CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 686

Altissimi Colori. La montagna dipinta

Testori e i suoi artisti, da Courbet a Guttuso, in mostra al valdostano Castello Gamba di Chatillon. Fino al 29 settembre


Sarà un caso, ma il suo primo pezzo , nei panni di critico d’arte – attività che nel ’52 lo portò a diventare allievo prediletto di Roberto Longhi e dal ’78 responsabile della pagina d’arte del “Corriere” – Giovanni Testori (Novate Milanese, 1923 – Milano, 1993) lo dedicò al commento di un quadro di montagna fra i più celebri del nostro Ottocento: l’“Alpe di maggio”, autentico capolavoro realizzato da Giovanni Segantini nel 1891. Testori aveva solo 17 anni e già collaborava con alcune riviste del GUF (Gruppi Universitari Fascisti) con articoli di recensione d’arte. E da allora, la montagna, le cime dei suoi monti, le “terre alte” avranno spesso un posto di rilievo e di forte input emozionale anche nel suo mestiere di pittore che, a parte una lunga dolorosa interruzione dal ’49 a metà Anni Sessanta, sarà sempre una costante della sua molteplice e multiforme attività creativa.

Fra i più importanti intellettuali del nostro Novecento, scrittore, drammaturgo, poeta, regista, attore e – per l’appunto–critico d’arte e graffiante originalissimo pittore, a lui, che proprio in montagna aveva pienamente riscoperto e rispolverato, sul finire del Sessanta e i primi del Settanta, la mai sopita vocazione pittorica, il Castello Gamba – Museo d’Arte Moderna e Contemporanea della Vallée, dedica un suggestivo omaggio, ospitando nella Torre dell’elegante dimora novecentesca una serie di disegni ed acquerelli eseguiti in un’estate trascorsa a Gressoney e sulle Alpi svizzere: un nucleo di opere molto privato, che l’artista volle tenere per sé e per la sua famiglia e che oggi viene presentato al pubblico in una mostra che è parte di un nuovo progetto di valorizzazione espositiva lanciato dalla Soprintendenza per i Beni e le Attività Culturali della Regione Valle d’Aosta in collaborazione con Casa Testori, Associazione Culturale con sede nella stessa casa natale dell’artista a Novate Milanese, affacciata sui binari delle Ferrovie Nord, al fianco della fabbrica di famiglia. Di impostazione astratta e dai forti e liberi contrasti di colore, addossati a uno spazio bianco che illumina e libera la pagina narrativa, l’attenzione è subito attratta dall’imponente “Cime (Pizzo Badile visto da Bondo)”, acquerello di “natura selvatica e vulcanica” del ’72, anche se il pezzo principe, quello da cui prende spunto la rassegna, è il piccolo ma vigoroso “Tramonto (Actus tragicus)”, acquerello del ’67 appartenente alla collezione permanente del Museo.

Qui il rigore geometrico del racconto cede al dilagare incontrastato e violento della materia che si sfalda e cola sul foglio, travolgendo forme ed apparenze, in una sorta di visione teatrale della natura che insieme racchiude il senso di un dramma indefinito accanto alla più totale partecipazione umana. Misteri di un’arte molto vicina alla sacralità del “naturale”, in cui si riflettono anche le opere di altri prestigiosi artisti molto amati da Testori e adeguatamente presentati in rassegna: da Gustave Courbet, iniziatore e principale animatore del Realismo francese ottocentesco di cui la mostra al “Gamba” presenta due magnifici e tecnicamente rigorosi paesaggi alpini, a Willy Varlin (pseudonimo di Willy Guggenheim) geniale artista zurighese di impronta espressionista che scelse di andare a vivere, fino all’ultimo dei suoi giorni, fra le montagne dei Grigioni, in Val Bondasca; da Renato Guttuso, siciliano stregato dal Rosa tanto da fare della casa di Velate, a Varese, lo studio base di molte delle sue opere più celebri, al trentino Paolo Vallorz, per tutta la vita (pur se emigrato a Parigi) indissolubilmente legato alla sua Val di Sole, fino a Bernd Zimmer, fra i più importanti artisti contemporanei tedeschi, “scoperto” da Testori e autore di opere con forti immagini di montagne “infiammate e visionarie”. In chiusura, la rassegna presenta anche un ciclo di scatti fotografici realizzati da Pepi Merisio negli anni Settanta, durante l’antica processione mariana che, ogni cinque anni, da Fontainemore porta, attraversando di notte le Alpi Biellesi, al santuario di Oropa e che Testori amava per l’intensità delle immagini e in quanto suggestiva testimonianza di una civiltà e cultura montana secolari, da preservare e portare avanti nel tempo.

Gianni Milani

“Altissimi colori. La montagna dipinta”
Castello Gamba, Località Cret-de Breil, Chatillon (Valle d’Aosta); tel. 0166563252 o www.castellogamba.vda.it
Fino al 29 settembre
Orari: tutti i giorni dalle 9 alle 19

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Nelle foto

– Giovanni Testori: “Cime (Pizzo Badile visto da Bondo)”, acquerello su cartoncino, 1972
– Giovanni Testori: “Tramonto (Actus Tragicus”), acquerello su cartoncino, 1967
– Gustave Courbet: “Cascata della Pissouse”, olio su tela, 1860
– Gustave Courbet: “Paesaggio d’inverno”, olio su tela
– Bernd Zimmer: “Senza titolo (Montagna 3)”, tecnica mista su carta intelata, 1984

 

Arte “ecologica” al Teatrum Botanicum

Venerdì 13 Settembre alle ore 19.00 inaugura Teatrum Botanicum, quarta edizione del festival dedicato ad artisti e curatori emergenti la cui indagine si colloca nello spazio interstiziale tra pratiche e riflessioni artistiche ed ecologiche proprie del centro d’arte contemporanea. Il programma del festival, quest’anno principalmente orientato ai linguaggi performativi e all’immagine in movimento, si svolgerà nel corso delle serate di venerdì e sabato. 

