CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 43

“Francesco. Il primo italiano”. Cazzullo presenta il suo ultimo libro

 

Ospite “di casa” al “Villaggio Narrante” della “Fondazione Mirafiore”, Aldo Cazzullo presenta il suo ultimo libro dedicato al “Poverello di Assisi”

Sabato 6 dicembre, ore 18,30

Serralunga d’Alba (Cuneo)

Appuntamento tradizionale, nell’ambito dei “Laboratori di Resistenza Permanente”promossi dalla “Fondazione Mirafiore” di Serralunga d’Alba, quello con Aldo Cazzullo, giornalista (origini albesi), scrittore, saggista nonché autore teatrale che, sabato prossimo 6 dicembre presenterà, alle 18,30, nel “Villaggio Narrante” di Fontanafredda, il suo ultimo libro “Francesco. Il primo italiano” (ed. “HarperCollins”, cover da Cimabue e da quel suo “Ritratto” vicino alla “Maestà” affrescata nella“Basilica Inferiore di San Francesco d’Assisi”) pubblicato in occasione degli ottocento anni dalla morte del “Poverello di Assisi”, nato Giovanni di Pietro di Bernardone (Assisi, 1181/’82 – 1226), proclamato Santo nel 1228 da Papa Gregorio IX e dichiarato, insieme a Santa Caterina da Siena, “Patrono d’Italia” nel 1939 da Papa Pio XII.

Certamente fra le firme più autorevoli del giornalismo italiano, Cazzullo, da oltre 35 anni racconta l’Italia e il mondo sulle colonne de “La Stampa” prima (dal 1888) e del “Corriere della Sera” poi, quotidiano di cui oggi è “vicedirettore ad personam” e responsabile della pagina delle “Lettere”. Con oltre trenta libri all’attivo e un palmarès di Premi veramente da “record”, oltre alla conduzione del programma “Una giornata particolare” su “La7”, Cazzullo (sua l’ultima intervista televisiva all’infinita Ornella Vanoni, andata in onda  in esclusiva cinque giorni dopo il 21 novembre, giorno della sua scomparsa) è capace di trasformare la storia in “racconto vivo, avvicinandola a chi ascolta con chiarezza, rigore e passione civile”.

Nell’incontro di sabato prossimo a Serralunga d’Alba, lo scrittore spiegherà il perché della “nascita” (dopo aver ricostruito l’eredità dell’impero romano e aver attraversato le grandi narrazioni bibliche) del “suo” Francesco, uomo capace – con la potenza delle sue scelte e la forza del suo esempio – di essere voce suggestiva e trascinante per l’umanità del suo tempo non meno che per quella d’oggi.

Il racconto prende avvio da un’affermazione sorprendente: “Di uomini così ne nasce uno ogni mille anni. Duemila anni fa Gesù. Nel millennio precedente Buddha. Nel millennio successivo san Francesco”. Attorno a questa intuizione prende forma un viaggio affascinante nella vita del “Poverello”: l’adolescenza segnata dagli ideali cavallereschi, la rottura con il padre, la celebre “spoliazione” in piazza, l’incontro con il Papa e con Santa Chiara, il mistero delle “stimmate”, fino alla distruzione delle prime biografie che raccontavano un Francesco troppo “umano” per i gusti dell’epoca. Ma il libro non si limita alla ricostruzione delle vicende storiche: affonda la narrazione nelle pieghe del sociale dove il suo messaggio continua a vivere anche oggi, attraversando l’arte, il cinema, la letteratura, l’impegno civile e la spiritualità di milioni di persone. San Francesco emerge così non solo come “Patrono d’Italia”, ma come il “primo vero italiano”, autore del celebre “Cantico delle Creature” (1224), la prima poesia in lingua volgare, “ispiratore di Dante, Petrarca, Boccaccio, Giotto, Manzoni fino a De Gasperi” e dunque anticipatore di quell’“umanesimo” moderno, che invoca ancora oggi rispetto per il Creato tutto, per la dignità della persona, per la donna e per gli ultimi. Temi che, attraverso di lui, arrivano da lontano, pur essendo, ad otto secoli di distanza, di strettissima e impegnativa attualità.

“Con il suo racconto limpido, Aldo Cazzullo – sottolineano gli organizzatori – accompagnerà il pubblico della ‘Fondazione’ in un percorso che intreccia storia, identità e memoria collettiva, restituendo l’attualità di un messaggio che attraversa i secoli e che oggi, in un mondo attraversato da crisi, conflitti e incertezze, risuona più che mai necessario”.

L’ingresso agli appuntamenti della “Fondazione Mirafiore” è libero, su prenotazione dal sito www.fondazionemirafiore.it

Per ulteriori info: “Fondazione Mirafiore”, via Alba 15; Fontanafredda (Cuneo); tel. 0173/626424o www.fondazionemirafiore.it

g.m.

Nelle foto: Aldo Cazzullo e cover “Francesco. Il primo italiano”

 

Sedici concerti di musica classica nella rassegna “Ascolti”

 

La Stagione 2025/2026 della Fondazione Accademia di Musica di Pinerolo

Si chiama “Ascolti” la nuova Stagione concertistica 2025/2026 della Fondazione Accademia di Musica che, fino al 27 aprile 2026, a Pinerolo, propone 16 concerti di artisti di fama internazionale e giovani concertisti pluripremiati. Completano il programma altri 5 concerti del progetto “In Crescendo”: POC live (16 novembre) dedicato a compositori emergenti e il Festival Beethoven (5, 12, 19 e 26 maggio) che segna l’inizio del cammino che porterà nel 2027 a celebrare il bicentenario dalla scomparsa del compositore tedesco. Inoltre, il programma è punteggiato da undici incontri di presentazione, “Inseguire le note”, tenuti dal Maestro Claudio Voghera, Direttore artistico della Stagione concertistica che, attraverso suggestioni, curiosità, note storiche e musicali, traghetterà il pubblico verso l’ascolto. Gli incontri gratuiti si svolgeranno alle ore 20, mezz’ora prima dell’inizio dei concerti.

“Il programma 2025-2026 disegna un panorama sonoro variegato – afferma Claudio Voghera – ‘Ascolti’, perché saper ascoltare è una dote rara, una caratteristica preziosa che ci rende cittadini del mondo. Ascoltare significa immergersi in un linguaggio privo di barriere culturali, un’esperienza che può indurci a trasporre nel nostro vissuto una postura democratica rispettosa degli altri”.

Il 2025 si chiude martedì 9 dicembre con il promettente pianista Jakob Aumiller, il cui concerto rientra in un progetto in collaborazione con il Premio Internazionale Brunelli di Vicenza, dove Aumiller ha conquistato il Primo Premio nel 2024.

