Ecco alcuni scatti suggestivi dei Fuochi di San Giovanni, realizzati e inviatici da Katia Ruberti


Ecco alcuni scatti suggestivi dei Fuochi di San Giovanni, realizzati e inviatici da Katia Ruberti


Magnifica Torino / I fuochi di San Giovanni sul Monte dei Cappuccini.
La foto è stata scattata da Michele Solano, il figlio del titolare della nostra rubrica, che segue le orme del padre nella passione per la fotografia.
C’è un momento della giornata in cui il Po sembra fermarsi. Succede verso sera, quando la luce scende dietro la collina e il fiume si colora di riflessi dorati, mentre le sagome dei ponti si allungano sull’acqua. Torino, spesso raccontata per le sue piazze eleganti e i viali ordinati, trova proprio qui una dimensione diversa, più intima e naturale. Il Po non è solo un corso d’acqua che attraversa la città: è una presenza costante, un luogo di incontro, di sport, di passeggiate e di storie che si intrecciano da generazioni.
Le barche storiche e la tradizione sul fiume
Tra le immagini più amate dai torinesi ci sono le due imbarcazioni storiche che solcano il Po durante la bella stagione: la Valentina e la Valentino. I loro nomi, quasi a voler incarnare lo spirito romantico della città, richiamano il Parco del Valentino e quel tratto di fiume che da sempre è sinonimo di tempo libero. Non sono semplici barche turistiche, ma un modo per riscoprire Torino da una prospettiva insolita, navigando lentamente tra i ponti e osservando le facciate dei palazzi riflesse nell’acqua. A bordo si respira un’atmosfera sospesa, fatta di racconti, di curiosità storiche e di quel silenzio interrotto solo dal rumore lieve del motore e dallo sciabordio contro lo scafo.
Il legame tra Torino e il Po affonda le radici lontano nel tempo. Le società remiere, i circoli storici e gli atleti che si allenano ogni giorno lungo le sponde raccontano una tradizione sportiva viva e sentita. Canottieri e vogatori trasformano il fiume in una palestra a cielo aperto, mentre i passanti si fermano a osservare le barche sottili che fendono l’acqua con movimenti sincronizzati.

Murazzi, passeggiate e vita all’aperto
Scendendo verso i Murazzi, il fiume cambia ancora volto. Le arcate che costeggiano l’acqua sono state per anni il cuore della movida torinese e, ancora oggi, rappresentano uno spazio che si reinventa tra locali, eventi e iniziative culturali. Camminare lungo il Po significa attraversare una Torino dinamica, dove studenti, famiglie e turisti condividono lo stesso panorama.
Il Parco del Valentino, con i suoi viali alberati e i prati che si aprono fino alla riva, è uno dei luoghi più frequentati nelle giornate di sole. Qui si viene per correre, andare in bicicletta, leggere un libro all’ombra o semplicemente per sedersi su una panchina a guardare il fiume scorrere. Poco distante, il Borgo Medievale aggiunge un tocco fiabesco al paesaggio, mentre la collina torinese, dall’altra parte, offre uno sfondo verde che cambia colore con le stagioni.

Mangiare e rilassarsi con vista sull’acqua
Il Po è anche un luogo dove fermarsi a tavola. Lungo le sue sponde si trovano ristoranti e locali che propongono aperitivi al tramonto, cene all’aperto e serate con musica dal vivo. Sedersi a pochi metri dall’acqua, con il rumore del fiume in sottofondo, regala una sensazione di evasione che sorprende chi pensa a Torino soltanto come città industriale o sabauda. In realtà, qui il rapporto con la natura è parte integrante dell’identità urbana.
Tra un giro in battello, una pedalata lungo la ciclabile e una cena affacciata sul fiume, il Po continua a essere uno dei luoghi più autentici della città. Non ha la monumentalità delle grandi piazze né la solennità dei palazzi storici, ma possiede qualcosa di più sottile e duraturo: la capacità di far rallentare il passo, di far sentire Torino meno frenetica e più vicina al ritmo dell’acqua che la attraversa da secoli.
