CULTURA E SPETTACOLI

Le Pasque piemontesi, il massacro dei valdesi

A Villar Pellice, Luserna, Bobbio Pellice, Rorà, Angrogna, Bricherasio,Torre Pellice e in tanti altri paesi in Val Chisone e in Val Germanasca è rimasto forte il ricordo dell’eroica resistenza valdese contro i Savoia. Interi villaggi valdesi distrutti e incendiati, centinaia di persone trucidate, fatti che hanno segnato profondamente la memoria collettiva e sono passati alla storia come le tragiche “Pasque piemontesi” dell’aprile 1655. Non fu una festa ma un massacro di valdesi eliminati dall’esercito del Ducato di Savoia guidato dal marchese di Pianezza, ritenuto il principale responsabile delle violenze. Con il termine “Pasque piemontesi” non si indica quindi una solennità ma un terribile eccidio avvenuto nei giorni di Pasqua quando le truppe sabaude entrarono in quelle valli. È il simbolo delle persecuzioni religiose contro i valdesi, una tragica pagina della storia del Piemonte. La memoria storica è però rimasta molto viva. A Torre Pellice, il cuore della terra valdese, si trova il Museo Valdese che racconta queste vicende e ogni anno si tengono commemorazioni e iniziative culturali. La resistenza valdese ai Savoia è uno degli episodi più drammatici della storia delle Valli Valdesi. Dopo la morte di Vittorio Amedeo I di Savoia nel 1637 la situazione mutò rapidamente. Con la salita al trono di Carlo Emanuele II di Savoia sotto la reggenza della madre, Maria Cristina di Francia, i rapporti tra i valdesi del Piemonte e i Savoia peggiorarono drasticamente. Nel Ducato si decise di sradicare l’eresia dalle valli. Tutto cominciò il 24 aprile del 1655, vigilia di Pasqua, quando il duca Carlo Emanuele II di Savoia (1634-1675) ordinò ai valdesi di convertirsi alla chiesa cattolica o abbandonare il territorio e andare in esilio. Molti rifiutarono e scattò la reazione dell’esercito del Ducato di Savoia che avviò una lunga campagna militare nelle valli provocando la morte di 1712 persone secondo fonti valdesi, molte meno secondo fonti ducali. Il marchese di Pianezza, Carlo Emanuele di Simiana, decise di stanziare delle truppe a Torre Pellice ma i valdesi si ribellarono e per ritorsione i soldati del marchese misero a ferro e fuoco la Val Pellice uccidendo centinaia di civili e costringendo i valdesi a rinnegare la loro fede. Nonostante l’inferiorità militare i valdesi opposero una forte resistenza, disperata ma efficiente. Conoscevano bene il territorio, le montagne e i rifugi, si organizzarono in piccoli gruppi armati e si diedero alla guerriglia. Con barricate improvvisate bloccarono i sentieri e con rapide azioni attaccarono le truppe sabaude per poi ritirarsi nei boschi. Molti altri, scampati alle stragi, si rifugiarono sulle alture della valle. L’evento suscitò sdegno e rabbia in tutta l’Europa e fu proprio un movimento diplomatico internazionale a fermare il massacro. Si mosse perfino Oliver Cromwell (1599-1658), il generale e politico inglese che nel Seicento cambiò temporaneamente la storia dell’Inghilterra e intervenne diplomaticamente a favore dei valdesi esercitando pressioni sul Ducato di Savoia. I sovrani europei sostennero fin da subito la causa valdese e la Francia accolse parte dei fuggiaschi. Sotto la pressione internazionale i Savoia furono costretti a concedere ai valdesi una temporanea tregua e alcuni diritti anche se le persecuzioni ufficiali contro i valdesi termineranno solo con lo Statuto Albertino del 1848 che concederà alla minoranza cristiana diritti civili e politici.
Filippo Re
illustrazioni raffiguranti le persecuzioni ai danni dei valdesi

“A Weak Monument”, Monumenta Italia a Palazzo Madama

Dal 22 aprile al 6 luglio, a Palazzo Madama, nella Piccola Guardaroba e nel Gabinetto Cinese, saranno esposte le opere di Irene Pittatore dal titolo “A Weak Monument”, curate da Tea Taramino

