CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 43

Gabriele Lavia dirige e interpreta Re Lear di Shakespeare al teatro Carignano 

Andrà in scena martedì 18 novembre, alle ore 19.30, al teatro Carignano, “Re Lear” di William Shakespeare, interpretato da Gabriele Lavia, tradotto da Angelo Dalla Giacoma e Luigi Lunari. Protagonista dello spettacolo lo stesso Lavia che, a cinquant’anni dalla sua interpretazione di Edgar nello spettacolo diretto da Giorgio Strehler nel 1972, torna a confrontarsi con l’opera del bardo inglese per dare voce e corpo al tormentato Re Lear.

Con lui, in scena, Giovanni Arezzo, Giuseppe Benvegna, Eleonora Bernazza, Beatrice Ceccherini, Federica Di Martino, Ian Gualdani, Andrea Nicolini, Giuseppe Pestillo, Alessandro Pizzuto, Gianluca Scaccia, Silvia Siravo, Lorenzo Tomazzoni. Le scene sono di Alessandro Camera, i costumi di Andrea Viotti, le luci di Giuseppe Filipponio, le musiche di Antonio Di Pofi e il suono di Ruccardo Benaffi.

Composto all’inizio del Seicento, “Re Lear” affonda le sue radici nella leggenda del Re di Bretagna, ambientata prima della dominazione romana. Una storia antica, tramandata da cronache, poemi e sermoni che Shakespeare ha trasformato in capolavoro immortale, popolandolo di personaggi di intensa drammaticità. Lavia definisce “Re Lear” “una storia di perdite, della ragione, del regno, della fraternità”.

“Non resta che vivere in una tempesta – scrive Lavia nelle sue note di regia – ma la tempesta di Lear è quella della sua mente, la tempesta della mente dell’umanità, che ha abbandonato il suo Essere, e ora vive il suo Non-Essere nella tempesta della mente, che lo travolge, e tutti ne sono travolti, tranne colui che più degli altri ha sofferto e può Essere-Re della sofferenza come percorso di conoscenza. ‘Essere o Non Essere’ sono certamente le parole più importanti di tutto il teatro occidentale e, come si sa, le dice Amleto, che afferma: ‘Questa è la domanda’, come se la vita di ogni uomo, non solo di Amleto, che ogni uomo lo sappia o no, non fosse altro che porsi questa domanda. Re Lear nega questa domanda e decide il suo Non Essere, quello di non essere più Re. Dare via il proprio Essere, il proprio regno, è come dare via la propria ombra. Nel momento in cui Re Lear non è più Re, ma solo Lear, che cos’è Lear senza essere più Re? Non è che un uomo, uno come tanti, che non contano nulla. ‘Sono io Lear?” si domanderà disperato. Travolto dalla tempesta di non essere Lear, l’attraverserà fino alla fine, fino all’ultimo dolore, quando l’uomo Lear, portando in braccio la figlia Cordelia morta, urlerà agli spettatori: ‘Siete uomini o pietre? Avessi io le vostre gole e i vostri occhi, urlerei e piangerei fino a mandare in frantumi la volta del cielo’. In questo finale, colpo di genio, Shakespeare/Lear invoca le grida e il pianto di tutti gli spettatori, quasi un coro ideale per l’ultima scena del suo capolavoro. Le grida e il pianto dentro il silenzio degli spettatori, un silenzio che è un urlo di pianto. Forse il finale di Re Lear ci fa comprendere meglio il finale di Amleto, il resto è silenzio”.

Mercoledì 19 novembre, alle ore 16.30, a ingresso libero, Gabriele Lavia e gli attori della compagnia dialogheranno con Leonardo Mancini su “Re Lear” di William Shakespeare.

Teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino
Orari: dal martedì al sabato ore 19.30 / domenica ore 16
Info e biglietti: 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

Finite le riprese a Torino di “Sotto a chi tocca”

Sono terminate a Torino le riprese del film Sotto a chi tocca diretto da Giorgio Pasotti (che torna alla regia dopo Abbi Fede), adattamento cinematografico della commedia teatrale “Il metodo Grönholm” di Jordi Galceran. Sei candidati partecipano, chiusi in una stanza, a un colloquio di gruppo per una prestigiosa multinazionale. Scopriranno che il metodo di selezione sarà piuttosto insolito, in cui la regola principale è mors tua vita mea.

