CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 41

Candido di Voltaire, un aggiornamento contemporaneo

venerdì 6 marzo – ore 20.45

TEATRO CARDINAL MASSAIA – Torino

Michele Savoia, attore che spazia dalla prosa al musical, dal cinema internazionale al mondo dei Me contro te, veste il ruolo di regista, mettendosi al contempo a nudo nell’interpretazione del protagonista di questo torrenziale monologo con canzoni, tra musical e stand-up, tra confessione intima e avventura pop.

Al contempo un aggiornamento contemporaneo del Candido di Voltaire e una fiaba musicale originale, che strizza l’occhio a La La Land e agli one woman show di Rachel Bloom, a partire da uno spunto che prende simpaticamente in giro il classico e amatissimo film di Joel Schumacher Un giorno di ordinaria follia.

Candido è un giovane attore di talento, energetico e ottimista, generoso e gioiosamente
oversize. Il suo corpo fuori misura gli ha causato dolore durante l’adolescenza, ma negli ultimi
anni è diventato il suo segno di riconoscimento, ciò che lo ha reso il simpatico pacioccone che tutti amano e che è “grosso, grasso, allegro e dice sempre di sì”.
www.teatrocardinalmassaia.com

Carlo Levi a Torino tra pittura ed editoria

Nuova mostra alla Fondazione Amendola di via Tollegno 52

La Fondazione Giorgio Amendola propone da giovedì 5 marzo a sabato 11 aprile prossimi una mostra temporanea incentrata sulla figura di Carlo Levi, organizzata in collaborazione con la Fondazione Carlo Levi di Roma.

La curatela è  affidata a Pino Mantovani e Cesare Pianciola. Nel corso degli anni la Fondazione ha compiuto un percorso di ricerca sulla figura dell’artista proponendo una serie di mostre incentrate, per esempio, sul rapporto tra Carlo Levi e i Sei di Torino, su Carlo Levi e il confine lucano, su Carlo Levi ritrattista di personaggi della politica e della cultura novecentesche.

La mostra attuale si colloca in questa linea e si sviluppa in due sezioni.

La prima sezione comprende una ventina di opere provenienti da collezioni private torinesi per un arco cronologico  che si sviluppa dalla fine degli anni Venti, coincidente con la fase del Gruppo dei Sei, sotto l’egida di Lionello Venturi e Edoardo Persico, agli anni Cinquanta ( due paesaggi parigini, una serie di ritratti familiari e un autoritratto). Sono presenti, tra gli altri soggetti, diverse nature morte realizzate tra gli anni Trenta euQuaranta , oltre a un paesaggio lucano del 1936 dipinto durante il confino.

Il pubblico potrà ammirare, tra le altre,  la straordinaria opera dal titolo “Qui nascono”, presentata nella sala personale alla Biennale di Venezia del 1954, una summa artistica della ricerca dell’autore e del suo sentimento dopo l’esperienza del confino lucano  del 1935-36, che ha dato origine al suo capolavoro letterario “Cristo si è fermato a Eboli”.

Le figure di contadini che,  soli o in gruppo, scrutano intensamente lo spettatore, con l’intento di affermare che sono al mondo e al contempo denunciare con dignità la loro condizione umana, sono la premessa del grande telero “Lucania ‘61”, presente in riproduzione come installazione permanente alla Fondazione  Amendola  e da un anno potenziata grazie all’esperienza di videomapping che coinvolge  in modo ancora più  diretto lo spettatore nella fruizione allargatavdell’opera attraverso una narrazione in  italiano e in inglese con sottotitoli in diverse lingue.

La seconda sezione  documenta,  attraverso la riproduzione di copertine e sovracopertine, le collaborazioni editoriali e in particolare quelle con la casa editrice Einaudi  per le sue opere letterarie e come illustratore per copertine e tavole di altri editori italiani,  quali Laterza, Maria, la Nuova Italia, Edizioni U per autori quali Pier Paolo Pasolini, Rocco Scotellaro, Umberto Saba e Augusto Monti.

