Dal 2 novembre 2017 al 14 gennaio 2018
In occasione della “Settimana delle Arti Contemporanee”, il MEF (Museo Ettore Fico) di via Cigna a Torino presenta, dal 2 novembre 2017 al 14 gennaio 2018, una nuova opera dell’artista torinese Daniele Galliano

Pinerolese di nascita, classe ’61 e autodidatta di formazione, Galliano è stato scoperto criticamente da Luca Beatrice e dagli anni Novanta a oggi ha conquistato rapidamente un ruolo di rilievo nel panorama della nuova pittura italiana. Ma non solo. Il “realismo fotografico” che, da sempre, caratterizza la sua produzione, gli ha permesso di partecipare a importanti mostre collettive e personali in tutto il mondo, fra cui le Biennali de L’Avana, quella di Venezia nel 2009 e quella di Khoci a Kerala nel 2016. Sue opere sono anche presenti in alcune fra le principali collezioni pubbliche e private, come la GAM di Torino, la GNAM di Roma e il MART di Trento e Rovereto. Al MEF, Galliano presenta una tempera/olio su tela di grandi dimensioni dal titolo “Anything”, realizzata nel 2017 e che ben sintetizza quel suo modo di concepire l’arte (fra realismo e iporealismo) come una sorta di “visione – scrive Mario Perniola – che oscilla fra la miopia e il sogno”. E che, in quest’ottica, “costituirebbe un’interpretazione moderata di temi del postumano (paura, sesso, vita metropolitana) che, aumentando la distanza nei confronti del reale, li riconduce nell’alveo di un’esperienza artistica ed estetica tradizionale”. L’ospitata di Galliano, fanno sapere dal MEF, è il preludio di una nuova collaborazione con l’artista per un progetto site-specific, che verrà realizzato all’interno dei locali del “B+Ars” , Bistrot del Museo, nella prossima primavera. Il progetto prevede non solo la realizzazione di un affresco, ma anche un continuo work in progress con l’artista che sarà disponibile a incontri, scambi, e dialogo con i visitatori durante tutto l’arco di tempo necessario per la realizzazione dell’opera e parallelamente a un programma di incontri con le scuole a cura dell’area didattica dello stesso Museum.
G.M.
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MEF (Museo Ettore Fico), via Francesco Cigna 114, Torino – tel. 011/853065, www.museofico.it – info@museofico.it
In occasione di Artissima 2017, fiera internazionale d’arte contemporanea, la Galleria Umberto I ospiterà una selezione di opere degli artisti del panorama contemporaneo:
Ultimi tre spettacoli nel Torinese e in Valle d’Aosta
in prima persona come fosse il diario della stessa Caterina Boratto (Torino 1915
A partire dal 31 ottobre 2017 la Biblioteca dei Musei Reali di Torino si arricchisce di un nuovo pregiato manoscritto contenente le memorie private di Vittorio Emanuele III, grazie alla donazione di Vittoria de Buzzaccarini il cui padre Brunoro fu per quattro anni aiutante di campo del re.
Reale e sarà collocato nel fondo Casa Savoia quale “ex libris Vittoria de Buzzaccarini e figli”, a disposizione degli studiosi che vorranno approfondire gli studi sul cimelio. Il fondo Casa Savoia, di recente costituzione, riunisce materiali diversi relativi alla famiglia reale e reperiti nelle collezioni della Biblioteca. Tra i documenti si ricordano i diari di Carlo Felice e della consorte Maria Cristina, quelli di Maria Teresa, moglie di Carlo Alberto e autografi dello stesso sovrano, oltre a una raccolta denominata Archivio segreto di Carlo Alberto 1832-1833. Per l’occasione sarà allestito nel Salone monumentale della Biblioteca un percorso con documenti fotografici d’epoca riguardanti i viaggi del Vittorio Emanuele III, registrati dal re di suo pugno nel diario. La Casa editrice Nova Charta, fondata e diretta da Vittoria de Buzzaccarini, nel 2013 ha pubblicato una tiratura limitata facsimilare del diario e ha dedicato al prezioso documento il volume Sì è il re – memorie private di un sovrano, che contiene una serie di importanti contributi fra i quali un appassionante racconto storico intitolato La forza dell’amore, dedicato a Vittorio Emanuele III e a Elena di Montenegro.

