Rubriche

La giusta severità della maestra Pedrelli

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Quando mi hanno detto che la maestra Pedrelli è andata via dal paese ho provato una grande tristezza. Ora sta nel ricovero per anziani, tra le colline. Non che la notizia sia giunta inaspettata: dopotutto, pur essendo arrivata quasi a novant’anni ancora lucida, aveva da tempo dei problemi alle gambe che le impedivano di far da sola.

Andrò a trovarla, la mia maestra. Lo farò perché ogni volta che passo davanti al vecchio edificio delle scuole elementari il pensiero corre a lei, rigorosa ed esigente, sempre vestita con abiti quasi monacali e dotata di una incrollabile fede nel fatto che ci avrebbe, volenti o nolenti, insegnato a leggere, scrivere e far di conto. Era severa, la Pedrelli, ma giusta. Una sola volta perse del tutto la pazienza, quando prese Riccardo per le orecchie , gridandogli “esci dal banco“, tirandolo energicamente. Ricordo la scena: quello resisteva, avvinghiandosi al doppio banco come un polipo. Era uno di quei banchi di una volta, a due posti, con i buchi per infilarci il calamaio. Era pesante, pesantissimo. La maestra, rossa in volto, lo tirava per le orecchie. Riccardo, a denti stretti, con le labbra bianche per il dolore e le orecchie ormai violacee, non mollava la presa. Toccò alla Pedrelli gettare la spugna e chiamare a gran voce il bidello perché accompagnasse il mio compagno di classe al giusto castigo, dietro alla nera lavagna d’ardesia. Se avesse insistito ancora un po’, le orecchie di Riccardo le sarebbero rimaste in mano. E, nonostante le avesse infilato un rospo ripugnante nella borsetta, non meritava il distacco dei padiglioni auricolari. Per quanto mi riguarda, a scuola mangiavo le matite. Rosicchiavo il rivestimento di legno  fino alla mina e a vlte rimaneva l’ombra della grafite sulle  labbra. Mi rimproverava ma quel vizio era più forte di me. Una perdizione.  C’è voluto del tempo per  farmelo passare anche se alle matite sostituii le unghie delle mani. Le povere unghie , indifese, diventarono il bersaglio contro il quale mi scagliavo quando dentro di me si agitavano paure, disagi e insoddisfazioni. Sarà pure un brutto vizio ma, credetemi, faceva meno male che mangiarsi le matite. Per raggiungere la scuola di strada non dovevo farne tanta. Dalla casa di ringhiera al centro della frazione c’era, più o meno, un chilometro. Scendevo fino al “triangolo”, un prato cintato da un muretto basso che formava quella forma geometrica, dividendo  in due la strada. A destra il lungo il viale alberato che portava al crocevia, al Circolo Operaio e alla vecchia passerella sul Selvaspessa. A sinistra si finiva dritti nel “cuore” del paese. La cartella, a quei tempi, non pesava come quelle dei ragazzini di oggi che viaggiano piegati in due sotto il peso degli zaini affardellati. Avevo avuto la fortuna di ereditarne, da uno zio, una di pelle. Era consumata ( oggi si direbbe “vissuta”)  ma faceva ancora egregiamente la sua parte ospitando la coppia di quaderni a righe e a quadretti, il sussidiario, la cannuccia e i pennini, la matita e la gomma bicolore. Fino all’avvento della cinghia d’elastico, sono andato avanti così, sfruttandone la comodità. Ovviamente avevo il mio bel grembiule blu con un gran fiocco bianco che, immancabilmente, scioglievo senza riuscire a rifarlo: tant’è che la maestra incaricava Laura – più grandicella di un anno –  a rifarmi la galla. Lei, a dire il vero, sembrava ben contenta di quest’incombenza e io la lasciavo fare,  ringraziandola a denti stretti, più per timidezza che per imbarazzo. A quell’epoca, con i capelli tagliati corti e con la riga di lato, mi pareva di mettere in evidenza un orecchio a sventola. Uno solo, il sinistro che, pur essendo appena pronunciato – a causa  della postura a cui ero stato costretto quando avevo pochi mesi di vita, causa una lunga degenza ospedaliera per una brutta gastroenterite – mi pareva un orribile difetto al punto da paragonarmi al brutto anatroccolo. Così cercavo di pareggiare i miei limiti studiando a testa bassa. Quando suonava la campanella, entrava in classe l’insegnante. Tutti in piedi, di scatto, cantilenando un “Buongiorno, signora maestra” accompagnato dall’immancabile preghiera del mattino. Mi annoiavo alle prime prove di scrittura, sotto dettato: pagine di aste e dirampini per imparare a fare il punto interrogativo, seguite a ruota dai cerchi tondi delle “o” a cui s’aggiungeva una timida gambetta in basso a destra per trasformarle in “q di quaderno“. M’annoiavo perché sapevo già leggere e scrivere grazie alla Tv, al maestro Alberto Manzi e alla sua trasmissione “Non è mai troppo tardi“. Realizzate allo scopo di insegnare a leggere e a scrivere agli italiani che avevano superato l’età scolare per contrastare l’analfabetismo, le trasmissioni del maestro Manzi ( che accompagnava le sue parole con degli  schizzi a carboncino su una lavagna a grandi fogli bianchi ) erano di una  semplicità disarmante e anch’io, a poco più di cinque anni, avevo imparato a tenere in mano la penna e ad usare le lettere dell’alfabeto per formare le parole. Sono stati anni felici quelli passati a scuola con la maestra Pedrelli. Ne conservo un buon ricordo, forse annebbiato e ammorbidito dal tempo, ma credo che siano stati davvero così. Del resto, l’età dei bambini è quella per cui si prova la maggior nostalgia e anche i doveri erano tollerati. Ricordo i giochi durante l’intervallo quando – vocianti – invadevamo come delle cavallette il giardino spelacchiato della scuola, dove allo scalpiccio delle nostre scarpe resistevano solo rari e tenaci ciuffi d’erba. Ricordo la pazienza di Giulio Stracchini, operaio del comune addetto alla caldaia che durante inverno alimentava con ciocchi di legno e pezzi di carbone. I più disperati gli nascondevano il berretto per scherzo ma lui non se la prendeva mai: faceva finta di minacciarli, agitando la mano aperta, ridendo con bonomia sotto quei suoi baffoni grigi. E i bidelli? La signora Lia e il signor Gianni: quanta pazienza anche loro. Dovevano pulire le aule, ramazzare i corridoi e sovrintendere al buon funzionamento della scuola. Oggi non ci sono più  ma sono certo che, per aver dovuto sopportare generazioni di ragazzini, si saranno certamente guadagnati un posto tranquillo nel paradiso dei bidelli, dove si può lavorare a maglia o leggere il giornale senza che nessuno dia loro il benché minimo grattacapo. I ricordi me li ravvivano alcuni dei compagni di scuola di allora con i quali, talvolta, ci si incontra per strada. E poi c’è la maestra Pedrelli. Uno di questi giorni andrò a trovarla alla casa di riposo. Sono pronto a scommettere che, dopo avermi salutato, il suo sguardo si poserà sulle mie mani e mi dirà, con tono critico: “Ma come? Ti mangi ancora le unghie, alla tua età?”.

