Rubriche

Giacomo e la briscola chiamata

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Quando il cielo lacrimava e sul lago soffiava quell’arietta fresca che intirizziva, la passeggiata sul lungolago verso la Villa Branca finiva immancabilmente davanti alla porta dell’amico Giacomo dove ci attendevano le sfida a briscola e tresette

 

Giacomo Verdi, detto “balengo” perché amava spingere la sua barca a remi tra le onde del lago in tempesta, infischiandosene dei rischi, da un bel po’ di tempo era costretto a stare in casa. Un brutta sciatalgia e i reumatismi rimediati  nel far la spola tra le due sponde del lago e le isole, gli impedivano di stare troppo in piedi. E allora, con la scusa di andarlo a trovare, ingaggiavamo delle tremende sfide all’ultima mano. “ Ah, amici miei, sapeste che rottura di balle dover star qui recluso. Per uno come me che non trovava mai terraferma e che fin da piccolo stava con la faccia contro vento, star qui costretto tra seggiola e divano, tra poltrona e letto, è proprio una gran brutta cosa. Quelle volte che non sento il cambio del tempo e riesco a metter il naso fuori dall’uscio, è una tal festa che non mi potete credere. Guardate, è come se fosse un Natale o una Pasqua fuori stagione. Ah, è talmente bello che mi sento un re”. Ogni volta, prima di tirar fuori il mazzo delle carte dal cassetto, Giacomo –  quasi stesse sgranando un rosario – ci faceva partecipi delle sue lamentele. Ma bastavano due o tre smazzate per sparigliare tutto e come d’incanto si dimenticava di acciacchi e malanni. Faceva smorfie, imprecava, sbatteva le carte sul tavolo. Non nascondeva l’ira o la gioia, a seconda di come gli “giravano” le carte, ma era un’altra persona. Amava quei giochi, vantandosi di essere un grande esperto. A volte ci teneva delle vere e proprie lezioni. “ Vedete, il mazzo con cui stiamo giocando è composto da 40 carte di 4 diversi semi. Ma c’è una grande varietà stilistica nel disegno. In alcune regioni sono diffuse le carte di stile italiano o spagnolo, con i semi di bastoni, coppe, denari e spade e con le figure del fante, del cavallo e del re. In altre si usano le carte con i semi francesi .Sono cuori, quadri, fiori e picche, con le figure del fante, della donna e del re.Ecco, sono proprio queste che stiamo usando per la nostra partita”. Parlava come un libro stampato, in un italiano corretto e persino raffinato. “Fate attenzione a queste.Sono carte bergamasche, tipicamente nordiche.Hanno caratteristiche in comune con le figure dei tarocchi lombardi. L’asso di coppe si ispira alle insegne della famiglia Sforza”. Era capace di andar avanti così per un bel po’ se non cambiavamo discorso. E allora ci raccontava delle sue avventure, partendo sempre da quella volta che aveva portato sull’isolino una contessa ( omettendo di dire chi fosse, precisando “sapete,io sono una persona discreta e non mi piace far nomi” ) che per tutto il tragitto continuò a fargli l’occhiolino. Immaginando una qualche complicità e una sorta d’invito, appena toccato terra, tentò di abbracciarla e baciarla, guadagnandosi una sberla tremenda. “Madonna, che botta mi ha dato! Cinque dita cinque, in faccia, secche come un chiodo. Ero diventato rosso come un tumatis, un pomodoro, restando lì a bocca aperta, come un baccalà”. “ Ah, cari miei, se beccavo quel maledetto Luigino dell’Osteria dei Quattro Cantoni lo facevo nero come il carbone”. Quella storia l’aveva raccontata un infinità di volte ma, per non contraddirlo, ci fingevamo interessati e lo incalzavamo con le solite domande (“Come mai,Giacomo? Cosa c’entrava Luigino?”). E lui s’infervorava. “Cosa c’entrava, quella carogna? Cosa c’entrava? C’entrava che se l’avevo tra le mani gli davo un bel ripassoLo pettinavo per bene quel mascalzone. Mi aveva assicurato che la contessa era una che ci stava, che gli piacevano i barcaioli. Mi disse che se gli fossi piaciuto mi avrebbe fatto l’occhiolino. E me l’aveva fatto, porco boia; altro che se me l’aveva fatto. Ma era per via di un tic nervoso. Altro che starci. Sembrava una iena. E quel saltafossi lo sapeva, capite? Lo sapeva e mi ha tirato uno scherzo”. Sbollita la rabbia per quella brutta figura che ormai faceva parte dei ricordi, ricominciava a giocare, picchiando le carte sul tavolo come se quello fosse la testa pelata di Luigino. Giacomo abitava in una casa che dava su via Domo. Dalla parrocchiale , dove c’è Largo Locatelli, si scendeva verso l’abitazione per una viuzza stretta, tortuosa, lastricata a boccette che finiva nella piazzetta. Lì, al numero 12, in una casa piuttosto bassa, coperta da un tetto di piode, stava il Verdi. Quasi in faccia alla cappelletta che ,si diceva, fosse stata eretta come ex-voto per la liberazione dalla peste. Sotto l’arco s’intravedevano ancora gli affreschi raffiguranti la Madonna con il Bambino e ben due coppie di santi : Giuseppe e Defendente, da una parte;Gervaso e Protaso, dall’altra. Era lì che la povera Marietta posava il cero nei giorni in cui suo marito, quel matto di Giacomo, metteva la barca in acqua incurante del “maggiore” che spazzava le onde, gonfiando minacciosamente il lago. Ora che Marietta era  passata a miglior vita era Giacomo – ormai prigioniero a terra per via dei malanni – a dare qualche soldo a Cecilio, il sacrestano, perché non si perdesse quell’abitudine che – diceva, sospirando – “ in fondo, mi ha sempre portato bene”. Ecco, le giornate più uggiose le passavamo in casa di Giacomo, in uno dei rioni più antichi di Baveno.Lì c’è ,ancora adesso, la “Casa Morandi”, un edificio settecentesco di quattro piani, con scale esterne e ballatoi. È forse l’angolo più apprezzato dai pittori e dai fotografi di tutta la cittadina. Sono in tanti, in Italia e all’estero, a tenere sulle pareti del salotto un acquerello, una china o più semplicemente una foto incorniciata della casa Morandi. Segno inequivocabile che da lì è passata un sacco di gente ,portando con sé la storia, quella vera, quella che si legge sui libri. E magari incrociando le carte con Giacomo.

