Rubriche

I "tumin al verd", un classico piemontese

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I tomini freschi di latte vaccino a pasta morbida, dal gusto leggermente acidulo, hanno origini antichissime e spiccano tra i tipici antipasti della cucina piemontese.

I classici – tumin al verd – preparati con ingredienti semplici come prezzemolo, acciughe, aglio e peperoncino ci permettono di preparare una ricetta particolarmente stuzzicante, perfetta per una cena autunnale da consumare con gli amici in allegria.

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Ingredienti

 

1 rotolo di tomini freschi

1 mazzetto di prezzemolo

1 spicchio di aglio

4 filetti di acciuga sott’olio

1 peperoncino piccante

1 tuorlo d’uovo sodo

1 pezzettino di pane secco

Sale, aceto bianco, olio evo q.b.   

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Per preparare il bagnetto verde, mettere a bagno il pezzetto di pane nell’aceto, lavare bene il prezzemolo, asciugarlo e tritarlo con la mezzaluna, aggiungere i filetti di acciuga, l’aglio, il peperoncino, il tuorlo ed il pane ben strizzato dall’acetoaggiustare di sale e aggiungere l’olio. Mescolare il tutto con cura e disporre sopra ai tomini precedentemente tagliati a fette. Servire a temperatura ambiente con un buon bicchiere di vino rosso piemontese.

Paperita Patty

Dolci pere caramellate

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Le pere caramellate hanno il sapore dei ricordi della nostra infanzia, ricordi di cose semplici e genuine. Le pere, aromatizzate da spezie e vino rosso delicatamente avvolte da un dolce e profumato sciroppo saranno un fine pasto all’insegna della bonta’e della dolcezza.

Ingredienti

6 pere Kaiser

200ml di vino rosso

100ml di acqua

100gr. di zucchero

1 stecca di cannella

2 chiodi di garofano

Scorza di limone

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Sistemare le pere ben lavate in una pentola stretta, in modo che rimangano in piedi, aggiungere il vino, lo zucchero, la scorza del limone e le spezie. Portare a bollore, lasciar sfumare il vino, aggiungere l’acqua e cuocere a fuoco lento per circa 20 minuti, rigirando le pere di tanto in tanto. A cottura avvenuta, togliere le pere e lasciarle raffreddare, filtrare il liquido e farlo ridurre a sciroppo. Servire le pere nappate con lo sciroppo.

Paperita Patty

Rock Jazz e dintorni a Torino. Il Duo Dalia-Gibboni e Leo Gassman

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Martedì. Per la rassegna Seven Springs alla Scuola Holden, il duo composto da Carlotta Dalia alla chitarra e da Giuseppe Gibboni al violino, eseguirà musiche di Paganini e Albèniz & Piazzolla. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce Mario Sturniolo.

Mercoledì. All’Hiroshima è di scena Leo Gassman. All’Osteria Rabezzana suona il Panattoni Jazz Combo.

Al Blah Blah si esibiscono i Bestiame.

Giovedì. All’Hiroshima è di scena il Duo Bucolico. Al teatro Esedra va’ in scena “Novecento- la leggenda del pianista sull’oceano”. Concerto con arrangiamenti e musica del trombettista jazz Felice Reggio con la cantante Donatella Chiabrera e con la narrazione e regia di Maurizio Fiori. Allo Spazio 211è di scena Giorgio Canali. Al Blah Blah concerto del Trio Marciano. Allo Ziggy suonano i The Devil’s Trade preceduti dagli Electric Wires.

Venerdì. Al Circolino si esibisce il A Planet to Save Jazz Trio. All’Hiroshima è di scena il rapper Mondo Marcio. Al Magazzino sul Po suonano i Cigno. Allo Spazio 211 si esibisce Filippo Gatti e Riccardo Sinigallia. Allo Ziggy sono di scena i Koldbrann.

Sabato. Al teatro Concordia di Venaria si esibisce Tredici Pietro. Al Magazzino sul Po suona la Mixtura Orchestra.

Domenica. Al Magazzino sul Po sono di scena Maximilian + Nuelle.

