CULTURA E SPETTACOLI

Athos Faccincani, la pittura espressione di sofferenza. E felicità

L’INTERVISTA 

Maestro, com’è nata la sua passione per la pittura? Abbiamo avuto occasione di visitare la sua mostra presso il Museo MIIT di Torino e l’abbiamo trovata straordinaria…

Grazie, questa mostra al Museo MIIT mi è molto cara e ringrazio il direttore Guido Folco per avermi concesso l’opportunità di esporre in uno spazio meraviglioso. Allora, come tutti nasco da piccolino (dichiara sorridendo Il Maestro Athos Faccincani), ho cominciato a dipingere molto presto, verso i sei o sette anni. Ricordo che mi nascondevo in cantina a dipingere, perché mia madre non voleva, e rappresentavo già all’epoca, in maniera molto introspettiva, le sofferenze legate alla mia fanciullezza, che ho patito molto. Paradossalmente ho vissuto in una famiglia che mi ha voluto troppo bene, ma la mia paura del mondo ha sempre prevalso e mi ha accompagnato anche successivamente. Per tanti anni ho lavorato intorno a temi quali la sofferenza, il dramma, che mi hanno portato a insegnare nelle carceri e ad approfondire lo studio di queste sensazioni all’interno di esse. Avevo tra i 17 e i 19 anni di età. Ho visitato il Cottolengo, a Torino, per studiare i bambini portatori di handicap, e i manicomi per tentare di comprendere meglio le dinamiche della mente umana. Successivamente il politico e storico Renato Zangheri mi chiese di preparare una mostra sulla Resistenza, stimolandomi con una frase che porto nel cuore:

” La storia la fanno coloro che non l’hanno vissuta”, perché effettivamente sono nato dopo la guerra. Insomma, mi misi a studiare approfonditamente il periodo della Resistenza e preparai una mostra dal titolo “I sentimenti durante la guerra”, che venne inaugurata da Sandro Pertini alla Gran Guardia di Verona. Ne fu talmente entusiasta che mi nominò Cavaliere della Repubblica. Nonostante questa grande soddisfazione, dentro continuavo a sentirmi vuoto, una sofferenza nel cuore che oscurava ogni strada, non sapevo più cosa fare o dove andare, non riuscivo più a dipingere, finché non decisi di intraprendere un viaggio verso il Sud Italia, dove non ero mai stato. Era il 1981. Fu una vera e propria svolta: ebbi la possibilità di conoscere la cordialità e l’energia vitale degli uomini del Sud e rinnovare la mia attraverso contatti umani impareggiabili.

Quella sofferenza oggi è andata via?

Sicuramente è meno intensa, anche se ancora oggi conservo un senso della malinconia che fa parte di me da sempre. Posso dire che le tante passeggiate di quel viaggio nel Meridione, il contatto con il mare e le sue rive, gli uliveti, la terra rossa e gli ampi orizzonti abbiano contribuito ad aprirmi il cuore e l’anima. Una felicità che oggi esprimo dentro e attraverso la mia pittura. Ricordo proprio che buttai la mia “tavolozza dei colori malinconici”, ovvero i neri, i grigi e i viola, per dare spazio ai colori solari, gli stessi che potete ammirare nella mostra di Torino al Museo MIIT.

Quindi la trasformazione della sua pittura è stata totale…

Si, da quel momento la trasformazione è stata significativa, dal punto di vista artistico e psicologico, anche se, come dicevo prima, vivo ancora dei momenti malinconici con i quali ho imparato a entrare in armonia. Guardare i paesaggi, la natura, tutto ciò che Dio ci ha donato, il Sole, l’alba, aspetti che non avevo mai visto veramente, è stato un atto terapeutico e creativo al tempo stesso. Ho capito che la felicità è già dentro ognuno di noi e va ricercata nella nostra anima.

Lei aveva già organizzato altre mostre presso il Museo MIIT?

No, è la prima volta. Ne avevo organizzata un’altra a Torino presso la Camera di Commercio nel 2024. La mia soddisfazione più grande nell’organizzare una mostra si verifica all’ingresso del primo visitatore e questo è valso per tutte le mie esposizioni nel corso degli anni, e ne ho fatte tante, da New York a Tokyo, in tante città del mondo. Provo sempre un piacere particolare nel venire a Torino, un po’ perché lo trovo un luogo bellissimo e un po’ perché ho potuto rivalutare un piccolo pregiudizio nei confronti dei torinesi, ai quali pensavo come persone caratterialmente fredde, dure, distaccate, e che invece mi hanno gratificato tantissimo come persona e artista, e con i quali ho stabilito una forte connessione. Grazie ai torinesi ho potuto capire meglio la forza della mia pittura.

Per lei cosa rappresentano le grandi vedute e i dettagli nei quadri contenuti nei quadri che abbiamo visto esposti al MIIT?

Quando mi capita di fare un incontro o una conferenza mi soffermo sempre sul seguente invito: ”Abbiate il coraggio, tutti i giorni, di soffermarvi a osservare la natura che ci è stata regalata”. Le grandi vedute sono una rappresentazione dell’ampiezza della mia anima, il dettaglio, una restituzione alla vita dell’immenso dono quotidiano.

Mara Martellotta

Porte aperte… là dove il “Salone” nasce

In occasione della “Notte degli Archivi, il “Salone Internazionale del Libro di Torino” apre i propri Uffici al pubblico

Venerdì 5 giugno (primo turno ore 18,30 – secondo turno ore 20)

Memoria aperta. O “Memoria in costruzione. L’archivio vivente del ‘Salone Internazionale del Libro’, dal 2019 ad oggi”, così s’è voluto titolare l’evento. Come dire, più semplicemente, “porte aperte” alla talentuosa, motori sempre accesi, vulcanica fucina del “Salone” torinese.  Gli uffici (via Giannone 10 – Scala A, Torino) in cui si pensa, si programma e si comunica la più importante manifestazione letteraria italiana aprono infatti le proprie porte al pubblico nel pomeriggio del prossimo venerdì 5 giugno, in occasione della “Notte degli Archivi” e nell’ambito di “Archivissima 2026”.

L’appuntamento sarà una preziosa occasione per entrare in contatto con un archivio “in cui il passato – spiegano gli organizzatori – dialoga costantemente con il presente e per mettere in luce la compenetrazione tra due dimensioni: una memoria conservata, ampia ma ancora da rendere pienamente accessibile, e una memoria in formazione, visibile, attiva, in continuo aggiornamento”.

