CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 28

Doppio appuntamento a teatro… aspettando il Natale allo “Spazio Kairos”

In scena l’immortale “Canto di Natale” di Charles Dickens e le “Favole interattive” per tutta la famiglia

Venerdì 12 e domenica 14 dicembre

Un classico che va oltre i tempi, fra le meraviglie letterarie dell’epoca vittoriana, prima edizione pubblicata a Londra il 19 dicembre del 1843 e già esaurita il giorno di Natale, con la bellezza di tredici edizioni andate in stampa nel giro di un anno, alla fine del 1844. Se vi dico “Charles Dickens!”, il gioco è subito chiaro. Parliamo dell’immortale “Canto di Natale” (titolo originale: “A Christmas Carol. In Prose. Being a Ghost-Story of Christmas”), novella o “racconto di fantasmi”, scritta per l’appunto da Dickens (1812 – 1870) e pubblicata a Londra per “Champman & Hall”, con illustrazioni di John Leech. Fra le opere più famose di “Boz” (come  Dickens era soprannominato agli inizi della sua carriera giornalistica) e interpretata in super-abbondanza nel corso del tempo, anche in varie trasposizioni teatrali e cinematografiche, sarà proprio il “Canto di Natale”, in una versione pensata per adulti ma adatta anche a un pubblico di bambini e ragazzi, ad aprire venerdì 12 dicembre (ore 21) il periodo natalizio sul palcoscenico dello “Spazio Karios”, il Circolo Arci “con un teatro dentro”, gestito dalla Compagnia Teatrale “Onda Larsen”, in via Mottalciata 7 (fra “Aurora” e “Barriera di Milano”) a Torino.

Adattamento e interpretazione di Fabrizio Martorelli, napoletano di origini e milanese di adozione, per la regia di Antonio Mingarelli, lo spettacolo, della durata di 60 minuti, dà modo al pubblico di affiancare e vivere in un “viaggio vorticoso e introspettivo” gli errori e il riscatto di Ebenezer Scrooge, il banchiere anziano, avarissimo e non poco cattivo, che odia il Natale e l’umanità intera. Cosa che continuerebbe tranquillamente a fare se non ricevesse, proprio in tempo natalizio, la visita di una serie di fantasmi che cercano in qualche modo di “convertirlo”: il primo ad ammonirlo è Jacob Marley, il suo defunto amico e socio in affari, seguito dagli spiriti del “Natale passato”, del “Natale presente” e del “Natale futuro”. In scena, il solo Martorelli, che dà voce a tutti i personaggi, dagli spettri alle figure del passato di Scrooge, a sottolineare la solitudine iniziale del protagonista e la necessaria relazione con l’altro che lo porterà via via alla “redenzione” e al cambiamento. La scenografia, concepita come una “soffitta immaginaria”, diventa il luogo della memoria dove il narratore rievoca freneticamente l’intera storia. Una storia che imbriglia Scrooge da una vita, dove a regnare sono solo crudeltà e amarezze. L’unica via d’uscita per lui è “quella di scendere fino in fondo al suo coraggio, incontrare sè bambino,  rivedere l’unica donna che abbia amato, capire tutti gli annullamenti che ha fatto, sta facendo e farà in vita”. E alla fine superare la prova di un cambiamento “con l’unica dote che i suoi visitatori ultraterreni non hanno: l’umana vitalità”. Assistere al dickensiano “Canto di Natale” è sempre come regalarsi momenti esistenziali di alto contenuto emotivo, come leggere e rileggere, per fare nostra, una mirabile pagina didattica sul significato di sentimenti perduti nel tempo, che d’improvviso – proprio come “fantasmi” – ti riappaiono davanti quali strumenti insostituibili e preziosi e necessari alla ripresa di sentieri vitali dimenticati, che se riesci a recuperare tornano però a regalarti i veri, unici, profumi della vita.

Domenica 14 dicembreore 16,30

Sempre allo “Spazio Kairos”, il pomeriggio sarà interamente dedicato ai più piccoli (dai 5 anni in avanti) con “La Magica Soffitta di Stella”, un coinvolgente spettacolo teatrale di “narrazione e interazione”, a cura dei torinesi Tita Giunta e Fabio Rossini, perfetto nel percorso di avvicinamento al Natale.

La storia vede infatti protagonisti Stella e il suo papà, che si ritrovano a raccontare una storia nella loro vecchia soffitta. Utilizzando un “armadio magico” come varco, i due esploreranno un regno fantastico dominato dalla temibile “Strega Bianca”, la “Regina delle Nevi”. Lo spettacolo esalta la complicità, il gioco e la magia del rapporto padre-figlia.

L’appuntamento sarà preceduto da una merenda, offerta da “Onda Larsen”, alle 16.

I biglietti si possono comprare anche online su www.ticket.it

Per ulteriori info: “Spazio Kairos”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

g.m.

Nelle foto: immagini da “Canto di Natale” (in scena Fabrizio Martorelli) e da “La magica soffitta di Stella” (in scena Tita Giunta)

La commedia del “Gabbiano”, quasi un musical

Per la stagione dello Stabile, al Carignano sino al 14 dicembre

Leggendolo, mi convinco una volta di più che non sono un drammaturgo.” Definitivo, brutale e pessimista, sino in fondo. E dire che, nell’autunno del 1895, scrivendo all’amico Aleksej Suvorin – magnanimo editore delle sue opere, un rapporto che durò una quindicina d’anni e che s’affievolì all’epoca dell’affare Dreyfuss per le differenti posizioni prese -, era partito fiero, col piede giusto, forgiato di ogni sicurezza: “Figuratevi, sto scrivendo un testo teatrale, sarà pronto non prima di novembre. Scrivo con gusto, anche se mando all’aria tutte le buone regole. È una commedia, ci sono tre parti femminili, sei maschili, quattro atti, un bel paesaggio (vista sul lago), molti discorsi sulla letteratura, poca azione, un quintale d’amore.” Una quintalata, e anche qualche grammo in più, che continua inevitabilmente ad abitare questa edizione del “Gabbiano” sulla cui protezione è calato un buon numero di Teatri Stabili e Teatri Nazionali, del Veneto – del quale il regista Filippo Dini da due anni è direttore -, Torino, Roma, Bolzano e Napoli, quintalate d’amore che avvolgono quel gruppo d’amici e parenti che vengono a occupare le stanze della villa dell’attrice Irina Arkadina, sulle rive di un grande lago, dove suo figlio Kostja, senza troppa convinzione del suo pubblico tenterà d’inscenare una sua breve composizione teatrale che piacerà quasi a nessuno: chiaro che il ventenne pieno di ribellione dentro il cuore e il cervello s’inferocisca mica poco, reclamando “nuove forme” di teatro, scalpitando contro una società abbarbicata su canoni antichi e che non vede più in là del proprio naso. Dini è come Kostja, anzi Dini “è” tout court Kostja. Ormai obbediente a quella fregola registica di porre azioni e attori dentro il contemporaneo, comincia con l’affidare, all’interno del primo atto, il testo di Kostja e la recitazione della giovane Nina, quasi fidanzatina che sfrigola a ogni istante, allo sguardo ribelle di Leonardo Manzan, controcorrentissimo, astruso e assurdo, strampalato e all’insegna del “famolo strano” a tutti i costi, sul sentiero di una moda che sta prendendo il posto di altre mode (forse): dopo che il triste e angry man aveva steso il proprio “manifesto” (per diretta definizione della madre) con un giro panoramico sul teatro del Novecento che senza batter ciglio citava e commentava Brecht ed Eduardo, con accenno musicale di “che gelida manina”.

