C’era una volta Porta Palazzo nelle fotografie di Marilaide Ghigliano, Mario Gabino, della collezione Hugo Daniel e dell’Archivio Storico di Torino. In mostra all’Antica tettoia dell’orologio.
Igino Macagno




C’era una volta Porta Palazzo nelle fotografie di Marilaide Ghigliano, Mario Gabino, della collezione Hugo Daniel e dell’Archivio Storico di Torino. In mostra all’Antica tettoia dell’orologio.
Igino Macagno




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All’Alfieri, sino al 3 maggio
“November” di David Mamet – acclamato autore di teatro e cinema, sceneggiatore e regista – ebbe il suo debutto a New York nel gennaio del 2008, protagonista quel Nathan Lane – attore ahimè misconosciuto da noi per quanto bravo e premiatissimo – che forse qualcuno ricorderà in compagnia di Robin Williams e Gene Hackman nel “Vizietto” targato States. “November” (sino a domani per la stagione dell’Alfieri) ha una ventina d’anni ma sembra scritto ai giorni nostri, urticante e corrosivo e lontano finalmente dal politically correct imperante, reso meravigliosamente – ovvero senza peli sulla lingua, zeppo di zampate d’autore, acidamente realistico – dalla traduzione di Luca Barbareschi che riempie altresì, ça va sans dire, l’immensa figura del presidente degli Stati Uniti d’America Charles Smith. Come a dire un Mario Rossi qualsiasi. “November” è ancora una volta l’incontro tra un attore e il suo autore d’oltreoceano preferito, studiato, amato, tutto en amitié, fatto conoscere al pubblico italiano con le precedenti proposte di “Oleanna”, “Glengarry Glen Ross”, “American Buffalo”, “Perversioni sessuali a Chicago” e altri titoli.
Il luogo è lo Studio Ovale della Casa Bianca, l’eleganza che possiamo aver intravisto, telefoni che squillano in continuazione, bandiera e tappeti, divani e fatidica scrivania e tante tante chiacchiere (la scena è di Lele Moreschi). Per un’America e un mondo migliori, s’intende. Il tempo è il novembre dell’anno delle elezioni presidenziali con il presidente Smith uscente e con poche probabilità di essere rieletto, visto il recente calo di consensi che lo ha colpito e dai fondi che hanno preso a scarseggiare. Si parla di guerre e di testate nucleari come se nulla fosse, di ammiccamenti ai quattro venti e di intrallazzi, si fa confusione tra Iran e Iraq, si guarda in casa propria e si tiene d’occhio il mondo. In mezzo a giornate in cui lo staff del presidente sente già aria di vacanza e la moglie pensa alla libreria che dovrà stare in casa loro quando avranno sloggiato dalla aureolata residenza, Smith continua a cercare idee e l’occasione per realizzarle, non ultime la grazia a due tacchini prima che scocchi il Giorno del Ringraziamento e il matrimonio tra l’eccezionale speechwriter che è alle sue dipendenze e la sua compagna, che già hanno adottato una bambina andandosela a prendere – assolutamente non comprata, no, queste cose non si fanno – nella lontana Cina. Ci si dovrà pure inventare qualcosa pur di risalire nei sondaggi, vincere le nuove elezioni e non dover abbandonare quella poltrona su cui da quattro anni mister Smith sta comodamente seduto.
L’affresco di uomo con ogni sua meschinità, con la corruzione che ha sparso e continua a spargere, con la ricerca di ogni mezzo che gli consenta di mantenere quel potere che comicamente gli sta sfuggendo; e di un intero paese che somiglia tanto a quello di oggi, se senti parlare di Alaska immediatamente la “confondi” con la Groenlandia di facile acquisto o occupazione, il divertimento che spesso si fa amaro non t’impedisce di collegarti in un attimo a quanto la tivù ti mostra e a quel che i giornali ti riportano. Si ride e si pensa, in uno dei più begli esempi teatrali di questi ultimi anni: e se a volte, nel logorroico instancabile presidente, spuntano veloci aree di relativo appiattimento altrettanto velocemente ci pensa Mamet – e Barbareschi gli è di enorme aiuto – a risollevare con una fragorosa risata il proseguo dello spettacolo. “Questa è satira con il pungiglione di uno scorpione” ha scritto “Variety” mentre “The Villager” gli ha fatto eco con “Una delle prime commedie intelligenti e leggere con sostanza che abbiamo visto da molto tempo”: e potete star tranquilli che la scrittura di Mamet tutta lampi e fuochi d’artificio, in ogni sua opera, sa sempre dove andrà a parare.
