CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 217

Il virtuoso norvegese Leif Ove Andsnes nel recital della rassegna “I Pianisti del Lingotto”

A sei anni dall’ultima presenza

 

Il terzo appuntamento della nuova rassegna dei Pianisti del Lingotto, previsto venerdì 7 febbraio, vedrà protagonista il norvegese Leif Ove Andsnes, che il New York Times ha definito un pianista di eleganza, energia, introspezione magistrali, e il Wall Street Journal uno dei musicisti più talentuosi della sua generazione. Il suo ritorno, per il concerto di venerdì 7 febbraio alle 20.30 in sala 500, al Lingotto, è certamente gradito per il blasonato virtuoso scandinavo che, dopo il debutto del 2004 con il secondo concerto di Rachmaninov, è tornato a esibirsi al Lingotto Musica altre cinque volte: nel 2012 e nel 2014 alla guida della Mahler Chamber Orchestra per il progetto “The Beethoven Journey”. Nel 2015 e 2017 in recital all’Auditorium Giovanni Agnelli e, nel 2019, nel concerto in La minore di Grieg. L’omaggio al conterraneo Grieg, con la giovanile Sonata n.7, si unisce nel suo impaginato alle nostalgi.che melodie boeme della raccolta “Sul sentiero di rovi” di Janáček e all’amatissimo Chopin dei celebri Preludi op.28.

Vero maestro del tocco che combina I classici della mitteleuropa romantica con i profumi del profondo nord, Andsnes propone la Sonata in Mi minore op.7 di Edward Grieg, l’unica l’errore pianoforte scritta dall’autore, all’epoca ventiduenne, nel 1865. La dedica a Niels Gade, suo maestro al Conservatorio di Lipsia, sottintende un omaggio al Decano della grande scuola nordica, ma ad ogni pagina fanno capolino anche luoghi di pianista di Schubert e Schumann. Segue il ciclo “Sul sentiero di rovi”, composto da Leoš Janáč̣ek tra il 1901 e il 1908. La raccolta si intreccia alla composizione dell’opera “Jenůfa” e intimamente alle vicende biografiche del compositore ceco, fra cui la morte della figlia ventenne Olga. Colpisce di queste 10 minitaure la scrittura laconica, fatta di brevi accenni, emozioni trattenute che si carica di intensità romantica con squarci lirici improvvisi.

Chiudono la serata i celebri 24 Preludi op.28 di Chopin, scritti a Maiorca nel 1838, quando perseguire al rigido inverno parigino e alla curiosità suscitata dal suo legame con la scrittrice George Sand, si trasferì sull’isola in compagnia della donna. Organizzati nell’ordine normale delle scale, secondo le 24 tonalità, rappresenta un tributo pagato a Bach e al clavicembalo ben temperato che Chopin frequentava contemporaneamente.

Biglietteria presso gli uffici di Lingotto Musica al numero 333 9382545

Da lunedì a venerdì ore 10-12 / 14.30-17

E nel giorno del concerto presso il foyer di Sala 500, via Nizza 280/41, Torino

Dalle 19.30 alle 20.30

 

Mara Martellotta

“Cabiria Atlas”, immagini e immaginari intorno al più celebre colossal italiano

Due giorni di studi presso l’aula magna della Cavallerizza Reale in via Verdi 9

 

111 anni è l’età che ha festeggiato il primo colossal della storia, “Cabiria”, girato da Giovanni Pastrone e uscito nelle sale nel 1914, su soggetto di Gabriele D’Annunzio. Ancora oggi esercita un sorprendente fascino sugli amanti del mondo del cinema. Giovedì 6 e venerdì 7 febbraio prossimi, presso l’aula magna della Cavallerizza Reale, in via Verdi 9, si terrà il convegno di studi “Cabiria Atlas”, percorsi transdisciplinari tra immagini e immaginario intorno e oltre Cabiria, promosso dall’Università di Torino nell’ambito del progetto “Living Cabiria”, sviluppato all’interno dello Spoke 2 Creativity and Intangible Cultural Heritage nel partenariato esteso PE5 Changes-PNR, che affronta il film di Pastrone come un case study privilegiato per la valorizzazione del patrimonio culturale audiovisivo attraverso un approccio transdisciplinare e l’utilizzo di tecnologie innovative. Il convegno è curato da Giulia Carluccio e Silvia Alovisio, organizzato con il contributo di UniVerso, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema di Torino e con il patrocinio della Consulta Universitaria del Cinema. L’iniziativa vuole rilanciare lo studio degli immaginari evocati da Cabiria, l’opera più celebre e influente del primo cinema italiano. L’evento vedrà la partecipazione di oltre 50 studiosi internazionali provenienti da discipline differenti, tra cui, oltre al cinema, storia, archeologia, architettura, estetica, cultura visuale ed etnoantropologia, rendendo l’incontro un momento di particolare interesse per la comunità accademica e per tutti gli appassionati. Due giorni di studi e approfondimenti culmineranno, dalle 20.30, nelle sale del Cinema Massimo, con proiezione a ingresso libero e gratuito. Il convegno prevede due proiezioni cinematografiche, entrambe a ingresso gratuito, presso il Cinema Massimo. La prima è “Occhi che videro”, un incontro toccante con la fondatrice del Museo Maria Adriana Prolo e le sue collezioni, realizzato dal grande documentarista Daniele Segre; venerdì 7 verrà proposta la proiezione di “Italia, il fuoco, la cenere” di Olivier Bohler e Céline Gaileurd, un poetico viaggio lungo trent’anni di Cinema muto italiano. Cabiria costituisce uno dei più importanti film della storia del cinema, e la sua lezione è stata determinante per lo sviluppo della settima arte a livello internazionale. Da decenni è oggetto di ricerche approfondite che ne hanno esaminato le molteplici componenti, dal gigantismo scenografico alla recitazione, dagli effetti speciali innovativi alla mobilità del punto di vista con l’invenzione del carrello, dall’uso coreografico delle folle al ruolo della parola dannunziana, fino alla sua ricezione critica e culturale. L’obiettivo del convegno è quello di esplorare nuove prospettive concentrandosi sugli immagini ari che hanno influenzato Cabiria e che il film stesso ha contribuito a generare. L’evento intende proporre un’analisi che si sviluppa in un’ottica aperta e trasversale, considerando Cabiria come un atlante di immagini in grado di evocare temporalità stratificate e interazioni culturali molteplici, e di generare nuove visioni, ancora inesplorate. Il film di Pastrone sarà così analizzato come un sistema dinamico di influenze, riconfigurazioni e rielaborazioni culturali, la cui vitalità continua a risuonare nel tempo presente. Si tratta di un approccio che invita a superare i confini tradizionali della ricerca accademica, promuovendo un’immagine innovativa sull’eredità visiva e culturale del film. Quando lo scorso ottobre il regista Martin Scorsese è stato ospitato a Torino, è rimasto affascinato dal mondo della riproduzione del Moloch, presente proprio nel capolavoro di Pastrone e collocato nell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana, dimostrazione che Cabiria è amato anche dai grandi registi internazionali.