Pier Luigi Fuggetta

Gli antipasti più golosi di Torino

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
Torino è una città che ama la tavola e che custodisce una tradizione culinaria ricca, elegante e allo stesso tempo popolare. Tra tutte le sue specialità gli antipasti occupano un posto centrale perché rappresentano il modo in cui i torinesi aprono il pasto e introducono l’ospite alla loro storia gastronomica. Gli antipasti torinesi sono un insieme di sapori antichi, spesso legati alla cucina contadina o alle case nobili, e mostrano un equilibrio molto caratteristico tra sapidità, delicatezza e rispetto degli ingredienti. Raccontare questi piatti significa raccontare una parte della città e del suo modo di vivere la convivialità.
foto A. Pisano
Vitello tonnato e tonno di coniglio
Il vitello tonnato è forse il più conosciuto degli antipasti torinesi e uno dei più rappresentativi. La sua presenza sulle tavole piemontesi è quasi inevitabile nelle occasioni importanti. La ricetta tradizionale prevede un taglio di carne come il girello, cotto lentamente in un brodo aromatico con verdure, vino e spezie. Una volta raffreddato viene affettato sottilmente e coperto con una salsa ottenuta frullando tonno, uova sode, acciughe, capperi e un poco del fondo di cottura. La cremosità della salsa deve essere equilibrata, senza risultare troppo pesante, e il sapore del tonno deve fondersi con la delicatezza della carne senza sovrastarla. Ogni famiglia ha la sua variante ma la struttura del piatto resta sempre la stessa. Esiste anche una versione moderna, spesso preparata con carne appena scottata e una salsa più leggera, ma a Torino la preferenza resta quasi sempre per la versione classica.
Accanto al vitello tonnato c’è il tonno di coniglio, un altro antipasto tipico che porta un nome curioso. Qui il tonno non c’entra nulla perché il protagonista è il coniglio che, dopo essere stato disossato e cotto in acqua aromatizzata con erbe e vino bianco, viene conservato sott’olio proprio come fosse un pesce. Il risultato è una carne morbida e saporita che si serve fredda, accompagnata da cipolle, carote o semplicemente da alcune foglie di insalata. La preparazione richiede pazienza perché il coniglio deve riposare almeno un giorno immerso nell’olio aromatizzato che ne esalta il sapore. Questo piatto nasce dalla necessità di conservare la carne e oggi è diventato un simbolo della cucina rustica piemontese, semplice e raffinata allo stesso tempo.
Insalata russa e acciughe al verde
L’insalata russa è presente in molte regioni italiane, ma a Torino ha sempre trovato una collocazione particolare negli antipasti. La preparazione tradizionale prevede patate, carote e piselli tagliati a piccoli cubetti e cotti in modo da restare compatti. Le verdure vengono poi mescolate con una maionese fatta in casa che deve risultare vellutata ma sostenuta, così da avvolgere gli ingredienti senza sfaldarli. In alcune case si aggiunge anche il tonno, in altre le uova sode, ma la versione più diffusa è quella più semplice, in cui la freschezza delle verdure e la morbidezza della salsa bastano da sole. A Torino l’insalata russa è un antipasto senza tempo, servito nelle feste, nei pranzi domenicali e persino nelle trattorie storiche della città.
Un altro grande classico sono le acciughe al verde, una preparazione profondamente piemontese che unisce la sapidità delle acciughe alla freschezza del prezzemolo. La salsa verde si prepara tritando finemente prezzemolo, aglio, capperi, pane ammorbidito in aceto e olio extravergine di oliva. Il composto deve essere omogeneo, brillante e profumato. Le acciughe conservate sotto sale vengono pulite con cura, sciacquate e asciugate, poi immerse nella salsa e lasciate riposare per qualche ora. Il risultato è un antipasto deciso ma equilibrato che racconta la storia della città, un luogo dove la cucina povera ha sempre saputo trasformarsi in sapore autentico.
