CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 802

Ercole e il suo mito

FINO AL 10 MARZO 2019

Eroe greco dalla forza prodigiosa e sovrannaturale, semidio nell’antichità – il primo mortale a diventarlo – figlio di Giove e della regina Alcmena, e ancora eroe romano e poi cristiano nel Medioevo, fino a diventare possente icona dell’arte del Rinascimento e del Barocco via via fino ai giorni nostri, con le fantastiche imprese raccontate dal cinema negli anni a metà del secolo scorso: a Eracle – l’Ercole latino – e al suo mito che, inossidabile, ha resistito all’urto dei tempi e delle civiltà, la Reggia di Venaria dedica un’importante mostra ospitata nella “Sala delle Arti” e visitabile fino al 10 marzo dell’anno prossimo. Curata da un comitato scientifico presieduto da Friedrich-Wilhelm von Hase e organizzata dalla “Swiss Lab for Culture Projects” (sapientemente guidata da Paolo e Lidia Carrion), la rassegna acquista un particolare significato alla luce dei lavori di restauro, attualmente in corso, della “Fontana d’Ercole”, fulcro del progetto secentesco dei Giardini della Reggia, un tempo dominata proprio dalla Statua dell’ “Ercole Colosso” (tre metri e 37 centimetri d’altezza in marmo bianco di Frabosa) voluta da Carlo Emanuele II di Savoia e realizzata da Bernardo Falconi intorno al 1670 su progetto di Amedeo di Castellamonte. E proprio di qui può idealmente partire un percorso espositivo che, intorno alla figura del grande eroe mitologico, mette insieme, attraversando oltre 2500 anni di storia, una settantina di opere, fra reperti archeologici, gioielli, opere d’arte applicata, dipinti e sculture e manifesti e filmati e tant’altro ancora. Al periodo compreso fra il 560 ed il 480 a. C. (siamo all’origine del mito in epoca pagana) può farsi risalire una serie di ritrovamenti archeologici di notevole raffinatezza come vasi, anfore e coppe realizzate nella regione greca dell’Attica, provenienti dall’”Antikenmuseum” di Basilea e raffiguranti le imprese canoniche dell’eroe; a spiccare la monumentale anfora del Pittore di Berlino – fra le massime espressioni della ceramica ateniese – e l’hydria attribuita al Gruppo dei Pionieri. Alcune statuette in bronzo o in terracotta, così come una testa colossale di Ercole in riposo – copia della seconda metà del I secolo a. C. di un’opera di Lisippo risalente al 320-310 a. C.– o ancora il calco in gesso del gruppo bronzeo di “Ercole con la cerva di Cerinea” di Lisippo (dalla “Skulpturhalle” di Basilea) testimoniano invece la diffusione della leggenda erculea in ambito romano. A chiudere la sezione due coppe in oro e argento del grande Gianmaria Buccellati, sbalzate e cesellate con le “fatiche” dell’eroe. Di particolare interesse anche gli spazi dedicati al recupero del mito di Ercole da parte del Cristianesimo medievale, quando la figura del semidio viene associata a quella del Salvatore e la discesa, ad esempio, agli inferi per strappare Alcesti a Thanatos prefigura la discesa di Cristo nel Limbo, così come le sue vittorie contro gli animali mitologici annunciano la vittoria del Redentore sul demonio. Qui si ammira anche un prezioso cofanetto in avorio dell’XI secolo raffigurante l’eroe che strangola il leone e solleva Anteo, proveniente dal “Museo Archeologico Nazionale” di Cividale del Friuli. L’epoca moderna è contraddistinta in particolare dai dipinti e dalle sculture del Rinascimento (esemplare “L’Apoteosi di Ercole” del Garofalo); ben rappresentati anche il Seicento (con la scultura di scuola romana “Ercole fanciullo con il serpente”) e il Settecento, con due preziosi manufatti in terracotta dorata di Lorenzo Vaccaro, oggi custoditi nel “Museo Filangieri” di Napoli. Imperdibili per la potenza dell’impronta narrativa tutte le cinque grandi tele realizzate da Gregorio De Ferrari, eccelso pittore del barocco genovese, raffiguranti le più celebri fatiche di Ercole e provenienti dalla “Galleria Nazionale” di Palazzo Spinola di Genova. Infine Ercole al cinema. A chiudere la rassegna è infatti una curiosa sezione che ricostruisce un ambiente di foyer cinematografico anni ’50-’60, con i grandi film, cosiddetti del “peplo”, prodotti a Cinecittà in quegli anni e ancora recentemente a Hollywood, che videro impegnati attori quali Giuliano Gemma o Arnold Schwarzenegger, oltre alla trasposizione in disegni animati di Walt Disney.

Gianni Milani

“Ercole e il suo mito”

Reggia di Venaria – Sala delle Arti, piazza della Repubblica 4, Venaria Reale (Torino), tel. 011/4992333 – www.lavenariareale.it

Fino al 10 marzo 2019

Orari: fino al 14 ottobre, mart. ven. 10/18; sab., dom. e festivi 10/19,30; chiuso il lunedì. Dal 15 ottobre, mart. – ven. 9/17; sab., dom. e festivi 9/18,30; chiuso il lunedì

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Nelle foto

– “Eracle con la cerva di Cernia”
– “Hydria attica a figure rosse”, attribuita al Gruppo dei Pionieri, 510 a. C. ca.
– Gregorio De Ferrari: “Ercole e l’Idra di Lerna”, fine XVII sec.
– Ercole nel cinema
– La statua di Ercole colosso nei Giardini della Reggia

 

Atteso ritorno (con sorpresa) di Noseda al Regio

Prima stagione concertistica  per il nuovo Sovrintendente della Fondazione, William Graziosi 

Anche quest’anno una ricca stagione concertistica, giunta alla sua ventiduesima edizione, affiancherà, con dodici appuntamenti, la stagione lirica 2018/19 del Teatro Regio di Torino. Reduce dal successo della tournée estiva a Montrux, l’ Orchestra del Teatro Regio, accanto alla Filarmonica di Torino, sarà impegnata in un programma in cui più concerti vedranno anche quale protagonista il coro, con la presenza di ben due Requiem, di Brahms e di Faure’. Il primo sarà inserito nella serata del 27 ottobre, per la direzione del maestro Pinchas Steinberg, ospite delle maggiori istituzioni musicali internazionali, e che vanta un rapporto artistico privilegiato con il teatro Regio. Mercoledì 20 febbraio 2019 il Requiem di Faure’ sarà affiancato alla musica di Petr Il’ic Cajkovskij in un concerto dove Orchestra e Coro del Teatro Regio saranno diretti da Michele Mariotti. Il 17 novembre di quest’anno sarà protagonista di un concerto il compositore e pianista Ezio Bosso, con la sua “Sinfonia Oceans”. Bosso è sicuramente una delle voci più interessanti tra i compositori contemporanei e le sue partiture sono eseguite nei templi della musica classica, quali la Royal Opera House ed il Bolshoj. Il 30 gennaio prossimo sarà presente al Regio Valery Gregiev ed il 18 aprile 2019 Roland Boer con l’ Oratorio “Elias” di Mendelssohn. Il maestro concertatore Sergey Galaktionov, anche violino solista, dirigerà l’Orchestra del Teatro Regio in un ricco programma comprendente brani di Mozart e Sostakovic, tra cui l’intensa Sinfonia da camera op. 110 a, la trascrizione effettuata da Rudolf Barsaj del Quartetto per archi n. 8 op. 110. Lo spartito reca un sottotitolo piuttosto significativo, dedicato alle ” ittime del fascismo e della guerra”, includendo al suo interno molte autocitazioni di lavori precedenti del compositore, quasi che Sostakovic si ritenesse vittima di quelle tirannie. Tra le peculiarità della stagione concertistica la sonorizzazione, già sperimentata da cinque anni, di un film in diretta. Questa volta la scelta si è concentrata su “Il Circo” di Chaplin, che verrà musicato il 4 marzo prossimo sotto l’attenta guida del maestro Timothy Brock. Concerto prenatalizio il 17 dicembre prossimo dal titolo “Profumo di Natale”, in cui Nuno Coelho dirigerà Orchestra e Coro delle Voci Bianche del Regio e del Conservatorio. Jazz ed arrangiamenti saranno poi i protagonisti del concerto che aprirà il nuovo anno, il 14 gennaio 2019, con gli Swingle Singer, con ensemble vocale ed orchestra. Atteso ritorno sul podio, infine, per il maestro Gianandrea Noseda, per un concerto a sorpresa, proposto nella sua formula a sorpresa per il quarto anno consecutivo, sempre accolto molto favorevolmente dal pubblico.

