CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 37

Soprattutto “Raccontare” tra geometrie e denunce, macchie di colore e riuso di materiale

Sino al 19 novembre, negli spazi della galleria “Malinpensa by La Telaccia”

C’è una colomba bianca tra le opere esposte sino a mercoledì 19 negli spazi della Galleria Malinpensa by La Telaccia di corso Inghilterra 51. Una colomba con rafforzate pennellate grigiastre (pennellate che vedono l’uso delle stesse mani), uno spruzzo di rosso che sono le zampe ma anche una ferita aperta ben visibile – il tutto, quasi una crocifissione -, l’occhio è umano a innalzare il tratto animalesco. È un’opera di Rosalba Mangione, anche designer d’oggetti d’arredo e ceramista (come dimostrano i colorati piatti in vetro fusione) di origini siciliane, inquietante nella propria rappresentazione essenziale, nel messaggio di morte, un grumo pittorico in negativo del mondo d’oggi e (ormai) della nostra quotidianità, il grido di dolore di un essere umile, un tema che la pittrice sta approfondendo per simbologie nell’ultimo periodo d’attività.

Questa, come altre opere presentate, sono stati d’animo, sincerità espresse, amare riflessioni, partecipazione e presa di coscienza agli sconvolgimento che l’uomo ha prodotto e continua a produrre. Sono messaggi, immersi altresì nel colore, a voler identificare la debolezza e la forza che vivono nel mondo, le disequità e i soprusi, le violenze, a voler esprimere il gran carico di sensibilità, di emozioni, di denuncia: colpisce “La linea sottile tra Bene e Male” (acrilico, 2022), un rosso e un blu che non avranno mai modo d’incontrarsi e di fondersi, due separazioni nette e invalicabili, manichee, colpisce la “Rabbia” (un acrilico del 2019) dove forse un sole, fisso in un cielo opaco, riesce a illuminare una natura e un mare che è ancora attraversato da onde alte e minacciose, colpisce “Divisione”, un misto di acrilico e stucco del 2022, dove prevalgono le tinte chiare, forse la ripresa aerea di un mare di sghembo e di una spiaggia che è deserto, dove la presenza umana non è concepita. Mentre l’uomo, la donna, potevano apparire in opere precedenti, oggi l’essere umano non è concepito, tutto diventa umanamente brullo, ogni forma di vita cancellata, la distruzione è dietro l’angolo della vita di ognuno. Anche i colori (se pur Monia Malinpensa, che ha curato la mostra “Raccontare e raccontarsi”, parla di “consistenza, che si diffonde nell’opera con una gestualità molto personale e con una vibrante atmosfera rarefatta”, di “notevole stesura”) si sono quasi del tutto affievoliti, rimangono dei bluastri, s’affaccia qualche rosso, ma le espressioni di un precedente mondo surrealista non trovano più spazio.

La natura ce la rende Ernesto Belvisi, e i colori quasi gettati violentemente sulla tela, un simbolo per il tutto, guardando ad esempio ai “gigli” trasfigurati in lucenti lamelle di fuoco vivo, frutto di una gestualità potente ed estremamente libera, di una massiccia manualità, nella piena variazione degli elementi cromatici, posti su di un compatto fondo blu o lasciati liberi di cercarsi un proprio spazio nell’appoggio di pennellate alle loro spalle che paiono impazzite, vere e proprie sferzate di frusta colorata, quasi portatrici di una accogliente sensualità. Il colore come desiderio di vita e di bellezza, di luminosità, di sentimenti urlati, come apporto irrinunciabile di contrasti e di varietà cromatiche che s’impongono con grande forza nel loro dinamismo. Da disegni a mano sviluppati in digitale con l’aiuto del computer (è troppo azzardato dire che ci troviamo già dalle parti dell’AI, a chi stende queste note ancora di difficoltosa comprensione?) si sviluppano le opere del giovane Dario Frascone, dove si riconoscono appieno una concreta personalità che spinge a una ricerca che sarà in futuro capace di percorrere parecchie strade, una ricerca di simboli, una parcellizzazione delle superfici e gli incastri di soggetti, laddove pur nella presenza innegabile di una forte geometria e di una vena modernista si fa largo, con l’uso di legni antichi (intelligente manifestazione di riuso), di vecchia provenienza familiare – porte, cassetti, pareti d’armadi, quindi l’uso di materiali diversissimi -, un riscoperto sentimento, una filiazione fatta di affetti autentici, di ricordi e di riscoperte, una poetica cui è necessario da parte di chi guarda prestare una puntuale attenzione.

