CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 41

La Gypsy Musical Academy presenta “Sister Act”

Sister Act, il musical dedicato alle suore più divertenti d’America, tornerà in scena venerdì 17 aprile alle 21al teatro Superga di Nichelino nella splendida versione realizzata dai giovani talenti della Gypsy Musical Academy di Torino, con la collaborazione del Music Theatre International di Londra e dell’Associazione Mattia Mantovan Onlus, in uno show che farà ballare il pubblico direttamente dalle poltrone della platea.
A firmare la regia sono Renato Tognocchi, uno dei più  apprezzati professionisti nell’universo del musical italiano, toscano, classe 1982, che vanta partecipazioni con grandi ruoli e titoli quali Grease, La bella e la bestia, Dirty dancing, Fame, Footloose, Cabaret, Anastasia, e Neva Belli, direttrice e fondatrice della Gypsy. Le coreografie sono di Cristina Fraternale Garavalli, la direzione musicale di Marta Lauria, i costumi di Michela Zuncheddu, le scenografie di Daniela Stroppiana e Lucrezia Cozzi.

Come da tradizione, il cuore pulsante dello spettacolo sarà a favore  dell’Associazione Mattia Mantovan Onlus per l’acquisto di un ecografo portatile destinato alla pediatria e neonatologia dell’Ospedale Martini di Torino. Lo spettacolo si avvale del patrocinio del Comune di Nichelino e dell’ASL di Torino.

“Accendere i riflettori per fare del bene rappresenta il nostro motto quando portiamo in scena i nostri allievi durante il loro percorso di formazione-  spiega la direttrice della Gypsy Neva Belli- per quanto riguarda Sister Act , ho diretto molti spettacoli durante la mia carriera ma questo rappresenta uno dei musical più divertenti e travolgenti nella storia moderna del genere. Lavorare con Renato Tognocchi è  stato molto stimolante, tra noi si è  creata una bella sinergia che sicuramente emergerà sul palco”.

La storia si ispira al film cult del 1992 diretto da Emile Ardolino con Whoopi Goldberg. Involontaria testimone di un omicidio compiuto dal boss suo ex amante, Deloris, cantante nei night club, denuncia il crimine a un poliziotto che, per proteggerla, la nasconde in un convento travestita da suora. Sulle prime la novizia, alle prese con la tonaca, il refettorio, la cella e altri rituali del chiostro, appare un poco disorientata. Poi, poco per volta, trasforma lo scalcagnato coro di suorine del convento in uno straordinario ensemble vocale, che riempie di nuovo la chiesa di fedeli.

