Rubriche

Sotto l’ombrello Mercury

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CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI ’60

Smash Records” nacque nel 1961 come sottoetichetta di “Mercury”, per la pubblicazione di generi alternativi al “focus” originario dell’etichetta madre. Primo responsabile fu Shelby S. Singleton Jr, con la collaborazione di Charles Fach, che gli subentrò nel 1966-1967. Dopo che “Philips” acquistò “Mercury” e fondò “Fontana” come sussidiaria per la musica internazionale, “Smash Records” diventò etichetta “country” con contributi rock, R&B soul e pop misti.

Shelby S. Singleton Jr nel 1967 uscì da Smash Records e nel 1969 acquistò la “Sun Records” da Sam Phillips.

Smash Records” rimase attiva fino al 1970. Successivamente venne rilanciata più volte, nel 1979, nel 1985 e nel 1989. Nel 1991 “PolyGram” decise di riattivare “Smash Records” nel PolyGram Label Group, con generi del tutto diversi e pienamente commerciali, incentrati sul settore dance. Nel 1992 passò ad “Island Records”, per poi spegnersi del tutto nel 1996.

Si elencano qui i soli 45 giri “Smash Records” di surf, garage rock e psych rock tra 1965 e 1969:

– BOBBY SIMMS “The World Is Funny / You’re My Every, Everything” (S-1980) [1965];

– RON WINTERS “Big Black Bike / My Girl” (S-1987) [1965];

– THE OUTLAWS “Don’t Cry / Only For You” (S-2025) [1966];

– THE SPOTLIGHTS “Dick Tracy / Little Orphan Annie” (S-2031) [1966];

– DEE JAY AND THE RUNAWAYS “Peter Rabbit / Are You Ready” (S-2034) [1966];

– THE SCOTLAND YARDLEYS “Some Guys Have It (Some Guys Never Will [I-II]” (S-2036) [1966];

– THE LEFT BANKE “Walk Away Renee / I Haven’t Got The Nerve” (S-2041) [1966];

– DEE JAY AND THE RUNAWAYS “She’s A Big Girl Now / He’s Not Your Friend” (S-2049) [1966];

– SWINGIN’ MEDALLIONS “She Drives Me Out Of My Mind / You Gotta Have Faith” (S-2050) [1966];

– THE UNDERPRIVILEGED “Come On / You Hurt Me” (S-2051) [1966];

– GARY AND THE HORNETS “Hi, Hi, Hazel / Patty Girl” (S-2061) [1966];

– THE FIVE EMPREES “Gone From My Mind / Hey Diddle Diddle” (S-2065) [1966];

– THE DISTORTIONS “Behind My Wall / A Love That Loves You” (S-2068) [1966];

– THE DELIGHTS “Every Minute, Every Hour, Every Moment / Just Out Of Reach” (S-2072) [1966];

– THE LEFT BANKE “Pretty Ballerina / Lazy Day” (S-2074) [1966];

– SWINGIN’ MEDALLIONS “I Don’t Want To Lose You Baby / Night Owl” (S-2075) [1966];

– THE FIVE CARDS STUD “Once / Beg Me” (S-2080) [1967];

– SWINGIN’ MEDALLIONS “I Found A Rainbow / Don’t Cry No More” (S-2084) [1967];

– THE RAVES “Mister Man / Mother Nature” (S-2088) [1967];

– THE LEFT BANKE “Ivy, Ivy / And Suddenly” (S-2089) [1967];

– THE JET STREAM “All’s Quiet On West 23rd / Crazy Me” (S-2095) [1967];

– THE UPPER CLASS “Help Me Find A Way / Can’t Wait” (S-2096) [1967];

– THE LEFT BANKE “She May Call You Up Tonight / Barterers And Their Wives” (S-2097) [1967];

– THE RAVES “Think Of Your Love / Don’t Chop Down My Tree” (S-2105) [1967];

– SWINGIN’ MEDALLIONS “Turn On The Music / Summer ‘s Not The Same This Year” (S-2107) [1967];

– HALLMARKS “Soul Shakin’ Psychedelic Sally / Girl Of My Dreams” (S-2115) [1967];

– THE SAN FRANCISCO EARTHQUAKES “I Feel Loved / That Same Old Fat Man” (S-2117) [1967];

– THE FRONT END “Eeny Meeny / You” (S-2147) [1967];

