CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 770

Il progressive rock italiano al Teatro Agnelli di Torino

E’ un appuntamento da non perdere quello di venerdì 23 novembre al Teatro Agnelli di via Paolo Sarpi a Torino. Alle 21 saliranno sul palco, invitati da Assemblea Teatro, due dei gruppi storici più importanti del progressive rock italiano: le Orme e The Trip, con lo spettacolo “Da Caronte a Felona, un viaggio nel prog”. Le Orme, uno dei gruppi Progressive più importanti della scena musicale italiana e mondialenascono nel 1966 a Marghera, ma è nel 1968 che arrivano al primo successo discografico (“Senti l’estate che torna”), dopo l’ingresso di Michi Dei Rossi e successivamente di Tony Pagliuca, provenienti dal disciolto gruppo degli HOPOPI. Della loro lunga e prolifica carriera vanno segnalati i due dischi d’oro, un premio della critica discografica, un Tour in Inghilterra, la collaborazione con Peter Hammill, le registrazioni nelle sale di incisione di Los Angeles, Londra, Parigi e la realizzazione del primo disco live italiano.La loro discografia si compone di 22 Album, diversi singoli più una serie infinita di compilation Gli albums piu’ famosi sono i primi: “Collage” nel ’70 a cui seguì nel ’72 “Uomo di Pezza” e nel 1973  “Felona e Sorona”, tutti molto apprezzati da critica e pubblico. The Trip, a loro volta, sono un complesso musicale rock progressivo anglo-italiano formatosi nei favolosi anni sessanta. Pur meno famosa di compagini come la Premiata Forneria Marconi e le stesse Orme, la band ha riscosso consensi di critica e pubblico, anche grazie al virtuosismo del carismatico tastierista Joe Vescovi che purtroppo e’ mancato.Nella formazione italo-inglese iniziale figurava anche il chitarrista Ritchie Blackmore, poi confluito nei Deep Purple.Oggi sono guidati dal batterista torinese Pino Simone, per tutti Caronte, come l’omonimo album di The Trip negli anni ’70. Lo spettacolo è assicurato e sarà come rituffarsi nella musica che ha fatto epoca e che non sente il peso di quasi mezzo secolo sulle spalle.

M.Tr.

“1938 Francamente razzisti”

L’orribile vergogna viene raccontata in un volume potente e obiettivo, con un ricco apparato iconografico e documentario

Ottant’anni fa venivano promulgate le leggi razziali con le quali il fascismo escluse gli ebrei dalla società italiana. Ottant’anni dopo va posta grande attenzione verso fatti che possono apparire lontani e che invece hanno una tragica eco ai giorni nostri, quando si scopre che i semi dell’intolleranza e dell’odio, accompagnati dai demoni della supposta supremazia razziale, sono ancora terribilmente vivi e prosperanti. E’ quello che fa lo storico torinese Claudio Vercelli con il suo libro “1938 Francamente razzisti. Le leggi razziali in Italia“(Il Capricorno, 2018). L’orribile vergogna razzista viene raccontata in un volume potente e obiettivo, con un ricco apparato iconografico e documentario, che analizza presupposti, clima e linguaggio del razzismo mussoliniano. Claudio Vercelli ,docente a contratto di storia dell’ebraismo presso l’Università Cattolica di Milano, impegnato in un’importante attività di ricerca in storia contemporanea presso l’Istituto di studi storici Salvemini di Torino, con questo libro contribuisce ad approfondire una delle pagine più nere della storia nazionale. Una storia che il 14 luglio 1938 vide  Il Giornale d’Italia  pubblicare un testo – “Il fascismo e i problemi della razza” – tristemente noto come il Manifesto della Razza. Una tesi rilanciata il 18 settembre di quell’anno da Benito Mussolini a Trieste quando preannunciò la promulgazione delle leggi razziali che stabilirono, per i cittadini italiani “di razza ebraica”, la progressiva privazione dei più elementari diritti civili. Ottant’anni dopo pare che la memoria sia appannata e che la follia razzista sia tornata a seminare odio e violenza. Eppure il timore che la storia possa ripetersi dovrebbe suggerire di non chiudere gli occhi o voltare lo sguardo altrove. Ragionare sulla genesi, sullo sviluppo e sugli effetti di lungo periodo di quei tragici provvedimenti, è quindi più necessario che mai. E Claudio Vercelli aiuta a farlo con questo libro prezioso, guardando al passato per aiutare a comprendere meglio alcuni aspetti del presente.

