IN MOSTRA ALLA “BIBLIOTECA NAZIONALE” DI TORINO, I DIPINTI E I DISEGNI DI ELEONORA E GIORGIO, MADRE E FIGLIO, ENTRAMBI ARTISTI ENTRAMBI VITTIME DELLA SHOAH
FINO AL 27 DICEMBRE
“Percorsi interrotti”: il titolo della mostra é brutalmente essenziale. Percorsi d’arte interrotti. Percorsi di vita interrotti. Sogni. Progetti. Affetti. Interrotti. La rassegna, ospitata fino a mercoledì 27 dicembre, nelle nuove sale espositive della “Biblioteca Nazionale” di Torino, si propone infatti di rendere nota al vasto pubblico l’attività artistica di Eleonora Levi e del figlio (terzogenito, dopo Roberto e Gino) Giorgio Tedeschi, tragicamente “interrotta” nel marzo del ’44 dalla deportazione ad Auschwitz, dove entrambi furono vittime della spietata macchina di sterminio nazista: la prima uccisa immediatamente all’arrivo,
Giorgio durante la marcia di evacuazione dal campo di Sosnowitz nel gennaio del ’45. La mostra alla “Nazionale”, realizzata per iniziativa della figlia di Giorgio, Rossella Tedeschi e del marito, il musicologo Enrico Fubini, con la preziosa e attenta curatela di Giovanna Galante Garrone, già alla direzione della Soprintendenza per i Beni Artistici e Storici del Piemonte, intende dunque sottrarre ad anni di ingiusto oblio un ingente patrimonio artistico “praticamente sconosciuto” e
gelosamente custodito fra le mura domestiche da Giuliana Fiorentino Tedeschi, moglie di Giorgio mancata nel 2010. In tal senso rappresenta un “dovuto risarcimento” alle figure di Eleonora (Nora, come amava firmare i suoi quadri) e di Giorgio, oltreché “un importante novità sul piano storico ed artistico”. I dipinti di Nora (nata a Torino nel 1884 e allieva prediletta di Carlo Follini, che a lei
dedica il luminoso “Persone su una strada lungo il mare”, un olio del 1898 esposto in mostra) si presentano al pubblico per la prima volta, mentre una piccola parte dei disegni di Giorgio (nato a Torino nel 1913) era già stata esposta nel 1979 all’Unione Culturale di Torino per volontà della moglie Giuliana, sopravvissuta alla deportazione ad Auschwitz e che, al suo ritorno a Torino, ritrovò le figlie Rossella ed Erica, entrambe nascoste e salvate dalla barbarie nazi-fascista da una domestica. Giuliana, oltreché amorevole “custode” dell’ingegno artistico della suocera e del marito, fu anche autrice di testi fondamentali sull’esperienza del lager, come “Questo povero corpo” edito nel 1946 e “C’è un punto della terra…Una donna nel lager di Birkenau” pubblicato nel 1988. In tal senso, la mostra vuole essere un tributo anche a lei e alla sua ferrea volontà di tenere vivo il ricordo della Shoah. Nella scrittura, nell’educazione delle figlie, nello stile di vita e nei frequenti contatti con gli alunni delle scuole torinesi. Le opere da lei conservate mantengono in rassegna le stesse cornici usate per le pareti di casa. Pochissime quelle datate; ragion per cui vengono esposte in sequenza non cronologica, ma tematica. Di Giorgio, convinto dal padre Cesare – imprenditore laniero e presidente del “gruppo tessili” dell’Unione Industriale, morto nel ’31 in giovane età – a laurearsi in Architettura (lavorando dopo la laurea a Milano nello studio di Giò Ponti), troviamo anche in mostra alcune foto di edifici, progettati con spirito “razionalista”, per la Montecatini. “Femminista ante litteram” (dal memoriale del figlio Gino), Nora Levi si ribellò all’esclusione – impostale – dagli studi superiori per gettarsi anima e corpo nella pittura. E se Follini poté insegnarle “le teorie del
colore, una pittura veloce ma precisa, l’allieva – scrive bene Giovanna Galante Garrone – si espresse nei suoi quadri con un tocco sensibile, uno spiccato gusto materico e una non comune energia”: così é in quel “sentiero” che fatica a farsi largo sotto l’incombere di una vorticosa vegetazione o “nella luce di un placido canale”, come “nella selvaggia resa di una spiaggia disseminata di cespugli” o nella suggestione de “La casa bianca”, olio su tavola di singolare minimalista narrazione, non fosse per quei pini in primo piano bruscamente “scossi dal vento”. In certi “audaci accostamenti di colori puri”, Galante Garrone parla anche di “vicinanza ad alcune prove giovanili di Carlo Levi”, così come – aggiungerei – nel fragoroso turbinio di inquieti scorci
paesistici, alle arruffate marine di Enrico Paulucci. E’ del ’29 la prima mostra dei “Sei”, alla Galleria “Guglielmi” di Torino. Fra di loro “Nora non avrebbe sfigurato”. Una passione per l’arte, la sua, trasmessa in toto al figlio Giorgio, che già da bambino disegnava in continuazione. Daltonico, esplorò e approfondì, con risultati per davvero notevoli, le possibilità del bianco e nero (o della sanguigna), lasciando un ricchissimo patrimonio di disegni dal tratto veloce e istintivo, in cui spiccano gli svariati ritratti di anziani insieme ad altri di più intima famigliarità, agli autoritratti di grande rigorosa scrittura, alle ironiche “caricature” di professori e compagni di scuola e ad alcuni morbidi e delicati nudi femminili. Non mancano i paesaggi e i rustici di campagna e quelle “Barche nel porto” di ineccepibile freschezza e levatura tecnica. Ha visto bene Giovanna Galante Garrone: in questi ultimi pezzi, “in particolare nelle case appena accennate, si riconoscono l’attenzione e la mano dell’architetto”.