– THE RAVES “Everything’s Fire / Sing Children Sing” (S-2162) [1968];

– APPLE “Thank U Very Much / Your Heart Is Free Just Like The Wind” (S-2143) [1968];

– FRIENDS OF THE FAMILY “Can’t Go Home / How You Gonna Keep Your Little Girl Home” (S-2144) [1968];

– THE ONE WAY STREET[S] “Girls, Girls / Yard Dog” (S-2155) [1968];

– SAN FRANCISCO EARTHQUAKE “Fairy Tales Can Come True (Have You Heard About Lucy) / Su Su” (S-2157) [1968];

– THE PURPLE CUCUMBER “Some Kind Of Magic / Green Eyed Song” (S-2163) [1968];

– THE FRONT END “Beverly / Go On Home” (S-2172) [1968];

– THE TEA COMPANY “Flowers / Come And Have Some Tea With Me” (S-2176) [1968];

– SAN FRANCISCO EARTHQUAKE “The March Of The Jingle Jangle People / Bring Me Back A Little Water” (S-2179) [1968];

– THE YELLOW JACKETS “Hi Boy / When I First Saw Her Face” (S-2180) [1968];

– THE BARRACUDAS “No Matter What You Do / Wait For Tomorrow” (S-2181) [1968];

– OX-BOW INCIDENT “Reach Out / Harmonica Man” (S-2189) [1968];

– THE FRONT END “Remember (Walking In The Sand) / The Real Thing” (S-2199) [1968];

– WOODY’S TRUCK STOP “People Been’ Talking / Tryin’ So Hard” (S-2201) [1968];

– ASYLUM CHOIR “Isicle Star Tree / Indian Style” (S-2204) [1969];

– OX-BOW INCIDENT “You Can’t Make Love By Yourself / She’s Gone” (S-2207) [1969];

– THE TROLL “Satin City News / Professor Pott’s Pornographic Projector” (S-2208) [1969];

– SAN FRANCISCO EARTHQUAKE “Everybody Laughed / The Day Lorraine Came Down” (S-2218) [1969];

– FLANAGAN “Spin Spin / Go My Way” (S-2221) [1969];

– PROCESSION “Adelaide, Adelaide / One Day In Every Week” (S-2225) [1969];

– THE ORGAN GRINDERS “Daylight / Mirror Images” (S-2227) [1969];

– THE FAMILY AFFAIR “Let’s Get Together / Crazy Morning” (S-2235) [1969];

– PROCESSION “You – Me / Every American Citizen” (S-2239) [1969];

– THE ORGAN GRINDERS “Babylon / Precious Time” (S-2242) [1969];

– THE LEFT BANKE “Myrah / Pedestal” (S-2243) [1969];

– THE SHERWOODS “No Deposit, No Return / Ride, Baby, Ride” (S-2252) [1969].

Gian Marchisio

Non ho capito ma mi adeguo

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SOCIOGRAFIA    LETTERE DAL PRESENTE

La recente votazione alla Camera circa le preferenze nella legge elettorale ha riaperto, se mai fosse stato chiuso, l’annoso problema dell’ignoranza degli italiani.

Tralasciando i balletti e le richieste della minoranza, che si commentano da sé, sono i commenti sui social la vera pietra dello scandalo.

Persone, che fino a cinque minuti prima ignoravano che si sarebbe votato quel giorno su quell’argomento, che tuonavano contro il Governo (ricordiamo che si vota in Parlamento, non a Palazzo Chigi) sostenendo che il Governo doveva andare a casa. A parte che dovrebbero essere abituati ad avere Governi tecnici, cioè non eletti, che quindi era difficile mandare a casa non essendo legati al voto degli italiani, è palese che qui si ignori totalmente la distinzione tra potete legislativo (Parlamento) ed esecutivo (Governo).

Quelle stesse persone ieri, quando la legge elettorale è stata approvata alla Camera, non hanno proferito verbo, anzi testo, sicuramente tutti molto presi da cose urgenti e non delegabili.

Non posso pensare che tutti siano rinsaviti sulla via di Damasco, e che abbiano capito qualcosa, basterebbe poco, di diritto amministrativo, di diritto costituzionale e, in generale, di come funzionino le cose nella Pubblica Amministrazione.

Io sostengo che stiamo ancora troppo bene, che non ci interessa tutelare i nostri interessi al punto che andiamo dietro a chi fa la voce più grossa, come i topi correvano dietro al pifferaio di Hamelin, perché non obbliga a pensare, a riflettere, a farsi un’idea propria.

