A cura di Elio Rabbione
Allora balliamo – Commedia drammatica. Regia di Amélie Bonnin, con Juliette Armanet e Bastien Bouillon. Alla vigilia dell’apertura del suo ristorante a Parigi, la chef Cécile si vede costretta, a causa di un malessere del padre, a tornare nel suo paese d’infanzia. Tra vecchie passioni e la gestione della trattoria dei suoi genitori, il suo passato riemerge inaspettatamente. Durata 98 minuti. (Nazionale sala 2)
Amarga Navidad – Commedia drammatica. Regia di Pedro Almodòvar, con Barbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sànchez Gijòn e Rossy De Palma. Due storie si alternano. La prima ha per protagonista Elsa, una ragazza di spot pubblicitari, nel 2004, durante il lungo ponte festivo del mese di dicembre. La seconda si svolge nel 2026 ed è incentrata su Raùl, uno sceneggiatore e regista che sta scrivendo un copione che presto scopriremo essere la storia di Elsa, del suo compagno Bonifacio e delle sue amiche Patricia e Natalia. Mescolata alla finzione, Elsa diventa in qualche modo l’alter ego di Raùl, che ricorre all’autofinzione come soluzione a lunga stagione di aridità creativa. Guardando dentro se stesso, Raùl non può fare a meno di rivolgere lo sguardo anche alle persone che compongono il suo universo più intimo: il suo compagno e la sua assistente. In concorso a Cannes. Scrive Alessandra Levantesi Kezich nelle colonne della Stampa: “Il film si configura come una esplorazione dell’ambiguità del rapporto (vampirizzazione o sublimazione?) fra vita e arte e nella spietata autoanalisi di una crisi di ispirazione che è anche crisi esistenziale: l’universo formale è quello di sempre, ma solo quando la cantante Amaia intona la struggente ranchera di Vargas “Las simples cosas” avvertiamo il battito del cuore di Pedro”. Scrive Paolo Mereghetti in quelle del Corsera: “Almodòvar si mette in gioco apertamente con una sincerità che sfiora l’autolesionismo. Raùl è lui, la sua difficoltà di fare i conti con il dolore, la depressione, l’età. Ogni tanto ci regala piccoli sprazzi di personalissima verità ma su tutto commuove l’ostinazione e la determinazione con cui solo il cinema sembra capace di aiutare a fare i conti con la realtà, per lui e per noi”. Durata 111 minuti. (Eliseo, Nazionale sala 3)
Backrooms – Fantascienza, horror. Regia di Kane Parsons, con Renate Reinsve e Chiwetel Ejiofor. Se non fai attenzione e superi la barriera della realtà, entrerai nelle backrooms. Se finisci lì dentro, resta vigile, perché i passi che echeggiano in quelle stanze potrebbero non essere solo i tuoi… Durata 90 minuti. (Ideal, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Le città di pianura – Commedia. Regia di Francesco Sossai, con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi e Roberto Citran. Due spiantati cinquantenni sono ossessionati di bere l’ultimo bicchiere. Una sera incontrano un ragazzo, Giulio, timido studente di architettura (Scotti, protagonista di “È stata la mano di Dio” di Sorrentino) e il modo di vedere il mondo e l’amore all’improvviso si trasforma pian piano mentre i tre girano tra i locali del Veneto. Un film e una storia che faticano nella prima mezz’ora a ingranare ma che poi fanno pensare e rallegrano, e di questi film ce ne fosse: mai banali, un occhio fermo ad un territorio (e chiamiamola terra!), un’amicizia e un’educazione sentimentale e di vita intera, un richiamo ai “Vitelloni” felliniani e alle loro notti vuote, un film di piccoli affettuosi ritratti che rimangono nella memoria. Un film che ha sbaragliato molti per aggiudicarsi otto David di Donatello, non certo ultimi miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista. Da vedere e da rivedere. Durata 100 minuti. (Eliseo)
Cos’è l’amore? – Commedia. Regia di Fabien Gorgeart, con Melanie Thierry, Laure Calamy e Vincent Macaigne. Marguerite è una donna che vive a Rouen con il compagno e la figlia adolescente, mantenendo un ottimo rapporto con Fred, il suo primo marito da cui ha divorziato da tempo. Quando Fred le annuncia di volersi risposare con Chloè e le chiede aiuto per ottenere l’annullamento del loro matrimonio in chiesa, Marguerite non trova ragioni per rifiutare. Anzi, accoglie la notizia con sincera disponibilità, convinta che si tratti solo di una formalità. Quella che sembra una semplice pratica burocratica si rivela però un percorso tortuoso e pieno di ostacoli. Le richieste delle autorità ecclesiastiche costringono gli ex coniugi a ripercorrere nei dettagli la loro storia, a interrogarsi sulla natura del legame che li ha uniti e sul significato della famiglia che hanno costruito insieme. Il caso finisce per coinvolgere tutti i membri di questa famiglia allargata, trasformandosi in un viaggio emotivo capace di rivelare verità scomode e nuove consapevolezze. Durata 98 minuti. (Eliseo, Greenwich Village anche V.O.)