Gianni Milani
“Percorsi interrotti. Eleonora Levi e Giorgio Tedeschi”
Biblioteca Nazionale Universitaria, piazza Carlo Alberto 3, Torino; tel. 011/8101111
Fino al 27 dicembre
Orari: lun. – ven. 10/18; sab. 10/13
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Nelle immagini:
– Giorgio Tedeschi: “Autoritratto”, matita e penna a inchiostro nero acquerellato
– Nora Levi: “Sentiero nella vegetazione”, olio su tavola
– Nora Levi: “La casa bianca”, olio su tavola
– Giorgio Tedeschi: “Testa di vecchio”, matita grassa su carta
– Giorgio Tedeschi: “Giovane donna che dorme”, matita e matita grassa su carta
ugualmente rispettato come violinista, violista, direttore d’orchestra, pedagogo e musicista da camera. Anche la Camerata Salzburg esercita un’attrattiva particolare, non solo perché il suo nome evoca il luogo natale del grande musicista ma in quanto depositaria di una tradizione non tanto antica – l’orchestra è nata nel 1952 – ma che ha nel suo patrimonio genetico il pensiero e l’insegnamento di alcuni dei più autorevoli “mozartiani” del Novecento, da Bernhard Paumgartner che l’ha fondata a Sándor Végh e tanti altri grandi direttori e solisti fino ai giorni nostri. La Camerata Salzburg ha sperimentato un nuovo stile di esibizioni fin dai primi anni Sessanta: durante una tournée in Germania, Géza Anda decise di dirigere l’orchestra dal pianoforte, una mossa alquanto coraggiosa a quei tempi. Il programma della serata è tutto squisitamente “viennese”, con i tre grandi protagonisti della stagione classicista. Si apre con la Romanza per violino e orchestra n. 1 in sol maggiore op. 40 di Ludwig van Beethoven, databile all’incirca ai primi anni dell’Ottocento, nella quale il virtuosismo cede il passo alla cantabilità e all’espressività. Con il Concerto per violino e orchestra n. 5 in la maggiore KV 219 di Wolfgang Amadeus Mozart torniamo al 1775, quando Mozart adempie ai suoi doveri come Konzertmeister nella Salisburgo dell’Arcivescovo Colloredo componendo musica da camera e da chiesa, compresi i cinque Concerti per violino e orchestra, dei quali il KV 219 è l’ultimo e forse il più conosciuto, grazie anche al suo Finale con il famoso episodio centrale in stile “alla turca”. Si chiude con la Sinfonia n. 83 in sol minore “La poule” di Franz Joseph Haydn, unica in minore tra le sei sinfonie cosiddette “parigine”, così chiamata per la nota puntata e ribattuta degli oboi nel primo tempo che ricorda il verso della gallina. Il titolo non deve però trarre in inganno, “La poule” è uno dei lavori più impegnativi del “padre della sinfonia”. 


