Perché ricominciare? Ricominciare quando con successo, un successo che perdura da anni, ti sei ampiamente affermato, avendo la certezza sacrosanta di esserti circondato di un pubblico che ti segue, di trovare familiarità con il cinema (agli inizi La bomba per la regia di Giulio Base, poi la chiamata da parte di Carlo Vanzina per South Kensington a fianco di Rupert Everett, per arrivare a Poveri ma ricchi di Fausto Brizzi in uscita il prossimo 15 dicembre) e con il teatro (è cresciuto alla scuola di Gigi Proietti, è stato un applaudissimo Rugantino, per due stagioni ha riempito i teatri con Evolushow), di esser nato e cresciuto con quel mezzo televisivo che ti apre le porte di tutte le case (dalle Iene a Zelig ad Amici, non dimenticando il suo Giacinto nel Medico in famiglia e il ruolo di testimonial di un celebre caffè). Ma ha tagliato il traguardo dei trent’anni di attività e soprattutto dei cinquanta d’età – è nato a Roma, in un ormai lontano 18 maggio, tutto laziale, con origini che s’incrociano tra Sicilia e Abruzzo e che hanno anche, come ci tiene a sottolineare la rete, un piede in Piemonte, “come indica il cognome” -, per cui Enrico Brignano ha voglia di rimettersi in gioco. Forse un po’ presto, ma i traguardi vanno rispettati e la partita è apertissima. Come il gioco. E il desiderio primo è quello di giocare con il proprio nome e di inventarsi questo Enricomincio da me (un ricordo un po’ più personalizzato e senza attese nei confronti dell’antico Troisi?) che debutta stasera all’Alfieri, nel calendario del Fiore all’occhiello di Torino Spettacoli, per rimanere sino a domenica 11 dicembre. Scritto a più mani, oltre all’interprete hanno
contribuito alla “storia” Mario Scaletta, Riccardo Cassini, Massimiliano Giovannetti, Luciano Federico e la presenza femminile di Manuela D’Angelo, questo rendiconto del/dal passato sembra poggiare su tutto meno che sulla certezza, se è che l’interessato si chiede come prima cosa “se ciò che è diventato è stato il frutto consapevole delle scelte fatte, un disegno del destino oppure una gran botta di cu…riosa casualità”. E allora eccolo qui il mattatore (e cominciamo a usarla questa parola per lui!) a guardarsi indietro e a intraprendere un viaggio nel tempo, rincontrando vecchie conoscenze, brani di una comicità già percorsa, ombre mai più messe a fuoco, scommettendo anche sull’inesistenza del passato e reinventando una strada diversa da quella percorsa, per il solo gusto di scoprire dove mai lo avrebbe portato. Non è solo Brignano sul palcoscenico con la scrittura, con il divertimento e la riflessione di esporsi in prima persona, con la fatica di un attento professionista che deve tenere le fila di ogni attimo dello spettacolo; attorno a lui Ettore Massa, nel ruolo di Starbuck e Ilaria De Rosa come Giulietta, oltre una compagnia di dodici brillanti solisti. Per una serata a conferma di un successo che ha ancora tanta strada da percorrere.
