CULTURA E SPETTACOLI

Un eroe italiano, iniziate le riprese

Sono iniziate lo scorso 27 febbraio le riprese del film Un eroe italiano, da un’idea di Yousuf Saeid diretto da Duccio Chiarini alla sua terza regia per il cinema dopo Short Skin e  L’ospite, con protagonisti Andrea Pennacchi (Le città di pianura, Primavera, Berlinguer – la grande ambizione),  Enrico Tijani (Mare Fuori) affiancati sul set da Valentina Romani e Iaia Forte.

Le riprese si svolgeranno a Torino per sette settimane.

Scritto da Giulia Gianni e Duccio Chiarini con la collaborazione di Yousuf Saeid e Paola Rota, Un eroe italiano è prodotto da Rosamont (Le sorelle Macaluso, Leggere Lolita a Teheran, Gli oceani sono i veri continenti) con Rai Cinema, con il contributo del PR FESR Piemonte 2021-2027 – bando “Piemonte Film TV Fund”, con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte e del Fondo Regionale per l’Audiovisivo del FVG.

Per Rosamont realizzare questa commedia è come scrivere il lieto fine di una favola. Il desiderio di Yousuf Saeid di raccontare le vicende di un migrante scorretto nasce dalla sua volontà di rappresentare un’umanità fragile e difettosa, senza moralismi, con tanta ironia. Nessuno meglio di Duccio Chiarini può valorizzare questo racconto delicato e divertente, con poesia, rispetto e intelligenza” – ha dichiarato Marica Stocchi, produttrice Rosamont.

Yousuf Saeid (conosciuto come MC Swat) arriva in Italia otto anni fa dopo essere stato costretto a lasciare  la Libia , per lo stile provocatorio del suo rap.

Colpito dal razzismo e dal pietismo verso i migranti, Yousuf ha pensato di proporre a Rosamont una storia per il cinema che raccontasse finalmente le vicende di un migrante imperfetto, arrogante, perché “i migranti sono sempre visti come vittime o come minaccia, mai come esseri umani.

Aigo (Enrico Tijani) è un giovane migrante. È in Italia da un po’ e sogna di andarsene presto, appena riuscirà a ottenere i documenti necessari. E’ pronto a tutto per averli, anche a compiere un atto eroico.

Antonio (Andrea Pennacchi) è un colonnello dei carabinieri in pensione, vedovo e misantropo, deluso dalla vita, arrabbiato col mondo e in conflitto con la figlia. Abbracciando i più ovvi luoghi comuni cerca costantemente qualcuno con cui prendersela.

L’incontro tra i due, imprevedibile e rocambolesco, costringerà Aigo e Antonio – se pur diversi, uniti dalla solitudine e dalla rabbia – a mettere in discussione i pregiudizi che li hanno guidati fino ad allora per aprire finalmente  il proprio cuore agli altri.

In corso le riprese piemontesi di “Brianza”

Il nuovo lungometraggio del regista e produttore torinese Simone Catania

Il 25 febbraio scorso sono iniziate le riprese piemontesi di “Brianza”, lungometraggio diretto dal regista e produttore torinese Simone Catania che, ispirandosi a un fatto di cronaca, ripercorre
le vicende di Giorgio Farina (interpretato da Fausto Russo Alesi), uomo onesto che compirà un reato a causa del disagio derivato dalle dinamiche sociali e culturali di una cittadina di periferia.

Le riprese, che si concluderanno il prossimo 16 marzo per proseguire successivamente in Lombardia e in Svizzera, hanno coinvolto diverse location di Torino, tra le quali l’Armeria Majerna di Piazza XVIII Dicembre e alcuni spazi in via Negarville, presso la Circoscrizione 5, oltre a Chivasso, Giaveno, Sant’Ambrogio e Venaria, tutti Comuni aderenti alla Rete regionale.