 

Mara Martellotta

Crea vista con gli occhi di uno storico fotografo

La tappa di questo viaggio nella “Valcerrina Sconosciuta” è leggermente paradossale perché il luogo è Crea, sede di Santuario e Sacro Monte, patrimonio dell’Umanità dell’Unesco dal 2004 insieme agli altri Sacri Monti e percorsi devozionali piemontesi e lombardi

Ma è una Crea vista con gli occhi di un casalese diventato famoso nella storia della fotografia per avere inventato il teleobiettivo, Francesco Negri. Si tratta di quel Francesco Negri che, nato a Tromello in Lomellina, nella Provincia di Pavia, il 18 dicembre del 1841, dopo aver frequentato il liceo a Vigevano, si trasferì a Torino, dove conseguì la laurea in giurisprudenza nel 1861. L’anno successivo si stabilì a Casale Monferrato per esercitare l’avvocatura. Accanto a questa sin dal 1863 si occupò di fotografia, studiando processi nuovi riguardanti la fotografia a colori. Per primo adattò alla macchina fotografica uno speciale cannocchiale, creando il teleobiettivo. Era il 1880, che costruito da Koristka a Milano prese il nome di teleobiettivo Negri – Koritska. Fatta questa doverosa premessa su Frnacesco Negri, che ha lasciato anche un ponderoso Fondo alla Biblioteca Canna di Casale Monferrato. Fatta questa doverosa premessa sull’autore, va ricordato anche che Francesco Negri su particolarmente attento ai valori espressi dalla cultura di Casale e del Monferrato e, letteralmente, “amò” Crea. Di qui il Santuario di Crea in Monferrato, apparso una prima volta sulla rivista di Storia Arte Archeologia delle Province di Alessandria ed Asti dell’anno 1902, riprodotto in stampa anastatica integrale anni fa dalla casa editrice Il Portico di Casale Monferrato in una pubblicazione “Santuario di Crea. Arte e Storia nel Monferrato”, arricchito da una prefazione della studiosa (e consigliere regionale negli anni Ottanta) Anna Maria Ariotti e da una ricca appendice di fotografie tratte dalle lastre conservate nel Museo del Santuario di Crea e della Biblioteca Civica di Casale Monferrato. Nel suo scritto l’autore tratta delle origini di Crea andando ad indivuarlo: “Questo Santuario attualmente formato da 23 cappelle, oltre alla chiesa e convento, sorge sul colle che, a forma di elissoide, con direzione da ponente a levante, è fiancheggiato da un lato dalla Valle Stura, dall’altro a mezzodì da quella percorsa dalla linea ferroviaria Casale – Asti. La sua elevazione massima è di 450 metri circa dal livello del mare e di metri 212 dalla stazione di Serralunga di Crea, di dove si parte la strada di più breve accesso al Santuario. Dall’alto del colle la vista è incantevole. Fanno corona le Alpi, dalle marittime alle carniche, e l’Appennino all’orizzonte, la vasta pianura padana a mezzanotte e levante , e la variata sequela dei colli monferrini e torinesi a ponente e mezzodì”. Una descrizione precisa nella quale ci si potrebbe trovare ancora oggi ad oltre un secolo di distanza. Nel suo saggio l’autore descrive poi la chiesa, il santuario, le cappelle ed i romitori, soffermandosi sui tre principali artisti che hanno contribuito alla grandezza del Sacro Monte con le loro opere, Guglielmo Caccia detto “Il Moncalvo”, Giovanni Tabacchetti e Nicola Tabacchetti. Si tratta di un’opera che ha costituito una pietra miliare nella storia di Crea e che era giusto non fare cadere nel dimenticatoio. Sul Santuario e sul Sacro Monte si ritornerà in altre tappe del viaggio in Valcerrina.

Massimo Iaretti

 

 

 

 

La Fondazione Cosso omaggia Gioachino Rossini

NEL 150° DELLA SCOMPARSA. “PETITE MESSE SOLENNELLE”

Sarà il progetto artistico “Avant-dernière pensée” ad inaugurare il calendario autunnale delle attività della Fondazione Cosso che si appresta a festeggiare quest’anno il suo Decennale

L’appuntamento è per venerdì 21 settembre, alle ore 21, con una particolare performance dedicata alla rilettura della “Petite Messe Solennelle” di Gioachino Rossini – in occasione del 150° anniversario della scomparsa del compositore pesarese – che tornerà nei suggestivi spazi della corte d’onore del Castello di Miradolo (in via Cardonata 2, a San Secondo di Pinerolo), dopo le numerose repliche che si sono succedute negli anni, a seguito della prima esecuzione del 2011. Composta nel 1863, dopo una lunga assenza dalle scene (cominciata nel 1829 dopo il grande successo del “Guglielmo Tell”) e cinque anni prima della morte nella campagna parigina di Passy dove Rossini si era ritirato a vita privata, la “Petite Messe Solennelle” sembra oltrepassare il proprio tempo, tratteggiando indirizzi estetici che prenderanno sviluppo agli inizi del Novecento. L’opera, di indubbia originalità, si articola in 14 pezzi ricchi di invenzioni armoniche e melodiche, conservando un’architettura compositiva che il progetto “Avant – dernière pensée” svela con disegni e viraggi di luce sincronizzati all’esecuzione e attraverso un sistema di amplificazione multicanale che distribuisce le varie voci della partitura, presentata nella sua versione originale. A dirigere il concerto sarà il maestro Roberto Galimberti, che alle ore 20 proporrà al pubblico una guida all’ascolto. Esecutori: Francesca Lanza (soprano), Sabrina Pecchenino (contralto), Alejandro Escobar (tenore), Evans Tonon(basso), Laura Vattano (pianoforte) e Alessandro Ruo Rui (armonium). Tecnici: Marco Ventriglia (regia audio e supervisione tecnica), Edoardo Pezzuto (luci).

Obbligatoria la prenotazione: tel. 0121/502761 o prenotazione@fondazionecosso.

 

 

g.m.

