CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 28

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Con il referendum non si scherza – La regina Margherita – Decadenza a Vienna e a Venezia per Capodanno – Lettere

Con il referendum non si scherza
Nella storia dei referendum dal 1974 in poi abbiamo avuto pagine negative che hanno svuotato il significato referendario come i quesiti proposti da Landini disertati dalla netta maggioranza degli italiani. Il referendum sulla Magistratura ha già ottenuto l’approvazione  della Cassazione e adesso c’è chi ha egualmente iniziato a raccogliere le  firme come se non ci fossero già le condizioni giuridiche per fissarne la data.
Si tratta di gruppi chiaramente propensi al No che vogliono creare confusione e dilatare i tempi per la convocazione referendaria, sperando di recuperare consensi. Questa è una manovra sinistra che va denunciata come un attacco sleale al referendum da parte di chi teme di perderlo (e lo perderà) e vuole menare il can per l’aia. Non era mai capitato nella storia repubblicana un qualcosa di simile. Chi ricorre a questi mezzucci per allungare i tempi rivela irresponsabilità e non rispetto per uno strumento di democrazia come il referendum  nella speranza di difendere privilegi corporativi inammissibili in una democrazia repubblicana e liberale.
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La regina Margherita
La scrittrice Bruna Bertolo farà uscire il giorno 4 gennaio un suo libro dedicato alla Regina Margherita di cui si ricorda il centenario della morte a Bordighera dove verrà fatta celebrare una Messa  e verrà reso omaggio al  suo bel monumento di fronte al mare di Sant’Ampelio. L’amico Gen. Cravarezza organizzò alla Biblioteca nazionale di Torino una mostra della sua ricchissima biblioteca. A Stupinigi dove visse da regina Madre, verranno aperti i suoi appartamenti per iniziativa dell’associazione internazionale “Regina Elena”. Penso che vada messa in evidenza la capacità di intrattenere rapporti con la cultura e i letterati. L’esempio più significativo  è la relazione con Carducci che scrisse la famosa ode in suo onore.
Fu l’unica Savoia a comprendere l’importanza di stabilire un consenso con il mondo intellettuale che ebbero Maria Jose’ e Umberto II. La stirpe guerriera dei Savoia, salvo Carlo Alberto, era refrattaria alla cultura. Non va per altro  sottaciuto lo spirito reazionario della regina che fu consenziente con il re buono di fronte alle cannonate di Bava Beccaris a Milano e alla svolta involutiva di fine ‘800 che costò la vita a Umberto I, vittima di un attentato anarchico. Ma va anche ricordata la sua aperta simpatia per il nascente fascismo. I quadrumviri si recarono a Bordighera ad omaggiare la regina prima della Marcia su Roma . Essa ebbe una parte nel convincere il figlio Vittorio Emanuele lll nel cedere il 28 ottobre 1922 all’eversione che il ministro della Guerra  Soleri avrebbe voluto stroncare con lo stato d’assedio della Capitale. Fino alla sua morte ebbe un ottimo rapporto con il regime e con Mussolini. Pur vivendo appartata, ebbe un ruolo come regina madre, molto lontano da quello della regina Elena che non si occupò mai di politica e fu esemplare nell’assistere poveri e malati e nell’accorrere in soccorso ai terremotati di Messina  e nell’aprire
nell’aprire il Quirinale ai feriti durante la Grande Guerra. Sarà sicuramente ricordata anche a Gressoney dove amava trascorrere le estati, grande appassionata della montagna valdostana. Fu la prima regina d’Italia e va ricordata nelle sue luci e nelle sue ombre come impone la storia, senza indulgere agli oblii faziosi e alle mitizzazioni infondate.
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Decadenza a Vienna e a Venezia per Capodanno
In passato avevo assistito  di persona ai due concerti di Capodanno di Vienna e di Venezia. Il primo gennaio  ho assistito in Tv ad ambedue i concerti  che non sono più così attrattivi sotto il profilo musicale, almeno per i miei gusti di allievo, distratto dallo studio della storia,  di  Massimo Mila che, per altro, non era un grande musicologo, come rivela oggi  il silenzio attorno al suo nome.   Il pubblico non è più lo stesso e l’eleganza tipica di Capodanno ha ceduto il posto ad abbigliamenti che sono rimasti adeguati solo nel pubblico femminile che non rinuncia all’eleganza. E’ balzato all’occhio il maestro direttore d’orchestra di Vienna con un frac blu e un fermaglio femminile al posto del papillon e ovviamente l’immancabile orecchino oggi tanto  di moda. Aveva anche le unghie dipinte di smalto. Il pubblico maschile che indossava lo smoking era minoritario, il frac quasi inesistente. Non si è arrivati ancora ai jeans del Regio di Torino  dove si protestava per i funerali solenni di Berlusconi, ma basta attendere e ci arriveremo anche a Venezia. Ci sono luoghi che non possono essere lambiti  dalla casualità del vestire. La musica proposta a Vienna resta la più adatta al Capodanno, mentre quella della Fenice è meno conforme alla festività: un Mascagni accompagnato da un balletto in mutande è il punto più basso a cui si è giunti. Per equilibrare la delusione, se fossi stato a Venezia, sarei andato a cenare al “ Bacareto“, vicinissimo alla “Fenice”,  che non tradisce mai e  non impone dress code. Io il 31 dicembre sono andato ad un ottimo cenone in un rinomato ristorante di Alassio dove il Sindaco ha organizzato un Capodanno con i fiocchi. Ho notato tra gli avventori molti senza cravatta e con  pullover, mentre le signore erano eleganti. Due erano in jeans e maglietta. Solo il commendator Gravellone, grande impresario del Ponente e chi scrive avevano un abito scuro come sarebbe d’obbligo, dress code a parte. Vestirsi in modo elegante a Capodanno è  infatti anche un piacere che è andato quasi totalmente perduto. Peccato. Io ricordo un  grande e storico hotel di San Remo che imponeva ai clienti la giacca per entrare al ristorante anche in piena estate; nessuno, allora, aveva l’ardire di presentarsi in modo non conforme a quella che era considerata semplice educazione. Il 31 dicembre Gravellone ed io con il nostro gessato ci siamo sentiti fuori posto.
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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
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La compagna del principe
Adriana Ambascal è la nuova compagna messicana del principe Emanuele Filiberto di Savoia. Ho letto sui giornali le sue dichiarazioni contro il principe che non vuole regolarizzare la situazione con un divorzio dalla moglie. L’Ambascal dice che “da cattolica non può stare con uomo sposato.” Il principe si è messo davvero in pessime acque perché la sua immagine è compromessa.  Giuseppina Zai
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Non seguo le cronache mondane e a me le vicende private di Emanuele Filiberto non interessano. Come anche le vicende pubbliche un cui è impegnato,  anche se – non va dimenticato – raccoglie dei cospicui  fondi per la beneficienza. Vorrei tuttavia  correggere la signora Ambascal che ritiene che da cattolica basti il divorzio per regolarizzare un rapporto. I cattolici non dovrebbero accettare il divorzio, ma forse anche  questo è uno dei pilastri del Cattolicesimo  caduti nel dimenticatoio.
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Vanchiglia blindata
Abito a Vanchiglia quartiere che amo, diventato anch’esso insicuro per la delinquenza e la mala movida. L’insicurezza era anche generata da Askatasuna e le sue guerriglie. Oggi la zona “blindata” è tornata sicura. Grazie alle Forze dell’Ordine che presidiano il territorio a tutela dei cittadini onesti. In Valle di Susa i presidi non sono serviti a tutelare gli impianti e i lavori dalla guerriglia continua.  Gina Groppi Filippi
In parte concordo con lei perché l’evacuazione  del centro sociale è stato un bene per tutta la  città. Esso non è un bene comune,  mi permetta il bisticcio di parole, ma una calamità sociale.  Temo però che la blindatura di parte di Vanchiglia possa creare anche problemi a residenti e negozianti. Questo  appare un dato  oggettivo. Il giorno di Natale ho fatto avere in anonimato un dolce  pensiero ai poliziotti in servizio  per testimoniare la mia vicinanza e la mia solidarietà con il loro difficile e prezioso lavoro. Ancora la sera di Capodanno quattro carabinieri sono stati feriti dai baldi giovani antagonisti  che festeggiavano …Basterebbe questo per capire la situazione in cui ci troviamo e che esige fermezza e non compromessi