Noemi Gariano


La Gilera 300 Bicilindrica del 1958, tenuta come un gioiello, era di proprietà del Partito. Brunello l’aveva in uso per svolgere la sua attività d’ispettore de L’Unità nelle varie edicole del Piemonte nord orientale, della Valle d’Aosta e della Lomellina pavese. Una “bestia” rossonera da un quintale e mezzo a serbatoio asciutto, capace di fare trenta chilometri con un litro e di schiaffargli in faccia il vento marciando a centoventi all’ora. Brunello ne era l’orgoglioso affidatario e l’accudiva prestandole tutte le attenzioni. Il suo era un lavoro duro, sfiancante. In sella alla Gilera, macinando chilometri su strade polverose e sconnesse, costeggiando campi e risaie, attraversando borgate contadine e paesini minuscoli e sperduti, abbarbicati sui monti. Quando pioveva, e accadeva spesso, la moto e il suo autista si trasformavano in statue di fango ma niente, in nessuna stagione e con qualsiasi tempo, poteva interrompere la “missione” per conto del Partito e del giornale “fondato da Antonio Gramsci”. Brunello, in missione , si agghindava con la sua “tenuta da viaggio”.

La più “completa” era quella invernale: doppia maglia di lana, copia di giornale (ovviamente, l’Unità) per riparare il petto dall’aria, maglione pesante, giaccone di cuoio, doppio paio di pantaloni, ginocchiere da portiere e, a riparare la testa, casco e occhialoni. Con la bella stagione, l’armamentario restava più o meno lo stesso, calando però in stratificazione. In uno scenario politico dominato dai governi di centrosinistra e segnato dal “miracolo economico”, nel marzo del 1962, L’Unità aveva unificato le direzioni di Roma e Milano, affidando ad un unico direttore, Mario Alicata, la conduzione del giornale. Al suo fianco, come condirettori, lavoravano Aldo Tortorella per l’edizione settentrionale e Luigi Pintor per quella del Centro-Sud.Il giornale era migliorato anche in qualità, apparendo più vivace e scorrevole, con articoli meno lunghi e un linguaggio meno complicato, con foto più grandi e numerose. Insomma, piaceva e si vendeva bene. Dopotutto era l’unica vera voce dell’opposizione in un paese impegnato a vivere la fase più intensa di trasformazione economica, sociale e culturale della sua storia. Il lavoro dell’ispettore era molto importante. Al pari di chi “confezionava” il quotidiano, dai giornalisti e stenografi ai linotipisti e tipografi,l’ispettore aveva il compito delicatissimo di vigilare sull’andamento delle vendite, controllando i resi e l’organizzazione delle diffusioni straordinarie. Era lui che doveva adottare tutti gli accorgimenti necessari a promuovere L’Unità e consolidarne il ruolo di giornale popolare. Il rapporto con gli edicolanti diventava strategico e Brunello, nella categoria ,aveva molti amici. Durante la Resistenza non furono pochi i giornalai che svolsero attività antifascista, soprattutto nelle grandi città, diffondendo la stampa clandestina delle organizzazioni democratiche, pur essendo sottoposti a fortissime pressioni poliziesche. E negli anni del dopoguerra, quei legami erano rimasti improntati ad una forte umanità. Quando arrivava, oltre alla cordialità dei rapporti e un bicchiere di vino in compagnia, non mancava mai di portare con se qualche regalino per i figli più piccoli dei giornalai.Un modellino d’aereo di cartone, un libro di storie, qualche numero speciale de “ Il Pioniere dell’Unità”, supplemento del quuotidiano che usciva al giovedì. Le storie a fumetti del giornale curato da Marcello Argilli, soprattutto quelle di Atomino e Chiodino, suscitavano un grande interesse. Così come le filastrocche raccolte sotto la sigla “Il juke box di Gianni Rodari”.L’arrivo di Brunello, come si può facilmente immaginare, era un evento. E per L’Unità, anche da parte di coloro che la pensavano diversamente, c’era – il più delle volte – un occhio d’attenzione, un certo riguardo. Così, tra un giro e