Malinconia ma neppur tanta, arrivi e partenze, l’esistenza stracca, una sorta di forzata allegria e falsa spensieratezza a serpeggiare, il riconoscibile andare alla deriva di uno scampolo d’umanità che stava per buttarsi in braccio a rivoluzioni e guerre, sulle direttive del signor Cechov che reclamava sulle locandine il termine “commedia”, e poi noia tanta noia, e inseguimenti amorosi a perdifiato giù lungo i 150’ dello spettacolo, con lo squattrinato Medvedenko, spuntato dal nulla ad inizio spettacolo per cantare come un Rino Gaetano de noantri una canzone d’amore alla sua bella che più a squaciagola non si potrebbe, che ama Maša che insegue Kostja, il quale sogna disperatamente Nina – “d’amore si muore”, avrebbe detto Patroni Griffi qualche decennio dopo -, che sì all’inizio un pensierino ce lo farebbe ma che poi è catturata dal vortice che raccoglie il suo desiderio d’attrice e il successo dello scrittore Trigorin, che di professione fa l’uomo usa e getta, a secondo dei tempi e della bisogna, che da Irina è inseguito, senza dimenticare mamma Polina che ha un debole per il dottor Dorn. Un girotondo infinito, che si stacca e si ricompone, discorsi di letteratura e di spicciola filosofia quotidiana, due colpi di rivoltella, uno che fa il danno di un graffio e l’altro che porta alla morte. Su ogni azione, sui dialoghi caparbiamente urlati, sui tratti e il susseguirsi delle azioni a volte inverosimili costruiti a spintoni, c’è la mano di Dini, di gran lunga più accettabile nel suo primo Cechov che fu pochi anni fa “Ivanov”. Una regia sfrontata, dedita alla più forte esasperazione, urlata, votata allo stravolgimento – volontà del tutto registica – di tutto quel cecovismo che abbiamo visto in questi decenni: ferma restando in chi scrive la convinzione che non è certo onesto “trafugare” un testo al proprio legittimo proprietario e che, quando in un paio di ispirati momenti la stessa regia ritorna nell’alveo, è in quei momenti che ci si rifugia nella giusta ispirazione.

Forse Dini s’è voluto bellamente dimenticare che, pur nella ricerca della novità, entro cui spunta oggi quella necessaria quanto insondabile figura teatrale che è il dramaturg, pronto a essere cacciato a viva forza in ogni “rivisitazione” o “rilettura” alla moda (qui ha il nome di Carlo Orlando), sarebbe necessario il vecchio, oraziano, “est modus in rebus”, la misura, l’equilibrio, la negazione degli eccessi, il ponderare con acume fin dove spingersi. Magari non far diventare “il gabbiano” quasi un musical, con quelle canzoni, disinvolte e struggenti con tanto di microfono, spingendosi sino a quel capolavoro che è l’Oscar “Skyfall”, targato 007, per la voce di un’Adèle che non è neppure avvicinabile – ma, per carità, non era certo quello il fine, non siamo ancora arrivati ai “tali e quali” del signor Conti; magari, nella rabbia e nel disfacimento esistenziale del momento di Maša, non obbligare la povera Enrica Cortese, con i suoi tratti di borgatara pur essa arrabbita, a farsi una sputacchiera di pezzi più o meno sminuzzati di mela, sulla faccia del grande scrittore; magari non regalare alla Nina (che è una Virginia Campolucci a suo modo credibile) la patente di instabile permanente, magari soprattutto non regalare a Trigorin l’errore più vistoso della serata. Agghindato, come molti altri, nei costumi di Alessio Rosati – la scena fatta di sdraio computer albero spoglio e fondale lacustre e tetro, di Laura Benzi, essenziale prigione a specchio – più adatti a uno spettacolo da circo che a una commedia russa, Dini, al limite della caricatura, fa del suo antipaticissimo scrittore un rintontonito e balbuziente essere, eccessivo, bambinesco nei gesti, di cui difficilmente riusciamo a immaginare la scalata al successo, l’ingresso nei salotti, gli assatanati innamoramenti di due donne: semplicemente difficile. I più compos sui paiono la Irina di Giuliana De Sio (sebbene paia messa un po’ a lato, ben altra per forza nelle immagini di madre di “Agosto a Orage County” di Tracy Letts e “Cose che so di essere vere” di Bovell, passate nelle scorse stagioni sullo stesso palcoscenico del Carignano, in altri tempi cavallo di battaglie per le grandi attrici), gretta, autoritaria e vuota, tutta impegnata a raccontare di veri o presunti successi, fatta di tanti “amore della mamma”, e il Kostja di Giovanni Drago, che gira in lungo e in largo come una farfalla impazzita e si sbraccia in sparate sacrosante, animoso, eroe di breve durata chiuso nel suo lungo pastrano, passionale e intimamente più che sfrontatamente chiuso nella propria rivoluzione, purtroppo uno dei pochissimi fattori che ci abbiano convinto la sera della prima. Repliche sino 14 dicembre.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Serena Pea, alcuni momenti dello spettacolo.

“ET” di Riccardo Cordero, il Museo Accorsi-Ometto si apre al Novecento

Nella serata di giovedì 4 dicembre, il Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto ha presentato un’opera molto speciale: “ET”, di Riccardo Cordero, realizzata nel 2007.

Una scultura che il Museo ospita all’interno del proprio cortile, alta poco più di due metri e omaggio simbolico all’arte e all’architettura barocca. Caratterizzata da un frenetico rincorrersi di linee e curve, esprime al meglio la tensione dinamica dell’energia in movimento, intrappolata all’interno di una robusta e lucente superficie in acciaio inox. Con questa scultura, Riccardo Cordero dimostra di partire dal movimento continuo e pluridirezionale delle superfici barocche per giungere a esiti non figurativi che lo pongono in continuità con le sperimentazioni astratte e spaziali novecentesche, interessate a dare forma e colore al sentimento e al pensiero individuale.

Per il Museo Accorsi-Ometto, storicamente specializzato nell’esposizione d’arte settecentesca, ospitare “ET” di Cordero significa un’apertura all’arte novecentesca, e l’occasione per presentare, in occasione delle festività natalizie, l’acquisizione di alcune opere di Carlo Levi e Francesco Gonin, oltre alla composizione di una magica tavola di Natale decorata con un bellissimo servizio di piatti in porcellana realizzato a Limoges, in Francia, nei primi anni del Novecento. Fu acquistato da Amalia Cattaneo, a Torino, in uno dei numerosi punti vendita della preziosa ceramica francese, quello del signor Pietro Scaglia, di via Garibaldi 10. Il servizio, che conta oltre cento pezzi, ma che non è esposto nella sua interezza, è stato concesso per l’evento festivo dal suo attuale proprietario, Leopoldo Olivero,

“Ospitando nel nostro cortile la scultura di Riccardo Cordero – ha dichiarato Luca Mana, direttore del Museo Accorsi-Ometto – abbiamo certamente dato risalto all’arte di uno scultore cha ha già preso parte, in passato, a molte esposizioni proposte dal Museo, ma si tratta anche di un’operazione studiata appositamente per aprirsi all’arte del Novecento. La presenza di ‘ET’ nei nostri spazi significa omaggiare la città di Alba, che ha dato i natali a Riccardo Cordero, e che è stata ufficializzata come Capitale Italiana dell’Arte Contemporanea nel 2027. La presentazione della sua opera ci permette anche di comunicare l’acquisizione di alcune opere di Carlo Levi e Francesco Gonin, oltre all’esposizione, in occasione delle Feste, del magnifico servizio Limoges su gentile concessione di Leopoldo Olivero. L’obiettivo del Museo Accorsi-Ometto è quello di diventare un foro accessibile a tutti, e la scultura di Riccardo Cordero, visitabile gratuitamente per tutta la cittadinanza, è un esempio chiaro della direzione intrapresa”.

