Sabato 23 marzo debutto
Sabato 23 marzo alle 20.45 debutterà alla Casa del teatro ragazzi e giovani di Torino il CONTRARIO DI ME, il cavallo bianco e il cavallo nero, nuova produzione della fondazione TRG, ultimo capitolo della repubblica di Platone che si ispira al mito del carro e dell’auriga e alla metafora descritta nel Fedro.
Dopo aver indagato poeticamente i contorni incerti e suggestivi delle apparenze, il mito della caverna, e aver attraversato i sentieri avventurosi della responsabilità individuale, il gioco dei destini scambiati Mito di Er, lo sguardo è rivolto al grande tema della pandemia, l’educazione e formazione. La regia è di Emiliano Bronzino. In scena Pasquale Buonarota e Alessandro Pisci, autori come Emiliano ronzino, Maria José Revert Signes. Le scene sono di Francesco Fassone.
La visione dello spettacolo sarà anticipata giovedì 21 marzo alle 17.30 dalla lectio magistralis di Ugo morelli, studioso di scienze cognitive che cercherà di rispondere alla domanda “come e perché? A che cosa serve la filosofia? Questo appuntamento è il primo di una serie di confronti dal titolo convivio. Esperienze di crescita e di conoscenza”, un ciclo di incontri su filosofia, musica e mito.
MARA MARTELLOTTA



RUBRICA A CURA DI LAURA GORIA
La protagonista, nella casa scalcinata e isolata sul polder (che però sente solo sua), è vicina al paesino in cui il fratello Sascha, 60enne scapolo, un po’ sfaticato e indolente, gestisce un pub, ed è proprio da lui che lavorerà.
Dido Michielsen (nata nei Paesi Bassi nel 1957, ma di origini giavanesi) è autrice di svariate biografie e saggi, mentre questo suo romanzo –ispirato alla vita della sua trisavola- è il primo tradotto in Italia. Per scriverlo è andata alla scoperta di Yogyakarta sull’isola di Giava, si è fatta guidare nei luoghi dei suoi antenati, ha cercato e ricostruito le atmosfere che aleggiano nel libro.
Il riferimento al “David Copperfield” scritto dal grande Charles Dickens è voluto e per niente casuale; anzi sembra sia stato in un certo senso lo spirito del grande scrittore inglese ad aver suggerito l’idea a Barbara Kingsolver. L’autrice 68enne nata nel Maryland, durante un tour in Gran Bretagna ha trascorso un week end a Bleak House, l’antica dimora di Dickens oggi trasformata in hotel; ed è tra quelle mura cariche di atmosfera, nello studio in cui lui scrisse David Copperfield, che qualcosa le ha ispirato il romanzo.
Cosa succederebbe se scoprissimo il segreto della felicità? Forse sarebbe la fine del mondo che conosciamo. Niente di apocalittico, ma un’ipotesi comunque accattivante che ci prospetta Will Ferguson in questo scoppiettante romanzo.


Corso Giovanni Lanza 75, Torino. Siamo in Borgo Crimea. Qui ha sede da un anno, “Flashback Habitat. Ecosistema per le Culture Contemporanee”, la “casa della cultura condivisa, dove arte e vita sono strette in un binomio indissolubile”. E qui, fino al 31 marzo del prossimo anno, 16 “Stanze” racconteranno di “una metaforica piazza dove convivono a tu per tu” un’insegna pubblicitaria e un’opera d’arte, più o meno datata più o meno (ma prevale il “più”) blasonata. Siamo in “Time Square”, non nella celebre, turbolenta “Times Square” di Manhattan-New York, ma in “Time Square” (al singolare) dove le parole “tempo” e “piazza” si “scontrano e ricompongono in nuovi significati”. Da questa sensazione nasce l’idea di Alessandro Bulgini, direttore artistico di “Flashback Habitat”, di realizzare la “strana” ma perfino “geniale” (e in ogni stranezza c’è sempre un po’ di genialità) mostra “Time Square. L’arte in piazza trascende il tempo”, che intende “indagare – spiega Bulgini – le connessioni tra arte e vita, esplorando frizioni e convergenze, nello specifico tra insegne pubblicitarie e opere d’arte come accade nelle piazze contemporanee. Un dialogo o, meglio, un match, sviluppato in sedici stanze rappresentative di sedici ipotetiche piazze”. “La mostra – continua Bulgini che ne è anche curatore – è stata realizzata con lo stesso fare poetico che caratterizza la nostra idea di ‘Habitat’ dove le eccellenze si confrontano e si potenziano nel loro stratificarsi ed é stata resa possibile grazie all’amicizia con Paolo Genta, geniale architetto e paesaggista e Roberto Spiccia, eccellente artigiano. Entrambi hanno messo a disposizione la loro sensibilità e il loro sapere per rendere completa l’opera”. Per un attimo si possono chiudere gli occhi e riaprendoli non è poi così bizzarra la sensazione di trovarci in una “piazza” dei nostri giorni, stratificazione di tempi, di
mode, di paesaggi che hanno mille volte cambiato faccia e mille volte architetture case palazzi. Piazze dove convivono gente e forme e strutture le più diverse, “che da entità geografiche si trasformano in entità socioculturali”. Mai come oggi ci appare accettabile e chiara la risposta del genio, unica e inimitabile icona della Pop Art, Andy Warhol a chi gli chiedeva cosa più gli fosse piaciuto di Firenze. Molto semplice la sua risposta: “La cosa più bella di Firenze è McDonald’s”. Parole da non intendersi come irriverenti nei confronti di una città che, ben si sa, è scrigno di arte superba, ma in cui Warhol ben riassumeva l’idea di luogo dai mille riflessi e dalle mille facce tutte compatibili e condivisibili fra loro. Pur nelle loro più stupefacenti diversità. E allora eccoci alle nostre 16 “piazze” realizzate in “Flashback Habitat”. “Per ogni piazza, su di un lato un’insegna spenta sul bianco algido e minimale della parete a rappresentazione della modernità, sull’altro un’opera su una parete dipinta con colori che hanno riferimenti alla storia dell’arte”. Sedici opere che convivono con sedici insegne pubblicitarie. E anche bene, sotto l’aspetto della mis-en-place. Nulla da dire. E voilà. Si inizia con l’enorme simbolo giallo-rosso a forma di conchiglia di capasanta della “Shell” messo a confronto con la scultura quattrocentesca in legno del viandante “San Rocco” di Giovan Angelo Del Maino, per incontrare (Stanza 2) la “Signorina Grandifirme” realizzata per “Essevi Ceramica Lenci” nel ’37 dal cuneese di Carrù Sandro Vacchetti messa a dialogare con l’insegna della “Peugeot”, mentre la metafisica “Piazza d’Italia – Malinconia” di De Chirico (1949), viene risvegliata dai suoi onirici voli attraverso il duro
confronto con l’insegna di “McDonald’s”. Il rarissimo capolavoro tipografico “Theatrum Sabaudiae” (1697), monumentale opera descrittiva di tutti i domini del duca di Savoia, un vero e proprio mix di finzione e realtà, fronteggia il simbolo della “Lancia”, uno scudo blu con lancia dal sapore araldico; altrove la “Vergine Addolorata” (XVII secolo) di Giuseppe Antonio Petrini si raffronta con l’insegna (bella in grande, come l’Azienda almeno tempo fa) della “Fiat”. Altra “Stanza”: l’opera del fotografo Gabriele Basilico “Beirut” (1991) documenta lo stato di devastazione della capitale del Libano dopo quindici anni di guerra civile, di fronte all’insegna della “Tamoil” che ci racconta lo stesso Libano negli anni 80. E l’iter prosegue, come “match fatti talvolta di coincidenze, altre volte di prolungamenti di storie, di combinazioni fortuite, tutti incontri che stimolano la nostra abilità di elaborare i dati e il nostro immaginario”.


