SOMMARIO: Quando il Pli torinese era molto forte, ma poco incisivo – Piero Fassino – L’Iran brucia – Lettere





LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com







LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com


1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi
Sto proponendo, in questa serie di articoli, una breve ricostruzione storica delle vicissitudini della nostra bella Torino. In questo articolo nello specifico, desidero soffermarmi sul momento di massimo splendore che vede l’urbe pedemontana tramutarsi da cittadina basata sull’antico “castrum” romano in una vera e propria capitale regionale; nella seconda parte del Cinquecento, i diversi membri della famiglia Savoia, i signori torinesi per eccellenza, ordinano a diversi artisti una serie di interventi urbanistici che modificano definitivamente l’aspetto della città, rendendola un gioiello barocco invidiato e osservato da tutta la regione.
Sono questi gli anni del primo effettivo ampliamento territoriale, opera nella quale si inseriscono i grandi nomi dell’architettura barocca italiana: Ascanio Vittozzi, Carlo di Castellamonte e suo figlio Amedeo, Guarino Guarini, Filippo Juvarra, Benedetto Alfieri e Bernardo Antonio Vittone. Il lavoro di tali immense personalità fa emergere la nuova anima della città, adeguandola al ruolo di protagonista assoluta del Regno sabaudo.
Molti dei tratti architettonici assunti nel lontano Seicento sono ancora oggi ben visibili, passeggiando per le vetuste vie ci si imbatte in palazzi caratterizzati dalla monumentalità delle forme, piazze dall’impianto fortemente scenografico, giardini adorni di fontane e giochi d’acqua e, se si alza lo sguardo verso il cielo, grandiose cupole che si stagliano all’orizzonte. Non c’è dubbio, la nostra bella Augusta Taurinorum ancora sa risplendere del suo fascino sempiterno.
Tuttavia, come sempre, mi piace andare per ordine e definire dapprima il contesto.
Dal 1563, grazie alla decisione del duca Emanuele Filiberto, Torino diviene sede ufficiale della famiglia sabauda, tale scelta influisce grandemente sulla sorte dell’urbe pedemontana, che passa dall’essere prima un “semplice” avamposto, poi una vera e propria capitale regionale e infine, nel glorioso periodo cinquecentesco, verrà considerata cuore pulsante dell’intero Stato sabaudo.
Tale passaggio di status accelera non di poco la crescita della città: parimenti all’aumento demografico si promuovono gli interventi, sia politici che architettonici, fervidamente voluti dai Savoia.
L’assetto strutturale di Torino è ormai gerarchico, esso rispecchia l’ordine sociale secondo cui il potere si acquisisce per nascita, come testimonia la corte nobiliare che si accerchia sempre più intorno alla figura del monarca. È opportuno tuttavia sottolineare come in realtà i sovrani non fossero dei veri “desposti”, essi a loro volta dovevano comunque sottostare alle leggi dello Stato, perseguendo l’alto e specifico obiettivo di amministrare la giustizia, perseguendo il difficile scopo di mantenere l’ordine sociale, anche tenendo in considerazione i principi divini.
Col tempo i Savoia, anche grazie ai loro ministri e ai loro burocrati, riescono a rendere sempre più “illuminata”la struttura del governo torinese, rifacendosi ai dettami dell’Anciem Régime.
Ciò che è bene sottolineare è altresì la scelta della famiglia sabauda di non limitarsi ad interventi politici ed amministrativi, ma anche –soprattutto- a livello estico-costruttivo sul territorio: Torino viene costantemente ampliata, rafforzata e abbellita; inoltre è evidente come al nuovo aspetto corrisponda l’importanza simbolica dei luoghi, infatti alla giovane capitale vengono affidate diverse “funzioni chiave”, essa è sede degli uffici del governo, ossia domicilio dell’autorità politica, nonché residenza della base militare dello Stato.
Il potere monarchico, solido e ben definito, si riflette nell’omogeneo assetto urbanistico e nell’impianto stradale che regola e suddivide i diversi quartieri, l’ordine urbanistico si fa simbolo dell’ordine politico che lo Stato vuole instillare all’interno dei propri domini.
La partecipazione dei Savoia è più che attiva nel frangente costruttivo, la famiglia promuove una sistematica opera di ampliamento e modifica del primigenio impianto medievale, attraverso la costruzione di palazzi estrosi ed eleganti, che fanno da contrappunto al rigore stradale. Torino nel tempo si trasforma in una capitale barocca, le cui tracce sono tuttora ben visibili nel centro della città.
Si pensi ad esempio ad uno degli edifici simbolo della città: Palazzo Reale. Qui il barocco si mescola al rococò e al neoclassico, la facciata principale è esempio tipico del barocco aulico piemontese, così come lo sono l’eleganza delle decorazioni esterne ed interne alle varie sale.
Vi è poi la peculiare Chiesa di San Lorenzo, edificata a metà Seicento dal maestro Guarino Guarini per commemorare la vittoria di Emanuele Filiberto nella battaglia di San Quintino in Piccardia. L’ambiente interno si presenta ricco di marmi policromi, adorno di cappelle concave e convesse, così come vuole il gusto barocco, che esalta il ritmo della linea curva; l’illuminazione è data da un preciso e puntuale gioco di luci, tutto basato sullo sfumare dalla zona d’ombra dell’ingresso, verso il chiarore che aumenta con il sollevarsi dello sguardo; esaltano l’effetto gli oculi che bucano le pareti.
L’elemento caratteristico dell’edificio è la cupola a costoloni, osservandola si evince anche la genialità costruttiva del Guarini, il quale attraverso l’incastro dei costoloni costringe il visitatore a guardare verso l’alto, unica direzione perseguibile per trovare la salvezza divina.
Palazzo Madama invece deve la sua ristrutturazione allo Juvarra: cuore dell’intervento è lo scalone d’ingresso, tutto stucchi e marmi, costantemente illuminato dalla luce che si irradia dai grandi finestroni.
Ancora un esempio, Palazzo Carignano, situato nel centro di Torino e progettato dal Guarini, presenta la facciata principale curvata dall’alternanza di parti concave e convesse, il ritmo rispecchia i dettami del gusto barocco, così come lo fanno le particolari decorazioni interne, gli elaborati affreschi e gli stucchi sontuosi.
A segnare l’inizio di questo nuovo periodo, così glorioso e florido per la città di Torino, è il trattato di Cateau-Cambrésis (3 aprile 1559). Il documento non solo sancisce la fine delle guerre che avevano devastato la penisola fino ad allora, ma ripristina la sovranità del duca Emanuele Filiberto di Savoia sui propri domini. Quest’ultimo porta avanti una serie di interventi volti appunto a sottolineare l’importanza della nuova capitale: non più Chambéry ma Torino. Il duca individua come sua dimora, e sede della corte, Palazzo dell’Arcivescovado, edificio che viene così ampliato e modificato; Emanuele ordina poi la costruzione di una cittadella all’estremità sud-occidentale della città che cambia drasticamente il tessuto urbano, la nuova fortezza ha certo funzione difensiva ma essa deve anche simbolicamente rappresentare l’autorità ducale.
A livello politico Emanuele ricostituisce la Camera dei Conti e l’Alta Corte d’Appello francesi rinominandole Senato piemontese e facendo di esse le principali istituzioni del governo.
Per incrementare l’economia cittadina il duca promuove diverse attività, tra cui la piantumazione dei gelsi e la produzione di seta.
In sintesi sono principalmente due i fatti fondamentali che definiscono il nuovo status torinese: il ripristino delle attività dell’Università (1560) e il trasferimento nell’urbe della Sacra Sindone (conservata a Chambéry per più di un secolo). Torino è così anche custode e guardiana della santissima reliquia, il prestigio della città e – di conseguenza- della famiglia sabauda non si possono più mettere in discussione.
A Emanuele Filiberto succede Carlo Emanuele I (1580).
Sono anni turbolenti per il nuovo regnante, eppure Torino continua a prosperare; sotto Carlo la città si trasforma in una delle corti più raffinate d’Europa, il principe ama gli sfarzi, è mecenate di artisti e letterati, tra cui il poeta Giambattista Marino, il filosofo Giovanni Botero e il pittore Federico Zuccaro, autore delle decorazioni presenti nella galleria tra Palazzo Ducale e il vecchio castello, destinata alle curiosità e alle opere d’arte del duca.
