Rubriche

All’Osteria del Crocevia

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All’osteria del Crocevia ci si trovava in compagnia. Soprattutto il sabato sera. Nel locale l’aria era densa come la nebbia di Milano. Solo che non era la fitta bruma che saliva dai Navigli ma il fumo dei sigari toscani e delle “nazionali” senza filtro. Un’aria malsana e spessa, da tagliare con il coltello. Sui tavoli infuriavano discussioni “ a molteplice tema” ( come diceva l’ex agente del dazio, Alfonso Merlone). Sport –  con ciclismo e calcio a far da padroni -, politica, vicende del paese s’intrecciavano in una baraonda dove sfiderei tutti voi a trovare il bandolo della matassa , tant’era intricata. E le partite a carte? Combattutissime, “tirate” allo spasimo tra segni e parole, “liscio e busso” e compiaciute manate sulle spalle tra i soci. Il “campionario umano”, come avrebbe detto il dottor Segù, era di prim’ordine.

Il più vecchio era il “Babbo”, un toscanaccio tutto nervi che aveva superato gli ottant’anni da un pezzo. Quando lo tiravano fuori dai gangheri urlava “Ti sbuccio!”, minacciando l’interlocutore  con un  coltellino che non serviva nemmeno a far schiudere il gheriglio di una noce dal tanto che era piccino. Tutta scena, ovviamente, perché  non sarebbe  mai stato capace di far male ad una mosca. Nemmeno quella volta che Dante Marelli, gli offri una Golia. L’ometto era golosissimo della liquirizia e quelle caramelline lo facevano impazzire. La scartò al volo e se la infilò in bocca …sputandola, disgustato, un attimo dopo. Nella carta della Golia il perfido Dante aveva avvolto una piccola pallina di cacca di capra. A prima vista sembrava proprio una caramella e la golosità aveva tradito l’anziano che diede fondo, in breve, al suo repertorio di parolacce e bestemmie, giocandosi le residue “chance” di poter accedere – se non proprio al paradiso – quantomeno al purgatorio. Una sera entrò tutto trafelato anche Quintino, con il volto e le mani “sgarbellate“, cioè graffiate.  Aveva lasciato da meno di un’ora l’osteria, salutando tutti, ubriaco da far paura, ed insieme a Berto Grada erano partiti alla volta di Oltrefiume. I due, traditi dal vino e dall’asfalto bagnato, erano finiti con la Vespa giù dritti per la scarpata della ferrovia, infilandosi tra i rovi sul greto del torrente. Berto, più per lo spavento che per la botta, era svenuto. E Quintino, dopo averlo cercato al buio, gridando il suo nome, spaventatosi per il silenzio dell’amico, era tornato all’osteria – barcollando – per chiedere aiuto. Erano una coppia di “originali“. Berto lavorava come muratore e a tempo perso dava una mano ad Alfonso che di mestiere faceva il becchino al cimitero di Baveno, in cima al viale dei Partigiani. Lavorava come una ruspa e capitava spesso che bisognava intimargli “l’alt” mentre scavava una fossa perché, se stava per lui, non era mai abbastanza profonda, con il rischio di rimanere lui stesso sepolto vivo se gli franava addosso l’enorme cumulo di terra. All’osteria lo prendevano in giro perché era tanto buono ma anche un pò tontolone. Mario il Milanese l’aveva preso di mira con i suoi scherzi. Quando Berto comandava un piatto di trippa in umido o di minestra di fagioli, lo faceva distrarre per allungargliela con un mestolo d’acqua tiepida. Il Berto continuava a mangiare finché nel piatto restava solo un brodo insipido e leggero come l’acqua. Per fortuna c’era Maria, cuoca dal cuore d’oro, a difenderlo quando s’esagerava. Brandendo il grosso mestolo che serviva per girare la polenta, minacciava i burloni gridando: “Basta adesso. Il gioco è bello se dura poco. Lasciate stare il Berto, altrimenti vi faccio assaggiare questo bastone sulla gobba e vi assicuro che sono di mano pesante”. Maria metteva d’accordo tutti. Aveva un certo stile, deciso e convincente. Ma, essendo d’animo buono, perdonava tutti. A volte capitava che si venisse accolti per una rapida visita alla cucina esterna dell’osteria. Era quello il suo vero “regno“, ricavato dall’antica stalla. Accedervi era un privilegio. Il pavimento era stato ribassato rispetto al resto della costruzione. Il grande camino veniva utilizzato per l’essiccazione delle castagne ed i ganci appesi al soffitto servivano per asciugare i salami, che dopo la macellazione venivano appesi per una decina di giorni  a “sudare”, sgocciolando il grasso. Nella cucina Maria aveva conservato diversi attrezzi che venivano utilizzati in passato: la cassetta per la conservazione della farina per la polenta o per quella di castagne; le terracotte, i tund, cioè i piatti e il paiolo di rame per la polenta; il querc, il coperchio che veniva  utilizzato per servire le portate , come nel caso delle frittate; il putagé, un fornello a braci dove si poteva fondere il lardo. Attorno al camino, vicino alla soglia in pietra c’erano le molle, il barnasc (la paletta per le braci), il frustino in legno di bosso utilizzato per mescolare la polenta. La semplicità e l’accoglienza di quell’ambiente ci ricordava i tempi della nostra gioventù, la sobrietà dell’alimentazione a base di  polenta, consumata tutti i giorni, e di  minestra, preparata la sera, il cui avanzo costituiva la colazione del mattino dopo. I ricordi erano come una bacchetta magica che faceva tornare d’incanto la serenità ed anche Mario il milanese, a quel punto, prendeva sottobraccio Berto, scusandosi in una maniera che il Grada accettava subito – scusate il gioco di parole –  di buon grado : offrendo pane, formaggio e vino buono.

