Rubriche

La pelle delle cicale

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BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

di Riccardo Rapini

Nella Terra d’Otranto, quel Sud del Sud dei Santi evocato da Carmelo Bene, il sole pare illuminare le superfici fino a bruciarle e ogni cosa sembra vivere nella misura in cui resiste, scoperta, a un’esposizione continua.

Proprio in questo spazio attraversato da nuvole dense che proiettano ombre immense sui campi, in quelle campagne segnate dalle pietre chiare di muretti costruiti a secco e da ulivi antropomorfi scavati dai venti, si radica l’origine elettiva di Livia Chiffi, che a quella terra non appartiene per nascita bensì per una sorta di eterno ritorno psicologico all’infanzia.
Si tratta di una frequentazione insistita che si ripete ogni anno, quando i genitori, insegnanti, sospendono il tempo ordinario e lo spostano da giugno a settembre in Puglia, votando quel luogo a una dimensione salda, interiorizzata e ineludibile.

Incontro Livia a primavera nel suo studio, in via Capriolo nella zona occidentale di Torino, studio che non assomiglia apparentemente a un atelier tradizionale né a un laboratorio di design rigidamente organizzato, ma piuttosto a una stanza d’artigiana che oscilla tra la sartoria, la costumistica e la scenografia.

Su un grande tavolo che ci divide sono stratificati tessuti color crema, rosa polveroso, avorio e bianco, piegati in pile che ricordano corredi conservati per decenni negli armadi delle case del Sud.

Mi spiega che li recupera in gran parte in Puglia, presso un anziano e singolare fornitore che commercia vecchi materiali tessili, tra cui sete giapponesi degli anni Settanta, taffetasorganze e stoffe provenienti da corredi inutilizzati.

Attorno a questi cumuli di stoffa compaiono teste di manichino, “maschere” incompiute, fili che pendono come radici aeree e piccoli strumenti di lavoro disseminati qua e là.

Mentre chiacchieriamo, Livia continua a intrecciare tessuti.
Alle sue spalle una scritta ricamata in tessuto e filo che riproduce la frase “forzaliviaaaaa”.

Mi racconta quando da bambina stava con gli amici e cugini scalza sugli alberi e mi viene in mente uno dei santi più conosciuti del Salento, Giuseppe Desa da Copertino, di cui si racconta che restava impigliato tra i rami delle piante durante i suoi voli “a bocca aperta” in cui smarriva il peso di sé stesso.

Livia e gli altri bimbi si chiamavano tra loro fischiando e fantasticavano che i tronchi sui quali si arrampicavano fossero vascelli diretti verso lontani giardini della Grecia in cui poter trovare strane orchidee o laghi profumati con il letto di ambra e corallo.

Mi racconta anche che sotto questa dimensione quasi mitica si deposita un’altra memoria, che s’innerva nello spavento infantile, fatta di animali sbranati da cani o volpi, di storie familiari attraversate da una religiosità non consolatrice ma piuttosto da un giudizio che incombe con l’intransigenza di un’occhiataccia celeste.
Come nel caso della nonna, la cui devozione si intrecciava a narrazioni di purezza e colpa, di pozzi e di acque buie custodi delle spoglie di una bambina cadutavi dentro, alimentando un immaginario in cui sogno e incubo si impastano l’un con l’altro.

All’interno di una famiglia numerosa e compatta, che sostiene ma allo stesso tempo moltiplica gli sguardi e quindi le misure, il corpo di Livia apprende molto presto una forma di adattamento che, non passando attraverso un’elaborazione emotiva rigorosa, declina verso una scissione interiore.

Questo apprendimento trova la sua formalizzazione più netta nel pattinaggio artistico sincronizzato, praticato a Gallarate dai sette ai ventidue anni, dove la dimensione della performance diventa centrale e si chiarisce la necessità di apparire impeccabilecoordinata, perfettamente allineata a un sistema che non ammette cedimenti.
Livia piomba così nell’occhio di bue del proprio inflessibile Super-Io, che trova in questo contesto agonistico la propria sublimazione ideale.

Ed è qui che si struttura quella che lei stessa definirà una “maestria della dissociazione”, ovvero la capacità di sospendere l’esperienza emotiva per garantire l’efficacia del gesto, lasciando le emozioni in una dimensione sommersa mentre il corpo continua a operare in superficie: preciso, replicabile, eseguibile.

Ma ciò che nascondiamo ritorna.

Quando questa pratica si interrompe, nel 2019, la struttura che ha prodotto non si estingue ma si trasferisce.
Consegue una formazione universitaria in comunicazione e lavora a Milano per realtà come Sony e Algida, fino al momento in cui, intorno al 2021, emerge una crepa più evidente, legata al desiderio di smarginare al di fuori del foglio da disegno, inizialmente popolato da figure che richiamano burattini e pose rigide, quasi eco dirette della disciplina del pattinaggio.

Il passaggio avviene allora attraverso un altro linguaggio in seguito a un corso di Storia della moda e del tessuto all’Università Statale di Milano, che introduce Livia a un rapporto diverso con il fare artistico, non più basato sulla costruzione ex novo ma sulla riattivazione di ciò che esiste già.

E qui entrano in gioco i tessuti, spesso deadstock, che diventano la base di una pratica capace di generare dispositivi scenici complessi, bassorilievi tessili da parete, morbide forme antropomorfe, sculture tessili, creature dalle anatomie irregolari, piccole architetture orlate di pizzo e soprattutto i suoi teatrini, nei quali la dimensione della messa in scena resta centrale pur venendo costantemente svuotata dall’interno.

Ciò che il sipario rivela, infatti, non appare mai come una presenza piena, ma come una sua traccia, che si ritrova esposta in quel fragile perimetro.

Le superfici, spesso ornate con perle, merletti e conchiglie, costruiscono una dimensione visiva delicata, quasi domestica, dove predominano le tonalità cipriate, evocando a tratti un mondo ovattato di bambina come di fiaba ottocentesca, in bilico tra metamorfosi, inquietudine e meraviglia melanconica.

E come in una fiaba di Andersen l’atmosfera non produce rassicurazione, perché il lavoro di Livia pare perennemente attraversato da una tensione costante tra esposizione e sottrazione, tra il bisogno di mostrare e l’impossibilità di collimare con ciò che viene mostrato.

In questo contesto, le cosiddette “mute” assumono un ruolo centrale: involucri che testimoniano un passaggio già avvenuto, simili alle spoglie delle cicale che conservano la forma del corpo senza contenerlo più.
Ed è in questa figura che si rende visibile il nesso profondo tra dissociazione e pratica artistica, poiché il corpo, così come accadeva nel pattinaggio, continua a esistere, a funzionare, a presentarsi, ma non coincide più con un’esperienza interna unitaria, diventando qualcosa che può essere costruito, cucito, esposto, ma non pienamente abitato.

La prima personale sarà inaugurata il 24 giugno 2026 a Milano, presso Candy Snake, a cura di Tiziano Tancredi e si intitolerà Mosca Cieca: una finestrella da cui osservare Livia e ciò che in lei ha resistito, fin dall’esposizione continua dell’abbagliante sole della Terra d’Otranto.