Il 2026 si apre martedì 20 gennaio con Elia Cecino, pluripremiato pianista italiano dell’ultima generazione e primo italiano vincitore del Concorso “Iturbi” di Valencia; si prosegue poi martedì 27 gennaio con il duo formato dalla mezzosoprano Martina Baroni, solista alla Deutsche Oper Berline il pianista Rodolfo Focarelli; ancora un duo, questa volta composto da violino e pianoforte sarà di scena martedì 10 febbraio quando, sul palco dell’Accademia, saliranno Simon Zhu, violinista che da giovanissimo ha conquistato il Premio Paganini di Genova, e Valentina Messa,una delle cameriste più interessanti della sua generazione. Si prosegue martedì 24 febbraio con il Quartetto Werther, tra le formazioni cameristiche più promettenti del panorama concertistico nazionale e internazionale, uno degli ensemble più rappresentativi tra quelli premiati all’International Chamber Music  Competition “Pinerolo e Torino Città Metropolitana”, progetto della Fondazione Accademia di Musica. Martedì 10 marzo sarà la volta del Trio Concept (già Trio Chagall), giovane formazione italiana cresciuta in Accademia che continua a mietere successi internazionali, ultimo in ordine di tempo è la nomina ECHO Rising Star. Martedì 17 marzo si esibirà Anna Kravtchenko, già Premio Busoni, definita dal New York Times pianista carismatica dal “suono luminoso e dalle poetiche interpretazioni che possono portare l’ascoltatore alle lacrime”. Il mese di marzo si chiude martedì 31 con il Quartetto Armida, già Primo Premio al prestigioso concorso ARD di Monaco e gruppo di punta della musica da camera internazionale. Si prosegue martedì 14 aprile con un evento d’eccezione:“Chopin op. 10: Gravity”, programma originale e innovativo ideato da Mariangela Vacatello, una delle artiste più affermate del panorama internazionale che, nella sua carriera, ha ottenuto riconoscimenti nei principali concorsi pianistici quali il Busoni di Bolzano, il Liszt di Utrecht e il Van Cliburn in Texas. Martedì 21 aprile di scena è il duo formato da Sergio Pires, primo clarinetto solista della Winterthur Musik Kollegium nonché della London Symphony Orchestra,e dal brillante pianista Stefano Musso. La Stagione si conclude lunedì 27 aprile sul palco, questa volta, del Teatro Sociale di Pinerolo con l’Orchestra da Camera Accademia, fiore all’occhiello dei progetti artistico didattici dell’istituzione pinerolese, guidati in questa occasione da Massimo Polidori, uno degli artisti più completi della sua generazione.

Colpo di coda della Stagione è il secondo appuntamento con il progetto “In Crescendo”; talentuosi allievi dei corsi di perfezionamento dell’Accademia saranno protagonisti di quattro appuntamenti interamente dedicata al compositore tedesco, inizio di un percorso di avvicinamento alla celebrazione del suo bicentenario dalla morte: il Festival Beethoven (5, 12, 19 e 26 maggio).Tutti i concerti, ad eccezione della serata finale che sarà al Teatro Sociale, si terranno nella storica Sala concerti dell’Accademia di Musica in viale G. Giolitti, 7, a Pinerolo, alle ore 20.30.L’attività concertistica della Fondazione Accademia di Musica è realizzata con il contributo di Regione Piemonte.

BIGLIETTI – INTERO Accademia di Musica: 16 €  – Teatro Sociale 20 €
RIDOTTO Abbonamento Musei, Socio Nova Coop, Unitre, ALI e Gruppo San Paolo,
Coro Accademia, ARCI, tesserati Pro Loco Pinerolo: Accademia di Musica: 14€ | Teatro Sociale 15€ – Bambini e ragazzi: gratuito sotto i 10 anni – Under 18: 5€  – 19/30 anni: 10€ – Pinecult card: 5€  – Studenti del Conservatorio e dell’Istituto Musicale Corelli: 5€
Disability Card: Accademia di Musica: 14€ – Teatro Sociale: 15€ e ingresso omaggio per l’accompagnatore

IN CRESCENDO POC LIVE / FESTIVAL BEETHOVEN: 5 €
GIFT CARD: 40 €

Gian Giacomo Della Porta

Lingue scandinave al Premio Mario Lattes per la Traduzione

La quarta edizione del Premio biennale promosso dalla “Fondazione Bottari Lattes”.

Iscrizioni fino al 19 gennaio 2026

Monforte d’Alba (Cuneo)

A sottolineare, ai fini del successo e della buona fortuna di un libro scritto in altra lingua che non sia (per noi) quella italiana e dove dunque abbia messo mano e competenza la figura di un buon traduttore, ci paiono davvero significative le parole di Italo Calvino ricordate proprio dai promotori del “Premio per la Traduzione” dedicato all’indimenticato Mario Lattes (1923 – 2001), dalla “Fondazione Bottari Lattes” (nata in sua memoria nel 2009 a Monforte d’Alba per volontà della moglie Caterina Bottari Lattes), in collaborazione con l’Associazione “Castello di Perno”.

Scriveva, dunque, Italo Calvino“Il traduttore letterario è colui che mette in gioco tutto sé stesso per tradurre l’intraducibile”. Parole ben chiare, che non permettono dilettantismi e facili pressapochismi. Avendo, quale sentiero non facile da percorrere, le parole di Calvino e ormai giunto alla sua quarta edizione (dopo l’esordio nel 2020), quest’anno il “Premio”– dopo la scelta della prima edizione incentrata sulla lingua araba e di quelle successive che hanno visto le selezioni della lingua cinese e di quella ispano-americana – ha quindi inteso rivolgersi a testi tradotti dalle “lingue scandinave”“sullo sfondo delle differenze istituzionali che le distinguono – dicono i rappresentanti della Giuria – queste presentano tra di loro forti affinità e sono legate indissolubilmente tra loro per storia, ambiente geografico, clima e immaginario”.

Il bando, in scadenza lunedì 19 gennaio 2026 e scaricabile sul sito www.fondazionebottarilattes.it, è aperto alle opere di “Narrativa Contemporanea” tradotte ed edite in Italia nel corso del 2024 e del 2025.

La selezione delle opere si articola in due fasi: in un primo momento la “Giuria stabile” (formata da traduttori e docenti di alto prestigio), tenendo conto della capacità del traduttore di rendere in italiano la qualità letteraria del testo, indica tre romanzi finalisti. Successivamente, una “Giuria specialistica” esperta della lingua in oggetto, valuta a sua volta la terzina, decretando il nome del vincitore o della vincitrice.