 

Mara Martellotta

5 Febbraio 1994, la strage del mercato di Sarajevo

ACCADDE OGGI

Vječna Vatra è la “fiamma eterna” al centro di Sarajevo, all’angolo tra la Maršala Tita e Fehradija, la via pedonale principale del centro storico. Si racconta che quella del memoriale alle vittime della seconda guerra mondiale e ai partigiani è l’unica fiamma che non si è mai spenta, nemmeno durante gli anni dell’assedio. La lapide ricorda la data del 6 aprile 1945, il giorno della liberazione della capitale bosniaca dall’occupazione nazista e della vittoria dell’esercito partigiano di Tito.  Rappresenta la memoria visiva di una lotta comune, segnata dall’antifascismo  degli slavi del sud. Muovendo dalla Vječna Vatra si risale verso Markale, il mercato. La strada è breve, pochi passi e compare la piazza con i banchi di ferro e di legno del coloratissimo mercato della frutta e  della verdura. Come in tutti i mercati c’è un via vai di gente. Donne anziane e ragazze si aggirano con le loro sporte tra cassette colme di patate, cetrioli e zucchine, peperoni rossi e verdi, sedano, mele e pere, gialli limoni e lunghe carote di un’arancio sfolgorante, melanzane dai riflessi violacei, cipolle e lunghe trecce d’aglio. Per non parlare dei funghi e delle varietà di frutta secca. Si rimane storditi dall’effluvio di profumi e dall’esplosione dei colori.

Il vociare fitto è la colonna sonora di questo luogo d’incontro dove si chiacchiera, si ascoltano gli inviti dei venditori a comprare i loro prodotti, le domande curiose di chi, prima di scegliere, vuol sapere, soppesare, valutare la convenienza tra la merce e il prezzo. Nei mercati c’è vita e questo, tra i più antichi di Sarajevo, non fa eccezione. Non si dovrebbe far molta fatica ad immaginare cosa poteva essere questo luogo d’incontro durante l’assedio, con le poche cose offerte a prezzi da mercato nero, pagate a prezzo d’oro o scambiate per sigarette o medicinali. Negli occhi dei più anziani si nota ancora quel velo di tristezza e di dolore accumulati durante gli anni degli stenti e della guerra. In fondo al mercato, lungo la parete, una lunga lapide rossiccia ricorda i caduti delle stragi di Markale. Il plurale è d’obbligo, poiché per due volte le granate serbe massacrarono i civili in questo mercato, nel cuore antico della città. La prima volta, il 5 febbraio del 1994: 67 morti e 142 feriti. La seconda, il 28 agosto 1995, quando l’ultimo di cinque colpi di mortaio causò la morte di 37 civili e il ferimento di novanta. Adriano Sofri si trovava lì, in quel freddo giorno di febbraio del 1994. Così lo raccontò: “Arrivammo in mezzo alla strage, cominciavano appena a raccattare i corpi e i feriti. C’ era un rumore terribile di pianti, di urla, di richiami concitati, di auto caricate alla rinfusa che sgommavano via. C’ era una gamba artificiale, staccata e diritta sul suolo. C’ erano scarpe, è incredibile come le scarpe si spandano nelle carneficine. C’ erano uomini grandi e grossi che soccorrevano e piangevano a dirotto. Toni Capuozzo si buttò nella falcidie, io non seppi fare niente. Da giorni avevo adottato, e viceversa, una banda di ragazzini che faceva capo a quella piazza del mercato. Avevo appuntamento con loro là, ogni giorno fra le tre e le quattro. Conoscevo ormai quasi una per una le persone del mercato, le vecchie che vendevano calzettoni fatti a mano e bacche selvatiche, il bambino che vendeva a malincuore un gallo, i vecchi che vendevano rubinetti e distintivi e medaglie, le fioraie: ero il più prodigo compratore di fiori della città. Anche quando mancavano il pane e le candele, a Sarajevo le case avevano voglia di fiori; e poi tutti avevano qualche tomba fresca alla quale destinare un fiore. I morti di Markale furono 68, i feriti nessuno li ha contati”. Per conoscere è necessario raccontare qualcosa in più, oltre il sangue, l’odore della morte, il fumo tra le macerie. E’ la storia di una seconda violenza, quella del tentativo di rimuovere, nascondere, negare. Quello del mercato di Sarajevo va annoverato tra i casi più clamorosi. Bisogna tener conto, innanzitutto, che quella guerra fu seguita dai media come mai era accaduto prima e come mai, fino ai giorni nostri e alle guerre aperte, accadde poi. Per diverse ragioni, quella bosniaca fu una guerra che entrò direttamente nelle case di tutti e in tutto il mondo. Le immagini erano in presa diretta, senza filtri. I giornalisti potevano documentarla fino nei minimi particolari sia con i mezzi moderni della tecnologia sia con quelli tradizionali degli inviati che, taccuino alla mano e reflex al collo, rischiavano la loro pelle sulla front line.