Marco Travaglini

Torino nascosta tra rigore e meraviglia: il volto discreto del barocco

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Torino si lascia scoprire poco alla volta quasi con pudore come se non volesse mostrare subito tutta la propria ricchezza e questa caratteristica si riflette anche nella sua architettura che a prima vista appare composta ordinata quasi severa ma che in realtà custodisce al suo interno una sorprendente profondità di dettagli e invenzioni soprattutto nel periodo barocco quando la città si trasforma seguendo un’idea precisa di eleganza controllata senza mai cedere completamente all’eccesso visivo che invece caratterizza altre città italiane il barocco torinese infatti non urla ma sussurra non invade lo spazio ma lo misura creando un equilibrio tra pieni e vuoti tra luce e ombra che rende l’esperienza visiva più intima quasi raccolta

Un barocco che si rivela oltre le facciate

A differenza di quello romano dove le facciate sono spesso scenografiche mosse ricche di decorazioni che vogliono stupire immediatamente chi osserva a Torino si nota una scelta diversa gli edifici mantengono verso l’esterno una certa sobrietà con linee pulite e proporzioni rigorose quasi a voler rispettare un ordine urbano ben definito ma è entrando che si scopre il vero carattere di questo stile gli interni si aprono in giochi di curve cupole ardite decorazioni che sorprendono proprio perché non anticipate dall’esterno è come se la città avesse deciso di custodire la propria bellezza più intensa per chi è disposto a fermarsi ad attraversare le soglie a guardare oltre la superficie questa doppia anima crea un dialogo continuo tra apparenza e sostanza tra disciplina e libertà espressiva

Geometrie e prospettive: la firma torinese

Un altro elemento distintivo dell’architettura torinese è l’attenzione quasi matematica alla disposizione degli spazi le piazze le strade i portici tutto sembra rispondere a un disegno unitario dove ogni elemento trova il proprio posto con precisione questa visione urbanistica si lega al potere e all’idea di capitale che Torino ha rappresentato per lungo tempo ma allo stesso tempo lascia spazio a soluzioni architettoniche sorprendenti come scale che si avvolgono su se stesse giochi prospettici che guidano lo sguardo e creano illusioni di profondità il risultato è una città che non si limita a essere osservata ma che invita a essere percorsa vissuta passo dopo passo perché ogni angolo può rivelare qualcosa di inatteso

In questo equilibrio tra rigore esterno e ricchezza interna tra ordine e invenzione Torino costruisce la propria identità architettonica distinguendosi da altre realtà italiane senza bisogno di competere sul piano dello sfarzo immediato ma scegliendo piuttosto una via più silenziosa e forse proprio per questo più duratura capace di affascinare chi sa coglierne le sfumature e di lasciare un’impressione che cresce nel tempo senza esaurirsi in un solo sguardo.

NOEMI GARIANO

Dantès tra i vigneti dello Champagne

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“Per me, in tutto il mondo, non esiste un villaggio comparabile con questo. Qui ho vissuto gli anni più belli della mia infanzia…”. Così il regista Jean Renoir descriveva il suo rapporto con Essoyes, paesino dello Champagne situato nel dipartimento dell’Aube nella regione francese del Grand Est. Era lì che i genitori Aline e Pierre-Auguste Renoir, uno dei più famosi pittori impressionisti, acquistarono nel 1896 una casa nella quale, per 30 anni, insieme ai loro figli Pierre, Jean e Claude, trascorsero lunghe estati. Essoyes non è solo il “village des Renoir” perché vi nacque anche Auguste Heriot, fondatore del Grands Magasins du Louvre, diventato l’eroe di Au bonheur des dames, l’undicesimo romanzo di Émile Zola appartenente al ciclo dei Rougon-Macquart. Ancora oggi poche centinaia di persone vi dimorano in un ambiente di semplice bellezza che trasmette pace e di tranquillità tra boschi, vigne e graziose case a graticcio sulle sponde del fiume Ource.

