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Scaloppine di vitello al limone

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Un secondo piatto di carne amato da tutti, da preparare a pranzo o a cena anche all’ultimo momento. Le scaloppine al limone si preparano con  pochi ingredienti, semplicemente tenere e sottili fettine di vitello avvolte da una fresca e agrumata salsa cremosa e vellutata. Davvero stuzzicanti ed irresistibili.

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Ingredienti

 

6 fettine di carne divitello

1 limone

1 noce di burro

1 rametto di rosmarino

1 spicchio di aglio intero

Poca farina bianca

Mezzo bicchiere di vino bianco secco

Sale, pepe q.b.

Appiattire le fette di carne con il batticarne, incidere i bordi delle fettine per non farle arricciare. Passare le fettine nella farina bianca facendola aderire bene. In una larga padella far spumeggiare il burro con il rosmarino e l’aglio, mettere le fettine e lasciarle rosolare da entrambi i lati, sfumare con il vino bianco, lasciar evaporare, abbassare la fiamma e lasciar cuocere per alcuni minuti. Aromatizzare con il succo di limone e la buccia grattugiata, lasciare insaporire per due minuti poi salare e pepare. Filtrare la salsa per renderla piu’ vellutata e servire subito.

Paperita Patty

Alla scoperta della città sabauda fra luoghi nascosti e luoghi noti

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Scopri – To Alla scoperta di Torino

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Quando si visita Torino, una delle tappe fondamentali è sicuramente la nota piazza Statuto di Torino, una piazza neoclassica edificata nel 1946 che vede al centro la statua in onore dei progettisti del traforo del Frejus. In pochi però sanno che a pochi passi da quest’ultimo vi è il Rondò della Forca, un luogo in cui tra il 1835 e il 1853 avvenivano le esecuzioni dei condannati a morte, all’epoca non vi era nulla attorno se non alberi e fossi, questo per ospitare il maggior numero di persone possibile per vedere l’esecuzione che doveva essere pubblica in modo da mostrare ai cittadini come venivano puniti coloro che compivano omicidi o semplicemente accusati di cospirazione politica. Adiacente al Rondò della Forca viveva Piero Pantoni l’ultimo boia di Torino, oggi al posto del patibolo troviamo una statua dedicata a San Giuseppe Cafasso, considerato l’apostolo dei carcerati.
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TRA I LUOGHI MENO CONOSCIUTI.
villaggio LeumannmUn altro luogo molto particolare ma meno noto è il quartiere “Cit Turin” che, in dialetto piemontese, significa “piccola Torino”; ne fanno parte le vie adiacenti all’inizio di Corso Francia, qui troviamo tantissime ville e palazzine in stile Liberty progettate da Pietro Fenoglio, fu il primo luogo costruito fuori dalle mura della città ed è considerato, ancora oggi, una delle zone più belle di Torino, dove vi è anche il rinomato mercato di Piazza Benefica.
Alle porte di Torino, più precisamente a Collegno troviamo il Villaggio Leumann, costruito a fine 800 per volere di Napoleone Leumann, un imprenditore che fece costruire un complesso residenziale molto particolare nei pressi del suo cotonificio, negli anni 70 l’azienda chiuse, ma ancora oggi le palazzine sono abitate e con numerosi lavori di restauro sono rimaste intatte come appena edificate. Numerosi sono gli eventi e le iniziative organizzate in questo piccolo villaggio ricco di negozi, case fiabesche e giardini, un posto da non perdere.Per coloro che amano riscoprire la storia vi è il rifugio antiaereo della Seconda Guerra Mondiale, un tempo posto sotto il Castello di Mirafiori, dove oggi ne rimangono solo i ruderi ma scendendo sottoterra il rifugio è rimasto intatto e permette di comprendere come si viveva la vita nel rifugio per sfuggire ai pericoli della guerra.
Sempre in zona Mirafiori vi è il Mausoleo della Bela Rosin, ovvero il Pantheon di Torino, in stile neoclassico, creato sulla base del Pantheon romano. Questo edificio fu costruito nel 1888 per volere dei figli di Rosa Vercellana la seconda moglie del primo Re d’Italia.
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TRA I LUOGHI PIU’ CONOSCIUTI
Spostandoci poi al quadrilatero romano, una delle zone più frequentate dai giovani torinesi troviamo il mercato di Porta Palazzo, il Balòn ovvero il mercato delle pulci e i Musei Reali, il Santuario della Consolata, un capolavoro del Barocco piemontese, la Cattedrale di San Giovanni Battista definita “il Duomo di Torino”,  in stile rinascimentale che ospita la “Sacra Sindone”.
Poco distante sorge da duemila anni la Porta Palatina, definita spesso anche al plurale perché in origine le Porte Palatine erano quattro e servivano per proteggere la città, il nome deriva da Palatium, ovvero l’antica sede del senato che sorgeva nelle vicinanze. Torino essendo stata creata dai Romani urbanisticamente segue il modello classico dell’epoca con le mura di cinta, quattro porte, un centro da cui venivano tracciati due assi principali il cardo e il decumano e da lì si diramavano le vie.
Questi sono solo alcuni dei tanti luoghi noti e meno noti di Torino ma, con un pò di tempo a disposizione, sia i residenti che i visitatori possono scoprire sempre nuovi luoghi storici e caratteristici che la nostra città sabauda mette a disposizione.
NOEMI GARIANO

Rock Jazz e dintorni a Torino: Giorgia e Paolo Fresu

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Martedì. Al teatro Colosseo per 2 sere consecutive, il genio di Miles Davis viene raccontato da Paolo Fresu e il suo gruppo per un viaggio musicale che intreccia brani originali, racconti autobiografici, con il suo sound acustico ed elettrico. Al Milk si esibisce il quartetto di Giorgio Poi.