Trent’anni fa i giornalisti erano più liberi di fare il proprio lavoro, non eranoembedded come al giorno d’oggi. Embedded è un termine anglofono che, applicato ai giornalisti, equivale a dire che quest’ultimi sono “incastrati” nell’esercito, che si muovono solo con le truppe, con l’impossibilità di informarsi da fonti che non siano quelle dei comandi militari (in uno studio di una università americana, su quasi un migliaio di articoli presi in esame le fonti in “divisa” rappresentavano l’unica voce nel 93% dei casi).  Risulta evidente come questo voglia dire che oggi, agli inviati di guerra, è concesso di vedere, sentire, filmare e trasmettere solo quello che conviene alle gerarchie militari che li hanno autorizzati. In Bosnia, invece, la realtà stava lì, sotto gli occhi di tutti. C’erano prove palesi, visibili a occhio nudo, sanguinanti e urlanti. Nessuno poteva dire di non sapere. “In centinaia sono andati in Bosnia Erzegovina come inviati di guerra”, scriveva Azra Nuhefendic, giornalista e scrittrice bosniaca naturalizzata italiana che vive a Trieste dal 1995Giravano ovunque pareva loro, guardavano, toccavano, filmavano, registravano, vivevano con gli accerchiati, soccorrevano le vittime, entravano nelle città assediate, brindavano con i criminali, dibattevano con presidenti, ministri, generali, osservavano i bombardamenti dalle posizioni di tiro. A Sarajevo alcuni giornalisti si appostavano nei luoghi dove, solitamente, i cecchini uccidevano i passanti, o dove si faceva la fila per qualcosa. Sapevano che prima o poi potevano filmare la morte in direttaA volte addirittura veniva offerto “un assaggino”, come è successo al mio collega e amico che lavorava per l’agenzia AP a Belgrado. Mi raccontava che, quando visitava le posizioni dei serbi sopra Sarajevo, gli offrivano grappa e anche, se gli faceva piacere, di “sparare un po’ sulla città”. Nonostante l’enorme mole di testimonianze dei sopravvissuti, un’infinità di libri, le innumerevoli fosse comuni scoperte e aperte, le tonnellate di documenti sui quali si sono basate le sentenze del Tribunale dell’Aja che condannarono all’ergastolo i principali criminali di guerra, c’è ancora chi cerca di negare tutto, di ricostruire le vicende con la menzogna, di distorcere le verità documentate. Un cumulo di menzogne per tentare, in modo maldestro ma insidioso, di ricostruire la storia, modificando i fatti e ribaltando le responsabilità. Per molto tempo è girata la macabra leggenda– di matrice serba e cetnica – secondo cui i bosniaci musulmani “si uccidevano da soli”. Un teorema assurdo che venen spesso utilizzato parlando del massacro al mercato di Markale. Le autorità serbe negarono ogni responsabilità, accusando il governo bosniaco di aver bombardato la propria gente per suscitare lo sdegno internazionale e il possibile intervento della NATO. Nel caso della seconda strage, l’allora presidente della Republika Srpska, Radovan Karadžić ( condannato all’ergastolo insieme al generale Ratko Mladić) affermò che a Markale era “stato tutto una messa in scena e una frode.” Non solo. Inviò una lettera ai presidenti di Russia e Stati Uniti, Eltsin e Clinton, affermando: “Dalle immagini TV si vede chiaramente che i cadaveri sono stati manipolati, e che tra i cadaveri ci sono anche pupazzi di stoffa e plastica.” Un giornalista serbo bosniaco, Risto Džiogo, andò oltre, ricostruendo in modo vergognoso lo scempio del mercato. Nello studio della televisione di Pale, dove lavorava, mise per terra dei pupazzi di plastica e di stoffa sdraiandovisi accanto e fingendo di essere uno dei serbi morti che sarebbero stati utilizzati nella messa in scena a Markale. Già all’indomani delle prime granate venne avviato il martellamento del regime di Slobodan Milošević e dei media serbi contro “il complotto bosniaco”, producendo “spiegazioni” e svelando i “retroscena” del massacro. Ovviamente, autoassolvendosi. Nel marzo del 1995, il ministero dell’Informazione della Repubblica di Serbia produsse un documento intitolato Dossier Markale Market nel quale gli autori spiegavano che la “auto-vittimizzazione” dei musulmani proveniva dalla stessa “mentalità islamica” e che faceva parte dell’assioma per cui “è un onore morire per l’Islam”. Puro razzismo e spregevole menzogna, ovviamente. Ma, a forza di menzogne e di propaganda, s’insinuava il tarlo. Si citarono documenti segreti, si pubblicarono “prove storiche”. Venne chiamato in causa un testimone ( rigorosamente anonimo) , pronto a giurare che  “la notte prima del massacro sul mercato sono stati portati i cadaveri, e che la maggior parte dei feriti musulmani proveniva dai campi di battaglia di Mostar e Vitez”. Sempre Azra Nuhefendic ricordò “come a cerchi concentrici queste affermazioni, ripetute varie volte, aumentavano e si diffondevano nel tempo e nello spazio”. Un quotidiano di Belgrado, Kurirnel 2009,  scriveva che i servizi segreti albanesi del Kosovo possedevano una copia del piano dei bosniaci che provava la teoria secondo cui la strage di Markale fu tutta una messa in scena del governo di Sarajevo. Il Presidente della Repubblica Serba di Bosnia, Milorad Dodik, non ha mai nascisto il suo pensiero, ripetendo, di tanto in tanto, che “la strage di Markale è stata una messa in scena, come anche la strage dei giovani a Tuzla”. Persino Radovan Karadžić, nel suo processo davanti al Tribunale dell’Aja, non perse l’occasione per sostenere quello che diceva all’epoca in cui guidava il governo di Pale: “Il massacro al mercato di Markale 2 è stato organizzato dalle forze governative bosniache, e la maggior parte dei corpi ritrovati erano vecchi cadaveri e manichini“. Ma davvero i “bosniaci si sparavano da soli”? Già in quegli anni, in un rapporto sulla seconda strage di Markale, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite concludeva che “tutti e cinque i proiettili erano stati sparati dall’esercito della Republika Srpska”. Davanti al Tribunale dell’Aja venne documentato come, nel caso della prima strage, il colpo di mortaio venne sparato dalle posizioni dell’esercito dei serbi bosniaci. L’ex capo degli affari civili delle Nazioni Unite in Bosnia, David Harland, davanti alla corte internazionale dell’Aja , testimoniò che lui personalmente aveva suggerito all’allora comandante delle Nazioni Unite, Rupert Smith, “di fare una dichiarazione neutra” per non allarmare i serbo bosniaci, che sarebbero stati in questo modo avvisati degli imminenti attacchi aerei della NATO contro le loro posizioni. “Se avessimo puntato il dito contro i serbi, le truppe dell’UNPROFOR, stazionate nel territorio sotto il controllo dell’esercito serbo bosniaco, potevano essere esposte ad attacchi di rappresaglia”, spiegò Harland.

