CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 41

Le Gallerie d’Italia di Torino inaugurano la mostra su Nick Brandt

 

“The Day May Break. La luce alla fine del giorno” il 17 marzo prossimo

Intesa Sanpaolo presenta alle Gallerie d’Italia di Torino dal 18 marzo al 6 settembre prossimo la mostra dal titolo “Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno”, progetto espositivo a cura di Marianna Rinaldo dedicato a uno dei fotografi contemporanei attivi sui temi della crisi climatica e della distruzione ambientale.

“The Day May Break” è stato avviato nel 2020, nel pieno della pandemia, e costituisce una serie globale articolata in quattro capitoli che inaugura una nuova fase della ricerca di Brandt.

Il progetto concentra l’attenzione dell’artista su persone, animali e paesaggi segnati dalla crisi ambientale in regioni del mondo che, pur avendo contribuito meno al cambiamento climatico, ne subiscono in modo particolarmente grave gli effetti.

Per la prima volta a Torino, alle Gallerie d’Italia, vengono riuniti tutti e quattro i capitoli di “The Day May Break” in un percorso immersivo composto da 63 fotografie di grande formato. Le immagini offrono uno sguardo insieme intenso e lirico su ciò che rimane e su ciò che, nonostante tutto, continua a esistere e a suggerire una possibilità di speranza. Il quarto capitolo della serie è stato commissionato da Intesa Sanpaolo, a testimonianza dell’impegno della banca nei confronti della sostenibilità, della responsabilità sociale e della promozione della cultura come strumento di consapevolezza.

Mara Martellotta

“Il barbiere di Siviglia” nella Palazzina di Caccia di Stupinigi

Domenica 15 marzo, alle ore 19, si terrà il primo appuntamento della rassegna domenicale del TSN Teatro Superga Nichelino, nel Salone d’Onore della Palazzina di Caccia di Stupinigi. Si tratta di un omaggio alla lirica italiana, con l’esecuzione del capolavoro di Gioachino Rossini “Il barbiere di Siviglia”. Rappresentato a Roma nel teatro di Torre Argentina nel 1816, si tratta di una delle più vivaci opere buffe della tradizione musicale italiana, su libretto di Cesare Sterbini, tratto dall’omonima commedia di Beaumarchais del 1775. “Il barbiere di Siviglia” mette in scena la forza dell’amore giovanile che supera ogni convenzione sociale, interessi economici e intrighi di Palazzo. Tratteggia un grande affresco che deride la società del bel mondo settecentesco e rivoluziona l’opera buffa, opera di un geniale ventitreenne pesarese che, grazie alla fama ottenuta dal “Barbiere”, divenne il compositore più richiesto dell’Ottocento.

La rassegna “Lirica a corte” è organizzata dal TSN Teatro Superga Nichelino in collaborazione con STM Scuola del Teatro Musicale e Fondazione Ordine Mauriziano.

Info e biglietti: intero 38,50 euro – 0116279789 – biglietteria@teatrosuperga.it – orari biglietteria: da martedì a venerdì dalle 15 alle 19

Mara Martellotta

Le stelle del banano

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BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

Giuseppe Mulas è nato ad Alghero nel 1995, una città di pietra chiara affacciata sul Mediterraneo con bastioni che signoreggiano sull’orizzonte insieme antico e quotidiano del mare.
Nei vicoli del centro storico l’aria sa di sale, tra case color miele, panni stesi e finestre spalancate che sbattono per il vento.
Più in basso il porto, con le barche ferme sull’acqua che all’imbrunire si fa profonda.
Nonostante le sue origini ha un accento particolare, per nulla sardo, ma che richiama quello spagnolo: lui stesso non se lo spiega.

Dalla Sardegna si trasferisce un po’ per caso a Torino e poi passa un anno a Varsavia in Erasmus.
Qui incontra il professore e pittore Paweł Bołtryk dell’Accademia di Belle Arti.
Dalla sua pittura assorbe alcuni topos quali le forme organiche e vegetali, spesso accresciute e isolate sulla tela in un intrico dalla levità irreale.

Sempre a Varsavia rimane colpito dalla presenza inaspettata di una palma artificiale alta 15 metri – installazione dell’artista polacca Joanna Rajkowska – in una rotatoria di via Gerusalemme, che produce uno straniante contrasto con l’ambiente circostante.
Un’immagine che sembra in dialogo con quelle del professor Bołtryk, una sorta di sincronicità, che Giuseppe si porta con sé nel suo ritorno a Torino.

Il suo lavoro nasce proprio così: per figure che ritornano, scivolate solo momentaneamente nell’inconscio, nei sogni.
Non è però una pittura impulsiva, Giuseppe lavora in modo metodico tra le nebulose di queste forme, spesso sapendo già prima di iniziare quali elementi entreranno nel quadrato luminoso della tela e come si combineranno tra loro.

Non uso a caso il binomio “quadrato-luminoso”: Mulas parte spesso da una base gialla, che rimane nascosta sotto gli strati successivi di colore– soprattutto blu e viola – poi graffia la superficie, incide la pittura e il giallo zampilla come luce.
Il segno metallico lavora dunque per riaprire la superficie e lasciare riaffiorare ciò che sta sotto.

È forse questa tecnica una chiave-metafora per capire Giuseppe.
Quella matrice carsica di giallo intenso è simile a ciò che ho avvertito chiacchierando con lui nel suo studio di via Tarino 7, a Vanchiglia, in un pomeriggio di fine inverno.
Parlo di qualcosa di pacato ma operoso, di una nervatura profonda di calore, come brace sotto la cenere, la stessa che nelle sue tele affiora non appena le si scalfisce.
Un’allegria trattenuta, un conquistato ottimismo del nulla che non necessita di continui input esterni per farlo ardere ma che è piuttosto un ricercato sostrato interiore.

