CULTURA E SPETTACOLI

“Ditegli sempre di sì”, la pazzia (e le risate) di Michele Murri

Domenica 8 al Gioiello ultima replica

Fu scritta nel 1927 per Vincenzo Scarpetta con il titolo Chill’è pazzo, un atto unico in dialetto napoletano, protagonista la maschera scarpettiana di Sciosciammocca; cinque anni dopo Eduardo la riprese, italianizzandola in due atti, tra cancellazioni e modifiche, diede corpo e anima al nuovo Michele Murri, facendo tuttavia confessare all’autore di non esserne particolarmente soddisfatto, meno equilibrio, sottotracce tralasciate, luoghi comuni che non lo convincevano. Infatti non troppe edizioni si ebbero in seguito per la commedia che la storia del teatro conobbe in maniera definitiva come Ditegli sempre di sì, inserita da una terza edizione del 1962, all’indomani di un passaggio televisivo, nella Cantata dei giorni pari, divertente intreccio – e non soltanto – attorno al mondo della pazzia.

Michele Murri, di professione commerciante, se ne torna a casa dopo un anno trascorso in manicomio, la sorella Teresa ha fatto di tutto per tenere ogni parente e vicino all’oscuro delle vere cause di quell’allontanamento, su richiesta del medico asseconderà in ogni cosa le parole e i desideri del fratello, al di là di ogni briciola di miglioramento che l’uomo possa presentare. Ma non è sufficiente dire sempre di sì, Michele travisa ogni situazione e immagina e confonde e ingarbuglia parole che arrivano a confondere le intenzioni e il vivere di tutti i giorni di quanti passano per la sua casa. Combina matrimoni, comprende come qualcuno abbia vinto un terno al lotto mentre al contrario costui sta per essere messo dentro per un ammanco di trentamila lire, crede con un ridicolo errore che un amico sia passato a miglior vita, facendogli recapitare una corona di fiori da parte del fratello con cui quello non parla da anni. Tutti rimangono coinvolti, fidanzate speranzose, la servetta che va e viene scombussolata per casa, un presunto attore pronto a declamare poemi al cuore della ragazza che vorrebbe impalmare, un amico che vorrebbe tranquillamente festeggiare il compleanno, Michele persino, che arriva a confondere la propria identità. A Teresa non resterà che ricondurlo “là”, in quel manicomio che ha sempre cercato di nascondere a tutti.

Un meccanismo di comicità dove ogni ingranaggio è al posto suo, quelli della risata che nascono facilmente, la sembianza della farsa pronta a farsi tragedia personale: laddove Eduardo guarda con attenzione e reverenza al suo maestro Pirandello, laddove rimpagina le corde di Ciampa, in special modo la civile, e richiude il protagonista dentro la propria pazzia, quasi un nuovo Enrico IV tra le sale del castello, nell’unica compagnia dei suoi armigeri. “Il pazzo è un sognatore da sveglio”, aveva detto Immanuel Kant, la voce di Eduardo, ad inizio spettacolo, ci avverte con un guizzo nuovo e tutto suo che “non c’è filosofia nella farsa che recito stasera, ma un personaggio della vita vera, un tal dei tali affetto da follia… allora è un dramma, mi direte voi, io vi rispondo è una tragedia nera, ma non è nostra, e la tragedia vera diventa farsa se non tocca a noi: divertitevi dunque”. Riandando di prepotenza a quell’umorismo, amaro seppur corrosivo, che è lo stesso delle pagine di Pirandello, l’imperativo – confessa il giovane regista Domenico Pinelli, fatto di genuinità e di autenticità in quel suo timore, nell’”inciampo” lo chiama lui, lui “giovane attore alla sua prima vera esperienza da regista” – ad andare oltre, a far proprie lezioni antiche facendo affiorare quell’amarezza che circola anche attraverso i sorrisi, dando maggior spessore ai piccoli o grandi personaggi, lasciando che ogni traccia s’espanda alla “condizione umana”, generalizzata.

