CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 28

L’arte è un pugno. Negli spazi di OFF TOPIC

Si ricorda la figura di Leone Jacovacci, il grande pugile italo – congolese “stroncato” dai pregiudizi razziali del regime fascista

Giovedì 27 novembre, ore 18,30

Campione italiano ed europeo dei “pesi medi” nel 1928, Leone Jacovacci (nato nel 1902 a Sanza Pombo – attualmente in Angola, ma allora facente parte del Regno del Congo – e deceduto a Milano nel 1983), padre italiano e madre principessa congolese, rappresenta ancora oggi sicuramente una delle figure “storiche” più prestigiose del “Pugilato” nazionale e internazionale. In ambito sportivo, al termine di un’adolescenza trascorsa nel viterbese (dove venne cresciuto dai nonni, dopo essere stato portato in Italia dal padre che lo sottrasse alla madre), esordì nel Pugilato professionista a Londra nel 1919 con lo pseudonimo di Jack Walker, in omaggio al fuoriclasse americano Jack Dempsey. Si stabilì definitivamente in Italia, ottenendone la cittadinanza solo nel 1925 e dopo lunghi soggiorni  contrassegnati da una brillane carriera pugilistica in Francia (dove batté il futuro campione del mondo dei “medi” Marcel Thil), Svizzera e Argentina. Atleta di straordinaria abilità tecnica, agile, tenace e brillante, in grado di parlare tre lingue e di distinguersi nel panorama sportivo dell’epoca, il regime fascista ne cancellò volutamente la memoria (come dimostrano i filmati d’archivio dell’“Istituto Luce” manipolati per oscurarne la grandezza), costringendolo al ritiro nel luglio del 1935 e determinandone il breve passaggio al “Catch Wrestling”, fino all’abbandono completo dell’attività sportiva. Morì nel 1983 a Milano, dove aveva trovato lavoro come portiere di un condominio. Vittima, fra le tante, dell’ostracismo razziale del “regime”, alla vita di Leone Jacovacci e al “ruolo socio-culturale” del Pugilato è dedicata la serata in programma giovedì 27 novembrea partire dalle 18,30, negli spazi dell’hub culturale “OFF TOPIC” di via Pallavicino 35, a Torino, in agenda nel calendario (25 – 30 novembre) di “COMÉ?”, “Festival performativo diffuso” dedicato al benessere giovanile attraverso il teatro e la cultura in genere, organizzato in varie location (o meglio “community hub”) dai collettivi di “Cubo Teatro” e di “Teatro della Caduta”.

La serata prevede la proiezione del documentario “Il Pugile del Duce”, racconto incentrato, per l’appunto sulla vita e sul beffardo destino del pugile italo – congolese, cui seguirà il dialogo con Davide Valeri (sociologo italo-etiope che indagherà il rapporto tra migrazioni, memoria coloniale e pratiche culturali) e l’attore Alberto Boubakar Malanchino (milanese di Cernusco sul Naviglio, padre italiano e madre del Burkina Faso), in un confronto con le “palestre popolari cittadine” (riconosciute come “spazi di aggregazione, resistenza e costruzione comunitaria”), e in collaborazione, in particolare, con la “Palestra Popolare Neruda” di corso Cirié, a Torino.

“Il documentario – sottolineano i responsabili – racconta parallelamente anche le motivazioni che spinsero lo studioso Diego Valeri a riscoprire la storia di Jacovacci, restituendogli il posto che merita nello sport italiano e offrendo una riflessione ancora attuale sulle forme sottili di razzismo che attraversano il nostro presente”.

Fra gli eventi in programma nell’ambito di “COMÉ?”, fino a domenica 30 novembre, ci piace segnalare in particolare ,Umanəvenerdì 28 novembre (ore 20), sempre presso “OFF TOPIC”, concerto spettacolo per voce umana e loop station, programmato in collaborazione con “Fertili Terreno Teatro” (Associazione di artisti ed organizzatori torinesi), quale “tentativo irriverente e tragicomico per colmare il senso di vuoto che si crea come una crepa dentro di noi quando ci sentiamo impotentə di fronte alle tragedie umane”.

Sabato 29 (ore 19,30) e domenica 30 novembre (ore 18), vale un pensiero “InDifference”, presso lo “Spazio FLIC Bunker” (nel cuore di Barriera di Milano, in via Paganini 0/200), spettacolo di circo contemporaneo in cui l’artista belga Jef Everaert e la milanese Marica Marinoni si scontrano con le loro differenze e sembra impossibile trovare un punto di incontro. E allora: “Cosa significa essere in due senza confondersi?”.

Per info e programma dettagliato: “Teatro della caduta”, via Fontanesi 25, Torino; tel.011/2453869 o www.lacaduta.org

g.m.

Nelle foto: Alberto Malanchino; Umanə”; “InDifference” (Ph. Kalimba) 