Della “Giuria stabile” fanno parte: Anna Battaglia (già docente di “Lingua francese” all’“Università di Torino” e traduttrice, tra le diverse opere, di “Oiseaux” di Saint-John Perse), Melita Cataldi (è stata docente di “Letteratura anglo-irlandese” all’“Università di Torino”, ha tradotto tra gli altri, testi dall’antico irlandese, William Butler Yeats e poeti del Novecento come Hutchinson e Heaney), Mario Marchetti (traduttore di lungo corso dal francese e dall’inglese per le case editrici “Einaudi” e “Bollati-Boringhieri”, presidente del “Premio Italo Calvino”, autore di saggi e recensioni) ed Antonietta Pastore (scrittrice e traduttrice dal giapponese, a lei si deve la traduzione di numerose opere di Haruki Murakami e di autori come Soseki Natsume, Kobo Abe, Yasushi Inoue).

Tre sono, invece, gli esperti che in questa quarta edizione compongono la “Giuria specialistica”Daniela Marcheschi (docente, critica letteraria e saggista, attualmente in forza al “CEG-Centro de Estudos Globais” dell’“Universidade Aberta” di Lisbona per “Letterature e Ipermedia”), Lorenzo Lozzi Gallo (professore ordinario di “Filologia e Linguistica germanica” presso l’“Università Pegaso”) e Franco Perrelli (già “ordinario” di “Discipline dello Spettacolo” nelle “Università” di Torino e Bari, nonché vincitore nel 2009 del “Premio Pirandello” per la “saggistica teatrale”).

I nomi dei tre traduttori finalisti saranno resi noti a mezzo stampa entro la fine del mese di maggio 2026, mentre il nome del traduttore vincitore sarà annunciato nel corso della premiazione che si svolgerà sabato 27 giugno al Castello di Perno (Cuneo). In palio, un premio di 3mila Euro.

Realizzato, come detto, dalla “Fondazione Bottari Lattes” in collaborazione con l’Associazione “Castello di Perno”, il “Premio Mario Lattes per la Traduzione” fruisce anche del sostegno di “Regione Piemonte”.

g.m.

Nelle foto: “Fondazione Bottari Lattes” e “Castello di Perno”

La Regione al Festival del Cinema Italiano di Madrid

Il Piemonte partecipa come Regione ospite alla 18ª edizione del Festival del Cinema Italiano di Madrid. L’evento, organizzato dall’Istituto Italiano di Cultura nell’iconica sala Cines Callao, è in programma fino al 7 dicembre. Per una settimana, Madrid diventa palcoscenico di un ponte culturale tra Italia e Spagna, con una ricca programmazione di film italiani, retrospettive, omaggi e nuove sezioni — tutte a ingresso gratuito e con film in versione originale sottotitolati.

Questa edizione assume un significato particolare: con il Piemonte come regione ospite, il Festival valorizza il territorio e rafforza il dialogo tra istituzioni culturali, aree geografiche e produzioni audiovisive, celebrando l’eccellenza del cinema italiano e consolidando i legami creativi tra Italia e Spagna. Legami che quest’anno si sono intensificati grazie alla Salida Oficial de La Vuelta, partita da Torino e dal Piemonte con quattro tappe che hanno attraversato 136 comuni per un totale di 450 chilometri. Un rapporto sempre più stretto, confermato anche da altri appuntamenti di rilievo internazionale ospitati dal territorio piemontese, come le Nitto ATP Finals di Torino, che hanno portato in città i migliori tennisti del mondo, tra cui il numero uno Carlos Alcaraz.

In questo contesto si inserisce la volontà della Regione Piemonte di intensificare la promozione turistica in Spagna, anche alla luce del crescente interesse dei viaggiatori spagnoli verso il Piemonte: il mercato turistico della Spagna in Piemonte è infatti l’8° per arrivi e il 9° per pernottamenti, con 87.804 arrivi e 241.250 presenze a consuntivo 2024, una permanenza media di 2,7 notti e una quota pari al 3% del totale dei movimenti esteri. Rispetto al 2023 si registra una crescita del 5,7% negli arrivi e dell’11,5% nei pernottamenti, con un incremento complessivo di oltre il 50% dei movimenti negli ultimi dieci anni.

 

«Essere presenti a Madrid è un’occasione straordinaria per raccontare al mondo la vitalità culturale e creativa del Piemonte – dichiarano il presidente della Regione Alberto Cirio e gli assessori alla Cultura Marina Chiarelli e al Turismo e Sport Paolo Bongioanni, con il sottosegretario Claudia Porchietto intervenuta all’apertura del Festival –. Il Piemonte è già entrato nelle case degli spagnoli con le dirette della Vuelta e con le imprese di Carlos Alcaraz alle Nitto ATP Finals, che ha anche scoperto e condiviso la qualità della nostra cucina. Il Festival consolida l’azione per valorizzare i nostri paesaggi, le eccellenze enogastronomiche e la capacità del territorio di essere laboratorio di innovazione e polo cinematografico internazionale. È un evento che rafforza le relazioni con la Spagna e con il pubblico globale, confermando cultura e cinema, turismo, enogastronomia, natura e sport come leve strategiche per lo sviluppo e l’attrattività della nostra regione».

 

«La magia del cinema è stata lo spirito guida che ha portato oggi il Festival del Cinema Italiano di Madrid a celebrare una lunga e importante storia di successo che accompagna da 18 anni la fortunata stagione del Cinema italiano all’estero – dichiara Elena Fontanella, direttrice dell’Istituto Italiano di Cultura di Madrid -. Edizione, questa del 2025, che cavalca il futuro per offrire al pubblico spagnolo una veste rinnovata sulla scia culturale dei grandi festival italiani, grazie al direttore artistico Giulio Base che con entusiasmo e sostegno professionale ha guidato questo delicato passaggio. Rinnovata nel format con l’aumento di sale ed eventi per diffondersi nella città con l’obiettivo di sviluppare la passione e la conoscenza della cultura cinematografica e della lingua italiana e al contempo coltivare la immensa e preziosa potenzialità di assonanza e di dialogo professionale con la grande esperienza spagnola. Quest’anno il Piemonte è la regione ospite del festival, e sono felice che Madrid possa scoprire il suo territorio e le sue eccellenze».

Durante il Festival, la Regione propone una vetrina delle proprie eccellenze. Il pubblico le scopre attraverso contenuti video nelle sale cinematografiche e una campagna di affissioni nelle principali stazioni della metropolitana, che mostrano dai paesaggi invernali delle montagne agli scenari estivi dell’outdoor, raccontando il territorio come meta di viaggio, luogo di cultura e destinazione aperta al mondo. A questa attività visiva e narrativa si affiancano momenti di promozione enogastronomica, con degustazioni dedicate ai prodotti simbolo del Piemonte e una cena di gala che propone un percorso culinario interamente costruito sulle eccellenze regionali.

