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La cena sulla sabbia di Scabin: provocazione, cucina e Torino

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

A Torino le idee innovative sorprendono, soprattutto quando arrivano da uno chef che ha sempre fatto della provocazione e della sperimentazione la sua firma. La cena sulla sabbia di Davide Scabin non è solo un evento gastronomico, ma un modo di raccontare la cucina in maniera diversa, quasi teatrale, dove il piatto diventa esperienza e non solo qualcosa da mangiare. In una città elegante e abituata alla tradizione, Scabin continua a muoversi controcorrente, e forse è proprio per questo che da anni è uno dei nomi più conosciuti della ristorazione torinese e italiana.

Davide Scabin lavora a Torino e dintorni da moltissimo tempo ed è considerato uno degli chef che hanno cambiato la cucina italiana moderna. Il suo nome è legato soprattutto al ristorante Combal.Zero, per anni ospitato all’interno del Museo d’Arte Contemporanea al Castello di Rivoli, alle porte di Torino. Un luogo simbolico, perché univa arte e cucina, proprio come il suo modo di pensare i piatti. Scabin non è mai stato uno chef tradizionale: ha sempre cercato di sorprendere, di far parlare, di creare qualcosa che andasse oltre il semplice ristorante. Nel corso della sua carriera ha ottenuto le stelle Michelin, che sono il riconoscimento più importante per un ristorante. Le stelle Michelin non si ottengono facilmente: gli ispettori visitano i ristoranti in forma anonima e valutano la qualità degli ingredienti, la tecnica di cucina, l’originalità dei piatti, la personalità dello chef e la continuità nel tempo. Una stella indica un ristorante molto buono, due stelle indicano una cucina eccellente che vale la deviazione, tre stelle significano che vale il viaggio apposta. Scabin nel tempo ha conquistato le stelle grazie alla sua cucina innovativa e alla sua capacità di stupire.

Uno chef fuori dagli schemi nella città della tradizione

Torino è una città molto legata alla cucina tradizionale, ai piatti piemontesi, alla carne cruda, agli agnolotti, al bollito, ai vini delle Langhe. In questo contesto Scabin è sempre stato una figura un po’ diversa, quasi un personaggio. I suoi piatti più famosi, come il Cyber Egg o il Fassone al contrario, sono diventati celebri proprio perché rompevano le regole. La sua cucina mescola tecnica, ironia, tecnologia e memoria piemontese. Non è uno chef che vuole piacere a tutti, ma uno che vuole lasciare un ricordo.

Il suo ristorante non è mai stato un posto classico, con tovaglie eleganti e servizio ingessato. L’idea è sempre stata quella di far vivere un’esperienza, non solo una cena. Luci, musica, presentazione dei piatti, tutto contribuisce a creare un’atmosfera diversa dal solito ristorante torinese. Anche per questo molti lo considerano più un artista che un cuoco tradizionale.

La cena sulla sabbia: più di una provocazione

La famosa cena con la sabbia nasce proprio da questa idea di esperienza. La sabbia non è solo una scenografia, ma diventa parte del racconto della serata. L’idea richiama il deserto, il viaggio, qualcosa di primitivo e allo stesso tempo elegante. I tavoli vengono allestiti con la sabbia, l’ambiente cambia completamente e i piatti sono pensati per entrare in questo tema.

Il menu della serata non è un menu molto particolare. I piatti sono studiati per richiamare colori, consistenze e sensazioni legate alla sabbia e alla terra. Ci sono portate dove le consistenze sono croccanti, polverose, morbide, con contrasti tra caldo e freddo. Alcuni piatti vengono serviti direttamente sulla sabbia o su superfici che la ricordano. Non è solo cucina, è scenografia, racconto, sorpresa.

Si parla spesso di cucina sensoriale, e questa cena rientra proprio in questa idea: non conta solo il gusto, ma anche l’ambiente, l’odore, il modo in cui il piatto arriva al tavolo. È una cucina che vuole coinvolgere tutte le sensazioni, non solo il palato.

Il ristorante e l’idea di cucina come esperienza

Il ristorante legato a Scabin non è mai stato un posto fermo nel tempo. Ha cambiato luoghi, formule, idee, ma la filosofia è sempre rimasta la stessa: sorprendere. Un ristorante unico dove può succedere qualcosa di diverso ogni volta. Torino negli ultimi anni è diventata una città gastronomica molto importante, con tanti ristoranti di livello, ma Scabin resta uno dei nomi che hanno reso la città famosa anche dal punto di vista della cucina creativa.

La sua cucina parte spesso da piatti piemontesi, ma li trasforma, li smonta e li rimonta in modo diverso. In un panorama dove molti ristoranti puntano sulla tradizione pura, lui ha sempre scelto la strada dell’innovazione.

Torino, la cucina e gli chef che fanno parlare

Torino negli ultimi anni è cambiata molto dal punto di vista gastronomico: una città di chef, di sperimentazione e di ristoranti moderni. Scabin rappresenta proprio questa parte della città, quella più creativa e meno legata alle regole.

La sua figura divide sempre un po’: c’è chi lo considera un genio e chi pensa che sia troppo provocatorio. Ma sicuramente è uno degli chef che hanno segnato la cucina torinese degli ultimi vent’anni. E la cena sulla sabbia è perfettamente nel suo stile: un’idea che fa discutere, incuriosisce e attira persone che non cercano solo una cena, ma qualcosa da raccontare.

Alla fine forse è proprio questo il punto. Non si va a una cena del genere solo per mangiare, ma per vivere una serata diversa dal solito, per vedere cosa si è inventato questa volta uno degli chef più particolari legati a Torino. E in una città elegante e un po’ riservata come Torino, anche una cena sulla sabbia può diventare un evento di cui tutti parlano.

NOEMI GARIANO

Petto di pollo al limone: la bontà delle cose semplici

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Una ricetta appetitosa, sorprendentemente profumata che vi stupirà per la sua leggerezza, morbidezza e bontà

 

La carne di pollo apprezzata per le sue propreita’ nutritive e’ adatta a tutta la famiglia. Pochi semplici ingredienti per una ricetta appetitosa, sorprendentemente gustosa e profumata che vi stupira’ per la sua leggerezza, morbidezza e bonta’.

 

Ingredienti:

1 Petto di pollo intero

1 bicchiere di vino bianco secco

1 limone non trattato

1 spicchio di aglio

Olio,sale,pepe, rosmarino q.b.

