







| Ai Musei Reali di Torino torna un nuovo appuntamento di Torino crocevia di sonorità, la rassegna musicale giunta alla sesta edizione e inserita nel programma di Estate Reale 2026 – Una sera al museo, realizzata dai Musei Reali in collaborazione con il Conservatorio Statale di Musica “Giuseppe Verdi” di Torino, che quest’anno ruota intorno a Note ritrovate – Un manoscritto, una regina: i mille volti della musica.
Venerdì 17 luglio, alle ore 21.00, il Salone delle Guardie Svizzere di Palazzo Reale ospita Ritratto a due voci, un concerto per voci e pianoforte. Il soprano Tamara Moldavchuk e il baritono Franco Celio Cioli, accompagnati da Marta Conte al pianoforte, propongono un programma che spazia da Franz Schubert a Hugo Wolf, da Ludwig van Beethoven a Gabriel Fauré,da Henri Duparc a Claude Debussy, da Reynaldo Hahn a Robert Schumann.
Come per tutti gli eventi di Estate Reale, i Musei Reali osservano un’apertura straordinaria, dalle 19.45 alle 23.30, con ultimo ingresso alle ore 22.45. Il biglietto di venerdì 17 luglio (€ 8,00) comprende la visita libera al primo piano di Palazzo Reale e all’Armeria Reale, ed è acquistabile sia online, sia presso la biglietteria dei Musei Reali dalle ore 19.45. La Caffetteria Reale rimane aperta fino alle ore 21.00.
Venerdì 17 luglio 2026 TORINO CROCEVIA DI SONORITÀ Ritratto a due voci Concerto per voci e pianoforte. In collaborazione con il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino. Musei Reali di Torino, Salone delle Guardie Svizzere di Palazzo Reale
Programma:
Franz Schubert (1797-1828) Hugo Wolf (1860-1903) Nur wer die Sehnsucht kennt
Ludwig van Beethoven (1770-1827) Gabriel Fauré (1845-1924) Henri Duparc (1848-1933) Claude Debussy (1862-1918) Reynaldo Hahn (1874-1947) Robert Schumann (1810-1856)
Orari Visita libera al percorso museale: 19.45–23.30 Inizio concerto: 21.00
Percorso visitabile Primo piano di Palazzo Reale Armeria Reale
Caffetteria Reale Aperta fino alle ore 21.00
Biglietti Intero: € 8,00 Gratuito fino agli 11 anni compiuti Gratuito per un accompagnatore di persona con disabilità
Biglietti disponibili online al link: https://museireali.midaticket.com/eventi/17-luglio-estate-reale-torino-crocevia-di-sonorita-concerto-e-apertura-serale-dei-musei-reali/?t=2026-07-17 e presso la biglietteria del museo la sera stessa.
Informazioni: https://museireali.beniculturali.it/
Social: FB museirealitorino IG museirealitorino X MuseiRealiTo YouTube Musei Reali Torino
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Nel piazzale, davanti alla Basilica di Superga, si innalza imponente il monumento dedicato al Re Umberto I di Savoia. Su un basamento di marmo si erge un Allobrogo, guerriero capostipite dei piemontesi, con indosso un elmo alato, lunghe trecce, ascia e corno di guerra. Il guerriero tiene un braccio levato mentre con l’altro punta una spada sulla corona ferrea circondata dalle palme del martirio, in segno di fedeltà e con accanto uno scudo sabaudo lambito da due serpenti, simboli rispettivamente della dinastia reale e del tempo. Alle spalle del guerriero si trova un’ alta colonna corinzia di granito, il cui capitello in bronzo si prolunga in una figura d’aquila imperiosa ad ali spiegate, trafitta da una freccia; allegoria del re assassinato.
Umberto I nacque il 14 marzo 1844 a Torino, precisamente a Palazzo Moncalieri, da Vittorio Emanuele II (allora duca di Savoia ed erede al trono sabaudo) e da Maria Adelaide d’ Austria. Ebbe, come da tradizione sabauda, un’educazione essenzialmente militare e nel marzo del 1858 intrapreseproprio la carriera militare, cominciando con il rango di capitano; successivamente prese parte alla Seconda Guerra d’Indipendenza, distinguendosi nella battaglia di Solferino del 1859.Il 9 gennaio del 1878, alla morte del padre, salì sul trono italiano con il nome di Umberto I e con il nome di Umberto IV su quello sabaudo, dal momento che suo padre aveva stabilito, malgrado l’unità nazionale, il prosieguo della tradizione nominale sul trono sabaudo.