A rafforzare ulteriormente il legame tra Torino e Madrid contribuisce la direzione artistica di Giulio Base, alla guida sia del Torino Film Festival sia del Festival madrileno. La chiusura del TFF e l’apertura della rassegna a Madrid tracciano una continuità ideale, dalle sale torinesi a quelle nel cuore della Spagna.

«Dirigere il Festival del Cinema Italiano di Madrid è per me sia un onore che una gioia. La gioia poi raddoppia perché la regione che abbiamo scelto di ospitare è il Piemonte, la mia terra – sottolinea Giulio Base, direttore artistico del Festival del Cinema Italiano di Madrid -. È come condurre, in un’altra casa, il vento di cinema e bellezza che mi ha cresciuto. Una responsabilità e un privilegio che accolgo con gratitudine profonda».

La rassegna si è aperta, nella giornata di ieri, con un evento speciale a cui ha partecipato il sottosegretario Claudia Porchietto: la musica del trombettista Paolo Fresu, accompagnato da Pierpaolo Vacca, ha salutato l’inizio del Festival e preceduto la proiezione di Fuori di Mario Martone. La serata inaugurale ha ospitato anche il conferimento del Premio alla Carriera a Monica Guerritore, che ha presentato in anteprima spagnola alcuni brani di Anna, il suo film d’esordio alla regia dedicato ad Anna Magnani, da lei stessa interpretata.

A Madrid, la delegazione piemontese è affiancata dalla Film Commission Torino Piemonte e dal Museo Nazionale del Cinema. FCTP partecipa per la prima volta al Festival grazie alla collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura e con il supporto della Regione Piemonte, presentando la filiera audiovisiva regionale a un gruppo selezionato di produttori spagnoli individuati dalla Madrid Film Office. Una delegazione di produttori piemontesi, insieme al direttore FCTP, Paolo Manera, ha partecipato all’opening del Festival e alle attività professionali organizzate per l’occasione. Le attività B2B si svolgeranno oggi, martedì 2 dicembre, alla Casa de la Panadería e comprendono la presentazione di case history di coproduzione Italia–Spagna, l’illustrazione dei servizi e dei fondi FCTP e incontri one-to-one tra produttori piemontesi e madrileni.

«Le occasioni di confronto a livello internazionale rappresentano da sempre un asset strategico di Film Commission Torino Piemonte. Per questa ragione abbiamo accolto con grande piacere l’opportunità di essere presenti a Madrid per la 18ª edizione del Festival del Cinema Italiano, con una serie di attività industry – commenta il direttore Paolo Manera, aggiungendo che – la Spagna si presenta sempre più come player di primo piano per l’industria dell’audiovisivo globale e siamo certi che questa missione di incontri e networking tra produttori piemontesi e produttori madrileni – coordinata insieme a Regione Piemonte e Istituto Italiano di Cultura di Madrid – possa rappresentare una grande intensificazione di sinergie per il futuro prossimo».

«Con molto piacere sarò a Madrid a promuovere l’immagine del Museo Nazionale del Cinema al Festival del Cinema Italiano, presentando il volume ‘Il Tempio del Cinema’, realizzato dal Museo in occasione dei 25 anni alla Mole Antonelliana ed edito da Allemandi – sottolinea Enzo Ghigo, presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino -. Il volume contiene anche un inserto fotografico dal quale sono tratte le immagini dalla mostra ‘Riccardo Ghilardi. Piano sequenza la Mole’, ospitato a Gallerie d’Italia Torino e che ritrae grandi protagonisti del cinema all’interno degli ambienti della Mole Antonelliana: un racconto per immagini che documenta ed esalta il rapporto tra il Museo e le figure che hanno segnato la storia della settima arte. Inoltre, verrà proiettato ‘Ritratti di cinema’, un documentario di Paolo Civati, presentato fuori concorso al TFF. Qui nove grandi registi – Jane Campion, Tim Burton, Ruben Östlund, Asghar Farhadi, Pablo Larraín, Damien Chazelle, Paul Schrader, Peter Greenaway e Martin Scorsese -, ospiti del museo negli ultimi anni, si confrontano sul senso del cinema e sui meccanismi che hanno reso il loro linguaggio inconfondibile, un modo per parlare di cinema e percorrere le loro filmografie, risalendo alle origini della loro creatività. Il film diventa così un viaggio visivo attraverso i volti, le storie e le voci di grandi personaggi, dialogando idealmente con il volume e arricchendone la narrazione».

La presenza al Festival del Cinema Italiano di Madrid, in un contesto di risonanza internazionale, conferma la regione come laboratorio di cultura, innovazione e creatività, mettendo in luce le sue eccellenze e trasformando i grandi eventi in leve concrete per sviluppo, promozione e opportunità sul territorio.

L’iniziativa, resa possibile grazie all’Istituto Italiano di Cultura di Madrid e al sostegno della Compagnia di San Paolo, vuole mostrare una regione capace di coniugare patrimonio, innovazione e accoglienza, rafforzando il dialogo con il pubblico, gli operatori culturali e i protagonisti dell’industria cinematografica spagnola.

Il marmo di Candoglia e il sigaro del signor Brusa

STORIE PIEMONTESI  a cura di https://crpiemonte.medium.com/

A monte della frazione di Candoglia nel comune di Mergozzo, sulla sinistra del fiume Toce, proprio all’imbocco della Val d’Ossola, si trovano le cave dalle quali proviene il marmo del Duomo di Milano

di Marco Travaglini

L’idea di usare quella pietra bianca, screziata di rosa, al posto del mattone per la costruzione della cattedrale fu di Gian Galeazzo Visconti che, per rifornirsi della materia prima, fondò la “Veneranda Fabbrica del Duomo”.

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Accendersi un sigaro

Il Signore di Milano, affascinato dalla bellezza cristallina del marmo, cedette in uso alla Fabbrica le cave di Candoglia, concedendo altresì il trasporto gratuito dei marmi fino al capoluogo lombardo, attraverso le strade d’acqua. Era il 24 ottobre 1387. E, da allora, per secoli, da quelle cave si è estratto il marmo che è servito a costruire il monumento simbolo del capoluogo lombardo, dedicato a Santa Maria Nascente, sormontato dalla madonnina che venne innalzata sulla guglia maggiore del Duomo negli ultimi giorni di dicembre del 1774.

