CULTURA E SPETTACOLI

Breve storia di Torino: la Capitale

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Breve storia di Torino

1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

6 Torino Capitale

Sto proponendo, in questa serie di articoli, una breve ricostruzione storica delle vicissitudini della nostra bella Torino. In questo articolo nello specifico, desidero soffermarmi sul momento di massimo splendore che vede l’urbe pedemontana tramutarsi da cittadina basata sull’antico “castrum” romano in una vera e propria capitale regionale; nella seconda parte del Cinquecento, i diversi membri della famiglia Savoia, i signori torinesi per eccellenza, ordinano a diversi artisti una serie di interventi urbanistici che modificano definitivamente l’aspetto della città, rendendola un gioiello barocco invidiato e osservato da tutta la regione.
Sono questi gli anni del primo effettivo ampliamento territoriale, opera nella quale si inseriscono i grandi nomi dell’architettura barocca italiana: Ascanio Vittozzi, Carlo di Castellamonte e suo figlio Amedeo, Guarino Guarini, Filippo Juvarra, Benedetto Alfieri e Bernardo Antonio Vittone. Il lavoro di tali immense personalità fa emergere la nuova anima della città, adeguandola al ruolo di protagonista assoluta del Regno sabaudo.

Molti dei tratti architettonici assunti nel lontano Seicento sono ancora oggi ben visibili, passeggiando per le vetuste vie ci si imbatte in palazzi caratterizzati dalla monumentalità delle forme, piazze dall’impianto fortemente scenografico, giardini adorni di fontane e giochi d’acqua e, se si alza lo sguardo verso il cielo, grandiose cupole che si stagliano all’orizzonte. Non c’è dubbio, la nostra bella Augusta Taurinorum ancora sa risplendere del suo fascino sempiterno.
Tuttavia, come sempre, mi piace andare per ordine e definire dapprima il contesto.
Dal 1563, grazie alla decisione del duca Emanuele Filiberto, Torino diviene sede ufficiale della famiglia sabauda, tale scelta influisce grandemente sulla sorte dell’urbe pedemontana, che passa dall’essere prima un “semplice” avamposto, poi una vera e propria capitale regionale e infine, nel glorioso periodo cinquecentesco, verrà considerata cuore pulsante dell’intero Stato sabaudo.
Tale passaggio di status accelera non di poco la crescita della città: parimenti all’aumento demografico si promuovono gli interventi, sia politici che architettonici, fervidamente voluti dai Savoia.

L’assetto strutturale di Torino è ormai gerarchico, esso rispecchia l’ordine sociale secondo cui il potere si acquisisce per nascita, come testimonia la corte nobiliare che si accerchia sempre più intorno alla figura del monarca. È opportuno tuttavia sottolineare come in realtà i sovrani non fossero dei veri “desposti”, essi a loro volta dovevano comunque sottostare alle leggi dello Stato, perseguendo l’alto e specifico obiettivo di amministrare la giustizia, perseguendo il difficile scopo di mantenere l’ordine sociale, anche tenendo in considerazione i principi divini.
Col tempo i Savoia, anche grazie ai loro ministri e ai loro burocrati, riescono a rendere sempre più “illuminata”la struttura del governo torinese, rifacendosi ai dettami dell’Anciem Régime.
Ciò che è bene sottolineare è altresì la scelta della famiglia sabauda di non limitarsi ad interventi politici ed amministrativi, ma anche –soprattutto- a livello estico-costruttivo sul territorio: Torino viene costantemente ampliata, rafforzata e abbellita; inoltre è evidente come al nuovo aspetto corrisponda l’importanza simbolica dei luoghi, infatti alla giovane capitale vengono affidate diverse “funzioni chiave”, essa è sede degli uffici del governo, ossia domicilio dell’autorità politica, nonché residenza della base militare dello Stato.
Il potere monarchico, solido e ben definito, si riflette nell’omogeneo assetto urbanistico e nell’impianto stradale che regola e suddivide i diversi quartieri, l’ordine urbanistico si fa simbolo dell’ordine politico che lo Stato vuole instillare all’interno dei propri domini.
La partecipazione dei Savoia è più che attiva nel frangente costruttivo, la famiglia promuove una sistematica opera di ampliamento e modifica del primigenio impianto medievale, attraverso la costruzione di palazzi estrosi ed eleganti, che fanno da contrappunto al rigore stradale. Torino nel tempo si trasforma in una capitale barocca, le cui tracce sono tuttora ben visibili nel centro della città.
Si pensi ad esempio ad uno degli edifici simbolo della città: Palazzo Reale. Qui il barocco si mescola al rococò e al neoclassico, la facciata principale è esempio tipico del barocco aulico piemontese, così come lo sono l’eleganza delle decorazioni esterne ed interne alle varie sale.
Vi è poi la peculiare Chiesa di San Lorenzo, edificata a metà Seicento dal maestro Guarino Guarini per commemorare la vittoria di Emanuele Filiberto nella battaglia di San Quintino in Piccardia. L’ambiente interno si presenta ricco di marmi policromi, adorno di cappelle concave e convesse, così come vuole il gusto barocco, che esalta il ritmo della linea curva; l’illuminazione è data da un preciso e puntuale gioco di luci, tutto basato sullo sfumare dalla zona d’ombra dell’ingresso, verso il chiarore che aumenta con il sollevarsi dello sguardo; esaltano l’effetto gli oculi che bucano le pareti.