Oltre lo stesso Giorgio Pasotti nel cast anche Rocco PapaleoGiovanna MezzogiornoStefano Fresi,  Giacomo Giorgio, Claudia Tosoni e Linda Messerklinger. Sotto a chi tocca è prodotto da Wonder Film e Wonder Project, in coproduzione con Cinefonie, Lime film, Officina della Comunicazione, Stefano Francioni Produzioni, in collaborazione con Rai Cinema e realizzato con il contributo del PR FESR Piemonte 2021-2027 – bando “Piemonte Film TV Fund”, unitamente al supporto di Film Commission Torino Piemonte.

 

In una Torino contemporanea e impersonale, sei candidati si presentano per un colloquio di lavoro in una prestigiosa e misteriosa multinazionale. I protagonisti sono Fernando, Carlo, Daniela, Enrico, Giulio e Franca, ognuno con competenze, ambizioni e personalità diverse. Appena riuniti in una stanza d’albergo di lusso, i selezionatori scompaiono, lasciando i candidati soli con una serie di istruzioni inquietanti. Viene spiegato loro che il colloquio seguirà il “Metodo Grönholm”, un processo selettivo spietato e surreale. La regola fondamentale è semplice e crudele: chiunque decida di abbandonare la stanza verrà automaticamente eliminato.

“Lunga vita agli alberi”, al teatro Colosseo Giovanni Storti e Stefano Mancuso

Un comico che ha fatto ridere l’Italia intera e uno scienziato che ha cambiato il nostro modo di guardare le piante si incontrano sul palco per raccontare la meraviglia del mondo vegetale: il 20 e 21 novembre alle 20.30 al Teatro Colosseo arrivano Giovanni Storti e Stefano Mancuso con “Lunga vita agli alberi”, uno spettacolo diretto da Arturo Brachetti che unisce teatro, scienza, comicità e poesia in un viaggio sorprendente alla scoperta dell’intelligenza verde.

Un incontro inedito e affascinante tra due protagonisti che, pur provenendo da mondi lontani, condividono la stessa urgenza: raccontare il nostro legame profondo con la natura e la responsabilità che abbiamo verso di essa. Sul palco, Giovanni Storti, storico membro del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, porta la sua curiosità e la sua ironia più autentica. Da anni impegnato nel progetto “Giova Loves Nature”, l’attore ha affiancato all’arte comica una nuova missione: quella di narratore appassionato della vita naturale, ambasciatore del rispetto per l’ambiente e dei valori di sostenibilità e con il suo profilo instagram ha superato il milione di follower. Accanto a lui, Stefano Mancuso, scienziato tra i più influenti, fondatore della neurobiologia vegetale e autore di saggi di successo tradotti in oltre venti lingue (Verde brillante, La Nazione delle Piante, La pianta del mondo). Mancuso, con la chiarezza e la passione che lo contraddistinguono, accompagna il pubblico dentro una nuova visione del mondo vegetale: un universo intelligente, cooperativo e vitale, da cui l’uomo può imparare molto.

“Lunga vita agli alberi” è un racconto in tre tappe (radici, fusto e chioma) che, attraverso parole, immagini e suggestioni, rivela come le piante sono organismi complessi e straordinariamente organizzati, capaci di comunicare, adattarsi e generare vita. Brachetti firma una regia visionaria che trasforma la divulgazione scientifica in esperienza teatrale, mescolando comicità e riflessione, stupore e consapevolezza. Il risultato è uno spettacolo di grande intensità emotiva e visiva, in cui arte e scienza si incontrano per parlare dell’unico tema che ci riguarda tutti: la sopravvivenza del pianeta e la necessità di riscoprire il nostro ruolo nella rete della vita.

Teatro Colosseo: via Madama Cristina 71, Torino

Poltronissima € 38,00 / Poltrona € 33,00 / Galleria A € 30,00 / Galleria B € 26,00 / Ridotto under 16 € 29,00

Mara Martellotta

Classificazioni particolari

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

Nella storia della musica rock non di rado ci si imbatte in termini ingannevoli, che ci portano a costruire mentalmente categorie, pregiudizi, convinzioni errate, classificazioni forzate ed ingiustificate. La lista di questi termini sarebbe lunga, ma tra essi spicca senz’altro la definizione “sottoetichetta”, di fronte alla quale anche inconsapevolmente ci poniamo come prevenuti, immaginando qualità minore, artisti di cabotaggio discutibile, budget approssimativi. Niente di più sbagliato, tantopiù se ci troviamo a che fare con “sottoetichette di lusso”, che semplicemente sono una ramificazione “di nicchia” o “di settore” di etichette gigantesche e monumentali. Parliamo qui della “sottoetichetta” “Date Records”, sottoposta di Columbia Records, nella sua riedizione dal 1966 sotto la guida di Tom Noonan, nata per gestire l’acquisto di master e la produzione indipendente, cioè musica al di fuori della registrazione e produzione “interna” della Columbia Records. Sciolta nel 1970, vide numerosi “reissues” successivi ad opera della stessa Columbia Records e di Epic Records. Attualmente l’intero catalogo “Date Records” è nella proprietà di Sony Music Entertainment, gestito dalla controllata Legacy Recordings.