Mercoledì. Al Vinile suona Il Dubbio Di Davide.

Giovedì. All’Hiroshima Mon Amour è di scena Laila Al Habash. All’Osteria Rabezzana si esibisce il quartetto ArDuoBop. Allo Spazio 211 è di scena Shawn James. Al Circolino suona Calvi Allara Roffino Trio. Al Folk Club si esibiscono: Jeffrey Focault, John Convertino e Ry Cavanaugh.

Venerdì. All’Inalpi Arena arriva Giorgia. Al teatro Colosseo si esibisce Giovanni Lindo Ferretti. Al Blah Blah suonano i Cara Calma. All’Hiroshima  è di scena la Bandabardò. Al Circolino suona Bonadè Uneven Quintet. Alla Divina Commedia si esibiscono i Yourmother.

Sabato. All’Inalpi Arena è di scena Achille Lauro. Allo Spazio 211 si esibisce Umberto Maria Giardini. Al Blah Blah suonano gli Ormai+ Fuco.

Domenica. Al Blah Blah sono di scena i The Cloverhearts.

Pier Luigi Fuggetta

A Torino spopola il brunch: moda o abitudine ormai consolidata?

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
Nel cuore di Torino la domenica mattina assume un sapore diverso: non più solo calma, ma anche profumo di pancakes, uova strapazzate e toast con avocado. Il fenomeno del brunch ha preso piede negli ultimi anni e non sembra più soltanto una moda passeggera. Ma cos’è esattamente il brunch, perché piace così tanto ai torinesi e dove provarlo?
Cos’è il brunch e perché piace ai torinesi
Il termine brunch nasce in Inghilterra alla fine dell’Ottocento, dalla fusione di breakfast e lunch. Era un modo per unire colazione e pranzo in un unico momento rilassato, soprattutto la domenica, dopo una lunga dormita. Col tempo il rito è approdato negli Stati Uniti, dove ha trovato la sua consacrazione e negli ultimi anni ha conquistato anche l’Italia.
A Torino, città con una solida tradizione culinaria, il brunch si è integrato perfettamente. È diventato un’occasione per rallentare, ritrovarsi con gli amici o la famiglia e sperimentare una cucina che mescola dolce e salato, tradizione e modernità. Se durante la settimana il ritmo è serrato, la domenica i torinesi scelgono locali accoglienti e curati dove prendersi il tempo per gustare piatti abbondanti e variegati.
I locali più amati in città
L’offerta torinese è ormai ampia. In centro, Sweet Lab è una certezza per chi ama i pancakes soffici e i bagel farciti da accompagnare a caffè americano o spremute fresche. A San Salvario, Adonis Crêperie porta un tocco francese con crepes dolci o salate e galettes ricche di ingredienti. Sempre nello stesso quartiere, Teapot Tisaneria con cucina propone un brunch più raccolto e intimo, con piatti salati che cambiano ogni settimana affiancati da dolci casalinghi.
Per chi cerca un’esperienza più ampia, Casa Fedora organizza una domenica al mese un buffet che spazia dalle torte salate allo yogurt con frutta, dalle pannocchie alle colazioni all’inglese. Fuori dal centro, Casa Goffi in corso Casale offre nei weekend un brunch d’ispirazione anglosassone con uova strapazzate, club sandwich e patatine, il tutto in un’atmosfera conviviale. E per chi vuole il marchio della qualità gastronomica, Eataly Lingotto propone il brunch con un ricco buffet che unisce specialità dolci e salate, dalle focacce alle torte, fino a proposte vegetariane.
Una moda che diventa abitudine
Se all’inizio il brunch sembrava un fenomeno modaiolo, quasi da “Instagram”, oggi a Torino appare come una consuetudine vera e propria. Lo dimostra il numero crescente di locali che lo propongono stabilmente e la varietà delle proposte: dal brunch gourmet a quello più accessibile, dalle versioni vegane a quelle tradizionali. Certo, ci sono anche i lati meno piacevoli, come i prezzi talvolta elevati o le code nei locali più in voga, ma l’impressione è che il brunch abbia ormai trovato casa a Torino.
Per molti torinesi è diventato il modo perfetto per vivere la domenica: un tempo lento, conviviale e gustoso, in cui la città unisce la sua vocazione gastronomica con un’abitudine internazionale che, ormai, si può considerare consolidata.
La tradizione di Torino è sempre stata la “marenda sinòira” oggi conosciuta come “apericena” con i suoi tantissimi e gustosi stuzzichini, oggi si aggiunge anche il brunch, che per molti torinesi è diventato il modo preferito per vivere un tempo lento, conviviale e gustoso, in cui la città unisce la sua vocazione gastronomica con un’abitudine internazionale che, ormai, si può considerare consolidata.
NOEMI GARIANO

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

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A cura di Elio Rabbione

Agata Christian – Delitto sulle nevi – Commedia, giallo. Regia di Eros Puglielli, con Christian De Sica, Pasquale Patrolo, Paolo Calabrese e Chiara Francini. Christian Agata, il detective e criminologo più famoso d’Italia viene invitato da Walter Gulmar, figlio di Carlo, patron della celebre ditta di giocattoli Gulmar&Gulmar, per fare da testimonial nello spot della nuova edizione di un gioco da tavolo, il Crime Castle, best seller dell’azienda. Lo spot sarà girato in Val d’Aosta e Agata raggiunge i Gulmar nel loro sontuoso castello fra le montagne innevate, che è stato di ispirazione per il gioco di cui sopra. Nel castello ci sono molti ospiti. Quando una valanga isola tutta l’improbabile compagnia, spunta il classico cadavere e i dieci piccoli indiani resteranno intrappolati nell’edificio. Il detective dovrà risolvere il mistero. Durata 109 minuti. (Uci Lingotto, Uci Moncalieri)

