CULTURA E SPETTACOLI

Supporti di carta per capolavori di artisti del Novecento

Da Casorati a Zorio”, sino al 30 maggio alla Galleria del Ponte

John Berger – nato a Londra nel 1926 e scomparso a Parigi nel 2017, è stato critico d’arte (tra gli altri, i saggi “Splendori e miserie di Pablo Picasso” del 1965, “Questione di sguardi”, 1972, “Sul disegnare”, 2005), scrittore (“Festa di nozze”) e pittore, collaboratore di quotidiani e riviste, negli anni Settanta sceneggiatore con il regista svizzero Alain Tanner di film quali “Jonas che avrà vent’anni nel 2000” e “La Salamandra” – ha approfondito “il rapporto dell’artista con il supporto cartaceo”, attraversato da distensione per alcuni o sinonimo di un incessante corpo a corpo ”carico di tensioni più o meno latenti”, “il momento in cui l’artista rievoca le sensazioni provate di fronte alla superficie ancora intonsa del foglio”. Scriveva Berger: “Sapevo che, al momento di tracciare una linea su – o attraverso – di essa, avrei dovuto controllare il segno non su un unico piano, come un guidatore al volante della sua automobile, ma come un pilota in volo, giacché il movimento era possibile in tutte e tre le dimensioni.”

Con l’aiuto delle note della Galleria del Ponte, ci si inoltra felicemente all’interno della cinquantina di lavori che danno vita, e bella memoria, alla mostra “Da Casorati a Zorio. Opere su carta”, visitabile sino al 30 maggio, in cui chi guarda ha l’occasione – ancora una volta Stefano e Stefania Testa hanno il felice compito e la lodevole preoccupazione di ristabilire aree di bellezza, interessi che vanno persi, nomi e opere che pretendono il necessario mantenimento – di ritrovarsi di fronte ai più bei nomi di un’Arte cittadina e regionale, ma non soltanto perché sappiamo quanto quei confini si siano allargati, che hanno attraversato il Novecento (dagli anni Trenta) e si siano spinti sino a noi. Riallacciandoci a quanto si diceva di Berger, non si può non guardare immediatamente alle due opere esposte di Sandro De Alexandris, il fatidico foglio di carta bianco impercettibilmente attraversato dai tratti verticali della matita o dalle screpolature invisibili a un occhio poco attento di un bisturi. È l’esempio più tacitamente assordante: ma che spinge a guardare, a pensare, a immaginare. Una bella scia di idee e di realizzazioni. Già dal pianoterra della galleria di corso Moncalieri, per poi salire su con un ordine affatto cronologico ma articolato in suggestive esplosioni artistiche, ci accolgono opere di Felice Casorati (“Donna con bambino”, matita su carta, anni Trenta e “Figura femminile” degli anni Cinquanta, incantevole) e Carol Rama con quattro carte realizzate tra il ’63 e il ’68, isola a sé dell’intera esposizione, “Natura morta con brocca e susine”, acquerello di quel grande e affascinante Maestro che è stato Mario Calandri, e i colloqui femminili di Nella Marchesini e poi Gigi Chessa e Luigi Spazzapan.

Come si scoprono, in rapido susseguirsi, in “un percorso coerente, benché rapsodico”, le opere su carta, coniugate secondo i diversi stili e le sensibilità di ognuno, di Clotilde Ceriana Mayneri (“Avanzata barbarica”, 1987), di Marina Sasso che recentemente posava piombo ottone e reti sul foglio, in una bella alternanza di colori e di lucentezze, di Riccardo Cordero con i suoi “Progetti” degli anni Settanta (biro pennarello e collage), di Giacomo Soffiantino che ironizzava sull’amico Gino Gorza incallito fumatore, tra volute rosse di fumo e caratteri nipponici, di Sergio Saroni con una bellissima china dei Sessanta, di Pinot Gallizio e Marco Gastini, di Umberto Mastroianni (un compatto fondo arancio a raccogliere le forme sinuose o spigolose che gli conosciamo) e di Giò Pomodoro, di Mario Surbone e di Adriano Parisot, di Graham Sutherland con un prezioso Gouache del ’71 e di Piero Ruggeri, che guardava a Caravaggio e alla Cappella Contarelli catturandone vorticosamente l’essenza per trasportarli in tempi più vicini a noi. Da vedere.

Elio Rabbione

Nelle immagini: Piero Ruggeri “rivisita” la Chiamata di Matteo di Caravaggio; ancora opere di Soffiantino e Sutherland esposte nella mostra.

