CULTURA E SPETTACOLI- Pagina 136

“Non ho paura della guerra che sei venuto a fare contro i miei peccati…”

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Music Tales, la rubrica musicale 

Non ho paura della guerra che

Sei venuto a fare contro i miei peccati

Non sto bene

Ma posso fare del mio meglio per fingere

C’è un pregiudizio diffuso, spesso inconsapevole, nei confronti del metal: per molti è solo rumore, un’esplosione caotica di chitarre distorte, urla graffianti e atmosfere cupe.

Lo scrive una che il metal non lo ama proprio.

Ma cosa succede quando una canzone metal viene spogliata dei suoi orpelli sonori, ridotta all’essenza più pura come voce e chitarra?

La risposta arriva sorprendentemente chiara ascoltando la versione acustica di “Just Pretend” dei Bad Omens, reinterpretata dal cantautore Nate Vickers.

La band americana, diventata un punto di riferimento nel panorama metalcore contemporaneo, ha sempre avuto una sensibilità melodica nascosta sotto la superficie aggressiva delle loro produzioni. “Just Pretend”, brano già emotivamente potente nella sua versione originale, si trasforma completamente nelle mani (e nella voce) di Vickers.

Il risultato è qualcosa che può toccare anche chi normalmente si tiene lontano da questo genere.

Vickers, con la sua chitarra acustica e un’interpretazione vocale intima, riesce a mettere in luce la bellezza malinconica del testo. La rabbia si fa malinconia, la potenza si converte in delicatezza, e la canzone assume una veste nuova, quasi fragile, ma incredibilmente umana. È una dimostrazione lampante di quanto spesso ci si fermi alla superficie dei generi musicali, senza coglierne la profondità emotiva.

Il metal, infatti, non è solo forza bruta. È un linguaggio, spesso estremo, certo, ma capace di trasmettere dolori, paure, desideri e speranze con un’intensità che pochi altri generi riescono a eguagliare.

La versione acustica di “Just Pretend” è la prova che, tolti gli “effetti speciali”, ciò che resta è una canzone d’amore, di perdita, di resilienza.

E in quel momento, diventa universale.

Questa reinterpretazione, dal mio punto di vista, non è solo un arrangiamento alternativo: è un ponte. Un collegamento tra mondi musicali, tra chi ascolta metal e chi no, proprio come me.

Perché la musica, quando è sincera, non ha bisogno di etichette. E forse, come dimostra questa versione, le barriere tra i generi esistono più nelle nostre teste che nelle nostre orecchie.

In un’epoca in cui tutto è categorizzato, “Just Pretend” ci ricorda che la musica è, prima di tutto, emozione. E che basta una chitarra e una voce per raccontare una storia che può toccare chiunque, anche chi, finora, pensava che il metal non facesse per lui.

La musica è l’arte di pensare con i suoni.”

Jules Combarieu

CHIARA DE CARLO

https://www.youtube.com/watch?v=nV5J5J-SXdk

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La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: In difesa della libertà di insegnamento – Landini – Lettere