Partendo dall’arrivo a corte nel 1887 del ventiquattrenne Abdul Karim inviato a consegnare una medaglia, il mohur, che onori la sovrana e il suo regno, passando attraverso i primi sguardi e i primi sorrisi che fanno dire a Vittoria sessantenne “attraente” e che danno il via ad una amicizia tra colei che governa mezzo mondo e colui che da semplice impiegato delle carceri indiane passa al ruolo di “mushti” (maestro), di confidente, di importatore della cultura indiana, di membro di corte con moglie e suocera nerovestite al seguito, di insegnante di Indi e di Hordu, di sconosciute prelibatezze culinarie, di amico intimo, forse di innamorato, di colui che per la gran vicinanza ha sempre le orecchie tese anche per quel che riguarda la politica (ma pure di colui che un giorno fu beccato con le mani nel sacco a rubarsi gioielli dell’amata: “basato su fatti veri”, siamo avvisati all’inizio, “per lo più”). È chiaro che l’erede Bertie e la corte intera, servitù compresa, faccia aria di sommossa salvo poi ritirarsi nelle proprie stanze al primo urlo della vegliarda. Tutto suona sì simpatico, da svagato
intrattenimento, a tratti ridicolo tuttavia, si preme sulla solitudine di lei che – sia detto tanto per sfatare per quel che si può il quadretto di vedova inconsolabile e timorata e puritana – già dopo la morte dell’amatissimo Albert aveva cercato e trovato conforto tra gli ardori di John Brown, già avvinazzato uomo di fiducia dello scomparso principe consorte e ti rendi conto che la passata incisività era tutta ben altra cosa, che il quadro della discendente all’indomani della morte di Lady D era dipinto con colori e con tratti personali ben più profondi. Va da sé che la rivolta non può avvenire che con il trapasso della sovrana, che ogni documento che possa ricordare “l’unione” (quanto mai allargata?) viene distrutto e Abdul cacciato, salvo poi ritrovarlo in patria, pochi anni dopo, davanti alla statua della “sua” regina a ricordare i giorni che furono.
Tutto è sontuoso, visivamente bello, i palazzi scelti per l’ambientazione, gli abiti, i particolari, le inquadrature, tutto è ricostruito con l’aiuto delle fotografie d’epoca (e chi lo voglia può anche fare il debito paragone tra l’originale Abdul e l’attore Ali Fazal che oggi lo impersona) ma tutto tremola come quel budino che viene servito a tavola e che tanto interessa a Frears, come i primi piani, come gli occhi ripetutamente “descritti”, come i visi della corte genuflessi e spaventatissimi. Chi resta ben salda in piedi è la prova superba di Judi Dench (per la seconda volta veste gli abiti e la corona di Vittoria, era già stata La mia regina con John Madden nel ’97), testarda, irascibile, rattristata e sola contro tutti, sognante, capricciosa, una gamma tutta da vedere d’espressioni che unica cerca di rimetterti un po’ in accordo con un film per altri versi davvero zoppicante, di pura illustrazione e quasi non necessario (dove persino il nostro Puccini, canterino con la Manon Lescaut, suona imbarazzante, come la sovrana: ma forse Frears è convinto di doversi qui omaggiare guardando al precedente Florence).

regime nord coreano. Non credo che il Pd attuale celebrerà il centenario e mi stupirei se accadesse. Sicuramente la sinistra cosiddetta radicale e gli ex PD coglieranno l’occasione per ribadire il loro ideologismo che appare particolarmente stantio in un quadro storico nel quale quella Rivoluzione perse “la spinta propulsiva”, come disse Enrico Berlinguer, già molti anni prima del crollo del Muro di Berlino. Ma oggi quella Rivoluzione che segnò anche la fine dei Romanoff con un bagno di sangue davvero selvaggio,va vista con il distacco dei cent’anni e ne va confutata in primis proprio la spinta propulsiva liberatrice che indusse in errore anche Gobetti il quale parlo ‘ di una rivoluzione liberale riferendosi alla Rivoluzione d’Ottobre . Sicuramente c’è un tratto che lega la Rivoluzione leninista russa con il giacobinismo della Rivoluzione francese che finì di far naufragare gli ideali della liberté e della fraternitè a colpi di ghigliottina e di terrore,in nome di una egalité che si rivelò già nel 1700 un ‘utopia, se vogliamo ,generosa,ma impossibile da realizzare in una regime liberale. Le parole critiche di Tocqueville sulla Rivoluzione si potrebbero adattare alla Rivoluzione russa. 