CULTURA E SPETTACOLI

I Savoia, una storia cominciata a Susa

Fino al 24 maggio
Tutto iniziò da un matrimonio, quello tra Adelaide, contessa di Torino e signora di Susa, e Oddone di Savoia. Un’unione che aprì ai Savoia le porte d’Europa e segnò per sempre la storia di questo territorio. Da quel momento, nell’XI secolo, il castello di Susa, che porta il nome di Adelaide, diventò il punto di partenza per raccontare una dinastia che avrebbe governato le Alpi per mille anni. Al secondo piano dell’antico palazzo due bifore appartengono all’edificio dell’XI secolo in cui Adelaide soggiornò e la sua presenza a Susa è attestata con precisione da due documenti di primaria importanza, datati 1073 e 1078. Fermarsi davanti a queste bifore significa sostare nello stesso spazio in cui, quasi mille anni fa, una delle donne più potenti del Medioevo italiano si affacciava per guardare il giardino, ammirare le montagne, attendere l’arrivo degli ospiti e soprattutto per esercitare la propria autorità durante la sua permanenza in Val Susa.
Qui visse Adelaide, figura centrale del secolo XI perché le sue nozze con Oddone segnarono l’ingresso della dinastia sabauda nella scena europea. Il matrimonio avvenne nel 1045 ma sul luogo delle nozze non esiste una testimonianza diretta, forse fu celebrato a Torino o nella stessa Susa oppure nell’Abbazia di Novalesa. Il matrimonio non fu una storia d’amore ma un’alleanza strategica di enorme importanza. Adelaide controllava i valichi alpini cruciali, il Moncenisio e il Monginevro, fondamentali per i collegamenti tra Italia e Francia. Oddone, figlio del conte Umberto I Biancamano, fondatore dei Savoia, rappresentava una dinastia emergente oltre le Alpi. L’unione consolidò il legame tra la futura Casa Savoia e i territori italiani, aprendo alla dinastia la strada verso il Piemonte e, alla morte di Adelaide nel 1091, i suoi territori passarono ai discendenti sabaudi. Dalle mura di questo castello parte la lunga storia dei Savoia a cui è dedicata la mostra “I Savoia, mille anni di storia e potere”, fino al 24 maggio al castello di Susa, uno dei luoghi in cui la storia dei Savoia è incominciata.
La rassegna, visitata tra gli altri da Aimone di Savoia, duca d’Aosta, presenta la collezione di Savoie.live, l’associazione francese che conserva un patrimonio di grande importanza storica legato alla dinastia sabauda che si integra in queste sale con la collezione permanente del Museo Civico di Susa, Nell’esposizione, curata da Stefano Paschero, direttore del Museo civico di Susa, e Claude Duffur, si possono vedere decine di documenti e oggetti originali che comprendono otto secoli di storia europea. Ci sono sigilli medioevali in bronzo, sciabole, libri d’ore miniati, antichi volumetti in pelle con la storia dei Savoia, codici giuridici, ritratti di sovrani, croci alpine in oro e argento, monete e carte geografiche olandesi del Seicento e Settecento. Non solo una mostra ma il racconto di un’amicizia tra due terre che parlano la stessa lingua attraverso l’arte e la storia, oggi come ieri. Orari di apertura della mostra: venerdì, sabato e domenica dalla ore 14,00 alle ore 18,00.           Filippo Re
nelle foto,  le bifore esterne e interne al castello di Susa, oggetti esposti nella mostra

Al Polo delle Rosine il volume sulla Resistenza nelle Valli di Lanzo

Venerdì 8 maggio, alle ore 18.30, il Polo delle Rosine ospiterà la presentazione del volume “Le Valli di Lanzo verso la Liberazione. Missioni e corvée attraverso le Alpi 1944-1945”, a cura di Franco Brunetta, Gianni Castagneri, Monica Data, Silvia Marchisio, Ezio Sesia, Furio e Marco Sguayzer. L’incontro si inserisce nel programma della 22esima edizione del Salone OFF di Torino e nel quadro delle celebrazioni per l’80esimo anniversario della Repubblica Italiana, proponendo una riflessione profonda sulle radici storiche e civili del nostro Paese. Le vicende delle Valli di Lanzo diventano simbolo di un passaggio cruciale tra sentieri impervi, sacrificio, coraggio, presenza forma a quel processo di liberazione che avrebbe condotto alla nascita della Democrazia Repubblicana. Il volume non si limita a ricostruire gli eventi della Liberazione, ma cerca di approfondire il valore umano e morale della Resistenza, restituendo voce a chi, anche rimasto in ombra, avrebbe contribuito a immaginare e costruire una nuova Italia.

