CULTURA E SPETTACOLI

Che musica… e non solo al “Forte di Bard”!

Continuano, tra “musica” e “incontri d’autore”, gli appuntamenti della fortunata Rassegna “Estate al Forte di Bard”

Da giovedì 30 luglio a sabato 1° agosto

Bard (Aosta)

E’ in piena corsa – e che corsa! – l’Estate 2026, programmata in Vallée fra le ottocentesche mura del “Forte di Bard”. Tre mesi, da giugno fino a fine agosto: l’“Estate al Forte” è un continuo snocciolarsi di “appuntamenti” culturali di vario genere, dall’organizzazione di “mostre” (fotografiche soprattutto) a “proposte musicali” e d’“intrattenimento socio-letterario” di altissimo livello. Ce n’è di che soddisfare tutti i gusti e le più svariate sensibilità. A darne ancora una ben tangibile dimostrazione la “tripletta” di eventi messa in campo per il prossimo fine settimana.

Per gli amanti del miglior “cantautorato” nazionale, si comincia con due imperdibili appuntamenti inseriti nella preziosa agenda di “Aosta Classica”.

Prendete carta e penna e scrivete a caratteri “cubitali”, il primo nome proposto: Niccolò Fabi, il musicista e cantante romano, ormai  considerato (dopo trent’anni di attività, più di cento canzoni a sua firma, dieci dischi di inediti, due raccolte ufficiali, tre “Targhe Tenco” e tant’altro ancora) come uno dei più importanti in assoluto cantautori italiani. Al “Forte”, Fabi farà tappa, giovedì 30 luglio (ore 21,30), con il suo nuovo tour estivo “Estate 2026”, un concerto che mette insieme i brani “storici” del suo repertorio con nuove composizioni, mantenendo vivo quel rapporto diretto con chi ascolta, che caratterizza da sempre i suoi live, in un racconto musicale capace di unire le generazioni più diverse. Sul palco insieme a Fabi i colleghi e amici di sempre, parte del suo universo musicale: Roberto “Bob” AngeliniAlberto Bianco e Filippo Cornaglia. Insieme a loro anche per quest’esperienza ci saranno Cesare Augusto Giorgini Giulio Cannavale. Prima della sua esibizione ci sarà il dj set con Arma Martellini.

Nel giorno del concerto verrà inaugurata all’“Opera Mortai” anche la mostra “Parola di Pasolini” che presenta tavole a fumetti, disegni e collage del graphic designer Davide Toffolo che “accompagneranno il pubblico nel pensiero del celebre poeta e regista”. A Pasolini, Fabi è del resto particolarmente legato nel suo ruolo, dal 2016, di responsabile e docente della sezione “Canzone dell’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini”, Centro di “Formazione culturale e artistica” della Regione Lazio. Gli acquirenti del biglietto per il concerto di Fabi potranno visitare gratuitamente anche la mostra prima del live.

Un altro grande nome della musica italiana è atteso per sabato 1° agostoRaf (al secolo, Raffaele Riefoli, pugliese di Margherita di Savoia, classe ’59), accolto al “Forte” con il suo “Infinito Tour”; uno show intenso e trascinante, un viaggio musicale (intrapreso per festeggiare i 25 anni del suo famoso brano, “Infinito” per l’appunto, parte dell’album “Iperbole”) che scandisce le tappe più significative di una carriera lunga oltre 40 anni, fatta di migliaia di live, 14 album pubblicati in studio e più di 20 milioni di dischi venduti in tutto il mondo. Raf (che dopo Bard proseguirà con date estive in tutta Italia e tre concerti fissati per il prossimo autunno nei “Palazzetti”, tra cui il “PalaEur” di Roma) ha scritto e realizzato successi che hanno segnato la storia della discografia come “Self Control”“Infinito”“Sei La Più Bella Del Mondo”“Il battito Animale”“Cosa Resterà degli Anni ‘80”“Ti Pretendo”“Stai con Me” e “Non è mai un errore”.

Musica. Grande musica. Ma anche attesissimi appuntamenti letterari “d’autore”. Così, venerdì 31 luglio (alle 21), ecco salire al “Forte”, nell’ambito della sezione “Incontri” della Rassegna, il grande Paolo Crepet. Notissimo psichiatra, opinionista e saggista (origini sabaude, classe ’51) Crepet porterà in scena “Riprendersi l’Anima”, un intenso “monologo teatrale” dal titolo del suo ultimo libro (Edizioni “HarperCollins Italia”), che invita il pubblico a riscoprire la propria identità più autentica. Crepet “affronta i temi dell’omologazione sociale, della dipendenza tecnologica e della perdita del senso critico, offrendo una riflessione lucida e appassionata sulla società contemporanea”. Imperdibili: il libro e l’appuntamento al “Forte”.

