Dai “cani eroi” di Genova e del soccorso alpino al “dog show” con i più simpatici amici di tutti i giorni. Anche quest’anno la Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente, fondata e presieduta dall’on. Michela Vittoria Brambilla, ha organizzato a Milano il “Dog Lovers’ day”, manifestazione nata per celebrare la plurimillenaria amicizia tra uomo e cane. Protagonisti, innanzitutto, i cani-eroi. A cominciare da quelli di Genova, che sono intervenuti tra le macerie del ponte Morandi come per tante altre emergenze del passato e che l’on. Brambilla ha voluto premiare. Tante le storie che i loro partner umani nelle operazioni di soccorso, i vigili del fuoco, hanno potuto raccontare. Come i loro colleghi del soccorso alpino, dove i cani sono da sempre protagonisti, i cani da salvataggio in ambiente acquatico, i cosiddetti cani “allerta diabete” capaci di segnalare iper- ed ipoglicemie. “Premiando questi magnifici animali e i loro conduttori – prosegue – abbiamo voluto ricordare a tutti che i cani non ci danno solo fedeltà ed
affetto incondizionati, ma letteralmente salvano delle vite. Da tempo se n’è accorta anche la stampa, nazionale e internazionale, che giustamente esalta le loro eccezionali capacità. Dobbiamo ricordarcene anche noi. Alla generosità degli animali troppo spesso corrispondono indifferenza e spesso crudeltà da parte degli uomini”. Ospiti d’onore al “Dog Lovers’ day” di quest’anno i cuccioli di “Luce”, la cagnetta “incaprettata” in Calabria soccorsa dalla LE.I.D.A.A di Cosenza che, prima di morire, ha partorito 11 cuccioli. A circa tre mesi da quel drammatico avvio, gli otto piccoli sopravvissuti al primo impatto con la vita – Artù, Daisy, Fiocco, Birichino, Kira, Lara, Holly, Alissa – sono tutti in buone condizioni di salute, adottati in Lombardia da famiglie che li adorano, ed oggi acclamati come star dalla platea di appassionati nella sala dell’Istituto dei ciechi. La più piccola e gracile, Alissa, vive con la famiglia dell’on. Brambilla. Il video della loro storia è visionabile su YouTube all’indirizzohttps://www.youtube.com/watch?v=Ws3oKvLIah4&t o scaricabile all’indirizzohttps://drive.google.com/file/d/1TLXeaZosXxqJzOaGlb8frOf8usvS-72d/view. Alla sfilata conclusiva, invece, hanno partecipato gli animali che tutti i giorni allietano la vita dei loro amici umani. Premi per il più bello, il più cicciottello, quello che somiglia di più all’amico umano. Il Dog Lovers Day, promosso dalla World Dog Alliance, di cui la Lega Italiana per la Difesa degli Animali e dell’Ambiente è portavoce per l’Italia,
si tiene anche a Taiwan e a Shanghai, per rilanciare la richiesta di mettere al bando il consumo e il commercio della carne di cane nei Paesi, soprattutto dell’Estremo Oriente, dove sono, purtroppo, ancora diffusi.
Sono stati premiati nel Dog Lovers’ Day
Nella categoria GRANDI
1° classificato: Bernie, condotto da Chiara dell’associazione “Abbaio come Voglio”
2° classificato: Angelo, condotto da Donatella Tarsetti
3° classificato: Dagobert, condotto da Maria Rosa Paleni
Nella categoria MEDI
1° classificato: Balù, condotto da Gianpiera De Cecco
2° classificato: Gino, condotto da Maurizio Dragone
3° classificato: Charly, condotto da Teresa Cargiuli
Nella categoria PICCOLI:
1° classificato: Willy, condotto da Nicole Lumbruoso
2° classificato: Flap, condotto da Adriano Pezzano
3° classificato: Chuck, condotto da Sofia Merli
Nella categoria MINI: Tiganà, condotta da Antonella Garfagna
Nella categoria LA PUPA: Lindor, condotta da Carla Facchini
Nella categoria IL BULLO: Victor, condotto da Gianpiera De Cecco
Nella categoria NONNETTO: Cruciverba, condotto da Marina Monticelli
Nella categoria LO SMILZO: Dandelion, condotto da Maria Rosa Paleni
Una premio è andato anche a tutti i cuccioli di Luce, con i rispettivi proprietari:
Artù adottato da Lucia e Francesco, Milano. Adora molto le coccole e, tutte le volte che lo portano a passeggio, non vede l’ora di ricevere i complimenti e le carezze delle persone che incontra per strada. A settembre Artù accompagnerà qualche volta al lavoro Francesco che di professione fa l’architetto e ha la possibilità di tenerlo in studio.
