CULTURA E SPETTACOLI

Debutta a Torinodanza Extra “Amazzoni” di Silvia Gribaudi

Martedì 5 maggio prossimo, alle 20.45, debutterà alle Fonderie Limone di Moncalieri, in prima assoluta per Torinodanza Extra, il percorso dedicato alla danza e al teatro performativo, inserito nel cartellone del Teatro Stabile di Torino con lo spettacolo “Amazzoni”, con concept, regia e coreografia di Silvia Gribaudi, che vede in scena le performer Marta Olivieri, Martina La Ragione, Sara Sguotti, Susannah Iheme, Vittoria Caneva. Le musiche sono di Matteo Franceschini, il disegno luci di Luca Serafini, lo styling di Ettore Lombardi. Lo spettacolo, co-prodotto dall’Associazione culturale Zebra – Teatro Stabile di Torino Teatro Nazionale e dal Gymnase CDCN Roubaix resterà in scena fino a lunedì 7 maggio, e sarà in tournée in Italia e all’estero fino al 10 ottobre 2026.
Silvia Gribaudi è un’artista associata del Teatro Stabile di Torino ed è un’autentica pioniera nell’esplorare il corpo nella dimensione delle arti performative. La sua nuova creazione rilegge l’antico mito greco delle donne guerriere come spazio di riflessione sul presente, attivandolo come archetipo contemporaneo capace di attraversare sacro, profano e umano. Le “Amazzoni” non sono figure da rappresentare, ma donne che esercitano la propria forza non rinunciando alla complessità. Sprigionano una carica vitale che non si lascia contenere e, nel divenire corpo, ridefinisce l’ordine dato senza chiedere legittimazione, trasforma il riso in gesto sovversivo e irriverente, fino a un’esplosione che rivela la loro parte più oscura e fragile, che scompone gli equilibri sfidandoli. Le performer vengono a costruire un dispositivo scenografico in cui si intrecciano dimensione individuale e collettiva, dando vita a una comunità  nella quale, unite e complici, lottano senza nemico, incarnando un esercizio di libertà che scardina e irride ogni dinamica di potere. La scena diventa territorio di esperienze e consapevolezze, dove il corpo non è solo gesto poetico, ma atto politico.
La danza, con le sue posture, traiettorie e ritmi diventa un rituale di resistenza sensibile. La coreografia non racconta i corpi, ma li abita, non dichiara, ma interroga.

Silvia Gribaudi, con la collaborazione di Francesco Dalmasso come assistente alla coreografia, crea in scena una pratica che si configura come un allenamento fisico per aprire spazi dentro e fuori dal corpo. Una forma coreografica che non cerca l’unisono, ma un gesto che attiva una relazione tra le performer e con il pubblico. Le differenze diventano materia comune, esercizio di coesistenza e allenamento a stare insieme senza annullare le singolarità.
La drammaturgia musicale si fonda sulle sonorità vocali femminili, matrice sonora e materia viva dell’intera composizione. La voce, molteplice e cangiante, è il cuore pulsante del progetto: attraverso elaborazioni elettroniche si espande, si frammenta e si ricompone, attraversando e materializzando stati emotivi e significati diversi. La musica di Matteo Franceschini crea un paesaggio sonoro polifonico, rituale, quasi sciamanico, dove la ripetizione si fa trance, resistenza, processo di trasformazione. Le luci di Luca Serafini disegnano territori mobili, attraversamenti, zone di potere e di intimità. I costumi curati da Ettore Lombardi sottolineano la complicità del gruppo di lavoro, dando spazio alla personalità di ogni corpo attraverso elementi di epoche diverse. Gli abiti non trasformano, rivelano. Il colore nero diventa un ambiente condiviso che accoglie differenze, posture e caratteri, uno styling che sostiene la libertà di corpi in scena. “Amazzoni” ha preso forma grazie a contributi preziosi.

“Ippolita, Pentesilea e le altre Amazzoni sono tornate – dichiara Silvia Gribaudi – come presenze più che come personaggi: non raccontano un mito, lo attraversano, non brandiscono armi, ma posture. Non scagliano frecce, ma traiettorie. Lo spettacolo, creato in dialogo con le danzatrici protagoniste, abita la scena come uno spazio da attraversare. Non occupa, ma espande. Non impone, ma insiste. È un gesto che si prende il diritto di esistere. Corpi che si allenano alla libertà, corpi che trasformano la resistenza in ritmo, la fatica in celebrazione. In scena le performer si mettono in gioco come singolarità e come branco, la loro battaglia è una pratica, un allenamento costante a stare nel mondo con il proprio corpo intero. Unite e complici, combattono senza nemico. La loro rivoluzione non costruisce confini, ma apre frontiere. Insieme prendono il potere e lo trasformano in un atto coreografico, lo attraversano, lo parodiano, lo ribaltano. La danza qui è un allenarsi a stare e a riprendersi il proprio spazio”.
Lo spettacolo è parte del programma di eventi di avvicinamento a Europride 2027.

