CULTURA E SPETTACOLI

Teatro Regio, il maestro Battistoni dirigerà il gran finale di stagione

La prima assoluta commissionata a Matteo Franceschini, con Rota e Stravinskij

L’ultimo appuntamento della stagione dei concerti 2025-2026  del Teatro Regio, è in programma venerdì 22 maggio alle ore 20, con “Slancio”. Si tratta di un percorso articolato e potente che attraversa oltre due secoli di musica, dall’ultimo Settecento alla contemporaneità, tra grandi ritorni e riscoperte, fino a una prima esecuzione mondiale. Il 22 maggio, il direttore musicale del Regio, Andrea Battistoni, salirà sul podio dell’Orchestra del Teatro Regio per un programma che incarna la visione musicale del suo mandato, Val ea dire far emergere le voci delle compagini artistiche del Teatro e, al tempo stesso, valorizzare il patrimonio sinfonico italiano dal Novecento alla contemporaneità. Al centro del concerto, la prima assoluta di “Ballet”, la nuova composizione commissionata dal Teatro Regio a Matteo Francheschini, artista dalla personalità graffiante e autore di una musica onirica in continua trasformazione.

“Ballet nasce da un gesto semplice, quasi primordiale – dichiara Matteo Franceschini – un passo di danza, un movimento terrario che pulsa come un respiro. Da questa cellula iniziale, il materiale musicale si espande e si trasforma, la regolarità si incrina, le linee si spezzano e si sospendono alternando momenti rarefatti a slanci improvvisi. Come un corpo che danza e disegna lo spazio intorno a sé, il suono genera direzioni e paesaggi sempre diversi. Il brano è un omaggio al movimento, alla danza, quale forza di abitare spazio e tempo, in cui il gesto si fa suono”.

“Ballet” è incorniciato dalla Suite tratta da “La strada” di Nino Rota, evocativo omaggio a Fellini, e la Suite numero 2 da “L’oiseau de feu” di Igor Stravinskij, vertice del repertorio storico del Novecento che alterna colori incandescenti ed esplosioni ritmiche in un finale di energia travolgente.

Biglietteria: piazza Castello 215, Torino – 011 8815241/242 – biglietteria@teatroregio.torino.it

Info: www.teatroregio.torino.it

Biglietti: prezzo intero da 15 a 35 euro e ridotto da 12 a 30 euro.

Mara Martellotta

Interplay, 26esima edizione del festival di danza contemporanea

Dal 26 maggio a Torino  diretto da Natalia Casorati

Il festival Interplay è giunto alla sua 26esima edizione e torna a Torino come uno degli osservatori più lucidi sulla danza contemporanea in Italia. Sotto la direzione artistica di Natalia Casorati e curata dall’associazione culturale Mosaico Danza, la rassegna vedrà protagonisti dal 26 maggio al 27 giugno 2026, con due appuntamenti speciali il 3 luglio e il 16 settembre, tre teatri, cinque spazi multidisciplinari e numerosi contesti outdoor, dai quartieri centrali alle periferie, in un dialogo costante tra arte e città.

Il cartellone conta 28 spettacoli e 9 prime nazionali: 14 creazioni italiane, 12 proposte internazionali da 7 Paesi europei e 3 extraeuropei, per un confronto dinamico che intreccia visioni poetiche, astratte, coreografiche e eterogenee. Tra le voci internazionali figura la compagnia belga WOOSHING MACHINE, che apre il festival con “Ma l’amor mio non muore/Epilogue”: Carlotta Sagna, Alessandro Bernardeschi e Mauro Paccagnella pongono con graffiante autoironia una domanda bruciante sul destino dei nostri corpi. Lëila KA presenta “Maldonne”, creazione corale per cinque danzatrici, nominata per l’International Dance Prize 2025 al Sadler’s Wells di Londra: fragilità, ribellione e identità plurali del femminile in una partitura che va da Shostakovich a Lara Fabian.

Il collettivo (LA)HORDE, direttori del Balletto Nazionale di Marsiglia, coreografi del Celebration Tour di Madonna, propone “People Used to Die” per i 15 danzatori di Equilibrio Dinamico, trasformando i codici del club underground in una riflessione potente su massa e memoria del corpo. Completano il panorama GN/NC, Gui Nader e Maria Campos, con “Natural order of things”, la compagnia spagnola ERTZA con il duo mozambicano UN’WE, sulle diseguaglianze del mondo globalizzato, e il coreografo libanese Bassam Abou Diab, con una creazione partecipativa nata in residenza al Living Lab di Mosaico Danza.