Artisti madonnari a Odalengo Grande

Ritorna domenica, per il settimo anno, ‘Madonnari ad Odalengo Grande’. Il capoluogo comunale dalle ore 10.30 vedrà la presenza degli esponenti del Centro culturale artisti madonnari di Mantova che sono tra i migliori realizzatori al mondo, come dimostrano i piazzamenti altissimi che ogni anno conseguono al concorso internazionale che si svolge nella giornata del 15 agosto nel piazzale antistante il Santuario delle Grazie a Curtatone, comune alle porte della città virgiliana da quasi due anni gemellato con l’Unione dei comuni della Valcerrina, in Provincia di Alessandria. Quest’anno il tema scelto dall’amministrazione comunale guidata da Fabio Olivero, che organizza l’evento in collaborazione con la Pro loco, sarà quello della ‘Nascita dell’Europa e della pace in Europa’. Ogni anno, infatti, sin dallo svolgimento della prima edizione, c’è sempre stato un tema conduttore e le opere sono poi rimaste al Comune e sono visionabili su richiesta. Alla presenza degli artisti si accompagnerà quella di un mercatino con bancarelle di hobbisti e di prodotti enogastronomici ed artigianali tipici del territorio. Il centro storico vedrà poi una copertura in iuta, particolare e suggestiva, che proseguirà sino al Castello. Quest’anno la rassegna avrà anche un momento didattico in quanto ogni madonnaro seguirà anche alcuni gruppi di ragazzi nel progettare un disegno, il tutto in collaborazione con allievi delle varie sedi dell’Istituto comprensivo di Cerrina. Nel pomeriggio, alle ore 17 ci sarà la premiazione del concorso ‘Odalengo in fiore’ e dalle 17.30 è prevista una esibizione della Piccola Scuola di danza di Solonghello. La manifestazione ha sempre attirato diversi visitatori anche da fuori zona proprio per la sua particolarità e consente di valorizzare l’apprezzabile centro storico di Odalengo Grande capoluogo ed i suoi angoli artistici e panoramici. Naturalmente, date le sue caratteristiche – madonnari e mercatino – qualora vi fossero condizioni meteorologiche avverse (ma ad Odalengo Gande si auspica tutto il contrario) verrà annullata. Per ogni informazione telefonare al numero 339 – 4718763.

Massimo Iaretti

 

Guè Pequeno incontra i fan

Mondadori Megastore Via Monte di Pietà 2 

Guè Pequeno incontra i fan e firma le copie dell’album “Sinatra” Universal Music. Si può acquistare il cd “Sinatra” nei Mondadori Store coinvolti nel tour a partire da venerdì 14 settembre ricevendo il pass per avere accesso prioritario al firma copie con Guè Pequeno. Guè Pequeno torna nel 2018 con Sinatra, un nuovo album (pubblicato in CD e vinile) che si preannuncia il più importante della sua carriera, il primo che vede la collaborazione con il suo nuovo team BHMG. Punto di riferimento assoluto nel suo genere e artista italiano più ascoltato su Spotify nel 2017 grazie all’album Gentleman (doppia certificazione Platino e diverse settimane in vetta alla classifica), è il rapper più influente e produttivo in Italia con una pubblicazione all’anno dal 2009.

https://eventi.mondadoristore.it/it/event/2018/09/14/gue-pequeno-incontra-i-fan-e-firma-le-copie-dellalbum-sinatra-universa/4325/

Link al tour completo

https://eventi.mondadoristore.it/it/tour/gue-pequeno-incontra-i-fan/305/

Ceronetti, l’intellettuale antipopulista

di Pier Franco Quaglieni

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Guido Ceronetti è stato un uomo semplice, gioioso, intransigente. Ha odiato le tirannie ideologiche del Novecento e il giacobinismo della Rivoluzione Francese. Seppe vedere la grandezza di de Maistre, grandissimo scrittore, come già riconosceva anche Mario Soldati. Ha tradotto in modo magistrale e non convenzionale i carmina di Catullo con una sensibilità che ci ha reso, come forse nessun altro, il poeta dell’amore sfortunato vissuto nel tempo in cui tramontava l’antica repubblica e la corruzione stava invadendo la vita pubblica e privata di Roma L’animo delicato, tenero, licenzioso ed ironico di Catullo è reso, come neppure il raffinatissimo latinista Vincenzo Ciaffi seppe fare. Altrettanto preziose sono le sue traduzioni dall’ebraico, in primis, del Cantico dei cantici. È stato un uomo che trovava e creava divertimento con il suo straordinario teatro di burattini, il Teatro dei Sensibili, un uomo ricco di un’ironia che non faceva sconti a nessuno, rifiutando i manicheismi settari. A Cetona trascorse la sua vita di vegliardo lucidissimo, mantenendo il gusto per la vita, una vita semplice ed austera. Quando veniva a Torino andava spesso dal comune amico Sante Prevarin al “Montecarlo”, ma le sue esigenze alimentari erano minime non solo perché vegetariano, ma perché si poteva considerare un moderno eremita che si accontentava di poco. Fece gradualmente, ma convintamente, la scelta vegetariana sull’esempio di Aldo Capitini bandiera della non violenza, come Piero Martinetti della causa degli animali. Fu contrario alla sperimentazione sugli animali e una volta Alda Croce mi disse che” Guido consentiva a quelle battaglie di essere meno solitarie e di trovare voci autorevoli sui giornali” e mi ricordò di averlo avuto spesso al suo fianco nella difesa del patrimonio paesaggistico e storico, senza gli snobismi di “Italia nostra”. Fu anche contro l’accanimento terapeutico, ma non si pronunciò mai a favore dell’eutanasia. Fu contrario al voto ai diciottenni, una scelta bizzarramente voluta da Amintore Fanfani nel 1975. In tempi recenti, Guido rifletteva sul fatto che ci fosse troppa gente impreparata ad esercitare con un minimo di consapevolezza il proprio diritto di votare, ingrossando le fila dei populisti arrogantemente orgogliosi della propria ignoranza. Sentiva il pericolo della “dittatura della maggioranza” come diceva Tocqueville, della oclocrazia, il governo delle plebi, di cui scriveva Polibio. Era, secondo lui, un po’ come pretendere di guidare un’automobile senza la patente. In campo religioso non esitò ad evidenziare i limiti di alcuni papi, in primis Papa Francesco. Difese ad oltranza il valore del Latino, sostenendo che le nuove classi dirigenti si distinguono negativamente anche perché non lo hanno studiato. Ci sarebbero tanti altri esempi della sua volontà di essere un bastian contrario, senza compiacersi di esserlo per partito preso. Per dirla con parole di Arturo Carlo Jemolo, era un “malpensante”. Pur sembrando un uomo disincantato, se non addirittura scettico, non esitava a definirsi un patriota e diceva che “l’Italia lo faceva molto soffrire per motivi di passione civile”. Amava citare Lucrezio e il suo “patriai tempore iniquo” che lui traduceva: “in questo tempo di sciagure per la patria”.

