CULTURA E SPETTACOLI

Il pensiero ha fatto esplodere la Bastiglia

Sapete chi ha abbattuto la Bastiglia, Gilbert?”. “Il popolo”. “Voi non mi capite, scambiate l’effetto per la causa.

Per cinquecento anni, amico mio, sono stati incarcerati nella Bastiglia conti, signori,principi, e la Bastiglia è rimasta in piedi. Un giorno, un re insensato ebbe l’idea di incarcerare il pensiero, il pensiero a cui è necessario lo spazio, l’estensione, l’infinito! Il pensiero ha fatto esplodere la Bastiglia e il popolo è entrato attraverso la breccia”.Alexandre Dumas, grande interprete del romanzo storico e del teatro romantico, è sepolto al Pantheon di Parigi, nel Quartiere Latino, dove sorge il primo grande monumento della capitale francese. Un sonno eterno, accanto alle salme di altri  personaggi illustri come Voltaire, Rousseau, Victor Hugo. In queste poche frasi tratte da “La Contessa di Charny”, uno dei suoi romanzi più avvincenti, si coglie l’essenza della prosa, la potenza e il fascino della sua scrittura. Le vicende narrate dallo scrittore francese più popolare dell’Ottocento ( chi non ha letto “I tre moschettieri” e “Il conte di Montecristo”?) si svolgono in un momento cruciale per la storia della Francia e dell’Europa (dalle giornate del 5 e 6 ottobre 1789 fino al processo e all’esecuzione di Luigi XVI il 21 gennaio 1793). Nel racconto dettagliatissimo e appassionato dell’avventura collettiva della Rivoluzione francese ritroviamo personaggi famosi come Cagliostro, Mirabeau, Marat, Danton, Robespierre, Saint-Just, ma anche tantissimi altri personaggi le cui storie individuali si intrecciano con la Storia, quella dalla “esse” maiuscola. Ma quello che conta, più di ogni altra cosa, è la capacità di far intendere l’esprit du temps, l’intelligenza creativa, l’abilità di affascinare il lettore. Il romanzo è il quarto volume del ciclo di Maria Antonietta e della Rivoluzione e venne scritto nel 1855. Più di un secolo e mezzo ci separa da allora ma è quell’idea del pensiero che fa esplodere la Bastiglia, in tempi di grigio conformismo e di ragionamenti troppo “corti”, a riempire il cuore e tener viva una speranza.