Il gusto di Carlo per organizzare celebrazioni di vario genere porta alla costruzione di un grande spazio adibito alle cerimonie di fronte a Palazzo Ducale, il processo di edificazione inizia nel 1619 in occasione delle nozze della principessa Maria Cristina, figlia di Enrico IV di Francia. Per tale evento è inoltre aperta una porta nelle mura a sud (chiamata Porta Nuova), viene in seguito progettato una sorta di corridoio che congiunge Palazzo Ducale e Piazza Castello (attuale via Roma), a metà di tale passaggio è aperta una piazza (attuale piazza San Carlo). Carlo affida il cospicuo progetto del nuovo assetto cittadino a degli architetti esperti, che costituiscono il “Consiglio per l’edilizia e le fortificazioni”. I nuovi quartieri, definiti da residenze aristocratiche ben diverse da quelle presenti nel centro storico, non sono ideati per essere delle “vere abitazioni”, bensì per rendere la capitale preziosa, maestosa ed elegante.
Carlo Emanuele II ordina un ulteriore ampliamento urbanistico, seguito da un terzo progetto, sostenuto e terminato poi da Vittorio Amedeo II; quest’ultimo intervento rappresenta la fase conclusiva di ampliamento cittadino, dopo gli architetti si dedicheranno ad abbellire le antiche strutture preesistenti, rendendole moderne e lineari; si intraprenderanno poi diversi lavori volti a ristrutturare le strade principali, tra cui l’attuale via Garibaldi.
Caratterizza invece l’epoca settecentesca il completamento di diverse residenze nei dintorni di Torino, tra cui le ville nei parchi Mirafiori e Regio Parco e la dimora di Venaria Reale, poi completamente riassestata da Filippo Juvarra, uomo di fiducia di Amedeo II; all’architetto messinese si devono i lavori di modifica del Castello di Rivoli, la costruzione del mausoleo di Superga e la residenza di caccia di Stupinigi.
Nello specifico, la Reggia di Venaria, tuttora considerata un capolavoro d’architettura, si presenta come un’imponente struttura circondata da ampi giardini, ricchi di aiuole, fiori, piante, vanta numerosi esempi d’arte barocca, quali la Sala di Diana, la Galleria Grande, la Cappella di Sant’Uberto, le Scuderie Juvarriane, la Fontana del Cervo e le numerose decorazioni presenti in tutta la struttura. L’edifico è parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1997.
La scenografica palazzina di caccia di Stupinigi, situata alle porte di Torino, ha un corpo centrale ampio, a pianta ellittica, a cui si accede attraverso un maestoso viale affiancato da giardini. Cuore pulsante della struttura è il salone ovale, affrescato da dipinti che si rifanno all’arte venatoria; dal salone si dipartono a croce di Sant’Andrea quattro bracci che conducono agli appartamenti reali e a quelli degli ospiti.
A fine Settecento anche l’anello satellite costituito da tali residenze testimonia il potere e la gloria della famiglia sabauda.
Figura essenziale del XVIII secolo è Vittorio Amedeo II, il quale si dedica principalmente alle riforme interne: egli riorganizza la burocrazia, istituisce diversi dipartimenti con ambiti di competenza ben distinti; per ospitare tali istituzioni vengono edificati lungo il lato settentrionale di Piazza Castello una serie di uffici comunicanti con Palazzo Reale (un tempo detto Ducale). Accanto a tale struttura viene innalzato un palazzo per gli Archivi di Stato (il primo edificio edificato appositamente per questo scopo in tutta Europa); nel 1738 iniziano i lavori per annettere alle costruzioni preesistenti un teatro lirico a uso esclusivo della nobiltà. La zona adiacente Palazzo Reale è quindi il regno della corte e assume un carattere distinto non solo dal punto di vista architettonico ma anche sociale.
Amedeo II riforma anche l’ateneo, precedentemente chiuso a causa della guerra con i francesi; il re ottiene il controllo dell’Università e la trasforma in una istituzione regia volta a formare futuri uomini di governo, professionisti o ecclesiastici. L’ateneo riformato sorge vicino ai nuovi uffici governativi, apre le porte agli studenti nel 1720, ed è articolato in tre facoltà: Legge, Medicina, Teologia, ( a partire dal 1729 è presente anche l’indirizzo di Chirurgia).
Alla nuova istituzione è affidato il compito di gestire il sistema scolastico dell’intero Piemonte.
A Vittorio Amedeo II si deve il rivoluzionario passo di creare quello che può essere considerato il primo sistema scolastico laico dell’Europa cattolica, sottraendo così il primato dell’istruzione ai religiosi. L’Università è ora il dicastero responsabile dell’istruzione. Sotto Amedeo opera Juvarra, uno dei grandi maestri del barocco, formatosi a Roma come architetto e scenografo. Le sue costruzioni hanno tutte una chiara impronta scenografica, che risponde alle esigenze dei committenti e all’intento di celebrare la grandezza della capitale. Juvarra progetta chiese e facciate di palazzi, come per esempio quella di Palazzo Madama, che dà a piazza Castello una perfetta e nuova prospettica architettonica. Oltre Juvarra anche Guarino Guarini è uno dei protagonisti indiscussi che trasformano la città in un gioiello barocco. Guarini realizza la Chiesa di San Lorenzo, la Cappella della Santa Sindone e Palazzo Carignano, dando vita a eccentrici modelli architettonici divenuti modelli da imitare per gli artisti successivi. Il lavoro di questi architetti è ammirato dai visitatori e l’influenza delle loro opere presto si estende ben oltre i confini piemontesi: è grazie a loro se Torino da anonimo centro provinciale si tramuta in maestoso esempio di architettura barocca e pianificazione urbana. È grazie a loro se ancora oggi possiamo passeggiare per la città con lo sguardo incantato, attraverso l’eterna bellezza dell’arte.
Alessia Cagnotto
Per la stagione “Iperspazi” del cartellone condiviso di FTT-Fertili Terreni Teatro, da venerdi 16 a martedì 20 gennaio andrà in scena, in prima nazionale, a San Pietro in Vincoli , lo spettacolo “Il borghese gentiluomo”, progetto Crack 24, per una produzione A.M.A. Factory, interpretato da Alessandro Cassutti, Agnese Mercati, Federico Palumeri, Stefano Paradisi, Elia Tapognani, con la regia di Lorenzo De Iacovo. Primo degli incontri della rassegna “Alt più spazio”, approfondimenti di tre spettacoli in stagione realizzato dai ragazzi e le ragazze del collettivo Sampietriny, domenica 18 gennaio, dalle ore 16.30 alle 18, a ingresso libero su prenotazione, negli spazi di San Pietro in Vincoli è in programma l’evento dal titolo “Chè successo?”, dibattito in compagnia degli artisti di Crack 24 per riflettere sui temi dello spettacolo “Il borghese gentiluomo”. In che modo la ricerca del successo pervade le nostre vite ? Che cosa siamo disposti a fare per perseguirlo ? Cosa possiamo sacrificare per veder realizzato un sogno ? Queste sono alcune delle domande portate all’attenzione del pubblico della riscrittura molieriana, che i giovani sampietriny faranno proprie per un incontro/dibattito aperto in cui gli spettatori potranno confrontarsi con gli artisti.
L’adattamento di un classico del teatro come “Il borghese gentiluomo”, si sviluppa nella direzione della commedia, riservando da un lato molto rispetto al testo originale, dall’altro arricchendo la partitura drammaturgica con scene tratte dal “Malato immaginario”. Si tratta di una scelta ponderata e assolutamente non casuale, motivata dal fatto che alcune scene del “borghese”, a partire dagli sviluppi del tema turco, risultano aggiunte successive dallo stesso autore, su richiesta di Luigi XIV, assecondando la modifica a commedia-balletto. Da queste premesse, l’obiettivo della compagnia è quello di mettere in luce il testo che Moliére aveva immaginato in origine, partendo da impianto e struttura delle sue grandi commedie di costume (Tartufo, Il misantropo, Don Giovanni), e al tempo stesso restituendo una versione fedele alla maturità della sua scrittura. Tema guida dell’adattamento sarà l’ossessiva scalata verso il successo, conservando il linguaggio di Moliére senza forzarlo verso un’eccessiva lettura contemporanea, che ridurrebbe il testo a semplice cronaca. La stessa parola “nobiltà”, termine centrale nel testo originale, arriva ad assumere valenze multiple, rivelandosi specchio delle nostre relazioni sociali e della società in cui viviamo. In estrema sintesi, il progetto punta a interrogare il contesto contemporaneo con le parole di Moliére, eredità che ci porta a considerare quanto tutto sia così vicino. Oggi, come allora, il singolo si muove in un mondo pieno di ricchezze, non solo materiali, restando intrappolato in una costante sensazione di inadeguatezza: la nostra è una continua ricerca a d’approvazione nello sguardo degli altri, poco importa se sconosciuti, incuranti di venire travolti da una bulimia di like.