Ed il silenzio che segue appena le cose cambiano (vedi approvazione di ieri) non dipende dalla consapevolezza di essersi sbagliati (occorrerebbe avere umiltà e autoironia, che sono doti delle persone intelligenti) ma dal fatto che non sanno più come orientarsi, a chi dare ragione, non riuscendo a capacitarsi di quanto accaduto, proprio perché non comprendendo il fenomeno non ne puoi comprendere gli effetti.

A loro favore vi sono sicuramente un mainstream zoppo, che corre la maratona quando è uno schieramento ad esultare, ma arranca asmatico (se non va addirittura in coma) quando cambia il vento.

D’altra parte, cosa ci si può aspettare da un Paese dove i votanti alle ultime elezioni politiche sono stati il 63,8% degli aventi diritto, registrando il risultato più basso nella storia della Repubblica? Salta subito all’occhio che, stante i risultati ottenuti, gli assenteisti sono stati proprio quelli che ballano sui carri ed esultano alla Camera per poi lamentarsi di aver perso.

Giovenale formulò la famosa locuzione “panem et circenses” per criticare la politica romana di far divertire i cittadini perché, in tal modo, non pensassero ai problemi concreti.

Noi potremmo creare la locuzione “Balla e ridi” a dimostrazione di come qualcuno possa, ancora nel 21° secolo, distrarre i propri elettori perché non si accorgano dell’incapacità di chi hanno votato.

Hoc illis dictum est, quibus honorem et gloriam fortuna tribuit, sensum communem abstulit.

Sergio MOTTA

Il viaggio di Odisseo, il grandioso spettacolo di Christopher Nolan

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PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Quei versi, con l’ondeggiare dei nostri momenti giovanili, li abbiamo amati o scolasticamente sopportati, ce li hanno raccontati con il cuore o con un’asfissiante tiritera, qualcuno ha fatto sì che ci piacesse andare oltre. Poi sono stati Saba e Pascoli, Foscolo e il nostro Gozzano, non ci siamo mai addentrati in Joyce: in seguito arrivarono le terzine senza confini di Dante e “lo maggior corno della fiamma antica” non lo si è più potuto dimenticare, nel suo desiderio e nella sfrontatezza di solcare i mari, di superare le colonne conosciute e vedere la propria nave, “la poppa in suso e la prua ire in giù”, avvitarsi su se stessa per scendere inevitabilmente, definitivamente, nel fondo. Nulla ha potuto trattenerlo, né gli affetti familiari né le lotte e la vecchiaia che dovrebbe rappacificare con se stessi e con il mondo, una nuova partenza quindi. Anche Christopher Nolan, nel proprio mondo d’immagini, e di folgorante scrittura, s’è spinto ben al di là di chi lo ha preceduto, il Camerini degli anni Cinquanta o il televisivo e applaudito Franco Rossi, il dimenticato Pavioli o il recentissimo e apprezzatissimo Uberto Pasolini: ha innalzato la grandezza e la grandiosità di quei dodici episodi, che vanno a formare un avventuroso quanto eroico e lacrimevole viaggio di ritorno da una città distrutta e da una guerra sino alla propria patria, sovvertendo ed eliminando personaggi e narrazioni, ingigantendo, immergendosi appieno negli animi dei tanti personaggi e nel “divertimento” suo e dello spettatore, proponendo in primissimo piano le asprezze e la “maraviglia” dei paesaggi, correndo tra Grecia e Marocco, tra Irlanda e Scozia, al centro delle Egadi e delle Eolie, una abbuffata di immagini felicissime e complete dovute a Hoyte van Hoytema, suo fervido collaboratore – da “Interstellar” a “Dunkirk”, da “Tenet” a “Oppenheimer” che gli messo nelle mani l’Oscar due anni fa -, eccelso nelle aperture come nei chiaroscuri.