 

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Foto: Mattia Giordano

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

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A cura di Elio Rabbione

A cena con il dittatore – Commedia. Regia di Manoel Gomez Perira, con Mario Casas, Oscar Lasarte e Nora Hernandez. Madrid, 1939. La Guerra Civile è finita da appena due settimane e il Generale Franco vuole organizzare una cena celebrativa presso il lussuoso Hotel Palace, simbolo della vittoria del nuovo regime. Manca però il personale; i cuochi migliori infatti sono repubblicani e stanno per essere fucilati. Genaro così ne ottiene il temporaneo rilascio per poter garantire un banchetto impeccabile. Quando il cuoco Antòn si rifiuta di cucinare per il Generale, viene ucciso senza pietà dal falangista Alonso. Al suo posto viene chiamata Juana, un’esperta cuoca che fa parte della CNT (Confederaciòn Nacional del Trabajo). Durata 106 minuti. (Nazionale sala 4)

Allora balliamo – Commedia drammatica. Regia di Amélie Bonnin, con Juliette Armanet e Bastien Bouillon. Alla vigilia dell’apertura del suo ristorante a Parigi, la chef Cécile si vede costretta, a causa di un malessere del padre, a tornare nel suo paese d’infanzia. Tra vecchie passioni e la gestione della trattoria dei suoi genitori, il suo passato riemerge inaspettatamente. Durata 98 minuti. (Nazionale sala 1)

Amarga Navidad – Commedia drammatica. Regia di Pedro Almodòvar, con Barbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sànchez Gijòn e Rossy De Palma. Due storie si alternano. La prima ha per protagonista Elsa, una ragazza di spot pubblicitari, nel 2004, durante il lungo ponte festivo del mese di dicembre. La seconda si svolge nel 2026 ed è incentrata su Raùl, uno sceneggiatore e regista che sta scrivendo un copione che presto scopriremo essere la storia di Elsa, del suo compagno Bonifacio e delle sue amiche Patricia e Natalia. Mescolata alla finzione, Elsa diventa in qualche modo l’alter ego di Raùl, che ricorre all’autofinzione come soluzione a lunga stagione di aridità creativa. Guardando dentro se stesso, Raùl non può fare a meno di rivolgere lo sguardo anche alle persone che compongono il suo universo più intimo: il suo compagno e la sua assistente. In concorso a Cannes. Scrive Alessandra Levantesi Kezich nelle colonne della Stampa: “Il film si configura come una esplorazione dell’ambiguità del rapporto (vampirizzazione o sublimazione?) fra vita e arte e nella spietata autoanalisi di una crisi di ispirazione che è anche crisi esistenziale: l’universo formale è quello di sempre, ma solo quando la cantante Amaia intona la struggente ranchera di Vargas “Las simples cosas” avvertiamo il battito del cuore di Pedro”. Scrive Paolo Mereghetti in quelle del Corsera: “Almodòvar si mette in gioco apertamente con una sincerità che sfiora l’autolesionismo. Raùl è lui, la sua difficoltà di fare i conti con il dolore, la depressione, l’età. Ogni tanto ci regala piccoli sprazzi di personalissima verità ma su tutto commuove l’ostinazione e la determinazione con cui solo il cinema sembra capace di aiutare a fare i conti con la realtà, per lui e per noi”. Durata 111 minuti. (Eliseo, Greenwich Village V.O., Nazionale sala 3)

L’amore che rimane – Drammatico. Regia di Hlynur Palmason. Anna e Magnus si stanno separando: è un processo graduale, che la coppia porta avanti ttascorrendo ancora del tempo insieme ai tre figli, in escursioni o in cene a casa. Mentre l’unità familiare si sta sfaldando, Anna si concentra sul suo lavoro di artista, anche se i riconoscimenti tardano ad arrivare; il marito invece lavora su un peschereccio ed è quasi sempre in mare aperto. Quando i genitori non ci sono, i figli si dedicano a passatempi curiosi: in particolare i due gemelli, che tendono a creare giochi bizzarri e talora pericolosi per la loro incolumità. Durata 109 minuti. (Classico)

Il bacio della donna ragno – Drammatico. Regia di Bill Condon, con Diego Luna, Tonatiuh e Jennifer Lopez. Valentin, un prigioniero politico, condivide una cella con Molina, un vetrinista condannato per atti osceni in luogo pubblico. I due stringono una insolita amicizia mentre Molina racconta la trama di un musical hollywoodiano interpretato dalla sua diva preferita del grande schermo, Ingrid Luna. Durata 128 minuti. (Massaua, Fratelli Marx, Lux sala 1, Massimo sala Cabiria anche V.O., Reposi sala 5, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Backrooms – Fantascienza, horror. Regia di Kane Parsons, con Renate Reinsve e Chiwetel Ejiofor. Se non fai attenzione e superi la barriera della realtà, entrerai nelle backrooms. Se finisci lì dentro, resta vigile, perché i passi che echeggiano in quelle stanze potrebbero non essere solo i tuoi… Durata 90 minuti. (Ideal, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Le città di pianura – Commedia. Regia di Francesco Sossai, con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi e Roberto Citran. Due spiantati cinquantenni sono ossessionati di bere l’ultimo bicchiere. Una sera incontrano un ragazzo, Giulio, timido studente di architettura (Scotti, protagonista di “È stata la mano di Dio” di Sorrentino) e il modo di vedere il mondo e l’amore all’improvviso si trasforma pian piano mentre i tre girano tra i locali del Veneto. Un film e una storia che faticano nella prima mezz’ora a ingranare ma che poi fanno pensare e rallegrano, e di questi film ce ne fosse: mai banali, un occhio fermo ad un territorio (e chiamiamola terra!), un’amicizia e un’educazione sentimentale e di vita intera, un richiamo ai “Vitelloni” felliniani e alle loro notti vuote, un film di piccoli affettuosi ritratti che rimangono nella memoria. Un film che ha sbaragliato molti per aggiudicarsi otto David di Donatello, non certo ultimi miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista. Da vedere e da rivedere. Durata 100 minuti. (Eliseo)

La cronologia dell’acqua – Drammatico. Regia di Kristen Stewart, con Imogen Poots e Jim Belushi. Dal romanzo autobiografico di Lidia Yuknavitch. Lidia ama il nuoto mentre vive la sua infanzia all’interno di una famiglia in pieno disfacimento, con un padre violento e colpevole di abusi, una madre fragile, una sorella che come lei cerca protezione. Potrà scappare da quell’inferno grazie alla vincita di una borsa di studio, ma dovrà ricominciare daccapo: ad aver fiducia nelle persone, a cercare l’amore sincero, anche a sopravvivere a un grave lutto che la colpisce, forse nella scrittura riuscirà a trovare la sua vera ragione di vita. Durata 128 minuti. (Centrale V.O.)