Il linguaggio visivo dell’artista è legato al simbolico e all’oniricomentre osservo le sue opere mi viene in mente il realismo magico di García Márquez, in cui le cose hanno vita propria, al di fuori del nostro punto di vista.
La camera da letto, il bagno, i segni dell’infanzia, le pareti, il ricordo della casa: tutto, nel suo lavoro, sembra sorgere da un’esperienza privata che si schiude però attraverso un alfabeto cosmico di bambino.

Piante tropicali, banani, stelle, casette-matrioska e oggetti quotidiani diventano il fulcro dei quadri: sono in parte simulacri di esseri umani, in parte portatori di una loro traccia, in parte scampoli d’inconscio – di spostamenti di senso – e in parte solo se stessi.

Tra questi elementi ce n’è uno che ritorna di frequente: il banano.
Giuseppe mi racconta della malattia degenerativa del padre e di come sia nata allora questa figura: una pianta immobile, radicata e generatrice di frutti.
In alcuni dipinti l’albero, talvolta seduto in poltrona, genera attraverso le sue lacrime delle stelle.
Stelle che l’artista riproduce come si fa da piccini, con asterischi, e che si insinuano e traboccano nei vari anfratti della tela: tovaglie, bicchieri, corpi, muri.

Sulle tele compaiono spesso cieli stellati: cascami di ricordi che di nostalgico non trattengono molto.
Le notti in Sardegna, la spiaggia, le costellazioni osservate con gli amici vicino al mare sono piuttosto sostanze ancora attive, capaci di deformare il presente.

La notte è l’altro grande territorio della sua pittura: uno spazio del sogno che è l’altra faccia di quel giallo che attende di far capolino sotto la superficie.
Quella di Giuseppe è una notte senza tenebra, che fa da mite contraltare alle figure e alle luminosità dell’insieme.

Stilisticamente usa infatti colori saturi e tra loro opposti, spesso applicati direttamente dal tubetto senza mescolarli, con tonalità accese che alterano il rapporto tra chiarore e ombra, realtà e incantesimo.

L’essere umano non è quasi mai presente se non a frammenti.
È una presenza espansa e amalgamata anch’essa nel simbolico: se gli oggetti talvolta rimandano o sono testimoni della presenza umana, le presenze umane si fanno quasi oggetti.
La vita continua a manifestarsi senza cervelli che la elaborino, le cose mantengono il loro significato al di là delle nostre interpretazioni.

Al termine della mia chiacchierata con Giuseppe, e di questo articolo, c’è l’Amazzonia.
Ci passa tre mesi nel 2022, dove vive non distante dalla foresta colombiana a stretto contatto con una comunità indigena.
Mi racconta di alcuni giorni passati a cacciare nella giungla, dello scorrere lento del fiume, percorso in barca tra pareti di vegetazione così fitte da sembrare un’unica massa verde.
Degli appostamenti e soprattutto della foresta di notte.

Quando lo fa non mi parla di un muro nero in cui si agitano rumori ostili o respingenti.
Gli alberi si muovono appena, pollini di suono sospesi nell’aria come invisibili fuochi fatui che si consumano brevemente.
Gli pare che qualcosa di immenso stia dormendo sotto quella pelle di radici e rami: una sorta di struttura salda, un sistema immunitario fatto di corpi vegetali che possiede un rigore palpabile.
L’alta nota gialla che è il fondale d’ogni cosa.

Forse è per questo che nei suoi quadri le piante non sono mai nemiche, le foglie si aprono come mani, tra i rami compaiono cuscini, piccoli approdi morbidi.

La vegetazione diventa un luogo in cui fermarsi, dormire, prestare ascolto al rumore del sangue che fluisce nei ventricoli del mondo e dalla quale far sgorgare un tripudio di astri stilizzati, identici a come li percepivamo da bambini mentre eravamo distesi con gli amici a guardare il cielo.

Link Linkedin e Instagram: https://www.linkedin.com/in/riccardo-rapini-31097438/
https://www.instagram.com/rijkard_nikov/

Foto 1 e 2 : Giuseppe Mulas nel suo studio
Foto 3: “Sognare la notte” 180×210 cm Acrilico Olio Spray
Foto 4: Installazione “All the stars of your”

Attraverso il dolore, verso la libertà: Alessia Alciati contro la violenza sulle donne