 

Marco Travaglini

Gipo: l’uomo, l’artista, il politico

L’uomo, l’artista, il politico. Così si intitola la mostra che il Consiglio regionale dedica a Gipo Farassino, presentata ieri a Palazzo Lascaris 

DALL’UFFICIO STAMPA DEL CONSIGLIO REGIONALE “Ël 6 ëd via Coni l’é na cà veja che gnanca na volta l’era nen bela”: è l’inizio di una delle canzoni più conosciute di Gipo, ambientata nei pressi di Porta Palazzo, a Torino, dove tutto ebbe inizio e dove il musicista nacque. Uno dei più importanti cantautori piemontesi proveniva da un quartiere povero della città, ma fu proprio questa condizione a diventare la sua fortuna, ad essere protagonista delle sue canzoni sia in torinese che in italiano. La mostra  stata allestita in collaborazione con la “Fondazione Caterina Farassino”, creata nel ricordo della figlia prematuramente scomparsa. All’anteprima sono intervenuti l’altra figlia dell’artista, Valentina, presidente della Fondazione che ha ringraziato il Consiglio regionale per l’omaggio che dedica a suo papà e il giornalista Bruno Quaranta che ha ricordato l’importanza e la grandezza di Gipo nell’interpretare la canzone d’autore in lingua piemontese. “Farassino era un vero artista, un grande piemontese, un talento raffinato che conosceva a fondo il mondo dei grandi cantautori italiani e stranieri che, ricambiati, lo ammiravano” ricorda la consigliera regionale Silvana Accostato intervenuta in rappresentanza dell’Assemblea legislativa. Numerosi ex-parlamentari e consiglieri presenti in sala tra cui Umberto Bossi, Enzo Ghigo, Matteo Brigandì e Giampiero Leo. Storica fu l’amicizia con Fabrizio De Andrè, con cui condivise la poesia e con cui era solito passare le serate dopo i concerti, bevendo e cantando. I cimeli presentati nella mostra mantengono intatta la capacità di evocare in pochi tratti quell’universo e farlo sembrare, allo stesso tempo, lontano e vicino. Gipo ha attraversato i momenti più difficili della storia del nostro paese, le contestazioni del Sessantotto, quelli bui all’inizio degli anni ottanta, sapendo raccontare con un sorriso dolce-amaro ciò che stava succedendo nella sua città di operai, di quelli che avevano il Sangone come unico mare e che sognavano il riscatto dalla loro condizione.

Dal 1987 al 1994 è stato segretario della Lega Nord Piemont, entrando successivamente alla Camera dei Deputati e poi nel Parlamento europeo. Assessore regionale all’Identità piemontese, nel 2005, proprio dopo la morte della figlia, decise di tornare al suo primo amore, la musica. La mostra è visitabile presso la Biblioteca della Regione Piemonte “Umberto Eco” di via Confienza 14, dal 22 novembre all’8 gennaio.

Dal dramma “elisabettiano” la lucidità di Donnellan nel guardare alla nostra epoca