Marco Travaglini

Un celebre cardinale e il lago nascosto sotto la basilica

Grande diplomatico, figura di spicco della chiesa medioevale e una delle basiliche più straordinarie del gotico italiano. A Vercelli il cardinale Giacomo Guala Bicchieri (1150-1227) è un mito, quasi una leggenda. Gran mediatore nella stesura della Magna Charta nel 1215, documento fondamentale per lo sviluppo dei diritti civili in Europa, fu colui che fece costruire in tempi eccezionalmente rapidi per l’epoca la Basilica di Sant’Andrea, tra il 1219 e il 1227. Un autentico gioiello tra romanico e barocco. Inviato pontificio in Francia e poi in Inghilterra, si trovò coinvolto nelle contese tra la corona inglese e i baroni ribelli e diventò, alla morte del re Giovanni Senza Terra, tutore del giovane erede al trono Enrico III il quale, per ricompensarlo, gli affiderà la gestione dell’Abbazia di St.Andrew a Chesterton. A questo punto il sogno del cardinale diventò realtà. Le rendite dell’edificio religioso furono utilizzate per fondare la sua chiesa a Vercelli. Con le ricchezze accumulate nel periodo inglese finanzierà la costruzione della Basilica di Sant’Andrea. Appena rientrato dall’Inghilterra diede il via al cantiere per costruire la chiesa e l’ospedale annesso.
La città tra le risaie divenne presto un centro di cultura europea. Il cardinale Bicchieri chiamò a Vercelli i canonici regolari di Parigi che ne fecero un scuola europea di teologia e filosofia e la stessa basilica diventò un ponte culturale tra Italia e Francia nel Duecento. La basilica di Sant’Andrea è uno dei monumenti medievali più affascinanti del Piemonte anche perché è circondata da leggende, curiosità e piccoli misteri che rendono la sua storia ancora più avvincente. La leggenda più nota narra che sotto l’imponente basilica vercellese esista un lago nascosto raggiungibile tramite i cunicoli della chiesa che nel Medioevo venivano utilizzati per fuggire o per spostarsi in segreto. Altri parlano di una grotta nascosta mentre alcuni studi moderni insinuano che potrebbe trattarsi di una falda acquifera ma certo è che la versione del lago resta quella più intrigante. Tunnel sotto la chiesa, storie di passaggi segreti o collegamenti con altri edifici religiosi della città? Non esistono prove certe ma alcune indagini archeologiche hanno individuato strutture sotterranee. Forse la sua storia nasconde ancora dei segreti tutti da scoprire. Sant’Andrea non era solo un sacro edificio. Intanto sorgeva lungo la Via Francigena, cruciale rotta medievale, e nella sala capitolare vennero firmati importanti accordi di pace tra fazioni cittadine in lotta tra loro. Si parla inoltre di un “tesoro” scomparso di Guala Bicchieri che per erigere la chiesa impiegò una parte delle ricchezze ricevute dal regno inglese. In una città affollata di viaggiatori e pellegrini, com’era Vercelli nel Medioevo, fornita di luoghi di accoglienza come l’ospedale dei Giovanniti e il lebbrosario dei cavalieri di San Lazzaro non poteva mancare la presenza dei Templari che possedevano la chiesa di San Giovanni d’Albareto, situata nell’attuale piazza Camana, abbattuta alla fine dell’Ottocento. Nel Medioevo la posizione geografica di Vercelli era molto rilevante perché sorgeva nel punto di incontro di strade frequentate da viandanti, mercanti e crociati come la via Francigena del Gran San Bernardo e di quella del Moncenisio.
D’altronde anche Vercelli ha avuto i suoi “crociati” e tra questi spicca il nome di un altro Guala Bicchieri, zio del cardinale Guala Bicchieri. Lo zio Guala era un combattente che partecipò alla Terza Crociata (1189-1192) con Federico Barbarossa, Riccardo Cuor di Leone e Corrado, marchese del Monferrato. Morì di peste in Terra Santa mentre la regione era scossa da furiosi scontri armati tra cristiani e musulmani. Intanto, gran lieta notizia, il cardinale Guala Bicchieri è tornato a casa sua con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. A febbraio i carabinieri hanno ritrovato la tela con il ritratto del fondatore della basilica di Sant’Andrea rubato in chiesa nel 2011. Come detto, anche grazie a un programma di intelligenza artificiale che monitora ininterrottamente la ricerca nei siti web e nei social di opere d’arte trafugate.
Filippo Re
nelle foto: la Basilica di Sant’Andrea a Vercelli e un ritratto del cardinale Guala Bicchieri

Mirabilia On the Road è un festival nomade

Mirabilia On the Road è un festival teatrale radicato nel territorio ma al tempo stesso nomade: un viaggio in 9 tappe fra inizio luglio e fine settembre che attraversa città, vallate, borghi, musei, paesaggi naturali e luoghi del patrimonio, costruendo ogni volta un dialogo diverso con le comunità.

Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/eventi/dettaglio/mirabilia-road-festival-teatrale

Badaluk, burnia, ramassin: incursioni saracene nel dialetto piemontese

Damaschin, burnia, badaluk, faudal… sono tante le parole piemontesi di origine araba, alcune delle quali si usano ancora oggi in varie parti del Piemonte.

