Già presentato in anteprima al 28esimo Festival delle Colline Torinesi, su testo di Wajdi Mouawad
In scena al teatro Carignano, da martedì 18 a domenica 23 marzo prossimi, la pièce teatrale intitolata “Come gli uccelli” di Wajdi Mouawad, nella traduzione di Monica Capuani e l’adattamento di Lorenzo De Jacovo, che firma anche la regia dello spettacolo. Saranno in scena Federico Palumeri, Lucrezia Forni, Barbara Mazzi, Irene Ivaldi, Rebecca Rossetti, Aleksandar Cvjetkovic, Elio d’Alessandro , Said Esserairi e Raffaele Musella.
“’Come gli uccelli’ – spiega il regista Marco Lorenzi nelle sue note di regia – ci ha dato l’occasione di costruire un cast unico capace di mescolare attori italiani ad attori provenienti da altre parti del mondo, da altri Paesi, con origini e biografie diverse e con un’eterogeneità linguistica e culturale che, durante il processo di creazione dello spettacolo, ha riprodotto quel percorso di incontro, quell’andare verso l’altro che, come per Mouawad così per il Mulino di Amleto, è una ragione di vita e di poetica.
Ho chiesto a questo incredibile cast di interpreti ( e a me stesso) di lasciare alle spalle quello che sappiamo sul teatro, per andare alla ricerca di un significato più sottile delle parole che usiamo, delle relazioni che costruiamo, dell’ascolto che porgiamo all’altro. Ho chiesto loro di entrare in uno spettacolo che, per tre ore, si reggerà interamente sulle loro spalle, sulla loro forza, sul loro grande talento. Ho chiesto loro di immergersi in un viaggio di conoscenza non scontato e di imparare a recitare in altre lingue oltre la propria, con l’aiuto di esperti linguistici e culturali. ‘Come gli uccelli’ risuonerà di una molteplicità linguistica, per cui, oltre che in italiano, gli attori reciteranno in arabo, tedesco, ebraico (…)
Come cittadino e come artista del XXI secolo credo che continuare a ragionare secondo visioni e sistemi superati e fallimentari sia l’unico errore da non fare. Ragionare secondo categorie identitarie auto riferite e continuare a creare un teatro (un’arte borghese che, per quanto sia d’avanguardia, rimane sempre arte identitaria ed espressione di una visione parziale), non abbia più senso nel capitalismo globale dove non esiste più la possibilità di rimanere esterni, di non fare finta di nulla e dove i muri non hanno più senso e dove solo i ponti sono una possibilità di futuro”.
Il testo narra una storia ambientata nel presente e in esso è possibile ravvisare quella realtà che affonda le radici in anni di lotta tra due popoli destinati all’odio reciproco. Un muro è metafora di separazione, è presente in scena nella sua enorme struttura mobile che i personaggi spingono a fatica per guadagnarsi uno spazio in cui pare impossibile entrare definitivamente.
Al centro della vicenda è la storia d’amore tra due ragazzi che si incontrano in una biblioteca a New York. Sono Eitan ( Federico Palumeri), ebreo, e Wahida ( Lucrezia Forni), araba. I due non sono legati alle tradizioni dei loro Paesi e vogliono vivere la loro storia d’amore indipendentemente dalle loro rispettive origini. Eitan è preoccupato dall’ossessione paterna verso il mondo arabo e intuisce che nella sua famiglia, emigrata in Germania prima della sua nascita, esista un segreto che vuole scoprire. Decide allora di recarsi con Wahida in Israele per incontrare la nonna che non ha mai conosciuto perché lei aveva abbandonato la famiglia, convinto che sia lei depositaria di quel segreto. Qui resta vittima di un attentato terroristico sul ponte che collega Israele e Germania e cade in coma…
Si tratta certamente di un penetrante affresco teatrale, crocevia di vite, memorie e culture straniere in cui la storia d’amore tra i due giovani Eitan e Wahida guida gli spettatori alla scoperta delle moderne contraddizioni esistenziali, sempre in bilico tra lo sfatato presente e il potere ostinato che il passato e la storia esercitano sulle emozioni.
Da martedì 18 a domenica 23 marzo 2025.
Teatro Carignano. Piazza Carignano 6, Torino
Mara Martellotta
RUBRICA SETTIMANALE A CURA DI LAURA GORIA
Oppure che Ingrid Bergman era estremamente affabile. Parola di Antonio Monda che le vendette un paio di scarpe quando, giovanissimo maturando, ebbe in premio un viaggio negli Stati Uniti; per mantenersi lavorò come umile garzone in un negozio di calzature sulla Madison Avenue a New York. Lì un bel giorno entrò la diva, splendida 65enne, che lo promosse suo commesso personale e con lui parlò dell’amata Italia.
Il libro è a metà tra saggio e romanzo; del primo ha la precisione e la ricostruzione dei dettagli, del secondo la meravigliosa immaginazione. Una narrazione incantevole della vita e dell’opera dell’autrice di uno dei romanzi più inquietanti e famosi della letteratura mondiale.
