Due di Cuori, che andrà in scena il 24 febbraio presso il Salone Polivalente Cav.Magnetto di Caselette, è il secondo dei cinque spettacoli proposti da “RassegnaT – Il teatro è a Caselette”. Una panchina e un intreccio di rami. Tre personaggi, i cui racconti, a tratti toccanti, a tratti quasi comici, si intrecciano proprio come fanno quelle frasche su di loro. Ad intrecciarsi davvero, però, sono vita e morte in un susseguirsi di rivelazioni in cui “chi stava per morire è rinato, e chi è morto, in qualche modo ha continuato a vivere”. Il tema, quello delicato e meraviglioso della donazione degli organi, diventerà chiaro man mano che lo spettacolo coinvolgerà ed emozionerà il pubblico. E’ “Due di Cuori”, scritto da Giuseppe Naretto, anestesista rianimatore dell’Ospedale Giovanni Bosco di Torino, ed interpretato da Esther Ruggiero, Oscar Ferrari e Federica Tripodi che si muovono in scenografie curate da Francesco Fassone. L’appuntamenti con “Due di Cuori” è fissato per sabato 24 febbraio alle ore 21.00, presso il Salone Polivalente Cav.Magnetto di Caselette. A fine spettacolo, come succede per tutti gli appuntamenti di “RassegnaT – Il Teatro è a Caselette”, il pubblico in sala avrà la possibilità di interagire con gli artisti e, per questo spettacolo, in particolare, vista la tematica, è previsto l’intervento della Dott.ssa Anna Guermani, medico del Coordinamento Regionale delle Donazioni e dei Prelievi di Organi del Piemonte, anche lei disponibile a rispondere alle domande degli spettatori.
***
I biglietti, al prezzo di 12 euro, sono in vendita presso il Kiosko Birreria Caffetteria sito in Piazza Cays a Caselette. Info: www.teatrocaselette.it



Venerdì 23 febbraio 2018 dalle ore 14.00 al Campus Luigi Einaudi di Torino, il Reload Music Festival, con la sua quarta edizione, entra nel mondo universitario, legando le tematiche della Green Education con la musica e i Millennials
Le forche caudine inevitabili sono una riscrittura a volte violenta nei confronti del testo e lì sotto Cecchi è costretto a passare. Ma ci passa con gioia. Che in cent’anni circa qualcosa di fumoso e di annebbiato, di troppo acquoso e di macchinoso ci sia è innegabile, che la macchina teatrale scricchioli e possa aver bisogno di un piccolo colpo di manutenzione da anni Duemila potremmo comprenderlo. Ma.
volta quel gioco, quella cavalcata e quel travestimento, Matilde la donna amata un tempo e quel barone Belcredi che ha preso il posto del vecchio amore, il medico che dovrebbe trovare la via della guarigione con l’improvvisa apparizione della giovane Frida, uguale alla madre giovanissima come una goccia d’acqua. A quel sotterfugio l’uomo non ci sta, afferra una spada, sbudella il buon Belcredi e si affossa vita natural durante nella propria pazzia. Anche Cecchi a quei sotterfugi teatrali, alla commozione cerebrale, alle disquisizioni senza fine non ci sta. Comincia, tra il Bignami e il fast food, a ridimensionare come un forsennato, a ridurre i tre canonici atti ad un unico blocco di 90’, via via via gli intervalli! per carità, a prosciugare di parecchio le lunghe battute del primo attore, guardando di sbieco la Grandattorialità, e a giocare a far apparire in miglior luce gli altri personaggi, a modernizzare il linguaggio di Pirandello seppur con una gran bella risata lasciando e ripetendo certe parole, quelle che già stridono e farle stridere ancora di più, gioca al teatro con i quattro suoi consiglieri, rovistando nella tragedia alta che diventa una insignificante fiction e potendo contare anche su chi s’è preso il compito di riportarlo, copione alla mano, sulla retta via quando lui s’allontana troppo dall’impianto originale. Perché s’allontana. Non gli interessa tanto il percorso da e verso la pazzia del protagonista né la fatidica capocciata – è stato lui a scegliere liberamente di fingersi pazzo, conscio ormai del
mondo che gli si è aperto davanti -, scova e gli interessa il pirandellismo del teatro nel teatro e chiede a Sergio Tramonti una scena che abbia le quinte mobili di uno spazio teatrale e una superficie specchiante sul fondo in cui Enrico si possa guardare sempre più spesso mentre recita con le spalle rivolte al pubblico, in una non-dizione tutta di oggi. Tra uno sfrondare e l’altro, tra una linguaccia e uno sberleffo, il Cecchi nuovo autore trova le occasioni per farci riascoltare un breve brano di una lettera di Pirandello a Ruggeri, improvvisare il grido “Hanno ammazzato compare Turiddu” dalla “Cavalleria” di Mascagni con l’allegria di “Noi siam come le lucciole” e – prima degli applausi finali di un pubblico del Carignano estremamente divertito – un indifferente e frettoloso “dai, alzati, che domani sera abbiamo un’altra replica” rivolto al Tancredi che fino a un secondo prima cercava di esprimere tutta la sua sofferenza come neppure il Gallo morente. Ridicolo andare a cercare il “qua insieme, qua insieme… e per sempre” della tragedia finale, manco da parlarne. Nel pastiche gli stanno accanto Angelica Ippolito, Roberto Trifirò, Gigio Morra, Dario Iubatti, Chiara Mancuso e altri, estremamente obbedienti. I costumi, preziosi, sono di Nanà Cecchi.