“Voglio ringraziare il presidente e il direttore del Museo Accorsi-Ometto per la cura e l’accoglienza dedicata a ‘ET’ – ha sottolineato l’artista Riccardo Cordero – questa mia opera, che ha visto la luce nel 2007 e che è nata da un’esperienza artistica originata in Cina, si ispira alle linee e alle forme del barocco, in particolare del barocco piemontese. La scultura, che è un intreccio di linee d’acciaio pensato per rappresentare l’energia dell’universo, degli astri e dello spazio, e progettata aerata affinchè il fruitore possa immaginare di viverla immerso all’interno di essa, si ispira alla struttura della cupola della chiesa torinese di San Lorenzo. Una cupola, come dice Guarini, che è ‘fonte di meraviglia, atterrimento dell’animo umano’. Un intreccio di sculture articolate su tre ordini sovrapposti, occultate dall’architettura apparente dell’aula, che sostengono la vertiginosa cupola. Guarini ha saputo concentrare la complessa, misteriosa struttura della cupola, nella rappresentazione dell’istante in cui il calcolo matematico diventa un percorso di fantasia che tende a Dio”.

Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto – Via Po 55, Torino

www.fondazioneaccorsi-ometto.it

Gian Giacomo Della Porta

Adelaide, la contessa delle Alpi Cozie

A  cura di piemonteitalia.eu

Sulla città di Susa svetta un castello intitolato alla contessa Adelaide, che si erge dall’alto della rocca. In quel maniero, nel 1046, la contessa Adelaide, figlia di Olderico Manfredi, conte di Torino e marchese di Susa e di Berta d’Este, accolse il suo sposo Oddone di Savoia, offrendogli in dote il marchesato di Susa e la contea di Torino.

Leggi l’articolo:

https://www.piemonteitalia.eu/it/curiosita/adelaide-la-contessa-delle-alpi-cozie

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

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A cura di Elio Rabbione

Ammazzare stanca – Drammatico. Regia di Daniele Vicari, con Gabriel Montesi, Vinicio Marchioni, Selene Caramazza e Thomas Trabacchi. Ispirato al libro omonimo di Antonio Zagari, figlio di un boss calabrese trapiantato in Lombardia, i legami stretti con i boss di San Ferdinando, un ragazzo che a vent’anni capisce di non essere capace a vivere quella vita che suo padre pretenderebbe, lui ha già sparato e ucciso, adesso ha detto basta e inizia la sua vita di scrittore. Nella metà degli anni Settanta, sono ricordi, memorie dolorose, stralci di vita tutta da respingere, sono sofferenze: Antonio lotta con il padre, contro il suo potere, contro una volontà sanguinosa. Durata 129 minuti. (Reposi)

L’anno nuovo che non arriva – Drammatico. Regia di Bogdan Muresanu, con Adrian Vancica e Nicoleta Hâncu. Premio Orizzonti a Venezia 2024 come miglior film. La rivoluzione che mette fine al dispotismo di Ceausescu, sei vite e sei storie che s’incrociano nella giornata del 20 dicembre 1989, le repressioni della polizia e il popolo che insorge. Un regista deve salvare il suo show di Capodanno dal momento che l’attrice principale se n’è fuggita via e la soluzione potrebbe essere l’impiego di un’attrice teatrale, il figlio che tenta di fuggire in Iugoslavia attraverso le acque del Danubio, un ufficiale della Securitate che deve trasferire la madre in una nuova che lei odia, il trasloco da parte di un operaio terrorizzato alla notizia che suo figlio abbia potuto scrivere la lettera a Babbo Natale confessandogli che il padre vuole la morte del dittatore. Ma la rivoluzione avrà inizio. “Un film molto politico ma anche un thriller del quotidiano perché l’autore ci rende complici di tutte queste storie arrotolate tra loro, grazie alla perfeytta compagnie di attori, finendo con la scintilla della grande manifestazione popolare: all’insurrezione si addice il documento reale”, ha scritto Maurizio Porro su Corsera. Durata 138 minuti. (Fratelli Marx sala Chico)

Attitudini: Nessuna – Documentario. Regia di Sophie Chiarello. Aldo Baglio e Giovanni Storti e Giacomo Poretti celebrano i trent’anni di collaborazioni e amicizia e indimenticabile comicità sui palcoscenici e sugli schermi italiani, un viaggio emozionante di risate e ricordi. Durata 117 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Eliseo Grande, Ideal, Lux sala 1, Reposi sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Breve storia d’amore – Commedia. Regia di Ludovica Rampoldi, con Pilar Fogliati, Adriano Giannini, Andrea Carpenzano e Valeria Golino. Lea incontra Leo in un bar e ne diventa l’amante. La loro relazione clandestina, consumata in una stanza d’albergo, prende una piega sinistra quando lei inizia a infilarsi nella vita di lui, sino a consultare la moglie di lui. E c’è ancora l’altro coniuge su cui puntare l’attenzione. “Una piacevole digressioni sulle manovre sentimentali, in mano ai battiti di cuori femminili ma con responsabilità maschili. Ben scritta e recitata, la commedia è divertente ma non innocua, tira fuori dal cilindro un finale a doppia lettura, coinvolgendoci nella rincorsa del traditore. Rampoldi s’inventa una storia poco italiana nelle cadenze quasi esistenziali che coinvolgono le famose ragioni del cuore che il cervello ignora” (Maurizio Porro, Corriere della sera). Durata 100 minuti. (Nazionale sala 4, Reposi sala 4, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Bugonia – Commedia / Fantascienza. Regia di Yorgos Lanthimos, con Emma Stone, Jesse Plemons e Alicia Silverstone. Due giovani ossessionati dalle teorie del complotto che decidono di rapire l’influente CEO di una grande azienda, convinti che sia un’aliena decisa a distruggere la terra. Convinti della sua natura extraterrestre, passano alla cattura e a un serrato interrogatorio. La situazione si complica quando la ragazza del giovane rapinatore, l’imprenditrice e un investigatore privato coinvolto nella vicenda si ritrovano intrappolati in una battaglia mentale ad alta tensione. La Stone nuovamente musa ispiratrice del regista di origini greche. Presentato a Cannes. Durata 120 minuti. (Greenwich Village V.O.)