Doppio turno di visita – il primo alle 18,30 e il secondo alle 20 – il grande (si spera) esercito di lettrici e lettori potrà visitare e conoscere gli spazi di via Giannone 10, al primo piano, immergendosi appieno nella “memoria” (anche un po’ nostalgica!) delle passate edizioni del “Salone” e della sua quasi quarantennale storiainiziata nel 1988 – ospite d’onore, in quell’anno, il “Premio Nobel” Iosif Brodskij – grazie all’intuizione di due preziosi intellettuali d’alto rango, quali Guido Accornero (imprenditore, ma anche vicepresidente della casa editrice “Einaudi”, nonché direttore artistico nel 2006 di “Vercelli Book Days”, il ciclo di manifestazioni svoltesi a Vercelli, in occasione di “Torino capitale mondiale del libro”) e il torinese “libraio per eccellenza” Angelo Pezzana, grande con i libri, ma anche coraggioso attivista, politico e giornalista. Manifesti e materiale promozionale del passato, foto d’archivioletteredocumenti cartaceisupporti audiovisivilocandinegadget di vario tipo (dalle spille alle felpe, dalle matite ai taccuini) saranno esposti nelle stanze o attraverso video e fotografie, a testimoniare l’evoluzione del Salone nel corso degli anni.

L’iniziativa prevede anche l’intervento di Marco Pautasso, Segretario Generale del “Salone”, che spiegherà l’importanza della memoria e degli archivi come strumenti imprescindibili per le realtà culturali che guardano al futuro: “non semplici luoghi di conservazione, ma elementi vivi e attivi”. Pautasso proporrà anche una riflessione sulla storia del “Salone del Libro” e sul valore della memoria all’interno di un evento contemporaneo di questo tipo, soffermandosi sull’archivio quale “risorsa dinamica, capace di generare conoscenza e orientare le scelte future”. Particolare attenzione, infatti, sarà dedicata alle sfide e alle prospettive dei prossimi anni, tra cui i “processi di digitalizzazione”, l’“accessibilità dei materiali” e le nuove “possibilità di ricerca”.

Ma come nasce l’idea dell’iniziativa?

Ci illuminano gli organizzatori: “L’idea nasce a partire da una riflessione concreta sullo stato attuale dell’archivio del ‘Salone’ e delle altre iniziative organizzate, da ‘Portici di Carta’ ad ‘Adotta uno scrittore’, da ‘Lungomare di libri’ a Bari alla ‘Festa del libro medievale e antico’ di Saluzzo, fino a ‘Un libro tante scuole’ e ad altri progetti, sviluppati grazie alla collaborazione con diverse realtà ed enti territoriali”.

Attualmente, gran parte dei materiali archivistici sono conservati in un magazzino dedicato, non accessibile al pubblico, situato a Moncalieri che custodisce documenti risalenti alla prima edizione del Salone, nell’anno 1988, e che arrivano fino al 2017. Nello specifico, sono custodite circa 150 unità conservative (scatole) di varie dimensioni, distribuite su 14 bancali: un insieme eterogeneo di materiali, documenti, pubblicazioni, centinaia di supporti audiovisivi (tra CD, cassette, VHS e Betacam), accumulati nel tempo e conservati in una condizione ancora parzialmente non sistematizzata. Di questi materiali saranno trasmesse delle immagini in un video di presentazione visionabile durante la visita. Accanto a questo archivio “depositato”, esiste l’attuale “archivio vivente”: quello che prende forma quotidianamente negli uffici del “Salone” in via Giannone, a Torino. Un “archivio” costituito da bozze, programmi, materiali grafici, oggetti e strumenti di lavoro, legato in particolare agli anni più recenti, dal 2019 ad oggi. Un “archivio” che racconta “come l’identità dell’evento si costruisca nel tempo, attraverso scelte estetiche, variazioni e continuità” e che sarà accessibile al pubblico in occasione di tale iniziativa.

L’ingresso é gratuito, con prenotazione sul sito www.salonelibro.it o sul sito www.archivissima.it.

g.m.

Nelle foto: Un biglietto del “Salone” alla sua prima edizione, 1988; Materiale d’“archivio”; Marco Pautasso; Dario Fo e Franca Rame al “Salone” del 2008

“Sia Luce”

Si celebra anche attraverso l’arte, nel quattrocentesco “Duomo – Cattedrale di Santo Stefano” di Biella, la Santa Pasqua di Resurrezione

Da marzo a domenica 7 giugno, giornata del “Corpus Domini”

Biella

“Immagini di soglia”. Così sono state, a ragione, definite le opere del chioggiotto Riccardo Albiero, solo due, esposte nella maestosa solennità della quattrocentesca “Cattedrale di Santo Stefano” a Biella (fatta costruire dalla Comunità locale nel 1402, a seguito di un voto fatto alla Madonna di Oropa per la scampata pestilenza del 1399 e diventata “Cattedrale” nel 1772, con la titolazione della “Città della Lana” a sede vescovile) in quel tempo pasquale che tradizionalmente invita a riflettere sul passaggio “dalla notte alla luce”, “dalla morte alla vita”. Attraverso “immagini di soglia”che sono “preghiera muta” e “apparizione fugace”, per l’appunto. Solo due, si diceva, perfettamente inserite nel Progetto “Sia Luce”, promosso dalla “Parrocchia di Santo Stefano” (patrono di Biella), a cura di Irene Finiguerra per “BI-BOx – APS”, nell’ambito del Bando “CulturHUB” di Città e Cattedrali e della “Consulta Regionale per i Beni Ecclesiastici”. “The Silent Choir” (“Il suono del silenzio”, olio e acquerello su tela, di grandi dimensioni) e “A Sorrowful Charm” (“Un fascino doloroso”, olio su tavola), i titoli dei dipinti, entrambi datati 2025, entrambi espressione tecnicamente rigorosa di “un universo silenzioso e contemplativo dove la pittura si fa gesto spirituale, evocazione ed offerta”.