 

E tra queste, in una graziosa casa circondata da vigneti a perdita d’occhio, vive anche madame Jacqueline Grenouille con il suo piccolo yorkshire terrier di nome Dantès. Ogni mattina, al sorgere del sole, il piccolo animale accompagna Jacqueline nei suoi giri tra le vigne dove i grappoli hanno ciascuno il proprio ruolo, dallo chardonnay con la sua finezza e l’eleganza al pinot nero celebre per la struttura e gli aromi fino al pinot meunier, apprezzato per ricchezza e complessità aromatica. Insieme osservano le viti cariche di grappoli d’uva, pronte per essere raccolte e Dantès non perde occasione per annusare con curiosità l’aria profumata dai densi aromi fruttati. Un giorno, mentre correva tra i filari, lo yorkshire si imbatté in qualcosa di insolito. C’era un piccolo scoiattolo che sembrava avesse bisogno di aiuto. Il povero animale era rimasto impigliato in un ramo e non riusciva a liberarsi. Dantès si avvicinò e con le sue piccole zampe, in uno slancio generoso, cercò di spostare il ramo. Dopo alcuni tentativi riuscì a liberare lo scoiattolo che scattò via come un fulmine. Il piccolo terrier non si era accorto che Jaqueline lo stava osservando, sorridendo. “Sei davvero un cane generoso e altruista. Bravo!” esclamò, accarezzandolo. Lui, felice e orgoglioso, scodinzolò.

Ma il giorno seguente, mentre girovagavano tra i vigneti, accadde qualcosa di imprevisto. Un temporale improvviso si abbatté sulla regione, e i fulmini illuminarono il cielo. Jaqueline, preoccupata per i possibili danni alle viti, decise di rientrare a casa osservando il cielo carico di nubi gonfie di pioggia. Dantès non riusciva a smettere di pensare allo scoiattolo e per nulla intimorito dall’inizio dell’acquazzone si allontanò dalla sua padrona e corse verso il boschetto dove aveva incontrato lo scoiattolo. Con grande determinazione si fece strada tra i rami bagnati e le pozzanghere finché non raggiunse l’albero cavo dove di era rifugiato l’animaletto dal mantello bruno rossastro. Lo scoiattolo era lì, spaventato e tremante. Scodinzolava per segnalare un pericolo mentre dal cielo, dopo le saette e il brontolio dei tuoni, pioveva ormai a dirotto. Dantès si avvicinò e abbaiando cercò a modo suo di rincuorarlo. Assecondando il proprio intuito l’animale comprese che poteva considerare quel cagnetto come un amico e si sentì subito in qualche modo rinfrancato e protetto.

Dantès si riparò sotto l’albero ed entrambi attesero che il temporale si allontanasse. Adagio adagio la pioggia iniziò ad essere sempre meno forte e tra i rami le ultime gocce luccicanti lasciarono il posto ai primi raggi del sole che illuminarono la vegetazione. A quel punto i due animali lasciarono il loro rifugio e, in segno di gratitudine, il piccolo roditore decise di accompagnare Dantès fino a casa dove lo scoiattolo venne accolto da Jacqueline sotto la veranda. La donna, osservando il legame speciale tra i due, comprese che i sentimenti non conoscono limiti e barriere, e che anche un piccolo yorkshire terrier può fare la differenza quando si tratta di venire in soccorso a chi si trova in difficoltà. Decise così di celebrare quell’amicizia dedicando ai due una nuova cuvée delle preziose bollicine. E così, a Essoyes e in tutta la zona della Champagne, Dantès e lo scoiattolo diventarono una leggenda da festeggiare stappando in allegria una buona e fresca bottiglia di blanc de blancs.