Attrice e autrice, Alessia Alciati racconta come il cinema e il progetto About Eve trasformano il racconto in consapevolezza, responsabilità e azione concreta, offrendo speranza e strumenti di cambiamento per chi affronta il dolore.
Con il suo lavoro, Alessia unisce l’arte al senso di responsabilità, dimostrando come cinema e narrazione possano diventare leve potenti per il cambiamento culturale e per valorizzare la consapevolezza emotiva del pubblico.
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Alessia, quando nasce la tua sensibilità verso il tema della violenza sulle donne?
La mia sensibilità verso il tema della violenza sulle donne nasce da una predisposizione che mi accompagna da sempre: una forte attenzione verso le situazioni di ingiustizia e verso la sofferenza delle persone. Con il tempo questa sensibilità si è trasformata in una forma di responsabilità, alimentata anche da un’esperienza personale che mi ha portata a confrontarmi più da vicino con la fragilità che molte donne possono vivere.
Entrare in contatto con queste storie rafforza il senso di empatia e la consapevolezza che non basta fermarsi alle dichiarazioni o ai messaggi di solidarietà. Spesso ciò che resta invisibile è proprio il percorso del dolore che le vittime attraversano.
Da qui è nata l’esigenza di creare uno spazio in cui quel percorso potesse essere raccontato e condiviso, perché è lì che prendono forma la consapevolezza e la possibilità di cambiare lo sguardo. Il cinema mi è sembrato il linguaggio più adatto per farlo: non per spiegare o giudicare, ma per mostrare e permettere alle persone di avvicinarsi a queste storie con maggiore profondità.
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Tratto dal cortometraggio “Favola nera”
Nel film Favola Nera affronti un tema complesso attraverso una narrazione intensa. Qual è il messaggio che volevi trasmettere? Perché hai scelto il linguaggio della favola “oscura” per parlare di violenza?
La scelta della favola dark nasce dal desiderio di accompagnare lo spettatore verso una maggiore consapevolezza emotiva. La struttura del racconto riprende simbolicamente un percorso di sofferenza che richiama, in forma evocativa, anche antiche immagini della tradizione – come quella del sacco degli antichi romani – per rappresentare un momento di chiusura e di immersione nel dolore.Ma il punto non è la sofferenza in sé. Attraversare quel passaggio serve a far emergere una possibilità di liberazione: la scoperta di una visione di sé ricostruita, ancora incerta magari, ma aperta al potenziale. In questo processo il dolore non scompare, ma cambia natura. Diventa qualcosa che può essere attraversato e compreso, non più distruttivo né limitante delle proprie energie.
È proprio in questa forma di solidarietà con il dolore – nel riconoscerlo senza negarlo – che può nascere un senso di liberazione e una nuova consapevolezza di sé. Il linguaggio della favola, con la sua dimensione simbolica, mi è sembrato il modo più adatto per raccontare questo passaggio.
 Secondo te il cinema può contribuire davvero a cambiare la percezione sociale della violenza di genere?
Credo che l’arte abbia un potere evocativo molto forte, perché riesce a parlare alle persone su un piano emotivo e immediato, spesso prima ancora che razionale. A differenza di molti dibattiti pubblici, che rimangono confinati in contesti specifici o specialistici, l’arte ha la capacità di raggiungere il pubblico in modi diversi, anche in momenti non programmati della quotidianità: un film visto per curiosità, una storia che si incontra quasi per caso.
In quell’incontro nasce prima di tutto una percezione individuale. Lo spettatore si confronta con immagini, simboli e situazioni che possono risuonare con la propria esperienza. Ma quando queste percezioni si moltiplicano e vengono condivise, possono trasformarsi in qualcosa di più ampio: una percezione sociale, una consapevolezza collettiva che nel tempo diventa patrimonio culturale.

In questo processo il cinema ha una forza particolare. Unisce racconto, immagine ed emozione e possiede una straordinaria capacità di diffusione. Proprio per questo può contribuire a rendere visibili temi complessi come la violenza di genere, favorendo un passaggio importante: da una sensibilità individuale a una coscienza sociale più ampia e condivisa.