In effetti, i contatti tra le due lingue risalgono a oltre 1200 anni fa quando i saraceni si insediarono per almeno un secolo tra torinese e cuneese.
Nel IX secolo i mori provenienti dal nord Africa sbarcarono in Spagna e raggiunsero le coste francesi, la Provenza e infine le montagne piemontesi su cui innalzarono torri di avvistamento e bastioni per difendersi, molti dei quali erano già esistenti e furono in seguito fortificati dagli arabi. Quante volte in montagna troviamo un’insegna turistica con la scritta “torre saracena” che in realtà non è proprio “saracena” ma preesistente all’arrivo degli arabi. E allora, aspettando i dolcissimi ramassin o dalmassin, le susine forse più buone e gustose, chiamate anche “damaschin” per evocare una millenaria origine siriana, passiamo brevemente in rassegna alcune parole arabe che sono penetrate con forza nel dialetto piemontese. Altri nomi di provenienza araba sono “cossa” (zucca) che deriva dalla parola araba “kusa” (zucchina), “badaluk”(sciocco) dall’arabo “mamaluk”, cioè i Mamelucchi, i soldati-schiavi dei sultani, “fàudal” (grembiule) dall’arabo “fodhal” (grembo), “burnia” (contenitore di vetro) dall’arabo “buri” e così via. Ma torniamo ai ramassin o “damaschin” o ancora “dalmassin” perché anche sulla frutta e in particolare sulla susina o prugna che sia, da oltre un millennio saraceni e crociati sono ai ferri corti, tanto per cambiare. É arrivata dalla Siria, da Damasco, grazie ai saraceni o stati i crociati a introdurla in Piemonte tra una crociata e l’altra in Terra Santa? Il dubbio permane. Comunque sia, la coltura veniva chiamata già allora “damaschin”, termine che risuona ancora oggi in alcune vallate del cuneese. Sembra infatti che il suo nome sia derivato dalla variante di “dalmassin” coltivato nella zona di Mondovì. Da Damasco la susina sarebbe stata importata in Piemonte dai crociati nel XII secolo mentre secondo altre fonti, più attendibili, furono i saraceni a portarla nelle nostre valli durante le scorrerie medioevali tra il IX e il X secolo. Da Bagnasco a Garessio, da Sampeyre a Mondovì sono infatti ancora molte le rievocazioni storiche che narrano l’epoca dei mori nella nostra regione. Il ramassin arrivò prima nelle campagne del saluzzese e del monregalese e poi in Val di Susa, Valli di Lanzo e nel chierese. Altrove il frutto è quasi sconosciuto e il suo nome evoca subito la dolcezza delle marmellate e delle crostate che lo vedono assoluto protagonista, una bontà tutta siro-piemontese.            Filippo Re

Un ricordo di Mary de Rachewiltz

Di Paolo Pera

Mary de Rachewiltz, figlia naturale del poeta americano che molto criticò i suoi States, nacque a Bressanone (BZ) nel 1925 da Ezra Pound e Olga Rudge: l’amata di Pound, ma non sua moglie.

Data in affidamento a una coppia di contadini tirolesi, Mary crebbe come “pastora” (usava definirsi nelle sue poesie), pur con continue visite dei genitori e scambi di lettere col padre; in particolare, quest’ultimo la incoraggiò anche a diventare una donna di lettere, tanto da mandarle spesso “compiti a casa”: da letture imprescindibili a inviti a tradurre in italiano l’opera che stava compendo, i Cantos. Quel che nacque come un gioco a distanza tra padre e figlia, restò in Mary come una missione vera e propria, sino al suo culmine: il Meridiano Mondadori del 1985, che traduceva interamente il poema paterno.

La Mary poetessa, ha lasciato piccole scintille di una vita in sei librini in versi che, con Massimo Bacigalupo, chi scrive ha raccolto in Processo in verso (Bertoni Editore, 2024). Uscito, in occasione dei suoi 99 anni.