Buen Camino – Commedia. Regia di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone, Beatriz Arjona, Letizia Arnò e Martina Colombari. Checco, erede ricchissimo e viziato, prole ultrafelice di Eugenio ricchissimo produttore di divani, innumerevoli ville con piscina e altrettanto innumerevoli servitori di origine filippina alle sue dipendenze, yacht su cui invitare amici che hanno le sue stesse idee di libertà e di non lavoro, una fidanzata messicana di professione modella, è costretto a lasciare la sua vita dorata sulle tracce della figlia Cristal, adolescente dal carattere un pochino turbolento. Per la prima volta in vita sua viene messo di fronte alle sue responsabilità di padre, inaspettate quanto da prendere con i classici guanti, anche perché Checco del sangue del suo sangue proprio niente sa. Grazie l’opera di corruzione attuata nella persona di Corina, la migliore amica di Cristal, il binomio viene a sapere che la fanciulla è partita per la Spagna. È così che finisce suo malgrado sul Cammino di Santiago: un’occasione per conoscersi veramente. Durata 90 minuti. (Uci Lingotto)

Chopin – Notturno a Parigi – Drammatico. Regia di Michal Kwiecinski, con Wryk Kulm e Lambert Wilson. Parigi, 1835. Frédéric Chopin ha 25 anni, celebrato nei salotti parigini, adorato dall’aristocrazia e dal re di Francia. Nessun evento culturale di rilievo è completo senza una sua apparizione. Lo vediamo durante scorribande notturne e alla feste che seguono ai suoi concerti – quasi sempre traboccante di energia, mentre nasconde la sua malattia dietro una maschera ironica. La vita gli scivola tra le dita ma lui si rifiuta di rallentare. Compone le sue opere più grandi, talvolta su commissione speciale, mentre impartisce lezioni di pianoforte per sbarcare il lunario. È ammirato dagli amici, adorato dalle donne, ma con il tempo scoprirà che la cosa più importante della sua vita è la musica. Durata 133 minuti. (Romano sala 2)

Cime tempestose – Drammatico. Regia di Emerald Fennell, con Margot Robbie e Jacob Elordi. Fin da bambini il legame tra Cathy Earnshow, orfana di madre e figlia di un inglese che ha perso ogni cosa al gioco, e Heathcliff, trovatello preso in casa dal padre di Cathy e trattato come un servo, è viscerale e indissolubile. Da adulti, quel legame si trasforma in passione travolgente, ma Cathy ritiene la possibilità di una relazione ufficiale con Heathcliff degradante, e prende in considerazione la possibilità di sposare il ricco vicino di casa Edgard. Heathcliff fugge dall’umiliazione e cerca fortuna all’estero, per poi tornare nello Yorkshire da trionfatore e conquistare Wuthering Heights, la casa in cui lui e Cathy sono cresciuti. Ma al suo ritorno trova la sua anima gemella sposata con Edgard, e per i due inizierà quell’inferno (e paradiso dei sensi) cui sembrano destinati sin dall’infanzia. Durata 136 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, Fratelli Marx sala Harpo e sala Chico, Greenwich Village V.O., Ideal, Reposi sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Le cose non dette – Drammatico. Regia di Gabriele Muccino. con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini. Carlo Ristuccia è un docente universitario, autore di un unico libro di successo. Sua moglie Elisa è una giornalista di Vanity Fair Italia in crisi creativa, e il suo direttore le consiglia di “staccare” e di partire per una vacanza. Decidono dunque di partire per Tangeri, insieme a un’altra coppia: Paolo, il migliore amico di Carlo, ristoratore stakanovista e padre assente, e sua moglie Anna, iperansiosa e prepotente. Con loro però c’è anche la figlia tredicenne Vittoria, che ha una particolare simpatia per Carlo. Peccato che in vacanza si presenti a sorpresa Blu, la giovanissima amante del professore. Durata 114 minuti. (Massaua, Romano sala 1)

Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire – Drammatico. Regia di Gus VAN Sant, con Bill Skarsgård e Al Pacino. La mattina dell’8 febbraio 1977, AnthonyG. “Tony” Kiritsis, 44enne, entrò nell’ufficio di Richard O. Hall, presidente della Meridian Mortgage Company, a Indianapolis, e lo prese in ostaggio con un fucile a canne mozze calibro 12 collegato con un “dead man’s wire”, ovvero un cavo teso dal grilletto al collo di Hall. Questa è la vera storia del confronto che sconvolse il mondo: Tony chiese cinque milioni di dollari, di non essere né accusato né processato, e le scuse personali da parte degli Hall per averlo truffato di ciò che gli era “dovuto”. Scrive di Van Sant Maurizio Porro nelle colonne del Corsera: “In questo film riannoda il passato al presente come fosse un secondo fucile legato al collo della nostra società, girando clastrofobicamente dentro la casa con ragionata tensione con una sceneggiatura di Austin Kalodney calibrata tra psicanalisi e tribunale: è l’indipendenza di un cinema che ausculta la società quando le saltano i nervi. Sono super le prove dell’eroe Bill Skarsgård e della sua vittima, il futuro colpevole, introverso junior, Dacre Montgomery”. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici ItalianI: “Nella tesissima black comedy di Gus Van Sant non si respira solo una lucida nostalgia per il cinema degli anni Settanta maanche una attualissima riflessione sulle storture del capitalismo alimentate dalla crudeltà dei media. Una lezione di regia in cui, in una relazione di luci e ombre, si muovono personaggi che non sono più solo vittime o carnefici, ma espressione di un’ansia di giustizia sociale molto contemporanea”. Durata 101 minuti. (Nazionale sala 4 anche V.O.)