Chiara Noschese, come sempre, la butta in simpatia e questa volta non si risparmia anche dal filosofeggiare nelle vesti della collaboratrice che spera nella nuova legge del presidente, oltre a firmare una regia che non conosce soste, liberissima, divertita e assolutamente divertente, capace di cucinare a dovere tutta la sua squadra. Dice: “November è un circo a tre piste dove tutto è lecito pur di continuare ad avere soldi e potere. Il protagonista è un equilibrista di professione, feroce ma buffo, vulnerabile e capriccioso, tenero e impietoso, al centro di quel circo di spudorata venalità, dove tutto è concesso”. E lo spettatore vede con quanta sicurezza, con quanta sfacciata bravura Barbareschi stia su quel filo sospeso per aria, quanto si destreggi – da grande, gigionesco attore di razza: gesti, balletti, facce, parole parole parole, tutto una gran meraviglia – all’interno di quel circo che sta perdendo i pezzi (con il sospetto da parte nostra, ben venga!, che abbia lavorato di suo, nell’attualizzazione, in una Storia che cambia giorno dopo giorno). Simone Colombari, Nico Di Crescenzo, come esagitato rappresentante associazione nazionale produttori tacchini, speso a tutto pur di salvare le sue creature da una presunta aviaria e dalle luci della tivù troppo forti e infette che dovrebbero accompagnare l’intervista, e Brian Boccuni come grande capo indiano Dwight Grackle offeso nell’onore della moglie, completano il successone della serata.
Elio Rabbione
Le immagini dello spettacolo sono di F. Di Benedetto.
Lunedì 4 maggio, alle 21.15, sarà organizzata al Cineteatro Baretti una proiezione-evento prodotta da Own Air, in collaborazione con Aiace Torino e il Circolo ARCI Amici del Cinema. Saranno presenti in sala il regista Francesco Cordio, l’autore e co-sceneggiatore del documentario, Filippo Tantillo, e il produttore Alfredo Borrelli. Condurrà l’incontro il coordinatore di Aiace Torino, Enrico Verra.
“Ritorno al tratturo” è un documentario girato in Molise nelle sale italiane a ridosso dell’evento che ha portato la piccola regione al centro delle cronache, testimoniando con la frana di Petacciato l’estrema fragilità del nostro territorio. Il film viene presentato in prima torinese al Cineteatro Baretti con una proiezione-evento, e rappresenta un viaggio nel cuore dell’Italia nascosta e dimenticata nelle aree interne, che costituiscono il 60% del territorio, abitato da 13 milioni di persone. Si tratta di luoghi lontani da tutto, in cui mancano scuole, ospedali, distributori di benzina, rete e segnale, in cui vivere rappresenta una sfida quotidiana. Il Molise è spesso citato come metafora dell’oblio, di ciò che non esiste, e diventa nel film l’emblema di tanti territori analoghi in Italia e in Europa, vittime dell’abbandono e del progressivo spopolamento. Eppure, lungo i tratturi, antichi sentieri della transumanza che si addentrano nelle montagne percorsi da uomini e animali, qualcosa resiste: a fare da guida nel cammino sono Filippo Tantillo, uno dei massimi esperti di aree interne in Italia, e l’attore Elio Germano, molisano di origine e diventato “ambasciatore” della sua regione.