Mentre, a mia cura, è edita la monografia Tenere è la vestale (Bertoni, 2025), nella quale studiosi noti e meno noti hanno indagato l’opera in versi della Poetessa per restituirle la sua dimensione di autrice indipendente all’importante presenza di Pound. È seguito, In quel ‘tu’ di luce (ivi, 2026) dove il lavoro sulle poesie di Mary l’ha vista tradotta in lingue europee, extraeuropee e dialettali. Il motivo che ha condotto a una simile operazione verso lo swahili, il thai, l’yiddish, il coreano, l’abruzzese, il napoletano, il milanese, il tabarchino (vernacolo genovese proprio dell’Isola di San Pietro, in Sardegna) etc. fu la natura sia di figlia biologica di genitori cosmopoliti e che di figlia presa in affido da genitori di cultura rurale. Mary infatti, pur avendo sempre tenuto legami con gli USA e possedendo un’educazione raffinata e internazionale, mai rinunciò alla sua identità di cultrice di tradizioni e folklore locale, né mai si assentò da un po’ di sano lavoro nelle vigne come nei meleti del suo Alto Adige. Questo pure fu un principio tutto poundiano: rapportarsi alla terra come alle lettere. Mary ha saputo fondere queste due identità affatto contraddittorie ed è anche di questo che tratta la sua poetica.

Chi scrive ha avuto la fortuna di conoscerla sin dal 2018, ma solo grazie ai lavori condotti negli ultimi due anni, la Famiglia de Rachewiltz mi ha pian piano fatto sentire “di famiglia”. E questo anzitutto grazie alla bontà della figlia di Mary, Patrizia, anch’essa poetessa, che nelle monografie dedicate a Mary collaborò attivamente insieme a poeti quali Giuseppe Conte, Davide Rondoni, Alessandro Rivali e studiosi del calibro di Valter Boggione, Paolo Lagazzi, Luca Gallesi, Roberto Galaverni et al.

Mary possedeva una simpatia rara e ancora nei suoi cento e poi centouno anni sapeva donare battute leggere e molto godibili quali: “Ho cento anni, bene. Ricordatevelo: potrebbe capitare anche a voi”. Oppure, mi piace offrire questo nostro piccolo e terminale scambio: “Stanno andando bene le vendite dei due volumi?”, e io “Sai, poesia e saggistica non è che vendono molto in Italia; ma direi che un piccolo interesse ci sia” e lei: “Pazienza, vorrà dire che non ci daranno il Nobel”.

Mary, insomma, è stata per me una figura quasi iniziatica: conoscerla fu quasi un momento di “autorizzazione” alla poesia. Per questo, ebbi forte la necessità di occuparmi della sua opera e di diffonderla, sin dalla collaborazione con Bacigalupo.

Ora che Mary ci ha lasciato, mi consola sapere che le sue poesie siano nuovamente di interesse e che questo nel profondo la lusingava; anche perché, per eccesso di modestia, lei si considerava anzitutto traduttrice e solo poi poetessa. I suoi versi, però, vanno letti; e cui voglio rimarcare il mio invito.

I funerali di Mary si terranno a Tirolo la prossima settimana e a Tirolo, dove visse col marito Boris e dove crebbe i figli Siegfried e Patrizia, verrà inumata. Patrizia mi faceva anche sapere che una ciocca dei suoi capelli, un tempo biondi, raggiungerà la sepoltura dei genitori sull’Isola di San Michele, a Venezia.

Concludo volendo ricordare qui di seguito una delle sue prime poesie. Credo, salutandovi, che Mary sia stata esaudita.

Preghiera

O Signore fa che quando e se verrà

sia benigna,

e il mondo che si chiude a chi ha visto

sia benigno!

Inesorabile in me rifiorirà

per aver visto.

Non m’importerà d’aver gli occhi spenti

il sorriso ebete e i piedi incerti,

ma il tormento dell’ira risparmiami.

Da Mary de Rachewiltz, Processo in verso. Tutte le poesie italiane, a cura di Massimo Bacigalupo, con la collaborazione di Paolo Pera, Perugia, Bertoni Editore, 2024, p. 26, ISBN 9788855357722: https://www.bertonieditore.com/shop/it/libri/1289-processo-in-verso.html

Nella mia stanza

L’angolo della poesia 

La luce nella mia stanza
nei mattini d’estate
indietro mi porta nel tempo.
Rivedo la stanza, vestita
di povere cose, che porto nel cuore.