L’elemento caratteristico dell’edificio è la cupola a costoloni, osservandola si evince anche la genialità costruttiva del Guarini, il quale attraverso l’incastro dei costoloni costringe il visitatore a guardare verso l’alto, unica direzione perseguibile per trovare la salvezza divina.
Palazzo Madama invece deve la sua ristrutturazione allo Juvarra: cuore dell’intervento è lo scalone d’ingresso, tutto stucchi e marmi, costantemente illuminato dalla luce che si irradia dai grandi finestroni.
Ancora un esempio, Palazzo Carignano, situato nel centro di Torino e progettato dal Guarini, presenta la facciata principale curvata dall’alternanza di parti concave e convesse, il ritmo rispecchia i dettami del gusto barocco, così come lo fanno le particolari decorazioni interne, gli elaborati affreschi e gli stucchi sontuosi.
A segnare l’inizio di questo nuovo periodo, così glorioso e florido per la città di Torino, è il trattato di Cateau-Cambrésis (3 aprile 1559). Il documento non solo sancisce la fine delle guerre che avevano devastato la penisola fino ad allora, ma ripristina la sovranità del duca Emanuele Filiberto di Savoia sui propri domini. Quest’ultimo porta avanti una serie di interventi volti appunto a sottolineare l’importanza della nuova capitale: non più Chambéry ma Torino. Il duca individua come sua dimora, e sede della corte, Palazzo dell’Arcivescovado, edificio che viene così ampliato e modificato; Emanuele ordina poi la costruzione di una cittadella all’estremità sud-occidentale della città che cambia drasticamente il tessuto urbano, la nuova fortezza ha certo funzione difensiva ma essa deve anche simbolicamente rappresentare l’autorità ducale.
A livello politico Emanuele ricostituisce la Camera dei Conti e l’Alta Corte d’Appello francesi rinominandole Senato piemontese e facendo di esse le principali istituzioni del governo.

Per incrementare l’economia cittadina il duca promuove diverse attività, tra cui la piantumazione dei gelsi e la produzione di seta.
In sintesi sono principalmente due i fatti fondamentali che definiscono il nuovo status torinese: il ripristino delle attività dell’Università (1560) e il trasferimento nell’urbe della Sacra Sindone (conservata a Chambéry per più di un secolo). Torino è così anche custode e guardiana della santissima reliquia, il prestigio della città e – di conseguenza- della famiglia sabauda non si possono più mettere in discussione.
A Emanuele Filiberto succede Carlo Emanuele I (1580).
Sono anni turbolenti per il nuovo regnante, eppure Torino continua a prosperare; sotto Carlo la città si trasforma in una delle corti più raffinate d’Europa, il principe ama gli sfarzi, è mecenate di artisti e letterati, tra cui il poeta Giambattista Marino, il filosofo Giovanni Botero e il pittore Federico Zuccaro, autore delle decorazioni presenti nella galleria tra Palazzo Ducale e il vecchio castello, destinata alle curiosità e alle opere d’arte del duca.
Il gusto di Carlo per organizzare celebrazioni di vario genere porta alla costruzione di un grande spazio adibito alle cerimonie di fronte a Palazzo Ducale, il processo di edificazione inizia nel 1619 in occasione delle nozze della principessa Maria Cristina, figlia di Enrico IV di Francia. Per tale evento è inoltre aperta una porta nelle mura a sud (chiamata Porta Nuova), viene in seguito progettato una sorta di corridoio che congiunge Palazzo Ducale e Piazza Castello (attuale via Roma), a metà di tale passaggio è aperta una piazza (attuale piazza San Carlo). Carlo affida il cospicuo progetto del nuovo assetto cittadino a degli architetti esperti, che costituiscono il “Consiglio per l’edilizia e le fortificazioni”. I nuovi quartieri, definiti da residenze aristocratiche ben diverse da quelle presenti nel centro storico, non sono ideati per essere delle “vere abitazioni”, bensì per rendere la capitale preziosa, maestosa ed elegante.
Carlo Emanuele II ordina un ulteriore ampliamento urbanistico, seguito da un terzo progetto, sostenuto e terminato poi da Vittorio Amedeo II; quest’ultimo intervento rappresenta la fase conclusiva di ampliamento cittadino, dopo gli architetti si dedicheranno ad abbellire le antiche strutture preesistenti, rendendole moderne e lineari; si intraprenderanno poi diversi lavori volti a ristrutturare le strade principali, tra cui l’attuale via Garibaldi.
Caratterizza invece l’epoca settecentesca il completamento di diverse residenze nei dintorni di Torino, tra cui le ville nei parchi Mirafiori e Regio Parco e la dimora di Venaria Reale, poi completamente riassestata da Filippo Juvarra, uomo di fiducia di Amedeo II; all’architetto messinese si devono i lavori di modifica del Castello di Rivoli, la costruzione del mausoleo di Superga e la residenza di caccia di Stupinigi.