Marco Travaglini

Plum cake dolce di zucchine

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Una ricetta insolita un dolce a base di zucchine, vero? Il risultato credetemi vi stupira’, e’ un dolce soffice e profumato, veloce da realizzare, adatto a tutti, ideale per ogni momento della giornata, provare per credere!

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Ingredienti

250gr. di farina 00

3 uova intere

180gr. di zucchero

80ml di olio di semi

30gr. di uvetta

50gr. di cioccolato fondente

20gr. di noci

200gr. di zucchine fresche

1 bustina di lievito per dolci

1 pizzico di cannella (facoltativo)

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Lavare le zucchine, grattugiarle e lasciarle scolare per almeno un’ora per eliminare l’acqua di vegetazione. Nel mixer sbattere lo zucchero con le uova, aggiungere la farina, la bustina di lievito e l’olio di semi. Aggiungere all’impasto le zucchine, il cioccolato ridotto a scaglie, l’uvetta precedentemente ammollata in acqua tiepida e strizzata, le noci tritate e un pizzico di cannella in polvere. Mescolare bene e versare in uno stampo da plum cake foderato con carta forno. Cuocere in forno preriscaldato a 180 gradi per circa 45 minuti. Lasciar raffreddare e servire a fette.

Paperita Patty

Quella vita di litigi e amarezze che non vorremmo mai lasciare

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Sugli schermi “È l’ultima battuta?”, per la terza volta Bradley Cooper alla regia

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Ci riprova, e ci riprova benissimo, Bradley Cooper a buttare le sue opere in veste di regista e noi stessi giù dentro il mondo dello spettacolo, sia che lo faccia con una nuova trascrizione di “È nata una stella” (2018) – omaggio all’arte di Lady Gaga -, o con “Maestro” (2023) dedicato alla bacchetta di Leonard Bernstein (camuffato lui dietro un ben gossippato all’epoca naso posticcio) e al suo matrimonio, pieno di tradimenti, con l’attrice Felicia Montealegre, oppure oggi con “È l’ultima battuta?”, il drammatico, tutto sorrisi e lacrime, autentico, sfacciatamente aperto panorama familiare che sta alle spalle e intorno al protagonista. Una bisturizzata crisi di coppia, un legame senza fine che non accenna a finire, con due bambini al seguito, attraversata da una scrittura che affascina, dovuta alle penne dello stesso regista e del protagonista Will Arnett in compagnia di Mark Chappell, a far da collante tra idea e realizzazione il cabarettista inglese John Bishop che Arnett aveva avuto modo di incontrare e di ascoltare nel racconto delle traversie del suo divorzio.

