CULTURA E SPETTACOLI

Tutta la meraviglia del “San Gerolamo” restaurato

Ritorna nella “Sala Acaia” di Palazzo Madama, dopo un delicato intervento di restauro, il prezioso “Polittico” cinquecentesco del “nostro” Defendente Ferrari

Padre e Dottore della Chiesa, traduttore in latino di parte dell’“Antico Testamento greco” e successivamente dell’intera “Scrittura ebraica”,  di San Gerolamo – Sofronio Eusebio Girolamo (Stridone – Istria, 347 – Betlemme, 420), si contano in pittura due “iconografie” principali: una con tanto di abito cardinalizio e con il libro della “Vulgata” in mano o intento e assorto nello studio della “Scrittura” e un’altra, come immagine da ascetico anacoreta nel “deserto della Calcide” (dove rimase un paio d’anni, 375 – 376) o nella “Grotta di Betlemme”, ritratto senza l’abito e senza “galero” (cappello) cardinalizio, spesso accanto al “leone” cui la leggenda racconta avesse tolto una spina dal piede amicandoselo per la vita, al “crocifisso” (simbolo di penitenza) e alla “pietra” con cui pare fosse solito battersi il petto.

A questa seconda rappresentazione s’avvicina in buona parte il “Polittico con san Gerolamo e santi, Annunciazione e scene della Passione”, presentato in “Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica” di Torino (dove l’opera aveva già fatto il suo ingresso nel 1932 attraverso l’acquisizione da parte del lungimirante antiquario torinese Pietro Accorsi dal conte bresciano Cesare Jacini e, non meno, attraverso il mecenatismo illuminato di Giovanni Battista Devalle – fra i soci fondatori della “Pininfarina” – del senatore Isaia Levi e del collezionista Silvio Simeom), dopo un delicato e complesso intervento di restauro, reso possibile grazie al generoso finanziamento dell’avvocato Marziano Marzano, già vicesindaco e assessore alla “Cultura”, durante le Giunte Novelli negli Anni ’70 e primi ’80, e “padre” di quella via Garibaldi finalmente senza auto, prima grande “isola pedonale” della Città.

Polittico (tempera su tavola di grandiose dimensioni, 282 per 211 cm.) realizzato da Defendente Ferrari (Chivasso, 1475 ca. – Torino, 1540) fra il 1520 e il 1535, l’opera rappresenta indubbiamente un lavoro di straordinaria importanza per la storia della pittura piemontese del primo Cinquecento, la cui perfetta conservazione nel tempo è stata però impedita dalla sue stesse notevoli dimensioni. Quanto mai complesso, dunque, il lavoro condotto dal “Laboratorio di Restauro” di Leone Algisi a Gorle (Bergamo), che ha curato gli interventi sulla parte lignea e strutturale – la composizione era stata ristretta sui lati, a danno delle lesene laterali e del fastigio centrale  – con la collaborazione di Carla Grassi per la parte pittorica. Conservato con la “cornice originale” – a differenza di molte altre opere simili oggi presenti in Musei o Chiese – il “Trittico” ha richiesto un intervento di restauro particolarmente articolato, legato alla complessità dell’apparato ligneo e alle condizioni strutturali dei supporti. La presenza della “carpenteria originaria”, rara per “Polittici” di questa epoca, ha reso necessaria la revisione delle soluzioni conservative adottate in precedenti restauri. Principalmente, il lavoro di recupero ha riguardato gli aspetti strutturali e di montaggio dell’insieme, con un complesso lavoro di risanamento delle tavole lignee che costituiscono il supporto dei dipinti. In particolare, la tavola centrale presentava evidenti segni di un’antica frattura, che è stata ricomposta con grande accuratezza, restituendo stabilità e continuità all’intero “Polittico”. Parallelamente, sono stati affrontati gli interventi sulla superficie pittorica. In particolare sulla straordinaria ricchezza di quei preziosismi decorativi e cromatici (rinvenibili, soprattutto, nei monocromi delle “predelle”) assimilabili alla raffinata, rigorosa tecnica dei “vetri dorati e dipinti” propri dei grandi incisori nordico-fiamminghi del Quattrocento e di quel “gusto goticheggiante”, che contraddistinse costantemente l’attività di Defendente, fervodo allievo e seguace, ma con spirito libero, di Giovanni Martino Spanzotti.arte

Il “Polittico” presenta al centro “San Gerolamo penitente” nel suo eremitaggio, in un paesaggio deserto di rocce “che riempiono gran parte della superficie dipinta, imponendo la propria massa in contrapposizione alla geometria regolare e ordinata delle architetture”. Ai lati, due coppie di santi: il “Battista e San Giovanni con l’Agnello” e dall’altra un “giovane santo guerriero recante l’immagine di una città” di cui potrebbe essere il “protettore”. E qui qualcuno ha ipotizzato trattarsi di “San Secondo”, sospettando dunque una provenienza del “Polittico” dalla Città di Asti. In alto, i due “tondi” con l’“Angelo” e l’“Annunciata”. Elemento di eccezionale interesse è la “cornice originale”, decorata con “candelabre” (motivo ornamentale in uso nell’arte classica e in quella rinascimentale per adornare pilastri, ante, volte e pareti) rilevate “a pastiglia” secondo i dettami della cultura cinquecentesca, così come la “predella”, realizzata con una raffinatissima tecnica di “tratteggio a oro” che richiama tanto l’oreficeria quanto le tecniche incisorie.

Ora, al termine del restauro, l’opera sarà nuovamente esposta nella “Sala Acaia”, al piano terra del “Museo”, nella stessa sede che la ospitava prima dell’intervento, tornando così a dialogare con il percorso permanente di “Palazzo Madama”.

In un circuito storico-artistico che sempre più si rivela essere bene prezioso per l’intera Città.

Gianni Milani

Nelle foto:”San Gerolamo”, parte centrale del “Polittico”; il “Polittico” nella interezza, dopo il restauro; Marziano Marzano e Giancarlo Federico Villa, direttore di “Palazzo Madama” (Ph. Alessandro Bergadano)

Il “Pinocchio” di Iodice al teatro Astra

Al teatro Astra, dal 24 al 26 febbraio prossimo, sarà di scena “Pinocchio. Che cos’è una persona?”, per l’ideazione, la regia, la drammaturgia, le scene e le luci di Davide Iodice, a capo della compagnia Scuola Elementare del Teatro APS, produzione Interno 5, Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, in partnership con Teatro Trianon Viviani Forgat ODV.