Legato a una figurazione di notevole elaborazione espressiva e a una fantasia costante, le composizioni tecniche dell’artista Mario D’Altilia regalano al fruitore molteplici sensazioni e riflessioni, che sono il risultato del suo fare arte”, sottolinea ancora Monia Malinpensa. Ci aggiriamo tra alcuni oli che sono corpi picassiani, tra donne “in poltrona” (2020) che, all’interno di più o meno elaborate scenografie (“anche per quanto riguarda il colore ho eseguito numerosi studi su carta e altre tipologie di supporto che mi hanno permesso di spaziare su tutte le tecniche pittoriche”, avvertiva l’artista in occasione di una precedente mostra), anch’esse intimamente simboliche, nelle loro uniformi blu e con acconciature simili a pennacchi vivono dentro a un mondo che colloca le proprie radici nella geometria e nelle formule matematiche, tra radici quadrate e numeri e linee, tra il trionfo dei cubi e dei parallelepipedi, una sorta adulta di Lego, tra moltiplicazioni e schemi e costruzioni che sono sculture e in qualche esempio guardano alla ”Grande Mela”, tra quello sguardo originalissimo che l’autore continua a definire “paesaggio tecnico”. Una fantasia a tavolino che non conosce limiti.

Elio Rabbione

Nelle immagini: Rosalba Mangione, “La colomba della pace”, acrilico su tela, cm 70 x 100, 2025; Ernesto Belvisi, “Giglio bianco”, acrilico su tela, cm 100 x 70, 2022; Dario Frascone, “No signal no party”, disegno a mano sviluppato in digitale, cm 50 x 50, 2023;Mario D’Altilia, “Paesaggio tecnico”, olio su tela, cm 70 x 50, 2020.

“Arpagone” in scena al teatro Baretti

La stagione 2025-2026 del teatro Baretti, intitolata “Aurea Familia”, porterà in scena giovedì 20 alle ore 21, e venerdì 21 novembre alle ore 20, “Arpagone”, il nuovo e provocatorio spettacolo di Michele Santeramo, pluripremiato drammaturgo e regista che interpreta e reinventa la celebre figura di Moliére in una satira feroce sull’avidità e il valore della vita umana. I sette attori e attrici del territorio piemontese selezionati tramite call pubblica, Elena Aimone, Andrea Gaia Bosio, Christian Di Filippo, Elisa Galvagno, Francesco Gargiulo, Noemi Grasso e Jacopo Massara saranno protagonisti e testimoni in scena di una residenza-laboratorio intensiva, sotto la regia dello stesso Michele Santeramo. In questa riscrittura audace, Arpagone non si limita ad accumulare denaro, traffica in esseri umani e vende bambini nati in zone di guerra a coppie occidentali facoltose, con la promessa di un futuro migliore per tutti. È una commedia che tratta i temi delle adozioni illegali, del traffico di bambini, del desiderio di maternità e paternità, oltre alla crisi morale della società contemporanea. Il pubblico è invitato a immergersi nel soggiorno di Arpagone, coinvolto emotivamente e posto di fronte a scelte etiche sconvolgenti, tra responsabilità, amori, affari e tragedia. La storia si sviluppa in una trama avvincente che mette a nudo sogni, laure e contraddizioni umane tra trattative d’adozione, la richiesta estrema di un trapianto e il valore della vita umana. Arpagone interrogherà il pubblico chiedendogli: “Se fosse tuo figlio ad avere bisogno di un cuore, non lo strapperesti a mani nude dal corpo di un altro?”. Lo spettacolo mescola ironia tagliente e riflessione sociale, invitando gli spettatori a prendere parte attiva e consapevole al dibattito sul valore della vita. Lo spettacolo “Arpagone” è un viaggio nel cuore delle contraddizioni moderne, capace di unire il pubblico e gli artisti intorno alle domande fondamentali su giustizia, denaro, amore e responsabilità. Lo spettacolo fa parte degli appuntamenti “Come ali sulle radici”, progetto artistico e umano che unisce teatro e comunità, mettendo al centro la persona e le relazioni, realizzato nell’ambito di “Torino che spettacolo!”

Info e biglietti sul sito www.cineteatrobaretti.it
Cineteatro Baretti: via Baretti 4, Torino – 011 655187

Mara Martellotta

Il tesoro alla fine della solitudine: la letteratura del ritorno

L’Angolo della Poesia

Di Gian Giacomo Della Porta

“Mi trovo gettato sopra un’isola orribile e desolata senza alcuna speranza di uscirne, sono in un certo modo separato e isolato dal resto del mondo, infelice e per sempre”.