Marco Travaglini

Il tempo libero dei torinesi: tra parchi cittadini e fughe nel verde

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Chi vive a Torino sa che per respirare non serve per forza scappare lontano. La città, oltre a musei, palazzi e caffè storici, offre un patrimonio verde che non ha nulla da invidiare ad altre capitali europee. I torinesi lo sanno bene: quando hanno bisogno di staccare, di rilassarsi o di ritrovare un po’ di silenzio, si rifugiano nei parchi.
Il Parco del Valentino è una vera istituzione. Più di 400.000 metri quadrati di verde affacciati sul Po, con viali alberati, prati per sdraiarsi, angoli ombreggiati per leggere e piste perfette per correre o andare in bicicletta. È uno di quei luoghi dove si mescolano tutte le generazioni: dai bambini che rincorrono le bolle di sapone agli anziani che si ritrovano sulle panchine, dai ragazzi che ballano swing la domenica alle coppie che fanno il primo picnic della stagione.
Poi c’è la Pellerina, la distesa verde più vasta di Torino. Un polmone urbano dove si viene a correre, a portare a spasso il cane, a leggere un libro sotto un albero. Nei fine settimana si organizzano eventi, mercatini, attività per i bambini. Ci sono anche piccoli stagni, ponticelli in legno e spazi dedicati allo sport. È un parco vissuto, autentico, dove si respira la città in versione lenta.
Ma il verde torinese è fatto anche di spazi più raccolti, come il Parco Rignon con la sua villa storica, o il Parco della Tesoriera, che in primavera si riempie di colori e profumi. In centro, i Giardini Reali offrono una pausa elegante tra un museo e una passeggiata sotto i portici, mentre il Parco Dora, con la sua impronta post-industriale, attira giovani, skater e fotografi urbani. Insomma, ogni quartiere ha il suo angolo di natura: e ogni torinese ha il suo posto del cuore dove rallentare.
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Cibo e passeggiate: i piaceri della libertà
Per i torinesi, il tempo libero è anche un’occasione per vivere la città senza fretta. Il sabato mattina, ad esempio, è facile vederli passeggiare tra le bancarelle del mercato di Porta Palazzo o tra i banchi del Balon, alla ricerca di un vinile, un libro usato o un oggetto curioso. Poi si entra in una libreria indipendente, si prende un caffè in un dehors o si fa una pausa in una delle tante pasticcerie che resistono al tempo, con le loro vetrine piene di bignole e cioccolatini.
Nel pomeriggio si passeggia in via Lagrange o via Garibaldi, si sbircia tra i negozi, si entra in una galleria d’arte. E quando viene fame? Niente panico: Torino è una città che ama mangiare bene. Dai piatti della tradizione – come gli agnolotti, il vitello tonnato, la bagna cauda o i plin burro e salvia – alle reinterpretazioni moderne in ristoranti e bistrot che valorizzano i prodotti locali. E poi i formaggi, le nocciole, i vini: ogni pasto diventa un piccolo rituale.
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Weekend nelle Langhe: tra vigne, colline e grandi vini
Quando arriva il fine settimana, la voglia di cambiare panorama si fa sentire. E così i torinesi prendono la macchina e si dirigono verso le Langhe. In poco più di un’ora ci si ritrova immersi in paesaggi che sembrano disegnati: colline coperte di vigneti, borghi antichi, cascine, strade tortuose che regalano scorci sempre diversi.
Langhe, vigneti
A Barolo, piccolo gioiello collinare, si respira l’odore del vino ovunque. È impossibile resistere alla tentazione di fermarsi in una delle tante cantine per una degustazione o di prenotare un tavolo con vista. Ristoranti come Locanda Fontanazza o La Vite Turchese sanno coniugare cucina autentica e panorama mozzafiato. Qui si assaporano piatti come i tajarin al tartufo nero, la carne battuta al coltello o la fonduta di Raschera con verdure di stagione. Tra una passeggiata e l’altra, tra un bicchiere di Barolo e una visita al WiMu – il Museo del Vino – i torinesi riscoprono un tempo diverso, fatto di piccoli piaceri e grandi silenzi.
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Asti e Monferrato: sapori, colline e tradizione
Non solo Langhe. Anche il Monferrato e la zona di Asti sono mete amatissime. Meno affollate ma altrettanto affascinanti, queste colline dolci e ondulate sono punteggiate di borghi, castelli e filari di viti. Qui il tempo scorre ancora più lento, e il legame con la terra è fortissimo.
Asti, con il suo centro storico elegante, è perfetta per una passeggiata tra chiese romaniche, mercatini e botteghe artigiane. Il sabato mattina c’è il mercato in Piazza Alfieri, e in autunno il profumo di tartufi invade le vie del centro. Molti torinesi vengono qui anche solo per pranzare in ristoranti tipici come Tacabanda o Campanaro, dove si trovano piatti come la finanziera, il bunet, il brasato al Barbera.
Nel Monferrato, invece, si cercano esperienze più intime: una camminata tra i noccioleti, una visita in una cantina biologica, una notte in agriturismo con cena a lume di candela. Paesi come Cocconato, Montemagno o Grazzano Badoglio custodiscono una bellezza discreta, lontana dal turismo di massa.
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Alba, il gioiello delle Langhe
E poi c’è Alba, una città che i torinesi sentono un po’ loro. Capoluogo delle Langhe, è il punto di partenza perfetto per esplorare il territorio. Ma è anche una meta in sé: elegante, vivace, autentica. Le sue strade medievali, le torri, le piazze raccolte, i profumi che escono dalle botteghe artigiane: tutto invita alla calma, alla curiosità, al piacere.
Alba è famosa in tutto il mondo per il tartufo bianco, celebrato ogni anno con una fiera internazionale che richiama migliaia di visitatori. Ma la sua offerta non si ferma lì: vini eccellenti, dolci alla nocciola, pastifici storici, osterie con una cucina che sa rinnovarsi senza tradire la tradizione. Piazza Duomo, il ristorante tristellato dello chef Crippa, è un’esperienza unica. Ma anche trattorie come La Piola o Enoclub raccontano con autenticità il territorio.
Qui il tempo libero si fa arte di vivere: si passeggia senza fretta, si mangia con gratitudine, si brinda alla bellezza delle cose semplici. E al ritorno verso Torino, con il bagagliaio pieno di bottiglie e la testa ancora tra le colline, si porta a casa un pezzetto di quella quiete.
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Noemi Gariano

