Incontriamo Giacomo Bottino, direttore artistico-culturale dell’Accademia della Cattedrale di San Giovanni, che ha come presidente il parroco del Duomo di Torino, don Carlo Franco
Quando è stata costituita l’Orchestra dei Virtuosi dell’Accademia di San Giovanni?
L’Orchestra è nata nel 2017, successivamente alla costituzione dell’Accademia della Cattedrale di San Giovanni, di cui rappresenta il primo e principale asse di sviluppo, finalizzato all’animazione del Duomo di Torino. D’altronde, l’architettura e la musica sono arti complementari: lo spazio costruito è un vuoto che ha bisogno di essere riempito e l’arte dei suoni si presta a questo riempimento in modo pervasivo. Quando musica e architettura si incontrano, lo spazio fisico e geometrico diventano “luogo” e gli strumenti musicali che vi risuonano conferiscono al luogo un’anima. Ricordo quello che scrive Palladio nel suo Trattato sull’architettura: “Le proporzioni delle voci sono armonia delle orecchie, così quelle delle misure sono armonia degli occhi nostri”.
Con queste premesse il Duomo di Torino ci è sembrato perfetto per mettere a punto un nuovo progetto di cultura e di pratica musicali.
– Quale la ragione del suo nome che è piuttosto originale?
In realtà il cantare e il suonare bene, con grande perizia tecnica ed espressiva, sono ovviamente fenomeni antichi quanto la musica stessa. Tra Sette e Ottocento questa capacità ha dato origine al cosiddetto “virtuosismo”, incentrato soprattutto su cantanti lirici, violinisti e pianisti, che hanno spettacolarizzato le loro esibizioni e dato origine a fenomeni di autentico divismo. Nel nostro caso abbiamo voluto rifarci al concetto di “virtuoso” così come si manifesta nel tardo Rinascimento e in modo particolare nel Barocco, contestualmente all’affermazione della musica d’assieme nella forma del “concerto”. Prevale, in quel tempo, l’idea che il musicista debba usare l’arte strumentale non per ostentare il suo talento, ma per eseguire composizioni in modo chiaro e distinto, secondo il metodo cartesiano, nel rispetto di quel’ “armonia prestabilita” che è la struttura portante dell’universo, secondo Leibniz. A questi principi si attengono i nostri Virtuosi, in linea con quella grande fabbrica di esecutori che fu, per tutto il corso del XVIII secolo, la Scuola violinistica piemontese.
– Le loro esecuzioni, che hanno come fulcro la sede del Duomo di Torino, rientrano nel programma denominato “Lo spirituale nell’arte”. Che cosa si intende con questa espressione?
Si tratta, come ben noto, del titolo del saggio teorico più celebre di Kandinskij, dove si profetizza l’avvento di una nuova epoca spirituale attraverso tutte le modalità della creatività artistica, rese funzionali dalle avanguardie del primo Novecento all’esplicita e trasgressiva manifestazione dell’interiorità. Teniamo conto che, in quegli anni, la psicoanalisi aveva scoperchiato l’inconscio individuale e collettivo, modificando radicalmente la visione del mondo borghese. Oggi questo magnifico titolo del fondatore della pittura astratta serve ad esprimere il bisogno di spiritualità, che si avverte come una corrente sotterranea sotto le false apparenze di un mondo, anzi, di un globo, dove gli esseri umani si muovono come formiche operaie di un’economia irreale e di una finanza debordante. In questo senso le arti possono svolgere un ruolo decisivo nel far ritrovare l’orizzonte perduto e nell’indicare nuovi orizzonti, vale a dire nuovi orientamenti e prospettive concrete.
– Come si inseriscono il programma musicale e i presupposti artistici dei Virtuosi nella cornice degli ideali dell’Accademia della Cattedrale di San Giovanni? Esiste un fil rouge, vero, tra i due?
Direi di più: il fil rouge costituisce la ragion d’essere sia dell’Accademia sia dei suoi Virtuosi. Anche se l’Accademia, presieduta da don Carlo Franco, parroco del Duomo, ha obiettivi che non sono esclusivamente musicali. Stiamo lavorando all’estensione dell’area di intervento del nostro progetto agli ambiti delle arti figurative e del teatro. Già nel giugno 2018 abbiamo ospitato in Duomo un innovativo e suggestivo allestimento di “Assassinio nella cattedrale” di Eliot con un protagonista d’eccezione come Andrea Giordana. Così come per la Quaresima di quest’anno abbiamo esposto ai lati dell’altare due quadri sulla Passione di Cristo, appositamente creati dal pittore Renato Missaglia. Il Duomo in quanto tale e come custode della Sacra Sindone è, per un pubblico di visitatori e di spettatori, un punto di attrazione magnetica e, proprio per questo, può diventare anche un centro di produzione artistico-culturale di vastissimo respiro.
