CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 41

Quando si dice … “Stand Up Comedy”

Quattro serate di “satira tagliente” allo “Spazio Kairos” di Torino. In programma anche un “debutto nazionale” e un’“anteprima” regionale

Dal 5 all’8 marzo (ore 21)

Eccola di nuovo! Ritorna, da giovedì 5 a domenica 8 marzo (ore 21), sul palco dello “Spazio Kairos”, teatro creato e gestito dalla Compagnia “Onda Larsen”, in via Mottalciata 7, a Torino, la “settimana della stand up comedy”. Un ritorno (diciamolo pure!) sempre molto gradito e atteso, particolarmente in tempi bui come quelli odierni, che non c’è verso di mandarli a quel paese, e che, con molta difficoltà riescono a strapparci pochissimi sorrisi e un po’ di beata spensieratezza. Ma con l’iniziativa di “Onda Larsen”, che, in questi anni sta lavorando molto per avvicinare nuovo pubblico – soprattutto giovane – al teatro andiamo sul sicuro! La risata è assicurata. Ma (attenzione!) una risata mai “sbracata”, ma sempre strettamente legata all’intelligenza della satira, quella più tagliente e costruttiva.

Spiega Riccardo De Leo, vicepresidente di “Onda Larsen”“La ‘stand up comedy’ ha il potere di esplorare sentieri impervi, difficili e si colloca in una zona ibrida tra spettacolo, ironia del presente e comicità. Quando abbiamo deciso di organizzare la nostra stagione e in particolare la settimana della ‘stand up’ abbiamo ragionato così: fin dove possiamo spingere con il pubblico a ridere? Dov’è il confine con tra ciò che è verità e ciò che è spettacolo? Fino a dove possiamo osare noi come artisti e fare in modo che il pubblico si innamori del teatro?”.

Nasce da queste sagge domande la “quattro giorni”, comprensiva di “quattro spettacoli”, programmata dalla “Compagnia Teatrale” torinese, operante in quartieri non proprio “facili” della Città, a cavallo fra “Barriera di Milano”, “Regio Parco” e “Aurora”. Ancora De Leo“Tenendo sempre presente che la risata è per noi il miglior veicolo per lanciare messaggi, abbiamo scelto spettacoli che sono unici nel loro stile e capaci di arrivare al cuore dello spettatore. Quattro appuntamenti per sì ridere ma anche per ricordarsi che l’irriverenza unita all’ironia, è la migliore arma contro l’impigrimento mentale”.

Ad aprire le danze (giovedì 5 marzo) sarà la giovane attrice torinese (per lei un debutto nazionale), Giulia Pont che, lo scorso anno, qui firmò tre “sold out”, con “Jukebox Comedy”, per la regia di Claudia Carucci; poi (venerdì 6 marzo) tocca al milanese Walter Leonardi con “Recital (Best of)”, Produzione “buster”, quindi (sabato 7 marzo) torna allo “Spazio Kairos” il torinese Francesco Giorda presentando (in anteprima regionale) “Oh my gods!”, Produzione “Teatro della Caduta”. A chiudere (domenica 8 marzo), un nome amatissimo, Paolo Faroni, con “Flusso d’incoscienza”, per la regia di Elisabetta Misasi.

Così i quattro presentano le loro pièces:

Giulia Pont“La domanda ‘Che musica ascolti?’ mi ha sempre gettato nel panico: non serve a rompere il ghiaccio, ma a giudicarti. Comicità, musica e ansia si mescolano per dare vita ad una ‘playlist’ di disagi. E l’elenco non finisce qui …”.

Walter Leonardi“Uno spettacolo libero, libero da linee drammatiche, libero da linee comiche e libero da linee di qualsiasi forma lineare / Fa ridere, commuove, ci si incazza ma se si sta attenti a volte si gode di poesia / Ovvero di bellezza / Ovvero ci si diverte …”.

Francesco Giorda. Di lui scrive Maura Sesia (sipario.it): “C’è sempre da ridere con Francesco Giorda […] Ma tutto ha una misura, ‘tout se tient’, ed il gioco a cui l’attore fa partecipare i suoi interlocutori è molto serio”.