In difesa della libertà di insegnamento
Non ho mai avuto grande simpatia per i dirigenti scolastici (quasi sempre finti manager se non professori demotivati) e neppure per i presidi che peccavano di burocratismo spesso ottuso. L’unico anno in cui ho svolto una funzione direttiva ho capito la difficoltà di esercitare il comando in una comunità  accademica che il ‘68  ha privato dell’ordine necessario ad una  equilibrata convivenza tra diritti e doveri. Oggi molti presidi o dirigenti che siano, sono inquinati dalla politica e dal conformismo. Potremmo citare presidi capaci e perfino coraggiosi rispetto a tanti presidi inetti, presuntuosi, incolti.  I capaci e coraggiosi sono una minoranza. Da quando si può passare a dirigere una scuola elementare per poi passare ad un liceo classico senza titoli specifici, la funzione direttiva ha perso ogni  prestigio e autorevolezza. Di recente ho avuto rapporti con l’ex preside di un istituto tecnico e mi sono reso conto del livello bassissimo di preparazione di parte di certi dirigenti promossi per meriti politico – sindacali. Quel signore avrebbe potuto, al massimo, fare il capo bidello.  In altra occasione sono stato testimone della viltà di una preside succuba dell’enclave rossa che si illude di dirigere, asservita  come è alla CGIL e ai  CUB.
Quindi la situazione è complessa ed articolata, ma la tendenza è verso il basso. Ho firmato convintamente una petizione  contraria alla proposta dell’Aran di stravolgere le garanzie nel mondo della scuola, dando ai presidi l’autorità di sospendere fino a 30 giorni i docenti. Questo potere era affidato all’ufficio scolastico regionale che dava una qualche garanzia di imparzialità. La possibilità da parte di un preside di sospendere direttamente dal servizio un suo sottoposto è in modo evidente incostituzionale. Certe sanzioni può irrogarle solo  un organo terzo. All’Università è stata fatta carne da macello di un professore stimato sol perché un’allieva avrebbe visto occhi “libidinosi“ durante un esame. Un episodio indegno dall’Ateneo torinese.  Ho conosciuto una insegnante elementare perseguitata in modo indegno a partire proprio dal direttore didattico, servilmente  prigioniero  di gruppi  esagitati di genitori arroganti. La libertà di insegnamento va sempre tutelata, anche se molti professori odierni (ad esempio, quelli dei cortei pro Pal) non rappresentano certo l’idea migliore possibile dei docenti perchè sicuramente inquinano le loro lezioni con l’ideologia e la faziosità. Dare ai presidi il  potere  di giudici  è  un grosso errore e una minaccia alla libertà che deve animare la scuola pubblica come scuola di tutti. Concordo con il fatto che nella scuola debba essere riportato l’ordine, ma non  posso condividere una versione autoritaria della scuola. La figura del preside ha più ombre che luci e mi viene spontaneo domandarmi chi debba poi  controllare i presidi, reclutati tra il resto per decine d’anni senza la selezione di veri concorsi e con l’appoggio della CGIL.
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Landini
Landini ha dato l’idea di essere  un uomo incolto dai toni volgari che crede di aver ragione solo perché alza la voce. E’ una figura di sindacalista incapace di fare l’interesse dei suoi iscritti che in verità sono in larga parte pensionati. E’ un  grigio uomo di apparato che incarna l’Emilia  Romagna rossa in modo così ovvio da far supporre che abbia un deficit totale di personalità. La presidente del consiglio non è certo una gentildonna dell’aristocrazia romana, ma assomiglia ad una borgatara con forte e persino fastidioso accento romanesco. Accusarla di essere una cortigiana (che certo non significa appartenente ad una corte) significa offenderla nella sua dignità di donna. E’ strano che sia consentito a Landini di essere sessista senza che la solita Boldrini non si metta a strillare le solite banalità. Cortigiana significa di fatto prostituta, traduzione italiana di escort, una cosa da cene eleganti e altre sozzerie. Se Landini è esentato dalla più elementare educazione  e soprattutto dalle regole ferree del politicamente corretto c’è qualcosa nel sistema che non funziona. Fare l’opposizione è un diritto e persino un dovere, ma la  beceraggine trucida è  un’altra cosa. Forse nessun operaio della Fiat con la tuta blu usava il linguaggio di Landini. C’era una aristocrazia operaia che studiava persino alcuni libri, pur parlando in dialetto. Oggi quel mondo è finito con la fine della fabbrica torinese realizzata compiutamente, fin nei minimi particolari, da nipoti che cinicamente badano solo a far cassa. La volgarità – al di là della cravatta – non è tanto diversa. Ed è  anche per questo che nei confronti dei nipoti distruttori dell’ impresa torinese, tace, magari compiaciuto dell’obiettivo  raggiunto che il sindacato, malgrado gli scioperi, non era riuscito a compiere nel corso degli  anni.
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LETTERE  scrivere a quaglieni@gmail.com
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La Cittadella di Alessandria
Ho avuto modo nei giorni scorsi di visitare la Cittadella di Alessandria, monumento della città, con indicazioni turistiche già sull’autostrada. La Cittadella ebbe ruolo rilevante nei moti insurrezionali del marzo 1821: lì Santorre di Santarosa chiese a Carlo Alberto la proclamazione di una costituzione liberale.
 L’intero sito, una delle fortezza più grandi e meglio conservate d’Europa, è in stato di gravissimo abbandono: gli edifici, parzialmente vandalizzati sono fatiscenti ed a rischio di crollo, al punto tale da essere transennati e chiusi al pubblico. I bastioni sono interamente ricoperti da boscaglia a significare che non vengono ripuliti da anni, se non decenni. Una vergogna, probabilmente dettata da ideologia antimilitarista, della nota solita vulgata, che ignora e vuole ignorare la Storia d’Italia. A titolo di confronto posso citare le fortezze di Elvas (Portogallo), patrimonio Unesco, perfettamente conservate, area museale, aperte al pubblico.   Paolo  Vieta 

Sono stato alla Cittadella di Alessandria a parlare qualche mese fa, ma tutto intento a partecipare all’iniziativa, non ho prestato attenzione al contesto. La sua denuncia spero smuova l’interesse di chi dovrebbe provvedere ad un bene culturale alessandrino così importante.