Il film incontra uomini e donne che hanno scelto di restare, di intrecciare legami, di costruire comunità e avviare attività. Si tratta di allevatori, contadini e artigiani, piccoli imprenditori e studenti che intessono reti locali e lavorano in alternativa a un paradigma di crescita che divora risorse, consuma il suolo, inquina, genera diseguaglianze economiche incolmabili. In questi luoghi, in cui lo Stato non investe più, ma non rinuncia a farsi sentire in forma di burocrazia asfissiante per chi vuole investire, l’impegno di questi uomini è comunitario, accomunati dall’imperativo “ognuno si salvi da solo”, e prospetta un’altra idea di futuro e una cura condivisa della terra, che diventa resistenza e modello di uno sviluppo possibile.
Mara Martellotta
Dal 29 aprile 2026 le sale di Torino hanno cambiato ritmo. File all’ingresso, spettacoli quasi tutti esauriti e un passaparola continuo: Il diavolo veste Prada è tornato al cinema e i torinesi hanno risposto in massa. Un vero e proprio boom di incassi, con molte proiezioni sold out già nei primi giorni. Un entusiasmo che non si vedeva da tempo per un film che, pur essendo considerato “leggero”, ha dimostrato di avere un impatto emotivo e culturale molto più profondo.
Un successo che parla a tutti
Ma perché Il diavolo veste Prada continua a conquistare? Il segreto sta in una combinazione perfetta: da un lato una campagna pubblicitaria martellante, fatta di gadget, collaborazioni con brand come Kiko e vetrine a tema che hanno invaso anche le vie dello shopping torinese; dall’altro una storia che, a distanza di anni, resta incredibilmente attuale. Il primo film racconta l’arrivo di una giovane ragazza di umili origini in un mondo che sembra troppo grande per lei, quello della moda. Catapultata nella redazione di Runway, ispirata al celebre magazine Vogue, si trova a fare i conti con un ambiente competitivo e spietato, dominato dalla figura iconica di Miranda Priestly, personaggio chiaramente ispirato a Anna Wintour.
La protagonista, interpretata da Anne Hathaway, affronta un percorso di trasformazione fatto di sacrifici, errori e crescita personale. Non è solo una storia di moda, ma di identità: il tentativo di trovare il proprio posto nel mondo senza perdere se stessi. È il sogno di chi parte da zero e vuole arrivare lontano, ma anche il racconto delle difficoltà nel mantenere relazioni e affetti quando il lavoro prende il sopravvento. Un tema universale che ha colpito anche il pubblico torinese.
Curiosamente, dietro il successo dell’attrice si nasconde un’altra storia: Anne Hathaway non era la prima scelta per il ruolo e ha insistito con determinazione pur di ottenerlo. Un dettaglio che rende il film ancora più simbolico, quasi un riflesso della trama stessa.
Il ritorno: più grinta, più emozione
Il secondo capitolo, arrivato nelle sale, riprende da dove tutto sembrava essersi concluso. Senza svelare troppo, la protagonista torna nel mondo di Runway con una consapevolezza completamente diversa. Più sicura, più determinata, ma non per questo al riparo dalle difficoltà. Anzi, la nuova storia si fa più intensa, con momenti anche drammatici che aggiungono profondità al racconto.
Molti spettatori che hanno già visto il film parlano di un seguito sorprendentemente all’altezza del primo, cosa tutt’altro che scontata. Se l’originale resta un punto di riferimento, questo nuovo capitolo riesce comunque a rinnovare la formula, offrendo una prospettiva più matura e contemporanea.
Tra moda, sogni e identità
Ambientato tra gli Stati Uniti e Milano, il film gioca anche su un’estetica visiva forte e riconoscibile. Le musiche, curate e coinvolgenti, accompagnano una narrazione che scorre veloce ma lascia il segno. Non è solo intrattenimento: è una storia che trasmette forza, ambizione e voglia di reinventarsi.
Forse è proprio questo che ha conquistato Torino. In un periodo in cui molti cercano nuovi stimoli e nuove direzioni, Il diavolo veste Prada torna a ricordare che ogni cambiamento richiede coraggio. E che, anche nei momenti più difficili, si può trovare la propria strada. Un film che fa sognare, ma che allo stesso tempo parla di realtà. E che, almeno per ora, continua a riempire le sale della città.