Paolo Faroni: “ ‘Flusso d’incoscienza’ si ispira al famoso ‘Flusso di coscienza’ di Joyce. Un’ispirazione così forte che non ho dovuto nemmeno leggere i suoi libri. Anzi, per dirla tutta, non ho nessuna voglia di essere cosciente sul palco, che per quello c’è già la vita. E l’incoscienza è senza dubbio l’unico modo per affrontare questi tempi intricati e paranoici. Soprattutto se vieni dalla provincia”.

Per ulteriori info: tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

g.m.

Nelle foto: Giulia Pont; Walter Leonardi (Ph. Maurizio Anderlini); Francesco Giorda e Paolo Faroni

L’ospedale, gli antoniani e il fuoco sacro 

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Domenica 1 marzo, ore 15

 

Un viaggio nella cura medievale tra arte, fede e assistenza

 

Alla Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso la cura era un gesto totale: assistenza al corpo, sollievo allo spirito, accoglienza dell’anima. Il percorso narrativo itinerante “L’ospedale, gli antoniani e il fuoco sacro” di domenica 1 marzo è dedicato alla storia dell’assistenza nel Medioevo e al ruolo svolto dagli antoniani nella cura dei malati. Qui, infatti, operarono contro il cosiddetto “fuoco sacro”, trasformando l’ospedale in un luogo di protezione, conforto e speranza per i sofferenti.

Arte e immagini sacre accompagnavano i degenti lungo il cammino di guarigione, rendendo visibile l’invisibile dolore e contribuendo a creare un ambiente di sostegno spirituale oltre che fisico. Nel Medioevo curare voleva dire prendersi cura della fragilità umana nella sua interezza, unendo medicina, fede e comunità in un unico gesto di solidarietà.

 

INFO

Precettoria di Sant’Antonio di Ranverso

Località Sant’Antonio di Ranverso, Buttigliera Alta (TO)

Costo visita tematica: 5 euro, oltre il prezzo del biglietto

Biglietti: intero 5 euro, ridotto 4 euro

Hanno diritto alla riduzione: minori di 18 anni, over 65, gruppi min. 15 persone

Fino a 6 anni e possessori di Abbonamento Musei: biglietto ingresso gratuito

È indispensabile la prenotazione entro il giorno precedente.

Info e prenotazioni (dal mercoledì alla domenica):

011 6200603 ranverso@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it

MARA MARTELLOTTA

Antiseri, Popper e il cattolicesimo liberale

Il ricordo di Dario Antiseri promosso dal Centro Pannunzio

Venerdì 6 marzo – ore 17.30

Fondazione De Fonseca – Via Pietro Micca 15, Torino

Ingresso libero

Venerdì 6 marzo alle ore 17.30, presso la Fondazione De Fonseca (Via Pietro Micca 15, Torino), il Centro Pannunzio promuove un incontro di studio e riflessione dal titolo: “Antiseri, Popper, il cattolicesimo liberale”. Interverranno: Danilo Breschi, docente universitario, politologo e saggista italiano e Pier Franco Quaglieni, Presidente del Centro Pannunzio. Introdurrà Mario Barbaro.

Dario Antiseri, una delle coscienze più limpide del pensiero liberale italiano, ha rappresentato una posizione rara nel panorama culturale italiano: quella di un cattolico liberale e, insieme, di un liberale cattolico. Una postura intellettuale che non cercava mediazioni opportunistiche, ma assumeva la tensione tra fede e ragione come spazio di responsabilità critica” – dichiara Pier Franco Quaglieni.

Allievo dell’Università di Perugia, dove si laureò nel 1963, perfezionò i suoi studi a Vienna, Münster e Oxford, dedicandosi alla logica matematica e alla filosofia del linguaggio. Ha insegnato in alcune delle più importanti università italiane, tra cui “La Sapienza” e “Luiss” di Roma, oltre agli atenei di Siena e Padova, formando generazioni di studiosi. Con Marcello Pera contribuì in modo decisivo alla diffusione in Italia del pensiero di Karl Popper, quando ancora il filosofo viennese era quasi sconosciuto nel nostro Paese. In un contesto spesso dominato da conformismi ideologici, Antiseri difese la centralità del metodo critico, della fallibilità, della società aperta.