“Pinocchio – spiega Davide Iodice nelle note di regia – pone la questione del rapporto con la genitorialità. L’ispirazione è connessa al momento in cui Pinocchio ritrova suo padre nel ventre della balena. Geppetto gli dice che a breve la candela si spegnerà e rimarranno al buio. Pinocchio risponde: ‘E dopo?’. Geppetto non saprà cosa rispondere, e la soluzione la troverà Pinocchio. Questo ‘dopo’ è la domanda che si pone qualsiasi genitore di un ragazzo straordinario, nel senso di ‘extra ordinario’, ovvero fuori dall’ordinario. La risposta non spetta solo alla famiglia, ma anche alla comunità, a chi si occupa di assistenza. Geppetto ha un figlio generato da un pezzo di legno, e che vuole a tutti i costi rendere normale. Noi che lavoriamo con la fragilità e la diversità, sappiamo quanto sia pericoloso il concetto di normalità. Sento l’esigenza, dopo anni, di fare un vero e proprio manifesto per e sulla disabilità. Spesso c’è tanta retorica, un senso di carità un po’ penoso. Quello della disabilità è un mondo complesso e ricco, c’è una volontà di esprimersi da parte di questi ragazzi e di essere considerati per quello che sono. Il lavoro di ridefinizione delle identità attraverso lo strumento dell’arte, la centralità della persona e delle sue fragilità, stanno alla base della pedagogia della Scuola Elementare del Teatro, Conservatorio Popolare delle arti della scena”.

“Più volte in questi 10 anni – spiega il regista Davide Iodice – la figura del burattino ci è stata di ispirazione. Spesso ci siamo rivolti a lui come a una sorta di fratello simbolico di ragazzi con sindrome di Down o autismo, o Williams, o ancora Asperger. Come pure appartiene a quella famiglia di ragazzi miracolosamente sottratti al crimine o in pieno percorso di ridefinizione della propria esistenza all’uscita dal carcere che non hanno potuto o saputo evitare. Pinocchio e l’intera compagine simbolica della favola sembrano incarnare tutte le caratteristiche di un’adolescenza incomprensibile e incompresa, nel cui tormento si specchia una società di adulti da macchietta o in rovina. Pinocchio è il diverso, è tutti i diversi, con la loro carica anarchica e dirompente, ma è pure il legno stuprato, come diceva Carmelo Bene, dalla perversione dell’immagine-somiglianza, di un Padre, aggiungo io, di una società normalizzante per la quale il concetto di persona ha canoni rigidi, convenzionali e borghesi. Pinocchio, in prima stesura, si concludeva con l’impiccagione del burattino, come a segnare un’impossibilità di uscita, corretta in seguito da Collodi in una benevola e conciliante trasformazione in bambino, in una persona. Ma cosa è una persona?”

La Scuola Elementare del Teatro, nata nel 2013 dall’incontro tra il regista Davide Iodice e il dottor Giuseppe Cafarella, è un progetto di arte e condivisione a partecipazione gratuita, un luogo di ricerca e formazione permanente, un laboratorio produttivo, una rete di cooperazione, e la sua platea privilegiata è quella con disagio economico e sociale o con disabilità fisica o intellettiva.

Info: TPE Teatro Astra – via Rosolino Pilo 6, Torino  –  fondazionetpe.it

Orari: dal 24 al 26 febbraio 2026 – martedì ore 21, mercoledì ore 19, giovedì ore 20

Mara Martellotta

Gioielli nascosti

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CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI 60

Continua il nostro viaggio alla ricerca di incisioni di garage rock e psychedelic rock anche nell’ambito di etichette nate e connotate da generi ben diversi da quelli che stiamo studiando in questa rubrica. La grande area metropolitana di New York è sempre stata luogo fecondo per la compresenza di generi musicali differenziati ed eterogenei, fenomeno ben visibile nella produzione delle varie etichette qui nate e cresciute. Segnaliamo qui Laurie Records”, fondata nel 1958 dai fratelli Robert e Gene Schwartz e Allan I. Sussel e presto affermatasi come “label” attiva nel rock’n’roll, doo-wap, soul, rock classico, pop rock. Sottolineiamo che molto importante fu il suo ruolo di volano di diffusione di svariati successi della “British Invasion” sul suolo americano, fin dai primordi dell’”ondata”. Meritorio è il carattere sempre autonomo di “Laurie Records”, che seppe restare orgogliosamente indipendente nel tempo, evitando di essere inglobata e fagocitata dalle grandi etichette, che non di rado “cannibalizzavano” serialmente per legge di mercato. Tra le incisioni non sono rari “singles” divenuti pepite preziose in varie “compilations” di settore degli anni ‘80 e ‘90, molto amate da cultori ed appassionati.

Si elencano qui di seguito i soli 45 giri “Laurie Records” di garage e psychedelic rock:

– THE BARBARIANS “Are You A Boy Or Are You A Girl / Take It Or Leave It” (3308) [1965];

– THE BARBARIANS “What The New Breed Say / Susie-Q” (3321) [1965];

– THE GIRL-GETTERS “I’m Getting Tired / The Girl-Getters” (LR 3310) [1965];

– JACK LONDON & THE SPARROWS “If You Don’t Want My Love / It’s Been One Of Those Days Today” (LR 3285) [1965];

– THE TEARDROPS “Hey Gingerbread / Champaign Lady” (LR 3325) [1966];

– THE BARBARIANS “Moulty / I’ll Keep On Seeing You” (3326) [1966];

– THE NEWPORTS “I Want You / The Trouble Is You” (3327) [1966];

– THE SAVAGES “Little Miss Sad / If You Left Me” (LR 3328) [1966];

– THOSE TWO “Baby I Know / I’m Gonna Walk With You” (LR 3329) [1966];

– THE TROPICS “You Better Move / It’s You I Miss” (LR 3330) [1966];

– THE STAR FIRES “You Done Me Wrong / Like Socks And Shoes” [LR 3332] (1966);

– FREDDIE & THE FREELOADERS “Patty / The Octopus Song” (3334) [1966];

– THE FALLEN ANGELS “Everytime I Fall In Love / I Have Found” (LR 3343) [1966];

– SCOTT FREE “Come On Down To Earth / Calm Before The Storm” (3346) [1966];

– THE SHAPES OF THINGS “So Mystifying / Last Night Wasn’t There” (3351) [1966];