Tra gli interventi si ricordano quelli di Michele Vietti, autore dell’introduzione, ed Ezio Sesia, tra i curatori del volume. L’incontro al Polo delle Rosine sarà un’occasione per riscoprire una pagina fondamentale della storia locale e nazionale e per promuovere i valori della memoria come fondamento della cittadinanza.

L’evento è stato promosso dalla Società Storica delle Valli di Lanzo, fondata a Ceres nel 1946 da Giovanni Donna D’Oldenico.

Venerdì 8 maggio, ore 18.30 – Polo le Rosine- via Plana 8/C Torino. Ingresso libero – prenotazioni: eventi@lerosine.it

“The Best of Cycling 2025” al Forte di Bard

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Il meglio della quinta edizione del concorso fotografico organizzato dal grande Roberto Bettini

Fino al 26 luglio

Bard (Aosta)

Un campione assoluto. La mano destra spalancata, ben in vista – a chiaro monito – le cinque dita. E un grido di vittoria che vola alto al cielo. Cristallizzato in una foto di straordinaria potenza emotiva, l’immagine ci riporta al quinto successo dello sloveno Tadej Pogačar (simbolo dell’annata 2025 del ciclismo mondiale) allo scorso “Giro di Lombardia”. La “Classica delle foglie morte”, partita da Como, si concludeva a Bergamo, sabato 11 ottobre di un anno fa. Lo scatto del milanese Gian Mattia D’Alberto è scatto davvero “da manuale” e, di certo, non poteva scegliersi immagine migliore quale simbolo della nuova edizione (la quinta come i successi per l’appunto di Pogačar nella “Classica” lombarda), della mostra fotografica “The Best of  Cycling” che si terrà fino a domenica 26 luglio prossimo al sabaudo “Forte di Bard” ed inaugurata lo scorso sabato 2 maggio, alla vigilia della prossima edizione, numero 109, dell’atteso “Giro d’Italia” (partenza 8 maggio, da Nassebar-Bulgaria ed arrivo il 31 maggio, a Roma), che, anche quest’anno tornerà a solcare, nell’ambito delle sue 21 tappe, la Valle d’Aosta.

Nelle sale delle “Scuderie” del “Forte” troviamo oggi esposte, a cura di Federico Bona, giornalista eporediese che da anni lavora con l’organizzazione del “Giro d’Italia”, una sessantina di immagini selezionate fra quelle che hanno partecipato al “Concorso” (IX Edizione) organizzato da Roberto Bettini, il decano dei fotografi del ciclismo e cofondatore (insieme al figlio Luca, fedele seguace delle orme paterne) con la spagnola “Photo Games Sport Cycling” della “Sprint Cycling Agency”, seconda al mondo solo all’americana “Getty Images”.

Ogni anno, dal 2017, Roberto Bettini coinvolge i colleghi di tutto il mondo per realizzare una “Rassegna” di immagini (rigorosamente riferite alla precedente stagione) che raccontino gli eventi ciclistici degni di memoria; non solo i più importanti ma anche quelli di nicchia, i Grandi Giri e le piccole corse di paese, la strada, la pista e il fuoristrada, il ciclismo degli uomini, delle donne, dei bambini e delle bambine. La Giuria – formata da Lido Andreella (fotografo e organizzatore del Festival Internazionale di fotografia “Dia sotto le Stelle” e del “Busto Arsizio Photo Contest”), Enrico Della Casa, presidente dell’“Unione Ciclistica Europea”, Ornella Badery, presidente del “Forte di Bard”, Ettore Giovannelli, giornalista di “Rai Sport” e Davide Cassani, ex atleta e presidente di “Apt Emilia Romagna” – ha selezionato le migliori tra le oltre 150 foto pervenute in concorso.