Tra apocalittici e integrati e critici fiduciosi, l’arte contemporanea ha generato una pluralità di letture relative al tentativo di superare la dicotomia tra cultura e natura, cercando di comprendere una contemporaneità i cui tempi sono cadenzati tanto dalla velocità di Internet e delle tech companies quanto delle scadenze imposte dal cambiamento climatico. Quasi certamente, le narrazioni più utili e vitali si trovano ben lontano dalle aule delle art schools europee e statunitensi, bensì in prossimità di ecosistemi remoti, habitat di animali umani e non umani che non rispondono a quella concezione di umanità, che si vuole universale, determinata nella storia da uomini bianchi, occidentali, cis, eterosessuali e borghesi. Affermare fino a che punto l’arte contemporanea possa arrogarsi il diritto di immaginare mondi è forse un compito al di là della nostra portata, ma nondimeno c’incoraggia richiamare le parole di Rosi Braidotti che, di fronte alla platea del museo Fridericianum di Kassel, parla degli artisti come bridge builders, non-accademici per eccellenza che si sono storicamente arrogati il diritto di costruire ponti tra sistemi di pensiero e discipline convenzionalmente condannate a non comunicare, non intersecarsi.

Provando a focalizzarci sul piano locale, pur seguendo un autore come James Bridle nel pensare una cultura costitutivamente “non-locale e intrinsecamente contraddittoria”1, crediamo che le richerche degli artisti italiani che animano questa edizione di Teatrum Botanicum riflettano proprio sulle logiche della narrazione della contemporaneità e dell’ambiente contemporaneo, sulla possibilità di continuare a leggere ed immaginare mondi. Storytelling è un termine già troppo carico di significati a noi piuttisto distanti, una parola che oggi preferiremmo non utilizzare. Preferiremmo, piuttosto, parlare di forme di narrazione non lineare che manifestano, seguendo nuovamente le parole di Bridle, un alto grado di attenzione che non viene messa narcisisticamente al servizio di cosiddetti processi di self-improvement né finalizzata ad un escapismo distratto, ma che invece si sforza di comprendere -ed agire – esattamente qui, dove ci troviamo2.

Arrivato alla sua quarta edizione, Teatrum Botanicum persiste nell’assumere una postura ben diversa da quella di una mostra curata – non per avversare a prescindere il più classico tra i formati espositivi, ma perchè siamo persuasi del fatto che lanciarci annualmente in tentativi d’interpretazione, specie in chiave generazionale dello scenario dell’arte emergente italiana, sarebbe un esercizio quantomeno non necessario. Un esercizio sicuramente non adatto ad una contemporaneità che, più che a tassonomizzare il presente, ci sfida a pensare per reti estremamente complesse e costruire ponti. È quindi a posteriori della selezione degli artisti che emergono i fili conduttori tra le diverse modalità di narrazione, con le quali un piccolo spaccato dello scenario dell’arte italiana, può azzardare racconti della contemporaneità. Un piccolo spaccato che, come ogni anno, è inevitabilmente parziale, contingente, accidentale ma nondimeno cerca di rispondere ad urgenze tanto estemporanee quanto vivide, oneste e, speriamo, condivise.

 

Con Altalena, Dario Bassani e Nelle Gevers, Derek MF Di Fabio, Alessandro Di Pietro, Donato Epiro, Marco Giordano, Isabella Mongelli, Gianmarco Porru, Giovanna Repetto, Jacopo Rinaldi, Caterina Erica Shanta, Luca Staccioli, Natália Trejbalová e Bellagio Bellagio, Francesco Venturi.

Anche quest’anno, vi rifocilleremo con la collaborazione di Isola Torino.

La mostra e il convegno sono realizzati con il sostegno della Compagnia di San Paolo, della Fondazione CRT, della Regione Piemonte e della Città di Torino.

 

1 – J. Bridle, Nuova Era Oscura (New Dark Age, Verso Books, 2018), trad. it. Fabio Viola,  NERO Editions, Collana Not, Roma, 2019.

2 – J. Bridle, Phenomenological Mismatch, pubblicato su Becoming Digital, collaborazione editoriale tra e-flux Architecture e Ellie Abrons, McLain Clutter, e Adam Fure del Taubman College of Architecture and Urban Planning.

*Il titolo del festival è un omaggio al lavoro di Uriel Orlow, Theatrum Botanicum

 

Assedio di Torino: omaggio floreale alla Consolata

Sabato mattina  in coincidenza con il 313° anniversario dell’inizio della battaglia di Torino del 1706, il generale Franco Cravarezza, direttore del museo Pietro Micca e dell’assedio di Torino del 1706, accompagnato da due Cannonieri del Gruppo Storico Pietro Micca della Città di Torino, ha portato alla Madonna Consolata uno omaggio floreale a forma di scudo sabaudo ed ha partecipato alla Santa Messa in suffragio di tutti i civili e soldati caduti durante l’assedio del 1706 celebrata da Monsignor Giacomo Maria Martinacci, Rettore del Santuario e Cancelliere della Curia.

Nell’accogliere l’omaggio floreale all’inizio della Messa, il Rettore ha evidenziato come la liberazione di Torino nel 1706 fu vitale per la Storia della Città e come la Consolata, devotamente invocata a protezione durante l’assedio, fu nominata Patrona di Torino proprio a tale merito.