Dopo due anni di repliche all’“Edgar” di Parigi, la “prima” italiana dell’esilarante commedia di Fabrice Donnio
Dal 7 al 10 maggio
Per la più spicciola cronaca. Secondo il report “Consumer Cyber Safety Report – Online Dating Edition 2025” di “Norton”, noto “marchio consumer di sicurezza informatica”, circa il 24% degli italiani intervistati utilizza abitualmente “app” di incontri e il 26% delle persone che si iscrivono a tali “app” ammette di mentire sul proprio profilo. La cosa, del resto (anche senza i pur importanti dati scientifici), poteva essere presumibile e ben risaputa, per immaginazione e a fronte di dati – anche a volte assai poco piacevoli – di cronaca, dal largo (e perfino dal più incompetente in materia, come il sottoscritto) popolo – bue. Insomma, il dato è reale. Scoraggiante. Ma anche, se proprio non vogliamo più di tanto abbacchiarci, un tantino risibile. A tal punto da non stupirsi più di tanto, se ben si è pensato di farne argomento di uno spettacolo teatrale a sfondo sociale (d’obbligo) ma non tedioso o bacchettone, quanto piuttosto di largo impatto ironico e capace di smuovere il pubblico a serene, paciose risate.
E’ il caso della commedia francese di successo “La foto del mio migliore amico” firmata dall’attore – sceneggiatore Fabrice Donnio e che, per la prima volta in Italia, debutterà allo “Spazio Kairos” (via Mottalciata, 7) di Torino. Ad essersi aggiudicati i diritti, per il nostro Paese e per i prossimi tre anni, è infatti la Compagnia torinese “Onda Larsen” e la prima messa in scena – per la regia di Andrea Borini, sul palco Riccardo De Leo, Gianluca Guastella e Lia Tomatis – è in programma per quattro consecutive e ormai prossime date: da giovedì 7 a domenica 10 maggio, alle 21. Poi, comincerà la tournée. Dopo aver già avuto i diritti esclusivi per “Una cena d’addio”, il filone della commedia francese per “Onda Larsen” (sempre più attiva e convincente) continua così con questo spettacolo tradotto, per l’occasione, dal regista Borini. Si tratta di una esilarante commedia degli equivoci ai tempi, per l’appunto, delle “app”. Un primo appuntamento, un profilo fake e un migliore amico “nel posto sbagliato al momento sbagliato”: cosa succede quando il desiderio di trovare l’anima gemella online si scontra con una bugia “fin troppo fotogenica?”.
La stessa domanda si pose (ricordate?) nel remoto 1971 – quando di “app” non girava neppure l’ombra – Luigi Zampa, nella scrittura e nella direzione cinematografica del celebre “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata”, eccezionali interpreti Alberto Sordi e Claudia Cardinale. In scena, lo sprovveduto emigrante italiano Amedeo Battipaglia (Sordi), la giovane, tutt’altro che illibata Carmela, calabrese trapiantata a Roma (Cardinale) e l’amico “figo” Giuseppe (Angelo Infanti): e poi, lo scambio di freccia identificativa in una foto di gruppo, il rincorrersi di missive strapiene di bugie, l’incontro a Brisbane, il faticoso nominativo rimpallarsi dei due Amedeo – Giuseppe e Giuseppe – Amedeo, fino alla tragicomica scoperta dell’inganno amoroso e la finale accettazione di una vita in quel di “Bun Bun Ga”, villaggio in pieno deserto australiano, 15 abitanti diventati 16 con la nuova “convenuta” Carmela. Amarezza, descrizione di vite rassegnate ma anche divertimento, commedia dell’“assurdo”. Di un “assurdo” diventato non rifiutabile “realtà”, perché al peggio – come suol dirsi – non c’è mai peggio.
