CULTURA E SPETTACOLI

Prosegue il Valsusa Filmfest tra memoria storica, cinema e riflessione civile

Prosegue il trentesimo Valsusa Filmfest con tre giornate di appuntamenti al Cinema Comunale di Condove dove dal 9 all’11 aprile il Festival propone un percorso tra memoria storica, cinema contemporaneo e riflessione civile, con proiezioni, incontri con gli autori e le opere del concorso cinematografico.

Si comincia giovedì 9 aprile alle ore 21 con la proiezione del docufilm “La luna sott’acqua” di Alessandro Negrini, presentato dal regista.
Il film è  ambientato a Erto, uno dei paesi segnati dalla tragedia del Vajont e costruisce nel tempo un ritratto della sua comunità, ancora oggi impegnata a preservare la memoria di quanto accaduto e a rivendicarne dignità e riconoscimento.  Realizzato nell’arco di oltre dieci anni, il documentario segue da vicino le vicende del territorio e dei suoi abitanti, intrecciando dimensione reale e visione poetica. Ne emerge un racconto che attraversa passato e presente, mettendo in luce il conflitto tra il bisogno di custodire la memoria di un evento traumatico e il desiderio di rinascita, in un luogo profondamente segnato dal più grande disastro provocato dall’uomo in tempo di pace nel nostro Paese.

Il programma proseguirà venerdì 10 aprile alle ore 20.45  con le prime proiezioni selezionate per le fasi finali del concorso cinematografico.  Si comincia con la sezione intitolata “Le Alpi” dedicata a film della durata massima di 30 minuti che raccontano la montagna da molteplici punti di vista, a partire dall’alpinismo all’esplorazione, dalla salvaguardia dell’ambiente e delle specie animali fino alla cultura, alla vita e alle tradizioni delle comunità alpine.
Tra i titoli in programma figurano  TA BO, Opening Paths, Angola Expedition, di Jesus Soria  che racconta la diffusione dell’arrampicata in Angola, America, di Javier Arias Stella ambientato nelle Ande peruviane e Moving Mountains, di Adam Selo, storia di integrazione tra le montagne del Sudtirolo.
Sabato 11 aprile alle ore 15.30 sarà  la volta del film Shooting, di Roberto Loiacono, presentato dal regista e dagli interpreti Federica Martoglio e Luca Casale.
Il mediometraggio racconta la storia di un gruppo di personaggi, tra cui una coppia clandestina, un portiere d’albergo, un tecnico video e una ragazza punk, le cui vite si incrociano per motivi apparentemente casuali, ma che si rivelano parte di un disegno orchestrato da una figura nascosta  che li osserva e li dirige.  Costruito come un thriller dalle tinte pulp, il film sviluppa una narrazione non lineare, caratterizzata da un intreccio di punti di vista e da una costruzione visiva  dinamica, con l’uso di tecniche  come split screen, flashback e flashforward. Girato a Torino e realizzato interamente da Loiacono anche per quanto riguarda sceneggiatura, fotografia e montaggio, Shooting propone una riflessione sulla costruzione delle storie e sul ruolo dello sguardo, mettendo in discussione il confine tra realtà e rappresentazione .
A seguire verranno proiettate le opere selezionate delle selezioni di concorso Disertare  e Cortometraggi.

La sezione Disertare è  una novità assoluta di questa edizione ed è dedicata  a Ugo Berga, partigiano e uomo di pace. Raccoglie opere che promuovono una cultura di pace e di rifiuto della guerra,  come “Non è un pranzo di gaia” di Dario Cambiano, accanto a lavori internazionali come Hanguk Sukie, di Luis Angel Mendana del Rio  e Westernmagia di Angel Rodriguez Fernández, entrambi provenienti dalla Spagna.