In tal senso, é da leggersi la pittura di fragile realismo, pur nella tecnica di perfetta definizione, di Riccardo Albiero. Figura ascetica, le braccia lungo i fianchi, una postura composta in silente, intima preghiera nel suo fisso osservarci quali amichevoli presenze cui chiedere gesti di comune devota condivisione, quella del giovane (autoritratto?) dallo sguardo profondo e penetrante di “The Silent Choir”. Alle sue spalle un “telo sospeso” (quasi sipario teatrale) in cui vediamo muoversi “ombre di colombe in volo” (simbolo eterno di pace cristiana e riconciliazione divina), riflesse in un gioco di smosso chiaro-scuro nell’ampia camicia chiusa ai polsi, fiori appena accennati nella delicatezza di morbide cromie e un “cardo” disegnato in basso a sinistra. Il volto del giovane “non descrive un’ identità definita–sottolinea Irene Finiguerrama una presenza interiore, come una figura che affiora come memoria dell’anima, come tracce di un mistero che non si lascia afferrare ma solo intuire”. E mistero, realtà simbolica è ancora il “cardo” che si ripete da “The Silent Choir” al più piccolo “Sorrowful Charm”, dove appare tenuto in mano forse dallo stesso giovane del precedente dipinto. Anche qui, non semplice  grafica ornamentale di una comune “pianta” erbacea, ma, in ambito religioso, elevato simbolo associato al dolore, alla corona di spine e alla passione del Cristo, del Cristo che si fa uomo e assume su di sé la maledizione della Genesi per redimere l’umanità. Ancora Irene Finiguerra:“Queste opere parlano a chi crede, ma anche a chi è in ricerca. A chi riconosce nel tempo pasquale un mistero di fede e a chi, semplicemente, attraversa la Cattedrale in cerca di silenzio. Non chiedono appartenenza, ma disponibilità all’ascolto. In un tempo spesso segnato dal rumore e dalla fretta, invitano a sostare senza difese, a lasciarsi toccare da una luce che non impone risposte ma apre domande. Fino a giugno, nel tempo disteso che segue la Pasqua e conduce verso la pienezza della luce estiva, queste immagini continuano a parlare di vita che rinasce e di presenza che si fa discreta. Non proclamano, non spiegano: accompagnano. Sono come preghiere mute affidate alla pittura, offerte silenziose che chiedono soltanto di essere accolte”.

Preghiere. Preghiere che fanno volare alto sentimenti d’amore. E che, personalmente, mi sollecitano ricordi e domande su altre accorate musicali invocazioni:

“Ti guardo camminare in chiese così alte/Ti sento parlare e fai esplodere il mio cuore/Sento il …/Sento il coro silenzioso/

E tu, ti prendi cura di me?/E tu, pensi mai a me? …/

Invocazioni, interrogativi riportati in musica “stile – coldwave” nel brano “The Silent Choir” (stesso titolo del dipinto di Albiero) pubblicato nel 2018 dal duo musicale svizzero-britannico degli “Lebanon Hanover”. Puro caso? Mia casuale suggestione? O anche per Riccardo Albiero, fascinosa fonte d’ispirazione? In ogni caso, restano le motivazioni di un dolce incantesimo e “la connessione profonda tra anime solitarie – come si è scritto – che non hanno bisogno di parole per comprendersi”.

“Sia Luce”

Il Progetto mette al centro del suo interesse il complesso della “Cattedrale di Biella”, come fulcro della spiritualità della città e del suo territorio. Dall’ottobre del 2019, anno di nascita del progetto a oggi, sono state più di settanta le iniziative ospitate. “Sia Luce” è dunque un’occasione per approfondire la conoscenza della “Cattedrale” e di tutto il complesso di “architettura sacra” che si è sviluppato, su Piazza Duomo, nel corso dei secoli. Una periodica esposizione di opere d’arte contemporanee legate al tema del “sacro” consentono di integrare e far dialogare i beni artistici che la “Cattedrale” o il “Battistero” custodiscono con un linguaggio nuovo e accattivante.

Per info: tel. 392/5166749 o info.bibox@gmail.como www.bi-boxartspace.com

Gianni Milani

 

Nelle foto: Allestimento interno opere Riccardo Albiero; “The Silent Choir”; “A Sorrowful Charm”; Biella, Piazza Duomo (Ph. Davide Corona)

I vincitori della settima edizione di CinemAmbiente junior

La settima edizione del Concorso nazionale CinemAmbiente junior si è  conclusa nella mattinata di giovedì 28 maggio con la cerimonia di premiazione al Cinema Massimo  di Torino, che corona l’annuale impegno del Festival nella didattica e nelle iniziative rivolte ai giovanissimi.
Il concorso è  parte del progetto “La scuola in prima fila”, iniziativa del Museo Nazionale del Cinema realizzata nell’ambito del Piano nazionale Cinema e Immagini per la scuola, promosso dal MIC, Ministero della Cultura e MIM, Ministero dell’Istruzione e del Merito.
Sono stati visionati i 24 cortometraggi finalisti e la giuria del Festival composta  da Martina Dotta, project managerdi Slow Food e Project Designer, Rubina Pinto, vicedirettrice di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta e Marta Romano, responsabile di Eduiren, Area Piemonte, ha attribuito il premio per il miglior cortometraggio delle scuole primarie al cortometraggio “ Chi trova uno gnomo trova un tesoro”, realizzato dalla classe 5 A dell’ICS “Cosma Tura” di Ferrara. Nella motivazione si legge che il film affronta con delicatezza temi attuali  come la tutela dell’ambiente, la responsabilità collettiva e il rapporto tra uomo e natura, rendendoli coinvolgenti e comprensibili. Attraverso la magia degli gnomi e una storia che unisce fantasia e realtà, i bambini diventano guide consapevoli per gli adulti e portatori di valori importanti. Molto efficace risulta il coinvolgimento dell’intera comunità che mostra come il cambiamento nasca dall’impegno condiviso e dalle azioni quotidiane di tutti. La spontaneità dei giovani attori, insieme a una sceneggiatura ben costruita e a riprese curate, conferisce autenticità e forza al racconto. Il finale trasmette un messaggio positivo e fiducioso. Solo unendo le forze è possibile costruire un futuro migliore.
Il premio per il miglior cortometraggio nelle scuole secondarie di I grado è stato conferito a “Veleno a ricreazione”, realizzato dalle classi miste dell’IC “PN Vaccina G Lotti Della Vittoria” di Andria ( BT) e il premio per il miglior cortometraggio delle Scuole Secondarie di II grado  è  stato conferito a “Le cicale”, realizzato da un  gruppo pluriclasse  dell’IS “ Federico Patetta” di Cairo Montenotte, in provincia di Savona.
I premi speciali Scuola Park, offerti da Achab Group, consistenti nella partecipazione a seminari online con un esperto di produzione video, sono stati assegnati per le scuole primarie al lavoro “Suonano le foglie – Il Teatro Don Bosco”, realizzato dalle quarte classi delle scuole primarie di San Martino di Gubbio in provincia di Perugia
Sono stati assegnati i premi per le Scuole Secondarie di primo grado per “Spiagge stellari” e per le scuole secondarie di secondo grado per “Dietro un click”, realizzato dalla classe quinta D del Liceo artistico Gallizio di Alba.
MM

Andrea Lucchetta, regista, in scena con “Biancaneve” al TPE – Teatro Astra

 Fino a domenica 31 maggio

L’INTERVISTA 

Andrea, com’è nata la tua passione per il teatro?