Info utili: Biglietti spettacoli su “Ticketone.it”

Per gli eventi serali è possibile prenotare la cena al ristorante interno “La Polveriera”prenotazioni@fortedibard.it – tel. 0125/833811. Attiva area ristoro in “Piazza di Gola”.

g.m.

Nelle foto: Niccolò Fabi, Raf, Paolo Crepet

Oulx, la torre delfinale tra storia e leggenda

Svetta imponente sul paese di Oulx in alta Valle di Susa e domina l’abitato da molti secoli ma pochi se ne accorgono al di là di una veloce occhiata transitando in auto o a piedi. Non vederla è impossibile ma sono davvero pochi coloro che la raggiungono per visitarla. E pensare che ad agosto decine di migliaia di persone, tra italiani e turisti stranieri, passano per Oulx e molti si fermano per le vacanze estive. È la Torre Delfinale di Oulx che dalla collina del paese, sulla strada che sale a Sauze, fa bella mostra di sé. Dovrebbe esserci la fila di gente ma non c’è. Da centinaia di anni il monumento simbolo di Oulx racconta storia e leggende di una valle ricchissima di Storia, da Annibale (forse, chissà, non si saprà mai con certezza se è passato da qui) all’imperatore Augusto, che, tra l’altro, ringraziamo tutti per aver concesso, nel 18 a.C. , le vacanze ferragostane, le “Feriae Augusti” di duemila anni fa appunto, dai longobardi di Desiderio e Adelchi a Carlo Magno, dai terribili Saraceni a Carlo VIII e Francesco I di Francia che in qualche modo hanno avuto a che fare con questo paese e a tanti altri personaggi storici. La torre delfinale o torre saracena come viene erroneamente chiamata, di proprietà del Delfino di Francia, fu eretta su uno sperone roccioso nella seconda metà del Trecento. È stata anche definita “torre saracena” ma in realtà è di molto posteriore alle scorrerie dei mori e faceva parte del castello delfinale del Quattrocento. Dopo decenni di totale abbandono è stata riportata, alcuni anni fa, al suo antico splendore dal Comune di Oulx, Regione Piemonte e Compagnia di San Paolo con un complesso e costoso intervento di restauro. Anticamente la rocca serviva da magazzino per conservare il grano e in seguito fu trasformata in una torre merlata a scopo difensivo. Dal tetto si gode una bellissima vista sul borgo e la torre è ancora più suggestiva con l’illuminazione notturna. Un sistema multimediale racconta ai visitatori la storia della valle e il territorio di Oulx. Questo piccolo ma importante tesoro d’arte sorge nei pressi della chiesa di Santa Maria Assunta ed e’ gestito dalla Pro Loco di Oulx. Al suo interno si possono vedere mostre di pittori e artisti della valle.

Filippo Re

Foto Oulx.org

“Attraverso Festival # pop”… il viaggio continua

Prosegue l’iter della “Rassegna” organizzata da “Hiroshima Mon Amour” e “Produzioni Fuorivia” tra le “Terre – UNESCO” del Piemonte meridionale

Da mercoledì 29 a venerdì 31 luglio

Saluzzo (Cuneo)/Cassano Spinola (Alessandria)/Bra (Cuneo)/Trisobbio (Alessandria)

E’ ormai entrato, a “tutta birra”, nella sua terza settimana “Attraverso Festival”, XI edizione della Rassegna che, dal 13 luglio al 19 settembre, “abita” borghi e piazze di LangheRoeroMonferrato e Appennino piemontese, riunendo alcuni dei nomi più significativi del nostro teatro di narrazione, della letteratura, della divulgazione della “stand-up comedy” e della musica d’autore, nel segno sempre di “#pop”, termine scelto per sottolineare “il legame con il pubblico e con i temi del presente”.

Dopo le “ospitate” – lunedì 27 e martedì 28 luglio – di Elio Germano e Theo Teardo (insieme ne “Il sogno di una cosa” da Pier Paolo Pasolini, al Teatro Sociale “G. Busca” di Alba), seguiti dallo “storico della medicina” Paolo Mazzarello (a Gamalero, nell’Alessandrino), dal direttore de “Il Post”Francesco Costa (nella cuneese Saluzzo) e dallo scrittore torinese Alessandro Perissinotto (a Rocca Grimalda, sempre nell’Alessandrino), mercoledì prossimo 29 luglio, il “Festival” torna a Saluzzo con la criminologa, psicologa forense e ormai celebre volto televisivo, Roberta Bruzzone che porterà in scena “Amami da morire. Anatomia di una relazione tossica”, intenso spettacolo teatrale scritto ed interpretato dalla stessa Bruzzone, che di fronte a un pubblico (sicuramente presente “in forze”) metterà a nudo i meccanismi manipolatori del “narcisista” e le dinamiche psicologiche che, piano piano, portano all’annientamento psichico-morale e, spesso, fisico della vittima. Argomento di assoluta attualità, che da Roberta Bruzzone sarà, come sempre, affrontato con chiarezza e incisività. Senza sconti per nessuno.