 

In una pentola scaldare l’olio con l’aglio e il rametto di rosmarino. Rosolare a fuoco vivace il petto di pollo, salare, pepare e sfumare con il vino bianco, abbassare la fiamma, lasciare insaporire e cuocere coperto per circa un quarto d’ora. Lavare il limone e con un rigalimoni o un coltellino affilato, prelevare striscioline di scorza sottilissime da aggiungere al pollo poi, aggiungere tutto il succo filtrato del limone. Lasciar cuocere lentamente per circa mezz’ora aggiungendo, se necessario, un mestolino di acqua calda. Lasciar consumare la salsa, affettare la carne e servire caldo.

Paperita Patty

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

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A cura di Elio Rabbione

Il bene comune – Commedia. Di e con Rocco Papaleo, con Claudia Pandolfi, Vanessa Scalera e Teresa Saponangelo. Una guida turistica e un’attrice di “insuccesso” accompagnano quattro detenute sul massiccio del Pollino, alla ricerca del secolare Pino Loricato, simbolo di resilienza. Il cammino diventa presto un viaggio di trasformazione, fatto di incontri e cambiamenti, scandito da una musica che prende forma passo dopo passo, fino a diventare una voce collettiva capace di tenere insieme corpi, emozioni e storie diverse. In una natura dura e bellissima. attraversata da una solidarietà inattesa, emergono frammenti di vite complesse, ferite ancora aperte e il bisogno profondo di essere viste e ascoltate. Parlare, cantare, dare un nome a ciò che si è vissuto diventa un modo per sciogliere tensioni e ritrovare un senso di appartenenza, almeno finché un evento improvviso non rimette tutto in discussione. Perché, a volte, raccontarsi è già un primo passo verso qualcosa di più grande. Durata 102 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Fratelli Marx sala Harpo, Ideal, Lux sala 3, The Space Beinasco)

Buon viaggio Marie – Drammatico. Regia di Enya Baroux, con Hélène Vincent. Malata terminale stanca di curarsi, l’ottantenne Marie ha scelto di recarsi in Svizzera per sottoporsi alla procedura del suicidio assistito. Incapace di dire la verità al figlio Bruno, volenteroso ma inconcludente e senza una lira, e alla nipote adolescente Anna, si confida invece con il rude ma gentile assistente sanitario Rudy, il quale si ritrova suo malgrado alla guida del camper che porterà tutta la famiglia verso la Svizzera, dopo che Marie ha raccontato la bugia di una eredità da riscuotere. Riuscirà la donna, amorevole ma inflessibile nella sua decisione, a dire la verità alle persone che ama e Rudy a dare una direzione alla sua vita? Durata 97 minuti. (Blue Torino/via Principe Tommaso 6)

Casa in fiamme – Drammatico. Regia di Dani de la Orden, con Emma Vilarasau e Enric Auquer. Montse è una donna molto sola. Divorziata, con i figli grandi presi ognuno dalle loro vite e una madre avanti con gli anni. Non vedeva l’ora di passare un fine settimana di nuovo con tutta la sua famiglia eccezionalmente riunita, come ai vecchi tempi, nella sua casa al mare sulla Costa Brava, con la scusa di doverla vendere. Ma nulla va come dovrebbe: una scoperta macabra rischia di rovinare tutta la vacanza ancora prima che inizi, e così una serie di catastrofi emotive e sentimentali a ripetizione, compresa una sparizione e un terribile rogo. Ma forse è solo dalle fiamme, e dalle ceneri, che può nascere nuovamente il legame di una famiglia. Durata 105 minuti.

(Blue Torino/via Principe Tommaso 6)

Cena di classe – Commedia. Tegia di Francesco Mandelli, con Herbert Ballerina. Quando un gruppo di ex compagni di liceo si ritrova a circa vent’anni dalla maturità, l’occasione per rinfrescare ricordi, rivedere facce, fare un bilancio degli anni trascorsi. Ma non sempre i nuovi incontri sono motivi d’allegria. La serata cambia aspetto, nuovi episodi ne alterano l’equilibrio, ne fanno le spese le certezze e i rapporti, bisognerà anche mettere in conto differenti implicazioni. Durata 101 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi sala 5, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Cime tempestose – Drammatico. Regia di Emerald Fennell, con Margot Robbie e Jacob Elordi. Fin da bambini il legame tra Cathy Earnshow, orfana di madre e figlia di un inglese che ha perso ogni cosa al gioco, e Heathcliff, trovatello preso in casa dal padre di Cathy e trattato come un servo, è viscerale e indissolubile. Da adulti, quel legame si trasforma in passione travolgente, ma Cathy ritiene la possibilità di una relazione ufficiale con Heathcliff degradante, e prende in considerazione la possibilità di sposare il ricco vicino di casa Edgard. Heathcliff fugge dall’umiliazione e cerca fortuna all’estero, per poi tornare nello Yorkshire da trionfatore e conquistare Wuthering Heights, la casa in cui lui e Cathy sono cresciuti. Ma al suo ritorno trova la sua anima gemella sposata con Edgard, e per i due inizierà quell’inferno (e paradiso dei sensi) cui sembrano destinati sin dall’infanzia. Durata 136 minuti. (Uci Lingotto)