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Il Duomo di Milano

Si trattava di un lavoro faticoso, ritmato da picconi, mazze, punte, cunei e palanchini. Così, partendo dall’impressionante caverna della cava Madre, la montagna è stata risalita, scavandola nel ventre, tagliando i blocchi di pietra con il filo in metallo. Il trasporto via acqua del materiale avveniva dal Toce al Lago Maggiore, lungo il Ticino e il Naviglio Grande per finire nel cuore della città fino alla darsena di S. Eustorgio, a Porta Ticinese. Così, grazie ad un ingegnoso sistema di chiuse, realizzato dalla “Veneranda Fabbrica”, il prezioso carico arrivava fino a poche centinaia di metri dal cantiere della Cattedrale. I barcaioli, per entrare in città senza pagare il dazio, utilizzavano una parola d’ordine — “Auf” — che in realtà era l’abbreviazione di Ad usum fabricae, cioè ad uso della Fabbrica, con la quale potevano passare senza versare il tributo imposto.

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Il naviglio grande di milano negli anni 50

In Lombardia, e non solo, è rimasta traccia di quell’usanza nell’espressione “A ufo” , intesa come “gratuitamente”. Chissà, poi, perché, a differenza del “gratis”, si è sempre più connotata con un profilo negativo, ma questa è un’altra storia… Il Cavalier Agenore Brusa, grossista di legname, proveniva da una delle famiglie che avevano, per generazioni, fornito il materiale alla Veneranda, un fatto che lo rendeva oltremodo orgoglioso. “Bei tempi quelli, caro Giovanni. Mio nonno, prima, e mio padre poi hanno lavorato per la Fabbrica di Candoglia tutta la vita. E ora, dopo che anch’io ho fatto la mia parte, tocca al mio Giulio tenere alto il buon nome dei Brusa” era solito ripetere all’amico Ambrogini.

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I sigari

Il ragionier Giovanni Ambrogini era il braccio destro del signor Brusa. Da oltre trent’anni, senza mancare un giorno dall’ufficio, teneva con scrupolo la contabilità della “Brusa & Figli”. Era diventato, per Agenore, quasi un fratello. E come tale lo trattava, chiedendo consigli e ascoltandone i punti di vista che, immancabilmente, teneva in gran considerazione. Per il resto, grazie all’impegno di tutti, la “Brusa & Figli” era un’azienda più che solida e al fidatissimo contabile l’anziano titolare garantiva un adeguato stipendio, commisurato ai suoi servigi. Da troppo tempo, per mille ragioni, il signor Agenore non si recava a Milano, in visita al Duomo. L’ultima volta, con uno sforzo di memoria, immaginò fosse stata quand’era nato il piccolo Giulio. Ma da allora, di anni n’erano passati ben trentadue. “Occorre andarci, a Milano”, comunicò al ragioniere. “E ci andremo insieme, caro Giovanni. Così vedrai anche tu come sono conosciuto in quella città. Devi sapere che è proprio grazie alla mia attività al servizio della Fabbrica del Duomo che mi hanno insignito del titolo di Cavaliere del Lavoro”.

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La cava madre del Duomo a Candoglia

Agenore teneva moltissimo a quel titolo e amava, come lui stesso affermava, “vestirsi con l’abito giusto”, quello “da Cavaliere”, una divisa che, per l’imprenditore, equivaleva a pantaloni e giacca di fustagno scuro, camicia bianca e corto cravattino nero, scarpe comode e, in testa, un vecchio “Panizza” di feltro al quale teneva molto, regalatogli dal padre Igino. I due partirono dalla stazione di Verbania-Fondotoce con il treno delle 6,29. Era un sabato e non faticarono a trovare posto a sedere sul treno mezzo vuoto, dato che gran parte dei pendolari che si recavano ogni giorno a Milano per lavoro avevano terminato la loro settimana. A Porta Garibaldi presero la linea verde della metropolitana fino a Cadorna e da lì, con la linea rossa, giunsero a destinazione alla fermata “Duomo”. Uscendo dalla metropolitana, in cime alle scale, si trovarono davanti l’imponente e gotica sagoma del Duomo. “Ah, che meraviglia”, esclamò estasiato il Cavalier Brusa, agitando la mano destra dove, tra indice e medio, teneva l’immancabile sigaro toscano. Il ragionier Ambrogini, estrasse dalla tasca un piccolo bloc-notes , leggendo i suoi appunti. “La quarta chiesa in Europa per superficie, dopo San Pietro in Vaticano, l’anglicana Saint Paul di Londra e la cattedrale di Siviglia ;la più importante dell’arcidiocesi milanese, sede della parrocchia di Santa Tecla..”. Il buon Giovanni, preciso come un ferroviere svizzero, si era documentato ben bene. Al Cavaliere quell’accuratezza, diligente e meticolosa, piaceva molto. In molti consideravano l’Ambrogini un pignolo, persino un po’ pedante, ma ciò che i più consideravano un difetto, per Agenore Brusa rappresentava una qualità. E che qualità: cura, scrupolo e rigore! Il massimo che potesse desiderare dal suo più stretto e fidato collaboratore.

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La Veneranda Fabbrica alle cave di Candoglia

Lo ascoltava, ammaliato, senza dimenticarsi di ricambiare — con un cenno di capo — al saluto che gli era stato rivolto da alcuni passanti. “Ci sono voluti cinque secoli per costruirlo, durante i quali si sono avvicendati nella Fabbrica del Duomo architetti, scultori, artisti e maestranze, provenienti da tutta Europa. Il risultato è un’architettura unica, una felice fusione tra lo stile gotico d’oltralpe e la tradizione lombarda. Con una decorazione impressionante di guglie, pinnacoli, cornici e un patrimonio immenso di oltre tremila statue. E sulla più alta delle 145 guglie, la celeberrima Madonnina che non è d’oro, ma ricoperta di fogli d’oro”. Il ragioniere era, come sempre, sintetico ed esauriente. A quel punto il Cavalier Brusa lo esortò a varcare il doppio portale in bronzo.

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La Veneranda Fabbrica del Duomo

Forza, Giovanni. Andiamo a vedere anche all’interno com’è stato magistralmente lavorato il nostro marmo! A proposito, hai visto che persone ben educate? Salutano, cortesemente. Si vede che anche qui conoscono i Brusa, con tutto quello che abbiamo fatto per Milano, eh?”. Spento il toscano sotto la suola della scarpa e riposto in tasca il resto del sigaro ( Brusa era un parsimonioso e il suo motto era “non si butta via niente”), entrarono in Duomo, rimanendo a bocca aperta davanti alle cinque navate. Quella centrale, poi, era davvero ampia e alta e ai lati si potevano ammirare magnifiche vetrate istoriate che raffiguravano scene religiose. Una di esse, superba, rappresentava il Giudizio Universale. Il Cavalier Brusa, informato dal fedele Giovanni, di ciò che conteneva la teca sopra il coro, voleva a tutti i costi ammirare quel chiodo che si riteneva provenisse della croce di Gesù e si avviò in quella direzione con ampie falcate. Mentre camminava, s’accorse degli insistenti sguardi da parte delle persone che incontrava.