Fondazione Giorgio Amendola, via Tollegno 52, Torino
Info 0112482970

www.fondazioneamendola.it

Mara Martellotta

Orchestra Rai, Bomsori Kim suonerà un prezioso Guarneri del Gesù del 1725

L’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai e il suo direttore emerito Fabio Luisi propongono per la prima volta a Torino, nel concerto di mercoledì 4 marzo, alle ore 20, presso l’Auditorium Rai Arturo Toscanini, la Sinfonia n.4 di Franz Schmidt, compositore austriaco, da lui stesso definita “un requiem per mia figlia”, scritta nel 1832 in memoria della figlia scomparsa prematuramente. Il concerto verrà replicato giovedì 5 marzo, alle 20.30, anche in diretta su Radio 3 e in live streaming su raicultura.it.

Fabio Luisi ha inciso tutte e quattro le sinfonie di Franz Schmidt, figura di spicco del tardo romanticismo viennese, contribuendo in maniera decisiva alla sua riscoperta. Considerata il suo testamento spirituale, la Sinfonia n.4 fu composta a partire dal 1832 in memoria della figlia, morta improvvisamente dopo la nascita del suo primo bambino . Concepita come un vero e proprio requiem strumentale, si distingue per la sua rigorosa forma ciclica, e venne eseguita per la prima volta a Vienna il 10 gennaio 1834 sotto la direzione di Oswald Kabasta. Luisi la propone per la chiusura di un concerto che si apre con la Ouverture dell’opera Euryanthe di Carl Maria von Weber, considerata uno dei capolavori del romanticismo tedesco e particolarmente amata da Wagner. Se il Freischütz consacrò il compositore come “padre” dell’opera nazionale tedesca, è con l’Euryanthe, scritta nel 1823, che Weber tentò il passo più audace: la creazione di un lavoro che mirava alla perfetta fusione tra le arti. L’Ouverture rimane la pagina più emblematica: il suo attacco infuocato e luminoso, a piena orchestra, anticipa soluzioni ritmico-melodiche che troveranno piena soluzione nel Lohengrin wagneriano.

Al centro della serata il Concerto in mi minore op.64 di Felix Mendelssohn-Bartholdy, che aprì le porte ai grandi concerti per violino dell’età romantica. La pagina, ideata a partire dal 1838, venne completata soltanto nel 1844 con dedica al violinista Ferdinand David, che lo suonò per la prima volta nel 1845 al Gewandhaus di Lipsia. A interpretarlo con l’Orchestra Rai e Fabio Luisi è chiamata Bomsori Kim, prima violinista sudcoreana a firmare un contratto in esclusiva per la Deutsche Grammophon, capace di unire una tecnica impeccabile a un approccio moderno al grande repertorio. Suona il prezioso violino Guarneri del Gesù “ex Moller” del 1725, dal valore inestimabile, concessione in prestito dalla Samsung Foundation of Culture e della Stradivari Society di Chicago.

Biglietti, da 9 a 30 euro, sono in vendita online sul sito dell’OSN Rai e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Info: 0118104653 – biglietteria.osn@rai.it

Auditorium Rai Arturo Toscanini – piazza Rossaro, Torino

Mara Martellotta

Al teatro Astra “Improvvisamente l’estate scorsa”

Con Laura Marinoni e per la regia di Stefano Cordella

Al teatro Astra in scena dal 4 al 7 marzo prossimi la pièce teatrale “Improvvisamente l’estate scorsa” del drammaturgo statunitense Tennessee Williams, in coproduzione con il teatro Carcano di Milano, nella traduzione di Monica Capuani, per la regia di Stefano Cordella con interprete, tra gli altri, Laura Marinoni.

Arte, famiglia, menzogna, sesso, malattia sono i temi di un dramma che ha le sue radici autobiografiche in quel Sud degli Stati Uniti in cui il drammaturgo era nato e che ricorre come luogo elettivo in tanti suoi capolavori.

Con un realismo visionario, denso di immagini e di vibrazioni liriche, con una lingua   intensamente performativa, il testo mette a confronto due grandi personaggi femminili, la giovane Catharine, sconvolta da ciò che è accaduto al cugino Sebastian durante una vacanza insieme, e la madre di lui, la tirannico Violet, determinata a far tacere la nipote con ogni mezzo.

