CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 41

Al MAO i capolavori del maestro Zanabazar, dal cuore della Mongolia

Il MAO, Museo di Arte Orientale, in collaborazione con la galleria Borghese di Roma, dal 27 febbraio al 7 aprile presenta al pubblico per la prima volta in Europa due straordinarie opere del tulku Zanabazar, maestro spirituale e incredibile artista e innovatore del Seicento.
Nato nelle steppe della Mongolia nel 1635, Zanabazar fu una figura di primo piano del buddhismo tibetano in Mongolia,  tanto da essere riconosciuto con il nome di Ondör Gegeen, Sua Santità l’illuminato, e primo Khutuktu Jebtsundamba, massima autorità religiosa della scuola riformata Gelugpa, dai cappelli gialli, del buddhismo tibetano in Mongolia, venerato come reincarnazione di uno dei 500 discepoli originali del Buddha. Dichiarato leader spirituale dei mongoli nel 1639, quando aveva appena quattro anni, fu anche riconosciuto dal V  Dalai Lama ( 1617-1682) come la reincarnazione dello studioso buddhista indiano Taranatha.
Nel corso  di quasi sessanta anni Zanabazar promosse tra la popolazione mongola la scuola riformata Gelugpa, a cui appartiene anche il Dalai Lama, soppiantando  le tradizioni Sakya o “Cappello Rosso”, o scuola antica pre Gelugpa, che avevano precedentemente prevalso nella zona, e influenzò profondamente gli sviluppi sociali e politici della Mongolia del Seicento.

Oltre ad essere un brillante studioso e un’autorità spirituale di rilievo, Zanabazar fu anche un artista molto poliedrico. A noi sono giunte alcune opere firmate da lui stesso, pratica poco frequente nella produzione religiosa buddhista.
Zanabazar è  considerato il più grande scultore mongolo della sua epoca. A lui e ai membri della sua scuola si devono le maggiori opere realizzate in Mongolia in età moderna, fra cui una straordinaria Tara verde e un autoritratto-scultura in bronzo, che lo ritrae assiso in trono.

Esposte dal 20 gennaio al 22 febbraio scorso nel salone d’Ingresso della Galleria Borghese a Roma, i due capolavori sono ora in mostra al MAO all’interno della sezione della collezione permanente dedicata all’Asia Meridionale, centrale e alla zona himalayana, creando un dialogo con i manufatti provenienti dall’Antico Monastero di Densatil, in Tibet Centrale, a cui Zanabazar si ispirò per le sue creazioni scultoree e i suoi dipinti religiosi.

Le opere in prestito in Italia per la prima volta dal museo Nazionale Chinggis Khan di Ulaanbaatar, in occasione delle esposizioni di Roma e Torino, si contraddistinguono per un eccezionale valore estetico e spirituale e sono connotate da un linguaggio innovativo e capace di parlare direttamente allo sguardo e all’animo dei visitatori.
Questo progetto, visitabile con il biglietto per la mostra di Chiharu Shiota, rappresenta per il MAO un’occasione preziosa per presentare, nel contesto di un’istituzione occidentale  che conserva arte asiatica, uno dei più importanti artisti della Mongolia, mettendolo in relazione con le opere del museo e colmando una lacuna nelle collezioni, che presentano alcuni esemplari di tangka e sculture del Tibet orientale con tratti di influenza mongola e cinese, ma prive di opere di provenienza mongola. Nell’estate 2026 è previsto un progetto espositivo che porterà alcuni frammenti provenienti dal monastero di Densatil della collezione del MAO presso il  Chinggis Khaan National Museum.

Mara Martellotta

Hiroshima Mon Amour, il weekend che racconta Torino tra musica, ironia e memoria

C’è un luogo a Torino che continua a essere punto di incontro tra generazioni, linguaggi e scene musicali diverse: l’Hiroshima Mon Amour. Anche questo weekend il club di via Bossoli conferma la sua vocazione di spazio culturale trasversale, capace di trasformarsi ogni sera e di accogliere pubblici differenti sotto lo stesso tetto.

Venerdì 27 febbraio l’Hiroshima diventa una sorta di salotto collettivo, dove la televisione incontra la comicità live. La serata cover di Sanremo scorre sul maxischermo mentre sul palco salgono Dottor Lo Sapio, Gipo Di Napoli, Antonio Piazza e Pippo Ricciardi, pronti a commentare in diretta l’evento più discusso dell’anno. Un format che riflette perfettamente lo spirito del locale: partecipazione, ironia e quella dimensione conviviale che trasforma il pubblico in protagonista.