Dafne, la fata del lago. Un omaggio alle favole e al lago Maggiore

Dafne, la fata del lago è il nuovo libro di Maria Carfora, ex insegnante, scrittrice e fotografa originaria della Sicilia e ossolana d’adozione, già autrice de Le storie di Boscobello. Il volume verrà presentato, insieme all’autrice, dal critico Giuseppe Possa alle 16 di sabato 29 novembre presso il teatro La Fabbrica di Villadossola. Il libro, dedicato ai bambini di tutte le età, propone un viaggio magico tra ricordi, promesse e fantasia. Una nonna, la signora Rita, ritrova una vecchia fotografia nascosta in un libro di favole, e la riscoperta fa riemergere un antico legame quasi dimenticato: quello con Dafne, un’amica speciale dell’adolescenza. Con i suoi cinque nipotini intraprenderà un’avventura unica sulle sponde del Lago Maggiore, nella cornice suggestiva di Stresa e delle sue ville. I piccoli scopriranno Villa Azzurra e incontreranno Dafne, la fata del lago, creatura misteriosa capace di trasportarli ogni sera in storie straordinarie, tra magia, natura e amicizia. Come scrive Giuseppe Possa “è un libro che intreccia fiaba, memoria e tradizione, capace di catturare l’immaginazione sia dei grandi che dei piccoli. Perfetto per essere letto e condiviso tra nonni, genitori e bambini. Quest’opera è un tributo al potere delle storie, della fantasia e della natura incantevole del Lago Maggiore. L’autrice rivisitando alcune favole classiche le propone attraverso il racconto della fata che, ascoltandole dalla madre, si immedesimava a tal punto che , nei suoi sogni notturni, vedeva Cappuccetto Rosso, i principi azzurri e le principesse, oppure i protagonisti di Cenerentola, Biancaneve o della Bella Addormentata in una maniera del tutto nuova e diversa. I veri protagonisti erano liberi di vivere la propria esistenza, senza i vincoli imposti dai racconti, amandosi come meglio credevano – perfino tra persone dello stesso genere – coltivando le proprie passioni, “ovviamente, nel rispetto della libertà degli altri”. Reinterpretazioni che, oltre ad allietare i nipotini di Rita, offrono preziosi insegnamenti a tutti i bambini. Il volume è impreziosito dall’illustrazione di copertina e da undici disegni interni a colori, uno per ogni capitolo, realizzati dall’artista e pittore Giorgio Stefanetta. Inoltre include la prefazione di Andrea Pelfini, figlio di Maria Carfora, e la postfazione di Giuseppe Possa.

Marco Travaglini

Una donna incendiaria e il povero Al Pacino intrappolato in un debole film

Emanuela Rossi – per anni giornalista freelance, da alcuni anni dietro la macchina da presa, una dei registi di “Non uccidere” per Rai 3, il suo “Buio” (2017) è stato selezionato per tanti festival del mondo, “Eva” è il suo secondo lungometraggio e secondo titolo in concorso per l’Italia al 43° TFF – confessa di alimentare il suo cinema con la somma di tanti generi, “dal dramma familiare, al thriller allo sci-fi, perché è impossibile raccontare il nostro tempo e la sua complessità senza prendere in prestito dai vari generi cinematografici i frammenti di stile e di contenuti più efficaci per raccontare ciò che ci serve.” Qui abbraccia Eva (la sceneggiatura è stata scritta con Stella di Tocco) come Eva abbraccia gli alberi che incontra per strada o nei campi immensi, le appiccica un aureola di santa, quella che nei calendari ancora non trovi, lei che è anche donna misteriosa e maga, incendiaria, appartata dalla società e protettrice di un passato a noi incomprensibile, solitaria e malata di un qualcosa che un giorno nella sua mente ha avuto un’ombra di buio. Lei che coltiva una missione, salvare i bambini del mondo, tutti? per ora quelli che incontra sulla sua strada, sulle rive di un lago o in una cava abbandonata o nelle vicinanze del mare; lei che coltiva la vita reale e l’immaginifico, la fede e la pace, e una miriade di sogni sconnessi, forse quelli che stiamo incontrando alle tante proiezione della giornata. Sembrano essere sempre più la cifra di questo festival. Spera d’inventarsi una nuova esistenza, nell’affetto di Nicola e di suo padre Giacomo, di professione apicultore, ma finisce col ritrovarsi soltanto al tavolo di un ispettore di polizia che le chiede conto di quel gruppo di ragazzini che si continua a non trovare. Recita la sinossi distribuita: “Intanto in Cina una donna è esasperata perché la sua figlioletta è malata” e del parallelo lo spettatore tocca con mano due brevissimi inserti, allucinati, difficilmente accettabili, veloci. Da noi come là: si, ma e poi? Tutto rimane inevitabilmente nel surreale e nell’assurdo, nel trasporto continuo del tempo, nell’inspiegabile anche se si va a scomodare, come fa la regista, le parole “ribellione” e “dolore devastante”, tutto rimane sospeso nel tempo, oltre quella comprensione verso un comportamento che cerchiamo di costruirci. Tutto rimane più che altro un esercizio a tavolino, con la speranza vana che il pubblico delle sale s’imbarchi verso una simile impresa. La fotografia, bellissima e confortante, è di Luca Bigazzi.

La prima parola che ascoltiamo in “Cinema Jazireh” della regista turca Gödze Kural è “speranza”. “Cinema” è il racconto che la regista trae da altri racconti, da esperienze vissute, li ha ascoltati nelle case di Kabul e in giro per il paese, racconti di paura e di coraggio. La protagonista è Leila, ha assistito nell’Afganistan che sottostà al regime dei talebani e alla legge della Sharia al massacro della sua famiglia, adesso l’unico scopo per lei è ritrovare il figlio di sette anni misteriosamente scomparso. In un paese in cui è una condanna essere donna, in cui la scuola e il canto sono negati, in cui non andare accompagnata da un uomo può voler dire decisione percosse e di morte, Leila decide di camuffarsi e fingersi uomo, di vestire abiti maschili, di avventurarsi attraverso il deserto e i piccoli paesi con quei travestimenti: sarà nel vecchio cinema abbandonato che incontrerà Azid, anche lui un ragazzo rapito e costretto alla prostituzione, ancora un essere umano in altro modo ridotto al silenzio e privato della libertà: la decisione di mettere in salvo altre persone, il coraggio e l’amore di madre la spingeranno a chiedersi della possibilità di un domani, se sia giusto sperare di continuare a vivere. Ritratto di una donna forte, di una terra e di un popolo, di una realtà che forse abbiamo già dimenticato, in un film che mostra a volte segni di stanchezza e di eccessiva linearità ma che s’apprezza per il gradino un po’ più alto su cui si pone rispetto a tanti colleghi.