La star di Netflix Reece Richards alla Gypsy Cinema Academy 

A lezione di cinema con la star di Netflix, l’attore inglese Reece Richards. Lui sarà il protagonista dell’attesa masterclass che si terrà venerdì 24 aprile prossimo, aperta a tutti, anche ai non allievi, alla Gypsy Cinema Academy, dalle 17.30 alle 20, preso lo Spazio Gypsy, in via Canelli 47, a Torino. Con lui, gli aspiranti attori torinesi avranno modo di imparare tecniche di altissimo livello per perfezionare il proprio stile. La presenza di Richards presso la Gypsy rappresenta uno degli appuntamenti fiore all’occhiello della neonata Accademia di Cinema, diretta da Luca Canale B., e che vede tra i suoi docenti personaggi del calibro di Eugenio Gradabosco, Piero Basso, Margherita Fumero, Aurora Ruffino, Diego Casale. Si tratta di un’opportunità importante per i futuri professionisti del cinema. Oltre ad essere un dio nella serie televisiva, Richards è infatti uno dei protagonisti di Sex Education. Nato a Londra, è un ballerino, cantante specializzato in Musical Theatre e Cinema, fra i più apprezzati del panorama internazionale. Da anni in scena nel West-End di Londra, e in tour in tutta l’Inghilterra e non solo, co  ruoli nei più grandi musical quali “Hair Spray”, nella parete di Sea Weed, diretto da Paul Kerryson, e “Juliet Gough”, e “Motown”, in cui interoreta il ruolo di Jackie Wilson e Marvin Gaye, diretto da Tara Wilkinson.

“Amo la Gypsy – spiega Reece Richards – perché è una scuola basata sul duro lavoro e sulla comunità. Sanno cosa significhi essere un professionista del teatro musicale e sono incredibilmente di supporto agli studenti e agli insegnanti della scuola. È una realtà da vedere. L’Italia rappresenta passione, orgoglio, amore e creatività. Torino, per me, significa talento, duro lavoro e un potenziale illimitato”.

Gypsy Cinema Academy – via Pagliani 25, Torino – 011 0968343

Mara Martellotta

Il Principe Aimone di Savoia, Duca di Aosta, a Susa

Nel pomeriggio di lunedì 20 aprile il Castello di Adelaide – Museo Civico ha accolto  il Principe Aimone di Savoia, Duca di Aosta, per una visita alla mostra “I Savoia. Mille anni di Storia e Potere”, a Susa, e al percorso permanente del Museo Civico.

Ad accompagnare il Principe, il Direttore del Castello, Stefano Paschero, l’Assessora alla Cultura della Città di Susa, Cinzia Valerio, il Comandante dei Carabinieri LGT, Carlo Mostratisi e la professoressa Gemma Amprino Giorio. La visita ha preso avvio dalla mostra temporanea curata da Stefano Paschero e Claude Duffour, che presenta per la prima volta in Italia oltre 40 pezzi originali della collezione “Savoie.live di Ancy”, documenti, sigilli, ritratti e testimonianze iconografiche che ripercorrono mille anni di storia del casato, dal Marchesato di Torino alle vicende risorgimentali.

Il Principe si è poi soffermato nelle sale del Museo Civico, dalla fondazioni romane del Castello alla Storia Naturale, fino alla sezione dedicata alla Valle di Susa e al Risorgimento. La mostra “I Savoia. Mille anni di Storia e Potere” è visitabile al Castello di Adelaide, al Museo Civico, fino al 24 maggio 2026.

Mara Martellotta

Il documentario “Walter Bonatti a Bardonecchia” di Topazio al Trento Film Festival

Un nuovo riconoscimento per il documentario “Walter Bonatti a Bardonecchia”, realizzato nel 2025, dal regista Riccardo Topazio, con il patrocinio del Comune di Bardonecchia.

Dopo essere stato premiato, infatti, all’Orobie Film Festival di Bergamo, nel gennaio scorso, il documentario è stato ora selezionato dal prestigioso Trento Film Festival, nella sezione “Proiezioni Speciali”.

Il documentario, della durata di 50 minuti, racconta gli anni 1955-1956, nei quali il celebre alpinista visse a Bardonecchia, dove lavorò come guida alpina e maestro di sci. Materiale storico e testimonianze raccontano il grande legame che si creò tra Bonatti e la comunità di Bardonecchia, fino al riconoscimento, il 28 agosto 1955, della cittadinanza onoraria.

“Il documentario Walter Bonatti a Bardonecchia – spiega Riccardo Topazio – nasce dalla volontà di raccontare un capitolo cruciale della storia alpinistica: il biennio 1955-1956. In quegli anni Bardonecchia non fu solo un luogo di passaggio, ma il laboratorio segreto dove Bonatti, nel silenzio e talvolta nell’isolamento, forgiò la sua leggenda. Ho voluto realizzare quest’opera per portare alla luce curiosità inedite e testimonianze dirette di chi lo vide allenarsi, soffrire e preparare quelle imprese, che avrebbero cambiato per sempre il modo di intendere la montagna”. “Un cuore pulsante del film – spiega ancora – è la rievocazione della prima traversata in sci alpinismo, un’impresa pionieristica realizzata proprio in quel periodo e resa possibile grazie al lungimirante supporto finanziario del Comune di Bardonecchia. A 70 anni esatti da quella storica impresa, il documentario si pone come un ponte temporale: non una semplice celebrazione ma un’indagine su come quel sostegno istituzionale abbia permesso a Bonatti di dimostrare che la montagna d’inverno non era un limite, ma una nuova frontiera di libertà. Portare questa storia al Trento Film Festival – conclude Riccardo Topazio – significa restituire alla collettività la memoria di un legame indissolubile tra un atleta eccezionale ed una comunità che seppe credere in lui quando altri dubitavano. Attraverso le voci di testimoni dell’epoca e la riscoperta di dettagli dimenticati, il film invita lo spettatore a riscoprire l’autenticità di un’epoca in cui il coraggio si misurava con la coerenza ed il rispetto per la libertà”.