Sabato 28 febbraio l’Hiroshima cambia pelle e si tuffa negli anni Novanta con Parti a 90, una festa che celebra la nostalgia come rito collettivo. Tra hit dance, rock e pop, la pista si riempie di riferimenti generazionali — dai karaoke alle notti in discoteca — in un’atmosfera che il club torinese sa rendere autentica, mescolando memoria e voglia di stare insieme fino a notte fonda.

Domenica 1 marzo il weekend si chiude con uno sguardo internazionale: i leggendari Jethro Tull arrivano a Torino con il Curiosity Tour, portando al Teatro Colosseo — in collaborazione con la programmazione dell’Hiroshima Mon Amour — il nuovo album Curious Ruminant. Un appuntamento che conferma la capacità del locale di dialogare con la grande musica dal vivo, andando oltre i confini del club e costruendo una proposta culturale ampia e riconoscibile.

Tre serate diverse, un’unica firma: quella di un luogo che da anni rappresenta un presidio culturale della città, dove la musica non è solo intrattenimento ma esperienza condivisa.
Valeria Rombola’

 

Una tragedia che per molti versi riesce ad apparire falsificata

La Gioia” di Gelormini, sullo schermo l’assassinio di Gloria Rosboch

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Gloria Rosboch, 49 anni, insegnante di francese, informò i vecchi genitori, con cui ancora abitava in una casa di proprietà nel paese di Castellamonte, a una quarantina di chilometri da Torino, di avere una riunione a scuola, uscì e di lei non si ebbero più notizie. Era il 13 gennaio 2016 e la ritrovarono cadavere il successivo 19 febbraio nel fondo di un pozzo, nelle vicinanze di Rivarolo. Da sempre priva di affetti, le giornate l’una eguale all’altra, non certo bella, l’affetto per i gatti e i pelouche in bell’ordine, pronta ad affidare il proprio destino fatto di nulla alle romantiche pagine di Flaubert, chiusa nei suoi abiti di vecchio taglio, nei suoi maglioni e nei suoi foulard, nelle sue scarpe basse, la pesante montatura degli occhiali, una “bruttina stagionata” si sarebbe potuto dire di lei che ancora si culla sulle note del “Tempo delle mele”, una rigida madre che la sera, dandole la buonanotte, le augurava (come quella di Gramellini) “fai bei sogni”, aveva avuto la colpa, in una inconsapevolezza disarmante ma ultima spiaggia, di essersi innamorata di un suo ex studente, Gabriele Defilippi, 22enne, bello e dannato, uno che non ci pensava due volte a manipolare, uno che ha rifiutato la scuola ma che giorno dopo giorno continua a intravedere il proprio tornaconto, una famiglia sfasciata alle spalle e una madre che continua a reclamare soldi, uno che voleva apparire e che certo non diceva di no a quegli euro che gli potevano venire in tasca dal commercio del proprio corpo. Una fuga verso le spiagge della Costa Azzurra, una vita insieme, soldi, nuove prospettive, ma soprattutto bugie, inganni, un futuro che non esiste. Gloria che preleva dal suo conto una cifra sostanziosa, Gabriele che non restituisce, lei che si mette a reclamare e lui che, con l’aiuto di un complice – all’anagrafe Roberto Obert, un cinquantenne che è stato pure il suo amante -, la strangola e la getta nel fondo di quel pozzo. Le voci del paese, i tanti pettegolezzi, le colonne dei giornali, la tragedia della fine.

Sin qui la cronaca. Poi ci hanno pensato il teatro e il cinema a raccontarne la storia, quello con “Se non sporca il pavimento” scritto da Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori, questo con “La Gioia” che Nicolangelo Gelormini ha tratto dalla sceneggiatura premio ex-aequo Franco Solinas nel 2021, film cupo e votato come minimo alla malinconia, poi al raccapriccio. Cambiati cognomi e nomi, aggiustata cinematograficamente la vicenda, con l’aiuto della Film Commission torinese le immagini ci mostrano una Torino che si spezzetta tra il Valentino e le strutture del Lingotto e la pista superiore con l’immagine di Monica Vitti da immortalare e le machine che all’improvviso si mettono a sfrecciare, il caffè Elena e la facciata di palazzo Carignano sino alle campagne anonime dove prenderà corpo quell’assassinio per cui gli esecutori hanno ricevuto la condanna. A fare da struttura principale, riconosciamolo, la solitudine e l’amore molesto, la voglia di illudere e di essere illusi, il tradimento, le opposte condizioni familiari, il desiderio senza limiti a essere persone diverse, a nutrire sentimenti, a vivere vite nuove, a costruire nel bene e nel male: e sin qui le intenzioni in parte promosse del regista, che ha tutta l’aria di volercela mettere tutta a “comprendere” personaggi e azioni.