Gli artisti del Teatro Stabile di Torino incontrano i cittadini nelle Case di Quartiere e nei Presidi Civici delle Circoscrizioni più lontane dal centro citta.
Il progetto è sviluppato in collaborazione con La Cultura dietro l’Angolo – mercoledì 29 aprile alle ore 17.30, alla Casa del Parco, in via Modesto Panetti 1, a Mirafiori, Silvia Gribaudi racconta “Amazzoni”.

Info: Fonderie Limone – via Pastrengo 88, Moncalieri

Orario:  martedì, mercoledì e giovedì ore 20.45 – biglietteria: teatro Carignano -piazza Carignano 6, Torino – 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

Bill Morrison racconta la genesi di The Great Flood

In occasione del Torino Jazz Festival, il regista Bill Morrison avrà un incontro alla GAM seguito da un concerto all’Auditorium Giovanni Agnelli il 1⁰ maggio

Il regista Bill Morrison giunge a Torino per il Torino Jazz Festival e avrà un incontro con il pubblico il 29 aprile prossimo alla GAM, in dialogo con il direttore artistico Stefano Zenni e l’introduzione di Chiara Bertola, direttrice della GAM, in merito alla realizzazione del film “The Great Flood”, che nasce dalla sua collaborazione con il jazzista Bill Frisell. L’incontro, a ingresso libero fino a esaurimento posti, consentirà di conoscere in modo più approfondito questo film, in collaborazione tra un regista e un jazzista, ispirato dalla catastrofica inondazione del Mississipi del 1927, la più grande della storia americana. Si trattò di un evento di proporzioni immani, che coinvolse migliaia di persone, soprattutto afroamericane, costrette a emigrare verso Nord. La catastrofe cambiò la storia sociale degli Stati Uniti, ma anche quella musicale, a partire dal blues e dai suoi protagonisti, alcuni dei quali avevano assistito all’inondazione e l’avevano raccontata nelle loro canzoni.
Nel 2012 Bill Morrison, tra i più grandi film-maker contemporanei, ha trovato e assemblato in forme suggestive le testimonianze filmate di quella catastrofe, e Bill Frisell ne ha tratto una visionaria narrazione musicale che verrà presentata venerdì 1⁰ maggio alle ore 18, all’Auditorium Giovanni Agnelli, in forma di proiezione con musica live, in un’inedita versione in duo con lo storico collaboratore di Frisell, il violinista Eyvind Kang, in prima assoluta nella giornata della Festa del Lavoro. Frisell sarà alla chitarra. La partitura musicale accompagnerà il montaggio visionario di Morrison e dimostra l’intenzione del Torino Jazz Festival di aprirsi a linguaggi contemporanei e al dialogo tra cinema e musica.

Mara Martellotta

Al Musa Art Gallery “David Bowie, mio fratello”, attraverso lo sguardo del fratellastro Terry Burns

Dal 17 aprile al 12 luglio, presso lo Spazio Musa di Torino, è ospitata la mostra dal titolo “David Bowie, mio fratello”, un progetto dello scrittore David Lawrence e di Francesco Longo, in programma per la prima volta in Italia dopo l’esposizione a Parigi e Saint-Rémi de Provence. Si tratta di un racconto per immagini che ricostruisce un ritratto di David Bowie a partire da una relazione privata e che attraversa l’intera traiettoria pubblica dell’artista. Il punto di vista è definito dall’impianto della mostra: la figura di Terry Burns, fratellastro di Bowie, diventa il dispositivo attraverso cui leggere immagini, testi e materiali. Non si tratta di una retrospettiva, ma di un percorso che mette in relazione episodi biografici, riferimenti culturali e la costruzione dell’identità artistica. Il nucleo espositivo riunisce una serie di fotografie in parte realizzate da autori che hanno seguito Bowie nelle fasi della sua carriera, tra cui rari scatti di Denis O’Regan, Philippe Auliac e Michel Haddi, in parte provenienti da altri contesti.
Le immagini non seguono una sequenza cronologica lineare, ma si organizzano per nuclei, restituendo passaggi, trasformazione e continuità. Accanto ai ritratti di Bowie compaiono figure che ne definiscono il contesto umano e creativo, famigliari, musicisti, artisti e intellettuali, i genitori e il nonno, Thomas Edward Lawrence, Miles Davis, Lou Reed, Mick Jagger, Pablo Picasso, Bob Dylan, Brian Eno, John Lennon, Elvis Presley, Lindsay Camp, Bing Crosby, Frank Sinatra, Jim Morrison, William S. Burroughs, Jean Genet, Jack Kerouac, Syd Barrett, tra gli altri. Il percorso costruisce così una rete di relazioni che rimanda alle influenze alla base del suo lavoro, dalla musica alla letteratura, dalle arti visive al cinema. All’interno di questo sistema, Terry Burns assume un ruolo strutturale, è attraverso lui che Bowie entra in contatto con una parte significativa del proprio orizzonte culturale, dalla letteratura al jazz, elementi che tornano trasformati dalla sua produzione. La mostra utilizza questo legame come chiave di lettura, senza isolarlo in una dimensione puramente biografica. Testi e immagini procedono su due livelli paralleli, e la scrittura accompagna il percorso senza funzione descrittiva, costruendo un controcampo narrativo che orienta la lettura delle fotografie.
Spazio Musa – via della Consolata 11/E – Torino
“David Bowie, mio fratello” – dal 17 aprile al 12 luglio
Mara Martellotta