La 36esima edizione del Valsusa Filmfest è dedicata  a Fabrizio De André  e proseguirà  fino al 24 maggio in otto Comuni della Valle di Susa  e a Torino, coinvolgendo scuole, associazioni, enti locali e una fitta rete di realtà sul territorio.
Mara Martellotta

Piobesi, riapre l’ex refettorio del convento dei Frati Minori

Venerdì 10 aprile riapre uno dei luoghi simbolo della storia del paese: restaurati struttura e affreschi, sarà un nuovo spazio per cultura, musica e comunità
Piobesi Torinese si prepara a restituire alla comunità uno dei luoghi più preziosi della propria storia. Venerdì 10 aprile 2026 alle ore 10, in vicolo Albertini, sarà inaugurato ufficialmente l’ex refettorio del convento dei Frati Minori, al termine di un importante intervento di restauro e recupero che ha riguardato sia la struttura sia le pareti affrescate.
Si tratta dell’unica testimonianza architettonica rimasta dell’antico convento seicentesco: un bene di grande valore storico, artistico e identitario, che oggi torna pienamente fruibile e pronto a diventare un nuovo punto di riferimento per la vita culturale del paese.
L’intervento sulla struttura ha avuto un valore complessivo di circa 270 mila euro ed è stato finanziato per oltre il 65% dal Comune di Piobesi Torinese, con circa 174 mila euro, e per il restante 35,5% dal Ministero della Cultura, con circa 96 mila euro. I lavori hanno riguardato il consolidamento delle strutture, il rifacimento degli impianti, il recupero dei pavimenti in cotto, il restauro delle facciate e delle coloriture storiche.
Parallelamente, grazie allo strumento dell’Art Bonus, è stato possibile intervenire anche sulle pareti affrescate dell’ex refettorio, per un importo complessivo di 97 mila euro. Un recupero reso possibile anche dal contributo di alcune aziende del territorio, che hanno scelto di sostenere concretamente il progetto: Ecopack SpA, SM’ART s.r.l., Banca Territori del Monviso, Ferramenta Gerbaudo, Società Agricola Le Serre e Bascom. A tutte loro l’Amministrazione comunale rivolge un ringraziamento sincero per aver contribuito al recupero di un luogo così significativo per la memoria collettiva di Piobesi.
“Con questa inaugurazione restituiamo alla cittadinanza un luogo di straordinario valore storico e culturale – dichiara il sindaco Fiorenzo Demichelis –. Non riapriamo semplicemente un salone restaurato, ma riconsegniamo a Piobesi una parte importante della sua identità. È un intervento che tutela la memoria del nostro paese e, allo stesso tempo, costruisce nuove opportunità di incontro, cultura e partecipazione”.
La cerimonia inaugurale sarà anche l’occasione per raccontare il percorso di recupero e valorizzazione che ha interessato l’immobile. Interverranno funzionari della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Torino, la dottoressa Raffaella Bianchi, restauratrice, l’architetta Liliana Canavesio, progettista degli interventi di recupero, e il dottor Rinaldo Merlone, esperto di storia del territorio, oltre ai saluti istituzionali dell’Amministrazione comunale.
Il recupero dell’ex refettorio guarda però non soltanto al passato. Completati i lavori, il Comune ha scelto infatti di farne uno spazio vivo e aperto, destinato a ospitare attività musicali, formative e culturali rivolte alla cittadinanza. Attraverso una procedura pubblica di coprogettazione, i locali saranno affidati per garantirne una fruizione continuativa, pur restando a disposizione del Comune per incontri pubblici, presentazioni, conferenze e iniziative culturali e sociali.

Julia Hagen, il debutto su musiche di Elgar e Rachmaninov

Giovedì 9 aprile, alle ore 20.30, all’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino è in programma il concerto su musiche di Elgar e Rachmaninov. Protagonista l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, diretta da Andrès Orozco-Estrada, che segnerà il debutto di Julia Hagen.

Vitalità, audacia interpretativa e calore comunicativo, unite a una completa padronanza tecnica, sono le caratteristiche distintive della violoncellista Julia Hagen, protagonista del concerto dell’Orchestra Sinfonica della Rai, che sarà trasmesso in diretta su Radio 3 e, alle 22.50, in televisione su Rai 5, con replica a Torino venerdì 10 aprile alle ore 20. Classe 1995, Julia Hagen ha vinto nel 2024 il prestigioso UBS Young Artist Award, riconoscimento che l’ha portata al Festival di Lucerna come solista con i Wiener Philarmoniker, diretti da Christian Thielemann. La sua carriera è scandita dalle collaborazioni con istituzioni musicali tra le più prestigiose al mondo e dalla presenza costante nei festival più esclusivi, come quello di Salisburgo. Per il suo debutto con l’Orchestra Rai, propone il concerto in mi minore per violoncello e orchestra op.85 di Edward Elgar. Scritto nel 1919, è il suo ultimo capolavoro, oltre che testamento spirituale che precede il silenzio creativo negli ultimi anni della sua vita. Nonostante l’insuccesso della prima esecuzione, dovuto alla scarsità di prove a disposizione, l’opera è oggi un pilastro nel repertorio classico per la sua profondità tragica, culminante nell’intenso “Adagio”.

