CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 41

La straordinaria “anima pittorica” di Paolo Conte. “Original”

Nella sua città natale la più ampia mostra mai dedicata al grande Maestro astigiano

Fino al 1° marzo 2026

Asti

“Il disegno è uno dei miei due vizi capitali, più antico di quello per la musica e le canzoni”. A confessarlo, rivolgendosi a quanti ancora non lo conoscessero sotto questa veste artistica, è proprio lui. Icona indiscussa della storia della canzone d’autore, pianista di singolare formazione jazz e compositore dalle straordinarie risorse acclamato dai più prestigiosi palcoscenici mondiali, dall’“Olympia” di Parigi alla “Scala” di Milano nel 2023 (primo e unico artistica della scena cantautorale internazionale a calcare il palco del “Tempio” assoluto della Lirica), Paolo Conte (classe ’37) – dopo la breve parentesi dedicata all’“avvocatura” – dal ’74 decide di dedicarsi esclusivamente al “mestiere d’artista”, esercitato in quei due campi di passione e infinita visionarietà che sono per l’appunto la “musica” e la “pittura”. La “sua” musica e la “sua” pittura. Ancora Conte: “La composizione musicale manovra su di me in forma di eccitazione, mentre pittura e disegno mi danno calma e leggerezza”.

Dunque, passioni antiche, perseguite su strade parallele che spesso non hanno reticenza alcuna (anzi!) ad intrecciarsi fra segni, note, libertà di parola, di gesto e colore (quanta forza, in tal senso, in quell’uomo-scoiattolo “Squirrel – Uomo Circo” del ’74 e in quei “Fiori in un vento novecentista del 2000”) che, insieme, configurano “tanta, tanta roba”, ma soprattutto quella “malandrina originalità” d’espressione che subito ti fa capire da chi proviene il tutto. “Originalità” …  e di qui il titolo perfetto – “Original” – dato alla mostra, la più ampia (dopo quelle dedicategli nel 2000 dal “Barbican Hall” di Londra fino al 2023, quando Conte è invitato ad esporre addirittura agli “Uffizi” di Firenze) mai dedicata in Italia e all’estero  dalla sua Asti ed ospitata, fino al 1° marzo 2026, al barocco “Palazzo Mazzetti”, sede della “Pinacoteca Civica” astigiana. Qui hanno trovato posto, a firma del grande Maestro, e in una cornice che parla allo spettatore di una poetica “elegante, malinconica, jazzata e ironica”, ben 143 lavori su carta, realizzati con tecniche diverse e in un arco temporale durato quasi settant’anni. Curata da Manuela Furnari– saggista e autrice dei più importanti testi critici dedicati all’ opera di Paolo Conte – e organizzata, fra le varie Istituzioni, dalla “Fondazione Asti Musei”“Fondazione Cassa di Risparmio di Asti”“Regione Piemonte” e “Città di Asti” (con il contributo del “Ministero della Cultura”), l’esposizione dà anche ai visitatori la possibilità di accostarsi ad opere mai prima d’ora esposte, tra cui “Higginbotham del 1957, tempera e inchiostro, dedicata a uno dei primi “swinganti” trombonisti jazz americani.

Altro nucleo importante della mostra è costituito dalla selezione di tavole tratte dalle oltre 1800 di “Razmataz, l’undicesimo album registrato in studio e interamente scritto, musicato e disegnato da Paolo Conte. Ambientata in una Parigi anni ‘20, l’opera celebra – dietro la misteriosa scomparsa di una ballerina – l’attesa e l’arrivo in Europa della giovane musica americana, il jazz, interpretato nelle sue forme e figure più esotiche – spesso contorte, strette strette e alte alte – in una libertà formale che richiama le “Avanguardie del primo Novecento”, dai movimenti “futuristici” all’“espressionismo” più convulso e ribelle, “un periodo – afferma l’artista – carico per me di sensualità e di una immediata danzabilità che lo contraddistingue”.