l’altro, si consolidavano amicizie e si allargava l’influenza del quotidiano del più grande partito comunista dell’Occidente. Quando transitava nel vercellese, poi, era festa grande. Soprattutto all’inizio dell’estate, nel tempo della monda del riso. Ogni anno, per la campagna risicola, migliaia di donne si riversavano nella bassa vercellese così come nel novarese e in Lomellina dove la mano d’opera locale non era sufficiente. Le mondine arrivavano dall’Emilia, dal mantovano, dal Veneto. Accanto a loro si recavano alla monda anche le donne delle baragge e delle zone collinari che raggiungevano le cascine della bassa viaggiando sui carri o a piedi.Era un lavoro durissimo, sfibrante e malpagato ma l’alternativa era una gran miseria e quel lavoro stagionale, con i piedi a bagno nell’acqua di risaia e la schiena curva per ore e ore sotto il sole, rappresentava l’unica possibilità di portare a casa qualche soldo per la pagnotta o la polenta.Brunello, originario di quelle parti, prima di diventare funzionario del Partito e Ispettore de L’Unità, appena finita la guerra e la lotta partigiana, aveva svolto per alcuni anni l’incarico di sindacalista della Federbraccianti. Tra le mondariso era conosciuto e apprezzato per l’impegno a tutela dei loro diritti.Quando passava su quelle strade, con la sua rombante Gilera, sentiva la nostalgia per quel mondo che pare uno specchio capovolto, dove l’ azzurro del cielo si riflette nelle acque delle risaie. Avvertiva anche l’affetto di chi non l’aveva dimenticato e , scorgendolo sulla strada, non mancava d’indirizzargli un saluto.Ma in quel fine inverno del 1963, sui campi vuoti e gelati, c’erano solo solitudine impastata con una nebbia tanto fitta che si poteva tagliare con il coltello. L’aria era ghiacciata e viaggiare in moto non era uno scherzo. Nemmeno per i comunisti di provata fede.Fu all’entrata di Arborio, provenendo dal lungo rettilineo di Ghislarengo che la ruota anteriore della moto scivolò su una lastra di ghiaccio, perdendo aderenza. Brunello venne disarcionato ma non mollò il manubrio della Gilera e , tra gli sguardi attoniti dei pochi passanti e di qualche avventore dell’osteria dei “Mulini”, percorse tutto il centro del paese strisciando attaccato alla moto impazzita. Nessuno osò fiatare davanti a quello spettacolo di scintille, stridore e smadonnamenti da venerdì sera in osteria. Al termine della lunga “scivolata”, Brunello s’alzò, controllò la moto rimettendola in piedi e raddrizzando alla belle e meglio il manubrio. La “tenuta” invernale aveva limitato i danni fisici e anche la Gilera non subì troppe ingiurie dalla caduta. Ben peggio sarebbe stato se Brunello avesse deciso di scindere il suo destino da quello della rombante motocicletta che, con ogni probabilità, si sarebbe sfracellata contro qualche muro. I primi soccorritori, preso atto che di danni gravi non ve ne fossero,chiesero a Brunello la ragione della scelta di non mollare la presa della moto. Lui, dolorante ma composto, rispose che delle proprie cose si poteva decidere cosa farne ma con i beni di tutti, come nel caso della moto del Partito, non si scherzava. “Vanno tutelati, cribbio. Sempre e comunque”, bofonchiò a denti stretti l’ispettore de L’Unità, riprendendo la strada con un l’intento di portare a termine la sua missione.
Marco Travaglini
Un piatto leggero, semplice, delicato ma al contempo saporito
Un primo piatto perfetto, leggero, semplice, delicato ma al contempo saporito, dal color verde acceso che sara’ una gioia per occhi e palato di tutti i commensali.
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Ingredienti per 4 persone:
360 g di pasta corta tipo penne
400 g di zucchine chiare
50 g di parmigiano grattugiato
100 g di pancetta affumicata a cubetti
1/2 spicchio d’aglio
1 cucchiaio di prezzemolo tritato
1cucchiaino di menta fresca tritata
1 cucchiaino di basilico fresco tritato
Olio evo q.b.