C’è molta natura in questo romanzo della scrittrice e sceneggiatrice neozelandese, inclusa tra i 20 Best of Young British Writers di “Granta”. Al centro della narrazione c’è Birnam Wood, collettivo di orticoltori militanti in Nuova Zelanda. Attraverso atti di “guerrilla gardening” vorrebbero sviluppare un radicale e durevole cambiamento sociale e fare capire quanta terra viene sacrificata e sprecata quotidianamente.
L’isola di Liten, a metà strada tra Svezia e Danimarca, sembra proprio un luogo tranquillo; e invece no. E’ l’epicentro del secondo romanzo, pubblicato sotto pseudonimo da uno scrittore italiano -che vuole restare anonimo- ed ambienta una serie di gialli scandinavi originalissimi.





In un’aula del Collegio Romano sede del Mic è stato ricordato il cinquantennale della fondazione da parte di Giovanni Spadolini del ministero dei beni culturali e ambientali nel 1975. L’attuale ministro ha ricordato i trascorsi repubblichini e fascisti di Spadolini senza che il suo uomo di fiducia Cosimo Ceccuti abbia replicato al Ministro qualcosa. Ceccuti che deve tutto a Spadolini, anche la casa, ha fatto un discorso retorico dal quale emergerebbe uno Spadolini Salvatore dei beni culturali in sfacelo che non corrisponde al vero. Lo stesso Spadolini preferì occupare altri ministeri più prestigiosi , abbandonando il ministero per la cultura. Spadolini avrebbe compiuto cent’anni nel 2025 e già sono iniziate le celebrazioni per il centenario la cui regia è affidata a Ceccuti che Spadolini trattava come un tutto -fare, appellandolo familiarmente Cosimo, non certo pensando a De Medici. Non ha avuto il coraggio di affidare il centenario a studiosi che potessero parlare con il distacco critico necessario del suo benefattore . Lo conobbi bene per il centenario di Pannunzio quando tentò di cancellare il Centro Pannunzio, avendo in cambio la vice presidenza del Comitato , ma sbaglio ‘ pesantemente perché il comitato venne annullato dal ministero su mia istanza. Un piccolo personaggino anche fisicamente rispetto al corpulento Spadolini disegnato da Forattini .Gente da dimenticare, non certo destinata a entrare nella storia italiana. Malgrado i soldi delle banche, in primis quella un po’ chiacchierata di Verdini. Questo è il caso di un ossequioso tirapiedi che involontariamente ha distrutto o almeno molto ridimensionato l’immagine di un uomo che forse meritava altri ricordi.
Essa appare una sorta di giocattolo in mano all’esimio prof. Gustavo Zagrebelski, studioso di fama e amabile e garbata persona. Anche lui all’apparenza un mite giacobino. La biennale accoglie solo studiosi di una sola parte politica, creando uno strano pluralismo tra sinistra – sinistra ed estrema sinistra. Gli altri non vengono neppure considerati: un razzismo politico assai poco democratico. Edmondo Bertaina ha avuto il coraggio di chiedere quanto costa la Biennale e da chi sia finanziata. Ha inoltre evidenziato la tendenziosità dell’insieme della baracca affidata a studiosi di un solo colore che va dal rosso acceso al rosso accecante. E’ una Biennale che va cambiata.
Oggi bisogna muoversi per una nuova Europa davvero unita anche militarmente ed economicamente capace di interloquire e di resistere a Trump , a Putin , alla Cina . Un ‘Europa protagonista di una Nato di cui non sia un alleato di serie B. L’Europa burocratica di Bruxelles non mi ha mai convinto . L’Europa dei 27 che deve decidere solo all’unanimità; ma dà spazio alle evasioni fiscali e alle delocalizzazioni non mi è mai piaciuta. Non mi piacque inizialmente neppure quella dell’Euro da cui l’Italia uscì fortemente penalizzata, ma ritengo oggi che senza l’Euro saremmo al disastro assoluto . Fu preziosa lungimiranza quella di Ciampi in modo particolare. Oggi quasi nessuno solleverebbe dubbi sulla moneta unica europea capace di tenere testa al dollaro. Ma bisogna anche riprendere l’Europa delle radici storiche giudaico – cristiane che vennero rifiutate. L’Europa vera è fatta da secoli di storia, non solo dai Lumi settecenteschi. Bisogna tornare a credere ad un’Europa antidoto alle guerre come pensavano Einaudi e De Gasperi, l’Europa delineata magistralmente da Benedetto Croce nel suo grande libro dedicato alla storia europea. Per questa Europa vale più che mai la pena di combattere. Essa non è una bandiera blu con tante stelline , ma un patrimonio di valori che noi italiani vediamo rappresentati da Cavour e da Cattaneo, da Mazzini e Garibaldi insieme a tanti patrioti che dal 1943 al 1945 combatterono contro l’Europa barbara di Hitler. Se fosse, ad esempi, Valdo Fusi a chiamarmi in piazza il 15 marzo , non avrei esitazioni. Ma al di là della piazza occorrono le idee e su questo piano il contributo del Centro “Pannunzio” non potrà mai mancare. Siamo e saremo in prima linea per l’Europa.