Info e prenotazioni 3277628172, 3356034207

Mara Martellotta

A Zuccarello il 700° delle nozze tra Enrico Del Carretto e Caterina di Clavesana

Domenica 26 aprile 2026 il Comune di Zuccarello (SV) e il Comitato per la tutela del patrimonio e delle tradizioni dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv hanno ricordato il 700° anniversario delle nozze tra Enrico Del Carretto e Caterina di Clavesana. Questo matrimonio, seppur oggi quasi dimenticato, si rivelò di cruciale importanza in quanto cambiò il destino di una vasta area geografica compresa tra Piemonte meridionale e Ponente Ligure.
La cerimonia è stata patrocinata dai Consigli Regionali di Liguria e Piemonte, dalle Province di Savona e Cuneo e dal Comune di Zuccarello.
I partecipanti si sono ritrovati alle ore 11,15 davanti alla Chiesa Parrocchiale dedicata a San Bartolomeo Apostolo, risalente al XIII secolo.
Successivamente i gruppi storici, partendo dal
la Porta Soprana o “del Piemonte”, che rappresentava l’ingresso nord del borgo, hanno sfilato lungo Via Armando Tornatore fino al Teatro Comunale Quinzio Delfino, dove si è tenuta una solenne cerimonia aperta dai saluti del Sindaco Claudio Paliotto, il quale ha affermato che “Un grande grazie va ad Andrea Carnino, che con la sua tenacia sta facendo rivivere in tutti i nostri Comuni il medioevo, ci ha aggregati con il discorso storico dei Grimaldi, dei Clavesana e dei Del Carretto, sta unificandoci, oggi un po’ tutti ci conosciamo, uno va a conoscere il Comune vicino e apprende la sua storia, che è una cosa importantissima”.
Bruno Terreno, Sindaco di Clavesana (CN), Comune che grazie a questa cerimonia ha rinnovato il suo secolare legame con Zuccarello, ha rammentato che “ Clavesana negli ultimi trent’anni è stata colpita da una tremenda alluvione che ha distrutto mezzo paese. Proprio lo scorso 8 febbraio a Cervo il Sindaco mi ricordò che da Cervo vennero volontari a Clavesana. Credo che anche da queste parti siano venuti volontari, abbiamo avuto volontari da ogni parte d’Italia che ci hanno aiutati in quei tragici momenti, Clavesana è stata ricostruita, l’unica cosa che non torneranno sono i morti”.
Ha quindi preso la parola il Consigliere regionale Sara Foscolo, per la quale “Tramandare la storia è importantissimo perché se no poi la si dimentica, questi aspetti della storia non ci vengono spiegati a scuola e per noi che viviamo i nostri Comuni è importante saperla e tramandarla alle nuove generazioni”.
Silvia Molino, Assessore alla Cultura di Castelvecchio di Rocca Barbena (SV) e Fiduciario della Provincia di Savona del Sodalizio, ha ricordato che “in tempi come questi caratterizzati da violenza, odio e disprezzo della vita, noi, grazie a queste manifestazioni, siamo uniti dall’amore per i nostri territori, per la nostra storia, per le nostre radici ed è importante lasciare questa bellezza, questa cultura e questo amore a chi verrà dopo di noi”.
Lo scrivente nel suo intervento ha fatto scoprire ai numerosi presenti la storia del Marchesato di Zuccarello.
Il borgo venne fondato il 4 aprile 1248 dai Marchesi Bonifacio IV, Emanuele I e Francesco di Clavesana. L’atto fu siglato nel castello che sovrasta il paese, edificato tra il XII e il XIII secolo. Con questo documento i Marchesi di Clavesana si impegnarono a difendere la Val Neva, allora sfiancata da continue contese armate ed in cambio i rappresentanti locali promisero di costruire il paese entro il Natale 1249. Nel 1281 i Clavesana diedero a Zuccarello i sui primi statuti, tra i più antichi della Liguria.
Nel 1326, dopo un lungo periodo di trattative, Caterina di Clavesana, figlia del Marchese Francesco II (figlio di Emanuele I, uno dei fondatori di Zuccarello),
sposò il suo lontano cugino Enrico Del Carretto, figlio del Marchese Antonio di Finale Ligure e di Agnese Valperga di Masino portandogli in dote metà dei feudi savonesi di Balestrino, Castelbianco, Castelvecchio di Rocca Barbena, Erli, Nasino, Stellanello e Zuccarello. L’altra metà Enrico l’acquistò nel 1335 da suo cognato Giacomo Saluzzo-Dogliani, che aveva sposato Argentina di Clavesana, sorella di Caterina.
Nel 1336 Enrico conquistò Cervo (IM), ma l’anno seguente insieme alla moglie si trasferì a Mombaldone (AT), dove diede vita ad una linea marchionale tutt’oggi esistente. I sopraccitati feudi passarono a suo fratello il Marchese Giorgio di Finale Ligure, il quale dalla consorte Venezia
Fieschi dei Conti di Lavagna ebbe tra gli altri i seguenti figli: Ilaria Maria, che andò in sposa a Ranieri II Grimaldi, co-Signore di Monaco dal 1352 al 1357, ma morì nel 1368 senza avergli dato eredi; Lazzarino I, che succedette al padre come Marchese di Finale Ligure e Carlo, il quale nel 1397 divenne il primo Marchese di Zuccarello.
Il Marchesato di Zuccarello comprendeva in Val Neva Castelvecchio di Rocca Barbena, Erli e Vecersio ; in Val Pennavaira i castelli e gli abitati di Alto, Castelbianco e Nasino; nella Valle dell’Arroscia la Castellania di Aquila d’Arroscia; Balestrino e Bardineto.
Era ubicato in posizione strategica, lungo la principale arteria che metteva in comunicazione Albenga con il Piemonte meridionale e da qui passavano i commerci di sale, legno, pellame da conciare, ferro e canapa.
Carlo I da Pomellina Adorno, figlia di Gabriele Adorno, Doge della Repubblica di Genova, ebbe diversi figli, tra i quali il suo erede Enrico e Ilaria, nata nel Castello di Zuccarello nel 1379. Quest’ultima il 3 febbraio 1403 sposò Paolo Guinigi, Signore di Lucca, ma si spense l’8 dicembre 1405 a causa delle conseguenze del parto della sua secondogenita Ilaria Minor. Divenne celebre per il magnifico sarcofago, considerato uno tra i migliori esempi di scultura funeraria italiana del XV secolo, che il marito commissionò per lei allo scultore senese Jacopo della Quercia.