– Qual è il tratto distintivo dell’Orchestra dei Virtuosi rispetto ad altre simili?
L’orchestra di impianto classico rappresenta una delle più straordinarie invenzioni strutturali dell’Occidente. Sia in versione cameristica che in assetto sinfonico è un’esperienza eccezionale non solo per chi vi suona e la dirige, ma anche per chi la organizza, affrontando ad ogni nuova produzione la complessità gestionale che comporta. Non è facile in così breve tempo mettere insieme prime parti di valore ed esperienza con giovani di notevole bravura e creare un clima di condivisione, dove tutti si sentano protagonisti. Di fatto i nostri concerti sono sostenuti economicamente da interventi di piccolo, ma prezioso mecenatismo. Tuttavia, siamo consapevoli che a una realtà di questo tipo, che ha il Duomo di Torino come sede istituzionale e centrale operativa, non possono essere insensibili i grandi soggetti pubblici e privati di Torino e del Piemonte. Faremo tutti i passi necessari, lavorando sodo.
– Come mai i Virtuosi dell’Accademia di San Giovanni non hanno un direttore d’Orchestra stabile?
Abbiamo un direttore ospite principale nella figura del Maestro Antonmario Semolini, autentico protagonista della scena musicale ed artistica, che ha non solo condotto, ma direi “allevato” i Virtuosi in tutti i concerti finora realizzati. Però, la nostra è un’orchestra libera, il cui podio non è al servizio di certe smanie di protagonismo, ma è offerto a tutti i direttori, giovani e meno giovani, che abbiano le virtù, in senso proprio, per dirigerla, incrementandone la qualità.
– Quali le scelte del repertorio musicale verso cui l’Orchestra dei Virtuosi si orienta nell’esecuzione dei suoi concerti?
A seconda delle intenzioni artistiche e delle disponibilità finanziarie – perché il nostro è un approccio imprenditoriale – abbiamo costruito organici orchestrali per eseguire brani composti nel lungo periodo che va dalla seconda metà del Settecento e culmina, attraverso il fervore del Romanticismo, nel Novecento storico.
In occasione del concerto di riapertura della Cappella del Guarini, abbiamo commissionato brani originali a compositori contemporanei della qualità di Giuliana Spalletti, Fabio Mengozzi, Marco Sinopoli e Giancarlo Zedde. Quindi, un’impostazione aperta ed eclettica, che risente fortemente della presenza fra noi come Accademico onorario del professor Enzo Restagno, la cui autorevolezza non ha bisogno di commenti.
– La partecipazione al Festival musicale di Macugnaga ad agosto ed i programmi futuri dei Virtuosi.
A Macugnaga siamo stati invitati su indicazione di quel magnifico pianista e intellettuale che è stato Marco Giovanetti, purtroppo recentemente scomparso. In quell’occasione saranno eseguiti il Concerto per pianoforte K. 488 di Mozart, con un giovane interprete cinese, e la Sinfonia n. 5 di Schubert. Il programma sarà dedicato alla memoria dell’amico Marco. Il prossimo appuntamento di rilievo per adesso non possiamo dichiararlo, ma sarà sicuramente motivo di interesse e curiosità, perché vi saranno eseguite pagine inedite di uno straordinario compositore, che ha segnato la storia della musica colta ed extracolta dagli anni Sessanta ad oggi.
Mara Martellotta
(nella foto Giacomo Bottino, a sinistra, dialoga con la compositrice Giuliana Spalletti. Sullo sfondo il maestro Antonmario Semolini e il musicologo Enzo Restagno)





Rubrica settimanale sul mondo dei libri. A cura di Laura Goria
potuto essere ricco e grande, invece è sempre più allo sbando. Un Venezuela in cui la vita non ha più alcun valore, dove manca tutto a partire da cibo e medicine. Invece abbondano violenze, saccheggi, criminalità mascherata da credo politico, corruzione e repressione feroce che sfocia nella morte di tanti giovani innocenti. Un inferno in terra. La protagonista Adelaida ha appena perso la madre, stroncata dal cancro, e il suo mondo privato si frantuma. Era stata una donna colta, la prima a laurearsi della sua famiglia. Aveva cresciuto da sola la sua unica figlia, dopo che lo studente con cui l’aveva concepita si era eclissato. La famiglia erano sua madre e lei, il loro albero genealogico cominciava e finiva con loro, non aspettavano nessuno e si bastavano a vicenda. Il romanzo inizia con la sepoltura della madre in un paese in cui neanche la morte ottiene rispetto. Perché in Venezuela si assaltano a mano armata i funerali, le tombe vengono aperte e depredate, si derubano pure i morti. Adelaida non perde solo la madre, ma anche il lavoro di traduttrice e soprattutto la casa che le viene sequestrata con violenza da un gruppo di donne legate al regime. Sono guidate da una spietata, corrotta e avida Marescialla: donna orribile e sfatta che distruggerà ogni cosa nell’appartamento e ne farà il magazzino dei suoi traffici illeciti al mercato nero. Ad Adelaida non resta che rifugiarsi dalla vicina, Aurora Peralta. Ma quando varca la sua porta ne rinviene il cadavere. Non vi anticipo cosa ne farà. Però posso dirvi che nelle pagine di questo portentoso libro sono raccontate le torture e le violenze più brutali: perpetrate in un paese in cui la democrazia è cancellata e sostituita da ronde notturne, sequestri, torture e incarcerazioni di innocenti. Karina Sainz Borgo volutamente non riporta date e nomi di personaggi politici Venezuelani, perché ha scelto di rendere il libro più universale. L’allegoria della perdita della madre e di tutto il suo mondo fa della protagonista un’orfana a tutti gli effetti….e la sua storia non lascia certo indifferenti.