Sarà lo psichiatra a fare in modo che Catharine possa ricordare l’accaduto. La villa e il suo lussureggiante giardino tropicale diventano il palcoscenico della memoria, per ritornare sulla scena del trauma e cercare di capire che cosa realmente sia accaduto l’estate scorsa.

Il mostro, in questa discesa agli inferi, visto che “Mostri” è il tema della stagione del Teatro Astra, è la natura, le sue grida, i rumori selvaggi. Il mostro è un dio feroce che osserva i veri mostri, gli esseri umani che non sono più capaci di amare.

Orari: mercoledì 4 marzo ore 19 – giovedì 5 marzo ore 20 – venerdì 6 marzo ore 21 – sabato 7 marzo ore 19

Biglietti disponibili anche su www.vivaticket.com

Teatro Astra – via Rosolino Pilo 6, Torino

Mara Martellotta

I viaggi in Italia di Marie Curie

 

“Maria Skłodowska-Curie in Italia: tre viaggi, una passione” è la mostra, promossa da Unito e dall’Accademia Polacca delle Scienze a Roma, che si può visitare all’aperto, sino al 20 marzo, nel Cortile del Palazzo del Rettorato, in via Po.

Si tratta della ricostruzione divisa in pannelli delle tre visite in Italia, nel 1911, nel 1918 e nel 1931, della scienziata doppio Premio Nobel, Marie Curie.

Riscoprire oggi i suoi viaggi significa rileggere la storia della scienza europea come una storia di relazione, spostamenti e cooperazione. Da vedere.

IGINO MACAGNO

Un soggetto che pecca nella sceneggiatura: ma rimane il desiderio di fare cinema

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Sugli schermi “Tienimi presente” di Alberto Palmiero

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Ha inizio in un assolato mese di settembre, sulla terrazza dell’Excelsior a Venezia, “Tienimi presente” – Miglior opera prima alla Festa del Cinema di Roma -, tra gente che il cinema lo fa e gente che il cinema lo sogna. Alberto Palmiero, che è davvero Alberto Palmiero che ha scritto interpreta e dirige e non è certo alla ricerca di un alter ego, ma con la volontà di metterci una faccia tutta sua, è uno di questi ultimi, si ritrova seduto davanti al produttore Gianluca Arcopinto, che è davvero Gianluca Arcopinto, in un gioco di specchi dove la vita si riflette nella settima arte e viceversa, dove realtà (tantissima) e finzione (pochissima) si guardano e si mescolano: dove il produttore è interessato al progetto del giovane autore, gli passa tra le mani un suo biglietto da visita, “quando torni a Roma chiamami e ne parliamo”, per poi scivolare accanto a un altro aspirante e fare un copia e incolla di quanto detto pochi secondi prima. Spunto eccellente, l’inizio che è un gioiellino. Dopo la terrazza di sole, Roma, a far per un giorno la comparsa sul set di Portobello mentre Marco Bellocchio, guardato come un idolo venuto da un mondo lontano – e che s’è pure esposto con la sua sua casa di produzione Kavac Film (e la sua Scuola di Cinema di Bobbio) – e Fabrizio Gifuni girano.

Un film nel film quindi – ed è logico che la memoria corra, anche con una facilità di comodo ma pur immediata, alla gioventù di Fellini e dei Vitelloni, dell’Intervista o di 8 e mezzo – girato da un giovane aspirante al mondo della celluloide (“il film nasce da un periodo psicologicamente complesso della mia vita”) – ed è logico che la memoria corra agli impacci dei primi Moretti e Nuti e ancor più al Massimo Troisi impacciato e goffo, sempre alla ricerca delle parole giuste in un discorso ansimante e rotto che arriva su a fatica dalla gola. Palmiero ha la giovinezza e le sfide dei nemmeno trent’anni, è nato ad Aversa, s’è laureato in informatica, ha viaggiato per una manciata di cortometraggi, a una premiazione per Il pesce toro una signora timida gli dice “voi siete il nostro futuro”, quando rincasa con la mela dorata che di quel premio è il simbolo, padre e madre – quelli veri, che ancora non si capacitano che alla sua età non abbia preso una via sicura (lui che alla luce del computer la sera controlla l’altezza di Sorrentino e Garrone, siamo sull’1,80, e si rincuora con quella di Scorsese, quasi venti in meno; lui che sogna Pulcinella che lo trascina a festeggiare lo scudetto del Napoli), come sono veri la fidanzatina Gaia Nugnes con i suoi baci che ti cascano tra capo e collo, i parenti tutti riuniti a tavola, gli amici di sempre che incontra per una birra o quello del cuore Francesco Di Grazia con cui prova a buttar giù un testo da mettere poi in musica – altro non fanno che impiegar tempo a pensare se sia una mela annurca oppure no. Tentativi e sogni, silenzi e attese, promesse che pochi hanno voglia di mantenere, disillusione e frustrazioni (il cugino lavora in Svizzera e certo i soldi non gli mancano), che lo portano a ritornare al sud, per le feste di Pasqua, a continuare a vivere nella casa dei genitori, a saggiare tranquillità e le mattinate a letto, a vedere le stesse persone, a condividere lo stesso futuro fatto di niente: a imbucare pubblicità se tutto va bene. (Sguardo che non è più personale ma che s’allarga a diventare croce di troppa gioventù rinunciataria di casa nostra.)