L’inizio d’anno a Sauze d’Oulx tra musica e mercatini

Dopo lo spettacolare Capodanno con il tutto esaurito, Sauze d’Oulx si appresta a vivere in grande stile il weekend della Befana.
E lo fa partendo dal cinema, con la riapertura, venerdì 2 gennaio scorso, dello storico cinema Sayonara di via Monfol 23. Lo ha fatto con la nuova denominazione “Cinema Faro”. Infatti la sala cinematografica di Sauze d’Oulx era rimasta chiusa due anni or sono in seguito alla tragica e prematura scomparsa del gestore Beppe Perotto. Il cinema riapre grazie alla famiglia Di Saint Pierre che porta avanti una tradizione cinematografica. Ad aprire la sala di Sauze d’Oulx è Margherita con il papà Alessandro che continuano la tradizione del nonno Alberto che creò il mito del “Cinema Faro” di via Po a Torino. E proprio in ricordo di nonno Alberto la nipote Margherita ha scelto l’intitolazione “Cinema Faro”. Il Cinema Faro sarà aperto nel weekend dell’Epifania e poi nei weekend.

“Dopo la scomparsa di Beppe Perotto il nostro cinema è rimasto chiuso – ha dichiarato il Sindaco di Sauze d’Oulx Mauro Meneguzzi- Ma sin da subito abbiamo cercato in tutti i modi di trovare una soluzione per la sua riapertura al fine di garantire un servizio di qualità ai nostri turisti. Ringraziamo Alessandro e Margherita Di Saint Pierre per aver colto questa sfida che sicuramente sapranno vincere perché vantano una tradizione familiare che fornisce grandi garanzie. A loro va il nostro in bocca al lupo per una stagione ricca di soddisfazioni”.
Il weekend dell’Epifania porta con sé anche i “Mercatini della Befana” che animeranno il centro storico del paese in piazza Assietta e piazzetta Genevris sabato 3 e domenica 4 gennaio.
Sabato 3 gennaio l’anno parte con il sound energetico e brillante delle Effe String Quartet, un quartetto d’archi femminile, moderno e super coinvolgente che si esibirà alle ore 21 presso il Teatro d’Ou con ingresso con accredito da ritirare presso l’Ufficio del Turismo.
Una serata di grande musica con  l’EFFE String Quartet che proporrà un live show con le film soundtracks più belle, le melodie delle più famose pop hits e i ritmi del rock che si fondono in uno spettacolo dinamico e coinvolgente. La versatilità delle musiciste darà vita ad una dimensione moderna del quartetto d’archi, caratterizzato da un sound accattivante ed energico. EFFE String Quartet è un ensemble italiano tutto al femminile, dalla personalità eclettica e magnetica, capace di trasformare ogni palco in una scena vibrante dove gli archi diventano protagonisti assoluti di una narrazione musicale sorprendente. Con uno stile inconfondibile e una versatilità fuori dal comune, il quartetto attraversa i generi con naturalezza, spaziando dal repertorio classico alla musica contemporanea, dalle colonne sonore più iconiche fino all’energia travolgente del rock.
Dopo il grande successo dell’Ukulele Turin Orchestra del 29 dicembre, la Cappella di Sant’Antonio a Jouvenceaux ospiterà una seconda serata di grande musica lunedì 5 gennaio sempre alle ore 21. L’Associazione “Amici di Jouvenceaux” propone il duo chitarra e voce “B&B Bacciolo-Ballestrero”, un progetto live in cui stili e suggestioni differenti confluiscono in un interessante repertorio.
Nel weekend dell’Epifania anche due appuntamenti con la rassegna “Le serate del CAI”, sempre presso il bar “Scacco Matto” di piazzale Miramonti 9 e sempre alle ore 21 e ad ingresso libero. Sabato 3 gennaio Beppe Sala presenta “Camino de Santiago: gli altri cammini oltre il Francese”, mentre domenica 4 gennaio presentazione del libro “La neve perduta” di Gianni Ballor che dialogherà con Alessandra Neri.

Sino al 4 gennaio presso i locali dell’Ufficio del Turismo di viale Genevris, dalle 9 alle 12 e dalle 14,30 alle 18,15 si potrà visitare l’esposizione “Contemporary Art Grand Tour”. Una mostra collettiva itinerante che, dopo aver attraversato numerose città e borghi di Lazio, Toscana, Umbria, Molise, Campania, Emilia-Romagna, Liguria, Lombardia e Veneto, approda per la prima volta in Piemonte, proprio a Sauze d’Oulx. Un progetto nato per scoprire, promuovere e valorizzare il talento di artisti emergenti e affermati, italiani e internazionali.

Mara Martellotta

La forza rivoluzionaria del perdono nella “Cenerentola”

 

In scena al Teatro Regio 

Il 2026 si apre al teatro Regio nel segno di Rossini con uno dei capolavori più vivaci, sorprendenti e raffinati del compositore marchigiano, “La Cenerentola”, che andrà in scena sabato 17 gennaio alle ore 20. Lo spettacolo è riservato al pubblico under 30 e i biglietti sono disponibili on line e alla biglietteria fino a esaurimento dei posti disponibili.

Saranno tre i debutti di prestigio legati alla Cenerentola: Antonino Fogliati, tra i maggiori specialisti del repertorio belcantista e Ufficiale dell’Ordine  al Merito della Repubblica Italiana, che dirigerà l’Orchestra e il Coro del Teatro Regio; Manu Lalli, alla regia del fprtunatp e acclamato allestimento del Maggio Musicale Fiorentino; Vasilisa Berzhanskya, mezzosoprano di eccezionale estensione vocale, nel ruolo della protagonista.

Accanto a lei un cast di impronta squisitamente rossiniana, formato da Nico Darmanin,  Roberto De Candia, Carlo Lepore, Maharram Huseynov e le artiste del Regio Ensemble Albina Tonkikh e Martina Myskohlid, il Coro del Teatro Regio istruito dal maestro Piero Monti, che sostituisce temporaneamente il maestro Trabacchin.

Nell’allestimento firmato da Manu Lalli, la dimora di Don Magnifico è rappresentata da una casa dai caldi rimandi sett-ottocenteschi, con magnifiche scene dipinte ed elememti architettonici creati da Roberta Lazzeri. Qui Cenerentola corre senza sosta per soddisfare i capricci della famiglia, ma trova rifugio nei libri. Il suo amore per la lettura, volto dalla regia, tratteggia una figura determinata, vicina al pubblico contemporaneo e in netto contrasto con la vanità di Clorinda e Tisbe, eternamente alle prese con specchi e merletti. I costumi fantasiosi ed eloquenti di Gianna Poli disegnano una vivace galleria di caratteri, mentre le luci di Vincenzo Apicella, riprese da Valerio Tiberi, accompagnano la metamorfosi della protagonista, dalla penombra del focolare alla piena luminosità di Palazzo Reale. A sottolineare i tratti fiabeschi non mancano, grazie alla regia di Lalli, fate che danzano, una pioggia di stelline brillanti e la zucca che si trasforma in carrozza per condurre Cenerentola alla festa.