Data la vasta gamma di generi coperti, qui di seguito verranno elencati esclusivamente i 45 giri di garage rock e psychedelic rock degli anni 1966-1970:

– THE DISTANT COUSINS “No More You / Gently Goodbye” (2-1501) [1966];

– LONDON & THE BRIDGES “It Just Ain’t Right / Leave Her Alone” (2-1502) [1966];

– CLEFS OF LAVENDER HILL “Stop – Get A Ticket / First Tell Me Why” (2-1510) [1966];

– THE DISTANT COUSINS “She Ain’t Lovin’ You / Here Today, Gone Tomorrow” (2-1514) [1966];

– LONDON & THE BRIDGES “Tell It To The Preacher / City I Was Born In” (2-1517) [1966];

– THE LEGEND[S] “Raining In My Heart / How Can I Find Her” (2-1521) [1966];

– CANNIBAL & THE HEADHUNTERS “Land Of A Thousand Dances / Love Bird” (2-1525) [1966];

– CLEFS OF LAVENDER HILL “So I’ll Try / One More Time” (2-1530) [1966];

– CLEFS OF LAVENDER HILL “It Won’t Be Long / Play With Fire” (2-1533) [1966];

– THE CHAIN REACTION “The Sun / When I Needed You” (2-1538) [1966];

– THE DISTANT COUSINS “Stop Runnin’ Round, Baby / (Will You) Take This Woman” (2-1542) [1966];

– THE BLUEBEARDS “Come On-A My House / I’m Home” (2-1547) [1967];

– TRAVIS / COVENTRY & CLEFS OF LAVENDER HILL “Gimme One Good Reason / Oh, Say My Love” (2-1567) [1967];

– PLANT LIFE “Flower Girl / Say It Over Again” (2-1572) [1967];

– NEW HUDSON EXIT “Come With Me / Waiting For Her” (2-1576) [1967];

– DICK WAGNER & THE FROSTS “Bad Girl / A Rainy Day” (2-1577) [1967];

– THE WILL-O-BEES “It’s Not Easy / Looking Glass” (2-1583) [1967];

– THE MUSIC BACHS “Dig Yourself / Dream Machine” (2-1584) [1967];

– DICK WAGNER & THE FROSTS “Sunshine / Little Girl” (2-1596) [1968];

– THE SCARECROW “Kisses Sweeter Than Wine / Hold Back The Sun” (2-1602) [1968];

– THE ZOMBIES “Butchers Tale (Western Front 1914) / This Will Be Our Year” (2-1612) [1968];

– THE YOUNG IDEAS “Melody / Barney Buss” (2-1614) [1968];

– THE ZOMBIES “Time Of The Season / Friends Of Mine” (2-1628) [1968];

– FREE FERRY “Mary, What Have You Become / Friend” (2-1658) [1968];

– THE ZOMBIES “Imagine The Swan / Conversation Of Floral Street” (2-1644) [1969].

