Rubriche

All’Osteria del Crocevia

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All’osteria del Crocevia ci si trovava in compagnia. Soprattutto il sabato sera. Nel locale l’aria era densa come la nebbia di Milano. Solo che non era la fitta bruma che saliva dai Navigli ma il fumo dei sigari toscani e delle “nazionali” senza filtro. Un’aria malsana e spessa, da tagliare con il coltello. Sui tavoli infuriavano discussioni “ a molteplice tema” ( come diceva l’ex agente del dazio, Alfonso Merlone). Sport –  con ciclismo e calcio a far da padroni -, politica, vicende del paese s’intrecciavano in una baraonda dove sfiderei tutti voi a trovare il bandolo della matassa , tant’era intricata. E le partite a carte? Combattutissime, “tirate” allo spasimo tra segni e parole, “liscio e busso” e compiaciute manate sulle spalle tra i soci. Il “campionario umano”, come avrebbe detto il dottor Segù, era di prim’ordine.

Il più vecchio era il “Babbo”, un toscanaccio tutto nervi che aveva superato gli ottant’anni da un pezzo. Quando lo tiravano fuori dai gangheri urlava “Ti sbuccio!”, minacciando l’interlocutore  con un  coltellino che non serviva nemmeno a far schiudere il gheriglio di una noce dal tanto che era piccino. Tutta scena, ovviamente, perché  non sarebbe  mai stato capace di far male ad una mosca. Nemmeno quella volta che Dante Marelli, gli offri una Golia. L’ometto era golosissimo della liquirizia e quelle caramelline lo facevano impazzire. La scartò al volo e se la infilò in bocca …sputandola, disgustato, un attimo dopo. Nella carta della Golia il perfido Dante aveva avvolto una piccola pallina di cacca di capra. A prima vista sembrava proprio una caramella e la golosità aveva tradito l’anziano che diede fondo, in breve, al suo repertorio di parolacce e bestemmie, giocandosi le residue “chance” di poter accedere – se non proprio al paradiso – quantomeno al purgatorio. Una sera entrò tutto trafelato anche Quintino, con il volto e le mani “sgarbellate“, cioè graffiate.  Aveva lasciato da meno di un’ora l’osteria, salutando tutti, ubriaco da far paura, ed insieme a Berto Grada erano partiti alla volta di Oltrefiume. I due, traditi dal vino e dall’asfalto bagnato, erano finiti con la Vespa giù dritti per la scarpata della ferrovia, infilandosi tra i rovi sul greto del torrente. Berto, più per lo spavento che per la botta, era svenuto. E Quintino, dopo averlo cercato al buio, gridando il suo nome, spaventatosi per il silenzio dell’amico, era tornato all’osteria – barcollando – per chiedere aiuto. Erano una coppia di “originali“. Berto lavorava come muratore e a tempo perso dava una mano ad Alfonso che di mestiere faceva il becchino al cimitero di Baveno, in cima al viale dei Partigiani. Lavorava come una ruspa e capitava spesso che bisognava intimargli “l’alt” mentre scavava una fossa perché, se stava per lui, non era mai abbastanza profonda, con il rischio di rimanere lui stesso sepolto vivo se gli franava addosso l’enorme cumulo di terra. All’osteria lo prendevano in giro perché era tanto buono ma anche un pò tontolone. Mario il Milanese l’aveva preso di mira con i suoi scherzi. Quando Berto comandava un piatto di trippa in umido o di minestra di fagioli, lo faceva distrarre per allungargliela con un mestolo d’acqua tiepida. Il Berto continuava a mangiare finché nel piatto restava solo un brodo insipido e leggero come l’acqua. Per fortuna c’era Maria, cuoca dal cuore d’oro, a difenderlo quando s’esagerava. Brandendo il grosso mestolo che serviva per girare la polenta, minacciava i burloni gridando: “Basta adesso. Il gioco è bello se dura poco. Lasciate stare il Berto, altrimenti vi faccio assaggiare questo bastone sulla gobba e vi assicuro che sono di mano pesante”. Maria metteva d’accordo tutti. Aveva un certo stile, deciso e convincente. Ma, essendo d’animo buono, perdonava tutti. A volte capitava che si venisse accolti per una rapida visita alla cucina esterna dell’osteria. Era quello il suo vero “regno“, ricavato dall’antica stalla. Accedervi era un privilegio. Il pavimento era stato ribassato rispetto al resto della costruzione. Il grande camino veniva utilizzato per l’essiccazione delle castagne ed i ganci appesi al soffitto servivano per asciugare i salami, che dopo la macellazione venivano appesi per una decina di giorni  a “sudare”, sgocciolando il grasso. Nella cucina Maria aveva conservato diversi attrezzi che venivano utilizzati in passato: la cassetta per la conservazione della farina per la polenta o per quella di castagne; le terracotte, i tund, cioè i piatti e il paiolo di rame per la polenta; il querc, il coperchio che veniva  utilizzato per servire le portate , come nel caso delle frittate; il putagé, un fornello a braci dove si poteva fondere il lardo. Attorno al camino, vicino alla soglia in pietra c’erano le molle, il barnasc (la paletta per le braci), il frustino in legno di bosso utilizzato per mescolare la polenta. La semplicità e l’accoglienza di quell’ambiente ci ricordava i tempi della nostra gioventù, la sobrietà dell’alimentazione a base di  polenta, consumata tutti i giorni, e di  minestra, preparata la sera, il cui avanzo costituiva la colazione del mattino dopo. I ricordi erano come una bacchetta magica che faceva tornare d’incanto la serenità ed anche Mario il milanese, a quel punto, prendeva sottobraccio Berto, scusandosi in una maniera che il Grada accettava subito – scusate il gioco di parole –  di buon grado : offrendo pane, formaggio e vino buono.