Lunedì 20 aprile, alle ore 17, a Palazzo Madama, viene presentato un incontro dedicato a Monumenta Italia, un progetto di arte pubblica itinerante con Irene Pittatore, Tea Taramino e Elisa Parola, seguito dall’inaugurazione dell’esposizione a cura di Tea Taramino. L’evento, realizzato nell’ambito del public program della mostra MonumeTO – Torino Capitale, approfondisce alcune dinamiche al centro del lavoro di Monumenta Italia dell’artista Irene Pittatore, proponendo una riflessione sull’esiguità di monumenti dedicati a donne o realizzati da esse nello spazio pubblico. Si tratta di un vuoto che diventa occasione per interrogarsi sul significato contemporaneo di “memoria collettiva, patrimonio urbano e monumentalità”, in una prospettiva di genere. In occasione della conferenza, e fino al 6 luglio prossimo, nella Piccola Guardaroba e nel Gabinetto Cinese di Palazzo Madama sarà esposta, a cura di Tea Taramino, una selezione e di opere di Irene Pittatore, tra le quali manifesti, cartoline, video e un gonfalone utilizzati in mostre e laboratori, lezioni e azioni nello spazio pubblico. Il cantiere di Monumenta Italia, progetto aperto che opera a livello nazionale, ha la sua basea Torino, dove nel 2024 sono stati diffusi manifesti nelle biblioteche civiche, alla fermata Bengasi della metropolitana, all’URP del Consiglio Regionale del Piemonte, la rassegna Opera Viva, il manifesto in piazza Bottesini, e organizzati mostre e laboratori. Il progetto è in corso di svolgimento anche a Novara, con una campagna di 71 affissioni urbane, e si è concluso a Savona con azioni performative e cantieri fotografici diffusi. Cantieri di ricerca sono attivi a Bologna e Roma, è stato inoltre presentato all’Università degli Studi Di Padova e alla Casa degli Artisti di Milano.

Monumenta Italia prende le mosse da Monumentale Dimenticanza, progetto di ricerca a del Centro Studi e documentazione del Pensiero Femminile APS, nel 2019, volto a censire la presenza di monumenti, fontane e statue su suolo pubblico dedicate a storiche figure femminili nelle città e nei comuni piemontesi.

Torino è la città con più monumenti in Italia: 102, di cui uno solo dedicato a una donna, l’Edicola celebrativa della figura di Juliette Colbert, nota come Giulia di Barolo, posta nel dicembre 2025 sulla facciata di Palazzo Barolo. Le rare figure femminili presenti all’interno di produzioni scultoree e monumenti, sono soggetti anonimi o immagini allegoriche, come la Fede e la Vittoria. Ancora più spesso sono semplici comparse nude, in posizioni ascellari, spesso ai piedi dell’eroe. Un dato che evidenzia il mancato riconoscimento pubblico di meriti civili, intellettuali, artistici e scientifici delle donne. A questo si aggiunge un’ulteriore assenza: tra queste opere solo una, la “Fontanella di Venere”, del 1997, è stata realizzata da una donna. È possibile raccontare la storia delle città ignorando quella delle donne? Adottando un punto di vista androcentrico e negando la pluralità degli sguardi? Possiamo oggi immaginare idee più aperte di un monumento per celebrare la storia delle donne? Monumenta Italia si pone l’obiettivo di generare consapevolezza su questi temi e offrire un punto di osservazione sul patrimonio monumentale, capace di contemplare la prospettiva di genere e la secolare e emarginazione del contributo femminile. Ne scaturisce un’occasione di riflessione civica sul patrimonio artistico urbano e sul significato contemporaneo di monumentalità, memoria e identità, alla quale la cittadinanza è invitata a partecipare.