Gian Marchisio

Teatro Colosseo, il Galà G.E.T. e il premio Gian Mesturino

Mercoledì 19 novembre, alle ore 20.30, il teatro Colosseo di Torino accoglie nella sua prestigiosa stagione un nuovo appuntamento del galà del G.E.T., ovvero dei Germana Erba’s Talents, per una serata di musical, danza e teatro. Si tratta di un evento pensato come una vetrina sulle arti performative del futuro con protagonisti 130 giovani danzatori, cantanti, attori impegnati in una messa in scena articolata che propone un susseguirsi di quadri spaziando dal grande repertorio del balletto classico fini alla prosa, dai quadri colorifici e canori tratti da celebri musical della danza contemporaneo. Una kermesse che è uno sguardo sulla fucina artistica torinese che esporta talenti in tutto il mondo, come è successo per molti componenti del G.E.T., che dal capoluogo piemontese hanno spiccato il volo andando alla conquista dei palcoscenici internazionali. I veri protagonisti saranno i 130 talenti che, con la loro bravura galvanizzeranno tutta la sala con passi a due e momenti insieme di incantevole danza classica, costellato di virtuosismi con musiche di Johann Strauss, creazioni coreografiche contemporanee, come l’elegante “Somewhere in between” su musiche di Vivaldi. Le pagine dedicate al musical consacrano alcuni dei titoli più amati, quali “Fame”, “High School Musical”, “Mary Poppins”, “Alladin” e “West Side Story”. Tra i momenti di prosa vi sono il racconto di prosa pirandelliano “Il treno ha fischiato” e “Molto Rumore per nulla” di Shakespeare, o l’esilarante monologo comico “Quando diventi un G.E.T.”. Sul piano dei meravigliosi cori plenari, la chiusura della serata è affidata allo stellare Counting Star. Lo spettacolo è firmato da docenti, coreografi e registi Niurka De Saa, Gianni Mancini, Laura Boltri, Laura Fonte, Silvia Iannoli, Isabella Legato, Luciano Caratto, Andrea Beltramo, Stefano Fiorillo, Elia Tedesco e dai vocale coach Simone Gulli e Gabriele Bolletta, Presidente della Fondazione Germana Erba, con coordinamento di Girolamo Angione, direttore artistico del liceo Germana Erba. Nel corso della serata verrà conferito il premio Gian Mesturino ad Antonio Aguila Carralero, danzatore cubano di grande fascino formatosi all’Escuela Profesional de Arte, e alla compagnia Fernando Alonso a Cuba, e perfezionatosi presso la Fondazione Teatro Nuovo, entrando giovanissimo nella compagnia e vivendo una carriera artistica di primo piano, vincitore del concorso di Rieti, del premio Vignale Danza, del premio Positano che sempre ha caratterizzato, per una sua sorprendente versatilità, che lo ha portato a frequentare diversi generi coreutici con una grande padronanza tecnica ed eleganza. È stato primo ballerino al Maître de Ballet, lavorando per l’Ensemble, la Compagnia del Teatro Massimo di Palermo, Campo Amor di Oviedo, l’Ente Luglio Musicale Trapanese.

Mara Martellotta

Mari Froes, la nuova stella della musica brasiliana in concerto a Hiroshima Mon Amour  

 

Lunedì 17 novembre il palco dello Hiroshima Mon Amour (Via Bossoli 83) accoglierà una delle artiste più sorprendenti della nuova scena musicale sudamericana: Mariana Ferreira “Mari” Froes, cantante e chitarrista diventata in poco tempo un fenomeno globale. Le porte del locale si apriranno alle 20.00, mentre il concerto inizierà alle 21.00Ingresso: 25 euro. A soli vent’anni, la giovane musicista brasiliana ha conquistato un pubblico internazionale grazie al singolo “Vantimora”, esploso su TikTok e ormai oltre quota 60 milioni di streaming. La sua cifra artistica mescola la tradizione della MPB — dal samba al baião, dalla bossa nova al jazz — con influenze rock ed elettroniche, dando vita a un linguaggio sonoro moderno, intimo e profondamente radicato nella cultura brasiliana. Un tratto distintivo amplificato dal timbro vocale personale e immediatamente riconoscibile.Il successo digitale di Mari Froes è altrettanto impressionante: oltre 1,3 milioni di follower su Instagram, 7 milioni di ascoltatori mensili su Spotify, più di 2 milioni di fan su TikTok e quasi 900.000 iscritti al suo canale YouTube.

Dopo aver conquistato il continente americano, l’artista arriva ora per la prima volta in Italia per una serie di quattro date molto attese: Torino il 17 novembre — proprio sul palco dell’Hiroshima Mon Amour — seguita da Milano (18 novembre), Roma (20 novembre) e Bologna (21 novembre).

 Valeria Rombolà

Il Toret: quando i simboli dissetano

 

Malinconica e borghese, Torino è una cartolina daltri tempi che non accetta di piegarsi allestetica della contemporaneità.
Il grattacielo San Paolo e quello sede della Regione sbirciano dallo skyline, eppure la loro altitudine viene zittita dalla moltitudine degli edifici barocchi e liberty che continuano a testimoniare la vera essenza della città, la metropolitana viaggia sommessa e non vista, mentre larancione dei tram storici continua a brillare ancorata ai cavi elettrici, mentre le abitudini dei cittadini, segnate dalla nostalgia di un passato non così lontano, non si conformano allirruente modernità.
Torino persiste nel suo essere retrò, si preserva dalla frenesia delle metropoli e si conferma un capoluogo a misura duomo, con tutti i pro e i controche tale scelta comporta.
Il tempo trascorre ma lantica città dei Savoia si conferma unica nel suo genere, con le sue particolarità e contraddizioni, con i suoi caffè storici e le catene commerciali dei brand internazionali, con il traffico della tangenziale che la sfiora ed i pullman brulicanti di passeggeri sudaticcima ben vestiti.
Numerosi sono gli aspetti che si possono approfondire della nostra bella Torino, molti vengono trattati spesso, altri invece rimangono argomenti meno noti, in questa serie di articoli ho deciso di soffermarmi sui primati che la città ha conquistato nel tempo, alcuni sono stati messi in dubbio, altri riconfermati ed altri ancora superati, eppure tutti hanno contribuito e lo fanno ancora- a rendere la remota Augusta Taurinorum così pregevole e singolare.