Foto Angelo Cricchi
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Oltre al lavoro artistico, sei impegnata nel progetto About Eve. Come nasce questa iniziativa e quali sono i suoi obiettivi principali?
Il progetto About Eve nasce dal desiderio di dare una forma concreta a un impegno che non voleva restare soltanto sul piano del racconto artistico. In un certo senso rappresenta il primo tassello per trasformare un’idea e una sensibilità in qualcosa di organizzato e operativo, capace di trasferire valore attraverso iniziative proprie.
Per me è anche motivo di orgoglio poter svolgere un ruolo attivo in questo percorso, in modo coerente con una sensibilità e con un’indole che mi hanno sempre portata a non restare indifferente di fronte alla sofferenza delle persone. Per fare questo cerchiamo di mantenere uno sguardo ampio sul fenomeno, che non riguarda solo l’episodio di violenza in sé ma anche le condizioni che spesso lo rendono possibile o lo aggravano.
Pur nascendo anche dalla volontà di affrontare il tema della violenza di genere, About Eve non è un progetto limitato esclusivamente a questo ambito. L’associazione si propone infatti come uno spazio aperto di riflessione e di azione su diverse forme di fragilità e di esclusione sociale, dando voce a minoranze, sostenendo percorsi di empowerment e situazioni di disagio che spesso faticano a trovare ascolto. In questo senso About Eve unisce due dimensioni: da una parte la denuncia sociale e la volontà di contribuire a un cambiamento culturale, dall’altra la dimensione artistica e creativa, che diventa uno strumento per raccontare e rendere visibili queste realtà.
L’obiettivo è offrire un punto di riferimento, un luogo di ascolto e di supporto per chi attraversa momenti di difficoltà, ma anche costruire relazioni con istituzioni, associazioni e professionisti che lavorano su questi temi. L’idea è creare una rete capace di accompagnare le persone verso percorsi di consapevolezza e di crescita, trasformando l’esperienza individuale in una possibilità di riscatto e di nuova energia
Proprio questa visione più poliedrica ci porta a dialogare con istituzioni, realtà associative e professionisti che lavorano sul tema. L’idea è costruire connessioni e percorsi condivisi, in modo che l’associazione possa diventare un punto di riferimento per attivare risposte concrete e sostenere un cambiamento reale.
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Gli artisti hanno una responsabilità nel prendere posizione su temi sociali come questo? Hai mai avuto timore che affrontare temi così forti potesse essere rischioso professionalmente?
Credo che gli artisti abbiano prima di tutto una grande possibilità: quella di parlare alle persone attraverso il linguaggio evocativo dell’arte. Non è una responsabilità intesa come obbligo morale o come presa di posizione forzata, ma piuttosto come una consapevolezza del ruolo che l’arte può avere nel contribuire a cambiare lo sguardo della società.
Quando un artista sceglie di affrontare un tema, lo fa attraverso la propria sensibilità e la propria libertà creativa. Ed è proprio questa libertà che rappresenta la sua forza più grande. L’autonomia dell’artista permette di esplorare la realtà da prospettive diverse, di porre domande, di aprire spazi di riflessione che spesso anticipano o accompagnano i cambiamenti culturali.
Per questo mi piace pensare che il senso del proprio ruolo sociale possa diventare una fonte di ispirazione per l’identità artistica, senza trasformarsi in un vincolo. L’arte resta uno spazio libero, ma proprio questa libertà può renderla uno strumento potente nel favorire nuove consapevolezze.
Più che un rischio professionale, affrontare temi complessi può diventare un’occasione per dare profondità al proprio lavoro e per contribuire, anche solo in parte, a un dialogo culturale più ampio.
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Spesso la violenza è l’ultimo anello di una catena fatta di stereotipi e silenzi. Da dove bisogna iniziare per cambiare davvero le cose?
Cambiare davvero le cose richiede innanzitutto una presa di coscienza collettiva: la violenza non nasce dal nulla, ma da certi stereotipi, silenzi e dinamiche sociali che tutti, in qualche misura, contribuiamo a mantenere. In questo senso, ogni gesto, ogni parola e ogni riflessione hanno un peso.
L’arte ha un ruolo importante perché può raggiungere le persone in modi diversi, aprendo finestre di consapevolezza che vanno oltre il dibattito pubblico tradizionale. Ma il vero cambiamento parte anche dall’individuo: dalla capacità di esercitare empatia, di considerare l’altro come persona, di riconoscere le ingiustizie intorno a sé e di tradurre quella consapevolezza in azioni concrete.
Per me questo impegno sociale non è solo un dovere morale, ma una fonte di grande gratificazione. La possibilità di contribuire attivamente al cambiamento arricchisce la mia vita, migliorando la qualità delle relazioni e della mia esperienza lavorativa, e alimentando una soddisfazione profonda nel vedere concretamente l’impatto positivo delle mie azioni.
Ognuno ha il potere – piccolo o grande che sia – di contribuire a rompere schemi e silenzi. È questo intreccio tra responsabilità individuale e collettiva, tra sensibilità e impegno concreto, che può davvero trasformare la società e fare in modo che la cultura del rispetto diventi patrimonio condiviso.
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Se una donna che sta vivendo una situazione di violenza potesse ascoltare le tue parole, cosa vorresti dirle?
Se potessi rivolgermi a una donna che sta vivendo una situazione di violenza, le direi con forza che il dolore che sta vivendo non è normale e non va mai accettato come una condizione inevitabile della vita. Normalizzare il dolore significa permettere che diventi una dimensione che limita, che frena e che, alla lunga, può portare alla distruzione della propria energia, della propria libertà e della propria capacità di scelta.
Esiste però un’alternativa: la speranza. Anche nei momenti più oscuri è possibile ritrovare la propria forza e interrogarsi su quale possa essere il proprio ruolo verso sé stessi. Come nella Favola Nera, dove la protagonista si risveglia con il desiderio di capire chi è e quale strada può scegliere, anche chi attraversa il dolore può trovare la possibilità di ricostruire sé stessa, passo dopo passo, e riscoprire la propria libertà.
Il messaggio è chiaro: il dolore va riconosciuto, ma non accettato come destino. C’è sempre spazio per cambiare, per chiedere aiuto, e per ritrovare una vita che non sia definita dalla violenza subita, ma dalla forza di reagire e dalla capacità di risorgere.
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Riccardo Di Maria
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Andrea Ferraris, dal fumetto autobiografico al cinema internazionale

La storia delle adozioni è sempre complicata, per le traversie che comporta, ma raccontare un adozione dal punto di vista autobiografico è impresa ardua. Ci è riuscito il fumettista Andrea Ferraris talmente bene, che un film tratto da una sua graphic novel è stato presentato in anteprima mondiale nell’ultimo Santa Barbara International Film festival tenutosi nella località californiana il 4 febbraio di quest’anno. Il film girato dall’esordiente regista palermitano Nicola Rinciari è una trasposizione del fumetto edito in Italia dalla casa editrice Einaudi di Torino che ha per titolo ‘’Una zanzara nell’orecchio’’. E’ raccontata la vicenda di Andrew ( l’americano Jake Lacy ) e Daniela ( l’iraniana Nazanin Boniadi ) una coppia che si reca a Goa in India, per adottare Sarvari( l’indiana Ruhi Pal ), una bambina di quattro anni che intendono portare in Italia ( negli Stati Uniti nel film ). Nel momento in cui la bambina rifiuta di lasciare l’orfanotrofio che in fondo è la sua casa, il loro progetto famigliare entra in crisi. Il tentativo di realizzare un nuovo legame e di tornare insieme in Italia ( gli Usa nel film ) si trasforma in un Odissea che mette a dura prova l’ideale famigliare, il ruolo di genitori e l’equilibrio della coppia. Nicola Rinciari ha lavorato tra le altre sue attività come artista di previsualizzazione presso l’americana Dream Works Feature Animation. Nelle sue parole si sente chiamato a comunicare la bellezza della vita anche nei suoi difetti e nelle sue asperità. Il tutto si riflette nel suo lavoro che spazia dal genere fantasy, alla commedia, al dramma. Ogni forma di espressione è per lui una forma di poesia. Mira a mostrare al pubblico un frammento della nostra realtà, da una diversa prospettiva. Parte da un problema, un argomento, un sentimento e lo trasforma in storia che coinvolga lo spettatore sia a livello intellettuale che emotivo. Questa la filosofia del regista siciliano. Pochi fumettisti per contro hanno avuto la capacità di intersecare documento autobiografico, lavoro personale e stile comunicativo come Andrea Ferraris. E adesso arrivano anche i riconoscimenti internazionali.