La mia passione per il teatro è nata che ero davvero molto piccolo. Essendo napoletano, anche se non voglio farne il solito luogo comune, sono veramente cresciuto nutrendomi di teatro. Ha rappresentato la mia quotidianità, la mia normalità: ricordo che a Napoli, soprattutto le reti televisive locali, mandavano in onda 24 ore su 24 Eduardo De Filippo, Totò e altri grandi artisti originari della mia terra, e per questo devo anche ringraziare i miei genitori che, pur non provenendo specificamente dal mondo del teatro, hanno sempre frequentato molto il teatro di quartiere, il Teatro Diana, incentivando così la mia passione. Da bambino, quando non riuscivo ad addormentarmi, ricordo che insieme a mio padre si accendeva la televisione e si guardava, ancor più che i cartoni animati, una commedia di Eduardo o un film di Totò, motivo per cui conosco praticamente ogni loro battuta. Verso i 10 – 11 anni, appurato il mio poco talento calcistico, ho cominciato a frequentare un corso di teatro proposto dal Teatro Diana, cosa che feci ininterrottamente dalla prima media fino all’ultimo anno di liceo. Successivamente, insieme a qualche compagno di corso, abbiamo iniziato a fare teatro fra di noi, divertendoci molto e proponendo i nostri spettacoli negli spazi della parrocchia, per esempio. Si è trattato di un momento formativo perché ha acceso in me il senso della creatività.

Dopo il liceo com’è proseguita la tua formazione?

Alla fine del liceo feci il provino per entrare nell’Accademia “Silvio D’Amico”, a Roma. Mi presero, ma la scelta di frequentarla fu in realtà molto combattuta a causa di un’altra mia grande passione, quella per la musica e per il pianoforte in particolare, che cercava di portarmi verso il Conservatorio. Si tratta di un piccolo rimpianto, ad essere completamente sincero, anche se mitigato dall’aver potuto suonare e divertirmi comunque insieme ad alcuni amici e alla conoscenza di una grande insegnante di musica, Elisabetta Serio, che è stata anche la tastierista di Pino Daniele, con la quale ho potuto sperimentare nuovi generi musicali oltre al classico, come il jazz. In fin dei conti scelsi la strada della “Silvio D’Amico” perché la percepivo veramente come una necessità professionale, mentre la musica si era trasformata in un bellissimo divertimento. Certo è che fare teatro significa tanto sacrificio, creare percorsi lavorativi, mensili o annuali, facendo rete e conoscenza con le varie produzioni e i rispettivi interlocutori, che poi ti garantiscono di lavorare veramente in questo mondo. Autoprodursi e cercare teatri che ti ospitino risulta poco sostenibile e tanto tempo perso che, invece, andrebbe dedicato al lavoro artistico. Credo che dare continuità ai propri progetti sia fondamentale, ma oggi è anche l’aspetto più complicato, per me in quanto regista così come per ogni giovane che decida di entrare in questo bellissimo mondo del teatro.

In che modo hai trovato la tua continuità?

Io lavoro anche tanto come assistente alla regia, che mi piace moltissimo e mi serve per imparare da grandi maestri ed entrare in contatto con loro. Per quanto riguarda lo spettacolo “Biancaneve”, in scena al teatro Astra, sono stato chiamato come regista, ma parallelamente faccio parte di un collettivo teatrale che si chiama “Asilo Republic”, formato da me, Anna Bisciari (la Biancaneve dello spettacolo), Marco Fanizzi e Vincenzo Grassi, tutte persone che ho conosciuto alla “Silvio D’Amico” e con le quali, da qualche anno, propongo lavori come “Shame Culture”(in scena l’anno scorso e due anni fa al Teatro Elfo Puccini di Milano), che parla dei suicidi per motivi di studio, e parallelamente con un adattamento che ho fatto de “L’Isola di Arturo” di Elsa Morante. Il collettivo per noi è un porto sicuro in cui si cerca di creare progetti futuribili.

Com’è nata l’idea di proporre “Biancaneve” al TPE-Teatro Astra?

La prima volta che ho lavorato con il TPE – Teatro Astra ho fatto da assistente a Sergio Ariotti per una produzione del Festival delle Colline, un monologo con protagonista Francesca Cutolo, che oggi interpreta la regina-madre di Biancaneve. Successivamente ho conosciuto Andrea De Rosa (direttore artistico TPE – Teatro Astra), con il quale ho avuto la fortuna di lavorare insieme, sempre da assistente, e che ha apprezzato i miei lavori proposti all’Elfo Puccini. Andrea mi aveva già manifestato la sua volontà di portare in scena, un giorno, la “Biancaneve” di Robert Walser. Io e Anna Bisciari conoscevamo bene questo testo avendoci lavorato durante il primo anno di Accademia, e con Francesca Cutolo si era già creata una bella affinità artistica che ci ha portato oggi a rappresentare all’Astra questa splendida opera di Robert Walser. Inoltre è emozionante, e ho sentito molto la responsabilità, perché si tratta di un vero e proprio esordio italiano: questa è la prima grande produzione teatrale di “Biancaneve” del poeta e scrittore svizzero.

Ti sei sempre occupato di regia? Quali sono i tuoi punti di riferimento?

Assolutamente si. Mi ha sempre affascinato occuparmi della macchina scenica, mettere insieme una squadra di lavoro, comprendere e farmi stimolare dagli sguardi artistici dei diversi collaboratori a proposito di una determinata materia artistica. Penso che in questi stimoli reciproci vi sia qualcosa di profondamente artistico. Performativamente ho sempre apprezzato il lavoro di Castellucci, come macchina scenica-teatrale ho un’ ammirazione per Thomas Ostermeier, drammaturgicamente mi interessa il lavoro che propone Milo Rau, come direzione dell’attore penso che Robert Carsen sia stato un grande maestro, come “concezione dell’evento performativo” devo dire che Andrea De Rosa, Andrea Baracco e Fabio Condemi rappresentano importanti punti di riferimento.

Qualche sogno nel cassetto?