Il matrimonio tra Alex e Tess dopo vent’anni è arrivato al capolinea, lui procede a fatica e lei è decisamente scontenta di quel trantran, crisi di mezza età tout court, forse non hanno più niente da dirsi, vorranno mantenere rapporti d’amicizia nel proposito di non sciupare quelli d’amore e coinvolgimento (paterno) che hanno con i marmocchi, farlo magari in punta di piedi (“dobbiamo lasciarci vero?”, “credo anch’io di sì”), lei a chiedere il divorzio in una serata in cui si è in bagno e ci si lava i denti, lui che sloggia dalla solida bella villa alle porte di New York per trovare rifugio in un più o meno rassicurante appartamentino da scapolo o per incappare nei consigli di genitori più o meno apprensivi a cui affidare i bambini. È per non pagare in una serata vuota l’ingresso in un locale che Alex si esibisce, d’obbligo, per la prima volta in vita sua, è chiaro, in una sorta di assolo comico – ma non staremo, con il passar del tempo, dalle parti di una lunga seduta psicanalitica? – di quelli che vanno sotto il nome di stand-up comedy, una pedana e un microfono, un pubblico di poche persone ma pur sempre un palcoscenico, a raccontare un po’ dei fatti propri più recenti, tra un sorriso e un’ansia. Ma il pubblico lo applaude e lo applaudirà nelle serate successive, perché lui da quella pedana non può più staccarsi. una seconda pelle. Un confessionale non trovato mai. Anche la vita di Tess può cambiare, da quando, forte del suo passato, le è stato proposto di diventare assistente allenatrice della squadra femminile degli States per le prossime Olimpiadi estive. Tra una visita e l’altra, con una scusa o per portare i figli a scuola (Alex è il padre degli anni Duemila che dà la mano al vecchio Ted del Dustin Hoffman di “Kramer contro Kramer”, eravamo nel ’79 come dei tanti altri padri tornati single pronti a dare una mano in quella direzione che negli anni abbiamo visto al cinema), tra un momento di rappacificazione e qualche bisticcio, tra il continuare a frequentare una coppia di amici che soffrono dei loro stessi mali e delle insicurezze quotidiane, la vita prosegue con qualche ripensamento. Mentre una sera, entrando nel locale in compagnia, Tess scopre l’altra faccia di Alex, lì a dipanare il racconto della sua vita.

Ottima scrittura dicevamo, film dove la regia di Cooper appare appartata, mai ingombrante, pronta a lasciare tutto lo spazio possibile alla bravura di una coppia che pare essere vissuta insieme da sempre, Arnett – felicissima scoperta – eccezionale nei tempismi e nel buttar fuori parole, nel proporsi a chiunque gli stia intorno, alla platea come all’amico di sempre che ha il faccione di Cooper stesso (lui viaggia tra i minimi successi e il ripetersi di provini per pellicole di serie B, percorso amaro ma abituale per chi voglia sfondare nella Grande Mela), nei momenti di sconforto come in quelli d’allegria e di risalita; lei, Laura Dern, bravissima, anche se per chi scrive ha qualcosa di fisico che combacia a fatica con il partner in questione. C’è la nevrosi e una certa frenesia di Allen, c’è il cinema di Tom Hanks e Meg Ryan ma toglietegli per carità tutto il dolciastro, qualche punta rabbiosa di Baumbach, c’è un montaggio che corre a mille e incanta, c’è tutta New York e le passeggiate a due la sera, i ristoranti e i localini, la notte e il giorno e i viali alberati, le battute mozzafiato e la metropolitana: un ampio panorama a circondare un senso di vuoto, pronti a scoprire che anche quel vuoto è un angolo non secondario delle nostre storie. C’è il grandissimo Cassavetes. C’è il robusto vivace intrigante cinema americano degli anni Ottanta. È la vita, quella vera, riportata in un taccuino d’appunti che i bambini scoprono e cominciano a leggere e a fare domande, piccole e angosciose: è una vita che si vuol far annegare nella fantasia, ma non sarà mai vero, per cui bisogna farla vivere, questa vita. È la vita, quella vera, seguita passo passo, da vicinissimo, con la fotografia dell’abituale Matthew Libatique ma con la macchina da presa nelle mani di Cooper, ben salda sulla sua spalla e portata sul viso e sulla nuca dell’uomo e della donna, ossessivamente.