La protagonista sarà Madame Jourdain, donna alla costante ricerca della perfezione, mentre Cleonte rappresenterà un carattere al cui interno sono riassunti il ruolo di fratello legatissimo alla giovane Jourdain e gli originali personaggi della moglie e della figlia. Da ultimo Dorimeme si trasformerà nell’essenza stessa del successo, assumendo un ruolo di maggiore fonte di ispirazione rispetto all’originale. Questo ribaltamento di genere e prospettiva, vedrà Jourdain di Moliére in tutta la sua genuina ricerca della felicità assumere le fattezze di una donna perennemente inadeguata, ogni giorno impegnata nell’affannosa ricerca a di immagini irraggiungibili, cercando il successo solo per poter essere finalmente guardata. Depositari di un approccio alla vita felicemente fallimentare, sarà capace di scuotere le coscienze e commuovere servendosi della risata come strumento di collettiva riflessione. Nel cuore di una società ossessionata dalla performance, il tutto si basa su una frenetica corsa all’automiglioramento. In questa affannosa ricerca, Jourdain sacrifica la propria felicità e consuma chi le sta vicino, mentre il successo rimane un orizzonte irraggiungibile. Lo spazio scenico è caratterizzato da una tensione costante tra il basso e l’alto, metafora e contrasto tra borghesia e nobiltà, tra punto d’origine e luogo d’arrivo. La scena è volutamente nuda, abitata da elementi essenziali , quali una poltrona o alcune sedie, che la trasformano in un luogo sospeso. Da questo spazio, i protagonisti guardano verso l’alto, verso una luce che filtra distorta dalla superficie dell’acqua e che nutre il loro desiderio di emergere. Da qui l’idea di una struttura sospesa che evoca la struttura di una superficie su cui si proiettano i sogni e le speranze di Jourdain. Si sentono voci provenire dall’alto, si respira l’aria rarefatta respirata dai nobili.
Biglietti: intero 13 euro se acquistato online – 15 euro in cassa la sera dell’evento – resta la possibilità di lasciare il biglietto sospeso tramite donazione online o con satispay, e di entrare gratuitamente per alcuni under 35 grazie ai biglietti messi a disposizione grazie alla collaborazione con Torino Giovani. I biglietti si possono acquistare sul sito www.fertiliterreniteatro.com.
Mara Martellotta
Al Gioiello, soltanto sino a domani 11 gennaio
Ettore Petrolini non fu soltanto l’inventore, tra teatro e cinema, di personaggi cresciuti nella sua Roma o di macchiette che vedevano la luce sui palcoscenici dei cafè chantant di inizio Novecento, Gastone o Nerone, Fortunello o Giggi er Bullo, di una caustica ironia che colpiva ovunque (“bisogna prendere il denaro dove si trova: presso i poveri. Hanno poco, ma sono in tanto”), di parodie che attingevano dalla lezione classica per atteggiarsi alla comicità del nuovo autore (“Oh! Margherita” dal “Faust”), non fu soltanto il compositore e il cantante di “Tanto pe’ cantà” o l’autore con illustri colleghi dei versi maltusiani (“Petrolini è quella cosa/ che ti burla in ton garbato, poi ti dice: ti à piaciato? se ti offendi se ne freg”); a Petrolini non si devono soltanto i nonsense o la camuffata critica al regime che usciva fuori dal suo “Nerone” e dalla tiritera di “Grazie” e “Prego” che s’alternava tra il personaggio e il pubblico (anche se lui fu un fascista della prima ora), non fu soltanto l’autore che guardò ai Futuristi e l’uomo che si definì “estetico, asmatico, sintetico, simpatico, cosmetico”, o quello che a poche ore dalla morte ebbe a dire, ultimo graffio: “Che vergogna morire a cinquant’anni”. Questo e molto altro è stato Petrolini. È anche stato l’autore di una commedia bella e intima, dolce e amara, triste e divertente, “Chicchignola” (1931, ai teatri Argentina e Quirino, l’anno successivo venne portata a Parigi), che a fine anni Sessanta un applauditissimo Mario Scaccia riportò in scena, un successo alternato con molti altri per dieci lunghi anni e che oggi Massimo Venturiello porta – un altro vero successo, forse al nord di nicchio, per cui spiaceva veramente la sera della prima vedere uno scarso pubblico, che tuttavia ha ripagato la compagnia di risate e di applausi fuori misura – in tournée, in questi giorni al Gioiello (ultima replica domenica 11).
C’è modernità in questo testo e la bellezza variopinta della scrittura di un grande autore in un testo che si potrebbe definire “la tragedia di un uomo ridicolo”. Ma che ridicolo non è. C’è un carattere che travalica i confini della nazione, occupa altri paesi, senza la fatica dello spazio e del tempo. C’è la regia esatta di Venturiello, chiaramente anche interprete che s’arricchisce di gag e di occhi stralunati, che si costruisce a personaggio immenso, una regia che ritma lo spettacolo con un umorismo e di quel che non sciupa di eros casereccio e di un bel bagaglio di canzoni. Qualcuno ha detto la più bella commedia di Petrolini ed è probabilmente vero, con quel Chicchignola che ha perso il posto al ministero e s’ingegna nella vita e per la vita a girovagare per le strade della capitale con il suo carretto, a cui stanno appollaiati quei “giocarelli e palloncini” che lui costruisce e cerca poi di vendere. Una filosofia di vita (“il pensiero è l’unica proprietà, il resto non è mai completamente nostro”), la scoperta – anche qui – di un linguaggio nuovo, fatto di neologismi e inattese deformazioni della parola, invenzioni linguistiche che ancora oggi portano alla risata, una relazione con l’amante Eugenia che lo tradisce con Egisto, il migliore amico di Chicchignola, pizzicagnolo, portafoglio a fisarmonica per i soldi che fa con salumi e formaggi. Chicchignola sa, ha pirandellianamente capito il gioco (“questo vallo a dire a Pirandello”, cercherà ad un certo punto il protagonista il suo fil rouge con l’autore siciliano), anche lui è una sorta di Leone Gala, più popolare, nostrano, arrendevole ma non troppo, ma con il ragionamento altrettanto agguerrito. A Eugenia svelerà la dabbenaggine e la vigliaccheria di quello che fino a poco tempo prima gli è stato amico: e con distacco guarderà al tradimento di lei.
Nella duplice scena di Alessandro Chiti agisce, con il protagonista che si mostra davvero padrone di quell’essere umano in tutte le sue sfaccettature, un ottimo gruppo di attori, da Maria Letizia Gorga a Franco Mannella, da Claudia Portale a Elena Berera, tutti da segnalare, da successo incondizionato, anche splendide voci che piace apprezzare. Un successo che è stato sottolineato il 10 novembre quando, alla Camera, è stato conferito a Venturiello il Premio Petrolini, a rimarcare il legame che corre tra l’autore di ieri e l’attore di oggi.
Elio Rabbione
Il Bastion Verde di Torino, anche chiamato “degli angeli” è un luogo dove la storia militare si fonde armoniosamente con la bellezza naturale. Situato all’interno dei Giardini Reali di Torino, è una delle ultime testimonianze di quella che fu la consistente cinta fortificata della città, oggi trasformata in un’area di svago e relax, ma che conserva ancora tutto il fascino della sua origine: 800 metri lineari di mura a pochi passi dal Palazzo Reale progettato dal geniale architetto cinquecentesco Ascanio Vitozzi. Il suo nome deriva dal fatto che Vittorio Emanuele II lo fece dipingere di verde e ricoprire di edera, in omaggio a sua moglie.