Il dio dell’amore – Commedia. Regia di Francesco Lagi, con Corrado Fortuna, Isabella Ragonese, Vanessa Scalera, Francesco Colella e Vinicio Marchioni. Il Dio dell’Amore è un viaggio, o un’esplorazione, nelle relazioni amorose. Una storia sui destini sentimentali di alcune persone, sui loro modi di amarsi, di sfiorarsi, di entrare in contatto l’uno con l’altro. È un racconto corale dal tono ironico, sorridente ma anche amaro, che disegna una umanità impelagata nel caos dei sentimenti che da sempre ci agitano e ci meravigliano. I personaggi sono tutti collegati da relazioni amorose e, se visti tutti insieme, tutti parte di un fitto disegno, una tessitura dove ognuno è un nodo, un inizio e una fine. Il loro destino è in mano al Dio dell’Amore, una creatura capricciosa e imprevedibile, a volte benevolo e mite e a volte invece battagliero. A condurci in questo viaggio è il poeta Ovidio, l’eterno cantore dell’amore che, al di là di ogni sentimentalismo e di ogni morale, torna dalla Roma imperiale direttamente nella nostra contemporaneità per raccontarci questa storia. Durata 94 minuti. (Massaua, Fratelli Marx sala Groucho, Ideal, Reposi sala 4, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Hamnet – Storico, drammatico. Regia di Chloé Zhao, con Jessie Buckley (Oscar miglior attrice protagonista, Paul Mescal, Jacobi Jupe ed Emily Watson. In un bosco, una giovane donna dorme rannicchiata nella culla formata dalla radice emersa di un albero secolare: è vestita di rosso cupo, accompagnata da un falco che risponde ai suoi richiami, conosce erbe e pozioni, si dice non sia nata da sua madre ma da una donna venuta da lontano. Si chiama Agnes e quando Will la vede se ne innamora subito. Will è il giovane William Shakespeare, maestro di latino nella Stratford del 1580, che riesce a sposarla nonostante l’ostilità delle famiglie e ad avere con lei tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet. Ma un lutto li colpisce, quando il drammaturgo lavora già a Londra, e Hamnet ucciso dalla peste a soli undici anni (un lutto che mette a dura prova l’unione della coppia) diventa Hamlet. Tratta dal romanzo del 2020 dell’irlandese Maggie O’Farrell, la storia di Agnes (più che di William), tessuta di magia e femminilità. Film già vincitore di due Golden Globe, attende la notte degli Oscar con le sue otto candidature. Ha scritto Alessandra De Luca nelle colonne di “Ciak” che la Zhao, nata a Pechino nel 1982, già premiata a Venezia con il Leone d’oro nel 2020 e Oscar come miglior film per “Nomadland”, “sceglie ancora una volta una strada radicale, quasi estrema, per mettere in scena elaborazione del lutto e catarsi, spingendo i suoi attori in un percorso emotivo dove verità e finzione, vita e arte, spirito e materia si confondono. La scena nel finale ambientato al Globe Theatre di Londra, durante la prima rappresentazione di “Amleto”, vale la spesa del biglietto e un’altra statuetta nelle mani di Jessie Buckley, dopo il Golden Globe, ci starebbe proprio bene.” Durata 125 minuti. (Classico V.O., Eliseo, Greenwich Village sala1, Nazionale sala 3 anche V.O., Uci Lingotto V.O.)

Homebound – Drammatico. Regia di Neeraj Ghaywan. Shoaib e Chandan, due ragazzi indiani rispettivamente musulmano e dalit (i cosiddetti “Intoccabili”), tentano come migliaia di altri giovani un concorso pubblico per diventare poliziotti e avere una vita dignitosa. Finiscono per dividersi quando Chandan ottiene finalmente il posto, mentre Shoaib è costretto a lavorare come galoppino in un ufficio. I loro destini saranno uniti sino alla fine, quando il coronavirus sconvolgerà nuovamente le loro vite. Durata 119 minuti. (Centrale V.O.)

L’isola dei ricordi – Regia di Fatih Akin, con Jasper Billerbeck e Diane Kruger. Negli ultimi e duri giorni della Seconda Guerra Mondiale, sull’isola di Amrum, il dodicenne Nanning intraprende un commovente e coraggioso percorso di crescita per aiutare la madre. Tra le onde, la sabbia e il silenzio, la sua infanzia si intreccia con la durezza del dopoguerra e con la fragile bellezza di una umanità che tenta di sopravvivere. Ma la fine del conflitto porta con sé un’ombra inattesa, che costringe Nanning a guardare oltre l’orizzonte dell’innocenza. Durata 93 minuti. (Romano sala 2)

Lady Nazca – La signora delle linee – Drammatico, avventura. Regia di Damien Dorsaz, con Devrim Lingnau e Guillaume Gallienne. Perù, 1938: mentre il fascismo si diffonde in Europa, la giovane Marie Reiche, originaria di Dresda, si guadagna da vivere come insegnante di matematica nella capitale Lima. Ma la sua vera vocazione l’attende più a sud della metropoli cosmopolita, nel deserto di Nazca. L’archeologo francese Paul D’Harcourt convince Maria a tradurre alcuni documenti per lui, che spera possano fornire indizi su un antico sistema di canali nella zona. Durante un’escursione nel deserto, i due s’imbattono in uno dei più grandi misteri della storia umana: linee e figure gigantesche tracciate nel terreno ghiaioso con precisione matematica che colpiscono Maria profondamente. Contro ogni previsione e contro tutti, Maria lega il suo destino alle misteriose linee di Nazca e intraprende la missione di scoprirne il significato. Dovrà superare ostacoli apparentemente insormontabili. Durata 98 minuti. (Centrale V.O., Fratelli Marx sala Groucho)

Malavia – Drammatico. Regia di Nunzia De Stefano, con Mattia Francesco Cozzolino e Daniela De Vita. Sasà ha tredici anni, vive nella periferia di Napoli e sogna di diventare un rapper famoso per regalare alla madre Rusé una vita migliore. L’incontro con Yodi, icona dell’old school partenopea, sembra finalmente aiutarlo a concretizzare la sua ambizione. Ma il confronto con la dura realtà della strada e dell’universo musicale lo spinge verso la criminalità e metterà in pericolo il suo futuro. Durata 96 minuti. (Eliseo)

La mattina scrivo – Drammatico. Regia di Valérie Donzelli, con Bastien Bouillon e Virginie Ledoyen. “Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna.” La storia vera di un fotografo di successo che rinuncia a tutto per dedicarsi alla scrittura, e scopre la povertà. Questo racconto radicale, che unisce chiarezza e autoironia, ritrae il viaggio di un uomo disposto a pagare il prezzo più alto per la propria libertà. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani: “Un racconto rigoroso e paradigmatico sulle difficoltà e le crudeltà del lavoro contemporaneo, attraversato dal sogno ostinato di un aspirante scrittore. Delicato nei toni ma feroce nella sostanza, il nuovo lungometraggio di Valérie Donzelli offre uno sguarda necessario e poetico sulla tenacia, sul compromesso e sulle nuove forme di povertà.” Durata 92 minuti. (Nazionale sala 4)

Mio fratello è un vichingo – Commedia drammatica. Regia di Anders Thomas Jensen, con Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas. Anker viene rilasciato dal carcere dopo una condanna a quindici anni per rapina. A seppellire il bottino era stato Manfred, suo fratello. Solo lui sa dove si trova. Purtroppo Manfred ha sviluppato un disturbo mentale che gli ha fatto dimenticare tutto. I fratelli intraprendono un inatteso viaggio alla scoperta del denaro, e di se stessi. Una storia divertente, affascinante e provocatoria sull’identità. Durata 116 minuti. (Nazionale sala 1)

