale, saper recuperare e reinverare quella “cultura di governo” nella vita pubblica italiana contemporanea.