“E.T.A. Hoffmann” a 250 anni dalla nascita, tra “illustrazione e animazione”

Prosegue il ciclo di incontri POP APPuntamenti, promosso dalla Fondazione Tancredi di Barolo – MUSLI – Museo della Scuola e POP APP Museum

Il Pop App Museum fino a maggio ospiterà un ciclo di incontri dedicati ai libri animati di ieri e di oggi e ai loro passaggi transmediali. Pompeo Vagliani, presidente della Fondazione Tancredi di Barolo, che promuove questo ciclo di incontri POP APPuntamenti, dialoga con autori e artisti, illustratori, pop up designer, professionisti del cinema d’animazione, bibliotecari, collezionisti ed appassionati che raccontano il mondo dei libri animati.

Il prossimo appuntamento è per giovedì 7 maggio alle ore 17, nel corso di un incontro denominato “E.T.A. Hoffmann” a 250 anni dalla nascita, tra “illustrazione e animazione”, in cui Matteo Bernardini renderà omaggio al ladre della letteratura fantastica moderna attraverso il cinema illustrato del regista torinese, che ci condurrà dietro le quinte per scoprire la tecnica d’animazione da lui sviluppata durante la pandemia. Giovedì 28 maggio, alle ore 17, sarà l’ultimo appuntamento del ciclo con “Libri  animati e scuola d’animazione CSC”, con Chiara Magri e Laura Fiori. La scuola d’animazione del centro sperimentale di cinematografia ha sede in Piemonte e si racconta attraverso i progetti in collaborazione con il Centro Studi e il POP APP Museum nel 2025 e nel 2026.

Mara Martellotta

“Giovani sguardi”: sogni, desideri e fragilità dell’adolescenza

 

Dal 2 al 23 maggio prossimo torna alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani di Torino una nuova edizione di “Giovani sguardi”, la rassegna della Fondazione TRG pensata per il pubblico giovane e dedicata ai temi, alle domande e alle inquietudini delle nuove generazioni. Si tratta di cinque spettacoli selezionati da un gruppo di ragazzi e ragazze coinvolti in un gruppo di co-progettazione che narrano esperienze, fragilità e sogni dell’adolescenza. In questi spettacoli che interrogano il presente attraverso i desideri e le paure dei giovani, è presente una commistione di teatro, musica, video e performance, capaci di affrontare temi centrali del nostro tempo quali l’identità digitale, la salute mentale, il bisogno di senso, il rapporto con il futuro e la pressione di una società che risulta sempre più accelerata.

Sabato 2 maggio, alle 20.45, andrà in scena “Molly” di Cubo Teatro, una storia d’adolescenza tra identità e algoritmo, tra amore e dipendenza digitale; sabato 9 maggio, alle 20.45, sarà la volta della pièce teatrale “Still Alive” di Associazione Florian Metateatro, in cui un corpo immobile racconta con ironia e vulnerabilità la depressione come condizione intima e generazionale; sabato 16 maggio, alle 20.45, il Teatro Nazionale di Napoli porterà in scena “Assetati”, il racconto di tre solitudini che attraversano il tempo inseguendo sogni dimenticati alla ricerca di un amore capace di dare un senso al dolore; venerdì 22 maggio, alle 20.45, gli allievi del corso intensivo della scuola di teatro della Fondazione TRG presenteranno “Timeless”, un’indagine sulla frenesia contemporanea che riscopre nel vuoto e nella lentezza l’ultimo spazio possibile di libertà. Infine sabato 23 maggio, alle 20.45, andrà in scena un viaggio emotivo tra desiderio e paura, che interroga il senso di generare la vita in un mondo attraversato dall’incertezza, dal titolo “Dead or alive”.

