SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE
Ebbi modo, ormai 20 anni fa, di conoscere il compianto Sergio Marchionne una sera a casa di amici comuni e fui immediatamente colpito dal suo essere diverso: diverso dagli altri manager, anche nel modo di vestire, dalla torinesità che allora esalava gli ultimi respiri, dall’ambiente in cui era stato chiamato ad operare.
Qualche tempo dopo fui affascinato dalla sua intervista, quando raccontò il suo arrivo nel 2004 in corso Marconi non trovando nessuno negli uffici. Alla sua domanda “Ma dove sono tutti?” gli risposero “sono in ferie”. “Ma in ferie da cosa?” fu il commento di Marchionne.
Seppure meno di un tempo l’abitudine italiana, particolarmente torinese, di andare in ferie ad agosto è rimasta. Eppure qualcuno ancora si ostina a recarsi in ferie (che deriva dal latino feriae, i giorni di ferie dedicati al culto degli dei) ad agosto, stressandosi il più delle volte più che a restare in ufficio. Sinceramente nessuno ne capisce il motivo, ora che le aziende non fanno più una chiusura totale in quel periodo, stante che per la legge della domanda e dell’offerta i prezzi in quel periodo sono molto più alti, c’è più traffico sulle strade e, dunque, non è certamente il periodo migliore per staccare e riposarsi. Considerando che vanno in ferie ad agosto anche molti pensionati che non hanno obblighi legati all’occupazione.
Ho ascoltato Isoradio RAI tra il 31 luglio ed il 1° agosto scorsi, domandandomi cosa spingesse 26 milioni di italiani a mettersi in viaggio proprio in quel week end, quando c’è il controesodo di luglio insieme all’esodo di agosto, non riuscendo a darmi alcuna risposta sensata.
Ora che le grandi aziende (come era a suo tempo la FIAT) non chiudono più tutte nello stesso periodo, perché le persone non scelgono due settimane a giugno e magari due a settembre, specie chi non ha figli in età scolare? Posso capire negli anni ’70, quando la FIAT nel solo stabilimento di Mirafiori occupava da sola il 5% dell’intera popolazione torinese (compresi anziani, bambini e casalinghe) ma ora lo trovo più una consuetudine che una necessità.
Quest’anno, poi, complici i conflitti ovunque intorno a noi, chi prima era solito recarsi all’estero per le ferie estive ha optato per il Belpaese aggiungendo problemi a problemi: costi, traffico, recettività alberghiera, parcheggi, code e servizi che, necessariamente, vengono erogati in modo peggiore.
Nella nostra cultura il concetto di ferie è quasi sempre associato a quello di turismo, cioè utilizzare le due-tre settimane di sospensione dell’attività lavorativa per scoprire nuove località, nuove culture. Siamo sicuri, però, di farlo nel modo più proficuo, più corretto? Se voglio recarmi in India, non importa se a visitare un ashram o Nuova Delhi sicuramente agosto sarà il periodo peggiore; lo stesso dicasi per nuotare nella baia di Ha Long in Vietnam, a meno che vogliate incontrare un tifone.
Perché, invece, non dividiamo le due esigenze? Quella di riposarci, dopo un anno di lavoro e di stress in un periodo in cui davvero ci si rilassi, magari dando un po’ di ossigeno anche al portafoglio, e quella di scoprire nuove località nel periodo adatto a quella località, che varia molto a seconda della latitudine (mentre noi qui stiamo morendo di caldo, in Nuova Zelanda stanno affrontando nevicate da record).
Come troppo spesso succede, siamo vittime delle nostre consuetudini e lottare contro le quali diventa un’impresa improba (nell’accezione moderna del termine). Cosa ci impedisce di sederci a tavolino, già ad inizio primavera, e decidere quali siano le località migliori per il periodo in cui vogliamo viaggiare? O, al contrario, se siamo obbligati ad effettuare le ferie in un certo periodo, quali siano le località adatte. Se ancora non crediamo che si possa cambiare, in meglio, simuliamo la vacanza come l’avremmo sempre fatta e, poi, proviamo a simulare una vacanza intelligente.
Einstein sosteneva che l’intelligenza sia la capacità di adattarsi ai cambiamenti.
Sergio Motta