Nella stessa serata, al “Belvedere San Martino di Gavazzana”, a Cassano Spinola (Alessandria)Stefano Massini, tra i drammaturghi e narratori più apprezzati della scena italiana (unico autore italiano ad aver finora ricevuto un “Tony Award”, l’“Oscar del Teatro” americano, oltre ad essersi aggiudicato sia il “Drama League Award 2022” sia l’“Outer Critics Circle Award 2022”), presenterà  L’alfabeto delle emozioni”, toccante monologo teatrale, attraverso cui Massini, partendo dalla constatazione che oggi la società ci ha portati a essere “analfabeti emotivi”, saprà guidare il pubblico “in un viaggio ironico e profondo, esplorando la forza e la fragilità dell’animo umano”.

Giovedì 30 luglio, nel Cortile di “Palazzo Traversa” a Bra (Cuneo), sul palco arriverà (appuntamento spostato dal 23 luglio e particolarmente atteso per la forza del suo sguardo diretto sui conflitti contemporanei) Cecilia Sala, protagonista di “Venti di guerra. Riflessioni di una giornalista inviata di guerra”. Giornalista, scrittrice e inviata per testate nazionali tra cui “Il Foglio”, la romana Sala, famosa per i suoi reportage di cronaca internazionale e per il “podcast” di successo “Stories”, è tra le voci più riconoscibili dell’informazione italiana sul piano internazionale, capace di unire rigore giornalistico, forza narrativa e presenza sul campo, restituendo al pubblico non una lettura astratta della guerra ma la sua concretezza quotidiana, umana e politica in luoghi complessi come Iran, Afghanistan e Ucraina. Sempre totalmente partecipe e calata in prima persona nei fatti, tanto da essere arrestata, nel dicembre 2024, in Iran, mentre svolgeva il suo lavoro, e detenuta per 21 giorni nella prigione di Evin, per poi essere rilasciata (a seguito di negoziati – al centro scambio di prigionieri – tra i governi italiano, iraniano e statunitense) e fare ritorno in Italia, nel gennaio 2025.

La stessa sera, ancora a Cassano Spinola (Alessandria), il giornalista molisano di Torella del Sannio, Domenico Iannacone porta in scena “Che ci faccio qui..in scena” (titolo tratto – e ampliato – dal suo seguitissimo programma televisivo condotto a partire dal 2019 su “Rai3”) con musica dal vivo eseguita da Emanuele Bono: giornalista e autore tra i più sensibili nel racconto del reale, Iannacone “ha costruito il proprio percorso dando voce alle esistenze ai margini, alle fragilità, ai silenzi e alle verità meno visibili del Paese, e in teatro trasferisce questa stessa attenzione in una forma che unisce racconto, presenza e ascolto”.

A chiudere la terza settimana di “Attraverso Festival” sarà, venerdì 31 luglio, al “Castello” alessandrino di TrisobbioLaura Formenti, una delle voci più interessanti e singolari dell’odierna “stand – up comedy” italiana, che porterà in scena “Io Mortah Live”, spettacolo in cui l’attrice pavese (nel 2022 ospite come monologhista del format “Giudizi Universali” de “Le Iene”, nonché presente nel cast del progetto teatrale di Serena Dandini “Vieni Avanti Cretina!” e “ Vieni Avanti Cretina. Next!”)  “affronta i temi dell’identità, del cambiamento, delle paure e delle contraddizioni del presente, trasformando la comicità in uno spazio di osservazione lucida e tutt’altro che superficiale”.

Soddisfatti gli organizzatori: “Anche in questo finale di settimana – sottolineano – il Festival conferma così la sua capacità di tenere insieme registri diversi e pubblici diversi, facendo convivere riflessione civile, racconto artistico, divulgazione e leggerezza senza perdere profondità”. Per infowww.attraversofestival.it

G.m.