“La Cenerentola, ossia La bontà in trionfo” fu composta in sole tre settimane e andò in scena per la prima volta al teatro Valle di Roma il 25 gennaio 1817, l’anno successivo al debutto del “Barbiere di Siviglia”. Rossini aggiunse alla sua vis comica, che gli aveva procurato successo in tutta Europa, nuove sfumature sentimentali. La fiaba di Perrault, adattata da Jacopo Ferretti con alcune varianti, su tutte la matrigna, che qui diventa patrigno, e la scarpetta che diventa braccialetto, gli offrì l’occasione di tingere i suoi “crescendo” di nuances malinconiche, di aprire i suoi ritmi forsennati a tocchi di poesia. Il risultato è un’opera dove i protagonisti, Cenerentola e il principe Don Ramiro, cantano i loro sentimenti fondendovi tutta la fragilità della giovinezza; gli antagonisti, il patrigno e le sorellastre, vi fanno da contraltare con un umorismo sapido e grottesco di derivazione napoletana, non dimentico della radice europea della fiaba di Cenerentola nella terra di Basile.

Gioacchino Rossini trasforma la fiaba di Perrault in uno scintillante melodramma giocoso, dove il gioco dei travestimenti esplora il team dell’identità capovolta: il principe si finge servitore, il servitore si spaccia per principe, mentre l’unica a restare sé stessa e Cenerentola. In questa versione la magia lascia il posto all’ingegno, e i simboli tradizionali della fiaba diventano personaggi e oggetti nuovi. La fata diventa il filosofo Alidoro, la matrigna diventa il patrigno, spassosissimo “Intendente dei bicchier e presidente al vendemmiar”, e la scarpetta si trasforma in quel braccialetto che svelerà l’identità della protagonista. Pur nella sua veste giocosa, “La Cenerentola” è un’opera dal forte valore simbolico. La protagonista incarna un ideale di bontà, che non si lascia contagiare dall’odio, ma lo disinnesca con il perdono e la scelta di non rispondere con la violenza alla violenza. In un mondo popolato da arrivismo da meschinità, Cenerentola assume il ruolo di pacificatrice, capace di ricucire i rapporti spezzati e di offrire una seconda possibilità a chi l’ha umiliata. La sua ascesa sociale non nasce da un incantesimo, ma da virtù quali pazienza, compassione e intelligenza; il vero riscatto non coincide con il matrimonio principesco, ma con la vittoria della conoscenza e della bontà su ogni forma di prepotenza. Si tratta di un messaggio rivolto anche al pubblico giovane: i  questa Cenerentola rossiniana il perdono non è debolezza, ma scelta radicale, capace di cambiare il destino dei personaggi e idealmente lo sguardo di chi ascolta.

Mara Martellotta

Alice torna nel paese delle Meraviglie

OPERETTA TEATRALE A STUPINIGI

A tutti è familiare la Palazzina di Caccia di Stupinigi, delizia dell’Ordine Mauriziano, alle porte di Torino, uno dei tesori architettonici di cui è ricca la nostra regione. Non tutti però conoscono il programma a regìa del Gruppo Storico Nobiltà Sabauda previsto per il 6 gennaio 2026, con ben due spettacoli, il primo alle ore 15.00 e il secondo alle 17.00

Grazie a questi spettacoli, la Palazzina di Caccia si trasformerà in un palcoscenico incantato.

Il citato gruppo storico porterà in scena una rivisitazione del capolavoro di Lewis Carrol ‘Alice nel Paese delle Meraviglie’, dal titolo: “ALICE: IL RITORNO NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE”.

L’ormai ventenne Alice ritorna nel mondo fatato che l’aveva accolta da bambina. Il Paese che la vide con i capelli sciolti, i calzettoni bianchi e gli occhioni azzurri, luccicanti, di fronte ad ogni sorpresa è però cambiato.

Purtroppo quella realtà è minacciata sia da una regina crudele che da una tetra ombra che insieme incombono sul regno di quelle creature fantastiche. Ormai giovane adulta, l’eroina di Carrol (che nacque matematico, prima che romanziere di successo) dovrà caricarsi sulle spalle la responsabilità di aiutare i vecchi amici a liberarli da quell’incubo.

Il Gruppo Storico Nobiltà Sabauda nasce nel 1997 ed è ormai noto per iniziative che uniscono recitazione, danza e rievocazione storica. Grazie a un corposo numero di oltre quaranta artisti, questo cammeo culturale – vanto per la nostra regione – ha partecipato a manifestazioni culturali sia in Italia che all’estero, riscuotendo ovunque gran successo, grazie alla sua peculiare capacità di saper ricreare atmosfere, sia aristocratiche che contadine, militari, artigiane, religiose del nostro luminoso passato ducale.

Fra gli altri, ricordiamo spettacoli come “C’era una volta l’Italia che non c’era”, “L’eclissi del Re Sole” e i “Racconti dalla gabbia dorata”.

Dove si esibiscono? Principalmente in piazze, borghi antichi e palazzi storici.

L’opportunità di ambientare questo ‘ritorno di Alice’ nella Palazzina di Caccia, un gioiello barocco di particolari peculiarità, è stata quanto mai valida come scenario indispensabile per far risaltare la magia di trama, costumi e le capacità artistiche del Gruppo.

E’ certo che questa Epifania 2026, passata in loro compagnia, potenzierà la dolcezza di una festa principalmente cara ai bimbi.

Il costo di 8 euro (ridotto) e di 12 (intero), non solo permetterà l’accesso allo spettacolo ma anche alla visita alla Palazzina. No prevendita né posti prenotabili, perciò si consiglia di presentarsi agli ingressi con un certo anticipo.

Per ulteriori informazioni – soprattutto logistiche – fare riferimento alla Fondazione Ordine Mauriziano-Palazzina di Caccia di Stupinigi.

Telefono 011-62.00.601 e.mail stupinigi@biglietteria.ordinemauriziano.it

Ferruccio Capra Quarelli

Epifania a teatro per le famiglie

 

Allo Spazio Kairos merenda e “Tutti a scuola! La Befana vi aspetta”, dal libro di Nicoletta Asnicar

Martedì 6 gennaio alle 16,30 allo Spazio Kairos di Torino, in via Mottalciata 7, “Tutti a scuola! La Befana vi aspetta“, di e con Michela Di Martino.

Onda Larsen, che organizza il pomeriggio, offre alle 16 la merenda. Poi, alle 16,30, va in scena lo spettacolo liberamente tratto dal libro di Nicoletta Asnicar: 50 minuti di teatro di narrazione e interazione, pensati per un pubblico dai 2 in avanti.

Lo spettacolo sulla Befana
Poter aiutare la Befana, è un’occasione imperdibile. Mancano poche ore alla notte dell’Epifania, ma quest’anno c’è un grosso problema: la Befana ha la febbre. Gommose alla fragola, orsetti di gelatina, ovetti mille gusti: come farà a distribuirli? Avrà bisogno di un valido o una valida aiutante: così decide di fare un concorso. Alla sua buca delle lettere arriveranno varie lettere, ma tra tutte sceglierà quella di Annì, una bimba di 6 anni, molto determinata e con tanta voglia di imparare. E così, la Befana, tra un fazzoletto e l’altro, insegnerà i segreti della “befaneria”.