Sul gradino più alto del “podio” è salita quest’anno una giovane fotografa italiana, la varesina Sara Cavallini, con uno scatto che, grazie alla tecnica del bianco e nero, rende ancora più suggestivo il panorama delle “Crete Senesi” attraversate dal gruppo durante le “Strade Bianche Women”, corsa in linea femminile che si svolge annualmente (dal 2015) in provincia di Siena. Il secondo posto è andato al belga Stijn Bastens, che è riuscito a catturare l’entusiasmo dei tifosi, birra in mano, mentre tifavano Matthieu van der Poel, l’“Olandese volante”. Il terzo posto è stato assegnato allo scatto dell’olandese Joris Knapen, realizzato durante una tappa del Giro d’Italia, tra gli “anfratti” di un portone. Gran genialata!

Una buona sessantina, s’è detto, gli scatti fotografici esposti. Tutti di notevole spessore e indubbia tecnica. Pur oltre il podio. Tra queste, quella relativa al folto “gruppone” di atleti in transito proprio sotto le mura ottocentesche del “Forte” valdostano – oggi “polo culturale d’eccellenza” nel cuore delle Alpi – durante la ventesima e penultima tappa (Verrés – Sestriere) dello scorso “Giro d’Italia”, tenutosi dal 9 maggio al 25 giugno 2025, 108^ edizione vinta dal britannico Simon Yates. Era sabato 31 maggio. Vincitore di tappa, l’australiano Chris Harper e autore di quella potente immagine, in magnifica contrapposizione alla potenza del “complesso fortificato” della Vallée, proprio quel Luca Bettini, ravennate e figlio di cotanto padre, già prima citato. Uno scatto realizzato esattamente al posto giusto e nel momento giusto. In un perfetto equilibrio di forme e contrasti visivi. Come solo a un grande “creativo” è dato fare. Del resto, che dire, se non “buon sangue non mente”. E ai Bettini, “great cycling photographers”, tutti gli onori!

Gianni Milani

“The Best of Cycling 2025”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino al 26 luglio

Orari: mart. – ven. 10/18; sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Immagini di Gian Mattia D’Alberto, Sara Cavallini e Luca Bettini