Assunse, sul fronte della politica interna, una posizione rigida e autoritaria soprattutto in senso anti-parlamentare: le insurrezioni e i moti, come quelli dei Fasci dei Lavoratori in Sicilia e l’insurrezione della Lunigiana (1894), che minacciavano l’ordine interno e l’unità stessa dell’Italia, lo portarono a firmare provvedimenti come ad esempio lo Stato d’Assedio. A seguito di questi e di altri gravi avvenimenti, si procedette, ad opera del governo Crispi,allo scioglimento del Partito Socialista, delle Camere del Lavoro e delle Leghe Operaie. Il suo regno fu contrassegnato da opinioni e sentimenti opposti, infatti se da alcuni venne elogiato per per il suo atteggiamento dimostrato nel fronteggiare sciagure come l’epidemia di colera a Napoli del1884 ( si prodigò personalmente nei soccorsi), o ad esempio per la promulgazione del cosiddetto codice Zanardelli che portò all’abolizione della pena di morte, da altri fu aspramente avversato per il suo duro conservatorismo. Fu aspramente criticato dall’opposizione anarchico-socialista e repubblicana italiana, soprattutto per la decorazione del generale Fiorenzo Bava-Beccaris che fece uso dei cannoni contro la folla a Milano per disperdere, il 7 maggio 1898, i partecipanti alle manifestazioni di protesta scatenate dalla tassa sul macinato. Dopo esser sfuggito a due attentati, Umberto I venne ucciso a Monza il 29 luglio del 1900, per mano dell’anarchico Gaetano Bresci.
A pochi mesi di distanza dall’attentato di Monza, il vice-presidente dell’Unione Artisti ed Industriali di Torino, Alessio Capello, propose l’erezione di un monumento in memoria di Umberto I, con l’idea di farlo sorgere sul colle di Superga, presso le tombe degli avi di Casa Savoia. L’assemblea dell’Unione Artisti ed Industriali, presieduta da Giacomo Rava, acconsentì all’ iniziativa e venne immediatamente costituito un Comitato esecutivo che aprì una sottoscrizione e raccolse, nel giro di pochissimo tempo, una somma di 15.000 lire provenienti da oltre ottanta comuni piemontesi e da circa cento Associazioni. L’incarico di scolpire il monumento fu affidato allo scultore Tancredi Pozzi che concluse l’opera in poco più di un anno dall’approvazione del progetto. L’inaugurazione avvenne l’ 8 maggio del 1902 alla presenza del sindaco di Torino Severino Casana, del presidente del Comitato esecutivo Alberini e del canonico Amedeo Bonnet, prefetto della Basilica di Superga, che prese in custodia il monumento per conto della Casa Reale.
Simona Pili Stella
Foto Xavier Caré / Wikimedia Commons
Organizzato nel cuore della città, AstiMusica rappresenta un’importante occasione per vivere il centro storico in un’atmosfera di festa, tra concerti, spettacoli e appuntamenti culturali.
Leggi il programma su piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/eventi/dettaglio/astimusica-2026-grandi-nomi-dello-spettacolo-piazza-alfieri
Credito fotografico: Archivio Ente Turismo Langhe Monferrato Roero
Riceviamo e pubblichiamo
Con lo stesso spirito, con cui abbiamo aperto il Museo Ettore Fico in Barriera di Milano nel 2014, abbiamo deciso di trasferirci nel quartiere Madonna di Campagna nel 2026 per poter dimostrare che le periferie posso offrire una visione alternativa alla consuetudine, attivare un pubblico nuovo per le attività culturali e offrire alla Città un’alternativa alle zone centrali.