“Brianza rappresenta un modello virtuoso di collaborazione tra istituzioni e territorio – ha dichiarato Beatrice Borgia, presidente di Film Commission Torino Piemonte – avendo intercettato sia le risorse della Fondazione Compagnia di San Paolo, attraverso il bando sviluppo, sia quelle della Regione Piemonte tramite il bando produzione. Un percorso produttivo di livello internazionale che
la società torinese Indyca ha saputo strutturare in maniera esemplare”.

“Il Sistema Cinema Piemonte rappresenta un importante driver di sviluppo con significative ricadute economiche sul territorio – ha dichiarato Marco Gilli, presidente della Fondazione Compagnia di San Paolo – si tratta di un comparto capace di attivare risorse e finanziamenti, generando valore e nuove opportunità. In questo quadro e coerentemente con i nostri obiettivi strategici, si inserisce il sostegno della Compagnia al Fondo Sviluppo per Film e Serie TV promosso da FCTP, che supporta la prima e più delicata fase iniziale dei progetti audiovisivi, accompagnandoli verso la produzione e contribuendo così ad attrarre nuovi investimenti, attivare una spesa qualificata sul territorio e rafforzare l’intera filiera del settore. Il film del regista Simone Catania è per noi motivo di grande soddisfazione poiché tra i primi progetti che arrivano a realizzarsi a partire proprio dall’opportunità offerta dal nostro Fondo Sviluppo. Un esempio concreto di come, anche in ambito culturale, sia necessario investire sugli ecosistemi per accompagnare l’evoluzione dei concept culturali verso progetti produttivi solidi e distribuibili sul mercato cinematografico”.

Prodotto da Indyca Beauvoir Films in collaborazione con Rough Cat Brianza, il film è realizzato con il contributo del FESR Piemonte 2021-2027 – Bando “Piemonte Film TV Fund” e con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte – Piemonte Film Tv Development Fund e vede un forte coinvolgimento di maestranze locali, pari a circa il 70% dell’intera troupe.

Mara Martellotta

Anima Festival 2026 si arricchisce di un ospite di eccezione, Sal da Vinci

Per la sua unica data del tour in Piemonte

Un altro fantastico artista si aggiunge allo straordinario parterre musicale di Anima Festival 2026. Martedì 21 luglio a salire sul palco dell’anfiteatro  dell’Anima di Cervere sarà il vincitore del Festival di Sanremo, Sal da Vinci.
Reduce dal trionfo sanremese con il brano “Per sempre sì” , Sal da Vinci inaugura la sua nuova stagione del vivo con il tour estivo 2026, che prenderà il via il 18 luglio all’Arena della Regina di Cattolica  e attraverserà l’Italia toccando festival e arene tra i più  importanti della stagione.
Cervere rappresenta l’unica tappa in Piemonte della sua tournée. Lo spettacolo accompagnerà il pubblico in un viaggio musicale che intreccia I brani più  amati della carriera dell’artista, con quelli che stanno segnando questo nuovo capitolo artistico, offrendo uno show costruito per esaltare la dimensione live e la forte intensità interpretativa che da sempre contraddistingue Sal da Vinci.
La vittoria a Sanremo ha segnato una tappa decisiva nel percorso dell’artista, confermandone la capacità di unire tradizione melodica, sensibilità contemporanea e grande forza emotiva. Con “Per sempre sì” rappresenterà  l’ Italia al prossimo  Eurovision Song Contest 2026, in programma a Vienna.
Il successo del brano continua anche sulle piattaforme digitali. Il video ufficiale di “Per sempre sì” ha già superato i 10 milioni di  visualizzazioni, contribuendo a consolidare una popolarità che conta centinaia di milioni di streaming complessivi.
La prevendita dei biglietti per il concerto di Cervere partirà in esclusiva su TicketOne  per cinque giorni da venerdì 13 marzo alle ore 14, mentre la vendita generalizzata su tutti i circuiti online e nei punti autorizzati prenderà il via mercoledì 18 marzo alle ore 11.
L’appuntamento con Sal da Vinci, che gli organizzatori Ivan e Natascia Chiarlo hanno definito l’”avverarsi di un sogno”, si inserisce in un cartellone 2026 particolarmente ricco con cui Anima Festival celebra il proprio decennale.