Marco Travaglini

La bellezza di ciò che non suona perfetto, nel nuovo libro di Alessandro Baricco

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri che parlano di musica, e poi ci sono libri che, mentre raccontano la musica, finiscono per raccontare noi.
Con Breve storia eretica della musica classica, Alessandro Baricco torna a fare ciò che gli riesce meglio: prendere ciò che crediamo di conoscere e spostarlo leggermente, quel tanto che basta per farci vedere tutto da un’altra prospettiva.
Torinese, autore tradotto in tutto il mondo, Baricco è noto per la sua capacità di muoversi tra narrativa e saggistica con uno stile riconoscibile e profondamente evocativo. Fondatore della Scuola Holden, ha sempre raccontato storie che interrogano il presente, mantenendo uno sguardo libero e mai convenzionale.
Breve storia eretica della musica classica non è un saggio nel senso tradizionale del termine. Non è una linea ordinata di date, correnti e compositori. È, piuttosto, un attraversamento. Un viaggio che parte da un tempo in cui il suono era ancora mistero – eco del divino, vibrazione primordiale – e arriva fino a noi, alle nostre playlist, ai nostri modi di ascoltare distratti e veloci.
Baricco racconta la musica come un tentativo umano, antico e ostinato, di dare forma al caos. Di costruire ordine là dove esiste solo rumore. Ma proprio qui introduce la sua “eresia”: quell’ordine, così necessario, porta con sé una perdita. Perché nel momento in cui il suono si organizza, qualcosa del suo disordine originario – e quindi della sua vitalità – si dissolve.
E allora il punto non è più solo la musica.
È l’essere umano.
Tra i passaggi più intensi, quello dedicato all’Opera segna una svolta emotiva. È lì che la musica, secondo Baricco, decide di uscire da sé stessa per incontrare il corpo, la voce, la collettività. Non più solo forma, ma carne. Non più solo perfezione, ma tremore. Il teatro d’opera diventa il luogo in cui la distanza tra chi crea e chi ascolta si accorcia, fino quasi a scomparire.
In questo percorso, i grandi nomi della storia musicale – da Bach a Beethoven, fino a Mahler – non sono trattati come icone lontane, ma come protagonisti di una narrazione viva, quasi epica. Non mancano sguardi spiazzanti: alcuni compositori diventano “agricoltori di suoni”, altri stilisti raffinati, altri ancora rivoluzionari capaci di liberare e, allo stesso tempo, imporre nuove regole.
È una storia che non segue una linea retta.
È una mappa.
Una mappa fatta di tappe evocative: dalla musica sacra e monodica, alla complessità della polifonia, fino al “Big Bang” delle forme classiche e alla frammentazione contemporanea, dove tutto si mescola, si contamina, si trasforma. Una diaspora sonora che somiglia molto al nostro tempo.
Il termine “eretica”, allora, non è provocazione fine a sé stessa. È una dichiarazione di libertà. È la scelta di stare ai margini, di non accettare una narrazione unica, di ascoltare anche ciò che solitamente viene escluso. E in questo gesto c’è qualcosa che va ben oltre la musica: c’è una riflessione profonda sulla nostra necessità di uscire dagli schemi, anche mentali.
Leggendo, viene naturale pensare alla mente come a un’orchestra: capace di armonia, sì, ma fatta di strumenti diversi, tempi diversi, spesso in contrasto tra loro. E se la cultura tende a cercare la perfezione, l’accordo, la forma impeccabile, Baricco ci ricorda che anche la dissonanza ha un suo valore. Anzi, forse è proprio lì che nasce la possibilità di evolvere.
In un presente che ci chiede continuamente ordine, velocità, chiarezza, questo libro si muove in direzione opposta. Difende il diritto al disordine. E in questo c’è qualcosa di sorprendentemente liberatorio. Quasi terapeutico.
Non è, però, un libro per tutti. La scrittura, affascinante ma a tratti ellittica, richiede disponibilità ad abbandonarsi, più che a capire. Non è un manuale, né vuole esserlo. È un testo per chi accetta di perdersi, per poi – forse – ritrovarsi in un ascolto diverso.
Perché, in fondo, la domanda che resta non è “che cos’è la musica?”, ma:
perché continuiamo ad averne bisogno?
E forse la risposta sta proprio lì, in quelle imperfezioni che cerchiamo di correggere ogni giorno. In quelle stonature che vorremmo eliminare. Baricco sembra suggerirci di fare il contrario: ascoltarle. Accoglierle. Riconoscerle come parte viva di ciò che siamo.
Perché senza dissonanza, non esiste davvero armonia.
E senza un po’ di disordine, forse, non esiste nemmeno la vita.
MARZIA ESTINI

Note di Classica. Il duo Shoji-Cascioli, Anne-Sophie Mutter e Emanuel Ax, le “stelle” di Maggio

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Mercoledì 6 alle 20.30 al conservatorio per l’Unione Musicale, Sayaka Shoji violino e Gianluca Cascioli pianoforte, eseguiranno musiche di Mozart, Schumann-Dietrich-Brahms, Dallapiccola, Brahms. Sempre mercoledì 6 alle 19.30 al teatro Regio, debutto de “I Puritani”. Opera seria in tre atti . Musica di Vincenzo Bellini. L’Orchestra del teatro Regio sarà diretta da Francesco Lanzillotta. Repliche fino a domenica 17.