Infine una terza sezione di opere (29) su “cartoncino nero” in cui Paolo Conte si affida alla suggestione delle linee e dei colori “in un omaggio garbato, talvolta venato di ironia, alla musica classica, al jazz, alla letteratura, all’arte”. Racconta Conte: “In un fornito negozio di belle arti, mi sono imbattuto in alcuni album di cartoncino nero che mi hanno immediatamente attratto. Quando li ho riguardati a casa non ho provato la ‘sindrome della pagina bianca’ come capita sovente agli scrittori, ma la curiosità del ‘foglio nero’ su cui ho fatto danzare i pastelli colorati. Tra curiosità e divertimento ho difeso questo mio esercizio di stile cercando la complicità nella cultura (musica classica, jazz, teatro, letteratura, arte)”“Esercizio di stile”: così definisce l’artista questa nuova “pensata”. Ma anche in quei “cartoncini” c’è molto di più. C’è soprattutto quello che si chiama “il ritmo della composizione: linee, piani colorati, forme irregolari che si intersecano o si susseguono in un omaggio cordiale e divertito”. Da sottolineare ancora, fra le specificità della mostra, il singolare “percorso espositivo”. Le opere viaggiano affiancate secondo una scelta che non poteva che essere determinata, in maniera “original”, dallo stesso Maestro, con una sola avvertenza: “Lasciare al pubblico – sue parole  la possibilità di immaginare con libertà massima”.

Gianni Milani

Paoli Conte. “Original”

Palazzo Mazzetti, Corso Vittorio Alfieri 357, Asti; tel. 0141/530403 o www.museidiasti.com

Fino al 1° Marzo 2026 – Orari: dal lun. alla dom. 10/19

Nelle foto: Paolo Conte “Squirrel – Uomo Circo”, 1974; “Danza cinese vestita”, 2000; “Red Hot Mama, da Ramataz”, 1996; “Valigetta creola”, 1988

Le Grottesche, i mascheroni satirici che guardano Torino

Dalle forme plastiche suggestive, narrano di una città inquieta e fantastica.

i muri della città parlano” diceva il barone de La Brède e di Montesquieu che giunse a Torino nel 1728. Effettivamente è così, ma oltre a raccontare una parte della storia della città queste sculture in pietra, che rivestono perlopiù gli edifici storici di Torino, osservano cose e persone con sguardi talvolta caustici ed altri minacciosi. Queste opere d’arte che si fanno notare per la loro plasticità, i loro particolari e la ricchezza che conferiscono ai palazzi che li ospitano, sono le Grottesche, anche conosciute come Mascheroni. Possono essere entità fantastiche o mostruose, mitologiche, animali, facce deformi o altre sagome e rimandano al quello straordinario periodo artistico che è stato Barocco europeo, ma anche a epoche seguenti come il Liberty. Nella nostra città sono molte e conturbanti e non furono scolpite unicamente come ricco ornamento, ma anche come veicolo potente di un linguaggio simbolico e satirico, un mezzo per raccontare ciò che non si poteva dire apertamente: l’instabilità del potere, la vanità della ricchezza, le paure del mondo e i desideri inconfessabili, il tutto scolpito su una base monocolore in pietra e di stucchi o simili a quelle di epoca romana, caratterizzate da una pittura multi-cromata, trovate nei resti sotterranei della Domus di Nerone (le “grotte” appunto)

A Torino le Grottesche non sono urlate come nella Capitale o a Firenze, sono più nascoste, meno protagoniste e per un occhio che le cerca e guarda con attenzione e curiosità, ma nonostante questa loro personalità sobria, in linea con il carattere culturale territoriale, riescono a farsi notare, risultano eloquenti ed affascinanti.

Qualche esempio più noto? A Palazzo Chiablese, affacciato su piazza San Giovanni, ospita uno dei cicli più importanti di grottesche della città, con affreschi che ornano volte e stanze laterali. Qui si incontrano tritoni, chimere, teste giganti con occhi vuoti, tra decori vegetali e medaglioni enigmatici. Palazzo Carignano, tra le meraviglie barocche del Guarini, conserva motivi grotteschi sia all’interno sia all’esterno, tra mascheroni scolpiti nei timpani delle finestre. I volti deformati sembrano rimproverare severamente chi guarda, belli ma inflessibili.

