Una deliziosa variante vegetariana della tradizionale pasta al forno.
Senza pomodoro, ma ugualmente ricca di sapore. Un primo piatto ghiotto ed originale.
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Ingredienti
300gr.di pasta corta
1 porro
2 carote
300gr. di verza
200gr.di zucca
1 piccola melanzana
500ml. di besciamella
1 mozzarella
200gr. di prosciutto cotto
Parmigiano grattugiato q.b.
Olio, sale, pepe, noce moscata
Preparare le verdure, tagliarle a piccoli pezzi e stufarle per 20 minuti in padella con un poco di sale. Lasciar raffreddare e mescolare con il prosciutto cotto tritato, il pepe, la noce moscata ed il pepe. Preparare la besciamella con mezzo litro di latte.
Lessare la pasta al dente.
Mescolare la pasta con le verdure e la mozzarella a tocchetti, trasferire il tutto in una terrina imburrata, coprire con la besciamella e in ultimo cospargere con il parmigiano grattugiato.
Passare in forno a 200 gradi per circa 15/20 minuti, finche’ si sarà formata una crosticina dorata.
Paperita Patty
Ribadisco il concetto che l’arte vada insegnata nel modo più concreto possibile, invitando i ragazzi a guardare le architetture dal vivo -nel limite del possibile ovviamente- e non solo sulle pagine dei libri o attraverso la LIM, convincendoli a toccare colori e materiali, e se anche se ci si sporca un po’ non è un problema. È così che mi piacerebbe poter spiegare alle mie classi il “Barocco”, portando i ragazzi a passeggiare per le vie del centro, fermandoci a commentare e a chiacchierare tra piazza Castello e Piazza Vittorio, desidererei poterli condurre alla Palazzina di Caccia di Stupinigi o alla Basilica di Superga, rendendo loro lo studio un’esperienza concreta e trasformando delle nozioni prettamente storico-artistiche in un autentico ricordo di vita.
Immaginiamo ora di prendere un pullman e di allontanarci dei rumori della città. La nostra direzione è la verdeggiante collina torinese, dove ci aspetta uno dei simboli della città subalpina. La Basilica di Superga, edificata tra il 1717 e il 1731, svolge una duplice funzione, essa è sia mausoleo della famiglia Savoia, sia edificio celebrativo dedicato alla vittoria ottenuta contro l’esercito francese nel 1706. L’edificio svetta su un’altura, la posizione è tipica dei santuari tardobarocchi, soprattutto di area tedesca. L’impianto centralizzato con pronao ricorda il Pantheon, la cupola inquadrata da campanili borrominiani, invece, si ispira a Michelangelo. Nonostante i modelli di riferimento, sono del tutto assenti quelle tensioni tipiche del Buonarroti o dell’arte barocca: il nucleo centrale ottagonale si dilata nello spazio definito dal perimetro circolare del cilindro esterno, perno di tutto l’edificio; da qui si protendono con uguale lunghezza il pronao arioso e le due ali simmetriche su cui si innestano i campanili. Quest’ultima parte è in realtà la facciata del monastero addossato alla chiesa che su uno dei lati corti fa corpo con essa. L’edificio si estende nello spazio e asseconda l’andamento della collina, e diventa un nuovo e interessante punto di osservazione per chi si trova a guardare verso le alture torinesi.


Il ruolo del sindacato, storicamente, passa attraverso la contrattazione, il dialogo con le parti sociali e con il Governo di turno, la rivendicazione dell’autonomia di giudizio e in ultimo, ma non per ordine di importanza, la ricerca di tutte le vie possibili per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. Anche e sopratutto nei luoghi di lavoro. Eppure queste precondizioni non sempre hanno avuto vita facile in questi ultimi tempi nel sindacato italiano. Anzi, chi ha cercato di perseguire sino in fondo quella strada ha dovuto subire attacchi di tutti i generi. E allora, per uscire dalla metafora, non possiamo non evidenziare che oggi quelle precondizioni basilari – nonchè tradizionali – sostenute e praticate concretamente dalla Cisl in questi ultimi anni stanno trovando consensi sino a ieri insperati. Non è un mistero per nessuno se oggi registriamo che anche la Cgil, il tradizionale “sindacato rosso” del nostro paese che in questi ultimi tempi – con la gestione di Landini – si è, di fatto, trasformato in una organizzazione politica in aperto sostegno alla coalizione del ‘campo largo’, sta lentamente abbandonando la logico del conflitto e del pregiudizio a vantaggio di una posizione che rilancia l’obiettivo dell’unità sindacale. È di tutta evidenza che l’obiettivo dell’unità sindacale non si può concretamente perseguire attraverso la riproposizione del conflitto permanente, della “rivolta sociale”, dell’attacco sistematico al nemico politico – ovvero al Governo se non è della propria parte politica – e contrastando ferocemente tutto ciò che non rientra nel proprio progetto politico. Di partito o di coalizione poco cambia al riguardo. Ovvero, e detto con maggiore chiarezza, non si può più tollerare un sindacato che sostituisce, o supplisce, il ruolo e la funzione di un partito politico e si comporta come se facesse parte quotidianamente di una coalizione politica. Del resto, ed oggettivamente, la Cgil in questi ultimi tempi si è comportato come un partito politico al punto che non si capiva se era il sindacato che dettava l’agenda politica al partito e alla coalizione di riferimento o se era l’alleanza del ‘campo largo’ che indicava al sindacato la strada da seguire. Comunque sia, un cortocircuito che ha danneggiato, a mio parere, sia il sindacato e sia la politica. Ora, almeno così pare sino a prova contraria, si sta lentamente aprendo un’altra pagina. L’importante conclusione del congresso nazionale della Uil da un lato e la partecipazione delle principali confederazioni sindacali al tavolo aperto in Confindustria dall’altro, confermano che il processo dell’unità sindacale sta, seppur lentamente e tra molte contraddizioni, recuperando consensi ed importanza. Purchè, e questa è la scommessa decisiva, si persegua sino in fondo la strada dell’autonomia del sindacato uscendo da quella subalternità politica che rischia di incrinare la credibilità e la stessa autorevolezza del sindacalismo italiano. Ecco perchè, e senza alcuna piaggeria, possiamo tranquillamente arrivare alla conclusione che la posizione mantenuta dalla Cisl in questi anni, rischiando anche l’impopolarità perchè fedele al ruolo tradizionale del sindacato senza piegarsi a nessun “politicamente corretto” o alla vulgata della “religione” progressista , alla fine ha pagato in termini di credibilità e di trasparenza. E questo per la semplice ragione che, per dirla con uno storico leader sindacale e politico del nostro paese, Franco Marini, “senza l’unità sindacale è lo stesso sindacato che è destinato a perdere peso e credibilità nel paese”. Adesso, quindi, va recuperato il terreno perduto. Senza ulteriori equivoci e tentennamenti.