Questa versione venne confermata dal generale Rupert Smith davanti allo stesso tribunale e in un suo libro. Smith sosteneva che già allora (ndr. 1995) aveva una relazione tecnica secondo la quale “al di là di ogni ragionevole dubbio” a sparare erano stati i servi che assediavano Sarajevo. E sui musulmani che si sparavano da soli? Confermando di aver sentito quelle voci, dichiarò che “nessuno mai mi ha dato una prova di ciò”. Ovviamente, verrebbe da dire. Due generali serbi, Dragomir Milošević e Stanislav Galić, vennero processati e condannati, rispettivamente a 33 anni di carcere e all’ergastolo, per l’assedio e il bombardamento di Sarajevo, comprese le stragi di Markale. Eppure c’è ancora chi, trent’anni dopo, si ostina a falsare la verità dei fatti. Ignoranza, indolenza nel voler cercare la verità, menefreghismo, voglia di rimuovere tutto perché tanto i morti sono morti ? Può darsi. Ma chi ha responsabilità  pubbliche, chi fomenta il  nazionalismo, chi insiste sulle falsità a sei lustri di distanza non lo fa per ignoranza, ma per uno scopo ben preciso. La Nuhefendic, in un articolo, parlando di questi fatti, citava George Orwell: “Il linguaggio politico è progettato per rendere la bugia veritiera, l’omicidio rispettabile, e per dare al vento un aspetto solido”. Il mercato, come tutti i giorni dopo le 17.00, si sta svuotando. I banchi sono tristi, senza la merce. Un vecchio ritira le sue patate in una cassetta e un altro – avranno la stessa età? – rovista tra gli scarti della verdura alla ricerca di qualcosa da buttar in pentola. E’ un’istantanea della città che ha fatto immensi sforzi per tornare alla normalità ma che sente sulle spalle la fatica e la stanchezza del passato.

Marco Travaglini

 

“A/R”… ma qui “Poste Italiane” non c’entrano affatto

“Salone Internazionale del Libro” di Torino e “Gruppo FS Italiane” lanciano la terza edizione del concorso letterario per “racconti di viaggio” inediti

Bella trovata il titolo! “A/R Andata e racconto. Appunti di viaggio”. Dove quell’“A/R” nulla ci azzecca, per carità!, con la “stampigliatura” significante, come ben si sa, “Avviso di Ricevimento” (tramite “ricevuta di ritorno”) adottato da “Poste Italiane” nella corrispondenza postale. E del resto la possibile confusione subito si dissolve con quell’“Andata e racconto. Appunti di viaggio” che va a seguire.

Trattasi, invece, del titolo dato con brillante ironia, alla terza edizione del concorso letterario organizzato dal “Salone Internazionale del Libro” di Torino e dal “Gruppo FS Italiane”, riservato a scrittrici e scrittori esordienti, dai diciotto anni in su, che non abbiano mai pubblicato alcun testo o romanzo edito da una casa editrice italiana e distribuito in libreria. Il concorso nasce per stimolare la scrittura attorno ad un tema, quello del “viaggio”, che fin dall’antichità – il “mito di Ulisse” insegna – ha sempre affascinato e sempre è stato suggestiva fonte di emozione per l’essere umano. Nello specifico, questa nuova edizione del concorso suggerisce, quale linea guida, il “Viaggiare con leggerezza: istruzioni per l’uso” e tanti sono, in proposito, i percorsi che possono essere raccontati, nero su bianco, attraverso la lente della leggerezza, quella dell’anima o quella ambientale, quella relazionale o quella comunitaria”. Spiega il “visual” del concorso: “La ricerca della leggerezza in letteratura è una reazione al peso di vivere in tempi complicati. Viaggiare leggeri è il racconto di una nuova avventura, mentre si guarda fuori dal finestrino di un treno o di un bus, fluttuando con la fantasia”. Quante volte ci è capitato? Quante volte abbiamo fantasticato, creando storie più o meno probabili oltre quella finestra accesa, l’unica finestra accesa, che appare e scompare nel battito di pochi secondi al passaggio del treno o del pullman su cui osserviamo il succedersi delle “cose”, di paesi, di campagne, di un vecchietto che arranca lento in un sentiero scavato nei campi sulle due ruote di una vecchia bicicletta, di un bimbo che saluta oltre le sbarre abbassate di un passaggio a livello o di un compagno o compagna di viaggio che ci racconta la sua storia mescolandola alla nostra. Incontri fortuiti, a volte prodigiosi a volte insignificanti a volte di cui avremmo volentieri voluto e potuto fare a meno. Viaggi reali che ti invitano alla descrizione puramente “fisica” o “geografica” del veduto o percorsi mirabilmente in grado di trasformarsi in viaggi del sogno, della memoria, della pura fantasia.