Il programma nazionale restituisce con forza la vitalità della danza contemporanea italiana: la compagnia Zebra, di Chiara Frigo e Silvia Gribaudi, propone “Pas de cheval”, ironico duetto di Andrea Costanzo Martini e Francesca Foscarini, che smonta con ironia le dinamiche di potere nello spettacolo dal vivo. La pluripremiata Lost Movement  porta nel quartiere di Barriera di Milano “dancehALL”, creazione techno-urban in cui quattro stili di ballo diventano un rito collettivo pulsante. Il focus nazionale si infittisce con la prima nazionale di “Studi per M.” di Stefania Tansini, Premio UBU 2022, ispirata a Marcel Proust e alla memoria sensoriale del corpo, e con il ritorno di Daniele Ninarello, che trasforma la trasmissione del movimento in gesto politico e poetico. A chiudere la sezione Francesco Marilungo, Premio UBU 2024 come miglior spettacolo di danza, con “Cani lunari”: ritualità, trance e immaginari del femminile arcaico sono sospesi tra terrestre e divino con il paesaggio sonoro di Vera di Lecce, tra elettronica ibrida e tradizione salentina. Il focus nazionale si concluderà il 3 luglio con Claudio Massari, che proporrà “STRANO”, un universo interiore caotico e poetico, dove il corpo diventa campo di tensione tra desiderio, costrizione e immaginazione.

Interplay è da sempre un festival che intercetta il talento nascente: Adriano Bolognino, reduce dall’apertura delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026, propone un duetto sulla fragilità dei legami umani; Francesca Santamaria, selezionata da Aerowaves, propone la sua satira sulla performatività digitale; Parini Secondo, con il musicista Bienoise, trasforma il salto della corda in partitura sonora. Vittorio Pagani indaga i meccanismi di produzione della danza; Pablo Ezequiel Rizzo mette in dialogo iconografie antiche e contemporanee con il premiato “Sex.exe”; a chiudere sarà il collettivo Lattea con “Moraine Capitolo I”, anteprima attenta alla sostenibilità con costumi della Fondazione Pistoletto, perché anche il modo in cui si crea la danza è già un atto politico e poetico.

Interplay non è soltanto un festival che vuole mostrare, ma anche pensare: il 26 maggio il talk “Le forme della danza” apre una riflessione sull’eredità artistica di Anna Sagna, pioniera torinese della danza moderna, con il professor Alessandro Pontremoli dell’ateneo torinese e il collettivo Vie. Il 4 giugno “PANIC ROOM. Giovani corpi, urgenze del presente” trasforma il palco in laboratorio: artisti come Bolognino, Porcelli e (LA)HORDE dialogheranno con il direttore della Fondazione TRG Emiliano Bronzino e l’associazione Tiarè su identità, immaginazione e costruzione di sé nelle nuove generazioni.

Info: per il programma completo e le modalità d’accesso agli spettacoli visitare il sito www.mosaicodanza.it

Mara Martellotta

In scena al teatro Carignano “Prima del temporale”, di Umberto Orsini e Massimo Popolizio

Martedì 26 maggio prossimo, alle 19.30, debutterà al teatro Carignano “Prima del temporale”, pièce teatrale nata da un’idea di Massimo Popolizio, che ne è anche il regista, e di Umberto Orsini, che sarà in scena insieme a Flavio Francucci e Diamara Ferrero. Le scene sono di Marco Rossi e Francesca Sgariboldi, i costumi di Gianluca Sbicca, le luci di Carlo Pediani, il suono di Alessandro Saviozzi. Lo spettacolo è prodotto dalla compagnia Umberto Orsini e resterà in scena per la stagione in abbonamento dello Stabile di Torino fino al 31 maggio.