Quel 12 settembre 1683

In Austria destra e sinistra litigano furiosamente, con mazze e coltelli, su un famoso evento di oltre tre secoli fa

Vienna liberata il 12 settembre 1683 dal grande assedio ottomano continua a far discutere gli storici e a far litigare le forze politiche. L’anniversario oppone la sinistra che governa la capitale e l’opposizione di estrema destra che chiede un monumento che ricordi la vittoria sui turchi musulmani. Il Comune non vuole la statua disegnata dalla destra, considerata troppo forte e offensiva verso i musulmani, ma una versione più soft. Quest’anno le due fazioni si sono perfino scontrate fisicamente sulle colline che sovrastano Vienna. Si racconta che, guardando la torre del Duomo di Santo Stefano a Vienna, un viaggiatore turco, nel Seicento esclamasse: “Voglia Allah concedere che possa essere trasformato in minareto e che un giorno risuoni da esso il richiamo alla preghiera musulmana”. Vienna fu attaccata più volte dalla potente armata ottomana che non riuscì mai ad occuparla. In particolare i due grandi assedi del 1529 e del 1683. Quanto patirono i viennesi assediati dai giannizzeri del sultano! Mesi di assedio, con pochi viveri, acqua, armi e munizioni, aspettando i soccorsi che tardavano ad arrivare. Il pensiero va soprattutto all’estate 1683 quando le madri austriache temevano per i loro figli che sovente venivano rapiti dai turchi nei dintorni della capitale. Se l’esercito ottomano avesse occupato la capitale imperiale è probabile che ben pochi sarebbero scampati al massacro e tanti altri ridotti in schiavitù. Da un testamento, datato 1694, si apprende che una donna anziana di Enzersdorf, nei pressi di Vienna, Maria Pockhin, piange disperata la scomparsa delle cinque figlie, rapite di notte dai turchi durante l’assedio e mai liberate, finite probabilmente in qualche harem di visir o pascià. La sua eredità, nonché i quattrini per far celebrare per 23 anni dopo la sua sepoltura tre messe alla settimana dai francescani del paese, viene consegnata a un parente, per lasciarla ancora dieci anni a disposizione delle figlie di cui non si hanno più notizie. Il documento è una preziosa testimonianza di come i viennesi vissero quelle drammatiche settimane con l’armata del gran visir Kara Mustafà sotto le mura di Vienna con 150.000 uomini armati e 300 cannoni. Sono i giorni che precedono il 12 settembre 1683, il giorno della liberazione di Vienna dall’assedio ottomano. La capitale barocca è in preda al panico e migliaia di viennesi fuggono terrorizzati dai turchi. Tra loro anche l’imperatore Leopoldo I che fugge da Linz con la famiglia, 400 cavalli e 200 carri stracolmi di principi e principesse. Non meno numeroso e pittoresco è il seguito degli invasori della Mezzaluna nel quale spiccava l’harem mobile del sultano trasportato da cento carri. I viennesi, intanto, venivano invitati sd arrendersi e a convertirsi all’islam. Gli abitanti, stremati dalla carestia e dalla paura, si preparavano al peggio. A salvarli ci penserà un uomo chiamato Giovanni, il re polacco Giovanni Sobieski, che alla testa dei suoi ussari e di un’alleanza internazionale piomberà come un’aquila sull’accampamento ottomano mettendo in fuga i turchi e arrestando l’espansione dell’Impero dei sultani verso il resto dell’Europa. Insieme a Sobieski c’era anche un giovane Eugenio di Savoia che comandava un reggimento di dragoni. Era il 12 settembre 1683, una giornata memorabile nella storia dell’Europa moderna. Il gran visir Kara Mustafà fu strangolato dai suoi fedelissimi e la sua testa fu portata al sultano. Per i turchi fu l’inizio del declino. In 15 anni persero quasi metà dei territori conquistati nei tre secoli precedenti.

Filippo Re

 

Alla scoperta del cinema nelle circoscrizioni torinesi

A settembre ricominciano le attività dell’Associazione Piemonte Movie e tra queste anche TORINO FACTORY, laboratorio per filmmaker under 30, che si arricchisce di un nuovo capitolo: CINE CASE HISTORY

CINE CASE HISTORY è un ciclo di 9 incontri sui temi dell’industria del cinema che si svolgono nelle circoscrizioni cittadine dal 12 al 30 settembre.

Durante questi talk, professionisti della settima arte cittadina – tra cui Eugenio Allegri, Vito Martinelli, Pietro Casella, Paola Ronco, Massimo Ottoni, Daniele Gaglianone – racconteranno i loro “case history” tra cinema d’animazione, colonna sonora e sound design, montaggio, recitazione, il rapporto tra attore e regista, la distribuzione, trucco, parrucco e costume insieme ad alcuni dei giornalisti di testate locali e di settore.

 

Di seguito il comunicato stampa completo di programma, in allegato insieme ad alcune immagini a corredo.

Confidando nella tua attenzione, rimaniamo a disposizione per domande e curiosità.

Un caro saluto e buon lavoro,

Letizia e Mariapaola

Ufficio Stampa Piemonte Movie ]

Letizia Caspani 327.681.54.01 – Mariapaola Gillio 347.698.44.25

CINE CASE HISTORY

9 incontri con il cinema…e altro

 

La “pellicola” di Torino Factory, il contest-videolab per filmmaker under 30 che promuove il cinema torinese, si arricchisce di un nuovo spezzone: CINE CASE HISTORY, un ciclo di incontri sui temi del cinema pensato per appassionati e curiosi che si terranno nelle otto circoscrizioni cittadine, già scenario delle attività di Torino Factory.

 

CINE CASE HISTORY propone 9 appuntamenti in cui i professionisti della settima arte locale racconteranno i loro “case history”, storie e aneddoti, in un clima informale dove scambiarsi ricordi, idee e progetti su tutto ciò che ruota intorno al grande schermo, accompagnati da alcuni giornalisti delle principali testate locali e di settore, che ogni giorno si occupano di cinema e cultura con occhio attento e indagatore sullo stato di salute della cinematografia cittadina: Fabrizio Dividi (Corriere della Sera), Emiliano Fasano (Asifa Italia), Carlo Griseri (Cinemaitaliano.info), Maurizio Menicucci (Rai 3 Regione), Tiziana Platzer (La Stampa), Roberta Mucchi (Radio Italia Uno Piemonte)Roberta Scalise (Cronaca Qui)Fabrizio Vespa (Sugo News).

