CULTURA E SPETTACOLI

Al Museo MIIT  Athos Faccincani: “Quando la luce abita i sogni”

Inaugura sabato 23 maggio, dalle ore 18, presso il Museo MIIT diretto da Guido Folco, in corso Cairoli 4, a Torino, la mostra dal titolo “Athos Faccincani. Quando la luce abita i sogni”, curata da Gianluigi Bettoni e aperta fino al 7 giugno prossimo. Nel periodo dell’esposizione sarà possibile ammirare un’ampia selezione delle opere del maestro che, come recita il titolo dell’esposizione, ha saputo coniugare sogno e realtà con un alfabeto pittorico intriso di luci e colori vibranti.

“Si tratta di un’arte gioiosa e al tempo stesso intensa di significati ed emozioni di immediata lettura, ma anche intimamente profonda, in quanto riflesso dello spirito dell’anima del maestro – spiega il direttore del Museo MIIT, Guido Folco – Tra le opere in mostra sono presenti alcuni dipinti dedicati a Torino, come quello intitolato l’incanto dell’amore, la stupenda rappresentazione di una città in piena fioritura nel giardino roccioso del parco del Valentino, tra ruscelli, giochi d’acqua e gli ormai famosi “lampioni innamorati”, che si abbracciano vicino a una romantica panchina: uno dei luoghi simbolo della città viene reinterpretato da Faccincani con il suo consueto sguardo poetico, con quell’amore e passione verso la luce e il colore che sempre caratterizzano il suo lavoro. L’opera intitolata “Nel silenzio. Passeggiare verso la Mole” narra di un altro angolo della città, osservata da uno scorcio dei giardini reali, nel silenzio della natura rigogliosa che sembra invadere tutto lo spazio urbano. Questa è sicuramente una delle caratteristiche dell’arte di Faccincani: la capacità di osservare gli spazi abitati dall’uomo da una prospettiva differente, spesso inaspettata e sempre incentrata sulla valorizzazione della bellezza e della natura. Nei toni e nei cromatismi accesi di uno spazio inondato dalla luce, il maestro sorprende con contrasti decisi, chiaroscuri intensi e profondi, metafora dei suoi sentimenti al cospetto di una realtà che sa essere sorprendente. “Il bello di natura”, caro alla pittura ottocentesca, non solo italiana, vedeva nella raffigurazione del velo del paesaggio il soggetto principale con cui esprimere i sentimenti e le emozioni dell’essere. In Faccincani assume visioni e connotazioni nuove, contemporanee e dirette. Le sue composizioni sembrano abbracciare l’osservatore, indurlo a percorrere sentieri, strade, respirare i profumi di una natura in fiore, a percepire l’aria frizzante e il  amore di un sole sempre protagonista, un simbolo della filosofia esistenziale del maestro, della sua “seconda stagione”.

Athos Faccincani si può considerare un maestro indiscusso dei nostri tempi, originale e personale in ogni sua interpretazione del mondo, maestro di vita, capace di mutare nel tempo e di regalarci gli aspetti migliori e la visione più onirica e candida dell’esistenza.

L’artista, nato a Peschiera del Garda nel 1951, dedica già da bambino molte ore al disegno e alla pittura, anche se di nascosto, in quanto la madre era profondamente contraria alla pratica artistica. Segue da piccolo la bottega di artisti quali Guidi e Seibezzi Novati, maestri che gli insegnano le varie tecniche pittoriche e gli trasmettono il coraggio di coltivare le proprie passioni e rendere nel proprio talenti. Athos comprende che desidera diventare un pittore per intima necessità. Dopo il diploma, si dedica quindi alla pittura a tempo pieno, e i suoi lavori giovanili, in stile espressionista, ritraggono personaggi cupi e piegati dal peso della sofferenza. Per approfondire lo studio della figura, entra nel mondo delle carceri, degli emarginati e degli ospedali psichiatrici, fa propria la sofferenza altrui e la trasmette attraverso la tela. Non passa molto tempo prima che qualcuno noti forza e intensità espressiva delle sue opere, iniziando a commissionargli lavori sempre più importanti. Alla fine degli anni Settanta, Athos affronta il lavoro più importante della sua carriera, realizzando una mostra sulla Resistenza, e le sue personali vengono visitate anche dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini che, complimentandosi per aver rappresentato la guerra senza aver preso posizione, se non quella di essere uomo di grande sensibilità, lo nomina Cavaliere della Repubblica. Dopo questo importante riconoscimento, il pittore deve affrontare un periodo di crisi interiore che per quasi un angolo terrà lontano dal cavalletto. Quindi, eliminati i colori cupi dalla sua tavolozza, recupera la gioia di vivere e ricomincia a dipingere guardando al mondo con gli occhi di un bambino, prediligendo paesaggi che gli permettono di catturare una natura generosa e lussureggiante, e di esprimere un mutamento radicale nel suo stile, che diventa di chiara derivazione impressionista, utilizzando colori puri e accesi per ripetere gli stessi elementi in ogni quadro: la luce, il sole alto e il racconto semplice.

