CULTURA E SPETTACOLI

Dalla storia al cinema: una torinese racconta l’eccidio di Otranto

Dietro la telecamera c’è Stefania Rocca, attrice torinese, che debutta con questo film nella regia cinematografica. La pellicola narra l’estate tragica del 1480 nel Salento, l’eccidio turco a Otranto, una vicenda poco conosciuta ma che rischiò di cambiare il corso della storia in Italia. Quando dal mare in tempesta spuntarono le nere vele dei turchi le mura di Otranto erano troppo deboli e crollarono sotto i colpi delle bombarde saracene nonostante l’accanita resistenza degli otrantini. Le scimitarre ottomane fecero strage uccidendo migliaia di persone. Ancora oggi, a distanza di oltre 500 anni, Otranto racconta quel che accadde nell’estate del 1480 e ogni anno, il 14 agosto, commemora l’eccidio e l’eroismo dei suoi martiri con cerimonie e solenni commemorazioni. Entro l’anno potremo vedere al cinema il sacco di Otranto ma prima è meglio leggere “L’ora di tutti” (1962), il libro di Maria Corti, uno dei romanzi storici più importanti del Novecento. Questa volta, come detto, la torinese Stefania Rocca indossa i panni della regista esordiente. La storia racconta l’assedio e la caduta di Otranto per mano dei turchi Ottomani. “Ho letto il libro anni fa, un’estate a Otranto, afferma Stefania Rocca, e in quel luogo la narrazione prendeva forma concreta. Alla storia si univano le leggende, la memoria degli otrantini che ancora oggi festeggiano i Santi martiri di Otranto che, in attesa di aiuti, furono costretti a combattere per difendere le proprie case e il proprio credo (intervista al Corriere della Sera, 16 novembre 2025).
Non è una storia così lontana. È una storia di invasione e oggi le invasioni sono all’ordine del giorno. Volevo raccontare chi non sceglie la guerra: gli otrantini si misero valorosamente in difesa della loro città”. Una storia tragica che pochi conoscono e che fa onore agli otrantini che preferirono morire piuttosto che rinnegare la loro fede. Molti furono trucidati e decapitati e le ossa di 800 otrantini sono conservate nella cattedrale di Otranto. I martiri furono canonizzati nel 2013 da Papa Francesco. Scrittrice, critica letteraria e filologa, Maria Corti, scomparsa nel 2002, invece di dare troppo spazio ai condottieri, si concentrò sulla gente comune di Otranto. E così troviamo, tra i vari personaggi descritti nel suo libro, un pescatore che assiste allo sbarco dei turchi nel porto, il governatore della città, un povero calzolaio, una giovane donna vedova, uomini che si rifiutano di rinnegare la propria religione e un sopravvissuto che descrive Otranto dopo il saccheggio degli invasori. Per le vie della cittadina salentina restano ancora oggi le tracce di quel drammatico evento di oltre cinque secoli fa. Le grandi palle di pietra che si vedono nelle viuzze bianche, su e giù per il centro storico, accanto a portoni ed edifici o ammucchiate nel cortile del castello sono proprio quelle che durante l’assedio volarono dalle navi turche e sfondarono le difese di Otranto. Alcune vie portano i nomi dei martiri mentre i resti umani di centinaia di otrantini, tra ossa e teschi, furono recuperati e sono ben visibili in cattedrale dall’inizio del Settecento in alcuni grandi armadi nella cappella al fondo della navata destra mentre sotto l’altare si trova il ceppo della decapitazione. Su un colle, poco sopra la città, una chiesetta votiva indica il luogo dove avvenne l’ultimo massacro con la decapitazione di 800 cittadini. È il 28 luglio 1480. Provenienti dal porto albanese di Valona quasi 20.000 turchi a bordo di 90 galee e 48 galeotte mettono piede sul litorale salentino scaricando dalle navi 1600 pezzi di artiglieria tra cui centinaia di bombarde, armi, munizioni e viveri.
All’interno delle mura di Otranto 20.000 cristiani, di cui solo 6000 armati, attendono l’assalto dell’armata ottomana guidata dall’ammiraglio dell’Impero Ottomano Gedik Ahmed Pascià, detto “lo sdentato”, il cui piano era molto ambizioso. Non si fermava alla conquista della Puglia ma prevedeva uno sbarco a Napoli, in Sicilia e in Sardegna per poi puntare a Roma. In sostanza si trattava di impadronirsi di gran parte della penisola. Le difese di Otranto sono deboli e vengono facilmente sfondate dai colpi della moderna artiglieria ottomana. La piccola guarnigione aragonese, a protezione della città, si ritira appena si rende conto della potenza dell’armata turca. Il 10 agosto i turchi sono già dentro le mura di Otranto e il muezzin sale in cima al campanile per chiamare i fedeli alla preghiera. Ahmed Pascià ordina di rastrellare tutti i superstiti maschi di età superiore ai 15 anni mentre le donne e i bambini sono ridotti in schiavitù. Il 13 agosto Otranto è un mucchio di cadaveri e rovine. Diecimila otrantini muoiono combattendo e alcune migliaia, in fuga, vengono uccisi per le vie della cittadina pugliese o fatti prigionieri e poi schiavi. La tragedia di Otranto è diventata leggenda per il valore con cui gli otrantini difesero la loro città e per il coraggio con cui respinsero la resa chiesta dal nemico. “L’ora di tutti, scrisse Maria Corti, è quell’ora che, prima o poi, capita a tutti nella vita, quell’ora in cui ognuno può dimostrare a se stesso e agli altri di valere qualcosa”. Ora aspettiamo il film.
Filippo Re
Stefania Rocca, attrice e regista
Nelle foto, quadro con la decapitazione degli otrantini da parte dei turchi
libro di Maria Corti, “L’ora di tutti”