Di sogni più semplici ma altrettanto pericolosi vive la giovane protagonista di “Slanted”, opera prima dell’australiana Amy Wang (batte però bandiera statunitense). Joan è arrivata dalla Cina negli States quand’era piccola, con il nome di Qiqi, oggi adolescente – cresciuta ed educata da una coppia di genitori che vorrebbero ben salvaguardati i principi della vecchia patria – fatica a confrontarsi con i compagni del suo corso a scuola, a farsi accettare. Figuriamoci poi se si è messa in testa di diventare la reginetta del ballo della scuola (con il King di turno al seguito, strafico e parecchio ricercato), i lineamenti troppo asiatici la eliminerebbero dallo sperato successo, è necessario entrare nelle grazie della influencer di turno e rendersi bella e bionda e desiderabile grazie a un intervento chirurgico di alta (o più o meno bassa) sperimentazione per “sembrare” bianca, pur d’ottenere accettazione e corona sulla fronte. Ma il taumaturgo non è proprio dei migliori e, come una nipotina di Meryl Streep in “La morte ti fa bella”, tutto il mascherone facciale comincia a prendere delle brutte pieghe. Tra reginette di bellezza e social, tra sfide e nuove filosofie di vita, nel disegno esatto di una gioventù che mai come nella nostra epoca è andata dietro alle più stupide apparenze, Wang tratteggia un ritrattino corrosivo e incendiario, colpisce al segno, espone e lascia allo spettatore il tempo di pensare, con la piena volontà di rimanere quello che siamo.

Diya” arriva dal Ciad, è il primo lungometraggio di Achille Ronaimou, è ambientato in una località in cui continuano a essere ben radicati gli opposti che presero vita dopo la guerra del 1979, quando i cristiani del sud si opposero ai musulmani del nord, è la legge del taglione, è l’usanza antica dell’occhio per occhio. Dane è un autista per conto di una ONG, tutti i giorni s’immerge nel traffico per portare aiuti, conduce una felice esistenza accanto alla moglie incinta: fino a che una distrazione, una chiamata al cellulare durante il lavoro e un viaggio, un bambino che attraversa la strada davanti a lui. Il ragazzino muore e i parenti reclamano un risarcimento, cospicuo e nel giro di un paio di settimane. Dane, per saldare il debito, dovrà affrontare il deserto e nuovi villaggi, verità che non conosceva. Racconto di ampio respiro e autentico, assolato e caotico, carico di tinte gialle e soprattutto d’odio e di tradimenti in cui camuffarsi, il (quasi) eroe intrappolato dentro a ingranaggi più forti di lui e inspiegabili, come tanto cinema ci ha mostrato, all’interno di un’intelaiatura che non prevede grosse sorprese ma che si lascia guardare con qualche piacere. Dispiace invece che un attore del calibro di Al Pacino sia rimasto invischiato nelle maglie di “Billy Knight” del giovane regista americano Alec Griffen Roth, che il cinema dovrebbe averlo nel sangue e succhiato sin da giovanissimo se, ci informano le cronache, il padre è lo sceneggiatore Eric Roth e la madre la produttrice Debra Greenfield, con fratelli al seguito. Qui è al suo primo lungometraggio e in tutta sincerità – glielo chiedeva anche il direttore Base presentandolo al pubblico – si fatica a credere che il ragazzo abbia avuto dalla sua l’insuperato attore, anche qui di vulcanico ed eccezionale peso. Un’isola a sé. Perché la storia – leggi: sceneggiatura – è di una semplicità sconcertante, l’andamento quanto mai debole, aggirandoci noi in quell’area “cinema sul cinema” che ha sfornato capolavori (e lasciamo anche solo per un attimo il venerato Fellini – e tralasciamo pure che il regista si ostini a definire la sua opera “un omaggio al cinema, un racconto sospeso tra realtà e immaginazione”) come il non troppo lontano Spielberg dell’autobiografico “Fabelmans”, etcetera etcetera. Perché qui si parla di un Alex che alla morte del padre scopre una scatola piena di sceneggiature, incompiute e tutto lascia credere mai proposte, neppure nella speranza di, e un fazzoletto con ricamato sopra un nome, Billy Knight: gli verrà voglia di volarsene a Hollywood dietro la spinta del “chi era costui?”, deciso a scoprire chi in passato si sia nascosto dietro a quel nome. A noi, di andare a cercare i pochi o tanti rimandi cinematografici sparpagliati nella storia, non è proprio venuto voglia: e non chiediamo nemmeno scusa.

Elio Rabbione

Nelle immagini, scene da “Billy Knight” del regista americano Alec Griffen Roth, “Eva” di Emanuela Rossi in concorso per l’Italia, il turco/iraniano “Cinema Jazireh”, “Slanted” (USA).

“L’accordatore”, un racconto di Piero Chiara su Tallone a Orta

A Orta, una mattina d’autunno di alcuni anni or sono, di domenica, mentre stavo sotto gli ippocastani già rossi della piazza a guardare il lago e l’isola di San Giulio, vidi scendere, da due automobili giunte a motore spento, un gruppo di sei persone: due donne e quattro uomini, uno dei quali si staccò subito dal gruppo e apparve come colui per il quale tutti gli altri esistevano.

Era un vecchietto, chiuso in un pastrano scuro, con un cappello nero in testa, una sciarpa al collo e ai piedi un paio di scarpe di tela bianca.

Era, come mi sussurrò un barcaiolo, il famoso accordatore Cesare Tallone, che andava a passare la domenica sull’isola di San Giulio”. Così scriveva Piero Chiara nel breve racconto “L’accordatore”, rammentando l’incontro con il maestro Cesare Tallone, detto Cesarino per distinguerlo dal padre pittore. Pubblicato da Biblohaus, a cura di Federico Roncoroni,  con due scritti di Enrico Tallone e Massimo Gatta oltre ad alcune belle foto d’epoca, il racconto “L’accordatore”, come è tipico della narrativa di Piero Chiara, nasce da un fatto di cui è stato testimone con , sullo sfondo, il luogo dell’incontro: l’arrivo di Tallone ad Orta, dove possedeva una dimora sull’isola di San Giulio. Un racconto velato dal mistero, avvolto in quelle nebbie che spesso si trovano tra autunno e inverno sulle acque calme del più romantico dei laghi italiani, meta ideale di artisti e scrittori. Una storia che parla di una straordinaria famiglia – quella dei Tallone – di editori e stampatori, poeti e pittori, architetti e costruttori di pianoforti. Un interessante saggio di Roncoroni aiuta a comprendere il contesto nel quale si colloca il racconto dello scrittore di Luino, mentre  le pagine manoscritte restituiscono la prova più genuina del lavoro di Chiara.