Protagonista dello spettacolo un vecchio attore che, nella mezz’ora che lo separa dall’ingresso in scena come protagonista del “Temporale” di Strindberg, si ritrova a rivivere alcuni momenti della propria vita, con un rovesciamento della percezione del tempo tipica dei sogni. La colonna sonora del teatro che si anima al di fuori del suo camerino diventa il pretesto, a tratti commosso p spensierato, per ricordare e dialogare con i fantasmi del passato. Popolizio utilizza una scenografia di forte impatto evocativo e si sofferma sulla figura dell’attore con la delicatezza di chi tenta di svelare segreti destinati a rimanere misteriosi. Umberto Orsini si affida alla sua regia per intrecciare frammenti della propria vita con la storia del nostro Paese dal Dopoguerra in avanti.

“L’idea – afferma Massimo Popolizio – nasce dal libro autobiografico di Umberto Orsini ‘Sold out’ di Editori Laterza 2019, ambientato in una città qualunque prima dell’ultima replica del testo di Strindberg, in una situazione bernardiana. Si tratta della storia di un ragazzo italiano che, negli anni Cinquanta, parte dalla provincia con pochi soldi e approda nella grande città di Roma con il sogno di iscriversi all’Accademia d’Arte Drammatica e, nonostante l’accento novarese, viene accettato”.

“Il titolo ‘Prima del temporale’ – dichiara Umberto Orsini – testimonia un progetto che da tempo avevo in mente, quello di allestire ‘Il temporale’ di Strindberg con la regia di Massimo Popolizio e nuovi interpreti, progetto azzerato dallo scoppio della pandemia di Covid. Massimo mi ha spinto a raccontare la mia vita dialogando con due figure tipiche del mondo teatrale: la sarta di compagnia e un addetto del teatro.

Biglietteria: Teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino – orario: da martedì a sabato dalle 13 alle 19, domenica dalle 14 alle 19 – lunedi riposo

Info: biglietteria@teatrostabiletorino.it – www.teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

Fondazione Pietà dei Turchini, “Giulia Principessa di Napoli”

L’Accademia del Ricercare conferma la sua solida sinergia con Casalborgone, in provincia di Torino, in cui a fine luglio avrà luogo il corso internazionale di musica antica. Il 21 maggio, alle 21.15, per Antiqua 2026, proporrà presso la chiesa di Maria Maddalena, in piazza Statuto, il concerto della Fondazione Pietà dei Turchini, con “Giulia Principessa di Napoli” in prima rappresentazione assoluta.

Paolo Giovanni Maione, che ha dato una consulenza musicologica al concerto, ha ricostruito un itinerario storico e musicale intorno alla figura di Ciulla della Pignasecca, ovvero Giulia De Caro, che verso la metà del Seicento fu celebre cantante, impresario d’opera e anche prostitute d’alto bordo, capace di conquistare Viceré e trasformarsi nella vera principessa di Napoli. Questa attività multiforme non durò più di 7 anni. Dal 1669 al 1676, quando cantò la sua ultima opera, il “Giulio Cesare di Boretti” su libretto di Aureli. Furono capolavori teatrali del maestro di quel secolo, Francesco Provenzale, come “Lo schiavo di sua moglie”, a determinare il successo di Giulia De Caro e il teatro di San Bartolomeo. Oltre alle opere, alla bella Giulia furono dedicate numerose cantate, come quelle composte dal Principe di Cursi, Giovanni Cicinelli, un altro dei suoi amanti illustri, rimaste manoscritte nella biblioteca del Conservatorio di Napoli e qui presentate per soprano e basso continuo.

Ingresso gratuito – info e prenotazioni scrivendo a segreteria@accademiadelricercare.com

I concerti di Antiqua 2026 sono accompagnati da un piccolo allestimento d’arte realizzato dall’Associazione La Voce dei Venti.