Il Bastion Verde è parte del sistema difensivo che, a partire dal XVII secolo, venne costruito Per proteggere Torino dalle invasioni. La cittadella fortificata, che comprendeva bastioni, mura e torri, si estendeva lungo le colline che sovrastano il fiume Po e rappresentava uno degli esempi più significativi della fortificazione barocca in Italia. Torino, allora capitale del Ducato di Savoia, aveva una posizione strategica e un apparato difensivo che rispondeva alle esigenze di protezione contro minacce provenienti sia da sud (dalla Francia) che da altre direzioni. Come gli altri bastioni della città, faceva parte di una serie di fortificazioni che vennero realizzate tra il 1668 e il 1700, con il progetto di Amedeo di Castellamonte, uno degli architetti più influenti dell’epoca. La struttura doveva garantire un buon punto di osservazione e difesa, ma allo stesso tempo integrarsi nel contesto urbanistico e paesaggistico che Torino stava sviluppando. Oggi, il bastione è circondato da un ampio parco verde che ne attenua la severità militare originaria, donando al sito un aspetto più accogliente e rilassante, ma senza perdere la sua forte identità storica. Con il tempo, le funzioni militari del Bastion Verde sono venute meno e l’area ha subito un processo di recupero e valorizzazione che ha permesso di restituirla alla cittadinanza come un parco pubblico ben curato, dotato di panchine, vialetti e ampie zone ombreggiate che rendono l’area perfetta per passeggiate e relax. L’elemento più interessante del parco è la sua capacità di mescolare il verde con la storia. Una delle caratteristiche più apprezzate del Bastion Verde è la sua posizione sopraelevata rispetto alla città. Dal bastione, infatti, si gode di una vista spettacolare su Torino e sulla collina torinese che si estende dalle Alpi all’orizzonte, con una prospettiva che lo rende un luogo privilegiato per osservare la città dall’alto, in particolare al tramonto, quando la luce dorata avvolge il panorama.
Sarà un viaggio tra armonie luminose e contrasti espressivi, quello che l’orchestra Filarmonica di Torino propone per il prossimo appuntamento concertistico intitolato “Dolci carezze”, in programma il 13 gennaio 2026, alle ore 21, presso il Conservatorio Verdi di Torino. Sul palco il primo violino Sergio Lamberto , in veste di maestro concertatore, guiderà l’orchestra affiancato dalla violoncellista Erica Piccotti, una delle giovani stelle della stagione “One Way Memories”. Talento precoce, premiata in numerosi concorsi internazionali, nel 2020 e stata Young Artist of the Year agli International Classical Music Awards. Picciotti svolge una intensa attività concertistica in Italia e all’estero. Insieme esploreranno un ologramma che unisce l’eleganza del classicismo viennese a una sorprendente incursione nella musica contemporanea. Il concerto si aprirà con la giovanile Sinfonia n.5 in si bemolle maggiore K22 di Mozart. Composta a soli 9 anni, mentre Mozart si trovava a l’Aia durante il gran tour della sua famiglia, l’opera è un distillato di freschezza e grazia che introduce l’ascoltatore nelle armonie pure e leggere del Settecento. A creare un audace e intenso contrasto, l’orchestra di Erica Piccotti eseguirà Hell 1 per violoncello e archi di Giovanni Sollima, tratto da Songs from the Divine Comedy. Questo brano, ispirato alla Divina Commedia di Dante, rappresenta un momento di espressione vivida e contemporanea, portando in secca sonorità ricche di pathos e forza drammatica, un linguaggio espressivo e senza filtri che dialoga con la classicità attraverso l’intensità emotiva. Il percorso prosegue con due capolavori di Haydn. La Piccotti tornerà sul palco per il Concerto n.2 in re maggiore per violoncello e orchestra Hob VIIb:2, uno dei concerti più amati del repertorio. Composto nel 1783, e destinato al primo violoncello del principe, il boemo Antonin Kraft, musicista dall’eccezionale talento, il concerto celebra la virtuosità lirica dello strumento in un contesto di serena architettura formale. Il programma si conclude con la Sinfonia n.44 in mi minore Hobi:44 Sinfonia funebre, che rappresenta un esempio eccelso del periodo “Sturm und drang” di Haydn, un’opera che unisce il tumulto e la tensione emotiva a una scrittura elegante, raggiungendo un’intensità che non scivola mai nella disperazione, ma mantiene un’atmosfera coinvolgente e solenne.
“Con OFT – commenta Erica Piccotti – porteremo nella sala del Conservatorio un programma coinvolgente. Eseguirò per la prima volta Hell 1 di Sollima, e seguo il suo lavoro sin da bambina, quando di nascosto, poiché troppo giovane, ascoltavo le sue lezioni ai corsi di perfezionamento dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. E poi il Concerto n.2 di Haydn, un brano noto e amato dai violoncellisti, quasi un banco di prova, perché è spesso richiesto nelle audizioni e nei concorsi di tutto il mondo. In questo brano Haydn, probabilmente con l’aiuto di Antonin Kraft, esalta con grande eleganza e gusto le qualità liriche e virtuosistiche dello strumento. In questi brani ci riflettiamo e ci troviamo ogni volta cambiati”.
Come da tradizione, ogni concerto si aprirà con una storia ispirata al brano musicale, scritto appositamente per OFT dal giornalista e musicista Lorenzo Montanaro. La lettura del testo che accompagna dentro la musica è affidata all’Associazione Liberi Pensatori Paul Valéry e all’Accademia di formazione teatrale Mario Brusa di Torino.
Il concerto del 13 gennaio è preceduto da due momenti di prova aperti al pubblico. L’Ochestra Filarmonica di Torino apre al pubblico per consentire di vedere gli artisti mentre studiano e si esercitano con il direttore, e il lunedì mentre eseguono la prova filata prima del concerto. La prova generale è in calendario il 12 gennaio, alle 18.30, presso il Teatro Vittoria di via Gramsci 4. La prova di lavoro di domenica 11 gennaio, dalle 10 alle 13, è in programma in via Baltea 3 nello spazio multifunzionale del quartiere Aurora. I biglietti sono in vendita presso l’Orchestra Filarmonica di Torino. Sono acquistabili su www.oft.it – 011533387-biglietteria@oft.it
Mara Martellotta
Foto Laure Jacquemin
Torino sul podio: primati e particolarità del capoluogo pedemontano
Malinconica e borghese, Torino è una cartolina d’altri tempi che non accetta di piegarsi all’estetica della contemporaneità.
Il grattacielo San Paolo e quello sede della Regione sbirciano dallo skyline, eppure la loro altitudine viene zittita dalla moltitudine degli edifici barocchi e liberty che continuano a testimoniare la vera essenza della città, la metropolitana viaggia sommessa e non vista, mentre l’arancione dei tram storici continua a brillare ancorata ai cavi elettrici, mentre le abitudini dei cittadini, segnate dalla nostalgia di un passato non così lontano, non si conformano all’irruente modernità.
Torino persiste nel suo essere retrò, si preserva dalla frenesia delle metropoli e si conferma un capoluogo “a misura d’uomo”, con tutti i “pro e i contro” che tale scelta comporta.
Il tempo trascorre ma l’antica città dei Savoia si conferma unica nel suo genere, con le sue particolarità e contraddizioni, con i suoi caffè storici e le catene commerciali dei brand internazionali, con il traffico della tangenziale che la sfiora ed i pullman brulicanti di passeggeri “sudaticci” ma ben vestiti.
Numerosi sono gli aspetti che si possono approfondire della nostra bella Torino, molti vengono trattati spesso, altri invece rimangono argomenti meno noti, in questa serie di articoli ho deciso di soffermarmi sui primati che la città ha conquistato nel tempo, alcuni sono stati messi in dubbio, altri riconfermati ed altri ancora superati, eppure tutti hanno contribuito – e lo fanno ancora- a rendere la remota Augusta Taurinorum così pregevole e singolare.