Il Marchese Antonio di Zuccarello, bisnipote di Carlo I, ebbe tra gli altri i seguenti figli: Gian Bartolomeo, che portò avanti il Ramo di Zuccarello e Pirro II, il quale nel 1545 divenne il primo Marchese di Balestrino, conservando però un quarto dei diritti sul Marchesato di Zuccarello. Giovanni Antonio figlio di quest’ultimo, nel 1567 cedette questa quota zuccarellese alla Repubblica di Genova insieme al diritto di prelazione sulle altre.
Nel 1588 Scipione di Zuccarello, nipote di Gian Bartolomeo, cedette il marchesato al Duca di Savoia Carlo Emanuele I in cambio di Saliceto con il titolo marchionale, Bagnasco, Murialdo, altre località e 60.000 scudi d’oro. Scipione si trasferì quindi a Saliceto, ma la cessione del Marchesato di Zuccarello ai Savoia venne bloccata dall’Imperatore dei Romani Rodolfo II, al quale si era rivolta la Repubblica di Genova in segno di protesta. Il marchesato fu addirittura confiscato e affidato per un decennio a due commissari imperiali e poi dal 1598 a Prospero Del Carretto, fratello di Scipione. Nel 1624 la Repubblica di Genova ottenne la quasi totalità del marchesato e 1632, con la morte di Ottavio Del Carretto, un altro fratello di Scipione, i genovesi ottennero anche l’ultimo pezzettino mancante.
L’ultimo Marchese di Saliceto appartenente al Casato dei Del Carretto fu Giuseppe, bisnipote di Scipione, che si spense nel 1717. Il titolo passò quindi a suo nipote Giuseppe Damiano, figlio della sua sorellastra Paola Maddalena, il quale aggiunse “Del Carretto” al suo cognome.
Ha quindi preso la parola il Marchese Roberto Giordano Icheri di San Gregorio Del Carretto di Balestrino, il quale ha affermato che “siamo un po’ in casa qui a Zuccarello perché come ha spiegato bene prima il Dott. Carnino, il Ramo di Balestrino comincia con Pirro II in seguito alle divisioni ereditarie del Ramo di Zuccarello, quindi ci sentiamo a casa. Mia moglie e io durante le nostre permanenze a Balestrino non ci facciamo mai mancare una gita a Zuccarello e faccio i complimenti all’amministrazione perché non è così scontato trovare un borgo così ben tenuto e pulito”.
Sua moglie, la Marchesa Mara ha ricordato che “a scuola a tutti noi hanno insegnato che i colonizzatori culturali ci sono a Roma, a Firenze e a Venezia, non è così, l’Italia ha una storia locale, una cultura locale molto importante e significativa che non è indagata e studiata, che passa attraverso le tradizioni. E’ una cultura importante, l’arricchimento di tutte queste terre, soprattutto di confine, che ai tempi erano significative ed era importante difenderle, ci ha lasciato un patrimonio culturale importante (…) Gli incastellamenti che c’erano nei vari paesi erano il significato di una famiglia che difendeva una comunità da tutto quello che c’era allora. I nostri antenati ci hanno lasciato un mondo migliore di quello che loro hanno trovato, forse noi dovremmo fare altrettanto, è quello che noi dobbiamo ai nostri figli”.