Il diavolo veste Prada 2 – Commedia. Regia di David Frankel, con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci e con Kenneth Branagh. Dolce&Gabbana con Donatella Versace e Lady Gaga coinvolti nell’operazione. A quasi vent’anni dalle loro iconiche interpretazioni nei panni di Miranda, Andrea, Emily e Nigel, i quattro attori tornano nelle eleganti strade di New York City e nei lussuosi uffici di Runway nel tanto atteso sequel del fenomeno datato 2006 che ha segnato una generazione. Andrea torna nella prestigiosa rivista di moda dopo vent’anni, ritrovando una Miranda se possibile ancor più cinica e cattiva, che vede attorno a sé un mondo del tutto cambiato. La carta stampata ha forse fatto il suo tempo, è il web ad aver impugnato il bastone del comando, difficile continuare a essere tanto bravi da anticipare quel che piacerà alla gente. Emily ha catturato un fidanzato che non le fa che gli occhi dolci, lavora per Dior, ma non è certo di quelle donne che amano arrendersi. E se in tempo di crisi il trio si riformasse, non esclusa l’anima prorompente di Nigel? Durata 109 minuti. (Reposi sala 4)

Disclosure Day – Fantascienza, drammatico. Regia di Steven Spielberg, con Emily Blunt, Josh O’Connor e Colin Firth. Tutto il mondo è sull’orlo del collasso per una serie di crisi geopolitiche, in particolare nella penisola coreana, Daniel Keller è braccato dagli agenti di una misteriosa organizzazione guidata dallo spietato Noah. Vogliono recuperare ciò che lui ha rubato e impedirgli di diffondere le informazioni ottenute grazie alle sue straordinarie capacità informatiche. Nel frattempo Margaret Fairchild, volto delle previsioni meteo di Kansas City ma aspirante presentatrice, viene avvicinata da un uccellino, un cardinale rosso, e inizia a manifestare inspiegabili capacità linguistiche: prima parla russo, poi coreano, lingue che non ha mai studiato. Soprattutto, riesce a vedere nel cuore delle persone ed empatizzare con loro al punto da convincerle a non ostacolarla. I due sono destinati a incontrarsi, almeno secondo Hugo, che li sostiene insieme a un gruppo di ribelli fuoriusciti dall’agenzia di Noah. Durata 145 minuti. (Massaua, Eliseo, Greenwich Village anche V.O., Ideal anche V.O., Lux sala 3, Nazionale sala 2 anche V.O., Reposi sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Fuze – Conto alla rovescia – Regia di David MacKenzie, con Aaron Taylor-Johnson e Sam Worthington. Il cuore di Londra sprofonda nel caos dopo il ritrovamento di una bomba inesplosa della seconda guerra mondiale in un cantiere. Mentre la città viene evacuata e le strade si trasformano in un campo di battaglia per arrestare l’impresa di una banda di criminali che ha organizzato una rapina. Durata 96 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, Ideal, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Michael – Musicale, drammatico. Regia di Antoine Fuqua, con Jaafar Jackson. Il film racconta la vita di Michael Jackson oltre la musica, tracciando il suo viaggio dalla scoperta del suo straordinario talento come protagonista dei Jackson Five, all’artista visionario la cui ambizione creativa ha alimentato un’incessante ricerca per diventare il più grande intrattenitore del mondo. Evidenziando sia la sua vita fuori dal palco che alcune delle performance più iconiche degli inizi della sua carriera da solista, il film offre al pubblico un posto in prima fila per Michael Jackson come mai prima d’ora. È qui che inizia la sua storia. Durata 127 minuti. (Reposi sala 3, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

No Good Men – Commedia. Regia di e con Shahrbanoo Sadat. Naru è l’unica opewratrice televisiva afghana. I suoi colleghi e superiori sono tutti uomini, ma a lei non importa, sa di essere brava nel suo lavoro. Testarda, determinata, madre di un bambino piccolo con un marito fedigrafo da cui si è allontanata, subisce la discriminazione in una società che considera le donne come subalterne. Siamo a Kabul, poco prima del ritorno al potere dei talebani, Naru non si fa imporre nulla da nessuno ed è pronta a dire la sua in ogni momento, tanto che si scontrerà persino con il noto giornalista d’inchiesta di Kabul News per cui si troverà a fare da operatrice. Durata 103 minuti. (Romano sala 1)

Il prigioniero – Regia di Alejandro Amen°bar, con Julio Pena e Alessandro Borghi. Siamo ad Algeri, intorno al 1575, epoca in cui Cristianesimo e Islam combattono per il predominio del Mediterraneo, mentre i corsari arabi catturano le navi cristiane, vendendo i passeggiari come schiavi. I prigionieri di alto rango sono trattenuti dal temibile Hasan Bajà, veneziano d’origine ma convertitosi alla religione di Maometto. Tra i suoi prigionieri c’è un giovanissimo Miguel de Cervantes, il futuro autore di “Dom Chisciotte”, accusato, e in seguito evaso, di aver avuto una relazione omosessuale con Juan Lopez de Hojos, suo maestro di lettere. Miguel racconta storie, Bajà lo ammira mentre un frate va raccogliendo notizie su di lui per ordine del Sant’Uffizio. Durata 134 minuti. (Romano sala 3)

Ricchi… da morire – Commedia, thriller – Regia di John Patton Ford, con Glen Powell, Margaret Qualley e Ed Harris. Becket Redfellow è un outsider cresciuto lontano dalla sua famiglia d’origine: una dinastia ricchissima che lo ha rinnegato alla nascita. Determinato a reclamare ciò che ritiene suo di diritto, Beckett mette in atto un piano tanto ambizioso quanto spietato: eliminare, uno dopo l’altro, tutti i parenti che lo separano dall’eredità miliardaria. Ma l’incontro e lo scontro con Julia Steinway rimetterà in discussione tutto, fino al confronto finale con il temuto capo famiglia, Whitelaw Redfellow. Durata 105 minuti. ((Massaua, Ideal, Romano sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Romerìa – Il mare dei ricordi – Drammatico. Regia di Carla Simòn. (Video)camera alla mano e diario della madre in mano, Marina parte alla volta della Galizia e della famiglia di suo padre, morto di Aids molti anni prima. Adottata “altrove”, ha bisogno di un certificato anagrafico per ottenere una borsa di studio. Ma dietro alla ragione ufficiale, si nasconde il desiderio di ricostruire la vita dei suoi genitori, su cui la famiglia mantiene un rigoroso riserbo. Negli stessi luoghi in cui sua madre e suo padre sono stati innamorati e felici, disperati e sconfitti, Marina troverà il suo posto e lo slancio per il futuro. Durata 115 minuti. (Centrale anche V.O.)

Ti auguro ogni bene – Drammatico. Regia di Tommy Dorfman, con Alexandra Daddario e Cole Sprouse. L’istante in cui il 16enne Ben annuncia ai genitori di essere non binario viene cacciato di casa. A ospitarlo è la sorella maggiore Hannah, che a sua volta se ne è andata da casa dieci anni prima dopo un violento litigio con quegli stessi genitori bigotti e conservatori. Ben si iscrive al liceo locale. Il suo compagno Nathan, apertamente gay, chiede a Ben di aiutarlo nei compiti. L’amicizia si trasformerà presto in amore e anche grazie a Nathan Ben comincerà una transizione che lo avvicinerà alla sua natura più profonda. Durata 93 minuti. (Uci Lingotto, Uci Moncalieri)

Le tigri di Mompracem – Thriller. Regia di Alberto Rodriguez, con Antonio de la Torre e Barbara Lennie. Antonio ed Estrella sono fratello e sorella, vivono insieme a La Huelva, nel sud della Spagna, e fanno i sommozzatori. Figli di un padre che li ha educati alla vita in mare, amano entrambi ciò che fanno, ma hanno destini professionali diversi. Soprannominato “La tigre”, lui è il membro più esperto di una squadra di sub che manutiene le enormi petrolifere attaccate in porto; lei, invece, vittima da bambina di un incidente in acqua che le ha compromesso l’udito, non può immergersi oltre una certa profondità e progetta di andare a lavorare in una riserva marina sull’Atlantico. Il disperato bisogno di denaro di Antonio spingerà fratello e sorella a tentare la fortuna in maniera illecita, a costo della vita. Durata 109 minuti. (Classico)