Il Centro Pannunzio ricorda Antiseri non soltanto come studioso di primo piano, ma come interlocutore fedele e amico della propria storia culturale. Egli intervenne più volte alle iniziative del Centro, tra cui un incontro dedicato a Voltaire insieme a Nicola Matteucci.

Ricordare Antiseri significa riaffermare l’esigenza di una cultura capace di tenere insieme libertà e responsabilità, metodo e coscienza, critica e fede.

Centro Pannunzio – Via Maria Vittoria 35H – 10123 Torino

Tel. 011 8123023, Email: info@centropannunzio.it – Sito web: www.centropannunzio.it

Ufficio Stampa Due Punti – email: ufficiostampa@duepunti-srl.it, tel. +39 335 650 5656

IL CENTRO PANNUNZIO

Il Centro Pannunzio è un’associazione culturale laica, indipendente e apartitica fondata a Torino nel 1968 da Arrigo Olivetti, Mario Soldati, Pier Franco Quaglieni e altri giovani studiosi, in omaggio alla figura e all’eredità intellettuale di Mario Pannunzio.

Da oltre cinquant’anni rappresenta un presidio di vita culturale, libero da appartenenze politiche o religiose, aperto a tutti coloro che desiderano confrontarsi con idee, pensieri e esperienze diverse.

Il Centro promuove un ricco calendario di attività — incontri tematici, presentazioni di libri, conferenze, dibattiti, tavole rotonde e corsi — con l’obiettivo di favorire una riflessione critica sul presente attraverso la conoscenza del passato, senza filtri ideologici.
Accanto all’impegno culturale, organizza itinerari d’arte, visite guidate, viaggi culturali e occasioni di incontro con protagonisti della cultura, dell’arte e della società.

Insignito nel 1979 della Medaglia d’Oro ai Benemeriti della Cultura, della Scuola e dell’Arte dal Presidente della Repubblica, il Centro Pannunzio è noto per la sua vocazione pluralista, per la cura dell’archivio storico e per la pubblicazione periodica di testi e atti culturali che arricchiscono il dibattito civile italiano.

Chantar l’Uvèrn

La XVII edizione di “Chantar l’Uvèrn- Dalla Candelora al 1⁰ maggio, frammenti di lingua e cultura occitana, francoprovenzale e francese” torna a Sauze d’d’Oulx.
E lo fa sabato 28 febbraio alle ore 18, presso la Sala Conferenze dell’Ufficio del Turismo, in viale Genevris 7, con il concerto a ballo del gruppo “Parenaperde” che, in patois, significa “Niente da perdere”. Il gruppo propone musica tradizionale dell’alta Valle Dora . La loro formazione è  composta da Simone Del Savio voce, violino, mandolino e bassetto; Massimo Falco, voce , clarinetto, musette e piffero; Giorgio Fasano organetto e bouzuki, Riccardo Micalizzi voce e organetto.
“L’entusiasmo di poter proporre musica popolare dalla tradizione alpina dal vivo, condiviso con un  gruppo di amici ballerini – spiegano I “Parenaperde”- ha fatto sì  che questo progetto si realizzasse riportando nelle nostre valli suoni d’altri tempi. Il repertorio musicale proposto seleziona musiche  e danze dell’Alta Valle di Susa e di tutta l’area occitana in genere, con particolare attenzione alle vallate francesi transalpine così ricche di cultura musicale tradizionale da ascolto e da ballo”.
I “Parenaperde” hanno collaborato con l’associazione  ArTeMuDa ed in particolare con Renato Sibille nei progetti “Vira’ virandole” e “Per far una buona musica, sempre suonare” realizzando due pubblicazioni corredate da CD audio contenenti una raccolta inedita di musiche e canti  della tradizione in Alta Valle di Susa.
Ricordiamo ancora che Chantar l’Uvèrn rappresenta una rassegna culturale nata in occasione delle Olimpiadi 2006 con l’iniziativa “Occitan lenga Olimpica”. Edizione dopo edizione ha abbracciato tante comunità che, unite, offrono nel periodo invernale un ricco programma di evento per vivere il rterritorio e la sua identità.  L’offerta culturale si è  sempre distinta per la ricchezza e la varietà delle proposte che pongono in primo piano il valore della cultura, dele lingue di moniranza e della biodiversità.
L’iniziativa è da sempre stata coordinata dal Parco Naturale del Gran Bosco di Salbertrand e l’Ecomuseo Colombiano Romean (oggi area protetta Alpi Cozie), dall’Associazione Chambra d’Oc e dal Centro di Documentazione Memoria Orale di Giaglione con il supporto fondamentale della Città Metropolitana di Torino.
La rassegna 2026 ha anche l’appoggio di Regione Piemonte, Unione Montana Valle Susa, Unione Montana Alta Valle Susa e Unione Montana Comuni Olimpici della Via Lattea.
Mara Martellotta

