

STORIE DI CITTA’ /
di Patrizio Tosetto
Il presidente di Eurofidi ha un mandato: fondere UnionFidi (Unione industriale) con Eurofidi. Ha senso unire due debolezze? Mia nonna diceva di no! Veniamo al dettaglio. UnionFIdi, nel corso del 2014 ha dimezzato il proprio patrimonio netto. Eurofi al 30 settembre, ha avuto una perdita di 15 milioni di euro. Piano industriale che pur prevedendo il tutto, ipotizzava una ricapitalizzazione di 50 milioni di euro
Il Crepuscolo degli Dei. Basta ritornare negli uffici di Via Perugia, sede centrale di Eurofidi, per rendersene conto. Fino a due anni fa l’intero gruppo impiegava oltre 600 persone, con sedi in quasi tutte le regioni del centro nord e tanti vanificati piani industriali di espansione, soprattutto nella lombardia come in Emilia e Toscana, “patria” delle piccole e medie imprese. Un modello aziendale invidiato da altre regioni. Eurofidi, nata a supporto dell’iniziativa imprenditoriale. Sicuramente qualcosa non ha funzionato ed è da anni che si affrontavano le difficoltà coprendole per rilanciare. La crisi ha fatto il resto. Molto alleggerita la struttura operativa. Ha avuto un costo nella sua incentivazione. Intorno ai 120 -140 dipendenti Eurofidi e ridotti all’osso EuroGroup ed Eurocons, che si fonderanno fornendo servizi alle imprese associate.Tutto sotto controllo? No, purtroppo. “Divorzio” consensuale tra queste due ultime società. Diverse sedi operative, diversi i destini imprenditoriali. Euro Energy ( fotovoltaico) forse ha definitivamente venduto gli impianti in Sardegna, ma il conto economico continua a non funzionare, con relativo indebitamento con le banche. Garantito da Eurogroup quando era emanazione di Eurofidi. Prima di Natale tutto il cda di Euroventures si è dimesso nell’impossibilità d’operare. Il livornese Andrea Giani, classe 1970, lasciata la Cassa di risparmio di Ferrara, solo dopo 8 mesi operativi si dimette da direttore. Ufficialmente problemi personali. Probabilmente in disaccordo con le prospettive.
Il tutto “condito” da giudizi riservati ma con quel tanto di pubblico, negativi, sulla struttura dirigenziale, da parte di società specializzate nel settore della valutazione di qualità. L’avvocato Stefano Ambrosini, presidente di Eurofidi ha un mandato: fondere UnionFidi (Unione industriale) con Eurofidi. Ha senso unire due debolezze? Mia nonna diceva di no! Veniamo al dettaglio. UnionFIdi, nel corso del 2014 ha dimezzato il proprio patrimonio netto. Eurofi al 30 settembre, ha avuto una perdita di 15 milioni di euro. Piano industriale che pur prevedendo il tutto, ipotizzava una ricapitalizzazione di 50 milioni di euro. Le Banche socie si erano impegnate nel sottoscrivere l’aumento di capitale, subordinando l’allontanamento del direttore e deus ex machina Andrea Giotti. L’allontanamento è avvenuto, la ricapitalizzazione no. Altro problema? Si rilasciano poche garanzie in relazione ai costi gestionali. Dunque il conto economico non funziona: costi fissi, uscite fisse ed incertezza sui ricavi. Per UnionFidi aumenta la produttitività ma deve assorbire le perdite del confidi calabro acquistato per motivi politici. Di fatto la fusione scoraggia la necessaria ricapitalizzazione. Solo FinPiemonte partecipate ha fatto il suo dovere.
Le banche aspettano il 51 % della società fatta dai piccoli. Il Banco popolare si sfila. Costi di gestione fissi, certi, ricavi incerti. Difficile, in queste condizioni , convincere le imprese socie nel ricapitalizzare. Non ricapitalizzando gli uni, non ricapitalizzano gli altri. Restrizione del mercato e non ricapitalizzazione. Buie le prospettive. Se si vuole salvare il salvabile è necessario che la Regione Piemonte ci metta quattrini. Citando il Presidente del Consiglio, anche in questo settore valgono le regole relative agli aiuti di Stato. Alla Giunta è stato presentato un apposito piano che prevede, determinando le diverse scala di priorità, interventi per tutti i confidi piemontesi. Si aspettano risposte che non arrivano. Esperti nel settore sostengono che c’è ancora tempo. Bisogna comunque agire con celerità. Dipende dalle decisioni della politica. su questo, pur non essendo un esperto nel settore, sono meno ottimista.

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lì. Questa è la storia, vera e dolente, narrata ne “Il successore”, che il giovane regista Mattia Epifani, trentenne leccese, porta sullo schermo raccontando un conflitto interiore che affligge molti, quello tra dovere e coscienza: la crisi di Fontana infatti nasce dal dovere decidere se seguire le orme del padre o se opporsi alla produzione di quell’oggetto distruttivo che sono le mine antiuomo. E sceglie la seconda strada. Reduce dal successo all’IDFA di Amsterdam, il più importante festival internazionale del film documentario, l’opera ( prodotta da Apulia Film Commission con la Fluid Produzioni) ha vinto come “Migliore Film sul mondo del lavoro” il Premio Cipputi al Torino Film Festival. Il film è stato realizzato grazie ai fondi del Progetto Memoria, un bando indirizzato alla produzione di piccoli grandi film con l’obiettivo di realizzare e promuovere il documentario di narrazione. “ Sono orgoglioso che Torino mi abbia regalato questo premio particolarmente legato all’attualità della condizione umana, del lavoro, della società civile. Questa non è la classica vicenda di redenzione ma il racconto di un uomo che ha rinnegato se stesso per darsi una seconda possibilità”, ha sottolineato Mattia Epifani.
Nella pellicola, che dura 52 minuti, la difficile storia di Vito Alfieri Fontana, scorre parallela per una buona metà del film a quella di uno sminatore bosniaco che durante una missione ha perso una gamba. In un secondo tempo, si scopre che i due sono diventati amici e collaboratori, dal momento che Fontana decide di dare una svolta alla sua vita. Un film sobrio e corretto, affidato sostanzialmente a quattro serie di contributi: un diario a ritroso di Vito Fontana, che in voce fuori campo commenta e “riassume” bilanci sulla sua vita, l’attività del futuro collega bosniaco, uno sguardo intenso su natura e paesaggi balcanici, freddi e muti scenari di una guerra del passato, e una raccolta minore di filmati di repertorio, pescati per lo più tra materiali pubblicitari o promozionali dell’azienda Tecnovar. E’ proprio in quei luoghi, sul monte Trebević ( la montagna più bella di Sarajevo) , nei pressi dei resti della pista da bob, residuo delle Olimpiadi invernali del 1984, che ho conosciuto Vito Alfieri Fontana, mentre stava bonificando quell’area dagli ordigni. La sua è una storia di scelte e di coraggio, e il film – con sobrietà ed efficacia – gli rende merito. Emerge su tutto il protagonista che sfugge alla facile glorificazione delle sue scelte ammettendo, con grande amarezza, raccontando la sua esperienza, di aver fatto a malapena il suo dovere. Ma, a differenza di tanti, ha avuto la forza di farlo, ha messo in discussione la sua vita, le scelte e il lavoro,ripensandosi. Un giro netto di vita, una svolta che offre anche, in un contesto duro e drammatico, una speranza.
Nei comuni dell’Unione Valli di Lanzo, Ceronda e Casternone