In un happy end che lascia un po’ l’amarognolo in bocca, c’è una frase dentro la coppia, qualcosa che suona più o meno “va bene, lo voglio, voglio continuare a vivere la mia infelicità ma viverla con te.” Suona difficile a volte allontanarsi, staccarsi completamente da un vissuto che anche i litigi e le amarezze (“mi hai lasciata molti anni da sola in questa relazione”) hanno attraversato, giorno dopo giorno. Purché si rimanga “infelici insieme”, portandoci appresso imperfezioni e ripensamenti, tutti i forse del mondo.

Quante uova di Pasqua vi sono avanzate?

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PENSIERI SPARSI  di Didia Bargnani
Per qualche giorno ancora dopo Pasqua ci piace mangiare le uova di cioccolato ma arriva il momento in cui vorremmo non averle più in casa o perché ci hanno stufato, si sa, anche l’aragosta mangiata tutti i giorni, che barba, che noia o semplicemente perché non vogliamo più avere la tentazione di cedere alla golosità.
E allora finiamola una volta per tutte: una torta tenerina meravigliosa, fondente, umida e cioccolatosa è la soluzione perfetta.
Per uno stampo di circa 18/20 cm. mi serviranno:
200 gr. di cioccolato, 70 gr. di olio di semi, 3 uova, 90 gr. di zucchero a velo, 20gr. di farina o fecola.
Accendo il forno a 180 in modalità ventilato, sciolgo il cioccolato a bagno maria, faccio raffreddare, aggiungo l’olio.
In un’altra ciotola monto con le fruste elettriche le uova con lo zucchero e unisco la farina setacciata. Aggiungo il cioccolato precedentemente sciolto e mescolo il tutto.
Verso l’impasto nello stampo foderato con carta forno e possibilmente un po’ imburrato.
La Tenerina è pronta per essere infornata; il forno deve essere già a temperatura.
Dopo circa 30 minuti il dolce sarà pronto, se desidero una consistenza meno umida lascerò cuocere qualche minuto in più, cospargo di zucchero a velo e con una tazza di tè o un caffè dico addio alle uova di Pasqua, almeno fino al prossimo anno.

