CULTURA E SPETTACOLI

Nichelino, Rewind al Teatro Superga

ADRIANA CAVA DANCE COMPANY E LA PIROUETTE DI GIORGIA MARTINA UNISCONO I TALENTI NELL’ARTE DI TERSICORE

Sabato 14 marzo alle 20,30 Adriana Cava Dance Company in scena con La Pirouette di Giorgia Martina: “L’altalena dei ricordi“ e “Note d‘autore“ le due performance sul palcoscenico nichelinese

Due passioni per la danza e la poesia uniscono le forze per creare uno spettacolo denso di sogni e di musiche famose e coinvolgenti: ecco la genesi artistica di “Rewind” in scena sabato 14 marzo alle 20,30 presso il Teatro Superga di Nichelino.

Nata da un’idea di due protagoniste della danza italiana come Adriana Cava e Giorgia Martina, la performance artistica fa il pieno di energia, trovando un punto d’incontro ma anche la luce di un progetto comune che esalta la bellezza e l’armonia della danza.

La prima parte dello spettacolo infatti, vedrà come protagonisti i ballerini de La Pirouette: la scuola di danza di Giorgia Martina andrà in scena con “L’altalena dei ricordi”, con le forme dei corpi in movimento che diventano strumento di bellezza in un susseguirsi di atmosfere allestite in un caleidoscopio di colori e ombre, reali o fiabesche: un viaggio nel passato, che ci porterà in un’atmosfera di altri tempi. I ricordi sbiaditi si coloreranno grazie a note variegate in un mix di stili che da lontano ci riportano al giorno d’oggi.

«La fantasia e il talento illumineranno il palcoscenico in un caleidoscopico insieme di colori – afferma Giorgia Martina, direttrice artistica de La Pirouette -, così come la danza nelle sue molteplici espressioni. Diciamo che il parallelo è presto fatto, per questo abbiamo scelto questo fil rouge per la prima parte dello spettacolo».

Giorgia Martina, diplomata insegnante di danza a Cannes, si dedica da oltre 20 anni alla promozione dell’arte coreutica. Ha danzato per numerose compagnie di rilievo sia in Francia che in Italia con Dance Concept, Teatro Nuovo e Teatro di Torino, partecipando a numerose tourneè internazionali. Membro del Cid, Conseil International de la Danse, fonda nel 2013 la scuola di danza “La Pirouette” per formare giovani allieve e allievi attraverso la danza classica, moderna e contemporanea.

La seconda parte di Insieme per la Danza sarà guidata dall’Adriana Cava Dance Company con lo spettacolo “Note d‘autore”, ideato da Adriana Cava. L’elemento principale sarà la scelta accurata di brani musicali di autori di qualità italiani e stranieri. La danza e la musica daranno vita a coreografie ricche di emozioni,di passione,di gioia e di spiritualità,che metteranno in risalto l’armonia dei corpi in movimento dei danzatori della Compagnia, interpreti di grande valore artistico ed espressivo.

«Uno spettacolo per sognare e rivivere le emozioni che solo la danza e la poesia sanno creare – spiega Adriana Cava, direttrice artistica della omonima compagnia -. Vogliamo donare speranza e gioia al pubblico dando spazio all’arte e alla cultura: è il nostro modo per dare il benvenuto alla primavera che ormai è alle porte».

Adriana Cava, danzatrice, insegnante e coreografa, ha saputo creare un suo stile caratterizzato da un elevato livello tecnico e da una grande espressività: ogni anno organizza numerosi spettacoli e rassegne che porta in tourneè in Italia e all’estero.

La Adriana Cava Dance Company è una delle più importanti realtà italiane nel settore della danza Jazz, una compagnia che esprime un’attenzione estrema alla qualità, alla professionalità, all’alto livello tecnico ed artistico insieme alla scelta musicale.

Per info e biglietti ci si può rivolgere alla segreteria de La Pirouette, cell 329/917.64.72: il costo è di 15 euro per i biglietti interi, 10 euro per i bambini fino a 10 anni di età.

In alternativa si possono contattare i seguenti indirizzi mail: jazzballet@virgilio.it, info@adrianacava.it oppure ancora chiamare la segreteria del Jazz Ballet, al numero telefonico 389/66.316.57, dal lunedì al giovedì dalle 16.30 alle 19.

Studenti torinesi: Giovanni Giolitti giobertino

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Torino e la Scuola

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7  Studenti torinesi: Giovanni Giolitti giobertino

C’era una volta una ragazzina che aveva capito che cosa le sarebbe piaciuto fare da grande. Un giorno la piccola tornò da scuola e disse ai genitori: “io voglio andare al liceo artistico!”, ma i due adulti presero la sua affermazione come una barzelletta, si misero a ridere e replicarono: “tanto tu andrai al classico”. Una storia breve, triste e autobiografica.
Difficile, se non impossibile, per me è scrivere questo articolo mantenendomi “narratore esterno”, senza raccontare della mia personale esperienza “giobertina” e senza ricordare gli aneddoti di quegli anni che, come mi è già capitato di dire, si vuole che passino in fretta mentre li si vive e li si rimpiange quando poi sono trascorsi.

Del “mio” Gioberti (ho conseguito la maturità classica nel 2009) ricordo le aule prive di LIM, odorose di gessetto da lavagna, rammento le pareti smunte, sulle tinte dell’ocra, i banchi rettangolari dotati di sottobanco, ossia quegli spazi perennemente ricolmi di fogli piegati, di carta delle merendine, di bigliettini dimenticati che mamma mia se fossero caduti all’improvviso! E poi l’armadio di classe, strabordante dei libri che non sempre riportavamo a casa e i grandi finestroni che si affacciavano sul cortile quadrato, che dall’alto mi ricordava quello di una prigione e ancora i lunghi corridoi e i caffè presi sul suono della campanella. “E”, “e”, “e” tante congiunzioni per un’infinità di momenti che non so se posso descrivere così apertamente.
Ma continuiamo con la storia della ragazzina inascoltata. La sventurata non rispose alla replica di mamma e papà, perché a tredici anni non è facile né essere presi sul serio, né rendersi conto di quanto sia importante la scelta della scuola superiore. L’ignara ragazzina obiettò che almeno voleva scegliere in quale liceo classico si sarebbe iscritta e, dopo qualche litigata, riuscì ad avere la meglio almeno su questo punto. Dopo un’attenta analisi di mercato l’inconsapevole tredicenne si convinse che il Gioberti sarebbe stata la sua opzione definitiva: scuola “politicizzata”, di fronte all’Università e le leggende che lo definivano “il più leggero tra i classici”, in cui si facevano autogestioni e manifestazioni a non finire. Così alla domanda: “Allora hai scelto il Gioberti?”, “la sventurata rispose”, e disse “si”.