Con la sua pittura, l’artista ha stregato pubblico e critica, e i suoi lavori sono approdati nelle case di star hollywoodiane e ha esposto nelle località più belle d’Italia, a Londra, a Vienna, Parigi, Chicago, New York, Zurigo, Hong Kong, Singapore e molte altre.

Museo MIIT, Corso Cairoli, 4, Torino – dal 23 maggio al 7 giugno 2026 – da martedì a domenica dalle10 alle 13 e dalle 16 alle 20 – lunedì 1 giugno aperto – 011 8129776 – www.museomiit.it
– info@athosfaccincani.it

Mara Martellotta

2 giugno 1946, storia di un referendum

Venerdì 22 Maggio, alle 17,30 alla sala incontri del Polo del ‘900 di Torino ( Piazzetta Antonicelli, Palazzo San Daniele) la Sezione ANPI Eusebio Giambone, in collaborazione con l’Unione Culturale Franco Antonicelli, presenterà il libro “2 Giugno 1946. Storia di un referendum” di Federico Fornaro. Con l’autore dialogherà la giornalista e scrittrice Donatella Sasso. Introdurrà l’incontro Laura Marchiaro, presidente della sezione ANPI. L’evento, in occasione dell’ottantesimo anniversario della Repubblica, riassume le vicende del giugno 1946 quando, con il voto della maggioranza degli italiani nel referendum istituzionale l’Italia passò dalla monarchia alla repubblica, concludendo una lunga transizione dal fascismo alla democrazia, iniziata il 25 luglio 1943. Per la prima volta nella storia d’Italia le donne poterono votare al pari degli uomini e ventuno di loro furono elette all’Assemblea Costituente. Come ha scritto Piero Calamandrei: «Mai nella storia è avvenuto, né mai ancora avverrà che una repubblica sia stata proclamata per libera scelta di popolo mentre era ancora sul trono il re». Dalla dittatura alla repubblica: si tratta di una fase complessa e contraddittoria, che qui viene riletta alla luce del dibattito sulla questione istituzionale e del controverso approdo alla scelta referendaria, oltre che analizzando la competizione tra gli alleati inglesi e americani per l’egemonia sul Mediterraneo. Regno del Sud e Resistenza convissero fino alla Liberazione, in un dualismo destinato ad alimentare la tesi secondo cui si sarebbe potuto fare di più e meglio per garantire una reale discontinuità con gli apparati burocratici e amministrativi del vecchio regime fascista. Ma il radicale rinnovamento dello stato fu frenato dalle forze della conservazione, largamente compromesse con il fascismo e, soprattutto, dal delinearsi all’orizzonte della guerra fredda e della competizione globale tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Federico Fornaro  ( Genova, 9 dicembre 1962 ) Saggista e politico, è stato presidente dell’Istituto per la Storia della Resistenza e della società contemporanea «Carlo Gilardenghi» (Isral). Fra le sue pubblicazioni: Giuseppe Romita. L’autonomia e la battaglia per la Repubblica (1996), Giuseppe Saragat (2003), L’anomalia riformista. Le occasioni perdute della sinistra italiana (2008), Aria di libertà. Storia di un partigiano bambino (2008), Pierina la staffetta dei ribelli (2013), Fuga dalle urne. Astensionismo e partecipazione elettorale in Italia dal 1861 a oggi (2016) e Elettori ed eletti. Maggioritario e proporzionale nella storia d’Italia (2017). Per Bollati Boringhieri ha pubblicato 2 giugno 1946. Storia di un referendum (2021) e Il collasso di una democrazia. L’ascesa al potere di Mussolini (1919-1922) (2022). È stato Senatore della Repubblica e attualmente è membro della Camera dei Deputati.