Perfettamente in equilibrio, la storia del film è divenuta la sua realizzazione: che, al di là della grande onestà e della sensibilità come della malinconia di fondo circolante dentro Tienimi presente che vanno riconosciute all’autore/attore, colpevole (?) come ogni metteur en scène di un’opera prima d’affidarsi agli elementi autobiografici, pecca di fragilità – specie nella seconda parte dei suoi 80’ complessivi – e di opacità in alcuni tratti, in uno sviluppo che ad un certo punto gira su se stesso e che finisce col non dire più nulla. È la sceneggiatura a difettare (con Palmiero, Davide De Rosa), avrebbe dovuto avere maggiore corposità e sviluppo, tendere a delle sottotracce individuabili e più presenti. Rimane bello il soggetto con le sue aree d’intimità e delle piccole responsabilità (è sufficiente l’adozione di un cane, se ha fatto pipì pulisco io), che è poi la ricerca di “quello che ci fa stare bene” e il coraggio, anche se insicuro e piantato nell’ironia da parte di Palmiero, di aver espresso un mal costume del cinema, fatto di impossibilità di preferenze di (s)fortune di avversità, e di aver dato un ritratto sincero di sé. Ma anche di quella speranza che nella testa di molti continua a non perdere forza. Certo andando ben al di là delle delusioni che non poche volte sono il motore che fa muovere un mondo.

Appuntamenti al femminile ai Giardini Sambuy: “Leggere le donne”

In attesa dello sbocciare della primavera i giardini torinesi Sambuy si tingeranno di rosa  il 7 e 8 marzo prossimi dedicando interamente alla figura femminile due giornate di cultura, riflessione e narrazione per celebrare il valore, la forza e il pensiero delle donne.
All’interno di questo percorso nasce il progetto LEGGERE LE DONNE, uno spazio che mette al centro la parola scritta e la scena teatrale come strumenti di consapevolezza e trasformazione.
Sabato 7 marzo il primo speciale appuntamento al Gazebo forbito Sambuy, alle 11.30, sarà con l’omaggio a Carla Lonzi “Adesso sono. Carla Lonzi può essere un altro nome”, con preview dello spettacolo in scena al teatro Sociale G. Busca di Alba, in provincia di Cuneo.
Sarà un momento dedicato a una delle figure più incisive del pensiero femminista italiano, attraverso una narrazione intensa e contemporanea con Monica Martinelli , Alessia Donadio e Luana Doni. A tratteggiare la figura sarà  la storica ed esperta di femminismo torinese Maria Teresa Silvestrini, che ha dedicato i suoi studi alla storia politica delle donne e al contesto piemontese tra Sette e Novecento, affiancando alla ricerca un costante impegno civile e istituzionale.
Già consigliera comunale di Torino e componente della Commissione Pari Opportunità della Regione Piemonte, oggi è docente di Scienze Umane e Filosofia e attiva nella ricerca e nell’associazionismo culturale del territorio.