Quello che non gli riesce è il superamento tra realtà e sogno, tra la vita che vivo e quella che vorrei: non gli riescono quegli scatti improvvisi (le auto di cui sopra), l’addentrarsi nel bosco e il salire sull’albero di Alessio e di Gioia, quasi fosse un amplesso in cui il ragazzo l’aiuta a scoprire un mondo nuovo, con lui che la issa per il collo (scena che premonisce al finale) e la caduta di entrambi; non gli riesce affatto – mettendo in primo piano quanto di posticcio e di “recitato” vi sia in molte scene del film, di costruito malamente – la scena tra Gioia che vuol sapere che fine abbia fatto il suo denaro e la madre di Alessio che la spinge fuori da casa sua. Nemmeno due attrici del calibro di Valeria Golino – che si spreme a dare una tangibile autenticità alla sua prof, ben al di là dell’aspetto fisico dietro cui si camuffa – e Jasmine Trinca (commessa di supermercato, in un ruolo che ci appare per lei “sciupato”, fuori da ogni verità, il che ci spinge ad aspettarla a breve in quello della marchesa Casati Stampa negli “Occhi degli altri”): imbarazzate e imbarazzanti, le battute dette male e senza alcuna convinzione, scadendo il film alcune volte, nonostante la drammaticità della storia che si è consumata dieci anni fa, negli exploit di passaggi vari che vorrebbero essere chicche, in qualcosa che rasenta il ridicolo, nei dialoghi, negli atteggiamenti, nei legami tra scena e scena, mettiamoci anche quella parlata e quell’intonazione piemontesi in cui la protagonista e la madre Betty Pedrazzi scivolano. Forse quello che più e meglio s’accomoda alle esigenze di Alessio e della tragedia è Saul Nanni, uno sfaccettato quanto incessante ritratto di sentimenti diversi, buono e malvagio, sfacciato e ambiguo, bugiardo e romantico, insperatamente sincero e drammaticamente assassino, quotidianamente camaleontico, un giovane attore da tenere ormai decisamente sott’occhio.

Nelle immagini di Maria Vernetti, alcuni momenti del film

Primo ciak per Simone Catania con “Brianza”

Primo ciak per il nuovo lungometraggio diretto dal regista e produttore torinese Simone CataniaBrianza, le cui riprese si protrarranno in Piemonte per tre settimane circa, per proseguire poi in Lombardia e in Svizzera.
 
Ispirato a un fatto di cronaca, Brianza racconta le vicende di Giorgio Farina (interpretato da Fausto Russo Alesi), uomo onesto che, schiacciato dalle dinamiche sociali e culturali di una cittadina di periferia, finirà col compiere un reato.
 
Prodotto da Indyca, Beauvoir Films con Rough Cat, Brianza è realizzato con il contributo del FESR Piemonte 2021-2027 – Bando “Piemonte Film TV Fund” e con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte – Piemonte Film Tv Development Fund
 
Nel cast principale Fausto Russo Alesi, Paolo Pierobon, Marina Rocco, Giovanni Calcagno, Christophe Sermet.
 
La sceneggiatura è firmata da Ugo chiti, Fabio Natale e Simone Catania, con la fotografia di Pietro Zuercher, il suono di Giovanni Corona, le musiche di Victor Hugo Fumagalli e il montaggio affidato a Chiara Griziotti.
 
Sinossi
Brianza, 2010. Giorgio Farina gestisce l’attività di famiglia, fondata dal nonno e tramandata fino a lui di padre in figlio: l’orgoglio della famiglia Farina. La spregiudicatezza negli investimenti, però, unita al periodo più nero della crisi economica, trascina Giorgio in un abisso di debiti, costringendolo a mentire persino alla propria famiglia pur di nascondere il proprio fallimento. Per custodire ad ogni costo il suo segreto, Giorgio, consulente della polizia e stimato da tutto il paese per la sua irreprensibile onestà, si ritroverà a compiere un atto del quale non si sarebbe mai pensato capace.
 
Il regista
Simone Catania – regista e produttore tra i fondatori della casa di produzione torinese Indyca – torna dietro la macchina da presa dopo la sua opera prima Drive Me Home (2018). Tra i suoi progetti si segnala inoltre “Tina”, lungometraggio in sviluppo anch’esso basato su una storia vera.

“Premio Gianmaria Testa”… ecco i finalisti

Due cantautrici e tre cantautori: sono cinque i finalisti della VI edizione del “Premio Gianmaria Testa”, attesi alle “Fonderie Limone” di Moncalieri

Lunedì 9 marzo, ore 20,45

Moncalieri (Torino)

Ora la competizione si è ridotta a cinque. Tanti sono infatti i finalisti del “Premio Gianmaria Testa – Parole e musica”, giunto alla sua VI edizione e nato come riconoscimento ed omaggio alla memoria e all’eredità artistica di Gianmaria Testa (Cavallermaggiore, 1958 – Alba, 2016), il “poeta in musica” o il “cantautore ferroviere”, per gli anni di lavoro trascorsi quale “capostazione” allo scalo ferroviario principale di Cuneo.