“Apprendiamo con profondo orgoglio ed emozione – sottolinea il sindaco di Bardonecchia Chiara Rossetti – l’attribuzione del riconoscimento di Riccardo Topazio dedicato al legame tra il leggendario Walter Bonatti e la nostra Bardonecchia. Quest’opera non è soltanto un tributo cinematografico ma un atto d’amore verso il nostro territorio. Riccardo ha saputo narrare con una sensibilità fuori dal comune un pezzo di storia, che appartiene all’anima stessa delle nostre montagne. Il suo lavoro ci restituisce la figura di Bonatti non solo come l’alpinista che il mondo intero ammira, ma come l’uomo che ha vissuto e respirato i nostri sentieri, nobilitando le nostre vette con le sue imprese”. “Mi piace sottolineare – osserva ancora Chiara Rossetti – non solo lo straordinario valore professionale di Topazio ma soprattutto le sue doti umane. La dedizione, l’umiltà e la passione con cui ha portato avanti questo progetto sono lo specchio dei valori che la nostra comunità montana custodisce da sempre. Opere di questo calibro conferiscono un lustro immenso al Comune di Bardonecchia, posizionandosi ancora una volta al centro del panorama culturale e sportivo internazionale. A Riccardo va il ringraziamento più sentito da parte di tutta l’Amministrazione e della cittadinanza: grazie per aver dato voce al silenzio delle nostre cime e per avere onorato la storia di Bardonecchia”.

 

A cena con Fruttero

Giovedì 23 aprile 2026, ore 20

Torino, Circolo dei lettori e delle lettrici

 

In occasione del vernissage de Il Club Fruttero. La mostra, la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e la Fondazione Circolo dei lettori propongono giovedì 23 aprile alle 20 A cena con Fruttero, una cena letteraria che traduce in esperienza conviviale i gusti e l’immaginario di Carlo Fruttero.

 

Non una semplice cena, ma un dispositivo narrativo: sette tavoli, sette libri, sette voci. Ogni tavolo diventa uno spazio di conversazione in cui i libri si attivano attraverso il dialogo, secondo una pratica cara a Fruttero: condividere per divertirsi.

Ogni tavolo ospiterà una voce e un libro: Carlotta Fruttero con “Donne informate sui fatti”, Federica Fruttero per “Mutandine di chiffon”, Annalena Benini in “La donna della domenica”, Francesca Sforza per Fruttero giornalista, Franco Forte con Urania, Giuseppe Culicchia “Da una notte all’altra”, Paolo Verri “A che punto è la notte”.

 

Il percorso della serata non si limita ai testi. Anche il menù è costruito come un racconto, un percorso geografico e affettivo che segue le traiettorie della vita e dei gusti dello scrittore.

 

Gli antipasti rappresentano con precisione la tradizione piemontese: vitello tonnato alla vecchia maniera, acciughe al verde, flan di asparagi. Piatti netti, riconoscibili, radicati, sabaudi, come l’origine torinese di Fruttero.

Il primo, con i tortelli maremmani, portano la cena a Roccamare, nel grossetano, terra d’adozione per la vita e la scrittura, dove Fruttero ha trascorso una lunga parte della sua vita.

Il secondo, roast beef con patate al forno, introduce una dimensione più personale: è il piatto che Fruttero amava così tanto da voler imparare a cucinarlo, per sé e per gli amici.

Il percorso si chiude con il dolce, la torta Sacher, che porta i commensali a Vienna. Il dolce in questa speciale cena rappresenta l’amicizia con la principessa Vita Hohenlohe, presenza brillante e spiritosa delle estati maremmane, che portava con sé la Sacher che divenne il dolce preferito di Fruttero.

 

Per partecipare alla cena è obbligatoria la prenotazione scrivendo a barney@circololettori.it. Costo della cena: € 60,00

 

La cena, estensione naturale della mostra, fa parte del progetto culturale diffuso per il centenario, ideato e prodotto da Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, con il coinvolgimento diretto delle eredi Carlotta e Federica Fruttero, sviluppato in collaborazione con la Fondazione Circolo dei lettori e delle lettrici di Torino e progetto Urania del Dipartimento di Comunicazione, arti e media Giampaolo Fabris dell’Università IULM, e la partnership tecnica di FILA con Tratto Pen e Libraccio, e il supporto de La Stampa-Tuttolibri. Partner della cena è l’Azienda Agricola Il Botolo.