Marco Travaglini

Teresio e i duelli dei “cauboi”

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Passando davanti alla casa di Aristide ho ripensato ai “duelli”  che ingaggiava con Teresio. Niente di cruento, per carità, ma   il clima che si creava sembrava proprio quello della “sfida all’ O.k. Corral”. Al numero 30 di via Libertà sembrava di essere finiti a capofitto nella miglior epopea western e la porta d’entrata dell’Osteria Cooperativa sembrava uguale identica a quella di un saloon

Aristide entrava, con i pollici di entrambe le mani  infilati nella cinghia dei pantaloni. La camicia a quadretti, alla “boscaiola”, e il gilè scuro di fustagno. Lo sguardo torvo, sotto il cappellaccio nero, era tutto un programma. Si guardava attorno, neanche fosse Wild Bill Hickok alla ricerca di qualche fuorilegge a Dodge City o Abilene. Con lo sguardo passava in rassegna, lentamente, gli avventori che erano seduti ai tavoli nella larga sala  e, adocchiato  tra gli altri Teresio lo “puntava” come un pistolero. Sguardo dritto e fisso, gambe larghe e ben piantate, braccia a penzoloni lungo il corpo e mani che muovevano lentamente le dita. Teresio non era da meno. Si girava lentamente e, appoggiato di schiena al bancone della mescita, lo fissava anche lui. Poi, nel silenzio più assoluto, si avvicinavano l’uno all’altro.

I giocatori di ramino stavano lì, in surplace, con le carte in mano. I professionisti del biliardo alzavano la stecca dal tappeto verde, dimenticandosi per un attimo delle traiettorie da imprimere alle biglie colorate. I due, intanto, erano ormai uno davanti all’altro e, d’improvviso, chiamandosi per nome, si scambiavano dei gran pugni sulle spalle, simulando un incontro di boxe. Amiconi da sempre, si divertivano così. Si canzonavano e si “facevano le spalle” con delle sberle tremende. Uno, ferramenta d’ingegno e maestro di sregolatezza, l’altro carpentiere provetto e muratore “fuori orario”, avevano al posto delle mani delle vere e proprie “vanghe” e si mollavano delle pacche da far tremare denti e gengive. Ah, a proposito di denti. I colpi venivano vibrati regolarmente sulle spalle, allo scopo di far traballare l’amico-avversario. Salvo quella volta che Teresio, colto da un lampo d’ingegno, pensò di schivare l’uppercut dell’amico abbassandosi di scatto. Un gesto che, per aver successo, necessitava di una certa rapidità. Forse fu proprio la rapidità a difettare allo “stratega”, tanto da non consentirgli di schivare in tempo il colpo che arrivò, come un dritto  micidiale, tra naso e bocca, in pieno volto. Altro che traballare: Teresio finì a gambe levate, steso al tappeto.

