Raphael Gualazzi sarà l’ospite speciale della serata finale della VI edizione del Premio Gianmaria Testa “Parole e musica”, in programma lunedì 9 marzo alle 20.30, presso le Fonderie Limone, in via Pastrengo 88, Moncalieri. Gualazzi è fra gli artisti più originali, versatili e riconosciuti della scena italiana e internazionale. I biglietti della serata sono in prevendita al prezzo di 15 euro sul sito del Teatro Stabile di Torino. Con la presenza del musicista, il Premio si conferma luogo di incontro tra generazioni artistiche, dove la ricerca musicale e la cura della parola dialogano con la tradizione, e con le nuove forme della canzone contemporanea. Il concerto di Gualazzi offrirà un viaggio unico nella sua dimensione piano e voce, la più intima e autentica, in cui l’artista restituisce alle proprie composizioni una forza narrativa essenziale e luminosa, attraversando colonne sonore, omaggi alla tradizione afroamericana o arie d’opera rivisitate, improvvisazioni jazz e melodie della grande tradizione italiana. Vincitore di Sanremo Giovani nel 2011 con “Follia d’amore”, premiato con quattro riconoscimenti al Festival e secondo classificato all’Eurovision Song Contest dello stesso anno, il musicista e compositore ha costruito un percorso musicale unico, capace di fondere jazz, pop, musica classica, blues, soul ed elettronica. Artista dalle collaborazioni internazionali, ha calcato I grandi palchi di tutto il mondo, pubblicato album di successo pluripremiati e firmato musiche per cinema, televisione e grandi eventi, tra cui l’inno del Giro d’Italia 2024.
La sua presenza al Premio Testa assume un valore significativo: come il cantautore cuneese, Gualazzi è capace di far dialogare linguaggi musicali diversi, unendo profondità, eleganza e poesia. Il suo concerto rappresenterà uno dei momenti più attesi della serata, in cui I brani dei finalisti si alterneranno alla sua musica in un unico e grande racconto dedicato alla forza delle parole e della melodia.
La serata del 9 marzo prossimo rappresenta il culmine del percorso iniziato con il bando della VI edizione del Premio, aperto dal 10 novembre 2025 al 25 gennaio 2026, e rivolto a cantautori under 38 di ogni nazionalità. Una giuria di prestigio, presieduta da Paola Farinetti, selezionerà i cinque artisti che si esibiranno dal vivo interpretando il proprio brano in concorso e una canzone di Gianmaria Testa, costruendo un dialogo tra memoria e contemporaneità.
“Ogni anno il Premio si rinnova, rimanendo fedele allo spirito di Gianmaria – afferma Paola Farinetti – accogliere Raphael Gualazzi significa celebrare l’incontro fra talento, scrittura musicale e libertà creativa, valori che appartengono profondamente all’idea di canzone che Testa ha lasciato in eredità”.
Il Premio è promosso dal Comitato Moncalieri Cultura con Produzioni Fuorivia, con il contributo di Regione Piemonte e Città di Moncalieri.
Mara Martellotta
Qualcosa prende ad agitarsi alla notizia del suicidio di una paziente, la bionda Paula, quando l’attività muta del tutto e da psichiatra si passa comodamente a giocare all’investigatore privato, con un’area di ricerca che altalena tra i toni drammatici a quelli (quasi) divertenti, allorché alla zelante Poirot s’affianca quel Watson di marito (di professione oculista, un Daniel Auteuil ancora innamorato e pronto di risate e carezze) trascinato allo svelamento di indizi e prove, essendosi convinta la nostra che di omicidio si tratti e che il colpevole vada ricercato tra le fredde mura domestiche della defunta. Anche il buon vecchio Hitchcock sobbalzava con momenti “divertenti”, inventava gag, incollava sui visi di Stewart o di Grant insuperabili intervalli di leggerezza dopo averli spremuti e terrificati a dovere: e qui, finché percorre i binari della descrizione dei caratteri e degli ambienti, finché inquadra l’avvio e il primo procedere della vicenda la regista Rebecca Zlotowski (franco-polacca, quarantacinquenne, anche sceneggiatrice qui con Anne Berest) non se la cava troppo male. Snella, veloce, essenziale, precisa: anche se l’indagine investigativa vera e propria vanta altri sapori, più profondi, più maturi.

E’ finito ieri sera il ciclo televisivo dedicato a Sandokan. Ne ho seguito qualche puntata perché ricordavo l’edizione televisiva del 1975 e volevo tentare di riviverla dopo mezzo secolo. Due versioni non confrontabili, quest’ ultima davvero grondante di sangue e violenza. Lo spirito avventuroso e fantastico di Salgari è naufragato nella spettacolarizzazione della violenza, non immaginabile cinquant’anni fa. Forse perché viviamo un clima di guerra in Medio Oriente e nell’Est europeo in cui continuano a morire uomini, donne, bambini, la spettacolarizzazione televisiva della violenza appare particolarmente urticante. I paesaggi mitici immaginati dalla sbrigliata fantasia di Salgari diventano uno sfondo inquietante. Se poi pensiamo al risorgere del terrorismo islamico ed antisemita in Australia e ai pericoli che rischiamo di rivivere anche noi, i romanzi salgariani d’avventura diventano motivi di incubo. Se pensiamo inoltre che Salgari è interrotto da una pubblicità televisiva martellante che esalta il Natale e suoi riti fatti di buonismo e di intimità famigliare, abbiamo ancora più chiaro il divario tra la realtà, la finzione e la fantasia. Anche Sandokan diventa pretesto per rappresentarci una realtà che si vive drammaticamente nel conflitto di aggressione russo e in quello israeliano dove la versione di un Iman diventa la vulgata del 7 ottobre fatta propria da parte di molti che scorrazzano per le strade, esaltando la Palestina e diffondendo violenza e vandalismo. Che brutto Natale vivremo quest’anno. E’ davvero difficile credere alla favola bella della pace in terra agli uomini di buona volontà, espressione del Vangelo di Luca, recentemente ritradotta forse perché la buona volontà è divenuta un’espressione sempre più utopistica. Davvero l’annuncio degli Angeli a Betlemme appare lontano. Oggi, tralasciando le guerre, abbiamo una violenza nelle nostre città dove bande di malvissuti attentano alla nostra vita e alla nostra sicurezza. Ogni giorno e in ogni ora.