Piergiorgio Panelli, “Forme apparenti”

Mostra personale di pittura

In occasione della festa patronale 2026, l’associazione culturale ‘L Lantarnin dal Ranatè, con il patrocinio del Comune di Trino, organizza, per il quinto anno consecutivo, la mostra di pittura presso il Palazzo Paleologo di piazza Garibaldi a Trino. L’esposizione personale d’arte è ormai diventata, come i tre “Pomeriggi insieme” che si svolgono nei
giardini della biblioteca, una consuetudine del Lantarnin per celebrare i giorni della festa del Santo Patrono.

L’inaugurazione si terrà giovedì 20 agosto 2026 alle ore 18,30 alla presenza della nota critica d’arte Giuliana Bussola che introdurrà l’artista e la mostra. Quest’anno sarà Piergiorgio Panelli a esporre le sue opere negli spazi della manica lunga di Palazzo Paleologo nell’ambito della mostra “Forme apparenti”.

Artista e critico d’arte, nato a Casale Monferrato (AL) nel 1961, Piergiorgio Panelli compone le prime opere pittoriche nel 1977 ed espone in numerose personali e mostre di gruppo in Italia ed all’estero dal 1981. Dal 1986 concretizza la sua ricerca, mettendo in evidenza il rapporto uomo-natura esasperato, coinvolgendolo in un contesto gestuale, materico, di simbologia naturalistica, definito “Ecosuperficiale”. Dal 1995 è ideatore e curatore di “Arteinfiera” a Casale Monferrato. Nel 2003 è stato curatore del museo delle opere del maestro Enrico Colombotto Rosso nel palazzo comunale di Pontestura (AL); inoltre con Colombotto Rosso ha collaborato ad alcuni eventi visivi e mostre. Dal 2022 è ideatore e curatore del progetto “portabottiglie d’artista” al centro DOC di Casale Monferrato al Castello di Casale. Collabora con scritti d’arte contemporanea sul bisettimanale “Il Monferrato” dal 1987 e su altri periodici, tra i quali La Grinta. Alcune opere di Panelli sono in collezioni private e pubbliche tra le quali, Fondazione Enrico Colombotto Rosso, Comune di Alessandria Biblioteca civica, Collezione pubblica di Villa Vidua a Conzano (Al), collezione Calvi di Bergolo Castello di Piovera (Al), Museo dei Lumi Sinagoga Casale Monferrato (AL).