Insomma, ce n’è di che scrivere. E a iosa, per chi si diletta a “raccontare”, per sé e per gli altri. I giochi sono aperti. Per scrittori, più o meno, in erba e aspiranti scrittori. Ricordiamo che il “Bando” del concorso è aperto da alcuni giorni e scaricabile su: www.salonelibro.it e www.fsnews.it

Sono ammessi racconti inediti con una lunghezza compresa tra le 15 e le 20mila battute (spazi inclusi). Una prima commissione tecnica, nominata dal “Salone Internazionale del Libro”, selezionerà una rosa di quindici racconti finalisti, le cui autrici e autori riceveranno una “carta regalo” di Trenitalia del valore di 100 euro. I quindici testi finalisti saranno sottoposti al giudizio di una “Giuria finale”, composta da otto scrittrici e scrittori – il torinese Guido Catalano, la scrittrice e sceneggiatrice barese Antonella LattanziLorenza PieriMatteo Nucci, l’italiana-singalese Nadeesha Uyangoda e Simona Vinci – nonché da un rappresentante del “Gruppo FS” il quale selezionerà i tre racconti vincitori, che saranno premiati a maggio nel corso del “Salone Internazionale del Libro” di Torino e verranno pubblicati in una “Antologia cartacea” o “ebook”, insieme ai testi originali di scrittrici e scrittori facenti parte della “Giuria finale”. La casa editrice sarà selezionata da “Ferrovie dello Stato Italiane” .

La partecipazione al concorso è gratuita e la consegna del racconto deve avvenire, seguendo le indicazioni presenti nel regolamento, entro e non oltre le ore 12 del 21 marzo 2025.

Info: www.salonelibro.it e www.fsnews.it.

g.m.

Nelle foto: immagine-guida del concorso e le due scrittrici facenti parte della “Giuria” , Antonella Lattanzi e Nadeesha Uyangoda

La Corale più antica d’Italia, l’Accademia Stefano Tempia di Torino, celebra i suoi 150 anni

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Il programma concertistico del 2025

 

L’Accademia Stefano Tempia, la Corale più antica d’Italia, celebra i suoi 150 anni. Nata nel 1875 risulta la più antica associazione musicale piemontese, nonché la prima accademia corale nata in Italia. Il programma della stagione vuole essere un tributo al passato, ma anche un viaggio nel presente e nel futuro della musica.

Dagli omaggi a Stefano Tempia, con l’esecuzione di opere custodite dal Fondo Tempia del Conservatorio, eseguite per la prima volta in epoca moderna, alle performance che combinano musica e danza con la tecnologia del live coding, celebrando il connubio tra voci cameristiche e strumenti antichi con l’impiego di strumenti poco conosciuti, o ancora esplorando l’incontro tra jazz e liturgia, tra musica e cinema, con il concerto dedicato alle colonne sonore di Peter Greenway.

Tra gli interpreti figurano tanti giovani talenti affiancati da nomi di fama internazionale quali Francesco Manara, primo violino dell’Orchestra Filarmonica della Scala con il direttore d’Orchestra Ungherese Gyorgy G. Ráth, Armando Barilli, prima viola del teatro Regio di Torino con il mezzosoprano Lucia Cirillo e il pianista Andrea Rebaudengo, Davide Cava, giovane e talentuoso pianista, considerato uno dei più promettenti della sua generazione, il Quintetto Architorti, guidato da Marco Robino, il trombettista jazz Fulvio Chiara, il coro francese Region Sud, diretto dal maestro Michel Piquemal e l’orchestra Melod Filarmonica. In prima linea anche il Coro dell’Accademia Stefano Tempia che, da 150 anni, con la partecipazione a numerosi eventi, non ha mai smesso di diffondere l’intuizione di Stefano Tempia attraverso il tempo, spaziando dalle composizioni dell’antichità fino alle opere contemporanee.

La Stefano Tempia – spiega il presidente dell’Accademia Corale, Isabella Oderda, prima donna a ricoprire questo ruolo nella storia della Tempia- si distingue per la sua missione di educare alla conoscenza del canto corale e alla passione per la musica colta in tutte le sue forme. Per vocazione questa istituzione si spinge a esplorare territori meno frequentati, proponendo opere e brani poco eseguiti o poco noti, spaziando da grandi autori della tradizione a composizioni contemporanee e arrangiamenti che dialogano con linguaggi musicali trasversali e innovativi.

Accanto all’organizzazione e alla programmazione di una stagione musicale che si svolge in prestigiose sedi a Torino, ma anche altrove sul territorio piemontese come al castello di Pralormo, l’associazione partecipa a festival e iniziative musicali in tutta la regione. Tra i progetti in atto “Narrazioni parallele”, che assembla musica classica e musica elettronica, rappresentate da Davide Boosta, Dileo, Filarmonica TRT e Accademia Corale Stefano Tempia, portando la musica in luoghi non convenzionali e coinvolgendo giovani compositori e compositrici under 35”.

Il concerto di apertura sarà domenica 16 febbraio al Conservatorio di Torino. Si intitola “Eterno Ludwig Van” e segna l’inizio della stagione concertistica dell’Accademia, con un omaggio corale alla forza universale del grande maestro di Bonn. Protagonisti Francesco Manara e Georgy Ráth, direttore d’orchestra di fama internazionale, più volte ospite delle stagioni RAI, accompagnati dall’Orchestra Melos Filarmonica. In programma due capolavori assoluti di Ludwig Van Beethoven, il Concerto per violino op.61, uno dei pilastri del repertorio violinistico, celebre per il suo lirismo e la sua complessità tecnica e la Sinfonia n. 5, una delle opere più iconiche della musica classica.