Nouvelle Vague – Commedia drammatica. Regia di Richard Linklater, con Guillaume Marbeck, Zoey Deutch e Aubry Dullin. 1959. La nouvelle vague impazza a Parigi e i primi film girati dai suoi esponenti François Truffaut e Claude Chabrol raccolgono un plauso unanime. Manca soltanto a Jean-Luc Godard di passare dietro la macchina da presa, ma si convincerà a farlo trovando l’aiuto del produttore Beauregarde. Ne nascerà “Fino all’ultimo respiro”, film-simbolo della corrente, destinato a cambiare per sempre la storia del cinema. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani: “Nel mettere in scena la cronaca della lavorazione di “Fino all’ultimo respiro”, Richard Linklater non si limita a comporre un’ode divertita a Jean-Luc Godard e alla Nouvelle vague tutta, ma testimonia la possibilità di prendere in eredità quella forza rivoluzionaria per ripensare la prassi del cinema, ripartendo dalle radici.” Durata 105 minuti. (Massimo anche V.O., Nazionale sala 2)

Gli occhi degli altri – Drammatico. Regia di Andrea De Sica, con Filippo Timi, Jasmine Trinca, Matteo Olivetti e Anna Ferzetti. Nella bellezza selvaggia di un isola posseduta da un ricchissimo marchese, Lelio, sposato, grande organizzatore di ricevimenti e feste, l’arrivo di Elena segna l’inizio di un’appassionata storia d’amore. La passione è immediatamente travolgente. Complicità e trasgressione, filmini scandalosi per guardare ed essere guardati, sesso e potere, in un film liberamente ispirato alla cronaca dell’Italia degli anni ’60, a quel delitto Casati Stampa che riempì le pagine dei giornali, in cui il gioco erotico scivola nell’ossessione, con un uomo che pensa di poter disporre completamente della vita e delle abitudini della moglie. Durata 90 minuti. (Romano sala 3, Fratelli Marx)

Reminders of him – La parte migliore di te – Drammatico. Regia di Vanessa Caswill, con Maika Monroe e Taryk Withers. Kenna è una giovane donna che per un incidente ha perso l’amore della sua vita e trascorso sette anni in prigione a scontare la pena, lontana da sua Diem. Sogna di rivederla, ma è sotto la custodia dei nonni paterni, che la giudicano pericolosa. Lei non si arrene, fa di tutto per riabilitare la sua figura, cercando lavoro in ogni dove e affittando una stanza in un discutibile motel, fino a trovare un barlume di speranza nel barista Ledger, che la prende a lavorare con sé. Durata 114 minuti. (Uci Lingotto, Uci Moncalieri)

Rental Family – Nelle vite degli altri – Commedia drammatica. Regia di Hikari, con Brendan Fraser e Takehiro Hira. Philip, attore americano di alterne fortune, abita da alcuni anni in Giappone. Un giorno gli viene proposto una nuova occupazione, presso un’agenzia di “comparse” impiegate ad allacciare rapporti con famigliari, ad assistere persone sole, ad apparire parenti, la Rental Family. Sono tanti i dubbi che sulle prime preoccupano Philip che tuttavia s’assoggetta a una quotidianità che lo pone a contatto con le persone, che gli regala qualche reddito, che gli dà la possibilità di essere d’aiuto al prossimo. Durata 103 minuti. (Eliseo Grande, Massaua, Reposi sala 1)

Sentimental Value – Drammatico. Regia di Joachim Trier, con Renate Reinsve, Elle Fanning e Stellan Skarsgård. Nora e Agnes sono due sorelle profondamente unite. L’improvviso rientro nella loro vita del padre Gustav – regista carismatico e affascinante ma genitore cronicamente inaffidabile – riapre ferite mai del tutto rimarginate. Riconoscendo il talento di attrice di Nora, Gustav vorrebbe che sua figlia interpretasse il ruolo principale nel film che dovrebbe rilanciare la sua carriera; lei rifiuta e quella parte finisce a una giovane star di Hollywood, Rachel Kemp. Il suo arrivo getta scompiglio nelle delicate dinamiche della famiglia: per le due sorelle sarà il momento di confrontarsi con il padre e con il loro passato. Designato Film della Critica dal SNCCI: “Due necessità primarie a confronto – quella di seguire il proprio percorso artistico e quella di rimanere accanto ai propri figli – confluiscono in un dramma familiare delicato e struggente. Stellan Skarsgård giganteggia nei panni del regista di successo che ha smarrito la via, e Renate Reinsve gli tiene testa in quelli della primogenita, attrice di razza che rifiuta di interpretare se stessa nell’Amarcord paterno. Una parabola sulla possibilità di perdono e redenzione, mai sentimentale, a dispetto del titolo, sempre vibrante di intensa emozione. Durata 133 minuti. (Blue Torino/via Principe Tommaso 6 V.O., Eliseo Rosso, Romano sala 1)

La torta del presidente – Drammatico. Regia di Hasan Hadi. Primavera 1990. L’Iraq è sotto le sanzioni dell’ONU, per la popolazione è difficile rimediare cibo e medicine. Ma come ogni anno nelle scuole del paese è un obbligo festeggiare il compleanno del presidente Saddam Hussein: in una di esse la prescelta è Lamia, una bambina di nove anni che vive con la nonna, alla periferia di Baghdad, in un villaggio nella palude. Unici compagni nella lunga ricerca della giornata per ottenere, anche con scambi e ricatti, tutto quanto serve alla confezione della torta, un gallo che Lamia porta abitualmente in un marsupio e il giovane amico Saed: tutto intorno è povertà e quegli ingredienti sono veri e propri beni di lusso. Scrive Maurizio Porro nelle colonne del Corriere: “Girato in Iraq, in diretta dalle strade e dai dolori nascosti di quegli anni, l’opera ha una sua tenera ma violenta verità che si specchia negli sguardi dei due protagonisti, un racconto vivissimo che alterna in primo piano immagini e parole, sogni e bisogni, torte e illusioni.” Durata102 minuti. (Massimo sala Cabiria anche V.O.)