Buon viaggio, Marie – Commedia drammatica. Regia di Enya Baroux, con Hélène Vincent. Malata terminale stanca di curarsi, l’ottantenne Marie ha scelto di recarsi in Svizzera per sottoporsi alla procedura del suicidio assistito. Incapace di dire la verità al figlio Bruno, volenteroso ma inconcludente e senza una lira, e alla nipote adolescente Anna, si confida invece con il rude ma gentile assistente sanitario Rudy, il quale si ritrova suo malgrado alla guida del camper che porterà tutta la famiglia verso la Svizzera, dopo che Marie ha raccontato la bugia di eredità da riscuotere. Riuscirà la donna, amorevole ma inflessibile nella sua decisione, a dire la verità alle persone che ama e Rudy a dare una direzione alla sua vita? Durata 97 minuti. (Greenwich Village)

Bus 47 – Drammatico. Regia di Marcel Barrena, con Eduard Fernàndez e Clara Segura. In fuga dai fascisti spagnoli, il giovane Manolo si rifugia nei pressi di Barcellona, fondando e costruendo con altri membri di una stretta comunità il quartiere di Torre Barò. Vent’anni più tardi Manolo guida gli autobus giù in una città difficilmente raggiungibile per via delle rapide stradine montuose che la separano da Torre Barò, dove l’uomo continua a vivere assieme alla moglie Carmen e alla figlia Joana, diventata ormai adulta. Mal visti dalla polizia locale e ignorati dalla burocrazia di Barcellona nelle loro richieste di trasporto pubblico che arrivi fino alla cittadina, gli abitanti covano un certo malcontento. Quando la situazione precipita, sarà Manolo a farsi carico di un gesto di protesta simbolico, sequestrando il “suo” autobus numero 47 e portandolo in cima alla montagna. Durata 110 minuti. (Classico)

C’era una volta mia madre – Commedia drammatica. Regia di Ken Scott, con Leïla Bekhti. Nel 1963 Esther partorisce Roland, il più giovane di una numerosa famiglia. Roland è nato con un piede torto che gli impedisce di alzarsi in piedi. Contro il parere di tutti, Esther promette al figlio che che camminerà come gli altri e che avrà una vita favolosa. Da quel momento in poi, la madre non smetterà mai di fare tutto il possibile per mantenere questa promessa. Durata 102 minuti. (Romano sala 2)

Cinque secondi – Drammatico. Regia di Paolo Virzì, con Valerio Mastandrea, Valeria Bruni Tedeschi e Galatea Bellugi. Chi è quel tipo dall’aria trascurata che vive da solo nelle stalle di Villa Guelfi? Passa le giornate a non far nulla ed evitando il contatto con tutti. E quando si accorge che nella vita si è stabilita abusivamente una comunità di ragazzi che si dedicano a curare quella campagna e i vigneti abbandonati, si innervosisce e vorrebbe cacciarli. Sono studenti, neolaureati, agronomi e tra loro c’è Matilde, che è nata in quel posto e da bambina lavorava la vigna con il nonno Conte Guelfo Guelfi. Anche loro sono incuriositi da quel signore misantropo dal passato misterioso: perché sta lì da solo e non vuole avere contatti con nessuno? Mentre avanzano le stagioni, il conflitto con quella comunità di ragazze e ragazzi si trasforma in convivenza, fino a diventare un’alleanza. E adriano si troverà ad accudire nel suo modo brusco la contessina Matilde, che è incinta di uno di quei ragazzi… Durata 105 minuti. (Due Giardini sala Ombrerosse, Eliseo)

I colori del tempo – Commedia drammatica. Regia di Cédric Klapisch, con Suzanne Lindon. Nella Francia di oggi, un gruppo di sconosciuti viene riunito in quanto discendente di Adèle, donna di fine Ottocento che dalla Normandia era partita alla volta di Parigi in cerca della madre che l’aveva abbandonata. Dovendo ispezionare la casa in rovina di Adèle per decidere che cosa fare della proprietà, gli emissari del pubblico mettono insieme pezzo dopo pezzo il lontano passato della loro famiglia. Parallelamente, durante la Belle Epoque, Adèle si avventura nella grande città assieme ai nuovi amici Lucien e Anatole, scoprendo una capitale nel vortice del cambiamento, tra zone ancora rurali e salotti della borghesia moderna, e tra le arti figurative e l’avvento della fotografia. Durata 124 minuti. (Nazionale sala 2)

Die my Love – Drammatico. Regia di Lynne Ramsay, con Jennifer Lawrence, Robert Pattinson, Sissy Spacek e Nick Nolte. Grace, da poco tempo madre e scrittrice, sta lentamente scivolando nella follia. Si trasferisce da New York e si chiude in una vecchia casa in Montana, diventa sempre più nervosa e imprevedibile, mentre il suo compagno Jackson assiste impotente. Ha scritto Maurizio Porro nel Corriere: “il film ci parla della sofferenza della mente, portata ai limiti estremi, della terra di mezzo tra realtà e incubo, è affascinante e disturbante, poetico e molesto, nella eleganza delle inquadrature, nel fascino della natura la cui solitudine non è d’aiuto.” Durata 118 minuti. (Massimo sala Cabiria anche V.O., Nazionale sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco)

Eternity – Commedia. Regia di David Freyne, con Elizabeth Olsen, Miles Teller e Callum Turner. Film che ha inaugurato felicemente il 43° Torino Film Festival. C’è voluto una manciata di anni perché la sceneggiatura di Pat Cunnane trovasse un posto sul tavolo di qualche produttore di Hollywood, perché l’irlandese David Freyne, con un paio di lungometraggi alle spalle, fosse accreditato in veste di regista, il cast fosse composto e finalmente “Eternity”, con cui si è ieri sera inaugurato il Torino Film Festival numero 43 e che dal 4 dicembre arriverà sugli schermi, venisse girato. Commedia romantica, 115’ di piacevolezze e divertimento venati da qualche pizzico di toni drammatici che non impensieriscono più di tanto, di quelle che si potrebbero ripensare legate agli anni Quaranta o Cinquanta, affidate alle coppie Powell/Mirna Loy o Hepburn/Spencer Tracy, di quelle per cui vedresti facile facile dietro la macchina da presa quel gran genio di Frank Capra, un carico di amori e languori, di affanni e di finali lieti, di script svolti sempre con garbo e gusto e girandole che certo non t’annoiano – anche se per qualche strada secondaria degli ultimi minuti è difficile mantenere chiarezza e ritmo, ma comunque uscendo più che convinti che “the end” arriva con tutte le carte in regola. Tutto parrebbe naturale, solo che qui siamo nell’aldilà, in un mondo “altro” circondato da un cielo fatto di teli dalle nubi colorate, di quelli che già abbiamo visto anni fa in “Truman Show”, un mondo dove una giovane Joan, arrivata dopo aver lasciato in terra una donna anziana consunta dal cancro, ha la possibilità lunga una settimana di tempo per decidere con chi voglia trascorrere l’eternità: la scelta dovrà essere pensata tra Larry, che lì l’ha da poco preceduta essendosi strozzato con un assaggio di biscotti durante una riunione di famiglia che avrebbe preteso di essere felice, e il primo suo sposo Luke, bello e perfetto agli occhi di tutti, costretto tuttavia un giorno a partire per combattere in Corea e là morire. Con il risultato che da 67 anni l’eterno innamorato la sta aspettando tra l’arrivo di un treno e l’altro che trasportano defunti nelle praterie celesti, con un solerte CA o Consulente dell’Aldilà, tra una sala d’aspetto e un’altra di smistamento, tra una nuvola qua e l’altra là. C’è il tempo per ripercorrere il lungo tunnel dei ricordi, per gite in montagna o ombrelloni in riva al mare, pensieri d’un tempo e chiarimenti sulle doti di questo o di quello, finché il trio amoroso non s’ingarbuglia più del dovuto. Senza dimenticare che una soluzione va comunque presa. Non è certo il caso di raccontare i tanti sviluppi di cui la storia, felicemente surreale, si alimenta né definire con chi Joan deciderà di trascorrere “il resto dei suoi giorni”, se l’espressione non sapesse altresì di troppo terreno: sarà sufficiente dire degli ingranaggi perfetti stabiliti tra i tre interpreti, Elizabeth Olsen e i suoi pretendenti di egual misura, Miles Teller (Larry) e Callum Turner (Luke), cui s’aggiunge una vaporosissima e davvero brava Da’Vine Joy Randolph, che già si conquistò l’Oscar quale miglior attrice non protagonista un paio d’anni fa con “The Holdovers – Lezioni di vita” di Alexander Payne. Un applauso in più va alle scenografie di Zazu Myers, eccezionali, qualcosa che sa di Ziegfield degli anni d’oro. Durata 114 minuti. (Centrale V.O., Fratelli Marx sala Harpo, Lux sala 3, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Gioia mia – Drammatico. Regina di Margherita Spampinato, con Marco Fiore e Aurora Quattrocchi. Nico è un bambino di oggi, dipendente dal telefono e con lo smalto sulle unghie. All’improvviso viene strappato al suo mondo “del nord” per passare un mese d’estate in Sicilia, in compagnia di un’anziana zia, Gela. A casa della donna non c’è il wifi né l’aria condizionata, e si mangiano prelibatezze a cui il suo palato non è ancora pronto. Ci sono solo i giochi di carte, l’adorabile cagnolino Franck, e un condominio intero popolato di nonne e nipoti, più forse qualche spirito che abita gli appartamenti dell’ultimo piano ed è causa di strani rumori. Nico e Gela, ognuno radicato nelle proprie certezze ma con dolori simili nel cuore, dovranno pian piano cercare un linguaggio comune. Durata 90 minuti. (Romano sala 2)