Strutturato in quattro movimenti, il concerto riflette lo stile del musicista, unendo slancio popolare e rassegnazione malinconica. Sul podio è impegnato Andrès Orozco-Estrada, direttore principale dell’OSN Rai. Nella seconda parte del concerto, il direttore Orozco-Estrada propone la Sinfonia n.2 in mi minore op.27 di Sergej Rachmaninov, scritta tra il 1906 e il 1907. Contrariamente alla prima Sinfonia, che fu un fiasco e condusse l’autore a una crisi che lo portò a diversi anni di inattività, la seconda riscosse un enorme successo, alla prima esecuzione, del 1908, a San Pietroburgo, con Rachmaninov sul podio.

Auditorium Rai Arturo Toscanini – piazza Rossaro, Torino

Biglietti da 9 a 30 euro in vendita online sul sito www.bigliettionline.rai.it o presso la biglietteria dell’Auditorium – biglietteria.osn@rai.it

Mara Martellotta

Pino Torinese premia il professor Gianfranco Gribaudo

È il professore di Pino Torinese Gianfranco Gribaudo il premiato della prima edizione del Premio Cultura, il nuovo riconoscimento che debutta quest’anno in paese con l’obiettivo di celebrare eccellenza e tradizione del territorio.
La scelta è stata condivisa all’unanimità dalle associazioni promotrici dell’iniziativa – Museo delle Contadinerie, Unitre di Pino Torinese e l’associazione Santa Maria del Pino – che hanno deciso di premiare il docente per la sua instancabile attività di studio, insegnamento e valorizzazione della lingua piemontese, considerata un pilastro dell’identità culturale del territorio.
Gribaudo è noto in particolare per essere l’autore del monumentale “Nuovo Dizionario piemontese-italiano. La fiama ch’as dëstissa nen“, opera di riferimento per la conservazione e la diffusione del patrimonio linguistico regionale. Il suo lavoro lo ha reso non solo un accademico di primo piano, ma anche un autentico custode della lingua madre, patrimonio immateriale della comunità piemontese. Nel corso della sua carriera ha inoltre collaborato con il Centro Studi Piemontesi di Torino, contribuendo alla formazione di nuovi studiosi e alla realizzazione di testi didattici dedicati alla lingua piemontese.
Un dialetto non è una lingua “minore” come spesso si crede – ha spiegato Chiara Pantone, curatrice del Museo delle Contadinerie -. Dal punto di vista scientifico possiede un proprio sistema grammaticale, lessicale e fonetico completo e conoscerlo e studiarlo è una ricchezza, perché è la massima espressione della cultura locale e l’eredità storica della sua comunità. Permette di cogliere sfumature e concetti legati al territorio che spesso non sono traducibili nella lingua nazionale ed è fondamentale per interagire quotidianamente con le generazioni più anziane o per immergersi pienamente nella vita sociale locale“.
La cerimonia ufficiale di consegna del premio si terrà venerdì 10 aprile alle ore 17.30 presso l’Auditorium del Centro Polifunzionale di piazza Montessori a Pino Torinese. Nel corso dell’incontro sarà presentata anche la quarta edizione, ampliata e aggiornata, del Dizionario.
Durante l’evento il professor Gribaudo dialogherà con il professor Francesco Balcet, attuale docente del corso di piemontese dell’Unitre locale. Interverranno inoltre i presidenti delle associazioni organizzatrici e le autorità comunali.
Valorizzare la lingua piemontese – ha dichiarato la sindaca di Pino Torinese, Alessandra Tosi – significa riconoscere il valore della nostra identità e della nostra storia, ma anche guardare al presente con maggiore consapevolezza. Premiare il professor Gianfranco Gribaudo vuol dire valorizzare il lavoro di chi, con studio e passione, contribuisce a mantenere viva una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale e a trasmetterlo alle nuove generazioni“.
La lingua piemontese non è soltanto memoria del passato, ma uno strumento prezioso per comprendere il nostro territorio e le sue radici – ha commentato l’assessora alla cultura Elisa Pagliasso -. Ringrazio le associazioni organizzatrici di questo premio che è in grado di sottolineare come cultura, ricerca e insegnamento possano diventare un ponte tra la tradizione e il futuro della comunità. Il lavoro del professor Gribaudo, in questo senso, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la tutela e la diffusione del patrimonio linguistico piemontese“.