I miei sogni nel cassetto sono tre: mi piacerebbe, un giorno, mettere in scena “La paura numero uno” di Eduardo De Filippo, un testo in cui il protagonista teme, e poi vive a causa di un inganno familiare, lo scoppio della terza guerra mondiale; poi sogno un progetto su “Heidi”, che ha molti punti in comune con la “Biancaneve” di Robert Walser, e un altro ispirato al film “Underground” di Emir Kusturica, che adoro e che mi ha fatto conoscere il papà di Anna Bisciari, grande fan di questo film, e facendo ricerche approfondite ho scoperto che all’origine si tratta di un testo teatrale scritto da un drammaturgo vivente di nome Dušan Kovačević, di cui sono riuscito a recuperare il testo in albanese e che sto facendo tradurre per portarlo a teatro.

Gian Giacomo Della Porta

Avventure e amore per “Lupin”, gentiluomo e ladro “ma molto garbato”

Sino a domani le repliche all’Alfieri

Avventura e amore, travestimenti e intrighi, il treno dell’Orient Express e il furto del “Tulipano” di Ahmed III, una fabbrica di cioccolato che somiglia tanto a quella di Willy Wonka – che nelle belle scenografie di Matteo Capobianco e nei suoi ingranaggi in bianco e nero guarda anche al Chaplin di “Tempi moderni” e allo Scorsese di “Hugo Cabret” in compagnia del nostro Dante Ferretti – ma che ha all’interno il cuore cattivo dell’avido Mr Blake, non luogo d’allegria ma di noia, un testo (che forse all’inizio tarda a ingranare ma che poi come quel treno prende ad accelerare con ritmo velocissimo) pieno di colpi di scena e una regia elegante di Salvatore Sito, c’è il divertimento che coinvolge tutti, adulti e no, le musiche che guardano per parecchio tempo al tango languido e le canzoni orecchiabili di Paola Magnanini, i balletti con le coreografie di Silvia Raschi, c’è tutto questo e molto di più in “Lupin – Il Musical” in scena in questi giorni (ultima replica pomeridiana domenica 31 maggio) sul palcoscenico dell’Alfieri. C’è il Caffè degli operai che in qualche parte della Francia, ogni mattina alla stessa ora, accoglie Isabelle, ragazza sensibile e dal passato con qualche ombra di tristezza, impiegata in quella fabbrica e dal cuore d’oro, c’è il giovane Lupin, gentiluomo e ladro, “ma molto garbato”, pericoloso e affascinante, campione di barbe posticce e di cappottoni indossati a proteggerlo, che ogni mattina alla stessa ora la raggiunge per regalarle un tulipano. Non fidanzatini alla Peynet ma personaggi che con la favola sono pronti a mettere in comune una buona dose di realismo. A intrufolarsi e a rovinare ad ogni angolo le cose l’ispettore Ganimard, arruffato e sempre vittima dei propri immancabili pasticci, a cui Andrea Rodi rende una simpatica caratterizzazione. Interpreti principali, Flavio Gismondi ha un bel distacco, assai concreto e deciso, da quel Gianluca del “Posto al sole” che ogni sera occhieggia dal televisore di casa, ha presenza da vendere e una bella voce che sinora non conoscevamo; una accattivante e sicura presenza Angelica Cinquantini, grazia quanta se ne vuole e una voce che strappa più volte l’applauso. Ma il successo abbraccia l’intero spettacolo, compagnia all’unisono, risate e applausi a chiudere il fine stagione del teatro.

e.rb.

La foto dello spettacolo è di Umberto De Martino.

Ai Musei Reali di Torino una mostra che anticipa la rivoluzione caravaggesca

All’interno dello Spazio Scoperte dei Musei Reali di Torino, al secondo piano della Galleria Sabauda, si apre la mostra “La luce del vero prima di Caravaggio: Lotto e Savoldo” dal 30 maggio al 15 settembre prossimo. Si tratta di un approfondimento riguardante due protagonisti del primo Cinquecento veneto e lombardo, ovvero Lorenzo Lotto (Venezia, 1480-Loreto, 1556/57) e Giovanni Girolamo Savoldo (1480 – Venezia, post 1548). In comune tra i due artisti vi è la sensibilità verso una cultura figurativa nordica, evidente nell’attenzione alla luce, al dato naturale e alla resa psicologica dei personaggi attraverso una pittura intensa, partecipativa, emotiva e rigorosa nell’indagare il reale, anticipazione della rivoluzione caravaggesca.

Questa linea interpretativa venne evidenziata da Roberto Longhi, tra i maggiori studiosi di Caravaggio, che nella celebre monografia del 1952 individuò in Lotto e Savoldo alcuni dei più significativi precursori del maestro lombardo, riconoscendo nelle loro opere “una umanità piùaccostante” e un “colorito più vero ed attento”, capaci di rivelare una nuova comprensione della natura umana e della realtà.

La riscoperta di questi due artisti è avvenuta grazie al lavoro decennale di Giovan Battista Cavalcaselle (Legnago, 1819 – Roma, 1897), pioniere della disciplina della storia dell’arte, al quale è dedicata la seconda sala della mostra. Qui sono riprodotti – per gentile concessione della
Biblioteca Marciana di Venezia, dove sono confluite tutte le sue carte – i disegni di studio relativi alle tre opere esposte. Cavalcaselle, in un momento in cui la fotografia non è ancora diventata uno strumento chiave per lo sviluppo della storia dell’arte, usa la propria abilità di disegnatore per fissare, ora con tratto sommario, ora con dovizia di dettagli, la memoria delle opere d’arte viste in collezioni pubbliche e private.

“Ancora una volta – ha dichiarato Paola D’Agostino, Direttrice Generale dei Musei Reali di Torino – proponiamo al nostro pubblico una mostra dossier che invita a guardare lentamente (slow-looking), a fermarsi perscoprire dettagli, a cambiare il passo di visite ai musei fatte sempre più in velocità. Ringrazio Annamaria Bava e Alessandro Uccelli, che hanno curato la mostra con un taglio inedito, molto riuscito, nell’evocare anche il modo di studiare l’arte di due grandi conoscitori del passato. Ringrazio anche tutto il personale dei Musei Reali di Torino, che ogni giorno lavora con dedizione e professionalità. Esprimo la mia gratitudine, infine, anche ai colleghi a guida di altre istituzioni museali e agli studiosi che terranno alcune conferenze per il nostro pubblico, all’interno del nostro public program”.

