Ricerca, internazionalizzazione e rinnovamento sono le parole chiave del nuovo percorso intrapreso dal Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, sito in via Po 55, a Torino. Un processo, quello dell’intera Fondazione che, se da una parte ha avuto inizio negli anni precedenti con le molteplici acquisizioni di oggetti datati tra il XV secolo e il Novecento, dall’altra vede in atto una vera e propria mutazione, un profondo cambiamento di pelle che porterà il Museo a trasformarsi in un foro aperto al vasto pubblico nazionale e internazionale, evolvendosi, così, dall’attuale condizione di “tempio elitario” dalla tipica espressione localistica.
Il progetto di rinnovamento, la cui conclusione è prevista entro la fine di dicembre 2029, in occasione dei festeggiamenti per il trentennale del Museo Accorsi-Ometto, comprende importanti lavori di restauro di quest’ultimo e di tutto il Complesso della chiesa di Sant’Antonio, dove oggi si trova la Fondazione. La finalità è quella di recuperare, ristrutturare e dare nuovamente forma agli edifici storici, risalenti al XV secolo e nati per accogliere i viandanti che giungevano in città da Est, per rivederli in un’ottica di “varco d’accesso culturale” alla città, di vetrina attraverso la quale raccontare le eccellenze del territorio locale, nazionale e internazionale.
In occasione della conferenza di presentazione del progetto, il Direttore del Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto, Luca Mana, ha svelato la recente acquisizione di un’opera appartenente a un pittore vercellese facente parte, probabilmente, della famiglia Oldoni: una “Natività” risalente al 1500 circa, individuata grazie agli studi sulla celebre famiglia milanese intrapresi durante la mostra su Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma. Tra le altra acquisizioni di rilievo si annoverano il “Trittico con la Crocifissione e Santi” (1390-1400), opera di origine tardo medievale della Bottega degli Embriachi, le “Tazze con le prove del colore blu della manifattura Ginori, a Doccia”, pezzi unici, datati tra il 1740 e il 1745, di cui fa parte la “Tazzina traforata”, la sola conosciuta in porcellana bianca traforata, e due vasi in vetro con coperchio atti a contenere i differenti campioni di terre utilizzati dalla manifattura Ginori nella produzione delle sue porcellane. Tra la metà dell’Ottocento e gli anni Trenta del Novecento sono, invece, collocati quattro bozzetti del pittore torinese Francesco Gonin e il “Ritratto della madre” dello scrittore e pittore Carlo Levi.
In un’ottica di rinnovamento e innovazione tecnologica, il Museo Accorsi-Ometto ha avviato una collaborazione con Reveel, una startup finlandese che permette di creare guide interattive e mappe senza dover scaricare la app sul proprio smartphone. Già utilizzata da diverse organizzazioni e attrazioni europee, Reveel consente al pubblico del museo (il primo in Italia ad essere dotato di questo strumento digitale) di fruire dei contenuti in 63 lingue.
“Siamo particolarmente felici di presentare le ultime acquisizioni, l’innovativa web app che consente di visitare il museo in 63 lingue differenti e di annunciare il progetto riguardante il Complesso di Sant’Antonio – ha dichiarato il Direttore Luca Mana – si tratta del primo passo di un percorso che, da qui a fine 2029/inizio 2030, ci porterà a festeggiare il trentennale dell’apertura del Museo. La Fondazione Accorsi-Ometto del futuro sarà nuova e dinamica: un luogo all’interno del quale si potrà parlare e confrontarsi, sull’esempio delle grandi piazze rinascimentali italiane”.
Info: Museo di Arti Decorative Accorsi-Ometto – Via Po 55, Torino
Info@fondazioneaccorsi-ometto.it – fondazioneaccorsi-ometto.it
Orari: Martedì, mercoledì e venerdì dalle 10 alle 18 / giovedì dalle 10 alle 20 / sabato, domenica e festivi dalle 10 alle 19 / lunedì chiuso.
Mara Martellotta


Ma di loro sappiamo proprio tutto? Faceva freddo quel mattino, lunedì 18 marzo 1314. Jacques de Molay, Gran Maestro dei Templari e Geoffrey de Charnay, precettore di Normandia, vengono condotti sul rogo e arsi vivi. Sulla Senna a Parigi, di fronte alla Cattedrale di Notre Dame, si spegne per sempre il sogno dei Templari. In realtà la loro rovina era già iniziata con una grande sconfitta militare a San Giovanni d’Acri nel 1291. I Mamelucchi, i nuovi padroni della Terra Santa, gettarono in mare gli ultimi crociati e uccisero i prigionieri feriti o troppo vecchi e le giovani donne furono violentate davanti a tutti. Era la fine dei cristiani in Palestina e di quel che restava del regno crociato. Ha un ritmo incalzante la saga dei Templari raccontata da Marco Salvador e Matteo Salvador nel libro “Storia dei Cavalieri Templari”, Edizioni Biblioteca dell’Immagine. Entrambi con la passione della ricerca storica ed esperti di strutture difensive, dai castelli medioevali alle fortificazioni degli ultimi conflitti mondiali, narrano le gesta dei Cavalieri tra vittorie sul campo e sconfitte, dai primi vagiti dell’Ordine del Tempio alla conquista musulmana di Acri passando per la disfatta di Hattin nel 1187, la perdita di Gerusalemme e la presenza di Federico II in Terra Santa. Ma il libro comincia dalla fine, dalla morte sul rogo degli ultimi templari. Gli ultimi giorni, le ultime ore di vita dei cavalieri del Tempio in forma di cronaca. “Fin dall’alba era stata proclamata a Parigi la sentenza di morte e l’ora dell’esecuzione. Una folla si era radunata sulla riva della Senna, la pira era pronta e il cancelliere iniziò a leggere ad alta voce la lunga lista delle accuse di eresia, di sodomia e di adorazione ma il popolo non pareva ascoltarlo e gridava qua e là “sono innocenti”. Finita la lettura, il cardinale si mise davanti al Gran Maestro dei Templari e chiese: “avete qualcosa da dire in vostra difesa?”. Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro, non gli rispose ma si rivolse alla folla proclamando l’innocenza sua e di tutto l’Ordine. Li legarono al palo, il Gran Maestro chiese di recitare le preghiere e poi gridò: “ecco, ora sarò giustiziato e Dio sa quanto ingiustamente”. Dopo quelle parole si appiccò il fuoco alle fascine che avvolsero subito i due corpi.