Seguirà poi, tra gli altri appuntamenti, lunedì 10 marzo, all’Oratorio San Filippo, “Intime risonanze” che conduce tra le pieghe più profonde dell’animo umano con un programma incentrato sulla musica romantica in veste coloristica, di Johannes Brahms, Robert Schumann, Richard Strauss, Charles Martin Loeffler, con Armando Barilli, prima viola dell’Orchestra del teatro Regio di Torino, Lucia Cirillo, mezzosoprano di fama internazionale e il pianista Andrea Rebaudengo, noto per la sua versatilità e sensibilità interpretative.

L’omaggio a Stefano Tempia verrà tributato lunedì 31 marzo al teatro Vittoria di Torino. Violinista, compositore e direttore d’orchestra, Stefano Tempia rappresentò una figura centrale per la cultura musicale torinese di fine Ottocento, dedicando gran parte della sua carriera alla valorizzazione del patrimonio classico e allo sviluppo della tradizione musicale corale. Il programma musicale proporrà una selezione di opere capaci di evidenziare il talento di Lucia Caputo e del pianista Matteo Borsarelli, apprezzato per la sua tecnica espressiva raffinata e profonda.

Mara Martellotta

Pagine di Omero che guardano al mondo di oggi

Sugli schermi “Itaca – Il ritorno” di Ubaldo Pasolini

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Un film che è la prova provata di quanto faccia bene di tanto in tanto la rilettura dei classici e di come quella classicità, guardata con occhi moderni e con quella quotidianità di stragi e sangue che vediamo e leggiamo, sia in grado di insegnarci ancora molto. Chi vedrà “Itaca – Il ritorno”, che Uberto Pasolini ha scritto e diretto con indubbia padronanza di dialoghi e d’immagini e di spirito – e scritto con l’aiuto di Edward Bond, scomparso lo scorso anno, già sceneggiatore di “Blow up” e teatrale autore di quei “War Plays” che acutamente Luca Ronconi mise in scena a Torino nel 2006, in tempo di Olimpiadi – dovrà inevitabilmente guardare alle pagine di Omero ma tenere ben sorvegliato quanto in filigrana passi dalle parole del protagonista e di chi gli sta intorno, dalla crudeltà e dal sangue che abbondante, nelle acque come mescolato e intriso nella terra della “petrosa” isola, dalla infelicità che può coabitare con quello stesso ritorno a casa, la sepoltura di ogni valore morale, la tristezza che può generare il ricordo della guerra, l’incapacità di riportare i propri uomini alle famiglie, il riandare con il ricordo ad una moglie e un figlio abbandonati. Chi vedrà “Itaca” dovrà anche cancellare gli esempi di Kirk Douglas e del televisivo Bekim Fehmiu per guardare all’Odisseo di Fiennes ombroso e piagato e battuto e stanco, non più campione d’astuzia capace di trascinare un cavallo di legno dentro le mura di Troia, modernamente riflessivo e piegato sul panorama di distruzione e di solitudine che si è lasciato alle spalle.

A Pasolini – mentre noi aspettiamo che Christopher Nolan ci dia nel prossimo futuro il suo Odisseo che già immaginiamo in tutt’altra grandezza – non interessano i tanti episodi che hanno cavalcato il “nostos” del protagonista, Polifemo e i Feaci, i Lestrigoni e Nausicaa, Circe e le sirene e il regno dell’Ade, in un terribile infrangersi di onde lascia approdare il suo uomo, in tutta le sua nudità (ne deriva nella storia il giusto peso del corpo e dei corpi), accolto dall’umanità e dalla saggezza del porcaro Eumeo (Claudio Santamaria), riconosciuto dal solo suo cane, il desiderio e la necessità d’avvicinarsi a quella corte dove i Proci da tempo si sono insediati in tutta la loro arroganza, dove un figlio (Charlie Plummer, che dovrebbe sprizzare ben altro vigore) non è all’altezza di fronteggiare la situazione preferendo allontanarsene, dove la moglie Penelope temporeggia alle richieste di matrimonio e tesse di giorno una tela, che forse sarà un sudario, per disfarla la notte, ultima a riconoscere il proprio sposo dopo che è stata sufficiente una sola cicatrice a mettere sulla buona strada la vecchia nutrice (Angela Molina). Ancora in quella casa, che dovrebbe essere soltanto ospitalità con un grande fuoco acceso, c’è la realtà della guerra che entra quindi ineluttabile, la sua necessità, la sfida di Odisseo e le dodici asce e il tiro con l’arco che dà inizio alla carneficina. Soltanto corpi inanimati e ancora sangue nell’attimo che precede un finale fatto di rassegnazione, di desiderio di dimenticare e di una vecchiaia che accomuna, con Penelope atteggiata alla Sonia di “Zio Vanja”, cecovianamente, sempre posticipando i tempi. L’intuizione dantesca lasciava già settecento anni fa guardare al rimpianto e alla svolta e al gran finale, al termine di un’esistenza ormai pienamente appagata, alla resurrezione che poneva l’Uomo ad inseguire “virtute e canoscenza”, caparbiamente.

Dialoghi mai banali, una tessitura encomiabile di sguardi e di conseguenze e d’azione, una forza visiva che non può non colpire lo spettatore, una scrittura che alterna il pieno panorama della natura e gli spazi angusti della casa, la libertà di sovrapporsi con grande rispetto alla pagina scritta, la secchezza del racconto, i messaggi che ne derivano, tutto concorre a fare di “Itaca” un’opera veramente compiuta, pienamente apprezzabile. Sincera, soprattutto. Merito altresì dell’interpretazione di Juliette Binoche, non solo più in fervida attesa, immagine di pazienza, ma attraversata giustamente da lampi di rabbia, e soprattutto di Ralph Fiennes (con un eccellente trucco e parrucco) che ha perso ogni traccia di epico e vive il suo Odisseo in maniera dolente e in ogni attimo conscio appieno della disperazione del suo ritorno. Con uno sguardo che attraversa ogni tempo e ogni spazio e ce lo pone davanti, ancora davanti a noi uomini di oggi, abitanti ciechi e incorreggibili di questo “atomo opaco del Male”.