Certo, le radici della farsa esistono, svilirle sarebbe come svilire quelle di Edoardo stesso: ma Pinelli vince la scommessa, come regista soprattutto vorrei dire, artefice di grande quanto rispettosa filologia, preciso indagatore del “sentimento” bacato del suo protagonista (e dei suoi compagni), delle verità e delle sovrapposizioni, della finzione e della vita stessa; mentre l’attore Pinelli si fa maschera eduardiana, s’abbandona a gesti precisi, a sospensioni ammiccanti di voce e di parole, a certezze che immediatamente divengono dubbi per ritornare verità sacrosante, a simpatici giochi di parole, il tutto con leggerezza e padronanza di grande mestiere. Gli viene spavaldamente, senza risparmio, appresso il suo compagno d’avventura Mario Autore (sue anche le musiche) – dico compagno ripensando a quell’altra loro avventura, lui Eduardo e Pinelli Peppino nel film di Rubini “I fratelli De Filippo”, di ormai cinque anni fa -, infaticabile autore/attore Luigi Strada, strapazzato dalla vita e dall’insuccesso, che sfogliando un variopinto e azzeccato trio delle risate e con la faticosa dicitura di una sua poesia d’amore si ritaglia momenti di vero apprezzamento e applausi a scena aperta. Con loro Anna Iodice come affettuosa e salvifica Teresa, Mario Cangiano come spaesato spasimante e tutti gli altri, dodici attori in scena, bello sforzo produttivo – con ogni rispetto pallido di fronte a quel “Sabato domenica e lunedì”, visto qui in settimana, per cui si sono rimboccati le maniche fior di Stabili e altri enti vari – per una produzione davanti alla quale il giovane Pinelli s’è visto tremare le vene e i polsi: ma l’operazione, tra grumi di tristezza e fragorose risate, lui, non passi le notti in bianco, non l’ha sbagliata davvero. Al Gioiello, ultima replica – ed è davvero un peccato – domenica 8 febbraio, ore 16. Applausoni alla prima, inconfondibili. Un consiglio, se amate il teatro, quello che vi rimette in sesto: andate e vedervelo e, come insisteva Eduardo, “divertitevi dunque!”. Di quanto ne abbiamo bisogno, lo sappiamo tutti.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Francesco Maria Attardi e Giulia Cher, alcuni momenti dello spettacolo.

Le Grottesche, i mascheroni satirici che guardano Torino

Dalle forme plastiche suggestive, narrano di una città inquieta e fantastica.

i muri della città parlano” diceva il barone de La Brède e di Montesquieu che giunse a Torino nel 1728. Effettivamente è così, ma oltre a raccontare una parte della storia della città queste sculture in pietra, che rivestono perlopiù gli edifici storici di Torino, osservano cose e persone con sguardi talvolta caustici ed altri minacciosi. Queste opere d’arte che si fanno notare per la loro plasticità, i loro particolari e la ricchezza che conferiscono ai palazzi che li ospitano, sono le Grottesche, anche conosciute come Mascheroni. Possono essere entità fantastiche o mostruose, mitologiche, animali, facce deformi o altre sagome e rimandano al quello straordinario periodo artistico che è stato Barocco europeo, ma anche a epoche seguenti come il Liberty. Nella nostra città sono molte e conturbanti e non furono scolpite unicamente come ricco ornamento, ma anche come veicolo potente di un linguaggio simbolico e satirico, un mezzo per raccontare ciò che non si poteva dire apertamente: l’instabilità del potere, la vanità della ricchezza, le paure del mondo e i desideri inconfessabili, il tutto scolpito su una base monocolore in pietra e di stucchi o simili a quelle di epoca romana, caratterizzate da una pittura multi-cromata, trovate nei resti sotterranei della Domus di Nerone (le “grotte” appunto)

A Torino le Grottesche non sono urlate come nella Capitale o a Firenze, sono più nascoste, meno protagoniste e per un occhio che le cerca e guarda con attenzione e curiosità, ma nonostante questa loro personalità sobria, in linea con il carattere culturale territoriale, riescono a farsi notare, risultano eloquenti ed affascinanti.

Qualche esempio più noto? A Palazzo Chiablese, affacciato su piazza San Giovanni, ospita uno dei cicli più importanti di grottesche della città, con affreschi che ornano volte e stanze laterali. Qui si incontrano tritoni, chimere, teste giganti con occhi vuoti, tra decori vegetali e medaglioni enigmatici. Palazzo Carignano, tra le meraviglie barocche del Guarini, conserva motivi grotteschi sia all’interno sia all’esterno, tra mascheroni scolpiti nei timpani delle finestre. I volti deformati sembrano rimproverare severamente chi guarda, belli ma inflessibili.

Passeggiando, inoltre, per via della Rocca, via Giolitti, via Bogino, via San Francesco da Paola, ma anche per le strade di Cit Turin, come corso Francia dove si trova il Palazzo delle Vittoria, si possono osservare mascheroni sui portoni in legno o sulle chiavi di volta degli archi. Spesso sono volti demoniaci, nasi adunchi, oppure caricature dalla forma animale posizionati come elementi apotropaici, protettivi, per allontanare il male.

Anche in alcune chiese della città si possono trovare elementi grotteschi di interesse artistico, come nei dettagli in stucco della Chiesa della Misericordia o nelle cappelle laterali di San Lorenzo, si tratta di putti deformi o di volti che sembrano fondersi con il fogliame.

Le Grottesche sono, dunque, una forma d’arte in conflitto con qualsiasi canone, non mirano alla perfezione o alla armonia, ma all’inquietudine.
Guardarle e ammirarle significa comprendere che l’arte, nei secoli si è occupata anche di incubi, di paure e sogni deformati. Torino, con la sua personalità solenne e lineare, nasconde, ma neanche tanto, un’anima caustica e magicamente teatrale, un lato sarcastico in contrasto con la geometria a e il rigore sabaudo, i mascheroni sono un esempio di questo carattere anticonformista che fa di questa città un luogo eccezionale e complesso.