Passeggiando, inoltre, per via della Rocca, via Giolitti, via Bogino, via San Francesco da Paola, ma anche per le strade di Cit Turin, come corso Francia dove si trova il Palazzo delle Vittoria, si possono osservare mascheroni sui portoni in legno o sulle chiavi di volta degli archi. Spesso sono volti demoniaci, nasi adunchi, oppure caricature dalla forma animale posizionati come elementi apotropaici, protettivi, per allontanare il male.

Anche in alcune chiese della città si possono trovare elementi grotteschi di interesse artistico, come nei dettagli in stucco della Chiesa della Misericordia o nelle cappelle laterali di San Lorenzo, si tratta di putti deformi o di volti che sembrano fondersi con il fogliame.

Le Grottesche sono, dunque, una forma d’arte in conflitto con qualsiasi canone, non mirano alla perfezione o alla armonia, ma all’inquietudine.
Guardarle e ammirarle significa comprendere che l’arte, nei secoli si è occupata anche di incubi, di paure e sogni deformati. Torino, con la sua personalità solenne e lineare, nasconde, ma neanche tanto, un’anima caustica e magicamente teatrale, un lato sarcastico in contrasto con la geometria a e il rigore sabaudo, i mascheroni sono un esempio di questo carattere anticonformista che fa di questa città un luogo eccezionale e complesso.

Maria La Barbera

Giulia di Barolo, la progressista della beneficenza e della compassione

Una straordinaria figura del nostro ‘800

Nata nel 1786 a Maulevrièr, in Francia, Juliette Françoise Victurnie Colbert discendente di una importante famiglia che aveva visto il padre Ministro delle Finanze del Re Luigi XIV, in seguito alla Rivoluzione Francese, dopo aver perso beni e parenti, si trasferi’ in Germania e in Olanda. Nel 1804, quando Napoleone Bonaparte si incorono’ imperatore dei francesi, Jiuliette, tornata in patria, divenne una delle dame di compagnia dell’imperatrice ed e’ proprio in questo rinnovato contesto che conobbe il suo futuro marito: il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo appartenente ad una delle più importanti famiglie aristocratiche del Piemonte. Nonostante fu un matrimonio combinato, come si usava ai tempi, la loro unione si trasformo’ in un sodalizio molto forte dovuto sia alle loro affinita’ d’interessi, di cultura e ad una spiccata sensibilita’ per le questioni sociali, ma anche alla reciproca compensazione caratteriale, “più ardente, generosa e volitiva, intransigente nelle idee per temperamento e tradizione” lei ,” meno espansivo, più liberale e facilmente remissivo, ma non meno ricco di sentimento e di bontàlui.

Dopo il matrimonio si stabilirono nella Torino dei Savoia, ma anche di Cavour e di D’Azeglio, a Palazzo Barolo in via delle Orfane, dove iniziarono le loro attivita’ benefiche in una citta’ che soffriva molto di poverta’, vagabondaggio, criminalita’ e dove le carceri affollate versavano in terribili condizioni di igiene e invibilita’. Tutto comincio’ durante una passeggiata domenicale quando Jiuliette, oramai Giulia, incrocio’ una processione che portava il viatico ad un carcerato che ribellandosi disse che non voleva conforto, ma piuttosto del cibo. Giulia volle subito visitare le carceri, quelle maschili prima, le femminili dopo, che trovo’ in uno stato disumano. Questo terribile scenario la convinse subito a voler fare qualcosa e chiese al Re di poter insegnare loro a leggere e il catechismo, ma soprattutto di restituirgli una dignita’ oramai persa. Ci riusci’ e cosi’ comincio’ il suo percorso di supporto alle carcerate che divento’ un vero e proprio impegno istituzionale quando divento’ sovraintendente delle prigioni di Torino. Come prima cosa fece trasferire le “forzate” nelle Torri Palatine, un luogo piu’ luninoso e salutare, ma la cosa piu’ importante, per cui mise tutto il suo impegno, fu la riforma per le carceri piemontesi che si ispirava a quelle inglesi e danesi. Riusci’ a far commutare le pene in lavoro, accorcio’ i processi e trasformo’ le leggi discutendone prima con le detenute. Nacquero cosi’ dei “refugium peccatorum” dove si poteva lavorare, guadagnare, ma sopra ogni cosa era possibile essere reinserite all’interno della societa’. Dopo questi epocali cambiamenti che impattarono sul tessuto sociale i coniugi di Barolo crearono scuole e asili nido che affidarono alle suore di Sant’Anna, ma anche orfanotrofi, dove passava a dare la sua benedizione anche Don Bosco che collaboro’ molto con Giulia, e l’Ospedaletto per i bambini disabili. Per essere sicura che il suo impegno si protraesse anche quando non ci fosse stata piu’ istitui’ l’Opera Pia Barolo e fece costruire la chiesa di Santa Giulia, nel quartiere Vanchiglia, dove riposa dal 1899. Le sue iniziative, le sue idee, i progetti, ma anche i suoi pensieri sono raccolti in un diario da cui si evince la personalita’ di Giulia di Barolo, una donna straordinaria, romantica, generosa, una eroina di tutti i tempi.