Certamente, si sarebbe altresì tentati di muovere a Nolan alcuni rimproveri, di aver distorto, di aver modificato, di aver troppo modernizzato. Quegli eccessivi inseguimenti dell’eroe e dei suoi compagni, obbligati a ogni pie’ sospinto ad andar per monti e per valli; l’eliminazione dei Feaci e dell’ospitale Nausicaa, come dell’apparizione della madre Anticlea nel buio dell’Ade, grande episodio di sentimenti, ridotto al nucleo di un film di zombie; l’aver cancellato il dialogo di Ulisse rivolto a Polifemo con quel “Nessuno” che è messaggio di filosofia e traduzione spiccia allo stesso tempo, mentre il monstrum pare una sorta di lucertolone che ha il potere di alzarsi e di sgusciare e d’afferrare corpi umani per farsene pranzo e cena; soprattutto la scelta di una Elena (e di una Clitennestra fedifraga) – che nel poema, tra l’altro, sarebbe “dalle bianche braccia”- che ha i tratti e il colore dell’Africa di Lupita Nyong’o, soprattutto il sottofinale, che pare un sufflé mestamente sgonfiato, se si pensa che la coppia Odisseo/Penelope, lasciando il regno dell’isola all’erede Telemaco, se ne parte per nave “in esilio”. Sono quei “momenti” che non offendono per nulla – lo ripetiamo – la grandezza e la positività del film di Nolan, magari vanno a fare buona compagnia a quel “quandoque bonus dormitat Homerus”, ovvero a quelli per cui anche l’antico poeta, secondo il buon Orazio, se la prendeva comoda, con qualche desiderio in più di rilassarsi. Va dato merito all’autore ancora una volta di non aver tradito le generali aspettative, d’aver umanizzato quel “nostos” – il viaggio – che lo riporta alla sua petrosa isola (dirà Odisseo “non cercare gli dei negli uomini, rimarrai deluso”; anche la protettrice Minerva, interpretata da Zendaya, è un debole apparizione che arriva timidamente e qua e là a rincuorare il proprio protetto), di non aver troppo scomodato gli interventi divini, eccezion fatta per il truce Poseidone che fa di tutto per vendicare l’accecamento della gigantesca prole, di aver guardato al sudore e al sangue, alla fatica e allo smarrimento, alla sfida e a quel minimo di furbizia rimasta per cui Ulisse va universalmente famoso.

Avremo il ciclope, le sirene incantatrici da cui è necessario nascondere l’udito, la maga Circe, assai meno seduttiva di come l’avevamo studiata, che slunga le facce di quei soldati e li tramuta in porci, Argo e Euriclea che con un solo sguardo tutto comprende in un attimo; abbiamo un frenetico ritmo, incalzante, privo di soste, un meraviglioso frastagliamento di scene e di momenti, li ripercorriamo, ripensati e ingigantiti, e li gustiamo maggiormente, come è il recupero del cavallo ingannatore e l’entrata in Troia, calandosi dalla pancia, con alcuni di quegli eroi che stanno per annegare, i fuochi e le stragi, gli inganni e gli eroismi e le difese, le distruzioni totali, tutto in un prezioso brano di cinema, in un crescendo finale che ricorderemo per un pezzo, accompagnato dalla colonna sonora di Ludwig Göransson, altro prezioso collaboratore, a cui il regista ha chiesto di non fare uso dell’orchestra: Göransson ha noleggiato trentacinque gong di bronzo di dimensioni diverse, li ha registrati, li ha combinati con i sintonizzatori; ha aggiunto inoltre una lira, delle dimensioni di un uomo, venendo incontro al desiderio di Nolan per cui il suo suono coincidesse con quello dell’arco di Odisseo, nella gara che precede la strage dei pretendenti, colpevoli per vent’anni d’aver occupato la sua casa. Avremo l’incastellatura dei tanti dubbi e dell’ambiguità che Nolan non cancella nel protagonista di Matt Damon, capace anche di momenti di poesia oltre che di forza e di tracotanza, semmai accrescendolo della consapevolezza dei suoi umani fallimenti, delle morti dei tanti compagni in primo luogo.

Cast di prim’ordine, da Anne Hathaway a Tom Holland che è Telemaco, qui chiamato a maggior spazio e ad essere meno parvenza burattinesca, da Charlize Theron (lei pronta a rinunciare a quella bellezza che da sempre le conosciamo, Calipso, alla quale esporre i tanti sensi di colpa, forse l’allontanamento più tangibile dal poema, l’ansia del girovagare, lo stupore dei sette anni spesi accanto a lei, con l’inganno) a un bravo John Leguizamo che è il fedele porcaro Eumeo, a un efficace Robert Pattinson che è un Antinoo di anno in anno sempre più attaccato a quel trono che un colpo ben assestato della spada gli farà abbandonare, qui confuso nella carneficina e non prima vittima come Omero aveva descritto. Il consiglio è una visione del film a cui abbandonarsi, un viaggio personale, una riflessione che accompagna lo spettatore lungo i 172’ per nulla avvertibili, in un mare di toni realisticamente cupi ma altresì metaforicamente, modernamente intesi. Gli ultimi respiri – tra morti e moribondi e urla supplici – sono tra le rovine di Troia.