normali possibile. 40 anni dopo Susan è una 43enne smarrita, sposata con Bobby Dunn, uomo solido e paziente, capace di starle vicino anche quando lei, avvinghiata dai suoi demoni, lo respinge. Della tragica notte che ha sfaldato la sua vita per sempre ricorda quasi nulla, ma sa che da lì sgorga il dolore e il nemico che si porta dentro e decide così di scrivere un romanzo autobiografico. D’altro canto Daniel è stato scarcerato dopo 15 anni e si è ritirato sulla costa del New England a vivere da solo, in libertà vigilata, a lavorare e convivere con la sua colpa. Ma la sua vita è agli sgoccioli, è invecchiato corroso dai tormenti, sta morendo e decide di andare alla ricerca della sua bambina. E’ combattuto tra mille pensieri, ma convinto di dover fare qualcosa per sua figlia, altrimenti resterebbe “solo il fantasma di un sogno e niente più”. E’ il crocevia da cui finiscono per passare i tre personaggi. Susan che chiede alla nonna di ospitarla per un po’, e riceve una lettera dal padre che le chiede di incontrarlo. Lois che farà fuoco e fiamme per impedire il riavvicinamento dei due, tanto da procurarsi armi e munizioni, tale è l’odio che cova per Daniel per il quale avrebbe voluto la pena di morte. Poi c’è lui, Daniel che insegue riscatto e perdono, che cerca disperatamente di lasciare qualcosa di positivo dietro di sè. Non anticipo nulla…ma ancora una volta Andre Dubus III (nato in California nel 1959, che oggi vive con la moglie e tre figli nel Massachussetts, dove insegna all’università) ha raccontato una struggente storia in cui gli uomini amano poco-niente (come l’ex marito di Lois, Gerry) o troppo e male, come Daniel che ha perso la testa divorato da gelosia e possessività.
non la prende bene. Anzi, il mondo le si rovescia addosso, e quando Pietro le dice che la sua non è semplicemente un’infatuazione passeggera, ma molto di più….Emma esplode. Gliene dice di tutti i colori (proprio lei sempre così controllata e mai una parola volgare) e lo caccia via da casa. Poi viene la parte più difficile…..dopo il tradimento, come andare avanti? Tanto più che a complicarle la vita c’è anche la figlia adolescente in classico complesso edipico, odiosa più che mai, scarica tutte le colpe sulla madre. Le cose con Giulia poi miglioreranno, anche se, com’è giusto che sia, la ragazzina mette in pool position i suoi progetti per il futuro, con il suo ragazzo e in un’altra città. Per Emma è un vuoto in più all’orizzonte. Anche il lavoro che adora e le presentazioni degli scrittori che organizza in libreria non riescono a lenire lo sfracello della sua vita. Oltre al buio e solitario futuro, dietro l’angolo ci sono poi problemi pratici come quello del denaro e della dipendenza economica dal marito. Supporter di Emma sono soprattutto le sue amiche che fanno di tutto per consolarla, dal presentarle altri uomini (come se questa fosse la soluzione…ma magari anche no) all’aiutarla a non sentirsi finita e al capolinea. Più facile a dirsi che a farsi…Perché shopping sfrenato, attività ricreative a gogò e nuovi fugaci incontri di letto mettono solo in stallo il problema senza risolvere nulla. La Schisa è bravissima a sviscerare stati d’animo, pensieri e progetti che si annidano a intermittenza nella testa di una donna tradita e abbandonata… non propriamente nel fiore degli anni, anche se ancora molto piacente. Però preparatevi a sviluppi imprevisti, ripensamenti, andate e ritorni….perché nella vita mai dire mai più.

Di Concetto Fusillo
Spinto da viscerale desiderio mai esausto di conoscenza e assumendosi il compito di togliere dall’oblio fatti dimenticati, se ne appropria trasformandoli in occasione d’arte e concretizzandoli in pittura.