Maria La Barbera

Incipit Offresi: il talent approda a Moncalieri

 

Giovedì 12 febbraio, ore 18

Il primo talent letterario itinerante che scopre nuovi autori e trasforma gli incipit in storie da pubblicare

 

Pubblicare un libro, grazie a un incipit: il primo talent letterario itinerante è alla ricerca di aspiranti scrittori a Moncalieri (TO). La sesta tappa dell’undicesima edizione è in programma giovedì 12 febbraio alle 18 alla Biblioteca Arduino, in occasione della settimana “Moncalieri che legge”. Presenta Nicole Dubois, con l’accompagnamento musicale di Simone Pavan.

Incipit Offresi è un vero e proprio talent della scrittura, lo spazio dove tutti gli aspiranti scrittori possono presentare la propria idea di libro. L’obiettivo non è premiare il romanzo inedito migliore, ma scovare nuovi talenti, promuovere la lettura e valorizzare le biblioteche come luoghi di partecipazione e di promozione culturale. In 10 anni Incipit Offresi ha scoperto più di 150 nuovi autori, pubblicato oltre 80 libri e coinvolto circa 12mila spettatori l’anno, 30 case editrici e più di 80 biblioteche e centri culturali. Partecipa Ago Edizioni, casa editrice indipendente di narrativa straniera del Novecento.

 

I partecipanti, in una sfida uno contro uno, avranno 60 secondi di tempo per leggere il proprio incipit o raccontare il proprio libro. Il/la concorrente che, secondo il giudizio del pubblico in sala, avrà ottenuto più voti, passerà alla fase successiva, dove avrà ancora 30 secondi di tempo per la lettura del proprio incipit prima del giudizio della giuria tecnica che assegnerà un voto da 0 a 10. Una volta designato il/la vincitore/trice di tappa, si aprirà il voto del pubblico per il secondo classificato. Chi otterrà più voti potrà partecipare alla gara di ballottaggio. Il vincitore o la vincitrice di tappa si aggiudicherà un buono libro del valore di 50 euro. I primi classificati di ogni tappa e gli eventuali ripescaggi potranno accedere alle semifinali per giocarsi la possibilità di approdare alla finale, in programma a giugno 2026.

I concorrenti primo e secondo classificato riceveranno rispettivamente un premio in denaro di 1.500 euro e 750 euro. Saranno inoltre messi in palio il Premio Scuola Holden con un corso di scrittura; il Premio Italo Calvino, con la partecipazione gratuita al prestigioso premio letterario; i Premi Golem e Leone Verde, con la pubblicazione dell’opera; il Premio Miraggi costituito da una lampada artistica fatta di libri; i Premi Indice dei Libri del Mese, Fondazione Circolo dei lettori, Pagina 37 e il Premio Archimede per gli under 35, con la pubblicazione del proprio racconto nella raccolta Archimedebook e, da questa edizione, il Premio Sostenibilità, a cura del Centro Scienza, un riconoscimento speciale agli scritti che affrontano temi ambientali, ecologici e climatici. Tutti gli iscritti al concorso, inoltre, grazie alla collaborazione con Scuola Holden, potranno seguire gratuitamente il corso “Chi ben comincia” a cura di Fronte del Borgo: due lezioni in streaming per scoprire come costruire un incipit capace di catturare il lettore dalle primissime righe, tra scelte stilistiche, tensione narrativa, esempi celebri e piccole esercitazioni.

 

Incipit Offresi è un’iniziativa ideata e promossa dalla Fondazione ECM – Biblioteca Archimede di Settimo Torinese e Regione Piemonte, con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo e la collaborazione di Emons Edizioni, Fondazione Circolo dei lettori, Scuola Holden e FUIS – Federazione Unitaria Italiana Scrittori.

Il Premio Incipit e il campionato sono dedicati a Eugenio Pintore, per la passione e la professionalità con cui ha fatto nascere e curato Incipit Offresi.