“Il prestito della Sacra Famiglia con santa Caterina d’Alessandria ai Musei Reali di Torino – ha dichiarato Maria Luisa Pacelli, Direttrice dell’Accademia Carrara di Bergamo – rappresenta per l’Accademia Carrara un’occasione particolarmente significativa per condividere con un nuovopubblico uno dei dipinti più poetici della maturità di Lorenzo Lotto. Datata 1533, l’opera rivela la capacità dell’artista di intrecciare intensità emotiva, luce e profondità spirituale in una visione del sacro profondamente umana e moderna. Allo stesso tempo, il confronto con un diverso contesto museale offre la possibilità di far emergere nuove risonanze e prospettive di lettura, valorizzando la forza narrativa e la sottile tensione psicologica della sua pittura. In questo senso, il dialogo con i dipinti di Savoldo mette in luce la ricchezza della culturafigurativa lombardo-veneta del primo Cinquecento, accomunata da una sensibilità nuova verso il dato naturale, la dimensione interiore e la resa atmosferica della luce. Questo progetto testimonia infine la collaborazione particolarmente feconda tra Accademia Carrara e Musei Reali di Torino, fondata sulla condivisione di ricerca, visioni e patrimonio”

 Musei Reali, Galleria Sabauda Spazio Scoperte – Piazzetta Reale 1, Torino

Dal 30 maggio al 15 settembre 2026

Orari: dal giovedì al martedì 9.00-19.00 (la biglietteria chiude alle
ore 18.00) – Chiuso il mercoledì

La mostra dossier è a cura di Annamaria Bava e Alessandro Uccelli
Progetto allestitivo Stefania Dassi e Barbara Vinardi
Progetto grafico Paolo Mamino
Filmato prodotto da Stefano P. Testa per Lab80 Film su un testo di
Alessandro Uccelli

Mara Martellotta

Circo Contemporaneo, il Festival a Grugliasco

Dal 13 giugno al 5 luglio prossimo il Parco Culturale Le Serre di Grugliasco si trasformerà nuovamente in una cittadella del circo contemporaneo  con la ventiquattresima edizione di “Sul filo del Circo”, il festival più longevo del settore in Italia, curato e organizzato dal Centro nazionale di produzione  blucinQue Nice , per la direzione artistica di Paolo Stratta, in collaborazione con la Fondazione Cirko Vertigo e Fondazione Piemonte dal Vivo.

Tra Cirque Lili e Chapiteau Vertigo, due spazi simbolo della vocazione circense della città, il festival accompagnerà compagnie, maestri, giovani artisti e artiste provenienti da numerosi Paesi, confermandosi come la kermesse più rappresentativa e tra le più longeve del panorama nazionale dedicato al circo contemporaneo.
L’edizione 2026 porterà a Grugliasco più di cinquanta artisti nazionali e internazionali, provenienti da Italia, Francia, Austria, Guatemala, Spagna, Cile, Uruguay, Portogallo, Brasile, Costa Rica e Argentina, con una programmazione che attraversa il circo contemporaneo, la clownerie, la nouvelle magie, il teatro fisico, la giocolieria, la danza acrobatica, quella aerea e creazioni site specific.
Grazie alla collaborazione con FEDEC, la principale rete internazionale dedicata alla formazione professionale nelle arti circensi, il festival ospiterà giovani talenti provenienti da oltre venti scuole di circo contemporaneo internazionali, selezionati attraverso una call pubblica.
Si tratta di un progetto che rafforza ulteriormente la vocazione europea e internazionale di Grugliasco come luogo di formazione, ricerca e creazione artistica contemporanea.

Il 13 e 14 giugno ad aprire il festival  saranno le repliche di “ Tutti in valigia” di Luigi Ciotta, spettacolo di teatro fisico, clownerie e manipolazione di oggetti, ambientato in un immaginario albergo degli anni Trenta. Seguiranno il 20 giugno la presentazione del progetto Greenkedin Miraggio del Duo Sisu e, in serata, “Batman non vola” di Andrea Loreni, conferenza-spettacolo che intreccia funambulismo, filosofia e riflessione esistenziale.
Il 21 giugno sarà, invece, protagonista  Manoviva di Girovago e Rondella- Teatri Mobili, microcosmo poetico di teatro di figura ospitato all’interno di uno speciale camion teatro.
Il festival entrerà nel vivo a partire dal 26 giugno, con una intensa programmazione internazionale che vedrà alternarsi produzioni artistiche, creazioni emergenti e appuntamenti di networking professionale.
Andrà in scena venerdì 26 giugno alle ore 21 allo Chapiteau Vertigo “Quello che rimane nell’aria”, creazione dell’Accademia Cirko Vertigo, cui seguirà sabato 27 giugno alle ore 19 “L’eco del gesto”, secondo appuntamento dedicato ai giovani artisti dell’Accademia.
Le due serate restituiscono il lavoro di una nuova generazione di interpreti che, attraverso varie discipline, come il palo cinese, il cerchio aereo, i tessuti, la corda molle, la giocoleria, il verticalismo, la danza e roue Cyr, portano in scena un racconto plurale sul corpo, l’identità, la fragilità,  la trasformazione.
Un nucleo centrale dell’edizione 2026  sarà  il progetto Cabaret FEDEC, nato dalla collaborazione tra Accademia Cirko Vertigo e FEDEC. Il 27 e 28 giugno e il 4 e 5 luglio verranno presentati giovani artisti e artiste selezionati da settanta candidature provenienti dalle più importanti accademie internazionali.
Accanto alle nuove generazioni, il programma ospita figure e compagnie di rilievo della scena contemporanea, come il 28 e 29 giugno lo spettacolo “Cose a caso, far caso alle cose” di Andrea Speranza, uno spettacolo immersivo che intreccia illusionismo, luce e manipolazione poetica dei materiali.
Il 30 giugno sarà  la volta dello spettacolo “Magari ci fosse il sole”, creazione dell’Accademia Cirko Vertigo per la regia di Jérôme Thomas, figura centrale del Nouveau cirque europeo e nuovo direttore artistico  del corso di laurea triennale per Artista di circo contemporaneo.
Il 1⁰ e 2 luglio andrà  in scena 3Clowns, omaggio alla grande tradizione clownistica europea, con la Compagnia francese Les Bleus de travail.
La chiusura del festival avverrà il 4 e 5 luglio con Pasto dell’ Instituto Nacional de Artes do Circo del Portogallo, uno spettacolo poetico che intreccia acrobatica, paesaggio e memoria rurale.