Il programma prenderà il via venerdì 10 luglio con Emma Marrone, attesa per l’unica data piemontese del suo tour estivo in modalità “tutti in piedi”. Domenica 12 luglio sarà  la volta di Madame con ‘Madame Tour Estate 2026’, mentre giovedì 16 luglio salirà sul palco Serena Brancale.
Sabato 18 luglio tornerà nell’Anfiteatro dell’Anima Luca Carboni con il tour Rio Ario, a nove anni di distanza dalla sua precedente esibizione a Cervere, seguito, martedì 21 luglio, da Sal da Vinci.
Il decennale della manifestazione vivrà poi un momento speciale a settembre con un vero e proprio evento nell’evento e l’arrivo, il 3 settembre, di Riccardo Cocciante, con “Io Riccardo Cocciante nel 2026”, unica data nel Nordovest nell’anno che coincide con l’ottantesimo compleanno dell’artista.
Sabato 5 settembre sarà la volta di Claudio Baglioni, con “GrandTour la vita è adesso” progetto celebrativo per i quaranta anni dello storico album “La vita è adesso. Il sogno è  sempre”.

“ Anima festival è il risultato di un cammino costruito negli anni insieme al pubblico e agli sponsor che hanno creduto nel progetto – spiega Ivan Chiarlo, patron della manifestazione insieme alla sorella Natascia – grazie a questo sostegno siamo riusciti a trasformare l’Anfiteatro dell’Anima in un luogo capace di accogliere grandi artisti del panorama musicale nazionale e internazionale.  Il cartellone del decennale vuole essere un regalo speciale per chi ha condiviso questa avventura e ha contribuito a far crescere quello che all’inizio era solo un sogno”.

Mara Martellotta

“Piccola Rassegna Culturale Torinese” al Teatro Baretti

Scena aperta su quattro spettacoli di grande originalità, di cui tre “prime assolute”

Tra il 19 marzo ed il 9 aprile

Le date cadono sempre di giovedì. Da giovedì 19 marzo a giovedì 9 aprile. Un cartellone di quattro spettacoli, tutti ospitati al “Teatro Baretti” nell’omonima via di Torino, raggruppati sotto il titolo di “Piccola Rassegna Culturale Torinese”, con ben tre “prime assolute” e un sottotitolo emblematico, provocatorio e di certo curioso: “In scena lo scomposto dramma della nuova società sabauda + cultura – paura”. Sottotitolo che così spiega il direttore artistico della Rassegna, Max Borella“Questa rassegna è un gesto politico nel senso più ampio del termine: è un invito a incontrarsi e a non avere paura delle storie altrui: più cultura meno paura non è solo uno slogan ma è una direzione ed una responsabilità”. Da quando la rassegna è nata, correva l’anno 2019, l’obiettivo è sempre stato quello di “sostenere e valorizzare le energie artistiche della città, creando un appuntamento in cui i linguaggi potessero mescolarsi: teatro, musica, cinema, performance e video arte”. Ancora Borella“Fare cultura non è un gesto neutro ma è un atto di resistenza alla semplificazione, al cinismo dominante e all’isolamento sociale. È un modo per dare nome a ciò che ci spaventa per trasformarlo in racconto, in visione, in possibilità e sfida”.

Organizzata dal “Circolo Arci Sud”, con il patrocinio della “Circoscrizione 8”, la Rassegna è alla sua settima edizione e si propone di mettere insieme, attraverso un’attenta selezione delle storie proposte, “registri diversi, poetiche e generazioni lontane fra loro”. Riuscendoci benissimo, almeno a giudicare dalle “presenze” in scena.