La Gioia – Drammatico. Regia di Nicolangelo Gelormini, con Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella e Betty Pedrazzi. Gioia è un’insegnate di liceo che non ha mai conosciuto l’amore, se non quello opprimente dei genitori, con cui vive ancora. Tra gli studenti della sua scuola c’è Alessio, un ragazzo che usa il suo corpo come uno strumento per rimediare qualche centinaio di euro e aiutare la madre, cassiera in un supermercato. Tra Alessio e Gioia nasce un legame proibito, fragile e inspiegabilmente necessario per entrambi. Ma il desiderio di un riscatto sociale e umano per Alessio è un veleno silenzioso che gli impedisce di farsi conquistare definitivamente dalla dolcezza disarmante di Gioia. Così, distrugge tutto e cancella l’unica persona che abbia mai amato. Scrive Maurizio Porro nelle colonne del Corriere: “Una storia incrociata di menzogne e amori sognati e non realizzati: contano solo i soldi, i baci impiccano. Coi ritmi di un sovvertimento dei sensi alla Zweig, di un doppio processo alle intenzioni, il film tiene un impeccabile equilibrio tra i personaggi, grazie al cast perfetto”. Durata 108 minuti. (Romano sala 3)

Hamnet – Storico, drammatico. Regia di Chloé Zhao, con Jessie Buckley, Paul Mescal, Jacobi Jupe ed Emily Watson. In un bosco, una giovane donna dorme rannicchiata nella culla formata dalla radice emersa di un albero secolare: è vestita di rosso cupo, accompagnata da un falco che risponde ai suoi richiami, conosce erbe e pozioni, si dice non sia nata da sua madre ma da una donna venuta da lontano. Si chiama Agnes e quando Will la vede se ne innamora subito. Will è il giovane William Shakespeare, maestro di latino nella Stratford del 1580, che riesce a sposarla nonostante l’ostilità delle famiglie e ad avere con lei tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet. Ma un lutto li colpisce, quando il drammaturgo lavora già a Londra, e Hamnet ucciso dalla peste a soli undici anni (un lutto che mette a dura prova l’unione della coppia) diventa Hamlet. Tratta dal romanzo del 2020 dell’irlandese Maggie O’Farrell, la storia di Agnes (più che di William), tessuta di magia e femminilità. Film già vincitore di due Golden Globe, attende la notte degli Oscar con le sue otto candidature. Ha scritto Alessandra De Luca nelle colonne di “Ciak” che la Zhao, nata a Pechino nel 1982, già premiata a Venezia con il Leone d’oro nel 2020 e Oscar come miglior film per “Nomadland”, “sceglie ancora una volta una strada radicale, quasi estrema, per mettere in scena elaborazione del lutto e catarsi, spingendo i suoi attori in un percorso emotivo dove verità e finzionr, vita e arte, spirito e materia si confondono. La scena nel finale ambientato al Globe Theatre di Londra, durante la prima rappresentazione di “Amleto”, vale la spesa del biglietto e un’altra statuetta nelle mani di Jessie Buckley, dopo il Golden Globe, ci starebbe proprio bene.” Durata 125 minuti. (Massaua, Classico anche V.O., Eliseo Grande, Nazionale sala 1)

Lavoreremo da grandi – Commedia. Regia di Antonio Albanese, con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e e Nicolò Ferrero. Umberto ha dilapidato i soldi del padre e continua a immaginarsi grande musicista, ma partorisce soltanto creazioni sonore cacofoniche. Ha due ex mogli che l’hanno sfruttato e ora lo detestato e due figli, Toni e Beppe. Gigi contava sull’eredità di una zia facoltosa ma lei gli ha lasciato solo trucchi e parrucche, che lui indossa per protesta, ubriacandosi e ingerendo pillole. Una notte mentre trasportano quest’ultimo in stato semicomatoso, Umberto Beppe e Toni (sotto misura cautelare in vista dell’ennesimo processo, questa volta per truffa ai danni del Fisco) fanno un incidente – credono di aver travolto con l’auto qualcuno in bicicletta – del quale dovranno affrontare le conseguenze, dando il via a una catena di equivoci e di sorprese atte a sconvolgere la loro vita senza direzione. Durata 91 minuti. (Fratelli Marx sala Chico)

Il Mago del Cremlino – Le origini di Putin – Drammatico. Regia di Olivier Assayas, con Jude Law, Paul Dano e Alicia Vikander. Russia, primi anni Novanta. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese che cerca di ricostruirsi, Vadim Baranov, un giovane brillante, sta per trovare la propria strada. Orima artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, diventa spin doctor di un ex agente del KGB in ascesa: Vladimir Putin. Immerso nel cuore del sistema, Baranov plasma la nuova Russia, confondendo i confini tra verità e menzogna, credenze e manipolazione. Ma c’è una figura che sfugge al suo controllo: Ksenia, donna libera e inafferrabile, che incarna la possibilità di fuga, lontano da questo gioco pericoloso. Quindici anni dopo, ritiratosi nel silenzio e avvolto nel mistero, Baranov accetta di parlare, rivelando i segreti occulti del regime che ha contribuito a costruire. Durata 149 minuti. (Reposi sala 2, Romano sala 1 e sala 3)

Marty Supreme – Commedia drammatica. Regia di Josh Safdie, con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow e Abel Ferrara. Marty Mauser è un venditore di scarpe con una irrefrenabile ossessione per il ping pong che si muove nella New York degli anni Cinquanta tra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio larger than life, eccentrico e ambiziosissimo, smodato e leggendario. Durata 90 minuti. (Massimo anche V.O.)