Il liceo Gioberti è una delle più antiche istituzioni scolastiche presenti a Torino, la storia della scuola si intreccia non solo con quella del capoluogo piemontese ma anche con le trasformazioni politiche, sociali e legislative del Regno d’Italia. L’istituto nasce grazie alla politica sull’istruzione pubblica che prevede l’apertura di Ginnasi e Licei “governativi” o “regi”.
Per essere più precisi è utile ricordare la Legge Casati, che, nel 1859, codifica l’educazione umanistica in due successivi e distinti corsi di studi: il Ginnasio, corso inferiore della durata di cinque anni, detto di “Grammatica”, ed il Liceo, ossia un corso superiore triennale detto di “Filosofia”. Il 4 marzo 1865, sotto il Ministero Lamarmora, viene pubblicato il Regio Decreto n°229, con tale documento vengono istituiti i primi sessantotto licei classici del Regno d’Italia e ad ognuno di essi è assegnato il nome di un grande personaggio italiano. Tra questi sessantotto istituti compaiono il Liceo Cavour e il Liceo Gioberti, la cui denominazione celebra due eminenti protagonisti della nostra storia.

Le cose non accadono mai per caso: lo “spaventoso” Liceo Cavour nasce (almeno come titolazione) in contemporanea al Liceo Gioberti, un po’ come i “Sith” di Guerre Stellari che sono sempre in due.  La nascita dei Licei di Stato risponde al desiderio di favorire una convergenza di intellettuali intorno al nuovo Regno italiano; a sostegno di tale intento è anche istituita una “Festa Letteraria” da tenersi annualmente ogni 17 di marzo in tutti i Licei del Regno, con il nome di “Solennità Commemorativa degli illustri Scrittori e Pensatori Italiani.”
Una festa antica, forse col tempo caduta in disuso, almeno, da che ne so io, il 17 marzo noi “giobertini” non abbiamo mai festeggiato nulla, anzi, non ricordo che le feste fossero ammesse a scuola: comportano inutile dispersione d’energia e sottraggono tempo utile ai compiti in classe!

È opportuno precisare che le due istituzioni scolastiche prese in esame in realtà esistono già anche prima del 1865, ma sono conosciute con un altro nome. Il Liceo Gioberti è in origine il Regio Collegio di San Francesco da Paola, con sede nel complesso conventuale dei Frati Minimi, edificato a partire dal 1627 in Contrada Po, grazie alle ingenti donazioni di Maria Cristina di Borbone-Francia, (moglie di Vittorio Amedeo I di Savoia), e diretto a partire dal 1821 dai Gesuiti. Il Cavour, invece, in origine conosciuto come Collegio dei Nobili, è un’istituzione risalente al XVI secolo un tempo situato presso il convento del Carmine. Tra i licei, secondo quanto riportato nei documenti storici, il Gioberti è sempre stato l’istituto più frequentato. Chissà se tale moltitudine di scolari ha commesso un “errore di valutazione” simile a quello iniziale della ragazzina? E chissà quanti ignari studenti ancora si lasceranno ingannare dalle malelingue, iscrivendosi ad una scuola che per anni -proprio quelli in cui l’ho frequentata io- è stata considerata pari al Liceo Cavour, emblema assoluto della severità e del rigore?
Vorrei altresì ricordare, prima di proseguire con la storia della nostra fanciulla, che nel 1969, proprio il Liceo Gioberti, è stato sede della prima “Commissione Fabbriche” mai costituita in una scuola superiore italiana, anche citata nel film “Vento dell’est” di Jean-Luc Godard.

Torniamo a noi. La ragazza ben presto si rese conto che quella scuola non le calzava proprio a pennello, ma era anche evidente che non le sarebbe stato permesso cambiare corso di studi, quindi era meglio rimboccarsi le maniche e tapparsi il naso. “Tyche” venne in soccorso della studentessa e la inserì nel miglior gruppo classe che avrebbe mai avuto anche in futuro. I compagni erano proprio quelli “giusti” per affrontare quell’avventura. Con il tempo l’amicizia e la complicità limarono gli sforzi dello studio e le risate sommesse – mai durante l’ora di greco- resero la prova sopportabile. Ma voi che siete lettori curiosi vorrete sapere qualche dettaglio in più. Da narratore onnisciente posso dirvi che c’era un’insegnate temutissima, che si mostrò per la primissima volta a noi studenti durante un intervallo, asserendo che già tutti dovevano sapere chi fosse e che il giorno dopo si sarebbero corretti i compiti delle vacanze. Va da sé che in quelle ore di lezione a stento si respirava. Vi era poi un’altra docente, tanto preparata ma non sempre precisa, che alla lavagna era solita scrivere “parola importante” anziché il termine o il nome che sarebbe stato meglio ricordare. Vi posso dire che alla spocchia del primo anno corrisposero altre interrogazioni svoltesi in clima più disteso, addirittura mangiando caramelle e “chupa-chups” oppure versioni così commentate: “bella storia ma non è quella che c’è scritta qui”.