 

Il Club Fruttero attraversa luoghi, linguaggi e pubblici diversi. Fruttero era uno scrittore, un traduttore, un curatore, un editore: scriveva, traduceva, curava, sceglieva. Il centenario ne restituisce il metodo: leggere per capire, scegliere per escludere, discutere per divertirsi e non essere neutrali.

“Parole che non ti ho mai detto”

Il 30 aprile alle 15,30 presso il Vol To, il Moica Piemonte organizza l’incontro con Marco Marchetto, medico scrittore laureato in Filosofia, che presenta il suo libro “PAROLE CHE NON TI HO MAI DETTO” NEOS editore. Il romanzo epistolare racconta una storia che con leggerezza e profondità parla a chi ha vissuto il dolore, a chi lo ha visto da vicino, a chi ha bisogno di ricordarsi che ogni vita, anche nella malattia, necessita di amore, presenza e verità. Un libro che non finisce all’ultima pagina, ma che resta dentro, come tutto ciò che è arduo esprimere.

Coordina l’ evento la presidente del Moica Piemonte Lucia Rapisarda

“Carpe Diem”, le tecniche di Bruno Cantino di Reino

Negli spazi della libreria Mondadori del Centro Storico di Chieri la mostra inaugura martedì 28 aprile alle 18

Inaugura martedì 28 aprile alle ore 18 la mostra intitolata “Carpe Diem”, negli spazi della libreria  Mondadori del Centro Storico di Chieri, in via Vittorio Emanuele 42 B. Si tratta di un nuovo appuntamento della rassegna “Arte tra i libri”, curata da Piemonte Arte, testata giornalistica settimanale di www.100torri.it. La mostra, aperta fino al 24 maggio, è visitabile anche online sul sito di Piemonte Arte.
L’esposizione è incentrata sulle tecniche di Bruno Cantino di Reino e sulle sue opere, realizzate per lo più ad acquerello e raffiguranti paesaggi e capaci di catturare attimi di vita quotidiana. I suoi lavori condividono una tensione poetica comune, l’urgenza di fermare l’effimero, di rendere visibile ciò che, per sua natura, sfugge.
La trasparenza e la leggerezza dell’acquerello fanno sì che le forme non siano completamente definite, come se il paesaggio fosse in continuo divenire, con la luce che ha un ruolo da vero protagonista.
Ciò che accomuna entrambe le pratiche è  rappresentato dalla volontà di cogliere l’istante prima che svanisca. Mentre l’acquerello tende a dissolversi, le realizzazioni ad acquaforte, puntasecca  o acquatica lo ancorano al reale, rendendolo quasi tangibile.
Le opere di Bruno Cantino di Reino sono davvero una sorpresa perché  permettono allo spettatore di vedere elementi ordinari con un nuovo sguardo.
Bruno Cantino di Reino, di formazione geometra, è  un artista autodidatta la cui ricerca creativa si sviluppa a partire dalla metà degli anni Settanta, dapprima influenzato dall’Impressionismo, poi deciso a passare a tecniche miste caratterizzate dall’utilizzo di materiali come stagno e rame applicati su tavola, dando vita a sculture piane originali.
Parallelamente alla pittura, nasce in lui negli anni Settanta la passione per la fotografia, parallelamente allo sviluppo di esperienza nel campo della grafica pubblicitaria. A partire dal 1990 frequenta un corso di nudo e dà  avvio a una personale ricerca sul colore e sulle principali correnti espressive, elaborando tecniche miste e rivolgendosi a tematiche legate al sociale e all’ecologia.
Dal 2006 è  membro dell’Unione Artisti Chierese, partecipando attivamente alle iniziative dell’associazione  e frequentando il laboratorio di Calcografia di Chieri, dove esplora diverse tecniche incisorie. Dal 2007 approfondisce la tecnica dell’acquerello presso il laboratorio allestito all’Unitre di Pecetto Torinese.

Mara Martellotta

Lui non è tornato, sole in casa ci sono Briciola, Luna e Wanda

Al Gobetti, sino al 26 aprile

 