Mara Martellotta

“Sia Luce”

Si celebra anche attraverso l’arte, nel quattrocentesco “Duomo – Cattedrale di Santo Stefano” di Biella, la Santa Pasqua di Resurrezione

Da marzo a domenica 7 giugno, giornata del “Corpus Domini”

Biella

“Immagini di soglia”. Così sono state, a ragione, definite le opere del chioggiotto Riccardo Albiero, solo due, esposte nella maestosa solennità della quattrocentesca “Cattedrale di Santo Stefano” a Biella (fatta costruire dalla Comunità locale nel 1402, a seguito di un voto fatto alla Madonna di Oropa per la scampata pestilenza del 1399 e diventata “Cattedrale” nel 1772, con la titolazione della “Città della Lana” a sede vescovile) in quel tempo pasquale che tradizionalmente invita a riflettere sul passaggio “dalla notte alla luce”, “dalla morte alla vita”. Attraverso “immagini di soglia”che sono “preghiera muta” e “apparizione fugace”, per l’appunto. Solo due, si diceva, perfettamente inserite nel Progetto “Sia Luce”, promosso dalla “Parrocchia di Santo Stefano” (patrono di Biella), a cura di Irene Finiguerra per “BI-BOx – APS”, nell’ambito del Bando “CulturHUB” di Città e Cattedrali e della “Consulta Regionale per i Beni Ecclesiastici”. “The Silent Choir” (“Il suono del silenzio”, olio e acquerello su tela, di grandi dimensioni) e “A Sorrowful Charm” (“Un fascino doloroso”, olio su tavola), i titoli dei dipinti, entrambi datati 2025, entrambi espressione tecnicamente rigorosa di “un universo silenzioso e contemplativo dove la pittura si fa gesto spirituale, evocazione ed offerta”.

In tal senso, é da leggersi la pittura di fragile realismo, pur nella tecnica di perfetta definizione, di Riccardo Albiero. Figura ascetica, le braccia lungo i fianchi, una postura composta in silente, intima preghiera nel suo fisso osservarci quali amichevoli presenze cui chiedere gesti di comune devota condivisione, quella del giovane (autoritratto?) dallo sguardo profondo e penetrante di “The Silent Choir”. Alle sue spalle un “telo sospeso” (quasi sipario teatrale) in cui vediamo muoversi “ombre di colombe in volo” (simbolo eterno di pace cristiana e riconciliazione divina), riflesse in un gioco di smosso chiaro-scuro nell’ampia camicia chiusa ai polsi, fiori appena accennati nella delicatezza di morbide cromie e un “cardo” disegnato in basso a sinistra. Il volto del giovane “non descrive un’ identità definita–sottolinea Irene Finiguerrama una presenza interiore, come una figura che affiora come memoria dell’anima, come tracce di un mistero che non si lascia afferrare ma solo intuire”. E mistero, realtà simbolica è ancora il “cardo” che si ripete da “The Silent Choir” al più piccolo “Sorrowful Charm”, dove appare tenuto in mano forse dallo stesso giovane del precedente dipinto. Anche qui, non semplice  grafica ornamentale di una comune “pianta” erbacea, ma, in ambito religioso, elevato simbolo associato al dolore, alla corona di spine e alla passione del Cristo, del Cristo che si fa uomo e assume su di sé la maledizione della Genesi per redimere l’umanità. Ancora Irene Finiguerra:“Queste opere parlano a chi crede, ma anche a chi è in ricerca. A chi riconosce nel tempo pasquale un mistero di fede e a chi, semplicemente, attraversa la Cattedrale in cerca di silenzio. Non chiedono appartenenza, ma disponibilità all’ascolto. In un tempo spesso segnato dal rumore e dalla fretta, invitano a sostare senza difese, a lasciarsi toccare da una luce che non impone risposte ma apre domande. Fino a giugno, nel tempo disteso che segue la Pasqua e conduce verso la pienezza della luce estiva, queste immagini continuano a parlare di vita che rinasce e di presenza che si fa discreta. Non proclamano, non spiegano: accompagnano. Sono come preghiere mute affidate alla pittura, offerte silenziose che chiedono soltanto di essere accolte”.

Preghiere. Preghiere che fanno volare alto sentimenti d’amore. E che, personalmente, mi sollecitano ricordi e domande su altre accorate musicali invocazioni:

“Ti guardo camminare in chiese così alte/Ti sento parlare e fai esplodere il mio cuore/Sento il …/Sento il coro silenzioso/

E tu, ti prendi cura di me?/E tu, pensi mai a me? …/

Invocazioni, interrogativi riportati in musica “stile – coldwave” nel brano “The Silent Choir” (stesso titolo del dipinto di Albiero) pubblicato nel 2018 dal duo musicale svizzero-britannico degli “Lebanon Hanover”. Puro caso? Mia casuale suggestione? O anche per Riccardo Albiero, fascinosa fonte d’ispirazione? In ogni caso, restano le motivazioni di un dolce incantesimo e “la connessione profonda tra anime solitarie – come si è scritto – che non hanno bisogno di parole per comprendersi”.

“Sia Luce”

Il Progetto mette al centro del suo interesse il complesso della “Cattedrale di Biella”, come fulcro della spiritualità della città e del suo territorio. Dall’ottobre del 2019, anno di nascita del progetto a oggi, sono state più di settanta le iniziative ospitate. “Sia Luce” è dunque un’occasione per approfondire la conoscenza della “Cattedrale” e di tutto il complesso di “architettura sacra” che si è sviluppato, su Piazza Duomo, nel corso dei secoli. Una periodica esposizione di opere d’arte contemporanee legate al tema del “sacro” consentono di integrare e far dialogare i beni artistici che la “Cattedrale” o il “Battistero” custodiscono con un linguaggio nuovo e accattivante.