INFO E ISCRIZIONI

Giovedì 12 febbraio 2026, ore 18

Biblioteca Civica Antonio Arduino

Via Cavour 31, Moncalieri (TO)

www.incipitoffresi.it – info@incipitoffresi.it

tel. 011 80.28.722/588 – cell. 339 521.48.19

La tradizione interrogata: Tjeknavorian tra Mozart e Brahms

Di Renato Verga

Per la terza volta in pochi mesi un concerto sinfonico si apre con un’ouverture di Carl Maria von Weber. Dopo Der Freischütz diretto da Riccardo Minasi con la Deutsche Kammerphilharmonie Bremen e Oberon eseguito dall’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia sotto la guida di Manfred Honeck, è ancora Oberon a inaugurare il programma del dodicesimo concerto della stagione dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, all’Auditorium Arturo Toscanini. Sul podio, in sostituzione del previsto Andrés Orozco-Estrada, sale Emmanuel Tjeknavorian.
Nato a Vienna nel 1995 in una famiglia di musicisti di origini armene e iraniane, Tjeknavorian ha iniziato giovanissimo lo studio del violino, per poi orientarsi progressivamente verso la direzione d’orchestra. Figlio del compositore e direttore Loris Tjeknavorian e di una pianista, ha costruito in breve tempo una carriera intensa, culminata nel 2024 con la nomina a Direttore Musicale dell’Orchestra Sinfonica di Milano e con il Premio Abbiati 2025 come Miglior direttore d’orchestra. Nell’ouverture weberiana, tuttavia, la sua energia non si impone subito: l’esecuzione è solida ed efficace, ma l’elemento fiabesco e soprannaturale della partitura avrebbe forse richiesto maggiore leggerezza e un senso più pronunciato dell’incanto.
È con il Concerto per pianoforte e orchestra in do maggiore K 467 di Mozart che il concerto cambia decisamente passo. Qui emerge con chiarezza la qualità del dialogo instaurato dal direttore con l’orchestra, che trova una risposta ideale nella partecipazione del solista Mao Fujita. Nato a Tokyo nel 1998, Fujita ha iniziato a studiare pianoforte a tre anni e si è imposto negli ultimi anni come uno degli interpreti più interessanti della sua generazione. Nel celebre K 467 offre una lettura di grande equilibrio, in cui la trasparenza del suono e la chiarezza del fraseggio si uniscono a una profonda naturalezza stilistica. L’Andante, celeberrimo per la sua cantabilità sospesa, rappresenta il vertice espressivo dell’esecuzione, grazie a un controllo del tempo e del colore che evita ogni compiacimento. Il virtuosismo, mai ostentato, emerge nelle ampie cadenze dei movimenti estremi, affrontate con sicurezza tecnica e autentico senso musicale.
Il successo è tale da spingere il pianista a concedere due bis inattesi: la Fugue sur le nom d’Haydn di Charles-Marie Widor e l’Hommage à Haydn di Claude Debussy, entrambi composti nel 1909 per il centenario della morte del compositore. Si tratta di brani costruiti sulla trasposizione musicale del nome HAYDN, secondo un sistema di corrispondenze alfabetiche elaborato dalla Société Internationale de Musique. Due pagine rare e curiose, eseguite da Fujita con aplomb e precisione, che aggiungono una nota di raffinata eccentricità alla serata.
La seconda parte del concerto è interamente dedicata a Johannes Brahms e alla sua Sinfonia n. 1 in do minore op. 68, opera che rappresenta uno dei momenti più complessi e sofferti della storia della sinfonia ottocentesca. Brahms impiegò decenni prima di affrontare il genere, consapevole del peso esercitato dal modello beethoveniano. Quando la sinfonia fu finalmente presentata a Karlsruhe nel 1876, il compositore aveva già superato i quarant’anni ed era ormai una figura affermata, ma non ancora “consacrata” dal confronto con la forma sinfonica.
L’accoglienza fu clamorosa e non priva di fraintendimenti: Eduard Hanslick parlò di una diretta continuità con Beethoven, dando origine al celebre cliché della “Decima sinfonia”. In realtà, la Prima di Brahms guarda meno al progresso attraverso il conflitto tipico di Beethoven e più a un tono di ballata romantica, evidente soprattutto nel complesso primo movimento, costruito su una fitta rete tematica dal carattere prevalentemente tragico. Anche le apparenti somiglianze del finale con la Nona beethoveniana restano più evocazioni superficiali che reali parentele strutturali.
In questa pagina Brahms afferma una voce personale, densa e severa, che Tjeknavorian sembra sentire come particolarmente congeniale. La sua lettura mette in luce la solidità dell’impianto formale e la tensione drammatica della partitura, confermando come il giovane direttore trovi proprio nel grande repertorio sinfonico ottocentesco uno dei terreni più convincenti della propria maturazione artistica.