Vi posso raccontare di un “maiale volante” appeso al soffitto, comprato grazie ad una colletta di classe proprio come “mascotte” porta fortuna. E quanto ci sarebbe ancora da dire. Quanti pianti fece la mattina la ragazzina mentre andava a scuola, quante notti passò a studiare per poi prendere talvolta solo delle misere sufficienze, quante sconfitte ma anche quante vittorie. E quante rinunce: inconciliabile con l’intensità dello studio la scuola di danza, che ha dovuto lasciare proprio quando stava imparando a ballare sulle punte. Le scarpette rosa rimasero un ricordo riposto in solaio.

Ma noi abbiamo anche un altro discorso da portare avanti, quello degli storici studenti torinesi: tra i tanti coraggiosi che affrontarono i temibili professori del Gioberti (allora Ginnasio San Francesco da Paola di Torino) ci fu niente meno che Giovanni Giolitti (1842-1928), il grande politico italiano, più volte Presidente del Consiglio dei Ministri.
Nel 1901, Vittorio Emanuele III affida l’incarico di formare il governo a Giuseppe Zanardelli, uno dei principali esponenti della Sinistra; nel 1903 Zanardelli, dopo aver concesso un’amnistia ai condannati politici e aver ristabilito una libertà di associazione, seppur limitata, si ritira dall’incarico a causa di una malattia. Nello stesso anno viene chiamato a capo del governo Giovanni Giolitti, ministro dell’interno; egli tiene la carica per quasi dieci anni, periodo comunemente definito “età giolittiana”. Giolitti, liberale ed esponente della Sinistra Costituzionale, si preoccupa di unire gli interessi dei proletari con quelli dei borghesi e degli operai, a tal proposito si dimostra abilissimo nel riuscire a trovare un neutrale equilibrio tra le varie forze in gioco, infatti da una parte favorisce l’industria e dall’altra promuove la legislazione sociale. Giolitti sostiene che lo Stato deve essere “super partes” rispetto agli interessi delle varie fazioni. Non a caso si può definire la parentesi giolittiana democratica e liberale.  L’intelligente perizia politica, nonché la dirittura morale, dello statista è testimoniata anche dall’ampio spazio che egli concede alla libertà di sciopero e dal modo in cui riesce a mantenere l’ordine pubblico durante le varie manifestazioni, in modo perentorio e vigilato, ma sempre evitando repressioni violente.

Nel corso del decennio dell’”età giolittiana”, egli perfeziona la legislazione in favore dei lavoratori più anziani e degli invalidi, emana nuove norme sul lavoro per le donne e per i lavoratori giovanissimi, inoltre estende l’obbligo dell’istruzione elementare fino al dodicesimo anno d’età. Giolitti favorisce poi l’attuazione di migliori retribuzioni stipendiarie, accrescendo così le possibilità di acquisto delle classi lavoratrici. Da ricordare anche gli interventi nel campo sanitario, come la distribuzione gratuita del chinino contro la malaria, e l’intenso programma di lavori pubblici, che comporta la nazionalizzazione della rete ferroviaria. Uno dei provvedimenti più importanti del governo Giolitti è l’estensione del diritto di voto: secondo la nuova legge del 1912 vengono ammessi al voto tutti i cittadini di sesso maschile purché abbiano compiuto 21 anni, se in grado di leggere e scrivere e con servizio militare svolto, o 30 anni, se analfabeti e non chiamati sotto le armi. Il numero degli elettori sale così da tre milioni e mezzo a otto milioni e mezzo su un totale di 36 milioni di persone.

Mi sento di poter dire che forse un po’ dell’integrità d’animo di Giolitti derivò sicuramente dai suoi studi liceali, anche se non fu proprio uno scolaro modello, come racconta egli stesso.
Ho voluto un po’ ironizzare in questo articolo che più di altri sento “mio”, ma ora siamo seri: la formazione che ho ricevuto è senza dubbio impareggiabile, quegli anni di duro lavoro, di sforzi e di rinunce e di crescita intellettuale mi hanno aiutato ad affrontare le prove successive e mi hanno effettivamente dato quella “formazione classica che apre tutte le porte”.
Com’è finita la storia della ragazzina? Beh ora la fanciulla (è ormai chiaro che sto parlando di me) è cresciuta, ha realizzato il suo sogno di frequentare l’Accademia di Belle Arti e ricorda un po’ in filigrana i bei momenti passati, quelli che l’hanno aiutata a superare le difficoltà che all’epoca sembravano così insormontabili. La ragazza ancora pensa a quel laboratorio liceale pomeridiano che l’ha portata a fare teatro di strada a Mentone e che in un qualche modo l’ha supportata nella scelta del percorso universitario. Pensa alla cara insegnante di educazione fisica che dirigeva il corso, che spesso sul palco la prendeva in braccio e la faceva volare come “Il Gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach. Il “mio” Gioberti è sempre lì, in centro, con le pareti tappezzate di manifesti politici rattrappiti dall’umidità, e ora ammetto che l’unico modo che ho trovato per superare i miei traumi adolescenziali è stato quello di intraprendere, a mia volta, la bella carriera di insegnante.