La bellezza di ciò che non suona perfetto, nel nuovo libro di Alessandro Baricco

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri che parlano di musica, e poi ci sono libri che, mentre raccontano la musica, finiscono per raccontare noi.
Con Breve storia eretica della musica classica, Alessandro Baricco torna a fare ciò che gli riesce meglio: prendere ciò che crediamo di conoscere e spostarlo leggermente, quel tanto che basta per farci vedere tutto da un’altra prospettiva.
Torinese, autore tradotto in tutto il mondo, Baricco è noto per la sua capacità di muoversi tra narrativa e saggistica con uno stile riconoscibile e profondamente evocativo. Fondatore della Scuola Holden, ha sempre raccontato storie che interrogano il presente, mantenendo uno sguardo libero e mai convenzionale.
Breve storia eretica della musica classica non è un saggio nel senso tradizionale del termine. Non è una linea ordinata di date, correnti e compositori. È, piuttosto, un attraversamento. Un viaggio che parte da un tempo in cui il suono era ancora mistero – eco del divino, vibrazione primordiale – e arriva fino a noi, alle nostre playlist, ai nostri modi di ascoltare distratti e veloci.
Baricco racconta la musica come un tentativo umano, antico e ostinato, di dare forma al caos. Di costruire ordine là dove esiste solo rumore. Ma proprio qui introduce la sua “eresia”: quell’ordine, così necessario, porta con sé una perdita. Perché nel momento in cui il suono si organizza, qualcosa del suo disordine originario – e quindi della sua vitalità – si dissolve.
E allora il punto non è più solo la musica.
È l’essere umano.
Tra i passaggi più intensi, quello dedicato all’Opera segna una svolta emotiva. È lì che la musica, secondo Baricco, decide di uscire da sé stessa per incontrare il corpo, la voce, la collettività. Non più solo forma, ma carne. Non più solo perfezione, ma tremore. Il teatro d’opera diventa il luogo in cui la distanza tra chi crea e chi ascolta si accorcia, fino quasi a scomparire.
In questo percorso, i grandi nomi della storia musicale – da Bach a Beethoven, fino a Mahler – non sono trattati come icone lontane, ma come protagonisti di una narrazione viva, quasi epica. Non mancano sguardi spiazzanti: alcuni compositori diventano “agricoltori di suoni”, altri stilisti raffinati, altri ancora rivoluzionari capaci di liberare e, allo stesso tempo, imporre nuove regole.
È una storia che non segue una linea retta.
È una mappa.
Una mappa fatta di tappe evocative: dalla musica sacra e monodica, alla complessità della polifonia, fino al “Big Bang” delle forme classiche e alla frammentazione contemporanea, dove tutto si mescola, si contamina, si trasforma. Una diaspora sonora che somiglia molto al nostro tempo.
Il termine “eretica”, allora, non è provocazione fine a sé stessa. È una dichiarazione di libertà. È la scelta di stare ai margini, di non accettare una narrazione unica, di ascoltare anche ciò che solitamente viene escluso. E in questo gesto c’è qualcosa che va ben oltre la musica: c’è una riflessione profonda sulla nostra necessità di uscire dagli schemi, anche mentali.
Leggendo, viene naturale pensare alla mente come a un’orchestra: capace di armonia, sì, ma fatta di strumenti diversi, tempi diversi, spesso in contrasto tra loro. E se la cultura tende a cercare la perfezione, l’accordo, la forma impeccabile, Baricco ci ricorda che anche la dissonanza ha un suo valore. Anzi, forse è proprio lì che nasce la possibilità di evolvere.
In un presente che ci chiede continuamente ordine, velocità, chiarezza, questo libro si muove in direzione opposta. Difende il diritto al disordine. E in questo c’è qualcosa di sorprendentemente liberatorio. Quasi terapeutico.
Non è, però, un libro per tutti. La scrittura, affascinante ma a tratti ellittica, richiede disponibilità ad abbandonarsi, più che a capire. Non è un manuale, né vuole esserlo. È un testo per chi accetta di perdersi, per poi – forse – ritrovarsi in un ascolto diverso.
Perché, in fondo, la domanda che resta non è “che cos’è la musica?”, ma:
perché continuiamo ad averne bisogno?
E forse la risposta sta proprio lì, in quelle imperfezioni che cerchiamo di correggere ogni giorno. In quelle stonature che vorremmo eliminare. Baricco sembra suggerirci di fare il contrario: ascoltarle. Accoglierle. Riconoscerle come parte viva di ciò che siamo.
Perché senza dissonanza, non esiste davvero armonia.
E senza un po’ di disordine, forse, non esiste nemmeno la vita.
MARZIA ESTINI

Paolo Pininfarina, gli amici lo ricordano con un concerto

Il  7 maggio, alle ore 21, presso Le Roi, a Torino. Una serata benefica in favore dell’associazione Anna e Luigi Ravizza ETS

A Torino il concerto in ricordo di Paolo Pininfarina da parte degli amici che suonavano insieme a lui, sarà improntato su musica, memoria e salute mentale. L’incasso sarà devoluto all’associazione Anna e Luigi Ravizza ETS. Per il secondo anno consecutivo, gli amici dei gruppi musicali in cui Paolo Pininfarina suonava la batteria, “Paolo Pininfarina Music Ensemble”, lo ricordano giovedì 7 maggio prossimo, dalle ore 21, con un concerto nell’iconica sala di Le Roi, a Torino. L’introito sarà devoluto all’associazione Anna e Luigi Ravizza ETS, i pensata in progetti di ricerca e sensibilizzazione in salute mentale per diffondere una cultura contro lo stigma. Si tratta di un evento che unisce memoria, musica e impegno concreto, riportando al centro la salute mentale attraverso un linguaggio accessibile e condiviso. È un ritorno che segue il successo dell’evento organizzato in città due anni fa, e che oggi si rafforza con una rete più ampia e nuovi progetti. Vi è la volontà di portare la salute mentale al di fuori dei contesti chiusi e dentro la comunità come esperienza collettiva, e non solo individuale, in linea con il percorso che l’associazione sta costruendo sulla base della ricerca e dell’inclusione.

“Eventi come questo nascono da un bisogno preciso: creare occasioni in cui le persone possano incontrarsi senza barriere e avvicinarsi al tema della salute mentale in modo naturale. La Cultura, la musica e la condivisione – afferma Giovanna Crespi, psichiatra e presidente dell’associazione Anna e Luigi Ravizza ETS – diventano strumenti potenti per parlare di fragilità senza etichette e per costruire comunità che sappiano accogliere”.