Giovedì 7 alle 20.30 e venerdì 8 alle 20 all’ auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Robert Trevino e con Sergey Khachatryan al violino, eseguirà musiche di Weber, Bruch, Schonberg. Mercoledì 13 alle 20.30 al conservatorio per l’Unione Musicale, Lila violoncello e Martina Consonni pianoforte, eseguiranno musiche di Beethoven Janacek, Chopin. Mercoledì 20 allle 20.30 al conservatorio, il Quartetto Faurè eseguirà musiche di Mahler, Faurè e Brahms.

Giovedì 21 alle 20.30 e venerdì 22 alle 20, all’auditorium Toscanini l’orchestra Rai diretta da Han-Na Chang e con Pablo Ferràndez violoncello, eseguirà musiche di Schumann e Dvorak. Venerdì 22 alle 20.30 all’auditorium Agnelli, per Lingotto Musica, la Royal Philharmonic Orchestra diretta da Vasily Petrenko e con Anne-Sophie Mutter violino, eseguirà musiche di Beethoven e Mahler. Giovedì 28 alle 20.30 e venerdì 29 alle 20, all’auditorium Toscanini l’orchestra Rai diretta da Andrès Orozco-Estrada e con Emanuel Ax al pianoforte, eseguirà musiche di Marino, Mozart e Richard Strauss.

Pier Luigi Fuggetta

I "tumin al verd", un classico piemontese

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I tomini freschi di latte vaccino a pasta morbida, dal gusto leggermente acidulo, hanno origini antichissime e spiccano tra i tipici antipasti della cucina piemontese.

I classici – tumin al verd – preparati con ingredienti semplici come prezzemolo, acciughe, aglio e peperoncino ci permettono di preparare una ricetta particolarmente stuzzicante, perfetta per una cena autunnale da consumare con gli amici in allegria.

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Ingredienti

 

1 rotolo di tomini freschi

1 mazzetto di prezzemolo

1 spicchio di aglio

4 filetti di acciuga sott’olio

1 peperoncino piccante

1 tuorlo d’uovo sodo

1 pezzettino di pane secco

Sale, aceto bianco, olio evo q.b.   

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Per preparare il bagnetto verde, mettere a bagno il pezzetto di pane nell’aceto, lavare bene il prezzemolo, asciugarlo e tritarlo con la mezzaluna, aggiungere i filetti di acciuga, l’aglio, il peperoncino, il tuorlo ed il pane ben strizzato dall’acetoaggiustare di sale e aggiungere l’olio. Mescolare il tutto con cura e disporre sopra ai tomini precedentemente tagliati a fette. Servire a temperatura ambiente con un buon bicchiere di vino rosso piemontese.

Paperita Patty

Dolci pere caramellate

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Le pere caramellate hanno il sapore dei ricordi della nostra infanzia, ricordi di cose semplici e genuine. Le pere, aromatizzate da spezie e vino rosso delicatamente avvolte da un dolce e profumato sciroppo saranno un fine pasto all’insegna della bonta’e della dolcezza.

Ingredienti

6 pere Kaiser

200ml di vino rosso

100ml di acqua

100gr. di zucchero

1 stecca di cannella

2 chiodi di garofano

Scorza di limone

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Sistemare le pere ben lavate in una pentola stretta, in modo che rimangano in piedi, aggiungere il vino, lo zucchero, la scorza del limone e le spezie. Portare a bollore, lasciar sfumare il vino, aggiungere l’acqua e cuocere a fuoco lento per circa 20 minuti, rigirando le pere di tanto in tanto. A cottura avvenuta, togliere le pere e lasciarle raffreddare, filtrare il liquido e farlo ridurre a sciroppo. Servire le pere nappate con lo sciroppo.