Sale, pepe
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Tagliare le zucchine a meta’, scavare leggermente per eliminare un poco di polpa, lessare in acqua salata mantenendole al dente. Scolare, conservare l’acqua di cottura e lasciar raffreddare. In una larga padella soffriggere con un poco di olio i cubetti di pancetta. Frullare le zucchine con il parmigiano, l’aglio, il prezzemolo ed il basilico tritati, il pepe e l’olio, aggiustare di sale. Cuocere la pasta nell’acqua di cottura delle zucchine, scolare e saltare in padella con la salsa di zucchine.
Paperita Patty
D’inverno non è raro che le stelle, in fretta e furia, facciano posto a nuvole gonfie di tormenta. Anche la notte dell’Epifania di quell’anno aveva portato con se la neve. Soffice come l’ovatta, leggera come piume d’oca, era planata lentamente a terra, imbiancando tutto

Non che ne fosse venuta tanta, però. Era, come dire, una specie di patina spessa più o meno cinque centimetri. Non mi aveva preso alla sprovvista. Rincasando, verso le 23, s’intravedevano già dei piccoli fiocchi volteggiare nell’aria. Erano “palischitt“, pagliuzze gelate. Ma promettevano “d’attaccare giù“. L’aria fredda che s’incanalava per le valli del Mottarone fino ad accarezzare le onde del lago, era un “preavviso” della nevicata. Così decisi di usare le pagine di un vecchio giornale per coprire i vetri della mia piccola Fiat amaranto, posteggiata davanti all’osteria del “Gatto e la Volpe”. Così, al mattino, se non ne veniva giù un sacco, sarebbe bastato rimuovere i giornali per avere i vetri puliti ed asciutti, evitando – ed era la cosa più importante – che gelassero. Quante volte mi era capitato di vedere i vicini di casa, dopo una notte di brina gelata o di tormenta, armeggiare sui vetri merlettati dal gelo con raspe e fiotti d’acqua calda. Quanti vetri rigati o crepati, per la gioia dei carrozzieri che dovevano quanto prima sostituirli. Era più saggio seguire la buona regola del “meglio prevenire che curare”. Così, dopo una notte di sonno profondo, propiziata da quel silenzio ovattato che si crea quando nevica, mi sono alzato alle sei e mezza, anticipando la sveglia. Mi capita così da una vita. Alla sera carico la sveglia, la punto sulle sette meno venti e regolarmente l’anticipo di una decina di minuti. Così la mia sveglia non suona mai. Se ne sta lì, vigile, scattante, pronta a squillare ma io, per il suo disappunto, ne rendo superfluo il servizio. Che devo fare? Mi viene così, non lo faccio apposta. E sono convinto che, la volta che mi capitasse di scordarmi di puntarla, resterei “impagliato” a letto. Comunque, una volta alzato e vestitomi di tutto punto, uscii. Non nevicava più e l’aria era fina, pulita. Mi avvicinai all’auto e, voilà: in un attimo sfilai via i giornali. Solo in quel momento mi accorsi che Giovanni Melampo mi sta guardando. Non avevo notato che, con il badile in mano, stava liberando l’entrata laterale dell’osteria del “Gatto e la Volpe”, quella che dava direttamente sulla cucina. Mi guardava interessato e, ad un certo punto, esclamò: “Gino, posso dirti una cosa?”. Non feci in tempo a rispondere che il fabbro aggiunse “ Ecco, volevo dirti che sei furbo come una volpe. Ma come ti è venuta in mente l’idea dei fogli di giornale, eh? A tì sé propri un gatt. Sei proprio un gatto. Dai, vieni qui, fammi compagnia. Andiamo a bere un bicchiere dal Mario. Offri tu,ovviamente, per “bagnare” l’invenzione”. Pur di scroccare un bianchino era capace di qualsiasi stratagemma. E quella mattina era toccato a me. Ne scolò tre, uno in fila all’altro. “Ma non ti faranno male?”, gli dissi. “ Io, appena sveglio, bevo due bicchieri d’acqua del rubinetto che al mattino fa solo bene”. Lui, di rimando, mi rispose che “ l’acqua la fa mal, la bev dumà la gent de l’uspedal”. Lui, ovviamente, non aveva niente a che spartire con la “gente dell’ospedale”, precisando che stava benone e il vino non solo poteva berlo ma era una sorta di medicina.Bevendo, Melampo, si lasciò andare ai suoi racconti. Iniziò a parlare delle disavventure del povero Ottorino Gambina, l’operaio del comune che faceva un po’ di tutto, dal cantoniere allo stradino. Ottorino, detto “robinia” per il carattere pungente che ricordava le spine scure che ornavano i giovani rami delle robinie, era – come s’usava dire dalle nostre parti – un “nervusatt”.