– THE SHAGS “I Call Your Name / Hide Away” (LR 3353) [1966];

– THE MARAUDERS “Jugband Music / Out Of Sight, Out Of Mind” (3356) [1966];

– THE ROYAL GUARDSMEN “Baby Let’s Wait / Leaving Me” (3359) [1966];

– THE GRAY THINGS “Charity / Lovers Melody” (3367) [1966];

– THE FALLEN ANGELS “A Little Love From You Will Do / Have You Ever Lost A Love” (3369) [1966];

– THE MUSIC EXPLOSION “I See The Light / Little Bit O’Soul” (LR 3380) [1967];

– THE FURY’S “I Walk Away / Gone In The Night” (LR 3382) [1967];

– ORCHESTRA OF THE MIND “Athens To America / And Tell Me” (LR 3387) [1967];

– THE ENERGY PACKAGE “This Is The Twelfth Night / See That I Come Home” (LR 3392) [1967];

– THE UNCALLED FOR “Do Like Me / Get Out Of The Way” (3394) [1967];

– THE SOUND INVESTMENT “Don’t Stop The Carnival / Like My Girl” (3398) [1967];

– THE BIRDWATCHERS “Turn Around Girl / You Got It” (3399) [1967];

– THE MUSIC EXPLOSION “Sunshine Games / Can’t Stop Now” (3400) [1967];

– THE KORDS “Boris The Spider / It’s All In My Mind” (3403) [1967];

– THE BALLOON FARM “A Question Of Tempature / Hurtin’ For Your Love” (3405) [1967];

– HOPPI & THE BEAU HEEMS “I Missed My Cloud / So Hard” (3411) [1967];

– THE BOYS FROM NEW YORK CITY “These Are The Things / Take It Or Leave It” (3412) [1967];

– THE MUSIC EXPLOSION “We Gotta Go Home / Hearts And Flowers” (3414) [1967];

– THE CENTRAL NERVOUS SYSTEM “It Takes All Kinds / I’m Still Hung Up On You” (LR 3421) [1968];

– THE MUSIC EXPLOSION “What You Want / Road Runner” (3429) [1968];

– SOUL, INC. “I Belong To Nobody / Love Me When I’m Down” (LR 3430) [1968];

– THE WHETHER BUREAU “Why Can’t You And I / White And Frosty” (3431) [1968];

– THE BOYS FROM NEW YORK CITY “Mary And John / I’m Down Girl” (3434) [1968];

– MONTAGE “I Shall Call Her Mary / An Audience With Miss Priscilla Gray” (LR 3438) [1968];

– THE SOUND INVESTMENT “Come Back Baby / The Beat” (3442) [1968];

– THE CASTELS “Rocky Ridges / I’d Like To Know” (3444) [1968];

– THE MUSIC EXPLOSION “Yes Sir / Dazzling” (3454) [1968];

– THE PRETTY THINGS “Talkin’ About The Good Times / Walking Through My Dreams” (3458) [1968];

– ENDLESS PULSE “You Turned Me Over / Just You” (LR 3468) [1968];

– THE YELLOW BRICK ROAD “She’s Coming Home / I’m Thinking Of You” (LR 3481) [1969];

– SIXTH DAY CREATION “Cherry Pie / You’re Better By Far” (LR 3483) [1969];

– ENDLESS PULSE “Nowhere Chick / Wake Me Shake Me” (LR 3488) [1969];

– THE MUSIC EXPLOSION “Little Black Egg / Stay By My Side” (LR 3500) [1969].

Gian Marchisio

Qual è stato l’ultimo membro della Famiglia Reale arrestato?

Prima dell’ex principe Andrea bisogna risalire al 1647…

Giovedì 19 febbraio 2026 ha suscitato scandalo in tutto il mondo l’arresto dell’ex principe Andrea, terzogenito della defunta Regina Elisabetta II e quindi fratello minore dell’attuale monarca Carlo III.
Andrea è stato arrestato nella sua residenza nella Tenuta reale di Sandringham, nel Norfolk, con l’accusa di cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica, in relazione ai suoi presunti legami con Jeffrey Epstein, l’imprenditore e criminale statunitense condannato per abusi sessuali e traffico di minorenni, suicidatosi nel Carcere federale di New York il  9 agosto 2019.
Secondo gli investigatori l’ex principe avrebbe consegnato ad Epstein documenti sensibili del Governo britannico quando ricopriva il ruolo di Rappresentante speciale per il commercio internazionale tra il 2001 e il 2011. Tra le informazioni divulgate ad Epstein, un rapporto confidenziale su opportunità di investimento in Afghanistan e resoconti di viaggi ufficiali in Cina, Singapore e Vietnam.
Andrea, accusato da Virginia Giuffre di aver avuto rapporti sessuali con lei quando lei aveva 17 anni, dopo essere stata adescata da Epstein attraverso le sue reti, nel 2022 pagò un indennizzo di importo non reso pubblico e s’impegnò anche a fare una “donazione sostanziale” a un’organizzazione di beneficenza per vittime di abusi. Sebbene l’accordo non implicasse un’ammissione di colpa, l’ex principe rilasciò una dichiarazione legale in cui esprimeva “dispiacere” per la sua associazione con Epstein, senza però riconoscere specificamente le accuse della Giuffre.
In seguito a queste gravi accuse, il 13 gennaio 2022 la Regina Elisabetta II gli aveva revocato il trattamento pubblico di “Altezza Reale” togliendogli i gradi militari di cui era stato insignito.
Il 17 ottobre 2025 Andrea aveva rinunciato al suo titolo di Duca di York, mentre il successivo 30 ottobre Re Carlo III gli aveva tolto il titolo di principe. Sei settimane dopo gli era anche stato revocato il titolo di 
vice admiral.
Questa triste vicenda è culminata con l’arresto del 19 febbraio, anche se l’ex principe è stato poi rilasciato 12 ore dopo, al momento non è incriminato né formalmente accusato, ma resta sotto indagine.