E’ possibile rivivere la storia dei marchesi di Barolo visitando il Palazzo omonimo a Torino che fu il piu’ famoso salotto del Risorgimento di Torino e dove venne ospitato Silvio Pellico.

MARIA LA BARBERA

Il nuovo romanzo di Debora Bocchiardo: “Invisibile”

L’UNI3 di Ivrea presenta il nuovo romanzo di Debora Bocchiardo “Invisibile”, venerdì 7 novembre alle 17.30 in sala Santa Marta. Debora Bocchiardo è anche docente di scrittura creativa e storia del cinema presso la stessa UNI3. L’evento è gratuito e aperto a tutti. Il romanzo ha debuttato la scorsa primavera presso il Circolo dei Lettori di Torino, per poi essere presentato di diverse sedi prestigiose, tra cui il Salone del Libro di Torino e il Festival letterario più alto d’Europa, a Saint Barthelemy. L’8 novembre il romanzo “Invisibile”, reduce dalla fiera del libro di Francoforte, in vendita presso una libreria multilingue di Parigi, sarà presentato come evento collaterale alla galleria Gulli Arte di Savona, in occasione della mostra personale “Cromatismi materici”, con opere di Domenico Asmone. L’incontro presso l’UNI3 di Ivrea vedrà la partecipazione, oltre all’autrice, della Presidente dell’UNI3 Anna Marta e del direttore editoriale Ennio Pedrini, e sarà moderato dal caporedattore del Giornale di Ivrea Elisabetta Signetto.
“La vicenda umana al centro di questo mio settimo romanzo è inventata – commenta l’autrice Debora Bocchiardo – La protagonista è una donna che affronta le sfide e la vita che essa le porta tra l’indifferenza del mondo che la circonda, ma la solitudine saprà diventare la sua forza. Vittorie e sconfitte si alterneranno nella sua vita, forgiandola e conducendola attraverso mille vicissitudini, a partire da quando rimane orfana nel 1919 fino ai giorni nostri. Alla base di questa mia nuova opera vi sono da un lato la condanna all’indifferenza e dall’altro un invito alla vita, ad accoglierla e sfidarsi senza mai arrendersi pur di perseguire i propri obiettivi”.
“Il nuovo romanzo di Debora Bocchiardo si impone nella dura scorrevolezza degli eventi che si dipanano nella vita della protagonista – commenta il direttore editoriale Ennio Pedrini, della casa editrice Pedrini – per condurci in un intricato labirinto di suspence. I personaggi del romanzo si appropriano delle ambientazioni metropolitane di Parigi e di Torino, sino ai borghi e al Canavese, a Castellamonte. Il libro è un gioiello da scoprire, dalle trame intricate, con protagonista una donna dalla vita pericolosa e complicata, che conduce la sua esistenza tra la guerra e il dopoguerra in un sottile gioco in cui le apparenze esplorano anche rapporti ambigui”.

