SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
Passeggiare per Torino significa attraversare una città che comunica continuamente con il cervello, anche quando non ce ne accorgiamo. I colori degli alberi lungo i viali, il blu del Po, le luci rosse dei locali serali, il bianco degli ambienti moderni: ogni tonalità modifica emozioni, battito cardiaco, concentrazione e perfino il modo in cui viviamo gli spazi.
Le neuroscienze spiegano da anni che il cervello umano reagisce ai colori in maniera molto più profonda di quanto si pensi. Torino, forse senza volerlo, è una città che mette continuamente in contatto le persone con stimoli visivi capaci di influenzare umore e comportamento.
Il verde che aiuta la mente
Torino viene spesso associata ai suoi grandi parchi e ai viali alberati. Dal Valentino alla Pellerina, passando per le zone lungo il Po, il verde è una presenza costante nella quotidianità dei torinesi. E proprio il verde rappresenta uno dei colori più legati alla concentrazione e al benessere mentale.
Secondo numerosi studi psicologici, osservare alberi e natura riduce il livello di stress e permette al cervello di mantenere più facilmente il focus. Per questo motivo molte persone lavorano meglio vicino a una finestra da cui si vede l’esterno. Anche una semplice pausa in cui lo sguardo si sposta sugli alberi può aiutare la mente a recuperare attenzione.
Il motivo affonda nelle origini dell’essere umano. Il cervello nasce nella natura e continua a percepirla come un ambiente sicuro. La presenza di piante e colori naturali stimola la produzione di serotonina e contribuisce a creare una sensazione di equilibrio e stabilità emotiva. Anche chi pensa di non amare particolarmente la natura mantiene una risposta inconscia positiva verso tutto ciò che richiama il verde.
Per questa ragione il verde viene spesso consigliato anche negli ambienti interni. Pareti, dettagli d’arredo o spazi con molte piante trasmettono calma mentale e favoriscono la concentrazione, soprattutto negli studi e negli uffici.
Il rosso accelera il cuore
Se il verde rilassa, il rosso produce l’effetto opposto. È il colore che più facilmente aumenta il battito cardiaco e crea una sensazione di attivazione immediata. Torino lo mostra soprattutto nelle insegne luminose dei locali, nelle zone della movida e negli ambienti progettati per trasmettere energia.
Dal punto di vista neurologico, il rosso richiama attenzione e intensità. Il cervello interpreta l’aumento del battito come uno stato di eccitazione o di allerta. Per questo motivo anche i vestiti rossi influenzano le interazioni sociali. Una persona vestita di rosso appare più intensa, più presente, più difficile da ignorare.
Lo stesso meccanismo si riflette negli ambienti domestici. Una stanza da letto con pareti rosse, tende rosse o elementi molto accesi rende più difficile il rilassamento. Il cervello rimane attivo più a lungo e il corpo fatica a rallentare.
Molti locali scelgono il rosso proprio per creare movimento e stimolare energia sociale. È un colore che funziona bene nei luoghi dinamici, nei cocktail bar e negli spazi dedicati alla vita notturna.
Il blu del Po e il bisogno di calma
Tra i colori più presenti a Torino c’è anche il blu. Basta osservare il Po nelle giornate limpide o i riflessi dell’acqua lungo i Murazzi per capire quanto questo colore contribuisca all’atmosfera della città.
A livello psicologico il blu rallenta il battito cardiaco e trasmette un senso di calma e affidabilità. È il colore più utilizzato negli ambienti professionali perché comunica credibilità, sicurezza e leadership. Non a caso molte persone scelgono tonalità blu per colloqui di lavoro, incontri importanti o contesti in cui vogliono apparire autorevoli.
Anche alcuni ristoranti torinesi specializzati in pesce utilizzano arredamenti azzurri e blu per richiamare il mare e creare un’atmosfera rilassata. Eppure proprio l’azzurro ha un effetto curioso sul cervello: tende a diminuire l’appetito. Succede perché in natura il blu compare raramente negli alimenti e il cervello associa questo colore più alla calma che al desiderio di mangiare.
Il bianco e il nero raccontano invece due forme diverse di distanza. Il bianco trasmette pulizia, ordine e precisione. Per questo viene scelto spesso negli ambienti moderni, nelle gallerie e negli spazi minimalisti della città. Il nero comunica eleganza, raffinatezza e una certa freddezza emotiva. È il colore che crea più distacco, ma anche quello che viene associato più facilmente al concetto di stile.
Camminando per Torino si scopre quindi una città che parla continuamente attraverso i colori. Ogni strada, parco, locale o palazzo produce reazioni nel cervello e modifica il modo in cui le persone si sentono. A volte basta cambiare prospettiva per accorgersi che una città non viene vissuta soltanto con gli occhi, ma anche con le emozioni che riesce a generare.