Il cielo delle domande: quando la filosofia torna a essere meraviglia

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma aprono uno spazio. Uno spazio fatto di possibilità, di stupore, di domande che non cercano necessariamente una risposta, ma il piacere stesso di essere poste. Che cos’è il cielo? di Guia Risari è uno di questi.
Milanese di nascita e torinese di adozione, Guia Risari porta con sé un percorso intellettuale e umano che attraversa la filosofia, il giornalismo, il volontariato e la scrittura. Laureata in Filosofia morale con una tesi su Jean Améry, ha approfondito gli studi sull’antisemitismo e vissuto a lungo tra Italia e Francia, costruendo nel tempo una voce capace di parlare ai bambini senza mai semplificare il pensiero. Anzi, restituendogli tutta la sua libertà.
Ed è proprio questa libertà il cuore pulsante di Che cos’è il cielo?: un albo che raccoglie ventiquattro domande tanto semplici quanto vertiginose, accompagnate da risposte poetiche, ironiche, spiazzanti.
“Perché si nasce? Per curiosità.”
“Perché esistono i perché? Per dare soddisfazione ai punti di domanda.”
Non c’è alcuna volontà di spiegare il mondo. Al contrario: il libro lo apre. Ogni pagina è una soglia, un invito a guardare oltre ciò che pensiamo di sapere, a sostare nel dubbio, a lasciare spazio all’immaginazione. È filosofia che ha deciso di restare bambina, non per ingenuità, ma per fedeltà alla sua origine più autentica: la meraviglia.
A rendere ancora più potente questo viaggio è il dialogo tra linguaggi diversi. Le fotografie di Fabio Gervasoni si intrecciano con le illustrazioni di Marianna Balducci, creando immagini ibride, sorprendenti, capaci di trasformare frammenti di realtà in piccoli universi visionari. Non semplici accompagnamenti al testo, ma veri e propri varchi che ampliano il senso, moltiplicano le possibilità, invitano lo sguardo a giocare.
Il risultato è un libro che non si legge soltanto: si attraversa. Si può sfogliare lentamente, fermarsi su una pagina, lasciarsi ispirare da un’immagine, usare una domanda come punto di partenza per una conversazione o per un racconto. È un’esperienza condivisa, che mette sullo stesso piano adulti e bambini, restituendo ai primi qualcosa che spesso si perde crescendo: il coraggio di non avere tutte le risposte.
In questo senso, Che cos’è il cielo? è perfettamente in sintonia con quello spirito curioso e stratificato che appartiene anche a Torino, città capace di tenere insieme razionalità e mistero, scienza e immaginazione. Non è un caso che Guia Risari abbia trovato qui una delle sue case: perché Torino, come questo libro, non smette mai di farsi domande.
E forse è proprio questo il dono più grande di questo albo: ricordarci che le domande non sono vuoti da riempire, ma spazi da abitare. Che non serve sempre arrivare a una risposta, se il percorso continua ad accendere il pensiero.
Perché, in fondo, il cielo non è solo sopra di noi.
È ogni volta che scegliamo di guardare il mondo con occhi nuovi.
Marzia Estini

Rock Jazz e dintorni a Torino: Patty Pravo e i Marlene Kuntz

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Mercoledì. All’Hiroshima Mon Amour per 2 sere consecutive suonano i Marlene Kuntz. All’Osteria Rabezzana si esibisce il Federico Ponzano Quartet.

Giovedì. Al Magazzino sul Po è di scena IMA. Alla Divina Commedia suonano i Broke’n’Drunk. All’Off Topic si esibisce Denny Bertone affiancato da sei musicisti. A seguire i Funkytude. Al Circolino è di scena il Daimona’s Jazz Trio. Alla Vineria Popolare si esibisce Andrea Ciuchetti.

Venerdì. Al Circolino suona Charlie & Dodo. Alla Suoneria di Settimo si esibisce Moni Ovadia in duo con Michele Gazich. Al teatro Concordia è di scena Venerus. Al Blah Blah si esibisce Etta.

Sabato. Al Blah Blah suonano i Movie Star Junkies. Al Folk Club è di scena Andy McKee. Al Circolo Sud suonano i Tedeschi suonano altri Tedeschi & Provincia Power. Al Cap !0100 si esibiscono i Cacao Mental.

Domenica. Al teatro Colosseo è di scena Patty Pravo. All’Inalpi Arena si esibisce Tame Impala. Allo Ziggy suonano i Dramalove + Animaux Formidable. Al Blah Blah sono di scena IL Senato. Al Magazzino sul Po si esibisce Filippo Dallinferno + GTT X Sofà So.