Alessia Cagnotto

Camaleontika, cinque appuntamenti tra aprile e dicembre 

Dopo la conclusione dell’ultimo triennio sostenuto dal circuito teatrale regionale e una campagna di raccolta fondi che ha coinvolto pubblico e territorio, la rassegna teatrale Camaleontika torna ad Almese con i cinque appuntamenti della sua dodicesima edizione, che si svolgerà tra l’11 aprile e il 12 dicembre 2026. Camaleontika, organizzata da M.O.V. – Moderne Officine Valsusa e dalla compagnia Fabula Rasa all’Auditorium Magnetto di Almese, con il convinto e costante sostegno del Comune di Almese, che ha rinnovato anche per il 2026 il proprio impegno a favore del progetto culturale, si presenta in una nuova veste, più raccolta ma non meno significativa, frutto di una scelta condivisa e di un rinnovato patto tra organizzatori, amministrazione e comunità. Con la conclusione del triennio sostenuto dal circuito Piemonte dal Vivo, e non essendo rientrata nel nuovo bando triennale regionale, la rassegna ha scelto di ripensare il proprio assetto organizzativo, attivando una campagna pubblica di sostegno che ha coinvolto spettatori, cittadini e realtà del territorio. La raccolta fondi, conclusa il 31 gennaio 2026, insieme al rinnovato sostegno dell’Amministrazione comunale, ha permesso di garantire la continuità del progetto, costruito in undici anni di attività e più di cento titoli ospitati, dimostrando concretamente quanto Camaleontika sia percepita come un bene culturale condiviso. Un segnale importante che ha ribadito la centralità della rassegna come spazio di comunità. Fin dalla sua nascita, Camaleontika ha concepito e promosso il teatro non soltanto come proposta artistica, ma come strumento di crescita culturale, sociale e civile, capace di favorire incontro, riflessione e pensiero critico. La dodicesima edizione si articolerà in cinque appuntamenti capaci di attraversare musica, teatro contemporaneo, teatro-circo e narrazione contemporanea, mantenendo l’attenzione ai linguaggi del presente che hanno sempre caratterizzato la rassegna. Ad aprire la stagione, l’11 aprile 2026, sarà il concerto “Progetto Faber – Le Nuvole”, omaggio a Fabrizio De André, nato nel 2024 in occasione dei 25 anni dalla sua scomparsa. Sul palco la BBB Band, formazione ufficiale composta da Rosa Marchetto, Andrea Bona, Ivano Pincelli, Roberto Bertinetti, Gianni Lucco Castello, Teo De Angelis e Pieraldo Bona, affiancata da giovani musicisti coinvolti nel progetto, per un concerto che intreccia memoria, impegno e condivisione.

Il 23 maggio sarà la volta di “Dal Sottosuolo Underground”, spettacolo scritto e interpretato da Barbara Mazzi e Francesco Gargiulo, con consulenza artistica di Marco Lorenzi e drammaturgica di Enrico Pastore, prodotto da A.M.A. Factory in coproduzione con Teatro Libero di Palermo nell’ambito del progetto Fahrenheit 2020 #ArtNeedsTime, ideato da Il Mulino di Amleto e ispirato al celebre romanzo “Memorie dal sottosuolo” di Fëdor Dostoevskij. Lo spettacolo si compone di due atti unici che indagano solitudine, scelte etiche, dolore e rinascita, restituendo un teatro intenso e fisico.

Dopo la pausa estiva, l’Auditorium Magnetto ospiterà, il 10 ottobre prossimo, il concerto dei Real Tune, gruppo vocale a cappella nato a Torino, formato da Martina Tosatto, Linda Misuraca, Eva Pagliara, Paolo Dolcet, Davide Motta Frè e Federico Zappino. Cinque voci e un beatboxer danno vita a un repertorio italiano e internazionale interamente riarrangiato, dove la voce diventa orchestra e sperimentazione armonica.

Il 7 novembre spazio al teatro circense con “Juliet”, di e con Stefano Marzuoli, per la regia di André Casaca e la produzione di Teatro C’art. Si tratta di una rilettura in chiave comica e poetica di Giulietta attraverso lo sguardo del clown, che trasforma la tragedia shakespeariana in un racconto di innocenza, amore e fragile umanità.

La stagione si concluderà il 12 dicembre con “Freevola confessione sull’insostenibile bisogno di ammirazione”, di e con Lucia Raffaella Mariani, con l’assistenza alla regia e la drammaturgia di Lorenzo Maragoni e la consulenza al movimento scenico di Erica Nava. Una produzione di Trento Spettacoli, con il sostegno di Potenziali Evocati Multimediali, che affronta con ironia e lucidità il conflitto tra sguardo sociale e identità femminile, in un monologo generazionale potente e attuale. La direzione artistica è a cura di Beppe Gromi, insieme a Katia Bolognesi, Valeria Fioranti, Giuseppina Momblano e Francesca Zitti.

Info e biglietti: intero 12 euro – ridotto speciale 2 euro (associati M.O.V. – Moderne Officine Valsusa) Prevendite online: https://ticketitalia.com/teatro/camaleontika-2026 Per acquisto biglietti in teatro, è consigliata la prenotazione al numero 3348785494 dal lunedì al sabato dalle ore 10:00 alle 14:00 o all’indirizzo rassegnacamaleontika@gmail.com

Gian Giacomo Della Porta

Flashback Habitat presenta “Scarecrow “

Dal 12 marzo al 27 settembre

È stata inaugurata mercoledì 11 marzo scorso una nuova mostra a Flashback Habitat, Ecosistema per le Culture Contemporanee, in corso Giovanni Lanza 75, dal titolo “Scarecrow artisti a presidio della vita “, curata dal direttore artistico Alessandro Bulgini e dallo storico e critico d’arte Christian Caliandro. Sarà visitabile fino a domenica 27 settembre.
La direzione di Flashback con Scarecrow conferma la propria volontà artistica e culturale di utilizzare l’arte come denuncia, capace di smascherare e mettere in luce gli inganni e i soprusi della società. Si tratta di una posizione che non si limita alla contemplazione estetica, ma che fa dell’arte un gesto civile, un invito a guardare, a riconoscere, a prendervi parte.

Nati per difendere i campi, gli spaventapasseri rappresentano tra le più antiche forme di protezione create dall’uomo. Figure immobili, costruite con materiali poveri, non agiscono con la forza ma con il segno, con la presenza. Non combattono, ma avvertono. Non inseguono, stanno. Tradizionalmente servono a tenere lontano ciò che minaccia il raccolto, il frutto di un lavoro lento e fragile. Oggi, però, il loro significato può spostarsi dal campo coltivato al campo sociale e politico.  In un’epoca segnata da leadership aggressive, decisioni irrazionali e poteri che sembrano muoversi senza responsabilità, lo spaventapasseri diventa una figura di autodifesa simbolica. È  un corpo vuoto che si espone al vento, al tempo e allo sguardo. Proprio per questo è potente, non impone, non domina, non governa, esiste come soglia e come monito silenzioso. Ricorda che esiste un limite da non superare, un territorio da rispettare, una comunità da non saccheggiare. Nella sua immobilità c’è una scelta etica di opporsi senza diventare ciò da cui ci si difende.