L’ultimo caso di arresto di un reale inglese

Per vedere un reale inglese arrestato bisogna risalire al lontano 1647, quando il Regno Unito non esisteva ancora, in quanto Scozia e Inghilterra erano Stati distinti, anche se la Dinastia degli Stuart li governava entrambi.
In quell’anno, in piena Guerra Civile Inglese, il 3 gennaio Re Carlo I venne arrestato e il 30 gennaio del 1649 venne decapitato.
Il sovrano, salito al trono nel 1625 dopo la morte di suo padre Giacomo I, convinto di regnare per diritto divino, entrò ben presto in conflitto con il parlamento che cercando di limitare il suo potere, nel 1628 gli impose la Petition of Right, con la quale chiedeva il riconoscimento di alcuni fondamentali diritti, tra cui l’inviolabilità personale e la necessità del consenso del parlamento per l’imposizione di nuove tasse e imposte. Questa Carta, diventata uno dei fondamenti del costituzionalismo britannico, poneva anche limiti al controllo del re sull’esercito, interveniva contro gli arresti arbitrari, contro il ricorso alla legge marziale e l’acquartieramento forzato di soldati nelle abitazioni private.
L’anno seguente Carlo dissolse il parlamento e governò per undici anni senza il suo consiglio, imponendo nuove tasse e cercando di uniformare la pratica religiosa in Inghilterra e Scozia.
Si crearono nuove tensioni che nel 1642 portarono allo scoppio della Guerra Civile Inglese; la popolazione era divisa tra sostenitori del re e sostenitori del parlamento. Il monarca controllava la parte nord e ovest dell’Inghilterra, le cui maggiori città erano Nottingham e Oxford, mentre il parlamento teneva Londra e le regioni a sud-est, per poi estendere il suo controllo fino a York.
Il 14 giugno 1645 con la Battaglia di Naseby le truppe del re furono annientate ed il sovrano cercò rifugio presso i suoi precedenti nemici, gli scozzesi, i quali il 3 gennaio 1647 lo consegnarono allo schieramento opposto. Riuscito a fuggire sull’isola di Wright, fomentò una rivolta con l’appoggio degli scozzesi, ai quali aveva promesso di imporre come religione ufficiale in Inghilterra il presbiterianesimo per tre anni di prova, ma la successiva vittoria del parlamento nella Battaglia di Preston dell’anno seguente segnò la sua sorte. Carlo I fu nuovamente arrestato e trasferito al Castello di Hurst, per poi essere spostato in quello di Windsor.
Accusato di alto tradimento verso il popolo inglese, il 30 gennaio 1649 fu condotto al patibolo eretto davanti al Palazzo di Whitehall a Londra, dove venne decapitato.
Con la sua morte l’Inghilterra fu dichiarata una repubblica sotto la guida di Oliver Cromwell e del parlamento. Iniziò un periodo tumultuoso e di grande instabilità, in quanto la monarchia rimaneva un’istituzione profondamente radicata nella società inglese.
Nel 1660 venne ripristinata la monarchia e il figlio di Carlo I, Carlo II, venne richiamato sul trono.
Il sovrano decapitato è ricordato anche per essere stato un grande mecenate che possedeva una delle collezioni d’arte più ricche e ammirate d’Europa; il suo pittore favorito era Tiziano.
Se nel Seicento la causa della fine della monarchia era stata la guerra, oggi quest’istituzione, fondata sul diritto divino, rischia di crollare sotto il peso di indicibili peccati terreni.

ANDREA CARNINO

Quando Angela Luce disse: doveva venire una ragazza del nord per scrivere Ragazza del sud

Sanremo raccontato dai protagonisti

Quando Angela Luce disse: doveva venire una ragazza del nord per scrivere Ragazza del sud e fregare una napoletana” / Oggi Napoli, e non solo Napoli, piange la sua Divina. È mancata Angela Luce. Nata come cantante a soli 14 anni, è poi passata al teatro con Eduardo che la definì “una forza della natura”, lavorato con Peppino De Filippo, Nino Taranto e Totò ed è stata diretta al cinema dai più grandi registi italiani: da Visconti, Pasolini, Zampa, Comencini a Martone e Avati.

Ha partecipato ad un solo Festival di Sanremo, classificandosi seconda con l’intenso brano “Ipocrisia”, nel 1975, alla venticinquesima edizione della manifestazione, vinta dalla torinese Gilda Scalabrino con “Ragazza del sud” che ricorda la verve e l’ironia incredibile di Angela Luce quando “nel momento in cui venne ad abbracciarmi dopo la vittoria mi disse in napoletano: “doveva venire una ragazza del nord per scrivere Ragazza del sud e fregare una napoletana”. Nel 1975 partecipa al Festival anche la quindicenne torinese Antonella Bellan, interprete del brano “Lettera” che vede tra gli autori un’altro torinese, Pier Benito Greco, il suo scopritore, che la ricorda come una donna bellissima: “Angela Luce aveva un fascino indiscutibile e l’energia da vera donna del sud oltre ad avere una bravura e presenza scenica da vera regina. Fare teatro aiuta molto.

 

La differenza di età unita al fatto che io ero giovanissima però non ha aiutato la conoscenza diretta. Nel photocalling fuori dal Salone delle feste del Casinò era molto richiesta da fotografi e giornalisti anche perché era uno dei pochi nomi conosciuti quell’anno tra i cantanti, insieme a Rosanna Fratello che arrivò seconda a pari merito con lei.”

Igino Macagno

“Disneiamo”, teatro frizzante e interattivo

domenica 22 febbraio – ore 16.30

TEATRO CARDINAL MASSAIA – Torino

Il progetto artistico che porta sul palco la magia delle storie e delle favole più amate Disney, trasformandole in uno spettacolo musicale dal vivo, frizzante e interattivo,

per un’esperienza unica e indimenticabile adatta a tutte le età. Data inclusa nella rassegna “Merenda a teatro”.

Sul palco un cast di artisti di fama nazionale, da Pietro Ubaldi a Stefano Bersola e da Giulia Ottone a Giorgia Vecchini.

 Dentro la conchiglia

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

In via dei Mercanti 8, all’angolo con via Barbaroux e a pochi passi dal cuore monumentale di Torino, si trova una bottega che appare come una fenditura temporale, un ricco e strano acquario di memorie aggrovigliate: una teca di nostalgie, usanze, desideri, passioni e incubi sopravvissuti ai loro proprietari o sottratti al macero.

Il termine più azzeccato per definire ciò che si intravede dalle vetrine scenograficamente allestite è quello di wunderkammer, un termine che risuona a secoli di distanza dalla sua nascita come una piccola epifania.

Tra la fine del Quattrocento e il Seicento si assiste a un momento in cui il reale sembra espandersi: nuove scoperte geografiche, rivoluzioni scientifiche, nuovi strumenti ottici.
L’Europa scopre tangibilmente che le cose sono più vaste e più inquietanti di quanto immaginasse.