Pier Luigi Fuggetta

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Vittorio Messori – Andar avanti – Il Piano energetico – I ninnoli – Lettere

Vittorio Messori
E’ mancato a 84 anni l’amico Vittorio Messori. Ci sarà tempo e modo di ricordarlo. Cito solo  un suo pensiero fulminante sui “cattolici adulti” di Prodi, definiti una contraddizione in termini rispetto al Vangelo che invita a mantenere il candore dei bambini, i soli che entreranno nel Regno dei cieli. Messori aveva letto Machiavelli e conosceva le leggi ferree della politica, ma aveva mantenuto l’animo  che voleva  Gesù. E’ morto il venerdì santo, ma  le sue idee non sono destinate all’oblio del sepolcro più o meno imbiancato. Resteranno vive.
Andar avanti
Bisogna che il Governo esca dal trauma provocato dal referendum e da una cattiva gestione della campagna elettorale. Un rilancio con la legge elettorale sarebbe un passo falso. Meloni deve andare in Parlamento, magari dopo aver fatto un rimpastino, anche eliminando Urso come ministro poco capace e rivolgersi agli italiani con un programma che vada oltre la fine della legislatura e ipotechi anche l’altra, offrendo agli Italiani riforme che incidano sull’economia e precisi la posizione italiana in Europa e con gli USA. Il periodo tragico di guerra non favorisce, ma la Nazione italiana deve recuperare la sua dignità in un quadro europeo sempre più sfilacciato. Un governo di centro – destra  non può andare a rimorchio. Certo con moderazione ed equilibrio, ma l’Europa si salva solo con le Nazioni. Gli Stati Uniti d’Europa, appunto, il federalismo europeo, che parte dalle Nazioni storiche.
Questa era anche l’idea dei Padri dell’idea di Europa. Via l’idea oggi impraticabile della repubblica presidenziale o semi presidenziale, distrutte da Trump e da Macron. L’economia italiana deve essere al centro di un nuovo programma che non veda nel solo Giorgetti, il deus ex machina della ragioniera. Bisogna aprire gli orizzonti, eliminare la paura di perdere. Essere più liberali è indispensabile. Non il falso liberalismo, ma quello vero. Il Governo deve ridare fiducia al Paese, rivolgendosi ad esso come ,ad  esempio , sapeva fare De Gaulle o De Gasperi. Nei prossimi giorni il Governo si giocherà il suo  futuro. Stanno rimettendo in piedi la gioiosa macchina da guerra debellata da Berlusconi. Bisogna agire anche a tutela della libertà che una parte della minoranza oggi vuole conculcare, affiancandosi a Landini e all’estrema sinistra. Va messo in condizioni di non nuocere il rozzo generale – scrittore che fa votare contro il governo. Non chiacchiere, ma progetti che ridiano modernità all’Italia, passando dalle infrastrutture e dai servizi, per passare ad un progetto reale volto a sconfiggere la decrescita democratica e ripristinare il valore della famiglia  fondata sul matrimonio tra uomo e donna. Basta ai finti diritti che sono solo desideri edonistici. Basta ad una scuola in cui la violenza prevale e l’irrazionalità sta distruggendo quel poco che era rimasto dopo l’eterno ‘68. La generazione Z va rimessa al suo posto e i ragazzini della maranza vanno messi in condizione di non nuocere.  La migrazione illegale va fermata, dando opportunità di integrazione a chi  viene a lavorare, non a delinquere.
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Il Piano energetico
La guerra ha messo in evidenza in modo del tutto inoppugnabile  la fragilità dell’ Italia sul piano energetico. Il Governo deve mettere a frutto il grande lavoro realizzato dal ministro Pichetto Fratin, uno dei migliori e più seri ministri dell’attuale Governo, e procedere a dare attuazione ad un piano energetico che reintroduca il nucleare sicuro.
Gilberto Pichetto

 