Sanguinava da far paura e un certo numero di denti finì per sputarli sul pavimento. Aristide , terrorizzato dal colpo che aveva inferto all’amico, alla vista del sangue, stramazzò anche lui a terra svenuto .Così i due furono soccorsi dagli altri avventori con ghiaccio, sali, alcool e cerotti, prima che Teresio fosse portato al pronto soccorso più vicino in condizioni a dir poco pietose. Da quel giorno, “per non perdere le buone abitudini”, come diceva Teresio, mettendo in mostra un sorriso non proprio integro, il duello fu solo simulato. Ma se per Teresio era l’occasione per due risate con l’amico, la cosa era ben diversa per Aristide. Lui avrebbe voluto davvero essere un pistolero o uno sceriffo e sfidare a duello i malfattori. Divorava i fumetti di Pecos Bill e Tex Willer, non si perdeva un film western in Tv e quando ancora era aperta in paese la sala cinematografica, nel locale a fianco della stazione ferroviaria, s’era innamorato di Clint Eastwood. L’attore americano, interpretando  gli spaghetti-western “Per un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in più” e “Il buono, il brutto e il cattivo”, sotto l’accorta   regia di Sergio Leone, rappresentava esattamente il suo “modello”. “Quello sì che è un ganzo”, diceva. “ Ha un’espressione che cambia solo quando toglie il cappello, due occhi di ghiaccio e con la Colt è un fulmine. Ah,quanto mi piacerebbe essere un cauboi (parola che pronunciava e  scriveva esattamente così..), tirar fuori la rivoltella e far secchi tutti i delinquenti”.

Non è difficile, a questo punto, intuire cosa gli passò per la testa quella mattina che, rientrato a casa dopo una nottata di bisboccia in compagnia, trovò i due anziani genitori ad aspettarlo, ancora tremanti di paura. Cos’era successo? Semplicemente che un altro matto che era ancor più matto di lui, il Piero Borlotti, era passato lì davanti poco prima di mezzanotte e si era messo ad urlare come un’aquila il suo nome. Papà e mamma, che si erano coricati già da qualche ora, si svegliarono di botto a causa degli schiamazzi. “Vieni fuori, Aristide. Vieni fuori che andiamo a bere. Dai, non fare il balengo! Vieni fuori o ti faccio finire con il sedere per terra”. E si mise a sparare in aria con una scacciacani. Ogni colpo era accompagnato da un rosario di mamma Delfina che, nascosta dietro all’uscio della cucina, tremava come una foglia. Ad un certo punto, Borlotti si stufò di sparare. Forse perché aveva finito i colpi e di Aristide non si vedeva l’ombra, forse perché sentì dalle case vicine urlare “adesso chiamiamo i carabinieri!”; fatto sta che borbottando se ne andò per la sua strada. Appena gli anziani genitori finirono di raccontare la loro nottata di paura, il loro figliolo sbottò con un “Accidenti, che peccato! Se ero a casa, facevamo un bel duello”. Come non capire suo padre, l’anziano signor Carlo, il quale – sentite queste parole – lo fissò negli occhi e gli sibilò  quello che pensava di lui: “Ma va a ciapà i ratt, balordone! Altro che duello e pistole! I pistola siete voi e la prossima volta prendo io in mano la doppietta, la carico a sale grosso e vi sparo nel sedere”.

Marco Travaglini

Freschi involtini di manzo affumicato

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Un’idea gustosa, fresca e veloce da preparare

Il manzo affumicato e’ una carne saporita, nutriente e dietetica che consente di portare in tavola gusto e leggerezza, e’ ottima come antipasto freddo o servita come secondo con verdure di stagione.

Ingredienti:

8 fette di manzo affumicato

100gr. di ricotta fresca

10 gherigli di noci tritati

Sale, pepe q.b.

Rucola fresca

Olio evo

In una piccola terrina mescolare la ricotta con sale, pepe e i gherigli di noce. Stendere la crema sulle fette di manzo e avvolgere ad involtino. Sistemare su un piatto di portata con rucola fresca. Conservare in frigo. Servire fresco irrorato con un filo di olio evo.

 

Paperita Patty

Foto Di Fanny Schertzer – Opera propria

La rassegna dei libri del mese

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Il Libro del Mese – La Scelta dei Lettori

 

Il più discusso tra i titoli presenti sul nostro gruppo FB è, senza dubbio, I Convitati Di Pietra di Michele Mari, fresco vincitore del Premio Strega!