Street art a Torino: una galleria a cielo aperto

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Torino si è affermata negli ultimi anni come uno dei poli più vitali per la street art in Italia. Quella che un tempo era considerata arte marginale o vandalismo, oggi è diventata parte integrante del paesaggio urbano, capace di raccontare storie, identità e trasformazioni. Passeggiare per la città significa immergersi in un museo a cielo aperto, dove i muri non separano ma parlano, e le periferie si trasformano in vere e proprie gallerie d’arte pubblica. I murales diventano strumenti di rigenerazione urbana, simboli di comunità e voce dei quartieri. Dalle opere monumentali commissionate da festival e istituzioni, fino alle tracce più spontanee lasciate sui muri delle strade meno battute, la street art torinese offre un viaggio visivo e culturale denso di significato.
Dalle periferie ribelli alle opere monumentali
Il quartiere “Aurora” è uno dei primi a saltare all’occhio quando si parla di street art a Torino. Ex zona industriale, oggi è una delle aree più dinamiche sotto il profilo artistico e sociale. Qui, tra case popolari e vecchi capannoni, si trovano alcuni tra i murales più grandi e d’impatto della città. Opere come quelle realizzate da Millo, con i suoi personaggi in bianco e nero che interagiscono con la città, raccontano sogni urbani e quotidianità in modo poetico. Il progetto “B.Art” ha portato oltre 40 murales tra Barriera di Milano e altri quartieri della periferia nord, coinvolgendo artisti italiani e internazionali per trasformare muri grigi in spazi narrativi. Non sono solo decorazioni: questi interventi sono pensati per dialogare con il territorio, con le persone che lo abitano, con le sue ferite e le sue speranze. La street art assume così un ruolo sociale, capace di riqualificare esteticamente ma anche di ricucire il tessuto urbano.
Il centro città e le nuove frontiere dell’arte urbana.
Anche il centro di Torino non resta indietro. Pur conservando un’eleganza sabauda e un’architettura storica, accoglie sempre più spesso interventi artistici murali che si inseriscono con discrezione e intelligenza nel tessuto urbano. Zone come San Salvario o il Quadrilatero Romano ospitano opere più piccole ma ricche di significato, dove lo stile degli artisti si fonde con le atmosfere del quartiere. Le serrande dei negozi diventano tele temporanee che cambiano volto tra il giorno e la notte. In via Aosta e via Cecchi, alcuni spazi dismessi sono stati recuperati attraverso progetti condivisi che uniscono arte, educazione e cittadinanza attiva. L’arte urbana torinese oggi esplora anche linguaggi nuovi: stencil, poster, collage, sticker art e installazioni temporanee. Non si tratta più soltanto di disegni murali ma di una contaminazione tra generi che fa dialogare la città con il mondo contemporaneo. Il ruolo delle gallerie indipendenti, dei festival come “Picturin” o delle realtà come “Il Cerchio e le Gocce” è stato fondamentale per far crescere una scena urbana coerente, viva e aperta al cambiamento.
Torino continua ad evolversi e, con lei, anche la sua arte urbana. Ogni muro dipinto aggiunge un tassello alla narrazione collettiva della città, rendendola più inclusiva, espressiva e viva. Chi osserva i murales torinesi, oggi, non guarda soltanto un’opera d’arte: legge un messaggio, ascolta una voce, incontra una comunità. In una città che ha fatto dell’equilibrio tra memoria e innovazione il suo punto di forza, la street art non è più un linguaggio ai margini, ma una parte essenziale del suo volto, il volto di Torino.
NOEMI GARIANO

Dove nascono le storie: il piccolo Nené prima di diventare Camilleri

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono scrittori che raccontano storie. E poi ce ne sono altri che riescono a raccontare la nascita delle storie stesse, quel momento misterioso in cui un bambino osserva il mondo e, senza ancora saperlo, sta costruendo il proprio destino. È proprio lì che Alessandro Barbaglia sceglie di accompagnare il lettore con Nené nel paese delle magarìe, pubblicato da Mondadori e impreziosito dalle delicate illustrazioni di Alessandro Sanna.
Nel centenario della nascita di Andrea Camilleri, lo scrittore novarese evita la strada più semplice della biografia e sceglie quella, molto più coraggiosa, della fiaba. Il protagonista non è ancora il maestro di Vigata, ma il piccolo Nené, un ragazzino gracile e curioso che trascorre le estati nella casa di campagna della nonna Elvira, tra il profumo della zagara, il pane appena sfornato, i racconti popolari e quella Sicilia sospesa tra realtà e magia che accompagnerà tutta la sua futura produzione letteraria.
Barbaglia intreccia con straordinaria delicatezza i ricordi autobiografici di Camilleri, i suoi romanzi e la fantasia, costruendo un racconto in cui il confine tra il reale e l’immaginario diventa sempre più sottile. Accanto a Nené prendono vita personaggi indimenticabili, come la nonna “magara”, il cantastorie Minico e il misterioso “pimpigallo”, creatura fantastica che sembra guidare il protagonista verso la scoperta della forza delle parole e dell’immaginazione.
Più che raccontare l’infanzia di Camilleri, Barbaglia prova a immaginare il momento in cui nasce uno scrittore. Lo fa con una lingua che richiama con rispetto e naturalezza le sonorità care al grande autore siciliano, senza mai trasformarsi in imitazione. Il risultato è un testo poetico, capace di parlare ai ragazzi ma anche agli adulti, perché ognuno può ritrovare tra queste pagine un frammento della propria infanzia e di quel tempo in cui tutto sembrava ancora possibile.
Novarese, libraio e tra le voci più originali della narrativa italiana contemporanea, Alessandro Barbaglia ha conquistato negli anni lettori di ogni età con romanzi capaci di intrecciare poesia, memoria e fantasia. Finalista al Premio Strega con L’Atlante dell’invisibile e autore di libri molto apprezzati come La mossa del matto e L’invenzione di Eva, ha fatto della capacità di raccontare personaggi realmente esistiti attraverso uno sguardo profondamente umano uno dei tratti distintivi della sua scrittura. Con Nené nel paese delle magarìe sceglie però una strada ancora più delicata: non racconta il grande Andrea Camilleri, ma il bambino che un giorno lo diventerà, immaginando quel momento irripetibile in cui nasce il desiderio di inventare storie.
Nené nel paese delle magarìe è un omaggio sincero ad Andrea Camilleri, ma è soprattutto un inno alla fantasia, alla memoria e alla lettura. Perché forse ogni grande scrittore nasce proprio così: rincorrendo un sogno, un quaderno o un “pimpigallo” capace di trasformare la realtà in racconto.
E chissà se, chiudendo questo libro, non venga voglia anche a noi di tornare bambini, almeno per il tempo di una storia.
MARZIA ESTINI