E, dal cinema al teatro.“La foto del mio migliore amico” del francese Donnio mi riporta proprio alla mente infatti (sia pure in tempi dove le lettere scritte a mano, che impiegavano mesi ad arrivare a destinazione, non si sa neppur più cosa mai siano) lo “storico” film di Zampa.
Un parallelo inoffensivo e tutt’altro che spiacevole. Ritorniamo dunque alla commedia che impegnerà a Torino e in tournée, i tre bravi artisti di “Onda Larsen”. Il testo è in scena, con grande successo e da ormai due anni, al Teatro “Edgar” di Parigi. Protagonista é Antonio, che ha finalmente ottenuto un appuntamento con Chiara, conosciuta (vedi un po!) su un “sito di incontri”. Per l’occasione, Antonio chiede dunque al suo migliore amico Guglielmo di accompagnarlo. Perché? Semplice. Proprio perché Antonio (come il Sordi – Amedeo) aveva avuto la geniale idea di utilizzare la foto di Guglielmo come propria immagine del profilo, convinto di essere meno fotogenico dell’amico più “figo”. Ha, così, inizio una girandola di equivoci inarrestabile. Obiettivo: far innamorare Chiara di Antonio o, meglio, di Guglielmo, che finge di essere Antonio, o, forse, di Antonio che finge di essere Guglielmo. La serata sarà così decisamente e comicamente complicata, “perché questo spettacolo – affermano i protagonisti – in un’epoca in cui il mondo degli incontri digitali è diventato la nuova frontiera del corteggiamento, intende analizzare con ironia e cinismo le dinamiche moderne”. Spettacolo da non perdere. Anche perché la versione italiana curata da “Onda Larsen” mantiene intatti lo “spirito brillante” e il “fraseggio serrato” del testo originale, garantendo al pubblico una serata all’insegna del divertimento puro e del ritmo incalzante.
Per info: “Spazio Kairos”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org
Gianni Milani
Nelle foto: Compagnia “Onda Larsen” e il regista Andrea Borini
Organalia 2026 celebra quest’anno il XXV anniversario della propria attività
La prima sarà intitolata “Da Torino verso il Ciriacese e il Canavese” e si svolgerà dal 2 maggio al 5 luglio toccando Chivasso, Mathi, Moncalieri, San Maurizio Canavese, Chiaverano, Cirié, San Carlo Canavese, Nole, Villanova Canavese, Torrazzo Piemonte , Cuorgne’, Andrate, con un concerto straordinario a Vigliano Biellese, in provincia di Biella.
La seconda rassegna è intitolata “Alla scoperta delle valli di Lanzo” e verrà sviluppata dal 4 luglio al 10 ottobre a Ceres, Monastero di Lanzo, Balme, Mezzenile, Corio, Viù, Usseglio, Lanzo Torinese, con tre concerti straordinari a Moncalieri, Volpiano e Feletto.
La prima rassegna avrà inizio sabato 2 maggio, partendo dalla basilica di Superga dove fu avviata l’avventura musicale denominata allora Vox Organorum, mutata poi nel marchio Organalia.
La serata sarà aperta alle ore 21 da un momento altamente significativo , la consegna della targa “Organalia alla carriera” al professor Guido Donati, organista e compositore, già docente dal 1978 al 2014 al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, alla presenza dei suoi allievi e delle autorità.
Seguirà un concerto d’organo tenuto dal professor Gianluca Cagnani, già allievo del professor Donati e suo successore nella cattedra di Organo del Conservatorio torinese. Alla consolle dell’organo, costruito da Gioacchino Concone nel 1789, svilupperà un programma intitolato “Bach e l’arte dell’improvvisazione. Tra lo stylus phantasticus nord europeo e lo stile italiano”, con brani di Bach, Buxtehude, Benedetto Marcello e alcune improvvisazioni.
Questo appuntamento ha il patrocinio della Città di Torino e prevede la possibilità di una visita guidata alla basilica a cura della Fraternità della Speranza Sermig della durata di 45 minuti dalle 19.30 alle 20.15. Punto di ritrovo presso la biglietteria alle ore 19.15.