Protagonista della serata sarà la Paolo Pininfarina Music Ensemble, che porterà sul palco del Le Roi un concerto capace di unire capacità musicale e partecipazione emotiva nel ricorso del loro batterista Paolo, prematuramente scomparso. Si tratta di un appuntamento pensato non solo come ricordo, ma come occasione per sostenere i progetti dell’associazione.

Dietro l’evento del 7 maggio vi è un lavoro corale che coinvolge partner e volontari e una collaborazione con il Rotaract distretto 2031, che rafforza il legame con il territorio e amplia la comunità attorno ai progetti dell’associazione. Questo è un segnale di come i tema della salute mentale possa uscire dall’isolamento per diventare un terreno condiviso, capace di unire competenze, generazioni e sensibilità diverse. L’appuntamento è per mercoledì 7 maggio alle ore 21, presso Le Roi, in via Stradella 8, a Torino.

Info: ritatosi@ritatosi.it

Mara Martellotta

“iGIRL/Ecuba”, Marina Carr e la potenza della voce femminile

Le traduttrici Monica Capuani e Valentina Rapetti ci consegnano un’edizione Einaudi di rara bellezza.

“Che cos’è la felicità?

Non mi hanno ancora tagliato la lingua

Non mi hanno ancora decapitato

Questa mattina non mi fustigheranno

Si spera”.

Con queste parole inizia “iGIRL”, testo drammatico, impregnato di un intimismo magico che sfocia in orazione, in un rito coltivato nella memoria di piccoli gesti che attraverso una voce, seppur immaginifica, silenziosa e talvolta disperata come quella della letteratura, tiene insieme il passato alla visione del futuro, oltrepassando la reale brevità della vita umana ed entrando nell’insieme di ciò che è destinato a sopravvivere all’esistenza stessa, uno spazio che abitualmente definiamo come “infinito” a cui Marina Carr, drammaturga irlandese tra le più importanti del nostro tempo, ha donato parole che il mito trasforma in ponti su cui si rincorrono la ciclicità della Storia e le dinamiche universali dell’essere umano.

“iGIRL”, poema che può essere considerato tra i rarissimi e più importanti della contemporaneità, nato nel periodo della pandemia e pubblicato da Einaudi nel 2026 in un’edizione che contiene anche la meno recente “Ecuba”, drammaturgia della stessa Marina Carr incentrata su una radicale riscrittura del mito euripideo, evidenzia l’intensità e l’intenzione poetica della Carr, non più mattatrice, come per lo più accade nella contemporanea poesia intimista, ma interprete che si annulla nella propria voce e nella propria storia, come il poeta della famosa lettera di John Keats, l’essere più impoetico del creato perché versato nel dare voce a tutte le voci dell’universo.

In “iGIRL” la parola è centrale, è memoria che chiede una voce per definirsi nella sua interezza, un’esigenza istintiva nata in epoche lontane, legata alla celebrazione dei miti e alla ricerca di armonia tra il significato del ritmo e un linguaggio che, attraverso la poesia, diventa l’imitazione di una sonorità in forma scritta. Tra la poesia, la musica e il teatro è presente un legame viscerale che, ancora oggi, nonostante le ampie e specifiche alfabetizzazioni, genera una forte tensione verso la rappresentazione scenica della parola in cui la voce, il canto e i gesti del corpo contribuiscono all’umana necessità di delineare con precisione forme fino a quel momento astratte. “iGIRL” è una voce del mito e della storia, parola ai margini del tempo che prende vita nell’oblio, nella violenza e nella fame di dominio che da sempre caratterizzano la presenza dell’uomo sulla Terra, ma anche nel potere taumaturgico del canto, dell’amore e della memoria collettiva. Il teatro diventa quindi il luogo finale dove tutto accade, la dimensione di un linguaggio che si fa ricordo e narrazione transgenerazionale, entità reale in mezzo alle allucinazioni del silenzio.