Il segreto delle Porte Palatine: tra storia romana e suggestioni medievali

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Passeggiare oggi in piazza Cesare Augusto, nel cuore di Torino, significa compiere un salto indietro di duemila anni. Tra il traffico cittadino, i palazzi moderni e la vita frenetica del centro, all’improvviso si aprono davanti agli occhi le Porte Palatine, imponenti e silenziose.
Le Porte Palatine non sono solo un monumento. Sono un ponte tra epoche diverse, un luogo dove storia e leggenda si intrecciano. Forse per questo, ancora oggi, continuano ad affascinare torinesi e turisti, attirando chi vuole scoprire un lato più intimo e antico della città.
Una delle porte meglio conservate dell’Impero romano
All’epoca della sua fondazione, Julia Augusta Taurinorum era una città strategica: sorgeva lungo la via che collegava Roma alla Gallia e, in seguito, alle province settentrionali dell’Impero. La città era protetta da mura poderose e quattro porte principali permettevano l’accesso da ogni lato.
Le Porte Palatine erano l’ingresso settentrionale, quello che conduceva verso Ivrea e le vallate alpine. Oggi sono considerate uno dei migliori esempi di architettura romana conservati in Italia.
Nonostante le vicissitudini dei secoli, la struttura ha mantenuto intatto il suo fascino. Non è un caso che il sito sia stato inserito nel percorso di Torino romana e che rappresenti una delle mete preferite da chi vuole conoscere la città partendo dalle sue radici.
Dal Medioevo alla rinascita
Dopo la caduta dell’Impero romano, le Porte Palatine conobbero un periodo di abbandono. Come molte strutture antiche, furono inglobate nelle nuove costruzioni medievali e in parte smantellate per riutilizzare i materiali.
Nel corso del Medioevo, le torri furono trasformate in fortificazioni e poi in dimore nobiliari.
Fu solo tra il XVIII e il XIX secolo, con l’arrivo dei Savoia e la crescente attenzione per le origini della città, che le Porte Palatine tornarono al centro dell’interesse culturale. Gli scavi archeologici avviati nell’Ottocento riportarono alla luce gran parte della struttura originaria, restituendole dignità storica e valore artistico.
Leggende e suggestioni
Intorno alle Porte Palatine non si intrecciano solo fatti storici, ma anche leggende popolari che contribuiscono al loro fascino misterioso.
Una delle più note riguarda l’imperatore Augusto. Si dice che, poco dopo la fondazione della città, egli vi si sia recato di persona per benedire il passaggio delle legioni. Secondo la tradizione, avrebbe pronunciato parole propiziatorie per il futuro di Torino. Non ci sono prove storiche, ma la leggenda ha alimentato per secoli l’immaginario collettivo.
Un’altra suggestione riguarda le energie esoteriche. Torino è famosa per essere parte del cosiddetto “triangolo della magia bianca”, insieme a Lione e Praga. Alcuni sostengono che proprio le Porte Palatine siano uno dei nodi energetici più potenti della città. Non ci sono conferme scientifiche, ovviamente, ma basta visitare il sito di notte per percepire un’atmosfera diversa, sospesa, quasi fuori dal tempo.
Le Porte Palatine oggi
Oggi le Porte Palatine sono al centro di un grande progetto di valorizzazione promosso dal Comune di Torino. L’area circostante è stata riqualificata, con nuovi percorsi pedonali, pannelli informativi e visite guidate organizzate in collaborazione con il Museo di Antichità.
NOEMI GARIANO

Sformatini di cavolfiore viola con salsa al parmigiano

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Un’idea deliziosa per gustare il cavolfiore. Ideale come antipasto o contorno, sono facilissimi da preparare e raffinati da presentare.

Ingredienti per 8 sformatini

1 cavolfiore viola
3 uova intere
30gr.di parmigiano grattugiato
100ml di panna liquida fresca
Sale, pepe, burro

per guarnire
Parmigiano grattugiato
Latte
Nocciole tostate

Cuocere a vapore il cavolfiore. Quando cotto, lasciar raffreddare poi frullare in mixer con le uova, il parmigiano, il sale ed il pepe.
Imburrare 8 stampini da creme caramel, versare il composto e cuocere a bagnomaria coperto con un foglio di alluminio per circa 30/40 minuti. Preparare la salsa facendo fondere il parmigiano con poco latte o panna liquida e tritare le nocciole. Servire lo sformatino capovolto nel piatto nappato con la salsa e spolverizzato con il trito di nocciole. Servire tiepido.