In viaggio con il gabbiano

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Liberato l’ormeggio il battello si preparava a far rotta verso l’isola Pescatori. L’Helvetia si muoveva al rallentatore, restia a prendere il largo

Pareva non voler lasciare l’attracco, confidando nell’accoglienza dell’imbarcadero per prendere fiato e riposare il suo scafo provato da decenni di onorato servizio sulle acque del Verbano.

Ma le due eliche, mosse dalla potenza dei quattrocento cavalli a motore, fecero ribollire l’acqua e pur con un certo rimpianto e di malavoglia, partì. Con me era salita a bordo solo una coppia di stranieri. E più di tre quarti dei posti a sedere erano vuoti. Non c’era da stupirsi. La bella stagione era agli inizi e, per di più eravamo a metà settimana. Il lago era calmo e l’aria appena mossa da una leggera e piacevole brezza. Attraverso il tondo dell’oblò della porta d’accesso al ponte di coperta verso prua, dov’erano stivati i grossi e rigidi salvagenti, vidi un gabbiamo che si era posato vicino ai sugheri. Pur essendo uccelli di mare, diverse colonie di gabbiani vivono sui grandi laghi del nord, dal Maggiore al Garda. E quello lì,con una certa insistenza, mi guardava fisso con i suoi occhietti mobili. Ritto sulle zampette, se ne stava con fare allegro appollaiato sul parapetto, le lunghe ali raccolte, muovendo il becco   adunco e robusto. Sembrava mi parlasse, intendesse comunicare, desideroso di dispensare un saluto. Lo guardavo anch’io con curiosità. Forse troppa perché, qualche minuto dopo, prese il volo e si diresse verso il largo, lanciando le sue grida un po’ rauche. Il battello, dopo la breve navigazione stava per giungere all’attracco sull’isola quando un gabbiano planò sul ponte e mi fissò a lungo. Pareva in tutto e per tutto lo stesso di qualche istante prima che forse, con gesto garbato e cortese,non voleva far mancare un saluto prima dello sbarco.

Marco Travaglini

La notte delle lucciole: quelle piccole luci che continuano a brillare dentro di noi

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono estati che sembrano destinate a durare per sempre. Hanno il profumo dell’erba appena tagliata, il rumore delle biciclette che sfrecciano tra le vie di un piccolo paese e la certezza, tutta adolescenziale, che nulla potrà mai cambiare. Poi arriva il momento in cui la vita prende una direzione diversa e ci si accorge che anche i legami più forti devono fare i conti con il tempo. È da questa consapevolezza che nasce La notte delle lucciole, il nuovo romanzo di Marco Magnone pubblicato da Mondadori.
Teresa e Diego sono cresciuti insieme in un paese della Toscana. Hanno condiviso giochi, confidenze e sogni, costruendo un’amicizia così profonda da sembrare indissolubile. Ma quando Diego decide di frequentare il liceo a Firenze, la distanza inizia lentamente a cambiare gli equilibri. Nella nuova città il ragazzo conosce Asia, e tra i due nasce un sentimento intenso, travolgente, tipico del primo amore. Tre adolescenti, tre sguardi diversi e una notte destinata a lasciare un segno indelebile nelle loro vite.
Marco Magnone sceglie di raccontare questa storia alternando le voci di Teresa e Asia, una scelta narrativa che permette al lettore di osservare gli stessi eventi da prospettive differenti. Nessuno ha davvero torto, nessuno ha davvero ragione. Ognuno vive il proprio dolore, le proprie speranze e quella difficile ricerca di un posto nel cuore delle persone che ama.
Ciò che colpisce maggiormente non è tanto la vicenda in sé, quanto il modo in cui viene raccontata. Magnone possiede una rara capacità: sa entrare nel mondo degli adolescenti senza filtri e senza paternalismi. Le emozioni dei suoi protagonisti non vengono mai sminuite, perché a quattordici anni ogni scelta sembra definitiva, ogni attesa infinita e ogni delusione capace di cambiare il mondo.
Mentre leggevo questo romanzo, mi sono ritrovata a pensare a quanto spesso, anche da adulti, continuiamo a rincorrere ciò che eravamo. Crescere significa inevitabilmente lasciare indietro qualcosa: un luogo, un’amicizia, un sogno o semplicemente una versione di noi stessi. Eppure sono proprio quei ricordi a renderci le persone che siamo diventati.
Le lucciole del titolo diventano allora una metafora bellissima. Compaiono nel buio solo per pochi istanti, ma riescono a illuminare la notte. Così fanno anche certi incontri nella nostra vita: magari durano poco, ma lasciano una luce che continua ad accompagnarci molto tempo dopo.
Nato ad Asti nel 1981, Marco Magnone è oggi una delle voci più autorevoli della narrativa italiana per ragazzi. Partner & Chief Editor di Book on a Tree, collabora alla direzione artistica dei festival Mare di Libri e Storie in Cammino ed è autore di numerosi romanzi di successo, tra cui La mia estate indacoLa guerra di CelesteFino alla fine del fiato e, insieme a Fabio Geda, le fortunate saghe Berlin e I segreti di Acquamorta.
La notte delle lucciole è un romanzo che parla ai giovani lettori, ma riesce a toccare anche il cuore degli adulti. Perché, in fondo, tutti abbiamo avuto una “notte delle lucciole”: un momento che sembrava destinato a durare per sempre e che invece è rimasto custodito soltanto nei ricordi. E forse è proprio questo il potere delle storie più belle: ricordarci che alcune luci, anche quando sembrano spegnersi, continuano a brillare dentro di noi.
MARZIA ESTINI