Cesare Augusto (“Cesarino”) Tallone, figlio del pittore Cesare e fratello dell’editore Alberto,  apprese il mestiere di liutaio nella fabbrica Fip di Alpignano e poi alla Zari di Bovisio, di cui fu giovanissimo direttore. Gabriele d’Annunzio lo definì “artefice in costruzioni sonore” ed egli divenne accordatore ufficiale del Vittoriale. Perfezionatosi in Germania, negli anni cinquanta iniziò la costruzione dei pianoforti “Tallone” giungendo, dopo dieci anni di studi e sperimentazioni, a produrre il primo pianoforte italiano gran coda da concerto. Grazie al suo infallibile orecchio, la spiccata sensibilità musicale e la perfetta conoscenza dello strumento, fu stimato, fra gli altri, da Ludwig Hofmann, Arturo Toscanini e Arturo Benedetti Michelangeli, che lo volle con sé come tecnico accordatore durante le sue lunghe tournée internazionali. “L’accordatore” è un ulteriore prova dell’impareggiabile istinto e talento narrativo di Piero Chiara, uno degli autori più prolifici e più fortunati della  seconda metà del Novecento.

Marco Travaglini

La rassegna musicale Officina prosegue a Cascina Roccafranca

All’interno della rassegna di musica da camera Officina, nel corso della quale giovani musicisti di talento animano fino a dicembre il palcoscenico di Cascina Roccafranca, si prosegue con un nuovo concerto venerdì 28 novembre, alle 17.
Il programma della rassegna intreccia classico, contemporaneo e jazz, con un’attenzione particolare alla nuova musica: ogni concerto include infatti una prima assoluta, commissionata a otto compositori emergenti provenienti dal Conservatorio Giovan Battista Martini di Bologna.
Il 28 novembre, alle 17, nella Caffetteria Andirivieni di Cascina Roccafranca sarà nuovamente protagonista il gruppo Scatola Luminosa, formato da Riccardo Conti al vibrafono, Enrico Degani alla chitarra elettrica, Dario Bruna alla batteria e Federico Marchesano al basso elettrico e agli arrangiamenti.
Il gruppo proporrà “Experiment in Terror” di Henry Mancini, “Freshly Squeezed” di Angelo Badalamenti, “En y regardant à deux fois da Pièces froides: II Danses de travers” di Erik Satie, “Surf Rider” di Nokie Edwards, “Il jockey della morte” di Andrea Valle, “Wipe Out” di Bob Berryhill, Pat Connolly, Jim Fuller, Ron Wilson, “Three Wishes” di Ornette Coleman, “Street Adventure” di Riccardo Conti, “Blu, Oro, Argento e Bianco” di Francesco Mo, ai quali si aggiunge “Nuage” di Chiara Todeschi, una commissione OFT in prima esecuzione assoluta.
Cantautrice, compositrice e produttrice musicale, Todeschi descrive così il suo brano: “Nuage è il fotogramma evanescente di un fenomeno transitorio quale la formazione delle nuvole e vuole trasportare l’ascoltatore in una dimensione sospesa e ambivalente”.

Cascina Roccafranca – via Edoardo Rubino 45, Torino

Telefono: 011 01136250

Mara Martellotta

Il sogno di Eugen, un ritratto perfetto che arriva dall’Estonia

Guardando tra i film in corsa per i premi finali

Primi giorni di TFF. Una decina di titoli del concorso già alle spalle. Siamo passati indenni in mezzo ad alcuni insulsi, qualcuno dalle troppe pretese, altri inconcludenti, tra le varie cinematografie che ci arrivano da mezzo mondo. Ancora non un panorama – sarà sempre impossibile farlo – di come vada il mondo, del cinema e quello reale, tra desideri di rivoluzioni e bambine cattive che girano per bordelli alla ricerca dei soldi che possano salvare da una maledizione, tra la delinquenza che è al continuo bisogno di denaro facile e che tiene a bada autisti costretti ogni notte a trasportare ragazze, tra illusioni che si disperdono per le strade difficili di qualsiasi età, tra le colpe del destino che possono scombussolare la vita di chiunque, a qualsiasi latitudine: c’è la consapevolezza dell’errore, c’è l’obbligo a campare, a trascinare la propria esistenza e quella degli altri, c’è il grande pianeta del sogno, che pare accogliere tutti, una fuga o un viaggio lontano, da soli o con gli amici, non importa dove, c’è la continua lotta, personale, tra la legge scritta e quella immaginata. C’è un titolo che sinora robustamente convince, arriva dall’Estonia, s’intitola “Mo Papa” e a dirigerlo è una giovane regista, Eeva Mägi, non ancora quarantenne, due anni fa ha dato vita a “Mo Mamma” vincendo numerosi premi, tra cui quello della Fondazione estone come miglior giovane regista. La storia che presenta al TFF è il suo secondo lungometraggio. Chissà se la rivedremo.

Non ancora trentenne, Eugen, che esce di prigione dopo aver scontato dieci anni per la morte accidentale del fratello minore (una tragedia in seguito alla quale la madre è morta suicida), fatica a rimettersi fra la gente e dentro la città. Suo padre, per lui un estraneo colpevole d’averlo abbandonato con il fratello e fatto crescere in un orfanotrofio, oggi ripara orologi, chiuso in quel negozio che è laboratorio e casa (ne esce soltanto per inserirsi nel coro della chiesa, che è tutta luci e gente composta e belle voci), con nessuna volontà di riprendere un misero straccio di rapporto (nel suo cellulare, al suono sotto la voce Eugen, s’inserisce una segreteria che offre le situazioni delle temperature dell’intero paese); poi due amici, Stina e Riko, che non se la passano bene di certo, nella mente e nel corpo. La neve e il mare ghiacciato, le corse in tram, i lavori saltuari necessari a sopravvivere, il timido tentativo a formare una coppia, un gruppo di balordi che lo vorrebbero spingere a rimettersi nel buio di prima, fuggire da tutto e sognare il sole del Brasile: ma ogni cosa è un tentativo, una solitudine, il rapporto principale si sfalda ancor prima d’iniziare, è autodistruzione, è la grande solitudine la notte di capodanno, tra i fuochi d’artificio. E dopo che sarà? I primi silenziosi quindici minuti, le riflessioni, i pochi dialoghi (ma non costruiti sul precipizio del vuoto, come in questi giorni già s’è visto), gli affetti e le urla, la forza del corpo come liberazione, le piccole ribellioni, tutto esce dalla macchina da presa (e dalla scrittura, prima) di Eeva Mägi con grande intelligenza e umanissima partecipazione, cogliendo il trauma e i particolari, i comportamenti, le intenzioni e i deboli risultati, tutto ricavato da esperienze di persone conosciute: “Questo film è per loro. È grezzo, non rifinito, ma profondamente umano: non l’ho fatto in modo meticoloso, ma collaborando in modo autentico con altre persone e condividendo una fede profonda.” Istintivo, urgente, libero, come il suo cinema, che “non ha bisogno di grandi budget o anni di perfezionismo”, io direi anche autenticamente sincero.