 

Il primo evento in programma giovedì 12 settembre (Spazio Arci Torino, ore 18-20) è realizzato in collaborazione con il Moving Tff e l’Associazione Altera, e darà al pubblico l’opportunità di scoprire il lavoro che sta dietro alla circolazione di cortometraggi con i fondatori della casa di distribuzione e sales agency Lights On.

Dai film brevi si passerà lunedì 16 settembre (Casa di quartiere San Salvario, ore 18.30-20.30) al cinema di animazione grazie all’esperienza della casa di produzione Studio Ibrido e il regista Massimo OttoniMartedì 17 settembre (Bagni di via Agliè, ore 17-19) sarà l’occasione per esplorare l’affascinante mondo della creazione di abiti e mode per il cinema con la costumista Paola Ronco e la truccatrice Nadia Ferrari. Sarà poi l’apprezzato regista teatrale e attore di teatro e cinema Eugenio Allegri a svelare al pubblico vizi e virtù dell’uomo davanti alla cinepresa giovedì 19 settembre (Hub Cecchi Point, ore 18.30-20.30). Venerdì 20 settembre (Cascina Roccafranca, ore 18-20) un tuffo nell’atmosfera che il suono dona al cinema con Pietro Giola (Machiavelli Music) e del fonico Vito Martinelli che racconteranno al pubblico la magia del sound design.

Martedì 24 settembre (+Spazio4, ore 18.30-20.30) la truccatrice Nadia Ferrari e la parrucchiera Giorgia Martinetti parleranno di trucco e parrucco, risorsa imprescindibile per il cinema e le sue maschere. Il settimo appuntamento mercoledì 25 settembre (Casa del Parco, ore 18.30-20.30) sarà dedicato alla “regia occulta”, ovvero il montaggio, componente essenziale nella creazione di un film, raccontata dal montatore Stefano CraveroGiovedì 26 settembre (Vallette Officine CAOS, ore 17-19) di nuovo protagonista l’aspetto sonoro, ma questa volta nel ruolo di colonna sonora con l’esperienza del cantautore Luca Morino e del musicista Gianluca Vacha.

L’ultimo incontro, lunedì 30 settembre (Bibliomediateca Mario Gromo, ore 18-20) rivelerà i retroscena della relazione regista-attore, dal punto di vista del regista Daniele Gaglianone e degli attori Pietro Casella e Francesco Lattarulo dei Senso D’Oppio.

 

Cine Case History ha l’obiettivo di avvicinare le persone al mondo del cinema e al progetto Torino Factory, che alla base ha lo sviluppo del legame tra la città di Torino e la sua fiorente industria cinematografica. Mentre il contest-videolab vede le troupe partecipanti alla 2ª edizione attualmente impegnate nelle ultime fasi di realizzazione dei propri corti che verranno presentati al prossimo Torino Film Festival (22-30 novembre 2019), è in corso la ricerca dei partecipanti alla 3ª edizione: la call, aperta fino al 31 dicembre 2019, raccoglierà teaser della durata massima di 3’, girati per almeno l’80% in una o più delle circoscrizioni torinesi (bando completo su bit.ly/TorinoFactory2019).

 

CINE CASE HISTORY – il programma | ingresso gratuito

 

Giovedì 12 settembre, ore 18.00-20.00 / Spazio Arci Torino – Via Verdi 34

Distribuzione. Come far circolare i cortometraggi

Ospiti: Lights On – Sales Agent

Moderatore: Alessandro Gaido

 

Lunedì 16 settembre, ore 18.30-20.30 / Casa di quartiere San Salvario – Via Morgari 14

Cinema di animazione. Studiare, creare, lavorare nel mondo dell’animazione

Ospiti: Studio Ibrido (casa di produzione cinematografica d’animazione) e Massimo Ottoni (regista)

Moderatore: Emiliano Fasano (Asifa Italia)

 

Martedì 17 settembre, ore 17.00-19.00 / Bagni di via Agliè – Via Agliè 9

Costumi. Creare abiti e mode per il cinema

Ospiti: Paola Ronco (costumista) e Nadia Ferrari (truccatrice)

Moderatore: Roberta Scalise (Cronaca Qui)

 

Giovedì 19 settembre, ore 18.30-20.30 / Hub Cecchi Point –  Via Cecchi 17

L’Attore. Vizi, segreti e virtù dell’uomo davanti alla cinepresa

Ospite: Eugenio Allegri (regista teatrale, attore di teatro e cinema)

Moderatore: Tiziana Platzer (La stampa)

 

Venerdì 20 settembre, ore 18.00-20.00 / Cascina Roccafranca – Via Rubino 45

Sound design. Musica e suoni per creare il cinema

Ospiti: Pietro Giola (Machiavelli Music) e Vito Martinelli (sound designer e fonico)

Moderatore: Fabrizio Vespa (Sugo News)

 

Martedì 24 settembre, ore 18.30-20.30 / +Spazio4 – Via Saccarelli 18

Trucco e parrucco. La settima arte si maschera

Ospiti: Nadia Ferrari (truccatrice) e Giorgia Martinetti (parrucchiera)

Moderatore: Roberta Mucchi (Radio Italia Uno Piemonte)

 

Mercoledì 25 settembre, ore 18.30-20.30 / Casa nel parco – Via Panetti 1

Montaggio. La regia occulta

Ospite: Stefano Cravero (montatore)

Moderatore: Fabrizio Dividi (Corriere della sera)

 

Giovedì 26 settembre, ore 17.00-19.00 / Vallette Officine CAOS – Piazza Montale 1

Colonne sonore. La musica che resta

Ospiti: Luca Morino (cantautore) e Gianluca Vacha (musicista)

Moderatore: Carlo Griseri (Cinemaitaliano.info)

 

Lunedì 30 settembre, ore 18.00-20.00 / Bibliomediateca Mario Gromo – Via Serao 8a

Attori e registi. La convivenza obbligatoria

Ospiti: Daniele Gaglianone (regista), Pietro Casella e Francesco Lattarulo dei Senso D’Oppio (attori)

Moderatore: Maurizio Menicucci (Rai 3 Regione)

 

INFORMAZIONI www.piemontemovie.com – segreteria@piemontemovie.com

 

CINE CASE HISTORY è un progetto di Torino Factory, realizzato da Associazione Piemonte Movie, con la direzione artistica di Daniele Gaglianone e la direzione generale di Alessandro Gaido. È promosso dalla Città di Torino in collaborazione con Film Commission Torino Piemonte, Torino Film Festival, Moving TFF – Associazione Altera, Rete delle Case di Quartiere, Centro Nazionale del Cortometraggio, Bibliomediateca Mario Gromo e con il patrocinio di GAI – Associazione per il Circuito Giovani Artisti Italiani.