Collezionare significa allora anche contenere l’angoscia dell’infinito: comprimere il mondo in una camera delle meraviglie come atto di potere simbolico.
È la stessa pulsione che porta a fabbricare un mappamondo, a sezionare un corpo anatomico, a progettare un sottomarino capace di penetrare gli abissi: imporre il controllo sull’immensamente grande e l’immensamente piccolo.

Dunque il collezionista, per quanto possibile, raccoglie le propagazioni di grazia dall’esterno per aprirsi un nascondiglio fuori dai marciapiedi del mondo e dalla loro mascherata di passi irruenti e insensati.

La bottega di via dei Mercanti si chiama Nautilus Antiques, come il mollusco dalla logaritmica conchiglia a spirale che occupa nuove camere man mano che cresce ma anche riferendosi alla futuristica imbarcazione di Ventimila leghe sotto i mari di Jules Verne, capace di bucare baratri e ghiacci: in essa una civiltà sommersa rifiuta la superficie e vive in saloni illuminati da elettricità segreta, biblioteche, organi musicali, strabilianti bacheche marine.

Il collezionista cerca quindi di trattenere frammenti di eternità, nel caso specifico del Nautilus, anche di condividerli.

Il proprietario è Alessandro Molinengo, ingegnere elettronico che lavora per una ditta che produce valvole cardiache. In parallelo ha coltivato la sua passione per il collezionismo che trova il suo albore, quando, da bambino, raggruppava piccoli oggetti come tappi di bottiglia per poi, poco più tardi, verticalizzare nella raccolta di antichi ferri da stiro.

Ci incontriamo nella sua bottega un giovedì sera, che lui ha riempito secondo una logica stratificata più che lineare. Un caos profondamente ordinato in cui regna una gerarchia visiva che richiama quella museale o di un allestimento scenico teatrale.

È un uomo dall’aspetto rassicurante Alessandro, alto e asciutto, dallo sguardo gentile e curioso dietro un paio di occhiali dalla montatura semplice.

È accogliente, di quell’ospitalità tipica di chi non manca di empatia: nelle varie occasioni in cui ho visitato la bottega lascia passeggiare tra le sue collezioni senza invadere con la sua presenza, a patto che tu non sia curioso su qualche oggetto, solo allora ti lascia carpire la sua passione nel mentre racconta e descrive, come un confessore un po’ spifferone del suo manufatto.

I prezzi sono tendenzialmente alti, a volte da capogiro: non è un luogo di consumo il Nautilus. Dopotutto con l’acquisto è come se stessi sottraendo un capitoletto a un libro.
Ma ho come la sensazione che se davvero si è interessati a uno dei suoi “articoli”, un accordo lo si può trovare.

Mentre chiacchieriamo mi sento immerso in un carosello di immagini che m’inonda gli occhi, un valzer visivo simile ad un mise en abyme: globi cartografici, manichini sartoriali con teste da modisteria, scheletri osteologici umani e animali, preparati tassidermici, tavole anatomiche murali, litografiche, busti neoclassici in gesso, maschere teatrali popolari, marionette, stendardi confraternali ricamati, crocifissi, ex-voto, bastoni pastorali e aste processionali intagliate, insegne commerciali dipinte, strumenti scientifici d’epoca, ephemera funeraria, teratologie corporee di ogni tipo, strumenti di tortura, iconografie devozionali, fotografie d’archivio, arte antica naïf e potrei andare avanti per molto ancora.

Ma non cadete in inganno per l’assetto quasi post-apocalittico della disposizione degli oggetti e dalla loro natura: il macabro qui è solo un caso o un equivoco.
La superstizione e i talismani sono per Alessandro (agnostico) interessanti in quanto dati sull’umanità, micro-difese psicologiche contro il nulla, di certo non come gesti vissuti.

Il suo è più un animo romantico: l’algebra lineare e la geometria differenziale, di cui si serve per costruire i dispositivi valvolari cardiaci, si integrano con una sensibilità umana profonda che vede in un cuore anatomico stilizzato in argento, pegno di una grazia ricevuta, una struggente miniatura del dolore e della salvezza; in parole povere una storia.

Chi compra una mappa nautica consunta non desidera solo carta e inchiostro, bensì la prova tangibile che l’orientamento è concepibile. Che qualcuno, prima di lui, ha temuto il mare e lo ha misurato.

Il filo conduttore che lega tutta la sua collezione è proprio l’attenzione per le vicende che hanno portato l’oggetto a prendere forma, a farsi urgenza manifesta.

Se molte cose che conserva portano l’ombra superficiale del raccapricciante è perché il dolore lascia impronte più profonde della gioia.
Come la disciplina storica è massimamente un focus sui patimenti umani: cicatrici su cicatrici.
L’uomo ha sempre cercato di fissare l’irrimediabile, di incorniciare e sublimare l’angoscia.
Quando si è felici ci si gode la felicità.

Per questo nella sua orbita possono entrare anche reperti estremi, fatture a morte, feti in formaldeide, cilici.
Uno dei suoi oggetti, esteticamente poco accattivante, ma che porta con sé una storia che parla della nostra specie con la precisione di un atlante di psicologia, è una siringa battesimale utilizzata per benedire il feto all’interno dell’utero prima di procedere con l’aborto.

Al di là di un’istintiva reazione repulsiva iniziale, è un oggetto che trattiene dati antropologici e sentimentali giganteschi.

In chiusura della nostra conversazione Alessandro mi rivela che salverebbe, da un ipotetico fuoco disintegratore, un particolare cuore votivo trovato su Ebay: datato 1600 e proveniente dal Sudtirolo, area geograficamente molto circoscritta, è un ringraziamento per un parto travagliato con esito felice.
La sua peculiarità è che si presenta come una palla di legno trafitta da numerosi chiodi: a prima vista appare come la rappresentazione di una mina nell’atto di esplodere.

Invece il legno rappresenta l’utero, i chiodi il dolore del parto.

Un’altra storia, altre immagini ti si spalancano dinanzi, volti, relazioni, speranze, dubbi.
Tra amore e morte, come una venere anatomica: un’estasi da Santa Teresa d’Avila allargata su una cruda e complessa anatomia.

Gianduiotto d’Oro a Tommaso Cerno, all’EnjoyBook una storia di libertà 

Nella serata di giovedì 19 febbraio, presso il teatro Juvarra, è andato in scena il terzo appuntamento, dei sette previsti, della rassegna EnjoyBook, promossa da Marco Francia, Maurizio Conti e Cristiana Ferrini.