La mattina scrivo – Drammatico. Regia di Valérie Donzelli, con Bastien Bouillon e Virginie Ledoyen. “Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna.” La storia vera di un fotografo di successo che rinuncia a tutto per dedicarsi alla scrittura, e scopre la povertà. Questo racconto radicale, che unisce chiarezza e autoironia, ritrae il viaggio di un uomo disposto a pagare il prezzo più alto per la propria libertà. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani: “Un racconto rigoroso e paradigmatico sulle difficoltà e le crudeltà del lavoro contemporaneo, attraversato dal sogno ostinato di un aspirante scrittore. Delicato nei toni ma feroce nella sostanza, il nuovo lungometraggio di Valérie Donzelli offre uno sguarda necessario e poetico sulla tenacia, sul compromesso e sulle nuove forme di povertà.” Durata 92 minuti. (Nazionale sala 3 anche V.O.)

Nouvelle Vague – Commedia drammatica. Regia di Richard Linklater, con Guillaume Marbeck, Zoey Deutch e Aubry Dullin. 1959. La nouvelle vague impazza a Parigi e i primi film girati dai suoi esponenti François Truffaut e Claude Chabrol raccolgono un plauso unanime. Manca soltanto a Jean-Luc Godard di passare dietro la macchina da presa, ma si convincerà a farlo trovando l’aiuto del produttore Beauregarde. Ne nascerà “Fino all’ultimo respiro”, film-simbolo della corrente, destinato a cambiare per sempre la storia del cinema. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani: “Nel mettere in scena la cronaca della lavorazione di “Fino all’ultimo respiro”, Richard Linklater non si limita a comporre un’ode divertita a Jean-Luc Godard e alla Nouvelle vague tutta, ma testimonia la possibilità di prendere in eredità quella forza rivoluzionaria per ripensare la prassi del cinema, ripartendo dalle radici.” Durata 105 minuti. (Nazionale sala 3)

Rental Family – Nelle vite degli altri – Commedia drammatica. Regia di Hikari, con Brendan Fraser e Takehiro Hira. Philip, attore americano di alterne fortune, abita da alcuni anni in Giappone. Un giorno gli viene proposto una nuova occupazione, presso un’agenzia di “comparse” impiegate ad allacciare rapporti con famigliari, ad assistere persone sole, ad apparire parenti, la Rental Family. Sono tanti i dubbi che sulle prime preoccupano Philip che tuttavia s’assoggetta a una quotidianità che lo pone a contatto con le persone, che gli regala qualche reddito, che gli dà la possibilità di essere d’aiuto al prossimo. Durata 103 minuti. (Eliseo sala Blu e sala Rosso, Massaua, Ideal, Reposi sala 4, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Sentimental Value – Drammatico. Regia di Joachim Trier, con Renate Reinsve, Elle Fanning e Stellan Skarsgård. Nora e Agnes sono due sorelle profondamente unite. L’improvviso rientro nella loro vita del padre Gustav – regista carismatico e affascinante ma genitore cronicamente inaffidabile – riapre ferite mai del tutto rimarginate. Riconoscendo il talento di attrice di Nora, Gustav vorrebbe che sua figlia interpretasse il ruolo principale nel film che dovrebbe rilanciare la sua carriera; lei rifiuta e quella parte finisce a una giovane star di Hollywood, Rachel Kemp. Il suo arrivo getta scompiglio nelle delicate dinamiche della famiglia: per le due sorelle sarà il momento di confrontarsi con il padre e con il loro passato. Designato Film della Critica dal SNCCI: “Due necessità primarie a confronto – quella di seguire il proprio percorso artistico e quella di rimanere accanto ai propri figli – confluiscono in un dramma familiare delicato e struggente. Stellan Skarsgård giganteggia nei panni del regista di successo che ha smarrito la via, e Renate Reinsve gli tiene testa in quelli della primogenita, attrice di razza che rifiuta di interpretare se stessa nell’Amarcord paterno. Una parabola sulla possibilità di perdono e redenzione, mai sentimentale, a dispetto del titolo, sempre vibrante di intensa emozione. Durata 133 minuti. (Blue Torino/via Principe Tommaso 6 V.O., Eliseo sala Rosso e sala Blu, Greenwich Village V.O., Romano sala 2 e sala 3)

La sposa – Commedia horror. Regia di Maggie Gyllenhaal, con Jessie Buckley, Christian Bale, Jake Gyllenhaal, Annette Bening, Penelope Cruz e Maggie Gyllenhaal. Nella Chicago degli anni Trenta, un solitario Mostro di Frankenstein viaggio in cerca dell’aiuto della pionieristica scienziata Dr. Euphronious, chiedendole di creare per lui una compagna. I due riportano in vita una giovane donna assassinata e così nasce la Sposa. Ma ciò che segue va ben oltre ogni aspettativa: Omicidi. Possessioni. Un movimento culturale selvaggio e radicale. E due amanti fuorilegge uniti in una storia d’amore esplosiva e incontrollabile. Durata 126 minuti. (Massaua, Fratelli Marx sala Harpo e sala Groucho, Reposi sala 5, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Il suono di una cadutaDrammatico. Regia di Mascha Schilinski, con Hanna Hecht e Lena Urzendowsky. Unità di luogo, diversità di tempo. Quattro generazioni, quattro donne in una stessa fattoria tedesca. Alma, una bambina all’epoca della Grande guerra che avrà a che fare con un parente con una gamba amputata, Erika che da quella stessa persona sarà attratta, Angelika, sua nipote, che negli anni Ottanta scoprirà la sua sessualità d’adolescente, Lenka ai giorni nostri diventerà amica di una ragazza che ha perso la madre. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani: “Quattro sorelle attraverso cent’anni di storia della Germania, ma quella del Paese che non ha conosciuto il benessere bensì la povertà e la fatica delle campagne, i dolori delle guerre, il senso della morte che non vuole abbandonarle, quasi una condizione metafisica che maschera il sacrificio con il dovere, la rinuncia con la rassegnazione, la perdita con la vita. E tutt’intorno la natura mostra la sua bellezza, insensibile alla fatica e alla sofferenza. Mascha Schilinski delinea le coordinate sociali e politiche che segnano il secolo come echi lontani, attutiti da una narrazione che abbandona presto la linearità dei fatti, per fermarsi dove il dolore ha fatto più vittime”. Premio ex aequo della Giuria a Cannes, a rappresentare il miglior film straniero agli Oscar 2026. Durata 149 minuti. (Due Giardini sala Ombrerosse)