Mara Martellotta

Supporti di carta per capolavori di artisti del Novecento

Da Casorati a Zorio”, sino al 30 maggio alla Galleria del Ponte

John Berger – nato a Londra nel 1926 e scomparso a Parigi nel 2017, è stato critico d’arte (tra gli altri, i saggi “Splendori e miserie di Pablo Picasso” del 1965, “Questione di sguardi”, 1972, “Sul disegnare”, 2005), scrittore (“Festa di nozze”) e pittore, collaboratore di quotidiani e riviste, negli anni Settanta sceneggiatore con il regista svizzero Alain Tanner di film quali “Jonas che avrà vent’anni nel 2000” e “La Salamandra” – ha approfondito “il rapporto dell’artista con il supporto cartaceo”, attraversato da distensione per alcuni o sinonimo di un incessante corpo a corpo ”carico di tensioni più o meno latenti”, “il momento in cui l’artista rievoca le sensazioni provate di fronte alla superficie ancora intonsa del foglio”. Scriveva Berger: “Sapevo che, al momento di tracciare una linea su – o attraverso – di essa, avrei dovuto controllare il segno non su un unico piano, come un guidatore al volante della sua automobile, ma come un pilota in volo, giacché il movimento era possibile in tutte e tre le dimensioni.”

Con l’aiuto delle note della Galleria del Ponte, ci si inoltra felicemente all’interno della cinquantina di lavori che danno vita, e bella memoria, alla mostra “Da Casorati a Zorio. Opere su carta”, visitabile sino al 30 maggio, in cui chi guarda ha l’occasione – ancora una volta Stefano e Stefania Testa hanno il felice compito e la lodevole preoccupazione di ristabilire aree di bellezza, interessi che vanno persi, nomi e opere che pretendono il necessario mantenimento – di ritrovarsi di fronte ai più bei nomi di un’Arte cittadina e regionale, ma non soltanto perché sappiamo quanto quei confini si siano allargati, che hanno attraversato il Novecento (dagli anni Trenta) e si siano spinti sino a noi. Riallacciandoci a quanto si diceva di Berger, non si può non guardare immediatamente alle due opere esposte di Sandro De Alexandris, il fatidico foglio di carta bianco impercettibilmente attraversato dai tratti verticali della matita o dalle screpolature invisibili a un occhio poco attento di un bisturi. È l’esempio più tacitamente assordante: ma che spinge a guardare, a pensare, a immaginare. Una bella scia di idee e di realizzazioni. Già dal pianoterra della galleria di corso Moncalieri, per poi salire su con un ordine affatto cronologico ma articolato in suggestive esplosioni artistiche, ci accolgono opere di Felice Casorati (“Donna con bambino”, matita su carta, anni Trenta e “Figura femminile” degli anni Cinquanta, incantevole) e Carol Rama con quattro carte realizzate tra il ’63 e il ’68, isola a sé dell’intera esposizione, “Natura morta con brocca e susine”, acquerello di quel grande e affascinante Maestro che è stato Mario Calandri, e i colloqui femminili di Nella Marchesini e poi Gigi Chessa e Luigi Spazzapan.

Come si scoprono, in rapido susseguirsi, in “un percorso coerente, benché rapsodico”, le opere su carta, coniugate secondo i diversi stili e le sensibilità di ognuno, di Clotilde Ceriana Mayneri (“Avanzata barbarica”, 1987), di Marina Sasso che recentemente posava piombo ottone e reti sul foglio, in una bella alternanza di colori e di lucentezze, di Riccardo Cordero con i suoi “Progetti” degli anni Settanta (biro pennarello e collage), di Giacomo Soffiantino che ironizzava sull’amico Gino Gorza incallito fumatore, tra volute rosse di fumo e caratteri nipponici, di Sergio Saroni con una bellissima china dei Sessanta, di Pinot Gallizio e Marco Gastini, di Umberto Mastroianni (un compatto fondo arancio a raccogliere le forme sinuose o spigolose che gli conosciamo) e di Giò Pomodoro, di Mario Surbone e di Adriano Parisot, di Graham Sutherland con un prezioso Gouache del ’71 e di Piero Ruggeri, che guardava a Caravaggio e alla Cappella Contarelli catturandone vorticosamente l’essenza per trasportarli in tempi più vicini a noi. Da vedere.