Nello specifico, la Reggia di Venaria, tuttora considerata un capolavoro d’architettura, si presenta come un’imponente struttura circondata da ampi giardini, ricchi di aiuole, fiori, piante, vanta numerosi esempi d’arte barocca, quali la Sala di Diana, la Galleria Grande, la Cappella di Sant’Uberto, le Scuderie Juvarriane, la Fontana del Cervo e le numerose decorazioni presenti in tutta la struttura. L’edifico è parte del Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO dal 1997.
La scenografica palazzina di caccia di Stupinigi, situata alle porte di Torino, ha un corpo centrale ampio, a pianta ellittica, a cui si accede attraverso un maestoso viale affiancato da giardini. Cuore pulsante della struttura è il salone ovale, affrescato da dipinti che si rifanno all’arte venatoria; dal salone si dipartono a croce di Sant’Andrea quattro bracci che conducono agli appartamenti reali e a quelli degli ospiti.
A fine Settecento anche l’anello satellite costituito da tali residenze testimonia il potere e la gloria della famiglia sabauda.
Figura essenziale del XVIII secolo è Vittorio Amedeo II, il quale si dedica principalmente alle riforme interne: egli riorganizza la burocrazia, istituisce diversi dipartimenti con ambiti di competenza ben distinti; per ospitare tali istituzioni vengono edificati lungo il lato settentrionale di Piazza Castello una serie di uffici comunicanti con Palazzo Reale (un tempo detto Ducale). Accanto a tale struttura viene innalzato un palazzo per gli Archivi di Stato (il primo edificio edificato appositamente per questo scopo in tutta Europa); nel 1738 iniziano i lavori per annettere alle costruzioni preesistenti un teatro lirico a uso esclusivo della nobiltà. La zona adiacente Palazzo Reale è quindi il regno della corte e assume un carattere distinto non solo dal punto di vista architettonico ma anche sociale.

Amedeo II riforma anche l’ateneo, precedentemente chiuso a causa della guerra con i francesi; il re ottiene il controllo dell’Università e la trasforma in una istituzione regia volta a formare futuri uomini di governo, professionisti o ecclesiastici. L’ateneo riformato sorge vicino ai nuovi uffici governativi, apre le porte agli studenti nel 1720, ed è articolato in tre facoltà: Legge, Medicina, Teologia, ( a partire dal 1729 è presente anche l’indirizzo di Chirurgia).
Alla nuova istituzione è affidato il compito di gestire il sistema scolastico dell’intero Piemonte.
A Vittorio Amedeo II si deve il rivoluzionario passo di creare quello che può essere considerato il primo sistema scolastico laico dell’Europa cattolica, sottraendo così il primato dell’istruzione ai religiosi. L’Università è ora il dicastero responsabile dell’istruzione. Sotto Amedeo opera Juvarra, uno dei grandi maestri del barocco, formatosi a Roma come architetto e scenografo. Le sue costruzioni hanno tutte una chiara impronta scenografica, che risponde alle esigenze dei committenti e all’intento di celebrare la grandezza della capitale. Juvarra progetta chiese e facciate di palazzi, come per esempio quella di Palazzo Madama, che dà a piazza Castello una perfetta e nuova prospettica architettonica. Oltre Juvarra anche Guarino Guarini è uno dei protagonisti indiscussi che trasformano la città in un gioiello barocco. Guarini realizza la Chiesa di San Lorenzo, la Cappella della Santa Sindone e Palazzo Carignano, dando vita a eccentrici modelli architettonici divenuti modelli da imitare per gli artisti successivi. Il lavoro di questi architetti è ammirato dai visitatori e l’influenza delle loro opere presto si estende ben oltre i confini piemontesi: è grazie a loro se Torino da anonimo centro provinciale si tramuta in maestoso esempio di architettura barocca e pianificazione urbana. È grazie a loro se ancora oggi possiamo passeggiare per la città con lo sguardo incantato, attraverso l’eterna bellezza dell’arte.

Alessia Cagnotto

Il castello di Serralunga d’Alba

Il Castello di Serralunga d’Alba, alto e maestoso, si impone sul borgo e sui vigneti che degradano sui fianchi delle colline.
Edificato da Pietrino Falletti nel XIV nel cuore delle Langhe, il castello nel 1949 è stato restaurato grazie all’interessamento dell’allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi

Leggi l’articolo su Piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/cultura/castelli/castello-di-serralunga-dalba

Il Liberty: la linea che invase l’Europa

Oltre Torino: storie miti e leggende del Torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte.
L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare.Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso. (ac)

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

Articolo 1. Il Liberty: la linea che invase l’Europa

Ogni periodo storico è caratterizzato da un proprio particolare sentire, da scoperte e personaggi che ne delineano i tratti distintivi e, soprattutto, da forme artistico-letterarie-culturali che lo identificano. In questa serie di articoli voglio approfondire una peculiare corrente artistica, permeata di linee curve, con ornamenti di vetri e di pietre, uno stile che non solo interessò tutte le arti, dall’architettura, all’illustrazione, all’artigianato, all’oreficeria, ma divenne quasi un “modo di vivere”: il Liberty. Verso la fine del secolo XIX e l’inizio del XX nasce in Belgio un importante movimento, chiamato Art Nouveau che, opponendosi a tutte le accademie neoclassiche e neobarocche, applica la produzione industriale a forme d’arte, interpreta la linea con dinamismo espressivo, propone partiti decorativi che rompono con la fissità e danno movimento a pavimenti, scale, ringhiere, soffitti, modellano e curvano le pareti esterne, procurando vivacità e colore all’insieme. Tale movimento, che unifica in quei decenni lo slancio architettonico di tutta Europa, giunge in Italia con il nome di Liberty o Floreale, stile che ama applicare all’architettura ricercate forme decorative, spesso desunte dalla natura vegetale.  L’Art Nouveau influenza le arti figurative, l’architettura, le arti applicate, la decorazione di interni, gioielleria, mobilio, tessuti, oggettistica, illuminazione, arte funeraria, e assume nomi diversi, ma dal significato affine, a seconda dei luoghi in cui essa si manifesta: Style Guimard, Style 1900, Scuola di Nancy, in Francia; Stile Liberty, dal nome dei magazzini inglesi di Arthur Lasemby Liberty, o Stile Floreale, in Italia; Modern Style in Gran Bretagna; Jugendstil (“Stile giovane”) in Germania; Nieuwe Kunst nei Paesi Bassi; Styl Mlodej Polski (“Stile di Giovane Polonia”) in Polonia; Style Sapin in Svizzera; Sezessionist (Stile di Secessione”) in Austria; Modern in Russia; Arte Modernista, Modernismo in Spagna. Alla base del movimento vi è l’ideologia estetica anglosassone dell’Arts and Crafts di William Morris, fervido sostenitore della libera creatività dell’artigiano come unica alternativa alla meccanizzazione: una sorta di reazione alla veloce industrializzazione del tardo Ottocento. Arts and Crafts si volge alla riforma delle arti applicate portando avanti un’istanza sociale e morale che persegue il risorgere della produzione artigiana e l’attento studio del gotico come l’arte più dotata di spirito organico, volta a delineare planimetrie e forme “descrittive”, elementi nei quali l’indirizzo critico vuole vedere i germogli del rinnovamento architettonico.