Il Concorso era, come sempre, dedicato ai giovani cantautori “under 38” e promosso dal “Comitato Moncalieri Cultura” con “Produzioni Fuorivia” e il contributo della “Regione Piemonte”, della “Città di Moncalieri” e di “Banca d’Alba”, nell’ambito del “Festival Moncalieri Legge”.

I cinque “intrepidi”, selezionati da una Giuria presieduta da Paola Farinetti (“Produzioni Fuorivia” e moglie di Testa) si esibiranno, per accedere al podio più alto, sul palco delle “Fonderie Teatrali Limone” di Moncalieri (via Pastrengo, 88), lunedì 9 marzo 2026, insieme all’ospite speciale Raphael Gualazzi.

Selezionati tra le 160 candidature pervenute da tutta Italia, i cinque finalisti si esibiranno dal vivo, interpretando, nella prima parte della serata, il proprio brano in concorso oltre a una canzone di Gianmaria Testa, in un suggestivo dialogo tra memoria e contemporaneità. La serata sarà inoltre impreziosita, nella seconda parte e nello spazio temporale che vedrà la Giuria impegnata a decidere la proclamazione del vincitore assoluto e il Premio per la migliore “esibizione live”,  dalla presenza dell’ospite speciale Raphael Gualazzi, uno degli artisti più originali e versatili della scena musicale italiana e internazionale, che si esibirà in una dimensione intima di piano e voce. (I biglietti sono disponibili in prevendita sul sito del “Teatro Stabile” di Torino, al prezzo di 15 euro).

Cinque voci, cinque storie, cinque modi di intendere la canzone d’autore.

Il primo ad esibirsi, portando in concorso il brano “Teresa”(pubblicato per “Futura Dischi” e disponibile su tutte le piattaforme digitali) sarà alaskaProgetto pop-cantautorale nato nel 2020, alaska è il nome d’arte di un polistrumentista e cantautore, classe ‘99 originario del Novarese, capace di “attraversare la musica creando una contaminazione di generi sempre nuova”. Produce autonomamente ogni brano con i propri strumenti – pianoforte, chitarra acustica ed elettrica, batteria, basso- e nel 2024 è tra i finalisti del “BMA – Brancaccio Musical Academy” e del concorso “Musica Da Bere”, selezionato per il “rehub produzione creativa” con il rapper Nitro come mentore.

A seguire, Martina Primavera sul palco con il brano “Genetica”, inedito che porta al Premio tutta la forza di una scrittura originale e personale. La sua presenza tra i finalisti conferma l’attenzione del Concorso “verso le nuove voci capaci di coniugare profondità emotiva e ricerca melodica”.

Chiaré – nome d’arte di Chiara Ianniciello, classe 1999 – presenta “Ago e filo”, brano tratto dal suo secondo recente album “SEI”, pubblicato per “Four Flies Records”. Nata nell’agro nocerino-sarnese e oggi residente a Roma, cantautrice e contrabbassista, laureata in canto jazz, la sua voce alterna italiano e napoletano su un “tappeto sonoro che intreccia jazz, musica elettronica, tradizione popolare e contemporaneità, con riferimenti a Lucio Battisti, Edoardo De Crescenzo e Pino Daniele”.

Di origini campane è anche Fabio Schember in gara con “Amica mia”, brano che “porta al Premio una scrittura intima, ricercata, tutta orientata alla cura della parola”, mentre Achille Campanile (nome e cognome altamente “impegnativi”) chiuderà la rosa dei finalisti con “Spaiate”, brano tra i contributi più originali di questa edizione, “capace di tenere insieme tradizione cantautorale e visione contemporanea”.

Sottolinea Paola Farinetti“Le parole e la musica di chi ha partecipato ci ricordano che la canzone d’autore non è un genere del passato, ma un linguaggio vivo, capace di dire il presente con poesia e verità. E ci ha fatto particolarmente piacere constatare quante siano state, in questa edizione, le voci femminili: un segnale forte, che racconta una scena in fermento e in trasformazione. Gianmaria – e quest’anno sono dieci anni esatti senza di lui – credeva nella forza delle parole ‘levigate fino alla trasparenza’, e credo che oggi più che mai servano artisti e artiste che abbiano il coraggio di farle risuonare in modo autentico. Questo Premio nasce per loro”.

Per infowww.premiogianmariatesta.it

  1. m.