Dalla nostra nuova sede si può usufruire del Parco Dora e degli spazi del Kappa Futur Festival (Ex Teksid-Ferriere Fiat), della chiesa di Antonio Botta, del Museo dell’Ambiente e del distaccamento di Informatica dell’Università, incontrare moltissimi ragazzi che studiano e altrettanti operai, impiegati e semplici persone che lavorano o vivono qui. Il nostro nuovo progetto è riformulato rispetto alle attività del Museo Ettore Fico che, per il momento, è stato “congelato” in attesa di un nuovo e proficuo dialogo con la Città e le Istituzioni. La programmazione delle mostre sarà semestrale e inizierà alla fine del mese di settembre con una mostra personale di Giovanni Termini, l’artista vincitore del Premio MEF assegnato durante Artissima 2025. Ogni mostra sarà l’“assolo” di un singolo artista che si confronterà con lo spazio e la produzione di una singola installazione site-specific. Questa serie di mostre avrà un unico titolo: “Caveau” e un sottotitolo deciso dall’artista invitato, per sottolineare la preziosità e l’unicità dell’operazione. Le mostre avranno durata di sei mesi ciascuna e le visite avverranno in un contesto intimo e meditativo. L’ingresso sarà gratuito e su appuntamento, il numero di visitatori sarà di 15/20 partecipanti per ogni incontro, tutti insieme e allo stesso orario, e potranno beneficiare di una visita esclusiva con operatori culturali che illustreranno le opere e la loro poetica. Le visite saranno su prenotazione nominale, ci piace sapere chi ci verrà a trovarci per poter attivare una reciproca conoscenza, avere un reciproco rapporto privilegiato, si potranno instaurare rapporti fra i visitatori stessi dando vita a interessanti scambi interpersonali che daranno frutti in contrapposizione all’anonimato in cui quotidianamente ci troviamo. Chiederemo a tutti di lasciare per un’ora i telefoni spenti ed entrare in sintonia con le opere e lo spazio nel “caveau” dell’arte. Giovanni Termini Assoro (Enna) 1972, vive e lavora a Pesaro. La sua ricerca si concentra su una ridefinizione della scultura, intesa non come organizzazione di volumi statici, ma come combinazione di forme in espansione. I media da lui utilizzati, consistono in oggetti quotidiani provenienti dai contesti più diversi e realizzati con materiali differenti: legno, acciaio, vetro, tubi da ponteggio che dialogano fra loro per affermare il primato della materia e della forma. Gli oggetti, accostati in modo contrastante, coinvolgono lo spettatore sia fisicamente sia mentalmente e le installazioni che realizza trasmettono uno spaesamento ironico o paradossale invitando il pubblico a fermarsi e a riflettere, mettendo in relazione la solidità delle strutture con l’insicurezza dell’esistenza. Il paradosso tra stabilità-forza e squilibrio-precarietà riflette la condizione umana, collegandosi alle tensioni interne delle strutture. Termini realizza preferibilmente opere site-specific, con l’intento di inventare un nuovo alfabeto dello spazio, dando vita e voce a prospettive inusuali e a grandi luoghi non convenzionali. Egli indaga precedentemente lo spazio in cui le sue opere verranno create, lo assorbe e lo vive prima di attuare l’installazione. Il processo concettuale e riflessivo è vitale come la fase dell’assorbimento concettuale, quando l’idea si trasforma in forma. La sua idea di spazio – lo spazio in cui l’artista lavora e in cui l’opera nasce e vive – non coincide con una dimensione astratta e predefinita, il suo non è uno spazio cartesiano, bensì uno spazio valutato dalla prospettiva stessa dell’artista come grado zero. Lo spazio diventa infatti un “cantiere” – parola chiave nella pratica di Termini, sinonimo di un ambiente in continuo progresso, avanzamento e trasformazione – che nasce come strumento di introspezione e diventa infine la forma espressiva distintiva dell’artista. Il cantiere non è soltanto il luogo in cui si lavora e la materia si trasforma, è anche il luogo in cui dominano ordine, rigore, logica del movimento e in cui tutto può accadere, come nella vita.
