Tratta dall’omonimo romanzo di Marcello Fois, va in scena al torinese “Spazio Kairos” la storia del più spietato e noto “bandito” della Sardegna del Ventennio
Venerdì 16 gennaio, ore 21
Su di lui si racconta che Mussolini spiccò la taglia più alta (200mila lire!) mai, prima d’allora, fissata per un ricercato. Samuele Stocchino, all’anagrafe, nasce ad Arzana nel 1895 e scompare, ucciso a tradimento da due ulassesi (e non dai Carabinieri, come si volle inizialmente far credere) nell’ovile di capre di “Su ‘Eremule” ad Ulassai, il 20 febbraio del 1928. Considerato, nella storia del “primo” banditismo sardo, come il “nemico pubblico numero uno” e soprannominato per la spietata efferatezza dei suoi crimini (appurati almeno dodici omicidi, fra cui quello di una bambina di soli 12 anni, figlia di Antonio Nieddu, suo nemico di Arzana) “la tigre d’Ogliastra”, la sua vita (e le sue molte morti!) sono mirabilmente raccontate nel romanzo “Memoria del vuoto” (“Einaudi”, prima edizione 2006) dal nuorese – scrittore, commediografo e sceneggiatore – Marcello Fois. Romanzo che troviamo oggi riproposto, con lo stesso titolo, dalla Compagnia Teatrale, nata a Collegno nel 2008, “Crab Teatro”, di cui è direttore artistico Pierpolo Congiu, che ritroviamo in scena, quale unico interprete, proprio nei panni della “tigre d’Ogliastra”. L’appuntamento è per venerdì 16 gennaio, alle 21, presso lo “Spazio Kairos” di via Mottalciata 7, sotto l’organizzazione di “Onda Larsen” che gestisce l’ex fabbrica torinese, tra Aurora e Barriera di Milano, ora per l’appunto riconvertita in teatro.
Nelle pagine narrative di Fois, così come nella rappresentazione fornita sul palco da Congiu, Samuele è rappresentato, nel bene e nel male, come l’“eroe tragico” in perenne corsa verso e contro il suo immutabile, tragico destino. “Vittima e insieme strumento del fato, incontra la morte più volte e più volte le riesce a sfuggire”. Come militare prima, come bandito poi.
Dopo l’apprendistato tra le file dell’esercito nella guerra di Libia, Stocchino partecipa infatti alla Grande guerra (nei territori del Piave), da cui uscirà come sergente, eroe decorato con medaglia d’argento al valor militare, ma soprattutto con un notevole bagaglio di esperienza nell’uso delle armi e tanta rabbiosa adrenalina in corpo: la “macchina di morte Stocchino” è così pronta per affrontare i suoi nemici in patria. Il bandito Stocchino delineato da Fois “non è soltanto – si è scritto – un sublimato dei miti intorno ai banditi sardi, ma è uno specchio in cui si può intravedere la forza bruta, l’istinto, la bestia presente in ognuno di noi e che solo la ragione può dominare”.
Testimoni muti della vicenda “sono la morte e la luna piena nella notte di ‘Santu Sebaste’”, che vedranno l’inizio e la fine della (in dialetto sardo) “disamistade” o delle molteplici “faide famigliari”.
“A chi non conosce – scrive Pierpaolo Congiu – le cose di Sardegna, a chi vive nel continente, il nome del bandito Stocchino non dice nulla. Ma si sa, c’è il mare di mezzo. Ancora oggi invece perdura il ricordo della ‘Tigre’, un po’ primula rossa, un po’ eroe solitario, un po’ belva sanguinaria, un po’ autore di grandi beffe ai danni soprattutto delle forze dell’ordine. Ma la cosa curiosa è che tutti sostengono di averci avuto che fare in qualche modo. E nonostante fosse bandito e latitante, godette dell’appoggio della gente”.
In scena un solo uomo. Un solo attore. Brillante acrobata fra il ruolo di “cantastorie” e quello dei vari protagonisti di una “storia dal sapore antico” in cui si muovono, insieme al “bandito”, gli altri molteplici personaggi: i suoi nemici e i suoi amici, le molte donne, madri (la sua, Antioca Leporeddu), fidanzate e sorelle che animano “paesaggi simbolici e lunari”, luoghi di una memoria d’antan, in cui ancora è strettamente presente lo scontro tra l’uomo e la natura.
Ad evocare i diversi ambienti della vicenda, le musiche di Ilaria Lemmo e le illustrazioni di Luca Ferrara (fumettista e sceneggiatore, vincitore del “Premio Siani 2009”), in un richiamo ai tableaux degli antichi cantastorie. Tutta la vicenda è immersa in queste immagini, che proiettate sul fondo rievocano in maniera poetica i vari scenari della storia della “tigre d’Ogliastra”.
Per info: “Spazio Kairos”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org
Gianni Milani
Nelle foto: Pierpaolo Congiu; cover “Memoria del vuoto” di Marcello Fois; illustrazioni di Luca Ferrara





Ho ritrovato nei miei archivi una fotografia del 1964 del Duca Amedeo di Savoia, nipote dell’eroe dell’Amba Alagi e nipote di Umberto II che fu suo testimone di notte a Cintra in quello stesso anno. Amedeo, allievo del Collegio militare del Morosini di Venezia si firmava Amedeo di Savoia, una firma che deve far pensare a certi cortigiani odierni. Con Amedeo ci fu un rapporto cordiale. Eravamo stati ambedue allievi convittori all’Istituto Filippin di Paderno del Grappa gestito dai Fratelli delle scuole cristiane. Mi parlò di lui Carlo Delcroix che era amico dello zio del principe morto in prigionia a Nairobi nel 1942 e io, quando Domenico Giglio mi invitò a Roma a ricordare Delcroix, feci ascoltare il suo discorso a Vicenza del 1960 alla presenza del giovanissimo principe. Lo invitai anche a Palazzo Cisterna a Torino insieme a persona sgradita e inopportuna che impedì tra noi la ripresa di un vecchio rapporto. Era in lui che Umberto II riponeva la sua fiducia e la sua speranza. Amedeo incarnava la serietà della stirpe, la sua dignità, la sua continuità storica. Metterò in cornice la fotografia di Amedeo e la collocherò nel mio studio privato. Mi hanno “radiato“ mesi fa, in realtà cacciato, dall’ Ordine cavalleresco Mauriziano perché avevo apprezzato un’intervista del “Corriere “al principe Aimone figlio di Amedeo .Non mi colpì la decisione (non ho mai ambito a titoli anche perché sono insignito della più alta onorificenza dello Stato italiano) ma mi offese il modo grossolano, da fureria di caserma ,di considerare un delitto di opinione poche righe di una rubrica sul “Torinese” che tengo da oltre cinque anni.Un vero attentato alla mia libertà di giornalista iscritto all’Ordine dal 1968. Adesso mi terrà compagnia questo principe marinaio destinato a morire giovane, dopo un intervento chirurgico, nel quale si trovavano riunite le migliori qualità dei Savoia e della loro storia. Lo zio Amedeo rimase, malato, in Africa, per non lasciare i suoi soldati fatti prigionieri sull’ Amba, difesa con eroismo, della cui gloria militare e pietà cristiana scrissero Delcroix e il poeta Nino Costa e sul quale Gianni Oliva ha tracciato una lucida biografia che fa risaltare chi furono gli Aosta nella storia d’Italia.