 

1. Torino capitale… anche del cinema!

2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo

3.Torinesi golosi: le prelibatezze da gustare sotto i portici

4. Torino e le sue mummie: il Museo egizio

5.Torino sotto terra: come muoversi anche senza il conducente

6. Chi ce lha la piazza più grande dEuropa? Piazza Vittorio sotto accusa

7. Torino policulturale: Portapalazzo

8.Torino, la città più magica

9. Il Turet: quando i simboli dissetano

10. Liberty torinese: quando leleganza si fa ferro

 

9. Il Turet: quando i simboli dissetano

Eccoci quasi arrivati alla fine del ciclo di articoli sui primati torinesi, e come in tutti gli elenchi ho voluto lasciare “il meglio” per ultimo.
Lo sapete da dove deriva la parola “rubinetto”? Questa la definizione dal dizionario: “Dal fr. robinet, der. di robin, nome dato pop. ai montoni, perché le chiavette, in passato, avevano spesso la forma di una testa di montone •sec. XVI.” Si, l’etimologia fa riferimento ai “montoni”, forse proprio per questo motivo le fontane costruite tra il Quattrocento e il Cinquecento hanno spesso forma di testa di animale, tale tradizione svanisce tuttavia nel corso dei secoli, per lasciare spazio a costruzioni più semplici e lineari. Questo accade quasi dappertutto, tranne che in una città, indovinate quale?
Il record di cui vorrei raccontarvi oggi è assai peculiare, nonché decisamente riconducibile alla nostra urbe, mi riferisco ai famosi “torèt”.
Credo che per noi abitanti del luogo, tale dettaglio urbano, sia qualcosa di “abituale”, una presenza quasi scontata e banale, perché come tutti siamo anestetizzati e distaccati nei confronti dei beni che già possediamo, mentre tutto il nostro desiderio si rivolge costantemente alle meraviglie che si trovano dall’altra parte del mondo.
Quando re-impareremo a guardare, ci accorgeremo del minuzioso incanto delle fontanelle che pullulano tra le nostre piazze e le nostre vie, mi riferisco a quelle strutture a forma di “torèt” che i turisti si fermano a fotografare, spesso divertiti e stupiti, giacché non capita in molte altre metropoli di imbattersi in simili fonti d’acqua.


Anche il numero di tali impianti è sbalorditivo: sono 800 i “piccoli tori” che si occupano senza sosta di dissetare gratuitamente la cittadinanza e i visitatori.
È bene ricordare che la comunità pedemontana continua a costruire le proprie sorgenti cittadine, sempre con tali sembianze, da più di centosessant’anni, rifacendosi all’antica tradizione che associa per assonanza – e altre motivazioni relative alla mitologia- l’effige del toro e la denominazione “Torino”.
Si sa, l’acqua corrente non è sempre stata disponibile presso le abitazioni del popolo. Nell’Ottocento le persone prelevavano l’acqua dai pozzi dislocati nei vari cortili o in quelli artesiani, dove le acque sotterranee emergevano naturalmente, senza bisogno di specifici strumenti di estrazione. Tale abitudine comportava però problemi igienico-sanitari, annessi ad esempio all’inquinamento delle fonti o alle eventuali contamizioni delle falde.
La città sabauda allora – che ci piaccia o meno- si ispira ad un progetto diffusosi nelle capitali della Francia, ossia
un sistema idrico costituito da fontanelle che forniscono acqua 24 ore su 24. Per differenziarsi dai nemici-amici gallici i torinesi ideano una specifica forma, tutta nostrana, per sorgenti urbane: ecco la nascita del “torèt”.