Paperita Patty

Rock Jazz e dintorni a Torino. Il Duo Dalia-Gibboni e Leo Gassman

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Martedì. Per la rassegna Seven Springs alla Scuola Holden, il duo composto da Carlotta Dalia alla chitarra e da Giuseppe Gibboni al violino, eseguirà musiche di Paganini e Albèniz & Piazzolla. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce Mario Sturniolo.

Mercoledì. All’Hiroshima è di scena Leo Gassman. All’Osteria Rabezzana suona il Panattoni Jazz Combo.

Al Blah Blah si esibiscono i Bestiame.

Giovedì. All’Hiroshima è di scena il Duo Bucolico. Al teatro Esedra va’ in scena “Novecento- la leggenda del pianista sull’oceano”. Concerto con arrangiamenti e musica del trombettista jazz Felice Reggio con la cantante Donatella Chiabrera e con la narrazione e regia di Maurizio Fiori. Allo Spazio 211è di scena Giorgio Canali. Al Blah Blah concerto del Trio Marciano. Allo Ziggy suonano i The Devil’s Trade preceduti dagli Electric Wires.

Venerdì. Al Circolino si esibisce il A Planet to Save Jazz Trio. All’Hiroshima è di scena il rapper Mondo Marcio. Al Magazzino sul Po suonano i Cigno. Allo Spazio 211 si esibisce Filippo Gatti e Riccardo Sinigallia. Allo Ziggy sono di scena i Koldbrann.

Sabato. Al teatro Concordia di Venaria si esibisce Tredici Pietro. Al Magazzino sul Po suona la Mixtura Orchestra.

Domenica. Al Magazzino sul Po sono di scena Maximilian + Nuelle.