 

È arrivato il mese delle sospirate ferie e se volete partire portando con voi un buon libro, prendete nota delle ultime uscite in libreria! È da poco uscito Gli Anni In Bianco E Nero (Nord), nuovo romanzo di Francesca Giannone che, dopo La Portalettere, racconta una storia familiare al femminile, ambientata negli anni Settanta.

 

Segnaliamo un altro gradito ritorno: Andrea Vitali che ha appena pubblicato Il Piede Nella Fossa (Garzanti), una nuova storia ambientata nella sua Bellano.

 

Infine, segnaliamo un romanzo ambientato a Cuba durante la Rivoluzione, con una trama che si snoda tra veri amori e partite a scacchi: La Sera In Cui Bobby Non Scese A Giocare, di Mayra Montero (Guanda).

Buone vacanze e buone letture!

 

Consigli per gli acquisti

 

 Questa è la rubrica nella quale diamo spazio agli scrittori emergenti, agli editori indipendenti e ai prodotti editoriali che rimangono fuori dal circuito della grande distribuzione.

 

Il Medico (Il Libri Di Icaro, 2026) è il nuovo romanzo di Pasquale Pellegrini, una storia intensa di scelte difficili, rinunce silenziose e desideri mai del tutto sopiti che appassionerà chi ama la narrativa introspettiva.

Metropolitan Gigolò, (Milano Meravigliosa Editrice, 2026)  di Sergio Barletta,

una storia che attraversa le contraddizioni della Milano contemporanea, offrendo uno sguardo originale sulle dinamiche del successo e dell’apparenza.

Sogni D’Oro – Le Piccole Storie Della Buonanotte è la nuova raccolta di racconti per l’infanzia di Daniela Argiolas, (Edizioni del Faro, 2026) un libro da leggere insieme, sera dopo sera, per trasformare ogni nanna in un viaggio lieve tra sogni, emozioni e amore.

 

Incontri con gli autori

 

Abbiamo intervistato per voi gli autori più richiesti del momento: leggete le nostre interviste a Simona Lo IaconoEmanuela Fontana e Stefano Vicario.

 

Per rimanere aggiornati su novità e curiosità dal mondo dei libri, venite a trovarci sul sito www.ilpassaparoladeilibri.it

Friceuj ‘d pom (Frittelle di mele) 

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Una deliziosa ricetta d’infanzia.

 Le frittelle di mele sono una tipica golosità piemontese di origine contadina, si gustano rigorosamente calde comparse di zucchero semolato. Irresistibili ! 
Ingredienti 
150gr. di farina 00 
1 uovo intero 
2 mele 
50gr. di zucchero 
1/2 bicchiere di latte 
1/2 cucchiaino scarso di lievito 
Scorza di limone grattugiata 
Olio di oliva q.b. 
Preparare la pastella mescolando la farina con il tuorlo, il latte, un cucchiaio di zucchero, scorza di limone e lievito. Pelare e tagliare le mele a fette, immergerle nella pastella, unire l’albume montato a neve, mescolare delicatamente. Versare a cucchiaiate la pastella in olio caldo, friggere per 5-6 minuti rigirandole, scolare su carta assorbente e cospargere con lo zucchero rimasto. Servire subito. Deliziose ! 

 

Paperita Patty 

Con spinaci e ricotta la torta è speciale e stuzzicante

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Le torte salate sono apprezzate per la loro versatilità. Molto facili e veloci da preparare sono ottime servite tiepide o fredde, stuzzicanti e fantasiose

Ideali per un aperitivo con amici, una cena veloce, un antipasto o un pic nic,  le torte salate sono molto apprezzate per la loro versatilita’. Molto facili e veloci da preparare sono ottime servite tiepide o fredde, stuzzicanti e fantasiose. Un must per tutte le stagioni.

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Ingredienti:

2 rotoli di pasta sfoglia rotonda

½ kg. di spinacini freschi

1 fetta di prosciutto cotto (100gr.)

250gr. di ricotta piemontese

100gr. di taleggio

1 uovo intero, 4 tuorli

1 spicchio di aglio

50gr.di parmigiano grattugiato

sale, pepe,burro, noce moscata q.b.