Il Comitato per la tutela del patrimonio e delle tradizioni dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv ha quindi conferito uno speciale attestato di benemerenza al Comune di Zuccarello e allo storico Giorgio Casanova, autore del libro “Il Marchesato di Zuccarello – dalla Val Neva alla Val Pennavaira, un viaggio tra millenni di storia ligure”.
La cerimonia è stata impreziosita dalla presenza dei seguenti gruppi storici:

  • Gruppo Storico Marchesato di Clavesana” i cui rievocatori hanno impersonato tra gli altri il Marchese di Savona Bonifacio del Vasto con la nipote Adelaide, Gran Contessa di Sicilia, Emanuele di Clavesana, cofondatore di Zuccarello, con la consorte e Caterina di Clavesana;

  • I rievocatori della Proloco di Zuccarello, che hanno impersonato Carlo I, primo Marchese di Zuccarello, la consorte Pomellina Adorno, figlia di Gabriele Adorno, Doge della Repubblica di Genova e la loro figlia Ilaria, diventata per matrimonio nel 1403 Signora consorte di Lucca;

  • I Signori del medioevo da Torino;
  •  I Signori di Rivalba di Castelnuovo Don Bosco, i cui rievocatori hanno impersonato i membri della famiglia che nel medioevo possedette il feudo di Castelnuovo per circa 350 anni;
  • I Marchesi Paleologi” di Chivasso, i cui rievocatori hanno impersonato i Marchesi del Monferrato ad inizio XIV secolo, tra i quali il Marchese Teodoro I Paleologo e la consorte Argentina Spinola, nonni materni del Conte di Savoia Amedeo VI detto il “Conte Verde”.

Alla cerimonia hanno presenziato anche le seguenti autorità:
il Consigliere Regionale Sara Foscolo; Mario Basso, Sindaco di Bardineto (SV); Daniele Galliano, Sindaco di Bormida (SV); Bruno Terreno, Sindaco di Clavesana (CN); Flavio Borgna, Sindaco di Cerretto Langhe (CN); Natalina Cha, Sindaco di Cervo (IM); Sergio Bruno, Sindaco di Erli (SV), accompagnato dal Vice Sindaco Massimo Gai; Renato Adorno, Sindaco di Rezzo (IM); Claudio Paliotto, Sindaco di Zuccarello (SV); Silvia Molino, Assessore alla Cultura di Castelvecchio di Rocca Barbena (SV); Paolo Cittadino, Consigliere Comunale di Neive (CN); Bruna Migliora, Consigliere Comunale di Toirano (SV) e Franco Scrigna, Consigliere Comunale di Villanova d’Albenga (SV).
L’Associazione Internazionale Regina Elena Odv è stata rappresentata dal Vice Segretario Amministrativo Nazionale, da Silvia Molino, Fiduciario della Provincia di Savona e da soci.

ANDREA CARNINO

“I Porci – una gastronomia machista”, al teatro Baretti

Giovedì 16 aprile, alle ore 21, e venerdì 17 aprile alle ore 20, il teatro Baretti accoglie un progetto ideato da Manuel Di Martino, Simone Miglietta e Alessandro Persichella, con gli ultimi due in scena, e la regia di Manuel Di Martino. Si tratta della pièce teatrale, che fa parte della stagione Aurea Familia, dal titolo “I Porci – una gastronomia machista”.

Dopo il successo riscontrato in diversi contesti nazionali, come il Torino Fringe Festival 2023, Venice Open Stage 2023 e Stazione d’emergenza 2022,  “I Porci” approda a Torino aprendo una riflessione all’interno della stagione Aurea Familia: una stagione che indaga le storie familiari, sociali e identitarie del nostro presente. Lo spettacolo ci trascina in un futuro distopico, dove gli ultimi due maschi Alpha, simboli della virilità più becera, sono esposti come animali in una sorta di zoo umano. Li osserviamo nutrirsi, bestemmiare, azzuffarsi, ubriacarsi, manifestare pulsioni e fragilità in un rituale tanto violento quanto rivelatore. Attraverso il linguaggio del teatro fisico e dell’ironia, Miglietta e Persichella ci restituiscono una riflessione chirurgica sui meccanismi culturali del machismo, il rapporto del macho con il cibo, la donna, Dio, la sopraffazione e il desiderio. Cruda, comica e dolorosamente autentica, la pièce “I Porci” ci invita a ridere del mostro per riconoscerlo, a decifrarlo una volta per tutte.
Si tratta di una messa in scena che si spinge fino alla deformazione caricaturale, per mostrare da quali padri non vogliamo più discendere. Nel testo originale, a dare ritmo alla narrazione è la pagina bianca. Un segno vertiginoso e prenatale in cui abbiamo deciso di perderci, scavando nel sogno di un Dio sgraziato e innocente, colto nell’eternità della sua infanzia ribelle e sedotto dall’urgenza di creare. Se Pasolini auspicava nelle sue opere l’avverarsi della Ierofania, l’apparizione del sacro nel quotidiano, Micheal e Mirco disegnano l’epifania opposta, cioè l’apparizione del quotidiano nel sacro.
Fondamentali in questo percorso sono le collaborazioni con la scrittrice e filosofa Rubina Giorgi, studiosa delle relazioni, tra l’altro, tra mistica e poesia, con l’artista visivo Frediano Brandetti, creatore di strutture oniriche e metamorfiche, e con la musicista e compositrice Lili Refrain, artista che alterna nelle sue composizioni una vocalità lirica a sonorità distorte.