Quando, per la presentazione della stagione, i giochi non erano pienamente fatti (poche note scritte e “cast in via di definizione”), davanti al lungo titolo di Diego Pleuteri ci siamo chiesti che cosa riuscisse a inventarsi l’autore dopo il successo – tre stagioni di repliche – di “Come nei giorni migliori”, se avesse al momento buttato giù delle tracce di un testo fatto per raggiungere un pubblico infantile, come sarebbe stato lo svolgimento della vicenda dei tre animali una volta in scena. Chi scrive, lo confesso, temeva doppiamente, guardando confusamente al progetto e leggendo con il solito sospetto il nome di Leonardo Lidi alla regia. Invece. Invece “Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti” è un testo che con intelligenza “ricalca” la diversità dei linguaggi, umanissimo e sofferente, una favola amara che si tinge di commedia e diverte, ma che attraverso gli occhi, le abitudini infrante, i gesti, le zuffe e gli atti d’amore, le visioni del dentro e del fuori, la protezione o una gabbia con la sua pretesa fuga, le paure e i languori sempre persi dietro l’immagine di Lui e la voglia di libertà, quell’orecchio teso alla serratura di una porta – clic clac clic – in una continua attesa, guarda al mondo degli umani. È una regia che convince appieno, attenta ai tanti e più piccoli particolari, che con tensione cinematografica incolla la sua macchina da presa al viso, al fiuto, alle orecchie, ai bisogni corporali, alla fame e al disgusto, alla disperazione per un’assenza, alla solitudine e alle ribellioni di una cagnolina, di una gatta e di un pesce rosso chiuso dentro la sua boccia di vetro dagli stretti confini. Una regia che ha centellinato di suo ma che ha trovato terreno fertilissimo in tre splendide attrici, magnifiche e superlative (chiunque, vedendo lo spettacolo al Gobetti sino al 26 aprile per la stagione dello Stabile torinese, potrà usare quegli aggettivi che saprà trovare), che usano la voce e soprattutto i corpi, snelli o no che siano, in maniera esemplare, con dedizione estrema, con una immedesimazione che rasenta il brivido, non scimiottando, non avendo necessità di nessun travestimento. Fuori subito i nomi: Marta Malvestiti, pronta a uggiolare, Beatrice Verzotti che abitualmente miagola e tira fuori le unghie, Teresa Castello che solitamente boccheggia, piroetta e dimentica (davanti a lei, al suo monologo finale, non stupitevi che ancora ci siano giovani attrici, fresche di scuola, sui nostri palcoscenici: esistono! E a guardarle mentre occupano la scena, la ballerina di “Affari tuoi” credo che dovrebbe iniziare a farsi qualche domanda: i perfetti movimenti scenici sono dovuti a Riccardo Micheletti). Hanno il valido aiuto di Hana Daneri, che introduce, commenta, drammaticamente racconta.

La platea del Gobetti è stata svuotata a metà delle sue poltrone e si sono create due ali di sedie laterali, il palcoscenico è occupato soltanto da un’immagine di Alessandro Bandini e Alfonso Devreese dei “Giorni migliori”, a uno di loro ci si rivolge di tanto in tanto. Un catino e una scopa, i tanti abiti sparsi di Lui, morsicchiati o presi a calci o trascinati, tutto è lì pronto a raccontarci una favola amara, forse nerissima. Che anche in una casa del bergamasco, dove in tempo d’epidemia correvano le file delle bare verso i cimiteri, qualcuno attende il suo Godot. Didi e Gogo oggi hanno altri nomi, si chiamano Briciola, Luna e Wanda. Un mattino dopo l’altro, una sera dietro l’altra si continua a coltivare “un amore cieco e sproporzionato, pieno di affetto e di dipendenza”, si continua ad aspettare Lui, Lui che se n’è andato come sempre un giorno e non è più tornato, il clic clac clic della porta non lo hanno più sentito. Continuano la vecchia abitudine di godersi “La signora in giallo”, su quel divano che dà sicurezza, da cui qualcuno saltava giù quando Lui mostrava la corda che portava al passeggio o se arrivava qualche profumo che significava sostentamento. Briciola piange, Luna si gode per qualche attimo la propria indipendenza, Wanda nuota e dimentica. Mentre la nostalgia lascia il posto al desiderio di sopravvivenza e di superare quell’assenza, mentre sopravanza la dipendenza, nascono la fame e la violenza mentre quelle pareti si fanno prigione, mentre anche al di là di una finestra che dà sul verde tutti sono scomparsi, mentre la vicina arriverà a spalancare e a offrire crocchette: quando il mondo non sarà più come prima, quando gli abitanti della casa non saranno più quelli di prima. In un arco perfetto, Pleuteri reclama ”il bisogno di un altro che ci garantisca il mondo, ci dica che esistiamo, ci permetta di sopravvivere in un luogo che non ci appartiene”.

“Resteremo per sempre” è ben lontano dal lasciarti indifferente, lo si è visto anche nella replica a cui ho assistito, applauditissima con bis finale. Pleuteri pone – con bella scrittura, lo ripetiamo – sul tavolo problemi e ansie, ricordi e piccole felicità, il vivere quotidiano che ci appartengono, rivestiti di altre vesti, ci ricorda il mondo affatto leggero di La Fontaine: e per l’intera serata (stra)vince quella immedesimazione che ha tolto ogni barriera, e le riflessioni sul tempo sospeso e una società con un dolore che è vero.

Elio Rabbione  

Nelle immagini di Luigi De Palma alcuni momenti dello spettacolo.               

 

Piossasco, il paese dei tre castelli

Nel 2026 ricorre il quindicesimo anniversario della fondazione dell’Associazione Corona Verde di San Vito, creata nel 2011 con l’obiettivo di promuovere la diffusione della cultura e la valorizzazione della zona collinare di Piossasco, con un’attenzione e una cura particolari rivolti al Borgo di San Vito, che con i suoi tre castelli, i palazzi nobiliari e le chiese, rappresenta un museo a cielo aperto.

In questo articolo faccio scoprire al lettore la storia di questo borgo straordinario.