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Una targa commemorativa della visita di Paolo VI alla cava

Alcuni sgranavano gli occhi, altri si davano di gomito. Mentre avanzava impettito, gli venne incontro un sacerdote in chiaro stato d’ansia, visibilmente affannato. Il prelato , rivolto al Cavaliere, ripeteva concitato la stessa breve frase, in milanese: “ Sciur, al Brüsa”, “Sciur, al Brüsa”, “Sciur, al Brüsa”. Agenore Brusa, voltandosi verso il ragionier Ambrogini, disse soddisfatto: “Vedi, Giovanni. Qui mi conoscono tutti”. Solo in quel momento il povero ragioniere s’accorse che la marsina del suo principale stava andando in fiamme. Evidentemente il toscano non era stato spento bene e si era ravvivato nella tasca. Il prete, sicuramente lombardo e certamente alterato, aveva lanciato l’allarme rivolgendosi al Cavaliere in dialetto meneghino e quel “Sciur, al Brüsa”, più che ad una individuazione dell’identità del signor Agenore equivaleva all’allarmante fumo che proveniva dal vestito del medesimo, ignaro, visitatore del Duomo. Così, spento l’incendio, i due lasciarono la cattedrale e Milano, frastornato e ammutolito, Giovanni Ambrogini, contrariato e scuro in volto, il Cavaliere che, una volta tanto e suo malgrado, era stato costretto a venir meno al suo principio del “non buttar via niente”, lasciando in un bidone della spazzatura la giacca bruciacchiata e quel resto di sigaro che aveva tenuto per il viaggio di ritorno.

“All’Ill.mo Sig. Tempia” al Conservatorio Verdi

Giovedì 4 dicembre si terrà al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino “All’Ill.mo Sig. Tempia”, per il 150⁰ anniversario della prima esecuzione moderna di alcune composizioni sacre sinfoniche trovate trascritte. L’ultimo concerto del 2025 della Stefano Tempia rappresenta un ritorno alle origini, con “All’Ill.mo Sig. Tempia”, il concerto dedicato al fondatore dell’Accademia Tempia, con la prima esecuzione moderna di alcune sue composizioni sacre sinfonich, ritrovate e trascritte dal Fondo Tempia del Conservatorio di Torino, quali la Sinfonia n.1, che mostra l’ampiezza orchestrale e la sensibilità tematica del giovane Tempia, i “Magnificat” e “Messa Breve”, che rivelano la profondità del suo linguaggio liturgico e ne dimostrano l’evoluzione umana e artistica. Partecipano l’Orchestra e il Coro dell’Accademia Stefano Tempia e il quartetto di cantanti solisti selezionati “come nuove voci Tempia”: il soprano Francesca Idini, il mezzosoprano Elisa Barbero, il tenore Bekir Serbest, il basso Andrea Goglio, il maestro concertato e direttore Luigi Cociglio.

La Sinfonia n.1 op.23 rappresenta un lavoro giovanile, ma già sorprendente per maturità e chiarezza. Composta in prima versione nel 1948, a 16 anni, e rielaborata nel 1852, mostra un giovane autore immerso nella Torino preunitaria, ma con legami internazionali testimoniato dalla dedica all’amico Clemente Castagneri, direttore d’orchestra del Teatro Italiano di Parigi. Il “Magnificat” op.49 nasce circa vent’anni dopo, tra il 1868 e il 1869, alle soglie della Fondazione dell’Accademia Corale. In questo brano il Coro è visto come strumento d’unità civile e spirituale: un Magnificat che non è soltanto preghiera, am celebrazione d’armonia fra fede e ragione, individuo e collettività. Nella “Messa Breve” op.107, scrita tra il 1870 e il 1871 su commissione della Corte del Portogallo, la scrittura di Tempia raggiunge la piena maturità: sobria, equilibrata, intensamente lirica ma anche magnificenza, quando occorre. La forma “breve” non indica povertà, ma concentrazione, la musica di un autore che ha compreso come la semplicità possa essere il volto più alto della devozione.

Riscoprire Stefano Tempia oggi non rappresenta un atto di gratitudine verso un  altro che, con rigore e dolcezza, ha insegnato a generazioni di musicisti che la musica si serve con umiltà e si vive insieme.

Info: giovedi 4 dicembre, ore 21, Conservatoriodi Musica Giuseppe Verdi, Piazza Bodoni – “All’Ill.mo Sig. Tempia” – 150 anni di arte e tradizione musicale a Torino

Orchestra e Coro dell’Accademia Stefano Tempia – biglietti: intero 15 euro – ridotto 10 euro

www.stefanotempia.it

Mara Martellotta

Oliva al “Pannunzio” presenta “La prima guerra civile”

MERCOLEDÌ 3 DICEMBRE ALLE ORE 17.30

Al Centro Pannunzio in via Maria Vittoria 35 h  il giornalista Carmine FESTA in dialogo con l’autore, presenterà il libro di Gianni OLIVA “LA PRIMA GUERRA CIVILE. Rivolte e repressione nel Mezzogiorno dopo l’unità d’Italia”, Mondadori Editore. Presiede Pier Franco QUAGLIENI che ricorderà in apertura la socia Gianna BUSSI PASSAGGIO mancata nei giorni scorsi.

Torino, si anima il dicembre con il Teatro Mobile tra “Empatie Urbane” e “Borgo Dora”

Teatro immersivo, camminate performative e teatro in cuffia

A dicembre prosegue Empatie Urbane-attraversamenti e derive nelle periferie di Torino, il progetto ideato da Teatro Mobile , che porta nelle periferie una programmazione diffusa di performance create per strade, cortili, scuole e luoghi simbolici della città.

Dopo i mesi di settembre e ottobre, la rassegna giunge alla sua fase conclusivacon appuntamenti ad Aurora, Falchera, Massaia, Porta Palazzo  e in altre aree urbane significative,  confermando un percorso che mette al centro partecipazione e relazione con il territorio.