I piccoli verrano coinvolti anche sul palco come aspiranti aiutanti della Befana: a fine spettacolo, potranno conoscerla e parlarci, imparando qualche segreto della Befana e l’incantesimo cantato “Ad ognuno il suo dolcetto”.

Michela Di Martino – Bio

Nata a Napoli e residente a Torino dall’età di 10 anni. La sua attività poliedrica spazia dalla recitazione teatrale alla conduzione televisiva, passando per il doppiaggio, la scrittura e la partecipazione attiva a eventi istituzionali e sociali. Cresciuta in una famiglia di musicisti, Michela inizia il suo percorso artistico sin da giovanissima: a soli 11 anni entra al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino, dove studia pianoforte per cinque anni, per poi orientarsi definitivamente verso il teatro. Si forma all’Accademia di Recitazione Sergio Tofano di Torino, affinando la propria tecnica con maestri di rilievo come Mamadou Dioume (storico collaboratore di Peter Brook) e Danny Lemmo, costruendo così un profilo artistico solido e riconosciuto. Si specializza inoltre nel doppiaggio frequentando il Centro D, scuola fondata da Danilo Bruni, e completa la sua preparazione con una Laurea Magistrale in Teatro e Arti della Scena presso l’Università degli Studi di Torino. Ha collaborato per oltre dieci anni con Rai Torino, prendendo parte a programmi per ragazzi come “L’Albero Azzurro”, “Oreste, che storia!” e “Natale Show”, prestando la voce a numerosi personaggi – tra cui Zarina – e partecipando alla nuova serie RAI “Piccolo Mostro”, di cui è voce protagonista. È inoltre speaker per importanti campagne pubblicitarie e istituzionali legate a realtà come il Museo Egizio, la FIAT, Turismo Torino e altre iniziative promosse dalla Città. La sua carriera spazia dal teatro alla televisione, con ruoli in produzioni come “C’era una volta Studio Uno” e la web fiction “06/3139”. Nel 2016 prende parte alla produzione “I Tre Moschettieri”, kolossal teatrale del TPE in otto puntate con registi di fama quali Gigi Proietti, Beppe Navello e Ugo Gregoretti, andato in scena al Teatro Astra dal 18 febbraio al 1° maggio 2016. Tra le sue esperienze più recenti, figura lo spettacolo dedicato a Cleopatra, andato in scena nell’agosto 2024 all’interno della rassegna Teatro nelle Corti, Nel 2023 ha pubblicato il libro per bambini C’è un alieno in città (Edizioni San Paolo), presentato al Salone Internazionale del Libro di Torino e in numerose rassegne culturali italiane. Michela Di Martino è inoltre spesso volto e voce di eventi chiave della città: ha condotto momenti istituzionali e pubblici legati alle ATP Finals di Torino ed è una presenza attiva in iniziative solidali, come il Raduno dei Babbi Natale a favore dell’Ospedale Regina Margherita, dove porta entusiasmo e umanità a sostegno dei più piccoli. Nel 2023/2024 è stata speaker ufficiale delle Juventus Women. Accanto all’attività scenica, porta avanti un importante impegno educativo e formativo con corsi teatrali per bambini e ragazzi. Tra questi si segnala Officina Teatro, laboratorio teatrale ospitato dalle OGR e pensato per avvicinare i più piccoli all’uso consapevole della voce e del corpo, con finalità educative. È attualmente coinvolta anche in produzioni teatrali di rilievo, tra cui collaborazioni con il Teatro alla Scala di Milano e nelle nuove produzioni Rai, presso il Centro di Torino.

Biglietto unico: 9 euro.
Pacchetto famiglia (acquisto di minimo di 4 biglietti per lo stesso evento): 28 euro.

 

La triste e sfortunata vita di Emilio Salgari

L’incontro con Emilio Salgari, il papà di Sandokan, Yanez, Tremal-Naik e del Corsaro Nero avvenne tanto tempo fa. E fu un amore improvviso, intenso. I primo due libri furono “I misteri della Jungla Nera” e “Le Tigri di Mompracem”, nelle edizioni che la torinese Viglongo pubblicò negli anni ’60.

 

Vennero letteralmente divorati. Toccò poi all’intero ciclo dei pirati della Malesia e a quelli dei pirati delle Antille, dei Corsari delle Bermude e delle avventure nel Far West. Mi recavo in corriera da Baveno a Intra, da una sponda all’altra del golfo Borromeo del lago Maggiore, dove – alla fornitissima libreria “Alberti” – era possibile acquistare i romanzi usciti dalla sua inesauribile e fantasiosa penna. Salgari, nato a Verona nell’agosto del 1862, esordì come scrittore di racconti d’appendice che uscivano su giornali  a episodi di poche pagine, pubblicati in genere la domenica ma, nonostante un certo successo,visse un’inquieta e tribolata esistenza. A sedici anni si iscrisse all’Istituto nautico di Venezia, senza però terminare gli studi.

 

Tornato a  Verona intraprese l’attività di giornalista, dimostrando una notevole capacità d’immaginazione. Infatti, più che viaggiare per mari e terre lontane, fece viaggiare al sua sconfinata fantasia, documentandosi puntigliosamente su paesi, usi e costumi. Scrisse moltissimo, più di 80 romanzi e circa 150 racconti, spesso pubblicati prima a puntate su riviste e poi in volume. I suoi personaggi sono diventati leggendari: Sandokan, Lady Marianna Guillon ovvero la Perla di Labuan, Yanez de Gomera, Tremal-Naik, il Corsaro Nero e sua figlia Jolanda, Testa di Pietra e molti altri. Nel 1900, dopo aver soggiornato alcuni anni nel Canavese ( tra Ivrea, Cuorgnè e Alpette) e poi a Genova, si trasferì definitivamente a Torino dove cambiò spesso alloggio, abitando nelle vie Morosini e  Superga, in piazza San Martino ( l’attuale piazza XVIII Dicembre, davanti a Porta Susa, nello stesso palazzo all’angolo nord dove De Amicis scrisse il libro “Cuore“), in via Guastalla e infine in Corso Casale dove, al civico 205 una targa commemorativa ricorda quella che è stata l’ultima dimora del più grande scrittore italiano di romanzi d’avventura. Schiacciato dai debiti contratti per pagare le cure della moglie, affetta da una terribile malattia mentale, con quattro figli a carico, si tolse la vita con un rasoio nei boschi della collina torinese.

 

Era il 25 aprile 1911. Ai suoi editori dell’epoca, che stentavano a pagargli i diritti, lasciò questo biglietto: “A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dati pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna“. Ai quattro figli scrisse: “Sono ormai un vinto. La malattia di vostra madre mi ha spezzato il cuore e tutte le energie. Io spero che i milioni di miei ammiratori che per tanti anni ho divertito e istruito provvederanno a voi. Non vi lascio che 150 lire, più un credito di lire 600… Mantenetevi buoni e onesti e pensate, appena potrete, ad aiutare vostra madre. Vi bacia tutti col cuore sanguinante il vostro disgraziato padre“. I suoi funerali passarono quasi inosservati perché in quei giorni Torino era impegnata con l’imminente festa del 50° Anniversario dell’Unità d’Italia. La sua salma fu successivamente traslata nel famedio del cimitero monumentale di Verona. Un tragico e amaro epilogo per l’uomo che, grazie alle sue avventure, fece sognare tante generazioni di ragazzi.