Peperoni con bagna cauda e giardiniera piemontese
Tra gli antipasti che rappresentano più da vicino il territorio non possono mancare i peperoni con bagna cauda, una delle combinazioni più apprezzate dai torinesi. I peperoni vengono solitamente arrostiti interi finché la pelle non si stacca con facilità, poi tagliati in falde e disposti a strati. La bagna cauda è una salsa calda a base di aglio, acciughe e olio, tradizionalmente servita come piatto conviviale ma utilizzata anche come condimento per gli antipasti. La sua intensità si sposa perfettamente con la dolcezza naturale dei peperoni. Nelle famiglie torinesi è un antipasto diffusissimo nei mesi freddi, mentre in estate si preferisce servire i peperoni arrostiti con olio, sale e acciughe fredde, una versione più leggera ma sempre legata alla tradizione.
La giardiniera piemontese merita un posto speciale perché rappresenta un piccolo ritratto dell’orto. Carote, sedano, cavolfiori, cipolline e peperoni vengono tagliati e sbollentati in acqua e aceto, poi lasciati riposare in barattoli colmi di verdure e liquido di conservazione. Il risultato è un insieme di sapori vivaci e leggermente aciduli che accompagnano perfettamente salumi e formaggi ma che a Torino vengono serviti anche come antipasto autonomo. La giardiniera è un piatto legato alla stagionalità e alla tradizione del conservare, un gesto che appartiene ancora oggi alle famiglie che tramandano le ricette di generazione in generazione.
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La tradizione torinese
Gli antipasti torinesi raccontano una città che ha sempre saputo unire eleganza e concretezza. Ogni ricetta porta con sé una storia e un legame con il territorio. Non si tratta soltanto di piatti da assaggiare ma di piccole testimonianze culturali che mostrano quanto la cucina piemontese sia varia e ricca pur partendo da ingredienti semplici. Torino non offre soltanto una tradizione culinaria solida, ma anche un modo di vivere la tavola che privilegia il tempo condiviso e il piacere di gustare cibi preparati con cura.
Chi visita la città resta spesso sorpreso dalla quantità di antipasti proposti nei ristoranti e nelle trattorie. È un rituale che introduce al pasto e che esprime la filosofia gastronomica torinese, basata sulla lentezza e sulla qualità. La varietà degli antipasti permette di scoprire diversi aspetti della cucina locale, dai sapori decisi della bagna cauda alla delicatezza del vitello tonnato. Ogni piatto ha una sua identità precisa e insieme formano un mosaico che rappresenta bene il carattere della città.
Torino non ha mai abbandonato la sua tradizione, anzi l’ha resa un punto di forza. Gli antipasti continuano a essere la porta d’ingresso ideale per chi desidera conoscere la cultura gastronomica piemontese. Preparazioni come il tonno di coniglio, le acciughe al verde, i peperoni arrostiti e l’insalata russa resistono al passare del tempo grazie alla loro semplicità e alla loro autenticità. Sono piatti che non seguono soltanto la moda del momento ma che rimangono, anno dopo anno, parte fondamentale delle tavole torinesi.
Gli antipasti di Torino sono molto più di un inizio del pasto. Rappresentano un patrimonio, un modo di raccontare la città attraverso sapori che hanno radici profonde. Chiunque si sieda a una tavola torinese scoprirà che questi piatti non sono semplici ricette ma frammenti di storia, conservati e tramandati con cura. È proprio questa continuità a rendere la cucina torinese così affascinante e a fare degli antipasti una delle sue espressioni più autentiche.
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NOEMI GARIANO