1. Torino capitale… anche del cinema!
2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo
3.Torinesi golosi: le prelibatezze da gustare sotto i portici
4. Torino e le sue mummie: il Museo egizio
5.Torino sotto terra: come muoversi anche senza il conducente
6. Chi ce l’ha la piazza più grande d’Europa? Piazza Vittorio sotto accusa
7. Torino policulturale: Portapalazzo
8.Torino, la città più magica
9. Il Turet: quando i simboli dissetano
10. Liberty torinese: quando l’eleganza si fa ferro
2.La Mole e la sua altezza: quando Torino sfiorava il cielo
Non sono tuttora certa che valga anche per chi, come me, ha frequentato l’Accademia Albertina anziché l’Università di Palazzo Nuovo, ma nel dubbio – e dato che i titoli sono equipollenti- anche io non sono salita in cima alla Mole prima di aver conseguito la laurea specialistica. È quel pizzico di scaramanzia che si nasconde in molti: nessuno ci crede veramente ma intanto molti non appoggiano il cappello sul letto o prestano attenzione a come viene appoggiato il pane in tavola.
Questa diceria, legata alla credenza che gli studenti universitari che salgono in cima alla Mole prima di aver terminato gli studi poi non conseguano la tanto agognata Laurea, non è l’unico mito che interessa l’edificio simbolo di Torino, secondo alcuni, infatti, la costruzione sarebbe in realtà una gigantesca “antenna” che irradia energia positiva sulla cittadinanza, fatto assai importante se si prende in considerazione la nomea di “città magica”, che il capoluogo si porta appresso, in quanto punta di entrambi i triangoli energetici di magia nera (con Londra e San Francisco) e di magia bianca (con Praga e Lione).
In ogni caso la Mole resta un edificio affascinante, peculiare e di largo interesse, non solo per la sua storia ma anche perché ospita al suo interno il Museo Nazionale del Cinema, uno dei pochi interamente dedicati al all’argomento e uno dei più noti a livello europeo, nonché l’unica galleria di questo genere in Italia. Per chi non lo avesse ancora visitato, sappiate che il sistema espositivo consta di postazioni multimediali e interattive, attrezzature e materiali provenienti da set cinematografici sia italiani che internazionali, una invidiabile collezione di film, libri, stampe, manifesti, locandine, apparecchiature specifiche antiche e moderne, costumi, pezzi di scenografie di film, dipinti e fotografie. Anche la struttura interna è assai caratteristica: una immensa scala a spirale che si attorciglia verso l’alto e trasporta i visitatori attraverso la storia della Settima Arte, dalle origini ai giorni nostri, comprendendo non solo la collezione permanente, ma anche le diverse mostre temporanee che si susseguono con notorio successo.
A tal proposito – non solo per mio proprio gusto- mi pare ingiusto non citare la recente personale dedicata al genio creativo di Tim Burton, svoltasi tra 11 ottobre e il 7 aprile 2024, per la prima volta in mostra in Italia proprio qui, al nostro Museo del Cinema. Il titolo non lasciava certo spazio a dubbi riguardo a che cosa il pubblico avrebbe osservato: “IL MONDO DI TIM BURTON”, un universo parallelo che si apriva al di là di una porta interna, appositamente realizzata a richiamo dell’inimitabile, innovativo e visionario “Nightmare Before Christmas”, oltre la quale si veniva ingurgitati in un etere di innumerevoli bozzetti provenienti dal nucleo personale dell’artista, ideazioni in nuce dei personaggi che hanno segnato l’infanzia e l’adolescenza di almeno un paio di generazioni.
L’esperienza non termina qui, è più che consigliabile infatti salire sull’ascensore panoramico, interamente realizzato in cristallo trasparente e che, in precisamente 59 secondi, raggiunge il “tempietto” della Mole, posto a 85 metri di altezza, attraversando quella che è conosciuta come l’Aula del Tempio; una volti giunti sulla sommità il panorama è sbalorditivo, e potrete osservare Torino che si mostra nella sua totalità, fino alle Alpi che l’abbracciano.
Si dice poi che lo stesso Antonelli, ormai anziano, fosse solito farsi issare in vetta alla cupola su un ascensorino improvvisato, per verificare in prima persona l’avanzare o meno dei lavori.
È pur tuttavia vero che l’effettivo vanto del simbolo architettonico torinese sia tutto nella sua imponente altezza.
Nel 1888 la Mole raggiunge un’altezza record di 153 metri, che comunque non soddisfa il novantenne Antonelli, il quale decide di aggiungere sulla guglia una statua un Genio alato coronato da una stella a cinque punte, realizzato dallo scultore Celestino Fumagalli, alta cinque metri e pesante 300 kg.
Alcuni potrebbero pensare “hybris”, ed infatti in quest’ottica non sorprende troppo la risposta di Madre Natura, la quale, alcuni anni dopo, scatena– nel 1904- sul capoluogo torinese ed in risposta alla tracotanza antonelliana, un uragano che abbatte la colossale statua, che tuttavia non precipita a terra, ma rimane appesa ad un lato della guglia. L’avvertimento non sortisce del tutto il suo effetto, e nel 1906 la scultura viene sostituita da una “più sommessa” stella a 12 punte in rame dorato.
Sta di fatto che, con i suoi 167 metri totali d’altezza, la Mole, all’epoca in cui viene costruita, è l’edificio in muratura tra i più alti del mondo, il nome stesso del monumento ricorda questo record, ormai tristemente superato.
La realizzazione del cantiere è comunque da considerarsi un’impresa faraonica, terminata nel 1897 da Costanzo, figlio di Alessandro Antonelli, dopo circa quarant’anni di lavoro.
L’inaugurazione avviene il 10 aprile 1889, a soli dieci giorni di distanza dai festeggiamenti dedicati ad un’altra torre-simbolo, la Tour Eiffel, avvenuta a Parigi il 31 marzo di quello stesso anno.
Com’è noto, nel 1848 l’edificio torinese sorge inizialmente come sinagoga, in risposta a quanto indicato nello Statuto Albertino, documento che assicura libertà ufficiale di culto alle religioni non cattoliche: “Gli Ebrei sono ammessi a godere di tutti i diritti civili e politici dei nostri sudditi, a frequentare le scuole dentro e fuori delle Università, e a conseguire i gradi accademici”. L’Università Israelitica celebra così la conquista dei pari diritti, commissionando al fantasticatore Alessandro Antonelli la costruzione di uno specifico luogo di culto.
Il progetto iniziale prevede una cupola di 47 metri, ma fin dagli inizi Antonelli introduce dettagli e variazioni che rendono l’edificio molto più complesso e già alto 112 metri; mentre tutti sono concentrati sull’aggravarsi dei lavori, nessuno si accorge che intanto i fondi si stanno esaurendo, e i lavori finiscono per essere interrotti. È poi il Comune di Torino a farsi carico, dieci anni più tardi, della conclusione del cantiere, anche se, a questo punto, la destinazione d’uso dello stabile muta, diventando sede, dal 1908, del Museo del Risorgimento. Antonelli riprende poi la direzione dei lavori, impreziosendo ulteriormente il progetto già ambizioso, e facendo lievitare nuovamente i costi. Questa volta -forse per sfinimento- l’opera viene conclusa secondo la volontà dell’architetto e rivestita con 2.064 lastre di pietra di Luserna.
Certo, decisamente meno iconica e romantica della parente parigina, la Mole si conquista in ogni caso il suo spazio nella numismatica, comparendo sui due centesimi di euro. A tal proposito è curioso un aneddoto: per un errore della Zecca dello Stato sono state coniate anche monete da un centesimo di euro, sulle quali appare proprio la nostra Mole al posto dell’immagine prevista, Castel del Monte. Tali monete vengono ritirate, ma alcuni esemplari sono sfuggiti e se ne contano ancora un centinaio in circolazione, il valore di questi centesimi “sbagliati” è stimato intorno ai 2mila euro, anche se, ad un’asta numismatica Bolaffi di Torino, un collezionista italiano ha sborsato ben 6.600 euro per aggiudicarsene un esemplare.
Quindi, cari lettori, imparate a non disdegnare i “poveri centesimini”, e già che ci siete controllate bene le tasche ed i resti, postreste anche imbattervi nei due euro “edizione limitata” coniati come moneta commemorativa nel 2006, in occasione della XX edizione dei Giochi Olimpici invernali, ce ne sono in circolazione 40 milioni: il calcolo combinatorio non è comunque dalla vostra parte, ma si sa, la fortuna è cieca!