L’incontro con Tommaso Cerno, già direttore responsabile del quotidiano Il Tempo, de L’Espresso, condirettore di Repubblica e che dall’inizio di dicembre scorso ha assunto la direzione de Il Giornale, non ha deluso le aspettative. Il talk, moderato dall’ inviato Mediaset Marco Graziano, bravissimo nel far emergere con leggerezza i temi della serata, ha avuto come ospite anche Vladimir Luxuria, che ha dialogato con Tommaso Cerno su alcuni temi fondamentali nella nostra società: il valore di rappresentare se stessi per ciò che si è, senza compromessi, se non quello della verità, il significato di viaggiare “controcorrente”, la censura e il tradimento, soggettivo e politico, in un continuo stimolo che Tommaso Cerno approfondisce nel suo libro “Le ragioni di Giuda: quando il tradimento ideologico diventa un atto di libertà”, in uscita il 10 marzo prossimo per l’editore Rizzoli, nel quale impone una riflessione su cosa davvero sia il tradimento, se una colpa morale opportunistica o un estremo atto di libertà, quale confine separi il “vendere l’anima” dalla salvezza dello spirito. Partendo dalla controversa figura di Giuda, Cerno indaga sul senso del tradimento in quanto gesto umano fondamentale: nella fede, nell’amore, nell’ideologia, nell’appartenenza. Un libro che non offre assoluzioni né provocazioni gratuite, ma rivendica il diritto al dubbio, alla contraddizione, alla disobbedienza del pensiero, in cui il tradimento non è sempre una resa, ma anche l’unico modo, talvolta, per non tradire se stessi.

Tommaso Cerno e Vladimir Luxuria hanno portato sul palco un dibattito divertente poiché profondamente onesto, colto, ironico e pieno di connessioni con la grande letteratura e il mito: i lettori appassionati degli immortali testi inglesi e francesi avranno potuto notare, tra le righe, importanti rimandi al “De Profundis” di Oscar Wilde, quando il piano del discorso ha assunto connotati intimi nelle parole di Vladimir Luxuria, oppure a “L’immoralista” di André Gide, quando a prendere la parola è stato Tommaso Cerno, nell’ampio concetto universale del vivere “controcorrente” per guardare avanti e proiettarsi verso il futuro, dell’essere orgogliosamente percepiti “sbagliati” in quanto teste autonome e pensanti, anticonformiste per natura. D’altra parte, se ci pensiamo bene, la letteratura è il coraggio del dubbio, una lettura differente rispetto alle verità imposte, da qualsiasi parte esse provengano. Questo aspetto sembra emergere fortemente in Tommaso Cerno, che interpreta il suo ruolo di giornalista servendo l’informazione nel modo più nobile, escludendo ogni tipologia di pensiero contraffatto.

“Detengo un record – ha raccontato Tommaso Cerno – quello di essere l’unico giornalista italiano ad aver diretto un giornale fondato da Eugenio Scalfari e un giornale fondato da Indro Montanelli, una cosa che fino a dieci anni fa era considerata impossibile. Scalfari e Montanelli avevano in comune l’essere due persone totalmente libere nel loro giudizio. Scalfari fondò l’Espresso ispirato da una storia d’amore vissuta a Parigi, in gioventù fu un grande amatore, e nel suo fare giornalismo potevamo trovare lo stesso senso di libertà e la stessa passione richiesti per fare bene l’amore. L’Espresso è stato il giornale ‘corsaro’ per eccellenza. Montanelli, invece, era un gigante fra i giganti del giornalismo, lavorava al Corriere della Sera, il giornale che si tramanda di generazione in generazione, quotidiano che fu un pilastro dell’Italia intera, ma a un certo punto decise di andare via e fondò, nel 1974, il Giornale nuovo (che dal 1983 in avanti divenne il Giornale), dandogli un orientamento fortemente liberale, indipendente dalle linee dei partiti politici. All’Espresso mi scelsero perché io rappresentavo quello ‘sbagliato’, quello che sapeva ragionare con la propria testa, che poi è il vero significato del termine ‘controcorrente’: nuotare con la forza delle proprie idee guardando al futuro”.

“Durante tutta la mia carriera – ha continuato Tommaso Cerno – ho seguito questi principi liberali con estrema serietà. La libertà di potermi esprimere secondo il mio pensiero, senza ‘influenze’ esterne, mi ha permesso di leggere il mio Paese attraverso una lente critica che al tempo mi portò a difendere la satira di Charlie Hebdo (in riferimento alla vignetta riguardante il terremoto che colpì Amatrice) e che mi porta oggi ad affermare che il germoglio di una società libera lo vedo più a destra che a sinistra”.

“Io ho avuto da piccola la sindrome del salmone – ha raccontato con dolcezza e ironia Vladimir Luxuria – mi sono sentita controcorrente rispetto ai miei compagni di scuola, ai miei cugini e ai miei amici perché stavo sviluppando un’identità di genere differente. Già da ragazzina ero visibilmente diversa rispetto ai miei coetanei, però non ho mai smesso di nuotare, neanche di fronte all’impeto della corrente, e oggi posso dire di essermi trasformata in una persona serena, tranquilla e in pace con me stessa. Il nome Vladimir significa ‘la potenza della pace’, e sento di portarlo con maggior senso di appartenenza e orgoglio rispetto all’altro Vladimir…”

“Le parole di Vladimir sono belle perché vere – ha commentato Tommaso Cerno – che è anche il tema della serata: è controcorrente chi dice la verità senza pensare troppo alle conseguenze. Io e Vladimir, in maniera apparentemente diversa, facendo cose differenti, rappresentiamo in Italia due menti libere, e ora che ci stiamo conoscendo meglio riesco a percepire in lei una potenza e un’intensità che ho visto in pochissimi italiani”.

A Tommaso Cerno è stato consegnato il Gianduiotto d’Oro, assegnato nell’ambito della rassegna EnjoyBook.

