SOCIOGRAFIA LETTERE DAL PRESENTE
Proseguendo nella mia analisi delle vacanze in Italia, mi sono accorto che tra gli italiani che visitano il Belpaese e gli stranieri che vengono in Italia per le vacanze vi è una differenza abissale. Come ho avuto modo di scrivere più volte, non mi riferisco soltanto al modo di mangiare, alla diversa disponibilità economica o al modo di vestire che, sempre meno rispetto ad un tempo, distinguono gli stranieri dagli indigeni.
Mi riferisco soprattutto alla preparazione con cui vengono in Italia e si apprestano a visitarla, a scattare foto e video che porteranno con sé e mostreranno agli amici, alla razionalità con cui prima di giungere in loco hanno preparato un elenco di cose da visitare, orari, mezzi pubblici, ecc.
Io ho la fortuna di avere amici in molti Paesi stranieri per cui sono avvantaggiato nella preparazione di un itinerario e di un soggiorno ma anche 30 anni fa, nei primi viaggi organizzati senza agenzia, anche in Paesi molto diversi dal nostro come Israele e Albania, studiavo a tavolino ogni dettaglio per poi giungere a destinazione e godermi, per quanto possibile, la vacanza o, se ero lì per lavoro, evitare il più possibile gli imprevisti.
In questi mesi estivi ho osservato molti turisti a Torino, Roma, Puglia, Firenze e sono piacevolmente stupito dalla loro organizzazione: si muovono con i mezzi pubblici, conoscono orari di visita dei principali musei e attrazioni, conoscono la storia di Palazzo Vecchio piuttosto che la nascita del Regno d’Italia, la breccia di Porta Pia o sanno cosa abbia sede al Viminale piuttosto che alla Farnesina, chi sia il capo dello Stato o il Sindaco di Roma.
Anche il tenore delle domande che i turisti pongono è di livello elevato, di chi vuole conoscere dalla voce degli indigeni curiosità e aneddoti, verificare informazioni o confutare dicerie.
La sostanziale differenza è il livello culturale; anche quanti provengono da Paesi meno sviluppati del nostro dimostrano cultura, interesse per la storia e l’arte e, in generale, pongono domande profonde o, quando banali, più che legittime, non stereotipate.
Proprio il livello culturale è ciò che ostacola ogni nostra possibilità di apprezzamento del Paese in cui viviamo: siamo il Paese con più tracce storiche, artistiche e culturali al mondo, abbiamo testimonianze delle innumerevoli invasioni di cui siamo stati vittime, presenti anche nelle minoranze linguistiche (catalani in Sardegna, arbresh in Calabria, ecc.) tuttora vive eppure passiamo indifferenti attraverso tutto ciò.
C’è un Comune nel subappenino Dauno, Lucera, a 18 km da Foggia, la cui popolazione nel Medioevo era al 99% islamica grazie all’importazione di musulmani dalla Sicilia a opera di Federico II di Svevia che vi costruì anche il Castello tuttora presente. Chiedete ai lucerini qualche notizia in merito: se il 5% saprà fornirvele sarà un successo.
Ho abitato per lustri vicino alla Cavallerizza reale in pieno centro a Torino: persino alcuni anziani torinesi ignoravano cosa fosse in origine. Un giorno, un gruppo di asiatici (più giapponesi che cinesi) mi fermarono per chiedermi notizie sul sito tutelato dall’Unesco lì vicino (la Cavallerizza, appunto); immaginate il mio stupore, misto a gioia, perché finalmente qualcuno non lo considerava solo un luogo dove aprire un bar senza licenza, un asilo per sbandati, ma gli rendeva gli onori che meritava.
Ma, appunto, erano stranieri.
Sergio Motta
Ribadisco il concetto che l’arte vada insegnata nel modo più concreto possibile, invitando i ragazzi a guardare le architetture dal vivo -nel limite del possibile ovviamente- e non solo sulle pagine dei libri o attraverso la LIM, convincendoli a toccare colori e materiali, e se anche se ci si sporca un po’ non è un problema. È così che mi piacerebbe poter spiegare alle mie classi il “Barocco”, portando i ragazzi a passeggiare per le vie del centro, fermandoci a commentare e a chiacchierare tra piazza Castello e Piazza Vittorio, desidererei poterli condurre alla Palazzina di Caccia di Stupinigi o alla Basilica di Superga, rendendo loro lo studio un’esperienza concreta e trasformando delle nozioni prettamente storico-artistiche in un autentico ricordo di vita.
Immaginiamo ora di prendere un pullman e di allontanarci dei rumori della città. La nostra direzione è la verdeggiante collina torinese, dove ci aspetta uno dei simboli della città subalpina. La Basilica di Superga, edificata tra il 1717 e il 1731, svolge una duplice funzione, essa è sia mausoleo della famiglia Savoia, sia edificio celebrativo dedicato alla vittoria ottenuta contro l’esercito francese nel 1706. L’edificio svetta su un’altura, la posizione è tipica dei santuari tardobarocchi, soprattutto di area tedesca. L’impianto centralizzato con pronao ricorda il Pantheon, la cupola inquadrata da campanili borrominiani, invece, si ispira a Michelangelo. Nonostante i modelli di riferimento, sono del tutto assenti quelle tensioni tipiche del Buonarroti o dell’arte barocca: il nucleo centrale ottagonale si dilata nello spazio definito dal perimetro circolare del cilindro esterno, perno di tutto l’edificio; da qui si protendono con uguale lunghezza il pronao arioso e le due ali simmetriche su cui si innestano i campanili. Quest’ultima parte è in realtà la facciata del monastero addossato alla chiesa che su uno dei lati corti fa corpo con essa. L’edificio si estende nello spazio e asseconda l’andamento della collina, e diventa un nuovo e interessante punto di osservazione per chi si trova a guardare verso le alture torinesi.