unico nel panorama della polifonia vocale italiana, la Famiglia Sala. A comporlo sono infatti padre, madre e cinque figli, di età che varia dai 28 ai 17 anni. Apprezzato per la vastità del repertorio e per l’impasto vocale di eccezionale equilibrio e omogeneità, il Gruppo Vocale Famiglia Sala si è distinto in importanti concorsi vocali e ha vinto la medaglia d’oro per la sezione Musica Sacra al Concorso Internazionale Città di Rimini. La Stagione concertistica è stata realizzata con il contributo di Compagnia di San Paolo (maggior sostenitore), Regione Piemonte, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con il contributo e il patrocinio di Città di Pinerolo. Il nostro grazie va anche alla sempre preziosa sponsorizzazione di Galup e a quella tecnica di Piatino Pianoforti, Yamaha Musica Italia e Albergian.
Castello che si colorerà, per l’occasione, di piante, addobbi natalizi, dolci e prodotti artigianali, dando spazio in primis ad artigiani e a organizzazioni operanti sul territorio senza scopo di lucro, con finalità assistenziali a vocazione sociale.
attualmente ospitata nelle sale del Castello. Artista poliedrico, insieme scultore, pittore, ceramista, scrittore nonché grande appassionato ed esperto di musica, Melotti è da considerarsi fra i principali protagonisti dell’arte del Novecento. 
DAL NOSTRO INVIATO AL TFF
Mackie Burns. Eccezionale ritratto di ragazza disinibita e dolorante, giri nei bar alla ricerca di alcol e sesso, qualche tiro di cocaina per tenersi a galla, l’aspirazione ad una promozione a secondo chef nel ristorante in cui lavora. Il film, pur con una bella scrittura, approfondita, capace di scavare in ogni piega, è tutto dell’attrice, capace di nascondersi e di mettersi sfacciatamente in gioco dietro quel visino cui tutti regalano i vent’anni, mentre ha già superato il decennio successivo.
giuria), chiacchierate quotidiane su quanto è dura la campagna, la lotta contro l’industrializzazione, i commenti dei vecchi saggi, il ripetersi delle azioni, le solitudini, il lavoro. Dimenticando più alti esempi, come À voix haute del francese Stéphane De Freitas, intorno al concorso che ogni anno all’interno dell’Università di Saint-Denis, alle porte di Parigi, intende premiare il miglior oratore, un traguardo che arriva tra divertimento e ricordi dolorosi, tra tecniche precise ed emissioni di fiato perfette, tra gestualità mai gratuita, inneggiando alla bellezza e alla importanza della parola in un’epoca che ormai ne è priva. Un premio a questo titolo è arrivato dal pubblico, e questo dovrebbe dirla lunga: ma, al di là della nota di entusiasmo, ci pare davvero poco. O il clima di amori e sospetti soprattutto che è alla base di Beast di Machael Pearce o The death of Stalin di Armando Iannucci, scozzese di padre napoletano, dove si ride con rabbia davanti alle trame e ai comportamenti dei dirigenti sovietici all’indomani della morte del dittatore.
Fuori dal concorso, rimangono titoli che anche si sono amati, di cui speriamo poter riparlare ad una auspicabile uscita italiana. Quasi tutti di area angloamericana, da Darkest Hour di Joe Wright, con un eccezionale Gary Oldman nelle vesti di Churchill in un maggio del ’40 in cui dover decidere, ancora privi dell’appoggio statunitense, l’entrata in guerra contro un nemico nazista pronto a impadronirsi dell’intera Europa (in uscita a gennaio), a The disaster artist dove un altrettanto efficace, ed istrionico, James Franco, si cala nel personaggio di Tommy Wiseau, colpevole di essere entrato nella storia del cinema con quello che fu definito “il più brutto film che sia mai stato girato”; da L’uomo che inventò il Natale, ovvero l’occasione per Dickens a corto di quattrini e con una affollata famiglia da sfamare di trovare l’idea letterariamente giusta, a Final portrait, firmato da Stanley Tucci, dove Geoffrey Rush impersona Alberto Giacometti o Mary Shelley con Elle Fanning. Come per puro divertimento, nella sua semplice onestà, aspettiamo il film inaugurale, Ricomincio da me, non fosse altro per la recitazione di tre glorie britanniche, o il film che ha chiuso il festival, The Florida Project, già in odore di Oscar, o la riserva indiana che nasconde delitti in The wind river di Taylor Sheridan. O ancora Cargo di Gilles Coulier, che non avrebbe sfigurato in concorso, tre fratelli pescatori, differentemente coinvolti con la vendita del peschereccio di famiglia, al momento in cui il padre è in coma.