Un lungo muro dal color rosso sangue (la scena è firmata da Nick Ormerod) corre attraverso il palcoscenico, ad un capo ed all’altro la porta d’entrata e d’uscita, al centro squarci illuminati che mostrano di volta in volta le immagini della Camera degli Sposi del Mantegna, i Montefeltro da Urbino con Piero della Francesca, Tiziano con la Venere o il ritratto di Ariosto (ma perché allora farci mancare di una caravaggesca Giuditta che taglia la testa di Oloferne, assai più epocamente vicino a quel 1606, anno in cui il dramma fu scritto?): questo a dirci immediatamente che per questa Tragedia del vendicatore – che ha inaugurato la stagione del Piccolo milanese con la regia dell’inglese Declan Donnellan, per la prima volta alle prese con un gruppo di attori italiani, e la traduzione dell’ormai lanciatissimo nell’universo dei grandi Stefano Massini, alle Fonderie Limone per la stagione dello Stabile di Torino sino a domenica 25 – Thomas Middleton, cui è stato riconosciuto il titolo sino a pochi decenni fa attribuito a Cyril Tourneur, si è rifatto sì ad un (largo) Rinascimento italiano, ricettacolo di ogni brutalità, ma per porsi altresì al riparo da ogni censura, in cui del resto per altre occasioni incappò, dell’Inghilterra di Elisabetta e di Giacomo I. È stampata la parola vendetta su quel muro e Vindice (il gioco allegorico dei nomi non coinvolge soltanto lui, faremo subito la conoscenza di Lussurioso, Spurio, Ambizioso, Castizia) è il protagonista che la compirà. Il vecchio Duca, perennemente infoiato, ha stuprato e ucciso la giovane moglie di Vindice e questi, con l’aiuto del fratello Ippolito, costruisce la strada della vendetta. Cambiando identità (quella parrucca bionda con cui si camuffa non lo fa assomigliare ad un nuovo principe Amleto?), si mostra prima amico all’erede al trono soffiandogli nelle orecchie di una tresca tra la matrigna e un altro pretendente, mette alla prova l’onore della sorella e l’onestà della madre, accarezza il teschio dell’amata che bellamente agghindato offrirà al Duca come trappola di morte mentre un altro, nello sguardo contemporaneo e dilagante di Donnellan, trova posto in una borsa frigo, trovata che nemmeno quel gran genio di Tarantino saprebbe meglio escogitare.

 

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Anche i raffinati metodi di tortura lo farebbero impallidire: in un’epoca in cui tutto è divenuto immagine più o meno fredda e visualizzazione, ecco chiamate in campo le cineprese, che possono cinematograficamente essere utili a reclamizzare un’uscita dal carcere, ma pure a mostrarci in un netto primo piano il taglio di una lingua o la sezione di due palpebre, in un miscuglio sanguinolento di piacere e di forza. Ma la cifra che il regista impone a questa danza macabra, in questa allegoria senza tempo del potere e dei suoi ingranaggi, dove in ogni angolo spuntano pugnali e veleni mentre nella camera accanto si dà il via a frettolosi e ansimanti amplessi, è tutta all’insegna del divertimento e del grottesco (il capolavoro della serata è la visita del figlio alla madre, a saggiarne lo stato di irreprensibilità, tra tazze di tè e false timidezze e spudorate decisioni, un attimo di teatro che ha sullo sfondo l’assolato giardino inglese di una sontuosa dimora e che Pia Lanciotti, per altri versi anche focosa Duchessa in abito verde, soprattutto – ronconiana doc – e Fausto Cabra si giocano con una attenta ed esattissima vitalità, intelligenza, immedesimazione come di rado se ne vedono sui nostri palcoscenici. Si buttano a capofitto dentro questo sanguinoso minuetto, immerlettato oltre misura e ti fanno davvero godere l’intera scena, ponendosi sul tetto dell’intera compagnia. Che conta ancora benissimo sul Duca di Massimiliano Speziani, sul Lussurioso di Ivan Alovisio o sul brutale Ippolito di Raffaele Esposito, ma che lascia intravedere talune debolezze nei più giovani attori che ricoprono gli altri ruoli: di un dramma, condotto da Donnellan lucidamente, con il sorriso sulle labbra, attento alla nostra epoca, che indaga il potere e il suo imbarbarimento, che mostra mazzette e tradimenti, la corruzione dilagare, la necessità dell’apparire, la ferocia come lasciapassare da esibire ormai platealmente, i patti e la loro negazione. Un dramma che non può essere soltanto “elisabettiano”, tanto pare passare sul palcoscenico l’Italia di oggi dentro al massacro finale (vedendolo, mi veniva in mente Suburra di Sollima dove tutti ammazzano tutti) e a quel balletto che lo chiude: e allora ti viene da chiederti, ma quale Rinascimento?