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Ceronetti, che ha attraversato decine d’anni di cultura italiana, si può considerare un uomo solo con il suo orgoglio, la sua umiltà, il suo spirito libero. Non è mai voluto entrare nel branco dei lupi famelici che costituisce il nocciolo durissimo della cultura italiana schierata. Alla Biblioteca cantonale di Lugano, che già conserva le carte di Prezzolini e di Flaiano, nel 1994 si è creato un fondo Ceronetti a dimostrazione di come i grandi italiani debbano fuggire in Svizzera ancor vivi per avere la sicurezza che i propri documenti vengano conservati nel modo dovuto. Una triade quella di Prezzolini, Flaiano e Ceronetti molto rappresentativa di un modo di pensare liberamente senza lasciarsi condizionare da nessuno. Quando si scrive di Guido Ceronetti bisogna parlare di un genio unico ed irripetibile, di un genio molto distante dal giacobinismo marxisteggiante torinese, rimasto coerentemente agli antipodi da certi ambienti che disprezzano chiunque la pensi in modo diverso da loro: gli eredi dell’egemonismo gramsciano sopravvissuti al crollo del Muro di Berlino hanno sempre ignorato Guido e la sua opera è stata circondata dal silenzio. Torino, la sua città (in effetti era nato ad Andezeno), non lo ha mai amato e lui si è sempre sentito estraneo ad una città conformista e chiusa. Come molti grandi torinesi con schiena diritta ha dovuto presto abbandonare Torino per veder riconosciuto il suo talento. Una volta, mettendomi in imbarazzo per l’immeritato elogio, mi disse che lo stupiva che io fossi rimasto a Torino, andando sempre controcorrente e che immaginava il prezzo che ero stato costretto a pagare. Per i suoi 90 anni fu il solo Centro “Pannunzio” a promuovere a Torino – con l’assenza più totale di autorità – un convegno in suo onore che ebbe un grande successo di pubblico e raccolse studiosi di rango a parlare dell’opera di Guido il quale avrebbe desiderato intervenire, se le sue condizioni di salute non glielo avessero impedito. Mandai l’amica Vinicia Tesconi a video-intervistarlo a Cetona. Un’intervista molto significativa che venne proiettata al termine del convegno condotto da Marina Rota. L’unico vero legame con Torino fu la sua assidua collaborazione con “La Stampa” per circa trent’anni. Con il coraggio e con la capacità propria di chi sa essere direttore di un grande giornale e non un giornalista che bazzica nelle stanze del potere, fu Alberto Ronchey ad invitare Guido a scrivere per “La Stampa” e fu Carlo Casalegno a intrattenere i rapporti con lui. Una volta Ceronetti mi disse che gli assassini di Carlo erano da ricercare tra gli eredi diretti del PCI, una verità scomodissima, ma non totalmente infondata. In piazza San Carlo nell’ottobre del 1977, a Torino, gli intellettuali e gli operai comunisti a manifestare solidarietà per Carlo ferito a morte, furono pochissimi perché lo ritenevano un reazionario. Avevo ascoltato con un certo imbarazzo durante una recente cena un giornalista vantarsi di aver chiamato lui Ceronetti al giornale, vincendo le resistenze di Casalegno. Evitai, per rispetto al padrone di casa, di smentire il pavone che si vantava di meriti che mai avrebbe potuto avere e che ingenuamente esibì quella sera, dimenticando che c’ero anch’io che con Casalegno e con Ronchey condivisi un lungo rapporto di sincera amicizia.

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In occasione del compimento dei 90 anni è venuta fuori la verità. La collaborazione di Ceronetti fu opera di Ronchey ed è stata lunga e proficua. Fu anche vicino al “Mondo” di Pannunzio. Poi con gli ultimi due direttori prima di Maurizio Molinari la collaborazione giornalistica di Guido è andata assottigliandosi fino a terminare. Da qualche tempo era titolare di una piccola rubrica sul “Corriere della Sera”. Ceronetti scriveva a ruota libera. Solo un esempio tra i tanti: sollevò dei dubbi sull’ergastolo a cui venne condannato il capitano delle SS Erich Priebke per la strage delle Fosse Ardeatine. Pochi in Italia ebbero il coraggio di farlo. Uno tra i pochi fu l’avvocato Gianvittorio Gabri, allora membro del CSM. Prevalse in quella condanna un giudizio storico-politico a danno della civiltà giuridica. Una volta Guido mi disse che “non vedeva politici che pensano”, un giudizio sicuramente troppo duro, ma con un fondo di verità. Ceronetti ha vissuto per tanti anni in condizioni economiche difficili, come è quasi inevitabile che accada ad uomo libero e scomodo come lui e non solo quindi perché i carmina non dant panem. Chi comanda ha bisogno di intellettuali malleabili e Ceronetti non è mai stato servile, ma sempre un liberissimo pensatore. A lui venne applicata la Legge Bacchelli che gli ha consentito di vivere, malgrado avesse le esigenze di un uccellino. Per i suoi meriti verso la Nazione, come per i senatori a vita. Forse Ceronetti avrebbe meritato di essere senatore a vita. Nel giugno 2014 alla festa dell’Inquietudine di Finalborgo proposi quella nomina per Ceronetti. In Liguria ebbe vasta eco, ma non varcò i confini liguri. Una nomina simile a quella di Eugenio Montale voluta dal presidente Giuseppe Saragat, scrissi in quella occasione. In Liguria era molto noto ad Albenga dove trascorreva lunghi periodi ospite del docente dell’Università di Siena Nicola Nante nella sua clinica San Michele dove curava gli acciacchi della vecchiaia e non disdegnava di chiacchierare con i degenti. Ha lasciato la vita in silenzio, poco dopo il compimento del 91° anno. La sua opera resta a parlare crocianamente per lui. È un’opera destinata a rimanere, anzi ad essere rivalutata nel tempo. In tutti i momenti decisivi della vita ha saputo fare le scelte che gli dettava la sua coscienza di uomo libero senza pensare mai al suo tornaconto, dimostrando una sincerità a volte persino disarmante, ma sempre meritevole di attenzione.

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Questo “cane sciolto” della cultura resta un testimone scomodo di un’età difficile in cui la maggioranza degli intellettuali si è spesso piegata come dei salici al vento del conformismo.Il mite, mitissimo ed ironico Ceronetti, un omino esile, persino fragile, ha saputo farsi sentire in tutte le occasioni in cui altri tacevano o dicevano cose banali. Un amico, appresa la sua morte, ha scritto con molto, forse eccessivo pessimismo: “Purtroppo la cultura sta morendo e prende sopravvento la notizia, spesso falsa, da consumare e dimenticare subito”. Nella non civiltà dei social un uomo come Guido non poteva continuare a vivere. La sua era una voce nel deserto. Era un uomo di una élite intellettuale che è finita con lui. Un anno fa, nel 2017, durante una lunga telefonata mi diceva che i nuovi barbari stavano arrivando. Aveva visto giusto. Guido si era rinchiuso da tempo nell’eremo di Cetona non solo per ragioni di salute. Come ha osservato Valter Vecellio, anche lui suo amico, Guido era “l’amaro impolitico più politico di tutti”. In senso civilmente molto alto, è stato infatti un eccezionale testimone di verità scomode, che seppe esercitare nella polis il suo ruolo pubblico di intellettuale. Pur orgogliosamente indipendente da tutti, ebbe un rapporto speciale con Marco Pannella che della non violenza fu un convinto assertore negli anni bui della violenza contestatrice e del terrorismo. Lo stesso Pannella amava citare Guido che partecipò persino ad un congresso radicale. Sarebbe tuttavia un errore grave parlare di lui in rapporto ai partiti perché egli ebbe il grande pregio di non sentirsi mai legato all’engagement, comunque professato. In questo senso, si potrebbe considerare un liberale, esponente cioè di quella cultura che privilegia il valore della libertà responsabile. Da vero “liberale” Guido ha sempre fatto parte per sé stesso. Collaborò al “Mondo” di Pannunzio, ma non si potrebbe considerarlo, per nessun motivo, “organico” a quel giornale. Il suo maggiore merito “liberale” fu proprio di essere sempre stato un intellettuale disorganico per usare un’espressione di Bobbio, antitetica a quella gramsciana. Una volta Mario Soldati definì Ceronetti “un titolare del proprio cervello, incurante delle critiche e delle ostilità che potevano suscitare i suoi scritti”. Amava il teatro delle marionette, ma non ha mai permesso a nessuno di farlo muovere, tirando i fili, come si fa con una marionetta. Era un uomo di carattere, non incline ai compromessi. Nel panorama desertificato della cultura italiana era rimasto solo lui a tenere alto il valore della libertà di pensiero senza compromessi. Quella casa di Cetona piena zeppa di libri resta un piccolo sacrario a cui gli italiani dovrebbero guardare, pensando al loro futuro, vergognandosi del loro presente.

