NEL GIORNO DELLA SUA SCOMPARSA
Il Presidente Lamberto Vallarino Gancia, il Direttore Filippo Fonsatti e il Direttore artistico Valerio Binasco, insieme a tutti i colleghi, ricordano con ammirazione e affetto Guido Ceronetti, un intellettuale unico e un artista eccentrico e visionario che nel corso degli anni ha concesso al Teatro Stabile il privilegio di collaborazioni entrate nella memoria del pubblico

Il Teatro dei Sensibili di Guido Ceronetti – scrive Pietro Crivellaro, già Direttore del Centro Studi dello Stabile -, teatrino tascabile di marionette minuscole con boccascena e fondali non più ampi di un foglio protocollo aperto, approdò al Teatro Stabile di Torino nel 1985 grazie al nostro Centro Studi per la messa in scena della Iena di San Giorgio . L’inconsueto spettacolo, allestito con il decisivo contributo della Lancia, propiziato dal dirigente e scrittore Oddone Camerana, grande amico ed estimatore di Ceronetti, debuttò nella cornice ancora più inconsueta della cappella tardo-barocca dell’ex cimitero di San Pietro in Vincoli, allora appena restaurato dal Comune, dopo lungo abbandono e in attesa di destinazione. L’assessore alla cultura di Torino era allora il professor Giorgio Balmas, l’inventore dei Punti Verdi e di Settembre Musica, e direttore dello Stabile il regista Ugo Gregoretti. Il primo ciclo di recite si svolse nel mese di giugno 1985. A ogni recita potevano accedere non più di trenta spettatori. Ripreso nell’autunno 1986, lo spettacolo compì una breve tournée che si concluse con una recita
straordinaria al Quirinale, offerta dallo Stabile di Torino al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (4 dicembre 1985). Dopo la Iena , Ceronetti realizzò ancora con il Centro Studi dello Stabile nel 1988 Mystic Luna Park , un innovativo variété di numeri assortiti in cui il poeta e scrittore torinese sperimentò per la prima volta le “marionette ideofore”, nuove figurazioni onirico-surreali più vicine al suo repertorio creativo. Dopo alcune recite estemporanee a Torino, nella sala riunioni del quotidiano La Stampa (allora in via Marenco), nella sede dell’editrice Einaudi e al Cottolengo, lo spettacolo compì una breve tournée a Sanremo, Lugano, Firenze e al Pier Lombardo di Milano, ospite di Franco Parenti. Tornò a collaborare con il Teatro Stabile di Torino sotto la direzione di Mario Martone: nel 2009 infatti lo Stabile dedicò a Ceronetti un lavoro articolato con un nuovo allestimento de I misteri di Londra e la messa in scena di Albergo Ceronetti realizzata in coproduzione con Egumteatro. Inoltre, nel 2011, al Teatro Gobetti di Torino, Guido Ceronetti presentò al suo pubblico una serata “non destinata a ripetersi” dal titolo Finale di Teatro , un suo simbolico “addio al teatro”. La documentazione di queste produzioni è consultabile sul nostro archivio digitale (http://archivio.teatrostabiletorino.it/ ). Anche se Guido Ceronetti ha affidato il suo archivio alla Biblioteca Cantonale di Lugano, i materiali scenici del suo Teatro dei Sensibili, ossia marionette e scenografie, sono stati da lui donati nel 2004 al nostro Centro Studi, rimasto un suo punto di riferimento a Torino anche nei suoi ultimi anni di attività.


























rigagnolo si fa torrente mano a mano che scende a valle. Per un bel po’ della sua strada è un lungo, stretto e tortuoso filo d’acqua corrente che prende forza per caduta fino a spegnersi nel lago a Baveno

trovavamo scavando nella fossa del letame che stava pochi passi dietro la grande cascina dove il Guerra teneva le vacche e qualche animale da cortile. Ai vermi s’associavano anche le camole del miele, fornite dal vecchio Brambilla, un milanese che – dopo la guerra – aveva scelto di vivere sul lago dopo esservi arrivato per sfuggire ai bombardamenti alleati. Aveva due dozzine di arnie e produceva un miele dolcissimo e denso. Nel far sparire quelle larve dai bozzoli biancastri e robusti gli facevamo un piacere perché la “galleria mellonella“, la tarma maggiore della cera, più comunemente chiamata camola del miele, è un lepidottero infestante degli alveari.
E al Brambilla davano un sacco di noie. Così, riempiti i barattoli di lombrichi o di camole, pescavamo a striscio nelle pozze, seguendo il filo della corrente, fino a quando uno strappo secco ci comunicava la soddisfazione della cattura della preda. Sgusciavano tra la mani, vivaci e ribelli, le “fario” grigio-olivastre sul dorso, argenteo-giallastre sui fianchi e più bianche sul ventre. Le macchioline nere e rosso-aranciate che punteggiavano la parte superiore del corpo le distinguevano da quelle di lago, dove le macchie erano nere e irregolari. Eravamo espertissimi in questo tipo di pesca dove la scelta del piombo era importante quanto la scelta dell’amo, perché lungo il torrente dove l’acqua corre veloce è fondamentale riuscire a far lavorare bene l’esca. Al Selvaspessa non si andava solo a “bagnare” la lenza ma anche a prendere il sole, srotolando gli asciugamani sui sassi più larghi e piani , allungandoci sopra come lucertole al sole. Oppure, come facevo io d’estate, a leggere. Passavo lì le mie vacanze, da luglio a settembre. Il rumore dell’acqua corrente rappresentava il sottofondo ideale per estraniarsi dal mondo. Non disturbava affatto, aiutando la concentrazione, favorendo la riflessione, stimolando la fantasia. E’ lì che ho letto i
racconti avventurosi di Emilio Salgari, immaginandomi a Mompracem , nel mar di Malesia, attraversando il Riff, gli oceani o le praterie del West. Ho conosciuto nei romanzi di Cesare Pavese le langhe, Santo Stefano Belbo, il mare di Varigotti e il rigore livido dei viali di Torino. Con l’immaginazione ho viaggiato nell’ America di John Steinbeck grazie alle pagine di Furore, Uomini e Topi, la Valle dell’Eden o tra il Vicolo Cannery e Pian della Tortilla . Ho incontrato i moschettieri di Dumas, attraversato le foreste al confine con il Canada insieme all’ultimo dei Mohicani, frequentato pirati e
bucanieri all’isola della Tortuga e sognato con Giulio Verne di scendere nel ventre della terra, fuggire con Michele Strogoff, viaggiare verso la luna e navigare ventimila leghe sotto i mari insieme al capitano Nemo. Il fiume – perché definirlo torrente ci pareva riduttivo – mi faceva dimenticare la predilezione che avevo per gli alberi. Era sui rami bassi di un albero, infatti, che passavo ore e ore a leggere libri e fumetti quand’ero da mia nonna, lontano dall’acqua del Selvaspessa. Ora di quel mondo fantastico e misterioso resta solo un ricordo. La parte bassa del fiume è completamente stravolta e mai nessuno s’avvia in quella direzione con un asciugamano e un libro sottobraccio. E’ un peccato perché la parte a nord del Selvaspessa, merita ancora. Ma oggi, si sa, il divertimento è meno semplice e l’acqua che scorre non accompagna più la fantasia dei ragazzi.