 

Donatella Sasso. Redattrice esterna presso Giulio Einaudi Editore. Ha lavorato come ricercatrice di storia contemporanea presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini collaborando con il Polo del ‘900 di Torino. Svolge attività didattiche nelle scuole primarie e secondarie sui temi della storia contemporanea, dei diritti, dei conflitti contemporanei. Giornalista pubblicista dal 2011, ha scritto per «L’indice dei libri del mese», «Pagine ebraiche», «L’incontro», «Keshet», «Prometeo», «Most» e «East Journal». Autrice di “Milena, la terribile ragazza di Praga”, Effatà, Cantalupa (Torino) 2014, del volume per bambini “Danuta a Oslo”, David and Matthaus, Pesaro Urbino 2015 e con Enrico Miletto di “Torino ’900. La città delle fabbriche”, Edizioni del Capricorno, Torino 2015 e “Torino città dell’automobile. Un secolo di industria dalle origini a oggi”, Edizioni del Capricorno, Torino 2017, “La caduta 1953-1989. Dalla morte di Stalin al crollo del Muro”, Edizioni del Capricorno, Torino 2017, “Un’inconsueta felicità”, Golem edizioni, Torino 2021, “Piazza della Vittoria”, Golem edizioni Torino 2023.

“Siamo diventati adulti mentre il mondo cambiava”

Sofia Longhini racconta il suo teatro generazionale al Fringe di Torino

Al Torino Fringe Festival arriva uno spettacolo che attraversa la memoria collettiva partendo da una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: cosa accadeva nel mondo mentre noi crescevamo? Mentre guardavamo cartoni animati, sfogliavamo Cioè, davamo il primo bacio o cantavamo al karaoke, fuori dalle nostre stanze la realtà cambiava velocemente, spesso senza che ce ne accorgessimo.

Si intitola Tutte le cose più grandi di me ed è il monologo scritto e interpretato da Sofia Longhini, in scena al Lombroso16 nell’ambito del Fringe festival. Uno spettacolo che intreccia autobiografia, spaesamento generazionale e riflessione sociale, trasformando il ricordo personale in una lente attraverso cui osservare il presente.
Abbiamo incontrato Sofia Longhini, attrice ed autrice del monologo, per parlare del suo lavoro, della sua ricerca artistica e del ruolo che il teatro continua ad avere oggi.
Tutte le cose più grandi di me” intreccia ricordi personali e memoria collettiva, facendo convivere l’infanzia con eventi storici spesso traumatici. Quando hai capito che la tua storia generazionale poteva diventare materia teatrale universale?
«Penso che quando ho scritto questo monologo ero uscita dall’Accademia e stavo attraversando un momento di solitudine e spavento personale, ma mi rendevo conto che questo senso di impotenza e spaesamento era comune a molti amici. Non era un dramma individuale, era una questione sistemica. Sicuramente è derivato anche dallo scontro con il mondo lavorativo: tutto ciò che avevo studiato mi stava presentando il conto. Inoltre mi sono chiesta come cittadini dobbiamo prenderci la responsabilità di capire cosa succede oltre le mura domestiche. C’era una grande lamentela, ma come se tutto non fosse nostra responsabilità. Ho sempre capito che potevo lamentarmi, ma da una posizione privilegiata che è quella di attrice. Per questo nello spettacolo ho messo in luce anche il dramma della classe borghese, che fa perdere i confini di ricchezza e povertà, evidenziando come oggi la classe operaia guadagni spesso più della classe culturalmente più elevata. È un ribaltamento curioso: la condizione economica è ribaltata rispetto a quella sociale».
Nel monologo convivono così precarietà emotiva e precarietà economica, memoria personale e crisi collettiva. Una fotografia generazionale che evita la nostalgia e sceglie invece di interrogare il presente.
Nel tuo percorso artistico hai attraversato teatro, danza, drammaturgia e anche esperienze internazionali. In che modo queste contaminazioni hanno influenzato la scrittura scenica e il linguaggio emotivo di questo monologo?
«Sono stata l’anno scorso a Nicosia, a Cipro, con altri artisti provenienti da diversi Paesi europei e lì c’è stata una grande contaminazione di linguaggi e mondi culturali. Mi sono accorta anche di come molte questioni generazionali siano profondamente legate al contesto italiano. Quando c’è un gap linguistico, vedo che c’è molta più attenzione verso il corpo, verso la performance. Questa è una cosa molto tipica italiana che noi difendiamo. Una delle cose che mi porto dietro da quell’esperienza, e che ha influenzato il mio lavoro, è la possibilità del silenzio e la ricerca di un altro canale che non sia il sobbuglio continuo delle parole. Nello spettacolo questo senso c’è, anche se forse non è tangibile fino in fondo. Mi ha messo in allarme il fatto che la parola non sia l’unica via. E che il teatro non sia l’unica via: ci sono tante forme, tanti modi per stare con gli altri».
Un teatro che allora non si limita al racconto, ma cerca presenza, ascolto e condivisione. Anche attraverso ciò che resta sospeso e non viene detto.
Nel tuo spettacolo emerge una domanda molto potente: “Come ci siamo ritrovati, all’improvviso, adulti?”. Pensi che il teatro oggi abbia ancora la capacità di aiutare una generazione a riconoscersi, fermarsi e rileggere il proprio tempo?
«Il teatro ha sempre questo valore e mi faccio tenerezza quando penso che qualcuno dica che è morto. È sopravvissuto a moltissime difficoltà e sopravviverà anche alle nostre paure. Penso spesso ai miei amici che non vanno a teatro e sento che mi piacerebbe coinvolgerli. Come nuova generazione credo sia una nostra responsabilità. Quella prima di noi la sentiamo come una generazione di giganti e pensiamo che abbiano avuto un agio in più, ma non è detto che sia una verità assoluta. Ogni generazione ha gli strumenti per elaborare la propria realtà. Il Fringe, in questo senso, destruttura la serietà del teatro e questo dualismo aiuta molto ad abbattere la barriera con il pubblico e ad avvicinare le persone».
Ed è forse proprio qui che si inserisce la forza di Tutte le cose più grandi di me: nel tentativo di restituire al teatro uno spazio umano, accessibile, capace di parlare a chi si sente sospeso tra infanzia, disillusione e ricerca di senso. Uno spettacolo che non offre risposte facili, ma lascia nello spettatore una domanda silenziosa e ostinata: dove siamo finiti noi, mentre il mondo andava avanti?
Valeria Rombolá