Termosifoni in ritardo
Da anni la ditta Campidonico fa il servizio di riscaldamento nel mio condominio in modo quasi sempre decente. Da alcuni anni l’accensione però non è mai puntuale al 15 ottobre e non si fa più neppure l’assemblea obbligatoria, aperta anche agli inquilini, per il riscaldamento. Cose che in passato erano ovvie, oggi diventano oggetto di contenzioso. L’idea prevalente in tanti è di accendere più avanti per risparmiare e ovviamente tutelare l’ambiente secondo i dettami di Greta, ignorando gli ammalati che vivono nel condominio. Un piccolo segno di barbarie condominiale. Lei cosa ne pensa?    Arturo De Tullio
Vorrei poter stare tutto l’anno al mare dove accendo e spengo senza dover chiedere al vicino. In un mondo sfasciato come questo l’idea stessa di condominio è cosa superata. Sempre piccole beghe da chi ha pochissimi millesimi e si crede padrone del mondo. Amministratori che puntano solo a far fare continuamente  lavori straordinari per lucrare la loro parte di utile, senza guardare alla conduzione degli edifici. Gli amministratori nel giorno in cui deve  iniziare il riscaldamento sono irreperibili. Un fatto che dice tutto sulla mancanza di responsabilità e di serietà di certi personaggi, quasi tutti  sedicenti ingegneri, architetti  o geometri.
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Le panchine di via Roma
Questo sarebbe un anticipo di via Roma vietata alle auto e rialzata, quanto apprendo dal “ Corriere della sera“ .Vedo spuntare panche in pietra che sembrano assurde: senza lo schienale non potranno essere utilizzate solo dalla solita marmaglia che ci sale sopra con le scarpe. Possibile che questi sapientoni che ci governano, non sanno che le panchine vanno fatte con lo schienale? Sembra di essere ad Albenga dove un sindaco mise panchine senza schienale sul lungomare destinate a rimanere sempre vuote. Torino come Albenga , città definita la “nescia“, cioè la sciocca.
Brigitte Zilli
Concordo con Lei . Sono convinto che il sindaco di Torino  Lo Russo non possa approvare le panchine senza schienale . Mi domando anche che senso abbiano tante panchine in via Roma  , essendo una via con i portici dove la gente continuerà a passare anche per vedere le vetrine , diventate meno attrattive a causa di una crisi del commercio che  ha costretto i migliori negozi e locali a chiudere . D’ora in avanti si andrà in via Roma a sedersi sulle panchine senza schienale . Davvero strano .

Quella straziante foto di Yohanna

All’ “Accademia delle Belle Arti” di Torino, incontro con Cinzia Canneri, unica fotografa italiana fra i vincitori dell’ “World Press Photo”

Venerdì 24 ottobre, ore 18

Addis Abeba – Etiopia, 31 ottobre 2017. Un povero “interno”. Su uno stropicciato telo di stoffa, riposa, con la madre accanto che affettuosamente la tiene – accarezza per un braccio, Yohanna, giovane eritrea di soli 22 anni, colpita dalla polizia  al confine di Shambuko (in Eritrea), e risvegliatasi in un ospedale in Etiopia, dove ha scoperto che le era stato asportato un rene. In suo possesso, nessuna cartella clinica o documento scritto che giustifichi l’intervento chirurgico e l’asportazione dell’organo. Sull’addome, il segno di una lunga cicatrice. Forse meno dolorosa di quelle crude e disumane che Yohanna si porta e si porterà dentro per sempre negli anfratti più intimi della memoria e dell’anima. Lo scatto fa parte del progetto “Women’s bodies as battlefields” che definisce, in qualche modo, la stessa carriera artistica della fotografa, toscana di Follonica, Cinzia Canneri, autrice dello scatto ed unica italiana tra i vincitori di quest’anno dell’“World Press Photo”, il concorso di fotogiornalismo e fotografia documentaria (con sede ad Amsterdam) più prestigioso al mondo. Laureata in Psicologia e fra i fotoreporter più brillanti della nuova generazione, Cinzia è da sempre, e in ogni modo, impegnata nel “sociale”. Il suo progetto è stato premiato tra quelli “a lungo termine”: Canneri ha infatti seguito, macchina a tracolla, le vite di alcune donne in fuga dal regime repressivo in Eritrea e dal recente conflitto in Etiopia, la cosiddetta “Guerra del Tigré”, ufficialmente terminato nel 2022 ma con tensioni che continuano a causa di irrisolte dispute territoriali. Narrazioni, le sue, fissate nel tempo e specchio “impietoso” di atrocità che raccontano di corpi femminili vergognosamente e spietatamente ridotti a “campi di battaglia”.

A parlarne, venerdì 24 ottobre (alle 18), sarà la stessa Cinzia Canneri a Torino, in un incontro, moderato dalla giornalista Chiara Priante, in programma nel “Salone d’Onore” dell’“Accademia Albertina delle Belle Arti” (che, fino a lunedì 8 dicembre, espone ben 144 immagini di 42 fotografi selezionati nell’ambito dell’“World Press Photo Exhibition”), in via Accademia Albertina 6, con ingresso gratuito. Insieme a lei, ci sarà anche Meseret Hadush, etnomusicologa nata e cresciuta in Etiopia, “Ceo” e fondatrice di “HIWYET TIGRAY Charity Association”, attivista contro la violenza di genere e operatrice umanitaria. Vincitrice del “Bremen Solidarity Award 2025”, Hadush è stata proprio il riferimento di Canneri nel Tigray (la più settentrionale delle dieci regioni dell’Etiopia) e le ha permesso di svolgere il suo lavoro sul posto. L’incontro, organizzato all’“Accademia Albertina delle Belle Arti” di Torino, sarà dunque l’occasione per parlare di queste esperienze di vita e di lotta (in cui si trovano solidamente accomunate la Canneri e Hadush), ma anche di “fotografia”, di “libertà di stampa” e del “ruolo dei fotoreporter” in scenari meno narrati dai quotidiani.