 

“Torino Spiritualità” riflette su buio, ombra e veglia

Torino Spiritualità  torna come ogni settembre in città dal 26 al 29 settembre. A cura del Circolo dei Lettori è la quindicesima edizione intitolata Ad infinita notte, che rifletterà su buio, ombra e veglia. Novara ospiterà, per iniziare, dal 20 al 22 settembre, Scarabocchi,  sottotitolo  “il mio primo festival”, iniziativa dedicata al disegno e non solo, e un festival a misura di famiglie con riflessioni di grandi intellettuali per sperimentare dal vivo in laboratori. Poi la seconda edizione a Torino per il Festival del Classico, in scena dal 17 al 20 ottobre un tuffo nella cultura antica per riflettere sulla libertà.

«È un titolo bellissimo che riunisce i festival in un unico percorso – ha osservato l’assessore alla cultura di Torino Francesca Leon – una moltitudine di pensieri, voci e parole. Grazie alle riflessioni portate avanti da questi festival potremo imparare qualcosa in più con persone che hanno pensato e portato avanti innovazione e pensiero. Insieme al Circolo dei lettori la Città di Torino partecipa alla progettazione per il Salone del libro in seguito al protocollo di intesa, speriamo che ora si prosegua con il percorso che porta la Città tra i soci fondatori del Salone: insieme possiamo avere più forza e sinergia, come abbiamo alle spalle le Biblioteche civiche, per esempio».

La Regione conferma il sostegno all’iniziativa per accrescere la cultura del territorio e sviluppare i valori di crescita per la società.

Armando Bonaiuto  propone il suo calendario diffuso di incontri che nel 2019 rifletteranno sul tema della notte, sulla sua ambivalenza e ambiguità, sul suo «margine vibrante di inquietudine, fascino e mistero». Matteo Caccia, Neri Marcorè, Dario Argento, Ascanio Celestini, sono solo alcuni dei protagonisti di un  programma intenso, in cui si intrecciano due cicli di approfondimenti, quelli biblici e quelli dedicati alle supernove, stelle esplose, simbolo di alcune personalità del 900. Molti anche gli  ospiti stranieri come  teologo inglese Timothy Radcliffe, lo scrittore e presbitero spagnolo Pablo d’Ors, il teologo e poeta portoghese José Tolentino Mendonça

Ottobre sarà infine il mese del Festival del classico, con l’obiettivo di spolverare i classici, affinché tornino vivaci compagni di viaggio per valorizzare la cittadinanza consapevole.

Tra gli ospiti della seconda edizione: il filologo classico e storico Luciano Canfora, il filologo Maurizio Bettini, i filosofi Massimo CacciariUmberto GalimbertiSalvatore Natoli e Mauro Bonazzi, la filosofa Franca D’Agostini, il latinista Ivano Dionigi, l’attore Moni Ovadia, l’attrice Lella Costa, i linguisti Massimo Arcangeli e Gian Luigi Beccaria, i matematici Piergiorgio Odifreddi e Lucio Russo, lo storico della filosofia antica Giuseppe Cambiano, il giurista Armando Spataro, il direttore di La Stampa Maurizio Molinari e il direttore di L’Espresso Marco Damilano e molti altri.

Il cult “Sutra” apre il Torinodanza Festival

11 settembre – 26 ottobre

SIDI LARBI CHERKAOUI E I MONACI DEL TEMPIO CINESE SHAOLIN INAUGURANO IL FESTIVAL TORINODANZA 2019 CON “SUTRA” SPETTACOLO CULT DEL NUOVO MILLENNIO

 

 

L’inaugurazione di Torinodanza 2019 sarà programmata al Teatro Regio mercoledì 11 settembre 2019, alle ore 21.00, con il debutto di SUTRA spettacolo considerato un cult del nuovo Millennio, creato da Sidi Larbi Cherkaoui, con la collaborazione dello scultore Antony Gormley e le musiche di Szymon Brzóska.

 

A Torino sarà eccezionalmente Sidi Larbi Cherkaoui a danzare insieme ai Monaci del Tempio cinese Shaolin. Lo spettacolo, infatti, da molti anni è portato in scena da un altro danzatore e Sidi Larbi Cherkaoui si riserva di interpretarlo solo in alcune occasioni particolari. Con questa inaugurazione si suggella il ruolo di Sidi Larbi Cherkaoui come artista associato di Torinodanza, presente al festival anche con la sua ultima creazione, Session, realizzata con Colin Dunne, una coproduzione di Torinodanza, programmata al Teatro Carignano di Torino, in esclusiva per l’Italia, il 19 e il 20 settembre.

 

Con questo pezzo l’artista belga raggiunge forse il punto più alto della sua personale sintesi tra filosofia orientale e pensiero occidentale. L’incontro che si celebra in Sutra è tra la danza contemporanea di matrice occidentale e la pratica del kung fu: il risultato è uno spettacolo energico, fortemente razionale nelle linee geometriche della coreografia, in cui la specialità delle arti marziali rivela tutta la sua eleganza, bellezza, rigore e forza.

 

Lo spettacolo sarà replicato il 12 settembre alle ore 21.00.