“iGIRL”, rappresentato per la prima volta all’Abbey Theatre di Dublino nel 2021, è andato in scena per la prima volta in Italia al Romaeuropa Festival, nell’ottobre dello scorso anno, grazie a Federica Rosellini, regista e intensa performer dello spettacolo, a Monica Capuani e Valentina Rapetti, traduttrici del testo di Marina Carr per Einaudi, e a un team di cui fanno parte Daniela Pes, che ha prodotto la musica originale, Rä di Martino, artista visiva che ha curato la parte video, Simona D’Amico, responsabile dei costumi e creatrice dei tatuaggi che l’artista in scena indossa come cicatrici sfuggite alla dimenticanza, simboli che legano il passato al presente, e ancora la scenografa Paola Villani, la light designer Simona Gallo, il sound designer GUP Alcaro, l’aiuto regista Elvira Berarducci e l’assistente alla regia Barbara Mazzi.

La seconda parte dell’edizione Einaudi, come accennato nei precedenti paragrafi, è incentrata su una riscrittura di “Ecuba”, regina di Troia, seconda moglie di Priamo e schiava di Odisseo a seguito della caduta di Troia, trasformata in una cagna nera dagli occhi infuocati a causa del dolore per la perdita dei figli Polidoro e Polissena, il primo ucciso dall’alleato re di Tracia Polimestore (oggetto dell’accecante vendetta di Ecuba), la seconda sacrificata sulla tomba di Achille per placare la sua ira, divenendo simbolo di coraggio, accettazione e purezza. Se nella tragedia Euripidea le conseguenze della caduta della patria e del lutto assumono forme statuarie poiché finalizzate a una cessazione dell’esistenza, Marina Carr ci consegna un testo volto al perdono, in cui la morte violenta e la vendetta appaiono come spiriti di un’antica malattia dalla quale i protagonisti cercano di districarsi attraverso una voce comune, cercando salvezza dall’inevitabile tragedia insita nell’animo umano, presente da sempre nella società degli uomini.

Pur mantenendo intatta la forza del mito, Marina Carr sembra contrapporre al fuoco della furia emotiva una brutalità dialogica tra i personaggi che innesca un istinto verso la sopravvivenza e la vita (molto simile a quel sentimento poetico e appassionato di attaccamento alla vita che Robert Louis Stevenson concede al suo Signor Hyde nel momento che precede il suicidio del dottor Jekyll), evidenziando quanto la potenza della voce femminile echeggi infinita nelle grotte della maternità, della nascita, al di là di ogni orrore.

“Ecuba” di Marina Carr fu rappresentato per la prima volta in Italia al Teatro Olimpico di Vicenza nell’ottobre del 2019, con Alberto Chiodi alla regia ed Elisabetta Pozzi nella parte di Ecuba.

“iGIRL/Ecuba” (Einaudi – Collezione di teatro 472, 2026 – 178 pagine) – testi di Marina Carr – traduzioni di Monica Capuani e Valentina Rapetti con una postfazione di Federica Rosellini

Gian Giacomo Della Porta

Note di Classica. Il duo Shoji-Cascioli, Anne-Sophie Mutter e Emanuel Ax, le “stelle” di Maggio

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Mercoledì 6 alle 20.30 al conservatorio per l’Unione Musicale, Sayaka Shoji violino e Gianluca Cascioli pianoforte, eseguiranno musiche di Mozart, Schumann-Dietrich-Brahms, Dallapiccola, Brahms. Sempre mercoledì 6 alle 19.30 al teatro Regio, debutto de “I Puritani”. Opera seria in tre atti . Musica di Vincenzo Bellini. L’Orchestra del teatro Regio sarà diretta da Francesco Lanzillotta. Repliche fino a domenica 17.

Giovedì 7 alle 20.30 e venerdì 8 alle 20 all’ auditorium Toscanini, l’Orchestra Rai diretta da Robert Trevino e con Sergey Khachatryan al violino, eseguirà musiche di Weber, Bruch, Schonberg. Mercoledì 13 alle 20.30 al conservatorio per l’Unione Musicale, Lila violoncello e Martina Consonni pianoforte, eseguiranno musiche di Beethoven Janacek, Chopin. Mercoledì 20 allle 20.30 al conservatorio, il Quartetto Faurè eseguirà musiche di Mahler, Faurè e Brahms.