Paperita Patty

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

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SOMMARIO: Generali e governo  – Tanti graditi auguri di buon compleanno – E’ morto  a 86 anni a Racconigi l’ultimo cappellano reale mons. Gianfranco Troya – Lettere

Generali e governo

Ci sono dei sostenitori  entusiasti del generale che ha rinunciato alla “Folgore“ per dedicarsi alla politica di parte, una scelta che non  gli fa onore. Ci sono gli eterni creduloni che lo esaltano senza sapere che i militari quasi mai hanno saputo fare gli statisti e neppure i politici. Giulio Cesare fu condottiero e politico e persino scrittore, ma è un’eccezione. Nella storia d’Italia spicca il generale Luigi Pelloux, presidente del Consiglio che usò le armi contro i cittadini e tentò la svolta reazionaria di fine ‘800. Nel ‘900 spicca il maresciallo Badoglio (nella foto di copertina) responsabile della rotta di Caporetto e capo del governo dopo Mussolini che dal luglio a settembre 1943 dimostrò tutta la sua incompetenza  politica. Non è solo in Italia che i generali in politica falliscono come Birindelli e prima di lui De Lorenzo. Pensiamo ai colonnelli greci e ai generali argentini, per non parlare del generalissimo Franco che fu un dittatore, non uno stupido. Stiamo attenti alle semplificazioni manichee e alle battute pronunciate come fossero cose serie. La democrazia va tutelata. E’ il primo bene della nostra vita.

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E’ morto  a 86 anni a Racconigi l’ultimo cappellano reale mons. Gianfranco Troya
E‘ morto l’ultimo cappellano reale nominato direttamente dal re Umberto II, nato a sua volta a Racconigi nel 1904. Il suo nome è legato alla storia sabauda in modo indissolubile.  Con orgoglio ricordo che nel 2023 su invito del “Regina Elena“ ricordai il Re nella chiesa di Racconigi. Fu un evento indimenticabile; da allora a volte ci siamo tenuti in contatto in più occasioni  col telefono e una volta, di recente, ci incontrammo di persona. Era interessato ad incontrare il principe Aimone d’Aosta che doveva venire al Lions di Torino nei giardini di Palazzo Reale per una mia conferenza sul Ramo Savoia – Aosta. Mi chiese notizie del prossimo  ricordo della Regina Maria Vittoria, moglie del primo Duca d’Aosta e Re di Spagna. Parlando mi disse “Fa bene a ricordare i Savoia Aosta perché è l’ultima nostra speranza“. Disse anche altro che in questa occasione evito di scrivere. Fu un uomo lineare e intransigente che si interessò anche al ritorno in Italia degli ultimi reali che avrebbe voluto veder sepolti a Racconigi, un’idea non priva di interesse.
Dopo Ferragosto dovevamo vederci, ma venne ricoverato in ospedale a Carmagnola dove è mancato. Dovevamo parlare dell’incontro rinviato con il Duca d’ Aosta : il vecchio sacerdote si sentiva molto legato ad Amedeo di Savoia eroe dell’ Amba Alagi  ed era stato amico del suo medico personale, l’albese  dott. Borra  che conobbi quando uscì il suo bel libro sul principe “africano“, l’esatto opposto del colonialismo rapace di Graziani e di Mussolini.
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Tanti graditi auguri di buon compleanno

Ieri  era il mio compleanno; molte amiche e tanti amici mi hanno fatto gli auguri. Li ringrazio tutti di cuore.  Ieri sera  ho festeggiato alla Casa Rossa sulla collina tra Alassio e Albenga  con una coppia di amici molto affezionati, un’amicizia  profonda nata nel 1985; ieri mattina ho inviato un messaggio a quello che considero ancora e sempre il mio Sindaco, un uomo eccezionale non solo per la sua cultura e la sua  umanità: il prof .Valentino Castellani, schiena diritta per eccellenza.

Gli ho scritto, dicendogli il mio grazie per ciò che ha fatto per dimostrarmi la sua amicizia anche in tempi molto difficili. Il compleanno per me è tempo di esami di coscienza più che di festa.

E mi è venuto naturale pensare al prof. Castellani.

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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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Strapaese e Stracittà dopo un secolo

Nel 1926 ci fu una famosa polemica tra due correnti culturali, “Strapaese” e “Stracittà”. Maccari, Longanesi e Malaparte contro Bontempelli. Cent’anni sembrano passati invano perché ci sono posti, anche oggi, che sono strapaesani e altri stracittadini, come se il tempo non fosse passato.

Pensiamo a due luoghi liguri vicini: Alassio e Albenga. Alassio è una città, Albenga un paesone che non sa valorizzare neppure il suo centro storico. Il primo ha alberghi di rango, il secondo ha campeggi quasi senza alberghi. L’eleganza è ad Alassio, i pacchiani con la canottiera alla Bossi si danno appuntamento ad Albenga e giocano con le fionde, non sapendo che sono armi di offesa e anche di morte.

Albenga è una città prima rosso fuoco e oggi antifascista all’estremo della faziosità. Alassio è una città in cui tutti possono dire la loro. Ci sarebbero tanti esempi per dire che ad Albenga sono rimasti fermi: un giullare anziano, ma pur goliardico, raduna centinaia di fan con i suoi libretti insulsi.

Rosina Cagliero

Non estremizzi tutto: il provincialismo sopravvive dappertutto e l’ineleganza lussureggia dove non si penserebbe. I patiti della divisa con i jeans, ad esempio, ci sono anche nei quartieri alti delle grandi città. Le città liguri hanno pregi e difetti. Cerchiamo di essere obiettivi! La Cattedrale e il Battistero di Albenga sono un gioiello artistico e storico importante, anche se non valorizzati. I libri di cui lei parla si vendono per beneficenza. Ne va dato atto. Non hanno pretese letterarie.

