Ieri pomeriggio, in occasione di CioccolaTò, al Circolo dei lettori, si è tenuto uno degli incontri più attesi e significativi del programma culturale del festival. In questa veste ampliata, già dall’anno scorso, CioccolaTòha scelto di affiancare alle tradizionali bancarelle e alle degustazioni un calendario sempre più ricco di visite guidate, laboratori e incontri culturali e letterari. In questo contesto rinnovato, la presenza di Joanne Harris ha rappresentato un vero fiore all’occhiello: non solo un’ospite d’eccezione, ma una sorta di madrina simbolica di un’edizione che mette al centro il racconto, la cultura e l’immaginazione.
Accolta da un pubblico numeroso e partecipe, Harris, in dialogo con Martina Liverani de Il Gusto, ha subito sottolineato il suo legame speciale con Torino e con i lettori italiani, ricordando come l’Italia sia stato il primo paese a credere in Chocolat. Il romanzo fu pubblicato dagli editori italiani sei mesi prima rispetto al Regno Unito e agli Stati Uniti, in un momento in cui quelli anglosassoni faticavano ancora a comprenderne la natura. Non era chiaro se si trattasse di realismo magico, di una storia d’amore o di un romanzo gastronomico; in Italia, invece, il libro venne accolto semplicemente per ciò che era: un racconto che intreccia maternità, famiglia, chiesa e cioccolato. Un successo editoriale straordinario, poi amplificato dalla trasposizione cinematografica con Juliette Binoche e Johnny Depp, che ha contribuito a fissare Chocolatnell’immaginario collettivo.

A distanza di ventisei anni, Harris è tornata a quella storia per raccontarne le origini. L’apprendista del cioccolato, il nuovo romanzo presentato a Torino, è il prequel di Chocolat e nasce da una riflessione personale profonda. Quando scrisse il primo libro, spiega l’autrice, lei e Vianne erano persone molto diverse e avevano in comune solo la maternità. Nel tempo, però, continuando a raccontare le avventure di Vianne come madre in altri romanzi, il personaggio ha continuato a tornare, fino a imporre una domanda inevitabile: cosa succede quando i figli crescono e lasciano la casa? Chi siamo, quando smettiamo di definirci solo attraverso il ruolo genitoriale? Da qui il bisogno di tornare indietro, di interrogare le origini di Vianne per capire come sia diventata la donna che i lettori hanno conosciuto in Chocolat.
Nel romanzo, ambientato nella Marsiglia dei primi anni Novanta, Vianne arriva con nulla in tasca, una gravidanza appena scoperta e un passato nomade che non le ha mai permesso di avere una casa o una vera cucina. All’inizio non sa cucinare: l’unica cosa che conosce è ciò che si può preparare con un bollitore. La svolta arriva quando trova lavoro in un piccolo bistrot gestito da Louis, un uomo anziano rimasto legato alla memoria della moglie Margot, cuoca straordinaria che ha lasciato in eredità un quaderno di ricette. Attraverso quelle pagine, Vianne entra in dialogo con una voce nuova, diversa da quella della madre, e inizia a comprendere che il cibo può essere una forma di magia: non un potere da usare per sé, ma un gesto capace di rendere felici gli altri, creare legami e costruire un senso di casa.
Marsiglia diventa così uno sfondo fondamentale del romanzo: una città antichissima e ricchissima di storia, ma anche segnata da povertà, forti contrasti sociali, immigrazione e marginalità. È un grande melting pot, dove convivono il peso della chiesa, il turismo e una profonda fragilità sociale. Vianne arriva in città quasi illegalmente, senza una casa, e trova una comunità fatta di persone che, come lei, hanno bisogno di qualcosa. Attraverso il linguaggio del cibo — e del cioccolato in particolare — si creano connessioni, si trasmettono gentilezza e amore, ma si scopre anche il prezzo che comporta vivere davvero all’interno di una comunità.
La magia, tema ricorrente nella saga di Vianne, si estende anche alla scrittura stessa. Harris racconta di credere in una magia lontana dalle fiabe, una magia che coincide con il cambiamento e con la capacità di modificare il modo in cui guardiamo il mondo e gli altri attraverso la scrittura e la lettura. Per entrare rapidamente nello stato creativo, soprattutto negli anni in cui insegnava e scriveva contemporaneamente, ha sviluppato un rituale ispirato al metodo Stanislavskij, associando un profumo a ogni libro. Per i romanzi dedicati a Vianne ha scelto profumi diversi di Chanel, mantenendo una coerenza sensoriale all’interno della saga. In una presentazione a Londra, racconta, arrivò persino a spruzzare una fragranza creata appositamente per una scena del libro — un profumo che mescolava note di cioccolato, chiesa e aria di Marsiglia — per permettere al pubblico di “sentire” la storia, aggiungendo all’esperienza della lettura anche il senso dell’olfatto.
Il cioccolato, infine, resta il grande protagonista trasversale di tutta la saga. Non è solo un ingrediente, ma un linguaggio universale, una parola che attraversa le lingue e le culture, portando con sé una storia antica fatta di viaggi, trasformazioni, religione, spiritualità e folklore. Harris racconta di aver imparato a conoscerlo nel tempo, viaggiando, incontrando maestri cioccolatieri e scoprendo i processi del cacao, per poi trasferire questa conoscenza a Vianne, che nel romanzo passa dall’indifferenza al riconoscimento del potere trasformativo del cioccolato. È attraverso questo linguaggio dolce e potente che l’autrice affronta temi attualissimi come l’immigrazione, l’emarginazione, la libertà e l’autodeterminazione femminile, dimostrando come, a volte, siano proprio i gesti più semplici a raccontare le storie più profonde.
GIULIANA PRESTIPINO












Dialogheranno con lei, Alessandro Cuk, critico cinematografico e vicepresidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, lo storico del cinema Sergio Toffetti e Sinéad Thornhill, l’attrice che impersona Egea da ragazza nella produzione di Rai Fiction.