E poi? In coproduzione Argentina/Perù, Luciana Piantanida, arrivata anche lei al suo secondo lungometraggio, in 69’ rabbercia la storia di Marlene che si prende cura di una vecchia signora e che trova il tempo, in special modo nelle ore notturne, di girovagare per la città a indagare sulla fine di una vecchia amica con cui da giorni non riesce a mettersi in contatto. La scomparsa parrebbe condurre al macrocosmo delle tante nazionalità, al mondo del lavoro notturno, dei lavori sottopagati, sino a incontrare altre donne che hanno sviluppato dei superpoteri. Si vorrebbe parlare di rapporti tra datori di lavori e badanti, della vecchiaia e della morte, di valori extrasensoriali che arrivano inattesi e anche un po’ ridicoli, il film nella volontà di Piantanida aspirerebbe a essere un poliziesco “ma non ha poliziotti”, o “a suo modo fantastico”, salvo poi correre nel sociale, rivendicando la volontà “di affrontare un tema sociale da una prospettiva il più possibile umana”. Uscire dalla sala e sentirsi colpevole di non aver saputo afferrare da che parte ci volesse portare la regista. Da nessuna?

Fantasiosa anche la ragazzina di dieci anni che – il film ha doppia bandiera slovena e croata – è convinta di poter impedire la morte della nonna entrando nel coro della scuola (che non sia, il coro, un punto di rifugio privilegiato di questi tempi?), padre zoticone e mamma che fa le valige per andare a sentire i propri desideri da altre parti, le compagne di scuola che non sono certo delle beatitudini per tutti i giorni e le insegnanti che tracannano o menano ceffoni. Il film è firmato dalla trentenne o poco più Ester Ivakič, di Nova Gorica, laurea e ulteriori studi e menzioni a rassicurazione nostra, il titolo chilometrico (alla Wertmüller, per intenderci) “Ida che cantava così male che persino i morti si sono alzati e si sono uniti a lei nel canto”: puff! Una solitudine infantile attraverso cui “raccontare quello spazio che si crea tra la leggerezza della vita quotidiana e la presenza silenziosa e dolorosa di una perdita inevitabile”: nulla da ridire sul solito rifugio che da qualche parte dobbiamo pur trovare, questa volta “nell’immaginazione, nel gioco, nella solitudine”, alla ricerca di quella sicurezza che sembra essere negata. Ma come sempre quella ricerca va “riempita”, di azioni, di pensieri, di suggestioni, di dialoghi che lascino all’interno del racconto qualche segno, non lasciata alla troppa discrezione o all’incapacità magari di produrre una affascinante compiutezza.

Nella nostra personale e quotidiana bulimia, ancora eterni temi di ieri e di oggi si rimpallano all’interno di “La anatomìa de los caballos” (produzione Perù/Spagna, lungometraggio d’esordio del peruviano Daniel Vidal Toche. La storia del rivoluzionario Angel, immaginario (?) personaggio del XVIII secolo, che sconfitto dai nemici, si rifugia nel villaggio natale per ritrovarsi proiettato nei monti andini della nostra epoca, brulli e inaccoglienti: accidente misterioso provocato da un meteorite che, cadendo in quei luogo, ha creato un varco tra le due diverse epoche. Per lui, tra lo scalpitìo dei cavalli e il rumore di una locomotiva, ci sarà l’incontro con Eustaquia, che è alla ricerca della gemella scomparsa durante la lotta contro una compagnia mineraria: un incontro che li porta a un’unica domanda: qual è il senso della rivoluzione, oggi, contro cosa e per chi dobbiamo combattere? Potere e prevaricazione hanno colpito e continuano a perseguitare sempre le medesime persone ma vale continuare a combattere. “In Perù, come in tutta l’America Latina, ci sembra di ricominciare sempre dallo stesso punto, intrappolati in un ciclo che non si spezza”, sottolinea il regista: porta avanti le proprie rivendicazione lucidamente, e con mestizia, in certi momenti pare di tornare alle enunciazioni degli attori di Pasolini, ma il tutto, con il frazionamento delle azioni e con il posizionare la macchina da presa in modo inamovibile, dove l’azione si fissa con un sapore primitivo, non giocando di montaggio, si fa fermo e lento, quasi senz’anima, un interessante libro da leggere di cui a fatica si raggiungono le ultime pagine.

Elio Rabbione

Nelle immagini: scene da “Mo Papa” di Eeva Mägi (Estonia), “Ida che cantava…” diretto da Ester Ivakič e “La anatomia de los caballos” di Daniel Vidal Toche.