Giovedì 21 alle 20.30 e venerdì 22 alle 20, all’auditorium Toscanini l’orchestra Rai diretta da Han-Na Chang e con Pablo Ferràndez violoncello, eseguirà musiche di Schumann e Dvorak. Venerdì 22 alle 20.30 all’auditorium Agnelli, per Lingotto Musica, la Royal Philharmonic Orchestra diretta da Vasily Petrenko e con Anne-Sophie Mutter violino, eseguirà musiche di Beethoven e Mahler. Giovedì 28 alle 20.30 e venerdì 29 alle 20, all’auditorium Toscanini l’orchestra Rai diretta da Andrès Orozco-Estrada e con Emanuel Ax al pianoforte, eseguirà musiche di Marino, Mozart e Richard Strauss.

Pier Luigi Fuggetta

CAMERA, il primo ciclo di mostre del neodirettore François Hébel

Il programma espositivo di CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia inaugura il primo ciclo di mostre del neodirettore artistico François Hébel con due mostre originali, dopo l’avvio di EXPOSED Torino Photo Festival: la prima è la grande mostra in Italia dedicata al maestro del colore, Il belga Harry Gruyaert, dal titolo “Retrospettiva”, e un’esposizione originale nella project room dedicata al più importante grafico svizzero che lavora con la fotografia, Werner Jeker.

Dal 18 giugno al 4 ottobre prossimo, CAMERA presenta la prima grande retrospettiva in Italia di Harry Gruyaert, tra i maggiori protagonisti della fotografia contemporanea. Nato in Belgio nel 1941, membro di Magnum Photos, Gruyaert è stato uno dei primi fotografi europei, tra gli anni Settanta e Ottanta, a conferire al colore una dimensione puramente creativa, non più descrittiva ma percettiva ed emotiva, capace di costruire una visione radicalmente grafica del mondo. In un’epoca in cui la fotografia veni a celebrata in bianco e nero, il suo lavoro si inserisce nel solco tracciato da autori americani come Saul Leiter e William Eggleston. Articolata secondo un percorso cronologico, la mostra si apre con la celebre serie televisiva “Shots”, che mette in dialogo fotografie e prime trasmissioni televisive a colori, proseguendo con l’evoluzione del suo linguaggio visivo, influenzato da numerosi viaggi: ogni luogo si distingue per le sue immagini e per specifiche qualità cromatiche. Dalla pellicola Codachrome e dalla stampa Cibachrome del XX secolo, fino alle possibilità offerte dal digitale del XXI secolo, la ricerca di Gruyaert testimonia una costante esplorazione del colore come esperienza fisica e sensoriale.

“Il colore è più fisico del bianco e del nero – spiega l’artista […] – con il colore si deve essere colpiti dalle diverse tonalità che esprimono una situazione”.

Formatosi alla Scuola di Cinema e Fotografia di Bruxelles, Gruyaert si trasferisce a Parigi nei primi anni Sessanta, dove incontra figure decisive come Peter Knapp e Robert Delpire. Dopo le prime esperienze, individua nel viaggio il fulcro della propria ricerca a, individuando come luogo chiave del suo lavoro il Marocco, vissuto come spazio di rivelazione in cui paesaggio e presenza umana si fondono in una percezione unitaria. Nel corso della sua carriera, Gruyaert sviluppa un linguaggio più ispirato alla pittura e al cinema che alla fotografia stessa, dando forma a immagini in cui luce, colore e composizione prevalgono su ogni intento narrativo.

In parallelo, la project room ospiterà una mostra “Phototypo”, dedicata a Werner Jeker, figura di riferimento internazionale nel campo della grafica applicata alla fotografia. Nato in Svizzera nel 1944, Jeker rappresenta un caso unico , considerato tra i più importanti graphic designer della sua generazione nel campo della fissione, ha sviluppato un linguaggio visivo in cui fotografia e tipografia si integrano, superando la funzione comunicativa per arrivare a una piena autonomia espressiva. Jeker è autore di oltre 800 manifesti, realizzati per differenti istituzioni culturali, e collaborato con importante realtà internazionali e con fotografi del calibro di René Burri, Raymond Depardon, Henry Cartier Bresson. La mostra presenta una selezione significativa dei suoi lavori, con una particolare attenzione ai manifesti che incorporano l’immagine fotografica come elemento strutturale della composizione. Il suo approccio si distingue per un intervento calibrato sull’immagine, che ne preserva l’integrità documentaria, mentre ne amplifica la forza visiva attraverso la relazione con il testo. Nel corso della sua carriera, Jeker ha ricevuto numerosi riconoscimenti, fra cui l’Infinity Award per l’uso innovativo della fotografia, ed è stato docente presso importanti istituzioni europee.

CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia- via delle Rosine 18, Torino – www.camera.to

Mara Martellotta

“Fa quel che può, quel che non può non fa”

La prima didattica a distanza di più di 60 anni fa, in tv/ La “buona scuola” del maestro Manzi, dove non era “mai troppo tardi” per imparare 

Di Alberto Manzi la mia generazione ha un ricordo in bianco e nero. Era il maestro dell’aula in tv, quello di “Non è mai troppo tardi” che, tra il 1960 e il 1968,  insegnò a leggere e scrivere a milioni di italiani. Anch’io, grazie a lui e prima delle elementari, ho imparato la magia lieve dei segni sulla carta con un pennino che intingevo nella boccetta dell’inchiostro. La trasmissione – pensata per contrastare l’analfabetismo – andava in onda  nel tardo pomeriggio, prima di cena, e la Tv appariva come una scatola magica e misteriosa. Manzi utilizzava un grosso blocco di carta montato su cavalletto sul quale scriveva e disegnava, con un carboncino, parole e  lettere. E si faceva capire benissimo. Manzi, di cui si è tornati a parlare un paio d’anni fa grazie alla fiction trasmessa su Rai Uno, iniziò  insegnando nel carcere minorile Gabelli di Roma e per vent’anni, ogni estate, impiegò le sue vacanze per viaggiare in America Latina e fare scuola ai contadini dell’Ecuador e del Perù. Apparteneva  alla stessa generazione che espresse educatori come Mario Lodi, Danilo Dolci, Gianni Rodari, don Lorenzo Milani. Tutti nati negli anni Venti del secolo scorso, e non a caso. Tutti convinti che la didattica non è solo trasmettere una serie di contenuti e saperi già fatti, ma offrire una testimonianza personale di etica, di cultura. E stimolare una tensione continua alla curiosità e alla ricerca. Alberto Manzi era un educatore che insegnava prima di tutto se stesso.  Fece scalpore, nel 1981, quando si rifiutò di redigere le appena introdotte “schede di valutazione“, con le quali si sostituiva la pagella. Manzi si rifiutò di scriverle perché non intendeva “ bollare un ragazzo con un giudizio, perché il ragazzo cambia, è in movimento; se il prossimo anno uno legge il giudizio che ho dato quest’anno, l’abbiamo bollato per i prossimi anni”. Quella “disobbedienza” gli costò la sospensione dall’insegnamento e dalla paga. L’anno dopo il Ministero della Pubblica Istruzione fece pressione su di lui per convincerlo a scrivere le attese valutazioni. Manzi fece intendere di non avere cambiato opinione, ma si mostrò disponibile a redigere una valutazione riepilogativa uguale per tutti tramite un timbro; il giudizio era: “fa quel che può, quel che non può non fa“. Il Ministero si mostrò contrario alla valutazione timbrata, al che Manzi ribattè: “Non c’è problema, posso scriverlo anche a penna”.. Scrisse anche  diversi libri: dal più famoso  (Orzowei, del 1955), fu tratta l’omonima serie per la Tv dei ragazzi. Ma il ricordo che abbiamo di lui resta legato a “Non è mai troppo tardi”, protagonista di una tv “buona maestra” che portava la cultura di base nelle case.

 

Marco Travaglini

Altari profani

Dal 8 al 10 maggio Ad Maiora Art (Via Santa Maria 4/c) ospita Giancarlo Rubino con la mostra personale Altari profani.
Un percorso pittorico tra immaginario gotico e atmosfere gloom, in cui il chiaroscuro diventa linguaggio per indagare il ruolo del pittore nella contemporaneità.
Al centro, il tema del sacrificio dell’artista e, più in generale, della condizione dell’arte oggi: tra necessità espressiva, difficoltà e una frequente incomprensione nel presente.

Testo raccolto da Enzo Grassano