La mostra “Forme apparenti” resterà aperta nei giorni della patronale e nel fine settimana successivo con i seguenti orari:

giovedì 20 agosto inaugurazione ore 18,30 con possibilità di visita fino alle ore 22
venerdì 21 agosto: 19 -22
sabato 22 agosto: 19-22
domenica 23 agosto: 17 – 22
lunedì 24 agosto: 10 – 13 / 17 – 21
martedì 25 agosto: 19 – 21
venerdì 28 agosto: 19 – 21
sabato 29 agosto e domenica 30 agosto: 10 – 13 / 17 – 21

L’ingresso alla mostra è libero.

Associazione Culturale A.P.S. ‘L Lantarnin dal Ranatè – Trino

Castello di Saffarone, il maniero riservato di Torino

Da cascina agricola a dimora aristocratica.

A Torino, cosi’ come nel Piemonte intero, lo scenario  e’arricchito da splendidi castelli e proprieta’ gentilizie che ne fanno un luogo unico e prezioso. Oltre ai piu’ famosi manieri siti in citta’ e appena fuori come Il Valentino o il Castello di Rivoli, ve ne sono altri meno conosciuti, ma di ragguardevole bellezza e importanza storica. Uno di questi e’ Il Castello di Saffarone che nel tempo ha cambiato vestito, passando da tenuta agricola a residenza elegante e signorile, e che nonostante il suo cospetto schivo e ritirato contribuisce romanticamente a valorizzare il patrimonio architettonico dell’area torinese.

Appartenuto ai principi Dal Pozzo della Cisterna titolari di incarichi pubblici e benefici ecclesiastici, il Castello di Saffarone in passato era una parte della proprieta’, all’interno della tenuta omonima, insieme alle cascine di Cravetta, Cassinotta e Artrucco.Ereditato dal barone Giovanni Piero Saffarone nel 1865, a cui deve il suo nome, è composto da quattro torrette ed un corpo centrale, due cortili interni ed un bel parco. La prima traccia che riporta all’esistenza dei Saffarone e’ del 1580 e riconduce a“Messer Marco Zaffarone”  che risultava essere il possessore delcomplesso sito tra Torino, Grugliasco e Collegno composto da due edifici e una torre colombaia, una cascina agricola con annessa casa padronale all’interno di uno scenario rurale fatto di pascoli, boschi e campi coltivati. Nel ‘600 il casolare rurale comincio’ la sua trasformazione in dimora con decorazioni, cappella, un muro di recinzione e diverse stalle, la prima versione di un Castello dal sapore rustico con dei tratti che cominciano ad ingentilire. La vera trasformazione avvenne, tuttavia, quando la proprieta’ passo’, nel 1729, ad Anna Maria Litta, sposata con Giacomo Dal Pozzo Cisterna, che volle convertirla in una elegante residenza con tenuta agricola d’eccellenza per sfoggiare il  rango e le ricchezze della casata;  pare che i lavori di restauro furono affidati a Benedetto Alfieri (cugino di Vittorio) uno dei massimi architetti del tempo. Il periodo di splendore termino’nel 1833 con la fine della discendenza Dal Pozzo Cisterna e il maniero ando’ prima ai Marchesi Della Torre e poi ai Valperga di Masino che lo ridestinarono quasi tutto ad attivita’ agricole.

Ancora oggi si puo’ ammirare il salone ovale con il suo soffitto a cupola (che viene utilizzato come proprieta’ privata, per eventi come matrimoni e convegni) le decorazioni e l’arredo antico.

Ubicato a Via Regina Margherita 497, la sua presenza in città e’molto riservata, quasi nascosta, ma il suo fascino e’ indiscutibile agli occhi di chi lo puo’ ammirare partecipando ad eventi privati organizzati al suo interno.