Bambina giocavo,
passavan le ore e i giorni
parevano eterni,
vissuti nel dono d’amore
di chi mi teneva per mano,
mi leggeva le fiabe,
sulla stufa scaldava i miei panni
nei gelidi inverni.

Il piccolo seme piantato
è ora una quercia con rami
e radici.
L’amore che si dona senza misura,
che è pago del dono
ora anche io lo conosco ;
L’amore che unifica in sé
ogni essere e sa, nel profondo,
di essere Uno con tutte le cose.

18 luglio 2026

 

Graziella Provera

Una nuova vita per la Rubbianetta

Le antiche scuderie dei Savoia protagoniste di un ambizioso progetto di riqualificazione

Alle porte di Torino e adiacente alla Reggia di Venaria si estende il Parco Naturale La Mandria,

l’area protetta famosa per essere stata la storica riserva di caccia di Casa Savoia.

Proprio nel cuore del parco sorge la tenuta La Rubbianetta, fatta edificare a partire dal 1862

per volere di Vittorio Emanuele II di Savoia. Nata come scuderia reale per l’allevamento di

cavalli da guerra e da competizione, fu pensata con i tratti formali tipici ottocenteschi della

corte sabauda, in grado di farla integrare perfettamente nel contesto paesaggistico della

tenuta. Un edificio dalla struttura simmetrica e imponente con una curiosa pianta a ferro di

cavallo, che ne ha fatto nel tempo uno degli edifici simbolo della Mandria e del profondo

legame tra questo territorio e il mondo equestre.

Oggi, dopo oltre centosessant’anni che hanno visto un’alternanza di utilizzo e abbandono,

questo gioiello è pronto a tornare a splendere, grazie a un progetto di valorizzazione che ne

rafforzerà l’identità originaria, ampliandone al contempo le funzioni e le prospettive.

L’equitazione continuerà a rappresentarne il fulcro, grazie all’intraprendenza del direttivo del

Comitato Regionale Piemonte della FISE, Federazione Italiana Sport Equestri, l’ente

riconosciuto dal CONI che gestisce e promuove le discipline equestri in Italia.

Luca D’Oria, Presidente FISE Piemonte, ha dichiarato: “Abbiamo deciso di spostare presso

La Rubbianetta la nostra sede, insediandoci a partire da settembre di quest’anno, con la

volontà di sfruttare al massimo le potenzialità del luogo. Lo sviluppo delle strutture sportive e

delle attività dedicate al cavallo consentirà di consolidarne il ruolo all’interno del panorama

federale nazionale e di affermarla tra i più autorevoli poli FISE del Nord Italia, con strutture

in grado di accogliere competizioni, attività formative e appuntamenti di rilievo nazionale e

internazionale, nel rispetto assoluto della natura circostante e degli animali. Manterremo

l’utilizzo del grande maneggio coperto, incrementando la presenza fissa di cavalli, anche

grazie al lavoro del cavaliere Massimo Grossato, tecnico di vertice e coordinatore delle attività

dei team e delle scuderie.

Il progetto non si ferma però all’aspetto ippico-sportivo perché la volontà della FISE è di

trasformare la struttura in una destinazione dedicata all’ospitalità, alla ristorazione e agli

eventi. Per raggiungere tale obiettivo, la società torinese House Factory è stata coinvolta in

qualità di partner tecnico della futura gestione, nella persona di Marco D’oria, Project Manager

e di Simona Sidoti, Quality manager. L’intento è di accompagnare l’evoluzione della tenuta,

favorendo l’incontro tra competenze, capitali e progettualità, accomunate da una visione

condivisa e di lungo periodo.