Per info: tel. 392/5166749 o info.bibox@gmail.como www.bi-boxartspace.com

Gianni Milani

 

Nelle foto: Allestimento interno opere Riccardo Albiero; “The Silent Choir”; “A Sorrowful Charm”; Biella, Piazza Duomo (Ph. Davide Corona)

Eterni nel tempo… quei magnifici “Ritratti del XX secolo”

“Da Felice Casorati a Carol Rama: le Collezioni della Fondazione Bottari Lattes e oltre”, in mostra alla “Fondazione” di Monforte d’Alba

Fino al 17 maggio

Monforte d’Alba (Cuneo)

“Niente al mondo può essere paragonato al volto umano. E’ una terra che non ci si stanca mai di esplorare”. Mi sono capitate a fagiolo sotto gli occhi e per la giusta occasione, queste sagge parole del danese Carl Theodor Dreyer, regista e critico cinematografico, fra i massimi esponenti della cinematografia mondiale del ‘900. Parole che dal mondo prettamente cinematografico a quello più ampio delle arti visive in genere (pittoriche, grafiche e scultoree) mi trovano assolutamente concorde e che, forse, sarebbero state ben accette dallo stesso Mario Lattes, editore, scrittore, pittore e fra i massimi intellettuali del secolo scorso, al cui enorme interesse per la “Ritrattistica” – quale artista e acuto collezionista – fa riferimento la mostra attualmente, e fino a domenica 17 marzo prossimo, aperta alla “Fondazione Bottari Lattes” (a lui dedicata dalla moglie Caterina Bottari Lattes nel 2009) a Monforte d’Alba (Cuneo). Curata da Francesco Poli, la rassegna “Ritratti del XX secolo. Le collezioni della Fondazione Bottari Lattes e oltre”, assembla – tra dipinti, incisioni e sculture – più di cinquanta opere (volti fieramente reali e altri di immaginaria interpretazione) realizzate in primis dallo stesso Mario Lattes (Torino, 1923 – 2001) e altre appartenenti alle sue “Collezioni”, in un dialogo serrato ed emotivamente coinvolgente con alcuni tra i più importanti Maestri del ‘900.

Per Lattes, la “ritrattistica” ha sempre ricoperto uno spazio importante, e abbondantemente “coccolato” nell’ambito della sua complessiva produzione artistica, proprio come strumento in cui meglio affondare quelle insanabili ferite dell’anima, derivate dal suo essere parte ben sensibile, sia pure nell’ottica di una laicità mai negata, di quell’ebraismo su cui la storia s’è in passato accanita con inaudita spietatezza. Drammi talmente grandi ed insopportabili da trasformarsi in alcuni dipinti di Lattes (non meno che nelle sue opere letterarie) in pagine di inspiegabili e amare “riflessioni”, ironiche e sarcastiche, dove mai però ci verrebbe il ghiribizzo di riderci su. Solo un sorriso amaro, come per il suo memorabile “Autoritratto con cappello, marionette e uccello” del 1990, in cui l’autore si rappresenta circondato da marionette, fantocci e uccellacci. Capocomico e burattinaio o parte egli stesso dello stravagante teatrino? Passione che genera da lontano, fin dal 1947, anno della sua prima mostra a “La Bussola” di Torino, Mario Lattes disegna e dipinge “Ritratti” con “incisiva attenzione all’identità individuale”, spaziando da situazioni più “intimistiche” (come nel caso dei famigliari) a quelle fortemente espressioniste, visionarie e surreali (con forti richiami a mondi pittorici che vanno da Odilon Redon al belga “pittore delle maschere” James Ensor o alle “funamboliche geometrie” di Klee), come succede con quel ceruleo (su fondo nero) graffiato e disturbato “Volto di Franz Kafka”, derivato da una foto ma “trasfigurato in una enigmatica atmosfera lunare”. Dalle prime prove di vagheggiata informalità (Anni ’50-’60), alla crudezza fuggitiva di personalissime prove surreal-espressioniste, è proprio vero, “Lattes – come di lui scriveva Marco Vallora – è sempre là, dove non te lo attendi, anche tecnicamente”. La comprensione dei suoi “Ritratti” e delle sue opere in genere va sempre oltre ciò che l’artista ti presenta in parete, per portarti in oscuri spazi dell’inconscio difficili da esplorare. Solo “suoi”. A noi lasciarci avvolgere da quell’aura di sublime arruffato mistero che è il “suo” e solo “suo” piccolo-grande universo. Accanto al quale, gravitano in mostra (figure amiche!) anche altri ritratti provenienti dalle Collezioni della stessa “Fondazione Bottari Lattes” insieme a quelle di altre Gallerie, con opere realizzate da pittori e scultori del suo stesso “contesto artistico”. La selezione comprende quindi dipinti di Felice Casorati, di esponenti del torinese “Gruppo dei Sei” come Jessie BoswellFrancesco Menzio (suo un piccolo “ritratto della moglie”) e Carlo Levi (bizzarro il suo onirico “Risveglio -un solo occhio aperto- con la madre”), accanto ad altri di Luigi SpazzapanItalo Cremona (bel bello in canottiera) e Mario Calandri, affiancati da tre notevoli pittrici come Nella MarchesiniDaphne Maugham e l’estrosa Carol Rama. Tra le incisioni, le nitide fisionomie dell’amico ceco Jiri Anderle (famoso per le sue “mezzature”) e un sintetico volto di Mario Surbone. Tre le sculture esposte: una preziosa testa femminile in cera di Giacomo Manzù, di forte ispirazione impressionista alla Medardo Rosso; una figura quasi astratta di Sandro Cherchi e un ritratto con forti richiami al cubismo di Mario Giansone.