di cultura per antonomasia, Torino intende sostenere e promuovere le produzioni e le sperimentazioni musicali, chiamando a collaborare tutte le realtà della città. Saranno infatti coinvolti nel TJF gli oltre 20 club cittadini in cui si suona jazz tutto l’anno e circa 250 musicisti (110 nei concerti del main, oltre 130 nei locali, 16 nei jazz blitz). Cinquanta concerti di cui sette produzioni originali, la prima italiana di un’artista iconica, numerosi spettacoli pomeridiani, aperitivi in musica e le esibizioni serali.Il TJF intende proporsi come evento primaverile internazionale. Tuttavia l’edizione 2018 conta di sperimentare richiami nel resto dell’anno, con appuntamenti musicali e il coinvolgimento delle orchestre di allievi del Conservatorio e della Scuola Civica di musica e gruppi di studenti delle più titolate scuole specialistiche di jazz.Il programma e gli artisti saranno annunciati alla conferenza stampa in agenda mercoledì 28 marzo.
semiscenica, curata da Laurie Feldman, che nesegue fedelmente il libretto, evidenziando gli aspetti fondamentali della grande drammaturgia presente nel capolavoro di Strauss.I personaggi interagiscono tra di loro all’interno di uno spazio scenico connotato da alcune sedie e racchiuso da fondali neri. Il cast è di assoluto livello. Nel ruolo di Salome’ il soprano Erika Sunnegardh, Erode è interpretato dal tenore Robert Brubaker ed il soprano Doris Soffel veste i panni di Erodiade. Il personaggio di Jochanaan è affidato alla voce del baritono Tommi Hakala. Il capolavoro di Salome’ lega il suo nome a quello del teatro Regio di Torino in quanto proprio qui ebbe luogo la prima italiana dell’opera, nel lontano 1906, diretta dallo stesso Strauss. “Salome’ – dichiara il maestro Noseda – è un’opera che dà i brividi. A più di un secolo dalla prima non ha perso nulla del suo fascino seducente e morboso. Per il pubblico d’oggi non presenta più quella mostruosità emotiva che percepivano i primi spettatori agli inizi del Novecento, noi sappiamo già cosa aspettarci, ma l’effetto è dirompente; invade con quell’erotismo selvaggio, con quella sensualità, con quel suo disagio esistenziale.

di 7 Festival, A&R Manager di Sony Music, vincitore di 8 dischi d’Oro; MARCO CIAPPELLI, autore di brani per Noemi, Giuliano Palma, Fiorello, Francesco Facchinetti, Fiorella Mannoia, Patty Pravo, Bianca Atzei, Nina Zilli, Loredana Errore, etc.; ADRIANA ROMBOLA’, Presidente dell’etichetta discografica “Riserva Sonora”; MARCO MORI, già nello staff di Ligabue e manager di Paola & Chiara, direttore artistico di “Riserva Sonora”; GIOVANNI GERMANELLI, promoter artistico per cantanti tramite i principali media radio/televisivi, web e stampa; MARCO COLAVECCHIO, produttore discografico, direttore artistico nel tour di Paolo Vallesi e attualmente impegnato in un progetto con Eros Ramazzotti. La manifestazione si è svolta nei giorni 8 e 9 febbraio al Palafiori di Sanremo ed è andata in onda in diretta su 3 emittenti in streaming. Tutti i partecipanti sono stati
premiati con la consegna del NATIONAL VOICE AWARDS, cerimonia svolta nell’ambito dell’area riservata di Casa Sanremo. Tra coloro che hanno premiato i nostri partecipanti c’erano anche MAURO MARINO di Radio Italia e ROSARIA RENNA di Radio Montecarlo. Un ringraziamento per la collaborazione va a Pulsart Academy nelle persone di Patrizia Mottola e Emiliano Boschetti, a Monica Pera, Ketty Camerlengo e a Massimo Curzio del Big Stone Studio. Sono venuti a trovarci Alice Caioli, Andrea Maestrelli e Alberto Lionetti. Infine un grazie a Paolo Formia, prezioso nell’aiuto delle attività di ascolto e consegna premi, alle belle ed eleganti vallette Carola Falco e Corinne Liscio e a Stefano Celi, nostro partner ufficiale con l’Azienda Agricola valdostana LA SOURCE.