Fondazione Ettore e Ines Fico
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Uno svolazzo di angioletti, più o meno paffuti, un punto di chiarore in quel Bambinello a rischiarare la scena costruita nei toni bruni, il viso misericordioso della Vergine avvolta nella sua veste rosata e San Giuseppe, il ramo fiorito di fiori bianchi ai suoi piedi, a offrire quel gruppo di famiglia ai fedeli, a quell’angolo di città che timidamente Daniel Seiter, pittore di corte di Vittorio Amedeo II, ha posto, tra il 1698 e il 1699, in questa grande tela, alta e imponente, tre metri per due, che torna oggi al pubblico di Palazzo Madama, nella Camera delle Guardie: opera acquistata in asta a Vercelli nel maggio scorso, operazione eccellente di munificenza voluta da un gruppo che riunisce gli Amici della Fondazione Torino MuseI, più che volenterosa e agguerrita presidente Maria Leonetti Cattaneo, e l’avvocato Marziano Marzano, già assessore alla Cultura e vice sindaco di Torino. Non soltanto un’acquisizione ma la conferma, in tempi gretti e inariditi e quanto mai ingenerosi, che il mecenatismo non fu prerogativa di un rinascimento o di un’epoca barocca ma che può trovare spazio – un ampio spazio? – anche ai nostri giorni. Non era giusto che “Il Patrocinio di San Giuseppe e l’Immacolata Concezione con Gesù Bambino” finisse in qualche collezione privata o risparisse chissà dove, come già successe in epoca di trafugamenti francesi di epoca napoleonica che ne fecero perdere le tracce. “Senza trionfalismi” – ripete con eleganza sabauda Marzano – “e come esempio di bella storia istituzionale” e di senso civico, i signori si sono dati da fare, hanno affrontato tempi stretti e carte bollate e hanno riportato a casa di storia torinese.
Questo “San Giuseppe” venne commissionato dalla Città di Torino verso la fine del secolo XVII e concepito per la chiesa di Santa Cristina, devozione e onore al santo che era stato eletto compatrono della città, dopo la conclusione della guerra contro la Francia di Luigi XIV. Gli ultimi decenni hanno dato spazio a studi approfonditi che hanno consentito di ricostruirne la storia e di identificarlo con la grande pala documentata dalle fonti settecentesche. È felicemente posto oggi nella prima sala che introduceva agli appartamenti di Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours, al piano nobile del palazzo: di qui si raggiungevano infatti la Camera di Parata e gli appartamenti di rappresentanza. Unione che si fa ancora maggiore se si pensa al legame che legò la sovrana sostenitrice del culto del santo, che accrebbe giorno dopo giorno il proprio rapporto privilegiato con il monastero di Santa Cristina (volle tra l’altro essere sepolta in abito monacale) e con la beata Maria degli Angeli. Per molte ragioni la tela doveva tornare alla società del capoluogo, gesto di generosità – ripetiamolo -, di valida appartenenza e di altezza intellettuale. L’impegno e la fatica li ha descritti con vivacità Maria Cattaneo, durante la presentazione di ieri: “Non è stata cosa da poco l’intera operazione, forte per noi che ci sovvenzioniamo con una quota associativa annuale di cento euro, centocinquanta se a sottoscrivere sono marito e moglie, ma l’occasione voleva dire che san Giuseppe aveva proprio scelto noi”, entusiasmo corrisposto da Marzano che di recente s’è fatto già promotore del restauro di un polittico di Defendente Ferrari.
Daniel Seiter – nato a Vienna nel 1647 e morto a Torino nel 1705, dopo un apprendistato veneziano e un breve soggiorno romano venne nella capitale sabauda, lavorò tra l’altro a Palazzo Reale (la “Galleria del Daniel”, che da lui prende il nome, raffigura nella volta il trionfo di Vittorio Amedeo II) e nella Villa della Regina, sono andate perdute le sue opere per l’Ospizio di Carità in via Po, altre tele in alcune chiese torinesi e in Germania, a Brunswick e Dresda – torna ospite in un nuovo allestimento della sala, seicentesca a tutto tondo, specchio della stagione barocca italiana, accompagnandosi a Giovanni Serodine e al Cairo, a Orazio Gentileschi e al Dauphin e al Cerano, “sottolineando il ruolo di Torino quale crocevia artistico europeo. Ha sottolineato Giovanni C.F. Villa, direttore di Palazzo Madama: “Il museo non è soltanto il luogo della conservazione delle opere, ma lo spazio in cui la storia della città ritrova le proprie connessioni.Il ritorno della pala di Daniel Seiter ci permette di rileggere una stagione fondamentale della cultura sabauda e, al tempo stesso, di restituire nuova forza e nuovo significato a uno degli ambienti più rappresentativi del piano nobile del palazzo”.