Biglietti: intero 13 euro – ridotto 11 euro – info: www.teatrobaretti.it

Mara Martellotta

Guerri e Collodi

IL COMMENTO di Pier Franco Quaglieni

Giordano Bruno Guerri, presidente del Vittoriale degli italiani a Gardone, si sta dedicando al rilancio della Fondazione Collodi con lo stesso entusiasmo che  da molti anni pone nella Fondazione del Vittoriale. Collodi e “Pinocchio” sono espressione importante di quella che Asor Rosa definì l’ “Italia bambina”del post – Risorgimento. Già Benedetto Croce colse la grandezza del libro che non era una semplice  fiaba  per l’infanzia.  Collodi ha contribuito a fare  gli Italiani, a dare loro una coscienza civile  che mancava perché il decennio cavouriano aveva troppo in fretta creato, quasi miracolosamente, lo Stato italiano ma non poté pensare al dopo Unità. La morte di Cavour impedì di proseguire nel disegno originario. La nuova Italia nacque senz’anima o con poche e contrastanti anime.  Il tuttologo   B a r b e r o    che parla, scrive e motteggia dalla preistoria ai nostri giorni,  si è permesso di demolire in poche frasi, senza alcun  senso storico, Collodi.  In questo disgraziato Paese ci sono i Guerri che costruiscono e  i   B a r b e r o    che distruggono.  I primi però  sono destinati a prevalere sui secondi. Chi è nato nelle terre delle risaie vercellesi  resta prigioniero di un inverosimile successo che solo un errore di Piero Angela gli ha consentito di conseguire.

In scena al teatro Astra  “Venere e Adone” e “Lo stupro di Lucrezia”  

Walter Malosti rilegge i due poemetti shakespeariani  “Venere e Adone” e “Lo stupro di Lucrezia”, composti da William Shakespeare tra il 1592 e il 1594, al teatro Astra di Torino, in scena da martedì 14 a domenica 19 aprile prossimi, sul palco del teatro di via Rosolino Pilo 6 per la stagione ‘Mostri’ del Teatro Piemonte Europa.
Malosti, a partire dai due spettacoli pluripremiati da lui diretti nel 2007 e nel 2012, e caratterizzati da un’alta densità musicale, ha ideato, in collaborazione con G.U.P. Alcaro una versione in forma di concerto, che unisce i due Poemetti, questa volta senza più scena, se non quella ricchissima e molto potente creata da voce e suono. Correva l’anno 1593, Londra era devastata dalla peste e i teatri erano chiusi. Shakespeare  componeva su commissione il poemetto erotico mitologico ‘Venere e Adone’ che gli darà  la fama come poeta. Sotto la patina arcadica, con ampie striature comiche, ‘Venere e Adone’ rappresenta una sorta di protocollo psicoanalitico ante litteram dell’eros più carnale e ossessivo. L’anno seguente l’autore  riprese un episodio dell’antica storia romana, lo stupro di Lucrezia da parte di Sesto Tarquinio, un atto di violenza raccontato in modo sconvolgente. La voce di Lucrezia diventa uno degli esempi di meditazione sulle conseguenze dello stupro visto dalla parte di una donna. Ma a impressionare ulteriormente il lettore/ ascoltatore è  lo sguardo nella psiche del carnefice e la lucida analisi dei suoi impulsi tortuosi.