Innanzitutto una novità. Roba da segnare sul proprio diario, da non scordare più. Italiana, contemporanea come più non si potrebbe, negli argomenti, nella felicità con cui delinea i vari personaggi, nel linguaggio incisivo e scoppiettante, con battute godibili a raffica, nell’articolazione delle differenti vicende che vi si incrociano
quale miglior esordiente), quantomai maturo nella propria scrittura e allo stesso tempo ancora troppo debole in un nostrano panorama teatrale che pare non volerlo ancora completamente accettare. E allora ecco che il successo, quello fragoroso, quello di costante ricerca, arriva all’estero, con le presenze nei cartelloni dei teatri del nord Europa, con il Royal Court Theatre londinese che gli commissiona Genova 01, con la Comédie Française che gli mette in scena La malattia della famiglia M. (pronta a raggiungere pure la lontana Taipei, in Taiwan). Qualcuno lo ha definito “uno dei migliori drammaturghi europei”, dal gennaio di quest’anno il Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale lo ha promosso “dramaturg residente”, oggi siamo curiosi del lavoro che saprà svolgere.
attraversano le strisce pedonali di Abbey Road, la Thatcher e Tony Blair, le nuove suffragette dell’ecologismo, le irruzioni e le rivolte. Sino a ritrovarsi dentro un altro vernissage e un’altra galleria, ancora con quella tela e quel viso di donna sconosciuta: ma ecco che Emma compare, lei che quel quadro lo vorrebbe distruggere, a fare i conti con il passato, quello proprio e quello degli altri, in un pistolotto finale di ricordi e di confessioni che vuole tirare tutte le fila. È la chiusura su una bella commedia che nel secondo tempo, con il rischio di girare su se stessa, ha avuto qualche cedimento, qualche fragilità, che prosciugata sarebbe perfetta. Ma il successo della serata rimane, intatto, non soltanto per la brillantezza della scrittura ma pure per l’apporto immediato, tutto uno scoppiettìo, degli interpreti, maschere di un’Italia da manuale, dallo stesso Paravidino a Eva Cambiale, da Gianluca Bazzoli (un fratello perfetto nell’esporre con feroce pragmatismo il modus vivendi di casa sua) alla drammaticissima narratrice Sara Rosa Losilla, da Giacomo Dossi, prete arrapato e bellone da discoteca a Iris Fusetti, la Emma del titolo.
storia è legata al Museo Nazionale del Cinema, accogliendo i principali festival cinematografici torinesi. Nel 2001 è stato completamente ristrutturato in tre sale da proiezione. Il Cinema Alpi sorse nei locali che, dal 1853, avevano ospitato il Caffè omonimo, il quale era situato nel palazzo Saluzzo Paesana tra via Garibaldi e via della Consolata. Fu inaugurato nell’aprile 1914, cambiò il nome in Puntodue d’Essai nel 1977 e in Charlie Chaplin a partire dal 1983. Chiuse definitivamente nel 2003 per far posto a un negozio di abbigliamento in franchising. Torna in questi giorni alla memoria lo Statuto di via Cibrario, di cui ricorre il trentacinquesimo anniversario del rogo, che fece sessantaquattro vittime, soffocate dal fumo e bloccate in sala dalle porte di sicurezza rimaste chiuse. La tragedia costituì il punto di partenza per riscrivere le norme sulla sicurezza nei locali pubblici italiani. Lo Statuto non riaprì mai più; venne abbattuto una decina di anni dopo e, con esso, sparirono molte sale del centro storico
come l’Astor di via Viotti, il Vittoria di via Roma e l’Ariston di via Lagrange. Il nome della sala poteva anche celebrare un pioniere del cinema dei primordi. Torino non ha dedicato una sala al regista di Cabiria Giovanni Pastrone – ci ha pensato invece Asti. Una delle più importanti in città è dedicata, invece, ad Arturo Ambrosio, fondatore della prima compagnia di produzione cinematografica italiana e autore del primo film girato in Piemonte, “La corsa automobilistica Susa-Moncenisio” del 1904. Per iniziativa di Amedeo Reposi, il cui padre Felice era stato un imprenditore cinematografico degli anni Venti, nel 1947 aprì i battenti il Cinema Teatro omonimo. La multisala attuale è nata dalla trasformazione radicale del cinema originario, dotato di 2700 posti, che aveva una particolare forma a interno d’uovo e il soffitto apribile.