Nelle foto: Fabio Schember, Achille Campanile e Raphael Gualazzi

Premio per la ricerca storica e mostra sulla Regina Margherita 

Mercoledì 4 marzo 2026, nella memoria liturgica del Beato Conte di Savoia Umberto III e nel 178esimo anniversario della proclamazione dello Statuto Albertino, come ogni anno in questa data, l’Associazione Internazionale Regina Elena Odv e il Coordinamento Sabaudo inaugureranno alla Palazzina di Caccia di Stupinigi la loro mostra, che quest’anno sarà dedicata a Margherita di Savoia-Genova, prima Regina d’Italia, nel centenario della sua dipartita.
Il pubblico avrà la possibilità di ammirare magnifiche foto ritraenti la sovrana; preziosi volumi editi tra fine Ottocento ed inizio Novecento; 
una serie di cartoline postali dedicate alla Regina Madre Margherita nei primi anni del XX secolo, alcune con soggetto la Palazzina di Caccia di Stupinigi e un album fotografico della seconda metà del XIX secolo composto da 194 albumine formato “carte de visite” ove sono presenti tutti i componenti della Famiglia Reale Italiana, politici e protagonisti del periodo risorgimentale italiano, membri della Curia di Papa Pio IX e la Famiglia Reale del Regno Unito con la Regina Vittoria, i figli e le personalità del Governo inglese che appoggiarono l’Unità d’Italia.  
Come ogni anno, verrà conferito il “Premio per la ricerca storica Maura Aimar”.
Saranno presenti rievocatori di molti gruppi storici piemontesi.
Questa mostra, visitabile nel pomeriggio del 4 marzo, si inserisce all’interno di un ricco calendario di iniziative denominate “Margherita. Un secolo di storia” in programma alla “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, fino al prossimo luglio. Questo progetto, sviluppato grazie alla collaborazione con il “MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile”, collezionisti privati e altre realtà non solo culturali, ha come obiettivo quello di ricordare, attraverso articolati “passaggi” della sua vita, il centenario della scomparsa della sovrana. Il filo conduttore di tutte queste iniziative è sua la straordinaria voglia di modernità.
Dal 5 marzo al 28 giugno nella “Citroniera di Ponente” sarà allestita la mostra “Sulle strade della Regina. Alle origini dell’automobile moderna”, che permetterà al pubblico di ammirare undici automobili costruite da fine Ottocento ed inizio Novecento e nove carrozze storiche provenienti dalla collezione privata “Nicolotti Furno”. I visitatori potranno scoprire la figura di questo personaggio chiave dell’Italia unita anche attraverso il percorso “Le stanze di Margherita” all’interno dell’Appartamento di Levante, dove lei introdusse nuovi comfort. Tra il 1902 e il 1915, per volontà della sovrana la Palazzina venne infatti dotata di numerosi accessori finalizzati alla sua comodità, tra i quali il potenziamento dell’impianto di riscaldamento; i servizi di ritirata all’inglese con acqua corrente e lavandini con acqua fredda e calda; la corrente elettrica e l’ascensore a pompa idraulica realizzato dalle Officine Meccaniche Stigler di Torino e dotato di una cabina lignea con porta scorrevole, vetri smerigliati nelle otto finestre e pulsantiera in bachelite. L’ascensore è stato recentemente restaurato al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, grazie al contributo della Fondazione CRT.
Il pubblico potrà inoltre assaggiare il cioccolatino “Le Perle della Regina”, ideato dal “Museo del Cioccolato e del Gianduja Choco-Story Torino” e realizzato da “Pfatisch”. Si tratta una creazione unica, nata dal cuore di nocciola Piemonte IGP
, avvolto da un delicato guscio di cioccolato bianco, lucido e perlaceo, che richiama le preziose collane di perla tanto amate da Margherita.
Il programma prevede anche il ciclo di quattro conferenze “Margherita a Stupinigi e il suo tempo”, previste il venerdì alle 16 (le prossime saranno il 27 marzo, il 17 aprile e il 22 maggio), che affrontano la figura della prima Regina d’Italia attraverso temi contemporanei (moda, automobili, cucina, design) e le visite guidate “Margherita e Stupinigi”, in programma il secondo venerdì del mese alle ore 15.45.
La “ciliegina sulla torta” sarà la rievocazione storica “I giorni di Margherita” a cura del gruppo storico “Le vie del tempo”, che permetterà al pubblico di immergersi appieno nell’atmosfera della Palazzina di Caccia di Stupinigi nei primi anni nel Novecento.