Ancora le pagine nichiliste di Albert Camus, dopo l’insuccesso di Visconti

Sugli schermi “Lo straniero” di François Ozon

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Si sa quanto lunga e travagliata sia stata la gestazione dello “Straniero” di Luchino Visconti (1967) – lui che di opere letterarie, nazionali e no, s’intendeva e con esse aveva firmato capolavori -, attraverso vari anni, quando già in precedenza si erano fatti avanti registi e attori di prima linea ad aspirare ai diritti. La vedova di Albert Camus (che pretendeva adesione completa al romanzo) aveva dettato le proprie leggi – il breve romanzo apparve nel 1942, l’autore era scomparso nel gennaio del ‘60 – per un adattamento, accanto alla coppia Visconti/Suso Cecchi D’Amico aveva preteso due sceneggiatori francesi suoi fedeli, era scomparso dall’orizzonte il preteso Alain Delon, in altri progetti impegnato e declassato dall’arrivo/apparizione sulle nevi di Klagenfurt di Berger. Per il regista il romanzo – scrisse circa quarantacinque anni fa Gaia Servadio nel suo saggio/biografia – era un “punto di partenza, non di arrivo”, nei personaggi dello “Straniero” intendeva “spiegare i paras, la tortura, tutta l’Algeria di oggi.” Così aveva spostato l’azione al tempo della guerra franco-algerina: malcontento, i non abituali collaboratori, burocrazia, una storia che non decollava e non riconosceva più, legata a un anonimo calligrafismo, Mastroianni insicuro e fuori parte. Per cui il film venne giudicato “uno dei film meno riusciti di Visconti”: anche per il regista stesso. Oggi, a distanza di quasi sessant’anni, nello splendido bianco e nero (se ne era già servito splendidamente per “Frantz”) di Manu Dacosse, pieno d’eleganza e a tratti accecante, la vicenda dell’”apatico pied-noir”, un freddo impiegato della Algeri del 1938, indifferente quanto possono essere indifferenti i personaggi di Moravia, abulico, assurdamente vivo, per cui “una vita non può essere che eguale a un’altra”, straniero al mondo e alla sua gente come a ogni parvenza di partecipazione e sentimento, ha trovato in François Ozon (affamato di cinema, ventiquattro film in ventisette anni) il lettore perfetto (in certe parti non sono mancati i pollici versi), capace di superare l’esame di fronte a un testo che rimane un caposaldo del Novecento e che nei decenni ha interessato, forse stregato, intere generazioni.