Pier Luigi Fuggetta

Gli antipasti più golosi di Torino

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
Torino è una città che ama la tavola e che custodisce una tradizione culinaria ricca, elegante e allo stesso tempo popolare. Tra tutte le sue specialità gli antipasti occupano un posto centrale perché rappresentano il modo in cui i torinesi aprono il pasto e introducono l’ospite alla loro storia gastronomica. Gli antipasti torinesi sono un insieme di sapori antichi, spesso legati alla cucina contadina o alle case nobili, e mostrano un equilibrio molto caratteristico tra sapidità, delicatezza e rispetto degli ingredienti. Raccontare questi piatti significa raccontare una parte della città e del suo modo di vivere la convivialità.
foto A. Pisano
Vitello tonnato e tonno di coniglio
Il vitello tonnato è forse il più conosciuto degli antipasti torinesi e uno dei più rappresentativi. La sua presenza sulle tavole piemontesi è quasi inevitabile nelle occasioni importanti. La ricetta tradizionale prevede un taglio di carne come il girello, cotto lentamente in un brodo aromatico con verdure, vino e spezie. Una volta raffreddato viene affettato sottilmente e coperto con una salsa ottenuta frullando tonno, uova sode, acciughe, capperi e un poco del fondo di cottura. La cremosità della salsa deve essere equilibrata, senza risultare troppo pesante, e il sapore del tonno deve fondersi con la delicatezza della carne senza sovrastarla. Ogni famiglia ha la sua variante ma la struttura del piatto resta sempre la stessa. Esiste anche una versione moderna, spesso preparata con carne appena scottata e una salsa più leggera, ma a Torino la preferenza resta quasi sempre per la versione classica.
Accanto al vitello tonnato c’è il tonno di coniglio, un altro antipasto tipico che porta un nome curioso. Qui il tonno non c’entra nulla perché il protagonista è il coniglio che, dopo essere stato disossato e cotto in acqua aromatizzata con erbe e vino bianco, viene conservato sott’olio proprio come fosse un pesce. Il risultato è una carne morbida e saporita che si serve fredda, accompagnata da cipolle, carote o semplicemente da alcune foglie di insalata. La preparazione richiede pazienza perché il coniglio deve riposare almeno un giorno immerso nell’olio aromatizzato che ne esalta il sapore. Questo piatto nasce dalla necessità di conservare la carne e oggi è diventato un simbolo della cucina rustica piemontese, semplice e raffinata allo stesso tempo.
Insalata russa e acciughe al verde
L’insalata russa è presente in molte regioni italiane, ma a Torino ha sempre trovato una collocazione particolare negli antipasti. La preparazione tradizionale prevede patate, carote e piselli tagliati a piccoli cubetti e cotti in modo da restare compatti. Le verdure vengono poi mescolate con una maionese fatta in casa che deve risultare vellutata ma sostenuta, così da avvolgere gli ingredienti senza sfaldarli. In alcune case si aggiunge anche il tonno, in altre le uova sode, ma la versione più diffusa è quella più semplice, in cui la freschezza delle verdure e la morbidezza della salsa bastano da sole. A Torino l’insalata russa è un antipasto senza tempo, servito nelle feste, nei pranzi domenicali e persino nelle trattorie storiche della città.
Un altro grande classico sono le acciughe al verde, una preparazione profondamente piemontese che unisce la sapidità delle acciughe alla freschezza del prezzemolo. La salsa verde si prepara tritando finemente prezzemolo, aglio, capperi, pane ammorbidito in aceto e olio extravergine di oliva. Il composto deve essere omogeneo, brillante e profumato. Le acciughe conservate sotto sale vengono pulite con cura, sciacquate e asciugate, poi immerse nella salsa e lasciate riposare per qualche ora. Il risultato è un antipasto deciso ma equilibrato che racconta la storia della città, un luogo dove la cucina povera ha sempre saputo trasformarsi in sapore autentico.