Aldo Colonna

 

Il PAV presenta “In between places you can find me” a cura di Franko B.

Lunedì 16 marzo inaugura, alle ore 18, presso il PAV Parco Arte Vivente la mostra dal titolo “In between place you can find me” (Tra i luoghi puoi trovarmi), curata da Franko B., nata dalla collaborazione con l’Accademia delle Belle Arti di Torino.
Il progetto, visitabile fino al 26 aprile prossimo, conferma e rafforza un dialogo attivo tra l’istituzione museale e la formazione artistica, ponendo il PAV come luogo di attraversamento, sperimentazione e relazione con pratiche emergenti. Questa prospettiva si inserisce coerentemente con la vocazione del PAV, da sempre catalizzatore dei processi del vivente e delle interconnessioni tra arte, natura e società, divenendo un prezioso osservatorio delle dinamiche ecologiche e relazionali del presente. La mostra riunisce una selezione di artisti e artiste dell’Accademia Albertina, tra studenti in corso e artisti attivi nel panorama contemporaneo, uniti da una pratica di ricerca che esplora le relazioni sensibili tra umano e non umano in un contesto storico caratterizzato da forte instabilità. Tra processi aperti, linguaggi eterogenei e forme non definite, la dimensione artistica e quella curatoriale non si sovrappongono, ma si incontrano in uno spazio intermedio, generando un campo di sperimentazione condiviso, fatto di tentativi, dialoghi e risonanze. Il percorso espositivo evoca uno spazio di ricerca che non è mai pienamente definito, ma che prende forma nell’esperienza dell’attraversamento. È il luogo in cui si possono incontrare esperienze che non si sapeva di cercare: amore, pena, disastro, speranza, sogni.

La pratica artistica non procede secondo un canone razionale, una progressione lineare, ma si sviluppa attraverso tensioni e slittamenti, come nell’opera di Federico Zamboni “Vita di Milarepa” su un doppio livello di comprensione, uno visivo e concreto, l’altro immateriale e imprevedibile. Le opere in mostra nascono dalla condizione di ricerca permanente, alimentata dal desiderio, dalla curiosità e da una forma di “fame” al tempo stesso conoscitiva, tecnologica ed esistenziale, come in “Non sarà più”, opera del 2025 di Arianna Ingrascì. Inconsciamente si è sempre alla ricerca di qualcosa tra luoghi, ricordi e oggetti, non necessariamente fisici, ma emotivi e vulnerabili poiché precari, come suggeriscono “The Knight’s Grave” del 2025, di Marta Rocchi, “Opzione numero 1 di Spazi Barcollanti” del 2025, di Flaminia Cicerchia, mentre Alberto Parino invita a seguire indizi certi in “Siamo qui ora”.

In questi territori difficili da definire, la ricerca si orienta verso ciò che non è separabile, verso forme che resistono a una categorizzazione stabile, come in “Senza titolo”, del 2025, di Marco Berton. Questa tensione implica la disponibilità a essere contaminati da ciò che si incontra. I linguaggi dell’arte diventano materia viva capace di attraversare e di essere attraversata, talvolta assumendo caratteristiche virali, come in “Last night the enemies” del 2025-2026, di Gabriele Provenzano. Nonostante il linguaggio non garantisca una comunicazione infallibile, il desiderio che attraversa la mostra è quello di ritrovarsi, riconoscendone umanità, empatia e amore che Nicolò Marchetto mette in luce nell’opera “Via gentis”, del 2021.
I versi appassionati e disperati di Laurie Anderson in “Ti stavo cercando, ma non sono riuscito a trovarti”, evocano la possibilità di favorire e di perdersi che si ritrova nell’opera di Nicholas Polari, del 2025, dal titolo “Michi went out for a walk and didn’t come back”, o di correre il rischio di essere dimenticati tra le pieghe del tempo, come in “Counting On” di Tommaso Genovese, opera del 2024.
In “Relazione #3”, del 2024, di Fabio Cipolla e “Nachgefühl”, del 2023, di Abdel Karim Ougri si attivano i molteplici collegamenti della memoria in cui il “me” non rimanda a un’identità individuale, ma a una presenza collettiva e plurale.
La mostra si configura, così, come un campo relazionale aperto, che prende forma nello spazio intermedio tra le opere, tra i corpi, tra chi guarda e chi agisce, da ciò che viene ricordato, non tanto dalle parole ma dall’atto del riconoscimento e del ritrovare.

Mara Martellotta

Fondazione Torino Musei, gli appuntamenti

SABATO 14 MARZO

 

Sabato 14 febbraio ore 15

BLU BLU

PALAZZO MADAMA – attività famiglie

@ REMIDA-centro di riuso creativo, via Modena 35 Torino

La Città di Torino – Divisione Educativa, l’Istituzione Torinese per una Educazione Responsabile (ITER) e la Fondazione Torino Musei con GAM, MAO Museo d’Arte Orientale e Palazzo Madama propongono un ciclo di tre laboratori dedicati ai bambini 5-11 anni e alle loro famiglie con un tema specifico che unisce arte e riciclo collegato a REMIDA, il Centro di Riuso Creativo di ITER di via Modena 35.

Il laboratorio (con quota di partecipazione a carico delle famiglie) prevede due incontri per ogni museo coinvolto: il primo in museo e il secondo nel Centro REMIDA per promuovere la conoscenza del Centro e delle sue attività, offrendo un’esperienza educativa basata sulla sostenibilità e il riuso creativo.

Blu notte, blu fiordaliso, blu elettrico, blu pavone… quanti blu conosci?