“Sul filo del Circo rappresenta molto di più di un festival, è uno spazio di incontro reale tra culture, generazioni e visioni artistiche provenienti da tutto il mondo” – ha dichiarato Paolo Stratta, direttore artistico del Festival – Abbiamo scelto di rafforzare ulteriormente la dimensione internazionale del progetto, ponendo al centro il dialogo tra grandi maestri del circo contemporaneo, compagnie affermate e giovani artisti in formazione, per molti dei quali Grugliasco rappresenta il primo vero contatto con programmatori, direttori artistici e reti internazionali di produzione, un’occasione concreta di crescita e di avvio di una carriera professionale a livello internazionale.
Crediamo che il futuro del circo contemporaneo nasca proprio da questo scambio continuo tra esperienze e nuove energie creative.  Vedere giovani artisti confrontarsi ogni giorno con figure che hanno segnato la storia del nouveau cirque contemporaneo  significa costruire non solo spettacoli, ma anche percorsi di trasmissione delle competenze , apertura culturale e innovazione artistica “.

MM

“COSE. Stanze come mondi”

Nell’ottocentesca “Villa Giulia” di Verbania, la “città giardino” sul Lago Maggiore dedica un’importante retrospettiva ad Alessandro Mendini

Dal 16 maggio al 27 settembre

Verbania

Una grandiosa (in tutti sensi) “Poltrona di Paglia”, che mi fa subito venire alla mente le “Big Benches” (“Panchine Giganti” panoramiche, oggi sparse in tutta Italia, la maggior parte in Piemonte), ideate dal designer automobilistico americano Chris Bangle quando insieme alla moglie, nel 2009, si trasferì nelle Langhe di Clavesana e proprio lì creò la sua prima “Panchina Gigante”. La “Panchina n. 1”. Correva l’anno 2010. Non una novità, se si pensa all’enorme “Poltrona di Paglia”, di cui sopra, progettata da Alessandro Mendini, era il 1974 (ben 35 anni prima!), tra i più geniali interpreti del “design” e dell’“architettura” del nostro Novecento, cui la Città di Verbania dedica nell’ottocentesca “Villa Giulia”, sul versante piemontese del Lago Maggiore, una prestigiosa retrospettiva, curata da Loredana Parmesani (con allestimento di Alex Mocika), e visibile da sabato 16 maggio a domenica 27 settembreBen 130 le opere in mostra, tra le più significative della sterminata produzione di Mendini (Milano, 1931 – 2019) e capaci di ripercorrere tutta la sua lunga carriera, dando voce e corpo ad un vasto arco cronologico che scorre dai primi passi nel “Radical Design” milanese degli anni Settanta fino alle più pronunciate “teorie post-moderne”, che ritroviamo anche nella sua collaborazione con l’Azienda “Alessi”, la cosiddetta “Fabbrica dei sogni”, che proprio nel Verbano-Cusio-Ossola (precisamente ad Omegna, dove fu fondata nel 1921 da Giovanni Alessi) ha la sua sede operativa.

Organizzata dal “Comune di Verbania”, in collaborazione con l’“Archivio Alessandro Mendini (Elisa e Fulvia Mendini)”, il Patrocinio di “Regione Piemonte” e “Provincia del Verbano-Cusio- Ossola” (insieme ad altri numerosi Enti ed Istituzioni), la rassegna segue fedelmente un particolare “percorso espositivo” che si snoda lungo un allestimento modulato sulla struttura interna di “Villa Giulia”. In cui s’affiancano, per l’appunto (per dirla con il titolo della stessa mostra), “Cose” che guardano – in un gioco ludico fatto di alta maestria ma anche di sottile ironia e non poca visionarietà – alle “Stanze come mondi”.  Ogni stanza, infatti, é dedicata a un capolavoro di Mendini, scelto in collaborazione con le figlie Fulvia ed Elisa.

In mostra, ci si muove dunque dalla famosa “Poltrona di Paglia” del 1974, progettata per dichiarare quanto il “design” possa essere non solo creazione di “oggetti utili”, ma anche “strumento di provocazione, sensibilizzazione e attivismo sociale”, alla “Poltrona di Proust” del 1978, dedicata allo scrittore francese e a metà tra “Rococò” e “Puntinismo”; dal “Divano K2”  per “A LOT OF Brazil” (importante industria di “design” brasiliana) del 2013 – omaggio ai riferimenti artistici a lui più vicini, quali De ChiricoSavinioCarràKandinskijFuturismo e le avanguardie storiche del tempo – al “Mendinigrafo” del 1985, una sorta di “normografo” o “strumento da disegno” in legno che racchiude i segni e i decori caratterizzanti la sua produzione, fino al “100% Make up” di “Alessi” del 1992, una “Collezione di 100 vasi in porcellana” con il coperchio disegnato da Mendini, ma decorati da altrettanti artisti, architetti e “designer” internazionali. E tant’altro, ancora, di imprevedibile e geniale creatività. Ciascuna opera, inoltre, ci appare accompagnata da disegni, oggetti, dipinti e testi che ne spiegano la genesi e ne sottolineano la collocazione storica e l’importanza estetica.

Sottolinea la curatrice, Loredana Parmesani“In ogni spazio, l’oggetto iconico dà il via a un racconto progettuale ed emozionale che si sviluppa in un percorso fatto di oggetti, disegni, fotografie, scritti che sostengono la peculiarità teorica e formale dell’argomento affrontato. Perché le stanze? Perché le stanze come mondi? Perché le stanze sono state uno dei fili conduttori della sua ricerca. La stanza, a lui così cara, è luogo della riflessione, del riposo, della quiete, del lavoro ma anche il luogo della turbolenza, dell’inquietudine che può divenire anche prigione da cui fuggire grazie all’immaginazione”.

Particolarmente intenso e fecondo anche l’estroso lavoro di “architetto” di Mendini che, insieme al fratello Francesco e con il loro “Atelier”, ha dato vita a innumerevoli progetti in Italia e nel mondo, dalle “Fabbriche Alessi” a Omegna alla “Piscina Olimpionica” di Trieste e alle stazioni della “Metropolitana” a Napoli, fino, in estrema sintesi, al “Museo di Groningen” in Olanda, a un quartiere di Lugano in Svizzera, a un “Palazzo Commerciale” a Lörrach in Germania e, in Corea del Sud, alla “Torre Osservatorio” di Suncheon.