L’Art Nouveau apre la strada all’architettura moderna e al design. Determinante per la diffusione di quest’arte è sicuramente l’Esposizione Universale di Parigi del 1900, tuttavia anche altri canali ne segnano l’importanza: ad esempio la pubblicazione di nuove riviste, come L’art pour tous, e l’istituzione di scuole e laboratori artigianali. La massima diffusione del nuovo stile è comunque da rapportarsi all’Esposizione internazionale d’arte decorativa moderna di Torino del 1902, in cui vengono presentati progetti di designer provenienti dai maggiori paesi europei, tra cui gli oggetti e le stampe dei famosi magazzini londinesi del noto mercante britannico Arthur Lasemby Liberty. La nuova linea artistica, in rottura con la tradizione, è presente nelle grandi capitali europee, come Praga, con la grande figura di Moucha, Parigi in cui Guimard progetta le stazioni per la metropolitana, Berlino, dove nel 1898 i giovani artisti si dissociano dagli stili ufficiali delle accademie d’arte, intorno alla figura di Munch, Vienna, dove gli artisti della secessione danno un nuovo aspetto alla città.  Una delle caratteristiche più importanti dello stile, che presenta affinità con i pittori preraffaelliti e simbolisti, è l’ispirazione alla natura, di cui studia gli elementi strutturali, traducendoli in una linea dinamica e ondulata, con tratto “a frusta”, e semplici figure sembrano prendere vita naturalmente in forme simili a piante o fiori. Si stagliano in primo piano le forme organiche, le linee curve, con ornamenti a preferenza vegetale o floreale. Tra i materiali, vengono adoperati soprattutto il vetro e il ferro battuto. In gioielleria si creano alti livelli di virtuosismo nella smaltatura e nell’introduzione di nuovi materiali, come opali e pietre dure, nascono monili in oro finemente lavorato e smaltato; i diamanti vengono accostati ad altri materiali, come il vetro, l’avorio e il corno. Solo in Italia, a differenza degli altri territori prima chiamati in causa, il Liberty non si contrappone al passato o alla tradizione accademica dell’insegnamento e dell’esercizio delle arti, con la conseguenza che qui, sulla nostra penisola, non si consolidò mai una scuola di riferimento identificabile con il movimento Liberty, al contrario ci furono singole personalità artistiche che si dedicarono ad approfondire i caratteri dello stile floreale ed epicentri per la diffusione del gusto dell’arte nuova, tra questi poli di profusione ci fu proprio Torino. Nei prossimi articoli considereremo nel dettaglio alcuni palazzi e quartieri della città sabauda particolarmente suggestivi e rilevanti dal punto di vista decorativo e architettonico, che testimoniano la meravigliosa trasformazione della nostra città, ancora oggi conosciuta come capitale del Liberty italiano.

 

Alessia Cagnotto

Amedeo VII di Savoia: l’aviglianese che conquistò Nizza

Sabato 20 e domenica 21 giugno Avigliana tornerà nel medioevo con la 43° edizione del Palio Storico dei Borghi, manifestazione che ricorda il passaggio in città nel 1389 di Valentina Visconti. La nobildonna, figlia di Gian Galezzo, Signore di Milano e di Isabella di Valois, era diretta a Melun dove avrebbe incontrato il suo sposo Luigi di Valois-Orléans.
Il programma del fine settimana sarà molto ricco. Sabato 20 alle ore 17 nel Santuario della Madonna dei Laghi verrà celebrata la S. Messa al termine della quale ci sarà la benedizione delle bandiere dei borghi e del Palio, mentre alle ore 18 presso il campo CGA in Via Oronte Nota 3 il Primo Cittadino Andrea Archinà consegnerà le chiavi della città al Conte di Savoia Amedeo VII detto “il Conte rosso” e apriranno le taverne dei borghi, dove si potranno degustare menù conviviali di stampo medievale. Dopo la gara dei tamburini e quella di tiro alla fune e gli spettacoli dei gruppi “Asti Buhurt Club” e “Belly…ssime”, il fulcro della serata sarà la grande rievocazione “Filippo di Savoia, Principe d’Acaia, che dalla storia passò alla leggenda” organizzata dal gruppo storico “La Corte del Conte Rosso APS-ETS” in collaborazione con “La Terra dei Cavalli” di Giuseppe Raggi. Seguirà l’esibizione degli artisti del “Carro delle Illusioni”.
Domenica 21 alle ore 15 il corteo dei figuranti, guidato dalla Corte, partirà da Piazza del Popolo e raggiungerà il campo CGA in Via Oronte Nota 3, dove a partire dalle ore 16 si disputerà il Palio.
I sette borghi storici del paese: Borgo Drubiaglio, Borgo Nuovo, Borgo Paglierino, Borgo Pertusera, Borgo San Pietro, Borgo Sant’Agostino e Borgo Vecchio si sfideranno nella gara di tiro con l’arco. Dopo lo spettacolo del “Gruppo Sbandieratori e Musici della Città di Avigliana” ci sarà l’attesissima corsa dei cavalli, che decreterà il vincitore di quest’edizione del Palio.
La festa continuerà in Piazza Conte Rosso dove si terrà la cena “Al Banchetto del Conte Rosso”.
Alle ore 22,15 il corteo storico, partendo da Piazza Conte Rosso, percorrerà Via Cavalieri di Vittorio Veneto e raggiungerà Piazza del Popolo dove si terrà un grande spettacolo a sorpresa che lascerà tutti senza fiato.