Peperoni con bagna cauda e giardiniera piemontese
Tra gli antipasti che rappresentano più da vicino il territorio non possono mancare i peperoni con bagna cauda, una delle combinazioni più apprezzate dai torinesi. I peperoni vengono solitamente arrostiti interi finché la pelle non si stacca con facilità, poi tagliati in falde e disposti a strati. La bagna cauda è una salsa calda a base di aglio, acciughe e olio, tradizionalmente servita come piatto conviviale ma utilizzata anche come condimento per gli antipasti. La sua intensità si sposa perfettamente con la dolcezza naturale dei peperoni. Nelle famiglie torinesi è un antipasto diffusissimo nei mesi freddi, mentre in estate si preferisce servire i peperoni arrostiti con olio, sale e acciughe fredde, una versione più leggera ma sempre legata alla tradizione.
La giardiniera piemontese merita un posto speciale perché rappresenta un piccolo ritratto dell’orto. Carote, sedano, cavolfiori, cipolline e peperoni vengono tagliati e sbollentati in acqua e aceto, poi lasciati riposare in barattoli colmi di verdure e liquido di conservazione. Il risultato è un insieme di sapori vivaci e leggermente aciduli che accompagnano perfettamente salumi e formaggi ma che a Torino vengono serviti anche come antipasto autonomo. La giardiniera è un piatto legato alla stagionalità e alla tradizione del conservare, un gesto che appartiene ancora oggi alle famiglie che tramandano le ricette di generazione in generazione.
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La tradizione torinese
Gli antipasti torinesi raccontano una città che ha sempre saputo unire eleganza e concretezza. Ogni ricetta porta con sé una storia e un legame con il territorio. Non si tratta soltanto di piatti da assaggiare ma di piccole testimonianze culturali che mostrano quanto la cucina piemontese sia varia e ricca pur partendo da ingredienti semplici. Torino non offre soltanto una tradizione culinaria solida, ma anche un modo di vivere la tavola che privilegia il tempo condiviso e il piacere di gustare cibi preparati con cura.
Chi visita la città resta spesso sorpreso dalla quantità di antipasti proposti nei ristoranti e nelle trattorie. È un rituale che introduce al pasto e che esprime la filosofia gastronomica torinese, basata sulla lentezza e sulla qualità. La varietà degli antipasti permette di scoprire diversi aspetti della cucina locale, dai sapori decisi della bagna cauda alla delicatezza del vitello tonnato. Ogni piatto ha una sua identità precisa e insieme formano un mosaico che rappresenta bene il carattere della città.
Torino non ha mai abbandonato la sua tradizione, anzi l’ha resa un punto di forza. Gli antipasti continuano a essere la porta d’ingresso ideale per chi desidera conoscere la cultura gastronomica piemontese. Preparazioni come il tonno di coniglio, le acciughe al verde, i peperoni arrostiti e l’insalata russa resistono al passare del tempo grazie alla loro semplicità e alla loro autenticità. Sono piatti che non seguono soltanto la moda del momento ma che rimangono, anno dopo anno, parte fondamentale delle tavole torinesi.
Gli antipasti di Torino sono molto più di un inizio del pasto. Rappresentano un patrimonio, un modo di raccontare la città attraverso sapori che hanno radici profonde. Chiunque si sieda a una tavola torinese scoprirà che questi piatti non sono semplici ricette ma frammenti di storia, conservati e tramandati con cura. È proprio questa continuità a rendere la cucina torinese così affascinante e a fare degli antipasti una delle sue espressioni più autentiche.
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NOEMI GARIANO