Per Balletto Teatro di Torino “Studio sul fauno” e “White pages”

Mercoledì 20 maggio andranno in scena alla Lavanderia a Vapore

BTT_moves, la stagione e di danza contemporanea del Balletto Teatro di Torino, prosegue dal 7 maggio scorso per concludersi il 22 dicembre 2026, attraversando teatri, spazi di creazione e luoghi della cultura della Città Metropolitana di Torino, trasformandoli in un ecosistema vivo di pratiche, incontri e visioni.
Mercoledì 20 maggio, alle 21, negli Spazi della Lavanderia  a Vapore di Collegno, andrà in scena  una serata capace di connettere generazioni, linguaggi e formati.
Aprirà  la serata nel foyer della Lavanderia ‘Studio sul fauno’ di Roberto Zappalà con Samuel Arisci, un lavoro che trasporta il pubblico in una soglia poetica e simbolica, dove realtà, sogno e desiderio si confondono.
Allo stesso modo lo spazio in cui si esprime la danza, l’universo interiore del fauno, è  un mondo altro dove esclusione, corteggiamento e erotismo trovano il proprio spazio espressivo.
In palcoscenico la serata prosegue con il trittico ‘White Pages’ di Manfredi Perego, un progetto che si articola in tre capitoli diversi per durata e composizione, tutti accompagnati dalle musiche originali di Paolo Codognola e contraddistinto da una stessa intenzione poetica, il desiderio di condividere il percorso di ricerca che Perego conduce da oltre dieci anni.
In scena TIR Danza / MP. Ideograms  e Balletto Teatro di Torino mettono a confronto tre generazioni di performer, disegnando una grammatica plurale, dove l’identità diventa traiettoria. Il concetto del tempo è  esplorato in “Dedica al tempo” attraverso il corpo di Lucia Nicolussi, danzatrice e madre dell’artista.  Nella sezione centrale “Dedica al dinamismo” i quattro giovani danzatori  e danzatrici del Balletto di Torino, Bailey Kager, Ivo Santos, Noa Chatton e Noa Van Tichel, incarnano l’instabilità di una costante tensione verso l’ignoto. Con la danzatrice e compagna Chiara Montalbani il coreografo riscrive, a distanza di anni, dal solo “Grafiche nel silenzio” il nuovo lavoro intitolato “Dedica al silenzio”.
È possibile prenotare il proprio biglietto scrivendo a btt.moves@gmail.com, o chiamando ai numeri 0114730189 WhatsApp 3316139715 dalle 10 alle 17. È  anche possibile acquistare i biglietti direttamente a teatro , a partire da un’ora prima dello spettacolo.