Sutra è inserito in MITO SettembreMusica, con cui prosegue la ormai consolidata collaborazione.

 

 

LA SCHEDA DELLO SPETTACOLO

 

Sutra, in sanscrito significa filo e si è evoluto nella storia del pensiero orientale in significati che oscillano tra aforisma, insegnamento, canone, ecc. Il titolo anticipa il senso profondo di questo spettacolo creato nel 2008 da Sidi Larbi Cherkaoui con diciannove Monaci del Tempio buddhista cinese Shaolin e ripreso a dieci anni di distanza come vero e proprio spettacolo cult del nuovo Millennio.

Tutto nasce da una prima visita al monastero di Shaolin nel 2007 dopo la quale Sidi Larbi Cherkaoui decide di lavorare a stretto contatto con i monaci per sviluppare un progetto comune. Invita Antony Gormley a creare la scenografia e il compositore polacco Szymon Brzóska per la musica dal vivo. Sutra è diventato un comune viaggio di scambio culturale e sociale, un universo artistico che parla della vecchia e della nuova Cina, di trasformazioni, giochi e danza. Lo spettacolo riassume anche il punto di snodo culturale nel quale il coreografo belga di origine magrebina si colloca, ponendo al centro del suo personale percorso i temi della cura e dell’attenzione verso l’altro, dell’esplorazione di culture diverse, della tensione verso nuove forme di spiritualità.

I monaci impegnati in Sutra provengono dal Tempio originale di Shaolin, situato vicino alla città di Dengfeng nella provincia cinese di Henan e fondato nel 495 d.C. da monaci originari dell’India. Nel 1983, il Consiglio di Stato definì il Tempio di Shaolin come il principale tempio buddista nazionale.

I monaci seguono una rigorosa dottrina buddista, con arti marziali di kung fu e tai chi che formano parte integrante della loro pratica quotidiana. L’incontro che si celebra in Sutra è tra la danza contemporanea di matrice occidentale e la pratica del kung-fu: il risultato è uno spettacolo energico, fortemente razionale nelle linee geometriche della coreografia, in cui la specialità delle arti marziali rivela tutta la sua eleganza, bellezza, rigore e forza. La precisione del gesto è sostenuta dalla pratica meditativa che è parte della disciplina religiosa buddista dei Monaci Shaolin e Sidi Larbi Cherkaoui la trasforma in un’opera sofisticata e potente che ha girato tutti i continenti. Sutra si avvale delle scenografie dell’artista visivo Antony Gormley (si ricordano Noetic e Icon che hanno inaugurato Torinodanza 2018): in scena 21 casse di legno che vengono spostate come tessere del domino, creando muri, ponti, altre forme immaginarie. Lo spazio si trasforma attraverso i movimenti dei danzatori sulla scena. La realizzazione di questo spettacolo ha rappresentato un momento di svolta nella carriera di Sidi Larbi Cherkaoui, consacrandolo come uno degli indiscussi protagonisti della scena coreografica internazionale e consolida la sua collaborazione come artista associato di Torinodanza festival.

 

Sidi Larbi Cherkaoui

(1976) è una figura chiave nella danza internazionale contemporanea: le sue produzioni, pensate da sole o come risultato di collaborazioni, sono state ospitate in importanti teatri e festival internazionali. Il suo stile personale, sviluppatosi durante la sua formazione presso la prestigiosa scuola belga PARTS e il lavoro su hip hop e jazz, si innerva con l’interesse verso multiculturalismo, esplorazione delle identità sociali, religiose ed etniche. Sidi Larbi Cherkaoui per alcuni anni ha fatto parte del collettivo Les ballets C. de la B, un focus importante della scena creativa belga ideato da Alain Platel e Koen Augustijnen.

 

Antony Gormley

Inglese, di madre tedesca e padre irlandese, con le sue opere ha dato nuova vita all’immagine umana nella scultura, con un’approfondita ricerca sul corpo quale sede di memoria e trasformazione, utilizzando il suo stesso corpo come soggetto, strumento e materiale. A partire dal 1990 l’artista ha allargato il suo interesse verso la condizione umana per rivolgere la sua esplorazione al corpo collettivo, alla folla, e alla relazione tra il sé e l’altro, in installazioni su larga scala quali Allotment, Critical Mass, Another Place, e le più recenti Domain Field e Inside Australia. Insignito più volte del Turner Prize, ha collaborato con Cherkaoui in diversi spettacoli.

 

TORINODANZA | I PARTNER

Torinodanza 2019 è un progetto realizzato da Torinodanza festival/Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale, maggior sostenitore Compagnia di San Paolo, con il sostegno di Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, Regione Piemonte, Città di Torino, Fondazione per la Cultura Torino, in partenariato con Intesa Sanpaolo.

Il festival Torinodanza, nato nel 1987, è organizzato dal 2009 dal Teatro Stabile di Torino – Teatro Nazionale.

 

www.torinodanzafestival.it

 

SERATA DI INAUGURAZIONE

Teatro Regio

11 – 12 settembre 2019 – ore 21.00 (Regno Unito, Belgio, Cina)

SUTRA

direzione e coreografia Sidi Larbi Cherkaoui

creazione visiva e scene Antony Gormley

musiche Szymon Brzóska

con Sidi Larbi Cherkaoui e i Monaci del Tempio Shaolin

Sadler’s Wells London Production

 

Spettacolo inserito in MITO SettembreMusica

©PhotoHugo Glendinning

 

OGR Torino compiono 2 anni e annunciano un intenso programma di attività

Quando due anni fa, al Teatro Regio, il presidente della CRT, Giovanni Quaglia, aveva illustrato l’intenzione di avviare la riqualificazione delle nuove OGR, da restituire alla città dalla Fondazione CRT, con l’intento di creare un Distretto della Creatività e dell’Innovazione, punto d’incontro di mostre, spettacoli, concerti, eventi di teatro e danza, laboratori, start up e imprese innovative, in molti non crederono che ci sarebbe stato un tale successo.