I due poemetti sembrano formare una specie di dittico  simmetricamente contrappuntato, in cui la seconda tavola rovescia la prima: dallo sfondo giorgionesco e arionesco di “Venere e Adone” con conigli, cani, cavalli e cinghiali, si passa ne “Lo stupro di Lucrezia” ad un tragico notturno , immerso in una livida oscurità caravaggesca,  squarciata solo dalla luce di una torcia. Senza ombra di dubbio la figura del mostro andrebbe attribuita in questi Poemetti a Sesto Tarquinio, l’orrido violentatore di Lucrezia, ma occorre anche prestare attenzione alla figura di Venere che, per il grande poeta inglese Ted Hughes, autore di un visionario e misterico saggio poema “Shakespeare and The Goddess of Complete Being” si sdoppia nel cinghiale assassino di Adone che, con un bacio di morte, gli squarcia l’inguine, con la dea che confessa che, se anche essa avesse avuto zanne aguzze, avrebbe potuto ucciderlo per prima baciandolo. Secondo lo stesso Hughes questi poemetti rappresentano la base su cui individuare idealmente tutta la strategia poetica e i fondamenti metafisici dell’intera opera shakespeariana, figure estreme colme di metafora e di mito inserite in una sorta di equazione tragica che innerva tutte le sue opere maggiori. Lucrezia e il suo suicidio hanno provocato vibranti polemiche e giustapposizioni sul giudizio morale e politico da dare a questa figura esemplare . Anche all’interno del mondo cristiano divenne una causa celebre della casistica, tanto che Agostino disse “ammazzando se stessa ha ammazzato un innocente”.
“Venere e Adone” e “Lo stupro di Lucrezia” sono due capolavori assoluti, gli unici e certi originali di quel mostro di bravura che, per possedendo dei contorni ancora incerti, risponde al nome del poeta William Shakespeare.

Mara Martellotta

Cinque secoli di voci nella chiesa di San Dalmazzo, con Novi Cantores Torino

Nella chiesa di San Dalmazzo, a Torino, domenica 19 aprile prossimo, si terrà il concerto “Voci nel tempo”, la voce come spazio di attraversamento, spiritualità, racconto, poesia, materia sonora che cambia nei secoli, pur restando umana.

È da questa idea che prende forma “Voci nel tempo”, concerto della stagione 2026 dell’ Accademia “Stefano Tempia” affidato al giovane Ensemble vocale Novi Cantores Torino, guidato da Matteo Gentile e dalla direttrice polacca Marta Dziubińska, protagonista di un programma che attraversa cinque secoli di musica corale, da Palestrina al Novecento.

Il percorso costruisce un ampio affresco della coralità europea, mettendo in relazione stili e linguaggi lontani nel tempo, ma uniti dalla centralità della voce come strumento di espressione spirituale e poetica.

Dalla polifonia rinascimentale emergono l’equilibrio di Palestrina, l’energia descrittiva di Janequin e l’intensa spiritualità dell’Europa centro orientale con Waclaw di Szamotuly.

Il programma prosegue nella modernità, dal lirismo di Cajkovskij e Saint Saëns alla rarefazione poetica di Barber, fino alle visioni più aspre e simboliche dei compositori nordici  Raberg e Rautavaara. Uno sguardo è poi rivolto al Novecento italiano, con pagine di Giorgio Ghedini e Luciano Berio, accanto alle elaborazioni di Holst e ai brani di Stopford e Chilcott, che restituiscono alla coralità una dimensione di luce e condivisione.

Accanto al concerto, la presenza della musica di Luciano Berio si approfondisce nel seminario “Oltre il canto. Estetica e ricerca nella produzione corale di Luciano Berio” pensato come uno spazio di ascolto e riflessione aperto a musicisti, cantori, studenti, compositori e appassionati.

Il seminario attraversa il pensiero e la pratica corale del compositore mettendo al centro alcuni nuclei fondamentali della sua ricerca, il rapporto tra la voce e la parola, la dimensione teatrale del canto, l’uso del gesto vocale e dei suoni non convenzionali, il dialogo tra tradizione e sperimentazione, il coro come organismo dinamico e laboratorio di ricerca. Più che una lezione, si tratta di un’occasione di confronto su cosa significhi oggi fare musica corale e su quali possibilità espressive si aprano oltre a una concezione puramente esecutiva del canto, il seminario è gratuito ed è in programma il 19 aprile, prima del concerto, dalle ore 17.30 alle 19.30, nella chiesa di San Dalmazzo, in via Garibaldi, angolo via delle Orfane.