“Domeniche dell’Auditorium” con il Metaphōnê Chamber Consort

È il Metaphōnê Chamber Consort dell’OSN Rai, guidato da Andrea Ravizza, il protagonista del ciclo di concerti cameristici “Domeniche dell’Auditorium”, in programma domenica 8 febbraio prossimo, alle 10.30, presso l’Auditorium Arturo Toscanini di Torino. Il concerto sarà registrato da Radio 3, che lo trasmetterà domenica 15 febbraio alle 20.30. L’appuntamento sarà preceduto da esponenti dell’associazione Libera di Don Ciotti, parte di un percorso d’avvicinamento al 21 marzo, che a Torino vedrà tenersi la manifestazione della Giornata Nazionale dedicata alla Memoria delle vittime innocenti delle mafie. In apertura la formazione proporrà la Sonata per pianoforte Sz80 (BB88) di Bela Bartók, presentata nell’adattamento per gruppo da camera. Composta nel 1926, la pagina segna l’ingresso del compositore in una fase neoclassica, ma caratterizzata da una scrittura nitida, percussiva e di grande vigore ritmico. A seguire, Doppelgänger, firmato dallo stesso Ravizza nel 2025 per eufonio solista, ensemble e live elettronics. Dedicato all’eufonista Devid Ceste, che, dopo la prima esecuzione assoluta dello scorso settembre 2025 al Festival Classiche Armonie, lo esegue anche a Torino, il pezzo dialoga con la tradizione del doppdiario autori come Pierre Boulez, Bruno Maderna e Steve Reich. A concludere il concerto sarà il Preludio e tripla fuga in mi bemolle maggiore BWV 552 di J.S. Bach, proposto anch’esso in un adattamento cameristico. Vortice monumentale della letteratura organistica, l’opera fu pubblicata nel 1739 come cornice della Clavier-Übung III, caratterizzata da un’architettura sonora imponente intrisa di simbologia teologica.

I biglietti per il concerto sono proposti al prezzo unico di 5 euro e sono in vendita online sul sito OSN Rai e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Auditorium Rai – piazza Rossaro, Torino – telefono: 011 8104996 – www.osn.rai.it

Mara Martellotta

Accademia dei Folli lancia T.R.A.C.K.S

Prenderà il via l’8 febbraio la terza stagione di T.R.A.C.K.S., progetto culturale multidisciplinare promosso dall’Accademia dei Folli, che propone spettacoli teatrali, safari urbani, laboratori musicali nelle scuole e una mostra tematica.

Domenica 8 febbraio si inaugura la nuova edizione di T.R.A.C.K.S. – Trasformazione, Radicamento, Arte, Contemporaneità, Knowledge, Sharing, ideato dalla compagnia di teatro e musica Accademia dei Folli, vincitrice del bando “Torino che cultura!” della Città di Torino, finanziato nell’ambito del programma PN Metro Plus e Città Medie Sud 2021–2027 a sostegno dell’economia urbana nel settore culturale.

Dal’8 febbraio al 22 novembre sono in calendario spettacoli teatrali, passeggiate urbane, laboratori didattici nelle scuole, un evento finale di restituzione e l’inaugurazione di una mostra tematica. L’edizione di quest’anno affronta alcuni degli obiettivi principali dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, con particolare attenzione a salute e benessere, riduzione delle disuguaglianze e città e comunità sostenibili.

Per il ciclo Urbantracks sono previsti quattro safari urbani, in programma domenica 8 febbraio, 1 marzo, 19 aprile e 11 ottobre. Le passeggiate offriranno l’opportunità di esplorare luoghi significativi di Torino, conoscere associazioni e realtà locali e raccogliere testimonianze legate alle sfide globali dell’Agenda 2030, sotto la guida di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta. Il percorso, caratterizzato da un approccio multisensoriale e multidisciplinare, prevede interventi teatrali degli attori dell’Accademia dei Folli e performance musicali dei musicisti di Estemporanea. I fotografi della Scuola Internazionale di Comics di Torino accompagneranno i partecipanti nella realizzazione di scatti fotografici, mentre una docente della Scuola Holden stimolerà la scrittura di impressioni e riflessioni sui luoghi visitati. Novità dell’edizione 2026 sarà la raccolta dei suoni dei quartieri attraversati. Fotografie, testi e registrazioni sonore confluiranno nella mostra finale, che sarà inaugurata il 22 novembre. Le passeggiate sono gratuite, si svolgono dalle 15 alle 17.30.

Al termine di ogni safari urbano, alle ore 18, è previsto uno spettacolo teatrale dedicato a uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 individuati dal progetto.

Il cartellone propone cinque produzioni di compagnie teatrali nazionali: l’8 febbraio il Teatro delle Temperie porterà in scena Lo stronzo; il 1° marzo la compagnia Noveteatro presenterà Drained – Sdrenati; il 19 aprile Cabiria Teatro proporrà al Teatro Studio Bunker Romeo e Giulietta – Opera ibrida; l’11 ottobre Assemblea Teatro sarà protagonista con Il barone rampante; chiuderà la rassegna, il 30 ottobre, Evoè! Teatro con Flyover Country. Tutti gli spettacoli si terranno al Teatro Studio Bunker (via Niccolò Paganini 0/200). Il costo del biglietto è di 10 euro, ridotto a 5 euro per i partecipanti ai safari urbani pomeridiani, ad eccezione dello spettacolo del 30 ottobre, non preceduto dalla passeggiata.