Si inizia giovedì 19 marzo (ore 20) subito con una “prima”: “Memorie del burattinaio” con Pino Potenza e la regia di Olga Kalenichenko, su testi di Alberto Melis Pino Potenza. Attore e autore teatrale, Potenza vanta oltre trent’anni di carriera ed è attivo dal 2017 con l’Associazione Culturale “L’Asola di Govi”, ai “Docks Dora” di via Valprato, a Torino. Il suo lavoro spazia dalla “Commedia dell’Arte” ai “classici” e include pur anche, il “teatro dei burattini”. E proprio da quest’ultima esperienza teatrale è nata l’idea di portare in scena le sue “Memorie del burattinaio”, per raccontarsi e raccontare “quelle ombre del proprio passato taciute troppo a lungo”.

Altra “prima” , nel segno della comicità leggera e surreale, per il secondo appuntamento (giovedì 26 marzo, ore 20) con “Il Grande Paraponzi”, di e con Beppe Puso. Torinese, attore cantautore e scrittore, Puso sceglie qui la strada dell’avventura, portando in scena un’esilarante favola studiata su misura per grandi e piccini.

Il terzo appuntamento, quello del “giovedì santo” (giovedì 2 aprile, ore 20), “Calvarium” di e con Sara Lisanti – salernitana ma torinese d’adozione – body performer e trapezista presso la Scuola di Circo “Flic”, è una coinvolgente “performance” che narra la “Passione di Gesù”, partendo dal tradimento di Giuda, per arrivare attraverso il processo, il supplizio e il “Calvario”, fino al “Golgota”.

A chiudere (giovedì 9 aprile, ore 20), un’altra “prima”: “Problemi di ego”, di e con Diego Lacaille e Jacopo Tealdi.  “Lo spettacolo – è stato scritto – affronta il tema della salute mentale con una leggerezza calviniana, senza mai scivolare nel patetico. Si ride delle nevrosi, ci si riconosce nei tic nervosi e si esplora quella rabbia che, se guardata da vicino, è spesso solo un grido d’aiuto mascherato da insulto. È un invito a fare pace con i propri ‘mostri’, scoprendo che forse, per guarire, basta smettere di stringere i pugni e imparare a usare le mani per fare qualcos’altro.  Magari qualcosa di bello”.

Per info“Teatro Baretti”, via Baretti 4, Torino; tel. 351/9288169 o circolo.sud@gmail.com

G.m.

Nelle foto: Pino Potenza, Sara Lisanti e Jacopo Tealdi 

Le Gallerie d’Italia di Torino inaugurano la mostra su Nick Brandt

 

“The Day May Break. La luce alla fine del giorno” il 17 marzo prossimo

Intesa Sanpaolo presenta alle Gallerie d’Italia di Torino dal 18 marzo al 6 settembre prossimo la mostra dal titolo “Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno”, progetto espositivo a cura di Marianna Rinaldo dedicato a uno dei fotografi contemporanei attivi sui temi della crisi climatica e della distruzione ambientale.

“The Day May Break” è stato avviato nel 2020, nel pieno della pandemia, e costituisce una serie globale articolata in quattro capitoli che inaugura una nuova fase della ricerca di Brandt.

Il progetto concentra l’attenzione dell’artista su persone, animali e paesaggi segnati dalla crisi ambientale in regioni del mondo che, pur avendo contribuito meno al cambiamento climatico, ne subiscono in modo particolarmente grave gli effetti.

Per la prima volta a Torino, alle Gallerie d’Italia, vengono riuniti tutti e quattro i capitoli di “The Day May Break” in un percorso immersivo composto da 63 fotografie di grande formato. Le immagini offrono uno sguardo insieme intenso e lirico su ciò che rimane e su ciò che, nonostante tutto, continua a esistere e a suggerire una possibilità di speranza. Il quarto capitolo della serie è stato commissionato da Intesa Sanpaolo, a testimonianza dell’impegno della banca nei confronti della sostenibilità, della responsabilità sociale e della promozione della cultura come strumento di consapevolezza.