La cittadina di Piossasco, ubicata in Provincia di Torino, a metà strada tra le Valli di Susa e del Chisone, è stata il feudo di una delle cinque famiglie feudali più antiche e potenti del Piemonte: i Merlo, detti anche “Piossasco”, casato che prese il nome di questa località, alla quale fu legato per più di 800 anni e da dove gestiva la sua ampia consortile.
I Merlo furono infatti Signori di Piossasco dal 1100 al 1933 ed il loro cognome originario deriverebbe da un fatto accaduto intorno all’anno mille, quando Merlo, il figlio del crudele feudatario del luogo, s’innamorò di una carbonaia. La coppia fuggì sui monti, dove mise al mondo nove bambini; alla scomparsa del feudatario, la famiglia tornò in città, ma i bimbi erano talmente sporchi che la gente cominciò a chiamarli “i piccoli merlot”. Da quel momento lo stemma di Piossasco si arricchì di nove piccoli merli. Il casato nel tempo si suddivise in quattro rami, poi sei e infine in nove.
Le prime notizie certe della famiglia risalgono al 1172 con Gualfredo di Piossasco, custode per Conte dei Savoia del Castellaccio, il maniero più antico, risalente al X secolo.
Il nobile nel 1175 era a Montebello insieme al Beato Conte di Savoia Umberto III per giurare i patti dell’Imperatore dei romani Federico I Barbarossa con la Lega Lombarda.
La famiglia estese il suo potere anche a Volvera, a Scalenghe dal 1223, a None dal 1235, a Airasca, Castagnole e Vinovo. Dal 1239 la loro presenza fu stabile a Beinasco. Essi gestivano i loro beni tramite una consortile ed i quattro rami principali erano “de Feys”, i “de Federicis”, i “de Rubeis”, i “de Fulgore”. Nel 1254 i Piossasco acquistarono la Corte di Sangano dall’Abbazia di S. Solutore di Torino, per poi rivendergliela nel 1284.
Fino a tutto il XIII secolo i nobili strinsero legami con tutte le entità politiche gravitanti in Piemonte: con il Vescovo di Torino, con Asti e con il Marchesato di Saluzzo, per poi legarsi in modo definitivo a Casa Savoia.
Nel Trecento essi furono in combutta con i Signori di Rivalta, proprietari del feudo di Trana, i quali non gradivano il fatto che i Piossasco prelevassero da Trana un terzo dell’acqua del Sangone attraverso un canale che esiste ancora oggi: il Sangonetto.

LA BATTAGLIA DELLA MARSAGLIA E IL DECLINO DEI PIOSSASCO

La Penisola italiana nel corso dei secoli si ritrovò sempre al centro delle contese tra Francia e Spagna ed il piccolo Stato Sabaudo per la sua posizione strategica venne più volte invaso dalla potenza di turno. A fine XVII secolo la Francia di Re Luigi XIV detto “il Re Sole” raggiunse il massimo della sua potenza e le altre Nazioni europee si allearono per cercare di contrastarla, dando vita alla Lega di Augusta, della quale facevano parte Ducato di Savoia, Sacro Romano Impero, Inghilterra, Scozia, Spagna, Portogallo ed altri Stati. La guerra iniziò nel 1690 e continuò con alterne vicende negli anni successivi, fino al 1696 quando dopo pesanti sconfitte il Duca di Savoia Vittorio Amedeo II riuscì a concludere un trattato con i francesi.
Durante una di queste campagne, il 4 ottobre 1693, nel territorio compreso fra Volvera, Orbassano e Piossasco venne combattuta una terribile battaglia: la Marsaglia.
Vinsero i francesi ed il Generale Nicolas de Catinat stilò la relazione per Luigi XIV nel Castello della Marsaglia, al confine di Cumiana e di Piscina. Questo edificio, oggi in rovina, diede il nome alla battaglia.
Lo scontrò porto ad un ulteriore impoverimento della zona ed i Piossasco per saldare i debiti furono costretti a cedere molti terreni nel loro capoluogo. Giunsero così in paese nuove nobili famiglie, tra le quali i Seyssel, i Porporato e gli Ambrosio, Conti di Chialamberto, che fecero edificare signorili ville di campagna dette “vigne” e scelsero questo luogo perché era vicino alla Palazzina di Caccia di Stupinigi.  Proprio i Chialamberto fecero costruire Casa Lajolo, edificio che 1850 fu ereditato dai Conti Lajolo di Cossano, attuali proprietari.