Porta con te un piccolo oggetto di un blu che ti piace e lo accosteremo con i blu chiari e scuri che ci sono in museo. Seguiremo questo colore che compare su un prezioso cofano e che ci guiderà tra gli oggetti in vetro, smalto e ceramica conservati nelle sale del Palazzo. Il gioco di osservazione e confronto terminerà in laboratorio dove, con un collage polimaterico, metteremo in risalto il blu che preferiamo facendolo dialogare con gli altri colori.

sabato 14 marzo 2025, ore 15 presso REMIDA-centro di riuso creativo, via Modena 35 Torino

Costo: €7 a bambino. Biglietto di ingresso ridotto al museo per adulti accompagnatori (gratuito con Abbonamento Musei)

Prenotazione obbligatoria: t. 011.4429629 (lun-ven 09.30 – 13; 14-16); madamadidattica@fondazionetorinomusei.it

 

 

DOMENICA 15 MARZO

 

Domenica 15 marzo ore 15:30

IL CORPO E L’INVISIBILE

GAM – Attività per adulti e bambini dai 6 anni in su
Chi siamo veramente? Siamo solo ciò che si vede allo specchio o nascondiamo mondi invisibili, radici antiche e forze selvagge? Questo percorso nelle sale della GAM è un viaggio dedicato al mutamento e alla metamorfosi, per scoprire come l’arte possa raccontare la nostra verità, rielaborandola in qualcosa di magico e inaspettato. Partiremo da sculture figurative per poi lasciarci stupire da volti di vetro che sembrano sciogliersi e creature leggendarie che svelano le nostre radici più profonde. In laboratorio, diventeremo protagonisti di una vera trasformazione sovrapponendo trasparenze e colori. Un’esperienza per giocare con la propria immagine e dare forma a un “sé” nuovo, fluido e sorprendente, capace di raccontare chi siamo oltre l’apparenza.
**Grazie alla collaborazione tra FTM e Biraghi, al termine dell’attività sarà offerta la merenda a tutti i partecipanti.
Costo: 10 € a partecipante
Costo aggiuntivo: 
adulti biglietto di ingresso ridotto; gratuito per i possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte e Valle d’Aosta
Per prenotazioni e informazioni: 011 19560449 – ftm.prenotazioni@coopculture.it
Prenotazione e pagamento online

 

Domenica 15 marzo ore 18

KEIJI HAINO + MASAYOSHI FUJITA

MAO – performance nell’ambito del public programme di The Soul Trembles

@ OGR Torino, corso Castelfidardo 22

 

KEIJI HAINO

Un’icona della controcultura musicale giapponese

Keiji Haino è senza dubbio uno degli artisti più affascinanti e influenti del panorama sperimentale contemporaneo. Misteriosa figura attorno alla quale gravita tutta la scena del rock psichedelico e noise giapponese, con una presenza scenica dirompente che sfiora i linguaggi della performance art, esordisce nel 1970 con il leggendario gruppo noise-rock Lost Aaraff e raggiunge la notorietà col trio Fushitsusha. L’approdo alla carriera solista con l’album Watashi Dake/Only me (1981) segna una tappa fondamentale: con voce e chitarra dà vita ad improvvisazioni di incredibile intensità emotiva. Con alle spalle quasi 50 anni di carriera Haino esplora la musica contemporanea offrendo performance in cui la riscoperta del suono si avvale di qualsiasi tipo di strumento: chitarra, voce, batteria, elettronica, strumenti a percussione, sintetizzatori, ghironda e altri strumenti della tradizione popolare. Con Haino la tradizione del noise giapponese si mescola a quella del blues e del free jazz, creando un genere nuovo ed inimitabile. Ha collaborato, fra gli altri, con i Tatsuya Yoshida/Ruins, Masami Akita/Merzbow, Z’EV, Tony Conrad, John Zorn, Thurston Moore, Peter Brötzmann, Fred Frith, Bill Laswell, Faust, Jim O’Rourke, Oren Ambarchi, e fra gli artisti visivi con Christian Marclay e Cameron Jamie, e pubblicato più di 200 dischi.

In questo evento speciale a Torino, si esibirà con la polygonola, uno strumento poligonale piatto in metallo, costruito a partire dalla teoria della vibrazione bidimensionale da Naoki Skura.

 

MASAYOSHI FUJITA

Un affascinante lavoro di tessitura sonora ambient

Vibrafonista giapponese, Masayoshi Fujita inizia il suo percorso artistico con la batteria, per poi dedicarsi in modo approfondito al vibrafono, arrivando a comporre brani originali influenzati dal jazz e dall’elettronica. Dopo aver pubblicato registrazioni di ambient ed elettronica, Fujita inizia a sperimentare al di fuori degli stili tradizionali del vibrafono, preparando lo strumento con pezzi di metallo, strisce di alluminio e altri oggetti, alla ricerca di nuove possibilità sonore che ampliano lo spettro del vibrafono senza però intaccarne il carattere intrinseco.

Ha pubblicato cinque LP con l’etichetta culto di Londra Erased Tapes: Stories (2013), Apologues (2015), Book of Life (2018), Bird Ambience (2021) e Migratory (2024), e ha collaborato con producer elettronici come Jan Jelinek e Guy Andrews.

Partecipazione inclusa nel biglietto di ingresso alle mostre delle OGR Torino.

Il biglietto è acquistabile online. Prenotazione sulla pagina dedicata sul sito OGR.

 

 

GIOVEDI 19 MARZO

 

Giovedì 19 marzo ore 18

IL SANGUE IN UNA PIETRA. SPINELLI E RUBINI DALLA BIRMANIA ALLA CORONA BRITANNICA

MAO – conferenza nell’ambito del ciclo di conferenze Bagliori d’Oriente

A cura di Sherif El Sebaie.