Nel 2017,  Cinzia Canneri ha iniziato a documentare le esperienze delle donne eritree in fuga dal loro Paese e in cerca di rifugio in Etiopia, per sfuggire a un regime repressivo che ha implementato di fatto una coscrizione obbligatoria a tempo indeterminato. Molte di loro, fermate alle frontiere sono state assalite, violentate o colpite all’addome dalla polizia nazionale per impedire loro di avere figli. Mentre la guerra tra le forze governative etiopi contro il “Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè – TPLF” si diffondeva nella regione del Tigrè, l’attenzione di Canneri si è ampliata includendo anche le donne “tigrine”, che si stavano ora unendo alle donne eritree nella fuga dall’Etiopia verso i campi profughi ad Addis Abeba o in Sudan. Entrambi i gruppi sono stati bersaglio di violenza sessuale sistematica – stupri, sparatorie, torture – che, a causa dello stigma sociale, delle strutture sanitarie limitate e del limitato accesso di giornalisti nel Paese, rimane insufficientemente riportata dai media e compresa dal mondo in generale.

Nel gennaio 2024, Canneri ha peraltro co-fondato “Cross Looks”, un collettivo di donne italiane, eritree, tigrine e sudanesi che sta costruendo “una narrativa intersezionale sui temi di genere, classe, razza e altre forme di disuguaglianza sociale”.

Impegno “sociale” a tutto campo. Che non solo ha portato la Canneri a lavorare a lungo, sui temi succitati, nel Corno d’Africa, ma anche, fra l’altro, sulla coraggiosa documentazione di questioni sociali legate ad esempio allo “sfruttamento dei lavoratori”. Basti pensare, in proposito, che nel 2016 un suo Progetto, “Like Two Wings” sulle vittime dell’amianto ha ricevuto un “Premio di eccellenza” al “POYi Science and Natural History Picture Story” (presso la “Missouri School of Journalism”) e il primo premio all’“Umbria Fest” in Italia. Scatti, i suoi, che hanno trovato “casa” sulle pagine delle più prestigiose riviste internazionali, dal “New York Times”, al “Days Japan”, fino all’“Obs”, al norvegese “Aftenposten”, al “The Washington Post”, all’“Internazionale” e all’“Espresso”.

Gianni Milani

Nelle foto: Cinzia Canneri da “Women’s bodies as battlefields”; Cinzia Canneri

Il pellerossa e il day-glo

CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

 

Citazione letteraria d’obbligo in apertura di articolo, oggi che parliamo dell’etichetta di Los Angeles “Chattahoochee Records”, attiva tra 1962 e 1966 e saltuariamente tra 1972 e 1979. La cromia piuttosto ricorrente sui 45 giri in questione vedeva l’accostamento viola chiaro e arancio, che nella mia mente rimanda subito ai colori “DayGlo” tanto cari a quei pionieri del movimento psichedelico che furono i “Merry Pranksters”, le cui vicissitudini e il cui viaggio “coast to coast” vennero narrati e storicizzati nel celebre libro del 1968 di Tom Wolfe “The Electric Kool-Aid Acid Test”, vero manifesto della “Psychedelia” a stelle e strisce. Colori che avevano la tipica pigmentazione rilucente e autoriflettente alla luce solare (“glowing in daylight”) dei primi psichedelici della “West Coast” tra San Francisco e Los Angeles, che pareva accendersi ulteriormente sulla pelle abbronzata di quei liberi vagabondi sognatori; quei colori saranno poi ben visibili per esempio nei successivi celeberrimi manifesti rock di Victor Moscoso e di innumerevoli locandine ed annunci di eventi della “Summer of Love” del 1967. Ecco che “Chattahoochee Records”, proprio negli anni 1963-1964 delle scorribande “Pranksters”, iniziava a proporre quella cromia suggestiva e iconica, accompagnata da un logo in cui campeggiava un pellerossa con copricapo e tamburi. Possiamo segnalare inoltre che, sebbene la discografia “Chattahoochee Records” non fosse incentrata sul garage e sul surf rock, tuttavia nelle “compilations” attuali si rileva un interessante ritorno di questa etichetta, così come nei cataloghi di settore e tra i cultori del genere. Qui di seguito si elencano esclusivamente i 45 giri di surf, garage e psychedelic rock del periodo 1963-1966:

– THE MURMAIDS “Wild And Wonderful / Bull Talk” (CH 641-1) [1964];

– THE CONTENDERS “The Dune Buggy / Go Ahead” (CH-644) [1964];

– THE CONTENDERS “Johnny B. Goode / Rise ‘n’ Shine” (CH 656) [1964];

– THEE MIDNITERS “Land Of A Thousand Dances (Part 1 – 2)” (CH-666) [1964];

– THE CONTENDERS “The Toughest Band Around / Drag Slot” (CH-671) [1965];

– DANNY WARNER & THE SESSIONS “Big Boss Man / Tramway” (CH 675) [1965];

– THEE MIDNITERS “Whittier Blvd. / Evil Love” (CH-684) [1965];

– THE BOSTWEEDS “Simple Man / Little Bad News” (CH-689) [1965];

– THEE MIDNITERS “Empty Heart / I Need Someone” (CH-693) [1965];