Marco D’Oria racconta: “Questo progetto di riqualificazione prevede un nuovo modello di

accoglienza e fruizione del complesso, pensato per valorizzare la permanenza di atleti,

ospiti e visitatori in un contesto paesaggistico straordinario.”

L’agenzia di eventi Giovanni Messina curerà la riapertura al pubblico de La Rubbianetta,

lunedì 27 luglio per un grande evento su invito che unirà le celebrazioni dei Cento Anni di Fise

al Galà dei Cavalieri, manifestazione annuale in cui vengono premiati i migliori atleti

piemontesi.

La volata di Calò

Storie di uomini e biciclette 

 

È lui che nel 1926 , lavorando nella sua bottega, s’inventa dalla a alla zeta la prima bicicletta fabbricata nell’isola più grande del mediterraneo. Porta il suo nome come marchio

Quella di Calò Montante è una  storia che sfuma nella leggenda. In Italia, terminata la prima guerra mondiale,  il ciclismo diventa uno degli sport più popolari; sono gli anni di del dualismo tra il piemontese Costante Girardengo e il lombardo Alfredo Binda e sulle strade polverose e sconnesse la bicicletta diventa per molti  una vera passione, a partire dai più giovani. Anche per Calogero Montante, classe 1908, che arriva al punto di costruirsi, da solo, una bici da corsa montandola pezzo per pezzo. Lo fa al suo paese, nel mezzo della campagna  siciliana riarsa dal sole e dalle zolfare: Serradifalco,in provincia di Caltanissetta. È lui che nel 1926 , lavorando nella sua bottega, s’inventa dalla a alla zeta la prima bicicletta fabbricata nell’isola più grande del mediterraneo. Porta il suo nome come marchio. L’amore per le due ruote è tanto forte al punto da spingere Calò a formarsi una squadra di ciclisti, con tanto di divise cucite dalla sarta del paese sulle quali campeggia ricamata la scritta “Montante”. Poi la passione si trasforma in un vero e proprio lavoro: viene aperta una fabbrica e le bici Montante diventano un marchio prestigioso. Si producono biciclette per i carabinieri (modello truppa e modello ufficiali) per i postini e i macellai, bici di tutti i tipi e per tutte le esigenze. La fabbrica resterà attiva sino agli anni Cinquanta quando l’azienda Montante, comincerà a occuparsi di moto e si espanderà poi in altri settori. La storia di quest’impresa è raccontata in un libro del giornalista Gaetano Savatteri, pubblicato da Sellerio con uno scritto di Andrea Camilleri: “La volata di Calò”. Una bella storia , quasi leggendaria, di un artista della meccanica, di un inventore che dal suo paese di zolfatari siciliani lanciò i suoi “Cicli Montante” in tutt’Italia. Anche l’inventore del commissario Salvo Montalbano, nel suo racconto, ricorda quando nel luglio del 1943 pedalava a fatica “senza mai un problema meccanico” da Serradifalco a Porto Empedocle, lungo una strada dissestata dalle bombe e dai carri armati. Un ricordo vivo, quello di Andrea Camilleri, perché grazie a quella bicicletta, imprestatagli dai suoi amici di allora, riuscì a ritrovare il padre che si era salvato dai bombardamenti. Durante lo sbarco degli americani sulla costa Sud dell’isola, Camilleri con la sua famiglia si andò a rifugiare a Serradifalco, per sfuggire ai bombardamenti di Porto Empedocle. Finiti quei terribili giorni era necessario andare a scoprire che fine avesse fatto il padre, di cui non si avevano più notizie. Un viaggio del genere, in quegli anni era come affrontare l’incognita di una lunga e “perigliosa” avventura. E   quella bicicletta che glielo consentì. Così, in un passaggio,  lo descrive Camilleri: “ A un quarto circa del percorso, Alfredo forò per laterza volta. E io decisi di abbandonarlo al suo destino, visto che la mia bicicletta procedeva imperterrita, salda, forte, non subiva forature, la catena rimaneva sempre ben ferma al suo posto, i raggi nelle cadute non si rompevano, il manubrio non si piegava di un millimetro, una vera meraviglia. Ripresi, da solo, il mio viaggio. E ogni tanto le parlavo, alla bicicletta, carezzandole la canna come se fosse la criniera di un cavallo”. Prima e più dell’automobile, la bicicletta è stato il mezzo di trasporto per eccellenza della società di massa. Meccanica sofisticata e leggera, disponibile a tutti, il suo essere simbolo molto umano di modernità e di futuro affascinò subito gli spiriti liberi e industriosi. Come quello di Calò Montante, scomparso ultranovantenne nel 2000, la cui storia è descritta da Gaetano Savatteri con garbo e maestria.  “Nell’anima c’è sempre la passione per la bici, per le corse, per i giri d’Italia che riprendono – scrive Savatteri – nuovi duelli sulle strade d’Italia. Adesso sono quelli tra Coppi e Bartali. L’Italia è divisa, nello sport e nella politica. Democristiani e comunisti. Peppone e don Camillo. Fausto e Gino. Coppi elevato a simbolo del laicismo, Bartali emblema del cattolicesimo tradizionale. Calogero Montante nel 1948 sceglie di stare dalla parte di Bartali”. E lo fa con le sue biciclette, tutte su misura. Ogni esemplare è unico, così come è unica la terra dove Calò le realizza, nella sua Serradifalco, arida zona sulfurea ai margini di una cavità carsica, dove sperimentò la sua industriosa fantasia che lui stesso ribattezzò come il suo “ peccato del fare”.

