SOCIOGRAFIA Lettere dal presente
Mentre sto proseguendo nella scrittura di un “Manuale della comunicazione”, mi rendo conto di quanti siano gli analfabeti funzionali nel nostro Paese.
È un argomento che ho già affrontato in precedenza, ma che assume anno dopo anno dimensioni sempre più preoccupanti.
Chi sono gli analfabeti funzionali? Sono persone, spesso adulte, che leggono senza fatica, conoscono alfabeto e sintassi, sanno scrivere senza difficoltà ma se chiedete loro di spiegarvi cosa abbiano letto, di riassumere il contenuto del testo non ci riescono.
A differenza degli analfabeti che, all’epoca dei nostri nonni, firmavano ponendo una croce gli analfabeti funzionali sono persone anche laureate che, tuttavia, hanno difficoltà a comprendere, a capire un testo.
I motivi sono tanti: disaffezione dalla lettura (oggi non si legge più), impoverimento del testo (spesso i testi sono sostituiti da pittogrammi, emoticons, ecc), assenza di elementi di insegnamento importanti a scuola come dettato, riassunto, tema, ecc.
Se pensiamo che nelle scuole odierne non si insegna la grammatica, ma solo la lingua (qualcuno mi deve spiegare come si possa), capiamo facilmente perché poi i nostri giovani tifino per la Palestina confondendola con Palestrina, vicino Roma, o la via Prenestina.
L’Italia rappresenta un esempio limite tra tutte le nazioni europee; 50 anni fa, quando ero adolescente, non soltanto tutti noi leggevamo i testi della biblioteca scolastica, ma compravamo gli Oscar per ragazzi o altre edizioni quasi settimanalmente, leggevamo i testi delle canzoni che erano in voga in quel periodo, imparando spesso l’inglese meglio in quel modo che a scuola. Quantomeno capivamo quale messaggio volesse trasmettere l’autore della canzone.
In un’epoca, quella attuale, in cui le canzoni sono più simili a grugniti misti a suoni tribali che a testi in musica, nelle quali i cantanti finiscono di recitare tutto ciò che non hanno potuto terminare in cella per sopraggiunta fine pena, è palese che venga meno un enorme apporto culturale a chiunque viva la nostra epoca.
Le scuole non si preoccupano del fenomeno perché stanno preparando, come ho scritto qualche articolo fa, i moderni schiavi; chiunque rediga il testo di contratti che l’utente dovrà firmare sa che, con buone probabilità, se il contratto venisse impugnato il fornitore ne uscirebbe a testa alta perché è il cliente a non aver compreso.
Ci preoccupiamo dell’intelligenza artificiale, temendo questa possa un giorno spodestarci, sostituirci a noi nel comando del pianeta; è dell’ignoranza naturale che dobbiamo aver paura, perché è già presente, aumenta quotidianamente e ne vediamo già i risultati.
Giovani pilotati verso un qualsiasi obiettivo, non importa quale, come prova generale di subordinazione; meno giovani che rispondono ai post sui social in modo palesemente istintivo, senza nemmeno finire di leggere il post originale, commentando totalmente fuori tema.
Donne che, volendo riscattare l’immagine femminile nel campo della politica, provano a mostrare competenze subito smontate ed un’esperienza che risale, quando va bene, all’ultimo referendum tenutosi nel nostro Paese, sono l’immagine di come il cervello sia ormai relegato unicamente a presiedere gli impulsi nervosi, a controllare il ritmo circadiano (ma neanche sempre) e a ricordarci la password dei social.
Tutto il resto? Colpa del Governo, naturalmente.
Sergio Motta

Il Nazionalismo è una concezione sbagliata di Nazione. Per troppo tempo molti hanno ridotto tutto a Paese, mentre l’idea di Nazione è ben altro. Ma andare oltre nel concepire presunte superiorità nazionali è proprio dei fascismi e può condurre alla guerra. Chi riscopre la retorica del Ventennio in un clima normale sarebbe ridicolo, ma oggi può essere una minaccia. Ogni estremismo va combattuto sul piano delle idee e vinto sul terreno del voto. Basta alle crociate e anti crociate che ricacciano l’Italia indietro nella storia di un passato negativo.


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