Il progetto comprende inoltre laboratori musicali rivolti alle scuole primarie, che coinvolgeranno quattro classi in altrettanti percorsi tematici, ciascuno dedicato a una delle sfide globali individuate. Le attività saranno precedute da una matinée scolastica a cura del Collettivo Clochart con lo spettacolo Despresso, legato all’obiettivo 10 dell’Agenda 2030, dedicato alla riduzione delle disuguaglianze. I laboratori, della durata di dieci ore, saranno condotti da formatori di Legambiente, docenti di musica di Estemporanea e insegnanti della Scuola Holden. I brani musicali realizzati dagli studenti costituiranno una “colonna sonora sostenibile”, grazie all’utilizzo di strumenti costruiti con materiali plastici riciclati. Il percorso si concluderà il 22 novembre al Teatro Studio Bunker con Tracks Explosion, spettacolo finale che vedrà l’Accademia dei Folli riarrangiare ed eseguire le canzoni composte dai bambini.

Completa il progetto la mostra Trackshibition, un’immersione nei quartieri esplorati durante gli Urbantracks, che raccoglierà fotografie, testi e suoni realizzati dai partecipanti, coinvolgendoli attivamente nel processo di esplorazione culturale. Lo spazio espositivo sarà individuato attraverso una call dedicata. L’inaugurazione è prevista per domenica 22 novembre e sarà pensata come momento di condivisione culturale e artistica con la comunità locale.

Mara Martellotta

La memoria collettiva, come un lungo caotico romanzo

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“L’agente segreto”, candidato a quattro premi Oscar

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Due giovani ragazze, più vicine alla nostra epoca, percepiscono una retribuzione per ricomporre, attraverso registrazioni, articoli dei tanti giornali, intercettazioni ambientali, come in un puzzle che non conosce delimitazioni ma che al contrario si dilata ad ogni nuovo sguardo, giorno dopo giorno: i tratti, l’esistenza, gli spostamenti, i fatti e la morte di Armando alias Marcelo, dando forma a una spy story che trova le proprie radici durante un carnevale di Recife della seconda metà dei Settanta, caotico e sanguinoso, di quelli che pur tra i festeggiamenti seminano catene di vittime. Frammenti dopo frammenti, tracce, visi che si mescolano e si fanno sempre più numerosi, parole e chiacchiere, voci, tante voci disseminate e ancora silenziose, un intreccio che non si chiarifica, che s’affida anche al cinema – che non è certo sempre spettacolo benevolo, se una donna può uscire dalla sala in preda come posseduta da quanto ha appena visto – e agli schermi su cui scorrono le immagini dello “Squalo” horrorifico del giovane Spielberg o il naso schiacciato di Belmondo circondato da cento bellezze, o alle locandine che s’affacciano sugli ingressi delle sale, “Pasqualino Settebellezze” della nostra Wertmuller, per esempio. Si tenta di ricomporre la storia ma altresì la Storia, quella con la esse maiuscola, quella della dittatura e dei generali al comando, della corruzione e delle uccisioni a cui la parola inchiesta per ristabilire laverità e i mandanti sarà del tutto negata. Realtà e ricostruzioni, al di là di qualche decennio, sangue e anche ironia, sberleffo che dovrebbe accompagnarti al sorriso (o alla risata) ma che dentro quel sangue non ci riesce, per cui anche “la gamba pelosa”, trovata in bocca allo squalo, che va disseminando strage in un giardinetto notturno dentro cui da coppiette o trii di grande mescolanza si consuma un’ampia ginnastica sessuale, si fa realissima in tutto il suo più genuino surrealismo. Brandello importante di un grottesco che è una delle anime dell’intera, doverosa, gustabilissima vicenda. Imprigionato in esso quel memento di b-movie che spesso è arrivato a terrorizzarci e a farci anche un po’ sorridere, in avanti con gli anni.

Pugni nello stomaco dello spettatore, ingarbugliamenti e un racconto dove molte cose (troppe?) rimangono sotto il pelo dell’acqua, un preteso caos che dà la mano a quel materiale disordinato e misterioso che andiamo cercando, sbocconcellamenti cinematografici che ritroviamo qua e là. Fin dall’inizio. Una stazione di servizio dove il protagonista giunge a bordo di un giallo maggiolino per rifornirsi mentre un cadavere, al riparo dal sole ma non dai tafani che gli ronzano intorno e dai cani randagi che gli si avvicinano, occupa il suo spazio nell’area di sosta. L’incredulo viene informato che il morto è lì disteso già da qualche giorno e che nessuno ancora è venuto a reclamarlo: mentre un’auto della polizia gli viene a passare accanto, chiede documenti e informazioni ad Armando/Marcelo, reclama con calma al padrone del servizio una qualche mancia per la buona polizia. È l’inizio. Poi facciamo la conoscenza di Dona Sebastiana e della sua casa ospitale con “i rifugiati”, del piccolo Fernando che è il figlio di Armando e che vive con i nonni, del corrotto capo della polizia Euclides, della famosa gamba pelosa che qualcuno pensa bene di sostituire nella cella dell’obitorio con una zampa d’animale, del nuovo lavoro che il protagonista riesce a ottenere nell’ufficio dell’anagrafe locale, di un ebreo sfuggito all’olocausto, dei due sicari che il perfido quanto arrogante Ghirotti, genovese d’origine, ha assoldato per far fuori Armando/Marcelo, colpevole d’aver scoperto che il famigerato ha annullato tutti i finanziamenti all’università dove lui è a capo di un gruppo di ricerca. E ancora, Elza che guida un movimento di resistenza politica, una storia di passaporti di cui si ha sempre più urgenza, una carneficina con tanto di macchie rossastre che s’allargano sul selciato, il figlio di Armando con un salto di decenni, che una delle ragazze investigatrici ha rintracciato in una clinica dove approdano i donatori di sangue e che ha preso il posto di un vecchio cinema. Fernando confessa di non aver nessun ricordo del padre ma ricorda benissimo di aver visto in quello spazio dove oggi lavora proprio il film di Spielberg, con il nonno.