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Il Cardinale Roberto Repole e l’industria torinese – Al Salone del libro sempre la stessa musica? – La villa della Regina Margherita a Bordighera nelle residenze sabaude? – Lettere

Il Cardinale Roberto Repole e l’industria torinese
Il Cardinale di Torino Roberto  Repole che finora era stato  meno presente del suo predecessore sui temi del lavoro , ha ritenuto di denunciare il pericolo  che Torino finisca di essere la città delle armi dopo essere stata la città delle auto, definizione  che ormai appartiene al passato. C’è stato chi illusoriamente ha pensato che il turismo avrebbe potuto colmare il vuoto lasciato dalla Fiat, ma questa ipotesi si è rivelata piuttosto velleitaria perchè la spinta delle Olimpiadi invernali di vent’anni fa non è stata così determinante come qualcuno ha voluto farci credere per tanto tempo. Torino in passato promosse grandi mostre che attivarono la presenza di molti  visitatori.
Dopo lo sfascio grillino alla cultura, non si è provveduto a ripristinare quello slancio che fu di Patrizia Asproni quando Fassino era sindaco.  E’ vero che Torino è diventata sede di   industrie che producono armi, ma è altrettanto vero che non siamo in condizioni di essere schizzinosi perché l’occupazione è in grande calo. Ha ragione il Sindaco Lo Russo  nel rispondere al Cardinale che la difesa non è la guerra. Solo la Cgil sposa in toto  la tesi del Cardinale . Sarebbe interessante sapere l’opinione, forse scontata, del Sermig di Olivero. Inoltre l’industria aerospaziale  ha anche valenze che non si riducono ai fini bellici. Giustamente il dirigente della UIL Cortese evidenzia come un eventuale disarmo unilaterale non sia la via per garantire la pace. Sono vecchi , stantii discorsi di un pacifismo destinato ad essere un’utopia che non credo siano ripresi dal Cardinale. La pace è un valore preminente che oggi sentiamo in modo più pressante del passato, ma lo sviluppo o, meglio, un freno alla decadenza industriale di Torino deve essere un riferimento da non perdere di vista, pena una crisi ancora peggiore di quella che stiamo vivendo.
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Al Salone del libro sempre la stessa musica?
Avevo sperato con la fine della direzione di Lagioia, lasciato finalmente alla  sua creatività letteraria, che il Salone del libro sotto la guida di Annalena Benini, si aprisse ad un vero pluralismo. Non ho  i dati completi del programma del prossimo Salone,  ma vedendo la pagina pubblicitaria che annuncia l’evento, constato che i nomi  degli ospiti citati sono quasi tutti orientati in un certo modo, relegando ad uno sprezzante “altri“ la presenza di interlocutori  non considerati degni di entrare nell’ anticipazione pubblicitaria.
Non è un bel modo di iniziare. Anche lo scorso anno la pagina  del Salone era più o meno improntata allo stesso criterio. Quel riferimento ad “altri “ è un modo sbagliato di presentare il Salone che per merito delle case editrici avrà sicuramente anche la presenza di scrittori non allineati. Vedremo se i temi divisivi verranno accolti o verranno stroncati. La situazione è molto calda e si può rischiare la censura vista  come prevenzione ad eventuali incidenti. La censura preventiva verso uno stand  di destra scattò già qualche anno fa in modo del tutto inaccettabile. Io parlai al Salone esibendo il “Trattato  sulla tolleranza” di Voltaire. Il clima di intolleranza oggi  è evidente a tutti: auguriamoci che non travolga il Salone. Il 25 aprile è finito e il Salone si aprirà a metà maggio ….
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La villa della Regina Margherita a Bordighera nelle residenze sabaude?
E’ nata nel clima elettorale per il rinnovo dell’amministrazione comunale l’idea di inserire tra le residenze sabaude la villa della Regina Margherita a Bordighera. Certo valorizzerebbe Bordighera che via via ha perso l’attrattiva che ebbe in passato come dimostra proprio la residenza della Regina. E’ un’idea che comunque merita attenzione.
Si tratterà di coinvolgere la Regione Liguria e la Regione Piemonte, per poi portare al ministero della cultura un progetto. Ma ci sono anche altre residenze reali fuori dal Piemonte che dovrebbero essere inserite. Credo però che sia difficile farlo, a partire da San Rossore che  fu in dotazione alla presidenza della Repubblica  fino alla donazione del presidente Scalfaro alla Regione Toscana.

LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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Il luminare
Sono stato in una clinica privata a farmi visitare da un luminare molto rinomato. Una delusione! Arrivato con un’ora di ritardo mi ha liquidato in pochi minuti senza neppure scusarsi per il ritardo. Ma la tariffa è stata molto alta. Virgilio Simonetta
Non tutti i luminari nel campo medico sono così, per nostra fortuna. Io ne ho conosciuti di eccezionali a Torino e in Liguria. Il prof. Morino è un chirurgo di fama internazionale, il dott. Conio primario  di Gastronterologia al Santa Corona di Pietra Ligure  è anche lui di fama internazionale. La loro disponibilità innanzi tutto umana è nota ed apprezzata  da tutti i loro pazienti e non solo.
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Pronto soccorso efficiente
Ho avuto bisogno di  rivolgermi al Pronto Soccorso del Gradenigo. Ho ricevuto un’assistenza pronta  e competente. Ci si lamenta spesso della sanità pubblica, il Gradenigo mi è parso un’eccellenza.  Gina Fedeli
In effetti il servizio di  Pronto Soccorso è di fondamentale importanza. In  alcuni comuni  del Savonese, dove il Pronto Soccorso non c’è più, malgrado ci sia un ospedale inaugurato quindici anni fa, il disagio è grande . Questa mancanza  soprattutto in estate comporta disfunzioni evidenti perché un vasto territorio deve ruotare attorno ad un solo ospedale. A Torino, in base alle mie esperienze, credo che il servizio di Pronto Soccorso funzioni bene quasi dappertutto.
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25 aprile
Ho letto i suoi tre articoli sul 25 aprile. Non condivido affatto  molti dei suoi giudizi perché la Resistenza è l’unica pagina di storia italiana importante. La  vera storia d’Italia, come disse Franco Antonicelli, ebbe inizio nel 1945. Gennaro Assale
La storia d’Italia è cosa molto più complessa rispetto a quanto disse Antonicelli che da persona colta e intelligente, nel suo intimo, non credeva ad una interpretazione politica così grossolana . Era un oratore appassionato e volle strappare un applauso in più . In ogni caso va detto che il frutto della Guerra di Liberazione fu la riconquistata libertà di pensare e parlare . Quindi il dissenso è sempre importante e io non cercherò di convincerla .Anzi la ringrazio per la pazienza che ha avuto nel leggermi.

I torinesi pazzi per Il diavolo veste Prada

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SCOPRI – TO    ALLA SCOPERTA DI TORINO

 

Dal 29 aprile 2026 le sale di Torino hanno cambiato ritmo. File all’ingresso, spettacoli quasi tutti esauriti e un passaparola continuo: Il diavolo veste Prada è tornato al cinema e i torinesi hanno risposto in massa. Un vero e proprio boom di incassi, con molte proiezioni sold out già nei primi giorni. Un entusiasmo che non si vedeva da tempo per un film che, pur essendo considerato “leggero”, ha dimostrato di avere un impatto emotivo e culturale molto più profondo.

 

Un successo che parla a tutti

 

Ma perché Il diavolo veste Prada continua a conquistare? Il segreto sta in una combinazione perfetta: da un lato una campagna pubblicitaria martellante, fatta di gadget, collaborazioni con brand come Kiko e vetrine a tema che hanno invaso anche le vie dello shopping torinese; dall’altro una storia che, a distanza di anni, resta incredibilmente attuale. Il primo film racconta l’arrivo di una giovane ragazza di umili origini in un mondo che sembra troppo grande per lei, quello della moda. Catapultata nella redazione di Runway, ispirata al celebre magazine Vogue, si trova a fare i conti con un ambiente competitivo e spietato, dominato dalla figura iconica di Miranda Priestly, personaggio chiaramente ispirato a Anna Wintour.

 

La protagonista, interpretata da Anne Hathaway, affronta un percorso di trasformazione fatto di sacrifici, errori e crescita personale. Non è solo una storia di moda, ma di identità: il tentativo di trovare il proprio posto nel mondo senza perdere se stessi. È il sogno di chi parte da zero e vuole arrivare lontano, ma anche il racconto delle difficoltà nel mantenere relazioni e affetti quando il lavoro prende il sopravvento. Un tema universale che ha colpito anche il pubblico torinese.

 

Curiosamente, dietro il successo dell’attrice si nasconde un’altra storia: Anne Hathaway non era la prima scelta per il ruolo e ha insistito con determinazione pur di ottenerlo. Un dettaglio che rende il film ancora più simbolico, quasi un riflesso della trama stessa.

 

Il ritorno: più grinta, più emozione

 

Il secondo capitolo, arrivato nelle sale, riprende da dove tutto sembrava essersi concluso. Senza svelare troppo, la protagonista torna nel mondo di Runway con una consapevolezza completamente diversa. Più sicura, più determinata, ma non per questo al riparo dalle difficoltà. Anzi, la nuova storia si fa più intensa, con momenti anche drammatici che aggiungono profondità al racconto.

 

Molti spettatori che hanno già visto il film parlano di un seguito sorprendentemente all’altezza del primo, cosa tutt’altro che scontata. Se l’originale resta un punto di riferimento, questo nuovo capitolo riesce comunque a rinnovare la formula, offrendo una prospettiva più matura e contemporanea.