Fondato nel 2020, nel pieno dell’emergenza sanitaria, l’Ensemble vocale Novi Cantores Torino, riunisce giovani coristi con una solida esperienza corale, ed è diretto fin dalla Fondazione da Marta Dziubińska e Matteo Gentile. L’Ensemble ha debuttato nel 2021, esibendosi in diversi luoghi della cultura legati al territorio piemontese, tra cui Villa della Regina, Palazzo Carignano, l’Abbazia di Vezzolano, la Real Chiesa di San Lorenzo e il Tempio Valdese di Torino, partecipando inoltre a rassegne e festival come “Qui giunti d’ognidove”, a Carignano, “Adventum in cantum” a Chieri, il “Torino Chamber Music Festival” e “Alt(r)i ascolti”, a Chamois.

Domenica 19 aprile – ore 21 – chiesa di San Dalmazzo – via Garibaldi, angolo via delle Orfane, Torino.

Biglietti: intero 10 euro – ridotto 5 euro – www.stefanotempia.it

Mara Martellotta

A Casale le opere di Paolo Novelli

Sabato 11 aprile nelle Sale al Secondo Piano del Castello del Monferrato, è  stata inaugurata la mostra “Paolo Novelli. Opere 2020 – 2026”.

Il percorso espositivo presenta una selezione delle opere realizzate dall’artista negli ultimi sei anni, offrendo al pubblico un excursus attraverso il peculiare stile e le sperimentazioni pittoriche che testimoniano l’evoluzione e la ricerca creativa di Novelli, con opere che suscitano l’attenzione dei fruitori grazie alla cura compositiva grafica e all’intervento sulla sensibilità visiva, che invita a riscoprire i colori.

La mostra sarà visitabile gratuitamente fino a domenica 3 maggio 2026, nelle giornate di sabato e domenica dalle ore 10,00 alle 13,00 e dalle 15,00 alle 19,00.

“Certe fantasie finiscono Come stelle della radio addormentate in un jukebox”

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Music Tales, la rubrica musicale 

“Certe fantasie finiscono
Come stelle della radio addormentate in un jukebox
Dimmi: “Sei bellissima”
Io così, tristissima
Sognando Las Vegas in una sala slot””
.
C’è chi torna da Sanremo con una hit in tasca e si affretta a replicare la formula. Margherita Carducci, in arte Ditonellapiaga, fa l’opposto.
Chi l’ha ritrovata e apprezzata all’Ariston 2026 con “Che fastidio!” (oltre 16 milioni di stream su Spotify) la ascolterà oggi con un brano decisamente sorprendente, che cambia passo e tono e lascerà a bocca aperta.  Perché “Hollywood” non ha niente della ragazza frenetica e ironica di prima.
C’è qualcosa di più fermo, più maturo, a mio avviso, più coraggioso.
Il brano è una ballad dolce e amara sospesa tra introspezione e il disincanto che nasce dalla realtà che ci circonda, con un ritmo lento armonizzato da un perfetto incastro di archi e pianoforte.  In superficie racconta una storia d’amore che non funziona. Sotto, però, per chi sa ascoltare, racconta qualcosa di molto più universale: l’amarezza di chi si accorge di essersi trasformato inseguendo un ideale di successo, fino a non riconoscersi più.
Lo dice lei stessa senza giri di parole: «Ho volutamente scelto di parlare di una relazione con un uomo, ma il soggetto cui faccio riferimento è una personificazione della celebrità. L’ho scritto in modo che avesse una doppia interpretazione.»
Il titolo, allora, non è un omaggio. È una trappola consapevole. Hollywood come promessa di perfezione, di grandi finali, di identità costruite per piacere. E poi quel verso che smonta tutto: “Ma baby non è Hollywood.” Non siamo dentro un film. Non ci sarà nessun grande finale che sistema tutto.
A metà brano arriva persino una svolta rap che rende il tutto più ruvido e affascinante; il momento in cui la scenografia cade e resta solo la voce che dice la verità.
In un pop italiano che spesso premia il rumore e l’immediato, “Hollywood” ha il coraggio della lentezza. È un brano che non si offre tutto al primo ascolto. Si apre, pian piano, come una confessione. A me è piaciuto parecchio, spero di avervi regalato qualcosa di bello in questo lunedì.
Buon ascolto
“Un giorno incontrai un bambino cieco… mi chiese di descrivergli il mare, io osservandolo glielo descrissi, poi mi chiese di descrivergli il mondo… io piangendo glielo inventai…”
JIM MORRISON
Chiara De Carlo
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