La sovrana dal 1901 fino alla sua morte avvenuta a Bordighera il 4 gennaio 1926, trascorse l’autunno alla Palazzina di Caccia di Stupinigi e proprio qui la notte del 14 settembre 1904 apprese la notizia della nascita al Castello Reale di Racconigi di suo nipote il futuro Re Umberto II. Nonostante il forte temporale che imperversava, partì in piena notte guidando personalmente l’auto per andare a vedere il piccolo.
Con Margherita di Savoia-Genova la Palazzina di Caccia di Stupinigi visse i suoi ultimi “fasti Sabaudi” e la sua memoria è rimasta viva nei cuori della popolazione.
Per informazioni consultare il sito 
www.ordinemauriziano.it

ANDREA CARNINO

Macbeth e Muti: un evento allo stesso tempo mondano e popolare al Regio di Torino

Di Renato Verga

Il Macbeth di Giuseppe Verdi rappresenta la prima, decisiva immersione del compositore nel teatro di William Shakespeare, cui tornerà più tardi con Otello e Falstaff, mentre un progettato Re Lear resterà incompiuto. È un momento di svolta: Verdi sceglie un soggetto cupo, tragico, dominato dall’analisi psicologica e dall’elemento soprannaturale, rinunciando in parte alle convenzioni più rassicuranti del melodramma italiano. La centralità non è più l’esibizione vocale, ma il dramma.
Il libretto di Francesco Maria Piave non convinse pienamente il compositore, che chiese l’intervento di Andrea Maffei, raffinato traduttore di Shakespeare e Schiller. Il contributo di Maffei non fu strutturale, ma qualitativo: intervenne nei passaggi cruciali elevandone la resa poetica e rafforzando l’aderenza all’originale shakespeariano. Emblematico è il coro “Patria oppressa!” dell’atto IV, che nel clima del Risorgimento italiano assunse un forte valore simbolico, non lontano da quello del celebre “Va’ pensiero” del Nabucco.
Dal punto di vista musicale, Macbeth segna uno scarto rispetto alla produzione coeva. Verdi non elimina le forme tradizionali (cavatina, cabaletta, concertato), ma le trasforma dall’interno, comprimendole e svuotandole della loro funzione meramente virtuosistica. L’opera tende verso una maggiore continuità teatrale: parola, gesto e suono convergono in una sintesi tragica di sorprendente modernità. L’orchestrazione si fa più densa e scura; cromatismi insinuanti e impasti cupi di legni e ottoni creano un paesaggio sonoro inquietante. Il coro, in particolare quello delle streghe, non è elemento decorativo ma forza propulsiva dell’azione, incarnazione collettiva del destino.
Dopo la prima versione del 1847, presentata al Teatro della Pergola di Firenze, Verdi rielabora profondamente l’opera nel 1865 per il Théâtre Lyrique di Parigi. Non si tratta di semplici ritocchi, ma di una vera revisione strutturale. Vengono aggiunti i ballabili, secondo le consuetudini parigine; Lady Macbeth ottiene una nuova aria, “La luce langue”, che ne approfondisce la dimensione demoniaca e introspettiva; il coro “Patria oppressa!” viene rielaborato con maggiore intensità; il finale è completamente riscritto: scompare l’aria di morte di Macbeth, che ora muore fuori scena, e l’opera si chiude con un grande coro trionfale.
Questa revisione comporta anche un’evoluzione psicologica dei personaggi. Il Macbeth del 1847 conserva tratti ancora eroici e legati alla tradizione baritonale; quello del 1865 è più tormentato, più introverso, meno incline all’affermazione vocale. Lady Macbeth diventa ancora più centrale e moderna, figura di inquietante complessità. L’oscurità psicologica si accentua, anticipando il teatro maturo di Otello.
Nelle recenti rappresentazioni al Teatro Regio di Torino, Riccardo Muti sceglie coerentemente la versione parigina, come già in precedenti occasioni alla Scala, al Maggio Musicale Fiorentino e all’Opera Academy di Tokyo. La sua lettura è severa, concentrata, quasi ascetica: la musica serve la parola con rigore assoluto. I tempi sono serrati, il lirismo ridotto all’essenziale, la tensione drammatica costante. Rispetto alla trasparenza timbrica e al respiro lirico di Claudio Abbado, Muti privilegia l’introspezione e la precisione espressiva. Le streghe risultano più ambigue che telluriche; la tragedia diventa interiore.
A Torino il maestro ripristina anche i ballabili, raramente eseguiti oggi. La regia di Chiara Muti punta su un impianto visivo simbolico e ricco di elementi scenici, con un’estetica che insiste sull’elemento soprannaturale. Pur tecnicamente curata — efficace, ad esempio, l’apparizione del fantasma di Banco — la messa in scena tende talvolta all’accumulo iconografico, mentre l’opera sembrerebbe giovarsi di maggiore sobrietà.
Sul piano vocale spicca Lidia Fridman come Lady Macbeth: timbro aspro, fraseggio incisivo, forte presenza scenica, in linea con la richiesta verdiana di una vocalità anti-ornamentale, capace di rendere l’allucinazione e la ferocia del personaggio. Luca Micheletti offre un Macbeth misurato e tormentato, più attento al declamato che all’enfasi. Buona la prova di Giovanni Sala come Macduff e del coro del Regio, particolarmente efficace in “Patria oppressa!”.
Lo spettacolo ha riscosso un grande successo di pubblico, confermandosi come uno degli eventi centrali della stagione torinese: un incontro tra un capolavoro di svolta del primo Verdi e una lettura interpretativa rigorosa, che ne esalta la dimensione tragica e morale.