Mara Martellotta

“Il barbiere di Siviglia” nella Palazzina di Caccia di Stupinigi

Domenica 15 marzo, alle ore 19, si terrà il primo appuntamento della rassegna domenicale del TSN Teatro Superga Nichelino, nel Salone d’Onore della Palazzina di Caccia di Stupinigi. Si tratta di un omaggio alla lirica italiana, con l’esecuzione del capolavoro di Gioachino Rossini “Il barbiere di Siviglia”. Rappresentato a Roma nel teatro di Torre Argentina nel 1816, si tratta di una delle più vivaci opere buffe della tradizione musicale italiana, su libretto di Cesare Sterbini, tratto dall’omonima commedia di Beaumarchais del 1775. “Il barbiere di Siviglia” mette in scena la forza dell’amore giovanile che supera ogni convenzione sociale, interessi economici e intrighi di Palazzo. Tratteggia un grande affresco che deride la società del bel mondo settecentesco e rivoluziona l’opera buffa, opera di un geniale ventitreenne pesarese che, grazie alla fama ottenuta dal “Barbiere”, divenne il compositore più richiesto dell’Ottocento.

La rassegna “Lirica a corte” è organizzata dal TSN Teatro Superga Nichelino in collaborazione con STM Scuola del Teatro Musicale e Fondazione Ordine Mauriziano.

Info e biglietti: intero 38,50 euro – 0116279789 – biglietteria@teatrosuperga.it – orari biglietteria: da martedì a venerdì dalle 15 alle 19

Mara Martellotta

Le stelle del banano

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BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

Giuseppe Mulas è nato ad Alghero nel 1995, una città di pietra chiara affacciata sul Mediterraneo con bastioni che signoreggiano sull’orizzonte insieme antico e quotidiano del mare.
Nei vicoli del centro storico l’aria sa di sale, tra case color miele, panni stesi e finestre spalancate che sbattono per il vento.
Più in basso il porto, con le barche ferme sull’acqua che all’imbrunire si fa profonda.
Nonostante le sue origini ha un accento particolare, per nulla sardo, ma che richiama quello spagnolo: lui stesso non se lo spiega.

Dalla Sardegna si trasferisce un po’ per caso a Torino e poi passa un anno a Varsavia in Erasmus.
Qui incontra il professore e pittore Paweł Bołtryk dell’Accademia di Belle Arti.
Dalla sua pittura assorbe alcuni topos quali le forme organiche e vegetali, spesso accresciute e isolate sulla tela in un intrico dalla levità irreale.

Sempre a Varsavia rimane colpito dalla presenza inaspettata di una palma artificiale alta 15 metri – installazione dell’artista polacca Joanna Rajkowska – in una rotatoria di via Gerusalemme, che produce uno straniante contrasto con l’ambiente circostante.
Un’immagine che sembra in dialogo con quelle del professor Bołtryk, una sorta di sincronicità, che Giuseppe si porta con sé nel suo ritorno a Torino.

Il suo lavoro nasce proprio così: per figure che ritornano, scivolate solo momentaneamente nell’inconscio, nei sogni.
Non è però una pittura impulsiva, Giuseppe lavora in modo metodico tra le nebulose di queste forme, spesso sapendo già prima di iniziare quali elementi entreranno nel quadrato luminoso della tela e come si combineranno tra loro.

Non uso a caso il binomio “quadrato-luminoso”: Mulas parte spesso da una base gialla, che rimane nascosta sotto gli strati successivi di colore– soprattutto blu e viola – poi graffia la superficie, incide la pittura e il giallo zampilla come luce.
Il segno metallico lavora dunque per riaprire la superficie e lasciare riaffiorare ciò che sta sotto.

È forse questa tecnica una chiave-metafora per capire Giuseppe.
Quella matrice carsica di giallo intenso è simile a ciò che ho avvertito chiacchierando con lui nel suo studio di via Tarino 7, a Vanchiglia, in un pomeriggio di fine inverno.
Parlo di qualcosa di pacato ma operoso, di una nervatura profonda di calore, come brace sotto la cenere, la stessa che nelle sue tele affiora non appena le si scalfisce.
Un’allegria trattenuta, un conquistato ottimismo del nulla che non necessita di continui input esterni per farlo ardere ma che è piuttosto un ricercato sostrato interiore.