Palcoscenico Danza: da Taiwan Divine Monsters con la Hung Dance

Al teatro Astra, dal 28 febbraio al 1⁰ marzo

Per Palcoscenico Danza e la rassegna dal titolo “Divine Monsters” al teatro Astra dal 28 febbraio al 1⁰ marzo prossimo si esibirà, direttamente da Taiwan, la Hung Dance per le coreografie di Lai Hung Chung e Giovanni Insaudo.

Danced Crack rappresenta l’omaggio del coreografo Lai Hung Chung alla mitologia della sua terra natale, con le “crepe” come simbolo per esplorare la resilienza della vita e la bellezza della lotta.Il coreografo, originario di una famiglia Hakka a Pingtung, Taiwan, è cresciuto ascoltando la madre raccontare le storie del mito Hakka di Nuwa che ripara il cielo, una narrazione legata al ‘Giorno della Riparazione del cielo’. In questa giornata le persone depongono gli strumenti per permettere al cielo e alla terra di riprendersi, esprimendo gratitudine per la restaurazione di Nuwa. Attraverso i movimenti dei danzatori, le crepe assumono una forma simbolica, riflettendo le sfaccettature presenti nelle relazioni tra la natura e l’umanità,  gli individui e la collettività. Il freddo design dell’illuminazione grigia crea un’atmosfera desolata e apocalittica, con i danzatori che si muovono come placche tettoniche, convergendo e divergendo per rappresentare l’evoluzione naturale e la tensione sociale.

“Mitici” di Giovanni Insaudo esplora, invece, il rapporto tra umani e dei, la cui intersezione si manifesta come uno strano e cupo corpo alieno.

La Hung Dance rappresenta una compagnia di danza contemporanea fondata nel 2017 dal coreografo Hung-Chung Lai che ne è anche direttore artistico. Il nome della compagnia “ Hung” simbologgia il volo verso il cielo, ispirato agli elementi creativi orientali e al suo vocabolario distintivo di danza contemporanea. La compagnia emergente ha ottenuto un crescente riconoscimento a Taiwan e sulla scena internazionale,  ricevendo inviti a partecipare a concorsi di fotografia e festival di danza internazionali, visitando ben 43 città  e 19 Paesi e realizzando 212 spettacoli.

Mara Martellotta

Inviato dall’app Tiscali Mail.

Enrico Calilli. Sempre tra noi!

All’“Oratorio di San Filippo Neri”, sarà ricordata, fra intermezzi musicali e narrativi, la figura del poeta-romanziere torinese a cinque anni dalla scomparsa