 

Elio Rabbione

 

Le foto dello spettacolo sono di Masiar Pasquali

“L’uomo che piantava gli alberi” con Assemblea Teatro a Collegno

Assemblea Teatro inaugura alle 21 di sabato 24 novembre la stagione de ‘Lo svago e il Pensiero’, la rassegna teatrale che da sette anni va in scena all’Auditorium “G. Arpino” di Collegno con “L’uomo che piantava gli alberi” di Jean Giono. La riproposizione del famoso testo dello scrittore italo francese sarà affidata alla voce recitante di Gisella Bein e ai disegni realizzati dal vivo da Monica Calvi. L’uomo che piantava gli alberi” narra la storia, semplice ma esemplare, di Elzèard Bouffier, un pastore della Provenza che nella tranquillità della sua solitudine seminò centinaia di migliaia di semi di alberi ripopolando la zona. Una efficace metafora del rapporto tra uomo e natura, un racconto di “come gli uomini potrebbero essere altrettanto efficaci di Dio in altri campi oltre la distruzione“. Qualsiasi stupido infatti è in grado di distruggere gli alberi.Troppo pochi hanno cuore e dedizione e intelligenza necessaria a salvarli custodirli e, se necessario, piantarli. La storia del pastore  Bouffier insegna a tutti che è necessario un tempo in cui agire con affetto e generosità.

M.Tr.

Il “mondo sommerso” del garage rock americano anni ‘60

Si farà riferimento (anche con esempi musicali) soprattutto alle realtà ingiustamente cadute nell’oblìo, alle venues che furono terreno fertile per la nascita di miriadi di bands

Lunedì 26 novembre alle ore 16.30 presso la Biblioteca Civica Musicale “A. Della Corte” in corso Francia 186, il musicologo Giancarlo Marchisio terrà un incontro-conferenza dal titolo Il “mondo sommerso” del garage rock americano anni ‘60.L’incontro intende focalizzare l’attenzione sulla realtà musicale americana che venne a formarsi con l’impetuosa ondata della British Invasion e sulle bands “meteora” nell’ambito del genere garage rock americano tra il 1965 ed il 1970. Si farà riferimento (anche con esempi musicali) soprattutto alle realtà ingiustamente cadute nell’oblìo, alle venues che furono terreno fertile per la nascita di miriadi di bands, in particolar modo nei generi garage/proto-punk; inoltre si farà luce sul contesto americano anni ‘60 delle “Battles of the bands”, sulla funzione dei managers musicali di quei tempi, sull’attività di intermediarii e talent scouts e sulle differenziazioni dei sottogeneri musicali in relazione alle aree geografiche (atlantic, pacific, middle-west etc.).