In questo momento storico in cui il potere sembra agire come un predatore lo spaventapasseri assume una nuova funzione, non spaventare i deboli, ma mettere in guardia i forti. Queste figure, esposte come sentinelle mute, ci ricordano che anche l’umanità ha bisogno di essere difesa, e che talvolta la forma più efficace di resistenza è restare visibili, ostinatamente umani e non cedere alla follia del comando. Spaventapasseri come autodifesa politica. Lo spaventapasseri nasce per difendere il raccolto da chi saccheggia senza seminare. È una figura povera, costruita con ciò che resta, eppure incaricata di un compito fondamentale, proteggere la vita futura. Oggi quel campo non è più soltanto agricolo, è  il mondo.
Lo spaventapasseri è  l’arte, un elemento umile, che apparentemente si confonde con il contesto di riferimento, ma che svolge un ruolo importante contro alcune forze oscure.

Lo spaventapasseri/arte/opera/artista è il Custode. Viviamo in un tempo in cui il potere è sempre più esercitato da governi autoritari e imprevedibili che confondono forza con violenza, decisione con brutalità,  consenso con paura. In questo contesto lo spaventapasseri  smette di essere folklore rurale e diventa un dispositivo politico che non governa, non comanda, non produce obbedienza, ma si limita ad occupare lo spazio e a rendere visibile un confine, l’opposto del potere contemporaneo, non parla, non promette, non minaccia apertamente. È  una forma di controbattere elementare, primitivo, accessibile a chiunque.
Lo spaventapasseri non ha volto, perché  il potere ama i volti carismatici, non ha voce, perché il potere si nutre di slogan, non si muove, perché  il potere è ossessionato dalla velocità e dall’emergenza permanente. La sua immobilità è un’accusa, mostra quanto il rumore del comando sia spesso inutile.
Questa mostra non chiede pace come slogan ma richiama alla responsabilità e rifiuta l’equidistanza. Rifiuta il linguaggio che maschera lo sterminio e l’occupazione come fatto compiuto. In un  mondo in cui gli Stati armati si comportano come predatori, lo spaventapasseri resta in piedi come un errore nel sistema, fragile, esposto, non negoziabile.

“Lo spaventapasseri ( Scarecrow)- spiega il curatore Christian Caliandro – presidia un territorio vivo dalle aggressioni e dagli attacchi esterni. È  passivo, non aggredisce né reagisce ma, attraverso la sola presenza, ha il compito da sempre di proteggere l’esistente  e l’esistenza. È fatto in emergenza, con ciò che è sottomano, con ciò che si trova lì dove starà. E arrangiato con i detriti e gli scarti della vita. È  l’opera d’arte, ma è anche l’artista, esso è il guardiano, un elemento umile, che si confonde apparentemente con il contesto di riferimento, ma che svolge un ruolo importante  contro alcune forze oscure”.

“Più che una mostra si tratta di un dispositivo – spiega il direttore artistico di Flashback Alessandro Bulgini – perché non è più il tempo, per me, delle mostre. Voglio ridare, se possibile, una migliore funzione, o meglio una responsabilità, un’opportunità all’arte. Penso che gli artisti per troppo tempo siano stati in qualche modo isolati all’interno di mura algide, spazi asettici, lontani dalla vita.  E credo ancora che il valore simbolico dell’arte possa avere un’opportunità, una valenza. Dati i tempi, ho sentito fortissimo e inderogabile l’urgenza di adoperare quelle che sono le mie energie, i miei incarichi e anche i miei strumenti personali come artista per entrare nel dibattito di questo tempo”.

43 esponenti della scena artistica italiana hanno accolto la chiamata dei curatori. Le opere si configurano come un grido, una rottura necessaria, un’interruzione al silenzio indifferente. Una mostra corale che spazia dalla pittura alla fotografia, dalla scultura alle installazioni site specific. Scarescrow è un atto di presenza e di responsabilità, un invito a presidiare il campo, a difendere ciò che conta, anche quando l’unico gesto possibile è quello di tenere la posizione.

Mara Martellotta

Ferretti batte il tempo: poesia, memoria e percussioni al Colosseo

 

Venerdì sera Torino avrà il suono di un tamburo antico. Non quello della nostalgia, ma quello di una memoria che continua a battere. Al Teatro Colosseo arriva Giovanni Lindo Ferretti con “Percuotendo. In cadenza”, uno spettacolo che non assomiglia a un concerto e neppure a una lettura teatrale. È qualcosa che pulsa in mezzo: parola, ritmo, confessione, rito.

Le canzoni di Ferretti non vengono semplicemente eseguite. Vengono percosse, nel senso più fisico e primordiale del termine. Percussioni e corde ricamano un ritmo che avanza come un passo di montagna, mentre la voce attraversa i testi con quella sua inflessione inconfondibile, metà preghiera e metà dichiarazione civile. Accanto a lui, due musicisti che non fanno da semplice accompagnamento ma costruiscono un paesaggio: Simone Beneventi e Luca Rossi. Le loro percussioni non sono solo ritmo. Sono terreno, vento, battito cardiaco. A volte sostengono il racconto, altre volte lo travolgono, come una piena sonora che prende il testo e lo porta altrove. Al centro dello spettacolo resta la materia che da sempre alimenta la scrittura di Ferretti: la biografia come destino collettivo. La fede, l’appartenenza, il ritorno alle origini. I palchi affollati e poi il silenzio dei monti dell’Appennino. Il rumore del mondo e il suono essenziale della vita quotidiana. È una narrazione che procede per cerchi. Una canzone apre una memoria. Una memoria diventa poesia. La poesia si trasforma in ritmo. E poi si ricomincia. Lo spiega lo stesso Ferretti con una formula quasi liturgica:

«La lettura diventa poesia che diventa canzone per aprire alla musica che cresce fino a tornare poesia».