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Il Rousseau italiano
Il leader dei 5 Stelle Conte, l’avvocato del popolo (si pronuncia Poppolo) ha scritto una lunga lettera a “Repubblica” in cui alla fine dice che  lui si batterà per l’uguaglianza sociale. Un egualitarismo piatto (uno eguale ad uno) che ripropone  un Grillo ricotto. E’ questo il leader del campo largo ? Se si’, io sono per il  campo ristretto della libertà.
Adolfo Gatti
Conte riprende le elucubrazioni di Rousseau  e dei giacobini. E’ l’ opposto del liberalismo che lascia spazio ai talenti di crescere. C’è una diseguaglianza positiva che poi  è  la molla che attiva il mondo e genera progresso e ricchezza che, alla fine, crea benessere sociale. Ma il Rousseau italiano non ha  mai letto i grandi liberali inglesi e non possiede biblioteche che diano spazio alle idee di tutti.
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Fiammotto  giornalista  liberale
Crediamo  che sia giusto che Pinerolo ricordi il giornalista Massimo Edoardo Fiammotto,  come merita nella toponomastica. E’ stato direttore del quotidiano Corriere Alpino, consigliere ed assessore comunale, dirigente nazionale del PLI, vicedirettore del Centro Pannunzio quando lei ne era direttore. Cosa ne pensa?
Cosimo Gatti  Anna Viglietti
Aderisco e firmerei volentieri un appello al Sindaco  di Pinerolo. Soprattutto Fiammotto è  stato un uomo integro, assolutamente mosso sempre e solo mosso da nobili ideali, come un cavaliere del ‘200 avrebbe detto di lui il comune amico rettore dell’Università Giorgio Cavallo. Ambedue erano liberali veri, ma erano soprattutto dei veri  galantuomini.

 

Centro, adesso servono due culture fondamentali

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LO SCENARIO POLITICO di Giorgio Merlo

È un fatto oggettivo prima ancora che una valutazione politica e culturale. E cioè, un progetto di
centro, una politica di centro e un programma centrista, riformista e di governo non possono fare
a meno in Italia di due culture fondamentali: la componente liberal-democratica, laico e
repubblicana e quella cattolico popolare e cattolico sociale. Certo, nel nostro paese esistono
molte altre sensibilità culturali, mondi vitali e culture che sono riconducibili alla galassia centrista.
Ma è indubbio che ci sono delle costanti che non possono essere messe banalmente in
discussione. Lo dice anche e soprattutto la storia democratica del nostro paese. Dalla intera
prima repubblica – ovvero l’alleanza tra la Democrazia Cristiana e i partiti di democrazia laica e
socialista – alla stessa fase iniziale della seconda repubblica. Con l’esperienza del Ppi prima e
della Margherita poi. E anche della prima stagione del Pd. Comunque sia, qualunque progetto di
centro è credibile nella misura in cui la componente cattolico popolare e sociale è presente,
visibile e protagonista nella costruzione del progetto politico complessivo.
Ora, e per restare all’attualità, il progetto di un centro autonomo, riformista, democratico e di
governo che si sta lentamente definendo in vista delle elezioni del 2027 necessita della presenza,
della unità e della convergenza di queste due componenti fondamentali. Del resto, la presenza e
l’attivismo dei due principali leader di questo progetto, e cioè Carlo Calenda e Pina Picierno,
conferma questa costante di fondo. E questo anche per una ragione di fondo che poi è la vera
motivazione, oggi, per avere in campo un vero e credibile progetto di centro. Ovvero il sostanziale
dissolvimento – se non addirittura la scomparsa – di ogni sensibilità centrista e riformista
all’interno dei due schieramenti maggioritari. Fuorché ci sia qualcuno che, oggi, ha il coraggio e la
spregiudicatezza di sostenere che nella “gioiosa macchina da guerra” che si sta faticosamente
costruendo a sinistra, o nel polo sovranista e conservatore che si consolida a destra la politica e il
progetto di centro hanno un ruolo, un significato ed una rilevanza politica e progettuale. A sinistra
prevale il cosiddetto “lodo Bettini”. Ovvero l’intramontabile e sempre moderno tic comunista che
prevede la presenza dei cosiddetti “partiti contadini” all’interno della coalizione. Partiti, cioè, che
vengono inventati a tavolino dal partito perno della coalizione e che, sempre per citare Bettini,
possono essere tranquillamente collocati sotto una “tenda”. Insomma, parliamo di soggetti che
non mettono affatto in discussione il progetto della coalizione di sinistra e progressista come
l’esperienza di questi ultimi tempi conferma in modo persin plateale. Come, del resto, capita a
destra. Dove l’autorevolezza, il carisma e il peso politico della Premier Giorgia Meloni sono
talmente forti ed invadenti da cancellare, se non fortemente attenuare, qualsiasi istanza e anelito
centrista, moderato e riformista.
Ecco perche, se si vuole realmente e concretamente costruire un vero, credibile ed autentico polo
centrista, riformista e di governo, ancora una volta il pensiero e la cultura cattolico popolare e
cattolico sociale possono essere decisivi per evitare che si consolidi la deriva degli “opposti
estremismi”, o degli “opposti populismi”, per usare un linguaggio più contemporaneo. Anche
perchè senza un centro riformista, democratico e di governo è a rischio la stessa qualità della
nostra democrazia.