Così scrive Robinson Crusoe nel suo diario, battezzando la piccola terra dove si è salvato “Isola della disperazione”. Su quell’isola dovrà percorrere, da solo, tutte le tappe dell’evoluzione della civiltà umana, con la conquista del fuoco, l’agricoltura, la memoria. L’isola di Robinson è luogo di punizione e redenzione di un uomo colpevole di essersi avventurato per mare contro il volere della comunità, espresso perentoriamente dalla figura del padre.

A differenza della storia che si svolge su un’altra isola, dove la redenzione opera diversamente, per sortilegio, incanto, amore, e dove gli spiriti e i demoni dialogano con i personaggi, unificati alla fine dalla magia di Prospero, a differenza dell’isola della “Tempesta” di Shakespeare, dove si svolge una vicenda teatrale sinfonica, la storia di Robinson Crusoe e della sua solitudine è espressa nella forma del monologo. Non c’è concorso di voci ma una sola voce che parla nel deserto di un’isola sperduta nel mare.

La letteratura del secolo trascorso, e quella contemporanea, leggono prevalentemente il mondo come l’isola di Robinson, un luogo di prigionia e solitudine, e tendono a dimenticare il finale, il ritorno. Sembra esserci un tentativo di smitizzazione del mito d’avventura, conoscenza e mistero su cui si basa la letteratura d’Occidente: illusorie Penelope e Itaca, risibili le apparizioni delle dee e delle ninfe marine, sgraziate le voci che incantarono Ulisse, immotivato il viaggio e insignificante il ritorno. Dopo molto più di duemila anni il mondo legge il poema di Omero, non so se tra cento anni si leggerà l’”Ulisse” di Joyce. Certo la pensano diversamente dallo scrittore irlandese, in merito al mito di fondazione della nostra avventura letteraria e conoscitiva, gli autori che re immettono il passato nel presente, come Borges; certo prendono molto sul serio Odisseo e le sue avventure gli scrittori che gettano i semi della letteratura dal duemila in avanti, come l’africano Wole Soyinka o il caraibico Derek Walcott.

Più in generale, credo che la metafora della navigazione sia quella che esprime con maggiore potenza la nostra avventura umana nel mondo e la natura metafisica della letteratura: andare oltre, verso terre lontane, per tornare e restituire l’esperienza vissuta in forma di racconto, la visione tradotta in poesia. Il viaggio per mare, la partenza per l’isola, microcosmo perfetto, la discesa agli inferi che la memoria mantiene in vita come legame con il passato e unione della specie: queste grandi esperienze non sono morte perché la letteratura ha saputo preservarne il senso e il mistero, e la presenza nella nostra vita, se vissuta poeticamente, che non significa in modo sovreccitato o enfatico, ma guardando gli accadimenti nella luce che meritano.

Forse nessuna opera letteraria può esprimere il senso della nostra vita e della letteratura come la storia di quel ragazzo che salpa alla ricerca di un tesoro, seguendo una mappa, avventurandosi in mari lontani. La storia dell’uomo che dopo mille prodigi scopre che il vero miracolo è il ritorno. Perché solo il ritorno consente racconto, memoria, narrazione. Rendere comune a chi ascolta, a chi legge, l’avventura del tesoro, la sua ricerca, gli ostacoli, i misteri, ma anche la certezza che sotto qualche strato di terra, nascosto, sepolto, il tesoro esisteva.

Astrattismo Inverso: il primo concorso artistico della Città di Rivoli

 

Sabato 8 novembre Rivoli ha vissuto un momento significativo con la premiazione di “Astrattismo Inverso”, il primo concorso artistico promosso dalla Città di Rivoli nell’ambito del progetto “Rivoli Città d’Arte” con il contributo di TurismOvest.
L’iniziativa, realizzata in stretta collaborazione con i laboratori artistici cittadini — E20 d’Arte al Castello di Fulvio Bresciani, Galleria Belle Epoque di Diego Sestero, Imparalarte di Amelia Argenziano e Atelier di Pittura Lud Chamorro Art di Luisa Maria Diaz Chamorro — ha registrato un’ampia partecipazione e un pubblico numeroso, segno di una città sempre più coinvolta nella vita culturale e creativa.

Il concorso ha stimolato la creatività di molti artisti, che hanno saputo instaurare, attraverso le loro opere, un dialogo originale con l’arte astratta e con il Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea. L’atmosfera di entusiasmo e condivisione che ha accompagnato la premiazione ha confermato la vitalità di un tessuto artistico in costante fermento.