Daisy, adottata da Andrea, Daniela e Leon, Rho. Con loro vive anche Doky, il Jack Russell adottato poco più di un anno fa, che è stato subito felice di avere una nuova sorellina con cui giocare e combinare marachelle. Adottata a Luglio, Daisy ad Agosto ha seguito la sua nuova famiglia in montagna; una volta finite le vacanze, insieme a Doky accompagnerà Daniela, libera professionista, a lavoro.
Fiocco e Birichino, adottati da Petra e Mario, Calolziocorte. Sono sempre stati i due fratelli più inseparabili del gruppo. Così, quando Petra e Mario, un coppia di Calolziocorte senza figli li hanno visti non se la sono sentita di separarli e li hanno adottati insieme. Di questa scelta coraggiosa non se ne sono mai pentiti: a distanza di due mesi li amano tantissimo e con loro giocano in giardino e fanno lunghe passeggiate nel parco. Fiocco e Beri vanno d’accordo con gli altri cani e con tutte le persone che, vedendoli così belli e dolci, li fermano per coprirli di carezze.
Kira, adottata da Debora, Pedro e i loro figli Manuel, Michele e Christian (Olgiate Molgora) che già la adorano. Amano giocare insieme, in casa o in cortile, oppure nel giardino dei nonni. Kira adora, inoltre, le passeggiate; sembra non stancarsi mai! Con loro resta anche un pesciolino rosso, Capitan Nemo, in onore del cartone della Pixar.
Lara, adottata da Margherita, Stefano e dal figlio Enrico. Oggi abita a Lecco e vive in simbiosi con la sua nuova mamma: le dorme in braccio ascoltando il battito del cuore, vanno insieme al lavoro e all’aperitivo con le amiche. Per lei la famiglia ha cambiato anche i piani delle vacanze, la Provenza anziché l’Albania, così i due cagnolini hanno potuto viaggiare con loro in auto e correre felici in campagna. Dopo un attimo di gelosia, ora le cose vanno meglio anche con Bau, felicissimo di avere una nuova amica di giochi.
Holly, adottata da Roberta e la sua famiglia: il figlio undicenne Filippo, la mamma Rita e Lia, una meticcia di cinque anni. Holly e Lia vanno al parco almeno tre volte al giorno, hanno già fatto amicizia fra di loro e giocano senza sosta. Anche se Roberta non può portare Holly con sé a lavoro, lei e la sua famiglia le dedicano tutte e attenzioni, non lasciandola quasi mai sola e suddividendosi i compiti per darle tutto ciò di cui ha bisogno.
Alissa adottata da Michela Vittoria Brambilla. Quando la figlia Stella l’ha vista è stato amore a prima vista: una tenera palla di pelo marroncino, tra tanti batuffoli bianchi. E’ una cucciola molto vivace, quasi iperattiva, che rosicchia e morde tutto quello che le capita a tiro. Il suo giocattolo preferito è una piccola paperella di gomma, appartenuta un tempo a Stella, e che lei stessa ha voluto regalarle. Arrivato il momento di partire per le vacanze, Alissa ha ovviamente seguito tutta la famiglia a Cesenatico.