Breve storia di Torino: la Capitale

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Breve storia di Torino

1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

6 Torino Capitale

Sto proponendo, in questa serie di articoli, una breve ricostruzione storica delle vicissitudini della nostra bella Torino. In questo articolo nello specifico, desidero soffermarmi sul momento di massimo splendore che vede l’urbe pedemontana tramutarsi da cittadina basata sull’antico “castrum” romano in una vera e propria capitale regionale; nella seconda parte del Cinquecento, i diversi membri della famiglia Savoia, i signori torinesi per eccellenza, ordinano a diversi artisti una serie di interventi urbanistici che modificano definitivamente l’aspetto della città, rendendola un gioiello barocco invidiato e osservato da tutta la regione.
Sono questi gli anni del primo effettivo ampliamento territoriale, opera nella quale si inseriscono i grandi nomi dell’architettura barocca italiana: Ascanio Vittozzi, Carlo di Castellamonte e suo figlio Amedeo, Guarino Guarini, Filippo Juvarra, Benedetto Alfieri e Bernardo Antonio Vittone. Il lavoro di tali immense personalità fa emergere la nuova anima della città, adeguandola al ruolo di protagonista assoluta del Regno sabaudo.

Molti dei tratti architettonici assunti nel lontano Seicento sono ancora oggi ben visibili, passeggiando per le vetuste vie ci si imbatte in palazzi caratterizzati dalla monumentalità delle forme, piazze dall’impianto fortemente scenografico, giardini adorni di fontane e giochi d’acqua e, se si alza lo sguardo verso il cielo, grandiose cupole che si stagliano all’orizzonte. Non c’è dubbio, la nostra bella Augusta Taurinorum ancora sa risplendere del suo fascino sempiterno.
Tuttavia, come sempre, mi piace andare per ordine e definire dapprima il contesto.
Dal 1563, grazie alla decisione del duca Emanuele Filiberto, Torino diviene sede ufficiale della famiglia sabauda, tale scelta influisce grandemente sulla sorte dell’urbe pedemontana, che passa dall’essere prima un “semplice” avamposto, poi una vera e propria capitale regionale e infine, nel glorioso periodo cinquecentesco, verrà considerata cuore pulsante dell’intero Stato sabaudo.
Tale passaggio di status accelera non di poco la crescita della città: parimenti all’aumento demografico si promuovono gli interventi, sia politici che architettonici, fervidamente voluti dai Savoia.

L’assetto strutturale di Torino è ormai gerarchico, esso rispecchia l’ordine sociale secondo cui il potere si acquisisce per nascita, come testimonia la corte nobiliare che si accerchia sempre più intorno alla figura del monarca. È opportuno tuttavia sottolineare come in realtà i sovrani non fossero dei veri “desposti”, essi a loro volta dovevano comunque sottostare alle leggi dello Stato, perseguendo l’alto e specifico obiettivo di amministrare la giustizia, perseguendo il difficile scopo di mantenere l’ordine sociale, anche tenendo in considerazione i principi divini.
Col tempo i Savoia, anche grazie ai loro ministri e ai loro burocrati, riescono a rendere sempre più “illuminata”la struttura del governo torinese, rifacendosi ai dettami dell’Anciem Régime.
Ciò che è bene sottolineare è altresì la scelta della famiglia sabauda di non limitarsi ad interventi politici ed amministrativi, ma anche –soprattutto- a livello estico-costruttivo sul territorio: Torino viene costantemente ampliata, rafforzata e abbellita; inoltre è evidente come al nuovo aspetto corrisponda l’importanza simbolica dei luoghi, infatti alla giovane capitale vengono affidate diverse “funzioni chiave”, essa è sede degli uffici del governo, ossia domicilio dell’autorità politica, nonché residenza della base militare dello Stato.
Il potere monarchico, solido e ben definito, si riflette nell’omogeneo assetto urbanistico e nell’impianto stradale che regola e suddivide i diversi quartieri, l’ordine urbanistico si fa simbolo dell’ordine politico che lo Stato vuole instillare all’interno dei propri domini.
La partecipazione dei Savoia è più che attiva nel frangente costruttivo, la famiglia promuove una sistematica opera di ampliamento e modifica del primigenio impianto medievale, attraverso la costruzione di palazzi estrosi ed eleganti, che fanno da contrappunto al rigore stradale. Torino nel tempo si trasforma in una capitale barocca, le cui tracce sono tuttora ben visibili nel centro della città.
Si pensi ad esempio ad uno degli edifici simbolo della città: Palazzo Reale. Qui il barocco si mescola al rococò e al neoclassico, la facciata principale è esempio tipico del barocco aulico piemontese, così come lo sono l’eleganza delle decorazioni esterne ed interne alle varie sale.
Vi è poi la peculiare Chiesa di San Lorenzo, edificata a metà Seicento dal maestro Guarino Guarini per commemorare la vittoria di Emanuele Filiberto nella battaglia di San Quintino in Piccardia. L’ambiente interno si presenta ricco di marmi policromi, adorno di cappelle concave e convesse, così come vuole il gusto barocco, che esalta il ritmo della linea curva; l’illuminazione è data da un preciso e puntuale gioco di luci, tutto basato sullo sfumare dalla zona d’ombra dell’ingresso, verso il chiarore che aumenta con il sollevarsi dello sguardo; esaltano l’effetto gli oculi che bucano le pareti.

L’elemento caratteristico dell’edificio è la cupola a costoloni, osservandola si evince anche la genialità costruttiva del Guarini, il quale attraverso l’incastro dei costoloni costringe il visitatore a guardare verso l’alto, unica direzione perseguibile per trovare la salvezza divina.
Palazzo Madama invece deve la sua ristrutturazione allo Juvarra: cuore dell’intervento è lo scalone d’ingresso, tutto stucchi e marmi, costantemente illuminato dalla luce che si irradia dai grandi finestroni.
Ancora un esempio, Palazzo Carignano, situato nel centro di Torino e progettato dal Guarini, presenta la facciata principale curvata dall’alternanza di parti concave e convesse, il ritmo rispecchia i dettami del gusto barocco, così come lo fanno le particolari decorazioni interne, gli elaborati affreschi e gli stucchi sontuosi.
A segnare l’inizio di questo nuovo periodo, così glorioso e florido per la città di Torino, è il trattato di Cateau-Cambrésis (3 aprile 1559). Il documento non solo sancisce la fine delle guerre che avevano devastato la penisola fino ad allora, ma ripristina la sovranità del duca Emanuele Filiberto di Savoia sui propri domini. Quest’ultimo porta avanti una serie di interventi volti appunto a sottolineare l’importanza della nuova capitale: non più Chambéry ma Torino. Il duca individua come sua dimora, e sede della corte, Palazzo dell’Arcivescovado, edificio che viene così ampliato e modificato; Emanuele ordina poi la costruzione di una cittadella all’estremità sud-occidentale della città che cambia drasticamente il tessuto urbano, la nuova fortezza ha certo funzione difensiva ma essa deve anche simbolicamente rappresentare l’autorità ducale.
A livello politico Emanuele ricostituisce la Camera dei Conti e l’Alta Corte d’Appello francesi rinominandole Senato piemontese e facendo di esse le principali istituzioni del governo.