«Investire nell’arte e nei laboratori creativi – ha dichiarato il Sindaco Alessandro Errigo – significa costruire un’identità più forte per Rivoli. La partecipazione registrata è un segnale di come la cultura, quando è condivisa, diventi un linguaggio capace di unire le persone e dare nuova vitalità alla città».

Si sono distinti Margherita Garetti, vincitrice del primo premio, seguita da Nunzia Lastella e Michela Fischetti, mentre a Monica Falchero è andato il quarto posto. Le menzioni di merito sono state attribuite a Sara ForlaniRosanna Costanzo e Roberto Trucco per l’originalità, la tecnica e la sensibilità artistica. Riconoscimenti speciali sono andati ai giovani talenti Emma Farfariello e Giorgio Cusanza, premiati con la menzione “Bambini” della Giuria.

Il percorso avviato con “Astrattismo Inverso” proseguirà nel 2026 con una mostra collettiva presso la Casa del Conte Verde, che offrirà nuova visibilità a tutte le opere partecipanti e confermerà Rivoli come luogo di incontro tra arte, comunità e innovazione culturale.

Il ratto del serraglio: rapiti dall’orchestra, non dalla regia

Di Renato Verga

Mozart, il più inafferrabile tra i genî, torna al Regio di Torino con Il ratto dal serraglio, opera che incarna perfettamente la sua doppia natura: musica che ride mentre riflette, scherza mentre sonda gli abissi dell’animo, si pavoneggia con le percussioni “turche” mentre cesella affetti d’alta scuola. La definizione di “inafferrabile” è quanto mai appropriata per un Singspiel che vive di contrasti,
praticando un funambolismo stilistico che mescola virtuosismo vocale, comicità tagliente e introspezione psicologica. La vicenda, tratta dal libretto di Gottlieb Stephanie il Giovane, fiorisce nel pieno della moda delle turcherie. Nel 1782 Mozart, appena liberatosi dal giogo dell’arcivescovo Colloredo, approda a Vienna e si concede tutti i piaceri dell’esotismo musicale: fanfare di giannizzeri, tamburi, triangoli, campanelli e un imperatore che borbotta «Troppe note», ricevendo la più lapidaria delle risposte: «Giusto quanto basta». Dopo un periodo di fortuna, l’opera quasi scompare dai radar italiani: troppa leggerezza per il nuovo gusto romantico, troppo audace quel gioco di sentimenti a doppia faccia. Bisogna attendere il Novecento perché Il ratto torni a mostrarsi in scena, e lentamente anche Torino accumula i suoi ricordi: Luigi Alva Belmont negli anni ’70, William Matteuzzi Pedrillo negli ’80, Livermore regista nel 2006. E ora, l’allestimento che arriva da Versailles, dove Michel Fau aveva creato uno spettacolo filologicamente barocco nel contesto dell’Opéra Royal. Il castello francese, però, tollera meglio certe voluttà scenografiche rispetto alla “molliniana” sala torinese. A Versailles la scenografia di Antoine Fontaine – moresca, coloratissima, tutta false prospettive – respirava in simbiosi con il luogo; a Torino diventa un po’ museale: graziosa ma staccata dal contesto. Anche la regia, ripresa da Tristan Gouaillier, appare più che sobria, incapace di imporsi su un’opera che invece richiede vivacità, gioco, ma anche introspezione. Gli esempi virtuosi non sono mancati: Christof Loy a Barcellona, McVicar a Glyndebourne. Qui, purtroppo, dopo un primo tempo piatto e un secondo un po’ più vivace, si arriva al tappeto volante di Selim senza un’idea di fondo. E gli interpreti non sono sempre a loro agio nelle lunghe parti recitate in tedesco; persino l’unico vero attore non riesce a dare spessore al personaggio del pascià. Sul fronte vocale la situazione è altalenante. Alasdair Kent, raffinato haute-contre e Paolino di classe nel Matrimonio segreto torinese, inciampa su Belmonte, ruolo che richiede smalto e sicurezza: l’aria d’ingresso traballa, la proiezione è modesta, le agilità faticano. Olga Pudova, gloriosa Regina della Notte ma meno convincente altrove, affronta Konstanze con disciplina, ma senza vera penetrazione emotiva e con prudenza eccessiva nelle arie virtuosistiche. Osmin di Wilhelm Schwinghammer possiede le note gravi, ma non il corpo sonoro per farle vibrare. Splendono invece i servitori: Leonor Bonilla è una Blonde irresistibile, luminosa e frizzante; Manuel Günther un Pedrillo vivace, spiritoso, tecnicamente solido. E poi c’è la vera stella della serata: Gianluca Capuano, che dal podio reinventa Mozart come un orologiaio del colore. L’ouverture brilla fin dalle prime note, con quella scrittura marziale che dà il tono esotico e il tema lirico che ammalia. Le “turcherie” diventano nella sua lettura un motore ritmico, non un soprammobile. Le dinamiche sono scolpite, i dettagli rifiniti, la teatralità palpabile: Capuano dà vita a un Mozart vibrante, duttile, mobile, coerente. Inafferrabile, sì – ma magnificamente vivo.