Elio Rabbione

Nelle immagini: Piero Ruggeri “rivisita” la Chiamata di Matteo di Caravaggio; ancora opere di Soffiantino e Sutherland esposte nella mostra.

La star di Netflix Reece Richards alla Gypsy Cinema Academy 

A lezione di cinema con la star di Netflix, l’attore inglese Reece Richards. Lui sarà il protagonista dell’attesa masterclass che si terrà venerdì 24 aprile prossimo, aperta a tutti, anche ai non allievi, alla Gypsy Cinema Academy, dalle 17.30 alle 20, preso lo Spazio Gypsy, in via Canelli 47, a Torino. Con lui, gli aspiranti attori torinesi avranno modo di imparare tecniche di altissimo livello per perfezionare il proprio stile. La presenza di Richards presso la Gypsy rappresenta uno degli appuntamenti fiore all’occhiello della neonata Accademia di Cinema, diretta da Luca Canale B., e che vede tra i suoi docenti personaggi del calibro di Eugenio Gradabosco, Piero Basso, Margherita Fumero, Aurora Ruffino, Diego Casale. Si tratta di un’opportunità importante per i futuri professionisti del cinema. Oltre ad essere un dio nella serie televisiva, Richards è infatti uno dei protagonisti di Sex Education. Nato a Londra, è un ballerino, cantante specializzato in Musical Theatre e Cinema, fra i più apprezzati del panorama internazionale. Da anni in scena nel West-End di Londra, e in tour in tutta l’Inghilterra e non solo, co  ruoli nei più grandi musical quali “Hair Spray”, nella parete di Sea Weed, diretto da Paul Kerryson, e “Juliet Gough”, e “Motown”, in cui interoreta il ruolo di Jackie Wilson e Marvin Gaye, diretto da Tara Wilkinson.

“Amo la Gypsy – spiega Reece Richards – perché è una scuola basata sul duro lavoro e sulla comunità. Sanno cosa significhi essere un professionista del teatro musicale e sono incredibilmente di supporto agli studenti e agli insegnanti della scuola. È una realtà da vedere. L’Italia rappresenta passione, orgoglio, amore e creatività. Torino, per me, significa talento, duro lavoro e un potenziale illimitato”.

Gypsy Cinema Academy – via Pagliani 25, Torino – 011 0968343

Mara Martellotta

Il Principe Aimone di Savoia, Duca di Aosta, a Susa

Nel pomeriggio di lunedì 20 aprile il Castello di Adelaide – Museo Civico ha accolto  il Principe Aimone di Savoia, Duca di Aosta, per una visita alla mostra “I Savoia. Mille anni di Storia e Potere”, a Susa, e al percorso permanente del Museo Civico.

Ad accompagnare il Principe, il Direttore del Castello, Stefano Paschero, l’Assessora alla Cultura della Città di Susa, Cinzia Valerio, il Comandante dei Carabinieri LGT, Carlo Mostratisi e la professoressa Gemma Amprino Giorio. La visita ha preso avvio dalla mostra temporanea curata da Stefano Paschero e Claude Duffour, che presenta per la prima volta in Italia oltre 40 pezzi originali della collezione “Savoie.live di Ancy”, documenti, sigilli, ritratti e testimonianze iconografiche che ripercorrono mille anni di storia del casato, dal Marchesato di Torino alle vicende risorgimentali.

Il Principe si è poi soffermato nelle sale del Museo Civico, dalla fondazioni romane del Castello alla Storia Naturale, fino alla sezione dedicata alla Valle di Susa e al Risorgimento. La mostra “I Savoia. Mille anni di Storia e Potere” è visitabile al Castello di Adelaide, al Museo Civico, fino al 24 maggio 2026.

Mara Martellotta

Il documentario “Walter Bonatti a Bardonecchia” di Topazio al Trento Film Festival

Un nuovo riconoscimento per il documentario “Walter Bonatti a Bardonecchia”, realizzato nel 2025, dal regista Riccardo Topazio, con il patrocinio del Comune di Bardonecchia.