Amelia e le tristi letture

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Amelia aveva circa quarant’anni ma ne dimostrava almeno venti di più. Colpa dei capelli incanutiti precocemente e della schiena curvata dalla fatica del lavoro nel cotonificio.

Quanta strada aveva fatto su e giù nei reparti dello stabilimento, tra le spole dei telai  e  le balle di cotone. Non si era certo risparmiata in quel duro lavoro ma nemmeno aveva avuto alternative perché doveva pur guadagnarsi da vivere dopo essere rimasta orfana di entrambi i genitori. Quel pane amaro, con la fatica e il sudore della fronte come companatico, se lo era guadagnato per intero, dal giorno in cui aveva compiuto undici anni, varcando il cancello dello stabilimento. Le donne nel cotonificio lavoravano tanto e guadagnavano poco. Tutti i giorni, dal lunedì al sabato, dalle 7,30 alle 12,00 e dalle 13,30 alle 18,00. Nei mesi freddi dell’inverno entravano che era ancora scuro e uscivano quando ormai era calato il buio. A quel tempo anche le biciclette erano una rarità e molte, come Amelia, abitavano lontano e dovevano compiere lunghi tragitti a piedi, calzando gli zoccoli in tutte le stagioni e con ogni tempo. C’era chi lo chiamava “il calvario delle femmine” e non c’era in quella definizione nulla d’esagerato. La puntualità e la precisione erano fondamentali. A chi tardava anche di pochi minuti  veniva tolta un’ora di salario e se veniva compiuto un errore sul lavoro si era costretti a pagare una multa che veniva detratta dalla paga. Anche Amelia aveva iniziato, come tutte, dalle mansioni più semplici. Lei e le altre ragazzine erano state ausiliarie, attaccafili e spolatrici e poi, dopo un rapidissimo apprendistato, messe al telaio. Si era fatta donna in fabbrica, contribuendo con il proprio lavoro  al sostentamento della famiglia della zia Carla. Aveva fatto i conti con quella dura realtà subendo torti e soprusi, ingoiando rospi in silenzio ma mai  aveva perso l’allegria e l’ironia ereditate dalla sua povera mamma. Nel tempo aveva ottenuto la qualifica di maestra e con quella la responsabilità di insegnare il lavoro alle altre, verificando che non commettessero errori, rispettando tempi e ritmi nell’opificio. Cercava sempre di essere di manica larga, raramente alzava la voce e aiutava le ragazze a trarsi d’impaccio quand’era necessario. Anche per questo era ben voluta e ascoltata. A volte prendeva in giro le più giovani e, in fondo anche se stessa, raccontando una storia di grande dolore e affanno. “Care ragazze, ogni sera apro un libro che mi è molto caro e ogni pagina che leggo mi strappa lacrime e sospiri”. Le ragazze , incuriosite, si stringevano attorno a lei in un capannello. E si chiedevano quale mai fosse questo libro che squassava il cuore della signora Amelia che era una donna fatta e non era certo nell’età dei facili turbamenti. Che storie vi si narravano? Imbrogli amorosi? Intrighi, sotterfugi, indicibili trame che provocavano inconfessabili pensieri? E chi erano gli autori? Era la letteratura rosa di Liala o  l’umorismo un po’ osé di Pitigrilli? O si trattava forse di un racconto di Carolina Invernizio? Amelia lasciava che la loro fantasia corresse, che sognassero a occhi aperti. Cosa costava immaginare d’essere protagoniste di quelle storie dove le eroine erano sempre povere e romantiche, a volte coraggiose e decise, ben disposte a credere nei grandi amori