“Scrittorincittà” a Cuneo

Ritorna, nel capoluogo della “Granda” e per la sua 27^ edizione, la rassegna dedicata alla promozione “in toto” della lettura

Dal 12 al 16 novembre

Cuneo

Tema di quest’anno, pensato e realizzato con raffinata intelligenza, “CERCHI”Cinque giorni (da mercoledì 12 a domenica 16 novembre) e oltre 200 ospiti in programma. Organizzato dall’Assessorato alla Cultura del “Comune di Cuneo” e dalla locale “Biblioteca Civica” – in collaborazione con la “Provincia di Cuneo” e la “Regione Piemonte” – da ormai 27 anni “Scrittorincittà” è sicuramente, e non solo in Piemonte, uno degli appuntamenti culturali più attesi, tappa conclusiva di una “promozione della lettura che si sviluppa durante l’intero arco dell’anno, coinvolgendo scuole, associazioni e cittadini in un dialogo continuo con i libri e con le idee”. Dalla poesia, alla saggistica, dalla narrativa al racconto, il Festival rappresenta per il grande pubblico l’occasione per incontrare, e con essi dialogare, gli autori più amati, italiani e non, in una sorta di grande “Cerchio”, tema e manifesto realizzato dall’illustratrice milanese Francesca Gastone“perché come esseri umani– spiega la Gastone –  abbiamo bisogno di stare in ‘cerchio’, di ritrovarci … di sentirsi parte di una civiltà, ognuno col proprio posto e senza esclusioni”. E proprio per questa ragione, ogni anno, una particolare attenzione viene dedicata ai bambini e ai ragazzi e che, quest’anno, vedrà più di 20 incontri dedicati alle famiglie e ben 100 per le scuole. A cura di Stefania ChiaveroMatteo CorradiniRaffaele RibaGiorgio Scianna e Andrea Valente, il programma (con incontri sparsi in tutta la città) prenderà il volo, mercoledì 12 novembre e vedrà in contemporanea, a partire dalle 17,30, diversi incontri incentrati sui più vari argomenti trattati in forma letteraria e narrativa. Oltre 200 gli ospiti, si diceva. Per consultare il programma completo e per eventuali prenotazioni, è dunque giocoforza rimandarvi al sito: www.scrittorincittà.it.

Presenza, di certo, fra quelle più attese e di maggior richiamo, quella che si terrà proprio in chiusura della prima giornata, con Roberto Saviano, che, a partire dal suo ultimo libro “L’amore mio non muore”, terrà una lectio inedita preparata appositamente per il pubblico di “Scrittorincità”. Quattordici gli appuntamenti di giovedì 13 novembre. Da segnalare, nel tardo pomeriggio, quello celebrativo del 250° anniversario della nascita di Jane Austen, fra le autrici più amate di sempre, cui il Festival dedica un incontro fra Carolina Capria, autrice del libro “Per sempre tua. La vita, le battaglie e l’universo di Jane Austen” e Chiara Codecà, che ha riunito in un unico volume alcune delle citazioni più argute e profonde tratte dai romanzi dell’autrice inglese. Nel pomeriggio di venerdì 14, è atteso a Cuneo l’arrivo dei primi autori internazionali: dal romeno Costica Bradatan impegnato a raccontare il filo che unisce attraverso i secoli figure come Socrate e Thomas More, Ipazia e Giordano Bruno, il monaco vietnamita Thích Quang Đúc e il filosofo ceco Jan Patočka, ognuno di loro disposto a morire per difendere le proprie idee e la giornalista olandese Judith Koelemeijer, che ha trasformato in un “racconto biografico” i suoi studi sulla storia di Esther “Etty” Hillesum, scrittrice olandese di fede ebraica uccisa ad Auschwitz, colmando così un vuoto durato più di ottant’anni.