Domenica 8 marzo, nel contesto del mercato della  Biodiversità Googreen, la celebrazione continua intrecciando cultura e comunità. Alle 11.30 si terrà l’incontro con Emilio Jona, autore del volume intitolato “Quattro donne”, Neri Pozza editore.
Si tratta di una presentazione letteraria che attraversa storie femminili profonde e potenti , capaci di restituire dignità e centralità a esperienze di vita capaci di parlae al presente.

“Leggere le donne” è  un percorso nato per ascoltare, leggere, approfondire e celebrare le donne non solo come simbolo, ma come presenza viva e generatrice di cambiamento non solo letterario, ma anche presente nelle storie e nelle radici profonde delle produttrici del mercato Googreen , nelle danze popolari proposte da Maria Baffert, nella poesia a gettone di Arianna Abis, nei laboratori di Monica Fissore Beesù e di Francesca Speca.

Domenica 8 marzo anche il mercato della Biodiversità Googreen dedica la sua giornata alla celebrazione della figura femminile , mettendo al centro il valore, la forza e il contributo delle donne nelle società, nella cultura e nella cura del territorio.
Un’edizione speciale che intreccia biodiversità e consapevolezza , rendendo omaggio alle donne che ogni giorno custodiscono sapere, guidano imprese agricole, promuovono cultura, educano, innovano e costruiscono comunità.
L’8 marzo diventa così non solo una ricorrenza simbolica, ma un’occasione concreta per riconoscere il ruolo fondamentale della donna nella rigenerazione sociale e ambientale.
Accanto alla presenza dei produttori e delle realtà impegnate nella sostenibilità,  la giornata sarà accompagnata da una programmazione culturale dedicata, capace di coinvolgere pubblici di tutte le età tra danza, narrazione, laboratori e incontri letterari.

Mara Martellotta

Quando Napoleone cacciò i frati, San Francesco a Cuneo è tornato a splendere

Fu ospedale, poi stalla e caserma e i frati furono cacciati. Oggi l’ex convento di San Francesco a Cuneo, nei pressi della pedonale via Roma, nel cuore del centro storico, è rinato e ospita mostre, conferenze e un museo civico con la storia della città e delle valli alpine cuneesi. Nel Duecento arrivarono i frati francescani e nei secoli successivi il convento con l’annessa chiesa diventò un luogo di aggregazione e punto di riferimento per i cuneesi e per le famiglie nobili che parteciparono con ingenti donazioni di denaro all’ampliamento della struttura.
Ma non fu sempre chiesa. A metà Settecento durante l’assedio franco-spagnolo la chiesa fu trasformata in ospedale e il convento francescano diventò una stalla. Arrivò Napoleone, sciolse gli ordini religiosi e ne confiscò i beni. I francescani furono costretti a fuggire. I soldati francesi occuparono il complesso religioso, utilizzarono chiesa e convento come caserma e guarnigione militare e gli arredi vennero venduti o nascosti in altri edifici. Nel 1928 fu parzialmente restaurata la facciata ma è solo nel 1970 che la chiesa e il convento vennero riportati agli antichi splendori. Dal 1980 l’intero complesso monumentale di San Francesco è utilizzato come luogo di attività culturali. La pianta della chiesa è a tre navate e lo stile dominante è il gotico che subentra al romanico presente nella costruzione precedente.
Chiesa e convento ospitano il Museo civico di Cuneo che espone reperti della preistoria, romani, alto medievali e medioevali, una raccolta d’arte sacra locale e di pittura piemontese dell’Ottocento e del Novecento, attrezzi e abiti tradizionali delle valli alpine cuneesi. San Francesco ospita, fino al 29 marzo, 19 capolavori del Rinascimento e del Barocco, tra cui dipinti di Tiziano e Guido Reni e sculture di Bernini, nella mostra “La Galleria Borghese. Da Raffaello e Bernini. Storia di una collezione”. È aperta martedì-venerdì: 15,30 – 19,30, sabato e domenica: 10 -19,30.
Nelle foto, esterni e interni del Complesso monumentale di San Francesco
sala della mostra “La Galleria Borghese. Da Raffaello e Bernini”
Filippo Re

Polyart, None. La follia femminile: “Scomposte”