Lunedì 2 marzo, ore 20,30

Scrittore, saggista e poeta, ma anche “Cavaliere” per meriti sportivi (per oltre 30 anni è stato la “Voce del Sestriere” come speaker delle gare della “Coppa del Mondo di Sci”, nonché presidente dello “Sci Club Joyful” e collaboratore per gli incontri di “women’s football” del sito “Toro.it”, lui gobbo-juventino incallito!), Enrico Calilli avrebbe compiuto ottant’anni il prossimo lunedì 2 marzo. Un traguardo, pur da abile sportivo, purtroppo non raggiunto. Enrico ci ha infatti lasciato cinque anni fa. Ma a quella che avrebbe dovuto essere “occasione di festa” per il suo 80°, hanno voluto supplire i suoi più stretti famigliari e amici, in primis la moglie Rossella e la figlia Cristiana (con le adorate nipoti Sofia e Cecilia), organizzando, proprio lunedì 2 marzo (ore 20,30), una serata in sua memoria, articolata in momenti artistici di sicuro effetto, presso l’“Oratorio di San Filippo Neri” a Torino, luogo di culto dedicato al “Santo della Gioia” e la più grande Chiesa di Torino (fondata nel 1675 e ricostruita su progetto di Filippo Juvarra nel 1715) particolarmente cara ad Enrico cui dedicò anche uno dei suoi vari libri storico-narrativi (“La Chiesa di San Filippo Neri in Torino”), pubblicato da “Il Capitello” nel 2013.

Serata piena. Di indubbio spessore artistico. Come sarebbe piaciuta a lui. Lui, che, per tutti, quella sera ci sarà! Crediamoci! Abbracciando tutti da lassù (o da dove, non si sa!) con quei suoi occhi e quel suo viso che sapevano allargarsi in nuvole di gioia e d’affetto, sempre cariche di incontenibile empatia per tutti. A condurre e a presentare l’evento, sarà la stessa moglie Rossella, affiancata dalla musica della pianista-compositrice Irene Rista (suo il libro pubblicato di recente per le “Ed. Voglino”, con le illustrazioni di Federica Lucioli, “Brevi storie a due e quattro zampe”) e dalle parole “recitanti” alcune fra le più significative poesie di Enrico, proposte al pubblico dalla Compagnia Teatrale “Drammatici – Filodrammatici”.

La serata è ad ingresso libero. Fino ad esaurimento posti.

Ai partecipanti verrà richiesto solo un contributo assolutamente volontario a sostegno del restauro del magnifico “Presepe” custodito dai “Padri Filippini”, alla cui costruzione, verso la fine del ‘700 (prima che Torino fosse per la seconda volta e per parecchi anni invasa dalle truppe di Napoleone) contribuì lo stesso re di Savoia, Carlo Emanuele IV (l’“Esiliato”), regalando ai “Padri” alcune carrate di marmo, recuperato da una cava di suo possesso nel territorio di Gassino con l’intento che gli stessi lo vendessero per ricavarne una somma di denaro utile alle prime spese dell’opera.

Il “mio” Calilli

Permettetemi una mia personale riflessione su Enrico. Ne sento il bisogno, non il dovere, e sono certo che a lui farebbe piacere.

Intanto ci tengo a precisare che io, personalmente, non ho mai avuto modo di frequentarlo con particolare costanza. Conobbi Enrico verso la fine degli anni ’80 e lo conobbi come consorte di Rossella Tamagnone, mia “grande” collega insegnante di “Educazione Fisica” alla mitica “Carlo Levi” di via delle Magnolie, alle subalpine “eccitanti” (anziché no!) “Vallette”. Da allora, e nel corso degli anni, i nostri incontri sono stati sempre alquanto sporadici. Ma ogni volta, mille volte più intensi ed “empatici” rispetto a quelli di gente che magari si incontra ogni giorno, trascorrendo ore in conversazioni assolutamente incolori. E anonime. Come a dire, senza anima. Enrico aveva con me, ma certo con chiunque, la capacità assai rara di “abbracciarti” subito con quel suo largo, generoso sorriso, in grado di donarti, all’istante, un senso di amicizia e “oceanica” simpatia vera, profonda, come ci conoscessimo e frequentassimo da anni. Mi ricordo la gioia alla pubblicazione del suo primo libro e all’arrivo in finale con “Briciole di Medioevo” (“Ed. Tambix”) al “Premio Pannunzio”. Il suo forte abbraccio, la sua stretta di mano erano nell’immediato “passaporti” speciali per un sodalizio che pareva durasse da sempre. E tutto questo, lo ricordo con enorme nostalgia. Scrittore, poeta. In realtà Enrico aveva una laurea in Giurisprudenza e, per anni, lavorò per un’importante “Compagnia Assicurativa”. Ma nella sua testa, più che codici e codicilli, frullarono sempre e da sempre, a larghe giravolte, parole e parole. Parole capaci, in totale libertà, di farsi “racconto”. Parole capaci, a briglia sciolta, di creare “poesia”. Libere di accompagnarsi in ignoti voli e infiniti sentieri. “E noi a chiederci/ chi siamo stati /perché siamo nati/ Nell’attesa di una risposta/ che non viene/ in un silenzio che si fa paura” (Da “Verso il cielo”, “Ed. Il Capitello”, 2016). Ora forse quel “silenzio” l’hai sconfitto, caro Enrico. E, in qualche modo, potrai darcene segno (pensaci tu!), attraverso “le vetrate che irradiano calore/nelle tessere multiformi” della tua amata “Cattedrale”.