Domenica 3 maggio alle ore 17 a Castelnuovo don Bosco, nell’Astigiano, si terrà il secondo concerto di Organalia nella chiesa di San Bartolomeo. L’interprete sarà l’organista novarese Luca Canneto che, alla consolle dell’organo costruito da Giuseppe Calandra nel 1760, svilupperà un programma intitolato “L’arte di sonare: tra inventioni e passaggi”, con brani di Cima, Frescobaldi, Pasquini, Sabatini e Storace. Questo concerto si avvale dei contributi del Comune di Castelnuovo don Bosco e si svolge in collaborazione con l’associazione “When the Saints” e con il Lions Club Castelnuovo don Bosco.
Organalia si avvale del patrocinio della Regione Piemonte, Consiglio regionale del Piemonte e Città Metropolitana di Torino.
Tutti i concerti sono ad ingresso con offerta libera
È possibile scrivere ad Organalia all’indirizzo info@organalia.org
Mara Martellotta
Sino al 15 maggio, negli spazi della galleria martinArte
Ognuno ha la sua “madeleine”, quel dolce – “dodu”, rigonfio, paffuto – che abbiamo incrociato anche di recente in altre occasioni torinesi e che nelle pagine della “Recherche” porta al narratore, tra uno sbocconcellamento e un sorso di tè, brani di ricordi e di memorie. Anche Fernando Montà – vive e lavora a Torino, già docente di Discipline Pittoriche presso il Liceo Renato Cottini, un percorso artistico dedicato all’incisione e alla pittura figurativa con temi legati all’ecologia e alla difesa dell’ambiente nonché alle “ferite” della natura, lette metaforicamente e rivolte all’animo umano, mostre in Italia (Piacenza, Roma, Pisa) e all’estero (Barcellona) -, che porta negli spazi della galleria martinArte (corso Siracusa 24/A) la mostra dal titolo “Onda vegetale”, a cura di Paola Barbarossa e con il testo critico di Riccardo Dellaferrera, ha la sua madeleine.
Che sono quei fili d’erba, verdi e fitti, tema caro all’autore e molteplice (tra gli altri “La collina”, 1997; o ancora “Omaggio ad Antonietta”, cm 100 x 120: squarci di “relazione tra essere umano e natura”), che riempivano i prati del suo biellese e che tornano alla mente per riflettere di protezione e di pericolo. Che possono trasformarsi in aculei, proteggono ma nascondono serpi. Che possono essere l’immagine di una giornata di vento, di libertà, di allegria. Dalla memoria dell’artista fuoriescono quei lembi di natura, dal ragazzo di un tempo, sono sequenze di moduli destinati a inquadrare il paesaggio, a circoscriverlo di occasione in occasione, un unicum come quattro, sei, otto, dodici visioni incorniciate, a spaziarci sopra, a volo d’uccello, a liberare e a inguainare, mai a soffocare, lasciando negli spazi azzurri dei cieli un contraltare ampio e a volte estremamente rassicurante del sentirsi libero. Momenti diversi di storia personale, in un lungo arco di tempo che si srotola dall’inizio degli anni Novanta sino a uno ieri molto prossimo, li diresti una sorta di rappacificazione di un’età matura i tanti riquadri che ti accolgono nella parete opposta all’ingresso della galleria – “Onda vegetale”, un lungo protendersi di fili d’erba, tra il verde e il blu e il violaceo, contro un cielo immensamente azzurro, isola di rasserenante momento meditativo -, se Montà non fosse pronto a correggerti nel dirti che quei fili hanno ormai alcuni decenni (1993).