In “Percuotendo. In cadenza” non c’è nostalgia per un passato glorioso. C’è piuttosto un uomo che continua a interrogare il proprio tempo usando gli strumenti più antichi che esistano: voce, parola, ritmo. Torino, città che ha sempre avuto un orecchio sensibile per le traiettorie musicali più irregolari, venerdì 13 marzo 2026 assisterà a qualcosa che somiglia più a un attraversamento che a uno spettacolo. L’appuntamento è al Teatro Colosseo, in Via Madama Cristina 71, con apertura porte alle ore 19.30 e inizio spettacolo alle ore 20.30. I biglietti, con posto a sedere numerato, partono da 30 euro.

Un viaggio dentro una voce che da quarant’anni non smette di battere il tempo. Come un tamburo che, invece di accompagnare la marcia, costringe a fermarsi e ascoltare.

Valeria Rombolà

FUTURES. Gli artisti e le artiste del 2026

Sono Filippo Barbero, Davide Degano, Sofia Gastaldo, Giulia Gatti e Federica Sasso le artiste e artisti emergenti che prenderanno parte all’edizione 2026 di FUTURES EPP European Photography Platform, il programma riconosciuto e finanziato dall’Unione Europea e dedicato alla promozione della fotografia contemporanea, di cui Camera Torino è il punto di riferimento in Italia.
I nuovi talenti sono stati individuati da François Hébel, direttore artistico di Camera, e Giangavino Pazzola, curatore e coordinatore del programma, attraverso un processo di selezione che ha coinvolto anche Daniele De Luigi, curatore e studioso di fotografia contemporanea per la Fondazione Ago Modena e Giovane Fotografia Italiana) e  Giuseppe Oliverio, direttore artistico di PhMuseum di Bologna.
Gli autori e le autrici selezionate intraprenderanno un percorso di rafforzamento e sviluppo della propria ricerca artistica grazie a opportunità espositive, programmi di accompagnamento e attività che Camera svilupperà nel corso dell’anno insieme ad altre organizzazioni europee.

Nel mese di novembre inoltre parteciperanno al FUTURES Annual Event, ospitato dall’organizzazione olandese Fotodok a Utrecht. Si tratta di una grande occasione di crescita, confronto e visibilità internazionale, dove incontreranno gli altri 88 artisti emergenti, selezionati dai 21 membri della piattaforma europea, prendendo parte a workshop,  letture portfolio e momenti di networking.

Camera Centro Italiano per la fotografia

Via delle Rosine 8 Torino

Mara Martellotta

Pop-App Museum: libri animati di ieri e di oggi

Proseguono gli appuntamenti

Fino a maggio prossimo, il Pop-App Museum di Palazzo Barolo, a Torino, ospita un ciclo di incontri dedicati ai libri animati di ieri e di oggi e ai loro passaggi transmediali.

Pompeo Vagliani, presidente della Fondazione Tancredi di Barolo, dialoga con autori, artisti, illustratori, pop-up designer, editori, professionisti del cinema di animazione, bibliotecari, collezionisti e appassionati che raccontano progetti ed esperienze legati al mondo dei libri animati.
Il prossimo appuntamento è in programma giovedì 12 marzo, alle ore 17, presso il Pop-App Museum di Palazzo Barolo, con l’incontro: “Storie vere di Zia Mariù: dal testo di Paola Lombroso Carrara alle animazioni di Luisa Terzi”.

Pompeo Vagliani e Mario Carrara, nipote di Paola Lombroso, rievocano le vicende biografiche dei protagonisti di “Storie vere di Zia Mariù” (1913) intrecciando, attraverso la sua preziosa testimonianza, memoria familiare e ricostruzione letteraria.
Le illustrazioni di Bona Gigliucci  dedicate a questo libro presero vita in forma animata già nel 1914 grazie al lavoro pionieristico della giovane maestra fiorentina Luisa Terzi, che realizzò per Paola un albo animato in copia unica, recentemente riportato al suo originario splendore grazie all’intervento del Centro Conservazione Restauro “La Venaria Reale”. L’albo animato fa parte di un gruppo di quattro albi in copia unica realizzati fra il 1913 e il 1917 da “Luisella”, basandosi su altrettanti libri per bambini della scrittrice Paola Lombroso Carrara, evidenziando il lungo sodalizio destinato a intrecciarsi con la nascente avventura delle Bibliotechine Rurali e a depositare tracce sul loro futuro organo di diffusione, il “Bollettino”.
Un percorso che unisce testi, illustrazioni e manufatti di carta, restituendo al pubblico contemporaneo la modernità e la forza educativa del progetto di Zia Mariù.

L’appuntamento successivo è previsto per giovedì 26 marzo 2026 alle ore 17 con “Pop-up in Langa: dal Barolo al tartufo”.  L’illustratrice e pittrice Gabriella Piccatto racconta la genesi del libro: alchimia di una storia d’amore, realizzato nel 2015 su commissione delle Cantine Marchesi di Barolo e creato a partire da tavole acquerellate, il volume si apre in quattro doppie pagine con sviluppi e profondità differenti che narrano la storia dei Marchesi Giulia Colbert Falletti e Carlo Tancredi Falletti.
Nel suo racconto, l’autrice ripercorre anche la nascita di Tuber Popup – Tuber Comics, progetto realizzato insieme al fratello Luigi Piccatto, celebre maestro del fumetto italiano. Libro animato dalle suggestioni poetiche, Tuber Popup evoca castelli, foreste e animali in chiave fiabesca, valorizzando il tartufo come elemento culturale e simbolico delle Langhe.
Due progetti profondamente radicati nel paesaggio e nella memoria di queste colline: dalla storia dei Marchesi di Barolo e delle cantine omonime fino al tartufo, tesoro prezioso del territorio. Un viaggio creativo e personale che si intreccia con il ricordo di Luigi, recentemente scomparso, figura cara e presenza significativa nel percorso artistico di Gabriella Piccatto.