Marco Travaglini

Torino: perché è stata la prima capitale del cinema italiano

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

C’è stato un tempo in cui, prima di Roma e molto prima di Cinecittà, il cuore del cinema italiano batteva a Torino. Una città elegante, industriale, riservata, che oggi associamo più facilmente all’automobile, ai viali alberati e ai caffè storici, ma che a inizio Novecento fu uno dei luoghi più vivi e innovativi del cinema europeo. Capire perché Torino sia stata la prima capitale del cinema italiano significa tornare a un’epoca di sperimentazione, entusiasmo e ambizione, quando il cinema non era ancora un’industria consolidata ma una scoperta, quasi una scommessa.

Alla fine dell’Ottocento Torino era una città perfettamente pronta ad accogliere il nuovo linguaggio cinematografico. Era una capitale da poco perduta, ma non aveva perso la sua centralità culturale e tecnologica. Aveva infrastrutture moderne, una borghesia colta e curiosa, una forte tradizione fotografica e scientifica. Quando il cinematografo fece la sua comparsa in Europa, qui trovò un terreno fertile. Le prime proiezioni entusiasmarono il pubblico e, nel giro di pochi anni, dalla semplice visione si passò alla produzione vera e propria.

Non è un caso che le prime case di produzione italiane siano nate proprio a Torino. In una città abituata a pensare in grande e a investire nel futuro, il cinema venne subito percepito non come un passatempo, ma come un’arte e un’industria. Studi di posa, laboratori, troupe stabili: tutto cominciò a prendere forma con sorprendente rapidità. Torino iniziò così a raccontare storie per immagini, anticipando linguaggi e soluzioni narrative che avrebbero fatto scuola.

La nascita di un’industria cinematografica

Nei primi anni del Novecento Torino diventò un vero e proprio laboratorio cinematografico. Qui nacquero produzioni ambiziose, kolossal ante litteram, film storici e mitologici che richiamavano l’antica Roma, la Grecia classica, le grandi epopee. Una delle case di produzione più importanti fu Itala Film che portò il cinema italiano su un livello internazionale. Con mezzi tecnici avanzati e una visione moderna del racconto filmico, gli studi torinesi iniziarono a competere con le grandi produzioni francesi e americane.

Il cinema torinese non era improvvisato. Era frutto di una progettualità precisa, di una città che sapeva unire rigore industriale e gusto estetico. Registi, tecnici e attori lavoravano in modo continuativo, sperimentando nuove soluzioni visive, movimenti di macchina, scenografie monumentali. Torino diventò una fabbrica di immagini, ma anche un luogo di pensiero, dove si rifletteva sul linguaggio cinematografico quando altrove si era ancora legati alla semplice ripresa teatrale.

In questo contesto emerse la figura di Giovanni Pastrone, uno dei grandi pionieri del cinema mondiale. Con lui, il cinema italiano fece un salto decisivo in avanti, dimostrando che anche in Italia si potevano realizzare opere spettacolari, complesse e capaci di dialogare con il pubblico internazionale.

Cabiria e il sogno di Torino capitale del cinema

Il simbolo assoluto di quell’epoca d’oro è Cabiria, un film che segnò un punto di svolta non solo per il cinema italiano, ma per la storia del cinema tout court. Girato in gran parte a Torino, fu un’opera colossale per durata, ambizione e innovazione tecnica. I suoi movimenti di macchina, le scenografie imponenti e la struttura narrativa influenzarono registi di tutto il mondo, compresi alcuni futuri giganti di Hollywood.

Con Cabiria, Torino dimostrò di poter essere non solo la culla, ma anche il vertice del cinema italiano. Per qualche anno sembrò davvero possibile che la città piemontese diventasse stabilmente il centro dell’industria cinematografica nazionale. Le sale erano numerose, il pubblico rispondeva con entusiasmo e le produzioni torinesi circolavano all’estero con successo.

Eppure, questo primato durò poco. Le ragioni furono molteplici: cambiamenti economici, la Prima guerra mondiale, lo spostamento progressivo delle produzioni verso Roma, dove il clima, gli spazi e le scelte politiche favorirono la nascita di un nuovo polo cinematografico. Torino, fedele al suo carattere, non fece rumore. Continuò a produrre cultura, ma lasciò che il centro del cinema italiano si spostasse altrove.

L’eredità cinematografica di Torino oggi

Anche se non è più una capitale produttiva come lo è stata agli inizi del Novecento, Torino non ha mai smesso di essere una città di cinema. La sua eredità è viva nei festival, nei musei, nelle scuole di cinema e in un rapporto con l’immagine che resta profondo e consapevole. Il cinema, qui, non è solo intrattenimento: è memoria, ricerca, racconto del reale.

Camminando per Torino si percepisce ancora quel legame originario. Nei suoi palazzi austeri, nei cortili, nelle piazze ordinate, c’è una naturale predisposizione alla messa in scena. Non stupisce che tanti registi contemporanei continuino a sceglierla come set, attratti da una città che non si impone ma si lascia scoprire, proprio come il cinema delle origini.

Essere stata la prima capitale del cinema italiano non è per Torino un titolo da esibire, ma una storia da custodire. Una storia fatta di intuizioni, di rischio, di visione. E forse è proprio questo che rende il suo rapporto con il cinema così autentico: Torino non ha mai cercato di essere protagonista a tutti i costi. Lo è stata quando serviva, e ha saputo farsi da parte senza dimenticare ciò che aveva costruito.

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NOEMI GARIANO

 

Tutto quanto fa spettacolo. La Torino del Reuccio 

Un secolo fa, il primo gennaio 1926, nasceva a Roma, a Trastevere, Claudio Villa: verace, popolano e popolare per il pubblico era semplicemente “il reuccio”. Pochi sanno che nel lontano 1949, quindi ancora giovanissimo,  Claudio incise un brano, una orecchiabile marcetta orchestrale jazz, che poi era il lato b di “Rosso di sera”, dal titolo “Torino a primavera” che trovate su youtube, nella quale si definiva la nostra città placida, e che “s’addormenta nelle sere tra le prime luci d’or”. Per proseguire con: ” Pei viali della felicità l’amore a tutte le tote un sogno sa regalar”; ed il  primo fans club torinese pensate, venne fondato nel 1959 difatti da una giovane Mercedes Bresso che prima di intraprendere la carriera universitaria e politica con la sorella Paola scrissero insieme per il Reuccio anche il testo del “Furibondo Twist”. Villa venne spesso a Torino soprattutto ad esibirsi nella storica sala da ballo “Le Roi” di Attilio Lutrario, in via Stradella, al Palasport ed in televisione a TeleCupole fece anche un duetto con la mitica cantautrice torinese Vanna Ravinale all’indimenticabile “Trattoria dei ricordi”.

Si è esibito in molte canzoni italiane memorabili, anche nel 1980, all’Auditorium della RAI di via Rossini durante la trasmissione televisiva per la Rete 2 e la regia di Mauro Macario “Concerto all’italiana”, accompagnato dall’Orchestra RAI diretta dal Maestro Nello Ciangherotti, interpretando brani come “Luna rossa”;  “Vivere; “Addio Addio” e “Non pensare a me” con i quali vinse il Festival di Sanremo nel 1962 e nel 1967 in coppia con Iva Zanicchi. La torinese Gilda Scalabrino, la vincitrice del Festival di Sanremo 1975, il Reuccio ne vinse ben 4, lo ricorda così: “L’ho conosciuto, ho fatto serate con lui, era una persona divertente e squisita; in una serata in quel di Muggia, nel Friuli – Venezia Giulia, mi costrinse poi a fare un mini giro in moto con lui ed io che preferirei lanciarmi col paracadute piuttosto di salire su una moto feci buon viso… Quando scesi mi disse: che ero nata per essere un centauro; a  distanza di 45 anni non ho ancora capito se ci fosse dell’ironia e se io avessi recitato alla grande!”