Grazie a tali invenzioni, anche nel capoluogo piemontese, diventa possibile ovviare alle numerose difficoltà quotidiane incontrate dalla popolazione. Intorno al 1859, viene progettato il primo acquedotto che irrori svariate fontanelle pubbliche, inoltre, nel 1861 – dopo un mese dall’unità d’Italia- la Giunta Comunale individua ben 81 zone da predisporre proprio come “punti d’acqua” potabile.
Un anno dopo vengono presentati i famigerati progetti delle “fontanelle”, tali e quali a quelli che tutt’ora possiamo visionare passeggiando per le strade. Da subito vengono redatte delle mappe per rendere più facilmente trovabili queste costruzioni, all’inizio si contano ben 45 “torèt”, poi nel tempo, il numero delle fontane aumenta sempre più, fino a raggiungere la moltitudine da record odierna.
Il primo esemplare viene edificato all’angolo tra via San Donato e via Balbis, nei pressi di Piazza Statuto; oggi però la struttura appare piuttosto nuova, questo perchè dopo più di cent’anni di onorato servizio il piccolo toro originale è stato sostituito, la collocazione però è rimasta la medesima.
Il “torèt” si presenta sempre uguale in ciascuna delle sue copie: forma parallelepipeda di circa un metro d’altezza, l’estremità superiore è arcuata, con una griglia di scolo in basso, spesso dotata di una conca centrale da cui possono bere anche gli amici a quattro zampe. Il materiale utilizzato è la ghisa, il colore che ricopre la lega ferrosa è un particolare tono di verde, facilmente definibile “verde bottiglia”. E poi c’è ovviamente l’elemento distintivo:
il rubinetto a forma di testa di toro.


Fin dal principio tali gorghi mostrano un’estetica inconfondibile, divengono subito un caratteristico arredo urbano, tant’è che oggi sono addirittura acquistabili in formato di gadget-portachiavi, piccoli souvenir ideati dal Comune di Torino per promuovere l’immagine dell’antica città dei Savoia.
Dietro all’apparente frivolezza dell’oggetto si cela un’attenzione rivolta all’ambiente e alla salute, la manutenzione delle fontane è affidata alla SMAT (la Società Metropolitana Acque Torino), che si occupa di erogare agli avventori assetati acqua gratuita, di buona qualità e regolarmente controllata, il ricambio costante del flusso impedisce così la formazione di ristagni che potrebbero generare la proliferazione di batteri. È bene sottolineare inoltre che non vi è alcuno spreco idrico: l’acqua “non bevuta” ritorna infatti nelle falde sotterranee –
oltretutto in qualità ancora migliore rispetto a prima-.
Esistono anche dei “torèt” versione “ingrandita”, si tratta delle ironiche e bizzarre sculture realizzate da Nicola Russo a partire dal 2021. Il lavoro dell’artista nasce dall’idea che i piccoli tori possano rompere la fontanella che li tiene soggiogati, mostrandosi in tutta la propria possanza di mammifero artiodattilo. Le sculture possono apparire panciute e goffe, ma si sa, “noi del nord” non siamo noti per ilarità e autoironia, Nicola Russo ha così dovuto spiegare le proprie creazioni poste sul territorio cittadino: “il toret vede la sua amata città vivere un momento di difficoltà a causa del Covid e allora decide di uscire dal suo guscio in ghisa, per dare un segno di cambiamento e per spingere tutta la città a una rinascita.

 

Non importa se è panciuto e goffo, lui si mostra così com’è fatto per portare il suo messaggio di speranza. Il suo è quindi “un gesto di coraggio, perché senza coraggio non c’è futuro”.
È bene dunque superare lo scetticismo del primo sguardo, anche perchè l’iniziativa dello scultore ha un duplice intento virtuoso: da una parte egli si appoggia solo ad aziende piemontesi, in modo da incentivare una ricaduta economica sul territorio, dall’altra lo scultore ha deciso di devolvere parte dei ricavati alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro Onlus di Candiolo.
Anche stavolta mi viene da terminare con un “ Ὁ μῦθος δηλοῖ ὅτι ” (“la favola insegna che”). Mai fermarsi alle apparenze, perché dietro la semplicità si cela sempre la preziosità di un grande insegnamento e nella goffaggine di un sorriso si può trovare la forza per proseguire ciascuno nel proprio percorso.

Alessia Cagnotto

Susanna Egri, una vita straordinaria

Un appuntamento da non perdere per gli appassionati del mondo dello spettacolo ed in particolare della danza è la proiezione ad ingresso libero, lunedì 17 novembre, alle ore 19, al Cinema Romano in Galleria Subalpina, dell’emozionante docu-film presentato dall’Accademia d’Ungheria in Roma, dedicato alla vita straordinaria di Susanna Egri.