Disclosure Day – Fantascienza, drammatico. Regia di Steven Spielberg, con Emily Blunt, Josh O’Connor e Colin Firth. Tutto il mondo è sull’orlo del collasso per una serie di crisi geopolitiche, in particolare nella penisola coreana, Daniel Keller è braccato dagli agenti di una misteriosa organizzazione guidata dallo spietato Noah. Vogliono recuperare ciò che lui ha rubato e impedirgli di diffondere le informazioni ottenute grazie alle sue straordinarie capacità informatiche. Nel frattempo Margaret Fairchild, volto delle previsioni meteo di Kansas City ma aspirante presentatrice, viene avvicinata da un uccellino, un cardinale rosso, e inizia a manifestare inspiegabili capacità linguistiche: prima parla russo, poi coreano, lingue che non ha mai studiato. Soprattutto, riesce a vedere nel cuore delle persone ed empatizzare con loro al punto da convincerle a non ostacolarla. I due sono destinati a incontrarsi, almeno secondo Hugo, che li sostiene insieme a un gruppo di ribelli fuoriusciti dall’agenzia di Noah. Durata 145 minuti. (Massaua, Eliseo, Greenwich Village anche V.O., Ideal, Lux sala 3, Nazionale sala 3 anche V.O., Reposi sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Love Letters – Drammatico. Regia di Alice Douard, con Ella Rumpf, Monia Chokri e Noémie Lvovsky. Francia, 2014. Nadia e Céline sono una coppia gay che ha potuto sposarsi grazie alla nuova legge Taubira che ha sancito il matrimonio omosessuale, e ora che Nadia è incinta tramite fecondazione eterologa avvenuta in Danimarca si preparano all’adozione, che potrà avvenire solo dopo la nascita. È stato deciso che la madre biologica fosse Nadia che ha 37 anni, mentre la più giovane Céline forse potrà vivere personalmente quell’esperienza più avanti. Ma non è facile calarsi nei rispettivi ruoli: la madre biologica che soffre tutte le difficoltà della gestazione e del parto, e quella di adozione che – esattamente come succede ai neopapà – si sente messa in secondo piano e si domanda se il suo attaccamento al neonato sarà un istinto naturale, come sembra esserlo per le neomamme. Durata 96 minuti. (Centrale V.O.)
Kontinental ’25 – Commedia. Regia di Radu Jude, con Eszter Tompa. A Cluj, in Romania, si intrecciano le storie di un senzatetto che vaga per la città e di Orsolya, una donna di origini ungheresi che si è trasferita in Transilvania e qui ha messo su famiglia. Ora lavora per il comune come ufficiale giudiziario e sarà lei a costringere il senzatetto a sgomberare l’alloggio che occupa irregolarmente. Per la donna sarà l’occasione di confrontarsi con il senso di colpa e di responsabilità, un processo grottesco, buffo e amaro al tempo stesso che la costringerà a cercare supporto nelle persone attorno a sé. Durata 109 minuti. (Centrale V.O., Due Giardini sala Ombrerosse)
No Good Men – Commedia. Regia di e con Shahrbanoo Sadat. Naru è l’unica opewratrice televisiva afghana. I suoi colleghi e superiori sono tutti uomini, ma a lei non importa, sa di essere brava nel suo lavoro. Testarda, determinata, madre di un bambino piccolo con un marito fedigrafo da cui si è allontanata, subisce la discriminazione in una società che considera le donne come subalterne. Siamo a Kabul, poco prima del ritorno al potere dei talebani, Naru non si fa imporre nulla da nessuno ed è pronta a dire la sua in ogni momento, tanto che si scontrerà persino con il noto giornalista d’inchiesta di Kabul News per cui si troverà a fare da operatrice. Durata 103 minuti. (Romano sala 1)
Il prigioniero – Regia di Alejandro Amenabar, con Julio Pena e Alessandro Borghi. Siamo ad Algeri, intorno al 1575, epoca in cui Cristianesimo e Islam combattono per il predominio del Mediterraneo, mentre i corsari arabi catturano le navi cristiane, vendendo i passeggiari come schiavi. I prigionieri di alto rango sono trattenuti dal temibile Hasan Bajà, veneziano d’origine ma convertitosi alla religione di Maometto. Tra i suoi prigionieri c’è un giovanissimo Miguel de Cervantes, il futuro autore di “Dom Chisciotte”, accusato, e in seguito evaso, di aver avuto una relazione omosessuale con Juan Lopez de Hojos, suo maestro di lettere. Miguel racconta storie, Bajà lo ammira mentre un frate va raccogliendo notizie su di lui per ordine del Sant’Uffizio. Durata 134 minuti. (Romano sala 3)