Mara Martellotta

Il riservato Simioli e la storia della vigilanza del Pci a Torino

Si intitola Riservato e narra una storia molto particolare, quella della vigilanza del Pci torinese. Il libro, edito da Impremix, l’ha scritto Diego Simioli, classe 1955, formatosi politicamente frequentando la 16ª sezione comunista di Torino in corso Giambone, intitolata a Giuseppe Bravin, un giovane partigiano gappista e medaglia d’argento al valor militare. E’ un racconto in gran parte autobiografico perché Simioli è stato per decenni uno degli uomini più autorevoli e rispettati del “mitico” servizio d’ordine del Pci. Nel libro, che raccoglie anche le testimonianze di Luciano Violante, Rocco Larizza, Pietro Marcenaro e Walter Veltroni, Simioli affronta senza reticenze e con coraggio la ricostruzione “dall’interno” di un’esperienza del tutto particolare e importante nella storia politica del più grande partito della sinistra, rendendo comprensibile il senso di una militanza talmente totalizzante da mettere in secondo piano tutto il resto, compresa la vita familiare. Lo fa con passione senza venir meno al proverbiale riserbo ed equilibrio, doti fondamentali e imprescindibili per chi fece parte di un organismo del tutto particolare e senz’altro importante, molto più importante di quanto non sia mai stato riconosciuto anche da molti uomini e donne della sinistra. Una esperienza di vita e di militanza che è anche la storia di una grande comunità, quella dei comunisti italiani prima e poi dei partiti che da quell’esperienza hanno preso vita. Le memorie di Diego si snodano lungo l’arco di decenni vissuti in quella comunità dove si è formato come persona, incontrando persone e vivendo situazioni ed episodi importanti.  Diego Simioli e i suoi compagni li si incontrava alle manifestazioni o alle varie iniziative politiche, guidavano e salivano sulle macchine dei dirigenti con compiti di scorta in anni complicati, quando il terrorismo e l’eversione colpivano senza pietà come ricorda Luciano Violante nella sua introduzione. Uomini, compagni generosi che hanno dedicato gratuitamente tantissimo tempo sottratto ai loro affetti, a mogli e figli, alla loro vita di tutti i giorni, spesso pagandone le conseguenze nella loro sfera di vita privata. Compagni che per tanti come me sono diventati nel tempo un riferimento prezioso.

Per chi non li ha conosciuti immagino sia difficile capire fino in fondo il senso del loro impegno. Viaggiavano dentro quelle auto con i dirigenti di quel partito dei quali avevano ascoltato dialoghi, telefonate, conoscevano fatti, persone, episodi e aneddoti che avrebbero potuto riempire volumi di memorie e retroscena. Ma erano discreti, affidabili, riservati. E non era cosa da poco. Ho conosciuto Diego e suo fratello Rodolfo, Beppe Scattolin e tanti altri. Persone concrete, disponibili, appassionate e intelligenti. Quella loro riservatezza non era solo frutto di una professionalità maturata nel tempo ma il risultato di una profonda coscienza politica, di un senso della militanza e dell’appartenenza che restituiva intatta l’umanità e la passione che si portavano dentro. I loro (e non solo loro) “maestri”, Palmiro Gonzato e Pietro Cordone, sono state figure importantissime, quasi mitiche nel Partito comunista torinese del dopoguerra. Uomini tutti d’un pezzo che hanno praticato e insegnato la disciplina e il senso di appartenenza a quella comunità di donne e uomini che desiderava cambiare in meglio la società. Dai tanti aneddoti che Diego Simioli racconta, pur con la necessaria e imprescindibile riservatezza, dagli incontri con dirigenti come Giancarlo Pajetta e tanti altri, si intuisce nettamente la sostanza di quella miscela unica di passione e sentimenti che li spingeva a sacrificare tante cose, serate, notti, ferie, famiglie, per quella che ritenevano la loro missione dentro una grande storia comune. “ I compagni della vigilanza mi hanno silenziosamente insegnato il primato del partito – scrive Violante – perché il partito siamo tutti noi, la generosità, la fratellanza, il significato dell’appartenenza a una comunità che aveva regole e gerarchie, ma che aveva soprattutto rispetto reciproco e fiducia”. Quel servizio d’ordine, composto da militanti responsabili e preferibilmente robusti, era principalmente destinato a prevenire, ad evitare le provocazioni e le possibili degenerazioni delle manifestazioni, innescate per lo più da provocazioni dei gruppi più estremisti, di frange di manifestanti, dei fascisti e talvolta anche da parte di chi avrebbe dovuto garantire l’ordine pubblico. A volte incompresi nel loro stesso partito, mai abbastanza valorizzati e ringraziati per quel prezioso e oscuro lavoro, Diego Simioli e gli altri della vigilanza sono restati molto legati tra loro e con questo libro, raccontandone almeno in parte la vicenda, è augurabile che possano venire risarciti almeno sotto il profilo della memoria per l’affidabilità, la disponibilità individuale e collettiva, la capacità organizzativa e la passione di un gruppo di militanti che ha sempre lavorato per la sicurezza e la tranquillità di tutti, spesso anche di chi non ne condivideva le idee politiche ma si riteneva un democratico.