Giovani madri – Drammatico. Regia di Luc e Jean-Pierre Dardenne. In una casa famiglia per giovani madri, Jessica, Perla, Julie, Naima e Ariane, tutte cresciute in circostanze difficili, lottano per ottenere una vita migliore per loro stesse e per i loro figli. Durata 105 minuti. (Romano sala 1)

Il maestro – Drammatico. Regia di Andrea Di Stefano, con Pierfrancesco Favino, Roberto Zibetti, Edwige Fenech e Tiziano Menichelli. Felice Milella ha 13 anni, un talento per il tennis e un padre pronto a sacrificare ogni cosa per fare di lui un campione – che il ragazzo voglia o no. Raul Gatti è un ex tennista un tempo arrivato agli ottavi di finale al Foro Italico, ma al momento in cura presso un centro di salute mentale. Raul pubblica un annuncio offrendosi come insegnante privato e il padre del ragazzo, ingegnere gestionale della SIP privo di grandi disponibilità economiche ma non di sogni di gloria, vede in lui l’uomo ideale per aiutare suo figlio a passare dai tornei regionali a quelli del circuito nazionale, facendogli da maestro accompagnatore. Felice si rende però presto conche che Raul potrebbe non aver nulla da insegnargli su un campo da tennis, ma forse qualcosa su come liberarsi dell’ingerenza paterna. Durata 125 minuti. (Massaua, Fratelli Marx sala Chico, Greenwich Village sala 1, Ideal)

Nguyen Kitchen – Commedia musicale. Regia di Stéphane Ly-Cuong, con Clotilde Chevalier e Anh Tran Nghia. La giovane Yvonne vive a Parigi e non ha mai visto quel Vietnam da cui la madre proviene, ama le canzoni e amerebbe cantare, tra un’orchestra e un palcoscenico, ama i grandi musical: sogni, dal momento che la madre, proprietari di un ristorante la vorrebbe accanto a lei in cucina e per di più sposata a un cugino gay. Durata 99 minuti. (Centrale V.O.)

Il rapimento di Arabella – Commedia drammatica. Regia di Carolina Cavalli, con Benedetta Porcaroli, Chris Pine, Lucrezia Guglielmino e Eva Robin’s. Holly, 28 anni, ha sempre pensato di essere la versione sbagliata di se stessa e che la sua vita non sia andata nel modo giusto. Quando incontra una bambina di nome Arabella, si convince di aver trovato se stessa da piccola. Decisa a scappare di casa, la bambina nasconde la sua identità e asseconda il desiderio di Holly: tornare indietro e diventare qualcuno di speciale. Durata 107 minuti. (Eliseo, Fratelli Marx sala Groucho)

Lo schiaffo – Commedia drammatica. Regia di Frédéric Hambalek. Julia e Tobias scoprono che la loro figlia Marielle ha inprovvisamente sviluppato capacità telepatiche e riesce a vedere e sentire tutto cio che fanno. Ciò porta a situazioni che vanno dall’imbarazzante all’assurdo, man mano che vengono rivelate scomode verità. Durata 90 minuti. (Romano sala 3)

Springsteen – Liberami dal nulla – Drammatico/Biografico. Regia di Scott Cooper, con Jeremy Allen White e Stephen Graham. Il film segue il cantante nella realizzazione dell’album “Nebraska” del 1982, anno in cui era un giovane musicista sul punto di diventare una superstar mondiale, alle prese con il difficile equilibrio tra la pressione del successo e i fantasmi del suo passato. Inciso con un registratore a quattro piste nella sua camera da letto in New Jersey, l’album segnò un momento di svolta nella sua vita ed è considerato una delle sue opere più durature: un album acustico puro e tormentato, popolato da anime perse in cerca di una ragione in cui credere. Durata 112 minuti. (Greenwich Village sala 2 V.O.)

Un crimine imperfetto – Thriller. Regia e con Franck Dubosc, con Laure Calamy e Benoît Poelvoorde. Ambientato in un remoto villaggio del Giura, dove Michel e Cathy tirano avanti vendendo alberi di Natale. Con il figlio dodicenne Doudou, ragazzino con difficoltà, vivono in una vecchia fattoria tra montagne innevate, conti in rosso e sogni ormai sbiaditi. La coppia è allo stremo: troppe rate da pagare, troppe delusioni e un inverno che non sembra finire mai. Una sera, sulla strada del ritorno, Michel inchioda di colpo per evitare quello che sembra un orso sulla carreggiata. La manovra azzardata lo fa schiantare contro un’auto sul ciglio della strada, i cui passeggeri a bordo muoiono sul colpo. Preso dal panico, Michel chiama Cathy. Dopo un breve, gelido silenzio, decidono insieme di nascondere tutto. Mentre tentano di far sparire i corpi, nel bagagliaio dell’auto incidentata scoprono una borsa con oltre due milioni di euro in contanti. Quello che inizialmente sembra un miracolo natalizio si trasforma in un incubo a occhi aperti, innescando una serie di eventi caotici e assurdi. Ha scritto Maurizio Porro nelle colonne del Corriere della Sera: “Il problema è l’accumulazione dei fatti, tanti da sembrare un sogno, indagini e rimorsi, euro ed etica, un’alta tensione che si stempera in osservazioni di colore umoristico ma in un panorama notturno tenebroso, come se fosse tutto una paurosa favola per grandi.” Durata 109 minuti. (Greenwich Village sala 3)