L’ultima missione – Fantascienza. Regia di Phil Lord e Christopher Miller, con Ryan Gosling e Sandra Hüller. Basato sul romanzo “Project Hail Mary” di Andy Weir. Un uomo si risveglia a bordo di un’astronave, all’indomani di un lungo coma farmacologico, e a poco a poco inizia a ricordare. Il suo nome è Ryland Grace, insegna scienze in una scuola, è stato ricercatore universitario di biologia, inviso per le sue teorie al corpo accademico e per questo costretto a lasciare. Ma quando il sole non possiede più l’energia di un tempo, le teorie su una forma di vita alternativa che ha sempre professato iniziano a trovare l’attenzione di Eva Stratt. Gli offre l’occasione di studiare il fenomeno, lo prende nel suo gruppo di lavoro, gli affida il ruolo di astronauta scientifico in una missione dove troverà il successo e una forma di vita che lo ha preceduto. Durata156 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 2, Reposi sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Un bel giorno – Di e con Fabio De Luigi, con Virginia Raffaele. Tommaso, vedovo e padre di quattro figlie, ha dedicato anni alla sua crescita, trascurando la propria vita sentimentale. Spronato dalle figlie, decide di rimettersi in gioco e incontra Lara, una donna affascinante e brillante. Tuttavia, Tommaso ha paura di confessarle la sua realtà familiare e rischia di sabotare la relazione. Quello che Tommaso però non sa è che anche Lara ha un segreto: è madre single di tre ragazzi e sta affrontando le sue stesse difficoltà. Tra esitazioni e fraintendimenti, Tommaso e Lara si trovano a fare i conti con la paura e la voglia di costruire un nuovo futuro insieme, non solo per loro stessi, ma anche per le loro complicate e vivaci famiglie. Durata 90 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, Ideal, Reposi sala 4, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Una battaglia dopo l’altra – Thriller, drammatico. Regia di Paul Thomas Anderson, con Leonardo Di Caprio, Sean Penn, Benicio del Toro e Chase Infiniti. Bob Ferguson, rivoluzionario in pensione, ha esploso tutti i suoi colpi nella giovinezza, sognando un mondo migliore al confine tra Messico e Stati Uniti. Appesi al chiodo le vecchie idee e il nome di battaglia, Ghetto Pat, fa il padre a tempo pieno di Willa, adolescente esperta di arti marziali. Tra una canna e un rimorso prova a proteggerla da quel suo passato che regolarmente bussa alla porta e chiede il conto. Dall’ombra riemerge un vecchio nemico, il colonnello Lockjaw, che più di ogni altra cosa vuole integrare un movimento separatista devoto a san Nicola. Ma Bob e Willa sono un ostacolo alla sua ambizione. Lockjaw rapisce Willa e Bob è così obbligato a riprendere il fucile. Vincitore di sei premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia, non ultimo un superlativo Penn. Durata 161 minuti. (Greenwich Village V.O. sala 2, Nazionale sala 2 anche V.O., Uci Lingotto, The Space Beinasco)

Non solo negozi: il retail che trasforma le città

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

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Il retail è tornato. E non è un semplice rimbalzo: è un segnale molto più profondo, che riguarda il modo in cui viviamo le città, le attraversiamo e le consumiamo.

Negli ultimi anni, complice l’e-commerce e i cambiamenti nelle abitudini (anche post-pandemia), molti avevano dato per “superato” il negozio fisico. Oggi, invece, i numeri raccontano una storia diversa: nel 2025 gli investimenti nel retail in Europa hanno sfiorato i 40 miliardi di euro, con una crescita importante. E l’Italia guida questa ripartenza, diventando il Paese più dinamico.

Ma cosa significa davvero, per chi vive e lavora nel mondo immobiliare?

Significa che il retail non è più solo “spazio commerciale”. È tornato a essere uno degli elementi centrali nella costruzione del valore urbano.

Oggi gli investitori non cercano semplicemente metri quadri da affittare. Cercano luoghi. Luoghi che funzionano, che attraggono persone, che generano flussi. Per questo si concentrano su due direttrici molto chiare: da un lato le high street, le vie centrali ad alta visibilità; dall’altro grandi asset come outlet e centri commerciali, da ripensare e valorizzare.

Ed è qui che avviene il vero cambio di paradigma.

Il negozio non è più solo un punto vendita. Diventa esperienza. Sempre di più vediamo spazi ibridi, dove il prodotto lascia spazio al servizio, alla relazione, al tempo di permanenza. Il cliente non entra solo per acquistare, ma per vivere qualcosa. E questo, inevitabilmente, cambia anche il modo in cui si progettano gli spazi.

Progettare un retail oggi significa pensare a percorsi, atmosfera, identità. Significa creare ambienti che raccontano un brand e che restano impressi. Non basta più “essere visibili”: bisogna essere memorabili.

Anche i numeri lo confermano. I valori di vendita e i canoni sono in crescita, sostenuti dalla ripresa dei consumi e dal turismo, che torna a portare vita nei centri urbani. Le città, in questo senso, tornano protagoniste.

E proprio osservando le città emergono dinamiche interessanti.

Milano resta il mercato più solido e internazionale, con il Quadrilatero sempre in trasformazione. Firenze e Venezia beneficiano fortemente del turismo, con vie commerciali spesso a occupazione piena.

Torino, invece, racconta una storia più sfumata — e per questo ancora più interessante.

Alcune vie iconiche mostrano un aumento degli spazi sfitti, segnale di una fase di transizione. Altre, meno centrali ma più autentiche, stanno ritrovando vitalità. È come se la città stesse ridefinendo le proprie polarità commerciali.

Infatti negli ultimi anni, si è osservata una fase di rallentamento del settore retail, con un aumento visibile delle serrande abbassate in alcune delle sue vie più storiche.

Le aree più esposte a questo fenomeno sono state:

•Via Garibaldi (soprattutto nel tratto meno turistico)

•Via Lagrange (con turnover elevato e alcuni spazi in attesa di riposizionamento)

•Via Roma (più resiliente, ma con dinamiche di sostituzione tra brand)

•Via Doria (con incremento del vacancy negli ultimi anni)

Qui il dato non va letto come un segnale negativo puro, ma come un cambio di ciclo.

Molti spazi non sono più coerenti con i nuovi format commerciali: superfici troppo grandi, canoni non allineati, concept superati. Il risultato è una fase di “vuoto temporaneo” che, in realtà, prepara una trasformazione.

Come detto, il retail oggi non deve essere più concepito solo in base alla posizione “storica” di una via, ma alla sua capacità di evolversi. Ci sono strade che perdono appeal e altre che lo guadagnano, spesso grazie a nuovi format, nuovi target, nuove idee.

Parallelamente, infatti, altre zone della città stanno vivendo una dinamica molto interessante: si tratta di aree meno “scontate” che stanno crescendo, proprio perché più flessibili, autentiche e accessibili.