Ma chi era il Conte di Savoia Amedeo VII e perché viene chiamato “Conte Rosso”?

Amedeo nacque nel Castello di Avigliana il 24 febbraio 1360, figlio primogenito del Conte di Savoia Amedeo VI, detto “il Conte Verde” per il colore con il quale amava abbigliarsi e della consorte Bona di Borbone. Il 18 gennaio 1377 al Palazzo Saint-Pol di Parigi, all’epoca la residenza del Re di Francia, sposò Bona di Berry, figlia di Giovanni di Valois, Duca di Berry, terzo figlio di Re Giovanni II di Francia. La sposa raggiunse la Savoia nel 1381 e i coniugi vissero al Castello di Ripaglia. Dalla loro unione nacquero tre figli: il futuro Amedeo VIII, che il 19 febbraio 1416 diventerà il primo Duca di Savoia; Bona, che andrà in sposa al cugino Ludovico, ultimo Principe di Savoia-Acaia e Giovanna, che impalmerà il Marchese Gian Giacomo del Monferrato, colui che nel 1434 sposterà la capitale del marchesato da Chivasso a Casale Monferrato.
Amedeo salì al trono il primo marzo 1383 in seguito alla morte di suo padre il Conte Amedeo VI, condividendo il potere con la madre, alla quale il sovrano defunto per via testamentaria riconobbe il diritto di governare e amministrare gli Stati di Savoia fin quando sarebbe stata in vita.
Nel settembre 1383, mentre era a Bourbourg, nelle Fiandre, in una campagna militare a sostegno del Duca di Borgogna, ricevette la notizia della nascita del suo primogenito e si dice che vestì abiti rossi per festeggiare, abbandonando così il lutto per la morte del padre, avvenuta sei mesi prima. Questo gli valse il soprannome di “Conte Rosso”.
Le sue residenze preferite erano i castelli di Chambéry, Ripaglia, Montmélian e Avigliana, città dove aveva sede la zecca, citata per la prima volta nel 1252.
Un suo grande uomo di fiducia era Giovanni Grimaldi, Barone di Boglio. Quest’ultimo era nipote di Andaro Grimaldi, il quale nel 1315 sposò Astorge Rostagno, figlia di Guglielmo, Signore di Boglio, dando così vita a questo ramo dei Grimaldi, che si estinguerà nel 1698. Ranieri I, fratello di Andaro, fu invece Signore di Monaco dall’8 gennaio 1297 al 10 aprile 1301 insieme al patrigno Francesco Grimaldi detto “Malizia” ed è l’antenato dell’attuale Principe sovrano S.A.S. Alberto II.
Giovanni, che governava uno dei feudi più grandi e importanti della Provenza, della quale era siniscalco, il 2 agosto 1388 fece omaggio al Conte di Savoia della sua baronia e di tutti i suoi possedimenti, ricevendoli in feudo. Amedeo VII, il cui padre nel 1382 aveva conquistato Cuneo, riuscì a realizzare il sogno dei suoi avi: quello di ridare alla Contea di Savoia l’agognato sbocco sul mare, perso dopo il 19 dicembre 1091 quando morì Adelaide di Torino. Il 28 settembre 1388 con un piccolo esercito, senza spargimento di sangue, fece un ingresso solenne a Nizza e lo stesso giorno venne firmata la dedizione della città alla Savoia. Nizza, insieme alle altre comunità della Provenza orientale, ubicate sulla sponda sinistra del fiume Var, andò a costituire la divisione amministrativa “Nuove terre di Provenza”, che nel 1526 prenderà il nome di Contea di Nizza. Questo territorio verrà ceduto al Secondo Impero Francese con il Trattato di Torino dal 24 febbraio 1860.
Il 30 ottobre 1388 Amedeo VII nominò Giovanni Grimaldi di Boglio Governatore di Nizza.
Il Conte Rosso nel 1389 scortò da Milano a Chambéry sua cugina Valentina Visconti, figlia di Gian Galeazzo, Signore di Milano e poi duca a partire dal
5 settembre 1395.
La nobildonna, come sopraccitato, era diretta a Melun dove avrebbe conosciuto il suo sposo Luigi di Valois-Orléans, fratello minore del Re di Francia Carlo VI. Il corteo fece tappa ad Alessandria, Asti, Chieri, Torino, Rivoli, Avigliana ed arrivò a Melun il 17 agosto.
In occasione del passaggio di Valentina ad Avigliana Amedeo VII, insieme al cugino il Principe Amedeo di Savoia-Acaia, organizzò grandi festeggiamenti che durarono più giorni, videro la presenza di tutti i nobili della zona e si conclusero con un torneo di giochi ed un palio dei cavalli. Questo evento è ricordato ogni anno con il Palio Storico dei Borghi.
Il 21 agosto 1390 Amedeo VII era presente insieme a Ibleto di Challant, il più potente feudatario della Valle d’Aosta, all’inaugurazione del Castello di Verrès.
A fine ottobre 1391 mentre soggiornava a Ripaglia, durante una battuta di caccia al cinghiale cadde da cavallo e si ferì gravemente ad una gamba. Il giorno seguente fu affetto da tetano, infezione allora non conosciuta, si spense tre giorni dopo e venne sepolto nell’Abbazia Reale di Altacomba. Gli succedette il figlio Amedeo VIII sotto la reggenza della nonna paterna Bona di Borbone, definita la “Contessa Grande”, la quale venne accusata ingiustamente dell’avvelenamento del figlio. I feudatari si divisero però in due fazioni: una favorevole a Bona, la cui corte aveva sede al Castello di Chambéry e l’altra favorevole alla nuora Bona di Berry, detta “Madama la Giovane”, con corte a Montmélian.
L’intervento del Re di Francia Carlo VI scongiurò una guerra civile: la Contessa Grande mantenne la reggenza, cedendo alla nuora la Signoria di Faucigny. Questa reggenza durò fino alle nozze del giovane Amedeo VIII il 30 ottobre 1393 con Maria di Borgogna, in occasione delle quali il suocero Filippo II lo dichiarò maggiorenne.
Amedeo VIII iniziò ad occuparsi delle faccende di Stato dopo il 1400, aiutato dal suo tutore il Conte di Ginevra e Governatore di Nizza Oddone di Villars, dal suocero il Duca di Borgogna e da Luigi II, Duca di Borbone, che facevano parte del consiglio di reggenza.
Egli è l’antenato di S.A.R. il Principe Emanuele Filiberto di Savoia.