L’ingresso agli incontri è gratuito

Pop-App Museum – Palazzo Barolo – ingresso da via Corte d’Appello 20/F, Torino

Mara Martellotta

“Il Papà di Dio”, le geometrie imprevedibili della famiglia

Giovedì 12 marzo, alle ore 21, e venerdì 13 marzo, alle ore 20, andrà in scena al Cineteatro Baretti, per la stagione Aurea Familia, la pièce teatrale “Il Papà di Dio”, per la scrittura scenica e la regia di Andrea Fazzini. Gli interpreti saranno Mary Bracalente, Andrea Filipponi, Sergio Licatalosi e Fernando Micucci.

In una stagione che esplora le geometrie imprevedibili della famiglia, “il Papà di Dio” del Teatro Rebis, liberamente tratto dalla graphic novel di maicol&mirco, è una tappa necessaria. L’indagine della nuova stagione del Baretti si intreccia con tematiche care agli autori: la solitudine, la morte, la relazione con l’altro e con il divino e l’esistenza, attraversate e deprivate da un approccio minimale e diretto. Tra ironia e lirismo, la compagnia marchigiana offre allo spettatore una riflessione pungente e poetica sul rapporto tra genitori e figli, sul fallimento e sulla responsabilità.
“Il Papà di Dio” ha un diavolo per capello, suo figlio è irrecuperabile, ha voluto creare il suo universo senza prima studiare. Il risultato è quello del nostro Universo. Un Universo dove si soffre, ci si ammala e si muore. Un Universo dove si lavora e si suda, un Universo tutto sbagliato, molto diverso da quello del Papà di Dio, che è meraviglioso, dove non esiste morte, dolore o fame, dove non si deve lavorare o faticare, dove non esistono i soldi. Dio però non ha voluto ascoltarlo. Riuscirà Dio a farsi accettare da suo Papà? E suo Papà riuscirà a comprendere il suo povero Dio?

Info e biglietteria: anyticket.it – alla cassa disponibili il giorno dello spettacolo

Cineteatro Baretti – via Baretti 4, Torino

Mara Martellotta

Quell’atroce “voce della fame” che divide il mondo

In mostra al valdostano “Forte di Bard”, oltre 80 scatti fotografici di “Agence France – Press” documentano la piaga della fame per milioni di esseri umani

Dal 14 marzo al 19 luglio

Bard (Aosta)

Ben scriveva nel suo romanzo – reportage del ’49 “La pelle” (riferendosi agli anni di miseria vissuti dalla Napoli del dopoguerra) il gran pratese Curzio Malaparte“Non v’è nulla di umano nella voce della fame”. Quanta verità! E nulla di umano, per l’appunto, ma solo abbruttimento e disperazione, documentano le grida e gli occhi e i volti stravolti di uomini e bambini (quanti bambini!) impegnati nell’ingarbugliato primitivo assalto alle razioni alimentari nel “Centro di distribuzione” a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza, cristallizzato nel 2025, in immagini fotografiche che hanno fatto il giro del mondo, dal fotoreporter palestinese Bashar Taleb per “AFP – Agence France Presse”, fra le più antiche e autorevoli agenzie di stampa internazionali. Una fotografia di denuncia realisticamente drammatica. Una delle oltre 80 esposte (sotto il titolo di: “Nutrire il mondo. La sfida globale dell’alimentazione”dal prossimo sabato 14 marzo a domenica 19 luglio presso il sabaudo “Complesso Fortificato” di Bard, a testimonianza di come, a tutt’oggi, in un Pianeta capace di produrre cibo sufficiente per 10miliardi di persone, la fame resti tuttora (proprio come nella Napoli di Malaparte) una “piaga” (“peste” avrebbe detto lo scrittore di Prato) per milioni di esseri umani. Specchio impietoso – questo l’obiettivo della mostra – di un sistema messo oggi a dura prova dall’aumento demografico, dai cambiamenti climatici, da un uso insostenibile delle risorse e dal tragico proliferare a livello inter-continentale di oltre 50 guerre, dall’Africa sub sahariana all’Asia Occidentale (Palestina – Gaza), al Medio Oriente (Iran) e all’Europa orientale (Russia – Ucraina). Un colpo mortale al Pianeta. Tanto che, nel 2026, dicono le cifre ufficiali, la fame nel mondo registra circa 300milioni di persone che soffrono di “insicurezza alimentare acuta” ed oltre 730milioni costretti ad “affrontare la fame”, allontanando l’obiettivo “Fame Zero” prefissato dall’“Agenda ONU 2030”. Il tutto alla luce, però, di un inaccettabile paradosso: mentre intere popolazioni soffrono la privazione, nei Paesi sviluppati l’abbondanza degenera in “spreco sistemico” e patologie legate all’eccesso. “Il cibo è dunque diventato – ci rivela la mostra al ‘Forte di Bard’ – un indicatore di disuguaglianza, passando da diritto fondamentale a esibizione di status sociale”.

La prova? Alcune fra le tante raccontate in rassegna. Che accanto alla miseria umana della succitata foto di Bashar Taleb ci mostra l’oceano spropositato dell’abbondanza alimentare nello scatto del fotoreporter francese Jeff Pachoud a documentazione del Concorso di cucina “Bocuse d’Or” (ideato nel 1987 da Paul Bocuse a Lione) o l’altrettanto lussuoso “di più” di quel principesco “servizio in camera” nello storico Hotel “Lutetia” di Parigi firmato da Stephane de Sakutin, per non dire del “piccante rosso mare” fissato con lucida concretezza durante una gara di “volonterose” mangiatrici di peperoncino all’interno di una sorgente termale nella città di Yichun, in Cina. Ignoto l’autore. Chissà, poveretto, non ci sia finito dentro?