L’inizio suona un omaggio al cinema a cavallo tra i Trenta e i Quaranta, allinea i loghi delle case di produzione, filmati d’archivio delle actualités Gaumont, una cartina del Africa settentrionale a spiegare il dove e la situazione; l’inizio, smosso con i pochi secondi che già ci mostrano il protagonista nella semioscurità del carcere, collima con l’indimenticabile inizio del romanzo, “oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”, lei ospite di un ospizio in cui Meursault arriva: il rifiuto a vederne il corpo, il caffè e la sigaretta accanto alla bara, il funerale, non un’emozione né una lacrima, l’età approssimativa della madre a chi gliela chiede. Il giorno dopo, l’incontro in spiaggia con una giovane collega, Marie, che non vede da tanto tempo, a vedere un film dopo, in un cinema in cui un cartello proibisce l’ingresso “aux indigènes” – le risate con Fernandel e “Le Schpountz” di Marcel Pagnol – e a far l’amore a casa, la ragazza innamorata e subito pronta al matrimonio anche se la risposta è che sì, per lui va bene sposarsi ma che non farlo sarebbe la medesima cosa. E con la stessa indifferenza Meursault si ritroverà a uccidere con cinque colpi un arabo con la pistola che l’amico Sintès, del tutto inaffidabile, losco nei suoi affari e nel suo vuoto vagabondare, gli ha messo in mano, o affronterà il processo (dove si sottolinea non tanto l’assassinio, “non sei il primo a uccidere un arabo e non sarai certo nemmeno l’ultimo”, quanto il suo comportamento all’indomani della morte della madre, quanto quel carico d’indifferente amore che prova per Marie; dove l’imputato non si difende, non collabora, non chiarisce, non giustifica, svuotato di tutto come se quei fatti, quelle azioni appartenessero a un altro) e la ghigliottina – sopraggiungendo nel finale uno dei momenti più alti del film, l’unione mai cancellata tra un cinema “alto” e il teatro, il tentativo del prete a entrare nei meccanismi del condannato e a cercare altri motivi, altre spiegazioni, a cercare per un attimo Dio, “nient’altro che una perdita di tempo”. In un incontro che aspirerebbe a far incontrare Bernanos e Besson e Ozon, ma ogni cosa è assurda e suona impossibile. L’ultimo desiderio di Meursault è che una numerosa folla, piena di odio nei suoi confronti, assista alla sua esecuzione.

Nelle mani di François Ozon, “Lo straniero” (presentato a Venezia, tre Prix Lumière e un solo César) diventa non soltanto la trascrizione moderna, estremamente disincantata dell’uomo e della società – degli anni Trenta, di oggi -, raccontati guardando in faccia il male (ancora e sempre “l’atomo opaco”?) che ci circonda e ci fa suoi, il rifiuto alle domande e ai perché, la fotografia fredda e tagliente dell’apatia circolante – “non sono pentito, sono annoiato”, s’esprimerà Meursault durante il processo -, il facile scivolare verso la violenza dell’attimo. In un susseguirsi, nella pagina scritta (alcuni brani dalla voce narrante allo spettatore) e nell’immagine, di fatti che appaiono del tutto “lineari” e incorruttibili – ma Camus e Ozon scavano! -, si ritaglia uno spazio tutto suo, preciso e deciso a giocare di sottrazione ad ogni momento, Benjamin Voisin (già visto in “Estate ’85” dello stesso Ozon e nelle “Illusioni Perdute” di Giannoli), essenziale, tutto silenzi e monosillabi e frasi mozzate, sguardi che non arrivano a nulla, il desiderio di lasciarsi spregiudicatamente vivere, eccellente interprete del percorso intrapreso e ingigantito da Meursault, esempio nichilista che continua a incantare e a sedurre chi lo avvicina, che s’accompagna per ogni sua azione al “caso” e per il caso muore. Qualcuno ha scritto che “Lo straniero” è per il regista francese una scommessa perduta, perduta forse in partenza, (come sempre) intraducibile: al contrario io credo che abbia – se possibile – dato spessore alle pagine e a ogni singola frase, abbia seguito il suo antieroe immergendolo appieno nella storia e nella atmosfera che lo circonda, lo ha invaso di sole e d’ombra, lo ha reso acidamente grandioso, abbia tratteggiato un’epoca e una nazione, con i rimandi e la modernità che erano necessari a una nuova trascrizione. Chiosando le immagini con i titoli di coda sovrapposti ai The Cure mentre eseguono “Killing an Arab”. Poco prima Djamila, la sorella dell’arabo morto, ci è stata mostra accanto alla tomba, nel vuoto del deserto – una pagina nuova che non appartiene a Camus, l’impercettibile tassello di una guerra che scoppierà nel ’54 per durare otto lunghi anni.