– THEE MIDNITERS “That’s All / It’s Not Unusual” (CH-694) [1965];

– THE PASTEL SIX “I Can’t Dance / Red River Valley” (CH 696) [1965];

– TY WAGNER & THE SCOTCHMEN / TY WAGNER & THE ONES “I’m A No-Count / Walking Down Lonely Street” (699) [1965];

– THE BOSTWEEDS “She Belongs To Me / Lisa” (CH-701) [1965];

– THEE MIDNITERS “Land Of A Thousand Dances / Ball O’Twine” (CH 666; RE-1) [1965];

– BOB LINKLETTER “The Out Crowd / The Final Season” (CH 702) [1966];

– MOSS & THE ROCKS “There She Goes / Please Come Back” (CH-703) [1966];

– THE ANGLO-AMERICANS “The Music Never Stops / Are You Ready For This?” (705) [1966];

– THEE MIDNITERS “I Found A Peanut / Are You Angry” (CH-706) [1966];

– DEE CEE CORD “Ya Know / Kind Words” (CH-707) [1966];

– DOW JONES AND THE AVERAGES “Bring It On Home / Chim Chim Cher-ee” (CH-709) [1966];

– THE CHYMES “Quite A Reputation / He’s Not There Anymore” (CH-715) [1966];

– THE END RESULT “A Bird In The Hand / Never Ask Again” (CH-717) [1966];

– THE SURVIVORS “Midnight Mines / Quoth The Raven” (CH-718) [1966].

Gian Marchisio

“Territori d’autore 2025”, Simona Vogliano: “Il canto del torrente”

 

Proseguirà il 26 ottobre, alle 17.30, presso i locali del Ricetto di piazza della Fontana, in frazione Muriaglio di Castellamonte, “Territori d’autore”, la rassegna organizzata dalla Società di Mutuo Soccorso Agricola e Operaia. Proprio il 26 ottobre Simona Vogliano presenterà il suo romanzo “Il canto del torrente”, pluripremiata pubblicazione che, negli ultimi mesi, sta regalando molte soddisfazioni all’autrice. Nella cornice selvaggia e affascinante della Valchiusella, Giorgio Invaro, scultore e chimico, lotta per difendere la sua terra da chi vuole sfruttarla senza scrupoli. Dopo anni trascorsi a Londra, è tornato tra le montagne per scolpire la pietra della sua valle e riscoprire se stesso. Il passato lo raggiunge quando Elisabeth, l’amore che ha lasciato dietro di sé, riappare con un progetto rivoluzionario: trasformare la vecchia cartiera in una scuola di mestieri artigiani. Tra battaglie legali, sabotaggi e segreti mai sopiti, l’esistenza della valle si scontra con l’avidità di Cosimo Valli, deciso ad impadronirsi della cava.

Un piccolo momento conviviale concluderà l’incontro. Chiuderà la rassegna “Territori d’autore” Oliviero Cima, con “Due soldi di benessere” (Baima Ronchetti & C. Edizioni), inserito nella biblioteca degli scrittori piemontesi.