Quarto appuntamento del ciclo di conferenze Bagliori d’Oriente, a cura di Sherif El Sebaie, già Consulente Scientifico per la Galleria dei Paesi Islamici dell’Asia del MAO Museo d’Arte Orientale. Il percorso, pensato come un viaggio attraverso culture e simboli, esplorerà l’uso, il valore rituale e il significato culturale delle pietre preziose e semipreziose, mettendo a confronto le tradizioni artistiche e religiose dell’Oriente e dell’Occidente.

L’appuntamento di marzo sarà dedicato ai rubini.

Considerata la gemma del fuoco e del comando, la conferenza ripercorrerà il viaggio dei rubini birmani fino al Tesoro della Corona britannica, confrontando l’estetica simbolica orientale con quella occidentale, tra reliquie religiose e collier da parata.

Ingresso: 5€. Biglietto acquistabile in museo. Non è richiesta la prenotazione

 

 

   
Visite guidate in museo alle collezioni e alle mostre di Palazzo Madama, GAM e MAO
a cura di CoopCulture.
Per informazioni e prenotazioni: t. 011 19560449 (lunedì-domenica ore 10-17)

ftm.prenotazioni@coopculture.it

 

https://www.coopculture.it/it/poi/gam-galleria-darte-moderna/
https://www.coopculture.it/it/poi/mao-museo-darte-orientale/
https://www.coopculture.it/it/poi/palazzo-madama-museo-civico-darte-antica/

 

“ACTORMAN” in scena il 14 marzo con Simone Moretto

Il sipario su “ACTORMAN” si alza sabato 14 marzo e l’attore Simone Moretto mette in scena sé stesso, al Teatro Q77, a Torino

 

Spettacolo “One-man show” in cui ripercorre la sua vita, coinvolgendo il pubblico nell’esilarante e autoironico viaggio che attraversa vent’anni della sua carriera e della sua esistenza fino ad oggi.

Credo sia giusto sottolineare, prima di tutto, che “ACTORMAN” non è uno spettacolo qualsiasi; ma un particolare e suggestivo esempio di talento e bravura.

È un monologo -tutt’altro che facile- dietro al quale c’è un immenso e duro lavoro.

Sul palco c’è solo Simone.

Lui, con la potenza della sua recitazione, conduce tutta la serata avvolgendo il pubblico in un’autentica esperienza emozionale indimenticabile.

Ed è proprio così che emerge tutta la caratura di questo artista; risultato di un innato talento, che ha saputo coltivare e fare crescere con la costante e seria preparazione, in anni di studio appassionato e rigoroso.

La definizione migliore di cosa comporti questo “One-man show” me la diede proprio Simone Moretto quando lo intervistai a lungo per “Il Torinese quotidiano online”:

«… occorrono sfrontatezza e coraggio infiniti. Per esempio, è impegnativo tenere la scena in un teatro pieno con un monologo; implica una mole di lavoro che gli altri non vedono… ma non sai quanta fatica per arrivare lì!».

 

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L’attore Simone Moretto si racconta

Dunque “ACTORMAN” è l’occasione da non perdere per ammirare la bravura di questo talentuoso interprete camaleontico, in continua e rapida ascesa; tra fiction tv, film, teatro e pubblicità.

Lo spettacolo -il cui testo è stato scritto da Massimo Pica e Giampiero Perone- era già andato in scena al Teatro Gioiello una settimana prima che dilagasse il Covid. Fu subito un grande successo, con il teatro pieno, 500 persone; purtroppo fermato dall’epidemia.

Ora, Simone Moretto, riprende laddove il progetto era stato interrotto, perché ha un legame particolarmente profondo con “ACTORMAN”.

 

È la sua storia. A partire da quando era ragazzino e viveva in uno sperduto paesino della Valle D’Aosta in cui non accadeva mai niente. É cresciuto lì, dove negli anni 80 c’era solo una videoteca e si potevano prendere 3 VHS per volta.

Ma è proprio allora che ha iniziato a vedere tutti i film dei grandi maestri, ed incominciato ad accarezzare l’idea che la sua strada, forse, poteva essere quella della regia.

Poi ci sono state le peripezie degli inizi, gli stati d’ansia dei primi provini, per arrivare infine all’approdo dei grandi set cinematografici. Le fiction e i film stranieri dove, come una mosca bianca, spiccava come unico attore italiano capace di misurarsi con produzioni a stelle e strisce; ovvero, una gran bella sfida! Egregiamente vinta!

Oggi è un attore affermato, conteso da teatro, tv, cinema e pubblicità. Ha validi agenti che lo rappresentano nel mondo, perché il suo è uno sguardo che punta sempre anche oltreconfine. In questo è parecchio favorito dall’essere poliglotta, valore aggiunto che gli consente di destreggiarsi facilmente sui set di tutte le latitudini.

 

È capace di calarsi perfettamente in molteplici ruoli che spaziano dal cattivo (che ama moltissimo), all’uomo buono ed eroe positivo, al rappresentante della legge, o ancora, nella straripante e contagiosa comicità di “Forbicifollia”, che, sempre nell’intervista per “Il Torinese quotidiano online” definì:

«….spettacolo che adoro e ho fatto più a lungo nella vita; sono in scena da 16 anni ininterrotti con oltre 2000 repliche. É un giallo comico, ma interattivo. Il pubblico impazzisce all’accendersi delle luci in sala e le indagini le svolge lui».

 

Allora appuntamento con “ACTORMAN”: concentrato di bravura, presenza scenica ed autoironia.

Sul palco, al centro della scena e attore unico, Simone Moretto, ci conduce dietro le quinte della vita e del mondo di un attore.

Scoprirete follie, fragilità, sfide, discese e risalite di chi ha scelto un mestiere che gli consente di vivere mille vite oltre la sua.