Nelle foto: Roberta Bruzzone, Cecilia Sala e Domenico Iannacone

Ora tocca a me. La storia di Fulvio Ziliotto

Tra i libri che occorre leggere c’è senz’altro quello di Fabio Copiatti intitolato “Ora tocca a me”, un lavoro veramente importante sulla vita di un giovane partigiano che da Trieste scelse di unirsi alla Resistenza in Val Grande. L’indagine, o se vogliamo, il reportage di Copiatti sulle tracce di Fulvio Ziliotto parte dalla Trieste degli anni ’30 per finire nel giugno del 1944 sul pizzo Marona a ventiquattro anni appena compiuti, durante uno dei più tragici e sanguinosi rastrellamenti della lotta di Liberazione. Fulvio Ziliotto era un giovane nato e cresciuto a Trieste, la città dalla ” scontrosa grazia”, che amava la montagna, studiò per diventare medico, diventò maturo seguendo gli insegnamenti dello scrittore Giani Stuparich e del poeta Biagio Marin. Con una scrittura lineare e piena che in qualche modo richiama alla memoria I piccoli maestri di Luigi Meneghello per la capacità narrativa priva di retorica e di forte impegno civile , Copiatti racconta gli anni giovanili, le frequentazioni importanti, il ginnasio Dante Alighieri, la passione per l’alpinismo, gli anni alla Regia università di Milano per studiare medicina e chirurgia, il dramma delle leggi razziali ( Mussolini il 18 settembre del 1938 scelse, non a caso, Trieste – città di confine, multietnica e con una forte, radicata e attiva comunità ebraica – della quale faceva parte, per certi versi, la famiglia di Ziliotto che vedrà la nonna materna, Augusta Rendel arrestata, deportata e uccisa ad Auschwitz ), gli arresti e il carcere a San Vittore. Il giovane Ziliotto aveva preso coscienza e con gli amici antifascisti di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione si oppose al regime. Lavorò, all’inizio del 1944, con dedizione e capacità come medico assistente al sanatorio di Garbagnate, a una quindicina di chilometri a nord-ovest di Milano, e al Niguarda per poi – essendo sospettato dai fascisti – raggiungere nel Verbano, nella seconda settimana di giugno, i partigiani della Cesare Battisti in Val Grande. Tre soli giorni da partigiano, prima della morte nella strage del Pizzo Marona, durante i quali salvò la vita a un ferito e si distinse per spirito di abnegazione. Una storia che ebbe un epilogo ancora più drammatico perché i genitori di Fulvio, sopravvissuti alla furia delle leggi razziali grazie a una fuga in Toscana durante la guerra, si tolsero la vita a subito dopo la Liberazione, sopraffatti dal dolore per la morte del figlio. Oggi, tutti e tre, riposano nel piccolo cimitero di Intragna, borgo incastonato tra le montagne della Valgrande. Ed è proprio dalla scoperta quasi casuale della tomba che Fabio Copiatti ( classe 1963, nato a Verbania, ha lavorato per oltre vent’anni nel Parco Nazionale Val Grande prima di trasferirsi nel dicembre 2019 all’ombra delle Dolomiti Bellunesi dove oggi si occupa di politiche per la sostenibilità ) ha iniziato il suo lavoro di ricerca pubblicato da Monte Rosa Edizioni. Un lavoro molto importante perché c’è stata una lunga eclisse del ricordo della Resistenza, travolto da un lato dalla monumentalità e pesantezza della retorica della celebrazione e dall’altro dall’attacco revisionista che negli ultimi decenni è stato particolarmente insistito e ossessivo. Oggi, anche grazie a libri come questo di Fabio Copiatti ( e a quello, altrettanto bello e importante, di Andrea Pisano sul giovanissimo partigiano Cucciolo ) c’è uno spazio maggiore per avvicinarsi direttamente al vissuto dei partigiani attraverso le loro storie. Questo è motivo di conforto. In fondo quello che crollò l’8 settembre del 1943, portando a maturazione le scelte di vita di molti ragazzi, fu lo stato totalitario voluto dal regime fascista, quello che organizzava la vita di tutti dalla culla alla tomba. Nei vissuti dei partigiani, nel racconto delle loro gesta, dentro biografie come quella di Ziliotto c’è una scintilla che i giovani oggi possono fortunatamente recepire.

Marco Travaglini

Fondazione Crt accende l’estate della cultura

4,8 MILIONI DI EURO PER 301 EVENTI TRA PIEMONTE E VALLE D’AOSTA

Con i bandi NoteSipari, Orizzonti L.I.V.E. e Immagini e Prospettive la Fondazione sostiene festival, spettacoli dal vivo, mostre e grandi eventi diffusi sul territorio