Mostra di stupefacente ricchezza poetica, in cui le opere di Lattes fanno da sapiente “collante” a “Ritratti” accomunati in un unico gioco o “teatrino” di similitudini e diversità capaci, in ogni caso, di guidarti lungo sentieri dell’anima di assoluta piacevolezza e magiche suggestioni.

Gianni Milani

Per info: “Fondazione Bottari Lattes”, via Marconi 16, Monforte d’Alba (Cuneo); tel. 0173/789282 o www.fondazionebottarilattes.it

Nelle foto: Allestimento Mario Lattes “Ritratto blu, Kafka”, anni ’60 e Carlo Levi “Risveglio con la madre”, 1973; Mario Lattes “Autoritratto”, 1990; Italo Cremona “Autoritratto”, 1950 ca.; Giacomo Manzù”Testa”, cera, 1935

Per i cinquant’anni del metodo Suzuki  il concerto della stagione Stefano Tempia  

Ottanta arpe insieme costruiscono un unico suono, un gesto collettivo in cui si ricostruisce il percorso del metodo Suzuki in Italia. Nell’ambito delle celebrazioni per il 50⁰ anniversario, la Stefano Tempia propone “Ottanta arpe, una voce”, concerto dedicato a Gabriella Bosio, figura centrale del metodo Suzuki applicato all’arpa. Sabato 2 maggio, alle ore 18, presso l’Auditorium Santo Volto di Torino, si incontrano allievi e musicisti di livelli diversi, riuniti in un unico organico. Il programma tiene insieme pratica, didattica e repertorio, sviluppandosi come un viaggio musicale fluido e variegato: danze e fantasie, canti della tradizione irlandese, gallese, sudamericana e italiana, fino a celebri pagine del repertorio operistico. Una selezione dhe riflette il lavoro nelle classi e la sua trasmissione nel tempo.

L’incontro con il metodo Suzuki, attraverso Lee Robert e Antonio Mosca, orienta il percorso di Gabriella Bosio verso una direzione all’epoca poco esplorata, quella di introdurre l’arpa in un sistema educativo fi dato sull’ascolto e sulla continuità dell’apprendimento. A Torino nasce così la prima classe di Arpa Suzuki, destinata ad estendersi progressivamente anche fuori dall’Italia. Accanto alla didattica, l’insegnamento del Conservatorio e il lavoro sulla musica d’insieme segnano in modo duraturo il suo percorso. L’Ensemble Trilli e Glissée, prima orchestra composta esclusivamente da arpe, attiva da oltre trent’anni, rappresenta uno dei principali esiti di questa ricerca. Da questa esperienza, prende forma l’European Suzuki Harp Ensemble, oggi protagonista del concerto. Un progetto che riunisce studenti e insegnanti di diversi Paesi, mantenendo al centro il lavoro collettivo. Il repertorio intreccia arrangiamenti di Flavio Gatti e Gabriella Bosio con musiche tradizionali classiche, affidate a formazioni che affiancano principianti a musicisti esperti. Sarà un’occasione per evidenziare il ruolo di Torino, della scuola Suzuki e della collaborazione con l’Accademia Stefano Tempia nel sostenere la formazione musicale.

Lo European Suzuki Harp Ensemble è stato formato nel 1999 e ha debuttato al Simposio Europeo dell’Arpa di Perugia, riunendo studenti e insegnanti di diversi Paesi, esibendosi in festival, convegni e stagioni concertistiche. Fin dall’inizio si distingue per la qualità artistica delle sue esecuzioni, l’eleganza interpretativa, la sua gioia autentica di fare musica che i suoi membri riescono a trasmettere al pubblico. Il repertorio attraversa la musica classica e la tradizione popolare con adattamenti pensati per diversi livelli di formazione. La formalizzazione stabile dell’Ensemble rappresenta anche un riconoscimento al lavoro di Gabriella Bosio.