Tienimi presente – Commedia. Regia di Alberto Palmiero, con Francesco Di Grazia, Gaia Nugnes e Alberto Palmiero. Alberto Palmiero ha 27 anni, ha frequentato la scuola di regia e ha realizzato alcuni cortometraggi. Ora vorrebbe cimentarsi con il primo lungometraggio. Il produttore indipendente Gianluca Arcopinto lo avvicina e gli allunga il suo biglietto da visita, dichiarandosi interessato al suo progetto. Tornato a Roma, Alberto gli invia il soggetto ma non ottiene risposta, e dopo sette mesi di inutile attesa decide di tornare al suo paese in provincia di Caserta. Durata 80 minuti. (Nazionale sala 4)

Un bel giorno – Di e con Fabio De Luigi, con Virginia Raffaele. Tommaso, vedovo e padre di quattro figlie, ha dedicato anni alla sua crescita, trascurando la propria vita sentimentale. Spronato dalle figlie, decide di rimettersi in gioco e incontra Lara, una donna affascinante e brillante. Tuttavia, Tommaso ha paura di confessarle la sua realtà familiare e rischia di sabotare la relazione. Quello che Tommaso però non sa è che anche Lara ha un segreto: è madre single di tre ragazzi e sta affrontando le sue stesse difficoltà. Tra esitazioni e fraintendimenti, Tommaso e Lara si trovano a fare i conti con la paura e la voglia di costruire un nuovo futuro insieme, non solo per loro stessi, ma anche per le loro complicate e vivaci famiglie. Durata 90 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Ideal, Reposi sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Il ritorno alla materia: scandinavo, Japandi, rustico e shabby chic

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ABITARE CON STILE

Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà 
Uno spazio dedicato al mondo della casa in tutte le sue forme: dal mercato immobiliare al design d’interni, dall’arte di valorizzare gli spazi alle nuove tendenze dell’abitare contemporaneo. Consigli pratici, spunti estetici e riflessioni su come rendere ogni casa un luogo che rispecchi chi siamo — con uno sguardo che unisce competenza, bellezza e sensibilità.

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Il nostro viaggio tra gli stili dell’abitare continua. Dopo aver attraversato l’eleganza della tradizione, le linee essenziali del contemporaneo e il carattere urbano degli spazi industriali riconvertiti, questa settimana entriamo in un territorio più intimo.

Gli stili naturali e accoglienti nascono da un bisogno sempre più evidente nel nostro tempo: riportare la casa a una dimensione di benessere, calma e autenticità. In un mondo veloce e urbano, l’abitare torna a cercare materiali naturali, luce, tessuti morbidi, atmosfere rassicuranti. Non si tratta solo di estetica, ma di qualità della vita.

Tra i linguaggi più diffusi oggi troviamo lo stile scandinavo, il Japandi – una delle tendenze più interessanti degli ultimi anni – il rustico contemporaneo e lo shabby-chic (il cui termine si è un pò abusato). Ognuno di questi interpreta in modo diverso il rapporto tra spazio, natura e comfort.

Stile Scandinavo

Lo stile scandinavo nasce nei paesi nordici, dove la luce naturale è preziosa e gli ambienti domestici diventano rifugi caldi durante i lunghi inverni. Per questo gli interni sono progettati per amplificare la luminosità e creare una sensazione di serenità.

Le palette cromatiche sono dominate da bianco, beige, grigi chiari e tonalità naturali del legno. I materiali sono semplici e autentici: legno chiaro, lana, lino, cotone. Gli arredi hanno linee pulite ma non fredde, con forme morbide e funzionali.

È uno stile particolarmente adatto ad appartamenti urbani di dimensioni contenute, dove la luminosità e la leggerezza visiva aiutano a far percepire gli spazi più ampi e armoniosi. Funziona molto bene in case contemporanee, ristrutturazioni di alloggi cittadini e nuove costruzioni con grandi finestre.

Japandi

Negli ultimi anni si è affermato uno stile che nasce dall’incontro tra minimalismo giapponese e funzionalità scandinava: il Japandi. Il risultato è un equilibrio raffinato tra essenzialità e calore.

Gli interni Japandi si distinguono per materiali naturali, colori neutri ma più profondi – sabbia, terra, tortora, carbone – e arredi dalle linee basse e leggere. Ogni oggetto è scelto con attenzione, evitando accumuli visivi. La filosofia è quella dell’essenziale: pochi elementi, ma di qualità.

Questo stile è perfetto per abitazioni contemporanee dove si desidera creare ambienti meditativi e ordinati. Si adatta molto bene a loft moderni, attici luminosi o case con spazi aperti, dove il dialogo tra architettura e arredamento può esprimersi con grande equilibrio.

Rustico contemporaneo

Quando si parla di stile rustico, spesso si pensa immediatamente alla casa di campagna tradizionale. Oggi però questo linguaggio si è evoluto, dando vita a una versione più contemporanea che mantiene il calore della materia ma con un’estetica più pulita.

Le caratteristiche principali sono travi in legno a vista, pavimenti in pietra o parquet importante, camini, superfici materiche. Gli arredi mescolano elementi artigianali e pezzi più moderni, creando un equilibrio tra tradizione e comfort attuale.