Libri, la rassegna del mese

Il Libro del Mese – La Scelta dei Lettori

Il libro più discusso nel gruppo Un Libro Tira L’Altro Ovvero Il Passaparola Dei Libri nel mese appena trascorso è stato Conclave di Robert Harris, il romanzo ambientato in Vaticano recentemente riportato alla ribalta anche da un film di Hollywood.

 

Novità in libreria

Ecco l’immancabile appuntamento con le novità che ci aspettano sugli scaffali delle nostre librerie, fisiche o digitali, per garantirci ore felici in compagnia dei nostri amati libri.

Agli appassionati di cronaca nera segnaliamo Il Labirinto Del Mostro Di Firenze (Mimesis, 2025) a cura di Lorenzo Iovino e altri; un saggio che, come un prezioso filo di Arianna, guida il lettore attraverso i meandri più oscuri delle indagini sulla saga criminale più controversa della storia italiana , tra esoterismo e vita rurale toscana, voyeurismo ed eversione nera, offrendo una chiave per esplorare gli insondabili misteri che ancora la avvolgono.

 

 

Usciranno il 18 febbraio C’era La Luna (Einaudi, 2025) il nuovo libro di Serena Dandini , delicato romanzo di formazione ambientato negli anni Sessanta e Luna Comanche (Einaudi, 2025) di Larry McMurtry, quarto capitolo della saga di Lonesone Dove che finalmente vede una traduzione italiana dopo oltre trent’anni dalla sua pubblicazione negli Stati Uniti.

 

 

Consigli per gli acquisti

Questa è la rubrica nella quale diamo spazio agli scrittori emergenti, agli editori indipendenti e ai prodotti editoriali che rimangono fuori dal circuito della grande distribuzione e questo mese abbiamo selezionato:

Luciana Lo Sicco (Auto-pubblicazione, 2024) di Emiliano Castagna, un thriller che appassionerà i lettori di Appassionati di thriller ma anche chi è sensibile alle tematiche LGBTQ+, e desidera esplorare la complessità delle questioni di genere e diritti civili.

 

 

Il Sogno Contaminato (Auto-Pubblicazione, 2021) è un romanzo di formazione, esordio di Manuel Mazzola, che racconta la fatica di crescere e il bisogno di allargare i propri orizzonti, il dolore di un sogno che si infrange e la dolcezza della speranza che risorge.

 

 

Incontri con gli autori

Questo mese abbiamo incontrato Emilio Castagna esordiente che vive a Palermo e ha pubblicato da poco il romanzo Luciana Lo Sicco (Auto-pubblicazione, 2024), un thriller dalle forti connotazioni sociali, ambientato proprio in Sicilia.

Carlo Calabrò, scrittore e sceneggiatore, ha di recente tentato la via della narrativa con Meccanica Di Un Addio (Marsilio, 2024) un romanzo che unisce temi sociali a una solida trama da thriller, con il quale l’autore torna a parlare di Brasile.

 

Per rimanere aggiornati su novità e curiosità dal mondo dei libri, venite a trovarci sul sito www.ilpassaparoladeilibri.it

 

“Open Book Club”, il primo Club del “Libro Accessibile”

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Nasce a Torino nello spazio “Open”, promosso dalla “Fondazione Time2”

Un “tema” e un “libro”. Il primo scelto non a caso, in linea con gli obiettivi e i principi (ispirati alla piena inclusività sociale) della “Fondazione” promotrice; il secondo, come compagno concreto di viaggio per l’intero percorso calendarizzato fino al prossimo marzo e teso alla più rigorosa focalizzazione e comprensione del “tema”.

Nasce in un perfetto mix di tali elementi “Open Book Club”, il primo gruppo italiano di “lettura accessibile”, pensato per “accogliere ogni diversità e garantire risorse e modalità di partecipazione che possano rendere l’esperienza della lettura condivisa praticabile per chiunque”. L’iniziativa nasce nello spazio aperto di diversità “Open” (da cui prende il nome), sede torinese della “Fondazione Time2”, realtà, fondata e guidata dalle sorelle Manuela (presidente”, e Antonella Lavazza (vicepresidente), con lo scopo di promuovere una cultura che favorisca i diritti dei “giovani con disabilità” e permetta la costruzione di un “progetto di vita indipendente”.

 

Il “tema” che guiderà, infatti, questa prima esperienza dell’“Open Book Club” sarà “Passaggi di Vita: ovvero il passaggio all’età adulta, “affrontato e discusso in modo intersezionale”. In quest’ ottica, il “primo libro” selezionato per la lettura condivisa è “Intermezzo” (Einaudi, 2024), il quarto romanzo – i primi tre hanno venduto in Italia decine di migliaia di copie – dell’acclamata scrittrice irlandese Sally Rooney (Castlebar, 1991), lanciata in patria dal suo editore come la “Salinger della generazione Snapchal” o (appellativo probabilmente da lei preferito) come la “Jane Austen dei Millenial”. Alla discussione finale, che si terrà mercoledì 12 marzo (alle 18,30) nello spazio “Open” di Corso Stati Uniti 62/B a Torino, parteciperà il traduttore del volume Norman Gobetti.

“Il progetto vuole essere – sottolineano gli organizzatori – un appuntamento pensato per tutte le persone a prescindere dalla confidenza che si ha con la lettura”. E aggiungono: “Il ‘book club’ di ‘Fondazione Time2’ è ideato per essere fruibile e garantire gli strumenti di accessibilità che permettano la piena partecipazione di tutti, anche a chi trova barriere nella lettura”.