Sul nucleare siamo vittime della demagogia verde – rossa che portò ad un referendum suicida fondato sull’ allarmismo. Il piano energetico deve dare il via  nei tempi più rapidi al Nucleare senza accantonare le energie rinnovabili oggi  del tutto insufficienti e inadeguate. Acquistare energia dalle centrali nucleari altrui appare oggi un vera e propria follia. E pensare all’energia eolica e solare, senza il nucleare, resta un’utopia e  si rivela un inganno.
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I ninnoli
Nella sua casa di Parella dove abitò Giacosa, Nina Ruffini si era trasferita negli ultimi anni della sua vita, portandosi da Roma i ninnoli che avevano suscitato le ironie del radicale Angiolo Bandinelli che veniva considerato un piccolo “guastatore” quando andava nella casa, piena di ninnoli delicatissimi,  di Nina che era il capo della segreteria di Pannunzio al “Mondo”. Preciso: capo, non capa.  La Ruffini era una presenza molto importante al “Mondo”, una sorta di vestale laica. Arrigo Olivetti mi portò a conoscerla a Parella già nell’estate nel ‘69 dopo che l’anno prima alla presenza di Saragat presidente della Repubblica fondammo il Centro Pannunzio.
Avevo  così potuto vedere i suoi ninnoli sopravvissuti al trasloco da Roma. Oggi il concetto di ninnolo è quasi sconosciuto. Io nella mia casa di vacanza sono pieno di oggettini, spesso di nessun valore,  se non affettivo, che sono ricordi di vita e di viaggi nel mondo: da Bali a Moncalieri, dalla Cina a Bordighera, da Roma a Capri per non parlare delle amatissime Vienna, Venezia, Parigi, Londra. Ogni oggettino  è un ricordo di vita vissuta. In questi giorni mi è nata un’altra piccola angoscia: dove finiranno i miei  ninnoli dopo la mia morte? E’ solo una piccola angoscia perché le angosce oggi sono ben altre e riguardano la fine del mondo. I giovani nelle loro case squadrate dalla modernità che precipita a volte nel cattivo gusto, non credo abbiano dei ninnoli. La generazione Z in particolare irriderebbe i ninnoli come faceva Bandinelli che pure era una degna persona, amica di Pannella. Temo finiranno tutti o quasi nella spazzatura o da un rigattiere, ammesso che siano sopravvissuti.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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La Famija Piemonteisa di Roma

Da vecchio vercellese che abita a Roma da trent’anni sono socio della Famija Piemonteisa di Roma e lettore da quasi dieci anni della sua rubrica sul “Torinese“. Le scrivo perché sono indignato contro i dirigenti scaduti della Famija dopo la morte del presidente Morbelli in agosto. Da allora la Famija non è più attiva e i superstiti non stanno facendo nulla, facendo morire la gloriosa associazione. Ma stanno cercando di mettere  in atto un nuovo statuto che consenta loro di impadronirsi della associazione che in pochi mesi ha perso  metà dei soci.  Sono vecchi signori senza esperienza che vogliono impedire a elementi nuovi di rilanciare la Famija. Mi rivolgo a Lei come massimo studioso di Marcello Soleri che fondò la Famija nel 1944 e che ritengo insieme alla famiglia Soleri alto  rappresentante degli interessi originari dell’ente creato dal ministro Soleri. Cosa dobbiamo fare? Ci sono soci autorevoli come un generale dei Carabinieri che potrebbe riportare in alto la nostra associazione.     Lettera firmata