Gianni Milani

Nelle foto: Enrico Calilli, Irene Rista e la Compagnia Teatrale “Drammatici – Filodrammatici”

I custodi della forma

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

 

In via Orvieto 20, oltre la Dora, nel quartiere Borgo Vittoria, dove Torino si lascia sfuggire il garbo dei portici e si distende in una geografia più pratica fatta di officine, magazzini e cortili profondi, esiste un edificio – un’ex fabbrica industriale – che mantiene comunque la compostezza sabauda su ciò che custodisce.

Il portone, senza insegne monumentali, introduce in uno spazio alto, dove la luce entra diffusa e ricade come polvere su una moltitudine di presenze immobili.
La prima impressione non è quella di un museo, bensì di un deposito in cui un remoto demiurgo ha accumulato per millenni le forme del corpo umano e della storia.

File serrate di calchi in gesso, oltre 1.500 per l’esattezza, accumulati nel flusso dei decenni occupano ogni spazio possibile: busti di bambini con le palpebre ancora gonfie, profili femminili che conservano un’inclinazione del collo irripetibile, la torsione plastica di un atleta greco, smisurati arti isolati che sembrano essere test sperimentali per la generazione di un titano.
E ancora: un David michelangiolesco ricostruito nelle stesse proporzioni dell’originale fiorentino, rilievi ornamentali, capitelli, busti di filosofi, cavalli alati, mostruosità marine in una coesistenza di epoche che estingue ogni cronografia.

Rispetto ad un museo le statue non sono isolate su piedistalli, rischiarate liturgicamente da strategici led, ma condividono lo spazio con scale da muratore, secchi, stracci e tavoli da lavoro.

Se ne stanno a ridosso l’una dell’altra, quasi a contatto, alcune poggiano a terra, altre su bancali di legno, altre ancora emergono da scaffali metallici o appese alle pareti.
Mentre ci cammino vicino vaneggio tra me e me di voler essere custode di un plasma segreto che le ridesti dalla loro quiescenza, che le vivifichi in modo che mi dicano di cose misteriose.

Mi trovo nel laboratorio della Gipsoteca Mondazzi, nata a Torino nel 1976, quando i fratelli Mondazzi rilevarono l’attività dal formatore Emanuele Gonetto, continuando una tradizione nata nel dopoguerra e legata al mondo delle accademie e della scultura monumentale.

Da allora il laboratorio non ha mai cessato di produrre copie, matrici, modelli destinati a scultori, scenografi, restauratori, accademie, ma anche a profani interessati.

Il procedimento non è cambiato molto: la forma viene presa dall’originale tramite un negativo, oggi spesso in silicone, che viene riempito con gesso liquido, lasciato solidificare e poi rifinito a mano.

Ogni copia è alla radice tecnicamente identica, ma non completamente indifferenziata: la superficie conserva micro-imperfezioni, tracce della lavorazione, leggere variazioni che la rendono riconoscibile a chi l’ha prodotta.

Il rapporto con le statue dei proprietari – Novella Mondazzi, suo fratello Paolo e pochi altri collaboratori – in una struttura che è rimasta volutamente familiare, seppur non completamente privo di quella solennità comune al cosmo degli artisti, è prettamente operativo: si muovono tra i modelli indicando dettagli che per loro hanno un’origine precisa — una commissione privata, un lavoro per un teatro, un intervento di restauro.

Ogni forma è associata a una circostanza, a una richiesta, a un momento della loro vita professionale.

