ABITARE CON STILE
Rubrica settimanale a cura di Magda Jasmine Pettinà .
Torino si prepara a riscrivere il proprio futuro urbano. Dopo oltre trent’anni, il nuovo Piano Regolatore Generale entra nella fase decisiva del suo iter, segnando un passaggio storico per la città.
Non si tratta semplicemente di un aggiornamento tecnico, ma di una vera e propria evoluzione culturale: un cambio di paradigma nel modo di progettare, vivere e trasformare lo spazio urbano.
Eppure, accanto alla visione, si apre oggi una fase più delicata, meno raccontata ma estremamente concreta: quella della transizione.
Il nuovo PRG nasce per rispondere a sfide che negli anni ’90 non esistevano: una città non più in crescita, ma stabile e in trasformazione; un’economia plurale, fatta di servizi, innovazione, cultura e turismo; una forte pressione ambientale legata al cambiamento climatico ed una maggiore attenzione alle disuguaglianze tra quartieri.
Per questo, il Piano si struttura attorno a tre grandi visioni: Torino come città dell’innovazione, Torino città del welfare e della prossimità ed una Torino città ecosistema. Insomma, Una nuova idea di città.
Queste tre direttrici puntano a rendere la città più accessibile, inclusiva e sostenibile per crescere meglio, non di più.
Il principio che guida il nuovo Piano, infatti, è chiaro: non espandere, ma trasformare.
Le nuove volumetrie saranno possibili, ma legate a un ritorno per la collettività: verde urbano, servizi e spazi pubblici.
È un modello più evoluto, in cui lo sviluppo privato contribuisce attivamente alla qualità urbana.
La città della mobilità e dei quartieri
Lo sviluppo si concentrerà nelle aree meglio collegate dalla metropolitana, dal passante ferroviario e quindi dalle principali direttrici urbane.
Allo stesso tempo, il Piano restituisce centralità ai quartieri, superando la logica centro-periferia e lavorando su una città fatta di identità locali, differenze e potenzialità.
Rigenerazione urbana e flessibilità
Il cuore del nuovo PRG è la rigenerazione con il recupero delle aree dismesse prediligendo la trasformazione degli spazi industriali e la riattivazione dei vuoti urbani.
A questo si aggiunge un elemento chiave: maggiore flessibilità nelle destinazioni d’uso.
Siamo però giunti alla fase più delicata: il tempo della transizione
Accanto a questa visione, si apre infatti una fase estremamente sensibile.
Con l’adozione del Piano preliminare entrano in vigore le cosiddette misure di salvaguardia: un meccanismo tecnico che impone alle nuove pratiche edilizie di essere conformi sia al piano vigente sia a quello in corso di approvazione.
Questo passaggio, necessario per evitare trasformazioni incoerenti, introduce inevitabilmente una fase di incertezza. Le pratiche già approvate proseguono, ma tutte quelle in istruttoria, non ancora autorizzate o basate su previsioni del vecchio piano possono subire rallentamenti, richieste di adeguamento o, in alcuni casi, sospensioni.
Il rischio di un “limbo urbanistico”
È in questo spazio intermedio che si crea quello che potremmo definire un limbo attuativo.
Un tempo sospeso in cui le regole stanno cambiando e le decisioni diventano più caute
Facendo sì che gli investimenti richiedono maggiore attenzione.
Le stesse associazioni di categoria hanno già evidenziato alcune criticità:
•aumento dei costi
•incertezza sulle bonifiche
•difficoltà nei cambi di destinazione d’uso
•rallentamenti nei permessi
Il rischio, se non gestito con strumenti adeguati, è quello di generare un temporaneo blocco del mercato.
Una sfida per il sistema pubblico
Dal dibattito emerge una consapevolezza condivisa: questa fase dovrà essere accompagnata con attenzione. Sarà fondamentale introdurre delle norme transitorie chiare, procedure più snelle e leggibili e strumenti di dialogo tra pubblico e privato.
Perché una città non si trasforma solo con le regole, ma con la capacità di renderle applicabili.
Un momento critico… ma anche strategico. Ogni fase di cambiamento porta con sé una doppia lettura. Da un lato incertezza, rallentamenti e possibile complessità; dall’altro: nuove opportunità, margini di negoziazione e possibilità di anticipare il mercato con intelligenza.
Per chi opera nel settore immobiliare, questo è un momento che richiede non solo competenza tecnica, ma soprattutto capacità di lettura e visione.
Abitare il cambiamento
Il nuovo Piano Regolatore non è solo uno strumento urbanistico.
È una lente attraverso cui leggere il futuro della città.
E oggi, più che mai, abitare significa scegliere non solo uno spazio, ma un contesto, una direzione, un modo di vivere.
In questa fase di transizione, la differenza non la farà chi si limita a seguire il mercato, ma chi saprà interpretarlo.
Perché è proprio nei momenti di passaggio che si costruiscono le città di domani.