Dopo essere stato premiato, infatti, all’Orobie Film Festival di Bergamo, nel gennaio scorso, il documentario è stato ora selezionato dal prestigioso Trento Film Festival, nella sezione “Proiezioni Speciali”.

Il documentario, della durata di 50 minuti, racconta gli anni 1955-1956, nei quali il celebre alpinista visse a Bardonecchia, dove lavorò come guida alpina e maestro di sci. Materiale storico e testimonianze raccontano il grande legame che si creò tra Bonatti e la comunità di Bardonecchia, fino al riconoscimento, il 28 agosto 1955, della cittadinanza onoraria.

“Il documentario Walter Bonatti a Bardonecchia – spiega Riccardo Topazio – nasce dalla volontà di raccontare un capitolo cruciale della storia alpinistica: il biennio 1955-1956. In quegli anni Bardonecchia non fu solo un luogo di passaggio, ma il laboratorio segreto dove Bonatti, nel silenzio e talvolta nell’isolamento, forgiò la sua leggenda. Ho voluto realizzare quest’opera per portare alla luce curiosità inedite e testimonianze dirette di chi lo vide allenarsi, soffrire e preparare quelle imprese, che avrebbero cambiato per sempre il modo di intendere la montagna”. “Un cuore pulsante del film – spiega ancora – è la rievocazione della prima traversata in sci alpinismo, un’impresa pionieristica realizzata proprio in quel periodo e resa possibile grazie al lungimirante supporto finanziario del Comune di Bardonecchia. A 70 anni esatti da quella storica impresa, il documentario si pone come un ponte temporale: non una semplice celebrazione ma un’indagine su come quel sostegno istituzionale abbia permesso a Bonatti di dimostrare che la montagna d’inverno non era un limite, ma una nuova frontiera di libertà. Portare questa storia al Trento Film Festival – conclude Riccardo Topazio – significa restituire alla collettività la memoria di un legame indissolubile tra un atleta eccezionale ed una comunità che seppe credere in lui quando altri dubitavano. Attraverso le voci di testimoni dell’epoca e la riscoperta di dettagli dimenticati, il film invita lo spettatore a riscoprire l’autenticità di un’epoca in cui il coraggio si misurava con la coerenza ed il rispetto per la libertà”.

“Apprendiamo con profondo orgoglio ed emozione – sottolinea il sindaco di Bardonecchia Chiara Rossetti – l’attribuzione del riconoscimento di Riccardo Topazio dedicato al legame tra il leggendario Walter Bonatti e la nostra Bardonecchia. Quest’opera non è soltanto un tributo cinematografico ma un atto d’amore verso il nostro territorio. Riccardo ha saputo narrare con una sensibilità fuori dal comune un pezzo di storia, che appartiene all’anima stessa delle nostre montagne. Il suo lavoro ci restituisce la figura di Bonatti non solo come l’alpinista che il mondo intero ammira, ma come l’uomo che ha vissuto e respirato i nostri sentieri, nobilitando le nostre vette con le sue imprese”. “Mi piace sottolineare – osserva ancora Chiara Rossetti – non solo lo straordinario valore professionale di Topazio ma soprattutto le sue doti umane. La dedizione, l’umiltà e la passione con cui ha portato avanti questo progetto sono lo specchio dei valori che la nostra comunità montana custodisce da sempre. Opere di questo calibro conferiscono un lustro immenso al Comune di Bardonecchia, posizionandosi ancora una volta al centro del panorama culturale e sportivo internazionale. A Riccardo va il ringraziamento più sentito da parte di tutta l’Amministrazione e della cittadinanza: grazie per aver dato voce al silenzio delle nostre cime e per avere onorato la storia di Bardonecchia”.

 

A cena con Fruttero

Giovedì 23 aprile 2026, ore 20

Torino, Circolo dei lettori e delle lettrici

 

In occasione del vernissage de Il Club Fruttero. La mostra, la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e la Fondazione Circolo dei lettori propongono giovedì 23 aprile alle 20 A cena con Fruttero, una cena letteraria che traduce in esperienza conviviale i gusti e l’immaginario di Carlo Fruttero.