Anche forme ovali – i nostri occhi, una spezzettatura e un inserimento magrittiani, espressi in larghe dimensioni, mentre ci sentiamo immersi nell’abbraccio di una natura che esplode nel suo dinamismo e nella sua monumentalità – a scorgere prospettiche inquadrature cinematografiche, tra spruzzi di nuvole arrotolate su se stesse nelle loro pennellate, accuratamente reinventate, dilatate ai lati da angoli di memoria che derivano direttamente da corse, sogni, giovinezze. O in dimensioni più piccole, con l’uso magari di colori inattesi, non abituali, con l’inserimento nell’opera di quasi impercettibili aperture – ritorna il tramite dell’occhio – che lasciano scorgere sul fondo specchietti che rimandano la nostra immagine o s’allontanano verso un infinito tutto da decifrare. Sottolinea nel suo testo Dellaferrera: “L’onda assume anche una valenza metaforica più ampia. La sua sinuosità richiama una dimensione generativa e accogliente riconducibile al principio femminile: una forma che protegge e avvolge, ma che nello stesso tempo richiede attenzione e rispetto… Siamo ciò che siamo grazie a ciò che impariamo e ricordiamo: la memoria costruisce la nostra conoscenza del mondo e la nostra capacità di entrare in relazione con esso.” Orari: dal lunedì al venerdì ore 15,30-19,30 (il martedì sino alle 20,30) – sabato e domenica su appuntamento. Cell 335 360545; e-mail paolabarbarossa@libero.it
Elio Rabbione
Nelle immagini, opere di Fernando Montà: “Onda vegetale” (1993), acrilico su tavola; “Omaggio ad Antonietta”, acrilico su tavola; “La collina” (1997), acrilico su tavola.
Venerdì 8 maggio, alle 21.30, andrà in scena al teatro Juvarra lo spettacolo dal titolo “Just Wonder”, un omaggio appassionato a uno degli artisti più influenti nella storia della musica mondiale, Stevie Wonder. Si tratta di una voce che valica il limite del tempo, capace di trasmettere un messaggio universale di amore, speranza e impegno sociale.
“Just Wonder” reinterpretazione in chiave jazz contemporanea di alcuni dei brani più celebri e significativi del repertorio di questo compositore. Gli arrangiamenti originali sono firmati da Enzo Orefice e offrono nuove prospettive armoniche e ritmiche, mantenendo inalterata l’emozione e la potenza espressiva delle versioni originali. Una vera e propria “mini big band” libera l’energia delle sezioni dei fiati, unita alla libertà improvvisativa tipica del jazz, dando vita a un’esperienza ricca di sfumature e coinvolgente. Il concerto propone capolavori come quelli dal titolo “Superstition”, “Sir Duke”, “Leightly”, “Isn’t she Lovely”, “I wish”, “Do I Do”, e molti altri con spazi dedicati all’improvvisazione e alla reinterpretazione creativa.
In scena tra le voci Roberta Bacciolo, Elena Bacciolo e Marta Piccichè; al sax alto Francesca Verace e Vincenzo Martire; al sax tenore Paolo Guerriero, al sax baritono Domenico Gugliotta, alla tromba Alessandro Grimaldi e Daniele Gentile, al trombone Enrico De Laurenti e Aldo Caramellino, al basso Luciano Saracino, alla chitarra Alessandro Sugameli, alle percussioni Gianluca Fuiano. Pianoforte e arrangiamenti di Enzo Orefice.
Venerdì 8 maggio 2026, ore 21.30 – intero 20 euro – teatro Juvarra – via Juvarra 13, Torino
Mara Martellotta
Chiude, con il concerto di “Sister Lb”, il Progetto di “Renken ETS” con artiste e attiviste under 30
Venerdì 8 maggio, ore 21
Figura centrale della scena musicale senegalese e artista che grintosamente sfida gli “standard” musicali del “Rap”, sarà Sister Lb (al secolo Selbe Diouf) a chiudere, a Torino, il Progetto “Plural Voices”.
Venerdì 8 maggio, alle 21, è in calendario un suo concerto negli spazi del Circolo culturale “Jigeenyi”, in via Borgo Dora 3/0, a Torino. L’appuntamento é a ingresso gratuito che, per chi vuole, può essere anticipato da aperitivo o cena africana. L’artista è stata scelta per l’affinità delle sue tematiche con gli obiettivi di “Plural Voices”, Progetto firmato dalle Associazioni “Renken Ets”, “Anomalia Teatro” e “Laki Aps” che ha previsto talk, dibattiti, incontri artistici e appuntamenti teatrali, quali “momenti di partecipazione femminile e di sensibilizzazione rispetto alle ‘tematiche di genere’ e di ‘educazione alla cittadinanza globale’, proposti nei quartieri di ‘Barriera di Milano’ e di ‘Aurora’, nonché frutto di un intenso lavoro di coprogettazione”.