“Io la ricordo”, le poesie di Graziella Minotti

“Io la ricordo” è la nona silloge poetica di Graziella Minotti Beretta. Si dice spesso che la poesia è lo specchio della vita e quella di Graziella Minotti  parla un linguaggio semplice e diretto, descrive emozioni e sentimenti importanti. Anche in questa raccolta non smentisce se stessa e con le parole  spinge chi legge a soffermarsi un attimo a pensare, a non lasciarsi trascinare dall’affanno a cui ci obbliga la vita di ogni giorno. I versi della Minotti, di solito ironici, delicati e, al tempo stesso, profondi, si velano, in quest’ultima opera di malinconia, quasi di tristezza, come se una preoccupazione, un senso di precarietà la spingessero a rivelarsi, attraverso allusioni sottili, ma persistenti. Queste poesie non raccontano solo il bello, l’amore felice, i giorni gioiosi. A volte narrano sentimenti più oscuri, velati, avvolti in quella bruma che ovatta le giornate d’inverno. Anche per questo sono importanti, forse anche più delle altre. Cardarelli sosteneva che la poesia poteva essere definita come espressione della fiducia di parlare a sé stessi. E in fondo, in tutte le poesie della raccolta, Graziella parla proprio a se stessa, rammenta i suoi ricordi, le gioie e le amarezze, svela i suoi intimi pensieri, gli affetti e le paure e lo fa pubblicamente, esponendosi con coraggio. Ritroviamo gli abbandoni forzati di “Addio miei monti”, il ricordo delle “madri” (quella biologica e quella adottiva), della famiglia e degli amici, l’amore prorompente per la natura in tutte le sue espressioni, stagioni e colori e, infine, il dolore. Come racconta Roberto Vecchioni in una delle sue più belle canzoni anche Graziella ha “conosciuto il dolore”, quello che cerca di disarmagli la vita, che passa accanto “come un’ombra sottile sfiorente”. Armata dei suoi versi lo affronta e lo sfida in tutte le poesie, una dopo l’altra. Per questo le dobbiamo una doppia gratitudine: per i sentimenti che esprime e per l’amicizia che generosamente ci accorda. Roberto Benigni scrive che “la poesia ci aiuta a compiere un’esperienza irripetibile di libertà, è finzione e ritmo, ma ci aiuta a intraprendere un grande viaggio alla ricerca di uno sguardo. Quello sguardo che solo le donne posseggono e che ci introduce nel punto più segreto del mondo”. Sono convinto che chi conosce Graziella Minotti Beretta non faticherà a immaginare in lei lo stesso sguardo con il quale accompagna la forza delle sue parole.

Marco Travaglini

“Leonardo Opera Omnia” affascina a Fossano

Diciassette capolavori dell’arte riprodotti a grandezza naturale e in alta definizione mettono il visitatore di fronte alle opere originali di Leonardo da Vinci. Si possono ammirare a Fossano in tre sedi diverse, al Castello degli Acaja, al museo diocesano e nella chiesa della Santissima Trinità. In un colpo solo balzano davanti agli occhi le opere pittoriche del maestro fiorentino (1452-1519), a 500 anni dalla morte, conservate nei musei, nelle chiese e nelle collezioni private di tutto il mondo, dal Louvre all’Ermitage di San Pietroburgo, dal museo d’arte di Cracovia alla National Gallery di Londra. Dopo il successo di pubblico e di critica ottenuti lo scorso anno con la mostra dedicata a Caravaggio, Fossano ci riprova quest’anno con ottimi risultati. È folla nei weekend per contemplare le opere di Leonardo nella mostra “Leonardo Opera Omnia”, curata da Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, tra i massimi esperti d’arte a livello internazionale, e promossa dal Comune di Fossano, Diocesi di Fossano e dalla Rai. La Dama con l’Ermellino, La Gioconda, Ginevra de’ Benci, la Madonna del Garofano, San Girolamo Penitente, l’Adorazione dei Magi, la Vergine delle rocce, Ritratto di Musico e ancora San Giovanni Battista, la Scapigliata e L’ultima Cena, esposta, a grandezza naturale, nella chiesa dei Battuti Rossi, gioiello del barocco piemontese. Sono tutte riproduzioni di opere di Leonardo da Vinci presentate nelle loro dimensioni reali utilizzando modernissime tecniche digitali in modo da mettere il pubblico virtualmente di fronte all’opera originale. Acquisite con il contributo di numerosi fotografi professionisti, le riproduzioni sono conformi alle opere autentiche e in altissima risoluzione. Sono inoltre dotate di un sistema di retroilluminazione sofisticato che permette di regolare l’intensità luminosa e la temperatura di colore. La mostra è visitabile, con un unico biglietto, nelle sale del Castello degli Acaja, al Museo diocesano in via Vescovado 8 e nella chiesa della Santissima Trinità o dei Battuti Rossi, in via dell’Ospedale, fino al 13 gennaio 2019. Venerdi’ dalle ore 15.00 alle 19.00, sabato, domenica e festivi dalle 10.00 alle 19.00. Prossima mostra al Castello degli Acaja, Raffaello.