 

Tra moda, sogni e identità

 

Ambientato tra gli Stati Uniti e Milano, il film gioca anche su un’estetica visiva forte e riconoscibile. Le musiche, curate e coinvolgenti, accompagnano una narrazione che scorre veloce ma lascia il segno. Non è solo intrattenimento: è una storia che trasmette forza, ambizione e voglia di reinventarsi.

 

Forse è proprio questo che ha conquistato Torino. In un periodo in cui molti cercano nuovi stimoli e nuove direzioni, Il diavolo veste Prada torna a ricordare che ogni cambiamento richiede coraggio. E che, anche nei momenti più difficili, si può trovare la propria strada. Un film che fa sognare, ma che allo stesso tempo parla di realtà. E che, almeno per ora, continua a riempire le sale della città.

Noemi Gariano

Cartoccio di pesce al forno, sano e gustoso

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Eccovi una proposta per un secondo profumato ed appetitoso

Ricco di importanti proprieta’ nutritive, buono e gustoso, il pesce e’ uno dei protagonisti della dieta mediterranea. Fritto, a vapore, al forno puo’ essere preparato in tanti modi diversi, ma se cercate una ricetta semplice, veloce e dietetica che racchiude il sapore del mare eccovi una ricetta per un secondo profumato ed appetitoso.

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Ingredienti per una persona:

1 trancio di pesce a piacere

1 patata

1 carciofo

4 pomodori datterini

capperi, olive taggiasche denocciolate, pinoli q.b.

1 cucchiaio di olio evo

1 pizzico di timo

sale q.b.

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Tagliare la patata a rondelle e il carciofo a fettine, sistemarli a strati su di un foglio di carta forno, aggiungere il trancio di pesce, coprire con i capperi, le olive tagliate a meta’, i pinoli e i pomodorini a pezzi. Cospargere il tutto con un pizzico di timo, poco sale, l’olio evo. Chiudere il cartoccio con uno spago da cucina, appoggiarlo su una teglia da forno e cuocere a 200 gradi per 20 minuti circa. Servire caldo.

 

Paperita Patty

Luisa Levi: la signora medico

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Torino e le sue donne
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile.Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, EmmelinePankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.

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7 Luisa Levi: la signora medico