 
Torino, 27 luglio 2026 – L’estate culturale del Piemonte e della Valle d’Aosta prende il via grazie a 301 iniziative sostenute dalla Fondazione CRT con un investimento complessivo di 4,8 milioni di euro. Festival, concerti, spettacoli teatrali, rassegne di danza, mostre, cinema, attività espositive e progetti dedicati al design animeranno nei prossimi mesi città, borghi e aree montane, contribuendo a rendere la cultura sempre più diffusa, accessibile e vicina alle comunità.
Sono online gli esiti della prima sessione di NoteSipari, che sostiene festival e spettacoli dal vivo diffusi, e Orizzonti L.I.V.E., introdotto quest’anno e dedicato alle realtà culturali più strutturate, alle stagioni artistiche e ai grandi eventi. Sono inoltre disponibili i risultati di Immagini e Prospettive, il bando che promuove mostre, attività espositive, festival cinematografici, design e valorizzazione del patrimonio culturale.
La cultura è uno dei principali strumenti attraverso cui una comunità cresce, si riconosce e costruisce il proprio futuro – dichiara Anna Maria Poggi, Presidente della Fondazione CRT –.Con queste risorse a sostegno di festival, spettacoli dal vivo, mostre e grandi eventi vogliamo ‘accendere’ l’estate della cultura nei territori e sostenere un ecosistema diffuso, fatto di operatori, artisti e istituzioni che ogni giorno generano valore per le comunità. Un sistema capace di animare i grandi centri, ma anche di portare opportunità nei piccoli comuni, nelle aree montane e nei contesti più fragili. Investire nella cultura significa creare occasioni di incontro, offrire opportunità ai giovani, rafforzare la coesione sociale e contribuire allo sviluppo del territorio”.
Dal grande spettacolo dal vivo alle mostre, dai festival musicali al cinema, l’offerta sostenuta dalla Fondazione attraversa l’intero territorio regionale e valdostano. A Torino e nell’area metropolitana trovano spazio appuntamenti consolidati come Jazz Is Dead!, Torino Fringe Festival, Interplay, C2C Festival, Torino Underground Cinefest, Graphic Days e Sottodiciotto Film Festival, accanto a mostre e progetti espositivi come “Gabriele Basilico. Paesaggio industriale Olivetti” a Ivrea, “La Via Lattea”- che celebra i dieci anni di mostre e residenze a Pavarolo – e la 65ª Mostra della Ceramica di Castellamonte. Nel Cuneese il sostegno accompagna manifestazioni di richiamo internazionale come Collisioni, Mirabilia e Anima Festival, insieme a esposizioni come Amuleti dell’antico Egitto a Bra e ai progetti del Cuneo Film Festival; nel Verbano-Cusio-Ossola iniziative come Tones Teatro Natura, Musica in Quota e Stresa Festival dialogano con il paesaggio; ad Alessandria trovano spazio il Concorso Internazionale di Chitarra Michele Pittaluga, Ottobre Alessandrino, Echos, Vignale in Danza e mostre come “Carlo Carrà – Enzo Cacciola. Dal Novecento al Contemporaneo”. Nel Novarese sono sostenuti, tra gli altri, il Teatro Faraggiana, Rest-Art Live e il festival Corto e Fieno; nel Biellese iniziative come Ritrovato Festival, La Fotografia al Naturale e Memoria in Movimento valorizzano il dialogo tra cultura, paesaggio e comunità; nell’Astigiano trovano spazio progetti come Orsolina28, gli Itinerari Magnifici e il Museo Emanuele Luzzati di Monastero Bormida; nel Vercellese la mostra “Marc Chagall e il tempo della visione” e la rassegna di teatro ed escursionismo “Un passo davanti all’altro” contribuiscono allo sviluppo culturale del territorio. In Valle d’Aosta sono sostenuti, tra gli altri, Aosta Classica, FrontDoc, Cervino CineMountain e Aosta Summer Festival.
È online la seconda sessione dei bandi NoteSipari e Orizzonti L.I.V.E: la scadenza è fissata al prossimo 15 settembre 2026.

Giovanni Paolo Feminis, il Piemontese che inventò l’acqua di Colonia

 

Si chiamava Aqua Mirabilis, un fluido profumato e rinfrescante ma anche un prodotto dalle virtù benefiche.