Ancora scrittori stranieri, sabato 15 novembre: dall’americana Elizabeth George, il cui romanzo “Assassinio in Cornovaglia” vede nuovamente protagonista l’ispettore Thomas Lynley alla scrittrice britannica Joanne Harris, autrice di “Chocolat”, da cui è tratto il noto film, e che a Cuneo presenterà il “prequel”“L’apprendista del cioccolato”, fino allo spagnolo Fernando Aramburu, già vincitore nel 2018 del “Premio Strega Europeo” e che in Italia ha recentemente vinto il riconoscimento per autori internazionali “Premio Malaparte”. Due incontri da non perdere, fra i tanti, di domenica 16 novembre: nell’insolita veste di scrittore Enzo Iacchetti, che, in “25 minuti di felicità”, racconta con ironia la sua vita d’artista, dagli inizi al “Derby” fino alla televisione, restituendo il ritratto di un uomo che non smette di cercare allegria e giustizia. Imperdibile, infine, l’incontro con Don Luigi Ciotti, che, nel suo appello “Lettera sul razzismo agli adulti di domani”, si rivolge direttamente ai giovani, parlando loro di empatia e cittadinanza, opponendo accoglienza alla paura del diverso. Da segnalare anche alcuni interessanti eventi dedicati, per l’occasione, alla “Città di Cuneo”. Uno, in particolare, mi piace segnalare: la presentazione, domenica 16, alle 10,30, di “Rendiconti Cuneo 2025” (Nerosubianco), curato dalla “Biblioteca Civica”. Domanda in premessa: “Chi lo dice che Cuneo è una ‘città morta? Che non succede mai nulla?”. A smentirlo appieno, questo almanacco cuneese che sorprende, stupisce, talvolta incanta. Un altro modo, inedito, di guardare la città.

Per riscoprirla. Stefania Chiavero, Dora Damiano, Piero Dadone, Fabio Daziano e Roberto Martelli intervistano i protagonisti di tante esperienze che, insieme, raccontano un anno, tutt’altro che “vuoto” della città.

Per info e programma completo: Comune di Cuneo, tel. 0171/1444823 o www.scrittorincittà.it

g.m.

Nelle foto: Francesca Gastone “Manifesto” Festival; Roberto Saviano copy Pasqualini, Musacchio, Fucilla MUSA; Enzo Iacchetti copy Giuliano Plorutti; Don Luigi Ciotti

Una lotta privata e quella di un intero paese, per una eccellente opera prima

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Sugli schermi “Anemone” di Ronan Day-Lewis

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Un attore immenso come Daniel Day-Lewis, di dura scuola britannica, che ha navigato tra teatro e cinema soprattutto, tre Oscar all’attivo più altrettante candidature, Golden Globe e Bafta a mitraglia, deciso otto anni fa a ritirarsi dallo schermo dopo la prova del “Filo nascosto” – lo aveva già fatto dopo l’insuccesso di “The Boxer”, quando si rifugiò a Firenze e si fece assumere come apprendista calzolaio, lasciando che poi fosse Scorsese a resuscitarlo come il “macellaio” Cutting in “Gangs of New York” -, torna ora tenacemente e meravigliosamente in pista per scrivere con il figlio Ronan la sceneggiatura e farsi protagonista di “Anemone”. Ronan, che ha radici ben salde nella scrittura e nel cinema, la mamma essendo Rebecca Miller regista e il nonno Arthur commediografo e la nonna quella Inge Morath, fotografa, che gli ha trasmesso la passione per la pittura e per l’immagine: e sarebbe sufficiente la bellezza della fotografia, tra interni rischiarati dal fuoco e dalle poche lampade e i paesaggi sconfinati, dipinti tra il rosso di un tramonto e il raggrupparsi grigiastro che precede una grandinata salvifica e un temporale, di Ben Fordesman, doverosamente presente nel cast e artefice di un lavoro a cui il regista non può non aver partecipato (certe macchie di boscaglia riprese dall’alto).

Tutto accade a Sheffield e nei luoghi poco lontani, il taciturno Jem vive con Nessa e con il figlio di lei, Brian, un giovanissimo irrequieto e solitario, che al momento buono sa menar le mani, che porta in sé chissà quali segreti (ha appena reso malconcio un ragazzo, quelle nocche sbucciate gliele vedremo per tutti i 120 minuti). Perché Ronan Day-Lewis inizia a raccontare la sua storia e la dilata oltre misura (certe opere prime che hanno la smania di voler dire tutto e subito), dando in gran bella veste cenni e brandelli di fatti e di ricordi allo spettatore, in un montaggio altrettanto frastagliato e scomposto, un attimo incastrato nell’altro a distante e tempi lontanissimi, offrendo indizi e frasi smozzicate, riempiendola di scene di cui a un primo sguardo ti chiedi la necessità, silenzi continui e sguardi calibrati intrecciati che valgono più di mille parole: ma palpabilmente la affascina, quella storia. Jem, che ha soltanto con sé una moto e una antica parola d’ordine con due coordinate, è andato alla ricerca di Ray, suo fratello e padre del ragazzo, un recluso dal mondo, una casa in mezzo alla foreste, con i primi piani degli alberi e dei rami che s’intersecano, in un mare di verde e di ombre che è una bellezza. Faticoso il film, cupo, raggomitolato in se stesso, angoscioso, costruito a tratti su dialoghi che sanno troppo di tavolino e di scrittura, che a poco a poco si scopre nella descrizione di una amara vicenda, i rapporti cancellati tra padri e figli in cui una madre (Samanta Morton) vorrebbe porsi ad ago della bilancia, che da ristretta, familiare, particolare angoscia si prende spazio per espandersi a una intera nazione, una guerra, il dramma delle sommosse e gli attentati che leggemmo nei pub, le bandiere in fiamme, l’Ira e la lotta, i rastrellamenti e le prigioni: si procede nella curiosità, nella sicurezza sempre più forte delle capacità di un ragazzo che con “Anemone” entra nel mondo del cinema.