In particolare:

•Via Po con un ritorno di attività ibride (librerie, concept store, locali culturali)

•Via Mazzini dove c’è una crescente presenza di brand indipendenti e ricerca estetica

•Via Giolitti con un miglioramento della qualità commerciale

•Quadrilatero Romano dove c’è forte componente esperienziale tra food, design e lifestyle

•San Salvario con la sua identità giovane, dinamica, internazionale

Qui succede qualcosa di molto contemporaneo: il retail smette di essere “istituzionale” e diventa espressione di identità. Sono vie dove non vince il grande marchio, ma il progetto. Ed è in questo scenario, emergono opportunità molto interessanti proprio per chi sa leggere il cambiamento.

Spazi da riposizionare, locali da trasformare, vie da reinterpretare. È il terreno perfetto per operazioni value-add, dove il progetto — non solo immobiliare, ma anche creativo — fa la differenza.

Torino oggi vive un momento transitorio, che sta trasformando la città attraverso una diversa concezione del retail, meno standardizzato, più esperienziale e legato al quartiere, dove vince la contaminazione tra food, cultura e servizi, aprendosi a scenari interessanti anche a livello immobiliare.

In fondo, il retail è sempre stato uno specchio della società. E oggi ci sta dicendo qualcosa di molto chiaro: le persone non cercano solo prodotti, cercano luoghi in cui riconoscersi e in cui fare esperienza.

Chi oggi investe, progetta o lavora nel retail non sta semplicemente occupando uno spazio. Sta contribuendo a ridisegnare pezzi di città.

E in un momento di trasformazione come questo, saperlo fare con visione è ciò che distingue chi segue il mercato da chi lo anticipa.

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Fresca e leggera: insalata di pollo allo yogurt

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Una ricetta light perfetta. Pollo grigliato arricchito da ingredienti freschi e leggeri, un piatto sfizioso che si prepara in anticipo in breve tempo e con poche calorie, adatto sia a pranzo che a cena.

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Ingredienti

1 petto di pollo/tacchino a fette

2 cucchiai di yogurt greco

1 cucchiaio di maionese

1 cuore di sedano

100gr. di Emmenthal

30gr. di gherigli di noce

1 limone

Erba cipollina, sale, pepe, olio evo

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Grigliare le fette di pollo senza condimento, lasciar raffreddare. Lavare e tagliare l’erba cipollina e il sedano. Ridurre a cubetti il formaggio. In una ciotola mescolare lo yogurt con la maionese, il sale, il pepe, l’erba cipollina, l’olio e poco succo di limone. Tagliare a tocchetti il petto di pollo, metterlo in una insalatiera, aggiungere le noci, il sedano, il formaggio e condire con la salsa allo yogurt. Mescolare bene ed eventualmente aggiustare di sale. Guarnire con fette di limone e servire accompagnato da una fresca insalatina verde.

Paperita Patty

Siviglia, il barbiere di cui nessuno ricorda il nome

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Il barbiere di Siviglia… ma qual era il suo vero? Quasi nessuno, se si escludevano sua moglie Rosetta e l’anziana madre Enrica, rammentava il suo vero nomeCon il rasoio era un artista. Aveva la mano e l’idea per sfumature, tagli e colpi di pettine; tra lui e quei suoi colleghi che si limitavano al “taglio a scodella” c’era un abisso. 

Tullio, che per esteso faceva Tullio Gianni Marinetti era stato ribattezzato Siviglia perché fischiettava sempre la sua gioia di vivere, come il Figaro del Barbiere di Siviglia. Così, omaggiando o oltraggiando Gioacchino Rossini, s’era guadagnato l’appellativo sul campo. La bottega di Siviglia era composta da una sola stanza che dava sulla piazza del paese. L’arredamento era modesto, essenziale. Un canapè di legno impagliato, una poltrona in legno con il poggiatesta, uno specchio a muro ovale posto di fronte alla poltrona sovrastava una mensola su cui teneva gli strumenti. I suoi ferri del mestiere erano quelli tradizionali: il rasoio a lama fissa, che ogni quattro o cinque mesi faceva arrotare dall’Asdrubale, un arrotino che girava per i paesi a fare il filo alle lame; una piccola cote dalla superficie levigata su cui versava una goccia d’olio e passava la lama per completarne l’affilatura; la coramella di cuoio, appesa al chiodo, su cui faceva scorrere la lama per ravvivarne il filo; le macchinette tosatrici per i capelli, di grosso e di fino; una catinella d’acqua dotata di un apposito incavo per essere appoggiata al collo, utile a sciacquare il viso al cliente. A differenza del suo aiutanteTullio non amava rapare i clienti. Il taglio a zero era riservato solo a coloro ne facessero specifica richiesta o ai bambini infestati dai pidocchi.

Per tutti gli altri c’era la moda a dettare il taglio: c’era chi preferiva quello all’Umberta, in analogia alla foggia dei capelli di Umberto II° di Savoia ( che poi non era altro del più comune taglio a spazzola ); chi voleva la riga da parte e chi invece la riga in mezzo o un taglio più trasgressivo come quello alla Mascagni. Eseguiva il suo lavoro con scrupolo e passione, attento a non sprecare nulla. Non risparmiava, invece, sulla brillantina. Questa sostanza miracolosa, inventata nel 1928 in Inghilterra, composta da un mix di acqua, oli minerali e cera vergine, veniva spalmata voluttuosamente sulle teste dei suoi clienti. Guai se avesse avuto fra le mani l’americana Brylcreem, quella usata da attori come Humphrey Bogart, Tyrone Power e Fred Astaire: con quella avrebbe frizionato persino le crape pelate. Per le feste di fine anno fu tra i primi a regalare agli amici più affezionati  i calendarietti da tasca profumati. Erano piccoli almanacchi con disegni osé ( per l’epoca) che venivano nascosti nei portafogli per essere poi furtivamente consultati e annusati, quasi fosse quello il profumo del peccato. Insieme a lui lavorava Enea Balzelli – conosciuto come stropacavì – con il compito di servire i clienti che non potevano – per diverse ragioni – frequentare la barberia. Era un barbiere itinerante, lavorava a domicilio e sulla bicicletta trasportava tutti gli attrezzi. Non aveva un granché da portarsi appresso. Il suo corredo, ridotto all’essenziale e infilato nella bisaccia a tracolla, era costituito da un rasoio, un pettine, una vecchia macchinetta per tosare, un paio di forbici, un pennello e una tazza dove scioglieva qualche scaglia di marsiglia  per insaponare il mento e le gote dei clienti. Come arrivava a casa di chi aveva richiesto i suoi servigi, cercava una sedia ed invitava il cliente a sedersi nel caso dovesse farsi radere, oppure lo faceva mettere a cavalcioni della stessa per il taglio dei capelli. Era un vero professionista della rasatura e per fare la saponata versava l’acqua da un fiasco che portava con se nella bisaccia e con uno straccio bianco che teneva in tasca puliva il rasoio dal sapone e dai peli.