 

Un luogo che ha ribadito il presidente delle OGR, Fulvio Gianaria diventa progetto di riconversione industriale finalizzato a far convivere al proprio interno la ricerca artistica, quella in ambito tecnologico e l’inclusione per la cittadinanza che vive le OGR.

 

Il programma è stato presentato dal direttore generale Lapucci e illustrato dal direttore artistico Nicola Ricciardi.

 

Sabato 28 settembre 2019 si celebrano la conclusione della Biennale dell’Immagine in Movimento e l’inizio di una nuova stagione artistica, con visite speciali, performance inedite e i concerti serali di Fatima Al Qadiri, Ninos Du Brasil, DJ Nigga Fox e Kode 9.

Sarà inoltre possibile assistere all’inedita performance del duo MASBEDO, che presenterà all’interno del Duomo delle OGR il progetto Esercizi di violenza, in collaborazione con Davide Tomat e G.U.P. Alcaro.

 

La performance, il cui tema principale è la rappresentazione della rabbia nell’arte e nel cinema contemporaneo, è concepita come uno studio preliminare della grande mostra che li vedrà coinvolti presso le OGR nell’autunno 2020.

Nel pomeriggio susseguiranno una serie di incontri, tra cui la presentazione del volume Museums at the Post-Digital Turn, realizzato da OGR in collaborazione con AMACI – Associazione dei Musei d’arte Contemporanea Italiani.

 

Protagonista della serata sarà invece la musica: i quattro show curati da OGR in collaborazione con il festival avant-pop Club To Club e il Centre d’Art Contemporain di Ginevra consolidano la volontà delle ex Officine Grandi Riparazioni di farsi promotrici di nuovi ponti tra eccellenze locali e partner internazionali. Per l’occasione si alterneranno sul palco della Sala Fucine Fatima Al Qadiri e Ninos Du Brasil, entrambi con live show, DJ Nigga Fox e Kode 9, con due dj set fino a tarda notte.

Nel 2020 e 2021 inaugureranno quattro grandi mostre site-specific, che grazie alle opere di artisti internazionali come Trevor Paglen, Jessica Stockholder, Magdalena Abakanowicz e Giuseppe Gabellone continuano il processo di costante trasformazione del Binario 1 delle OGR.

 

Il Binario 2 si conferma come il Laboratorio attraverso la combinazione di format espositivi sperimentali – la seconda edizione di Dancing is what we make of fallingin primavera e un inedito intervento dei MASBEDO in autunno – e progettualità più divulgative, come la mostra interattiva New Urban Body e il percorso immersivo Moon & Beyond.

 

Consolidata la partnership con Artissima, Club To Club e AMACI, e si avviano nuove collaborazioni internazionali con la Tate Modern di Londra, il British Council, “la Caixa” Foundation di Barcellona, e il Pushkin Museum XXI di Mosca, il nuovo Dipartimento del Museo Pushkin dedicato al contemporaneo che inaugurerà ufficialmente la sua sede nel 2021.

 

Il programma completo su www.ogrtorino.it

 

Tommaso Lo Russo

 

“Martin Eden” raccontato tra le acque e le strade di Napoli

Coppa Volpi alla Mostra veneziana per Luca Marinelli

 

Pianeta Cinema a cura di Elio Rabbione

 

Trasportandolo dalle coste e dai porti della California al panorama partenopeo, con le sue acque, con le strade anguste ed i panni messi ad asciugare da un capo all’altro, con le sue aree distese tra ruderi e sterpaglie, con le sue facce ferite di popolani, Pietro Marcello – classe 1976, cresciuto con il gusto del film documentario, vincitore nel 2009 del TFF con La bocca del lupo, affermatosi a Locarno alcuni dopo con Bella e perduta e oggi giunto al suo primo e autentico, corposo, lungometraggio applaudito al Lido e ora sugli schermi – in piena libertà d’espressione imprime inaspettatamente al Martin Eden di Jack London un respiro di casa nostra e allo stesso tempo una visione ed un’anima assai più universali. Marcello (sceneggiandolo con Maurizio Braucci) tradisce le origini letterarie e sperimenta, non va per strade narrative usuali, cerca la giravolta inaspettata, vuole sferzare, coinvolgere drammaticamente, stupire: forse raggiunge lo scopo ma corre allo stesso tempo il forte rischio di buttare disordine, di confondere, di riempire di troppi elementi superflui, di schiacciare certi passaggi narrativi, di cancellare quella compostezza e quella narrazione più adagiata che in molte parti del film si tenderebbe a pretendere. La parabola del marinaio del tutto privo di cultura che, salvato da un pestaggio il giovane Arturo, rampollo di una facoltosa famiglia, viene accolto nella casa del ragazzo e ne conosce la sorella, Elena, che lo spingerà a leggere (Baudelaire come prima opera tra le mani!) e a cercare un’istruzione e gli farà nascere, contro i dubbi e le maledizioni di molti, il desiderio della scrittura, suona come un sacrosanto quanto rabbioso horror vacui della mente, come la perseveranza verso l’eccesso, come la sfrontatezza intellettuale, come la riaffermazione senza se e senza ma del quisque faber di scolastica memoria.

Una ricerca a lungo portata avanti, in un secolo del ‘900 che corre avanti e indietro (qualcuno nelle ultime immagini grida lo scoppio della guerra ma parecchio assai più vicino a noi è già stato mostrato) e lungo il quale s’inventa una privazione del tempo stesso, ad affermare l’eguaglianza di sempre; che getta sullo schermo reperti d’archivio (inevitabile che Marcello ritorni alla sua prima passione) degli anni Venti e Trenta come quelle dei Sessanta e Settanta (un gioco pure musicale, che allinea sullo stesso piano Debussy e Teresa De Sio) e finzione, in una a tratti inverosimile mescolanza di abiti, di oggetti, di automobili, di arredamenti con tanto di televisori figli del boom economico. Una ricerca che coinvolge anche l’amore e lo stato sociale difficilmente raggiungibile, le lotte socialiste e l’aspirazione all’individualismo rivendicato con forza, che deve fare i conti con le sconfitte, con i continui plichi dei racconti inviati agli editori e pronti a tornare indietro con la loro scritta “rinviato al mittente”. Lo squarcio è un editore dall’accendo meneghino, il successo arriva ma con esso il cambiamento, la frustrazione nel toccare con mano che chi lo ha prima rigettato adesso lo acclami e lo pretenda, la consapevolezza del proprio mutamento di scrittore ed intellettuale che ha attraversato persone e tempi e cose.