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GUIDO CERONETTI

(Torino, 24 agosto 1927 – Cetona, 13 settembre 2018)

 

 

Chi ha paura delle masche?

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce.

Folletti e satanassi, gnomi e spiriti malvagi, fate e streghe, questi sono i protagonisti delle leggende del folcklore, personaggi grotteschi, nati per incutere paura e per far sorridere, sempre pronti ad impartire qualche lezione. Parlano una lingua tutta loro, il dialetto dei nonni e dei contadini, vivono in posti strani, dove è meglio non avventurarsi, tra bizzarri massi giganti, calderoni e boschi vastissimi. Mettono in atto magie, molestie, fastidi, sgambetti, ci nascondono le cose, sghignazzano alle nostre spalle, cambiano forma e non si fanno vedere, ma ogni tanto, se siamo buoni e risultiamo loro simpatici, ci portano anche dei regali. Gli articoli qui di seguito vogliono soffermarsi su una figura della tradizione popolare in particolare, le masche, le streghe del Piemonte, scontrose e dispettose, mai eccessivamente inique, donne magiche che si perdono nel tempo e nella memoria, di cui pochi ancora raccontano, ma se le loro peripezie paiono svanire nei meandri dei secoli passati, esse, le masche, non se ne andranno mai. Continueranno ad aggirarsi tra noi, non viste, facendoci i dispetti, mentre tutti fingiamo di non crederci, e continuiamo a “toccare ferro” affinchè la sfortuna e le masche, non ci sfiorino. (ac)

1 / Chi ha paura delle masche?

Credenze religiose, leggende, miti e fantasiosi racconti popolari fanno sì che in ogni parte del mondo vivano creature magiche e stregonesche, conturbanti divinità o dispettosi spiriti figli di Madre Natura. Nei territori dell’immensa Africa tutti temono il “voodoo”, e Fetischeur eTradipraticien sono figure riconosciute, temute e rispettate dall’intera popolazione; in Oceania, Ginga –“il Coccodrillo”, Gandajiti – “il Canguro” e Almudj – “il Serpente”, appaiono in sogno agli uomini e li guidano nei luoghi sacri della Terra, aiutandoli nelle scelte e nella difficoltà della vita. Ancora, nei Caraibi, le credenze del popolo Taino si espandono per tutto il territorio e fanno sì che gli sciamani occupino un ruolo di assoluto rilievo nelle comunità, poiché sono gli unici in grado di dominare gli spiriti. Un culto sicuramente conosciuto è quello di Nuestra señora de la Santa Muerte, conosciuta anche con il nome di La Catrina o La Flaca, rito che si svolge il 2 Novembre in Messico. Si tratta di una divinità di origine precolombiana, adorata dagli Aztechi, la Dea Mictecacilivati, dea della morte, dell’oltretomba e della rinascita. Non a caso La Muerte messicana non intimorisce i suoi fedeli, ma li accoglie e li protegge con benevolenza, accogliendo tra le sue braccia anche le minoranze perseguitate a causa di pregiudizi e di preconcetti.   Queste sono solo alcune delle innumerevoli credenze che si diramano nel Mondo, e sono solo pochissimi esempi che valgono a testimoniare come il confine tra realtà e superstizione si dimostri labile e sottile, tanto che si potrebbe quasi affermare che in verità tale confine non esista. E se questi culti vi appaiono troppo distanti, pensate all’alone di mistero che ancora oggi sovrasta l’attuale città di Danvers, l’antica Salem, nel Massachusetts, all’interno di quell’America che non possiamo fare a meno di conoscere, -almeno per sentito dire-, e idolatrare, -almeno per conformismo-. E se ancora pensate che questo tipo di storie non vi riguardi, provate ad allontanarvi dalle vostre città e ad addentrarvi in qualche borgo ancora geloso del suo essere rurale e retrogrado, cercate qualche anziano rugoso che si riposa all’ombra e chiedetegli:chi sono le masche?

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Le masche sono le streghe del folcklore piemontese, di indole dispettosa, vendicativa e capricciosa, ma non così malvagie come le lamie della letteratura e dei racconti classici dell’orrore.
Si tratta di donne apparentemente normali, che vivono ai margini della comunità, un po’ perché scontrose, un po’ perché temute a causa delle loro approfondite conoscenze delle erbe, per curare malattie o ferite, e delle loro abili capacità di levatrici. La condizione di subalternità delle donne dell’epoca medievale, che le voleva relegate alla casa, all’accudimento dei figli e al lavoro dei campi, faceva sì che attorno a tali figure femminili così diverse e “acculturate”, si creasse un alone di mistero e sospetto, che aumentava con il passare del tempo e finiva inevitabilmente con il trovare nelle masche il capro espiatorio perfetto per qualsiasi calamità o disgrazia. Va da sé che le “signore” emarginate venissero anche perseguitate e sacrificate ad opera dell’Inquisizione.
Le masche possono trasformarsi in animali, come il pipistrello, il maiale, la capra, la biscia o il gatto, possono decidere, poi, di comparire improvvisamente, per spaventare i viandanti notturni, già intimoriti dall’oscurità della notte.  E’ di notte, infatti, che esse agiscono, quando la vita nel villaggio si ferma e si assopisce, quando i contadini affaticati si curvano vicino al fuoco e le donne mettono a dormire i figli; solo alcuni viaggiatori guardinghi si attardano a percorrere sentieri ingannatori, resi ancora più tortuosi dall’ombra tenebrosa. Tali figure, messe in contrapposizione rispetto alla “normale” comunità, colpiscono nei luoghi più diversi: nelle case, nelle stalle, ma anche nei boschi, vicino ai grandi alberi o nei crocevia delle strade di campagna. Scagliano i loro sortilegi sui parenti, sui compaesani e talvolta su sconosciuti viandanti, su chiunque, per qualche motivo, abbia urtato la loro suscettibilità, acceso la loro invidia o pizzicato il loro lato geloso.

 


Si dice che si riuniscano in luoghi deputati, generalmente denominati “Pian delle streghe”, quattro volte all’anno: il 2 febbraio, (la Candelora), il 1 maggio, (la Crocefissione), il 1 agosto, ( il raccolto) e il 31 ottobre, (la vigilia di Ognissanti). Le masche si differenziano dalle streghe “canoniche” perché pare non abbiano   rapporti “diretti” con il Demonio, infatti svolgono le riunioni solo tra loro, e non partecipano ai Sabba come le loro consorelle. I loro poteri sono strettamente collegati alla natura, esse possono causare tempeste, nebbie e terribili temporali che distruggono i raccolti e, se questo non bastasse, possono provocare lunghe carestie, per vendicarsi di eventuali torti che la comunità ha procurato loro. Anche se decisamente in numero minore, si attestano anche aneddoti positivi: qualche masca ha messo a disposizione le proprie conoscenze per portare a termine un parto difficile o per aiutare un giovane gravemente ferito o un ammalato in fin di vita. Sono creature quasi immortali, rimangono in vita finchè decidono di averne a sufficienza di questo mondo umano, non hanno il dono dell’eterna giovinezza, né sono immuni da malanni o acciacchi della vecchiaia; anche loro si trovano   a invocare la morte, tuttavia per poter lasciare questa terra esse devono trasmettere i propri poteri . Il passaggio è diretto, generalmente si tratta della figlia o della nipote, in rari casi viene scelta una giovane al di fuori della famiglia. Nel caso la masca non trovi nessun erede, essa dovrà scagliare su un albero di noce i suoi poteri e l’albero seccherà immediatamente, se invece potrà contare sull’aiuto di un’amica, morirà con in mano un manico di scopa, che verrà, poi, gettato nel fuoco del focolare, per purificare l’aria e allontanare le energie magiche che il pezzo di legno ha assorbito.