Una battaglia dopo l’altra – Thriller, azione. Regia di Paul Thomas Anderson, con Leonardo Di Caprio, Sean Penn, Benicio Del Toro e Chase Infiniti. Un gruppo di ex rivoluzionari si riunisce quando un loro perfido nemico riemerge dal loro passato, dopo sedici anni di silenzio. Tra loro, Bob Ferguson, che ha sognato per anni un mondo migliore ai confini tra Messico e States. Appeso al chiodo l’artiglieria e il nome di battaglia, Ghetto Pat, fa il padre a tempo pieno di Willa, adolescente esperta di arti marziali. Tra una canna e un rimorso prova a proteggerla dal suo passato che puntualmente bussa alla porta e chiede il conto. Dall’ombra riemerge il colonnello Lockjaw, che più di ogni altra cosa vuole integrare un movimento suprematista devoto a San Nicola. Il gruppo avrà il duro compito di salvare la ragazza, che verrà rapita, prima che accada l’inevitabile. Durata 161 minuti. (Greenwich Village sala 3)

L’uovo dell’angelo – Animazione. Regia di M Oshii. Ambientato in un mondo deserto e sospeso, è il racconto dell’incontro tra una giovane ragazza che custodisce un uovo misterioso e un guerriero errante. Durata 71 minuti. (Massaua V.O., Eliseo (rest. in 4K), Ideal (rest. in 4K), Nazionale sala 4 (rest. in 4K), The Space Torino (rest. in 4K), Uci Lingotto (rest. in 4K), The Space Beinasco (rest. in 4K), Uci Moncalieri (rest. in 4K)

La vita va così – Commedia drammatica. Regia di Riccardo Milani, con Ignazio Mulas, Virginia Raffaele, Diego Abatantuono e Aldo Baglio. Il protagonista, un pastore sardo, abbandonato da moglie e figlia che si sono trasferite nel paese vicino, vive alla fine del millennio solitario in una casa che s’affaccia su una stupenda spiaggia dove le pecore possono pascolare. Non vuole assolutamente abbandonare quella propria casa: neppure quando un prestigioso gruppo immobiliare lo vorrebbe riempire di quattrini, nel progetto di costruire proprio in quel tratto di spiaggia un resort a cinque stelle. Ecosostenibile. Il responsabile del gruppo, al fine di convincerlo, manda sul posto Mariano, il capocantiere in cui ha piena fiducia: da quel momento Francesca, la figlia del pastore, si ritroverà tra la solidarietà nei confronti del padre e l’ostilità dei suoi concittadini. Durata 118 minuti. (Due Giardini sala Ombrerosse, Eliseo)

A lezione di storia con il Museo Diffuso della Resistenza

Il Museo Diffuso della Resistenza, in collaborazione con il Polo del ‘900, presenta “I difficili anni del dopoguerra”, un ciclo di 4 incontri dedicato alle trasformazioni politiche, giuridiche e istituzionali che hanno segnato l’Europa e l’Italia tra la fine della seconda guerra mondiale e l’immediata ricostruzione. Si tratta di 4 appuntamenti con studiosi ed esperti di livello nazionale che affronteranno questioni cruciali: sui nuovi confini europei, le migrazioni forzate, la nascita del diritto internazionale e la rinascita democratica della Città di Torino. Il primo incontro si terrà mercoledì 10 dicembre dalle ore 18 alle ore 20 presso il Polo del ‘900. Relatori lo storico Antonio Ferrara e Niccolò Pianciola, professore associato presso l’Università di Padova, coautore del volume “L’età delle migrazioni forzate – esodi e deportazioni in Europa 1853-1963”. Fra gli anni Cinquanta del diciannovesimo secolo e la metà di quello successivo, decine di migliaia di persone vennero espulse e collocate altrove, o costrette a emigrare, solo per he classificate come membri di uno specifico gruppo etnonazionale o religioso. Il fenomeno interessò quell’Europa di mezzo, divisa fino alla prima guerra mondiale tra gli imperi zarista, tedesco, asburgico e ottomano, e si concentrò soprattutto nel periodo tra le guerre balcaniche e il consolidamento dei regimi comunisti nell’Europa Centrorientale. L’incontro, con un ampio raggio d’osservazione, affronta le connessioni nel periodo tra il 1945 e il 1961, tra le migrazioni forzate che ebbero luogo nell’Europa Centrorientale dopo la conclusione della seconda guerra mondiale e quelle che coinvolsero palestinesi ed ebrei, e che si verificarono in Medioriente successivamente alla creazione dello Stato di Israele.

Il secondo incontro si terrà giovedì 18 dicembre, dalle 18 alle 20, con Alberto Perduca, già magistrato, e si concentra sulla giustizia penale internazionale, che si occupa dei crimini più gravi riconosciuti dal diritto: crimini di guerra, contro l’umanità, genocidio e crimine d’aggressione. L’obiettivo è perseguire gli abusi che, continuati su vasta scala nel Novecento, la comunità internazionale, dalla fine della seconda guerra mondiale, ha ritenuto necessario reprimere. Per dare applicazione come,età a questo principio di responsabilità sono nati tribunali e corti internazionali il cui percorso negli ultimi ottant’anni ha segnato passi importanti.

Il terzo incontro si terrà lunedì 22 dicembre, dalle 18 alle 20, sempre al Polo del ‘900, presso lo spazio Incontri. Protagonisti Antonella Finiani, insegnate e ricercatrice del Centro Studi Piero Gobetti, e Gianni Bissaca, drammaturgo, regista e attore. L’incontro sarà dedicato al biennio 1945-1946, la prima Giunta Comunale a Torino dopo la Liberazione, che operò in una situazione di sofferenza e difficoltà. Ada Prospero Gobetti, dopo la Liberazione, fu nomjnata Vicesindaca di Torino, incaricata dal Comitato di Liberazione Nazionale in rappresentanza del partito d’Azione. Ricoprì tale carica sino all’elezione del 1946, occupandosi in particolare di istruzione e assistenza. La realtà che emerge rappresenta una testimonianza preziosa di ritorno alla vita, in cui cura e politica sono assunte a dimensioni fondative del tessuto democratico. La riflessione ne ricostruisce la figura di politica e partigiana nel delicato passaggio tra la liberazione e la ricostruzione. Questa difficile fase della storia della città sarà oggetto nella primavera del 2026 di un’azione teatrale che il museo organizzerà in collaborazione con il Consiglio Comunale.

Ultimo incontro previsto, in programma il 23 dicembre dalle 18 alle 20, presso lo spazio Incontri del Polo del ‘900, è con Andrea Di Michele, docente ordinario dell’Università di Bolzano. Il titolo dell’incontro sarà “Confini”, e riguarderà la riorganizzazione dell’Europa dopo la fine della seconda guerra mondiale, che per metà avviene portando o riportando regimi illiberali, mentre per l’altra metà ritrova la democrazia. La divisione dell’Europa è sempre stata vista sotto la prospettiva della Guerra Fredda, cioè del conflitto tra le due superpotenze nei rispettivi campi di influenza che si contrappongono. In Italia, come avvenuto alla fine e della seconda guerra mondiale, la questione dei confini si pone in particolare nel quadrante Nordorientale, con conseguenze drammatiche per le popolazioni. Con il passare dei decenni, la precarietà e le discussioni sui confini tornano d’attualità e interrogano le istituzioni internazionali faticosamente costruite nel dopoguerra.