Mara Martellotta

Amedeo Nazzari: tra storia e drammi

Non solo film “strappalacrime”…

Di Debora Bocchiardo

Amedeo Carlo Leone Buffa, che negli anni ’30 assumerà il nome d’arte Amedeo Nazzari, nasce a Cagliari il 10 dicembre 1907. Il padre, Salvatore, è proprietario di un pastificio e la madre, Argenide, è figlia di Amedeo Nazzari, presidente della Corte d’appello di Vicenza trasferito a Cagliari.

A soli sei anni, la morte improvvisa del padre obbliga la famiglia a trasferirsi a Roma. Qui, a scuola, dai salesiani, il piccolo Amedeo inizia a calcare il palcoscenico nelle recite o con le filodrammatiche, scoprendo da subito una grande passione e un notevole talento. Innamorato della recitazione, interromperà gli studi di ingegneria per dedicarsi completamente al teatro.

L’esordio da professionista avviene nel 1927, con la compagnia di Dillo Lombardi,  per poi passare negli anni successivi a compagnie più importanti come quelle di Annibale NinchiMemo Benassi e Marta Abba.

Nel 1935 viene notato da Elsa Merlini, che gli offre una parte nel film che sta per girare: Ginevra degli Almieri. La pellicola non avrà successo e Nazzari tornerà al teatro.

Sarà una grande attrice italiana a dare la svolta decisiva alla sua carriera. Anna Magnani, all’epoca sposata con il regista Goffredo Alessandrini, lo volle infatti in “Cavalleria”. È la svolta. Con la sua eleganza, la bellezza e il fascino della divisa, Nazzari diventa la principale attrazione del film.

La pellicola, presentata a Venezia alla Mostra del Cinema, sarà uno dei maggiori incassi del 1936.

Al divisa gli dona così tanto che nel 1938 lo accompagna anche nel suo secondo successoLuciano Serra pilotasempre con la regia di Alessandrini.

A questo punto Nazzari è ormai un volto noto, ma è nota anche la sua abitudine ad intervenire sulle scelte registiche o sul copione. Un aspetto caratteriale che gli procurerà la fama di attore scomodo, indocile e polemico.

Tuttavia il successo non tarda a arrivare e con esso gli ambiti riconoscimenti. Nel 1941, alla IX Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il conte Giuseppe Volpi di Misurata gli consegna la Coppa del Ministero della Cultura Popolare come migliore attore per il film Caravaggio, il pittore maledetto.

Nello stesso anno, La cena delle beffe, diretto da Alessandro Blasetti, lo consacra definitivamente come “divo” del cinema. Il film, un dramma in costume che si svolge nella Firenze dei Medici, resterà famoso anche per aver proposto  la prima scena di nudo femminile con un’inquadratura di pochi secondi col seno di Clara Calamai velatamente esposto.  Un frammento che causerà il divieto ai minori e la condanna delle autorità ecclesiastiche.   Di questa pellicola resta tuttavia famosa l’interpretazione intensa di Nazzari che passa alla storia con la celebre frase: «…e chi non beve con me, péste lo cólga!».

Dopo una serie di film minori interpretati durante il periodo bellico tra mille difficoltà, dal 1945 Amedeo Nazzari torna a pellicole di rilievo  con Un giorno nella vita di Alessandro Blasetti, in cui interpreta un capo partigiano, Il bandito, diretto da Alberto Lattuada con Anna Magnani come co-protagonista, e La figlia del capitano, tratto dal romanzo omonimo di Puškin e diretto da Mario Camerini.

La sua fama travalica i confini e in Spagna interpreta tre film per poi andare in Argentina dove rifiuta di interpretare un italiano corrotto e criminale. Evita Perón, scoperto il fatto, lo inviterà a restare comunque in Argentina per conoscere i numerosi immigrati italiani in quel Paese.

Il ritorno in Italia, nel 1949, è celebrato da una pellicola eccezionale: accanto all’emergente Silvana Mangano recita ne Il lupo della Sila.

Comincia così il lungo periodo di film tragici e sentimentali, “strappalacrime”, indissolubilmente legati alla figura di Amedeo Nazzari.

Nel 1949 recita, in Cateneaccanto all’attrice di origine greca Yvonne Sanson.