ANDREA CARNINO

Barbera Blues Band, debutto vincente ad Accasa

 

TORINO – Una serata di musica autentica e grande partecipazione ha accompagnato il ritorno sul palco della Barbera Blues Band, protagonista sabato sera da Accasa – Dinner & Live Music.
Il concerto ha segnato il debutto della nuova formazione del gruppo torinese, accolto da un pubblico numeroso e attento. Nata circa dieci anni fa dall’iniziativa di Pino Galari e Mauro Della Rocca, la band si ripresenta oggi con rinnovato entusiasmo e una line-up arricchita dalla voce di Michela Remondino, dalle tastiere di Luca Cabianca e dal basso di Livio Aimone Querio.
Sul palco è emersa subito una forte sintonia tra i musicisti, capace di dare vita a uno spettacolo coinvolgente che ha attraversato diverse sfumature del blues, tra energia, intensità e momenti più raffinati. Un repertorio ispirato alla grande tradizione blues e blues-rock, ma interpretato con personalità e senza cedere alla semplice riproposizione dei classici.
Gli applausi del pubblico hanno accompagnato l’intera esibizione, trasformando la serata in qualcosa di più di un concerto: un nuovo inizio per una band che sembra pronta a ritagliarsi uno spazio importante nella scena musicale dal vivo.
Un debutto convincente che lascia ben sperare per i prossimi appuntamenti della Barbera Blues Band.

Enzo Grassano

Margherita Oggero presenta il suo ultimo libro “Le piccole viltà”al Museo Pietro Micca

 

 Continua la serie Dialoghi al Museo.

Prosegue con un appuntamento con la rassegna “Dialoghi al Museo”, ospitata dal Museo Pietro Micca di Torino. Lunedì 16 giugno alle 17.30 il pubblico incontrerà una delle voci più amate della narrativa italiana contemporanea, Margherita Oggero, che presenterà il suo nuovo romanzo Le piccole viltà, pubblicato da Einaudi. A dialogare con l’autrice sarà la giornalista Maria La Barbera, in un confronto che si preannuncia ricco di spunti, riflessioni e suggestioni. Torinese, insegnante per molti anni prima di dedicarsi completamente alla scrittura, Margherita Oggero ha conquistato lettori e critica grazie a uno stile limpido, ironico e profondamente umano. Autrice di numerosi romanzi di successo, è nota anche per aver dato vita al personaggio della professoressa-investigatrice Camilla Baudino, protagonista di libri che hanno ispirato fortunate trasposizioni televisive. Nella sua produzione letteraria Oggero ha sempre mostrato una particolare attenzione ai rapporti umani, alle fragilità individuali e alle contraddizioni della società contemporanea. Con Le piccole viltà l’autrice torna a esplorare il territorio complesso delle relazioni e delle scelte quotidiane. Il romanzo racconta storie che si intrecciano attorno a comportamenti apparentemente insignificanti, quei piccoli compromessi, quelle omissioni e quelle esitazioni che fanno parte della vita di ciascuno. Non si tratta delle grandi colpe che segnano irrimediabilmente un’esistenza, ma di quelle debolezze più sottili e comuni che spesso passano inosservate e che proprio per questo risultano particolarmente interessanti da osservare. Con la sua consueta capacità di cogliere sfumature e dettagli psicologici, Oggero costruisce personaggi credibili e vicini al lettore, invitandolo a interrogarsi sui confini tra coraggio e convenienza, sincerità e opportunismo, responsabilità e paura. Le vicende narrate diventano così uno specchio nel quale riconoscere qualcosa di sé, delle proprie incertezze e delle proprie contraddizioni.