In mostra a Chieri il “Tessile” d’antan

Un pomeriggio al “Museo del Tessile” chierese, per scoprire le preziose donazioni di beni storici da parte di generosi “benefattori” locali

Sabato 28 febbraio, ore 14 – 18

Chieri (Torino)

Attenzione! Il tempo è limitato. Un solo pomeriggio. Quattro ore, dalle 14 alle 18. Tant’è il tempo messo a disposizione dei chieresi (ma non solo) dal “Museo del Tessile” di via Santa Chiara 10, a Chieri, che, sabato prossimo 28 febbraio, spalancherà gratuitamente le sue porte al pubblico al fine di mostrare le “donazioni dei beni storici” pervenute al “Museo” nel corso del 2025 ed esposte all’uopo nell’interna “Sala polifunzionale”.

Sempre più fedele al suo motto, “Tessere il futuro con le trame del passato”, l’ex Convento di “Santa Chiara” (già “Opificio Levi”) da tempo conserva un primo importante nucleo di “oggetti” che hanno fatto la grande storia dell’attività tessile chierese (da filatoi, orditoi verticali ed orizzontali, telai a mano, fino a campionari e a strumenti di misurazione, peculiari della lavorazione di uno dei centri cotonieri più antichi e continuativi – dal Quattrocento ad oggi – in Piemonte) e che ora va significativamente ad implementarsi con nuove storiche donazioni ulteriormente rappresentative di una vocazione propria della “città collinare” e da sempre riconosciuta a livello internazionale.

Durante il “percorso di visita” programmato per sabato prossimo, sarà possibile visionare due “fondi di disegni per tessitura” del Novecento, eseguiti a tempera su carta per “telaio Jacquard”, provenienti dalle manifatture “Ronco” e “Gastaldi Giorgio” di Chieri, ricevuti in dono dal signor Angelo Defilippi. Si tratta di due fondi importanti per la memoria della Città, che fanno da contrappunto ad alcuni “disegni” prodotti dallo “Studio Serra & Carli”, che ha anche omaggiato un “ritorcitoio” ligneo manuale, macchina usata per la ritorcitura dei filati, restaurato da Bruno Eterno e Bruno Zanin. Fra i vari altri attrezzi degni di particolare attenzione, un arcolaio ottocentesco (apparecchio utilizzato per ridurre in gomitoli o in bobine il filato in matasse), lascito del signor Giancarlo Del Martini, una coeva “matassiera lignea manuale” donata dalla signora Donatella Cortassa, e un piccolo “orditoio manuale” (macchina che prepara l’ordito per essere utilizzato sul telaio, attraverso l’operazione detta “orditura”)  in legno e ferro del primo Novecento donato dal signor Guglielmo Mancin.

A completare la mostra una raccolta di quattro “Shadow Box”, ovvero “stampe” di perfetta tiratura, tratte dalle riviste “La Mode illustrée”“La Mode artistique” e “Les Modes Parisiennes” di fine Ottocento, con “resa tridimensionale” degli abiti in stoffa, merletti e accessori, donati dalla signora Biagina Garnero di Nichelino.

Dichiara Melanie Zefferino, presidente “Fondazione Chierese per il Tessile e per il Museo del Tessile”: “A nome del CdA, ringrazio i benefattori per le donazioni liberali a favore del nostro ‘Museo’, dunque in primis della cittadinanza chierese, che da quasi trent’anni a questa parte beneficia della generosità di tutti coloro che hanno voluto custodire e trasmettere la ‘cultura del tessile’ attraverso donazioni materiali, collaborazioni ‘pro-bono’ e volontariato”.

Per info: “Museo del Tessile”, via Santa Chiara 10, Chieri (Torino); tel. 329/4780542 o www.fmtessilchieri.org

g.m.