Leggere come “atto di libertà”

Sarà “Leggere Lolita a Teheran” di Azar Nafisi a contrassegnare la sesta edizione del Progetto “Un libro tante scuole” promosso dal “Salone del Libro”

“In un mondo dove tutto era proibito – i colori, i sorrisi, i libri – leggere diventava un atto di libertà. Nelle nostre stanze chiuse, tra le pagine di Nabokov, Austen, e Fitzgerald, imparavamo a respirare di nuovo, a ricordarci chi eravamo”: sono parole in cui è racchiuso tutta l’opprimente tragicità seguita in Iran alla rivoluzione islamica (1978-’79) con la conseguente presa di potere dell’ayatollah Khomeini e mirabilmente espressa nell’immortale romanzo autobiografico della scrittrice iraniana Azar Nafisi (nata a Teheran, nel 1948, e oggi residente negli Stati Uniti, dove si era rifugiata nel 1997) dal titolo “Leggere Lolita a Teheran”, bestseller mondiale, tradotto in oltre trenta lingue, uscito in Italia nel 2004 – e ripubblicato nel 2007 – per i tipi di “Adelphi”. Opera che celebra la letteratura “come strumento contro i totalitarismi e come atto di coraggio e resistenza”, è l’opera scelta quest’anno dal “Salone Internazionale del Libro di Torino” per la sesta edizione del progetto di lettura condivisa per i giovani “Un libro tante scuole”. Il romanzo, con l’introduzione di Chiara Valerio (scrittrice, editor e direttrice di “Più libri più Liberi”), una nota di Annalena Benini (scrittrice, giornalista e direttrice del “Salone” torinese) e la copertina e l’impostazione grafica curate da Riccardo Falcinelli (art director designer) sarà stampato, entro fine gennaio 2026, in 7mila copie gratuite destinate a studentesse e a studenti, nell’edizione speciale del “Salone” realizzata in collaborazione con “Adelphi”, e andrà ad arricchire la “Biblioteca del Salone del Libro”, insieme ai volumi, selezionati nelle precedenti edizioni del progetto (che vede, come “Main partner”“Intesa San Paolo” e “Gallerie d’Italia”), di Albert Camus, Elsa Morante, Antonio Tabucchi, Emily Brontë e Stephen King.

La lettura del libro sarà inoltre accompagnata da un “podcast” in cinque puntate (e disponibile, a partire dalla primavera, sulle principali piattaforme audio gratuite) realizzato con “Chora Media”, con contributi di diversi voci fra le più autorevoli della narrativa contemporanea, da Marco Missiroli a Cecilia Sala, fino a Elena StancanelliBarbra Stefanelli e Chiara Valerio.

In agenda anche quattro incontri per le Scuole alle “Gallerie d’Italia” , con Barbara Stefanelli (20 gennaio, Milano), Chiara Valerio (22 gennaio, Torino), Elena Stancanelli (5 febbraio, Napoli) e Annalena Benini (12 febbraio, Vicenza); un audiolibro messo a disposizione dalla piattaforma “Storytel” con accessi gratuiti per 7mila giovani utenti e la disponibilità della casa di produzione “Minerva Pictures” a organizzare proiezioni cinematografiche gratuite per le scuole del film omonimo, diretto dal regista Eran Riklis.

D’obbligo, a questo punto, la domanda Quale il contenuto di ‘Leggere Lolita a Teheran’? Il tutto parte nell’anno 1995. Proprio in quell’anno, Azar Nafisi, allora docente di “Letteratura Inglese” all’“Università di Teheran”, fu costretta a interrompere il proprio corso a causa delle pressioni del regime islamico. In risposta, organizzò “incontri clandestini” nella sua abitazione con sette studentesse selezionate, dando vita a un “laboratorio critico e intellettuale in cui la letteratura diventa strumento di libertà”. Nel libro “Leggere Lolita a Teheran”, Nafisi racconta proprio queste lezioni segrete, in cui le giovani donne, libere dal velo e dalla sorveglianza, analizzano opere come “Lolita”“Il grande Gatsby”“Orgoglio e pregiudizio”“Cime tempestose”“Daisy Miller” e “Le Mille e una Notte”. I testi diventano, per loro, chiavi di lettura della condizione femminile in Iran, dove le donne sono private di libertà, dignità e diritti fondamentali. Nel libro Nafisi denuncia il “regime khomeinista” per la sua repressione sistematica, in particolare contro le donne, e propone la letteratura “come forma di resistenza e salvezza”.

Scrive Chiara Valerio nell’introduzione: “C’era una volta, insomma, una cinquantina di anni fa, una stanza dove un gruppo di donne, non amiche, ma curiose, potevano guardarsi negli occhi, ciascuna con le proprie differenze e diffidenze e parlare di libri. Fuori dalla stanza, le donne hanno solo occhi, il resto del corpo è coperto, per legge. Un uomo, l’ayatollah, ha sognato una realtà, e in questa realtà sognata le donne non possono passeggiare con uomini che non siano mariti, padri o fratelli e devono essere coperte dalla testa ai piedi. Non possono stringere le mani a un uomo che non sia parente, nemmeno quando discutono di letteratura in un’aula universitaria. ‘I sogni son desideri di felicità’ cantava – e canta – Cenerentola di Disney. Sì, certo, ma sogni di chi, felicità di chi?, domanda che occorre continuare a porsi. Il regime in cui vive Azar Nafisi e in cui il romanzo si svolge è l’Iran di Khomeini”.

Grazie alla collaborazione con il “Sistema della Formazione Italiana nel Mondo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (MAECI)”, anche quattro Scuole italiane all’estero partecipano al progetto: le scuole statali di Atene e di Barcellona e le paritarie “Aldo Moro” di Bucarest e “G.B. Hodierna” di Tunisi. Per ulteriori infowww.salonelibro.it

Gianni Milani

Nelle foto: Cover “Leggere Lolita a Teheran”; Annalena Benini (Ph. Chiara Pasqualini); Chiara Valerio

“Una cena d’addio” di scena allo Spazio Kairos

 

Ultima esclusiva italiana per la commedia firmata dagli autori francesi del fortunato “Cena tra amici”

 

 

Venerdì 28 novembre alle 21 allo Spazio Kairos, in via Mottalciata 7 a Torino, la compagnia Onda Larsen mette in scena “Cena d’addio”. Si tratta di un testo scritto da Alexandre de la Patellière e Matthieu Delaporte, gli autori del fortunato “Le prenom”, conosciuto in Italia come “Cena tra amici”, che ha riscosso successo sia in teatro sia al cinema.

 

La compagnia torinese ha avuto il testo in esclusiva per l’Italia fino alla fine di novembre 2025: questa è, dunque, l’ultimissima replica per questa fortunata commedia.  