Mara Martellotta

La pianista Maria Joào Pires decide di concludere la propria attività concertistica

Con sorpresa e dispiacere si comunica la decisione  della pianista Maria Joào Pires di concludere la propria attività concertistica. Una musicista che lascia un impronta indelebile nella storia dell’interpretazione pianistica del nostro tempo. Si doveva esibire il 12 novembre al Conservatorio pere l’Unione Musicale, per un concerto di piano solo mentre  il 27 gennaio del prossimo anno per Lingotto Musica, avrebbe dovuto suonare con la Camerata Salzburg. Il concerto del 12 novembre al conservatorio vedrà protagonista il pianista Jan Lisiecki mentre Lingotto Musica fa sapere che per il concerto del 27 gennaio 2026, deve definire un interprete sostitutivo ed eventuale variazione di programma. Lingotto Musica avrà cura di aggiornare il pubblico appena si avranno informazioni definitive.

Pier Luigi Fuggetta

L’European Classical Ballet di Berlino al teatro Valdocco

Prenderà il via da Torino la tournée italiana dell’European Classical Ballet, con uno dei titoli più iconici del repertorio mondiale, “Il lago dei Cigni” di Pëtr Il’ič Caikovskij, proprio il 6 novembre presso il Teatro Gran Valdocco di Torino.
Sarà l’occasione per poter apprezzare  la performance di Jana Salenko, nota per la sua tecnica impeccabile, l’eleganza e l’intensità espressiva.
Solista del Berlin State Ballet, Jana Salenko vanta una carriera straordinaria che l’ha portata a danzare nei ruoli da protagonista nei più importanti teatri internazionali,  tra cui il Mariinsky di San Pietroburgo, lo Staatsballet di Berlino, il Royal Ballet di Londra, il Tokyo Ballet  in Giappone e l’Opera di Roma. Nata in Ucraina nel 1983, vive a Berlino  e in Italia interpreterà il duplice ruolo di Odette/Odile, la regina dei cigni e il suo alter ego oscuro. Sarà  accompagnata da Kalle Wigle, solista del Berlin State Ballet, che vestirà i panni del principe Siegfried. Jana Salenko ha studiato alla celebre Scuola di Balletto Vaganova di San Pietroburgo.
L’European Classical Ballet è  composta da 35 elementi professionisti provenienti da tutte le parti del mondo, diretti da Andrey Scharaev.
Il regista Valery Belyakovich crea un’atmosfera magica sul palco. Qui la grazia del balletto,  I costumi sontuosi e gli effetti di luce eleganti si fondono insieme.

Teatro Valdocco via Sassari 28 b Torino

Mara Martellotta

Briganti e… oltre. I banditi nel cinema

Il Museo Nazionale del Cinema di Torino, in collaborazione con il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano, presenta dal 9 novembre al 19 dicembre 2025 Briganti e… oltre. I banditi nel cinema, un ciclo di proiezioni al Cinema Massimo che accompagna la mostra Briganti! Storie e immagini dal Risorgimento a oggi (23 ottobre 2025 – 29 marzo 2026, Museo del Risorgimento Italiano).

Nella mostra saranno anche presenti dei manifesti digitalizzati provenienti dalle collezioni del Museo: Il brigante di Tacca del Lupo (1952), Pietro Germi; Fra Diavolo (USA, 1933), Hal Roach; Gangster Story (USA, 1967), Arthur Penn; Il mucchio selvaggio (USA, 1969), Sam Peckinpah; Dillinger (USA, 1973), John Milius; Robin e Marian (USA, 1976), Richard Lester; I cavalieri dalle lunghe ombre (USA, 1980), Walter Hill.

La figura del brigante, tra le più controverse della storia italiana postunitaria, è stata reinterpretata dal cinema come simbolo di resistenza, devianza e conflitto sociale. Attraverso lo sguardo dei registi di epoche e culture diverse, il brigante diventa specchio delle tensioni politiche, delle ingiustizie e dei miti popolari che attraversano la modernità.

“Siamo felici di accompagnare il Museo del Risorgimento Italiano in questo progetto di rilettura della figura del brigante – sottolinea Carlo Chatrian, direttore del Museo Nazionale del Cinema. Non solo perché questo da modo di far conoscere il nostro patrimonio ma anche perché quella del “brigante” è una figura tra le più feconde nella storia del cinema. Il programma di proiezioni, ideato dal team scientifico della mostra insieme a Grazia Paganelli, responsabile della programmazione del Cinema Massimo, permetterà di esplorare le molteplici declinazioni di questo archetipo, dal bandito ottocentesco ai ribelli contemporanei.”