Rosanna Purchia, assessora alla Cultura della Città, ha ribadito quanto l’acquisizione sia “un gesto di grande attenzione verso il patrimonio comune e conferma quanto la collaborazione tra istituzioni, cittadini e realtà private possa contribuire in modo concreto alla tutela e alla valorizzazione del proprio percorso museale, rafforzando il legame tra le collezioni civiche, la città e la sua storia”; mentre Massimo Broccio, Presidente della Fondazione Torino Musei, commenta in conclusione: “Tra gli obiettivi strategici della Fondazione vi è quello di favorire una partecipazione sempre più ampia alla tutela e alla valorizzazione del patrimonio, promuovendo forme di sostegno capaci di trasformare l’interesse individuale in una responsabilità condivisa verso la collettività. Le acquisizioni, i restauri e i progetti di valorizzazione acquistano infatti il loro significato più profondo quando diventano occasioni di coinvolgimento della comunità e strumenti di trasmissione della memoria alle generazioni future”.
Elio Rabbione
Nelle immagini, la tela di Daniel Seiter posta a Palazzo Madama (part.); l’ex vice sindaco di Torino, Marziano Marzano, l’assessora Rosanna Purchia, la Presidente degli Amici della Fondazione di Palazzo Madama e Giovanni Villa, direttore del Palazzo, alle loro spalle l’opera. Ph. Perottino
A cura di Clelia Arnaldi di Balme
Guardaroba e Piccolo Gabinetto Cinese
Piazza Castello, Torino
Apre al pubblico mercoledì 15 luglio l’esposizione Giardini. L’arte di vivere la natura nel Settecento, a cura di Clelia Arnaldi di Balme.
Antico o moderno, all’italiana o all’inglese: con i suoi colori, i suoi rumori e i suoi profumi, il giardino accompagna la vita dell’uomo e consente un rapporto quotidiano con la natura. Attraverso una selezione di disegni, tavole botaniche e incisioni, la mostra conduce il visitatore in una passeggiata ideale tra i giardini del Settecento, alla scoperta della loro storia e delle abitudini di chi li viveva giorno per giorno, per svago o per mestiere.
Il percorso si apre con una sezione dedicata al giardino “all’italiana”, nato nell’Italia centrale del Rinascimento e caratterizzato da aiuole disegnate con rigore geometrico, terrazzamenti, fontane e sculture. Il giardino di Boboli a Firenze viene declinato come modello in tutta l’Europa e gode di particolare fortuna come immagine del potere. Le incisioni di Antonio de Pienne per il volume delle Regie villae poetice descripte, stampato a Torino nel 1771, illustrano i parterre de broderie delle residenze reali sabaude, dove le siepi piantate a disegni geometrici creano veri e propri ricami vegetali, fissando i principi di grandiosità, rigore simmetrico e artificialità delle forme, che distinguono il giardino barocco.
L’esposizione prosegue con il giardino nel teatro del Settecento: qui lo spazio verde incarna l’artificio umano che si impone sulla natura, ed è sede ideale di intrattenimenti sociali non ufficiali, mentre la selva è luogo misterioso che produce smarrimento e il boschetto è luogo solitario adatto a confidenze. I disegni scenografici di Filippo Juvarra (Messina 1678 – Madrid 1736) e dei fratelli Bernardino e Fabrizio Galliari (Andorno 1707 – 1794 e 1709 – 1790) per i teatri di corte di Torino ci accompagnano alla scoperta delle valenze simboliche e letterarie dei giardini settecenteschi.
Anche il progetto di Filippo Juvarra per il giardino della villa di Luigi Mansi a Segromigno, nella Lucchesia, abbozzato dall’architetto messinese nel 1706 e completato più tardi, nel 1725, descrive parterre à broderie e fontane alla francese. Il risultato del lavoro di Juvarra si può ammirare anche nella veduta prospettica incisa nel 1790 su disegno dell’abate e geografo lucchese Giovanni Francesco Giusti.