Bastava un nonnulla e s’incavolava di brutto. Soprattutto quando lo prendevano in giro per le sue gambe. Sì, perché – per sua sfortuna – aveva le gambe storte, ad archetto. Sembrava un fantino ( la statura, più o meno, era quella.. ) al quale avevano sfilato il cavallo da sotto, condannandolo a rimanere così, con gli arti inferiori piegati in forma. Aveva ereditato il lavoro dal suo predecessore, noto a tutti come “Mario pulito” che, mantenendo fede al suo soprannome, aveva sempre e tenacemente operato per ottenere, con il minimo sforzo, la massima resa dalla sua attività. A differenza di sua moglie Maria che si faceva in quattro nel lavorare, Mario era diventato famoso per la proverbiale abilità a sdraiarsi ai bordi della strada, dove, steso su un vecchio plaid, allungava le mani nelle cunette per estirpare le erbacce, con movimenti tanto lenti quanto studiati. Ben attento, sempre, a non faticare troppo e a non sporcarsi gli abiti. Se ne accorse anche il vecchio Hoffman, ben presto pentendosi di avergli offerto il lavoro di giardiniere nel parco della sua villa a Oltrefiume. Mario si sdraiava sotto gli alberi, a fine estate, nell’attesa che le foglie cadessero e solo quando gli alberi erano spogli e il fogliame a terra – con una gran flemma – iniziava a raccoglierle, una a una. “Robinia” , però, era di tutt’altra pasta. Al lavoro sembrava un trattore: a testa bassa, con la scopa in mano, spazzava con diligenza i marciapiedi e il sedime stradale. Finché, non gli capitò “l’incidente”, come lo definì Melampo. “ A lè finì cunt el cü per tèra. Sì, perché è bastato il colpo della strega per metterlo fuori uso. E tutto, pensa un po’, per una cartina del cioccolato che stava lì, in mezzo al sagrato della chiesa. Aveva appena scopato per bene e qualche ragazzaccio passando, mentre era voltato di spalle, gliela aveva buttata lì. Nell’atto di chinarsi ha sentito un “crack” alla schiena ed hanno dovuto portarlo a casa così, piegato in due, fino a che il dottore non gli ha fatto un’iniezione. Sembrava che dovesse finir tutto lì, e invece…”. Era sconsolato, il fabbro. “ Tiricordi com’era? Bianco e rosso, sempre pronto a mangiare e bere. Ed ora? E’ magro che sembra ‘n gatt che l’ha mangià i lüsert. Un gatto che mangia solo lucertole.. La schiena non gli tiene più, è sempre in mutua e si è messo a bere ancor più di quanto non facesse già. Ha proprio una brutta cera”.In effetti, era così. Non sembrava nemmeno più lui anche nel carattere. Era, come dire?, spento, apatico,rassegnato. Se si cercava di tirarlo su, dicendogli che bisognava aver fiducia, che si sarebbe messo a posto, rispondeva – scuotendo la testa – : “Se l’è minga supà, l’è pan bagna”( se non è zuppa è pan bagnato).Era rassegnato a rimanere così, con la schiena scassata e le gambette sempre più divaricate. Melampo, nel raccontare le sue disavventure, si era immalinconito. Ma reagì subito, proponendomi un altro “giro” di calici.“ Dai, Gino,beviamoci su. Anzi, ci bevo su io anche per te, così buttiamo alle ortiche la malinconia. Mi spieghi ancora una volta la pensata del foglio di giornale, eh?”.
Marco Travaglini
GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA
Martedì. All’Allianz Stadium si esibisce Sfera Ebbasta. Al Vinile suona Alex With The Band & Women.
Mercoledì. Per Evergreen Fest alla Tesoriera è di scena La Paranza del Geco. Al Belvedere del Castello di Rivoli si esibisce il Kosobate Quartet. Al Charlie Bird suona il quartetto Paradiso-Collaku-Ciani- D’Elia. Allo Ziggy sono di scena i Zeke +Guest.