Filippo Re

Il film della delusione, ovvero un omaggio sbagliato al mondo del cinema

Sugli schermi “Notti magiche” di Paolo Virzì

 

La colonna sonora ha le voci della Nannini e di Bennato, la voce è quella di Bruno Pizzul a commentare il rigore sbagliato di Serena e il tiro micidiale di Maradona che sbaraglia l’Italia e fa volare l’Argentina. Dal lungotevere vola anche, giù nel fiume, una grossa macchina di colore scuro, tra l’indifferenza pressoché totale di chi, sotto le luci di un piccolo chiosco, sta imprecando contro la disfatta dei Mondiali 90. Inizia così Notti magiche che Paolo Virzì ha diretto e sceneggiato con Francesca Archibugi e Francesco Piccolo, una sorta di amarcord personale (come non riandare anche al giovane Sergio Rubini che con il tram raggiungeva Cinecittà nell’Intervista felliniana) e di viaggio all’indietro, di quando il regista da Livorno se ne andò nella capitale a respirare l’aria del cinema, a tentare storie, a immergersi nel mondo fatto di negri e negrieri, di quegli uffici, a mezza strada tra la casa e la protezione quotidiana, dove tutti scrivono sotto lo sguardo di Ennio (De Concini: un sornione Paolo Bonacelli) e Furio (Scarpelli: un grandioso Roberto Herlitzka)). Un’autobiografia sulla carta fatta di ricordi e di volti, di notti passate a dare forma a fatti e personaggi, un romanzo di formazione, veloce veloce, senza andar troppo per il sottile, arruffato e disordinato, tutto rivolto all’insegna del pressapochismo letterario, (forse) un omaggio ad un mondo che in quegli anni, se non andava incontro a qualcosa di simile alla sconfitta calcistica italiana, improvvisa e bruciante, certo stava a poco a poco adagiandosi, spegnendosi, immiserendosi, rinculando a suon di storielle e di persone sempre pronte a sguazzare negli affari, lasciando l’arte da qualche altro canto, tra le feste in villa con la ragazza coccodè – che magari vuole pure bene al produttore, anche quando i debiti gli vengono a vuotar casa di ogni premio e mobile – e con le braciole a cuocere, tra le grandi bellezze al tramonto, come quelle di Sorrentino nel nuovo millennio, con le terrazze illuminate e la musica e i trenini: ma un omaggio sbagliato, deragliato sui binari di quegli stessi ricordi. Perché ci vorrebbe una scrittura, e qui l’ordine di una scrittura non c’è. C’è l’abbozzo, c’è la scenetta, c’è l’imbarbarimento e il contributo scollacciato fine a se stesso (povera Muti costretta ad alzare la gonna per dimostrare che di mutandine manco a parlarne!) che non è sufficiente a descrivere un mondo. C’è la rappresentazione laica dei gruppi e dei gruppuscoli (la vestale è la Giovanna di Ludovica Modugno, bravissima), c’è la curiosità per la prima mezz’ora a fare il gioco chi fa chi, chi è questo chi è quello, a catturare Mastroianni che piange per la Deneuve che l’ha lasciato o a stupirsi di uno pseudo Antonioni (l’Arlecchino di sempre Ferruccio Soleri) che mangia tutto solo in trattoria e da anni non spiccica una parola, o dell’autore che vive come un barbone in un seminterrato per non essere entrato appieno negli ingranaggi dell’industria (ma chi sarà mai? inventato? reale?). Ritrattini che si perdono nel niente. Tutto vorrebbe essere acido o ossequioso (i due mondi in Virzì convivono benissimo) ma suona piuttosto barzelletta. O didascalico come un pugno nello stomaco mal assestato, vedi il dito puntato nel finale dal capitano Sassanelli che dall’alto impartisce la benedizione con il refrain “guardate fuori dalla finestra”, a far presente ai tre giovani sceneggiatori – che dovrebbero essere il fulcro della vicenda e che sono capitati in commissariato, dopo un primo incontro al premio Solinas, per essere ritenuti i colpevoli dell’assassinio del produttore Giancarlo Giannini – che il cinema non dev’essere fatto di soli autori ma pure di spettatori o, molto meglio, di autori che devono provare il piacere di essere spettatori. Lo ha preceduto un surreale Fellini, nel buio del suo ultimo set, La voce della luna, a sussurrare “io credo che se ci fosse un po’ di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire…”, sorta di tomba a ricoprire tutto il circo dentro cui sino a quel momento ci siamo ritrovati immersi.Notti magiche è anche il film della delusione (non soltanto nostra, un colpo basso dall’autore di Tutta la vita davanti, della Pazza gioia, della Prima cosa bella), per quei tre ragazzi intrisi di speranze e sentimenti che sembrano usciti dallo Scola di C’eravamo tanto amati. Anch’essi malserviti, Irene Vetere ragazza della Roma bene, chiusa in camera a piangere e bisognosa d’affetto, personaggio irrealizzato cui i due compagni rubano spazio, Mauro Lamantia logorroico sino all’inverosimile, copia sbiadita e perennemente eguale del Nicola Palumbo di Satta Flores (ancora il film di Scola) e Giovanni Toscano, volto nuovissimo allo schermo, godereccio toscano, sciupafemmine e manomorta sempre in movimento, quello cui l’avventura romana brucia di più, con il suo ritorno sul treno per Piombino, i vecchi lavoratori della fabbrica, l’impensabile compagno comunista con la lacrima facile: quella ragazza che lo aveva raggiunto, che lui ha sempre trattato con sufficienza, lei sì che potrebbe mettere un piede nel panorama fatto di chiaroscuri del cinema italiano.