Un enorme successo di pubblico che aprirà un secondo fortunatissimo capitolo della sua carriera. Il melodramma popolare, già molto amato in Italia ai tempi del cinema muto, torna a far battere il cuore del grande pubblico.

Tutti interpretati accanto ad Yvonne Sanson, diretti da Raffaello Matarazzo e premiati da un enorme successo al botteghino, film come Tormento (1950), I figli di nessuno (1951), Chi è senza peccato… (1952), Torna! (1953), Pietà per chi cade (1954), L’angelo bianco (1955) o Malinconico autunno (1958) segnano un’epoca… e una generazione!

Parallelamente, Nazzari accetta anche ruoli più impegnativi come Processo alla città (1952) o Il brigante di Tacca del Lupo (1952), presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

La sua origine sarda viene orgogliosamente messa in risalto in Proibito (1955), mentre nel 1957 viene scelto da Federico Fellini per interpretare un breve “cameo”  in Le notti di Cabiria.

Sempre nel 1957 Nazzari sposa l’attrice italo greca Irene Genna, da cui un anno più tardi nascerà la figlia, Maria Evelina, futura attrice di teatro.

Gli anni sessanta riservano a Nazzari le prime delusioni dopo il grande successo.

Le grandi case di produzione scelgono Burt Luncaster per il ruolo del Principe Salina nel Gattopardo di Visconti e nel remake de La figlia del capitano, girato da Lattuada col titolo La tempesta, il personaggio di Pugacev, che un tempo era stato suo, viene assegnato a Van Heflin.

Da Hollywood arriva la proposta di girare un film con Marilyn Monroe, ma stavolta è lui che rifiuta. Nazzari non se la sente di recitare un inglese e di affrontare anche scene di canto e ballo. Nel 1968 ottiene invece una parte nel film La colonna di Traiano, una coproduzione italo-romena.

Nel frattempo in Italia si apre la stagione della commedia all’italiana, ma Nazzari si rifiuta di interpretare questo tipo di copioni che sente troppo lontani dal suo gusto personale.  È l’inizio del viale del tramonto. Da adesso in poi, al cinema, lo vedremo soltanto in piccoli ruoli o apparizioni in pellicole famose.

Tuttavia, la sua carriera gli riserva ancora qualche soddisfazione con quel mezzo straordinario che sta crescendo sempre più e che raggiunge le masse: la televisione.

Proprio per questo nuovo, variegato pubblico realizza un rifacimento della celebre La cena delle beffe e de La figlia del capitanoRestano anche celebri le sue partecipazioni a trasmissioni di grande successo quali Il MusichiereStudio Uno e Settevoci. Nel 1963 conduce Gran Premio, abbinato alla Lotteria Italia, e gira alcuni famosi caroselli in cui riprende la sua più celebre battuta : «… e chi non beve con me …».

Nel 1969 una retrospettiva dei suoi film riscuote grandissimo successo sulle reti  Rai e, nello stesso anno, Nazzari lavora alla miniserie televisiva La donna di cuori.

La sorte, purtroppo, si rivelerà impietosa verso questo splendido attore. A partire dagli anni settanta, una insufficienza renale lo tormenta, infatti, costringendolo a rinunciare ad alcune proposte di lavoro. Nel 1975, già molto provato e costretto a frequenti ricoveri, prende ancora parte ad un episodio della serie televisiva L’ispettore Derrick, intitolato L’uomo di Portofino, poi seguono solo brevissime partecipazioni.

Si spegnerà il 6 novembre 1979 a Roma, in clinica, e verrà sepolto, al cimitero monumentale del Verano col suo vero nome: Amedeo Buffa.

I sonnambuli e i ribelli

E’ possibile rilanciare il desiderio di giustizia sociale e libertà?

Libreria Feltrinelli
Piazza C.L.N. 251
Torino

Presentazione del libro
I sonnambuli e i ribelli.
Perché in Italia non c’è protesta sociale
di Ruggero D’Alessandro
(Meltemi Edizioni)

 