La rassegna Briganti e… oltre. I banditi nel cinema invita quindi gli spettatori a riflettere sul fascino e sull’ambiguità di queste figure, tra giustizia e sopruso, eroismo e marginalità, restituendo tutta la complessità di uno dei temi più controversi della nostra storia e della nostra cultura cinematografica.

 

 

PROGRAMMA DELLE PROIEZIONI

 

Domenica 9 novembre
h. 19:30 – Talk di introduzione con Carlo Chatrian, Alessandro Bollo, Giaime Alonge, Grazia Paganelli
a seguire Il siciliano di Michael Cimino (Usa 1987)

 

Lunedì 10 novembre
h. 20:30 – Salvatore Giuliano di Francesco Rosi (Italia 1962)
Introduzione a cura di Paola Zeni

Venerdì 14 novembre
h. 20:30 – Il brigante di Tacca del Lupo di Pietro Germi (Italia 1952)

Domenica 16 novembre
h. 20:30 – Quién Sabe? di Damiano Damiani (Italia/Spagna 1966)
Introduzione a cura di Matteo Pollone e Gabriele Perrone

 

Venerdì 5 dicembre
h. 20:30 – Il dio nero e il diavolo biondo di Glauber Rocha (Brasile 1964)
Introduzione a cura di Bruno Surace

 

Martedì 9 dicembre
h. 20:30 – Gangster Story di Arthur Penn (Usa 1967)
Introduzione a cura di Mairapaola Pierini

 

Martedì 16 dicembre
h. 20:30 – Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah (Usa 1969)
Introduzione a cura di Giaime Alonge

 

Venerdì 19 dicembre
h. 20:30 – Once Upon a Time in China di Tsui Hark (Hong Kong 1991)
Introduzione a cura di Riccardo Fassone