I TRE CASTELLI

Piossasco è celebre per i suoi tre castelli. Il più antico, detto Castellaccio o Gran Merlone, risalente al X secolo, è anche il più alto. Situato in posizione dominante a 457 metri, era composto da un fabbricato quadrangolare con in cima delle finestrelle a feritoia strettissime e da una torre ed era protetto da una cinta muraria. Vi si accedeva tramite una scala a due rampe che conduceva ad una porta alta. Il complesso fu abitato dai Piossasco fino al XVI secolo. A causa della scarsa presenza di corsi d’acqua nelle vicinanze non vennero costruiti fossati e ponti levatoi ed il castello era difeso dal ripido degradare della collina sui lati ovest e sud-ovest, da fortificazioni sul lato opposto e dalla fitta vegetazione. Come molti altri manieri della zona, venne distrutto dalle truppe del Generale Nicolas de Catinat durante la Battaglia della Marsaglia del 4 ottobre 1693.
Il maniero sottostante, detto “Piossasco De Rossi” è situato in posizione intermedia tra il Castellaccio e il Castello dei Nove Merli. Voluto da Gian Michele Piossasco De Rossi, venne eretto tra il XVII e il XVIII secolo, ma a causa della mancanza di fondi non fu mai completato.
L’unico castello giunto intatto fino ai giorni nostri è il più basso, detto “dei Nove Merli”.
Costruito come casaforte militare alle pendici del Monte San Giorgio, l’attuale edificio venne eretto tra il 1300 ed il 1400 e fu rimaneggiato nei secoli successivi. La torre risale alla seconda metà del XX secolo. Gode di un’ottima visuale che comprende il Monviso, la collina torinese, il pinerolese, il saluzzese e le Langhe. Nel 1834 i manieri passarono al Conte Luigi Piossasco di None, il quale avviò importanti lavori di ristrutturazione del Castello dei Nove Merli in chiave moderna. Luigi era esponente di un Ramo secondario dei Piossasco di None; il ramo principale si estinse nel 1863 con la morte della Contessa Luisa Carola Birago di Vische, vedova del Conte Giuseppe Luigi Benedetto. Ella lasciò in eredità al Comune di Virle il settecentesco castello.
Al sopraccitato Conte Luigi succedette la figlia Gabriella, ultima esponente del casato. Alla morte di quest’ultima, avvenuta 16 dicembre 1933, i castelli di Piossasco passarono ai cugini da parte materna, i Mocchia di Coggiola, che dopo qualche tempo li cedettero. Si alternarono quindi vari proprietari, tra i quali i Mottura di Milano, Carlo Ferrari e il Barone Amerigo Sagna, eroe nelle due Guerre Mondiali, fervente antifascista e protettore di molti ebrei. Il nobile iniziò il restauro del Castello dei Nove Merli e fece riassettare il parco. Gli succedette il Cavalier Luciano Savia, che acquistò il castello, i ruderi degli altri due e il comprensorio montano che si estende fino alla cima del Monte San Giorgio. Il nuovo proprietario terminò la ristrutturazione del maniero, la torre venne sopraelevata e incoronata da merli, mentre le alte finestre gotiche del portico al primo piano, dove ai tempi della Contessa Gabriella venivano appese fioriere, furono chiuse con cristalli. Il 19 settembre 1959 Luciano Savia inaugurò un prestigioso ristorante dove cenarono illustri personaggi, tra i quali le Principesse Maria Gabriella di Savoia e Grace di Monaco. Il Salone delle feste al primo piano è caratteristico per il grande camino con gli stemmi araldici dei Merlo ed il pregevole soffitto ligneo a cassettoni originale del 1462. Recentemente nel parco è stata ricostituita la storica vigna dove vengono coltivate uve Sauvignon blanc e Nebbiolo.

IL BORGO DI SAN VITO

Il Borgo di San Vito, situato ai piedi dei castelli, ospita delle vere e proprie meraviglie, tutte da scoprire. Nel tempo è stato abitato da molte nobili famiglie, tra questi i Borgofranco e i Lajolo, le quali fecero costruire splendidi palazzi e ville signorili che conservano ancora oggi tutto il loro splendore. Tra questi, Palazzo Palma di Borgofranco, una splendida casaforte medievale e Casa Lajolo, una magnifica villa di campagna settecentesca, abbellita da un lussureggiante giardino. L’antico accesso al borgo era Porta del Borgo Piazza, citata per la prima volta nel 1387.
Un vero e proprio gioiello è la Chiesa dei Santi Vito, Modesto e Crescenzia, la più antica di Piossasco, risalente all’XI secolo. All’interno ha una forma a pianta longitudinale suddivisa in tre navate e una volta a botte. Le decorazioni catturano l’attenzione per il loro splendore. Gli archi della volta della navata centrale sono decorati da stucchi dorati e sono intercalati da sei affreschi realizzati nel 1853 che rappresentano “la Fede”, Dio Padre, San Gregorio Magno, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino e San Girolamo”. All’ingresso, sulla sinistra, è presente una vasca battesimale ottagonale in pietra bianca risalente al 1461 e donata da Gabriele De Buri.
Dietro l’altare si ammira la grande icona ovale settecentesca attribuita a Rocco Comaneddi, che rappresenta “la Gloria ed il trionfo di San Vito”. In essa il santo è rappresentato circondato dagli angeli e dai Santi Modesto e Crescenzia. Quest’opera fu voluta come voto dagli abitanti di Piossasco, i quali spesero 600 Lire per chiedere la fine delle invasioni straniere. A destra del presbiterio si ammira una macchina votiva a spalla alla cui base è presente uno scudo doppio, donato nel 1739 da Bernhard Otto, barone di Rehbinder e Cristina Piossasco de Feys della Volvera in occasione delle loro nozze.
La vicina Confraternita di Santa Elisabetta è la risultanza della fusione, avvenuta nei secoli, di tre cappelle contigue, legate a diverse confraternite religiose: la Cappella dello Spirito Santo, quella del SS. Nome di Gesù e quella di Sant’Elisabetta. I resti della Cappella Dello Spirito Santo si trovano a destra della scalinata d’ingresso e formano un tutt’uno con la facciata. Si possono ancora ammirare frammenti di affreschi quattrocenteschi, che rappresentano un’Annunciazione con le figure dell’Arcangelo Gabriele e della Vergine.  Le aureole sono state realizzate con la tecnica del rilievo a pastiglia, mentre sulla lesena è raffigurato lo stemma della famiglia De Buri che sovrasta l’effige di San Vito. Sotto di essa era dipinto un letto di ospedale, il quale indicava la presenza di un vicino ospizio per i pellegrini che percorrevano strade alternative alla Via Francigena.