Qualche notizia “per l’uso”. L’iscrizione a “Open Book Club”  è gratuita: in fase iniziale ogni partecipante riceverà un “kit di lettura”, pensato appositamente dalla “Fondazione”, contenente una “tessera di partecipazione” e un “righello” per facilitare la lettura. L’iniziativa – cosa particolarmente interessante – è organizzata in collaborazione (collaborazione che dura da sempre) con la “Libreria Binaria” del “Gruppo Abele”, che offre alle persone iscritte al “Book Club” uno sconto del 5% sull’acquisto dei libri. Presso “Open” sono inoltre disponibili i libri cartacei dei gruppo di lettura e anche una selezione di libri dedicati ai temi della disabilità.

Durante il primo incontro verrà consegnata a ogni persona iscritta una scheda del libro facilitata, inoltre sarà possibile far parte di un gruppo “Whatsapp” dedicato alla discussione del volume in fase di lettura e volto a organizzare “incontri informali” nella “sede Open” di corso Stati Uniti per leggere e/o ascoltare insieme il libro in vista dell’incontro finale.

Questo ultimo appuntamento avverrà con una “cadenza bimestrale”, così da poter permettere a tutte le persone iscritte il tempo necessario per leggere o ascoltare il libro. L’incontro conclusivo sarà l’occasione per incontrare l’autore del volume o professionisti che hanno lavorato alla realizzazione del libro e discutere direttamente con loro le proprie impressioni o trovare lo spazio per le curiosità. Tutti i partecipanti del “Book Club” collaboreranno attivamente “per aiutare eventuali altri partecipanti che abbiano difficoltà nella lettura, nell’ascolto o nella comprensione della storia letta”.

Gli incontri, per quest’anno, saranno nel complesso cinque. Sul sito www.open.fondazionetime2.it saranno, a breve, disponibili le date e i titoli selezionati per i futuri appuntamenti.

g.m.

Nelle foto: immagini “Open book Club” e cover “Intermezzo” ( “Einaudi”, 2024) di Sally Rooney

“Penso di essermi perso senza di te”

Music Tales, la rubrica musicale 
“Penso di essermi perso senza di te
mi sento schiacciato senza di te
sono stato forte per così tanto tempo
che non ho mai pensato quanto ho bisogno di te
Penso di essermi perso senza di te”
Quando si è seduta al suo pianoforte, l’intera Storia mondiale del Tennis – insieme agli spettatori presenti e a quelli collegati da ogni parte del globo – ha trattenuto il respiro. In rigoroso silenzio, per immergersi nella sua musica e abbandonarsi alla sua voce. Un momento emozionante avvenuto durante i festeggiamenti organizzati per celebrare il centenario del prato verde più famoso del mondo, il campo principale dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, nei pressi di Londra, dove si svolge ogni anno Wimbledon, il più antico torneo di tennis. Un santuario dello sport, per l’occasione diventato il palcoscenico per la passerella d’onore dei campioni di oggi e delle leggende di ieri che hanno scritto la storia di Wimbledon: da Novak Djokovic (vincitore dell’ultima edizione) a Roger Federer, vincitore di otto titoli tra il 2003 e il 2017, da Rafael Nadal ad Andre Agassi, Björn Borg, Stan Smith, Chris Evert e tanti altri ancora. È stato davanti a tutti questi leggendari tennisti, accolti da continue standing ovation, che è iniziata l’emozionante performance della cantante britannica.
Nata il 19 aprile 1994 a nord di Londra, Freya Ridings è la figlia dell’attore e musicista britannico Richard Ridings, che ha interpretato Alan Ashburn nel dramma televisivo Fat friends ed è la voce di Daddy Pig in Peppa Pig. Freya ha imparato fin da bambina a suonare la chitarra sulle orme del padre, ma contrariamente a quella di Richard, la sua carriera è stata sempre nel mondo della musica: dal singolo di debutto, Blackout, nel maggio 2017 a soli 23 anni, fino a Lost without you nel novembre 2017, il suo lavoro più rivoluzionario, che ha scalato i vertici della Top 10 della classifica dei singoli del Regno Unito, raccogliendo ben oltre 35 milioni di visualizzazioni su YouTube. Sebbene sia questa la sua canzone di maggior successo, anche Castles, nell’album eponimo sta ottenendo grandi risultati di ascolto con oltre 33 milioni di visualizzazioni su YouTube.
Abiti maestosi, voile di seta vaporoso e tanto colore, sono queste le tre peculiarità delle sue mise scelte nelle occasioni più importanti, dai concerti live al red carpet dei The BRIT Awards 2020. Rimane indimenticabile l’outfit scelto per intrattenere durante la London Fashion Week, creando un dolce sottofondo per la sfilata firmata Richard Quinn: per l’occasione ha sfoggiato un leggerissimo vestito dalla stampa bouquet, dal retrogusto retrò.
Mi piace assai questa ragazza….ascoltate il suo disco!!!
“Il bello non è ritrovarsi, è il non essersi mai persi veramente.”.
Ascoltatela bene ma bene proprio. Ve ne prego.
CHIARA DE CARLO
scrivete a musictales@libero.it se volete segnalare eventi o notizie musicali!
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Ecco a voi gli eventi da non perdere!
Vi invito a seguire le pagine sottostanti per far parte di una comunità che vuole cambiare le cose.
Che vuole più educazione al rispetto per le donne e lo fa con uno spettacolo chiamato “Respect” che, a breve, sarà nelle vostre piazze.
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Uno spettacolo intenso interamente cantato da uomini affinchè sia la voce maschile ad esortare al rispetto per le donne.
Oltre 30 artisti tra cantanti musicisti ballerini e performer, al lavoro per offrire un’esperienza immersiva che trasmette un grande senso di appartenenza e gruppo.
In aiuto all’associazione Scarpetta Rossa per un sostegno concreto a chi, dall’inferno della violenza, è già passato ed è riuscito a fuggire.
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Prima data 05 aprile 2025 Parco Michelotti Torino