MARIA LA BARBERA

L’altra collina: il Pavese che guarda Torino

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono luoghi che finiscono per diventare inseparabili dagli scrittori che li hanno raccontati. Pensando a Cesare Pavese, l’immaginario corre subito alle Langhe, alle colline di Santo Stefano Belbo, ai paesaggi che hanno attraversato i suoi romanzi e le sue poesie. Ma se quella fosse soltanto una parte della storia? È da questa domanda che prende avvio L’altra collina. Cesare Pavese tra Pino e Reaglie, il saggio di Gioele Cristofari pubblicato da Seb27.
Contrattista di ricerca in Letteratura italiana contemporanea all’Università dell’Insubria e studioso che da anni dedica il proprio lavoro all’opera pavesiana, Cristofari propone una lettura nuova dello scrittore torinese. Attraverso un’attenta ricerca storica e letteraria, invita infatti a spostare lo sguardo dalle Langhe alle colline che si affacciano su Torino, sostenendo che proprio tra Reaglie e Pino Torinese affondino molte delle radici della sua formazione e del suo immaginario.
Il volume nasce da un progetto promosso dal Comune di Pino Torinese in collaborazione con l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea e restituisce un’immagine di Pavese profondamente legata alla città in cui trascorse gran parte della sua vita. Tra i risultati più interessanti emerge anche l’identificazione della cosiddetta “Villa Pavese”, l’antica Vigna Girotto, dove lo scrittore trascorse molte estati della giovinezza: un tassello biografico rimasto finora nell’ombra e che contribuisce a rileggere sotto una luce diversa pagine fondamentali come La casa in collina.
Il pregio del saggio è quello di accompagnare il lettore oltre il mito dello “scrittore delle Langhe”, mostrando come il paesaggio torinese sia stato altrettanto determinante nella costruzione della sua poetica. Quelle colline, sospese tra città e campagna, diventano un luogo di passaggio, di crescita e di scoperta, uno spazio dove biografia e letteratura finiscono per intrecciarsi in modo indissolubile.
A rendere ancora più interessante il volume è la volontà di trasformare la ricerca in un’esperienza concreta. Nelle pagine finali trovano spazio otto itinerari dedicati ai luoghi pavesiani, un invito a percorrere sentieri che ancora oggi conservano il fascino di un paesaggio capace di ispirare uno dei maggiori autori del Novecento.
Per chi ama Torino, questo libro rappresenta molto più di uno studio letterario. È l’occasione per riscoprire una parte della città spesso dimenticata e per osservare le sue colline con occhi nuovi, immaginando il giovane Pavese mentre percorre gli stessi sentieri che, molti anni dopo, sarebbero diventati letteratura. Perché, a volte, basta cambiare prospettiva per accorgersi che le storie che credevamo di conoscere hanno ancora qualcosa di sorprendente da raccontare.
MARZI ESTINI

Da Cavour alla Repubblica, Quaglieni a Bardonecchia

Mercoledì 12 agosto alle ore 17,30 nel Palazzo delle Feste di Bardonecchia Pier Franco Quaglieni in dialogo con Elisabetta Tolosano presenterà il libro “Da Cavour alla Repubblica. I rapporti tra Stato e Chiesa, laicità e laicismo nella storia d’Italia”, edito da Pedrini. La prefazione è di Giordano Bruno Guerri e la copertina opera dell’artista Ugo Nespolo.

Quaglieni è uno storico riconosciuto a livello nazionale ed internazionale sui temi della laicità dello Stato, a cui ha dedicato decenni di ricerca.

La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

Oltre Torino. Storie, miti, leggende del torinese dimenticato

Torino e lacqua

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce.

Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere lacqua. Lacqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, lacqua come elemento essenziale per la sopravvivenza del pianeta e di tutto lecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

1. Torino e i suoi fiumi

2. La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

3. La Fontana Angelica tra bellezza e magia

4. La Fontana dellAiuola Balbo e il Risorgimento

5. La Fontana Nereide e lantichità ritrovata

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

7. La Fontana Luminosa di Italia 61 in ricordo dellUnità dItalia

8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta lacqua

10. Il Toret  piccolo, verde simbolo di Torino

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2La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