Elio Rabbione
Augusto Mazzetti in collaborazione con Daniela Piazza
trovano tra le righe del romanzo, ben scritto e ricco di suggestioni. L’autrice, Laura Travaini, vive a Orta San Giulio e, nel 2011, ha fondato insieme ad alcuni scrittori e chef l’associazione
Cent’anni fa, il 22 novembre 1916, Jack London moriva nel suo “Beauty Ranch” di Glen Ellen nella Sonoma Valley , a poco più di un’ora da San Francisco dov’era nato quarant’anni prima. L’autore di “Zanna Bianca”, “Il richiamo della foresta”, “Martin Eden” e “Il tallone di ferro”
passione di queste pagine sono una via di fuga dalla nostra solitudine digitale”. Jack London è stato davvero un uomo venuto dal futuro, capace di leggere la storia del suo tempo e di pensare “oltre”. Nell’introduzione del libro, Mario Maffi – che insegna cultura angloamericana presso l’Università degli Studi di Milano – scrive che “non si possono leggere La strada, Martin Eden, Il tallone di ferro e in particolare le pagine che seguono senza essere spinti a guardare fuori della finestra, a osservare quanto succede giù in strada, a interrogarsi senza remore sulla realtà che ci sta intorno, a sentirne e condividerne il pulsare continuo e vitale”. E invita a farlo “
con maggior attenzione, i nove giorni di vetrina cinematografica sono stati l’occasione per piccole scoperte, per discussioni, per frasi del tipo “mi raccomando, non perderti il tale perché in fondo merita davvero”, di code quasi sempre ordinate, di spauracchi a vederti negata una visione per le eccessiva affluenza, con le maschere in maglietta blu che fanno la conta per arrivare con esattezza alla capienza della sala. Un contenitore dove esistono linearità classica e fattori sperimentali, racconti e approfondimenti che fanno a pugni con vuote insulsaggini, l’Est e l’Ovest, le cinematografia con cui da sempre ci confrontiamo come l’Europa e un mondo lontano e appartato che non conosciamo, passato e presente, anticipazioni e golosità imperdibili e suggestioni che ritornano da un lontano passato (Antonioni o Costa-Gavras), drammi e
commedie, amori e guerre che ti rendono appieno il mondo in cui viviamo o abbiamo vissuto. E, soprattutto, il TFF è un festival che pensa al cinema, al suo prodotto primo, all’immagine concreta e no, che lascia il red carpet in un profilo basso, che s’è inventato con grazia la figura del guest director a supportare in un angolo di tutto rispetto Emanuela Martini (la domanda imperiosa degli ultimi giorni è stata ma Sorrentino verrà l’anno prossimo, glielo avete chiesto?), che non dovrebbe poi tanto temere un taglio di quattrini da parte delle autorità locali o dagli sponsor se quel taglio dovesse unicamente essere il peso per avere qualche nome scintillante in più, naturalmente da oltreoceano.
melodramma, umanamente lucida, disadorna, specchio di una povertà e di una ricchezza nel paese dell’eguaglianza, che, come sottolinea ancora la giuria, “mostra come la tradizione del Neorealismo italiano sia ancora viva in angoli remoti del globo”. Motivazione che, se nella sua ultima parte ci fa un po’ sorridere, non può far altro che inorgoglirci pensando al peso che una parte non indifferente del nostro (antico) cinema mantiene ancora oggi, all’inizio di un nuovo millennio. 
considerazione l’eccellente Lady Macbeth. Quello che non convince è lo sguardo benevolo su Los decentes firmato dall’austriaco Lukas Valenta Rinner, Premio Speciale della Giuria poiché “esplora con grande sensibilità e penetrante spirito di osservazione”, sfilacciato, presuntuoso nel voler filosofeggiare intorno alla scoperta di un mondo migliore (?) da parte di una domestica che lavora in una casa bene di un privilegiato quartiere alla periferia di Buenos Aires, scoperta che ha il sapore e la fattura della barzelletta, con un finale di rumorose pistolettate che non concludono e non dimostrano nulla.



Oggi, sabato 26 novembre al Cinema Massimo sala 1 , viene consegnato al regista Costa Gavras il Premio alla carriera Maria Adriana Prolo, promosso dal Museo del Cinema. 

protagonisti, è davvero coinvolgente.
distruzione, sua figlia poteva salvarsi. Ma non fu così. In quella comunità gli abusi diventarono più profondi e lesero ancora di più quell’animo fragile. Quattro ragazze la violentarono, ma Deborah reagì, raccontò tutto. Già allora era chiara la personalità di quella ragazza: una piccola “adulta” fragile, ma con una tenacia interiore che le permetteva di superare ogni ostacolo. Seguirono anni più felici, Deborah andò a vivere dai nonni all’Isola d’Elba, dove trascorse parte della sua adolescenza in tranquillità e serenità. Complice una vacanza estiva con la sua amata madre, a circa 17 anni decise di ritornare in quella casa a Venaria. Voleva essere forte, voleva aiutare la mamma ad emanciparsi da quell’uomo che la teneva stretta a sé in una morsa soffocante. La madre non aveva né un lavoro né tantomeno i soldi per sentirsi libera di scappare con le sue figlie e la sua primogenita decise di darle il suo aiuto. Cercarono entrambe un lavoro. Nel frattempo Deborah cominciò anche la scuola per diventare cuoca ed è proprio tra quei fornelli che conobbe la sua assassina. Giulia, personaggio controverso, manipolatrice, anaffettiva, sadica. Giulia è forte, una ragazza autonoma, proveniente da una famiglia medio borghese, da cui fugge spesso
e in cui poi si rintana. Giulia non sa amare, Giulia possiede. È bramosa di emozioni, le cerca negli altri , nelle situazioni, nelle cose perché da sola è incapace di provarne. Deborah, da subito, fu del tutto dipendente da questa personalità così prorompente che l’ammaliava, manipolava la sua mente a suo piacimento. Cominciarono ad avere una vita al limite, si drogavano, frequentavano brutta gente, scomparivano per giorni e giorni. Giulia fu capace di farsi ospitare dall’amica e cominciare una relazione con il compagno della madre della ragazza sotto gli occhi di tutta la famiglia. Giulia usava le persone per sentirsi viva, ma teneva lei le redini di tutti i rapporti e nessuno era in grado di sottrarsi al suo volere.