Torre). Emanuela Martini è giunta alla fine del suo mandato, vicedirettrice prima e piena responsabile negli ultimi quattro anni, continua a ripetere che ripartirebbe volentieri, che ha imparato ma che ha anche dato molto, che il pubblico torinese è impagabile: “Ma ogni decisione spetta al Museo”. Un Museo che, tra le tante e pericolose mareggiate, ha un direttore pro-tempore e ne attende uno stabile. Insomma, è necessario pensare già al futuro e il futuro, su cui stanno scritte per ora soltanto le date del 2018 (23 novembre – 1 dicembre), è troppo vicino. È necessario avere il tempo per lavorare, per mantenere la cifra di sempre e inventarsi cose nuove, per combattere contro i soldi che hanno tutta l’aria di voler scendere ancora, per svegliare una giunta che pare credere sempre meno nell’operazione (non soltanto culturale). Tutto per evitare che un grosso bagaglio torinese prenda altre strade, tutto per scongiurare che quello che si è costruito negli anni di scoperte, di piacere visivo, di intelligenza ci venga a mancare.
farmacia di Porta Palazzo via via fino al “Museo Egizio”) dislocate in ben dieci città differenti del Piemonte, con oltre 50 artisti internazionali coinvolti, fra cui la “Camerata RCO” (Royal Concertgebouw Orchestra) e l’“Orchestra da Camera Accademia” di Pinerolo. Coronamento ideale del Festival, sarà un concerto dedicato nello specifico al tema di quest’anno: gli “Spiriti Musicali”, ovvero “quelle sensibilità capaci di comprendere e creare la musica in una dimensione che va oltre la razionalità”.
eguale, a capitoli, le giornate che si aprono all’alba e si chiudono con fatica al tramonto, i compiti abituali dell’agricoltura, le chiacchiere di niente con i compari, la cucina e Trump in tivù, la vita dell’uomo che si confonde con quella degli animali, la mungitura delle pecore e il terrore dei lupi che creano carneficine, gli alberi e le semine, le macchine cui fare manutenzione, gli steccati e le reti a protezione, una vecchia parente cui accudire, un’altra filosofa pratica della vita e dei destini. 85’ con questo e altro ancora, camera fissa per la maggior parte del tempo, ricerca facile della bella immagine, azioni e parole che
non producono sentimenti e non portano a nulla. Tagliaferri – con la paterna produzione di Matteo Garrone, di cui è stato assistente -, tra i pescherecci di Comacchio e certi freddi, solitari centri del Ravennate, considera invece in Blue kids il legame morboso che lega fratello (Fabrizio Falco) e sorella (Agnese Claisse), costruisce per la coppia la scomparsa della madre, fatta di lacrime finte, un’eredità completamente trasmessa al padre, l’uccisione di costui quasi fosse un gioco, un rituale che li lega e che deve essere compiuto con il sorriso sulle labbra. Una cronaca che certe vicende non solo di oggi ci hanno fatto conoscere, i nomi li abbiamo tutti nella memoria, il disaffetto, i quattrini, la noia, tutto può essere la molla che fa scattare quelle malvagità che non hanno tempo. Ricercare le tante cause ed esatte, entrare negli animi, scovare i meccanismi e il nulla che sta forse all’inizio di tutto: invece qui ogni cosa è freddamente raccontata, e la non partecipazione porta ad un vuoto di scrittura e di direzione che la bella fotografia di Sara Purgatorio cerca di colmare, serpeggiando tra dialoghi inesistenti, tra sguardi che vorrebbero accrescere i rapporti ma li svuotano, tra un fondo d’inerzia narrativa che azzera anche il marcio dei due ragazzi.
Come difficilmente dimenticabile è Daphne dell’inglese Peter Mackie Burns con il faccino bello di Emily Beecham. Decisamente disinibita, riempie la solitudine con lettura di Slavoj Zizek e sesso senza troppi problemi, qualche incontro con l’amica per rinfacciarsi quale delle due sia più “stronza”, giri nei bar per qualche bicchierino di troppo e per qualche tiro di cocaina per tenersi a galla, il suo lavoro in un ristorante dove il proprietario è innamorato silenziosamente di lei e lei aspira ad una promozione a secondo chef. Poi una madre che sta morendo di cancro e si rifugia negli affetti recalcitranti di una
figlia e nella fiducia in una religione che le insegni una nuova sopportazione; e una rapina che la sbalza dall’andamento sempre eguale delle sue giornate: forse sarà una nuova salvezza, uno sguardo mai considerato, un momento inaspettato per andare incontro agli altri e riscoprire se stessa. Un bellissimo ritratto di donna circondato da altre partecipazioni che non sono indifferenza, una storia triste e brillante al tempo stesso, gli angoli della vita con la drammaticità e le sfide espressi in modo narrativamente piacevole e forte, le annotazioni giuste, la concretezza dei vari passaggi più che apprezzabile. Non si chiede poi troppo!