Il paradosso della gipsoteca è che non conserva originali, ma senza di essa molti non avrebbero più discendenza. I calchi permettono di riprodurre opere destinate a deteriorarsi, di sostituire parti danneggiate, di studiare forme altrimenti inaccessibili.

In passato erano strumenti fondamentali per gli studenti delle accademie, oggi resistono accanto a scanner e stampanti 3D, continuando a offrire una precisione e una fisicità che la replica digitale non riesce (ancora) a restituire completamente.

Un luogo dunque dove la città ha destinato i propri doppi, che sono però finiti per trattenere la forma con una fedeltà che supera la durata della materia da cui proviene.
Uno spazio in cui le cose continuano a replicarsi tacitamente, come percorse da un DNA inanimato, conservando le impronte di ciò che “si è fatto nulla”.

Il laboratorio ha poi anche il suo punto di contatto diretto con il pubblico a pochi passi dall’Accademia Albertina, in via Principe Amedeo 25, dove si trova la bottega e la sede storica.
Qui vengono eseguiti i lavori più minuti e delicati: rifiniture, patinature, colorazioni e trattamenti che trasformano il gesso in imitazione di marmo, bronzo o pietra.

Fin dai tempi dell’università mi è capitato spesso di fermarmi, inebetito, davanti alla sua vetrina, fotografandola dall’esterno e indugiando a osservarne l’interno, come un personaggio dei cartoni animati che levita anelante guidato dalla mano sottile disegnata dal vapore di una torta che raffredda sul davanzale di una casa vicina.

Ci sono entrato per la prima volta solo un anno fa, per commissionare il restauro di un busto di Hermes.
È un locale piccolo, e questo amplifica l’effetto scenografico dello tsunami vertiginoso di statue presenti, così vicine tra loro da condividere la stessa ombra.
Passarci in mezzo è come attraversare una fenditura aperta in un mare solidificato, tra volti immobili, calca di orbite spente mentre la poca luce che entra dalle vetrate scivola su un’infinità di pieghe, lungo i margini sottili di palpebre, linee curve di labbra, vene in rilievo di un piede sproporzionato.

In fondo al passaggio in questo mare pallido e opaco, il banco di lavoro che spartisce l’ambiente senza in fondo separarlo davvero: dietro, strumenti, matrici e pigmenti e, solitamente, Novella: una donna minuta, dalle mani bianche di gesso, attenta, dolcissima.

In lei composte si intrecciano competenza rara, etica certosina d’artigiana e, senza nessuna retorica, onestà, trasmesse più attraverso l’abitudine che tramite l’insegnamento formale.

Link Linkedin Riccardo Rapini: https://www.linkedin.com/in/riccardo-rapini-31097438/

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Al MAO i capolavori del maestro Zanabazar, dal cuore della Mongolia

Il MAO, Museo di Arte Orientale, in collaborazione con la galleria Borghese di Roma, dal 27 febbraio al 7 aprile presenta al pubblico per la prima volta in Europa due straordinarie opere del tulku Zanabazar, maestro spirituale e incredibile artista e innovatore del Seicento.
Nato nelle steppe della Mongolia nel 1635, Zanabazar fu una figura di primo piano del buddhismo tibetano in Mongolia,  tanto da essere riconosciuto con il nome di Ondör Gegeen, Sua Santità l’illuminato, e primo Khutuktu Jebtsundamba, massima autorità religiosa della scuola riformata Gelugpa, dai cappelli gialli, del buddhismo tibetano in Mongolia, venerato come reincarnazione di uno dei 500 discepoli originali del Buddha. Dichiarato leader spirituale dei mongoli nel 1639, quando aveva appena quattro anni, fu anche riconosciuto dal V  Dalai Lama ( 1617-1682) come la reincarnazione dello studioso buddhista indiano Taranatha.
Nel corso  di quasi sessanta anni Zanabazar promosse tra la popolazione mongola la scuola riformata Gelugpa, a cui appartiene anche il Dalai Lama, soppiantando  le tradizioni Sakya o “Cappello Rosso”, o scuola antica pre Gelugpa, che avevano precedentemente prevalso nella zona, e influenzò profondamente gli sviluppi sociali e politici della Mongolia del Seicento.