Al telefono direttamente da Cuba lo ricorda per “Il Torinese” anche la cantante di fama mondiale oggi residente lì in America Latina, dal 1990 dove è diventata un importante punto di riferimento culturale tra i due paesi, Lucia Altieri: “Claudio per me è stato un caro amico; al Festival di Napoli del 1962 abbiamo anche cantato in coppia una canzone di Ennio Morricone ” Tu staje sempe cu me”. In quella  occasione si era incavolato moltissimo  perchè Ennio mandò solo a me un telegramma complimentandosi per la mia interpretazione. In Spagna dove ci incontravamo spesso invitati dalla TVE  mi ha invece fatto scoprire tutti  locali caratteristici di flamengo che lui conosceva bene ed una volta mi invitò anche a vedere una corrida perchè toreava “El Cordobes”, un popolare torero spagnolo: quell’esperienza però finì male perchè  io facevo il tifo per il toro il quale venne purtroppo infilzato a pochi metri da noi e io quella volta non ce l’hofatta e sono svenuta… Ti posso solo dire che Claudio l’ho ammirato sempre per il suo grande talento e la sua grande professionalità come tutti gli italiani ed i suoi innumerevoli fan sparsi in tutto il mondo ancora oggi”.

Igino Macagno

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

A cura di Elio Rabbione

L’anno nuovo che non arriva – Drammatico. Regia di Bogdan Muresanu, con Adrian Vancica e Nicoleta Hâncu. Premio Orizzonti a Venezia 2024 come miglior film. La rivoluzione che mette fine al dispotismo di Ceausescu, sei vite e sei storie che s’incrociano nella giornata del 20 dicembre 1989, le repressioni della polizia e il popolo che insorge. Un regista deve salvare il suo show di Capodanno dal momento che l’attrice principale se n’è fuggita via e la soluzione potrebbe essere l’impiego di un’attrice teatrale, il figlio che tenta di fuggire in Iugoslavia attraverso le acque del Danubio, un ufficiale della Securitate che deve trasferire la madre in una nuova che lei odia, il trasloco da parte di un operaio terrorizzato alla notizia che suo figlio abbia potuto scrivere la lettera a Babbo Natale confessandogli che il padre vuole la morte del dittatore. Ma la rivoluzione avrà inizio. “Un film molto politico ma anche un thriller del quotidiano perché l’autore ci rende complici di tutte queste storie arrotolate tra loro, grazie alla perfeytta compagnie di attori, finendo con la scintilla della grande manifestazione popolare: all’insurrezione si addice il documento reale”, ha scritto Maurizio Porro su Corsera. Durata 138 minuti. (Centrale V.O., Fratelli Marx sala Chico)

Avatar – Fuoco e cenere – Fantascienza, azione. Regia di James Cameron, con Sam Worthington, Zoe Saldana, Sugourney Weaver, Kate Winslet e Oona Chaplin. Alla morte del figlio Neteyam, Jake Sully ritorna al combattimento e a questo allena i figli, la sposa Neytiri elabora nel silenzio il suo lutto. Partono dalla loro terra portando con sé Spider, il ragazzo umano che essi hanno un tempo adottato: nel viaggio alla volta dell’antica base, pieno di avventure, saranno attaccati dal popolo vulcanico dei Mangkwan, estremamente feroce, guidato dal temibile Varang. Terzo appuntamento con la gloriosa saga dell’autore di “Titanic”. Durata 198 minuti. (Massaua anche 3D, Ideal 3D e 4K, Lux sala 3, Massimo 3D, Reposi anche 3D, The Space Torino, Uci Lingotto 3D, The Space Beinasco, Uci Moncalieri anche 3D)

Buen Camino – Commedia. Regia di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone, Beatriz Arjona, Letizia Arnò e Martina Colombari. Checco, erede ricchissimo e viziato, prole ultrafelice di Eugenio ricchissimo produttore di divani, innumerevoli ville con piscina e altrettanto innumerevoli servitori di origine filippina alle sue dipendenze, yacht su cui invitare amici che hanno le sue stesse idee di libertà e di non lavoro, una fidanzata messicana di professione modella, è costretto a lasciare la sua vita dorata sulle tracce della figlia Cristal, adolescente dal carattere un pochino turbolento. Per la prima volta in vita sua viene messo di fronte alle sue responsabilità di padre, inaspettate quanto da prendere con i classici guanti, anche perché Checco del sangue del suo sangue proprio niente sa. Grazie l’opera di corruzione attuata nella persona di Corina, la migliore amica di Cristal, il bonomo viene a sapere che la fanciulla è partita per la Spagna. È così che finisce suo malgrado sul Cammino di Santiago: un’occasione per conoscersi veramente. Durata 90 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Eliseo Grande, Fratelli Marx sala Groucho, Greenwich Village, Ideal, Lux, Reposi sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Bugonia – Commedia / Fantascienza. Regia di Yorgos Lanthimos, con Emma Stone, Jesse Plemons e Alicia Silverstone. Due giovani ossessionati dalle teorie del complotto che decidono di rapire l’influente CEO di una grande azienda, convinti che sia un’aliena decisa a distruggere la terra. Convinti della sua natura extraterrestre, passano alla cattura e a un serrato interrogatorio. La situazione si complica quando la ragazza del giovane rapinatore, l’imprenditrice e un investigatore privato coinvolto nella vicenda si ritrovano intrappolati in una battaglia mentale ad alta tensione. La Stone nuovamente musa ispiratrice del regista di origini greche. Presentato a Cannes. Durata 120 minuti. (Greenwich Village)

C’era una volta mia madre – Commedia drammatica. Regia di Ken Scott, con Leïla Bekhti. Nel 1963 Esther partorisce Roland, il più giovane di una numerosa famiglia. Roland è nato con un piede torto che gli impedisce di alzarsi in piedi. Contro il parere di tutti, Esther promette al figlio che che camminerà come gli altri e che avrà una vita favolosa. Da quel momento in poi, la madre non smetterà mai di fare tutto il possibile per mantenere questa promessa. Durata 102 minuti. (Romano sala 3)

Father mother sister brother – Commedia drammatica. Regia di Jim Jarmush, con Tom Waits, Adam Driver, Charlotte Rampling, Cate Blanchett e Vicky Krieps. I panorami diversi del nord degli States, Dublino e Parigi, tre nuclei familiari che da troppo tempo hanno diradato rapporti e visite, un fratello e una sorella sui quaranta fanno visita a un padre che li chiama attorno a sé soltanto quando gli butta male sul lato economico, le due figlie di una scrittrice la raggiungono per l’appuntamento annuale di gustare insieme una tazza di tè e cercano di apparire una più dell’altra felici della loro situazione, due gemelli di vent’anni si ritrovano nell’appartamento che è stato dei genitori, morti in un incidente. Legano le coppie piccoli oggetti, piccole occasioni: un Rolex, chissà se vero o falso, delle parole, un brindisi con il tè o con il caffè, un gruppo di skaters che passa veloce, il disagio di ognuno. Leone d’oro alla 82ma Mostra del cinema di Venezia. Il film è stato designato Film della Critica dal SNCCI: “Autore e fautore di un cinema sempre più asciutto e minimalista, Jim Jarmush affida ai silenzi, agli imbarazzi, alle mezze parole e alle bugie dei protagonisti dei tre episodi che compongono il film il compito di acquerellare con un linguaggio poetico la natura ambigua e contorta dei rapporti familiari: gli affetti quanto gli orrori. Notevolissimo il cast, nel quale spicca la performance di un Tom Waits sardonico e irresistibile.” Durata 111 minuti. (Massimo sala Cabiria anche V.O., Nazionale sala 2 anche V.O.)

