La musica dei corni da caccia unisce tutto l’arco alpino e, in occasione delle Giornate Internazionali del corno da caccia, organizzate dall’Accademia di Sant’Uberto nel 2024 a Venaria Reale e nel 2025 alla Palazzina di Caccia di Stupinigi e a Palazzo Carignano, è nata la collaborazione con i Corni delle Alpi. Si tratta di strumenti che sono nati per essere suonati nella natura: il Corno da caccia, in Piemonte e nell’area francofona, evoca le grandi foreste e le caccie a cavallo reali. Il suo suono è entrato nella musica dell’età barocca e romantica. Il corno delle Alpi rappresenta un antico strumento a fiato in legno, simbolo della tradizione alpina; nato inizialmente coinvolto e strumento di comunicazione tra pastori, si è poi evoluto in una raffinata iconamusicale in gradi di emettere suoni caldi e avvolgenti che echeggia per chilometri nelle valli montane, ed è presente nella musica d’arte del Settecento, come nella Sinfonia “Pastorella” di Leopold Mozart, padre del più celebre W.A.Mozart, e dell’Ottocento. Entrambi dall’origine antica e non immediatamente collegata alla musica, il Corno dialogava inizialmente con i cani, seguendone attività e movimento. Nel contesto montano aveva lo scopo di essere usato come megafono di legno fra i pastori per comunicare tra un alpeggio e l’altro, radunare il bestiame o segnalare dei pericoli. Sulle Alpi, lo sviluppo del Corno è avvenuto in lunghezza, come una lunga pipa che oggi raggiunge i tre metri e mezzo in fa.
Per la rassegna musicale “Cerimoniale e divertissement 2026 – early music today”, il 7giugno, alle ore 16, avrà luogo un evento al castello di Casotto, a Garessio, in provincia di Cuneo. Per musica en plein air, l’Equipaggio della Regia Venaria si esibirà con i corni da caccia (patrimonio culturale immateriale dell’umanità UNESCO 2020) e due formazioni di corni delle Alpi: gli svizzeri corni dal Generus e i francesi Les Briançonneurs. Il concerto è gratuito e si svolgerà nella corte d’onore del castello.t
Info: info@accademiadisantuberto.
I danni storiografici creati da Angelo Del Boca e Giorgio Rochat in relazione al colonialismo italiano in Africa Orientale sono ancora evidenti. Una trasmissione televisiva ieri sera, condotta da un giornalista tuttologo, ha descritto a fosche tinte la conquista italiana dell’Etiopia, applicando criteri di giudizio umanitario e buonista ad un passato in cui la guerra era considerata in modo profondamente diverso da ogni parte che si scontrasse con le armi. I buoni e i cattivi non esistevano. Giudicare con i criteri del presente il passato è un grossolano errore. Con questo non si intende disconoscere la durezza di quella campagna di guerra africana né si intende esaltare l’impero africano creato dal fascismo. Era però doveroso vedere la vocazione africana dell’Italia come inevitabile, direi inscritta nella sua storia dopo la raggiunta unità. Le pagine di Gioacchino Volpe in proposito servono ancora oggi a capire, mentre le vulgate di Del Boca e Rochat ci impediscono di intendere una vicenda in cui insieme ai cannoni si mescolano strade, ospedali , scuole e abolizione della schiavitù. Insieme all’asprezza del maresciallo Graziani non si può tralasciare di riconoscere il tentativo di pacificare la colonia del Duca Amedeo d’Aosta, il Savoia che insieme allo zio, il Duca degli Abruzzi, sentì il richiamo dell’Africa come un forte, profondo legame che coinvolse intimamente la sua vita. Il Duca Amedeo aveva studiato a Palermo diritto coloniale e non aveva nulla a che vedere con la rozzezza di Graziani. Eroe dell’ Aviazione italiana, era andato volontario nella grande guerra a 16 anni. Aveva scelto di andare a lavorare in Africa sotto falso nome nel Congo, aveva collaborato con il Duca degli Abruzzi nell’azienda agricola in Somalia. Queste specificità del Principe sono state dimenticate dalla trasmissione mentre sono aspetti molto importanti. E anche l’eroica resistenza e la inevitabile resa sull’ Amba Alagi nel 1941 dove ebbe dagli Inglesi l’onore delle armi, è stata ridimensionata nella sua epica ,drammatica grandezza paragonabile solo ad El Alamein. Perfino la morte di Amedeo che rimase prigioniero insieme con i suoi soldati, è stata ignorata. Carlo Delcrojx che conobbe assai bene il Duca, una volta mi disse che forse la storia d’Italia con la presenza del Duca dopo il 25 luglio sarebbe stata diversa. E’ una affermazione che merita di essere ripresa fi fronte agli studiati silenzi televisivi nei confronti di una figura che impedisce di ripetere la solita vulgata perchè ne dimostra la falsità storica.