Gianni Milani

“COSE. Stanze come mondi”

Villa Giulia, corso Zanitello 10, Verbania; tel. 0323/503249 o www.viviverbania.it

Dal 16 maggio al 27 settembre

Orari: dal lun. al ven. 10,30/13 e 16/19; sab. e dom. 11/19

Nelle foto: Alessandro Mendini seduto sulla “Poltrona di paglia”, 1974 (Ph. Enrico D. Bona); “Poltrona di Proust”, 1978 (Ph. Carlo Lavoratori); “K2 Amazzonia”, 2013 (“Archivio Alessandro Mendini”); “100% Make Up, Alessi”, 1992 (“Archivio Alessandro Mendini”)

2 giugno di cultura nelle Residenze Reali Sabaude

Aperture straordinarie, un nuovo percorso immersivo negli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano è a ingresso gratuito per la Festa della Repubblica. Dagli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano, alla mostra di Jessica Carroll fino al Castello di Agliè: il ponte del 2 giugno attraverso le Residenze Reali, castelli e siti monumentali del Piemonte con aperture straordinarie e ingresso gratuito nella maggior parte dei musei della direzione regionale dei musei nazionali del Piemonte. A Torino, nel giorno della Festa della Repubblica, gli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano apriranno gratuitamente al pubblico con un nuovo allestimento capace di trasformare la visita in un attraversamento immersivo della residenza. Al centro del percorso, la sala dei Valletti a Piedi, videoproiezioni, giochi di specchi e apparati didascalico e multilingue accompagneranno la stagione settecentesca che ridisegnò gli ambienti voluti da Emanuele Filiberto di Carignano e progettati da Guarino Guarini. Si tratta di un percorso capace di intrecciare architettura, memoria e visione scenografica, restituendo al Palazzo il suo carattere più sorprendente. Orari di apertura 10-13 e 14.5-18 con ultimo ingresso alle 17. Apertura gratuita anche per Villa della Regina, dalle 9.30 alle 18, ultimo ingresso ore 17. Al Castello di Agliè prosegue la mostra “Vitae-il sentimento della natura”, la più ampia selezione di lavori mai dedicata all’artista Jessica R. Carroll. Nelle sue opere la natura è osservata come sistema di relazioni, flussi e comportamenti. Non una rappresentazione, ma una costruzione che prende forma in sculture e installazioni in dialogo con gli ambienti del Castello. La mostra, curata da Alessandra Gallo Orsi, Elisabetta Silvello e Lorenza Salamon, è visitabile dalle 9 alle 13, ultimo ingresso ore 12, e dalle 14 alle 19. Ultimo ingresso ore 18. Al castello di Moncalieri prosegue l’esposizione “Fammi un quadro del Sole”, omaggio a Emily Dickinson, in occasione del 140⁰ anniversario della morte della poetessa inglese che i treccia arti visive, poesia, musica e teatro in un percorso espositivo e performativo con le opere di Matilde Domestico e Floriana Porta. La mostra è inclusa nel percorso di visita.

Sarà aperto gratuitamente, in provincia di Cuneo, il castello di Racconigi, dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso alle ore 18, mentre il parco sarà visitabile dalle 12 alle 18.30, mentre fino alle 12 sarà accessibile ai partecipanti della manifestazione StraRacconigi2026. Sono alerti a ingresso gratuito anche l’Abbazia di Vezzolano, dalle 10 alle 17.30, l’area archeologica di industria, e l’area archeologica di Augusta Bagiennorum, dalle 7.30 alle 20.30. A tariffa ridotta, di 4 euro, è visitabile il castello di Serralunga d’Alba, dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18.30.

Info: https://museipiemonte.cultura.gov.it/

Mara Martellotta

Aperture straordinarie, un nuovo percorso immersivo negli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano è a ingresso gratuito per la Festa della Repubblica. Dagli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano, alla mostra di Jessica Carroll fino al Castello di Agliè: il ponte del 2 giugno attraverso le Residenze Reali, castelli e siti monumentali del Piemonte con aperture straordinarie e ingresso gratuito nella maggior parte dei musei della direzione regionale dei musei nazionali del Piemonte. A Torino, nel giorno della Festa della Repubblica, gli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano apriranno gratuitamente al pubblico con un nuovo allestimento capace di trasformare la visita in un attraversamento immersivo della residenza. Al centro del percorso, la sala dei Valletti a Piedi, videoproiezioni, giochi di specchi e apparati didascalico e multilingue accompagneranno la stagione settecentesca che ridisegnò gli ambienti voluti da Emanuele Filiberto di Carignano e progettati da Guarino Guarini. Si tratta di un percorso capace di intrecciare architettura, memoria e visione scenografica, restituendo al Palazzo il suo carattere più sorprendente. Orari di apertura 10-13 e 14.5-18 con ultimo ingresso alle 17. Apertura gratuita anche per Villa della Regina, dalle 9.30 alle 18, ultimo ingresso ore 17. Al Castello di Agliè prosegue la mostra “Vitae-il sentimento della natura”, la più ampia selezione di lavori mai dedicata all’artista Jessica R. Carroll. Nelle sue opere la natura è osservata come sistema di relazioni, flussi e comportamenti. Non una rappresentazione, ma una costruzione che prende forma in sculture e installazioni in dialogo con gli ambienti del Castello. La mostra, curata da Alessandra Gallo Orsi, Elisabetta Silvello e Lorenza Salamon, è visitabile dalle 9 alle 13, ultimo ingresso ore 12, e dalle 14 alle 19. Ultimo ingresso ore 18. Al castello di Moncalieri prosegue l’esposizione “Fammi un quadro del Sole”, omaggio a Emily Dickinson, in occasione del 140⁰ anniversario della morte della poetessa inglese che i treccia arti visive, poesia, musica e teatro in un percorso espositivo e performativo con le opere di Matilde Domestico e Floriana Porta. La mostra è inclusa nel percorso di visita.

Sarà aperto gratuitamente, in provincia di Cuneo, il castello di Racconigi, dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso alle ore 18, mentre il parco sarà visitabile dalle 12 alle 18.30, mentre fino alle 12 sarà accessibile ai partecipanti della manifestazione StraRacconigi2026. Sono alerti a ingresso gratuito anche l’Abbazia di Vezzolano, dalle 10 alle 17.30, l’area archeologica di industria, e l’area archeologica di Augusta Bagiennorum, dalle 7.30 alle 20.30. A tariffa ridotta, di 4 euro, è visitabile il castello di Serralunga d’Alba, dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18.30.

Info: https://museipiemonte.cultura.gov.it/

Mara Martellotta