Accanto a Empatie Urbane dicembre ospita  anche un nuovo ciclo di eventi a Borgo Dora, nato in dialogo con le realtà del quartiere e dedicato alla scoperta dei suoi spazi attraverso narrazioni originali, paesaggi Sonori e azioni teatrali pensate per il contesto.
Il programma di dicembre si compone di spettacoli site-specific, camminate performative, letture sceniche, lezioni recitate e percorsi in movimento. Le due rassegne, “Empatie urbane” e “Borgo Dora” propongono riscrittura dei classici, esplorazioni urbane guidate dall’ascolto, nuove visioni degli spazi attraversati e memorie locali. Il pubblico è accompagnato in esperienze immersive, spesso in cuffia, che trasformano il percorso stesso in elemento narrativo, favorendo un rapporto diretto tra spettatore, performer e città.
Il progetto coinvolge una rete di associazioni, presidi culturali e artisti distrirete nei quartieri interessati, che partecipano alla progettazione di laboratori, mappature e performance condivise con la cittadinanza. Tra le realtà coinvolte, so possono citare Lo Stagno di Goethe, il Collettivo Camera Chiara, Ma.Ri House, CLG Ensemble, Lamezia, Loco Teatro, Progetto Slip, Bagni Pubblici di via Agliè, Casa del Quartiere Barriera di Milano, Casa UGI e altre realtà torinese attive nella rigenerazione culturale. Gli spettacoli e le performance sono realizzati con tecnologie portatili autoalimentate e senza scenografie tradizionali, nel rispetto dei beni culturali e ambientali. L’invito, rivolto al pubblico, è di raggiungere l’evento con i mezzi pubblici o in bicicletta, in modo da rendere l’evento pienamente sostenibile.

Borgo Dora, cuore storico del quartiere Aurora, dalla forte identità, diventa, nel mese di dicembre, la scenografia naturale di una serie di produzioni originali realizzate con artisti e associazioni del territorio. Le performance guidano gli spettatori attraverso vie e cortili del rione, trasformando la camminata in un’esperienza artistica in cui paesaggio sonoro e narrazione dialogano con il quartiere. Tutti gli eventi della rassegna Borgo Dora partono dallo spazio Idiot, in via San Giovanni Battista La Salle 16/A. In caso di condizioni meteorologiche avverse, gli spettacoli si svolgeranno all’interno di spazio Idiot.

Il Teatro Mobile nasce dall’esperienza di oltre 25 anni di teatro indipendente e ricerca multidisciplinare, guidata da Marcello Cava e Pina Catanzariti, in collaborazione con Aureliano Amadei e Raffaele Gangale. Si tratta di un progetto che intreccia tradizione e innovazione, portando in scena classici e contemporanei con formule non convenzionali, capace di trasformare spazi urbani, aree archeologiche, musei e luoghi naturali in posti attivi e partecipati. Fin dal 1996, dall’apertura del teatro Giovinelli, l’associazione ha dato vita a una pratica culturale che unisce arte e rigenerazione urbana, videoteatro e drammaturgia, collaborazione con scuole e università, fino a reinventare il concetto di Carro di Tespi come palcoscenico viaggiante. Da qui prende corpo l’idea di un teatro mobile, sostenibile, agile, sempre pronto a incontrare il pubblico dove meno lo si aspetta. Il marchio distintivo di Teatro Mobile è il teatro in cuffia, esperienze immersive a impatto zero, in cui lo spettatore attraversa un luogo emblematico ascoltando testi e partiture sonore originali. Così lo spazio non è semplice contenitore, ma diventa spazio dell’opera, in un dialogo continuo tra memoria, percezione  e contemporaneità. Teatro Mobile è oggi una pratica artistica e politica insieme, una risposta creativa alla mancanza di spazi permanenti e al bisogno di nuove forme di fruizione culturale. Un “camion-palcoscenico” che si apre come una scatola magica, capace di ospitare spettacoli, concerti, djset ed eventi multimediali, ma anche un laboratori di inclusione ecologica e sociale.

Info: dal 2 al 6 dicembre 2025 – 14 appuntamenti site-specific gratuiti con prenotazione obbligatoria – promozione@teatromobile.eu – 334 7947310

Mara Martellotta

Luca Buggio e “La città dei Santi”

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TORINO TRA LE RIGHE

Il gran finale di una Torino sospesa tra storia, mistero e destino
Per Torino tra le righe oggi voglio portarvi nell’ultimo, avvincente capitolo della trilogia “La città delle streghe” di Luca Buggio. L’autore è uno scrittore, regista teatrale e sceneggiatore torinese. Laureato in Ingegneria, affianca da anni alla professione tecnica un profondo impegno artistico, con un’attenzione particolare alla narrativa storica e fantastica. Ha esordito nel 2017 con La città delle streghe, primo tassello della sua trilogia dedicata alla Torino del 1706, proseguita con La città dell’assedio e ora completata con La città dei Santi. Appassionato di storia, simbologia e tradizioni popolari, unisce nei suoi libri una rigorosa ricerca documentale a un immaginario ricco di suggestioni, regalando alla città un volto antico e insieme sorprendentemente attuale.
La città dei Santi è un finale che non tradisce le aspettative: una chiusura potente, in cui storia e mito si intrecciano con naturalezza, restituendo ai lettori una Torino che pulsa, trema, respira. Dopo La città delle streghe e La città dell’assedio, Buggio porta a compimento un viaggio che affonda le radici nella verità storica dell’assedio del 1706 ma che si apre a dimensioni più oscure, simboliche, quasi archetipiche. Mentre la città attende l’arrivo dell’armata di soccorso del Principe Eugenio, un’altra battaglia si consuma nei vicoli più nascosti, dove il razionale vacilla e il sovrannaturale si insinua come un presagio inevitabile.
In questo doppio scenario si muove Gustìn, la spia del Duca di Savoia che i lettori hanno imparato a conoscere e a seguire. In questo terzo volume, il suo percorso si fa più complesso: l’uomo pragmatico e disincantato è chiamato a fare i conti con una realtà che non è più soltanto politica o militare, ma profondamente spirituale. Apparizioni, presagi, simboli e presenze che sfidano la logica accompagnano il suo cammino, mentre la guerra lo costringe a confrontarsi anche con ciò che ha di più caro. Laura, la saponaia di Borgo Dora, non è solo il suo amore, ma il suo punto debole: la ragione intima che lo spinge a non arretrare.
Laura, già da sempre in contatto con una dimensione più intuitiva e misteriosa, in questo capitolo assume un peso nuovo. La sua fragilità e la sua forza si intrecciano in un percorso di crescita che la porta al centro delle dinamiche più arcane della storia. Il suo enigmatico protettore, Raffaele, apre infatti la porta a una molteplicità di interpretazioni che richiamano leggende, simboli religiosi e superstizioni popolari del Settecento, avvicinandola sempre di più al cuore del segreto che avvolge Torino. Le sue strade e quelle di Gustìn scorrono parallele, per poi incontrarsi nel momento in cui la verità non può più essere rimandata.
Intanto la città è attraversata da fenomeni inquietanti: sparizioni improvvise, omicidi rituali, apparizioni che sembrano provenire da un altrove remoto. La battaglia del 1706 diventa così il palcoscenico di uno scontro molto più antico, quello tra i seguaci del dio Drago e le forze angeliche che vegliano su Torino. Buggio fonde con grande abilità elementi storici comprovati con la potenza del mito, creando un mosaico narrativo coerente, ricco di simboli e di tensione, dove ogni dettaglio ha un peso preciso e ogni scena sembra guidare verso l’inevitabile.
La sua scrittura è cinematografica, dinamica, capace di alternare con maestria momenti d’azione serrata e pause di intimità emotiva. Il lettore passa dai mercati affollati alle case semplici dei borgi, dalle strade coperte di macerie alla Cittadella devastata dal fuoco. È una Torino viva, materica, che diventa quasi un personaggio essa stessa. E dentro questo ritmo incalzante, c’è spazio anche per un amore tratteggiato con delicatezza, mai invadente, ma fondamentale per comprendere la dimensione umana dei protagonisti. Perché La città dei Santi parla anche di questo: del coraggio di scegliere, del prezzo da pagare per la verità, della forza che nasce dall’amore e della fragilità che rende umani.
Il romanzo si chiude con un epilogo che apre a un salto nel tempo: i protagonisti riemergono adulti, segnati dagli eventi, cambiati nel profondo. Un dono che Buggio fa ai suoi lettori per chiudere il cerchio con dolcezza e per ricordare che la luce può nascere anche dalle ombre più fitte.
Con La città dei Santi, Luca Buggio non solo conclude una trilogia, ma conferma la sua capacità di raccontare Torino come pochi sanno fare: una città di simboli, di storia, di battaglie concrete e interiori. Un luogo dove ciò che siamo stati continua a dialogare con ciò che siamo. Un finale che rimane addosso, potente e malinconico, lasciando una domanda che forse ci accompagnerà ancora a lungo: quale altra storia nasconde questa città che non smette mai di sorprendere?
E forse è proprio questo che amo di più dei libri ambientati a Torino: quella sensazione di camminare per le sue strade con un po’ di luce in più negli occhi, come se la città volesse ancora raccontarci qualcosa — basta solo avere il coraggio di ascoltarla.
MARZIA ESTINI