L’incontro al Museo Pietro Micca rappresenta un’opportunità preziosa non soltanto per conoscere più da vicino il nuovo lavoro della scrittrice, ma anche per riflettere sul ruolo della letteratura come strumento di comprensione della realtà e dell’animo umano, il pubblico potrà entrare nel laboratorio creativo dell’autrice e approfondire i temi che attraversano il romanzo, in un pomeriggio dedicato alla lettura, al confronto e alla scoperta. Un appuntamento che conferma la vocazione dei “Dialoghi al Museo” a essere un luogo d’incontro tra cultura, memoria e attualità, offrendo occasioni di confronto con protagonisti di primo piano del panorama letterario italiano.

Info e prenotazioni: museopietromicca@comune.torino.it

Museo Civico Pietro Micca – via Gen. Guido Amoretti 7°- Torino

seopietromicca@comune.torino.it

museopietromicca@comune.torino.it

opietromicca@comune.torino.it

Giulia di Barolo, la progressista della beneficenza e della compassione

Una straordinaria figura del nostro ‘800

Nata nel 1786 a Maulevrièr, in Francia, Juliette Françoise Victurnie Colbert discendente di una importante famiglia che aveva visto il padre Ministro delle Finanze del Re Luigi XIV, in seguito alla Rivoluzione Francese, dopo aver perso beni e parenti, si trasferi’ in Germania e in Olanda. Nel 1804, quando Napoleone Bonaparte si incorono’ imperatore dei francesi, Jiuliette, tornata in patria, divenne una delle dame di compagnia dell’imperatrice ed e’ proprio in questo rinnovato contesto che conobbe il suo futuro marito: il marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo appartenente ad una delle più importanti famiglie aristocratiche del Piemonte. Nonostante fu un matrimonio combinato, come si usava ai tempi, la loro unione si trasformo’ in un sodalizio molto forte dovuto sia alle loro affinita’ d’interessi, di cultura e ad una spiccata sensibilita’ per le questioni sociali, ma anche alla reciproca compensazione caratteriale, “più ardente, generosa e volitiva, intransigente nelle idee per temperamento e tradizione” lei ,” meno espansivo, più liberale e facilmente remissivo, ma non meno ricco di sentimento e di bontàlui.

Dopo il matrimonio si stabilirono nella Torino dei Savoia, ma anche di Cavour e di D’Azeglio, a Palazzo Barolo in via delle Orfane, dove iniziarono le loro attivita’ benefiche in una citta’ che soffriva molto di poverta’, vagabondaggio, criminalita’ e dove le carceri affollate versavano in terribili condizioni di igiene e invibilita’. Tutto comincio’ durante una passeggiata domenicale quando Jiuliette, oramai Giulia, incrocio’ una processione che portava il viatico ad un carcerato che ribellandosi disse che non voleva conforto, ma piuttosto del cibo. Giulia volle subito visitare le carceri, quelle maschili prima, le femminili dopo, che trovo’ in uno stato disumano. Questo terribile scenario la convinse subito a voler fare qualcosa e chiese al Re di poter insegnare loro a leggere e il catechismo, ma soprattutto di restituirgli una dignita’ oramai persa. Ci riusci’ e cosi’ comincio’ il suo percorso di supporto alle carcerate che divento’ un vero e proprio impegno istituzionale quando divento’ sovraintendente delle prigioni di Torino. Come prima cosa fece trasferire le “forzate” nelle Torri Palatine, un luogo piu’ luninoso e salutare, ma la cosa piu’ importante, per cui mise tutto il suo impegno, fu la riforma per le carceri piemontesi che si ispirava a quelle inglesi e danesi. Riusci’ a far commutare le pene in lavoro, accorcio’ i processi e trasformo’ le leggi discutendone prima con le detenute. Nacquero cosi’ dei “refugium peccatorum” dove si poteva lavorare, guadagnare, ma sopra ogni cosa era possibile essere reinserite all’interno della societa’. Dopo questi epocali cambiamenti che impattarono sul tessuto sociale i coniugi di Barolo crearono scuole e asili nido che affidarono alle suore di Sant’Anna, ma anche orfanotrofi, dove passava a dare la sua benedizione anche Don Bosco che collaboro’ molto con Giulia, e l’Ospedaletto per i bambini disabili. Per essere sicura che il suo impegno si protraesse anche quando non ci fosse stata piu’ istitui’ l’Opera Pia Barolo e fece costruire la chiesa di Santa Giulia, nel quartiere Vanchiglia, dove riposa dal 1899. Le sue iniziative, le sue idee, i progetti, ma anche i suoi pensieri sono raccolti in un diario da cui si evince la personalita’ di Giulia di Barolo, una donna straordinaria, romantica, generosa, una eroina di tutti i tempi.

E’ possibile rivivere la storia dei marchesi di Barolo visitando il Palazzo omonimo a Torino che fu il piu’ famoso salotto del Risorgimento di Torino e dove venne ospitato Silvio Pellico.

MARIA LA BARBERA

Rock Jazz e dintorni a Torino: Ligabue e Ditonellapiaga

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Lunedì. Al Teatro Regio per celebrare i quarant’anni della Fondazione Piemontese per la ricerca sul cancro, concerto con raccolta fondi  presentato da Linus. Sul palco si alterneranno : Diodato, Levante, Samuele Bersani, Paolo Belli, Neri Marcorè, Giovanni Allevi.