Moro e poi la Valsesia dal Colle del Turlo. Attorno al XIII secolo, interi nuclei familiari con i bambini più piccoli trasportati nelle gerle, si misero in cammino lungo le antiche mulattiere per risalire le valli, superare nei punti più convenienti le montagne e ridiscendere a sud delle Alpi in cerca di luoghi ove dar vita a nuovi villaggi. A fine Settecento, il ginevrino Horace Benedicte de Saussure, appassionato studioso, nel corso del suo viaggio intorno al Monte Rosa, li definì nei suoi diari “sentinella tedesca” in territorio italiano. Macugnaga è composta dalla frazione più grande – Staffa – insieme a quelle di Pestarena e Borca, le più basse, e Pecetto, la più alta. Macugnaga ospita alcuni interessanti e originali musei. A Borca, ad esempio, c’è la Casa-museo Walser, abitazione d’epoca comprensiva di tutti gli arredi e gli oggetti di un tempo e anche il museo della miniera d’Oro della Guja, prima miniera-museo in Italia, percorribile per un chilometro e mezzo nel ventre roccioso della montagna, dove si è estratto il prezioso metallo dal 1710 fino al 1945. A Staffa, invece, si può trascorrere un po’ di tempo al museo della Montagna e in quello del contrabbando che racconta la secolare storia degli “spalloni” che valicavano con i loro carichi di merce il confine tra l’Italia e la Svizzera, sfidando i rischi naturali e i controlli della Finanza. A poca distanza dal centro del paese, nel Dorf – l’antico borgo fatto da abitazioni costruite con tronchi di larice incastrato – davanti alla Chiesa Vecchia si trova il vecchio tiglio. Sotto all’imponente albero pluricenteneario, dalla circonferenza di oltre sette metri, un tempo si tenevano i mercati, s’incontravano le genti delle diverse valli del Rosa, si svolgevano, come in una sorta di tribunale all’aperto, riunioni giudiziarie e amministrative. A fianco della Chiesa Vecchia c’è il cimitero degli alpinisti. La storia ci dice che, il 22 luglio 1872, Ferdinand Imseng di Saas, ma residente a Macugnaga, con una guida e un portatore condusse tre inglesi alla vetta della Dufour direttamente da Macugnaga. Da quel momento iniziò un’epoca di grandi ascensioni e, come capita sulle grandi montagne, anche di parecchie tragedie, la prima delle quali causò proprio la scomparsa di Imseng
assieme a un suo cliente, Damiano Marinelli, e alla guida Battista Pedranzini. Un evento che provocò una sollevazione dell’opinione pubblica al punto che furono proibite le ascensioni sul Rosa, ma il provvedimento non venne preso in grande considerazione visto che, cinque anni dopo, venne inaugurata la capanna Marinelli, per aiutare gli scalatori che tentavano le ascensioni dirette da Macugnaga. Nel cimitero, tra le tombe che ospita, molte portano il nome dei “caduti del Rosa”, sfortunati alpinisti che trovarono la morte nel bianco perenne della grande montagna. Un luogo suggestivo, dove spesso sono state intonate struggenti invocazioni al “Signore delle Cime”. Tra lapidi e foto, immagini di corde, piccozze e ramponi ci sono anche delle tombe vuote perché i corpi sono ancora sepolti nel ghiaccio della parete Est e chissà mai se verrà il giorno in cui la montagna consentirà di trovarne le povere spoglie. In qualche caso è passato anche più di mezzo secolo, come quando – nel 2007 – vennero alla luce un femore, alcune costole, un dito e dei brandelli di abiti che, l’esame del Dna, attribuì ad Ettore Zapparoli, alpinista, scrittore e musicista, scomparso sul Rosa nell’agosto del 1951 durante un’ascensione solitaria e nonostante le ricerche, mai ritrovato. Ora anche lui, come tanti, riposa nel vecchio cimitero, sotto il portichetto dove una lapide ricorda i soci defunti del Gruppo italiano scrittori di montagna, del quale Zapparoli era membro. Un sonno eterno, quello dell’ “unico vero alpinista solitario” – come lo definì il grande alpinista Emilio Comici, proprio davanti all’imponente incanto della Est, la parete più alta delle Alpi, con le sue insidiose rocce, i seracchi e i ripidi pendii di neve.