 

Non una semplice cena, ma un dispositivo narrativo: sette tavoli, sette libri, sette voci. Ogni tavolo diventa uno spazio di conversazione in cui i libri si attivano attraverso il dialogo, secondo una pratica cara a Fruttero: condividere per divertirsi.

Ogni tavolo ospiterà una voce e un libro: Carlotta Fruttero con “Donne informate sui fatti”, Federica Fruttero per “Mutandine di chiffon”, Annalena Benini in “La donna della domenica”, Francesca Sforza per Fruttero giornalista, Franco Forte con Urania, Giuseppe Culicchia “Da una notte all’altra”, Paolo Verri “A che punto è la notte”.

 

Il percorso della serata non si limita ai testi. Anche il menù è costruito come un racconto, un percorso geografico e affettivo che segue le traiettorie della vita e dei gusti dello scrittore.

 

Gli antipasti rappresentano con precisione la tradizione piemontese: vitello tonnato alla vecchia maniera, acciughe al verde, flan di asparagi. Piatti netti, riconoscibili, radicati, sabaudi, come l’origine torinese di Fruttero.

Il primo, con i tortelli maremmani, portano la cena a Roccamare, nel grossetano, terra d’adozione per la vita e la scrittura, dove Fruttero ha trascorso una lunga parte della sua vita.

Il secondo, roast beef con patate al forno, introduce una dimensione più personale: è il piatto che Fruttero amava così tanto da voler imparare a cucinarlo, per sé e per gli amici.

Il percorso si chiude con il dolce, la torta Sacher, che porta i commensali a Vienna. Il dolce in questa speciale cena rappresenta l’amicizia con la principessa Vita Hohenlohe, presenza brillante e spiritosa delle estati maremmane, che portava con sé la Sacher che divenne il dolce preferito di Fruttero.

 

Per partecipare alla cena è obbligatoria la prenotazione scrivendo a barney@circololettori.it. Costo della cena: € 60,00

 

La cena, estensione naturale della mostra, fa parte del progetto culturale diffuso per il centenario, ideato e prodotto da Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, con il coinvolgimento diretto delle eredi Carlotta e Federica Fruttero, sviluppato in collaborazione con la Fondazione Circolo dei lettori e delle lettrici di Torino e progetto Urania del Dipartimento di Comunicazione, arti e media Giampaolo Fabris dell’Università IULM, e la partnership tecnica di FILA con Tratto Pen e Libraccio, e il supporto de La Stampa-Tuttolibri. Partner della cena è l’Azienda Agricola Il Botolo.

 

Il Club Fruttero attraversa luoghi, linguaggi e pubblici diversi. Fruttero era uno scrittore, un traduttore, un curatore, un editore: scriveva, traduceva, curava, sceglieva. Il centenario ne restituisce il metodo: leggere per capire, scegliere per escludere, discutere per divertirsi e non essere neutrali.

“Parole che non ti ho mai detto”

Il 30 aprile alle 15,30 presso il Vol To, il Moica Piemonte organizza l’incontro con Marco Marchetto, medico scrittore laureato in Filosofia, che presenta il suo libro “PAROLE CHE NON TI HO MAI DETTO” NEOS editore. Il romanzo epistolare racconta una storia che con leggerezza e profondità parla a chi ha vissuto il dolore, a chi lo ha visto da vicino, a chi ha bisogno di ricordarsi che ogni vita, anche nella malattia, necessita di amore, presenza e verità. Un libro che non finisce all’ultima pagina, ma che resta dentro, come tutto ciò che è arduo esprimere.