ALESSIA CAGNOTTO
A cura di Elio Rabbione
L’anno nuovo che non arriva – Drammatico. Regia di Bogdan Muresanu, con Adrian Vancica e Nicoleta Hâncu. Premio Orizzonti a Venezia 2024 come miglior film. La rivoluzione che mette fine al dispotismo di Ceausescu, sei vite e sei storie che s’incrociano nella giornata del 20 dicembre 1989, le repressioni della polizia e il popolo che insorge. Un regista deve salvare il suo show di Capodanno dal momento che l’attrice principale se n’è fuggita via e la soluzione potrebbe essere l’impiego di un’attrice teatrale, il figlio che tenta di fuggire in Iugoslavia attraverso le acque del Danubio, un ufficiale della Securitate che deve trasferire la madre in una nuova che lei odia, il trasloco da parte di un operaio terrorizzato alla notizia che suo figlio abbia potuto scrivere la lettera a Babbo Natale confessandogli che il padre vuole la morte del dittatore. Ma la rivoluzione avrà inizio. “Un film molto politico ma anche un thriller del quotidiano perché l’autore ci rende complici di tutte queste storie arrotolate tra loro, grazie alla perfeytta compagnie di attori, finendo con la scintilla della grande manifestazione popolare: all’insurrezione si addice il documento reale”, ha scritto Maurizio Porro nel Corriere della sera. Durata 138 minuti. (Centrale V.O., Fratelli Marx)
Avatar – Fuoco e cenere – Fantascienza, azione. Regia di James Cameron, con Sam Worthington, Zoe Saldana, Sugourney Weaver, Kate Winslet e Oona Chaplin. Alla morte del figlio Neteyam, Jake Sully ritorna al combattimento e a questo allena i figli, la sposa Neytiri elabora nel silenzio il suo lutto. Partono dalla loro terra portando con sé Spider, il ragazzo umano che essi hanno un tempo adottato: nel viaggio alla volta dell’antica base, pieno di avventure, saranno attaccati dal popolo vulcanico dei Mangkwan, estremamente feroce, guidato dal temibile Varang. Terzo appuntamento con la gloriosa saga dell’autore di “Titanic”. Durata 198 minuti. (Massaua anche 3D, Ideal 3D, Lux sala 1, Reposi anche 3D, The Space Torino, Uci Lingotto 3D, The Space Beinasco, Uci Moncalieri anche 3D)
Buen Camino – Commedia. Regia di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone, Beatriz Arjona, Letizia Arnò e Martina Colombari. Checco, erede ricchissimo e viziato, prole ultrafelice di Eugenio ricchissimo produttore di divani, innumerevoli ville con piscina e altrettanto innumerevoli servitori di origine filippina alle sue dipendenze, yacht su cui invitare amici che hanno le sue stesse idee di libertà e di non lavoro, una fidanzata messicana di professione modella, è costretto a lasciare la sua vita dorata sulle tracce della figlia Cristal, adolescente dal carattere un pochino turbolento. Per la prima volta in vita sua viene messo di fronte alle sue responsabilità di padre, inaspettate quanto da prendere con i classici guanti, anche perché Checco del sangue del suo sangue proprio niente sa. Grazie l’opera di corruzione attuata nella persona di Corina, la migliore amica di Cristal, il bonomo viene a sapere che la fanciulla è partita per la Spagna. È così che finisce suo malgrado sul Cammino di Santiago: un’occasione per conoscersi veramente. Durata 90 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Eliseo Grande, Fratelli Marx sala Groucho, Greenwich Village, Ideal, Lux sala 2, Reposi sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Bugonia – Commedia / Fantascienza. Regia di Yorgos Lanthimos, con Emma Stone, Jesse Plemons e Alicia Silverstone. Due giovani ossessionati dalle teorie del complotto che decidono di rapire l’influente CEO di una grande azienda, convinti che sia un’aliena decisa a distruggere la terra. Convinti della sua natura extraterrestre, passano alla cattura e a un serrato interrogatorio. La situazione si complica quando la ragazza del giovane rapinatore, l’imprenditrice e un investigatore privato coinvolto nella vicenda si ritrovano intrappolati in una battaglia mentale ad alta tensione. La Stone nuovamente musa ispiratrice del regista di origini greche. Presentato a Cannes. Durata 120 minuti. (Greenwich Village)
Father mother sister brother – Commedia drammatica. Regia di Jim Jarmush, con Tom Waits, Adam Driver, Charlotte Rampling, Cate Blanchett e Vicky Krieps. I panorami diversi del nord degli States, Dublino e Parigi, tre nuclei familiari che da troppo tempo hanno diradato rapporti e visite, un fratello e una sorella sui quaranta fanno visita a un padre che li chiama attorno a sé soltanto quando gli butta male sul lato economico, le due figlie di una scrittrice la raggiungono per l’appuntamento annuale di gustare insieme una tazza di tè e cercano di apparire una più dell’altra felici della loro situazione, due gemelli di vent’anni si ritrovano nell’appartamento che è stato dei genitori, morti in un incidente. Legano le coppie piccoli oggetti, piccole occasioni: un Rolex, chissà se vero o falso, delle parole, un brindisi con il tè o con il caffè, un gruppo di skaters che passa veloce, il disagio di ognuno. Leone d’oro alla 82ma Mostra del cinema di Venezia. Il film è stato designato Film della Critica dal SNCCI: “Autore e fautore di un cinema sempre più asciutto e minimalista, Jim Jarmush affida ai silenzi, agli imbarazzi, alle mezze parole e alle bugie dei protagonisti dei tre episodi che compongono il film il compito di acquerellare con un linguaggio poetico la natura ambigua e contorta dei rapporti familiari: gli affetti quanto gli orrori. Notevolissimo il cast, nel quale spicca la performance di un Tom Waits sardonico e irresistibile.” Durata 111 minuti. (Massimo sala Cabiria anche V.O., Nazionale sala 2 anche V.O.)
Gioia mia – Drammatico. Regina di Margherita Spampinato, con Marco Fiore e Aurora Quattrocchi. Nico è un bambino di oggi, dipendente dal telefono e con lo smalto sulle unghie. All’improvviso viene strappato al suo mondo “del nord” per passare un mese d’estate in Sicilia, in compagnia di un’anziana zia, Gela. A casa della donna non c’è il wifi né l’aria condizionata, e si mangiano prelibatezze a cui il suo palato non è ancora pronto. Ci sono solo i giochi di carte, l’adorabile cagnolino Franck, e un condominio intero popolato di nonne e nipoti, più forse qualche spirito che abita gli appartamenti dell’ultimo piano ed è causa di strani rumori. Nico e Gela, ognuno radicato nelle proprie certezze ma con dolori simili nel cuore, dovranno pian piano cercare un linguaggio comune. Designato Film della critica dal SNCCI: “Felice esordio alla regia di Margherita Spampinato che scrive, dirige e monta una storia ad altezza di bambino che, in una molle estate siciliana, parcheggiato dall’anziana zia supera la sua linea d’ombra grazie a un rapporto alla pari. Ecco la scoperta di un altro mondo possibile, dove la religione convive con la superstizione e gli elementi magici e misteriosi richiamano sia un passato atavico e affascinante che un cinema d’altri tempi, quello della nostra infanzia”. Durata 90 minuti. (Romano sala 1)
La grazia – Commedia drammatica. Regia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Venturiello, Roberto Zibetti e Milvia Marigliano. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis è ormai anziano e alla fine del suo mandato. Vedovo, ex giurista e profondamente cattolico, si troverà di fronte a due ultimi dilemmi: se concedere la grazia a due persone che hanno commesso un omicidio in circostanze che potrebbero essere continuate attenuanti o se promulgare la legge dell’eutanasia. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Toni Servillo. Durata 133 minuti. (in uscita sugli schermi il 15 gennaio 2026)
La mia famiglia a Taipei – Commedia drammatica. Regia di Shih-Ching Tsou. Shu-fen ha un chiosco nel mercato notturno di Taipei, serve noodle, è stata abbandonata da anni dal marito, sta ancora pagando i debiti, una figlia di vent’anni e una di cinque da allevare. La piccola I-Jing necessariamente indipendente vaga per la città avvolta nel buio, mentre la madre cade in depressione ed è costretta a stare attenta affinché la situazione non le sfugga di mano, considerate le avventure che le sue figlie non fanno che intraprendere. Durata 108 minuti. (Due Giardini sala Ombrerosse, Fratelli Marx sala Chico, Greenwich Village