Oggi abbiamo una vastissima scelta di profumi, acque profumate, fragranze che ci rendono aromatici e più attraenti. In passato però non era cosi’ e l’abitudine all’ utilizzo delle essenze, considerando naturalmente gli alchimisti egiziani, arabi e romani, si deve anche grazie a Giovanni Paolo Feminis, nato intorno al 1660 a Crana, oggi frazione di Santa Maria Maggiore, nel Verbano-Cusio-Ossola.
Questa storia, che merita di essere ricordata, parte da una piccola valle alpina, attraversa frontiere, arriva alle corti europee e finisce per cambiare le abitudini di milioni di persone. È il caso dell’Aqua di Colonia, una delle fragranze più celebri della storia, che affonda le sue radici anche in Piemonte, nella Val Vigezzo, terra di emigranti, commercianti e viaggiatori. Molti conoscono il nome di Colonia, la città tedesca che ha dato il nome al profumo, ma pochi sanno che dietro quella fragranza c’è la storia di un piemontese partito dalle montagne dell’Ossola.
Come per molti giovani della valle, cresciuti in un territorio difficile dove le risorse erano limitate, la capacità di viaggiare e commerciare erano, invece, una tradizione antica; Feminis lasciò presto la sua terra, la Val Vigezzo, una valle di passaggio e di emigrazione da dove partirono per secoli artigiani, venditori ambulanti e piccoli imprenditori diretti verso la Germania, la Francia e altri Paesi europei. Arrivo’ nell’area tedesca e costruì la propria fortuna nel commercio. Fu a Colonia che sviluppò la preparazione a base di alcool ed essenze naturali, conosciuta come Aqua Mirabilis: un’acqua profumata e rinfrescante che, secondo la mentalità dell’epoca, veniva considerata anche un prodotto dalle virtù benefiche come la disinfezione di piccole ferite o il lenimento del mal di testa grazie agli olii essenziali. Non era ancora il profumo moderno come lo intendiamo oggi, ma rappresentava una nuova idea di eleganza: una fragranza leggera, fresca, lontana dai profumi intensi e pesanti allora in uso. La storia dell’acqua di Colonia si intreccia poi con quella di un altro piemontese: Giovanni Maria Farina, nato nel 1685 sempre a Santa Maria Maggiore, che trasferitosi in Germania, comprese il grande potenziale commerciale di quella formula e contribuì alla sua diffusione internazionale. Nel 1709 fondò a Colonia una casa commerciale destinata a diventare famosa in tutta Europa.

Il successo fu straordinario. Quella che veniva chiamata “Eau de Cologne” divenne il profumo della modernità: raffinato ma discreto, amato da nobili, artisti e sovrani. La fragranza entrò nelle corti europee e conquistò personaggi celebri come Napoleone Bonaparte, Johann Wolfgang Goethe e la regina Vittoria. In un’epoca in cui i profumi erano spesso molto intensi, questo effluvio portava un’idea nuova di freschezza e pulizia e la consistente gradazione alcolica ne garantiva l’evaporazione veloce dunque la diffusione immediata del profumo.

La storia, però, ha avuto anche una lunga disputa sulla paternità dell’invenzione. Per molto tempo il merito, infatti, è stato attribuito soprattutto alla famiglia Farina, grazie alla straordinaria capacità imprenditoriale di Giovanni e dei suoi eredi. Studi storici e documenti hanno però rivalutato il ruolo di Giovanni Paolo Feminis, indicandolo come colui che per primo aveva elaborato la preparazione originaria dell’“Aqua Mirabilis”. Nel 1907 una sentenza della Suprema Corte dell’Impero tedesco riconobbe proprio a Feminis un ruolo fondamentale nella nascita dell’Acqua di Colonia.

Oggi questa storia torna nel luogo da cui tutto è partito. A Santa Maria Maggiore si può visitare la Casa del Profumo Feminis-Farina, museo dedicato alla memoria dei due emigranti piemontesi che portarono il nome della loro valle nel mondo. Un luogo dove si incontrano profumi, documenti, antiche ricette e il racconto di una comunità che, pur partendo da una terra marginale, seppe costruire una rete internazionale. La vicenda di Feminis e Farina racconta un Piemonte forse poco conosciuto: non soltanto quello delle grandi famiglie industriali o dei prodotti famosi, ma quello dei piccoli paesi capaci di generare uomini con coraggio, curiosità e spirito d’iniziativa.

Prima delle grandi maison della profumeria francese, prima dei marchi diventati simbolo del lusso mondiale, c’erano due uomini partiti da una valle piemontese e il loro profumo, ancora oggi, continua a raccontare il viaggio del Piemonte nel mondo.

Maria La Barbera

 

Il pensiero ha fatto esplodere la Bastiglia

Sapete chi ha abbattuto la Bastiglia, Gilbert?”. “Il popolo”. “Voi non mi capite, scambiate l’effetto per la causa.