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Lavare gli spinacini, saltarli in padella con una noce di burro e l’aglio, lasciar raffreddare. In una ciotola mescolare il prosciutto e il taleggio tagliati a dadini, aggiungere il parmigiano, l’uovo intero, gli spinacini, sale, pepe e un pizzico di noce moscata. Stendere la pasta sfoglia in una teglia rotonda foderata di carta forno,bucherellare il fondo, disporre il ripieno, coprire con la ricotta, fare 4 fossette in ognuna delle quali sistemare il tuorlo. Coprire con la sfoglia rimanente, saldare bene i bordi, spennellare con poco latte e cuocere in forno per 35-40 minuti a 200 gradi. Servire tiepida.

 

Paperita Patty 

Spazio7, Torino dimostra che la cucina è un’esperienza culturale

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SCOPRI – TO  ALLA SCOPERTA DI TORINO

Ci sono luoghi che raccontano una città ancora prima di sedersi a tavola. Non perché siano i più famosi o i più appariscenti, ma perché riescono a trasmettere un’idea precisa del territorio in cui si trovano. È ciò che accade entrando da Spazio7, il ristorante ospitato all’interno della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, uno spazio che unisce arte contemporanea e gastronomia in un modo naturale, quasi spontaneo.

Torino è una città che negli anni ha saputo reinventarsi senza perdere la propria identità. Accanto ai caffè storici, alle trattorie e ai sapori della tradizione piemontese, sono nate realtà capaci di guardare al futuro con discrezione, senza inseguire le mode ma cercando una propria personalità. Spazio7 è uno di quei luoghi che raccontano questa evoluzione: un ambiente essenziale, elegante e contemporaneo, dove la cucina diventa parte di un’esperienza più ampia.

Quando il cibo dialoga con l’arte

Visitare una fondazione d’arte significa fermarsi a osservare, prendersi del tempo e lasciarsi incuriosire. È lo stesso approccio che si ritrova anche a tavola. Qui il pasto non rappresenta semplicemente una pausa, ma diventa il naturale proseguimento di un percorso culturale, dimostrando come discipline diverse possano convivere e valorizzarsi a vicenda.

In un periodo in cui molti locali cercano di stupire con effetti scenografici o proposte sempre più estreme, esistono realtà che scelgono una strada differente. L’attenzione si concentra sulla qualità delle materie prime, sull’equilibrio dei sapori e sulla capacità di valorizzare gli ingredienti senza trasformarli in qualcosa di irriconoscibile. È una filosofia che, in fondo, ricorda anche il carattere della stessa Torino: una città elegante, misurata e poco incline all’ostentazione, ma capace di sorprendere chi decide di conoscerla davvero.

L’ambiente contribuisce a creare questa atmosfera. Le linee pulite, gli spazi luminosi e il dialogo continuo con l’arte contemporanea trasmettono una sensazione di tranquillità che invita a rallentare. In un’epoca in cui si è spesso abituati a consumare tutto in fretta, anche il tempo dedicato a un pranzo o a una cena può trasformarsi in un’occasione per concedersi una pausa autentica.

Un simbolo della Torino che guarda avanti

Negli ultimi decenni Torino ha costruito una nuova immagine di sé, diventando sempre più una città della cultura, del design e dell’innovazione. Molti spazi sono stati ripensati, valorizzati e trasformati in luoghi capaci di ospitare eventi, mostre e iniziative che attirano visitatori da tutta Italia. Anche la ristorazione ha seguito questo percorso, contribuendo a rendere la città una meta interessante non solo per chi ama la buona cucina, ma anche per chi cerca esperienze che vadano oltre il semplice piatto.

Spazio7 rappresenta bene questa visione. È uno di quei posti che dimostrano come il cibo possa raccontare un territorio esattamente come fanno un museo, un edificio storico o un’opera d’arte. Non serve scegliere tra cultura e gastronomia: le due dimensioni possono incontrarsi e dare vita a un’esperienza capace di lasciare un ricordo.

Forse è proprio questa una delle caratteristiche che rendono Torino una città così affascinante. Non cerca continuamente di stupire con grandi effetti, ma preferisce conquistare attraverso dettagli, qualità e autenticità. E sono proprio luoghi come Spazio7 a ricordare che spesso le esperienze più interessanti nascono quando mondi diversi si incontrano, trasformando anche un semplice pranzo in un’occasione per osservare la città da una prospettiva nuova.