Riconosciuta tra gli otto “rapper” più influenti e celebri del Senegal, Sister Lb sfida gli “standard maschili” del “rap”, senza rinunciare alla propria femminilità. Collabora anche con l’“Onu” sul tema delle “migrazioni” ed è fortemente impegnata nel raccontare la ricca e viva storia del suo quartiere di Dakar, denunciando le diseguaglianze e difendendo quell’empowerment artistico – femminile che, negli ultimi anni, si è fortemente imposto al potere di un “patriarcato” con le radici ben affondate in ogni aspetto della società.
Nata in una famiglia di musicisti, a Sister LB la madre, coreografa, ha trasmesso l’amore per la cultura e per le melodie ispirate alla tradizione senegalese della cosiddetta “Teranga” (“Ospitalità” in lingua “wolof”), ispirata da figure come il Gruppo dei “Positive Black Soul” e “Missy Elliot”.
Ha rappresentato il Senegal al “Womex”, uno degli eventi culturali più influenti al mondo, e ha partecipato a vari Festival negli States, in Francia ed in Svizzera. È anche co-autrice di “Liees et Dèchaînées”, una raccolta di racconti che esplorano temi come la “resilienza” e l’“emancipazione”.
Nel febbraio 2025 ha ricevuto il “Music Impact Award” per il suo talento e la passione con cui contribuisce alle arti e alla cultura senegalesi.
Il Progetto “Plural Voices” in “Barriera di Milano” e ad “Aurora”
Dice Giulia Gozzellino, vice-presidente di “Renken Ets”: “ ‘Plural Voices’ nasce dalla volontà di creare attività culturali nei quartieri di Aurora e Barriera di Milano insieme a donne arabe e afrodiscendenti. Abbiamo iniziato a incontrarci per condividere le nostre passioni, i nostri interessi e le competenze: insieme, poi, abbiamo costruito un percorso in cui ci formiamo e definiamo un calendario comune. In questo modo abbiamo attraversato diversi strumenti artistici e culturali per agire il nostro femminismo e l’antirazzismo nei quartieri che abitiamo”.
Obiettivo principale del “Progetto”, l’“empowerment femminile”.
“Il calendario di appuntamenti – ancora Gozzellino – è stato creato per valorizzare le diversità, creare spazi di parola, anche di lotta per una giustizia sociale e di genere, per i diritti umani, per la prevenzione dei conflitti, per l’educazione interculturale e l’antirazzismo. Punto di forza la ‘coprogettazione’. Tutti i momenti sono nati da un gruppo di giovani – donne, artiste e attiviste – che hanno pensato alle iniziative tra Barriera di Milano e Aurora, parlando soprattutto agli ‘under 30’. Ha previsto tre moduli formativi con questo gruppo di donne che, così, hanno affinato competenze organizzative, di programmazione e gestione autonoma di eventi. Poi è nata la proposta di sei eventi culturali co-progettati e l’elaborazione di tre workshop intensivi di gruppo dove, attraverso la pratica teatrale, è stata concretizzata la sospensione del giudizio”.
Il “Progetto” ha lavorato anche sulle “diversità”.
“E proprio per questo – conclude Gozzellino – è stata fondamentale la presenza delle volontarie, delle operatrici e delle socie afrodiscendenti di ‘Renken’ e di ‘LAKI’, associazione di donne marocchine residenti a Torino, costituita, appunto, per lavorare sul tema dell’emancipazione femminile”.
Per info: “Renken Ets”, via Priocca 28, Torino; tel. 338/1416296 o info@renken.it
g.m.
Nelle foto: Sister Lb