Il comune di Feletto festeggia i 200 anni dell’organo Serassi

Il comune di Feletto si prepara a celebrare un’importante traguardo storico-culturale, il 200esimo anniversario dell’organo Serassi. Per l’occasione, la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta ospiterà un concerto celebrativo d’eccezione. L’appuntamento è fissato per sabato 11 aprile alle 21. Protagonista della serata sarà l’organizzazione Paolo Tarizzo, che siederà alla console dello storico strumento per dar voce a un repertorio di grande spessore artistico. La serata offrirà un viaggio nel tempo attraverso le note di grandi compositori, tra cui Cabanilles, Couperin, J.S.Bach, Carl Philip Emmanuel Bach, Petrali e Padre David da Bergamo. L’evento è organizzato dall’associazione organistica del Canavese in stretta collaborazione con antichi organi del Canavese e la parrocchia di Feletto, e vanta il supporto del comune di Feletto e i patrocini della Diocesi di Ivrea, della Città metropolitana di Torino e dell’associazione Giuseppe Serassi.

Mara Martellotta

“Ivan e i cani” a OFF TOPIC, un assolo dolce e disperato nella Russia  anni Novanta

Per “Iperspazi”, la stagione 2025-2026 di Fertili Terreni Teatro, andrà in scena presso OFF TOPIC in via Pallavicino 35, a Torino, lunedì 13 e martedì 14 aprile in prima regionale, lo spettacolo “Ivan e i cani”, testo di Hattye Naylor, tradotto da Monica Capuani, per un progetto ideato, diretto e interpretato da Federica Rosellini.

Lo spettacolo è programmato in collaborazione con Piemonte dal Vivo, nell’ambito del progetto Cortocircuito. Drammaturga inglese, co-fondatrice della compagnia Gallivant, Hattye Naylor, con “Ivan e i cani”, testo candidato all’Olivier Award nella categoria Outstanding Achievement, ha riscosso grande successo sui palcoscenici di mezzo mondo, dall’Inghilterra agli Stati Uniti e al Brasile, passando per Olanda, Belgio, Georgia e Grecia.

In scena, il protagonista Ivan racconta una storia di quando aveva 4 anni, e lo fa come se stesse accadendo all’interno di una fiaba dei Fratelli Grimm. In realtà la narrazione è da ricondurre a quanto avvenuto a un bambino nella Russia degli anni Novanta, la Russia poverissima di Boris Eltsin, dove la popolazione era talmente in difficoltà che padri e madri cominciarono a sbarazzarsi di ciò che si mangiava e si beveva, addirittura degli animali da compagnia come i cani, i primi ad essere forzatamente abbandonati. A peggiorare un quadro già di per sé ingarbugliato, la presenza del compagno della madre, uomo dedito a un consumo sfrenato di vodka che non lesina quotidiane violenze sulla donna, di fronte alle quali Ivan decide di fuggire una volta per tutte. Indossato un cappotto pesante e guanti di lana per combattere il Generale Inverno, con in tasca due pacchetti di patatine, il giovane esce per le strade di Mosca alla ricerca di un posto dove dormire, tra gente che sembra ti voglia sbranare. L’elemosina è ormai merce rara, non vi è più spazio per la pietà, e la realtà assume foschi contorni destinati a risolversi in una tragica Odissea, con un’annessa morte solitaria, se Ivan non incontrasse una muta di cani randagi, anime affini che lo accolgono tra loro e gli regalano l’inaspettata sopravvivenza. Questo è l’inizio della storia…

Federica Rosellini, ad oggi tra le più apprezzate interpreti della scena italiana, nella veste di musicista e performer con la sua strumentazione elettronica, racconta e compone contemporaneamente, fa interagire la voce della propria madre, registrata in russo, con melodie, nenie, pulsazioni ritmiche, tracciando con le dita la partitura sonora. “Ivan e i cani” diventa un assolo dolce e disperato, spettacolo tenerissimo nel suo farsi canto d’anima intimo e personale, capace di raccontare inaspettatamente l’infanzia di tutti noi.

Biglietti: 13 euro se acquistato online,15 euro la sera dell’evento. Ridotto: 11 euro se acquistato online, 13 euro in cassa la sera dell’evento – resta la possibilità di lasciare un biglietto sospeso tramite donazione online o con satispay, e di entrare gratuitamente per alcuni under 35 grazie alla collaborazione con Torino Giovani.