Info: sabato 2 maggio, ore 18, Auditorium Santo Volto, via Val della Torre 11, Torino, European Suzuki Harp Ensemble “Ottanta arpe, una voce” – omaggio a Gabriella Bosio. Tiziana Loi direttore, musiche di P. Beauchant, G.F. Händle, J. Hoffenbach, G. Verdi e altri.

Concerto in collaborazione con l’Accademia Suzuki Talent Center – biglietti: intero 15 euro – Ridotto 10 euro – www.stefanotempia.it – info@stefanotempia.it

Mara Martellotta

“Intrecci Festival” Seconda edizione, a Chieri

Festival (a tutto giovani) “dove musica, parole, creatività e comunità” si intrecciano che é un piacere

Venerdì 1 e sabato 2 maggio 

Chieri (Torino)

E’ stato definito come Festival “dove musica, parole, creatività e comunità si incontrano e si contaminano”. Per il secondo anno consecutivo, i prossimi venerdì 1 e sabato 2 maggio, torna al “Parco PA.T.CH.”, in piazza Caselli, a Chieri, “Intrecci”, che per questa seconda edizione è stato intitolato “Intrecci 2 – Patch-ami-ancora” e che in agenda promette un amplissimo programma fatto di concerti live, mercatini artigianali e vintage, talk, laboratori ed attività per tutte le età, senza dimenticare food e drink.

“Intrecci Festival” si inserisce all’interno del progetto “Giovani intrecci” della “Fondazione della Comunità Chierese ETS”, sostenuta da “Compagnia di San Paolo”. L’evento nasce nel 2025 dal volere delle Associazioni e Gruppi giovanili del Chierese e, nella sua seconda edizione, è supportato dalla co-progettazione tra la “Fondazione” e il “Comune di Chieri” (con un contributo di circa 3800 euro). “Il Festival – dichiara l’assessora chierese alle ‘Politiche Giovanili’, Vittoria Moglia – è frutto del coinvolgimento di tante realtà del territorio che hanno contribuito a costruire un programma vario e articolato, che ha come tematica-guida quella del ‘lavoro’ ma che si propone anche come uno ‘spazio di svago, divertimento e decompressione’, dove sono i giovani ad essere protagonisti. Inoltre, sarà anche l’occasione per inaugurare, sabato 2 maggio, l’opera di ‘street art’ di Arianna Martucci sulle pareti laterali dello ‘skatepark’”. E aggiunge il presidente Riccardo Civera“Nel corso del 2025 la scelta strategica della ‘Fondazione della Comunità Chierese ETS’ è stata di investire in azioni rivolte al mondo giovanile. In questo progetto abbiamo voluto condividere le nostre competenze con le associazioni giovanili che avevano bisogno di un supporto organizzativo ed economico”.

Un’alleanza sul piano organizzativo ed esperienziale di sicuro effetto. E dai brillanti risultati. A testimoniarlo proprio questa festosa “due giorni”, in larga parte dedicata dalla Città al mondo giovanile locale. Ma non solo.

In sintesi, il programma

I cancelli di “Parco PA.T.CH.” apriranno venerdì 1 maggioalle 12Fino alle 20 sarà possibile apprezzare i “Mercatini” e le varie “Attività” delle Associazioni. Nel pomeriggio talk a tema “Tratta e Sfruttamento” e “Salute mentale”Dalle 20,30 “Cabaret” e “Musica live”. In scena l’attore Xhuliano Dule, radici albanesi e una delle voci più originali e taglienti dell’attuale “Stand-up Comedy” italiana. Dalle 21,30, grande “musica live” con Energia Stella Sofia, tra le voci più “taglienti e necessarie” del nuovo cantautorato torinese, capace di trasformare la “canzone” in uno spazio di “critica sociale” in grado di affrontare con grande coraggio i nodi più complessi ed irrisolti dell’attualità. A seguire, ecco arrivare (22,30) i “Melancholia”, trio umbro di Foligno impostosi all’attenzione del grande pubblico grazie a “X Factor 2020”, con una musica che è un mix di “audace ed oscuro” di elettronica, dark-pop e rap, con forti influenze “rock ed alternative”.

Sabato 2 maggio, il via sempre alle 12, con i “Mercatini”, le “Attività” associative e dibattiti su “Donne e lavoro” (ore 14,30) e “Rider e Sfruttamento” (ore 16). Alle 17,30, inaugurazione dell’opera partecipata di “street art” realizzata da Arianna Martucci, in collaborazione con i partecipanti al percorso “Skat.Paint.Care.Repeat”, in base al nuovo Regolamento comunale per l’accesso e l’uso dello skatepark del “Pa.T.Ch”.

Ore 20, inizio musica live. Sul palco Neno (“uno dei talenti più cristallini e versatili del nuovo “pop” piemontese, capace di muoversi con estrema naturalezza tra la canzone d’autore classica e le sonorità contemporanee dell’‘urban-pop’”) e, a seguire (ore 21) il Gruppo rock bresciano dei “Cara Calma”, per chiudere (ore 22,30) con la “Funky Club Orchestra”, anima pulsante della “scena black” torinese.