No Other Choise – Non c’è altra scelta – Thriller, drammatico. Regia di Park Chan Wook. Man-Su, specialista nella produzione di carta con venticinque anni di esperienza, è così soddisfatto della vita da poter dire con tutta sincerità: “Ho tutto”. Finché un giorno viene improvvisamente informato dalla sua azienda di essere stato licenziato. Si sente come se gli avessero tagliato la testa con un’ascia: Man-Su giura di trovare un nuovo lavoro entro i successivi tre mesi per il bene della famiglia. Nonostante la sua ferma determinazione, trascorre oltre un anno passando da un colloquio a un altro, finendo per lavorare in un negozio al dettaglio. Si ritrova a rischio di perdere quella stessa casa che ha faticato così tanto per comprare. Disperato, si presenta senza preavviso alla Moon Paper per presentare il curriculum ma viene umiliato dal responsabile dal responsabile di linea Sun-chul. Sapendo di essere più qualificato di chiunque altro per lavorari lì, prende una decisione: se non c’è un posto vacante per me, dovrò farmi assumere creandone uno. Durata 139 minuti. (Eliseo rosso, Nazionale sala 1 anche V.O., The Space Torino, Uci Lingotto, THe Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Norimberga – Drammatico. Regia di James Vanderbilt, con Russell Crowe, Rami Malek e Michael Shannon. Film di chiusura del recente TFF. In quell’occasione scrivevo: “…le ultime immagini del festival appartengono alla macabra apparizione di Herman Göring – che ha le sembianze ormai irrimediabilmente possenti di Russell Crowe, eccellente – in “Nuremberg”, scritto (è stato tra l’altro l’acclamato sceneggiatore di “Zodiac” di Fincher) e diretto da James Vanderbilt – qui alla sua opera seconda in qualità di regista, dopo “Truth – Il prezzo della verità”, 2015 -, a raccontare con parole ben lontane da quelle del difficilmente dimenticabile “Vincitori e vinti” di Kramer la tragedia dell’Olocausto (con immagini di repertorio) e il giudizio che le nazioni vincitrici della terra ne dettero durante i giorni e il processo di Norimberga, Ribbentrop e Hess e Seyss-Inquart e gli altri a subire morti e ergastoli. Vanderbilt focalizza il proprio racconto sull’incarico che lo psichiatra americano Douglas Kelly (lo interpreta Rami Malek, meritato Oscar come Freddie Mercury) – un altro che non cede è il giudice della Corte Suprema degli States Robert Jackson (un validissimo Michael Shannon) – riceve allo scopo di valutare lo stato mentale dei prigionieri nazisti e di stabilire se essi siano idonei a sostenere il dibattimento per crimini di guerra. Affermativo: ma lui che è scivolato su un errore compiuto con il gentil sesso che ha le vesti di una curiosa giornalista che fa il suo mestiere ed è pronta a sottrargli notizie riservate, verrà estromesso. Salvo venire reintegrato nel dibattimento grazie a certi suoi studi che porteranno nuove luci sugli atti e sulla personalità del principale imputato. Costruendo in dialoghi che non hanno certo la sensibilità di un duello in punta di fioretto ma che pur scavano a fondo nella fredda ferocia del Reichmarschall, numero due del regime hitleriano, un duello sottile e psicologico che approfondisce, che mattone dopo mattone costruisce il progredire di un rapporto e di due personalità, che contribuisce a portare a una condanna che scavalcherà la morte per impiccagione, preferendo come la Storia ci ha testimoniato Göring darsi la morte con il cianuro – verremo a sapere nelle didascalie di coda che anche Kelly, colpito dai fantasmi di quella esperienza e datosi in seguito al bere, si tolse la vita allo stesso modo, nel 1958, dopo averne ricavato un volume che non ebbe alcun successo. Incisivo nel/per il racconto l’urlo che Göring getta in faccia a Kelly nel disperato tentativo di mantenere ben salda la sua supremazia, la sua eternità: “Io sono il libro, tu non sei altro che una nota a piede pagina!” Il film, di uscita natalizia, che è quasi un obbligo vedere per ripassare una pagina di Storia che non dev’essere dimenticata”. Durata 148 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, Ideal, Lux sala 3, Reposi sala 4, Romano sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
La piccola Amélie – Animazione. Regia di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han. Amélie è una bambina belga nata in Giappone. Grazie al suo amico Nishio-san, il mondo è pieno di avventure e scoperte. Ma nel giorno del suo terzo compleanno, un evento cambia il corso della sua vita. Perché a quell’età per Amélie tutto è in gioco: la felicità ma anche la tragedia. Durata 77 minuti. (Nazionale sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto)
Primavera – Drammatico. Regia di Damiano Michieletto, con Michele Riondino e Tecla Insolia. Cecilia è stata affidata all’Ospedale della Pietà nella Venezia del 1716, ha imparato a leggere e scrivere, ha imparato a suonare il violino. Le allieve più dotate, non potendo apparire in pubblico, si esibiscono al riparo di una grata, relegate in quel luogo sino a che un nobile o un ricco borghese non le chieda in sposa dietro una pingue borsa di soldi. Un giorno incontrerà gli insegnamenti di Antonio Vivaldi, malato e in disgrazia, pronto tuttavia a cogliere il talento e la passione della ragazza. Durata 110 minuti. (Eliseo, Fratelli Marx sala Harpo, Romano sala 2)
Lo sconosciuto del grande arco – Drammatico. Regia di Stéphane Demoistier, con Claes Bang e Xavier Dolan. 1982. François Mitterand lancia un concorso architettonico anonimo, senza precedenti, per la costruzione di un edificio iconico lungo l’asse del Louvre e dell’Arco di Trionfo. Con sorpresa generale, vince un architetto danese di 53 anni, sconosciuto in Francia. Da un giorno all’altro, Johan Otto von Spreckelsen si ritrova al timone del più grande progetto edilizio dell’epoca. E mentre intende costruire il suo Grande Arco, come l’aveva immaginato, le sue idee si scontrano rapidamente con la complessità della realtà e i capricci della politica. Durata 106 minuti. (Classico)
Sirāt – Drammatico. Regia di Oliver Laxe, con Sergi Lòpez e Bruno Nùnez. Luis con il giovane figlio Esteban si aggira in un rave party mostrando una fotografia della figlia Mar della quale ha perso da alcuni mesi le tracce e che vorrebbe ritrovare. Nessuno la conosce ma, nel corso della ricerca, l’uomo fa delle conoscenze che, dopo la chiusura della festa da parte dei militari, lo indirizzano verso un altro rave. Il viaggio non sarà dei più facili e non soltanto per le asperità del terreno, “un viaggio accidentato e pericoloso verso un ignoto dentro e fuori di noi: solo il nulla del paesaggio minato”, ha scritto Maurizio Porro nel Corriere della Sera. Premio della Giuria a Cannes. Il film è stato designato Film della Critica dal SNCCI: “Oliver Laxe dirige un film di rara potenza, devastante nella forma e dalla narrazione continuamente vissuta sullo strapiombo di avvenimenti tragici, un on the road tra musica martellante e danze tribali, alla ricerca di persone scomparse e del senso ultimo della vita, rappresentata in modo nichilistico, in un paesaggio di bellezza agghiacciante, muovendosi costantemente su un terreno minato.” Durata 115 minuti. (Blue Torino/via Principe Tommaso 6, Massimo anche V.O., Uci Lingotto, The Space Beinasco)
Song Sung Blue – Una melodia d’amore – Musicale, commedia. Regia di Craig Bewer, con Hugh Jackman e Kate Hudson. La coppia, realmente esistita, è quella formata da Mike e Claire, provengono dal Milwawkee, negli anni Ottanta, attraversando un momento di difficoltà decidono di dare vita a “Lightning and Thunder”, un tributo alle canzoni di Neil Diamond, un serrato sodalizio che tra successi e difficoltà e tragedie terminerà soltanto con la morte di Mike. Durata 133 minuti. (Ideal, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Ultimo schiaffo – Commedia drammatica. Regia di Matteo Oleotto, con Massimiliano Motta, Adalgisa Manfrida e Giuseppe Battiston. Le montagne del Friuli, tra il freddo e la neve del Natale, la storia di due fratelli, Petra e Jure, senza un padre e una madre ricoverata in una casa di riposo, malata, a cui il ragazzo tutte le volte che la va a trovare legge dei racconti. Sono legatissimi tra loro Petra e Jure, ma due perdenti rifiutati dal mondo, fanno qualche lavoro di poco conto per sopravvivere e s’inventano qualche espediente, quanto lecito insomma. Il grosso desiderio di Jare è quello di portare sua madre al mare, quello di Petra è fare soldi, magari tanti, per fuggire per sempre da quelle montagne. Durata 101 minuti. (Romano sala 3)
Un semplice incidente – Thriller, dramma. Regia di Jafar Panahi. Padre, madre e figlioletta percorrono di notte una strada in auto quando un cane finisce sotto le ruote della loro macchina. Ciò provoca un danneggiamento al veicolo che costringe ad una sosta per la riparazione temporanea. Un uomo che si trova sul posto cerca di non farsi vedere perché gli è parso di riconoscere nel conducente dell’auto un agente dei servizi segreti che lo ha sottoposto a violenza in carcere. Riesce successivamente a sequestrarlo ed è pronto a seppellirlo vivo quando gli viene il dubbio che si tratti di uno scambio di persona. Cercherà conferme in altri che, come lui seppur in misure diverse, hanno subito la ferocia dell’uomo. Palma d’oro al Festival di Cannes. Durata 101 minuti. (Nazionale sala 4)
Una di famiglia – Thriller. Regia di Paul Feig, con Sydney Sweeney, Amanda Seyfried e Brandon Sklenar. Millie trova un posto da governante in casa della agiata famiglia Winchester, dovrà badare alla piccola Cecelia, per lei è davvero una svolta nella vita. Ma quell’occupazione si rivela l’inizio di un incubo, dal momento che la padrona di casa la maltratta e le affida mansioni del tutto impossibili. Anche la bambina le è ostile, mentre il marito e padre pare più paziente, pronto a sistemare una situazione familiare preoccupante. Ma dove sta la verità, in chi? Durata 131 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi sala 5, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
La villa portoghese – Drammatico. Regia di Avelina Prat, con Manolo Solo e Maria de Madeiros. Fernando insegna geografia all’università, è colto e appassionato, vive con Milena, una donna di origine serba. Lei abbandona la casa, senza una spiegazione, e lui s’accorge di non conoscerla affatto, di non sapere nulla di lei, di non sapere dove cercare di rintracciarla. Fernando sceglierà una vacanza in Portogallo, incontrerà Manuel e una nuova vita e una nuova casa, appartiene a una donna di nome Amalia. Durata 114 minuti. (Centrale anche V.O.)