anche se spesso celavano cocenti delusioni che lasciavano i cuore infranti? Non era un peccato regalare speranze, e a volte illusioni, a gente semplice che aveva bisogno di sognare per dimenticare per un istante la dura realtà di tutti i giorni. Ma poi, per non tirarla troppo per le lunghe, svelava il mistero. Quel libro s’intitolava “Lina Curletti,alimentari e affini”. Negli anni che precedettero la guerra anche Amelia, come tante,  faceva la spesa con il libretto. Tanto le serviva e tanto comprava, ben attenta a non fare un passo che fosse più lungo della gamba.La signora Lina,proprietaria dell’emporio dove si trovava un po’ di tutto, dal cibo al sapone, dalle scope di saggina alle candele, segnava gli acquisti e le relative cifre sulle pagine a righe del quadernetto con la copertina nera dove, nell’unico rettangolino bianco, erano scritti il nome e cognome del proprietario e quello del negoziante. Nel suo caso, con una calligrafia chiara e pulita, si leggeva in inchiostro blu il suo come e cognome – Amelia Donati – accanto a quello della Curletti. Fare la spesa con il libretto era un sistema di pagamento posticipato a fine mese, quando arrivava lo stipendio.Si “segnava” sulle pagine l’importo della spesa,generalmente sostenuto presso l’unico esercizio commerciale del paese. Era un credito che il negoziante faceva al cliente sulla fiducia, riempiendo di cifre e parole le righe,giorno dopo giorno. La sua lettura rappresentava un richiamo costante alla realtà e alla consapevolezza che spesso i denari erano scarsi e mancava “il due per far tre” nelle povere tasche di chi viveva del proprio lavoro. Per questa ragione i sospiri e lacrime erano ben più sentiti di quelli che poteva suscitare un romanzo d’appendice. E le risate delle ragazze, di fronte a questa storia, tradirono un po’ di quell’amaro che la vita riserva ogni giorno a chi deve con fatica mettere insieme il pranzo con la cena. E Amelia offrì alcune delle caramelle “Rossana” che portava in tasca per “donare quell’ attimo di dolcezza” che almeno per un istante scacciasse via quella nota di malinconica tristezza.

 

Marco Travaglini

(Foto di Aplasia Wikipedia)

Sapore di mare: gratin di pesce in conchiglia

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Una preparazione dedicata ad un momento di festa che soddisfera’ anche i palati piu’ raffinati

Eccovi una proposta deliziosa a  base di pesce per  un antipasto originale e d’effetto. Una ricetta delicata, un’armonia di sapori resi ancora piu’ invitanti dalla presentazione in conchiglie di capesante, una preparazione dedicata ad un momento di festa che soddisfera’ anche i palati piu’ raffinati.

 

Ingredienti per 8 persone:

300gr. di filetto di nasello

300gr. di salmone fresco

10 code di gaberoni

250gr. di besciamella

100gr. di parmigiano grattugiato

100gr. di emmenthal

Sale, pepe, prezzemolo q.b.

Cuocere a vapore il nasello, il salmone e le code di gambero, lasciar raffreddare. In una ciotola sminuzzare il pesce, salare, pepare, aggiungere tre cucchiai di parmigiano, l’emmental tagliato a cubetti, il prezzemolo tritato e la besciamella. Mescolare con cura, riempire con il composto ottenuto i gusci delle capesante, cospargere di parmigiano e infornare a 200 gradi per 10 minuti poi lasciar gratinare sotto il grill sino a completa doratura. Servire la conchiglia calda su un letto di insalatina.

 

Paperita Patty