Gli incontri si terranno al Polo del ‘900, presso Palazzo San Daniele.

“TIERRA Y MAR 2025” Settimana del Tango nell’ Imperiese

Una mostra, tre workshop e un recital sul tango

I nostri concittadini, turisti/migranti pre-natalizi nella nostra meravigliosa Liguria, saranno probabilmente interessati alla “Semana Dia del Tango” 2025 (manifestazione nell’ambito della seconda edizione di “Tierra y Mar”) che si svolgerà da sabato 6 all’11 dicembre nell’Imperiese. Dopo una vivacissima estate, si rientra nel vivo della profondità culturale e artistica rioplatense, con vari appuntamenti dedicati al Tango.

Da fruire saranno varie opere grafiche, immagini, testi delle canzoni di tango e narrazioni sceniche organizzate da Casa de Tango by Etno-tango, con il Patrocinio del Consolato Argentino di Milano.

Si inizia il 6-7-8 dicembre al Forum Ricca di Civezza, dalle 15.00 alle 18.00 (ingresso a offerta libera) con l’esposizione delle tavole “I TANGHI DI TANGO”, mostra iconografica di grandi immagini abbinate ai testi più famosi del tango cançion: da La Morocha a Amablemente, da Yira Yira a Caminito.

Sempre nella stessa sede, dalle 16.00 alle 17.30 il workshop “SOY YO” condotto da Monica Mantelli (ogni giorno un tema diverso). Si parlerà degli archetipi del tango attraverso le Letras e l’immaginario grafico di grandi disegnatori.

L’ultima mezz’ora vedrà ogni giorno un ospite speciale così organizzato:

Sabato 6 – Simonetta Giacosa, esperta di settore, spiegherà ai presenti la pratica metamorfica applicata al ballo del tango.

Domenica 7 – Ippolito Ostellino, esperto naturalista, proietterà i Case Histories più interessanti di tango in natura, dal titolo “A piedi nudi nel parco”.

Lunedì 8 – a Diego Pavia l’interpretazione con alcune ballerine del Tango di Roxanne (tratta dall’Asterione di Borges).

Infine, grande celebrazione Giovedì 11 dicembre alle ore 17.00 presso il prestigioso Grand Hotel des Anglais di Sanremo per un ultimo appuntamento con il Recital THREE LADIES FOR TANGO, con Tita Merello, Maria de Buenos Aires, Evita Peron. Il tutto sarà gestito da Monica Mantelli, esperta di cultura rioplatense e direttrice artistica della rassegna.

La celebrazione “DIA DEL TANGO” compie 48 anni nel 2025 per evidenziare l’importanza di questa danza nella cultura argentina; la data stessa fu scelta in omaggio alla nascita del cantante Carlos Gardel (1890) e del direttore d’orchestra Julio de Caro (1899).

Per info sui workshop, inviare messaggio whatsapp al 377/04.88.519; partecipazione libera con offerta consapevole (consigliati 10 euro a persona). Organizzazione a cura di Casa de Tango by Etno-tango, in collaborazione con il Comune di Civezza.

Ferruccio Capra Quarelli

Vitamine Jazz Festival: la musica che cura

Quarta edizione al Teatro Juvarra di Torino

Sabato 6 dicembre 2025, ore 16.45

Il 6 dicembre 2025, alle 16.45 si terrà, presso il Teatro Juvarra di Torino, la quarta edizione del “Vitamine Jazz Festival”, con una rappresentanza dei musicisti che volontariamente, , donano la loro arte nei reparti dell’Ospedale S. Anna per rispondere all’appello della Fondazione Medicina a Misura di Donna onlus.

Emanuele Cisi e Barbara Raimondi docenti del Dipartimento Jazz del Conservatorio G. Verdi di Torino, Sergio Di Gennaro e Elis Prodon nomi eccellenti del jazz torinese, i giovani Mattia Basilico e Nicolo’ Di Pasqua fra i freschi vincitori del prestigioso concorso Massimo Urbani, dal Brasile Roberto Taufic, Gilson Silveira, Val Coutinho e Sabrina Mogentale: sono solo alcuni dei musicisti che arricchiscono il ghiotto cartellone del Festival di Vitamine Jazz di quest’anno.

Il ricavato della serata sarà destinato a progetti concreti per la salute e il benessere delle donne, con particolare attenzione alla prevenzione e alla diagnosi precoce delle patologie femminili.

Le “Vitamine Jazz”, varate nel settembre 2017 dalla Fondazione Medicina a Misura di Donna, in accordo con la Direzione dell’AOU Città della Salute e della Scienza e l’Università degli Studi di Torino, sono il più articolato, ampio e longevo programma al mondo di esecuzioni di jazz realizzate in un ospedale. La Fondazione ha mobilitato, con la Direzione Artistica di Raimondo Cesa, le

istituzioni culturali del territorio e la comunità degli artisti che hanno messo a disposizione della causa tempo e competenze in modo gratuito.

Il progetto si colloca nel percorso strategico sull’alleanza virtuosa tra “Cultura e Salute” varato dalla Fondazione nel 2011 che vede coinvolti istituzioni culturali, medici, esperti nelle scienze sociali, economisti della cultura per portare in Ospedale esperienze pilota esportabili in altri contesti.

All’Ospedale Sant’Anna di Torino, il più grande d’Europa dedicato alle donne, sono stati superati i 485 appuntamenti musicali con la partecipazione di oltre 450 jazzisti di fama nazionale e internazionale.

Le note del jazz hanno dato il benvenuto alle nuove vite nei reparti maternità, accompagnato le pazienti durante le cure chemioterapiche nel Day Hospital oncologico, ingannato il tempo dell’attesa nelle sale d’aspetto e al pronto soccorso.

Il programma si sviluppa in dialogo con il personale dei reparti coinvolti ed è stato valutato molto positivamente da pazienti e operatori sanitari.

Attendiamo gli appuntamenti con curiosità e meraviglia. La musica ci stimola e ci ha aperto nuovi mondi” affermano le infermiere intervistate. Gli stessi musicisti definiscono l’ospedale “un grembo armonico” e considerano l’esperienza dell’esecuzione ad personam un arricchimento personale e professionale.

La musica si è dimostrata una importante alleata nel percorso di cura e per questo siamo riconoscenti a tutti gli Artisti che hanno risposto con grande generosità ed entusiasmo al nostro appello” afferma la prof.ssa Chiara Benedetto, Presidente della Fondazione Medicina a Misura di Donna.

Neppure il Covid è riuscito a fermare “Vitamine Jazz”! Nei due anni di forzata assenza dalle corsie del Sant’Anna il mondo jazzistico si è attivato per prendere parte a quelle che sono state chiamate “Vitamine Jazz Virtuali”, inviando telematicamente video dedicati da ogni parte del mondo. L’esempio più eclatante è il video registrato in Brasile per le Vitamine Jazz Torinesi da Roberto e Eduardo Taufic con il grande Ivan Lins!