 

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Molte masche dispongono del Libro del Comando, un testo di magia con indicati i metodi per distinguere gli spiriti benigni e quelli maligni, gli incantesimi per invocare sia gli uni che gli altri, in modo da chiederne l’aiuto per mezzo di responsi e rivelazioni; pare che, a seconda del verso   con cui le donne sfogliavano il libro, esse potessero leggere sia il futuro che il passato.
Su questo testo circolano molte leggende e polverose informazioni, per alcuni studiosi si tratta del De Cerimoniis magicis, attribuito a Enrico Cornelio Agrippa di Nettesheim, ultimo alchimista di tradizione medievale. Egli avrebbe steso tale scritto come quarto capitolo, segreto e destinato a pochi eletti, da aggiungere ai tre libri del De occulta philosophia libri tres.  Alcuni, più melodrammatici, ritengono che il testo sia stato scritto dal Diavolo in persona, altri, invece, ci testimoniano come l’amore per il marketing sia antico quanto l’uomo stesso, e ci raccontano, infatti, che tale oggetto, così personale e malefico, poteva essere acquistato, con un talismano in regalo, tramite i settimini, bambini nati prematuri e per questo ritenuti dotati di poteri di veggenza e sensitività. In tutte le raffigurazioni, il libro è rappresentato di grandi dimensioni, con inciso sulla prima pagina: “comanda, comanda, comanda”. Le masche, dunque, sono donne comuni, certo scontrose e capricciose, relegate ai limiti della comunità, ma comunque non riconoscibili ad un primo sguardo: come fare, allora per smascherarle?  Prima di tutto bisogna osservarle bene e vedere se hanno delle strane cicatrici: potrebbero infatti essere delle ferite che esse si sarebbero procurate mentre erano in forma di animale, in secondo luogo, esse non si lasciano pettinare, in terzo, le masche non si ubriacano, anche se sono in grado di bere molto vino. Per allontanare ogni sospetto, tuttavia, il metodo è quello stesso che si usa per smascherare una qualsiasi strega comune: è necessario cercare il “marchio” della strega, un neo a forma di stella sulla spalla sinistra o una piccola protuberanza sul pube.

 

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E una volta scovata? Ecco alcuni metodi per difendersi da loro e dormire sogni sicuri:

  1. Portare al collo una collana di tela grezza, con all’interno un ossicino a forma di croce e peli di gatto, (oppure unghie di gallo, anche se meno efficaci), aghi di pino e piume di civetta catturata in una notte di plenilunio.
  2. Mettere sulla porta alcuni fuscelli a forma di croce o una scopa di saggina sul focolare, la masca si fermerà a contare i fili di saggina invece che lanciare malefici, finché la luce dell’alba non la scaccerà via.
  3. Non lasciare i panni dei neonati stesi dopo il tramonto, perché una masca potrebbe toccarli
  4. Tenere qualcosa di benedetto a contatto con il corpo

Con tali precauzioni nessuna masca potrà farvi del male, riuscirete a scacciarla e a tenerla segregata nella solitudine del suo giardino, in compagnia delle erbe e della luna, laddove si merita di stare, senza poter nuocere a nessuno. Ma quando vi renderete conto che nessun altro potrà aiutarvi se non lei, e andrete a supplicare il suo aiuto, non vi stupite se, indispettita, prenderà la scopa e vi volterà le spalle, volando via sogghignando, come un barbagianni nella notte.

 

Alessia Cagnotto

Il Teatro Stabile ricorda Ceronetti

NEL GIORNO DELLA SUA SCOMPARSA 

Il Presidente Lamberto Vallarino Gancia, il Direttore Filippo Fonsatti e il Direttore artistico Valerio Binasco, insieme a tutti i colleghi, ricordano con ammirazione e affetto Guido Ceronetti, un intellettuale unico e un artista eccentrico e visionario che nel corso degli anni ha concesso al Teatro Stabile il privilegio di collaborazioni entrate nella memoria del pubblico



Il Teatro dei Sensibili di Guido Ceronetti – scrive Pietro Crivellaro, già Direttore del Centro Studi dello Stabile -, teatrino tascabile di marionette minuscole con boccascena e fondali non più ampi di un foglio protocollo aperto, approdò al Teatro Stabile di Torino nel 1985 grazie al nostro Centro Studi per la messa in scena della Iena di San Giorgio . L’inconsueto spettacolo, allestito con il decisivo contributo della Lancia, propiziato dal dirigente e scrittore Oddone Camerana, grande amico ed estimatore di Ceronetti, debuttò nella cornice ancora più inconsueta della cappella tardo-barocca dell’ex cimitero di San Pietro in Vincoli, allora appena restaurato dal Comune, dopo lungo abbandono e in attesa di destinazione. L’assessore alla cultura di Torino era allora il professor Giorgio Balmas, l’inventore dei Punti Verdi e di Settembre Musica, e direttore dello Stabile il regista Ugo Gregoretti.  Il primo ciclo di recite si svolse nel mese di giugno 1985. A ogni recita potevano accedere non più di trenta spettatori. Ripreso nell’autunno 1986, lo spettacolo compì una breve tournée che si concluse con una recita straordinaria al Quirinale, offerta dallo Stabile di Torino al Presidente della Repubblica Francesco Cossiga (4 dicembre 1985).  Dopo la Iena , Ceronetti realizzò ancora con il Centro Studi dello Stabile nel 1988 Mystic Luna Park , un innovativo variété di numeri assortiti in cui il poeta e scrittore torinese sperimentò per la prima volta le “marionette ideofore”, nuove figurazioni onirico-surreali più vicine al suo repertorio creativo. Dopo alcune recite estemporanee a Torino, nella sala riunioni del quotidiano La Stampa  (allora in via Marenco), nella sede dell’editrice Einaudi e al Cottolengo, lo spettacolo compì una breve tournée a Sanremo, Lugano, Firenze e al Pier Lombardo di Milano, ospite di Franco Parenti.  Tornò a collaborare con il Teatro Stabile di Torino sotto la direzione di Mario Martone: nel 2009 infatti lo Stabile dedicò a Ceronetti un lavoro articolato con un nuovo allestimento de I misteri di Londra  e la messa in scena di Albergo Ceronetti realizzata in coproduzione con Egumteatro. Inoltre, nel 2011, al Teatro Gobetti di Torino, Guido Ceronetti presentò al suo pubblico una serata “non destinata a ripetersi” dal titolo Finale di Teatro , un suo simbolico “addio al teatro”.  La documentazione di queste produzioni è consultabile sul nostro archivio digitale (http://archivio.teatrostabiletorino.it/ ). Anche se Guido Ceronetti ha affidato il suo archivio alla Biblioteca Cantonale di Lugano, i materiali scenici del suo Teatro dei Sensibili, ossia marionette e scenografie, sono stati da lui donati nel 2004 al nostro Centro Studi, rimasto un suo punto di riferimento a Torino anche nei suoi ultimi anni di attività. 

