All’Erba, “Il cappotto di Janis”
Alain Teulié, classe 1960, ama e frequenta il teatro. È stato attore passando da Marivaux a Pinter, assistente alla regia per lo spettacolo “Cocteau-Marais”, che ripercorreva l’unione tra un grande scrittore e un raffinatissimo autore di palcoscenico e di cinema, protagonista di trasmissioni radiofoniche ospitando nomi dell’arte e dello spettacolo per parlare di attualità. A partire dall’inizio degli anni Duemila rivolge i propri interessi alla letteratura e al teatro (“L’ultimo bacio di Mozart” e “La mano del destino”, rappresentato anche da noi, tra i vari titoli), tra romanzi e pièces di grande successo oltralpe e non soltanto. Enrico Maria Lamanna mette in scena, in questo scorcio di stagione il recentissimo “Il cappotto di Janis”, produzione del Centro Teatrale Artigiano, protagonisti Rocìo Munoz Morales, all’Erba di corso Moncalieri per due sole repliche, sabato 15 marzo (ore 21) e domenica 16 (alle ore 16).

Al centro di un testo avvincente ed emozionante, capace di catturare il pubblico sino al suo epilogo, un incontro che non sarebbe mai potuto avvenire, tratteggiato nella presentazione dello spettacolo, tra “Mira, una vivace e giovane donna, particolare impertinente, dall’abbigliamento eccentrico e che ama ascoltare musica rap e Joseph, uno scrittore solitario che vive in un appartamento pieno di scatoloni, che ama Mozart, Bach, gli Stones e Janis Joplin. Tramite un annuncio, l’uomo assume Mira a cui assegna una misteriosa missione. Pian piano vengono allo scoperto i segreti che legano questa improbabile coppia a cui tutto sembra opporsi. La complicità che nascerà nei due personaggi sarà inversamente proporzionale ai loro disaccordi.” Da vedere.
e. rb.








C’è il carboncino entusiasmante di John Keating, il corpo nascosto tra le pieghe del lenzuolo, e il teatrino di Luzzati, i “Piantatori” di Giovanni Macciotta (1960) e lo “Studio” di Anna Lequio (2023), acquerello dedicato all’amico Silvano, il viso di ragazzo di Pino Mantovani e la “Silvia” classicheggiante di Ottavio Mazzonis e il nervoso e impennato cavallo ad accompagnare il “Bellerofonte” di Raffaele Mondazzi, i tetti invernali e imbiancati di Aime e il mare di Vinicio Perugia, il “Raccolto” poetico – l’antica assoluta poesia di sempre – di Sergio Saccomandi e il ragazzo di Lorenzo Tornabuoni, la “Ginnasta con la palla” che testimonia ancora una volta l’arte di Sergio Unia. Nomi, un nastro di nomi, un punto di riferimento prezioso e oggi non dimenticato, un punto di confronto per quanti con lui hanno amato l’arte, Silvano Gherlone è stato il gallerista prezioso e attento, giudicante e accogliente, l’uomo che consolidava un percorso già avviato o poteva dare inizio a una carriera, con intelligenza e con simpatia, poteva affermare un futuro valore, correggeva e indirizzava. Silvano Gherlone era “discreto, riservato, gentile”, scriveva ne La Stampa Bruno Gambarotta all’indomani della sua scomparsa: e l’affetto che ancora circola, oggi, tra le pareti della Fogliato ne è l’esatta testimonianza.