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Il Cardinale Roberto Repole e l’industria torinese – Al Salone del libro sempre la stessa musica? – La villa della Regina Margherita a Bordighera nelle residenze sabaude? – Lettere

Il Cardinale Roberto Repole e l’industria torinese
Il Cardinale di Torino Roberto  Repole che finora era stato  meno presente del suo predecessore sui temi del lavoro , ha ritenuto di denunciare il pericolo  che Torino finisca di essere la città delle armi dopo essere stata la città delle auto, definizione  che ormai appartiene al passato. C’è stato chi illusoriamente ha pensato che il turismo avrebbe potuto colmare il vuoto lasciato dalla Fiat, ma questa ipotesi si è rivelata piuttosto velleitaria perchè la spinta delle Olimpiadi invernali di vent’anni fa non è stata così determinante come qualcuno ha voluto farci credere per tanto tempo. Torino in passato promosse grandi mostre che attivarono la presenza di molti  visitatori.
Dopo lo sfascio grillino alla cultura, non si è provveduto a ripristinare quello slancio che fu di Patrizia Asproni quando Fassino era sindaco.  E’ vero che Torino è diventata sede di   industrie che producono armi, ma è altrettanto vero che non siamo in condizioni di essere schizzinosi perché l’occupazione è in grande calo. Ha ragione il Sindaco Lo Russo  nel rispondere al Cardinale che la difesa non è la guerra. Solo la Cgil sposa in toto  la tesi del Cardinale . Sarebbe interessante sapere l’opinione, forse scontata, del Sermig di Olivero. Inoltre l’industria aerospaziale  ha anche valenze che non si riducono ai fini bellici. Giustamente il dirigente della UIL Cortese evidenzia come un eventuale disarmo unilaterale non sia la via per garantire la pace. Sono vecchi , stantii discorsi di un pacifismo destinato ad essere un’utopia che non credo siano ripresi dal Cardinale. La pace è un valore preminente che oggi sentiamo in modo più pressante del passato, ma lo sviluppo o, meglio, un freno alla decadenza industriale di Torino deve essere un riferimento da non perdere di vista, pena una crisi ancora peggiore di quella che stiamo vivendo.
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Al Salone del libro sempre la stessa musica?
Avevo sperato con la fine della direzione di Lagioia, lasciato finalmente alla  sua creatività letteraria, che il Salone del libro sotto la guida di Annalena Benini, si aprisse ad un vero pluralismo. Non ho  i dati completi del programma del prossimo Salone,  ma vedendo la pagina pubblicitaria che annuncia l’evento, constato che i nomi  degli ospiti citati sono quasi tutti orientati in un certo modo, relegando ad uno sprezzante “altri“ la presenza di interlocutori  non considerati degni di entrare nell’ anticipazione pubblicitaria.
Non è un bel modo di iniziare. Anche lo scorso anno la pagina  del Salone era più o meno improntata allo stesso criterio. Quel riferimento ad “altri “ è un modo sbagliato di presentare il Salone che per merito delle case editrici avrà sicuramente anche la presenza di scrittori non allineati. Vedremo se i temi divisivi verranno accolti o verranno stroncati. La situazione è molto calda e si può rischiare la censura vista  come prevenzione ad eventuali incidenti. La censura preventiva verso uno stand  di destra scattò già qualche anno fa in modo del tutto inaccettabile. Io parlai al Salone esibendo il “Trattato  sulla tolleranza” di Voltaire. Il clima di intolleranza oggi  è evidente a tutti: auguriamoci che non travolga il Salone. Il 25 aprile è finito e il Salone si aprirà a metà maggio ….
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La villa della Regina Margherita a Bordighera nelle residenze sabaude?
E’ nata nel clima elettorale per il rinnovo dell’amministrazione comunale l’idea di inserire tra le residenze sabaude la villa della Regina Margherita a Bordighera. Certo valorizzerebbe Bordighera che via via ha perso l’attrattiva che ebbe in passato come dimostra proprio la residenza della Regina. E’ un’idea che comunque merita attenzione.
Si tratterà di coinvolgere la Regione Liguria e la Regione Piemonte, per poi portare al ministero della cultura un progetto. Ma ci sono anche altre residenze reali fuori dal Piemonte che dovrebbero essere inserite. Credo però che sia difficile farlo, a partire da San Rossore che  fu in dotazione alla presidenza della Repubblica  fino alla donazione del presidente Scalfaro alla Regione Toscana.

LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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Il luminare
Sono stato in una clinica privata a farmi visitare da un luminare molto rinomato. Una delusione! Arrivato con un’ora di ritardo mi ha liquidato in pochi minuti senza neppure scusarsi per il ritardo. Ma la tariffa è stata molto alta. Virgilio Simonetta
Non tutti i luminari nel campo medico sono così, per nostra fortuna. Io ne ho conosciuti di eccezionali a Torino e in Liguria. Il prof. Morino è un chirurgo di fama internazionale, il dott. Conio primario  di Gastronterologia al Santa Corona di Pietra Ligure  è anche lui di fama internazionale. La loro disponibilità innanzi tutto umana è nota ed apprezzata  da tutti i loro pazienti e non solo.
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Pronto soccorso efficiente
Ho avuto bisogno di  rivolgermi al Pronto Soccorso del Gradenigo. Ho ricevuto un’assistenza pronta  e competente. Ci si lamenta spesso della sanità pubblica, il Gradenigo mi è parso un’eccellenza.  Gina Fedeli
In effetti il servizio di  Pronto Soccorso è di fondamentale importanza. In  alcuni comuni  del Savonese, dove il Pronto Soccorso non c’è più, malgrado ci sia un ospedale inaugurato quindici anni fa, il disagio è grande . Questa mancanza  soprattutto in estate comporta disfunzioni evidenti perché un vasto territorio deve ruotare attorno ad un solo ospedale. A Torino, in base alle mie esperienze, credo che il servizio di Pronto Soccorso funzioni bene quasi dappertutto.
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25 aprile
Ho letto i suoi tre articoli sul 25 aprile. Non condivido affatto  molti dei suoi giudizi perché la Resistenza è l’unica pagina di storia italiana importante. La  vera storia d’Italia, come disse Franco Antonicelli, ebbe inizio nel 1945. Gennaro Assale
La storia d’Italia è cosa molto più complessa rispetto a quanto disse Antonicelli che da persona colta e intelligente, nel suo intimo, non credeva ad una interpretazione politica così grossolana . Era un oratore appassionato e volle strappare un applauso in più . In ogni caso va detto che il frutto della Guerra di Liberazione fu la riconquistata libertà di pensare e parlare . Quindi il dissenso è sempre importante e io non cercherò di convincerla .Anzi la ringrazio per la pazienza che ha avuto nel leggermi.