Oggi al cinema

LE TRAME DEI FILM NELLE SALE DI TORINO

A cura di Elio Rabbione

 

A voce alta – La forza della parola – Documentario. Scritto e diretto da Stéphane De Freitas. Premiato al TFF. Ogni anno, nella periferia nord di Parigi, presso l’Università di Saint Denis, ha luogo la gara di oratoria in cui viene premiato “il miglior oratore del ’93” dove il numero sta a significare il distretto di Seine- Saint Denis. Gli studenti sono affiancati da consulenti, riflettono le loro diverse estrazioni sociali, ambiscono al premio affilando le leggi della vecchia e nuova oratoria ma soprattutto ponendosi di fronte alle proprie risorse, ai propri caratteri, alle sane ambizioni. Durata 99 minuti. (F.lli Marx sala Harpo anche V.O.)

 

Dont’t worry – Drammatico. Regia di Gus Van Sant, con Joaquin Phoenix e Rooney Mara e Jonah Hill. Un’altra grande prova d’attore per Phoenix, Palmarès lo scorso anno a Cannes, uno sguardo profondo – non soltanto introspettivo ma costruito a partire dal cambiamento fisico – sulla vita di John Callahan, fumettista di Portland, distrutta da un incidente d’auto dovuto all’alcool, e basato sulla biografia del 1989. La voglia di costruirsi una nuova esistenza e di riaffermarsi, la paralisi che lo costringe a vivere su una sedia a rotelle, la lotta alla depressione, l’aiuto degli amici, specialmente di Donnie, membro del gruppo Alcolisti Anonimi, e di Annu, giovane volontaria svedese. Film a lungo rimandato, il primo progetto vedeva la firma di Robin Williams. Durata 114 minuti. (Ambrosio sala 2, Eliseo Blu)

 

Le fidèle – Drammatico. Regia di Michael R. Roskam, con Matthias Schoenaerts e Adèle Exarchopoulos. Quando Gino incontra Bénédicte, è amore a prima vista, appassionato, incondizionato. La ragazza lavora nell’azienda di famiglia e guida anche auto da corsa. Gino è quel tipo di ragazzo normale, attraente che tuttavia nasconde in sé un segreto. Quel tipo di segreto che può mettere in pericolo la propria vita e quella delle persone vicine. Gino e Bénédicte dovranno lottare contro il destino, la ragione e le proprie debolezze per salvare il loro amore. Durata 130 minuti. (Classico anche V.O.)

 

Gotti – Il primo padrino – Drammatico. Regia di Kevin Connolly, con John Travolta e Stacy Keach. Presentato a Cannes fuori concorso, fortemente voluto da Travolta, occasione per Al Pacino e Joe Pesci per darsela a gambe a lavorazione iniziata, questo è il classico esempio di film schiacciato dalla critica, in special modo quella statunitense, che ha visto una buona dose di ambiguità in quell’alternarsi di scene pronte a tratteggiare con amore un buon padre come il benefattore per cui i questuanti della grande città stravedono e il lato buio delle sparatorie, delle successioni a sangue freddo, dei processi in tribunale. Vedere e ricalibrare. Come l’interpretazione del divo: applaudita per le tante sfaccettature del personaggio o accusata di portare per tutto il film la stessa maschera, immobile e incartapecorita. Durata 112 minuti. (Massaua, Lux sala 1, Reposi, The Space, Uci)

 

Hotel Transilvania 3 – Animazione. Regia di Genndy Tartakovski. Terzo capitolo, doveroso considerando il successo dei due che lo hanno preceduto, per l’occasione il conte Dracula si regala un periodo di vacanza con i suoi fedelissimi. Durata 97 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 1, The Space, Uci)

 

Lucky – Drammatico. Regia di John Carroll Lynch, con Harry Dean Stanton e David Lynch. Stanton è scomparso un anno fa, a 91 anni, eccellente caratterista e indimenticabile interprete di Paris, Texas di Wenders nell’84. Questo film è il suo definitivo crepuscolo, anche un omaggio che passa attraverso le piccole azioni quotidiane di Lucky, ateo, che ha combattuto nel secondo Conflitto Mondiale, che ha trovato il proprio esclusivo angolo di mondo in Arizona, che quasi in un magico ed eterno rituale incontra il mattino con i suoi esercizi yoga, i cruciverba, prosegue con i bar e gli incontri con gli amici, mentre la sua giornata si chiude immancabilmente con un vecchio buon Bloody Mary. E’ l’inno al trascorrere lento della vita, alle abitudini ormai solidificate ma mai pesanti, all’amicizia e al piccolo divertimento: anche al confronto quotidiano con la paura del distacco, della morte. Durata 87 minuti. (Due Giardini sala Ombrerosse, F.lli Marx sala Chico anche V.O.)

 

Il maestro di violino – Commedia drammatica. Regia di Sergio Machado, con Làzaro Ramos. Da anni intenzionato ad entrare a far parte della più prestigiosa orchestra sinfonica dell’America Latina, il violinista Laerte, al momento dell’audizione si blocca e vede il suo sogno svanire. La sua nuova vita sarà il nuovo insegnante di musica in uno scuola di Heliopolis, problematico quartiere di San Paolo. Durata 102 minuti. (Romano sala 3)

 

Mamma mia! Ci risiamo – Commedia musicale. Regia di Ol Parker, con Amanda Seyfried, Meryl Streep, Colin Firth, Andy Garcia e Cher. La stessa isola greca, per fortuna ancora le musiche e le canzoni degli Abba, passato e presente si rincorrono intorno alla vita di Donna, Cher chiamata a travestirsi da nonna, qualche vistosa forzatura per ripetere il successo del precedente appuntamento. Durata 114 minuti. (Ambrosio sala 3, Massaua, Ideal, Lux sala 2, Reposi, The Space Uci)

 

Mission Impossible – Fallout – Azione. Regia di Chrisopher McQuarrie, con Tom Cruise, Henry Cavill, Simon Pegg e Rebecca Fergusson. Si inizia a Belfast per il ritrovamento di una valigetta che contiene tre bombe al plutonio: ma ahimè soltanto una finirà nelle mani di Ethan Hunt e dei suoi amici eroi. Poi s’aggiunge al gruppo il personaggio ben solido che ha i tratti di Cavill (non per nulla Superman: qui da tenere parecchio d’occhio), un atterraggio sui tetti vetrati del Grand Palais parigino in notturna, la ricerca di John Lark colpevole d’aver rapito il barbuto scienziato terrorista Solomon Lane, già conoscenza nostra in Rogue Nation, una Vedova Bianca che pare Veronica Lake, epidemie scongiurate, voli in elicottero mozzafiato, lotte all’ultimo sangue sul ciglio del burrone, eccetera eccetera. Una gran bella materia, uscita dalla mente e dalla gran voglia di stupire del regista qui anche in scoppiettante veste di sceneggiatore, un’invenzione dall’inizio alla fine di trovate del tutto inattese, di sbandate intelligenti della storia, di personalità e facce che sono ben lontane dall’essere in realtà quelle che sino a quel momento abbiamo visto sullo schermo. In successone. In cui chiaramente si calano le acrobazie di Cruise che, non più verdissimo all’anagrafe, senza nessuna controfigura si lancia da altezze non indifferenti, guida mezzi nel cielo, corre a perdifiato tra i tetti londinesi sino a rimetterci una caviglia, si scazzotta in modo vertiginoso senza fare una grinza. Sempiterno. Da vedere per la gioia dei fan, per il ritmo che questa volta – più di ogni altro episodio – fa faville. Durata 147 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 3, Reposi, The Space, Uci)

 