Ripetiamolo, non è di facile presa “Anemone”, è un percorso accidentato, un muoversi con lentezza e con circospezione, dall’una e dall’altra parte della barricata, ci si può anche inciampare, cadere in quelle tante simbologie – soprattutto nella seconda parte – di cui il film s’arricchisce ma lasciando ancora lo spettatore nel bisogno di decifrare (la tempesta di ghiaccio che s’abbatte sulla fragilità del fiore del titolo, il grande pesce che scende la corrente del fiume). Al comando di quasi ogni inquadratura c’è la prova potente di Daniel Day-Lewis (un altrettanto ottimo Sean Bean gli fa da spalla, principalmente muta e il giovane Samuel Bottomley è sicuramente una promessa), massiccio, sguardi e movimenti in pieno calibro, primi piani pronti a confessare tutto il passato e l’incertezza del presente, ancora silenzi e le zuffe e i balli, due monologhi che dovrebbero far scuola, che danno sempre maggior spessore al personaggio, che ne delineano le sofferenze e la lotta combattuta per poterle superare, la rivincita sul prete che parecchi anni prima ha abusato di lui e l’uccisione di un ragazzo nel pieno della lotta armata, in una qualche strada di una città. La guerra di un paese e i rapporti dentro una famiglia, quegli stessi temi che più di trent’anni fa Day-Lewis aveva già affrontato come Gerry Conlon in “Nel nome del padre” di Jim Sheridan, divenendo una degli attori più prestigiosi del cinema mondiale.

Memorial Egidio Forti: “In cil e jé une Stele”

Sabato 15 novembre prossimo, alle ore 21, si terrà al teatro della Provvidenza, in via Asinari di Bernezzo 34/A, un concerto dedicato ad un amico, dal titolo “In cil e jé une Stele”, quinta edizione del Memorial Egidio Forti.

Egidio Forti, Gigi per gli amici, fu direttore del coro Edelweiss di Torino per circa dieci anni, e di lui rimangono bellissimi ricordi e profonda stima in chi l’ha conosciuto e frequentato in amicizia sul lavoro e in ambito corale. Sarà l’eccellenza del coro Cai Uget, giunto quest’anno alla soglia dei suoi ottant’anni di attività, ad avere il piacere di esibirei.

Ingresso a offerta libera – prenotazione  obbligatoria – telefono: 353 3928235 – whatsapp: 340 9941201