Marco Travaglini

Antonello da Messina. Torino – Cefalù, andata e ritorno

Al siciliano “Museo Mandralisca” di Cefalù,Cefalù, fino al 4 novembre / Torino, dal 12 novembre al 22 febbraio 2027

Cefalù (Palermo)

Il più celebre di sempre è, fuor di dubbio, quello dell’eterna “Monna Lisa”(1503-1506). Il suo “sorriso”. Quell’accenno di incerto sorriso, misterioso e sfuggente della “Gioconda”, realizzato, con la tecnica a olio dello “sfumato” che ammorbidisce i contorni e “fonde le ombre intorno agli occhi e alla bocca”, dall’infinito Leonardo. Ma altrettanto certo è che la “Storia dell’Arte” e della “Ritrattistica” nella fattispecie è un oceano infinito e variegato di “sorrisi”, più o meno celebri e indagati. Volti, sguardi e “sorrisi”, specchi di anime, graffianti, ironici, bizzarri e sognanti, crudeli e compassionevoli, ribelli o dolci da toccare fino al fondo le corde del cuore. Due su tutti. A firma, entrambi, del grande Antonello da Messina (1435-1479), il principale pittore siciliano del Quattrocento, per i contemporanei addirittura “Non humani pictoris”, “pittore sovrumano”, firma usata solo dal figlio Jacobello, pare, in un dipinto del 1480, per omaggiare la grandezza artistica di cotanto padre. Due, dunque, si diceva, i “Ritratti” eccellenti di Antonello, degni di posare al fianco della leonardesca “Gioconda”: il “Ritratto d’uomo” o “Ritratto Trivulzio” (1476; nome derivato dalla storica milanese “Collezione Trivulzio”, cui l’opera è appartenuta) custodito nel “Palazzo Madama” di Torino e il “Ritratto d’Uomo” o “Ritratto d’ignoto marinaio” (1465; marinaio locale o potente ambasciatore siciliano o possibile “autoritratto” dell’artista stesso) proprietà del “Museo Mandralisca” di Cefalù. E proprio nel “Museo” cefaludese sono da alcuni giorni messi in dialogo e a confronto, fino a mercoledì 4 novembre, i due “Ritratti” antonelliani; ritratti che segnarono la nascita della “ritrattistica moderna” e la “scoperta psicologica dell’Io”, esposti all’interno di un “Mostra” (di eccezionale rilievo scientifico e culturale) dal titolo “L’enigma del sorriso. Antonello da Messina tra Cefalù e Torino”, nata dalla collaborazione tra la “Fondazione Culturale Mandralisca ETS” (in omaggio al 160° anniversario della nascita della stessa e del cinquantennale dall’uscita de “Il sorriso dell’ignoto marinaio” dello scrittore siciliano Vincenzo Consolo, che contribuì ad accrescere la fama del capolavoro del Maestro messinese) e il sabaudo “Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica” di Torino.