La profezia dell’armadillo – Drammatico. Regia di Emanuele Scaringi, con Simone Liberati, Valerio Aprea, Pietro Castellitto e Laura Morante. Zero è un disegnatore ma non avendo un lavoro fisso si arrabatta con ripetizioni di francese, cronometrando le file dei check-in all’aeroporto e creando illustrazioni per gruppi musicali punk indipendenti. La sua vita scorre sempre eguale, tra giornate spese a bordo dei mezzi pubblici attraversando mezza Roma per raggiungere i vari posti di lavoro: quando torna a casa, lo aspetta la sua coscienza critica, un Armadillo in carne e ossa, o meglio in placche tessuti molli, che con conversazioni al limite del paradossale lo aggiorna su cosa succede nel mondo. Alla notizia della morte di Camille, una compagnadi scuola e suo amore di adolescente mai dichiarato, lo costringe a fare i conti con la vita e ad affrontare, con il suo spirito dissacrante, l’incomunicabilità, i dubbi e la mancanza di certezze della sua generazione di “tagliati fuori”. Durata 99 minuti. (Nazionale sala 2, The Space)

 

La ragazza dei tulipani – Drammatico. Regia di Justin Chadwick, con Alicia Wikander, Dane Dehann, Judy Dench e Christoph Waltz. Nella Amsterdam del 1634 una giovane donna viene strappata al convento e data in moglie ad un vecchio mercante, desideroso di accumulare ricchezze e di un figlio sopra ogni cosa. L’incontro con un giovane pittore farà scattare la passione tra i due, innestando una storia di sotterfugi, false gravidanze, fughe e false morti assai poco credibili ma regalate allo spettatore come se fossero le cose più normali di questo mondo. Nel pasticciaccio brutto che ne deriva, gli attori sono immancabilmente coinvolti, sia quelli che recitano in maniera piuttosto anonima (i giovani) sia i più vecchi che con un gran mestiere tentano si salvare la baracca. Non si resta che apprezzare costumi e ambientazioni, pollice verso per la fastidiosa voce fuori campo e il montaggio convulso. Tratto dal romanzo Tulip Fever di Deborah Moggach. Durata 107 minuti. (Due Giardini sala Nirvana, Massimo sala 2)

 

Resta con me – Drammatico. Regia di Balthasar Kormàkur, con Shailene Woodley e Sam Claflin. L’autore di Everest porta sullo schermo un’altra storia vera, quella che Tami Oldham Ashcroft ha narrato nel libro omonimo. Il suo incontro nel 1983, a Tahiti, con il giovane Richard, il colpo di fulmine e la comune passione per le barche e i viaggi in mare, la proposta da parte dei proprietari di riportare il loro lussuoso yacht sino a San Diego, la furia dell’Uragano Raymond, il compito della donna di salvare se stessa e il compagno gravemente ferito deviando il percorso in direzione delle Hawaii. Durata 96 minuti. (Massaua, Reposi, Uci)

 

Revenge – Horror. Regia di Coralie Fargeat, con Matilda Lutz, Vincent Colombe e Kevin Janssens. Richard è un ricco uomo americano prossimo alle nozze ma trova anche il tempo di portare la giovane amante Jen nella sua villa sperduta nel deserto. Non tutto va liscio come si vorrebbe, due ceffi dalle brutte intenzioni irrompono all’interno: e la ragazza non ci sta ad esser

e l’ennesima vittima di violenze e scatta la vendetta del titolo. Durata 108 minuti. (Uci)

 

Separati ma non troppo – Commedia. Regia di Dominique Farrugia, con Gilles Lellouche e Louise Bourgoin. Delphine e Yvan divorziano. Poiché la situazione economica di lui non gli permette di trovare una nuova sistemazione, si ricorda che in realtà è detentore del 20% della casa in cui vive ancora la ex moglie. Torna allora a vivere sotto lo stesso tetto con Delphine, in quel 20% che gli spetta: sarà in questya situazione particolare e per molti versi assurda che i due ex si renderanno conto della bellezza dei piccoli momenti di felicità in questa convivenza forzata. Durata 93 minuti. (Eliseo Rosso, Romano sala 2)

 

Sulla mia pelle – Drammatico. Regia di Alessio Cremonini, con Alessandro Borghi, Jasmine Trinca, Max Tortora e Milvia Marigliano. Una tragedia dell’Italia recente, la tragedia della morte di Stefano Cucchi a soli 31 anni in un carcere italiano. L’arresto, il susseguirsi dei giorni di prigionia, il passato e il presente, il grande coinvolgimento della famiglia, soprattutto della sorella Ilaria. La prova di Borghi che si è ricreato appieno nel fisico (perdendo 18 chili) e nel calvario del ragazzo, come nella sua psicologia, la stagione dei premi cinematografici dovrà guardarlo con un occhio di riguardo. Da vedere per discutere. Durata 100 minuti. (Ambrosio sala 1)

 

The Equalizer 2 – Senza Perdono – Azione. Regia di Antoine Fuqua, con Denzel Washington e Melissa Leo. Agente della CIA ora in pensione, vive a Boston, porta avanti la sua vita in modo tranquillo dopo che s’è inventato un impiego di taxista, impensabile ma legge anche Proust, dà una mano ad un ragazzino che la solita giovane gang vorrebbe portare dalla sua. I guai ci sono, gli aleggiano attorno, ma cerca di restarne fuori. Ma se una vecchia amica viene uccisa tra le strade di Bruxelles, Robert sa che deve pareggiare il conto. Regista e interprete di Training day nuovamente insieme per il divertimento degli spettatori amanti degli eroi raddrizzatori di ogni torto. Durata 121 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi, The Space Uci (anche V.O.)

 

La stanza delle meraviglie – Drammatico. Regia di Todd Haynes, con Julianne Moore, Michelle Williams, Millicent Simmond e Oakes Fegley. Presentato in concorso lo scorso anno a Cannes, dall’autore di Carol e Lontano dal paradiso, sceneggiato da Brian Selznick dal proprio romanzo. Rose e Ben sono due ragazzini che vivono in epoche diverse, lei del New Jersey, lui del Michigan, lei sul finire degli anni Venti, lui oggi. Due vite lontane, ma che viaggiano su binari paralleli. Entrambi sordi (la Simmond lo è realmente nella vita). Entrambi, segretamente, desiderano una vita diversa dalla propria. Sognano. Ben cerca il padre che non ha mai conosciuto, Rose sogna una misteriosa attrice di cui raccoglie foto e notizie nel suo album. Quando Ben scopre in casa un indizio sconcertante e Rose legge un allettante titolo di giornale, i due ragazzi partono alla ricerca di quello che hanno perso, di una verità, di un angolo di mondo che possa essere davvero loro. Durata 117 minuti. (Massimo sala 3 V.O.)

 

Un affare di famiglia – Drammatico. Regia di Kore’eda Hirokazu. Palma d’oro a Cannes lo scorso maggio. Nella Tokio di oggi, una famiglia (ma la considereremo così fino alla fine?) sbarca il lunario facendo quotidiane visite ai supermercati: per rubare. Ruba il padre che si porta appresso il figlio (?), torna a casa da una moglie che ha accanto una ragazza che potrebbe essere la sorella minore e una vecchia dolcissima che tutti chiamano nonna. Sentimenti, aiuti reciproci, l’arte di arrangiarsi, il coraggio di tentare a vivere insieme. Finché un giorno il capofamiglia porta a casa togliendola al freddo e alla solitudine una ragazzina, abbandonata da una madre forse violenta che non si cura di lei. Il mattino si dovrebbe riconsegnarla, ma nessuno è d’accordo: la nuova presenza farà scattare nuovi meccanismi mentre un incidente imprevisto porta definitivamente alla luce segreti nascosti che mettono alla prova i legami che uniscono i vari componenti. Durata 121 minuti. (Eliseo Grande, Nazionale sala 1)