“Questo progetto – commenta la Presidente del ‘Forte di Bard’, Ornella Badery – rinnova la missione del ‘Forte’ come luogo di riflessione sulle principali sfide del nostro tempo. Attraverso le immagini dei fotoreporter di ‘Agence France-Presse’, la mostra propone una testimonianza visiva e uno strumento per riflettere sul paradosso alimentare che vede coesistere la carestia e lo spreco sistematico, invitando a considerare un modello di sviluppo più equo e sostenibile”.

E a lei fa eco Sabrina Rossi Montegrandi, “Director of Business Development Agence France-Presse per Italia, Malta e Turchia”: “Il cibo è il cuore del nostro presente e la sfida del nostro futuro. Con i loro sguardi attenti e necessari, i fotografi dell’ ‘Agence France-Presse’ non si limitano a ritrarlo: lo interrogano, lo mettono in discussione, ci costringono a guardarlo. Attraverso le immagini, il cibo diventa coscienza e responsabilità”.

Dopo “Non c’è più tempo” (2024) e “Contrasti. Racconti di un mondo in bilico” (2025), con il Progetto “Nutrire il mondo”“Forte di Bard” e “Agence France-Presse” proseguono la collaborazione con l’obiettivo di sensibilizzare il pubblico su tematiche di carattere globale che valorizzano il quotidiano lavoro di inchiesta dei fotoreporter di una delle più importanti ed autorevoli “Agenzie di Stampa” al mondo.

Gianni Milani

“Nutrire il mondo”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Dal 14 marzo al 19 luglio

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lun. chiuso

Nelle foto: Bashar Taleb /AFP “Consegna razioni alimentari a Gaza”; Jeff Pachoud/AFP “Chef da tutto il mondo per il Concorso di cucina ‘Bocuse d’Or’”; Anonimo/AFP Photo “Gara di mangiatori di peperoncino in Cina”

“Il raggio bianco”, un thriller psicologico tra suoni sinistri e luci taglienti

Di Sergio Perattini, per la regia di Arturo Cirillo

Debutta al teatro Gobetti martedì 17 marzo prossimo , alle ore 19.30, la pièce teatrale dal titolo “Il raggio bianco” di Sergio Pierattini, per la direzione e la regia di Arturo Cirillo. In scena Milvia Marigliano, Linda Gennari, Raffaele Barca. Sono di Dario Gessati le scene, i costumi di Gianluca Falaschi e Anna Missaglia, le musiche di Paolo Coletta e le luci di Aldo Mantovani.

Arturo Cirillo dirige ‘Il raggio bianco’, un thriller psicologico tra suoni sinistri e luci taglienti. Al centro della scena una madre e una figlia , due solitudini che si graffiano, si sfiorano, si sopportano. L’appartamento milanese che le ospita è un teatro di sospetti, silenzi e segreti. Il testo di Sergio Pierattini, vincitore del Premio Flaiano, scritto per Milvia Marigliano, è una commedia noir, cruda e ironica, specchio della nostra epoca. Accanto a lei Linda Gennari nel ruolo della figlia, in un’atmosfera fumosa, in cui si declina la dialettica non sempre serena tra le due donne.
Malaffare, ricordi, affetti, tutto potrebbe far sembrare di essere all’interno di un romanzo di Simenon, per quel suo gioco di relazioni familiari che si rivelano particolarmente originali, fino all’inattesa conclusione.

“Perché “il raggio bianco”? Cos’è? Un segno, una speranza, un’utopia? In un mondo, quello che Pierattini tratteggia con lucido e sapiente cinismo, fatto di mediocrità di sentimenti ed aspirazioni – spiega il regista Arturo Cirillo –  l’aspetto trascendentale  mi appare come un contro canto necessario rispetto allo stillicidio dei giorni che lui descrive. Nella città simbolo dell’economia e del lavoro, Milano, una madre e una figlia vivono dentro un mondo fatto di piccole e miserevoli azioni, ma in loro sembrerebbe esserci qualcos’altro, una devianza, qualcosa che non torna. Sono due ladre, ma non come i ladri maledetti di Jean Genet, sono due ladri in fondo comuni, come certi personaggi scialbi, provinciali e ossessivi di Simenon. Rubano per necessità, le meschine necessità del vivere di tutti i giorni. Rubano perché la madre Anna, per le sue frustrazioni e lasua ignoranza, non sa fare altro, ma è  soprattutto una donna irrealizzata, con una storia matrimoniale senza soddisfazione e un rapporto con la figlia anaffettivo oltre che malsano o forse malsano perché anaffettivo.
Questo piccolo universo di medietà viene visitato da un anelito quasi metafisico  che non per forza bisogna comprendere. Sia Anna sia la figlia Giulia parlano di qualcosa di luminoso che potrebbe rendere la vita meno avara di sogni e aspettative. Il raggio bianco è  anche quella luce che inonda le due donne all’arrivo del terzo personaggio, Matteo. La sua apparizione è  l’incidente, la novità che fa crollare il fragilissimo ma fortemente abitudinario equilibrio. Matteo, che da subito si è inserito nella loro casa e nella loro vita, esce dalla casa e dalla storia come un  perdente, un povero ragazzo senza talenti o aspirazioni , che si approfitta della fragilità altrui.
Viene da pensare a certe tristi e desolate storie di Giovanni Testori. Solo che qui c’è il teatro che, grazie alla bravura degli attori e alla felice scrittura drammaturgica, fa vivere questa vicenda tra squallore e sogno, infelicità e ridicolo, dramma e beffa”.

Teatro Gobetti via Rossini 8
“Il raggio bianco” dal 17 al 22 marzo 2026
Teatro Nazionale di Genova, Teatro Stabile di Torino, Teatro Nazionale

Biglietteria Teatro Carignano piazza Carignano 6
Orari da martedì a sabato dalle 13 alle 19, domenica dalle 14 alle 19. Lunedì riposo

biglietteria@teatrostabiletorino.it
Acquisti online su www.teatrostabiletorino.it
Tel 0115169555

Mara Martellotta