Paolo Capriolo, nota per le sue traduzioni dal tedesco di autori come Goethe, Kafka, Kleist e Thomas Mann, vincitrice del Premio Berto per l’opera “La Grande Eulalia”, dei Premi Rapallo e Selezione Campiello per “Il Nocchiero” e del Grinzane Cavour per “Il Doppio Regno”, è l’autrice de “Il Canto della luna” (Bibliotheka Edizioni, 2026), libro scritto a quattro mani con l’artista e scrittrice Teresa Maresca, pittrice figurativa e visionaria tra le più apprezzate e originali in Italia.
Uscito in libreria il 29 maggio scorso, e disponibile su tutte le maggiori piattaforme dedicate alla vendita dei libri, il testo unisce letteratura, pittura e musica in quello che si configura come un lavoro di rivisitazione di uno dei grandi capolavori della musica novecentesca, il ciclo di lieder, risalente al 1908, “Il Canto della Terra”, del compositore austriaco Gustav Mahler (1860-1911). Nell’autunno del 1907 fu pubblicata in Germania l’antologia “Il flauto cinese”, contenente un centinaio di liriche di autori compresi tra il XII secolo a.C. e la contemporaneità. Proprio sette di quelle poesie, per la maggior parte scritte da Li Po, il grande poeta cinese della Dinastia Tang, annegato, secondo la leggenda, nell’intento di abbracciare la luna riflessa sull’acqua (consigliata, a riguardo, la lettura della raccolta “La clessidra di bambù”, pubblicata da Bibliotheka Edizioni e curata dal poeta Roberto Mussapi) ispirarono Gustav Mahler per la sua composizione de “I Canti della Terra”, scritta sulle Dolomiti tre anni prima della sua morte, avvenuta nel 1911.
“Il Canto della luna” intreccia quindi le parti vocali della Sinfonia mahleriana, proposte nella traduzione di Paola Capriolo con testo originale a fronte, alla poetica per immagini e ai colori di Teresa Maresca, andando così a creare una percezione stratificata dell’opera che l’arte, quando nasce da una vera ispirazione, consente attraverso le sue molteplici connessioni.
Paola Capriolo
vive e lavora a Milano.
Ha esordito nel 1988 con i racconti de “La Grande Eulalia” (Premio Berto), in seguito “Il Nocchiero” (Premio Rapallo, Premio Selezione Campiello), Il Doppio Regno (Premio Grinzane Cavour), e, tra gli altri, “Una Luce Nerissima”, “Il Pianista Muto”, “Mi ricordo”, “Marie e il signor Mahler”, “Irina Nikolaevna”.
Tutti i suoi romanzi sono stati tradotti in molte lingue. Ha tradotto classici della letteratura tedesca, tra cui Goethe, Kafka, Kleist, Thomas Mann.
Teresa Maresca
vive a Milano dagli anni ’80.
Con una pittura figurativa e visionaria lavora sui temi del paesaggio, spesso rivisto attraverso la memoria cinematografica o la poesia.
Hanno scritto di lei Carlo Sini, Sergio Givone, Lalla Romano, Roberto Sanesi, Paolo Biscottini.
Ha pubblicato il libro
Mara Martellotta
La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.
imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.