Marco Travaglini

 

All’Auditorium Rai il maestro Treviño e il violoncellista Ferrández

Verranno eseguiti la Sinfonia da “Il nuovo mondo” di Dvořák e il Concerto per violoncello di Schumann con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

Giovedì 21 maggio, alle 20.30, all’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino, trasmesso in diretta RAI su Radio 3 e in live streaming sul portale di Rai Cultura, replicato venerdi 22 maggio alle ore 20, si terrà il concerto, con la partecipazione del violoncellista Pablo Ferrández, che torna a suonare con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Nato a Madrid nel 1991, Ferrández è oggi uno dei violoncellisti più richiesti, avendo suonato con orchestre come la Los Angeles Philarmonic, la San Francisco Symphony e l’Orchestre National de France, e ospite regolare di festival internazionali come quelli di Verdier, Salisburgo, Dresda, oltre a quello dedicato a Dvořák, a Praga. Per il suo ritorno con l’Orchestra Rai, con la quale aveva debuttato giovanissimo nel 2017, Ferrandez propone il concerto in la minore per violoncello e orchestra op.129 di Schumann, composto a Düsseldorf nell’arco di una sola settimana. Il brano rappresenta uno dei massimi capolavori della letteratura violoncellistica e non lascia trasparire le difficili condizioni mentali del compositore che, in poco tempo, sarebbero precipitate.

Sul podio, è impegnato Robert Treviño, già direttore ospite dell’Orchestra Rai e direttore musicale dell’Orchestra Nazionale Basca, consulente artistico dell’Orchestra Sinfonica di Malmö, di origine messicane e cresciuto in Texas, imponendosi all’attenzione internazionale al teatro Bol’šoj di Mosca. Nella seconda parte del concerto, Treviño proporrà la Sinfonia n.9 in mi minore op.95 dia Antonin Dvořák. Scritta durante il soggiorno americano del compositore boemo, da lui inviata agli amici in patria come un messaggio “dal nuovo mondo”, da cui il soprannome, la sinfonia fu eseguita per la prima volta nel 1893 alla Carnegie Hall di New York, sotto la direzione di Anton Seidl. Evoca, in un susseguirsi di ritmi e temi incantevoli, sia la freschezza proveniente dai canti neri e dalle melodie degli indiani d’America sia dai sentimenti di nostalgia per la propria terra lontana.

I biglietti per il concerto, da 9 a 30 euro, sono in vendita online sul sito dell’OSN Rai e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Info: 011 8104653 – biglietteria.osn@rai.it

Auditorium Rai – piazza Rossaro, Torino

Mara Martellotta

Foto PiùLuce

“La vita di San Genesio” al Teatro Baretti

Giovedì 21 maggio alle 21 e venerdì 22 maggio alle 20 il Teatro Baretti ospiterà, nell’ambito della stagione Aurea Familia, “La vita di San Genesio”, nuovo progetto della compagnia CTRL+ALT+CANC con Mattia Lauro, Raimonda Meraviglia e Francesco Roccasecca. Testo e regia sono firmati da Alessandro Paschitto.

Il ritorno della compagnia sul palco del Baretti è tra gli appuntamenti più attesi della stagione. Nato nel 2020, il collettivo si è distinto per una ricerca teatrale capace di indagare il reale attraverso un linguaggio condiviso, aperto e fortemente contemporaneo. Una cifra artistica che trova piena maturazione proprio in “La vita di San Genesio”, spettacolo che affronta il rapporto tra rappresentazione e verità scenica.

La figura al centro del racconto è quella di San Genesio, patrono degli attori, dei giullari e dei guitti. Mimo e interprete nella Roma dell’epoca di Diocleziano, intorno al 300 d.C., Genesio stava portando in scena una parodia quando qualcosa cambiò improvvisamente: la finzione si trasformò in esperienza autentica, l’interpretazione lasciò spazio a una visione che lo condusse alla conversione. Quel presunto gioco teatrale si trasformò così in un evento miracoloso, destinato a costargli la vita. Torturato e ucciso poco dopo, Genesio divenne martire e simbolo di un teatro capace di oltrepassare la semplice rappresentazione.