Nelle foto: “Disegno per tessitura – Gastaldi” e stampe da “La Mode Illustrée”

La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

Oltre Torino. Storie, miti, leggende del Torinese dimenticato

Torino e lacqua

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8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

Quando visitiamo una città tendiamo facilmente a focalizzarci sui quartieri centrali, perché in genere più ricchi di musei e attivitàculturali, ma così facendo corriamo il rischio di perdere le attrazioni che si trovano spostate in altri luoghi della città. Se siamo a Torino e vogliamo fare ad esempio una passeggiata in un parco, certo il primo che salta alla mente è lo splendido e rigoglioso  parco del Valentino, il vero polmone della nostra cittàche, tuttavia, offre anche altre zone verdi. Tra queste, è bene ricordarlo, vi è un ampio giardino carico di fiori e di tenera fauna cittadina, come scoiattoli e varie specie di uccelli di piccola taglia: si tratta del bellissimo ed elegante Parco della Tesoriera, il vasto parco aperto al pubblico che circonda la settecentesca Villa Sartirana, sita lungo corso Francia, nei pressi di piazza Rivoli, nella circoscrizione 4, tra corso Monte Grappa, via Borgosesia e via Asinari di Bernezzo.

La villa venne costruita per il consigliere e tesoriere generale dello stato sabaudo, Aymo  Ferrero di Cocconato (Racconigi 1663-Torino 1718) sui terreni che egli aveva acquistato nel 1713. Larchitetto a cui venne affidato lincarico delledificazione fu Jacopo Maggi, che si ispirò a Guarino Guarini. Il parco in cui sorge la fontana è anche conosciuto con il nome di Giardin dëlDiav, perché un tempo si vociferava che apparisse, su cavalli incitati al galoppo trainanti una grossa carrozza, un cavaliere nero, nientemeno che  il fantasma del tesoriere del re, Aymo Ferrero di Cocconato.

Allinterno del grande giardino si staglia, netta, la splendida costruzione, circondata da un prato verde alla francese, al cui centro, di fronte alla villa, spicca una fontana centrale. La struttura della vasca è ovaleggiante, con tre zampilli centrali più alti; lungo una parte del perimetro della vasca partono altri piccoli getti a cannella che movimentano piacevolmente il disegno dellacqua e danno rilievo artistico e ornamentale al semplice bacino contenitivo.

La Tesoriera è un esempio di villa suburbana settecentesca  erispetta fedelmente le linee strutturali dei più noti palazzi barocchi torinesi. Realizzata ex novo e non su fondamenta preesistenti, essa presenta la copertura del primo piano con eleganti volte in muratura. Il  progetto si concretizzò nel 1713 quando AymeFerrero di Borgaro e signore di Cocconato, tesoriere e generale dei redditi del Duca, fece edificare una cascina e acquistò i beni circostanti. Logica la connessione tra la professione del suo fondatore e la denominazione Tesoriera. La villa fu inaugurata dal duca di Savoia  Vittorio Amedeo nel 1715.  Gli avvenimenti storici  segnarono il lento decadimento artistico della villa  che solo nel 1844, sotto la guida di Ferdinando Arborio Gattinara Duca di Sartirana Marchese di Breme, entomologo e politico italiano, subì sostanziali mutamenti e conobbe per un breve periodo fasto e splendore. Allora, la villa era chiamata con il suo vero nome, Sartirana, e vantava una biblioteca di circa 1500 volumi di storia naturale e botanica, oltre ad una collezione ornitologica con rarissimi esemplari di uccelli esotici e arredi. A metà Ottocento la Tesoriera era un delizioso giardino botanico con camelie, rododendri, azalee, melograni, conifere e querce.  Nel 1934 la Villa fu acquistata da Amedeo duca dAosta che affidòallarchitetto Giovanni Ricci il compito di apportare delle modifiche nellala ovest .

La ricchezza botanica venne compromessa durante la seconda guerra mondiale, e in seguito, nel 1962, con la vendita dellarea  passata dallamministrazione  dei Duchi dAosta  allIstituto Sociale dei Gesuiti, che abbatterono molti alberi secolari. Nel 1976 varie manifestazioni di protesta e raccolta firme dei cittadini portarono il comune di Torino ad espropriare il parco e poi ad acquistare la villa. Dopo gli importanti restauri del 2009-2011 che hanno restituito la villa al suo antico splendore, la Tesoriera oggi accoglie la biblioteca musicale Andrea della Corte (dedicata al critico musicale e musicologo) ed è sede rappresentativa comunale. Nel parco vi è un ricco patrimonio di alberi, arbusti e fiori, con specie tipicamente italiane e altre che si sono acclimatate, come la quercia rossa. Ci sono anche esemplari di noce nero, faggio, frassino, tiglio acro, olmo, tasso bagolaro e magnolia. Una particolare pianta della Tesoriera, unica a Torino, ci parla dei climi mediterranei: a destra, lungo il viale che parte quasi dallingresso di corso Francia, si può scorgere il tronco inclinato di una quercia da sughero. Vicino allingresso, il gigantesco platano di quasi otto metri di circonferenza, forse piantato nel 1715, è lalbero più vecchio della città.

Alessia Cagnotto

 

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere lacquaLacqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altrilacqua come elemento essenziale per la sopravvivenza del pianeta e di tutto lecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

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