L’Opera dei Ragazzi compie 30 anni. Dal Teatro Regio al Festival MITO 

Il teatro musicale dell’Opera dei Ragazzi festeggia 30 anni di attività, splendido esempio del futuro musicale casalese che ha lo scopo di avvicinare e unire in modo operativo bambini e ragazzi di diverse culture fino al superamento degli esami in Conservatorio. La geniale idea di Erika Patrucco maturò nel 1985 a soli 16 anni con la variazione dei programmi scolastici del Ministero dell’Istruzione, inserendo l’educazione musicale nelle scuole elementari. In questa occasione, la Regione Piemonte chiamò un grande didatta musicale, il torinese Sergio Liberovici (1930-1991), compositore di origine ebraica, etnomunologo e fondatore del Teatro Stabile di Torino. Liberovici fondò il Teatro per Ragazzi e con Giulio Castagnoli l’Opera dei Bambini, componendo opere per le scuole con la collaborazione di Luciano Berio e dei pittori Ugo Nespolo, Mauro Chessa e Francesco Casorati, figlio del celebre Felice.

 

Erika sviluppò il progetto nel 1994 con un saggio delle scuole elementari di San Domenico nel Teatro di Casale Monferrato, eseguendo “La serva padrona” di Pergolesi, avvicinando così gli alunni dell’anno scolastico al mondo musicale dell’opera sotto l’egida dei Compositori Associati di Torino. Nel 1995 la Patrucco fondò a Casale l’Opera dei Ragazzi sulla scia di Liberovici e Castagnoli. Non sono mancate le occasioni di crescita di questa affermata realtà casalese che ha ricevuto il premio della Fondazione CRT, dal Teatro Regio al Festival MITO eseguendo Le nozze di Figaro e il Flauto Magico di Mozart, La Cenerentola di Rossini, l’Elisir d’Amore di Donizetti e Giacomo Puccini al Piccolo Regio di Torino con allestimento di Ugo Nespolo. Nel 2003 fondò a Casale il Coro Ghescer, costola dell’Opera dei Ragazzi, ponte interculturale e interreligioso creato da un’idea di Elio Carmi, presidente della Comunità Ebraica di Casale. Questa sinergia musicale integra il Coro MusicaInsieme della scuola casalese Primaria San Paolo, affiancando un’orchestra di giovani violoncellisti dell’Opera dei Ragazzi.

Erika ha partecipato a registrazioni per Rai Radio Tre, Nuova Fonit Cetra, Festival Asti Teatro, Teatro Stabile e Teatro Regio di Torino. Si è diplomata in violoncello con i maestri Brancaleon e Destefano, primo violoncello dell’Orchestra Rai e Teatro Regio, sempre presente nelle rassegne della splendida Sinagoga casalese. Nel 2024 è stato istituito il premio intitolato al padre Mario Patrucco, borsa di studio per le nuove generazioni consegnato nel Palazzo Gozzani di Treville, sede della Filarmonica, durante il Festival Echos del maestro Sergio Marchegiani. Le origini mantovane del ramo nobiliare materno risalgono al 1535 con i Passera, consignori di Gaiola e Moiola in Valle Stura, antica famiglia decurionale “de Platea” di Cuneo e con i Nuvoli, conti di Grinzane Cavour, San Damiano d’Asti, Moncalieri e Revigliasco. Nella vicina Trofarello, in antichità Truffarello, ritroviamo i conti Nuvoli dal 1663 al 1671 con Baldassarre, Giovanni Domenico e Giuseppe Antonio. Lo stemma in gesso nella tomba di famiglia dei conti Passera e Nuvoli del cimitero di Moncalieri è fedelmente ricostruito nelle armi dei catasti del comune torinese, rappresentato nel Blasonario Subalpino delle famiglie piemontesi.
Nell’altare dell’imponente monumento funebre, una lapide della cappella risalente al 1688 ne descrive l’acquisto del conte Giovanni Vincenzo Nuvoli, depositario dell’ossario di famiglia come da testamento. Lo stemma dei conti Nuvoli è raffigurato dal sole d’oro uscente da una nuvola d’argento con bordatura indentata d’argento e rosso dal motto “Cum sole nevus”, ossia “Con il nuovo sole”. La discendenza dell’antica e nobile casata è rappresentata in epoca recente da Passera Arturo (1880-1955), marito della contessa Nuvoli Camilla (1884-1925) dalla cui figlia Erica Passera (1916-1966) nacque nel 1944 Luciana Gavazza, pianista, madre di Erika e moglie di Mario Patrucco (1943-2018), violista, musicologo, critico musicale e liutaio. I festeggiamenti per la ricorrenza dell’Opera dei Ragazzi sono previsti per la prossima primavera.
Armano Luigi Gozzano