 

Lo spettacolo
Una giovane coppia, Pierre e Clotilde, si rendono conto di passare troppo del loro tempo a fare cose che non sceglierebbero di fare, ma soprattutto a vedere e frequentare persone che, oggi come oggi, non sceglierebbero più di frequentare. E così decidono di darci un taglio: per ognuna delle persone che vogliono lasciare fuori dalle loro vite organizzeranno una “Cena d’addio” per salutare degnamente gli ex amici e lasciare in loro un buon ricordo.

Il loro progetto inizia invitando a cena una coppia di vecchi amici a cui però si presenta solo Antoine e le cose non vanno esattamente come i due avevano immaginato, prendendo una piega a tragicomica, a tratti assurda, paradossale e sicuramente esilarante.

 

Un testo divertente che sa fotografare le coppie e la realtà

Nella società contemporanea la vita spesso si riduce a una serie di impegni da organizzare. Per una coppia borghese il lavoro, l’educazione dei figli, il tempo libero e l’amicizia diventano una concatenazione di appuntamenti da programmare, tutti sullo stesso piano, nell’illusione di avere così un controllo sulle proprie vite apparentemente serene. Proprio per questo frequentare delle amicizie ormai stantie e inutili diventa una perdita di tempo che potrebbe essere dedicato ad altre attività, ma come fare per sbarazzarsi di un amico senza fare cattiva figura? Il miglior modo è organizzare una cena d’addio, una sorta di festa funebre in onore di una ignara coppia di amici che verrà invitata e onorata con tutti i crismi prima di non essere mai più contattata. Questo è il piano di Pierre e Clotilde, una coppia apparentemente solida e comune, senza grossi problemi a parte piccole incomprensioni sotterranee, per sbarazzarsi di Antoine e Beatrice, vecchi amici di estrazione new age e radical chic, in una serata che sarà rivelatrice di sorprese e verità sotterranee. Il salotto piccolo borghese diventa perciò un ring in cui si scontrano tre personaggi, con la moglie di Antoine che aleggia soltanto evocata, in cui più volte i ruoli si ribaltano, i rapporti di forza cambiano, le apparenti differenze si appianano più del previsto, nessuno  conosce se stesso e gli altri quanto credeva, l’apparente moralità si trasfigura in amoralità diffusa, e si fatica a capire per chi parteggiare e dove stia la verità.

 

PERCHE’ “UNA CENA D’ADDIO”, a cura di Onda Larsen

«Abbiamo scelto “Una cena d’addio” perché, come spesso avviene con le commedie francesi, questo spettacolo ha la capacità di saper divertire e apparire leggero, per poi infiltrarsi nelle nostre contraddizioni anche con crudeltà.

Questa commedia è uno specchio: quello che vediamo sulla scena siamo noi, è il nostro mondo che si sgretola, è il nostro individualismo così politicamente corretto che si scontra violentemente con la realtà, con l’umanità, è la nostra natura tragicomica per eccellenza.

In un mondo che sempre di più vive i rapporti umani a seconda della loro utilità e che considera un valore la saturazione selvaggia del proprio tempo, riempiendolo di tutto ciò che “sviluppa” il nostro lavoro, il nostro benessere, la nostra conoscenza, non resta spazio per contemplare, pensare, annoiarsi e conoscersi davvero.

“Una cena d’addio è come un incrocio fra un vaudeville contemporaneo e un dramma d’interno, in cui intervengono gli artifici teatrali come il travestimento, il gioco di parole, la brillantezza dei dialoghi, al servizio di un incontro-scontro di caratteri. La sfida è riuscire a dipanare tutti i fili che partono da uno spunto di partenza semplice ed efficace per riannodarli insieme in una commedia drammatica, a tratti feroce, a tratti giocosa, spesso francamente comica, unendoli in un ordito di divertimento, emozione e riflessione al tempo stesso».

 

LO SPETTACOLO

di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte
con Lia Tomatis, Riccardo De Leo, Gianluca Guastella
regia Andrea Borini

Lo spettacolo fa parte della rassegna organizzata da Onda Larsen, compagnia teatrale torinese che, dal 2008, produce spettacoli, organizza rassegne e “(per)corsi di teatro” per grandi e piccini, con il sostegno di Fondazione Crt sviluppo e risorse ed Eppela. Partner dell’iniziativa sono Arci Torino, Torino Fringe Festival, C.ar.pe e Taffo.

Informazioni: 3514607575 (anche whatsapp),  biglietteria@ondalarsen.orgwww.ondalarsen.org.

Ingresso riservato ai soci Arci: se ci si tessera in loco, il biglietto del primo spettacolo è a 6 euro.
Spazio Kairos apre un’ora prima degli spettacoli. I biglietti si possono comprare online su www.ticket.it.
Intero: 12 euro. Ridotto (universitari, over 65, TAT, CRAL, carta giovani, abitanti circoscrizione 6, AIACE): 10 euro. Under 18 e persone con disabilità: 8 euro. Ridotto Comitiva (acquisto minimo di 6 biglietti per la stessa serata: 48 euro. Abbonamento “Onda” con 4 spettacoli a scelta: 32 euro.

Il Vino di Sofia. La contessa di Bicherasio e l’Albarossa di Uviglie Monferrato

Laura Brezzi Caponetti racconta la storia di Sofia Cacherano di Bicherasio in un luogo iconico dove siintrecciano vite, invenzioni e un vino che racconta un’epoca in fermento.

Sabato 22 novembre nello scenario unico della Galleria Subalpina di Torino, ospitati da una delle Librerie piu’ belle del mondo, La Luxemburg, e’ stato presentato il libro di Laura Brezzi Caponetti Il Vino di Sofia.