Per cinquecento anni, amico mio, sono stati incarcerati nella Bastiglia conti, signori,principi, e la Bastiglia è rimasta in piedi. Un giorno, un re insensato ebbe l’idea di incarcerare il pensiero, il pensiero a cui è necessario lo spazio, l’estensione, l’infinito! Il pensiero ha fatto esplodere la Bastiglia e il popolo è entrato attraverso la breccia”.Alexandre Dumas, grande interprete del romanzo storico e del teatro romantico, è sepolto al Pantheon di Parigi, nel Quartiere Latino, dove sorge il primo grande monumento della capitale francese. Un sonno eterno, accanto alle salme di altri  personaggi illustri come Voltaire, Rousseau, Victor Hugo. In queste poche frasi tratte da “La Contessa di Charny”, uno dei suoi romanzi più avvincenti, si coglie l’essenza della prosa, la potenza e il fascino della sua scrittura. Le vicende narrate dallo scrittore francese più popolare dell’Ottocento ( chi non ha letto “I tre moschettieri” e “Il conte di Montecristo”?) si svolgono in un momento cruciale per la storia della Francia e dell’Europa (dalle giornate del 5 e 6 ottobre 1789 fino al processo e all’esecuzione di Luigi XVI il 21 gennaio 1793). Nel racconto dettagliatissimo e appassionato dell’avventura collettiva della Rivoluzione francese ritroviamo personaggi famosi come Cagliostro, Mirabeau, Marat, Danton, Robespierre, Saint-Just, ma anche tantissimi altri personaggi le cui storie individuali si intrecciano con la Storia, quella dalla “esse” maiuscola. Ma quello che conta, più di ogni altra cosa, è la capacità di far intendere l’esprit du temps, l’intelligenza creativa, l’abilità di affascinare il lettore. Il romanzo è il quarto volume del ciclo di Maria Antonietta e della Rivoluzione e venne scritto nel 1855. Più di un secolo e mezzo ci separa da allora ma è quell’idea del pensiero che fa esplodere la Bastiglia, in tempi di grigio conformismo e di ragionamenti troppo “corti”, a riempire il cuore e tener viva una speranza.

Marco Travaglini

Un celebre cardinale e il lago nascosto sotto la basilica

Grande diplomatico, figura di spicco della chiesa medioevale e una delle basiliche più straordinarie del gotico italiano. A Vercelli il cardinale Giacomo Guala Bicchieri (1150-1227) è un mito, quasi una leggenda. Gran mediatore nella stesura della Magna Charta nel 1215, documento fondamentale per lo sviluppo dei diritti civili in Europa, fu colui che fece costruire in tempi eccezionalmente rapidi per l’epoca la Basilica di Sant’Andrea, tra il 1219 e il 1227. Un autentico gioiello tra romanico e barocco. Inviato pontificio in Francia e poi in Inghilterra, si trovò coinvolto nelle contese tra la corona inglese e i baroni ribelli e diventò, alla morte del re Giovanni Senza Terra, tutore del giovane erede al trono Enrico III il quale, per ricompensarlo, gli affiderà la gestione dell’Abbazia di St.Andrew a Chesterton. A questo punto il sogno del cardinale diventò realtà. Le rendite dell’edificio religioso furono utilizzate per fondare la sua chiesa a Vercelli. Con le ricchezze accumulate nel periodo inglese finanzierà la costruzione della Basilica di Sant’Andrea. Appena rientrato dall’Inghilterra diede il via al cantiere per costruire la chiesa e l’ospedale annesso.
La città tra le risaie divenne presto un centro di cultura europea. Il cardinale Bicchieri chiamò a Vercelli i canonici regolari di Parigi che ne fecero un scuola europea di teologia e filosofia e la stessa basilica diventò un ponte culturale tra Italia e Francia nel Duecento. La basilica di Sant’Andrea è uno dei monumenti medievali più affascinanti del Piemonte anche perché è circondata da leggende, curiosità e piccoli misteri che rendono la sua storia ancora più avvincente. La leggenda più nota narra che sotto l’imponente basilica vercellese esista un lago nascosto raggiungibile tramite i cunicoli della chiesa che nel Medioevo venivano utilizzati per fuggire o per spostarsi in segreto. Altri parlano di una grotta nascosta mentre alcuni studi moderni insinuano che potrebbe trattarsi di una falda acquifera ma certo è che la versione del lago resta quella più intrigante. Tunnel sotto la chiesa, storie di passaggi segreti o collegamenti con altri edifici religiosi della città? Non esistono prove certe ma alcune indagini archeologiche hanno individuato strutture sotterranee. Forse la sua storia nasconde ancora dei segreti tutti da scoprire. Sant’Andrea non era solo un sacro edificio. Intanto sorgeva lungo la Via Francigena, cruciale rotta medievale, e nella sala capitolare vennero firmati importanti accordi di pace tra fazioni cittadine in lotta tra loro. Si parla inoltre di un “tesoro” scomparso di Guala Bicchieri che per erigere la chiesa impiegò una parte delle ricchezze ricevute dal regno inglese. In una città affollata di viaggiatori e pellegrini, com’era Vercelli nel Medioevo, fornita di luoghi di accoglienza come l’ospedale dei Giovanniti e il lebbrosario dei cavalieri di San Lazzaro non poteva mancare la presenza dei Templari che possedevano la chiesa di San Giovanni d’Albareto, situata nell’attuale piazza Camana, abbattuta alla fine dell’Ottocento. Nel Medioevo la posizione geografica di Vercelli era molto rilevante perché sorgeva nel punto di incontro di strade frequentate da viandanti, mercanti e crociati come la via Francigena del Gran San Bernardo e di quella del Moncenisio.
D’altronde anche Vercelli ha avuto i suoi “crociati” e tra questi spicca il nome di un altro Guala Bicchieri, zio del cardinale Guala Bicchieri. Lo zio Guala era un combattente che partecipò alla Terza Crociata (1189-1192) con Federico Barbarossa, Riccardo Cuor di Leone e Corrado, marchese del Monferrato. Morì di peste in Terra Santa mentre la regione era scossa da furiosi scontri armati tra cristiani e musulmani. Intanto, gran lieta notizia, il cardinale Guala Bicchieri è tornato a casa sua con l’aiuto dell’intelligenza artificiale. A febbraio i carabinieri hanno ritrovato la tela con il ritratto del fondatore della basilica di Sant’Andrea rubato in chiesa nel 2011. Come detto, anche grazie a un programma di intelligenza artificiale che monitora ininterrottamente la ricerca nei siti web e nei social di opere d’arte trafugate.
Filippo Re
nelle foto: la Basilica di Sant’Andrea a Vercelli e un ritratto del cardinale Guala Bicchieri