Ricchi… da morire – Commedia, thriller – Regia di John Patton Ford, con Glen Powell, Margaret Qualley e Ed Harris. Becket Redfellow è un outsider cresciuto lontano dalla sua famiglia d’origine: una dinastia ricchissima che lo ha rinnegato alla nascita. Determinato a reclamare ciò che ritiene suo di diritto, Beckett mette in atto un piano tanto ambizioso quanto spietato: eliminare, uno dopo l’altro, tutti i parenti che lo separano dall’eredità miliardaria. Ma l’incontro e lo scontro con Julia Steinway rimetterà in discussione tutto, fino al confronto finale con il temuto capo famiglia, Whitelaw Redfellow. Durata 105 minuti. (Romano sala 3)
Separazioni – Drammatico. Regia di Stefano Chiantini, con Adriano Giannini e Barbora Bobulova. Mara e Pietro hanno due figli, li hanno cresciuti nell’amore per la montagna, sono all’apparenza una famiglia unita, come tante altre. Ma quando dovranno confrontarsi con un incidente che vedrà coinvolta la giovane Laura, ecco che l’unione si sbriciola e le certezze con gli affetti vengono meno, l’angoscia e le lacerazioni avranno il sopravvento. Durata 87 minuti. (Nazionale sala 1)





Si vedevano bene i profili delle montagne e bastava andare un po’ in alto, sulla scalinata della chiesa, che si potevano distinguere le alpi svizzere. E l’altra sponda? Un gioco di luci a rincorrersi sul lungolago tra Suna e Pallanza fino alla punta della Castagnola, dove la riva ridiventava scura e si poteva solo intuire che c’era Intra, nascosta dietro la curva dell’Eden. Verso Laveno e Santa Caterina del Sasso altre luci, altre strade, altre case e altra gente. Lì, sulla sponda lombarda, avrebbero potuto quasi intravedermi se qualcuno, puntando un cannocchiale con delle buone lenti d’ingrandimento, si fosse preso la briga di curiosare verso l’imbarcadero di Baveno. Avrebbe visto una figura, un’ombra seduta lì, sulla panchina dal verde un po’ corroso dal tempo, intenta ad ascoltare il rumore della risacca. A dire il vero, per me, più che un rumore è un suono, quasi un sottofondo musicale. Il ritmare dell’onda che s’infrange, che si ritira per far posto all’altra, apprestandosi a compiere lo stesso gesto secondo il moto dell’acqua e la direzione del vento. E’ come una musica che calmava i nervi, distende l’animo. “ Ecco, vardala lì. A l’è l’acqua stràca. L’acqua che sciùscia i remi dì barch, che la carezza suta al ventar ogni barca e sura la cràpa ogni sàss”, mi diceva il mio amico Angelo Branca, vecchio lupo di lago, commentando le onde che, ormai deboli e provate, s’arrestavano sui muri del vecchio molo. L’ Angiolino, nato e cresciuto sull’isola Pescatori, aveva ormai affidato la sua vecchiaia alla terraferma. Ma non mancava mai, nelle notti di luna buona, di farmi compagnia all’imbarcadero. Insieme guardavamo l’acqua scura, ascoltandone il mormorio. Sembrava quasi lo sgranarsi di un rosario sottovoce. Ogni tanto, quasi a rompere quel ritmo dondolante, arrivava un onda solitaria, più decisa. “ E’ l’onda vagabonda. Ascoltala bene, amico mio. Ogni tanto arriva. Così, di colpo, senza preavviso. E’ diversa dalle altre: a l’é l’acqua che scàpa e che la turna indrèe . A l’è cùma una lèngua che ta diss che l’aria la cambia”. E, infatti, l’aria cambiava e s’alzava un vento tiepido che muoveva le onde con più decisione. Era l’effetto dei venti di föhn che, scendendo dalle Alpi, asciugavano e riscaldavano l’aria, facendo assaggiare i primi scampoli di primavera. “Ma, attenzione”, ricordava Angiolino. “Non facciamoci fregare. Quest’aria prima è dolce e dopo à ta càgna i vestìi, perché dal Mottarone s’incanala giù anche un venticello che risente ancora dell’ultima neve e che ti legna facendo finta d’accarezzarti. Vedi come fa increspare l’acqua del lago, verso l’isola?”. Parole piene di saggezza. Infatti, passate le prime leggere folat, l’aria diventava più brusca e veniva spontaneo tirarsi su il bavero della giacca per poi infilarsi le mani nelle tasche. Così, salutato il lago e lasciate alle spalle le imbarcazioni dondolanti tra le onde, ci incamminavamo verso la piazza del Municipio. L’Angiolino canticchiava una canzone che aveva imparato alla radio. Gli piaceva perché, diceva “ è fatta giusta per notti come queste, quando il vento porta in giro l’odore del lago”. E attaccava, data l’ora, sottovoce: “Vent cunt’el pàss balòss, quell che vorì mia tiram via da dòss. Slàrga al fiaa e bùfa in giir i stell, lassa al tò disegn in su la mia pell…”. Era tempo d’andare a casa. E la luna si stagliava più lucente che mai nel cielo nitido e trapuntato di stelle.
