Si sta per chiudere l’edizione 2026 del Torino Fringe Festival, e non poteva esserci finale più emblematico di Ho rapito Paolo Mieli (al Lombroso 16- Torino), lo spettacolo scritto e interpretato da Diego Frisina che alle ore 20 porterà sul palco una domanda tanto paradossale quanto attuale: cosa succede quando il bisogno di comprendere il mondo si trasforma in ossessione?
Il protagonista è un giovane uomo che guarda la realtà con spirito critico e inquietudine crescente. Le guerre che si avvicinano, il rumore assordante dell’informazione, le contrapposizioni ideologiche che sembrano rendere impossibile distinguere i fatti dalle opinioni finiscono per schiacciarlo. Fino a spingerlo a immaginare un gesto assurdo: rapire Paolo Mieli. Non per vendetta, non per follia, ma per ottenere finalmente delle risposte.
Da questa premessa surreale nasce uno spettacolo che utilizza l’arma dell’ironia per affondare nelle fragilità del presente. Frisina costruisce un monologo che oscilla continuamente tra comicità e smarrimento, tra satira e riflessione politica, restituendo il ritratto di una generazione che si sente informata come mai prima d’ora e, allo stesso tempo, sempre più disorientata.
Non è un caso che sia proprio questo lavoro a chiudere un’edizione del Fringe che ha fatto dell’urgenza contemporanea uno dei suoi fili conduttori. In questi giorni il festival ha attraversato temi sociali, identitari e politici, confermando la vocazione del teatro indipendente a farsi luogo di confronto e di interrogazione collettiva. *Ho rapito Paolo Mieli* raccoglie idealmente questa eredità e la rilancia, trasformando il palco in uno spazio dove le paure private si intrecciano alle grandi questioni pubbliche.
Romano, classe emergente della nuova drammaturgia italiana, Diego Frisina arriva a Torino dopo un percorso costellato di riconoscimenti. Con il precedente *Dio non parla svedese* aveva conquistato il premio per la miglior drammaturgia al Torino Fringe Festival 2024. Questo nuovo lavoro, debuttato nel 2025 a Fortezza Est, è già stato premiato come vincitore di Inventaria 2025 e del Premio Creta al festival Sottovenere.
Così, mentre domani sera calerà il sipario sull’edizione 2026 del Torino Fringe Festival, una delle ultime parole è affidata a uno spettacolo che parla di informazione, paura e responsabilità. Un finale che non offre certezze, ma che lascia al pubblico qualcosa di più prezioso: il desiderio di continuare a porsi domande.


Di qui il titolo scelto dalla Chiesa torinese di “San Filippo Neri” per l’iniziativa: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (“Nuovo Testamento”, versetto 5 del Capitolo 21° dell’“Apocalisse”). E, proprio sotto questo profilo, la “Lunga Notte delle Chiese” viene dunque a significare per un prezioso luogo di culto, splendido simbolo del “Barocco” torinese qual è “San Filippo” (costruita a partire dal 1675, ma progettata da Filippo Juvarra intorno agli Anni Trenta del Settecento, su un precedente progetto di Guarino Guarini) , non solo aprire le porte alla Comunità, ma anche “trasformare la partecipazione pubblica – spiegano gli organizzatori – in uno strumento di tutela e recupero di beni artistici di rara bellezza”.





Spazio infine anche al lavoro con gli attori. Parlando di Eternal Sunshine of the Spotless Mind, Gondry ha raccontato di avere scelto Jim Carrey e Kate Winslet proprio per la loro diversità. “Avevano background completamente differenti”, ha spiegato. A Carrey descrisse il film come un dramma sentimentale, mentre a Winslet lo presentò come un’esperienza più folle e delirante. “È interessante vedere quali idee diverse possono nascere dagli attori”, ha osservato il regista, sottolineando quanto ami lasciare spazio all’imprevisto e alla libertà interpretativa.