Mirabilia On the Road è un festival nomade

Mirabilia On the Road è un festival teatrale radicato nel territorio ma al tempo stesso nomade: un viaggio in 9 tappe fra inizio luglio e fine settembre che attraversa città, vallate, borghi, musei, paesaggi naturali e luoghi del patrimonio, costruendo ogni volta un dialogo diverso con le comunità.

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Badaluk, burnia, ramassin: incursioni saracene nel dialetto piemontese

Damaschin, burnia, badaluk, faudal… sono tante le parole piemontesi di origine araba, alcune delle quali si usano ancora oggi in varie parti del Piemonte.

In effetti, i contatti tra le due lingue risalgono a oltre 1200 anni fa quando i saraceni si insediarono per almeno un secolo tra torinese e cuneese.
Nel IX secolo i mori provenienti dal nord Africa sbarcarono in Spagna e raggiunsero le coste francesi, la Provenza e infine le montagne piemontesi su cui innalzarono torri di avvistamento e bastioni per difendersi, molti dei quali erano già esistenti e furono in seguito fortificati dagli arabi. Quante volte in montagna troviamo un’insegna turistica con la scritta “torre saracena” che in realtà non è proprio “saracena” ma preesistente all’arrivo degli arabi. E allora, aspettando i dolcissimi ramassin o dalmassin, le susine forse più buone e gustose, chiamate anche “damaschin” per evocare una millenaria origine siriana, passiamo brevemente in rassegna alcune parole arabe che sono penetrate con forza nel dialetto piemontese. Altri nomi di provenienza araba sono “cossa” (zucca) che deriva dalla parola araba “kusa” (zucchina), “badaluk”(sciocco) dall’arabo “mamaluk”, cioè i Mamelucchi, i soldati-schiavi dei sultani, “fàudal” (grembiule) dall’arabo “fodhal” (grembo), “burnia” (contenitore di vetro) dall’arabo “buri” e così via. Ma torniamo ai ramassin o “damaschin” o ancora “dalmassin” perché anche sulla frutta e in particolare sulla susina o prugna che sia, da oltre un millennio saraceni e crociati sono ai ferri corti, tanto per cambiare. É arrivata dalla Siria, da Damasco, grazie ai saraceni o stati i crociati a introdurla in Piemonte tra una crociata e l’altra in Terra Santa? Il dubbio permane. Comunque sia, la coltura veniva chiamata già allora “damaschin”, termine che risuona ancora oggi in alcune vallate del cuneese. Sembra infatti che il suo nome sia derivato dalla variante di “dalmassin” coltivato nella zona di Mondovì. Da Damasco la susina sarebbe stata importata in Piemonte dai crociati nel XII secolo mentre secondo altre fonti, più attendibili, furono i saraceni a portarla nelle nostre valli durante le scorrerie medioevali tra il IX e il X secolo. Da Bagnasco a Garessio, da Sampeyre a Mondovì sono infatti ancora molte le rievocazioni storiche che narrano l’epoca dei mori nella nostra regione. Il ramassin arrivò prima nelle campagne del saluzzese e del monregalese e poi in Val di Susa, Valli di Lanzo e nel chierese. Altrove il frutto è quasi sconosciuto e il suo nome evoca subito la dolcezza delle marmellate e delle crostate che lo vedono assoluto protagonista, una bontà tutta siro-piemontese.            Filippo Re