Giovedì. Debutto alla Certosa di Collegno del Flowers Festival con il concerto di Fulminacci. All’Evergreen Fest alla Tesoriera si esibisce Mirella & Max Gallo Brazilian Jazz 4et. Al Cafè Neruda è di scena il duo Lil Darling & Fulvio Vanlaar. All’Osteria Rabezzana le canzoni del Cafè Chantant con Ormezzano- Pinamonti-Quattrocchio-Borrelli-Sità. Al Blah Blah suonano gli Electric Citizen.
Venerdì. Per Flowers Festival a Collegno sono di scena La Nina+ OkGiorgio. Per l’Evergreen Fest alla Tesoriera si esibisce Francesco Baccini in duo con Michele Cusato. Allo Spazio 211 è di scena Totò Zingaro Contromungo. Al Blah Blah suonano i Wildhunt+ Lilith Legacy. Al Circolino si esibiscono i The Mayor is Stoned.
Sabato. Al Flowers Festival a Collegno arriva Mannarino. Debutto di Collisioni in Piazza Medford ad Alba con il concerto di Ben Harper. Per Evergreen Fest alla Tesoriera si esibisce Morino & Voodoo Folk Orchestra. Al Blah Blah suonano i The Refounders. Al Belvedere del Castello di Rivoli si esibisce la cantautrice Ilaria Graziano con Simone Defilippis.
Domenica. Al Blah Blah suonano i The Friarbirds King. Al Circolino è di scena il Michele De Lilla Project.
Pier Luigi Fuggetta

Il fatto che agli esami di maturità 2026 sia stato proposto agli studenti il testo del discorso di inaugurazione dei lavori dell’Assemblea costituente da parte del suo presidente Giuseppe Saragat è un modo storico – non meramente celebrativo – per ricordare gli 80 anni della Repubblica. Saragat rappresentava il vertice di un’assemblea a cui era affidata la stesura della Carta costituzionale italiana. E Saragat fin da allora era una figura diversa da quella dei diversi leaders che animarono il dibattito del referendum istituzionale durante il quale si distinse per lo stile e la sobrietà. Offrire ai giovani la possibilità di leggere un testo di spessore storico è cosa molto positiva. Saragat venne demonizzato dal 1947 per la scissione socialista di Palazzo Barberini che consentì la nascita in Italia di un partito socialista democratico che riprendeva le idee di Matteotti.
Poi quel partito si impantanò nel clientelismo, ma la figura di Saragat, che fu eletto presidente della Repubblica nel 1964, è sempre stata quella di uno degli statisti più importanti della storia italiana. Che si offra ai giovani di scoprire un uomo come lui è un’ottima opportunità offerta a chi sicuramente non sa nulla su di lui perché la damnatio memoriae dei comunisti ha cancellato il suo nome. Solo il sindaco Piero Fassino consentì che il suo nome entrasse nella toponomastica torinese. Saragat fu molte volte eletto deputato e consigliere comunale a Torino, città a cui fu sempre molto legato perché vi nacque, ci visse e studiò.
Nella storia torinese del ’900 Saragat ha rappresentato uno degli esponenti politici più importanti che hanno qualcosa da dire anche oggi che le ideologie novecentesche sono tramontate. L’idea di una democrazia fondata soprattutto sui rapporti tra uomo e uomo, prima ancora che sui rapporti politici, appare di un’assoluta modernità. Verrà compresa dai giovani e dai meno giovani? Verrà compresa dagli studenti, ma anche da tanti professori che continuano ad indottrinare piuttosto che ad istruire ed educare – anche sotto il profilo civico – i loro studenti?