Mara Martellotta

Sotto la Mole: la Torino segreta che non tutti conoscono

SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

Torino è una città che si concede lentamente, come se custodisse gelosamente la propria anima dietro una facciata di eleganza discreta. Chi la osserva solo in superficie ne coglie l’ordine sabaudo, i portici, la monumentalità della Mole Antonelliana. Ma basta deviare di poco dai percorsi turistici per accorgersi che esiste un’altra Torino, fatta di sotterranei, passaggi dimenticati e leggende che si intrecciano alla quotidianità. È la Torino segreta, quella che vive sotto la Mole e che continua a esercitare un fascino silenzioso e persistente.
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Le gallerie sotto la città
Pochi sanno che sotto le vie del centro storico corre una rete di gallerie e cunicoli che risalgono all’epoca barocca. Scavati a partire dal Seicento per motivi militari, questi passaggi collegavano le caserme e le fortificazioni che circondavano la città. Oggi alcuni tratti sono visitabili e offrono una prospettiva del tutto diversa: una Torino sotterranea, dove l’umidità delle pareti e il profumo della terra raccontano storie di soldati, di fughe e di segreti.
Le visite guidate, organizzate da associazioni locali, conducono i visitatori attraverso percorsi che alternano storia e suggestione. Si entra da una botola anonima e ci si ritrova immersi in un silenzio antico, lontano dal traffico e dalle luci. È un viaggio nel tempo, ma anche una metafora perfetta della città stessa: un luogo che conserva sotto la superficie i segni di ciò che è stata, e che non ha mai smesso di trasformarsi.
Alcuni dei cunicoli più antichi si trovano nei pressi di Palazzo Madama e del Mastio della Cittadella, dove secondo alcune cronache si rifugiarono i soldati durante l’assedio del 1706. Lì la storia ha lasciato impronte visibili: graffi sui mattoni, incisioni, simboli che testimoniano un passato di resistenza e di ingegno militare.
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Tra esoterismo e curiosità
Torino è da sempre considerata una delle capitali mondiali dell’esoterismo. La leggenda vuole che la città sia uno dei vertici sia del triangolo della magia bianca, insieme a Lione e Praga, sia di quello della magia nera, con Londra e San Francisco. Un doppio volto che ha alimentato racconti, superstizioni e curiosità.
Passeggiando per Piazza Statuto, ad esempio, si incontra la statua dell’“Angelo caduto”, un monumento dedicato ai caduti del Frejus ma che molti torinesi identificano con Lucifero stesso. Il punto, dicono, coincide con il “cuore oscuro” della città, dove si concentrerebbero energie negative. All’opposto, in Piazza Castello e lungo Via Garibaldi, si troverebbero invece i luoghi della “magia bianca”, custodi di armonia e protezione.
Al di là delle credenze, resta il dato più affascinante: Torino ha sempre convissuto con il mistero senza mai farsene travolgere. Forse è proprio questo equilibrio tra razionalità e simbolismo, tra fede e leggenda, a renderla così unica nel panorama europeo. Non a caso, la città è stata spesso scelta come ambientazione per film e romanzi noir, dove le sue luci e le sue ombre diventano parte della narrazione. Camminare di notte per le vie del Quadrilatero Romano, tra i lampioni fiocamente illuminati e i palazzi barocchi, significa immergersi in una scenografia che sembra costruita per il racconto del mistero.
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Cortili nascosti e memorie quotidiane
Ma la Torino segreta non è fatta solo di mistero. È anche quella che si nasconde dietro i portoni dei palazzi ottocenteschi, dove cortili interni e scalinate in pietra raccontano un passato domestico e borghese. In via Po, in via della Consolata, o nei vicoli di Vanchiglia, capita spesso di intravedere, tra un portone socchiuso e l’altro, piccoli giardini nascosti, fontane, vecchie botteghe artigiane sopravvissute al tempo.
Sono luoghi che non finiscono mai sulle guide turistiche, ma che custodiscono il ritmo autentico della città. È lì che il torinese autentico beve il caffè, scambia due parole con il vicino o si ferma a leggere il giornale seduto su una panchina. È una quotidianità che resiste, anche in un contesto sempre più internazionale, e che rappresenta forse la vera anima di Torino: quella di una città che sa rinnovarsi senza perdere il contatto con le proprie radici.
Chi arriva da fuori spesso rimane colpito dal contrasto tra la compostezza delle facciate e la vivacità che si scopre all’interno. È una caratteristica che i torinesi portano anche nel carattere: riservati all’apparenza, ma capaci di grande accoglienza una volta varcata la soglia.
Oggi, mentre Torino si presenta come città dell’innovazione e del design, la sua identità profonda rimane legata proprio a questa duplicità. Da un lato la modernità delle architetture post-industriali, dall’altro la memoria silenziosa dei cortili, delle strade acciottolate, dei racconti tramandati di generazione in generazione. È un equilibrio fragile ma vitale, che contribuisce a rendere Torino diversa da qualsiasi altra città italiana: più riservata, forse, ma anche più autentica.
Sotto la Mole, insomma, non c’è solo la storia dei re e delle fabbriche, ma un intreccio di luoghi e voci che continuano a parlare a chi sa ascoltare. Una città che si lascia scoprire piano, con la stessa eleganza con cui nasconde i suoi segreti.
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NOEMI GARIANO

“Il Treno dei Desideri” in scena a Rivara

Domenica 19 ottobre, alle ore 16, presso il teatro di Rivara, andrà in scena lo spettacolo “Il Treno dei Desideri”, scritto e interpretato dalla bravissima Roberta Belforte, che sta riscuotendo data dopo data un importante successo.

Alle 15.30, mezz’ora prima dell’inizio, il pubblico è invitato a partecipare a una dedica, da parte del teatro di Rivara, a una persona speciale.
“Il Treno dei Desideri” accompagna Linda, interpretata dalla Belforte, in un viaggio tra ricordi, incontri inattesi e soste sorprendenti. Tra partenze e ritardi, ogni tappa della pièce invita a scegliere, a confrontarsi con il passato e a guardare dritti verso il futuro con coraggio e un pizzico di follia.
Linda, come ognuno di noi, cerca risposte: salirà su un treno diretto a Napoli per ricucire con un amore ormai prigioniero del passato. Ogni tappa lungo il tragitto andrà a simboleggiare il carico emotivo che il futuro chiede per trasformarsi in realtà, ogni incontro determinerà nuove consapevolezze lungo il suo cammino.
Roberta Belforte, attrice, autrice e voce versatile, intreccia energia e sensibilità in ogni scena, portando esperienza teatrale, cinematografica e televisiva in un racconto che resta nel cuore.
Teatro di Rivara – via Bartolomeo Grassa 9, Rivara
Info e prenotazioni: 371 1420624
Gian Giacomo Della Porta