Il problema era che il taglio dei capelli di Enea non conosceva le mezze misure e per questo motivo gli avevano cucito addosso l’appellativo di stropacavì, cioè di strappacapelli. Per lui non esistevano la sfumatura alta né quella bassa: appoggiava la macchinetta alla nuca del malcapitato e, rasentando il cuoio capelluto da dietro in avanti, con poche e rapide mosse lo tosava a zero. Se la sua vittima accennava una pur minima protesta, lo guardava con due occhi che esprimevano tutto il suo disappunto e il cliente se ne stava zitto e muto. A sua discolpa va ricordato che in quell’epoca quasi nessuno aveva l’acqua in casa e spesso le fonti erano ben lontane dalle abitazioni e quindi l’igiene dei capelli, e non solo di quelli, lasciava a desiderare. Era così per gli adulti, figurarsi per le criniere dei bambini dove spesso e volentieri si celavano intere tribù di pidocchi. Dunque, il taglio raso zero e i modi bruschi di Enea potevano essere in qualche modo tollerati se non fosse stato per quella vecchia macchinetta che essendo ormai sdentata non tagliava i capelli ma li strappava.

Quando sotto le sue grinfie capitava un bambino, il barbiere errante lo teneva in piedi, stretto tra le ginocchia; con la mano sinistra gli immobilizzava il volto, lasciando alla destra il compito della rasatura. Una vera tortura, grazie ai denti della macchinetta che mordevano la crapa dell’infante. Non era un caso che i bambini lo temessero come il diavolo teme l’acqua santa. I due, nonostante i caratteri diversi, andavano d’accordo e si dividevano di buon grado il lavoro da fare e i modesti guadagni. In fondo, anche tra i più umili il decoro era un punto d’onore e  i due barbieri contribuirono a mantenerlo con i loro tagli e le rasature. E a chi non poteva permettersi quella seppur modesta spesa Tullio ed Enea concessero un illimitato credito nella speranza che un giorno venisse onorato. In caso contrario, pazienza: non sarebbero diventati più poveri di quanto già non fossero.

Marco Travaglini

Il tempo libero dei torinesi: tra parchi cittadini e fughe nel verde

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SCOPRI – TO  ALLA SCOPERTA DI TORINO
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Chi vive a Torino sa che per respirare non serve per forza scappare lontano. La città, oltre a musei, palazzi e caffè storici, offre un patrimonio verde che non ha nulla da invidiare ad altre capitali europee. I torinesi lo sanno bene: quando hanno bisogno di staccare, di rilassarsi o di ritrovare un po’ di silenzio, si rifugiano nei parchi.
Il Parco del Valentino è una vera istituzione. Più di 400.000 metri quadrati di verde affacciati sul Po, con viali alberati, prati per sdraiarsi, angoli ombreggiati per leggere e piste perfette per correre o andare in bicicletta. È uno di quei luoghi dove si mescolano tutte le generazioni: dai bambini che rincorrono le bolle di sapone agli anziani che si ritrovano sulle panchine, dai ragazzi che ballano swing la domenica alle coppie che fanno il primo picnic della stagione.
Poi c’è la Pellerina, la distesa verde più vasta di Torino. Un polmone urbano dove si viene a correre, a portare a spasso il cane, a leggere un libro sotto un albero. Nei fine settimana si organizzano eventi, mercatini, attività per i bambini. Ci sono anche piccoli stagni, ponticelli in legno e spazi dedicati allo sport. È un parco vissuto, autentico, dove si respira la città in versione lenta.
Ma il verde torinese è fatto anche di spazi più raccolti, come il Parco Rignon con la sua villa storica, o il Parco della Tesoriera, che in primavera si riempie di colori e profumi. In centro, i Giardini Reali offrono una pausa elegante tra un museo e una passeggiata sotto i portici, mentre il Parco Dora, con la sua impronta post-industriale, attira giovani, skater e fotografi urbani. Insomma, ogni quartiere ha il suo angolo di natura: e ogni torinese ha il suo posto del cuore dove rallentare.
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Cibo e passeggiate: i piaceri della libertà
Per i torinesi, il tempo libero è anche un’occasione per vivere la città senza fretta. Il sabato mattina, ad esempio, è facile vederli passeggiare tra le bancarelle del mercato di Porta Palazzo o tra i banchi del Balon, alla ricerca di un vinile, un libro usato o un oggetto curioso. Poi si entra in una libreria indipendente, si prende un caffè in un dehors o si fa una pausa in una delle tante pasticcerie che resistono al tempo, con le loro vetrine piene di bignole e cioccolatini.
Nel pomeriggio si passeggia in via Lagrange o via Garibaldi, si sbircia tra i negozi, si entra in una galleria d’arte. E quando viene fame? Niente panico: Torino è una città che ama mangiare bene. Dai piatti della tradizione – come gli agnolotti, il vitello tonnato, la bagna cauda o i plin burro e salvia – alle reinterpretazioni moderne in ristoranti e bistrot che valorizzano i prodotti locali. E poi i formaggi, le nocciole, i vini: ogni pasto diventa un piccolo rituale.
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Weekend nelle Langhe: tra vigne, colline e grandi vini
Quando arriva il fine settimana, la voglia di cambiare panorama si fa sentire. E così i torinesi prendono la macchina e si dirigono verso le Langhe. In poco più di un’ora ci si ritrova immersi in paesaggi che sembrano disegnati: colline coperte di vigneti, borghi antichi, cascine, strade tortuose che regalano scorci sempre diversi.
Langhe, vigneti
A Barolo, piccolo gioiello collinare, si respira l’odore del vino ovunque. È impossibile resistere alla tentazione di fermarsi in una delle tante cantine per una degustazione o di prenotare un tavolo con vista. Ristoranti come Locanda Fontanazza o La Vite Turchese sanno coniugare cucina autentica e panorama mozzafiato. Qui si assaporano piatti come i tajarin al tartufo nero, la carne battuta al coltello o la fonduta di Raschera con verdure di stagione. Tra una passeggiata e l’altra, tra un bicchiere di Barolo e una visita al WiMu – il Museo del Vino – i torinesi riscoprono un tempo diverso, fatto di piccoli piaceri e grandi silenzi.
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Asti e Monferrato: sapori, colline e tradizione
Non solo Langhe. Anche il Monferrato e la zona di Asti sono mete amatissime. Meno affollate ma altrettanto affascinanti, queste colline dolci e ondulate sono punteggiate di borghi, castelli e filari di viti. Qui il tempo scorre ancora più lento, e il legame con la terra è fortissimo.
Asti, con il suo centro storico elegante, è perfetta per una passeggiata tra chiese romaniche, mercatini e botteghe artigiane. Il sabato mattina c’è il mercato in Piazza Alfieri, e in autunno il profumo di tartufi invade le vie del centro. Molti torinesi vengono qui anche solo per pranzare in ristoranti tipici come Tacabanda o Campanaro, dove si trovano piatti come la finanziera, il bunet, il brasato al Barbera.
Nel Monferrato, invece, si cercano esperienze più intime: una camminata tra i noccioleti, una visita in una cantina biologica, una notte in agriturismo con cena a lume di candela. Paesi come Cocconato, Montemagno o Grazzano Badoglio custodiscono una bellezza discreta, lontana dal turismo di massa.
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Alba, il gioiello delle Langhe
E poi c’è Alba, una città che i torinesi sentono un po’ loro. Capoluogo delle Langhe, è il punto di partenza perfetto per esplorare il territorio. Ma è anche una meta in sé: elegante, vivace, autentica. Le sue strade medievali, le torri, le piazze raccolte, i profumi che escono dalle botteghe artigiane: tutto invita alla calma, alla curiosità, al piacere.
Alba è famosa in tutto il mondo per il tartufo bianco, celebrato ogni anno con una fiera internazionale che richiama migliaia di visitatori. Ma la sua offerta non si ferma lì: vini eccellenti, dolci alla nocciola, pastifici storici, osterie con una cucina che sa rinnovarsi senza tradire la tradizione. Piazza Duomo, il ristorante tristellato dello chef Crippa, è un’esperienza unica. Ma anche trattorie come La Piola o Enoclub raccontano con autenticità il territorio.
Qui il tempo libero si fa arte di vivere: si passeggia senza fretta, si mangia con gratitudine, si brinda alla bellezza delle cose semplici. E al ritorno verso Torino, con il bagagliaio pieno di bottiglie e la testa ancora tra le colline, si porta a casa un pezzetto di quella quiete.
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Noemi Gariano