L’idea del patentino per accedere ai saloni del libro, condannata dalla presidente del Consiglio Meloni, rivela il livello infimo della polemica politica a cui siamo giunti. E rivela anche il grado di faziosità a cui si è arrivati. Senza entrare nel merito della polemica a cui non intendo partecipare, mi pare di poter dire che qualunque richiesta di dichiarare obbligatoriamente la propria fede politica per poter accedere ad un salone del libro sia di per sé non condivisibile. L’articolo 21 della Costituzione non lo consente. Ma soprattutto non dovrebbe consentirlo un altro fatto: accedere o non accedere ad un salone per un editore è semplicemente lavoro e non si può reintrodurre un’odiosa tessera del pane che è inconciliabile con il concetto stesso di democrazia. Il lavoro non può essere negato a nessuno in base alle sue idee politiche, per quanto aberranti. Pensando a Saragat che patì l’esilio e il carcere, credo di poter dire che mai avrebbe approvato un’idea così balzana.
Mi fa tornare alla mente certi studenti del liceo “Segre” di Torino che volevano, in anni fortunatamente lontani, impedire il diritto alla frequenza scolastica a dei loro colleghi considerati “neofascisti”. Il diritto al lavoro e il diritto allo studio deve avere la preminenza su ogni altra valutazione politica, confidando nella pacifica convivenza delle idee. La vera tolleranza, d’altra parte, la si dimostra verso le idee opposte alle proprie, ma solo a quelle diverse.

Mussolini collare dell’Annunziata
Vorrei ricordare che Vittorio Emanuele III, che nel libro del bisnipote Emanuele Filiberto viene considerato una vittima di Mussolini, lo nominò Cavaliere della Santissima Annunziata nel 1924, neppure due anni dopo la chiamata al governo. Il 1924 è l’anno dell’omicidio Matteotti e delle elezioni con brogli e violenze. Il Re premiò il futuro duce con la massima onorificenza sabauda che consentiva di considerarsi cugini del re. Tra il re e il duce correva buon sangue, anzi ottimo. Carlo Ottino

È questione della data del mese. Il Collare venne conferito nel marzo 1924, le elezioni si tennero nell’aprile e il rapimento di Matteotti nel giugno. Vittorio Emanuele voleva “premiare” Mussolini per aver risolto la questione di Fiume italiana. E gli diede il Collare che appartenne a Cavour. Aveva dato nel 1904 il Collare a Giolitti per la nascita del principe ereditario Umberto. Forse il futuro “Bolscevico dell’Annunziata” – come venne definito da Luigi Albertini, direttore del “Corriere della Sera” – avrebbe meritato quello di Cavour. Ma i problemi riguardanti i rapporti del re Vittorio con il duce sono molto più complessi e complicati di quanto scrive il lettore Ottino.
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La fine del Classico?
La Maturità classica 2026 esclude tra le discipline d’esame scritte ed orali il Greco. Un primo passo per eliminare il liceo Classico? Giusy Niccoli

Condivido i suoi dubbi. Il liceo classico di oggi non ha più nulla di quello che ho frequentato io o di quello dove ho insegnato in passato. È andato sempre di più smarrendo la sua identità storica gentiliana. Forse era inevitabile perché nulla è immutabile nella storia. Ma certo l’impronta della classicità si sta perdendo. Io ho battagliato per anni in difesa del Classico, suscitando più critiche che consensi. È prevalsa la logica secondo la quale il Greco e anche il Latino non servono a nulla. È un pregiudizio sbagliato, ma è diventata un’opinione prevalente. Il valore formativo degli studi classici è unico. Ma perché il discorso regga occorre che le due lingue classiche siano studiate seriamente. Quasi dappertutto non accade più. La scuola è stata sempre di più facilitata. Specie quella più difficile ed elitaria. Mi aspettavo un’inversione di tendenza da governi di centro-destra, ma la speranza è andata delusa. Oggi ripristinare la serietà di certi studi diventa quasi impossibile. Io sinceramente non ci spero più. I tempi di Concetto Marchesi che criticava i suoi compagni del partito comunista perché volevano abolire il Latino, sono finiti. Oppure magari, quando meno ce lo aspetteremo, ci sarà un nuovo Umanesimo con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. Non è così utopistico come magari a prima vista può sembrare. Dopo il Medio Evo ci può esserci una Rinascita.
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A cura di Piemonteitalia.eu
Questo locale, che si trova nel centro di Cuneo, venne ideato da una famiglia svizzera, la famiglia Raiter.
Leggi l’articolo:
https://www.piemonteitalia.eu/it/luoghi/locali-storici-golosi/caff%C3%A8-bruno