Questo stile trova la sua espressione ideale in cascine ristrutturate, case di montagna, casali di campagna o abitazioni immerse nel verde. Tuttavia, se reinterpretato con misura, può funzionare anche in città, soprattutto in appartamenti d’epoca dove materiali naturali e dettagli architettonici raccontano già una storia.

Shabby Chic

Lo shabby chic nasce invece da un’estetica romantica e delicata, ispirata alle case di campagna francesi e inglesi. Il termine “shabby”, letteralmente “consumato”, fa riferimento a mobili decapati o volutamente vissuti, che creano un’atmosfera morbida e nostalgica.

I colori sono chiari e polverosi: bianco latte, avorio, cipria, verde salvia, azzurro polvere. I tessuti sono leggeri e naturali, spesso con motivi floreali o texture morbide. Gli arredi hanno forme classiche ma alleggerite da finiture chiare.

È uno stile che si presta molto bene a case di campagna, seconde abitazioni al mare o contesti rurali dove si desidera creare ambienti romantici e rilassati. In città può funzionare in appartamenti luminosi o in piccoli alloggi dove si vuole ricreare un’atmosfera accogliente e personale.

Abitare con equilibrio

Ciò che accomuna tutti questi stili è una ricerca di autenticità. Legno, fibre naturali, luce, semplicità. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla tecnologia, la casa torna a essere uno spazio dove rallentare.

Naturalmente, come accade per ogni linguaggio dell’abitare, non esiste uno stile giusto in assoluto. Esiste lo stile giusto per uno spazio, per un contesto architettonico e soprattutto per la personalità di chi lo abita.

 

Ed è proprio questo il filo conduttore del nostro viaggio: comprendere gli stili non significa copiarli, ma imparare a interpretarli. Perché una casa ben riuscita non è mai la replica di una tendenza, ma il risultato di un equilibrio tra architettura, materiali e identità personale.

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Un soggetto che pecca nella sceneggiatura: ma rimane il desiderio di fare cinema

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Sugli schermi “Tienimi presente” di Alberto Palmiero

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Ha inizio in un assolato mese di settembre, sulla terrazza dell’Excelsior a Venezia, “Tienimi presente” – Miglior opera prima alla Festa del Cinema di Roma -, tra gente che il cinema lo fa e gente che il cinema lo sogna. Alberto Palmiero, che è davvero Alberto Palmiero che ha scritto interpreta e dirige e non è certo alla ricerca di un alter ego, ma con la volontà di metterci una faccia tutta sua, è uno di questi ultimi, si ritrova seduto davanti al produttore Gianluca Arcopinto, che è davvero Gianluca Arcopinto, in un gioco di specchi dove la vita si riflette nella settima arte e viceversa, dove realtà (tantissima) e finzione (pochissima) si guardano e si mescolano: dove il produttore è interessato al progetto del giovane autore, gli passa tra le mani un suo biglietto da visita, “quando torni a Roma chiamami e ne parliamo”, per poi scivolare accanto a un altro aspirante e fare un copia e incolla di quanto detto pochi secondi prima. Spunto eccellente, l’inizio che è un gioiellino. Dopo la terrazza di sole, Roma, a far per un giorno la comparsa sul set di Portobello mentre Marco Bellocchio, guardato come un idolo venuto da un mondo lontano – e che s’è pure esposto con la sua sua casa di produzione Kavac Film (e la sua Scuola di Cinema di Bobbio) – e Fabrizio Gifuni girano.

Un film nel film quindi – ed è logico che la memoria corra, anche con una facilità di comodo ma pur immediata, alla gioventù di Fellini e dei Vitelloni, dell’Intervista o di 8 e mezzo – girato da un giovane aspirante al mondo della celluloide (“il film nasce da un periodo psicologicamente complesso della mia vita”) – ed è logico che la memoria corra agli impacci dei primi Moretti e Nuti e ancor più al Massimo Troisi impacciato e goffo, sempre alla ricerca delle parole giuste in un discorso ansimante e rotto che arriva su a fatica dalla gola. Palmiero ha la giovinezza e le sfide dei nemmeno trent’anni, è nato ad Aversa, s’è laureato in informatica, ha viaggiato per una manciata di cortometraggi, a una premiazione per Il pesce toro una signora timida gli dice “voi siete il nostro futuro”, quando rincasa con la mela dorata che di quel premio è il simbolo, padre e madre – quelli veri, che ancora non si capacitano che alla sua età non abbia preso una via sicura (lui che alla luce del computer la sera controlla l’altezza di Sorrentino e Garrone, siamo sull’1,80, e si rincuora con quella di Scorsese, quasi venti in meno; lui che sogna Pulcinella che lo trascina a festeggiare lo scudetto del Napoli), come sono veri la fidanzatina Gaia Nugnes con i suoi baci che ti cascano tra capo e collo, i parenti tutti riuniti a tavola, gli amici di sempre che incontra per una birra o quello del cuore Francesco Di Grazia con cui prova a buttar giù un testo da mettere poi in musica – altro non fanno che impiegar tempo a pensare se sia una mela annurca oppure no. Tentativi e sogni, silenzi e attese, promesse che pochi hanno voglia di mantenere, disillusione e frustrazioni (il cugino lavora in Svizzera e certo i soldi non gli mancano), che lo portano a ritornare al sud, per le feste di Pasqua, a continuare a vivere nella casa dei genitori, a saggiare tranquillità e le mattinate a letto, a vedere le stesse persone, a condividere lo stesso futuro fatto di niente: a imbucare pubblicità se tutto va bene. (Sguardo che non è più personale ma che s’allarga a diventare croce di troppa gioventù rinunciataria di casa nostra.)