Torino, città magica per eccellenza, non può che contenere allinterno della sua planimetria numerosi angoli altrettanto misteriosi, come un puzzle incantato costituito da piccoli pezzi stregati. La Fontana Ceppi,conosciuta come Fontana dei Dodici Mesi, rientra in questa strana mappa esoterica, con tutta la sua bellezza tra il rococò e il barocco, con le sue numerose ed eleganti statue, tutte affacciate sullo specchio dacqua contenuto nella vasca ovoidale in cemento.
Alla fontana si arriva passeggiando con spensieratezza, con lo sguardo che si perde tra i giochi di luce del  sole dietro le foglie degli alti platani, attraverso il cangiante dei colori della natura, quasi dimenticando di essere in città. Lopera architettonica si trova nellestremità meridionale del Parco del Valentino, per essere più precisi proprio nel punto in cui, secondo la leggenda, cadde il carro di Fetonte. Questa è la vicenda magicoa che interessa la fontana dei dodici mesi e che interseca una delle versioni mitiche della fondazione della città di Torino. Si racconta che Fetonte, figlio di Apollo, abbia chiesto un giorno al padre di poter guidare il carro alato, il dio del sole acconsentì, senza tener conto dellinesperienza del figlio, che infatti, non riuscì a controllare il cocchio. Fetonte fece imbizzarrire i cavalli, bruciò il cielo, (si creò così la Via Lattea) e la terra (la Libia divenne deserto), incapace di fermarsi continuò a fare danni. Le altre divinità chiesero a Zeus di intervenire per fermare tale corsa rovinosa, ma lunica soluzione possibile fu quella di far precipitare il giovane Fetonte nellEridano. Il luogo preciso in cui cadde pare sia proprio là  dove oggi sorge limponente fontana Ceppi, vicino alle rive del fiume Po, un tempo conosciuto appunto come Eridano.
Le vicende più propriamente storiche vogliono la Fontana Ceppi come  unico elemento architettonico ancora esistente del grandioso apparato di edifici costruiti per lEsposizione Generale Italiana del 1898, organizzata a Torino per celebrare il cinquantenario dello statuto Albertino. 
Il compito di progettare i padiglioni per la manifestazione venne affidato al torinese Carlo Ceppi, (11 ottobre 1829 –  9 novembre 1921) ingegnere e architetto di grande rilievo allinterno  dell’ ambiente culturale piemontese; a lui si devono anche i progetti della stazione ferroviaria di Porta Nuova, diversi palazzi signorili del centro città  e il pronao del santuario della Consolata.
Tutti i padiglioni vennero costruiti in gesso, legno e tela, unica eccezione fu la maestosa fontana a cui si decise di dare una struttura in cemento  che durasse nel tempo. Ancora oggi la critica considera lopera una riuscita sintesi tra eclettismo accademico e apertura alle novità stilistiche e tecniche.
Una volta arrivati davanti allimponente fontana ci si accorge di ascoltare solo lo scrosciare dellacqua, pare che il vento si affievolisca e che lombra degli alberi voglia proteggere quellangolo di magia, custodendolo tra i rami come un gioiello prezioso da proteggere dallusura degli anni.  Le statue si affacciano nel bacino dacqua circostante, silenziose e immobili, costrette ad una vanità eterna.
Lopera architettonica si presenta come unampia vasca ovale sovrastata da una terrazza ellittica sulla quale si ergono quattro gruppi statuari rappresentanti i fiumi che bagnano la città di Torino. Ai lati della parte centrale della balaustra vi sono altre figure, questa volta allegorie dei dodici mesi. Lacqua si getta nella vasca attraverso tre getti a cascata posti in posizione centrale, creando un borbottio ininterrotto che rimbomba tra le pareti in cemento. I gruppi statuari che simboleggiano i fiumi sono la Stura, rappresentata da tre sensuali nudi femminili, eseguiti da Luigi Contratti, il Po, identificato da una seriosa figura barbuta eseguita da Edoardo Rubino, la Dora, personificata da una spensierata e giovane pastorella ad opera di Giacomo Cometti, e, infine, il Sangone, sotto forma di un genio che sorride quasi beffardo a due amanti, realizzato da Cesare Reduzzi. Le altre statue presenti riflettono lallegoria dei dodici mesi. Soffermandoci a guardarle, poste nelle loro plastiche posizioni, solide e leggiadre al contempo, paiono danzare al ritmo dellacqua che scroscia, ognuna in armonia con le altre, eppure eternamente impossibilitate a raggiungere gli altri partecipanti del ballo.  Una volta scoperta, quasi inaspettatamente, dal visitatore, lopera si presenta con unaura romantica e misteriosa insieme, affascinante ed incantatrice.La particolare atmosfera che si viene a creare è facilitata dal contesto naturalistico che avvolge la fontana, ossia il Parco del Valentino, conosciuto per il ricco patrimonio di flora e di fauna. A tuttoggi il luogo ospita numerose manifestazioni, iniziative pubbliche, eventi di rilievo  e vari spettacoli dintrattenimento. Nota distintiva della zona è la presenza del celebre Borgo Medievale di Torino, edificato per rendere omaggio alle antiche tradizioni storiche e culturali del Piemonte e delle regioni limitrofe. Allinterno del parco sono presenti, oltre alla fontana Ceppi, altre importati opere, come la statua di Massimo Dazeglio, il busto di Ascanio Sobrero, lo scopritore della nitroglicerina, il busto di Cesare Battisti e lArco del Valentino anche conosciuto come Arco dellArtigliere o Arco di Trionfo.