Mara Martellotta

A Saluzzo “A” come “Artigianato”

Nell’antica “Capitale del Marchesato”, prende il via con l’88^edizione della “Mostra Nazionale dell’Artigianato”, la Rassegna “start/storia e arte – Saluzzo”

Dall’11 aprile al 17 maggio: “Casa Cavassa” e “Il Quartiere”

Saluzzo (Cuneo)

Il via sabato 11 aprile, negli spazi rinascimentali del “Museo Civico – Casa Cavassa” (via San Giovanni, 5), per arrivare fino a domenica 17 maggio. C’è più di un mese di tempo per visitare l’88^ “Mostra Nazionale dell’Artigianato”, primo grande evento inserito nella 10^ edizione di “start/storia e arte – Saluzzo”, promossa dal “Comune di Saluzzo”, con l’attenta regia della “Fondazione Amleto Bertoni”. Preziosa chicca di quest’anno, l’esposizione – a ricco ampliamento della “Mostra” – intitolata “Di bosco, di legno, disegno”, curata da Axel Iberti, designer di “formazione politecnica”, già protagonista del rilancio del marchio iconico “Gufram” (fondato nel 1996 in Piemonte) chiamato a interpretare il materiale simbolo del territorio con lo sguardo e gli strumenti del “design contemporaneo”.

“Casa Cavassa” si trasforma così in un “hub internazionale e d’avanguardia” da cui parte un suggestivo percorso che mette in dialogo i “pezzi unici” degli artigiani, dislocati anche negli spazi legati al “Premio Matteo Olivero”, fino ad arrivare a “Il Quartiere – ex Caserma Musso” (piazza Montebello, 1), “polo socio culturale” che ospita botteghe, laboratori e storie di chi fa dell’artigianato la propria vita. L’itinerario espositivo propone una ricca passerella di opere firmate da “maestri storici” e “talenti contemporanei”, autori spesso fantastici e visionari impegnati in creazioni uniche  e “bizzarre” tradotte attraverso il confronto creativo con un materiale “duttile, naturale e vivo come il legno”. Fra i “designer iconici”, si va dunque da Philippe Starck pioniere francese del cosiddetto “design democratico”, attivo dagli anni ’80, con “Dick Deck”, sedia in legno che “sfida la gravità” con gambe asimmetriche, enfatizzando la venatura naturale come firma materica, a (sempre per restare in tema e solo per citarne alcuni) Godefroy de Vireau con la sua “Echelle”, seduta-scala in legno di betulla che evoca equilibri precari, in gentile concessione della “Fondazione Ferrero Comotto” fino a Ettore Sottsass (con la madia “Freemont” in legno laccato) e ad Alighiero Boetti (con il leggio “Leggi” di ispirazione “minimalistico – concettuale”).

E ancora  gli artisti olandesi Ward Wijnant con le opere della serie “Blend” e Onno Adriansee con le opere della serie “Dawn”. Fra i nomi più contemporanei in mostra saranno presenti (in una selezione necessariamente compiuta a grandi balzi) opere da “Studio Nucleo” (Piergiorgio Robino e Daphne Forestieri, Torino) a Monoferments (Monostudio Associati, Milano), con la sedia e panca “Tempesta” in ciliegio recuperato da uragani, “forme curve che onorano cicli naturali e forza primordiale del legno urbano”. La mostra infine apre uno sguardo attento agli artisti e designer piemontesi di diverse generazioni: da Luca Federico Ferrero (Torino, 1995, Accademia Albertina) ad Enzo Mastrangelo (Alba, 1975, architetto-artista), fino a Enzo Bersezio (Lesegno Cuneo, 1943, allievo di Sandro Cherchi), all’ebanista saluzzese Omar Barbero e alla ditta “Salvi Harps” fondata da Victor Salvi negli anni 50 del ‘900.