Nel progettare il giardino, l’architetto deve considerare molteplici aspetti, dai livellamenti del pendio alle opere di ingegneria idraulica per il corretto funzionamento delle fontane. Juvarra concepisce tre giardini in uno: due zone con giochi d’acqua e aiuole geometriche, tra le quali si inserisce il prato con viale che conduce al loggiato di ingresso della villa. Dietro al palazzo un fondale scenografico a esedra, composto di edicole e tempietti, gruppi di sculture e piccole fontane.
Infine, le incisioni di Ignazio Sclopis (Torino 1727 – 1793), tra cui la veduta del parco di Stupinigi con i suoi viali a raggiera, approfondiscono le attività ricreative che si svolgono in giardino, dalle passeggiate all’ascolto della musica nei padiglioni dedicati ai concerti, dalle regate ai giochi di palla.

Il percorso si chiude con i giardini “all’inglese” e “all’orientale”, frutto di diverse visioni della natura, che figurano nei progetti di Francesco Bettini (Maderno 1737 – 1816), architetto e studioso di botanica, rientrato a Roma dopo aver vissuto lunghi periodi a Parigi e a Londra. Il giardino all’inglese nasce sulla base di suggestioni letterarie intorno al tema del sublime e del bello, elaborate in Inghilterra dalla metà del Settecento. Il sentimento scavalca ogni razionalità e aiuta a cogliere la dimensione infinita del paesaggio, l’immenso e la forza della natura. Il giardino non è più geometrico, si apre alla libertà della natura, con un aspetto più romantico.
Negli stessi anni, la letteratura di viaggio e le relazioni dei missionari fanno conoscere i giardini cinesi, che fino all’inizio del secolo erano noti solo attraverso le decorazioni di porcellane, tessuti e lacche. I giardini costruiti dagli imperatori della dinastia Quing (1644 – 1911) nelle residenze di Pechino e delle regioni settentrionali della Cina plasmano l’andamento del terreno e ricreano gli elementi naturali in modo artificiale. Nei giardini d’Europa, come in Cina, compaiono rocce, acqua, alberi e arbusti, pagode e piccoli edifici all’orientale disposti con apparente casualità su colline realizzate dall’uomo.
Un’ultima vetrina è infine dedicata ai due volumi di acquerelli botanici opera del conte Lorenzo Freylino (1754 – 1820), dal titolo “Francisci Laurentii Freylini … Hortus herbarii repertorium botanicae figuris ab eodem collectis delineatisque, excerptum, ac demonstratum”. Freylino allestisce un giardino botanico con piante rare e esotiche presso il suo palazzo a Buttigliera d’Asti e approfondisce i suoi interessi scientifici scambiando piante e semi con gli scienziati botanici italiani e stranieri più autorevoli del tempo. I due volumi raccolgono 123 tavole datate tra il 1773 e il 1813.
Il progetto grafico è a cura di Simona Alborno con la collaborazione di Giuseppe Salerno.
Ingresso incluso nel biglietto delle collezioni permanenti.
In occasione dell’apertura della mostra verrà riallestita anche la Sala Tessuti. Qui sarà riproposta l’esposizione Bianco al femminile, a cura di Paola Ruffino, che illustra la stretta connessione, materiale e simbolica, che lega il bianco, il colore naturale della seta e del lino, alla donna.
Cinquanta manufatti tessili custoditi dalle collezioni di Palazzo Madama: dal ricamo in lino medievale, ai merletti ad ago o a fuselli, al ricamo in bianco su bianco fino agli abiti da sposa: una storia secolare – tutta declinata al femminile – intrecciata nelle mussole di cotone, nelle garze di seta, nei rasi leggeri.
Il nuovo allestimento sarà visibile dal 15 luglio con il biglietto delle collezioni permanenti.
INFO UTILI
ORARI: lunedì e da mercoledì a domenica: 10 – 18. Martedì chiuso.
Il servizio di biglietteria termina un’ora prima della chiusura.
INFORMAZIONI
palazzomadama@fondazionetorinomusei.it – t. 011 4433501 https://www.palazzomadamatorino.it/it/
Torna anche quest’anno Musica in Quota, il festival che unisce escursionismo e musica dal vivo negli scenari più suggestivi dell’Alto Piemonte. La ventesima edizione si svolgerà dal 7 giugno al 20 settembre 2026 tra le montagne del Verbano-Cusio-Ossola
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