Dal 7 al 14 marzo prossimo presso la Sala Espositiva dell’Associazione PolyArt di None si terrà la mostra di arte contemporanea dal titolo “Scomposte”, curata da Angela Policastro, con il patrocinio del Comune di None.
L’associazione Artistica PolyArt presenta il progetto espositivo “Scomposte”, una mostra collettiva nazionale e internazionale dedicata al tema della follia femminile,  tra ribellione, stigma e libertà.
L’obiettivo che si è posta l’associazione Artistica Polyart è quella di rendere l’arte accessibile e comprensibile ad un pubblico sempre più ampio, favorendo il dialogo tra artisti e visitatori e rafforzando il legame tra arte, territorio e comunità.
La mostra intende creare un contesto culturale in cui riflettere e confrontarsi su tematiche importanti e attuali, con particolare attenzione alla condizione femminile nella società contemporanea.
L’esposizione dal titolo “Scomposte” esplora il tema della follia femminile come spazio di conflitto, sofferenza, ma anche possibilità di liberazione e di resistenza.
Le donne sono rappresentate “fuori norma”, scomposte rispetto alle aspettative sociali, agli stereotipi di genere e ai modelli tradizionali di comportamento.
Le opere affrontano la follia femminile come manifestazione di disagio sociale, risposta a condizioni opprimenti, alla limitazione dei ruoli femminili e alla mancanza di autonomia.

Seguono la riflessione sulla malattia mentale, sulle esperienze di sofferenza, cura ed emarginazione vissute dalle donne, l’esplorazione dei rapporti di potere e controllo, in cui la follia  diventa gesto di ribellione e di riappropriazione di sé, la messa in discussione degli stereotipi che associano le donne a instabilità emotiva, fragilità e passività, proponendo, invece, figure complesse e multidimensionali.

Tra gli artisti in mostra Giovanni Agosta, Claudia Bovi, Laura Bui, Sandrine Charraut, Denise Coppola, Rosalba Lamantia, Vanessa Laustino, Angelo Maiorana, Irene Pietrosanti, Angela Policastro, Antonio Rovera, Ludovico Salemi, Fabiana Salvatore, Marco Scognamiglio, Luca Squinzani, Silvana Stefanetto e Carla Suppo.

L’inaugurazione della mostra si terrà sabato 7 marzo presso la Sala Espositiva dell’Associazione Artistico Culturale PolyArt in via Santorre di Santarosa 51 a None, in provincia di Torino.
La mostra è visitabile fino al 14 marzo prossimo, con ingresso gratuito.

Orario dal lunedì al venerdì dalle 15.30 alle 18.30. Sabato 15-17.

Mara Martellotta

I Bull Brigade e Torino: vent’anni dopo, la rabbia è diventata consapevolezza

Ci sono band che attraversano il tempo. E poi ci sono band che attraversano le persone. I Bull Brigade appartengono alla seconda categoria. Perché la loro storia non è solo quella di vent’anni di concerti, dischi, chilometri macinati tra cantine e palchi importanti. È la storia di una città che cambia, di un’identità che si mette in discussione senza tradirsi, di una rabbia che cresce insieme a chi la canta. In vista del ritorno sul palco dell’Hiroshima Mon Amour il 6 marzo, Eugenio Borra — frontman della band torinese — racconta cosa significa oggi essere Bull Brigade. Tra una città che ti ha cresciuto e continua a interrogarti, una fede granata che è diventata educazione ed un disco che somiglia a un atto d’amore verso ciò che si è stati e ciò che si sta diventando: Perché non si sa mai.

Torino è ancora casa?

«La storia è quella di due Torino differenti» dice senza esitazione. I primi vent’anni sono quelli dei sogni: cantine, prove infinite, la voglia di misurarsi con i “mostri sacri” del punk torinese. Era un fregio da ostentare, un’identità da conquistare. Giovani punk che volevano scrivere una pagina nella musica della città. Nel mentre si viveva la consapevolezza di essere figli di una città operaia, dei ritmi della fabbrica, di genitori che lavoravano in Fiat o nell’indotto. Quella frenesia, quella coscienza di classe, entrano nei testi. La rabbia si struttura. Diventa racconto operaio. Oggi però Torino è diversa. Anche l’underground e lo stadio hanno preso direzioni che Eugenio sente meno sue. «Quando avevo vent’anni avevo una casa ovunque. Adesso succede di rado». È il tempo che fa questo effetto. Lo faceva già ai suoi genitori. Eppure, moltissimo della loro gioventù è passato proprio da questa città e suonare all’Hiroshima significa rimettere i piedi in un luogo che ha contribuito a formarli.