Per incrementare l’economia cittadina il duca promuove diverse attività, tra cui la piantumazione dei gelsi e la produzione di seta.
In sintesi sono principalmente due i fatti fondamentali che definiscono il nuovo status torinese: il ripristino delle attività dell’Università (1560) e il trasferimento nell’urbe della Sacra Sindone (conservata a Chambéry per più di un secolo). Torino è così anche custode e guardiana della santissima reliquia, il prestigio della città e – di conseguenza- della famiglia sabauda non si possono più mettere in discussione.
A Emanuele Filiberto succede Carlo Emanuele I (1580).
Sono anni turbolenti per il nuovo regnante, eppure Torino continua a prosperare; sotto Carlo la città si trasforma in una delle corti più raffinate d’Europa, il principe ama gli sfarzi, è mecenate di artisti e letterati, tra cui il poeta Giambattista Marino, il filosofo Giovanni Botero e il pittore Federico Zuccaro, autore delle decorazioni presenti nella galleria tra Palazzo Ducale e il vecchio castello, destinata alle curiosità e alle opere d’arte del duca.
Il gusto di Carlo per organizzare celebrazioni di vario genere porta alla costruzione di un grande spazio adibito alle cerimonie di fronte a Palazzo Ducale, il processo di edificazione inizia nel 1619 in occasione delle nozze della principessa Maria Cristina, figlia di Enrico IV di Francia. Per tale evento è inoltre aperta una porta nelle mura a sud (chiamata Porta Nuova), viene in seguito progettato una sorta di corridoio che congiunge Palazzo Ducale e Piazza Castello (attuale via Roma), a metà di tale passaggio è aperta una piazza (attuale piazza San Carlo). Carlo affida il cospicuo progetto del nuovo assetto cittadino a degli architetti esperti, che costituiscono il “Consiglio per l’edilizia e le fortificazioni”. I nuovi quartieri, definiti da residenze aristocratiche ben diverse da quelle presenti nel centro storico, non sono ideati per essere delle “vere abitazioni”, bensì per rendere la capitale preziosa, maestosa ed elegante.
Carlo Emanuele II ordina un ulteriore ampliamento urbanistico, seguito da un terzo progetto, sostenuto e terminato poi da Vittorio Amedeo II; quest’ultimo intervento rappresenta la fase conclusiva di ampliamento cittadino, dopo gli architetti si dedicheranno ad abbellire le antiche strutture preesistenti, rendendole moderne e lineari; si intraprenderanno poi diversi lavori volti a ristrutturare le strade principali, tra cui l’attuale via Garibaldi.
Caratterizza invece l’epoca settecentesca il completamento di diverse residenze nei dintorni di Torino, tra cui le ville nei parchi Mirafiori e Regio Parco e la dimora di Venaria Reale, poi completamente riassestata da Filippo Juvarra, uomo di fiducia di Amedeo II; all’architetto messinese si devono i lavori di modifica del Castello di Rivoli, la costruzione del mausoleo di Superga e la residenza di caccia di Stupinigi.

Nello specifico, la Reggia di Venaria, tuttora considerata un capolavoro d’architettura, si presenta come un’imponente struttura circondata da ampi giardini, ricchi di aiuole, fiori, piante, vanta numerosi esempi d’arte barocca, quali la Sala di Diana, la Galleria Grande, la Cappella di Sant’Uberto, le Scuderie Juvarriane, la Fontana del Cervo e le numerose decorazioni presenti in tutta la struttura. L’edifico è parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1997.
La scenografica palazzina di caccia di Stupinigi, situata alle porte di Torino, ha un corpo centrale ampio, a pianta ellittica, a cui si accede attraverso un maestoso viale affiancato da giardini. Cuore pulsante della struttura è il salone ovale, affrescato da dipinti che si rifanno all’arte venatoria; dal salone si dipartono a croce di Sant’Andrea quattro bracci che conducono agli appartamenti reali e a quelli degli ospiti.
A fine Settecento anche l’anello satellite costituito da tali residenze testimonia il potere e la gloria della famiglia sabauda.
Figura essenziale del XVIII secolo è Vittorio Amedeo II, il quale si dedica principalmente alle riforme interne: egli riorganizza la burocrazia, istituisce diversi dipartimenti con ambiti di competenza ben distinti; per ospitare tali istituzioni vengono edificati lungo il lato settentrionale di Piazza Castello una serie di uffici comunicanti con Palazzo Reale (un tempo detto Ducale). Accanto a tale struttura viene innalzato un palazzo per gli Archivi di Stato (il primo edificio edificato appositamente per questo scopo in tutta Europa); nel 1738 iniziano i lavori per annettere alle costruzioni preesistenti un teatro lirico a uso esclusivo della nobiltà. La zona adiacente Palazzo Reale è quindi il regno della corte e assume un carattere distinto non solo dal punto di vista architettonico ma anche sociale.

Amedeo II riforma anche l’ateneo, precedentemente chiuso a causa della guerra con i francesi; il re ottiene il controllo dell’Università e la trasforma in una istituzione regia volta a formare futuri uomini di governo, professionisti o ecclesiastici. L’ateneo riformato sorge vicino ai nuovi uffici governativi, apre le porte agli studenti nel 1720, ed è articolato in tre facoltà: Legge, Medicina, Teologia, ( a partire dal 1729 è presente anche l’indirizzo di Chirurgia).
Alla nuova istituzione è affidato il compito di gestire il sistema scolastico dell’intero Piemonte.
A Vittorio Amedeo II si deve il rivoluzionario passo di creare quello che può essere considerato il primo sistema scolastico laico dell’Europa cattolica, sottraendo così il primato dell’istruzione ai religiosi. L’Università è ora il dicastero responsabile dell’istruzione. Sotto Amedeo opera Juvarra, uno dei grandi maestri del barocco, formatosi a Roma come architetto e scenografo. Le sue costruzioni hanno tutte una chiara impronta scenografica, che risponde alle esigenze dei committenti e all’intento di celebrare la grandezza della capitale. Juvarra progetta chiese e facciate di palazzi, come per esempio quella di Palazzo Madama, che dà a piazza Castello una perfetta e nuova prospettica architettonica. Oltre Juvarra anche Guarino Guarini è uno dei protagonisti indiscussi che trasformano la città in un gioiello barocco. Guarini realizza la Chiesa di San Lorenzo, la Cappella della Santa Sindone e Palazzo Carignano, dando vita a eccentrici modelli architettonici divenuti modelli da imitare per gli artisti successivi. Il lavoro di questi architetti è ammirato dai visitatori e l’influenza delle loro opere presto si estende ben oltre i confini piemontesi: è grazie a loro se Torino da anonimo centro provinciale si tramuta in maestoso esempio di architettura barocca e pianificazione urbana. È grazie a loro se ancora oggi possiamo passeggiare per la città con lo sguardo incantato, attraverso l’eterna bellezza dell’arte.

Alessia Cagnotto

Rock Jazz e dintorni a Torino: Ligabue e Ditonellapiaga

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Lunedì. Al Teatro Regio per celebrare i quarant’anni della Fondazione Piemontese per la ricerca sul cancro, concerto con raccolta fondi  presentato da Linus. Sul palco si alterneranno : Diodato, Levante, Samuele Bersani, Paolo Belli, Neri Marcorè, Giovanni Allevi.

Martedì. Alle OGR suona il quartetto di Giangiacomo Rosso & Julia Hornung.