Gioia mia – Drammatico. Regina di Margherita Spampinato, con Marco Fiore e Aurora Quattrocchi. Nico è un bambino di oggi, dipendente dal telefono e con lo smalto sulle unghie. All’improvviso viene strappato al suo mondo “del nord” per passare un mese d’estate in Sicilia, in compagnia di un’anziana zia, Gela. A casa della donna non c’è il wifi né l’aria condizionata, e si mangiano prelibatezze a cui il suo palato non è ancora pronto. Ci sono solo i giochi di carte, l’adorabile cagnolino Franck, e un condominio intero popolato di nonne e nipoti, più forse qualche spirito che abita gli appartamenti dell’ultimo piano ed è causa di strani rumori. Nico e Gela, ognuno radicato nelle proprie certezze ma con dolori simili nel cuore, dovranno pian piano cercare un linguaggio comune. Designato Film della critica dal SNCCI: “Felice esordio alla regia di Margherita Spampinato che scrive, dirige e monta una storia ad altezza di bambino che, in una molle estate siciliana, parcheggiato dall’anziana zia supera la sua linea d’ombra grazie a un rapporto alla pari. Ecco la scoperta di un altro mondo possibile, dove la religione convive con la superstizione e gli elementi magici e misteriosi richiamano sia un passato atavico e affascinante che un cinema d’altri tempi, quello della nostra infanzia”. Durata 90 minuti. (Romano sala 1)

La grazia – Commedia drammatica. Regia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Venturiello, Roberto Zibetti e Milvia Marigliano. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis è ormai anziano e alla fine del suo mandato. Vedovo, ex giurista e profondamente cattolico, si troverà di fronte a due ultimi dilemmi: se concedere la grazia a due persone che hanno commesso un omicidio in circostanze che potrebbero essere continuate attenuanti o se promulgare la legge dell’eutanasia. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Toni Servillo. Durata 133 minuti. (in uscita sugli schermi il 15 gennaio 2026)

La mia famiglia a Taipei – Commedia drammatica. Regia di Shih-Ching Tsou. Shu-fen ha un chiosco nel mercato notturno di Taipei, serve noodle, è stata abbandonata da anni dal marito, sta ancora pagando i debiti, una figlia di vent’anni e una di cinque da allevare. La piccola I-Jing necessariamente indipendente vaga per la città avvolta nel buio, mentre la madre cade in depressione ed è costretta a stare attenta affinché la situazione non le sfugga di mano, considerate le avventure che le sue figlie non fanno che intraprendere. Durata 108 minuti. (Centrale anche V.O., Due Giardini sala Ombrerosse, Fratelli Marx sala Chico, Greenwich Village)

Monsieur Aznavour – Drammatico. Regia di Mehdi Idir e Grand Corps Malade, con Tahar Rahim. Dalla sua infanzia vissuta in totale povertà alla sua ascesa alla fama, dai suoi trionfi ai suoi fallimenti, da Parigi a New York, la scoperta del viaggio eccezionale di un artista. Intimo, intenso, fragile e indistruttibile, dedito alla sua arte sino alla fine, ecco uno dei cantanti più immortali di tutti i tempi, il mitico Charles Aznavour. Durata 133 minuti. (Cinema Blue Torino – via Principe Tommaso 6)

No Other Choise – Non c’è altra scelta – Thriller, drammatico. Regia di Park Chan Wook. Man-Su, specialista nella produzione di carta con venticinque anni di esperienza, è così soddisfatto della vita da poter dire con tutta sincerità: “Ho tutto”. Finché un giorno viene improvvisamente informato dalla sua azienda di essere stato licenziato. Si sente come se gli avessero tagliato la testa con un’ascia: Man-Su giura di trovare un nuovo lavoro entro i successivi tre mesi per il bene della famiglia. Nonostante la sua ferma determinazione, trascorre oltre un anno passando da un colloquio a un altro, finendo per lavorare in un negozio al dettaglio. Si ritrova a rischio di perdere quella stessa casa che ha faticato così tanto per comprare. Disperato, si presenta senza preavviso alla Moon Paper per presentare il curriculum ma viene umiliato dal responsabile dal responsabile di linea Sun-chul. Sapendo di essere più qualificato di chiunque altro per lavorari lì, prende una decisione: se non c’è un posto vacante per me, dovrò farmi assumere creandone uno. Durata 139 minuti. (Eliseo rosso, Nazionale sala 1 e sala 4 V.O.)

Norimberga – Drammatico. Regia di James Vanderbilt, con Russell Crowe, Rami Malek e Michael Shannon. Film di chiusura del recente TFF. In quell’occasione scrivevo: “…le ultime immagini del festival appartengono alla macabra apparizione di Herman Göring – che ha le sembianze ormai irrimediabilmente possenti di Russell Crowe, eccellente – in Nuremberg, scritto (è stato tra laltro lacclamato sceneggiatore di “Zodiac” di Fincher) e diretto da James Vanderbilt – qui alla sua opera seconda in qualità di regista, dopo Truth – Il prezzo della verità”, 2015 -, a raccontare con parole ben lontane da quelle del difficilmente dimenticabileVincitori e vintidi Kramer la tragedia dellOlocausto (con immagini di repertorio) e il giudizio che le nazioni vincitrici della terra ne dettero durante i giorni e il processo di Norimberga, Ribbentrop e Hess e Seyss-Inquart e gli altri a subire morti e ergastoli. Vanderbilt focalizza il proprio racconto sullincarico che lo psichiatra americano Douglas Kelly (lo interpreta Rami Malek, meritato Oscar come Freddie Mercury) – un altro che non cede è il giudice della Corte Suprema degli States Robert Jackson (un validissimo Michael Shannon) – riceve allo scopo di valutare lo stato mentale dei prigionieri nazisti e di stabilire se essi siano idonei a sostenere il dibattimento per crimini di guerra. Affermativo: ma lui che è scivolato su un errore compiuto con il gentil sesso che ha le vesti di una curiosa giornalista che fa il suo mestiere ed è pronta a sottrargli notizie riservate, verrà estromesso. Salvo venire reintegrato nel dibattimento grazie a certi suoi studi che porteranno nuove luci sugli atti e sulla personalità del principale imputato. Costruendo in dialoghi che non hanno certo la sensibilità di un duello in punta di fioretto ma che pur scavano a fondo nella fredda ferocia del Reichmarschall, numero due del regime hitleriano, un duello sottile e psicologico che approfondisce, che mattone dopo mattone costruisce il progredire di un rapporto e di due personalità, che contribuisce a portare a una condanna che scavalcherà la morte per impiccagione, preferendo come la Storia ci ha testimoniato Göring darsi la morte con il cianuro – verremo a sapere nelle didascalie di coda che anche Kelly, colpito dai fantasmi di quella esperienza e datosi in seguito al bere, si tolse la vita allo stesso modo, nel 1958, dopo averne ricavato un volume che non ebbe alcun successo. Incisivo nel/per il racconto lurlo che Göring getta in faccia a Kelly nel disperato tentativo di mantenere ben salda la sua supremazia, la sua eternità: “Io sono il libro, tu non sei altro che una nota a piede pagina!Il film, di uscita natalizia, che è quasi un obbligo vedere per ripassare una pagina di Storia che non dev’essere dimenticata”. Durata 148 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, Ideal, Lux sala 1, Massimo V.O., Reposi sala 5, Romano sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