NOEMI GARIANO

Da sempre si ironizza sul cosiddetto “manuale Cencelli”. E se ne parla anche dopo la scomparsa dell’esponente democristiano. Ma la domanda centrale a cui si deve dare una risposta credibile, e non ipocrita, è sempre la stessa. E cioè, ma qual’è, realisticamente e al di là delle furbizie e degli escamotage, l’alternativa democratica all’antico manuale Cencelli? Riavvolgiamo il nastro. Il ‘manuale Cencelli’ non era nient’altro che la rigorosa applicazione del metodo democratico nella composizione degli organi di partito e, di conseguenza per quell’epoca, nelle istituzioni. Ovvero, il peso della corrente all’interno del partito, nella Dc, era proporzionale ai voti ottenuti nei congressi locali e nazionali democraticamente organizzati e celebrati. E, di conseguenza, quel peso all’interno del partito veniva trasferito nella distribuzione del potere che spettava alla Dc nei vari organismi istituzionali. Certo, era una stagione dove la classe dirigente era selezionata democraticamente dal basso, dove il sistema proporzionale era la regola e non una eccezione e dove, soprattutto, gli organi di partito e gli incarichi istituzionali non erano riconducibili alla sola “fedeltà” nei confronti del capo partito. Che oggi, invece e al contrario, è semplicemente indiscusso ed indiscutibile. Ora, e senza alcuna polemica, ci dobbiamo porre una sola domanda: ma qual’è, oggi, l’alternativa democratica al ‘manuale Cencelli’ nella selezione della classe dirigente? La risposta, purtroppo, è nei fatti. E cioè, con la sostanziale scomparsa dei grandi partiti popolari, democratici e di massa, l’unico criterio che svetta è quello della rigorosa e quasi scientifica ‘fedeltà’ nei confronti del capo. Non a caso le minoranze negli attuali partiti o non esistono più o, se esistono, sono gentilmente invitate a non disturbare. Viene garantito quello che si definisce “un diritto di tribuna” – cioè una manciata di candidature blindate gentilmente elargite dal capo partito – e tutto finisce lì. Come capita, del resto, nel Partito democratico a guida Schlein. Negli altri partiti, molto più semplicemente, le minoranze non esistono e quindi il potere delle nomine appartiene integralmente al capo indiscusso. E il modello politico ed organizzativo, di conseguenza, non può che essere quello del “partito personale” o “del capo” o del “partito proprietario”. È persino ovvio arrivare alla conclusione che in un contesto del genere, cioè quello contemporaneo, il cosiddetto ‘manuale Cencelli’ è del tutto superato e quasi anti storico perché la democrazia nei partiti non esiste più. Al massimo resta in piedi la democrazia dei partiti. E proprio questa è la differenza di fondo tra il passato – per semplificare, penso alla esperienza della Dc e quindi del ‘manuale Cencelli’ nella prima repubblica – e la fase politica attuale. Perchè ieri esisteva la ‘democrazia dei partiti’ e, soprattutto, svettava la ‘democrazia nei partiti’. Oggi, e mi limito a fotografare la situazione esistente, esiste a malapena la democrazia dei partiti. Almeno di ciò che resta dei grandi partiti democratici, popolari e di massa del passato. Ecco perchè, per ragioni semplici ma oggettive, sul ‘manuale Cencelli’, che appartiene come ovvio e scontato ad un’altra stagione storica e politica del nostro paese, è inutile ironizzare. È inutile almeno sino a quando non si pianifica e non si intravede un modello alternativo autenticamente e realisticamente democratico e costituzionale nella selezione della classe dirigente e anche e soprattutto nelle nomine. Che c’erano ieri, ci sono oggi e ci saranno sempre. Ma l’alternativa non può essere quella del partito personale, del criterio dogmatico e fideistico della fedeltà al capo e, in ultimo ma non per ordine di importanza, della discrezionalità sganciata da qualsiasi pratica democratica. Pubblica e visibile. Questo è, oggi, uno dei principali nodi politici – e non statutari od organizzativi – da sciogliere nella cittadella politica italiana.
Ribadisco il concetto che l’arte vada insegnata nel modo più concreto possibile, invitando i ragazzi a guardare le architetture dal vivo -nel limite del possibile ovviamente- e non solo sulle pagine dei libri o attraverso la LIM, convincendoli a toccare colori e materiali, e se anche se ci si sporca un po’ non è un problema. È così che mi piacerebbe poter spiegare alle mie classi il “Barocco”, portando i ragazzi a passeggiare per le vie del centro, fermandoci a commentare e a chiacchierare tra piazza Castello e Piazza Vittorio, desidererei poterli condurre alla Palazzina di Caccia di Stupinigi o alla Basilica di Superga, rendendo loro lo studio un’esperienza concreta e trasformando delle nozioni prettamente storico-artistiche in un autentico ricordo di vita.
Immaginiamo ora di prendere un pullman e di allontanarci dei rumori della città. La nostra direzione è la verdeggiante collina torinese, dove ci aspetta uno dei simboli della città subalpina. La Basilica di Superga, edificata tra il 1717 e il 1731, svolge una duplice funzione, essa è sia mausoleo della famiglia Savoia, sia edificio celebrativo dedicato alla vittoria ottenuta contro l’esercito francese nel 1706. L’edificio svetta su un’altura, la posizione è tipica dei santuari tardobarocchi, soprattutto di area tedesca. L’impianto centralizzato con pronao ricorda il Pantheon, la cupola inquadrata da campanili borrominiani, invece, si ispira a Michelangelo. Nonostante i modelli di riferimento, sono del tutto assenti quelle tensioni tipiche del Buonarroti o dell’arte barocca: il nucleo centrale ottagonale si dilata nello spazio definito dal perimetro circolare del cilindro esterno, perno di tutto l’edificio; da qui si protendono con uguale lunghezza il pronao arioso e le due ali simmetriche su cui si innestano i campanili. Quest’ultima parte è in realtà la facciata del monastero addossato alla chiesa che su uno dei lati corti fa corpo con essa. L’edificio si estende nello spazio e asseconda l’andamento della collina, e diventa un nuovo e interessante punto di osservazione per chi si trova a guardare verso le alture torinesi.