schermi delle sale. In tutta la penisola sorsero i vari Excelsior, Major, Arena, Astra, gli Splendor (titolo di un film bello e struggente girato da Scola), i Fulgor (un film sul cinema Fulgor di Rimini rimase un progetto mai realizzato da Fellini). Il Lux venne inaugurato nella primavera del 1934 con il nome di Cinema Rex, nel contesto dei lavori di riqualificazione che interessarono la Galleria Geisser (poi San Federico) e l’intero asse di via Roma (1931-1937). Caratterizzato da una ricca decorazione in stile liberty, con i suoi 1573 posti era il più grande e moderno cinematografo torinese. Ribattezzato successivamente Dux, ritornò (per ovvi motivi) all’attuale nome nel 1945. Nel 2004 è stato oggetto di un completo rifacimento che ha comportato la realizzazione di tre nuove sale. A riprova che la storia italiana è passata anche attraverso i nomi dei cinematografi, l’Adua di corso Giulio Cesare ha tenuto in vita remote fantasie coloniali fino al 2008. Inaugurato nel 1937, venne utilizzato per alcuni anni anche come teatro dal Gruppo della Rocca. Un moderno edificio residenziale ne ha cancellato definitivamente la memoria.
Meritano una menzione particolare due cinema storici della città. Il Nuovo Romano è il cinema della Galleria Subalpina, inaugurata nel 1874. Sorse nel 1897 come Caffè Concerto Romano e nel sottopiano ospitò dal 1905 il Cinematografo Lumière. Nel 1911 il Caffè divenne Cinema Romano, adibito per qualche decennio anche a teatro-varietà. I bombardamenti dell’agosto 1943 causarono gravi danni e la sala rimase chiusa fino alla fine della guerra. Nel 1958 fu sottoposto a una radicale ristrutturazione e poi riaperto al pubblico con un recital di Vittorio Gassman. Il Cinema Nazionale sorge invece sulle ceneri del Teatro omonimo, situato in fondo a Contrada degli Ambasciatori, l’attuale via Pomba. Venne inaugurato nel marzo 1848 con la Lucrezia Borgia di Donizetti. Alla fine degli anni Settanta, quando in tutta Italia si liberalizzò la circolazione dei film hard core, molte sale si riconvertirono, esibendo la classica luce rossa al loro esterno. Esse seguirono un percorso già tracciato, cercando nel nome un’identificazione che le rendesse immediatamente riconoscibili. E fu così che nella nostra città spuntarono l’Artisti Erotic Center, il Zeta Sexy Movie, l’Arco Pussycat, l’Alcione, l’Alexandra. Ne sono rimaste tre o quattro, sopravvissute ai vari Tube online per pochi sparuti spettatori.
I tempi sono cambiati. Oggi non c’è grande città che non abbia il suo Warner Village o un Multiplex Qualchecosa: sulle sponde italiche sono sbarcati i distributori americani con il loro carico di coca-cola e popcorn. Torino non fa eccezione e ha seguito questo cambiamento epocale. La diffusione delle pay-tv, prima, e la rivoluzione digitale, poi, stanno portando a prediligere la visione domestica a scapito della fruizione collettiva. Con buona pace di chi sostiene che il cinema è un’arte di massa (‘di’ e ‘per’ la massa): anzi, è l’arte di massa per eccellenza. Molte sale cittadine hanno dovuto chiudere definitivamente, oppure far posto ad edifici residenziali e attività commerciali. Oltre a quelle già citate ricordo il Doria, inaugurato nel 1947 e costretto ad abbassare le saracinesche qualche anno fa. Il Corso (già Palazzo), situato nel prestigioso edificio Art déco di corso Vittorio Emanuele angolo via Carlo Alberto, aveva invece già chiuso nel 1980 in seguito a un incendio. Ma potrei citare anche il Cristallo, il Capitol, l’Arlecchino e tutti quei cinema di quartiere (lo Studio Ritz e l’Eridano, per nominarne un paio) che resero il grande schermo l’ultimo luogo del Mito. C’era una volta, e un’altra non c’è stata più. Ma quella volta c’era. C’era un pubblico formato da gente semplice che, almeno una notte nella vita, sognò sotto le stelle di un cielo Maestoso.