Nei due fine settimana di sabato domenica 11-12 e 18-19 aprile, il pubblico potrà immergersi nelle “Botteghe del Fare”, con oltre sessanta tra botteghe e Associazioni, dislocate “Il Quartiere” di Piazza Montebello, con spazi aperti sabato dalle 15 alle 20 e domenica dalle 10 alle 20, dove mani esperte modellano i materiali più disparati intrecciando tradizione e avanguardia. Qui siamo nel grande cuore della “Mostra Nazionale dell’Artigianato, in cui scoprire di tutto e di più, tessuti stampati a mano e capi in lana “scalda-anima”, sartoria “upcycling” che ridà vita a scarti tessili in abiti pezzi unici, accessori “outdoor” lavorati a ferri e uncinetto, fino ad arredi tessili confortevoli e ricami creativi che narrano storie locali. Per non dimenticare gioielli contemporanei d’ogni forma e fattura, mentre il cuoio si piega in lavorazioni precise e il ferro si forgia in creazioni robuste e naturalmente, protagonista assoluto, il “legno del Monviso”. Nelle stesse giornate dedicate alle botteghe al “Quartiere”, gli Artigiani esporranno le loro opere nei luoghi della città che ospitano i “Premi Matteo Olivero” degli anni passati, quali il “Foyer del Cinema Teatro Magda Olivero”, i “Fondi Storici” presso l’“Ex Biblioteca Civica” e la “Sala Capitolare” del “Chiostro di San Giovanni.

Durante tutto il periodo della “Mostra”, saranno moltissimi anche gli appuntamenti collaterali, mostre e concertidomenica 19 aprile, inoltre, a “Casa Cavassa” per tutta la giornata ci sarà una sezione del “Museo” dedicata completamente ai bambini, con il “Progetto Bimbi Materio”, a cura dell’ “Associazione Sinergia Outdoor”, nato “come risposta concreta a una crisi silenziosa:l’impoverimento dell’intelligenza manuale”.

Per infowww.startsaluzzo.it

g.m.

Nelle foto: Immagini di repertorio; Philippe Starck “Dick Deck; Godefroy de Vireau “Echelle”; Monoferments “Tempesta” (Ph. Anna Ramashova)  

“Maleficamente Disney”, il Musical a Corte si tinge d’ombra e mistero

 Alla Palazzina di Caccia di Stupinigi

Musical a Corte giunge al suo ultimo appuntamento, incentrato sul lato oscuro del mondo Disney, che si terrà nel Salone d’Onore della Palazzina di Caccia di Stupinigi alle ore 19 di domenica 12 aprile. Un musical le cui note si tingeranno di ombra e mistero.
“Maleficamente Disney”, già sold out, è un viaggio musicale attraverso le storie più amate, ma raccontate dalla prospettiva di chi, nell’oscurità, ha tessuto trame indimenticabili. Dai sortilegi di Ursula alla vanità di Madre Goethel, dalle risate snob di Crudelia De Mon ai piani ambiziosi di Scar, ogni canzone evocherà il fascino irresistibile dei grandi antagonisti Disney che, con la loro complessità, hanno reso indimenticabili le storie note a tutti. Si riscoprono dunque la bellezza ambigua e la profondità emotiva che si nascondono dietro ogni villain perché, spesso e volentieri, sono proprio i cattivi a rubare la scena.

In programma un medley di “Ursula-In fondo al mar”, “Baciala” e “Darò”, tratti da La Sirenetta; a seguire un pezzo de La Bella e la Bestia, “Gaston”; “Resta con me”, tema musicale di Rapunzel, e ancora “Be prepared” tratto da Il Re Leone, “Cavoli e Re” e “Il tricheco e il carpentiere” da Alice nel Paese delle Meraviglie”, “Voglio essere come te” da Il Libro della Giungla, “Crudelia De Mon” da La Carica dei 101, “Mine, mine, mine” di Pocahontas, “Frollo”, “Campane a Notre Dame”, “Santuario”, “Là fuori”, “Hell fire” da Il Gobbo di Notre Dame, “Oogie boogie song” da Nightmare before Christmas, e a conclusione della serata un medley di “Cani e gatti-Bella la notte” di Lilli e il Vagabondo, “Les poissons” de La Sirenetta e “Ev’rybody wants to be a cat” da Gli Aristogatti.

Salone d’Onore della Palazzina di Caccia di Stupinigi – Nichelino (TO)
Maleficamente Disney
Biglietti: prezzo unico 33 euro
011 6279789 biglietteria@teatrosuperga.it

Mara Martellotta