Il Toro: identità e stile di vita

Gli chiedo cosa c’è nel modo di vivere il Toro che assomiglia di più allo spirito punk dei Bull Brigade.« Il Toro, nei brani dei Bull Brigade, non è mai un richiamo o un riferimento per accendere il pubblico. È molto di più». Eugenio lo racconta così, senza esitazioni: il nome stesso della band nasce dal desiderio di incarnare quella mentalità. Il toro come identità, come appartenenza di classe, come ideale che non si piega alle mode o ai risultati. Non è solo una squadra, è un modo di stare al mondo. Per lui la vita punk e quella calcistica hanno sempre seguito la stessa traiettoria: coerenza, lealtà, senso di comunità, scelta di campo. Essere del Toro significa imparare presto cosa vuol dire resistere, restare fedeli anche quando non è conveniente, sentire la sconfitta come parte del percorso ma non come resa. «L’educazione che ho ricevuto come tifoso del Toro mi ha reso il cantante dei Bull», dice.

Nei primi anni la rabbia era molto frontale, quasi fisica. Oggi, con più esperienza e consapevolezza, la rabbia è cambiata? È diventata più riflessione, più responsabilità, o resta la stessa energia di sempre?

Nei primi dischi la rabbia era frontale: inni, slogan, la sensazione di poter cambiare il mondo. Oggi è diversa. «È più consapevole. E più drammatica». Diventare adulti, diventare genitori, significa fare i conti con un limite: non puoi cambiare tutto. Inoltre il mondo che restituirai ai tuoi figli non è quello che sognavi a vent’anni ed è per questo che la rabbia non è sparita. Però  si è fatta più profonda e consapevole: ad oggi è meno slogan e più responsabilità. Eugenio mi racconta come la stessa sia fatta di meno illusioni salvifiche, ma di maggior conflitto interiore.

Con Perché non si sa mai avete scelto di rischiare: un suono più aperto, una produzione diversa, un dialogo potenzialmente più largo con il pubblico. C’è stato un momento in cui vi siete chiesti se stavate tradendo qualcosa del vostro passato, o avete vissuto questo passaggio come una naturale evoluzione della vostra identità?

Il punto di svolta è stato lavorare con un produttore esterno come Andrea Tripodi ha significato accettare di mettersi nelle mani di qualcuno che avrebbe potuto cambiare il modo in cui i Bull Brigade suonano e vengono percepiti. «Ci ha cucito un vestito nuovo», racconta. Un vestito che rende le canzoni più aperte, più fruibili, forse capaci di arrivare a un pubblico più largo. Il conflitto con il passato c’è stato  in Sopra i muri dove Eugenio dialoga apertamente con il sé ventenne, con quell’idea di banda che è stata fondativa. Lì c’è la consapevolezza che crescere significa rimettere in discussione gli schemi senza perdere il nucleo. L’idea di banda resta intatta

E poi c’è la “tribù”.

Quando gli chiedo cosa li tenga ancora uniti dopo vent’anni, Eugenio non parla di concerti, numeri o traguardi. Parla di legami. «È una famiglia dentro la famiglia», dice. Cinque uomini con le proprie vite, le case, i figli che crescono e le responsabilità che si moltiplicano. In mezzo, ottanta date l’anno: chilometri, alberghi, attese, stanchezza. La necessità di imparare a convivere anche nei silenzi, di rispettare gli spazi, di sostenersi quando uno dei cinque vacilla.La musica è solo una parte dell’equazione. Il resto è condivisione. Di gioie e di dolori. Nei momenti difficili, racconta, la band ha sofferto con lui. Non è rimasta ai margini, non ha osservato da lontano. Ha attraversato quel dolore insieme, esattamente come ha fatto la sua famiglia.  In quella sovrapposizione di sguardi c’è il significato più autentico di cosa siano diventati oggi i Bull Brigade: non solo un gruppo che suona insieme, ma una comunità che condivide il peso delle fratture, una rete che tiene quando qualcosa si spezza.

 Valeria Rombolà