Enrico Morbelli
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Doveva avere il coraggio di uscire allo scoperto perché questi problemi non si risolvono con lettere come la sua. Bisogna uscire allo scoperto. Da vecchio amico della Famija sono indignato per quanto leggo. Non sono piemontesi a Roma, ma persone che del vecchio Piemonte non hanno nulla. Va fatta una formale  diffida a convocare subito un’assemblea per eleggere le cariche con lo statuto vigente. E’ scorretto scrivere un nuovo statuto con valore retroattivo che snatura la Famija. Lo statuto verrà eventualmente  elaborato dal nuovo direttivo e votato da una assemblea ad hoc dopo il recupero almeno dei vecchi soci. Adesso è urgente nominare un nuovo presidente con le regole vigenti. Altrimenti rivolgetevi anche al Sindaco di Roma che dà i locali, segnalando la cosa. Se necessario fate un esposto. La Famija è troppo importante per rischiare di finire come già accadde con Zanone che pure non era uno sprovveduto , ma non si interessava dell’associazione e perse la sede prestigiosa che fu di Soleri e di Einaudi. Anche a Torino ci sono miopi nemici della Famija che vanno snidati. Avrete tutto il mio appoggio.
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Titoli e onorificenze
C’è un mercato di onorificenze e persino di titoli nobiliari in Italia davvero  incredibile. Piccoli borghesi arricchiti vogliono medaglie e stemmi per darsi un tono. 80 anni di Repubblica non sono bastati. Anche  attorno ai titoli sabaudi di Emanuele Filiberto si addensano ombre cupe. Circolano tanti soldi. Dicono per beneficenza. Sarà poi vero? Dovrebbero avere bilanci pubblici e trasparenti che non vedo sui siti.  Ing. Ines Scotti
Non so darle una risposta precisa. Posso dirle di un notevole disagio che si coglie in certi ambienti, specie se legati al Duca d’Aosta – figura di alto livello intellettuale e morale –  che non tollerano commistioni di denaro. L’esempio è l’altissima e nobile  figura di Re Umberto II.
Gli ordini dinastici fanno sicuramente beneficenza e a Torino restaurano la basilica Mauriziana di via Milano con l’aiuto della Fondazione dell’Ordine che finalmente e’ presieduta  da una donna competente e capace: Licia Mattioli. Questi bulletti con il titolo di cavaliere o addirittura grande ufficiale,  esibito in modo sfrontato e strafottente, assomigliano ai personaggi che il Foscolo definiva il volgo che “ha sepoltura nelle adulate  regge, già vivo e i stemmi unica laude “.
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Trump
Non si può stare nell ‘ambiguità’ su Trump. I liberali, i laici, i democratici, i conservatori veri devono dichiararsi senza ambiguità contro Trump. La Meloni è esitante e non rivela doti di statista, ma solo piccoli tatticismi molto miopi. Annella Robusti
Concordo con lei su un fatto: Trump ha distrutto il Partito repubblicano in America, anche se il Partito Democratico ha accumulato grosse colpe e molti deficit.Trump è un avventuriero che non è neppure machiavellico, ma soltanto un  improvvisato affarista che non sa quasi nulla di cosa sia la politica e uno Stato democratico. Trump ha distrutto il sogno americano. La presidente italiana rappresenta un’ Italia che conta poco e deve fare i conti con la realtà come qualunque altro premier, a partire da Giuseppi Conte. Non può scegliere i suoi interlocutori, ma deve accettarli senza lasciarsi condizionare troppo. Il diluvio universale ha ucciso le colombe della pace. Bisogna prenderne atto.

Insalata russa classica per Pasqua

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Una golosa e colorata combinazione di verdure e maionese che porta in tavola l’allegria

Un classico per tutte le stagioni che non passera’ mai di moda: l’insalata russa, un antico e autentico sapore che rendera’ la vostra Pasqua davvero “speciale”. Una golosa e colorata combinazione di verdure e maionese che porta in tavola l’allegria, ideale per un giorno di festa.

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Ingredienti:

300gr. di patate

150gr. di carote

200gr. di piselli surgelati

1 uovo e 1 tuorlo ( a temperatura ambiente)

Olio di oliva gusto delicato

Succo di mezzo limone

50gr. di tonno sbriciolato

Sale q.b.

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Cuocere a vapore le verdure tagliate a dadini, lasciar raffreddare. Preparare la maionese. Mettere nel mixer l’uovo intero ed il tuorlo, azionare a bassa velocita’, aggiungere poco a poco l’olio a filo fino a quando la maionese inizia a montare, solo a questo punto aggiungere goccia a goccia il succo di limone filtrato e un pizzico di sale. In una ciotola schiacciare una parte delle patate e delle carote, aggiungere i piselli e mescolare il tutto con parte della maionese, aggiustare di sale, aggiungere il tonno sbriciolato, mescolare nuovamente e sistemare nel piatto di portata. Ricoprire con la maionese rimasta e guarnire a piacere. Serena Pasqua a tutti voi.

Paperita Patty