L’agente segreto”, suddiviso in tre capitoli, è valso il Premio per la regia a Cannes al suo regista Kleber Mendonça Filho e il Palmarès per la miglior interpretazione maschile a Wagner Moura, eccellente triplice (potremmo dire) interprete, che si è pure preso tra le mani il Golden Globe con quello come miglior film straniero, mentre ora attende di conoscere quale/quali delle quattro candidature porti a casa lo zio Oscar. “L’agente segreto” a ben vedere è un grande romanzo fiume, di quelli che si leggerebbero comodamente seduti in poltrona, flussi di parole senza briglie a frenarle, 158’ impressi sullo schermo, un fiume (volutamente?) disperso e mai dispersivo, inesauribile di immagini, di memorie e di sentimenti, di ossessioni, di ricordi sfocati e di un’immaginazione che pur avrà fatto ricorso all’immaginario collettivo di un tempo, che ha preso a emblema l’immagine di un uomo che improvvisamente vediamo cadavere ricoperto di sangue e abbandoniamo in un sottofinale. Un dramma (diventa un drammone, con tutte le proprie leggi, in taluni momenti?) a cui si potrebbe non perdonare la eccessiva lunghezza e quei tratti di “avventura” che sviano lo sguardo dello spettatore rendendolo più “facile” ma che certo ha in sé due momenti di cinema “alto” come sono quelli che danno vita alla riunione e alla cena con Ghirotti e che, come si usa scrivere in questi momenti, varrebbero il prezzo del biglietto: ma certamente “L’agente segreto” non ha la robustezza, la dolenza e la commiserazione, lo sguardo lucidamente triste di un film che l’anno scorso abbiamo amato moltissimo, “Io sono ancora qui” del brasiliano Walter Salles, Oscar come miglior film in lingua straniera e un monumento per Fernanda Torres, costruzione di memoria collettiva e privata allo stesso tempo, di quella medesima terra del Brasile che ancora ricerca i suoi desaparecidos.

A teatro “Ditegli sempre di sì”: “chi è davvero il pazzo?”

Domenico Pinelli debutta, come interprete e regista, venerdì 6 febbraio, alle ore 21, al teatro Gioiello di Torino, con la tragedia che si fa farsa “Ditegli sempre di sì”, di Eduardo De Filippo. La produzione è a cura della compagnia degli Ipocriti di Melina Balsamo, composta da 12 attori.  Pinelli l’ha portato in scena per la prima volta nel 2024  al teatro La Pergola di Firenze, in occasione del 40esimo anniversario della scomparsa del grande drammaturgo.

La geniale commedia era nata nel 1927 con un atto unico in dialetto napoletano, dal titolo “Chill’è pazzo!”, ed era stata scritta per il fratellastro Vincenzo Scarpetta e, in seguito, nel 1932, reintitolata dopo aver apportato importanti modifiche. L’opera racconta una vicenda in bilico fra farsa e dramma, dove la follia si fa motore narrativo e specchio della condizione umana. Muovendo dal celebre monito di Eduardo di “divertirsi riflettendo”, la messinscena propone un arilettura più consapevole e stratificata del testo, ricercando il cuore tragico dietro l’apparente leggerezza. Il progetto, sostenuto da una compagnia di giovani interpreti, coniuga rispetto per la tradizione e ambizione contemporanea, nel segno dell’umorismo pirandelliano, che tanto influenzò Eduardo. La storia parla di Michele Murri, un commerciante dimesso dal manicomio, dove è stato ricoverato per un anno, che torna a casa dalla sorella Teresa, a cui viene raccomandato di sottostare alle richieste del fratello per non tornare il suo fragile equilibrio. Murri, apparentemente sembra guarito, ma confonde i nomi reale persone, non conosce ironia, prende tutto alla lettera e si ritrova in un mondo in cui la normalità non coincide con ciò che la sua mente gli suggerisce, e tutto questo provoca una serie di equivoci e fraintendimenti. L’opera è una scommessa coraggiosa, che trasforma la farsa in dramma e rilancia la domanda “chi è davvero il pazzo?”.