La musica è conversazione, comunicazione in armonia. Il jazz in particolare è condivisione continua. Dall’interazione fra musicista e spettatore nascono le successive improvvisazioni”, afferma con orgoglio Raimondo Cesa che cura la rassegna e presidia ogni incontro.

“Atomica”: al Teatro Astra il mostro nel paradosso della luce

Dopo il grande successo di “Dracula”, la stagione 2025-2026 del TPE Teatro Astra, “Mostri”, prosegue fino al 7 dicembre prossimo con la pièce “Atomica”, uno spettacolo di Muta Imago con la regia di Claudia Sorace e la drammaturgia e il suono di Riccardo Fazi. Sul palco, i bravissimi e intensi Alessandro Berti e Gabriele Portoghese hanno dato vita al carteggio tra Claude Eatherly, giovane pilota texano che dà l’approvazione definitiva allo sgancio della bomba atomica che colpì Hiroshima, l’unico della missione a sentire il peso della colpa, e il filosofo tedesco Gunther Anders, portando in scena uno spettacolo necessario, contemporaneo nella maestria di urlare disperatamente il presente richiamando il passato, evocando inoltre quella mostruosa caratteristica del potere, quando si trova a dover perpetuare sé stesso, nell’affrontare con tanta leggerezza criminale il possibile utilizzo, come oggi accade, dell’ arma nucleare.

Il tema dominante nella pièce sembra essere quello della ferita insanabile, uno strappo al di là di ogni aiuto che colpisce Eatherly e l’umanità intera, di cui diventa simbolo. Il giovane pilota rappresenta la trasfigurazione di un fantasma che vive nel cono d’ombra della luce proiettata dal mostro. Una luce, quella dell’esplosione atomica, che acceca, cancella e annichilisce, favorisce il buio della coscienza disinnescando l’impeto di ribellione, costruisce il proprio significato attraverso un’ immagine, tristemente nota, priva di linguaggi universali che possano comprenderla e accettarla: il fungo atomico, la cui forma disegnata rappresenta anche il recinto di “The Bomb”, leggendaria poesia di Gregory Corso in cui le parole, scontrandosi come atomi, danno vita a una reazione in versi che causa delirio, simbolo della follia umana. La sensazione, fin dall’inizio dello spettacolo, è quella di trovarsi di fronte alla caduta del miltoniano Lucifero di “Paradise Lost”, di condividere il folle paradosso della sua sofferenza, il tonfo bestiale di chi, caricatosi sulle spalle il peso dell’ombra, è precipitato generando la luce di Dio.

Forse il mostro è un’entità che supera i confini del bene e del male, del buonsenso e della scelleratezza. Forse è possibile trovarlo, attenendosi al tema della pièce, in quella lingua di terra che separa la radiazione sperimentata da Marie Curie per la lotta al cancro da quella finalizzata allo sterminio di massa. Il mostro è quella frattura che divide, è la scintilla, l’istante che cambia la storia. Sarebbe troppo facile, fin banale, riconoscerlo in quanto male. Il “monstrum” è anche lo spirito divino, il prodigio, quella geniale consapevolezza d’aver accettato la morte, il disfacimento nostro e quello dell’altro, la violenza, i soprusi, la tortura. Il mostro è la ferita che l’umanità si autoinfligge, una dimensione di domande che rappresentano esse stesse la risposta, sofferenze e colpe di cui siamo a conoscenza e che, per qualche motivo, accomunano sia la vittima che il carnefice. Uomini, nella ciclica ristrutturazione dell’ignoto, nel mito di domani.

Lo spettacolo, consigliatissimo, prende la forma di un viaggio onirico e visivo nella psiche del protagonista, che affronta i fantasmi di un complesso di colpa soggettivo che diviene collettivo. Una riflessione sulla perdita dell’innocenza di un mondo che, dal 6 agosto 1945, è costretto a confrontarsi con la minaccia della propria fine.

Gian Giacomo Della Porta

Un musical intenso: la vita di Frida Kahlo. Sul palco anche Drusilla Foer

 

Da giovedì 4 a domenica 7 dicembre, al Teatro Alfieri di Torino, andrà in scena “Frida Opera Musical”, lo spettacolo scritto da Andrea Ortis e Gian Mario Pagano, che ha debuttato il 30 ottobre scorso al teatro Arcimboldi di Milano. Si tratta di un viaggio straordinario nelle opere di Frida Kahlo, secondo un progetto realizzato dalla MIC International Company in collaborazione con il Museo Frida Kahlo, “Casa Azul” e il Museo Diego Rivera Anahuacalli di Città del Messico, e con il patrocinio dell’ambasciata del Messico in Italia. I protagonisti di questa opera sono Federica Butera, che interpreterà il ruolo della Kahlo, Diego Rivera, interpretato da Andrea Ortis, che esprimerà la forza del suo corpo ferito, la resistenza e la voglia di vivere, la lotta per la libertà e l’identità. Ad accompagnare il viaggio di Frida Kahlo e del suo tormentato amore Diego Rivera, sarà Catrina, interpretata da Drusilla Foer, protagonista assoluta dell’immaginario popolare della cultura messicana. Incarna la morte, non vista come opprimente e minacciosa, come percepita in Europa, ma una morte sorridente, gentile, un po’ manipolatrice, che guarda alla vita con amore e contemplazione. Si tratta della prima produzione di Teatro Musicale realizzata in partnership con il Messico. Il palcoscenico del teatro Alfieri sarà popolato da tanti personaggi che ballano e canta o sulle musiche e le liriche di Vincenzo Incenzo, compiendo un viaggio attraverso la vita e pe opere dell’artista messicana. Una particolare attenzione sarà riservata all’amore che legò Frida a Diego Rivera, un legame alternato da alleanze e scontri, passioni e infedeltà. Il musical non si limita soltanto a narrare la vita di Frida Kahlo, ma a illustrare un periodo importante della storia messicana, quello postrivoluzionario, contraddistinto da figure chiave come André Breton, Tina Modotti, Zapata e Trotsky.

“Ci sono artisti unici – afferma il regista Andrea Ortis – che risiedono in un non luogo, diventando parte di un non tempo. Artisti trasversali che raggiungono la vita di tutti in modo magico e perfettamente reale. Frida abita il ‘per sempre’, riuscendo a parlare ogni lingua possibile. Una donna profondamente messicana che ogni popolo del mondo sente un po’ sua, percependosi a sua volta un po’ messicano. Ecco perché ho scelto Frida, perché nessuno come lei è riuscito ad attraversare le barriere del dolore, diventandone evoluzione, ponendosi al di fuori della realtà oggettiva, trascendendo così il limite imposto dell’immanenza. La sua opera va oltre l’esperienza sensibile del vivere e, pur rappresentando la durezza tangibile, il dolore effettivo, tutta la fattuale afflizione lo travalica diventando nella sua arte pittorica espressione di valori ultrasensibili. Frida non si contiene, è portatrice del valore identitario e libero del popolo messicano. Non è arginabile nei confini di un tratto moderato, supera gli steccati di una perfetta comprensione assumendo le sembianze del cielo, e lo fa mettendo a nudo la sua travagliata esistenza, che diventa così alta, infinita, immutabile, proprio come è il cielo”.

Teatro Alfieri – piazza Solferino 4, Torino – da giovedì a sabato ore 20.45 / domenica ore 15.30

www.teatroalfieritorino.it – www.ticketone.it

Mara Martellotta