La piccola Amélie – Animazione. Regia di Maïlys Vallade e Liane-Cho Han. Amélie è una bambina belga nata in Giappone. Grazie al suo amico Nishio-san, il mondo è pieno di avventure e scoperte. Ma nel giorno del suo terzo compleanno, un evento cambia il corso della sua vita. Perché a quell’età per Amélie tutto è in gioco: la felicità ma anche la tragedia. Durata 77 minuti. (Massimo anche V.O., Nazionale sala 4, The Space Torino)

Primavera – Drammatico. Regia di Damiano Michieletto, con Michele Riondino e Tecla Insolia. Cecilia è stata affidata all’Ospedale della Pietà nella Venezia del 1716, ha imparato a leggere e scrivere, ha imparato a suonare il violino. Le allieve più dotate, non potendo apparitre in pubblico, si esibiscono al riparo di una grata, relegate in quel luogo sino a che un nobile o un ricco borghese non le chieda in sposa dietro una pingue borsa di soldi. Un giorno incontrerà gli insegnamenti di Antonio Vivaldi, malato e in disgrazia, pronto tuttavia a cogliere il talento e la passione della ragazza. Durata 110 minuti. (Eliseo, Fratelli Marx sala Harpo, Romano sala 2)

Lo sconosciuto del grande arco – Drammatico. Regia di Stéphane Demoistier, con Claes Bang e Xavier Dolan. 1982. François Mitterand lancia un concorso architettonico anonimo, senza precedenti, per la costruzione di un edificio iconico lungo l’asse del Louvre e dell’Arco di Trionfo. Con sorpresa generale, vince un architetto danese di 53 anni, sconosciuto in Francia. Da un giorno all’altro, Johan Otto von Spreckelsen si ritrova al timone del più grande progetto edilizio dell’epoca. E mentre intende costruire il suo Grande Arco, come l’aveva immaginato, le sue idee si scontrano rapidamente con la complessità della realtà e i capricci della politica. Durata 106 minuti. (Classico, Cinema Blue Torino – via Principe Tommaso 6)

Springsteen – Liberami dal nulla – Biografico, drammatico. Regia di Scott Cooper, con Jeremy Allen White. Il film segue Bruce Springsteen nella realizzazione dell’album “Nebraska” del 1982, anno in cui era un giovane musicista sul punto di diventare una superstar mondiale, alle prese con il difficile equilibrio tra la pressione del successo e i fantasmi del suo passato. Inciso con un registratore a quattro piste nella sua camera da letto in New Jersey, l’album segnò un momento di svolta nella sua vita ed è considerato una delle sue opere più durature: un album acustico puro e tormentato, popolato da anime perse in cerca di una ragione per credere. Durata 112 minuti. (Cinema Blue Torino – via Principe Tommaso 6)

Un crimine imperfetto – Thriller. Regia e con Franck Dubosc, con Laure Calamy e Benoît Poelvoorde. Ambientato in un remoto villaggio del Giura, dove Michel e Cathy tirano avanti vendendo alberi di Natale. Con il figlio dodicenne Doudou, ragazzino con difficoltà, vivono in una vecchia fattoria tra montagne innevate, conti in rosso e sogni ormai sbiaditi. La coppia è allo stremo: troppe rate da pagare, troppe delusioni e un inverno che non sembra finire mai. Una sera, sulla strada del ritorno, Michel inchioda di colpo per evitare quello che sembra un orso sulla carreggiata. La manovra azzardata lo fa schiantare contro un’auto sul ciglio della strada, i cui passeggeri a bordo muoiono sul colpo. Preso dal panico, Michel chiama Cathy. Dopo un breve, gelido silenzio, decidono insieme di nascondere tutto. Mentre tentano di far sparire i corpi, nel bagagliaio dell’auto incidentata scoprono una borsa con oltre due milioni di euro in contanti. Quello che inizialmente sembra un miracolo natalizio si trasforma in un incubo a occhi aperti, innescando una serie di eventi caotici e assurdi. Ha scritto Maurizio Porro nelle colonne del Corriere della Sera: “Il problema è l’accumulazione dei fatti, tanti da sembrare un sogno, indagini e rimorsi, euro ed etica, un’alta tensione che si stempera in osservazioni di colore umoristico ma in un panorama notturno tenebroso, come se fosse tutto una paurosa favola per grandi.” Durata 109 minuti. (Greenwich Village sala 1)

Un semplice incidente – Thriller, dramma. Regia di Jafar Panahi. Padre, madre e figlioletta percorrono di notte una strada in auto quando un cane finisce sotto le ruote della loro macchina. Ciò provoca un danneggiamento al veicolo che costringe ad una sosta per la riparazione temporanea. Un uomo che si trova sul posto cerca di non farsi vedere perché gli è parso di riconoscere nel conducente dell’auto un agente dei servizi segreti che lo ha sottoposto a violenza in carcere. Riesce successivamente a sequestrarlo ed è pronto a seppellirlo vivo quando gli viene il dubbio che si tratti di uno scambio di persona. Cercherà conferme in altri che, come lui seppur in misure diverse, hanno subito la ferocia dell’uomo. Palma d’oro al Festival di Cannes. Durata 101 minuti. (Nazionale sala 4)

Una di famiglia – Thriller. Regia di Paul Feig, con Sydney Sweeney, Amanda Seyfried e Brandon Sklenar. Millie trova un posto da governante in casa della agiata famiglia Winchester, dovrà badare alla piccola Cecelia, per lei è davvero una svolta nella vita. Ma quell’occupazione si rivela l’inizio di un incubo, dal momento che la padrona di casa la maltratta e le affida mansioni del tutto impossibili. Anche la bambina le è ostile, mentre il marito e padre pare più paziente, pronto a sistemare una situazione familiare preoccupante. Ma dove sta la verità, in chi? Durata 131 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi, Uci Lingotto, The Space Beinasco)

Vita privata – Drammatico. Regia di Rebecca Zlotowski, con Jodie Foster, Daniel Auteuil, Virginie Efira, Mathieu Amalric e Aurore Clément. Tra thriller psicologico ed eccentrica commedia familiare (il terreno privilegiato fino a oggi dalla regista, autrice di “Un’estate con Sofia” e “I figli degli altri”), la storia di Lilian, psicanalista razionale e sicura di sé 8una Foster superlativa anche in versione francofona), che comincia a “deragliare” quando una sua paziente muore suicida. Sospettando che si tratti di un omicidio, Lilian comincia a indagare e, ovviamente, a dubitare di se stessa e delle proprie capacità, fino a sottoporsi a una seduta di ipnosi. E qui i mondi si confondono. Dubbi, certezze, insicurezze, il passato, altre vite, sospetti s’inseguono sulla faccia altera e impagabile di Jodie Foster, circondata da Daniel Auteuil (l’ex marito) e da Virginie Efira e Amalric (la vittima e l’ambiguo compagno di lei). Durata 105 minuti. (Eliseo, Nazionale sala 4)