Da questa vicenda prende forma uno spettacolo che riflette sul confine sottile tra rito e scena, interrogandosi su ciò che accade quando il teatro tenta davvero di generare ciò che racconta. La messinscena si sviluppa come un dispositivo teatrale che, progressivamente, si svuota e si trasforma in una celebrazione alienata, quasi una parodia dei gesti e delle abitudini quotidiane.

In un presente attraversato da smarrimento e precarietà, dove anche le soluzioni più semplici sembrano irraggiungibili, emerge il desiderio ostinato di un miracolo. Tra algoritmi, sistemi che promettono controllo e nuove inquietudini collettive, resta una richiesta sommessa, un appello lanciato nell’incertezza nella speranza che qualcosa possa ancora rispondere.

“Vita di San Genesio” attraversa questi interrogativi mescolando registri e linguaggi differenti: il dialogo diretto con il pubblico, il rito, l’immaginario pop e la performance convivono in una narrazione che mette in discussione le forme tradizionali del teatro per cercare, più che risposte definitive, un gesto vivo e necessario.

Per informazioni: 011 6551187.

Mara Martellotta

2 giugno 1946, storia di un referendum

Venerdì 22 Maggio, alle 17,30 alla sala incontri del Polo del ‘900 di Torino ( Piazzetta Antonicelli, Palazzo San Daniele) la Sezione ANPI Eusebio Giambone, in collaborazione con l’Unione Culturale Franco Antonicelli, presenterà il libro “2 Giugno 1946. Storia di un referendum” di Federico Fornaro. Con l’autore dialogherà la giornalista e scrittrice Donatella Sasso. Introdurrà l’incontro Laura Marchiaro, presidente della sezione ANPI. L’evento, in occasione dell’ottantesimo anniversario della Repubblica, riassume le vicende del giugno 1946 quando, con il voto della maggioranza degli italiani nel referendum istituzionale l’Italia passò dalla monarchia alla repubblica, concludendo una lunga transizione dal fascismo alla democrazia, iniziata il 25 luglio 1943. Per la prima volta nella storia d’Italia le donne poterono votare al pari degli uomini e ventuno di loro furono elette all’Assemblea Costituente. Come ha scritto Piero Calamandrei: «Mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re». Dalla dittatura alla repubblica: si tratta di una fase complessa e contraddittoria, che qui viene riletta alla luce del dibattito sulla questione istituzionale e del controverso approdo alla scelta referendaria, oltre che analizzando la competizione tra gli alleati inglesi e americani per l’egemonia sul Mediterraneo. Regno del Sud e Resistenza convissero fino alla Liberazione, in un dualismo destinato ad alimentare la tesi secondo cui si sarebbe potuto fare di più e meglio per garantire una reale discontinuità con gli apparati burocratici e amministrativi del vecchio regime fascista. Ma il radicale rinnovamento dello stato fu frenato dalle forze della conservazione, largamente compromesse con il fascismo e, soprattutto, dal delinearsi all’orizzonte della guerra fredda e della competizione globale tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Federico Fornaro  ( Genova, 9 dicembre 1962 ) Saggista e politico, è stato presidente dell’Istituto per la Storia della Resistenza e della società contemporanea «Carlo Gilardenghi» (Isral). Fra le sue pubblicazioni: Giuseppe Romita. L’autonomia e la battaglia per la Repubblica (1996), Giuseppe Saragat (2003), L’anomalia riformista. Le occasioni perdute della sinistra italiana (2008), Aria di libertà. Storia di un partigiano bambino (2008), Pierina la staffetta dei ribelli (2013), Fuga dalle urne. Astensionismo e partecipazione elettorale in Italia dal 1861 a oggi (2016) e Elettori ed eletti. Maggioritario e proporzionale nella storia d’Italia (2017). Per Bollati Boringhieri ha pubblicato 2 giugno 1946. Storia di un referendum (2021) e Il collasso di una democrazia. L’ascesa al potere di Mussolini (1919-1922) (2022). È stato Senatore della Repubblica e attualmente è membro della Camera dei Deputati.