Vita privata – Drammatico. Regia di Rebecca Zlotowski, con Jodie Foster, Daniel Auteuil, Virginie Efira, Mathieu Amalric e Aurore Clément. Tra thriller psicologico ed eccentrica commedia familiare (il terreno privilegiato fino a oggi dalla regista, autrice di “Un’estate con Sofia” e “I figli degli altri”), la storia di Lilian, psicanalista razionale e sicura di sé 8una Foster superlativa anche in versione francofona), che comincia a “deragliare” quando una sua paziente muore suicida. Sospettando che si tratti di un omicidio, Lilian comincia a indagare e, ovviamente, a dubitare di se stessa e delle proprie capacità, fino a sottoporsi a una seduta di ipnosi. E qui i mondi si confondono. Dubbi, certezze, insicurezze, il passato, altre vite, sospetti s’inseguono sulla faccia altera e impagabile di Jodie Foster, circondata da Daniel Auteuil (l’ex marito) e da Virginie Efira e Amalric (la vittima e l’ambiguo compagno di lei). Durata 105 minuti. (Nazionale sala 3 e sala 4 V.O.)
Venerdì 9 gennaio, alle 20.30, all’Auditorium Giovanni Agnelli di via Nizza 280, reduce dal trionfo con Myung-Whun Chung nel 2025, l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia torna a inaugurare il nuovo anno di Lingotto Musica, questa volta sotto la guida dell’austriaco Manfred Honek, tra i più autorevoli della scena internazionale. Ex viola della Wiener Philarmoniker e assistente di Claudio Abbado, dal 2008 è direttore musicale della Pittsburgh Symphony Orchestra. Honek condivide il palco con il pianista macedone Simon Trpčeski, solista di levatura internazionale, apprezzato non solo per la sua tecnica impeccabile, ma anche per l’impegno a favore dell’immagine culturale del suo Paese, all’esordio al Lingotto. Si tratta di un doppio debutto nel segno di un repertorio romantico che comprende l’Ouverture dall’Oberon di Weber. L’Oberon di Weber è un’opera romantica in tre atti, otto scene e ventuno numeri, con libretto in lingua inglese del drammaturgo James Plaché, ispirata al poema omonimo di Cristoph Martin Wieland, a sua volta basato sulle canzoni di gesta francesi. Nel periodo di composizione dell’opera, Weber, affetto da tubercolosi, studiò intensamente la lingua inglese per rendere il testo più completo, ed ebbe uno scambio di corrispondenza con il librettista per provare a modificare la natura del testo, molto diverso dalla tipologia di opera tedesca da lui utilizzato fino a quel momento. La prima avvenne il 12 aprile 1826, ed ebbe esito trionfale, con grande richiesta di bis dell’Ouverture. Seguirà il Concerto n.1 per pianoforte di Čajkovskij, composto tra il novembre 1874 e il febbraio 1875, eseguito per la prima volta alla Boston Music Hall di Boston, con Hans von Bülow al pianoforte, uno dei concerti pianistici più eseguiti in tutto il mondo, celebre per la sua grandezza monumentale, il più noto dei tre composti da Čajkovskij. A conclusione, l’Ottava Sinfonia di Dvořák, detta “Inglese”, tra le sinfonie meglio riuscite del diciannovesimo secolo, la più influenzata dalla musica popolare boema. La prima avvenne a Praga il 2 febbraio 1890.
Auditorium G.Agnelli, via Nizza 280, Torino – venerdì 9 gennaio 2026, ore 20.30.
Mara Martellotta
Giovedì 15 gennaio prossimo, alle ore 20.30, nella Sala 500 del Lingotto, in via Nizza 280, atteso ritorno di Angela Hewitt, dopo il fortunato debutto della scorsa stagione con le “Variazioni Goldberg”. Ritorna a interpretare le pagine del compositore a cui ha consacrato la sua carriera con esecuzioni integrali e una miriade di progetti. Per il secondo appuntamento dei pianisti del Lingotto, la pluripremiata canadese guiderà il suo pubblico nei meandri dello sterminato catalogo di J.S. Bach. Il programma disegnerà un raffinato gioco di Intrecci che mette in luce la pluralità dei modelli informali e stilistici di cui il “Cantor di Lipsia” trae ispirazione, ricomponendoli con coerenza e profondità creativa. Il programma proposto da Angela Hewitt, nata in una famiglia di musicisti nel 1958, è che ha iniziato a studiare pianoforte a 3 anni, organista della Christ Church Cathedral di Ottawa, si articola in un affascinante itinerario alla scoperta del genio creativo di Bach, capace di spaziare dal rigoroso contrappunto ad audaci virtuosismi, e di assimilare la varietà degli stili europei in un linguaggio unitario grande profondità intellettuale. Dalla Toccata in re maggiore BWV 912, ancora legata alla tradizione nord tedesca dell’improvvisazione virtuosisitica e del libero alternarsi di sezioni rapsodiche e contrappuntistiche, si passa all’eleganza coreutica della Suite francese n.5 BWV 816, esemplare assimilazione del gusto galante francese filtrato attraverso una raffinata scrittura polifonica. La Fantasia cromatica e Fuga in re minore BWV 903 rappresenta uno dei vertici dell’espressività bachiana per tastiera, per audacia armonica e tensione drammatica, risolta nel rigore della Fuga. La Partita n.5 BWV 829 amplia l’orizzontale delle forme di danza con una concezione di ampio respiro in cui virtuosismo e densità contrappuntistica convivono in perfetto equilibrio. Con il Concerto italiano BWV 971 Bach reinventa sulla tastiera l’energia del concerto solistico vivaldiano, facendo dialogare tutti senza bisogno dell’orchestra. A coronamento del percorso sarà il Preludio e Fuga in la minore BWV 894 che offrirà una sintesi magistrale tra eloquenza improvvisati a e rigore formale.
Biglietti: online su Anyticket o presso la biglietteria di Lingotto musica. Orari sul sito.
Mara Martellotta