Mara Martellotta

Al teatro Astra lo spettacolo che si ispira al vampiro di Bram Stoker

Con Dracula, lo spettacolo che si ispira al vampiro di Bram Stoker, si inaugura martedì 11 novembre alle ore 21 la stagione del Teatro Astra TPE di Torino. Il direttore artistico Andrea De Rosa ha voluto dedicare alle persone che si trovano ad affrontare esperienze estreme questa prima pièce teatrale, tale da farle diventare dei mostri.
“Il mostro è l’essere – secondo Andrea De Rosa – che a qualsiasi prezzo rifiuta la morte. Mostruoso è il desiderio di prolungare la vita oltre ogni limite”.
Il Conte Dracula non è più da tempo un personaggio nato dalle fantasie popolari e dalla penna di Bram Stoker. È un vero e proprio mito dell’età moderna, diventata simbolo di un’immortalità vissuta come una condanna. La sua vicenda, elaborata in una nuova versione da Fabrizio Sinisi, evoca il sogno contemporaneo di un corpo che potrebbe diventare immortale tramite i progressi della tecnologia; mentre il Vampiro, eterno e solo, ricerca una via di fuga dalla propria natura, gli altri personaggi lottano per affermare il valore della mortalità. È davvero un dono vivere per sempre o è invece una maledizione? La nuova produzione del TPE è liberamente ispirata al celebre romanzo di Bram Stoker, e prende vita grazie al testo di Fabrizio Sinisi e alla visione registica di Andrea De Rosa. Sul palco Michelangelo Dalisi, Marco Cacciola, Marco Divsic, Michele Eburnea, Chiara Ferrara e Federica Rosellini, che danno corpo a questa complessa riscrittura del mito. L’allestimento scenico è stato curato dallo stesso De Rosa, in collaborazione con Luca Giovagnoli, le luci sono di Pasquale Mari e il suono di G.U.P. Alcaro. I costumi sono firmato da Graziella Pepe, e Marco Corsucci all’assistenza di regia.
La messa in scena di Dracula ha inizio martedì 11 novembre, alle ore 21, e durerà fino al 30 novembre. Sicuramente una lunga vita sul palcoscenico torinese per questo romanzo che ha un intenso passato teatrale. Furono la mogli di Stoker e l’amico Hamilton Deane a immaginare, a partire dal romanzo, una rappresentazione scenica che mantenesse l’alone di mistero e la forza orrorifica, è al teatro che si deve il mantello di seta nera, ed è dal palcoscenico che emerge la figura di Bela Lugosi, l’attore ungherese protagonista del primo spettacolo su Dracula.
Gli spettatori saranno accolti in un teatro Astra del tutto rinnovato: la particolarissima scelta registica di Andrea De Rosa prevede un ampliamento e un ripensamento dello spazio scenico, che lo porterà ad occupare spazi inusuali, inducendo gli spettatori a guardare lo spettacolo con un nuovo sguardo, e a farsi guidare dalle voci e dai suoni per rintracciarne la fonte misteriosa.

“Nel romanzo di Bram Stoker -afferma De Rosa – il male prende forma nel personaggio di Dracula, che viene definito Nosferatu, il non morto. Il Vampiro è l’incarnazione di un corpo che non può morire, ma che non riesce neanche a vivere davvero, perché per mantenersi in vita è costretto a nutrirsi del sangue di altre creature, condannando le sue vittime a una sorta simile alla sua. Credo che il grande successo di questo mito leggendario moderno dipenda dal fatto che riusciamo a ritrovare quel desiderio universale di sfuggire alla morte che ci accompagna, rivelandone il lato mostruoso: vivere per sempre significa portare con sé il peso di una solitudine eterna. Dracula è la storia di un uomo che non riesce a morire, e di un pubblico che accetta di guardare negli occhi questo suo desiderio mostruoso, cosiccome il Conte Dracula non è solo un personaggio letterario, ma un vero e proprio archetipo della nostra modernità, e anche il suo castello è diventato un luogo che appartiene al mito. La dimora del Vampiro è un teatro di apparizioni ed epifanie, un luogo onirico dove le leggi dello spazio-tempo vengono sovvertite. Il castello di Dracula è il luogo di uno sprofondamento, di un deragliamento del pensiero e del sogno. Per questo motivo abbiamo trasformato in modo radicale la normale struttura del teatro Astra, facendone uno spazio evocativo e misterioso, livido e asettico, un grande altare spettrale dove si svolge un rito antico e, contemporaneamente, moderno”.
“Perché Dracula è un mostro ?– si chiede Fabrizio Sinisi – non solo perché si nutre del sangue delle sue vittime, ma perché è mostruoso il dono che porta: un’eternità che pesa come una condanna, un tempo estenuante e interminabile, un forte desiderio di non morire che diventa quasi negazione della vita stessa. Dracula è un mostro, in quanto simile al Dioniso de ‘Le Baccanti’ o al ‘Mefistofele’, perché introduce nel mondo umano qualcosa di estraneo, affascinante, prodigioso e terribile, che ci spaventa, ma che non può fare a meno di attrarci”.

I suoni sono ferrosi, ruvidi e lividi, espressioni di una prigione dell’anima e di un battito pulsante che squarcia le vene, e che finalmente apre un varco alla luce per un attimo, per sempre. I costumi di Dracula raccontano invece una figura che attraversa epoche, contamina luoghi, sospesa tra la vita e la morte, come una malattia che non guarisce. Intorno a lui ogni personaggio è bloccato nel proprio presente, prigioniero di un tempo immobile. Gli abiti evocano eleganza e inquietudine, tracciando il segno di questa dannazione eterna.

TPE Teatro Astra – via Rosolino Pilo 6, Torino

Info e biglietti: disponibili su tpeteatroastra.it

Mara Martellotta