 

 

In omaggio alla produzione artistica

Lunedì 26 novembre, ore 21 Conservatorio Giuseppe Verdi, Piazza Bodoni

 

Rocco Papaleo, Caparezza, Paola Turci, Subsonica, Baustelle, Africa Unite, Giuliano Palma, Statuto, per la prima edizione del Premio Carlo U. Rossi ai migliori produttori artistici italiani

 

Il Premio Carlo U. Rossi è il primo riconoscimento in Italia alla produzione artistica. È dedicato a Carlo U. Rossi, uno dei più autorevoli produttori italiani che con il suo lavoro ha contribuito al successo e alla fama di alcuni dei più grandi protagonisti della scena musicale italiana degli ultimi 30 anni. La premiazione della prima edizione del Premio è in programma a Torino, lunedì 26 novembre, presso la sala concerti del Conservatorio: tra aneddoti, inedite performance musicali in acustico di Africa Unite, Baustelle, Caparezza, Giuliano Palma, Paola Turci, Statuto, Subsonica ed interventi di artisti e amici, con la conduzione di Rocco Papaleo, si conosceranno le varie fasi del lavoro della produzione artistica.   Sei i premi: per quattro categorie musicali – pop, rock, elettronica, hip-hop – per la migliore produzione emergente e la migliore produzione in assoluto. I vincitori saranno individuati attraverso un meccanismo di doppia votazione da 35 giurati che hanno selezionato i migliori partendo dalle 6 liste stilate da 12 commissari tra i dischi italiani usciti tra il 1 gennaio 2017 e il 30 giugno 2018. Ai vincitori delle singole categorie sarà consegnato un premio, un’opera del maestro torinese Mario Giansone (1917-1997), che ha dedicato al tema della musica molti suoi lavori. Il migliore produttore artistico emergente, inoltre, partirà per il sud della Francia dove avrà la possibilità di partecipare a “Mix with the Masters”, uno dei più importanti ed autorevoli seminari di formazione professionale nel campo della produzione musicale. Grazie alla collaborazione con Film Commission Torino Piemonte, un ulteriore premio verrà assegnato ad una personalità del mondo cinematografico legata alla musica.   

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Il Premio Carlo U. Rossi è stato istituito dall’associazione culturale musicale Carlo U. Rossi con il supporto di Compagnia di San PaoloPiemonte dal Vivo, Film Commission Torino Piemonte e TFF – Torino Film Festival. Il TFF, in particolare, è stato individuato come l’evento più adatto ad ospitare nel proprio cartellone il Premio sia per la sua visibilità ed autorevolezza a livello internazionale, sia per valorizzare l’indissolubile legame esistente tra musica e cinema. Media partner: Wired Italia