Torino è la città ideale con la sua tradizione storica di lotta radicata nel suo carattere industriale e nel ruolo centrale del suo movimento operaio e studentesco per parlare di desiderio di giustizia sociale e libertà. Dimentichiamo però i cliché della militanza: oggi la protesta si muove tra post, piazze fluide e identità precarie. È da qui che parte questo libro, dallo sguardo lucido e contemporaneo sulle ferite – sempre più visibili – della società italiana. Lo scrittore sociologo Ruggero D’Alessandro costruisce una riflessione critica sulle trasformazioni del presente, analizzando le dinamiche economiche, politiche e sociali che hanno progressivamente indebolito la protesta e la partecipazione collettiva. Con un linguaggio – accessibile ma denso – l’autore mostra con chiarezza i temi cruciali: le disuguaglianze crescenti, la crisi della rappresentanza politica, il rapporto, sempre più ambiguo, tra capitalismo e democrazia. Rispetto al Sessantotto, è vero: i movimenti di oggi sembrano più inclusivi, forse, capaci forse di parlare a tutti. Ma come? Qualcosa si è incrinato. Il legame con i partiti si è fatto distante, quasi ostile. La politica istituzionale ha perso credibilità — lasciando spazio alla sfiducia diffusa e a all’un’astensione elettorale sempre più marcata. E allora la domanda resta sospesa, urgente: che futuro hanno i movimenti? La risposta, suggerisce il libro, sta nella loro capacità di evolversi. Le tecnologie continueranno a essere strumenti potentissimi di mobilitazione immediata, ma non basteranno. Serviranno nuove architetture della partecipazione: reti stabili, associazioni, circoli, centri sociali, comunità, capaci di connettere realtà diverse, luoghi dove tornare a incontrarsi, a discutere, a decidere. Perché, anche nell’era digitale, la politica ha ancora bisogno di spazi corpi e visioni condivise perché giustizia sociale e libertà continuino a non essere solo un obiettivo e un paradigma di riferimento. Ma diventino finalmente reali. E Torino con il suo tessuto urbano e sociale, con la presenza di università e centri culturali continua a essere un ambiente favorevole per facilitare l’organizzazione collettiva.

Dettagli dell’evento:
• Data: 5 giugno
• Orario: 18:00 – 19:30
Luogo: Libreria Feltrinelli
Piazza C.L.N. 25 – Torino

Durante la presentazione l’autore dialogherà con i presenti, approfondendo i temi del libro e rispondendo alle domande del pubblico.

Ingresso libero fino a esaurimento posti.

Per ulteriori informazioni: Meltemi Editore – www.meltemieditore.it

Marilina Di Cataldo presenta “A ognuno il suo ordine”

Mercoledì 20 maggio, presso la biblioteca Villa Amoretti, alle 17.30

Mercoledì 20 maggio, alle ore 17.30, presso la biblioteca Villa Amoretti, situata all’interno del magico parco Rignon, a Torino, Stefania Marengo, dirigente delle Biblioteche Civiche Torinesi, presenta insieme all’autrice Marilina Di Cataldo il volume “A ognuno il suo ordine”, pubblicato da Paola Caramella Editrice.

Tematiche centrali del libro sono l’abitare, il benessere e la qualità della vita, una visione capace di superare modelli estetici e soluzioni preconfezionate, in grado di restituire all’ordine la sua dimensione più autentica e personale. Il volume nasce dall’incontro tra i due ambiti professionali di cui si occupa l’autrice: l’ufficio stampa e il Professional Organising, disciplina che si occupa di accompagnare le persone nei processi di organizzazione degli spazi, del tempo e delle abitudini con un approccio pratico ma anche profondamente umano. Si tratta di un doppio sguardo che coniuga il conferire forma e chiarezza ai contenuti, dote propria della comunicazione, a una solida esperienza sul campo dell’organizzazione e dei percorsi di cambiamento della vita quotidiana.

Il libro si rivolge a chi si occupa della casa, propria o altrui, dei modi di vivere e del lifestyle, a chi attraversa momenti di transizione come un trasloco, una separazione, la nascita di un figlio o un lutto, e sente di dover ridefinire un equilibrio quotidiano. Alla dimensione pratica e di riflessione, Marilina Di Cataldo affianca, allo scopo di fornire stimoli per una lettura simbolica dei temi dell’ordine e del disordine i riferimenti provenienti dal mondo della letteratura. Sono presenti nel volume citazioni da Lidia Ravera a Orhan Pamuk e dell’arte, da Alighiero Boetti a Jackson Pollock.

“A ognuno il suo ordine” non si può considerare un manuale, non propone schemi rigidi o soluzioni valide indistintamente per tutti, ma invita a porsi domande e osservare le proprie abitudini, costruendo un ordine su misura e sostenibile nel tempo. Si tratta di un percorso di riflessione e accompagnamento in cui lettori e lettrici possono riconoscersi e trovare spunti concreti per iniziare un percorso graduale e duraturo per il futuro.