E’ stato eretto anche un bel monumento al personaggio di legno, opera degli artigiani locali fratelli Bertaina. Nella pace del cimitero comunale, l’artistica tomba dello “zio di Pinocchio” è vegliata dal burattino che piange
Il grande disegnatore scelse a Vernante la seconda compagna della sua vita, la signora Martini Margherita, ed il luogo in cui dedicarsi al lavoro artistico e trascorrere gli ultimi anni della sua vita, dal 1944 al 1954. Formatosi all’Accademia Albertina di Torino, già da studente Mussino collaborò con alcuni giornali satirici come La Luna e Il Fischietto. Lungo quasi mezzo secolo fu il rapporto con il Corriere dei Piccoli : a partire dal primo numero, pubblicato nel dicembre del 1908, fino al 1954 (anno della sua morte). Il suo lavoro più celebre, tuttavia, è rappresentato dalle illustrazioni delle collodiane “Avventure di Pinocchio”nell’edizione del 1911 edita dalla fiorentina Bemporad . Con i disegni di Attilio, come usava firmarsi, Pinocchio affrontò per la prima volta il colore e andò ben oltre i limiti in cui l’avevano confinato i primi due illustratori, Enrico Mazzanti e Carlo Chiostri. Mussino portò il burattino di Carlo Collodi dentro la grande illustrazione europea del Novecento, al punto che la sua edizione sarà la più ristampata e venduta in assoluto e, per molti versi, resterà ineguagliata. Vernante, dove è stato eretto anche un bel monumento a Pinocchio, opera degli artigiani locali fratelli Bertaina, gli ha intitolato – oltre al museo – anche la Scuola Elementare e i giardinetti pubblici. Non a caso, nella pace del cimitero comunale, l’artistica tomba dello “zio di Pinocchio” è vegliata dal burattino che piange.
Alessandro Volta, tra i più famosi fisici della storia, studioso e inventore molto prolifico che si applicò soprattutto allo studio dei fenomeni elettrici. Infatti, quella che viene comunemente chiamata la “
melmoso dell’acqua, Volta vide salire a galla e poi svanire nell’aria bollicine gassose. Incuriosito, racchiuse il gas all’interno di provette di vetro e incominciò a studiarne le proprietà e scoprì che poteva essere incendiato, sia per mezzo di una candela accesa, sia mediante una scarica elettrica(
grandi vantaggi e, già nella prima metà dell’Ottocento, l’illuminazione a gas divenne comune in molte città americane ed europee, a tal punto da modificare gli stili di vita dei cittadini: le strade, ben illuminate anche di sera, scoraggiarono i malintenzionati, la gente usciva anche di sera i luoghi d’incontro e cambiavano anche i costumi. Nel febbraio del 1822 il gas fece la sua prima apparizione a Torino, in piazza San Carlo, nel caffè del sig. Gianotti ( quello che oggi è il Caffè San Carlo) ma solo vent’anni dopo venne impiegato nell’illuminazione delle strade cittadine. Nel 1837, Carlo Alberto, autorizzò François Reymondon, architetto di Grenoble, e Hippolyte Gautier, ingegnere di Lione a costruire il gasometro di Porta Nuova e due anni dopo un nuovo tipo di illuminazione a gas entrò in funzione con 100 fiamme che divennero 1600 nel 1840. Le cronache dell’epoca raccontano che, nell’ottobre del 1846, “fra l’entusiasmo della popolazione, furono illuminate le contrade Dora Grossa e Nuova” e, poco dopo, anche le vie Po e Santa Teresa, piazza Castello, piazza San Carlo e piazza Vittorio. E tutto questo, in qualche misura, trovò origine anche da quella “nativa aria infiammabile di palude” che il Volta scoprì tra i canneti dell’isolotto sul lago Maggiore.