La simpatia e la passione di una avanzata terza età

Nel cartellone del Festival delle Colline

Bien sympa!, potrebbe essere il giudizio da dare a “La vie secrète des vieux” visto al Festival delle Colline, una fitta coproduzione tra tante realtà teatrali, a cominciare dal Festival d’Autumne di Parigi o dal Théâtre National Wallonie di Bruxelles, dal Festival d’Avignon o dalla Comédie de Genève, una sorta di Villa Arzilla dove un gruppetto sempre meno fitto di orgogliosi vegliardi si mette a informare un pubblico – alla fine divertitissimo – delle proprie ancora prodezze sessuali. Dico “meno fitto” dal momento che da una precedente distribuzione si contavano, “in ordine di longevità” capace di superare il secolo, ben tredici rappresentanti mentre l’altra sera, sul vasto palcoscenico dell’Astra, sgambettavano soltanto più in sei, qualcuno sicuramente perso per la strada, con conseguente differenza di durata dello spettacolo, una visibile su un piccolo schermo, ex annunciatrice di una qualche tivù, un paio, Anna e Georges, deceduti negli ultimissimi anni, i compagni pronti di lui a mettere in bella mostra l’urna delle ceneri perché sia ancora lì a prendere parte in qualche modo allo spettacolo.

Ed eccoli lì allora, guidate e guidati dall’affetto (e dalla realizzazione) di Mohamed El Khatib, sotto le cure e le altrettante narrazioni e attenzioni di una giovane accompagnatrice, che terminerà a cantare come Céline Dion sul ponte del Titanic in uno slancio canoro e non soltanto, affettuoso ognuno all’insegna del the show must go on, i vari Micheline Chille Jean-Pierre Annette Jean Paul, a dire dei propri corpi che non sono più quelli di un tempo, di quel vicino di stanza per cui una passione rimane, del primo orgasmo avuto a 65 anni, dei baci rubati su una panchina, del piacere di una sauna (con tanto d’indirizzo, tra i presenti non si sa mai…) con quei ragazzi che possono trovare piacere con un vecchio e lui con loro, di una serie d’amori etero felicemente stabilizzati in una relazione lesbica. Il desiderio che si può vestire di nuovi abiti, il reinventare la propria sessualità, intimità, chiacchiere, affettuosità, amori, divertissements solitari che coinvolgono l’uno e l’altro sesso, sorrisi e risate, allegria e confessioni aperte, fragilità e ribellioni pronte a combattere contro la cerchia familiare, gli “attori” (ma una sola lo è di professione, tutti gli altri non hanno nessun curriculum alle spalle) a divertirsi e a divertire, non esclusi canzoni e passi di ballo: vita vissuta o almeno crediamo presa a prestito, un documentario di parole, esperienze da trasmettere, tutto molto simpatico, dicevamo all’inizio. Non abbiamo partecipato a una serata “teatrale” ma ci siamo divertiti.

Elio Rabbione

 I concerti del Teatro Regio inaugurano con “Abissi”

La nuova stagione de I concerti 2025-2026 del teatro Regio di Torino si aprirà sabato 18 ottobre 2025, alle ore 20, con “Abissi”, un percorso ideale dantesco dall’Inferno al Paradiso, che attraversa le profondità dell’animo umano tra destino, amore e spiritualità.
Protagonisti della serata saranno il direttore musicale del Regio Andrea Battistoni, alla guida di Orchestra, Coro e Coro di Voci Bianche del Teatro. Maestri dei cori Ulisse Trabacchin e Claudio Fenoglio. In programma la fantasia Sinfonica Francesca da Rimini  di Cajkovskij, Il canto del destino  di Brahms, su versi di Hölderlin, e il Prologo in Cielo dall’opera Mefistofele di Boito, ispirato al Faust di Goethe. Quest’ultimo brano vedrà come solista un ospite d’eccezione, il celebre basso baritono Erwin Schrott, la cui voce magnetica dialogherà con la forza corale e orchestrale del Regio.

“La nuova stagione de I Concerti dimostra ancora una volta la capacità del teatro Regio di offrire un programma musicale di altissima qualità e di respiro sempre più internazionale – commenta il sindaco della Città di Torino Stefano Lo Russo, presidente della Fondazione Teatro Regio –  a partire dal concerto di apertura che porterà in scena la suggestione di un viaggio dantesco con le sinfonie di Cajkovskij, Brahms e Boito. Ancora una volta il Regio saprà offrire al pubblico un programma davvero da non perdere e vedrà il talento dell’Orchestra e del Coro, diretti dal maestro Andrea Battistoni, protagonisti anche fuori dai confini cittadini, ospiti all’Auditorium della città di Lione, con cui Torino intrattiene una lunga tradizione di scambi e relazioni, soprattutto in campo artistico e culturale”.

“La stagione Sinfonica nasce in dialogo profondo con quella d’Opera e di Balletto, di cui rilancia le suggestioni tematiche e le risonanze interiori – spiega Mathieu Jouvin, sovrintendente del teatro Regio. Attraverso un percorso che predilige i repertori dell’Ottocento e del Novecento, affiancando riscoperte italiane e nuove creazioni, essa si pone come naturale prosecuzione del cammino intrapreso con la Francesca da Rimini, un itinerario di pensiero e di emozione che interroga l’animo umano e ne esplora gli abissi e le ascensioni, in un continuo rimando tra arte, poesia e vita”.