Nel Castello di Uviglie, tra le colline morbide del Monferrato, si muove ancora l’ombra raffinata di Sofia Cacherano di Bicherasio, protagonista del libro. La sua figura attraversa un tempo di straordinarie trasformazioni: l’Italia tra fine Ottocento e inizio Novecento, quando la modernità accelera, la scienza trova nuove strade e la cultura si rinnova con slanci visionari. Nella sua vita si specchia un mondo in movimento, fatto di persone che hanno inciso profondamente nella storia del Paese. “Non c’erano molte tracce della contessa” racconta l’autrice” “ricostruire la sua storia e’ stato un grande lavoro che e’ durato piu’ di un anno”. Effettivamente la storia di Sofia non e’ molto conosciuta, ma finalmente con questo libro si porta alla luce la sua intensa  e sostanziosa esistenza e libro la racconta di lei con quelladelicatezza che non toglie nulla al suo peso storico.

Attorno alla contessa ruotano figure decisive: il fratello Emanuele, uno dei fondatori della futura FIAT, idealista irrequieto e simbolo di un’Italia che sogna velocità e progresso; Federico Caprilli, rivoluzionario dell’equitazione, capace di trasformare la relazione tra cavallo e cavaliere in un gesto moderno; Leonardo Bistolfi, scultore simbolista che porta nelle sue forme morbide lo spirito dell’epoca, ma anche Riccardo Gualino, imprenditore e mecenate, incarnazione della borghesia creativa che sta ridisegnando il Piemonte. Sono presenze che non fanno da sfondo, ma danno profondità al ritratto di una donna capace di muoversi con naturalezza tra arte, tecnica e vita quotidiana.

È in questo contesto che nasce, grazie all’enologo Giovanni Dalmasso” l’idea dell’Albarossa, un vino che parte da un’intuizione: unire l’eleganza dei vitigni piemontesi con la forza più antica delle colline. A Uviglie, questa visione trova una casa speciale: la cava sotto il castello, scavata nei secoli e trasformata in cantina naturale, diventa un luogo quasi simbolico: un cuore di pietra dove temperatura e umidità restano costanti e dove il vino può maturare lentamente. Non è solo un dettaglio architettonico, ma una metafora della stessa Sofia: radicata nella tradizione, capace però di accogliere la novità con intelligenza e misura.

La nascita della moderna enologia fa da cornice al racconto. Sono anni in cui il vino smette di essere soltanto un prodotto agricolo per diventare oggetto di studio, ricerca e cultura. La scienza entra nelle cantine, le tecniche si affinano, la qualità diventa un obiettivo condiviso. Anche Uviglie partecipa a questo fermento: la gestione delle vigne si rinnova, la cantina nella cava diventa un laboratorio naturale, il vino un’espressione identitaria del territorio.

Il vino di Sofia è un affresco che intreccia biografia, storia, invenzioni e paesaggio epocale. Racconta la forza discreta di una donna che ha saputo comprendere il proprio tempo e attraversarlo con grazia; restituisce al Monferrato il ruolo di luogo fertile, capace di trasformare intuizioni in materia viva: un vino che ancora oggi parla di lei e di quel mondo che cambiava correndo verso il futuro.

Maria La Barbera

Quando s’andava in tram da Intra a Omegna

Per più di tre decenni, dal 1910 al 1946, era possibile raggiungere il lago d’Orta dal lago Maggiore viaggiando comodamente in tram. Questo grazie alla tramvia Intra-Omegna, linea a scartamento normale  che copriva il tragitto di venti chilometri con nove fermate ed era gestita dalla Savte, la “Società Anonima Verbano per la Trazione Elettrica”. Il materiale rotabile era stato ricavato dalle motrici usate per la ferrovia sopraelevata costruita per l’Esposizione del 1906 di Milano, che collegava – a sette metri d’altezza e per poco più di un chilometro e mezzo – le due aree principali: il Parco Sempione e la Piazza d’Armi (l’attuale zona Fiera). Infatti, terminata l’Esposizione che – in omaggio al traforo del Sempione, inaugurato l’anno prima – era stata dedicata ai trasporti, gran parte di quel  materiale venne acquisito dalla Savte che aveva in programma l’ambizioso progetto della tranvia tra i due principali centri del Cusio e del Verbano.

Impresa di tutto rispetto che, divisa in vari tronchi , si concretizzò  nel giro di alcuni anni. Il progetto iniziale prevedeva un collegamento tra la stazione ferroviaria di Fondotoce e la città svizzera di Locarno. Vari enti, tra cui la Banca Popolare di Intra, s’impegnarono dal punto di vista finanziario ma il progetto venne ripensato, realizzandolo solo parzialmente e con grande ritardo, tra Pallanza a Fondotoce. La tranvia fece il suo primo viaggio su questo tragitto il 16 Ottobre 1910. Ma si trattava , come scrissero i giornali dell’epoca, dell’attuazione “di una minima parte del grandioso programma che la Spett. Società Anonima Verbano ha tracciato e si ripromette di esaurire non oltre l’autunno prossimo“. In realtà, il secondo tratto fino ad Omegna fu aperto nel gennaio del 1913 e , successivamente, furono posati i binari per il proseguimento da Pallanza all’imbarcadero di Intra. L’ipotizzato prolungamento fino a  Cannobio, a ridosso del confine con l’elvetico Canton Ticino, non fu però mai realizzato. La giornata della tranvia era articolata con 22 coppie di corse tra i due capolinea e alcune limitate al segmento Gravellona – Omegna. Nel ’39 la Savte si rese conto della necessità di operare un restauro delle infrastrutture e dei tram, ma lo scoppio del secondo conflitto mondiale rese impossibile la fornitura dei materiali per la necessaria manutenzione. Terminata la guerra i problemi legati al funzionamento della tranvia si palesarono in tutta evidenza e la Savte immaginò di abbandonarla per privilegiare il trasporto su strada. Fu ipotizzata la trasformazione in filobus, ma la linea venne definitivamente chiusa nei primi anni’50, sostituendola “in via provvisoria” con il trasporto automobilistico. E, come tutte le cose provvisorie, la scelta della “gomma” diventò definitiva e segnò il tramonto della tranvia. Le uniche rotaie su cui sferragliarono ancora dei convogli fino ai primi anni ‘80, seguendo il vecchio tracciato per un breve tratto, collegarono la ferriera  omegnese della Pietra, ex Cobianchi, alla stazione ferroviaria di Crusinallo.

Marco Travaglini