Il Parco è il più conosciuto della città. Lorigine del nome è incerta, pare che fin dal XIII secolo sorgesse proprio su tale luogo unantica cappella dedicata a San Valentino, allinterno della quale erano conservate le reliquie del santo. In seguito la cappella cadde in rovina, ma la zona continuò a essere identificata con il nome del Santo. Larea del Parco divenne proprietà di Emanuele Filiberto di Savoia intorno alla metà del XVI secolo. Tra il 1630 e il 1660 viene eretto il castello omonimo ad opera di Carlo e Amedeo di Castellamonte, edificio usato come residenza estiva dei Savoia. Oggi è proprietà del Politecnico e vi sono i corsi di Architettura. Nel XIX secolo iniziarono i lavori di modifica secondo il progetto del paesaggista francese Barillett-Dechamps, che diede alla zona laspetto che ad ora possiamo ammirare. Nel parco sono state realizzate negli anni numeroso mostre floreali, (come ad esempio Flor 61),  di cui rimangono ampie aiuole fiorite, il Giardino Roccioso e il Giardino Montano. Nel corso del XXI secolo tutto il Parco fu fortemente riqualificato, con attenzione particolare allarea dietro Torino Esposizioni, arricchita anche di nuove opere artistiche, quali la panchina dei lampioni innamorati” e i percorsi sensoriali che attraversano il Giardino Roccioso. Nei pressi del Borgo Medievale si trova una inaspettata curiosità: la colonna che segna le piene del fiume Po e il livello delle acque raggiunto allinterno del parco. Ormai luogo attivo e accogliente per gli eventi culturali torinesi, in tempi assai recenti il Parco ha ospitato al suo interno il Salone internazionale del Gusto e la quarta edizione del Salone dellAutomobile di Torino.
Questo articolo si rivolge principalmente ai curiosi non torinesi, e ai torinesi che si sono dimenticati che si può fuggire dalla città anche senza andare troppo lontano.

Alessia Cagnotto

La GAM di Torino tra i vincitori PAC 2026

LA GAM DI TORINO TRA I VINCITORI DEL PAC 2026

Piano per l’Arte Contemporanea promosso dalla

Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Sarà acquisita un’opera di Sabrina Mezzaqui

 

La GAM di Torino è tra i vincitori dell’Avviso pubblico PAC 2026 – Piano per l’Arte Contemporanea (Ambito 1) dedicato all’acquisizione di opere realizzate negli ultimi 70 anni, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

 

Il progetto, a cura di Elena Volpato, Conservatore del museo, prevede l’acquisizione dell’opera di Sabrina Mezzaqui I quaderni di Hannah Arendt, 2017-2021.