Venerdì 6 e sabato 7 febbraio ore 21 / domenica 8 febbraio ore 16

Teatro Gioiello – via Cristoforo Colombo 31, Torino

Mara Martellotta

“Che la mia fine sia un racconto”: Giorgia Würth, il grande potere della letteratura

“Che la mia fine sia un racconto”, scritto da Giorgia Würth, appartiene a un modo di far letteratura che è andato piano piano perdendosi già a partire dalla seconda metà del Novecento, fino quasi scomparire, non fosse per qualche grande voce fuori dal coro, negli anni Duemila. Si tratta di quella letteratura che dall’intimismo puramente soggettivo vira e si ramifica in una più ampia analisi dello stare al mondo dell’essere umano come protagonista di un’unica comunità. Giorgia Würth, in questo libro, sembra ripercorrere le orme di quegli scrittori che, non sottomessi a un ordine politico o di credo, hanno saputo individuare e donare all’umanità la purezza della percezione elevandola a tema universale. Ricordo Carlo Emilio Gadda e il suo “Diario di guerra e di prigionia”, in cui i terribili eventi della Grande Guerra sono narrati dallo scrittore quasi fossero un affronto alla sua persona, che pagina dopo pagina diventa unica rappresentante del dolore e della sofferenza di corpi, cuori e menti trafitti dall’orrore. Una dinamica molto simile la troviamo in molti dei libri “sociali” di Antonio Tabucchi. Anche Giorgia Würth, in questo suo lavoro, ci propone un “diario” che funge da strumento per una riflessione complessa, ampia e che tocca molteplici argomenti. Le testimonianze di sofferenza di chi ha toccato con mano gli effetti del brutale conflitto israelo-palestinese non ci mettono in contatto con la semplice dimensione del dolore causato dal conflitto sanguinario, ma anche con il nostro modo di accogliere e metabolizzare le informazioni mediatiche che ne derivano, filtrate dalle nuove tecnologie. Oggi, per lo più, l’informazione arriva attraverso l’immediatezza dell’immagine, del reel social e la breve didascalia che lo contestualizza, della notizia “flash”, e leggere il libro di Giorgia Würth significa anche chiedersi se questo grande calderone di contenuti a cui ci sottoponiamo, e con il quale entriamo in azione a colpi di veloce scorrimento sul nostro smartphone, non contribuisca a una dispercezione riguardante il pericolo o la gravità di un evento, se tutto questo non causi anche una sterilità culturale e sentimentale nei confronti di un altro essere umano. Certo, le manifestazioni ProPal sono numerose, ma mi ha fatto riflettere una frase che disse un ragazzo durante un corteo a Torino: “Forse sto manifestando perché gli ideali che mi sono stati tramandati me lo impongono, ma sento purtroppo molto lontana la sofferenza di tutte queste guerre”.

Ecco, penso che questo di Giorgia Würth sia un libro necessario, e che risponda a queste preoccupazioni attraverso lo stimolo alla riflessione, riportando alla luce il grande potere della letteratura.

Dalla sinossi: “Dal 7 ottobre 2023, per molti di noi la vita non è più la stessa. Gli eventi di Gaza hanno scosso le fondamenta della giustizia, dei diritti umani e della libertà di pensiero. Per la prima volta, attraverso i social media, assistiamo in diretta a un genocidio, e questo ha lasciato un segno indelebile su chi ha scelto di non chiudere gli occhi. Dolore, rabbia e impotenza hanno spinto molti a rivoluzionare la propria vita, le relazioni, il lavoro. In questo diario collettivo, voci diverse si intrecciano per raccontare la lotta per la sopravvivenza di un popolo e l’impatto profondo di questa resistenza sulle nostre coscienze. Sono testimonianze di sofferenza, ma anche di risveglio e liberazione, in cui la Palestina diventa una lente attraverso cui ripensare noi stessi. Un’opportunità per decolonizzare il nostro immaginario, combattere l’islamofobia e il razzismo, e sfidare la disumanizzazione. La causa palestinese non è solo un conflitto geopolitico, ma un simbolo universale di dignità e umanità per chi ha il coraggio di coglierlo.
Affinché davvero non accada mai più.

“Che la mia fine sia un racconto” è un’opera potente e toccante che, attraverso la condivisione di esperienze personali, ci mette di fronte alla realtà brutale del conflitto israelo-palestinese e al suo impatto devastante sulla vita di milioni di persone. Il libro ci chiama a non rimanere indifferenti, a trasformare il dolore in azione, a rompere il silenzio e a lottare per un futuro di giustizia e di pace.

Gian Giacomo Della Porta