Tutto raccontato con strategica ed affascinante autoironia….perché la grandezza di un uomo, ancor prima che dell’attore, è saper ridere di se stesso.

LAURA GORIA

 

Sabato 14 Marzo 2026 Ore 21,30 Teatro Q77 Vertigo Live di Corso Brescia 77 a Torino

Acquisto biglietti sito: www.teatroq77.it

 

 

 

 

 

 

 

“L’uomo dei sogni”, incubi e divertimento di una perfetta commedia

Al Gobetti, sino a domenica 15 marzo

Sfiora il cinema, in dose minima, magari con uno sguardo sghembo e velocissimo, la nuova commedia di Giampiero Rappa – che anche la dirige e ne ricopre vari ruoli – “L’uomo dei sogni”, in scena al Gobetti sino a domenica prossima per la stagione dello Stabile. Che dovrebbe assolutamente essere visto. Perché nel titolo ti torna alla mente inevitabilmente l’eguale titolo dell’hollywoodiano Kevin Costner mentre in quel Joe Black, che soppianta il Giovanni Bizzarro del protagonista, torni facilmente al biondino Brad Pitt che prende le sembianze della Morte una trentina d’anni fa. Come pensi che Rappa non può non essersi ricordato di Calderon o del mago Prospero per il quale “noi siamo della stessa stoffa di cui son fatti i sogni”. Ma forse non si tratta che di assonanze e di impalpabili libertà d’autore e tutto finisce qui. Perché il Giovanni in questione è un noto creatore di fumetti, di quelli che godono di agganci con la Marvel, da gran tempo esclusosi dal mondo e altezzoso, egocentrico, esasperato ed esasperante, anche assai originale e fantasioso, ormai insensibile a tutto e a tutti, pronto ad annullare le sue lezioni ad allievi che sognano di diventare cartoonist, da settimane barricato in casa sua, dove non entra anima viva. Sino all’arrivo della figlia Viola dalla Nuova Zelanda, fatidicamente incinta, gran frequentatrice del sesso maschile negli ultimi mesi, confusionaria ma con l’animo di riprendere in mano la situazione di papà, montatrice di successo anche e di un successo che cresce sino a toccare la collaborazione con Peter Jackson per il prossimo film.

Giovanni vive le giornate, e le notti soprattutto, tra i suoi personaggi e gli incubi che essi gli producono (la scena con tanto di siparietto per le apparizioni è di Laura Benzi), quelli che la sua fantasia ha già generato come gli altri che, simili a quelli che entrano misteriosamente in teatro durante le prove della commedia di Pirandello, ancora sono alla ricerca di una realizzazione propria. Trappole e materializzazioni, l’Uomo bianco e l’Uomo nero e terrificanti monaci, senza tralasciare il socio e lo psichiatra di Giovanni, funeree e odiose presenze; inquietudini e tormenti che vanno a invadere quella parasonnia di cui il protagonista sempre più soffre e ad attraversare con gli squarci di luce inventati da Gianluca Cappelletti l’anima buia che invade l’intero palcoscenico, i surreali dialoghi con il gatto di casa di cui è facile confondere nome e colore del pelo, anche un inevitabile “viaggio” che Giovanni/Joe è obbligato a compiere, introdotto da una coppia di steward e hostess, messi anche lì a rivendicate tutto quel mondo di sogni che il teatro porta con sé (“perché, in fondo, il teatro è questo:un luogo dove la realtà e l’immaginazione si fondono, dove gli incubi possono essere sconfitti e i sogni possono diventare possibili”, dice l’autore): inventando Rappa in 90’ un felice alternarsi – o un sapiente confondersi che a tratti sbilancia lo spettatore – tra realtà e sogno, tra momenti che s’avvicinano al dramma e altri decisamente divertenti o decisamente feroci, tutto quanto immerso in una favola acida. Alle incertezze iniziali di Viola – voglio tenere questo bambino oppure no? – si sostituiscono i piedi ben piantati per terra e una certa buona dose d’affetto della vicina di casa, di mestiere poliziotta, pronti a ridare un briciolo di speranza e a far quadrare i conti: perché alla fine Giovanni un viaggio lo farà, i suoi personaggi si apriranno alle immagini delle nuvole viste dagli oblò e la visita alla figlia in Nuova Zelanda, dove farsi veramente chiamare nonno, ci sarà davvero. Davvero? o sarà ancora l’ennesimo sogno nelle giornate del protagonista?

L’uomo dei sogni” è un testo attuale, di quelli che t’accorgi scritti bene, che non gira mai a vuoto, senza sbavature, in maniera convinta, capace di coinvolgere lo spettatore anche in quella sua girandola di conscio/inconscio, di pastiglie prese secondo i canoni e ridotte a piacimento, un testo di depressioni e di sostegni, di risate (tanto per far la vita meno amara, avrebbe detto un tempo il grande attore malincomico), bello e tutto da ri-pensare. Di quelli che ti metti in poltrona e ammiri, lo sguardo perso lontano e dentro se stessi, come il protagonista quando contempla il mare: accresciuto nei propri valori da un eccezionale quartetto d’attori, da Nicola Pannelli – in altre occasioni uno degli assi portanti dello Stabile torinese, un’occasione per tutte il padre bilioso della “Gatta” di Williams messa in scena da Lidi -, voce fatta salire dal basso, grande nei rancori come negli squarci di positività, ad Elisabetta Mazzullo che è Viola, accattivante e disperata e solare presenza resa con grande convincimento, dallo stesso Giampiero Rappa alla divertentissima Lisa Galantina, che si sdoppiano e si triplicano, come tanti fuochi d’artificio, che “fanno voci” come il compianto Robin Williams di “Mrs. Doubtfire”.

Elio Rabbione

Le immagini dello spettacolo sono di Achille Lepera.