Ricordo la presidente Augusta Guidetti Grosso, anglista di fama, con cui trattenni un ottimo rapporto per tanti anni. Ho cercato di imparare ad organizzare un po’ di cultura, guardando all’esempio suo e di Irma Antonetto. La prof. Grosso, pur essendo moglie del sindaco di Torino e famosissimo giurista, era una donna totalmente libera da obbedienze di partito come dimostrò di essere anche il marito. La Grosso invitò a parlare nel 1966 il deputato missino Tripodi su Gozzano e i Crepuscolari. La conferenza non suscitò scandalo ed io studente di liceo andai ad ascoltarla perché già amavo Gozzano prendendo preziosi appunti che mi servirono per la Maturità. Con la prof. Grosso si stabilì un rapporto nel tentativo vano di mettere d’accordo l’associazionismo culturale torinese che in tempi successivi venne manu militari conquistato e piallato dal circolo dei lettori e dal Polo del 900. Ambedue però sbagliarono nella loro operazione di pulizia etnica e di egemonizzazione perché la Procultura e il centro che presiedo non si piegarono. Anche la prof. Grosso non avrebbe mai accettato di ammainare la bandiera gloriosa di oltre 100 anni di cultura libera.
Da quanto vedo, i candidati alle Regionali non sono dei migliori soprattutto nel centro – destra, mentre il centro – sinistra è ancora in affanno su un presidente che non avrà successo dalle urne, anche se si alleasse con Appendino in persona e trovasse l’appoggio del quasi novantenne Salza. Mi sorprende che i moderati di Portas si nascondano nella lista civica senza far dimettere il loro assessore nella Giunta Lo Russo, tenendo il piede in due scarpe. L’assessore moderato in Giunta deve dimettersi! E che dire dell’”assenteista cronico” in Comune dove voleva fare il sindaco, il rag. Damilano, che candida un suo socio o dipendente nell’ industria delle acque, senza considerare il lampante conflitto di interesse con la Regione in tema di acque minerali, bene pubblico e non privato della famiglia Damilano? Già la lista civica di un vicesegretario di Fi appare ridicola. Mi sembra che si parta molto male. Negli altri partiti sempre gli stessi nomi senza ricambi. Nessun nome che riguardi la cultura, articolo ormai fuori moda. Posso dirlo? Mi appare un casino. Vito Lo Cascio
mancano di una classe dirigente locale e nazionale. Ma il peggio è in Calenda e in Renzi che ormai dovrebbero limitarsi a passare le proprie ore ai giardinetti . “Torino bellissima” appare politicamente ormai morta, pur avendo avuto ed avendo molti consiglieri comunali in carica. Un bel progetto che non è stato coltivato. Adesso anche “Torino bellissima” si rifugia sotto l’ombrello protettivo di Cirio. La lista civica dovrebbe portare voti, qui sembra invece che tutti si attacchino a Cirio per sperare in un seggio sicuro. Molti si illudono perché i seggi sicuri sono solo quelli del listino di cui non si sa nulla.
Il centenario del delitto Matteotti moltiplica i libri sul tema, da parte di ex comunisti che hanno sempre disprezzato il socialista Matteotti. Libri stantii, ripubblicati con lievi correzioni che negano o svalutano il valore socialista di Matteotti per ripetere la solita vulgata antifascista. In testa a tutti si distingue il Polo del ‘900 e l’istituto Salvemini, come sempre allineato e coperto sull’estrema sinistra dopo la morte di Valerio Castronovo, uno storico vero. Gino Lugli