Coordina l’ evento la presidente del Moica Piemonte Lucia Rapisarda

“Carpe Diem”, le tecniche di Bruno Cantino di Reino

Negli spazi della libreria Mondadori del Centro Storico di Chieri la mostra inaugura martedì 28 aprile alle 18

Inaugura martedì 28 aprile alle ore 18 la mostra intitolata “Carpe Diem”, negli spazi della libreria  Mondadori del Centro Storico di Chieri, in via Vittorio Emanuele 42 B. Si tratta di un nuovo appuntamento della rassegna “Arte tra i libri”, curata da Piemonte Arte, testata giornalistica settimanale di www.100torri.it. La mostra, aperta fino al 24 maggio, è visitabile anche online sul sito di Piemonte Arte.
L’esposizione è incentrata sulle tecniche di Bruno Cantino di Reino e sulle sue opere, realizzate per lo più ad acquerello e raffiguranti paesaggi e capaci di catturare attimi di vita quotidiana. I suoi lavori condividono una tensione poetica comune, l’urgenza di fermare l’effimero, di rendere visibile ciò che, per sua natura, sfugge.
La trasparenza e la leggerezza dell’acquerello fanno sì che le forme non siano completamente definite, come se il paesaggio fosse in continuo divenire, con la luce che ha un ruolo da vero protagonista.
Ciò che accomuna entrambe le pratiche è  rappresentato dalla volontà di cogliere l’istante prima che svanisca. Mentre l’acquerello tende a dissolversi, le realizzazioni ad acquaforte, puntasecca  o acquatica lo ancorano al reale, rendendolo quasi tangibile.
Le opere di Bruno Cantino di Reino sono davvero una sorpresa perché  permettono allo spettatore di vedere elementi ordinari con un nuovo sguardo.
Bruno Cantino di Reino, di formazione geometra, è  un artista autodidatta la cui ricerca creativa si sviluppa a partire dalla metà degli anni Settanta, dapprima influenzato dall’Impressionismo, poi deciso a passare a tecniche miste caratterizzate dall’utilizzo di materiali come stagno e rame applicati su tavola, dando vita a sculture piane originali.
Parallelamente alla pittura, nasce in lui negli anni Settanta la passione per la fotografia, parallelamente allo sviluppo di esperienza nel campo della grafica pubblicitaria. A partire dal 1990 frequenta un corso di nudo e dà  avvio a una personale ricerca sul colore e sulle principali correnti espressive, elaborando tecniche miste e rivolgendosi a tematiche legate al sociale e all’ecologia.
Dal 2006 è  membro dell’Unione Artisti Chierese, partecipando attivamente alle iniziative dell’associazione  e frequentando il laboratorio di Calcografia di Chieri, dove esplora diverse tecniche incisorie. Dal 2007 approfondisce la tecnica dell’acquerello presso il laboratorio allestito all’Unitre di Pecetto Torinese.

Mara Martellotta

Lui non è tornato, sole in casa ci sono Briciola, Luna e Wanda

Al Gobetti, sino al 26 aprile

 

Quando, per la presentazione della stagione, i giochi non erano pienamente fatti (poche note scritte e “cast in via di definizione”), davanti al lungo titolo di Diego Pleuteri ci siamo chiesti che cosa riuscisse a inventarsi l’autore dopo il successo – tre stagioni di repliche – di “Come nei giorni migliori”, se avesse al momento buttato giù delle tracce di un testo fatto per raggiungere un pubblico infantile, come sarebbe stato lo svolgimento della vicenda dei tre animali una volta in scena. Chi scrive, lo confesso, temeva doppiamente, guardando confusamente al progetto e leggendo con il solito sospetto il nome di Leonardo Lidi alla regia. Invece. Invece “Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti” è un testo che con intelligenza “ricalca” la diversità dei linguaggi, umanissimo e sofferente, una favola amara che si tinge di commedia e diverte, ma che attraverso gli occhi, le abitudini infrante, i gesti, le zuffe e gli atti d’amore, le visioni del dentro e del fuori, la protezione o una gabbia con la sua pretesa fuga, le paure e i languori sempre persi dietro l’immagine di Lui e la voglia di libertà, quell’orecchio teso alla serratura di una porta – clic clac clic – in una continua attesa, guarda al mondo degli umani. È una regia che convince appieno, attenta ai tanti e più piccoli particolari, che con tensione cinematografica incolla la sua macchina da presa al viso, al fiuto, alle orecchie, ai bisogni corporali, alla fame e al disgusto, alla disperazione per un’assenza, alla solitudine e alle ribellioni di una cagnolina, di una gatta e di un pesce rosso chiuso dentro la sua boccia di vetro dagli stretti confini. Una regia che ha centellinato di suo ma che ha trovato terreno fertilissimo in tre splendide attrici, magnifiche e superlative (chiunque, vedendo lo spettacolo al Gobetti sino al 26 aprile per la stagione dello Stabile torinese, potrà usare quegli aggettivi che saprà trovare), che usano la voce e soprattutto i corpi, snelli o no che siano, in maniera esemplare, con dedizione estrema, con una immedesimazione che rasenta il brivido, non scimiottando, non avendo necessità di nessun travestimento. Fuori subito i nomi: Marta Malvestiti, pronta a uggiolare, Beatrice Verzotti che abitualmente miagola e tira fuori le unghie, Teresa Castello che solitamente boccheggia, piroetta e dimentica (davanti a lei, al suo monologo finale, non stupitevi che ancora ci siano giovani attrici, fresche di scuola, sui nostri palcoscenici: esistono! E a guardarle mentre occupano la scena, la ballerina di “Affari tuoi” credo che dovrebbe iniziare a farsi qualche domanda: i perfetti movimenti scenici sono dovuti a Riccardo Micheletti). Hanno il valido aiuto di Hana Daneri, che introduce, commenta, drammaticamente racconta.