sarebbe tornato da loro. Giulia, nel frattempo, “possedeva” un ragazzo. Un certo Tony. Ingenuo e completamente inebriato da quella donna che “sa il fatto suo”. Una donna che lo “costringe”, manipolando la sua mente, a picchiare e derubare un fattorino delle pizze. Una coppia strana che si scambia regali d’amore ancora più strani: Tony regalerà a Giulia un coltellino a serramanico e lei regalerà a lui una mazza da baseball con un’incisione che inneggia alla violenza. E fu proprio la presenza di Tony a scatenare quell’ira impetuosa che portò all’uccisione di Deborah. Dai racconti a posteriori di quella sera, Tony dirà che Deborah provò a baciarlo e che probabilmente la vista di quella scena fece infuriare Giulia. Oppure la furia di Giulia nasceva dal fatto che l’amica stava prendendo la sua strada, e questa volta guidava da sola?
nello stesso luogo del cellulare di Giulia. Per quanto riguarda Tony, dopo una prima condanna di 19 anni e sei mesi, in Cassazione è stato definitivamente scagionato. Ho scelto di voler raccontare questa storia, più che per la lettura criminologica del caso, per la semplice e, allo stesso tempo, dura realtà che si porta dietro. I vissuti abbandonici, di abuso e di maltrattamento lasciano una scia inarrestabile di sofferenza. La vera sfida del nostro secolo deve essere l’interruzione di questa catena di terrore. Se la madre di Deborah avesse avuto più aiuti economici da parte dei Servizi addetti, se ci fosse attiva sul territorio una rete di supporto alle donne in difficoltà, donne fragili e bisognose di affetto , se ci fossero scuole preparate a fronteggiare il drop out scolastico, se ci fosse più informazione, se ci fosse più comprensione, se ci fosse una visione d’insieme…
22,15 al Reposi con ” The blank generation” di Ivan Kral, il chitarrista di Patti Smith. Il film ripercorre la nascita della musica punk e New Wave, a metà anni 70 al CBGB, piccolo club sulla Bowery di New York. Sul palco Patti Smith, Iggy Pop, Blondie, i Ramones, i Talking Heads, gli Heartbreakers e molti altri in un documento eccezionale. Sempre venerdì 25 era in programma “Jubilee” di Derek Darman, film del 1977 e primo film punk britannico, che celebra il Giubileo per i 25 anni del regno di Elisabetta II. Sempre venerdì 25 alle ore 22 era in programma al Reposi ” Rock’n’roll high school” di Allan Arkush
(USA 1979) , che ci mostra un gruppo di insegnanti sull’orlo di una crisi di nervi, perchè gli studenti, invece che allo studio, si dedicano al culto del rock. Un inno alla forza ribelle e incendiaria della musica. Penelope Spheeris firma due film,”The decline of western civilisation” e “Suburbia”; il primo si potrà vedere sabato 26 alle 17,15 al Reposi ; il secondo era in programma venerdì 25 al Cinema Massimo. Sempre sabato 26 novembre alle 22,15 al Massimo 3 un vero e proprio cult: “The return of the living dead” di Dan O’Bannon (USA,1985) , lo sceneggiatore di Alien e Atto di forza esordisce come regista con questo omaggio cinefilo a “La notte dei morti viventi” di Romero, stravolgendone però toni e riflessioni : l’adeguamento agli anni 80 è totale, in un’orgia punk di gore e comicità irriverente.