Il pubblico ha la possibilità di scoprire gratuitamente le meraviglie di questo splendido borgo le ultime domeniche di aprile, maggio, settembre e ottobre grazie ai giovani ciceroni dell’Associazione Corona Verde di San Vito.
Nel pomeriggio di domenica 26 aprile si terrà uno speciale evento volto a celebrare i primi 15 anni dell’associazione.

Per maggiori informazioni consultare il sito www.coronaverdedisanvito.it e la pagina Facebook dell’Associazione Corona Verde di San Vito;

Per Casa Lajolo e i suoi eventi: www.casalajolo.it e la pagina Facebook della dimora.

ANDREA CARNINO

A “Gliacrobati” un materiale antico, i collage della statunitense India Evans

Se c’è stato un inizio, l’inizio è quella scatola da scarpe strapiena di fotografie in bianco e nero di nudi ottocenteschi, ritrovata tra i banchi del mercato di Porta Portese a Roma, fotografie che, racconta India Evans, “sembravano chiedere di essere riportate alla visibilità”. Poi è stata la continua ricerca tra gli archivi, le librerie, i mercati di New York, per richiamare altre esistenze al presente, per inserire nel mondo di oggi, per dare nuove forme e vita. Evans è nata nel ’78 a New York, ha studiato in Italia presso la Scuola d’Arte Lorenzo de’ Medici di Firenze, ha esposto in Italia e Russia, nel Regno Unito e negli States. Sino al 16 maggio sue opere, differenti collage quasi sempre di piccole dimensioni, sono presenti negli spazi espositivi della galleria “Gliacrobati”, via Ornato 4 (zona Gran Madre), le ha prese a cuore Gloria Alderuccio, sin dal primo momento che le vide, in quell’ambiente domestico dove coabitavano anche le opere del padre John – scomparso nel 2012, cresciuto in California e studi a Chicago, conosciuto per i collage costruiti con i tanti oggetti rinvenuti nelle strade del East Village, ricavati da biglietti da visita, pacchetti di sigarette, ritagli di giornali, volantini, adesivi, istantanee -: “il collage si rivela così come una lingua familiare, un gesto ereditato ma radicalmente riformulato; se nel lavoro del padre il frammento diventa strumento per raccontare una comunità e un tempo storico, in quello di India il collage si fa dispositivo di interrogazione al femminile”, scrive Alderuccio.

Balzano fuori da una memoria collettiva i corpi “antichi” di Evans, il nudo di donna in ricostruzioni d’ambiente, piccoli angoli di camere, tavolini e seggiole d’epoca, inguantato o avvolto da una natura ricostruita o da una larga ragnatela finissima ma pure con il viso intercambiato con quello di una cerva, o devastato da serpenti e teschi, o a grondare sangue tra le grinfie di un coccodrillo come all’interno di una vasca da bagno a esalare spiriti che riportano ai trucchi rabberciati dei vecchi film del secolo passato, tra un recinto che ripropone la Fontana della Vita medievale con il realismo di oggi. La donna – salva spesso (troppo spesso?) la componente dell’eros – come una feroce lupa ad assalire membri virili, o a veder crescere infiorescenze dal proprio pube, immersa in un luogo magico del lontano oriente, al centro di languide immaginazioni: con qualche perplessità, anche nella lettura dei titoli che come ricami sono posti all’interno dei vari collage, mi chiedo se la mostra sia il resoconto di una perfetta manualità o un pressare di suggestioni e angosce e terrori sanguinolenti, oppure un omaggio alle trasformazioni femminili, o ancora le visioni dei pericoli dettati in principal modo dall’elemento maschile, forza contraria in perenne agguato, forse di uno sguardo sul passato che si riverbera senza alcuna fatica sui nostri giorni.

Nell’immagine, di India Evans, “Women into the Depths of the self”. tecnica mista, 2009.

Elio Rabbione