Le ottanta domande di Atena Ferraris: quando capire se stessi è il mistero più difficile

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 Torino tra le righe

Ci sono romanzi che si leggono per scoprire come va a finire. E poi ci sono storie come Le ottanta domande di Atena Ferraris di Alice Basso, che si leggono per restare dentro una mente, un modo di vedere il mondo, una voce che continua a farti compagnia anche dopo l’ultima pagina.
Atena Ferraris non è una protagonista qualsiasi. È una di quelle persone che osservano tutto, analizzano, cercano risposte dove gli altri si accontentano di intuizioni. Le domande, per lei, non sono un vezzo: sono una necessità. E quando le risposte non arrivano, il mondo diventa un luogo ancora più difficile da abitare.
Nel cuore di una Torino contemporanea, fatta di relazioni, lavoro e fragili equilibri quotidiani, Atena si muove con cautela, cercando di decifrare non solo un mistero – quello di una lettera minatoria che coinvolge una sua amica – ma soprattutto se stessa. Perché, in fondo, il vero enigma non è mai quello che sembra.
Autrice amatissima da librai e lettori, Alice Basso è nata a Milano ma vive e lavora a Torino, città che spesso fa da sfondo alle sue storie. Dopo il grande successo della serie dedicata a Vani Sarca, ha saputo conquistare ancora una volta il pubblico con il personaggio di Atena Ferraris, confermando una cifra stilistica riconoscibile: ironia intelligente, personaggi profondi e una straordinaria capacità di raccontare le relazioni umane senza mai appesantirle.
Alice Basso costruisce attorno ad Atena un microcosmo vivo, fatto di personaggi che non sono semplici comparse, ma presenze reali, con un peso emotivo preciso. Tra questi, spicca Jacopo: non un eroe ingombrante, non un salvatore, ma una presenza. E in un panorama narrativo spesso dominato da figure maschili eclatanti, è proprio questa sua discrezione a renderlo interessante. Jacopo non invade, non travolge: resta. E, restando, cambia le cose.
La forza del romanzo sta tutta qui: nella capacità di raccontare relazioni autentiche senza mai scivolare nel melodramma. L’ironia sottile di Atena alleggerisce anche i momenti più complessi, trasformando la leggerezza in una vera e propria strategia di sopravvivenza. Si ride, sì, ma mai per distrazione: si ride per restare in piedi.
E mentre il “giallo” scorre in sottofondo, quasi come una trama parallela, emerge con sempre più forza il cuore del libro: la ricerca di un’identità. Le famose “ottanta domande” diventano il simbolo di un bisogno profondissimo – quello di definirsi, di trovare un ordine, una spiegazione, forse persino un’etichetta. Ma cosa succede quando quella definizione rischia di diventare una gabbia?
Atena lo sa bene: dare un nome alle cose può aiutare, ma può anche limitare. E allora la vera sfida non è trovare tutte le risposte, ma imparare a convivere con le domande.
Lo stile di Alice Basso è, ancora una volta, una certezza: fluido, ironico, mai banale. I dialoghi scorrono con naturalezza, come frammenti rubati alla vita reale, e la narrazione riesce a essere insieme intelligente ed emotiva, senza mai risultare forzata. È una scrittura che accoglie il lettore, lo accompagna, e poi – quasi senza che se ne accorga – lo porta a riflettere.
Le ottanta domande di Atena Ferraris è un romanzo che intrattiene, certo, ma soprattutto fa qualcosa di più raro: fa compagnia. Perché nelle fragilità di Atena, nelle sue esitazioni, nelle sue paure di essere definita o fraintesa, è facile riconoscersi.
E forse è proprio questa la domanda che resta, una volta chiuso il libro:
abbiamo davvero bisogno di tutte le risposte… o possiamo imparare a vivere anche con qualche domanda in più?
MARZIE ESTINI