Paolo Siccardi: dai teatri di guerra alle rotte dei migranti

Al Centro Interculturale della Città di Torino 

Il Centro Interculturale della Città di Torino di corso Taranto ospita giovedì 6 Novembre alle ore 18 l’evento “Dai teatri di guerra alle rotte dei migranti”. Partendo da alcuni scatti realizzati nell’arco della sua carriera, il giornalista e fotoreporter Paolo Siccardi racconta il suo percorso umano e professionale tra memorie, immagini e storie raccolte nelle zone di conflitto di tutto il mondo per dare voce a tutte quelle persone dimenticate dalla cronaca e cancellate dalla storia. Nell’arco di alcuni decenni Siccardi ha costruito il suo linguaggio fotografico con cui leggere e interpretare la realtà. Un linguaggio che diventata racconto di una lunga esperienza di fotoreporter. Il suo è un percorso umano e professionale che viaggia tra memoria, immagini e le storie raccolte nelle zone di guerra più calde del mondo, e che si riconosce da un obiettivo sempre al servizio di quell’umanità fatta di singole persone sovente dimenticate dalla cronaca e cancellate dalla storia. Realtà che conosce bene per avere a lungo frequentata come fotoreporter in quei luoghi dove tornavano, dopo l’ultimo conflitto mondiale, i terribili bagliori della guerra. Come Robert Capa, uno dei più grandi maestri della fotografia, sostenitore della tesi contenuta in una delle sue frasi più famose ( “Se le tue foto non sono buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino” ) anche lo sguardo di Siccardi è sempre stato il più vicino possibile alla realtà che voleva rappresentare, limitando al minimo i filtri tra fotografo e soggetto. Le sue foto sono spesso asciutte, centrate sulla sofferenza, la miseria e il caos che la guerra porta con sé. In fondo , nel suo lavoro, ha messo in pratica l’insegnamento di Henri Cartier-Bresson: “quello che un buon fotografo deve cercare di fare è mettere sulla stessa linea di mira il cuore, la mente e l’occhio”. Ed è ciò che ha fatto con il suo codice di scrittura per immagini, con uno stile e una sensibilità che l’ha distinto da molti altri che preferivano le velocissime spedizioni di due o tre giorni con molto denaro a disposizione, giubbotti antiproiettile in prestito e una buona dose di cinismo nella ricerca dello scoop a tutti i costi. La conferma è testimoniata dai tanti lavori, dalle mostre, dai reportage pubblicati sulle testate più prestigiose, da libri come il bellissimo e quasi introvabile Una guerra alla finestra, testo fotografico che documentava i suoi reportage a Sarajevo e nei Balcani più di trent’anni, edito dal Gruppo Abele.
Eros Bicic, giornalista nato a Pola a quel tempo corrispondente dall’estero per il Corriere della Sera, presentando quel volume di Paolo Siccardi, scriveva con parole quasi profetiche: “Soltanto fra molto tempo capiremo forse quanto la guerra nella ex Jugoslavia sia stata devastante per tutti noi. Anche per quelli che si credono fuori, lontani, appartenenti a un’altra civiltà, ad altri valori e destini. Allora comprenderemo forse che senza che ce ne fossimo resi conto, quegli orribili massacri, quell’immensa sofferenza della popolazione, quella violenza senza limiti, avevano sconvolto, per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale, il nostro modo di essere, il nostro concetto del bene e del male, la nostra sensibilità all’ingiustizia, la convinzione di essere forti nel bene e capaci di fermare il male. Allora, quando i tempi saranno probabilmente anche peggiori di quelli attuali, ci ricorderemo che, chi sa come, proprio la guerra jugoslava ci aveva abituati a convivere con l’orrore, ad accettarlo come un fatto quotidiano, quasi normale, senza più l’ambizione di ribellarsi. E capiremo che doveva essere proprio in questi anni che, distratti, abbiamo perso la nostra coscienza”. Paolo Siccardi, all’epoca trentenne fotoreporter con già all’attivo numerosi servizi e reportage in giro per il mondo, in quella sessantina di pagine con trentasette scatti che documentavano il dramma della gente nella ex Jugoslavia e in particolare a Sarajevo, interrogava le coscienze quasi in presa diretta, richiamando l’attenzione in quel 1993 sul conflitto che infuriava da quasi tre anni sull’altra sponda dell’Adriatico, nel tempo in cui Sarajevo nel cuore della Bosnia, la regione più jugoslava della terra degli Slavi del sud, era stretta d’assedio e si preparava al secondo, terribile inverno di sofferenze. L’occhio della sua macchina fotografica inquadrava la realtà, indagava la vita che resisteva testardamente alla violenza, scavava in quella tragedia dall’interno, si soffermava sulle istantanee della vita di tutti i giorni nella Sarajevo “amorosa che non si arrende” ( Liubavno Sarajevo se ne predaje ) come scriveva il poeta Izet Sarajlic. Da quel tempo e come allora le sue foto hanno documentato molte realtà, migrazioni e conflitti. I suoi scatti vanno guardati senza fretta per coglierne l’essenza. Come diceva Bicic “bisogna lasciare che quelle immagini entrino in noi da sole, senza forzature” per avvertire il dolore di cui sono impregnate, per cogliere il racconto “ dell’assurdità della sofferenza, della distruzione e dell’ingiustizia”. Un lavoro di decenni che narra il caos che produce morte e pulizia etnica, le migrazioni in cerca di speranza, cibo e pace per sfuggire alle violenze e alle carestie, le corse a perdifiato per sfuggire al tiro dei cecchini ai quattro angoli del mondo, le file per l’acqua e il pane ma anche i giochi dei bambini, la voglia di vivere che non si fa soffocare e prova a resistere in condizioni spesso oltre il limite, dal medio oriente al Dombass, dal Sud America all’Africa spesso dimenticata. Il suo lavoro e le immagini che ha scattato nel corso di una vita sono necessarie per aiutarci a comprendere e forse ( perché la speranza in fondo è davvero l’ultima a morire..) a diventare un poco migliori e meno disattenti su ciò che ci accade attorno. Sono scatti d’autore che rappresentano con la stessa forza il punto dove la cronaca e l’informazione incontrano l’arte perché è fondamentale riflettere su ciò che è stato evitando gli “sguardi indifferenti e bui” dei tanti, veramente troppi, che preferirono e preferiscono guardare da un’altra parte. In fondo è questa l’unica ragione etica nel lavoro di un buon fotoreporter.

Marco Travaglini