La platea del Gobetti è stata svuotata a metà delle sue poltrone e si sono create due ali di sedie laterali, il palcoscenico è occupato soltanto da un’immagine di Alessandro Bandini e Alfonso Devreese dei “Giorni migliori”, a uno di loro ci si rivolge di tanto in tanto. Un catino e una scopa, i tanti abiti sparsi di Lui, morsicchiati o presi a calci o trascinati, tutto è lì pronto a raccontarci una favola amara, forse nerissima. Che anche in una casa del bergamasco, dove in tempo d’epidemia correvano le file delle bare verso i cimiteri, qualcuno attende il suo Godot. Didi e Gogo oggi hanno altri nomi, si chiamano Briciola, Luna e Wanda. Un mattino dopo l’altro, una sera dietro l’altra si continua a coltivare “un amore cieco e sproporzionato, pieno di affetto e di dipendenza”, si continua ad aspettare Lui, Lui che se n’è andato come sempre un giorno e non è più tornato, il clic clac clic della porta non lo hanno più sentito. Continuano la vecchia abitudine di godersi “La signora in giallo”, su quel divano che dà sicurezza, da cui qualcuno saltava giù quando Lui mostrava la corda che portava al passeggio o se arrivava qualche profumo che significava sostentamento. Briciola piange, Luna si gode per qualche attimo la propria indipendenza, Wanda nuota e dimentica. Mentre la nostalgia lascia il posto al desiderio di sopravvivenza e di superare quell’assenza, mentre sopravanza la dipendenza, nascono la fame e la violenza mentre quelle pareti si fanno prigione, mentre anche al di là di una finestra che dà sul verde tutti sono scomparsi, mentre la vicina arriverà a spalancare e a offrire crocchette: quando il mondo non sarà più come prima, quando gli abitanti della casa non saranno più quelli di prima. In un arco perfetto, Pleuteri reclama ”il bisogno di un altro che ci garantisca il mondo, ci dica che esistiamo, ci permetta di sopravvivere in un luogo che non ci appartiene”.

“Resteremo per sempre” è ben lontano dal lasciarti indifferente, lo si è visto anche nella replica a cui ho assistito, applauditissima con bis finale. Pleuteri pone – con bella scrittura, lo ripetiamo – sul tavolo problemi e ansie, ricordi e piccole felicità, il vivere quotidiano che ci appartengono, rivestiti di altre vesti, ci ricorda il mondo affatto leggero di La Fontaine: e per l’intera serata (stra)vince quella immedesimazione che ha tolto ogni barriera, e le riflessioni sul tempo sospeso e una società con un dolore che è vero.

Elio Rabbione  

Nelle immagini di Luigi De Palma alcuni momenti dello spettacolo.