Mercoledì. All’Allianz Stadium arriva Ligabue. Al parco Salvemini di Rivoli suona il pianista Gabriele Rossi. A Rivalta all’Arena del Monastero, si esibisce Anna Carol. Per Evergreen Fest al parco della Tesoriera, suona il Daimona’s Jazz Trio. A seguire concerto a 4 mani di Elisabetta Serio e Cettina Donato.

Giovedì. Al parco Salvemini di Rivoli è di scena Ditonellapiaga. Al Vinile suona la Ska Beat Orchestra +Jamaican Ska.

Venerdì. Al parco Salvemini di Rivoli si esibisce il rapper Dargen D’Amico. Per Evergreen Fest alla Tesoriera, concerto dei Daiana Lou. Al Circolino sono di scena gli Afterdark Experience. Al Vinile suona la Nino Carriglio Swing Orchestra. Allo Ziggy si esibiscono i Sant’Elia + Strangolatori del Gange. Al Blah Blah sono di scena i Solilent Green. Al Magazzino sul Po  suonano i Senza Coloranti Aggiunti.

Sabato. Allo Ziggy si esibiscono i Cenotaph + Putridity + Unbirth. Al Magazzino sul Po sono di scena Gheddi + Sandro + Tanca.

Domenica. Per Evergreen Fest al parco della Tesoriera, concerto di musica rap con i Sano Business.

Pier Luigi Fuggetta

Le ciliegie “salate”

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Stavamo bevendo un bicchiere in compagnia quando Giorgio mi rivolse – all’improvviso – una domanda: “Ti ricordi quando andavamo per ciliegie?”.  Ci misi un attimo, giusto il tempo di mettere le mani nel cassetto dei ricordi e – trovato il filo giusto – mi vennero in mente, nitidamente, quei tempi

A Giorgio erano state le amarene rosso scuro che la Maria aveva sistemato nel cestino della frutta ad accendere la “lampadina“. In quell’istante, la nipotina della Maria, ne prese due coppie, tenute insieme dai gambi, e se le appese come fossero orecchini. Ridemmo, entrambi, di quel gesto che, tanti anni fa, avevamo fatto anche noi, scherzando tra ragazzini. All’epoca si andava in “banda” per i poderi a far razzia. Tra la fine di giugno ed i primi di luglio, nei tardi pomeriggi di quelle calde giornate d’estate, si cercavano gli alberi più carichi di ciliegie. Era una “caccia” troppo invitante. Le ciliegie sono frutti allegri, dissetanti. Ci sono quelle dolci, zuccherose, a polpa tenera ( le tenerine) e a polpa più carnosa (i duroni). E poi, le amarene e le marasche. Con gli anni ho imparato altre cose: oltre ad essere buone fanno pure bene. Sono indicate  nella cura di artriti, arteriosclerosi, disturbi renali. Contengono  buone quantità di fibre, potassio, calcio, fosforo e vitamine. Ci si possono produrre sciroppi, marmellate e liquori come maraschino, cherry e ratafià. Insomma, c’è tutto un elenco di cose positive che fanno rima con ciliegia. Ma noi, all’epoca in cui eravamo ragazzi, piacevano soprattutto perché erano il frutto di un piccolo furto e questo fatto, accompagnato dall’avventura, dai rischi e dalla voglia di trasgredire, rendeva le ciliegie il “frutto proibito” per eccellenza. Mario era arrivato al punto di sostenere una tesi tutta sua: Adamo ed Eva erano stati cacciati dal Paradiso non per colpa di una mela colta senza permesso ma di un cestino di ciliegie rosse e carnose. Il rischio più grande era quello di trovarle “salate“.

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Infatti, capitava che i contadini di un tempo, poco inclini a tollerare le nostre scorribande, ci accoglievano con una doppietta caricata a sale grosso, determinati a scoraggiarci con la minaccia di  piantarci due schioppettate nel sedere. All’arrivo dell’estate, immancabilmente, sembravamo due eserciti in assetto di guerra. “Noi“, a gruppi di 4 o 5, lesti a salire sull’albero, cogliere le ciliegie al volo, riempire il sacco di tela o il cestino, cercando di fare il più in fretta possibile. “Loro“, i proprietari dei ciliegi dove cresceva quel ben di Dio, confezionavano cartucce di diverso calibro con sale grosso, in sostituzione dei pallini di piombo. Rinforzavano anche le linee difensive lungo i confini dei frutteti: reti metalliche orlate di filo spinato, staccionate, siepi irte di spine. Era la “guerra delle ciliegie” che, in altre località, si trasformava in una vera e propria “guerra della frutta”. Se i contadini erano i difensori del loro diritto alla proprietà privata noi, gli incursori che negavano questo diritto, sostenendo che la natura non aveva padroni, colpivamo senza pietà, svanendo subito dopo nei boschi e nella campagna circostante, a volte trascinandoci appresso i compagni feriti. “Lo si faceva per fame e per gioco. Per molti di noi era l’unico modo per mettere sotto i denti quella frutta che non potevamo comprare. Ed era una cuccagna perché a casa il cibo era scarso“, rammentava Giorgio. E, come un rosario, sgranavamo i  nomi dei nostri compagni di quella guerriglia senz’armi: io e Giorgio, Mario, Luigino “Trota” – abilissimo nel pescare nei ruscelli e nel fiume -, Remo, Marco ed anche Marina. Era, quest’ultima, una ragazzina sveglia che dava dei punti a tutti noi. Ed era golosissima di ciliegie. Il campo di battaglia più duro era il frutteto del vecchio Roger Zuffoli, detto “il marsigliese“. Aveva un paio d’ettari piantati a frutta dove si trovava di tutto: susine, albicocche, pesche, mele, pere ed ovviamente ciliegie ed amarene. Verso il limite del bosco aveva anche noci e nocciole. Roger, piccolo e secco, vestiva i pantaloni alla zuava e camicie a quadrettoni mentre in testa teneva sempre il suo basco calato sulle “ventitré“. All’epoca poteva avere si e no una settantina d’anni, gran parte dei quali passati a scaricare merci nei porti di Marsiglia e di Tolone. Era tornato a Baveno già anziano perché, diceva, ” dopo tanta acqua salata ho sentito la nostalgia dell’acqua dolce del Maggiore“. In ricordo di quegli anni, al circolo comandava sempre un bicchiere di  “pastis“,  liquore profumato all’anice, tipicamente francese, che allungava con l’acqua di una caraffa dove galleggiavano dei grossi pezzi di ghiaccio. Attaccare le sue piante era molto ma molto rischioso. Raramente riuscimmo a farla franca ed una volta, quasi, ci lasciammo le penne. Quell’episodio, ancor meglio di me se lo ricorda Mario. Stranamente silenzioso, il frutteto pareva incustodito quella sera. Saranno state le diciannove o poco meno. Roger mangiava presto e quindi pensavamo fosse quello il momento giusto per compiere l’incursione. Invece il perfido vecchietto, mangiata la foglia, si era appostato dietro al piccolo fienile con la doppietta in mano.