Il lavoro comprende 29 quaderni rilegati a mano con copertine in stoffa ricamata con motivi ispirati all’estetica del Bauhaus, copiati con inchiostro blu notte su carta per atti giuridici e amministrativi.

I quaderni di Hannah Arendt sono un’opera emblematica dove si coglie non solo l’attenzione tipica di Mezzaqui per la parola scritta, ma emerge una pratica artistica fatta di lettura e scrittura intese come atti creativi di contemplazione, grazie ai quali il pensiero viene “ripensato”, prendendo forma nella materia, attraverso un esercizio di riflessione e copiatura.

L’opera riesce a far emergere tutta l’attuale urgenza dei testi di Arendt, raccolti in “Nel deserto del pensiero – Quaderni e diari 1950-1973”, dove la stessa filosofa, a sua volta, ricopiò testi di altri autori e dove diede espressione all’immagine del “deserto”, rappresentazione della condizione moderna dove si insinua l’assenza di pensiero.

Una dimensione critica a cui corrisponde però, nella volontà dell’autrice, la necessità di forme di resistenza che Arendt mette in atto attraverso la scrittura e Mezzaqui fa rivivere nella sua opera e nel suo studio, attraverso un lento percorso di copiatura e meditazione, in un tempo di sospensione e isolamento.

I quaderni di Hannah Arendt sono una tra le opere di maggior impegno realizzate dall’artista negli ultimi anni. Si inserisce in un progetto più ampio di copiatura calligrafica di quaderni e diari di pensatrici del Novecento.

Con la medesima processualità ha infatti realizzato “I quaderni di Simone Weil”, nel 2010-2013, e ha in animo di dedicarsi nei prossimi anni alla copiatura dei diari di Etty Hillesum.

L’opera sarà presentata in occasione di una mostra alla GAM, negli spazi della Videoteca, in dialogo con un’opera video, in via di realizzazione, dove Mezzaqui torna a riflettere sul Senso dell’ordine, titolo di un noto saggio di Ernst Gombrich, dedicato alle arti decorative, pubblicato nel 1979. Un testo al quale Mezzaqui dedicò un’ampia opera su carta nel 2002.

L’esposizione aprirà al pubblico il 3 dicembre 2026 fino al 4 aprile 2027 in occasione della Quinta Risonanza della programmazione della GAM e sarà accompagnata da un quaderno pubblicato da Edizioni Corraini dedicato a I quaderni di Hannah Arendt che entrano a far parte della collezione del museo.

Nota biografica

Sabrina Mezzaqui è nata a Bologna nel 1964. Vive e lavora a Marzabotto. Conduce un lavoro condiviso (Tavolo di Lavoro di Marzabotto). Insegna all’Accademia Belle Arti di Bologna. Lavora con la Galleria Massimo Minini e con la Galleria Continua. Ha esposto in spazi pubblici in Italia tra i quali: Fondazione Luigi Rovati; Palazzo da Mosto – Fondazione Palazzo Magnani; Pilotta – Galleria Nazionale, Parma; Museo Civico d’Arte, Modena; GAM di Torino; Triennale, Milano; e all’estero: PS1, New York; INOVA, Milwaukee – WI; Musée d’art moderne et contemporain, Saint-Étienne – F; One Severn Street, Birmingham – GB; Raid Projects Gallery, Los Angeles;  Istituto Italiano di Cultura – MOCA, Buenos Aires; Bengal Art Lounge, Dhaka – Bangladesh. Sue opere, di natura diversa da quella in oggetto, sono conservate presso la GAM di Torino, il Museo del Novecento di Milano, il MAMbo, Castel Sant’Elmo a Napoli e alla Galleria Civica di Parma.

Didascalia dell’immagine:

Sabrina Mezzaqui

I quaderni di Hannah Arendt, 2017-2021 (dettaglio)

29 quaderni rilegati a mano con copertine in stoffa ricamata con motivi ispirati all’estetica del Bauhaus, copiati con inchiostro blu notte su carta per atti giuridici e amministrativi

Opera acquisita nell’ambito del progetto vincitore del PAC 2026 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Ph. Lorenzo Palmieri