Giovedì 5 marzo, al teatro Juvarra, Emanuele Filiberto di Savoia sarà l’ospite di EnjoyBook per l’incontro dal titolo “Identità Reale”. I biglietti sono acquistabili su Mailticket al costo di 33 euro, di cui 3 saranno devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro

https://www.mailticket.it/rassegna-custom/301/enjoybook-2026–storie-di-libert%C3%A0-e-visione

Gian Giacomo Della Porta

“365 Oscar Mondadori”… quando i libri si pagavano ancora in “lire”

Al “Circolo dei lettori” di Torino, si presentano, in un gradevolissimo “libro illustrato”, sessant’anni di storia della grande editoria italiana

Lunedì 23 febbraio, ore 18,30

Che nostalgia! Quanti anni sono passati. Ero ancora un ragazzotto, un abbastanza studioso “pivello” (o “pischello” direbbero a Roma) e frequentavo a Torino il mitico “Istituto Rosmini” – oggi sede del “Corso di Laurea in Infermieristica” dell’Università subalpina – sito nell’omonima via dedicata al sacerdote – filosofo (“beatificato” da Papa Benedetto XVI nel 2007) roveretano. Andavo bene a scuola, benissimo a tirar di palla nel cortile affacciato alla via Nizza e avevo un sogno: crearmi in un angolo dell’alloggetto in cui vivevo con mamma e papà al civico 17 della vicina via Bidone, una mia piccola casalinga “biblioteca”. Già, amavo tanto leggere. Ma i soldini che circolavano in casa non arrivavano quasi mai a soddisfare quel tanto di “superfluo” che andasse oltre il necessario tran tran del vivere quotidiano. Fu per me, quindi, una grandissima gioia, scoprire un bel giorno nella vetrina della solita “Cartolibreria” vicina a casa, in via Saluzzo, l’uscita di piccoli “grandi” libri a prezzi (con qualche mio personale sacrificio) finalmente abbordabili. Correva l’anno 1965. Circolavano ancora le lire (l’“euro” era lontano) o, al più, i “gettoni telefonici” usati, oltre che nelle cabine (quelle tante che ancora oggi resistono inutilmente!) per chi ancora non disponeva della comodità di un telefono casa, come equivalenti delle monete di piccolo taglio e di piccolo valore. Ebbene, quei libri tanto desiderati e “assaporati” , naso incollato a quella vetrina da sogno (come un bimbo goloso di fronte agli irresistibili dolci di una “signora” pasticceria) costavano, allora, la cifra “da non crederci” di 350 lire (a fronte del costo medio che si aggirava, in quegli anni, per le opere di Narrativa intorno alle 1800 lire), l’equivalente di un biglietto per il cinema. Sconvolgente!

Ma che libri erano mai? Erano i primi nati della celebre Collana “Oscar Mondadori”, prima Collana italiana di “libri tascabili” (o “libri – transistor”slogan coniato dal poeta Vittorio Sereni, che alla Collana lavorava con Alberto Mondadori, figlio del grande Arnoldo) venduti, per la prima volta in Italia anche nelle edicole.

L’abbiamo detto, correva l’“Anno Domini” 1965. E oggi, in occasione del 60° anniversario di quella “benedetta invenzione”, la “Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori” presenta a Torino al “Circolo dei lettori e delle lettrici” (via Bogino, 9) “365 Oscar Mondadori”, il secondo annuario della Collana “365”, a cura di Arianna Gorletta (dal 2015 impegnata nell’“heritage” della “Fondazione”) e Livia Satriano (responsabile della pagina “Instagram” libribelli_books, seguita da oltre 43mila utenti).

L’appuntamento, in programma lunedì 23 febbraio (ore 18,30), si inserisce in “Dialogo aperto”, la Stagione 2025/2026 della “Fondazione Circolo dei lettori”.

Dopo il successo di “365 Telegrammi”“365 Oscar Mondadori” intende celebrare la storia della collana che ha, davvero, rivoluzionato l’editoria italiana, proponendo una selezione di 365 copertine a colori tratte dai 13.431 titoli pubblicati tra il 1965 e il 2025.

Ogni copertina racconta non solo i bestseller e i grandi illustratori come l’alassino Ferenc Pintér o il milanese (“Uomo del cerchio”Carlo Jacono o l’olandese Karel Thole, ma anche “le trasformazioni della grafica, del gusto e del costume dell’Italia negli ultimi sessant’anni”.

Ma, attenzione!, “365 Oscar Mondadori” non è solo un libro da leggere, ma un vero e proprio “catalogo storico illustrato”, il primo della storia, con l’elenco alfabetico completo di tutti i titoli “Oscar” pubblicati dal debutto della collana, il 27 aprile 1965, con “Addio alle armi” di Ernest Hemingway al prezzo di 350 lire (stampato in 60mila copie, tutte esaurite il giorno stesso dell’uscita), per arrivare alle “uniform edition” firmate da “graphic designer” di fama internazionale come l’irlandese Jack Smyth per Italo Calvino o alle copertine “anonime”, non firmate e prive di autore, e a quelle “rare”, subito sostituite o andate fuori catalogo.

A completare l’opera, 52 pagine di curiosità, aneddoti e numeri sulla storia dei “libri-transistor” che, fin dalla nascita, si rinnovano ogni settimana e durano tutta la vita. Ad esempio, come ci racconta il libro, sono 288 gli “Oscar” che contengono nel titolo la parola “amore” e 171 quelli con “guerra”121 é invece il numero dei romanzi dell’autrice più rappresentata negli “Oscar”: l’ineguagliabile Agatha Christie che batte Georges Simenon (83) e Italo Calvino (61).  Fra i titoli “leader” di mercato, nel corso degli anni e delle varie “sottocollane”: “Un amore” di Dino Buzzati, con 400mila copie vendute, per non dire del vero long-seller, a firma di Carlo Cassola,“La ragazza di Bube”446.800 copie vendute in sei anni.

Un “tuffo” nel “passato”. E in un “presente” che ancora ha tanto da apprendere e restituire in fatto di emozioni.

La prefazione è a cura di Giacomo Papi (scrittore, nonché “direttore dei contenuti” di “Fondazione Mondadori”) e Livia Satriano.