Marcello, man mano che la parabola scende verso la fine, s’accartoccia come la sua storia, mostra il fiato corto e fa rimpiangere una prima parte che interessa di più. Come lui il suo protagonista, un pur bravo Luca Marinelli che come ognuno ora sa s’è portato a casa la Coppa Volpi come miglior interprete, rimandando a mani vuote il Joker Joachim Phoenix dato come spudorato vincitore. Marinelli mette un’intima naturalezza per buona parte che gli fa stringere di diritto tra le mani quella Coppa, poi i toni esagerati della rivolta personale sono in agguato, il tutto diventa malamente lineare e superfluo, quella compostezza fatta di sguardi leggeri e cenni pieni di misura che lo avevano fatto apprezzare sparisce, come uno scossone del tutto inaspettato.

A “Vicenza in lirica” trionfa il maestro Michele Campanella

Il festival  si è  aperto al teatro Olimpico sotto l’egida della musica di Gioachino Rossini

Esistono analogie tra due arti apparentemente diverse quali musica ed architettura, tanto che spesso si ricorre alla sinestesia di “architettura musicale” per un brano e di “ritmi spaziali” per un’architettura. Prova ne è stata il concerto rossiniano che ha aperto la rassegna “Vicenza in lirica”, giunta alla sua settima edizione, sabato 31 agosto scorso, nella straordinaria cornice del teatro Olimpico della città veneta, realizzato dall’architetto vicentino Andrea Palladio.

Questo celebre festival, diretto da Andrea Castello, si è aperto sotto il segno di un famoso brano composto da Gioachino Rossini, la Petite Messe Sollennelle, eseguito da un cast di eccezione, formato dal Maestro Michele Campanella al primo pianoforte ( al suo ritorno sulla scena del teatro palladiano dopo diversi anni di assenza), dal soprano Barbara Frittoli e dal contralto Sara Mingardo, voci note a livello internazionale e per la prima volta ascoltate insieme in un’esecuzione al teatro Olimpico. Accanto a loro il basso Davide Giangregorio, il tenore Alfonso Zambuto, il coro della Schola San Rocco di Vicenza diretto dal maestro Francesco Erle, Silvio Celeghin all’harmonium e Monica Leone al secondo pianoforte.

La Petite Messe Sollennelle, composta da Rossini in Francia nel 1863, si articola secondo le sezioni tradizionali dell’Ordinarium della Messa cattolica con, in aggiunta, il Preludio religioso da eseguirsi nel corso dell’Offertorio (per pianoforte solo ed harmonium) e il Mottetto “O salutaris hostia” per soprano, inserito tra il Sactus e l’Agnus Dei.

Il Kyrie, strutturato nella forma di dialogo tra i Soli ed il Coro, è un Andante maestoso che si apre con un pianissimo di particolare evidenza ritmica, con le ottave staccate che si inseguono sul basso. Il coro della Schola San Rocco di Vicenza ha dimostrato grande maestria nell’entrare quasi sottovoce, con un motivo totalmente indipendente dal pianoforte suonato in modo magistrale dal maestro Michele Campanella. Il cuore della Petite Messe è rappresentato dal Gloria, un edificio sonoro sorprendente e monumentale, capace di occupare più di un terzo dell’intera composizione.

Sicuramente il brano in cui il maestro Campanella ha dato prova di tutta la sua abilità pianistica è stato quello del Preludio religioso, che precede il Sactus per Soli e coro. In esso ha dato vita al tema della fuga, reso in tutta la sua cromaticita’ ed essenzialità. Qui Rossini si richiama alla tradizione che fa capo a Bach e pare anticipare moduli che saranno tipici di un compositore come Cesar Franck. La soprano Barbara Frittoli ha dimostrato l’altezza sopranile che contraddistingue il suo timbro vocale nel Mottetto “O salutaris hostia”, testo che Rossini aveva già affrontato nel 1857 per quartetto vocale senza accompagnamento. Oltre che confermarsi valida interprete in questo concerto rossiniano, da tre anni è anche docente della masterclass che viene realizzata dal festival “Vicenza in lirica”, per iniziativa dell’associazione Concetto culturale, d’intesa con l’archivio storico Tullio Serafin, guidati da Andrea Castello. Anche nel Crocifixus la soprano, ora ormai milanese, ha dimostrato una sintesi di tecnica perfetta e di una fedele interpretazione ad un testo che Rossini chiamò “Petite” solo per modestia, in quanto questa Messa appari’, subito, alla sua prima esecuzione, grandiosa.

Sara Mingardo, contralto di origine veneziana, ha dimostrato unccurata ricerca del suono, unita al timbro inconfondibile della sua voce, che ha avuto il momento più sublime nell’ Agnus Dei, il cui finale è risultato intimo e prezioso. Le due voci maschili hanno mostrato altrettanta bravura, sia quella del giovane tenore Alfonso Zambuto, che ha dimostrato una straordinaria capacità canora e comunicativa, sia quella de l basso Davide Giangregorio,  capace di cantare con grande naturalezza e che ha rappresentato una splendida scoperta. Il coro della Schola di  San Rocco ha seguito benissimo la direzione di Campanella ed i suoi accenni sicuri, uniti alla sua capacità  di suonare in simbiosi con il secondo pianoforte  Monica Leone. Molto valido anche Silvio Celeghin all’harmonium.

 

Mara Martellotta