 

Il film-ritratto intitolato “Illanó pillanat – L’attimo fuggente” per la regia di Zsuzsanna Bak e Gábor Zsigmond Papp, racconta la ballerina, insegnante e coreografa di origine ungherese tra danza, arte e memoria seguendo appunto la Egri mentre riprende una sua coreografia di ben 72 anni fa, “Istantanee”, la cui registrazione televisiva realizzata nel 1953 fece parte della prima trasmissione sperimentale della televisione italiana.

 

“Istantanee” è anche attualmente in fase di rimessa in scena con la Compagnia EgriBiancoDanza per il Centenario di Susanna Egri che verrà festeggiato con un grande spettacolo la sera del 18 febbraio 2026 al Teatro Maggiore di Verbania.

Igino Macagno

“Istantanee dal Senegal”, un viaggio umano e spirituale

Il libro di Elisabetta Picco presentato presso lo studio del Maestro Roberto Demarchi dall’editrice Paola Caramella e dalla giornalista Mara Martellotta

Esiste un sottile fil rouge tra la mostra del Maestro Roberto Demarchi, ispirata alla poesia “Sereno” di Giuseppe Ungaretti e intitolata “Immagini passeggere”, e il volume “Istantanee dal Senegal – appunti di un viaggio lungo il filo perduto dei miei passi”, un racconto intenso di un viaggio umano e spirituale in Africa, precisamente nella terra del Senegal, dove la sofferenza si apre all’incontro, alla solidarietà e alla rinascita.

“Jean Cocteau diceva ‘Scrivere è un atto d’amore, se non c’è è solo scrittura – ha raccontato il Maestro Roberto Demarchi – e penso sia proprio questo grande sentimento dell’amore, ormai tanto abusato, a trasformare lo scrivere in vera poesia. L’amore nasce dal dolore, che spesso è associato a un’idea di morte e rinascita, e che rappresenta un grande tema contenuto nel toccante libro di Elisabetta Picco. Il suo libro incarna proprio quella forza dell’amore capace di segnare speranze e nuovi inizi”.

Nel dialogo con la giornalista Mara Martellotta, Elisabetta Picco ha raccontato le fasi che hanno poi portato alla stesura del libro. I temi principali sono il senso della mancanza, il dolore, le nuove consapevolezze e il ritorno, poiché solo nel ritorno vi è la possibilità di racconto, narrazione e memoria.

“La partenza per il Senegal è stata una fuga – ha raccontato l’autrice Elisabetta Picco – una fuga per porre una distanza tra me e i miei problemi, in un momento di vuoto e in cui vari pezzi del mio puzzle non combaciavano più. In questo mio libro ho recuperato le esperienze vissute in quella magica terra come fossero i nuovi fili della mia vita nata dopo il viaggio. Grazie al Senegal e a tutti gli incontri capitati lungo la strada, ho ritrovato identità dopo essermi sentita come acqua fuori da un contenitore, senza più forma. Partita nel dolore, ho rivisto la luce ritrovando una me stessa più consapevole”.

“Ho provato da subito un forte senso di empatia verso la popolazione – ha proseguito l’autrice – e molta compassione per il senso di povertà che esprimeva, oltre alla constatazione della difficile vita a cui sono costrette le donne, che devono occuparsi della famiglia, dei figli, in un regime poligamico, lavorando al posto del marito e vivendo ancora l’arretratezza di un patriarcato molto profondo. Quindi mi sono messa in ascolto della vita cercando di evitare i pregiudizi che potevano nascere da una differenza culturale così marcata, sentendomi spesso anche inerme di fronte alle sofferenze di quei bambini costretti a mendicare e a portare una sorta di ‘obolo’ ai marabout, i leader religiosi musulmani che li costringono a sottostare a questa dimensione di vita. Nonostante queste grandi difficoltà, mi hanno colpito, e ho potuto riflettere in me, il loro sorriso e la loro leggerezza, che porto ancora oggi nel cuore e nella vita quotidiana”.

“Il momento in cui mi sono sentita realmente accettata – ha concluso Elisabetta Picco – è stato quello in cui la popolazione locale, per la prima volta, mi ha definito una “Toubab”, termine che nella lingua Wolof significa ‘individuo bianco europeo’, quindi non più un’estranea, un’immagine passeggera nella loro vita, ma una forma, un modo di essere identitario e rappresentativo”.