Per infowww.circololettori.it o www.fondazionemondadori.it

Gianni Milani

Nelle foto: Cover “365 Oscar Mondadori” e cover prime edizioni di “Addio alle armi” (Ernest Hemingway) e di “Poirot e i quattro” (Agatha Christie)

Riccardo Muti per Anteprima Giovani di Macbeth al Teatro Regio

Venerdì 20 febbraio, alle ore 20

Attesissimo ritorno del Maestro Riccardo Muti al Teatro Regio di Torino, sul podio dell’Orchestra e del Coro per dirigere il Macbeth di Giuseppe Verdi, melodramma in quattro atti su libretto di Francesco Maria Piave e Andrea Maffei, dall’omonima tragedia di William Shakespeare. Si tratta della quarta presenza del maestro al Regio in cinque anni, con uno dei titoli verdiani che più hanno distinto la sua carriera. Il nuovo allestimento, dal grande impatto visivo, e capace di immergere lo spettatore nell’inconscio del protagonista, è firmato dalla figlia Chiara Muti.
In scena, nel ruolo principale, Luca Micheletti, baritono e attore di straordinaria intensità scenica, sempre più assiduo frequentatore del repertorio verdiano, in scena affiancato dal soprano Lidia Fridman, nelle vesti di Lady Macbeth, soprano dalla voce incisiva e di grande presenza scenica, che torna al Teatro Regio dopo il ‘Ballo in maschera’ del 2024. In un cast d’eccellenza, figurano con loro il tenore Giovanni Sala, già applaudito nel ‘Don Giovanni’ del 2022, e Mahrram Huseynov, reduce dal recente successo della ‘Cenerentola’, mentre il Coro del Regio è istruito da Piero Monti. Le scene sono firmate da Alessandro Camera, i costumi da Ursula Patzak, la coreografia di Simone Valastro e le luci di Vincent Longuemare. L’opera, in coproduzione con il teatro Massimo di Palermo, andrà in scena per sei recite, dal 24 febbraio al 7 marzo prossimo, e tutte le date sono sold out. Questo nuovo Macbeth è stato reso possibile grazie al contributo di Reale Mutua, che rinnova il suo sostegno ai grandi progetti artistici del Teatro.

“Siamo davvero molto contenti di dare il benvenuto al Maestro Riccardo Muti per questo ritorno così gradito al Teatro Regio – ha dichiarato il Sindaco di Torino, Stefano Lo Russo – la sua presenza conferma in questa attesa produzione di Chiara Muti il ruolo del Regio come punto di riferimento per una proposta artistica di livello internazionale, ma anche di luogo in cui la città si conosce e si interroga su temi profondi e quanto mai attuali, come il desiderio di supremazia e la tirannia che la tragedia di Macbeth porta in scena”.

“Con Macbeth, la nostra stagione “Rosso” trova una delle sue espressioni più intense – afferma Mathieu Jouvin, Sovrintendente del Teatro Regio – l’opera di Verdi, ispirata a Shakespeare, mette in scena il conflitto tra desiderio di potere e responsabilità morale, in quella regione cruciale dell’anima dove ogni scelta lascia un segno. È proprio questa tensione, attuale e universale, che rende il ritorno al Regio di Riccardo Muti, con questo titolo, un momento di straordinario valore artistico, rinnovando un legame fondato su stima reciproca e altissima qualità musicale. Il Maestro Muti è un interprete che scava nella partitura, fino a restituire la verità teatrale più profonda, e Macbeth, opera che lo accompagna da tutta la vita, trova in lui una guida capace di coniugare tensione drammatica e lucidità musicale. La nuova produzione firmata da Chiara Muti, con uno sguardo che penetra lo spazio interiore del protagonista, e il confine instabile tra visibile e invisibile, indaga il dramma della coscienza e della percezione, dove bene e male si confondono. Si tratta di un allestimento che parla direttamente al nostro tempo, perché mette al centro la responsabilità individuale, il peso delle scelte e le conseguenze morali del potere. Con Macbeth il Regio conferma la propria vocazione di teatro che, attraverso la forza della musica e della scena, invita il pubblico a confrontarsi con le domande più profonde dell’essere umano”.

“Macbeth rappresenta uno dei vertici musicali e drammatici dell’intero repertorio verdiano, e occupa un posto centrale nella nostra stagione “Rosso” – dichiara Cristiano Sandri, direttore artistico del Regio – È un’opera che unisce forza teatrale, tensione psicologica e modernità di linguaggio, e che trova un’interprete d’elezione nel Maestro Riccardo Muti. Il suo ritorno al Regio con questo titolo rinnova un rapporto artistico profondo con l’Orchestra e il Coro, suggellato anche dalle parole che egli stesso rivolse ai nostri complessi fin dal 2021, riconoscendone l’eccellenza a livello nazionale. La regia di Chiara Muti affronta Macbeth come un viaggio nella coscienza, uno spazio mentale in cui colpe, visioni e desideri deformano la percezione della realtà. È uno sguardo teatrale intenso e contemporaneo, capace di restituire tutta l’ambiguità e la vertigine morale del dramma shakespeariano filtrato da Giuseppe Verdi. Siamo inoltre felici di presentare un grande cast, di alta qualità e dall’importante presenza scenica”.

Quando Verdi mise in scena Shakespeare nel 1847, trasformò la materia teatrale in materia visionaria, anticipatrice del suo linguaggio futuro. Macbeth è il più tenebroso. Una storia di potere e usurpazione resa fisica e concreta, dove il sangue e la colpa dilagano fino a travolgere, mentre l’avidità del male, che tanto affascinò Verdi, lettore di Shakespeare, mostrò le sue conseguenze più estreme.
Chiara Muti scava nei tormenti del protagonista e nel rosso più oscuro, quello del sangue versato per sete di dominio, della colpa che non si lava, del desiderio che si tramuta in condanna.

“Macbeth è il dramma dell’antitesi – come ha dichiarato Chiara Muti al quotidiano La Repubblica – in scena assistiamo a un capovolgimento di valori. Sotto i nostri occhi, l’eroe della storia da positivo diventa negativo: sceglie il male mascherandolo per un bene. Un Re da difendere si trasforma in un ostacolo da sormontare. Ecco la straordinaria lezione che racchiude il testo di Shakespeare, in cui le streghe, all’inizio del dramma, ci prendono per mano sussurrando una frase che custodisce la chiave di lettura: “bello è il brutto, brutto è il bello. Per sostenere emotivamente le conseguenze dei propri atti bisogna giustificare le scelte, quindi il bene diventa un male e un male diventa un bene. Macbeth non incontra le streghe, ma le genera, sono l’indicibile materia grigia del suo inconscio confuso, avvelenato da una febbre di onnipotenza”.

Venerdì 20 febbraio, alle ore 20, andrà in scena l’Anteprima Giovani del Macbeth, riservata al pubblico under 30. I biglietti per l’Anteprima sono disponibili a 10 euro fino a esaurimento posti.

Info: www.teatroregio.torino.it

Mara Martellotta