NOEMI GARIANO

L’uomo è ciò che mangia

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Sociografia Lettere dal presente

La frase “L’uomo è ciò che mangia” viene solitamente associata al filosofo tedesco Ludwig Feuerbach (Der Mensch ist was er isst) vissuto nel XIX secolo. Non fu lui, però, ad averla coniata ma il giudice francese Jean Anthelme Brillat-Savarin che, per diletto, si occupava di cucina.

Questa frase ha sicuramente un suo fondamento, stante che anche la moderna medicina, nonostante la prassi di cercare di curare ogni problema con una pastiglia (spesso più di una) riuscendo il più delle volte a mitigare solo i sintomi, riconosce al cibo la capacità di prevenire e curare moltissime affezioni.

Medicina a parte, però, noi siamo lo specchio di ciò che ingurgitiamo, di come mangiamo, di quanto cibo introduciamo, ecc.

Quando sono in viaggio o anche solo a cena fuori casa, mi diletto ad osservare le abitudini alimentari di chi è nel locale, non per farmi i fatti loro ma per stilare una statistica, perché anche le abitudini alimentari, come quelle vacanziere, lavorative, linguistiche subiscono il mutare dei tempi.

Ricordo che quando eravamo ragazzini, noi che ora siamo over 60, avevamo abitudini molto differenti da quelle attuali; innanzitutto, non si mangiava al ristorante così spesso anche perché la maggior parte delle mamme era casalinga ed il cucinare era un piacere, magari alla domenica con mamma e nonna e, quindi, recarsi fuori casa sarebbe stato quasi un oltraggio.

Ora, vuoi per lavoro, vuoi perché nessuno ha più voglia di ricevere tutti i compagni di scuola dei figli in casa per uno spuntino, vuoi perché magari trovarsi tutti in centro città è più comodo che raggiungere, di volta in volta, Tizio a 30 km, Caio dalla parte opposta della città, ecc., i ristoranti sono diventati l’altera domus.

La cosa sconvolgente, però, è cosa le persone mangino e, soprattutto, la ripetitività con cui venerano quell’unico o quei pochi cibi.

Tralasciando gli stranieri che mangiano volentieri il cibo italiano, salvo poi accompagnare le chele di granchio fritte (italiano?) con il cappuccino oppure la zuppa di pesce con la cola, gli italiani hanno appiattito i loro gusti a favore di quei 2-3 cibi cult del momento; pizza (le pizzerie sono in aumento verticale), poke, sushi e via dicendo. Poke e sushi, in particolare, andrebbero evitati da chi sia iperteso (in generale tutto il cibo accompagnato da salsa di soia), da chi si stia sottoponendo a chemioterapia (il pesce crudo è pericoloso, specie per chi sia immunodepresso) e dalle donne in gravidanza. Ma si sa che il bello dei divieti è infrangerli.

Perché, mi domando, i genitori che portano i bambini al ristorante non gli permettono di conoscere nuovi cibi (scaloppine, frittata, rane, lumache, branzino, verza, ecc) ma ordinano per loro (o accettano che i piccoli lo facciano) sempre hamburger e patatine fritte o pizza o cotoletta alla milanese, con una ripetitività maniacale? Non si accorgono che, pur continuando a crescere in altezza, i loro pac-man umani cominciano a cresce anche in larghezza, a dismisura? Ecco perché siamo uno dei Paesi con la maggior percentuale di obesi tra i giovani. E’ palese che questo problema abbia anche un risvolto economico non indifferente per la sanità, a causa di affezioni autoinflitte.

Si parla tanto di educazione affettiva nelle scuole; non discuto se sia utile o meno, sono però sicuro che sarebbe molto utile quella alimentare, per insegnare già dalla scuola primaria che lo stomaco non è un termovalorizzatore dove bruci tutto ciò che ingurgiti, ma è il serbatorio del nostro carburante. Se introduciamo benzina di qualità, priva di condensa, morchie, ecc. il nostro motore non ci darà problemi; se, al contrario, gli buttiamo dentro tutto ciò che capita non meravigliamoci se, presto o tardi, si accenderà la spia di avaria al motore e, anziché partire per le ferie, lasceremo l’auto al meccanico.

Ma la nostra auto ha anche una testa, ed è da lì che occorre iniziare la diagnosi.

Sergio Motta