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Non facemmo in tempo a renderci conto di quanto stava accadendo che l’eco dello sparo risuonò secco, costringendoci a tappare le orecchie. Colpito al sedere dalla fucilata di sale grosso, Mario cadde dal ramo. Dolorante si rialzò e tutti insieme corremmo a più non posso verso il bosco per far perdere le tracce. Mentre fuggiva a gambe levate, Mario sentiva il dolore delle ferite, poi il bruciore dei grani di sale che si scioglievano nella carne viva. Appena avvistò il ruscello, vinto dal bruciore, si gettò nell’acqua per calmare il fuoco che gli stava divorando il fondoschiena. Ma il rimedio si rivelò peggiore del male: l’acqua , accelerando lo scioglimento del sale, rese insopportabile il bruciore. Remo, appassionato collezionista di francobolli, portava sempre con se una pinzetta e con quella, tra le grida ed i lamenti di Mario, estraemmo i grani di sale, pulendo alla meglio le ferite. Per un po’, da quella sera, gli assalti vennero sospesi per poi, calmate le acque, proseguire per la disperazione dei contadini della zona, compreso Roger. Quella volta però, la “missione” si era conclusa senza il “bottino“. Mario , d’allora, non volle più prendere parte alle nostre imprese. L’invitavamo, lo pregavamo ma lui diceva sempre di no,  opponendo resistenza. Diceva che lui, ormai, non aveva più “il sedere di una volta“. In cuor nostro non ce la sentivamo di dargli torto.

Marco Travaglini

Smart working: diavolo o acqua santa?

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SOCIOGRAFIA  LETTERE DAL PRESENTE

Lo smart working, italianizzato in lavoro agile, ha avuto il suo esordio durante il lockdown.

Aziende che, nel giro di pochissimi giorni, hanno dovuto realizzare piattaforme in grado di consentire il collegamento alle loro VPN (reti private virtuali) alle centinaia, quando non migliaia, di propri dipendenti. Fu, com’è facile comprendere, una necessità; l’alternativa sarebbe stata chiudere l’azienda, con tutto ciò che avrebbe comportato.

Visto il (relativo) successo, tale istituto rimase anche dopo la cessata emergenza, consentendo alle persone di collegarsi anche dalla seconda casa, andare in ferie senza segnare ferie (a condizione di collegarsi), risparmiare carburante e tangenziale, stress, ore fuori casa ecc. ecc.

Ovviamente c’è sempre un rovescio della medaglia.

Dal punto di vista della persona, del dipendente il lato negativo dello SW è l’allontanamento dall’azienda, dai colleghi; non è solo un problema di affettività, di relazioni sociali piacevoli o affettive ma anche di aziendalismo. Non entrare in azienda tutti i giorni, non vedere i colleghi magari per mesi (se i giorni di presenza non coincidono), non recarsi in mensa, non vedere loghi e colori aziendali alla lunga tende a staccare affettivamente una persona dal suo datore di lavoro.

Per le aziende l’aspetto è duplice, antitetico: senza i dipendenti sotto gli occhi, si perde il controllo su di essi; la Legge 300/70 (Statuto dei lavoratori) vieta espressamente il controllo a distanza dei lavoratori. Il datore, cioè, può verificare se il lavoratore si sia collegato alla rete aziendale, ovviamente se abbia prodotto dei report, ma non può sapere se oltre al pc sia acceso anche il cervello del dipendente. Per contro, vantaggio per l’azienda, isolati così i dipendenti sono meno reattivi, meno forti contro l’azienda e, dunque, meno portati ad avanzare rivendicazioni, Una forma contrattualizzata di “divide et impera”.

Poiché nella nostra società occidentale è sempre il denaro (e chi lo possiede) a decidere, ecco che alcune aziende, già da alcuni anni, hanno fatto marcia indietro abrogando lo statuto dello SW dai loro contratti, indipendentemente da ciò che ne pensino i lavoratori.

Sicuramente, almeno per tutte le persone che conosco io, lo SW ha comportato più ore collegati rispetto ad una presenza fisica, “tanto sono qui”, “così controllo se arriva qualche mail” o motivazioni simili.

Quello che forse in Italia non molti possedono è l’onesta di erogare, in SW come in presenza, la stessa durata e qualità di servizio, cosicché il datore di lavoro non debba rimpiangere la presenza fisica. Di sicuro i colleghi sono tali, non sono amici, per cui fuori dalle mura aziendali siamo tanti soggetti singoli non in grado di far valere le proprie ragioni, i propri diritti.

Chissà perché siamo campioni del mondo nell’avanzare pretese, olimpionici di lancio della critica e sollevamento della polemica, ma non sappiamo confrontarci costruttivamente per avanzare proposte e, parimenti, richieste.

Se andassimo a scuola dai cugini d’oltralpe?

Sicuramente abbiamo tanto da imparare.

Sergio Motta

Con vero piacere ho accolto l’offerta del Direttore di avere una mia rubrica che ospiti i miei articoli. Dopo oltre 4 anni, l’appuntamento settimanale con iltorinese.ité diventato un motivo di orgoglio, oltre che un piacere.Ringrazio, perció, il Direttore e la redazione tutta promettendo che continueró ad impegnarmi, come ho fatto finora. 

Sergio Motta

Biraghi Gelato, una tappa golosa nel cuore di Torino

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SCOPRI – TO  ALLA SCOPERTA DI TORINO

Chi passeggia nel centro di Torino non puó non notare il punto vendita Biraghi, diventato negli anni una delle soste preferite per chi desidera concedersi una pausa all’insegna della qualità. Situato in una delle zone più frequentate della città, il negozio richiama ogni giorno torinesi e visitatori attratti non solo dai prodotti storici del marchio, ma anche dalla proposta dedicata al gelato.

Il punto vendita del centro cittadino rappresenta infatti un’estensione naturale della filosofia Biraghi, azienda piemontese che ha costruito la propria identità valorizzando il latte e le eccellenze del territorio. Una tradizione che si ritrova anche nelle coppe e nei coni serviti ogni giorno, preparati con particolare attenzione alla qualità delle materie prime.

Un gelato che racconta il territorio

Il legame con il Piemonte emerge nei sapori e nella scelta degli ingredienti. Accanto ai gusti più amati dal grande pubblico trovano spazio proposte che richiamano la storia e la cultura gastronomica regionale. Il risultato è un gelato dal gusto autentico, capace di conquistare sia chi cerca i sapori della tradizione sia chi desidera provare qualcosa di diverso.

L’esperienza Biraghi oltre il gelato

Entrare da Biraghi significa anche scoprire una realtà che da decenni rappresenta una delle eccellenze agroalimentari piemontesi. Il marchio è conosciuto in tutta Italia per i suoi formaggi e per l’attenzione alla filiera produttiva, valori che vengono trasferiti anche alla proposta dedicata al gelato. Un approccio che punta sulla qualità senza rinunciare alla semplicità.

Un punto di riferimento per cittadini e turisti

Nel panorama delle gelaterie torinesi, Biraghi si è ritagliata uno spazio particolare grazie alla sua capacità di unire tradizione, innovazione e forte identità territoriale. Per molti turisti rappresenta una scoperta durante una visita in città, mentre per tanti torinesi è ormai un appuntamento abituale. Un piccolo momento di gusto che racconta, attraverso ogni assaggio, una parte della storia gastronomica del Piemonte.

A rendere speciale l’esperienza è anche l’atmosfera del punto vendita, che riesce a trasmettere il legame tra il marchio e il territorio piemontese. Nei mesi più caldi il gelato diventa una delle scelte più apprezzate da chi visita il centro storico, trasformandosi in una piacevole pausa tra una visita ai monumenti e una passeggiata sotto i portici. Un successo che conferma come qualità, tradizione e attenzione al cliente continuino a rappresentare gli ingredienti principali di una realtà capace di rinnovarsi senza perdere la propria identità.

NOEMI GARIANO

Di motori non ne capisce niente…

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Armando Belletti, per ragioni di lavoro, si trovò costretto a vivere in città per buona parte della settimana.