Gian Giacomo Della Porta

È torinese la prima opera LGBTQ+ in italiano

Di Renato Verga

Nel melodramma le amicizie virili non sono certo una rarità: da Achille e Patroclo e poi Oreste e
Pilade nelle due Ifigenie gluckiane, fino a Zurga e Nadir dei Pescatori di perle, passando per Carlo e
Rodrigo del Don Carlos. Molto più rari, invece, i casi in cui l’amore omosessuale diventa motore
esplicito della vicenda: gli esempi recenti come il folgorante Lessons in Love and Violence di
George Benjamin (2019) o gli Edward II firmati da Cilluffo (2006) e Scartazzini (2017). Poi c’è
Britten, naturalmente, che meriterebbe un capitolo a parte.

In questo solco s’inserisce Davide e Gionata, di Marco Emanuele che tre anni fa aveva presentato la
sua “tragédie biblique” italiana proprio a Torino, nel giorno dedicato alla storia del movimento
omosessuale credente e ai cinquant’anni del F.U.O.R.I. Ora l’opera torna al Teatro Vittoria, anche
questa volta in forma di concerto. Si tratta un soggetto antichissimo — l’amicizia/amore tra Davide
e il figlio del re Saul – già affrontato nel 1688 da Charpentier in David et Jonathas, ma qui la
rilettura è esplicita, contemporanea, dichiarata: «Amo te solo…» cantano i protagonisti, e raramente
nel repertorio italiano tali parole si sono udite così nitide.

Il libretto, dello stesso Emanuele, parte dal Saul del Romani per montare con abilità un collage
poetico che attraversa i secoli: Metastasio, Landi, Goldoni, Cernuda, Testori. Un pastiche colto e
spregiudicato che trova nella musica un equivalente estetico: il compositore guarda al belcanto
primo Ottocento, con recitativi, pezzi chiusi, cabalette, strette, ma si diverte a disseminare echi
vivaldiani, ombre settecentesche e perfino pulsazioni da Piazzolla in un’opera “antica” ma
pienamente di oggi.

La storia è nota, ma assume qui una forza diversa. Il re Saul ha allontanato Davide, sospettoso del
suo legame col figlio Gionata, che intanto tenta di conformarsi al volere paterno sposandosi e
generando eredi. Davide torna, vuole smettere di nascondersi. Saul, accecato dalla gelosia politica e
paterna, trama di eliminarlo. In battaglia Gionata scambia l’armatura con l’amato e paga con la vita:
è il padre stesso a colpire suo figlio credendolo Davide. Solo davanti al cadavere, Saul comprende la
tragedia.

Emanuele costruisce una drammaturgia vocale di grande intelligenza. Davide e Gionata sono due
controtenori: timbri chiari, Davide più sopranile, Gionata più contraltile. Un omaggio al teatro
barocco e alla coppia soprano/contralto del belcanto rossiniano. Abner è un basso “villain”, mentre
la figura contprta del re Saul è affidata a una voce femminile en travesti, scelta che introduce un
gioco di rispecchiamenti e ambiguità molto contemporaneo: l’amante e il Padre condividono,
simbolicamente, lo stesso registro.

La partitura, per quattro voci e otto strumenti, è un cantiere di idee. Simone Lattes dirige con
precisione e trasporto l’Accademia dei Solinghi formata da Flavio Cappello al flauto, Gianluca
Calonghi al clarinetto, Stefano Arato alla fisarmonica, Lucia Caputo e Paola Nervi ai violini, Magda
Vasilescu alla viola e Massimo Barrera al violoncello. Al clavicembalo, festeggiatissima, Rita
Peiretti. I venti numeri musicali offrono una tavolozza sorprendente: cavatine rossiniane, arie “di
tempesta”, recitativi secchi, canzoni pastorali. Spicca la pagina tanghera dell’aria «Fra l’orror della
tempesta», con la fisarmonica in veste di bandoneón: un lampo ironico e geniale.

Fra i momenti più intensi, la scena del sonno di Saul, vegliato con struggimento da Gionata, che
intona l’aria metastasiana «Mentre dormi». Nel finale, la follia del re — un turbine virtuosistico —
e il lamento sul corpo del figlio portano l’opera verso un epilogo di sorprendente pathos.
Il soprano Marina Degrassi delinea un Saul complesso e sofferto, brillano i controtenori Angelo
Galeano (Gionata) e Maurice Beack (Davide), mentre il basso Yulin Wang (Abner) mostra margini
di crescita. Pubblico calorosissimo per tutti, e soprattutto per Marco Emanuele.

Questa seconda esecuzione in forma di concerto — arricchita dalla sobria mise en espace di Pietro
Giau — lascia il sospetto che Davide e Gionata meriterebbe una piena realizzazione scenica. Per
idee, qualità musicale e coraggio drammaturgico, sarebbe ora che la trovasse.