Agli albori del mondo, le donne ricoprivano ruoli di guaritrici, curavano i mali dell’anima e del corpo al pari degli uomini, come testimoniano vari reperti delle popolazioni euroasiatiche, africane o azteche. Il brusco cambiamento arriva con l’Inquisizione, che trasforma le conoscenze curative femminili in osceni patti con il maligno e le donne guaritrici in temibili streghe. Da questo momento in poi, per molto tempo, solo gli uomini potevano frequentare le Università e solo i dottori in medicina potevano praticare le arti guaritorie. Unica eccezione fu la scuola di Salerno, all’interno della quale, nell’XI secolo, lavorava Trotula, “sapiens matrona” (“donna sapiente e saggia”), abilissima levatrice proveniente dalla ricca e nobile famiglia de Ruggiero di origine Longobarda. Le donne dovranno aspettare  secoli perché le porte delle Università vengano aperte anche a loro, il che accadrà soltanto tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Se le Istituzioni aprono le porte, l’opinione comune resta serrata e le donne medico devono combattere più degli uomini per veder realizzati i propri obiettivi. Tra le tante “combattenti” ricordiamo Mary Putnam Jacobi: diplomatasi nel 1863 in Farmacia a New York, poco dopo ottiene la Laurea in Medicina al Woman’s Medical College della Pennsylvania; porta avanti la convinzione che per diventare validi medici sia fondamentale avere non solo una buona preparazione scientifica, ma anche una grande compassione per chi soffre. Diventerà portavoce del Movimento Medico Femminile a capo della Working Women’sSociety e dell’associazione per l’Advancement of the MedicalEducation for Women.  In Italia, troviamo Maria Dalle Donne, prima docente di Ostetricia nella Regia Università di Bologna, laureatasi in Filosofia e Medicina nel 1799, e dirigente, nel 1804, presso la Scuola delle Levatrici, e Maria Montessori, nata ad Ancona nel 1870: è lei la prima donna italiana a conseguire la Laurea in Medicina e Pedagogia (ma anche in Scienze Naturali e Filosofia). La nostra storia di oggi ha come protagonista una delle tante donne caparbie e preparate che non si è mai arresa di fronte agli ostacoli frapposti dalle ferree regole della  società: Luisa Levi.  Luisa Levi nasce a Torino il 4 gennaio 1898, diviene medico neuropsichiatra infantile, attenta studiosa di problemi riguardanti la sessualità dell’infanzia. E’ ricordata principalmente poiché è la prima donna medico italiana a pubblicare un lavoro sull’educazione sessuale, intitolato “L’educazione sessuale: orientamento per i genitori”. Scopo del libro è aiutare i genitori a dare un sano indirizzo alla vita sessuale dei loro figli, evitando errori comuni dovuti a pregiudizi. Luisa Levi è figlia di Ercole Raffaele e Annetta Treves, entrambi di religione ebraica. E’ lo zio materno Marco Treves, psichiatra e fratello del noto Claudio Treves, a suscitare in lei il desiderio di diventare medico. Luisa frequenta a Torino il liceo Vittorio Alfieri e in seguito si iscrive, nel 1914, alla tanto desiderata Facoltà di Medicina presso l’Università degli Studi di Torino. Nel suo primo anno di corso stringe amicizia con Maria Coda, l’unica altra donna frequentante. Luisa segue nel corso degli studi il laboratorio di Anatomia e Istologia Normale e quello di Clinica Medic
a, rispettivamente p
resso gli studi di Romeo Fusari e di Camillo Bozzolo e Ferdinando Micheli. La giovane donna riuscirà ad ottenere i premi “Pacchiotti” e “Sperino” per le massime votazioni conseguite negli esami speciali e nella discussione della tesi: “Sopra un caso di endocardite lenta”, con cui si laurea l’8 luglio 1920, conseguendo il massimo dei voti e la lode. Luisa è donna non solo di alta cultura ma anche molto coraggiosa: durante la prima guerra mondiale è infermiera volontaria presso l’ospedale territoriale della Croce Rossa Italiana di Torino, in cui presta servizio come aspirante ufficiale medico nel laboratorio psico-fisiologico dell’Aviazione, diretto da Amedeo Herlitzka. Dopo alcuni anni in qualità di assistente presso diverse cliniche, nel 1928 lavora con il titolo di medico per le malattie nervose dei bambini presso l’ospedale pediatrico Koelliker di Torino, dando così inizio alla sua carriera di neuropsichiatra infantile. Nel 1927 si reca a Parigi per perfezionarsi in malattie mentali e malattie nervose. Sebbene la sua formazione sia ricca di riconoscimenti e nonostante l’ottima preparazione, Luisa incontra non poche difficoltà ad essere assunta nelle diverse cliniche psichiatriche, dove, in caso di pari merito, le vengono preferiti i suoi colleghi maschi. La dottoressa non si arrende e nel 1928 vince un posto, dedicato a sole donne, bandito dai manicomi centrali veneti per la colonia medico-pedagogica di Marocco di Mogliano, fondata da Corrado Tummiati. Negli anni successivi pubblica diversi articoli sulla mente dei bambini e sulla loro rieducazione. Le peripezie di Luisa, però, non sono finite e dopo un anno dall’assunzione il direttore amministrativo la induce a dare le dimissioni. Nel 1932 viene accettata nella Casa di Grugliasco, dove rimane fino all’emanazione delle leggi razziali. Durante la seconda guerra mondiale, privata del lavoro, si ritira nella campagna di Alassio, di proprietà dei genitori, e qui si dedica a lavori agricoli. Dopo l’8 settembre 1943 si rifugia con la madre a Torrazzo Biellese, dove vive sotto falso nome. Qui, grazie al Comitato Femminile di Ivrea, collabora attivamente come medico della settatantaseiesima Brigata Garibaldi. Nel secondo dopoguerra, determinata a portare avanti il suo impegno scientifico e politico, Luisa Levi entra in Unità Popolare e fa parte della sezione PSI “Matteotti” di Torino;  diventa poi membro attivo dell’UDI (Unione Donne Italiane) e si iscrive alla Camera Confederale del Lavoro della città subalpina. Continua a dedicarsi alla neuropsichiatria infantile dopo aver conseguito la libera docenza con la tesi su “Infanzia anormale” nel 1955. Dopo una vita passata a lottare, trova finalmente riposo proprio nella città da cui era partita: si spegne, infatti, a Torino nel dicembre del 1983.

 

Alessia Cagnotto