Martedì. Alle OGR suona il quartetto di Giangiacomo Rosso & Julia Hornung.

Mercoledì. All’Allianz Stadium arriva Ligabue. Al parco Salvemini di Rivoli suona il pianista Gabriele Rossi. A Rivalta all’Arena del Monastero, si esibisce Anna Carol. Per Evergreen Fest al parco della Tesoriera, suona il Daimona’s Jazz Trio. A seguire concerto a 4 mani di Elisabetta Serio e Cettina Donato.

Giovedì. Al parco Salvemini di Rivoli è di scena Ditonellapiaga. Al Vinile suona la Ska Beat Orchestra +Jamaican Ska.

Venerdì. Al parco Salvemini di Rivoli si esibisce il rapper Dargen D’Amico. Per Evergreen Fest alla Tesoriera, concerto dei Daiana Lou. Al Circolino sono di scena gli Afterdark Experience. Al Vinile suona la Nino Carriglio Swing Orchestra. Allo Ziggy si esibiscono i Sant’Elia + Strangolatori del Gange. Al Blah Blah sono di scena i Solilent Green. Al Magazzino sul Po  suonano i Senza Coloranti Aggiunti.

Sabato. Allo Ziggy si esibiscono i Cenotaph + Putridity + Unbirth. Al Magazzino sul Po sono di scena Gheddi + Sandro + Tanca.

Domenica. Per Evergreen Fest al parco della Tesoriera, concerto di musica rap con i Sano Business.

Pier Luigi Fuggetta

La Fontana dell’Aiuola Balbo e il Risorgimento

Oltre Torino. Storie, miti, leggende del torinese dimenticato.

Torino e lacqua

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce.

Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere lacqua. Lacqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, lacqua come elemento essenziale per la sopravvivenza del pianeta e di tutto lecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

1. Torino e i suoi fiumi

2. La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

3. La Fontana Angelica tra bellezza e magia

4. La Fontana dellAiuola Balbo e il Risorgimento

5. La Fontana Nereide e lantichità ritrovata

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

7. La Fontana Luminosa di Italia 61 in ricordo dellUnità dItalia

8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta lacqua

10. Il Toret  piccolo, verde simbolo di Torino

4) La Fontana dellAiuola Balbo e il Risorgimento

LAiuola Balbo viene realizzata nel 1874, occupa una superficie di circa 12.000 mq e si ispira al modello square con schema geometrico. Allinterno del giardino, si trovano, al centro, la fontana con i suoi alti zampilli dacqua che ricadono nellampia vasca e, sparse intorno ad essa, i monumenti rivolti a personalità deccezione. La prima statua ad essere qui collocata fu quella del conte Cesare Balbo, che ha dato il nome allaiuola, uomo politico, scrittore, patriota torinese, opera eseguita da Vincenzo Vela (1820-1891); sempre di Vincenzo Vela è leffigie del patriota veneziano Daniele Manin; dello scultore Leonardo Bistolfi  (1859-1933) è invece limmagine dellattore e patriota Gustavo Modena. E poi ancora altre statue dedicate a figure di rilievo: al rivoluzionario Luigi Kossuth, al generale  vercellese Eusebio Bava, allattore patriota Gustavo Modena, al diplomatico Salvatore Pes di Villamarina  e ad altri personaggi storici.È proprio la moltitudine di statue e busti la caratteristica di questo luogo, anche chiamato Giardino dei Ripari, (realizzato nel 1834) e i Remparts” erano dei terrapieni, sorti sui resti dei bastioni difensivi verso il Po, demoliti da Napoleone. La zona viene modificata nellOttocento, arricchita da palazzi signorili edificati per rispondere al crescente numero degli abitanti di Torino.

Tutta la zona del Borgo Nuovo vive giorni splendidi agli inizi del Novecento, per poi iniziare un lento declino che finirà con lo smembramento dello spazio. Alcune aree verdi vengono risparmiate, come quella tra via dei Mille e via Accademia Albertina: qui il comune decide di costruire un parco guardando al concetto di aiuola chiusa con ampie cancellate, adatto per la ricreazione dei bambini. Della realizzazione viene incaricato  Edoardo Pecco,(1823-1886), ingegnere capo della città di Torino. Egli propone  un progetto lineare, una pianta quadrata leggermente rialzata rispetto al piano della strada, con quattro ingressi protetti da cancelli massicci, un rigoglioso viale alberato e una fontana al centro del progetto.

Laiuola si colloca allinterno dei Giardini Cavour, realizzati poi nel corso del 1875; essi si ispirano ad un modello naturalistico, movimentati da collinette e percorsi tortuosi; sempre nellarea si trova la statua di Carlo di Robilant, poeticamente ombreggiata dalle chiome  dei platani, delle querce, dei faggi e dei ginko biloba. I giardini si dispongono in una posizione leggermente defilata rispetto al centro, un angolo raccolto e rilassante per i torinesi e per i turisti affaticati bisognosi di un piccolo break; anche i bambini sono i benvenuti in questo spazio, a loro è dedicato un piccolo parco giochi. Nelle sere destate una giostra di cavalli, che pare uscita da una cartolina antica e dimenticata, si apposta non lontano dagli zampilli illuminati, portando indietro nel tempo questo luogo particolare.

 

Alessia Cagnotto