 

Donatella Sasso. Redattrice esterna presso Giulio Einaudi Editore. Ha lavorato come ricercatrice di storia contemporanea presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini collaborando con il Polo del ‘900 di Torino. Svolge attività didattiche nelle scuole primarie e secondarie sui temi della storia contemporanea, dei diritti, dei conflitti contemporanei. Giornalista pubblicista dal 2011, ha scritto per «L’indice dei libri del mese», «Pagine ebraiche», «L’incontro», «Keshet», «Prometeo», «Most» e «East Journal». Autrice di “Milena, la terribile ragazza di Praga”, Effatà, Cantalupa (Torino) 2014, del volume per bambini “Danuta a Oslo”, David and Matthaus, Pesaro Urbino 2015 e con Enrico Miletto di “Torino ’900. La città delle fabbriche”, Edizioni del Capricorno, Torino 2015 e “Torino città dell’automobile. Un secolo di industria dalle origini a oggi”, Edizioni del Capricorno, Torino 2017, “La caduta 1953-1989. Dalla morte di Stalin al crollo del Muro”, Edizioni del Capricorno, Torino 2017, “Un’inconsueta felicità”, Golem edizioni, Torino 2021, “Piazza della Vittoria”, Golem edizioni Torino 2023.

Giovanni Vernia, risate e canzoni all’Alfieri

Dopo il pieno di risate e applausi della prima serata, Giovanni Vernia torna sul palco del teatro Alfieri stasera con “Vernia o non Vernia – Sbrilluccicoso Edition”, uno spettacolo che è molto più di un semplice one man show: è una parabola personale e artistica, raccontata con ironia, ritmo travolgente e una sorprendente capacità di passare dal racconto intimo alla comicità più esplosiva.
Per un’ora e mezza Vernia non si risparmia mai. Corre, canta, interpreta, improvvisa, cambia voce, volto ed energia in continuazione: un vero grillo sul palco, capace di tenere la scena senza pause, trascinando il pubblico dentro il suo universo comico.
Lo spettacolo ripercorre le origini della sua follia creativa, partendo dall’infanzia tra Genova e le influenze degli eccentrici parenti pugliesi e siciliani, fino agli anni da ingegnere, una professione che probabilmente gli stava troppo stretta per contenere tutte le suggestioni, i personaggi e le voci che già gli ribollivano dentro. Ed è proprio da quel conflitto interiore che nasce il comico che il pubblico ha imparato ad amare.
Sul palco prendono così vita le tante anime che abitano Vernia: maschere, tic, tormentoni, intuizioni surreali e osservazioni pungenti sulla contemporaneità, in uno show che alterna stand up, imitazioni, momenti musicali e improvvise accelerazioni teatrali. Una comicità che diverte, ma che affonda anche nelle esperienze personali dell’artista, trasformando il racconto autobiografico in uno specchio ironico dei nostri tempi.
“Vernia o non Vernia” diventa così un gioco identitario, una domanda esistenziale riletta in chiave comica: seguire le regole e uniformarsi oppure lasciare spazio alla parte più istintiva, imprevedibile e “sbrilluccicosa” di sé.
E il pubblico, ieri sera, ha scelto senza esitazioni da che parte stare.
Per chi ancora non lo conoscesse, Giovanni Vernia è uno dei volti più popolari della comicità italiana contemporanea. Negli anni ha conquistato pubblico e televisione passando da Zelig al Festival di Sanremo, fino ai recenti successi con il GialappaShow, dove spopolano le sue irresistibili imitazioni di personaggi come Jannik Sinner, Damiano David e Achille Lauro. Parallelamente è anche una delle voci di RDS, dove conduce “I Peggio più Peggio”, confermando una versatilità artistica che spazia dalla radio alla tv, dal teatro ai social.

Giuliana Prestipino

“Siamo diventati adulti mentre il mondo cambiava”

Sofia Longhini racconta il suo teatro generazionale al Fringe di Torino

Al Torino Fringe Festival arriva uno spettacolo che attraversa la memoria collettiva partendo da una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: cosa accadeva nel mondo mentre noi crescevamo? Mentre guardavamo cartoni animati, sfogliavamo Cioè, davamo il primo bacio o cantavamo al karaoke, fuori dalle nostre stanze la realtà cambiava velocemente, spesso senza che ce ne accorgessimo.