Sottolineano a ragione gli organizzatori: “La mostra non nasce da una logica comparativa tradizionale, ma da una precisa ipotesi critica: rendere visibile la ‘trasformazione del ritratto come luogo di costruzione dell’identità moderna’, in cui il volto diventa spazio della coscienza, della relazione e del pensiero. Il dialogo tra le due opere, tra i due sorrisi — quello ironico e mobile di Cefalù, quello trattenuto e concentrato del ‘Trivulzio’ – consente di leggere la trasformazione del soggetto quattrocentesco: dall’individuo come carattere sociale all’individuo come presenza interiore”. Tecnicamente, ancora una volta e in entrambi i casi, i due “Ritratti” testimoniano, anche dal punto di vista storico, la grande “lezione” di Antonello, quella sua esemplare capacità nell’unire “due culture diverse”, la luce, i colori e i piccoli dettagli dei pittori fiamminghi (in particolare quelli provenienti da Bruges e Bruxelles, da Petrus Christus a Hans Memling e a Jean Fouquet in particolare) con lo spazio, la geometria e le forme solide tipiche, per linguaggio stilistico, dell’arte italiana. Il tutto, attraverso l’uso particolare di quella “tecnica a olio” (Antonello fu uno dei primi artisti italiani ad usarla) che permetteva di stendere il colore in successive velature trasparenti, ottenendo effetti di precisione, morbidezza e luminosità impossibili ad ottenersi con l’uso della tempera. Pittore “apripista”, dunque in tal senso a quella “pittura tonale” i cui principi seppe, generosamente, trasmettere soprattutto nel suo soggiorno veneziano, ai “maestri lagunari” del grande “Rinascimento veneto”. E non solo. Mentre nel torinese “Trivulzio”, dove si custodisce uno degli esiti più compiuti della stagione lagunare, il dialogo si rovescia: “il volto mediterraneo incontra la forma universale”“Il percorso espositivo ripercorre idealmente il cammino dell’artista: dal crocevia meridionale alla dimensione europea, dal dato individuale alla sintesi assoluta”.

Alla tappa siciliana, seguirà quella torinese: dal 12 novembre 2026 al 22 febbraio 2027, il “Ritratto d’uomo” del “Mandralisca” sarà ospite di “Palazzo Madama”, dove dialogherà con il “Ritratto Trivulzio”, nella concezione di “un gesto – come ha sottolineato a Cefalù Vincenzo Garbo, presidente della ‘Fondazione Mandralisca’ – che non riduce, ma amplifica il suo significato”. Concetto ribadito anche dal direttore di “Palazzo Madama”, Giovanni Carlo Federico Villa“Tra queste due opere non c’è opposizione, ma continuità trasformativa. Palazzo Madama accoglie questo dialogo come parte della propria missione istituzionale: non solo conservare le opere, ma attivare relazioni di senso, generare nuove letture, aprire prospettive critiche. Il ‘Ritratto Trivulzio’, inserito in questo contesto, non viene isolato, ma restituito alla sua dimensione storica e culturale più ampia”.

Per ulteriori info: “Museo Mandralisca”, via Mandralisca 13, Cefalù (Palermo); tel. 0921/421547 o info@museomandralisca.it

Gianni Milani

Nelle foto: Giovanni Carlo Federico Villa e Vincenzo Garbo all’inaugurazione della mostra a Cefalù; Antonello da Messina “Ritratto d’uomo -Trivulzio”, olio su tavola, 1476 e “Ritratto d’ignoto marinaio”, olio su tavola, 1465;