Non che Pavia fosse una gran metropoli ma era ben altra cosa dalla quieta e sonnecchiosa Borgolavezzaro.

Smog, traffico, ritmi caotici e stressanti lo inducevano quanto prima a fuggir via lontano da quel trambusto. Con la sua utilitaria, sbrigati gli impegni, s’avviava verso la periferia e, in breve, si trovava in aperta campagna. La Lomellina con i suoi campi geometrici, le risaie, i prati, le boschine, l’aria finalmente pulita e l’unico rumore – oltre al ronfare del motore dell’auto – non era tale ma un delicato e allegro cinguettare degli uccelli.Armando rallentava la corsa e si godeva la vista di quell’ambiente naturale salvaguardato da eccessi edilizi, punteggiato da cascine e campanili, immaginando cosa l’aspettava a tavola: il risotto, il salame d’oca di Mortara, le cipolle di Breme, gli asparagi di Cilavegna e, come dolce, le offelle di Parona. Questi pensieri gli mettevano quasi commozione. “Cavolo, quando torno al mio paese mi pare di rinascere. Qui sì che la vita ha i tempi giusti. Stare in città sarà anche necessario ma mi pesa troppo”. Un giorno, imboccata una strada non asfaltata che tagliava in due una collinetta, l’auto si mise a fare le bizze. Il motore tossiva, ingolfato. Perdeva colpi e si fermò. Armando, pronunciando termini sui quali – per rispetto del lettore – si ritiene più utile sorvolare –   provò a rimetterla in moto, girando con foga la chiave d’accensione. Ma non c’era nulla da fare. Il motorino – grrr, grrr – girava   vuoto. L’auto restava lì, immobile, senza dar segni di vita, nel bel mezzo della stradina di campagna. Belletti scese, sollevò il cofano, guardò perplesso e sconsolato il motore senza avere la minima idea di dove mettere le mani. Mentre rimuginava sull’incidente che gli era capitato, avvertì un rumore alle sue spalle. Si girò e vide   un bellissimo ed elegante cavallo dal manto lucido e nero. L’animale lo guardava e si mise a girare attorno al veicolo. S’avvicinò e, con sguardo indagatore, scrutando il motore disse , con voce grave :“ Un bel guaio, sa? Per me è partito lo spinterogeno”. Armando, attonito e ammutolito lo guardò incredulo mentre l’animale, trotterellando se ne andò via per la sua strada. Di lì a pochi minuti sopraggiunse un contadino, con un forcone in spalla. Si conoscevano. Bernardo Trefossi era noto nei dintorni per la sua eccentricità. Vide il Belletti stranito, con la bocca aperta, e chiese cosa mai gli fosse capitato. Armando, balbettando, raccontò l’episodio del cavallo e il contadino, incuriosito, domandò: “ Mi dica. Il cavallo era forse nero?”. Alla risposta affermativa del Belletti, il contadino, battendogli la mano sulla spalle, lo rassicurò: “Mi dia retta. Non creda ad una parola di quanto le ha detto quel cavallo. Di motori non ne capisce niente”.

E se ne andò, fischiettando per la sua strada. Quando Armando, chiamato il soccorso stradale, riuscì ad arrivare a Borgolavezzaro era omai sera inoltrata. Ancora scosso per l’avventura del pomeriggio, raccontò il fatto agli amici del Bar “Al cervo d’oro”. Nessuno lo contraddisse ma Vittorio Scalmanati, detto “incudine”, fabbro di mestiere, all’insaputa del vicesindaco e guardando gli altri avventori,   si portò l’indice alla tempia. Dalla smorfia e dal gesto tutti intesero ciò che andava inteso: il Belletti era un po’ “tocco” ma non era il caso di contraddirlo. In fondo, come diceva lui stesso, “cavolo, quelli lì un po’ balordi non fanno poi del male a nessuno”. Appunto!

Marco Travaglini

Gli occhiali per leggere

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Albertino era venuto al mondo quando ormai Maddalena e Giovanni non ci speravano più. E così, passando gli anni in un rincorrersi di stagioni che rendevano sempre più duro e faticoso il lavoro nei campi, venne il giorno del ventunesimo compleanno per l’erede di casa Carabelli-Astuti.

E con la maggiore età  arrivò, puntuale come le tasse, anche la chiamata obbligatoria alla leva militare. Albertino salutò gli anziani genitori con un lungo abbraccio e partì, arruolato negli alpini. Un mese dopo, alla porta della casa colonica di Giovanni Carabelli, alle porte di San Maurizio d’Opaglio, dove la vista si apriva sul lago, bussò il postino. Non una e nemmeno due volte ma a lungo poiché Giovanni era fuori nel campo e Maddalena, un po’ sorda, teneva la radio accesa con il volume piuttosto alto. La lettera, annunciò il portalettere, era stata spedita dal loro figliolo. Non sapendo leggere e scrivere, come pure il marito, Maddalena si recò in sacrestia dal parroco. Don Ovidio Fedeli era abituato all’incombenza, dato che tra i suoi parrocchiani erano in molti a non aver mai varcato il portone della scuola e nemmeno preso in mano un libro. Chiesti alla perpetua gli occhiali, lesse il contenuto alla trepidante madre. E così, più o meno ogni mese, dalla primavera all’autunno, la scena si ripetette. Maddalena arrivata concitata con la lettera in mano, sventagliandola. E il prete, ben sapendo di che si trattasse, diceva calmo: “ E’ del suo figliolo? Dai, che leggiamo. Margherita, per favore, gli occhiali..”. E leggeva.  Poi, arrivò l’inverno con la neve e il freddo che gelava la terra e metteva i brividi in corpo. Il giorno di dicembre che il postino Rotella gli porse la lettera del figlio, decise che non si poteva andar avanti così. E rivolgendosi al marito con ben impressa nella mente la scena che ogni volta precedeva la lettura da parte del parroco, disse al povero uomo, puntando i pugni sui fianchi: “ Senti un po’, Gìuanin. Non è giunta l’ora di comprarti anche te un paio d’occhiali così le leggi tu le lettere e  mi eviti di far tutta la strada da casa alla parrocchia che fa un freddo del boia? “.

Marco Travaglini

 

 

Terrina di pasta con verdure, variante vegetariana della pasta al forno

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Una deliziosa variante vegetariana della tradizionale pasta al forno.
Senza pomodoro, ma ugualmente ricca di sapore. Un primo piatto ghiotto ed originale.

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Ingredienti

300gr.di pasta corta
1 porro
2 carote
300gr. di verza
200gr.di zucca
1 piccola melanzana
500ml. di besciamella
1 mozzarella
200gr. di prosciutto cotto
Parmigiano grattugiato q.b.
Olio, sale, pepe, noce moscata

Preparare le verdure, tagliarle a piccoli pezzi e stufarle per 20 minuti in padella con un poco di sale. Lasciar raffreddare e mescolare con il prosciutto cotto tritato, il pepe, la noce moscata ed il pepe. Preparare la besciamella con mezzo litro di latte.
Lessare la pasta al dente.
Mescolare la pasta con le verdure e la mozzarella a tocchetti, trasferire il tutto in una terrina imburrata, coprire con la besciamella e in ultimo cospargere con il parmigiano grattugiato.
Passare in forno a 200 gradi per circa 15/20 minuti, finche’ si sarà formata una crosticina dorata.

Paperita Patty