Si intitola Tutte le cose più grandi di me ed è il monologo scritto e interpretato da Sofia Longhini, in scena al Lombroso16 nell’ambito del Fringe festival. Uno spettacolo che intreccia autobiografia, spaesamento generazionale e riflessione sociale, trasformando il ricordo personale in una lente attraverso cui osservare il presente.
Abbiamo incontrato Sofia Longhini, attrice ed autrice del monologo, per parlare del suo lavoro, della sua ricerca artistica e del ruolo che il teatro continua ad avere oggi.
Tutte le cose più grandi di me” intreccia ricordi personali e memoria collettiva, facendo convivere l’infanzia con eventi storici spesso traumatici. Quando hai capito che la tua storia generazionale poteva diventare materia teatrale universale?
«Penso che quando ho scritto questo monologo ero uscita dall’Accademia e stavo attraversando un momento di solitudine e spavento personale, ma mi rendevo conto che questo senso di impotenza e spaesamento era comune a molti amici. Non era un dramma individuale, era una questione sistemica. Sicuramente è derivato anche dallo scontro con il mondo lavorativo: tutto ciò che avevo studiato mi stava presentando il conto. Inoltre mi sono chiesta come cittadini dobbiamo prenderci la responsabilità di capire cosa succede oltre le mura domestiche. C’era una grande lamentela, ma come se tutto non fosse nostra responsabilità. Ho sempre capito che potevo lamentarmi, ma da una posizione privilegiata che è quella di attrice. Per questo nello spettacolo ho messo in luce anche il dramma della classe borghese, che fa perdere i confini di ricchezza e povertà, evidenziando come oggi la classe operaia guadagni spesso più della classe culturalmente più elevata. È un ribaltamento curioso: la condizione economica è ribaltata rispetto a quella sociale».
Nel monologo convivono così precarietà emotiva e precarietà economica, memoria personale e crisi collettiva. Una fotografia generazionale che evita la nostalgia e sceglie invece di interrogare il presente.
Nel tuo percorso artistico hai attraversato teatro, danza, drammaturgia e anche esperienze internazionali. In che modo queste contaminazioni hanno influenzato la scrittura scenica e il linguaggio emotivo di questo monologo?
«Sono stata l’anno scorso a Nicosia, a Cipro, con altri artisti provenienti da diversi Paesi europei e lì c’è stata una grande contaminazione di linguaggi e mondi culturali. Mi sono accorta anche di come molte questioni generazionali siano profondamente legate al contesto italiano. Quando c’è un gap linguistico, vedo che c’è molta più attenzione verso il corpo, verso la performance. Questa è una cosa molto tipica italiana che noi difendiamo. Una delle cose che mi porto dietro da quell’esperienza, e che ha influenzato il mio lavoro, è la possibilità del silenzio e la ricerca di un altro canale che non sia il sobbuglio continuo delle parole. Nello spettacolo questo senso c’è, anche se forse non è tangibile fino in fondo. Mi ha messo in allarme il fatto che la parola non sia l’unica via. E che il teatro non sia l’unica via: ci sono tante forme, tanti modi per stare con gli altri».
Un teatro che allora non si limita al racconto, ma cerca presenza, ascolto e condivisione. Anche attraverso ciò che resta sospeso e non viene detto.
Nel tuo spettacolo emerge una domanda molto potente: “Come ci siamo ritrovati, all’improvviso, adulti?”. Pensi che il teatro oggi abbia ancora la capacità di aiutare una generazione a riconoscersi, fermarsi e rileggere il proprio tempo?
«Il teatro ha sempre questo valore e mi faccio tenerezza quando penso che qualcuno dica che è morto. È sopravvissuto a moltissime difficoltà e sopravviverà anche alle nostre paure. Penso spesso ai miei amici che non vanno a teatro e sento che mi piacerebbe coinvolgerli. Come nuova generazione credo sia una nostra responsabilità. Quella prima di noi la sentiamo come una generazione di giganti e pensiamo che abbiano avuto un agio in più, ma non è detto che sia una verità assoluta. Ogni generazione ha gli strumenti per elaborare la propria realtà. Il Fringe, in questo senso, destruttura la serietà del teatro e questo dualismo aiuta molto ad abbattere la barriera con il pubblico e ad avvicinare le persone».
Ed è forse proprio qui che si inserisce la forza di Tutte le cose più grandi di me: nel tentativo di restituire al teatro uno spazio umano, accessibile, capace di parlare a chi si sente sospeso tra infanzia, disillusione e ricerca di senso. Uno spettacolo che non offre risposte facili, ma lascia nello spettatore una domanda silenziosa e ostinata: dove siamo finiti noi, mentre il mondo andava avanti?
Valeria Rombolá