Per ulteriori info: Comune di Chieri, tel.011/94281 o www.comune.chieri.to.it

g.m.

Nelle foto: Parco “PA.T.CH.” a Chieri; Arianna Martucci; “Funky Club Orchestra” 

Al Valsusa Filmfest “Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco”

Tra gli appuntamenti più attesi del 30⁰ Valsusa Filmfest, edizione dedicata a Fabrizio De André, è in programma al teatro Magnetto di Almese l’incontro con Mauro Pagani, figura centrale della musica italiana contemporanea, produttore, polistrumentista e compositore. È sicuramente uno dei musicisti più importanti dagli anni Settanta a oggi, protagonista di un incontro nel segno del sodalizio con Fabrizio De André, in questa edizione a lui dedicata. Nel corso della serata, condotta dal giornalista Enrico De Regibus, Pagani dialogherà con il pubblico, ripercorrendo le tappe della propria carriera e il sodalizio artistico con Fabrizio De André, di cui divenne uno tra i più stretti collaboratori, contribuendo alla realizzazione di opere che hanno segnato profondamente la musica italiana. Verrà anche presentato il documentario dal titolo “Andando dove non so. Mauro Pagani, una vita da fuggiasco” della regista Cristiana Mainardi, vincitore del Nastro d’Argento 2026 per il Miglior Documentario nella Sezione Speciale “Musica”. Il film prende avvio da un momento delicato della vita dell’artista, una temporanea perdita di memoria, da cui si sviluppa un percorso di ricostruzione della propria identità attraverso la musica, gli strumenti e il confronto con amici e colleghi. Ad emergere è un ritratto originale e intimo che vuole restituire un racconto schietto e poetico, profondo e divertente al tempo stesso, costruito attraverso frammenti di memoria e capace di riflettere sui concetti di identità, memoria e creazione artistica. Il documentario non riguarda soltanto Pagani, ma raccoglie le testimonianze di alcuni tra I maggiori protagonisti della musica italiana contemporanea, tra questi Dori Ghezzi, Ornella Vanoni, Manuel Agnelli, Luciano Ligabue, Mahmood, Marco Mengoni, Arisa, Giuliano Sangiorgi e Badara Seck, oltre alla compagna di vita e lavoro, Silvia Posa, contribuendo a costruire una narrazione corale capace di attraversare linguaggi musicali e generazionali diversi.

La carriera di Mauro Pagani ha avuto inizio nei primi anni Sessanta, con la fondazione della Premiata Forneria Marconi, formazione con cui avrebbe ottenuto un grande riconoscimento internazionale. Nel corso degli anni, sviluppò un percorso artistico articolato che lo portò a collaborare con alcuni tra i più importanti artisti italiani, divenendo produttore e arrangiatore, firmando colonne sonore per il cinema. In questo percorso risulta centrale il lavoro con Fabrizio De André, con il quale dà vita a progetti musicali di grande rilievo, frutti di una ricerca  approfondita. La regista Cristiana Mainardi è al suo esordio nel campo della regia proprio con questo documentario, dopo lunga esperienza nel mondo del cinema e della comunicazione. Giornalista professionista, sceneggiatrice e produttrice, la Mainardi ha sviluppato nel corso degli anni una carriera che ha intrecciato narrazione, impegno civile e attenzione ai temi sociali. Per numerosi anni ha lavorato a progetti cinematografici collaborando, con registi come Silgio Soldini e Marco Tullio Giordana.

“Un altro domani” è il titolo del documentario incentrato sulla violenza nelle relazioni, con cui ha dato vita a un progetto di ricerca e indagine che ha avuto circolazione nelle scuole e enelle università, oltre a ottenere un seguito televisivo significativo.

“Questo evento rappresenta un’occasione speciale per approfondire, attraverso la vice diretta di uno dei protagonisti, un’esperienza artistica e umana che ha segnato la storia della musica italiana recente – hanno dichiarato gli organizzatori del Valsusa Filmfest”

La 30esima edizione del Valsusa Filmfest si svolge fino al 24 maggio nei Comuni della Valle di Susa e a Torino, coinvolgendo scuole, associazioni, enti locali e una fitta rete di realtà sul territorio. Tra gli appuntamenti risultano la serata del 22 maggio al teatro Fassino di Avigliana “La vice dell’anima sarda – ricordo di Andrea Parodi”, curata e condotta da Enrico De Regibus, con i Tazenda, Elena Ledda e Mauro Palmas. Tra i momenti significativi dell’edizione vi saranno i Premi “Bruno Carli”, l’incontro dedicato a Mario Soldati, le proposte per le scuole, le mostre dedicate al cinema e alla memoria civile.

Martedì 28 aprile, ore 21, teatro Magnetto di via Avigliana 17, Almese. Ingresso: 7 euro – prenotazione a segreteria@valsusafilmfest.it

Info sul sito www.valsusafilmfest.it

Mara Martellotta