“Desidero esprimere un sincero ringraziamento ai maestro Battistoni per la dedizione e l’energia con cui ha accolto il nuovo incarico, rendendosi fin da subito presenza costante e generosa nella vita del nostro teatro. Dopo aver inaugurato la Stagione d’Opera e di Balletti con Francesca da Rimini,  che sta riscuotendo un grande successo di pubblico e di critica, apre ora la stagione sinfonica con Abissi,  concerto che coinvolge tutte le masse artistiche del teatro, Orchestra, Coro e Coro di Voci Bianche e che ne mette in luce la compattezza espressiva. La partecipazione di Erwin Schrott aggiunge un ulteriore segno di prestigio a un programma di grande fascino e profondità musicale”.
La fantasia Sinfonica Francesca da Rimini di Cajkovskij restituisce con orchestrazione turbinosa i tormenti dell’Inferno dantesco . Nel canto del destino di Brahms, su versi di Hölderlin, la beatitudine dei Campi Elisi si contrappone alla vita raminga dei mortali.
Infine il Prologo in Cielo del Mefistofele di Arrigo Boito, ispirato al Faust di Goethe, incornicia tra canti celestiali la sfida a Dio lanciata dal demonio e qui affidata al carisma di Erwin Scrott.
“Ho voluto che il concerto inaugurale mettesse in relazione musica e letteratura – ha spiegato Andrea Battistoni – il viaggio sonoro di Abissi si muove  tra le cupezze infernali di Caikovskij  e l’anelito al destino e alla speranza di Brahms e l’epifania paradisiaca evocata da Boito, tre visioni che parlano all’uomo contemporaneo con la forza universale della musica”.

Mara Martellotta

“Intracore”, ideata da Ghëddo, presenta diciotto artisti italiani emergenti

Aprirà il 23 ottobre prossimo, dalle 18 alle 22, presso la Cripta di San Michele, in piazza Cavour 12, a Torino, la mostra “Intracore”, promossa e curata dall’Associazione Ghëddo

Nella Cripta di San Michele, di piazza Cavour 12, a Torino, si inaugura giovedì 23 ottobre, alle ore 18, la mostra “Intracore”, ideata da Ghëddo, che presenta le opere di diciotto artisti italiani emergenti. La mostra è la prima tappa del programma annuale ideato da Ghëddo, che ogni anno porta artisti da tutta Italia a Torino con mostre negli spazi indipendenti, quali gallerie, musei e fondazioni della città.
La quarta edizione del programma TOBE è sostenuto da Fondazione Compagnia di Sanpaolo e Fondazione Venesio, patrocinato dalla Città di Torino e dall’Accademia Albertina. La mostra unisce i lavori di Anouk Chambaz, Francesco Bendini, Benedetta Ferrari, Giulia Gaffo, Alessandra La Marca, Luce Lee, Sara Lepore, Giacomo Mallardo, Ginevra Mazzoni, Matteo Melotto, Filippo Minoglio, Eleonora Maria Navone, Giulia Querin, Nicola Ranzato, Snem Snem, Miho Tanaka, Pietro Vedovato e Federico Zeltman.

Intracore nasce dall’unione tra “intra”(nel mezzo) e “core” (cuore). Al centro di questa edizione vi è il processo creativo inteso come nucleo complesso e ambivalente, dove convivono slancio e stallo, fiducia e dubbio, vulnerabilità e resistenza. Si tratta di un’indagine sul cuore vivo dell’arte emergente italiana che non teme l’inquietudine, ma l’assume come forma salvifica; l’ansia, l’angoscia e la rabbia, considerati sentimenti marginali e privi di slancio, vengono proposte come energie trasformative, capaci di aprire varchi verso nuove visioni e significati divergenti. Le opere site specific concepite per questa occasione dialogano con l’architettura, la storia e le simbologie della Cripta di San Michele Arcangelo a Torino, lo spazio circolare ipogeo situato nel cuore della città. La Cripta, ubicata nei sotterranei della chiesa, è stata costruita verso la fine del Settecento come edificio cattolico, oggi sede di culto bizantino. Questo luogo custodisce al proprio interno una stratificazione di storie e simbologie: la sua natura sotterranea e la forma circolare ne fanno una soglia ambivalente tra discesa e ascesa, tra dimensione sacra e terrena, tra linearità dell’esistenza e le temporalità circolari.

La mostra è frutto di una attività di ricognizione e mappatura delle pratiche artistiche emergenti avvenuta nei mesi di giugno e luglio 2025, e inaugura la quarta edizione del programma TOBE. Si tratta di un percorso promosso e curato da Ghëddo, volto a stimolare l’incontro e lo scambio tra artisti emergenti e professionisti del settore, che prevede diverse occasioni di confronto, review e studio visit realizzati insieme all’artista. I risultati di questo processo confluiranno in una serie di mostre tra gennaio e giugno 2026, ideate in dialogo con I partner del progetto. Il focus tematico delle edizioni di quest’anno è dedicato all’intreccio tra estrattivismo, razializzazione, sfruttamento umano e naturale che colpiscono l’equilibrio ecologico e sociale nel suo insieme. Questo tema è un invito a riconoscere i confini non come barriere, ma come membrane permeabili, zone dove coesistere è un atto politico e poetico.

Mara Martellotta