Oltre ad essere un brillante studioso e un’autorità spirituale di rilievo, Zanabazar fu anche un artista molto poliedrico. A noi sono giunte alcune opere firmate da lui stesso, pratica poco frequente nella produzione religiosa buddhista.
Zanabazar è  considerato il più grande scultore mongolo della sua epoca. A lui e ai membri della sua scuola si devono le maggiori opere realizzate in Mongolia in età moderna, fra cui una straordinaria Tara verde e un autoritratto-scultura in bronzo, che lo ritrae assiso in trono.

Esposte dal 20 gennaio al 22 febbraio scorso nel salone d’Ingresso della Galleria Borghese a Roma, i due capolavori sono ora in mostra al MAO all’interno della sezione della collezione permanente dedicata all’Asia Meridionale, centrale e alla zona himalayana, creando un dialogo con i manufatti provenienti dall’Antico Monastero di Densatil, in Tibet Centrale, a cui Zanabazar si ispirò per le sue creazioni scultoree e i suoi dipinti religiosi.

Le opere in prestito in Italia per la prima volta dal museo Nazionale Chinggis Khan di Ulaanbaatar, in occasione delle esposizioni di Roma e Torino, si contraddistinguono per un eccezionale valore estetico e spirituale e sono connotate da un linguaggio innovativo e capace di parlare direttamente allo sguardo e all’animo dei visitatori.
Questo progetto, visitabile con il biglietto per la mostra di Chiharu Shiota, rappresenta per il MAO un’occasione preziosa per presentare, nel contesto di un’istituzione occidentale  che conserva arte asiatica, uno dei più importanti artisti della Mongolia, mettendolo in relazione con le opere del museo e colmando una lacuna nelle collezioni, che presentano alcuni esemplari di tangka e sculture del Tibet orientale con tratti di influenza mongola e cinese, ma prive di opere di provenienza mongola. Nell’estate 2026 è previsto un progetto espositivo che porterà alcuni frammenti provenienti dal monastero di Densatil della collezione del MAO presso il  Chinggis Khaan National Museum.

Mara Martellotta

Hiroshima Mon Amour, il weekend che racconta Torino tra musica, ironia e memoria

C’è un luogo a Torino che continua a essere punto di incontro tra generazioni, linguaggi e scene musicali diverse: l’Hiroshima Mon Amour. Anche questo weekend il club di via Bossoli conferma la sua vocazione di spazio culturale trasversale, capace di trasformarsi ogni sera e di accogliere pubblici differenti sotto lo stesso tetto.

Venerdì 27 febbraio l’Hiroshima diventa una sorta di salotto collettivo, dove la televisione incontra la comicità live. La serata cover di Sanremo scorre sul maxischermo mentre sul palco salgono Dottor Lo Sapio, Gipo Di Napoli, Antonio Piazza e Pippo Ricciardi, pronti a commentare in diretta l’evento più discusso dell’anno. Un format che riflette perfettamente lo spirito del locale: partecipazione, ironia e quella dimensione conviviale che trasforma il pubblico in protagonista.

Sabato 28 febbraio l’Hiroshima cambia pelle e si tuffa negli anni Novanta con Parti a 90, una festa che celebra la nostalgia come rito collettivo. Tra hit dance, rock e pop, la pista si riempie di riferimenti generazionali — dai karaoke alle notti in discoteca — in un’atmosfera che il club torinese sa rendere autentica, mescolando memoria e voglia di stare insieme fino a notte fonda.

Domenica 1 marzo il weekend si chiude con uno sguardo internazionale: i leggendari Jethro Tull arrivano a Torino con il Curiosity Tour, portando al Teatro Colosseo — in collaborazione con la programmazione dell’Hiroshima Mon Amour — il nuovo album Curious Ruminant. Un appuntamento che conferma la capacità del locale di dialogare con la grande musica dal vivo, andando oltre i confini del club e costruendo una proposta culturale ampia e riconoscibile.

Tre serate diverse, un’unica firma: quella di un luogo che da anni rappresenta un presidio culturale della città, dove la musica non è solo intrattenimento ma esperienza condivisa.
Valeria Rombola’