“Di Cataldo è un’archeologa del quotidiano – spiega l’autrice della prefazione del libro, Chiara Tagliaferri – con la lente di ingrandimento puntata sui gesti nascosti all’interno delle case, nei cassetti, nelle pieghe del tempo. Mi piace pensare che abbia imparato a farlo studiando l’arte da vicino. La storica dell’arte sa che l’ordine è una narrazione, e che ogni opera necessita del suo respiro. Il vuoto intorno non è uno spazio sprecato, ma una condizione fondamentale affinché un quadro o un oggetto possano dire la verità. Per questo motivo Marilina Di Cataldo afferma ‘ogni spazio parla’”.

Marilina Di Cataldo – “A ognuno il suo ordine” – prefazione di Chiara Tagliaferri – Pagine 184 – 18 euro – Paola Caramella Editrice

Mara Martellotta

Meraviglia. Viaggio nell’arte di Ezio Gribaudo

La ragazza fantasma e il confine sottile tra vita e morte

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri per ragazzi che si limitano a raccontare un’avventura. E poi ci sono storie che riescono a fare qualcosa di più difficile: parlare della paura, della crescita e persino della morte con il linguaggio del mistero e della fantasia. La saga de Gli Invisibili di Giovanni Del Ponte appartiene decisamente a questa seconda categoria.
Anche in questo volume ritroviamo la celebre squadra degli Invisibili: Douglas, Crystal, Peter e Magica, adolescenti diversissimi tra loro ma uniti da un legame profondo e da esperienze al confine tra il reale e il soprannaturale. Stavolta tutto prende avvio da Douglas e dai suoi misteriosi “poteri di porta”, che lo conducono oltre la soglia tra la vita e la morte. È lì che incontra Nancy, una ragazza che non ricorda cosa le sia accaduto e che scoprirà, poco alla volta, di essere morta.
Da questo momento il romanzo si trasforma in un viaggio inquietante e affascinante, in cui gli Invisibili dovranno affrontare Testa di Morto, presenza oscura e terrificante che incarna paure profonde e ancestrali. E proprio qui emerge uno degli aspetti più interessanti della scrittura di Del Ponte: la capacità di utilizzare elementi horror e paranormali non come semplice espediente narrativo, ma come metafora delle inquietudini adolescenziali. Crescere significa attraversare territori sconosciuti, confrontarsi con il dolore, con la perdita, con il senso di smarrimento. Gli Invisibili combattono mostri, ma in fondo combattono anche le fragilità della loro età.
L’autore costruisce una narrazione dal ritmo cinematografico, ricca di colpi di scena e atmosfere cupe, ma sempre alleggerita da momenti ironici e da dinamiche di amicizia autentiche. I protagonisti sembrano quasi una squadra di giovani supereroi: Peter è la mente razionale e strategica, Douglas l’impulsivo pronto a rischiare tutto, Crystal lotta con i propri poteri psichici, mentre Magica osserva da lontano ma continua a rappresentare un punto emotivo fondamentale per il gruppo.
Interessante anche il modo in cui Del Ponte intreccia suggestioni provenienti da mondi diversi: dalla narrativa fantastica ai fumetti, dal cinema horror ai classici romanzi d’avventura per ragazzi. Nelle atmosfere della saga si percepiscono echi di Stephen King, Neil Gaiman e dei grandi romanzi di formazione, ma il risultato mantiene comunque una forte identità personale.
Uno degli aspetti più riusciti della serie è proprio la sua capacità di parlare a pubblici differenti. Pur essendo pensata per giovani lettori, la saga riesce a coinvolgere anche gli adulti grazie ai temi affrontati e alla profondità emotiva che si nasconde dietro l’avventura. Non mancano infatti riflessioni sul bullismo, sul rapporto con i genitori, sulla solitudine e sulla difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo.
Torinese, Giovanni Del Ponte è da anni una delle voci più interessanti della narrativa italiana per ragazzi. Nei suoi libri il mistero non è mai fine a sé stesso: diventa uno strumento per esplorare emozioni profonde e per accompagnare il lettore in quel territorio fragile e complicato che separa l’infanzia dall’età adulta. Ed è forse proprio questo il segreto della forza degli Invisibili: ricordarci che le paure, quando vengono condivise, fanno un po’ meno paura.
MARZIA ESTINI