Perfettamente in equilibrio, la storia del film è divenuta la sua realizzazione: che, al di là della grande onestà e della sensibilità come della malinconia di fondo circolante dentro Tienimi presente che vanno riconosciute all’autore/attore, colpevole (?) come ogni metteur en scène di un’opera prima d’affidarsi agli elementi autobiografici, pecca di fragilità – specie nella seconda parte dei suoi 80’ complessivi – e di opacità in alcuni tratti, in uno sviluppo che ad un certo punto gira su se stesso e che finisce col non dire più nulla. È la sceneggiatura a difettare (con Palmiero, Davide De Rosa), avrebbe dovuto avere maggiore corposità e sviluppo, tendere a delle sottotracce individuabili e più presenti. Rimane bello il soggetto con le sue aree d’intimità e delle piccole responsabilità (è sufficiente l’adozione di un cane, se ha fatto pipì pulisco io), che è poi la ricerca di “quello che ci fa stare bene” e il coraggio, anche se insicuro e piantato nell’ironia da parte di Palmiero, di aver espresso un mal costume del cinema, fatto di impossibilità di preferenze di (s)fortune di avversità, e di aver dato un ritratto sincero di sé. Ma anche di quella speranza che nella testa di molti continua a non perdere forza. Certo andando ben al di là delle delusioni che non poche volte sono il motore che fa muovere un mondo.

Penne integrali in crema di zucchine: salutari e nutrienti

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Eccovi un primo piatto ricco di sapore, sfizioso ed invitante, perfetto per ogni occasione.

Ingredienti :

380gr. di penne integrali
400gr. di zucchine
80gr. di grana grattugiato
120gr. di dadini di Speck
1/2 spicchio d’aglio
1 cucchiaio di prezzemolo grattugiato
3 foglie di basilico
Olio evo, sale, pepe.

Dorare i dadini di Speck in padella, tenere da parte.
Lavare e tagliare a metà le zucchine, scavare un poco la polpa e lessare al dente in acqua salata. Raffreddare e conservare l’acqua di cottura nella quale cuocerete poi la pasta.
Frullare grossolanamente le zucchine con olio, aglio, prezzemolo, basilico, grana, sale e pepe. Cuocere la pasta, unire lo speck alla crema di zucchine e servire subito. Se risultasse poco cremosa, aggiungere un mestolino d’acqua di cottura.
Buon appetito.

Paperitapatty

Note di Classica: Bomsori Kim, Arcadi Volodos e Marie-Ange Nguci, le “stelle” di marzo

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Lunedì 2 alle 20.30 per la rassegna I Pianisti del Lingotto nella sala 500, Igor Levit eseguirà musiche di Beethoven, Schumann e Chopin. Mercoledì 4 alle 20.30 al Conservatorio G. Verdi per l’Unione Musicale, Andrè Schuen baritono e Daniel Heide pianoforte, eseguiranno “Winterreise “, 24 lieder op. 89 D. 911 di Schubert. Mercoledì 4 alle 20 e giovedì 5 alle 20.30 all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Fabio Luisi e con Bomsori Kim al violino, eseguirà musiche di Weber, Mendelssohn, Schmidt. Martedì 10 alle 20 al teatro Vittoria, Don Giovanni Reloaded (Burlesque tragicomico).

Arcadi Volodos
Photo: Marco Borggreve

Uno spettacolo di Andrea Chenna da Mozart e Da Ponte, con: Luciano Fava, Nadia Kuprina, Arianna Stornello voci, Paolo Carenzo attore e Diego Mingolla pianoforte. Mercoledì 11 alle 20.30 al Conservatorio per l’Unione Musicale, Seong-Jin Cho al pianoforte eseguirà musiche di Bach, Schonberg, Schumann, Chopin. Giovedì 12 alle 20.30 e venerdì 13 alle 20 all ‘ auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Robert Trevino e con Itamar Zorman violino e Enrico Dindo violoncello, eseguirà musiche di Brahms. Sabato 14 alle 18 al teatro Vittoria per l’Unione Musicale, il Trio Nenelmeer eseguirà musiche di Schubert e Ravel, con invito all’ascolto di Antonio Valentino. Domenica 15 alle 16.30 al teatro Vittoria , Valentina Coladonato soprano e Annamaria Garibaldi pianoforte, eseguiranno musiche di Bach, Bernstein, Rossini, Pons, Weill, Poulenc, Gershwin, Ravel , Piazzolla. Lunedì 16 alle 20 al teatro Vittoria per l’Unione Musicale, il Quartetto La Clementina eseguirà musiche di Sirmen, Haydn, Boccherini. Mercoledì 18 alle 20.30 al Conservatorio per l’Unione Musicale, il Quartetto Kuss eseguirà musiche di Beethoven, Staud, Schubert. Mercoledì 25 alle 20.30 al Conservatorio per gli 80 anni dell’Unione Musicale, il pianista Arcadi Volodos eseguirà musiche di Bach, Chopin e Schubert. Giovedì 26 alle 20.30 e venerdì 27 alle 20 all’auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Hannu Lintu e con Andrea Cicalese al violino, eseguirà musiche di Stravinskij, Bartòk, Glazuno. Sabato 28 alle 18 al teatro Vittoria, Francesco Gaspardone e Giorgia Marletta pianoforte a 4 mani, eseguiranno musiche di Schumann e Brahms.

Martedì 31 alle 20.30 per la rassegna I Pianisti del Lingotto in Sala 500, la pianista Marie-Ange Ngugi eseguirà musiche di Chopin, Schumann, Ravel, Liszt. Martedì 31 alle 20 al teatro Regio, inaugurazione de “Dialoghi delle Carmelitane”. Opera in 3 atti. Musica di Poulenc. L’Orchestra del Teatro sarà diretta da Yves Abel. Repliche fino a domenica 12 aprile.

Pier Luigi Fuggetta