Il linguaggio visivo dell’artista è legato al simbolico e all’oniricomentre osservo le sue opere mi viene in mente il realismo magico di García Márquez, in cui le cose hanno vita propria, al di fuori del nostro punto di vista.
La camera da letto, il bagno, i segni dell’infanzia, le pareti, il ricordo della casa: tutto, nel suo lavoro, sembra sorgere da un’esperienza privata che si schiude però attraverso un alfabeto cosmico di bambino.

Piante tropicali, banani, stelle, casette-matrioska e oggetti quotidiani diventano il fulcro dei quadri: sono in parte simulacri di esseri umani, in parte portatori di una loro traccia, in parte scampoli d’inconscio – di spostamenti di senso – e in parte solo se stessi.

Tra questi elementi ce n’è uno che ritorna di frequente: il banano.
Giuseppe mi racconta della malattia degenerativa del padre e di come sia nata allora questa figura: una pianta immobile, radicata e generatrice di frutti.
In alcuni dipinti l’albero, talvolta seduto in poltrona, genera attraverso le sue lacrime delle stelle.
Stelle che l’artista riproduce come si fa da piccini, con asterischi, e che si insinuano e traboccano nei vari anfratti della tela: tovaglie, bicchieri, corpi, muri.

Sulle tele compaiono spesso cieli stellati: cascami di ricordi che di nostalgico non trattengono molto.
Le notti in Sardegna, la spiaggia, le costellazioni osservate con gli amici vicino al mare sono piuttosto sostanze ancora attive, capaci di deformare il presente.

La notte è l’altro grande territorio della sua pittura: uno spazio del sogno che è l’altra faccia di quel giallo che attende di far capolino sotto la superficie.
Quella di Giuseppe è una notte senza tenebra, che fa da mite contraltare alle figure e alle luminosità dell’insieme.

Stilisticamente usa infatti colori saturi e tra loro opposti, spesso applicati direttamente dal tubetto senza mescolarli, con tonalità accese che alterano il rapporto tra chiarore e ombra, realtà e incantesimo.

L’essere umano non è quasi mai presente se non a frammenti.
È una presenza espansa e amalgamata anch’essa nel simbolico: se gli oggetti talvolta rimandano o sono testimoni della presenza umana, le presenze umane si fanno quasi oggetti.
La vita continua a manifestarsi senza cervelli che la elaborino, le cose mantengono il loro significato al di là delle nostre interpretazioni.

Al termine della mia chiacchierata con Giuseppe, e di questo articolo, c’è l’Amazzonia.
Ci passa tre mesi nel 2022, dove vive non distante dalla foresta colombiana a stretto contatto con una comunità indigena.
Mi racconta di alcuni giorni passati a cacciare nella giungla, dello scorrere lento del fiume, percorso in barca tra pareti di vegetazione così fitte da sembrare un’unica massa verde.
Degli appostamenti e soprattutto della foresta di notte.

Quando lo fa non mi parla di un muro nero in cui si agitano rumori ostili o respingenti.
Gli alberi si muovono appena, pollini di suono sospesi nell’aria come invisibili fuochi fatui che si consumano brevemente.
Gli pare che qualcosa di immenso stia dormendo sotto quella pelle di radici e rami: una sorta di struttura salda, un sistema immunitario fatto di corpi vegetali che possiede un rigore palpabile.
L’alta nota gialla che è il fondale d’ogni cosa.

Forse è per questo che nei suoi quadri le piante non sono mai nemiche, le foglie si aprono come mani, tra i rami compaiono cuscini, piccoli approdi morbidi.

La vegetazione diventa un luogo in cui fermarsi, dormire, prestare ascolto al rumore del sangue che fluisce nei ventricoli del mondo e dalla quale far sgorgare un tripudio di astri stilizzati, identici a come li percepivamo da bambini mentre eravamo distesi con gli amici a guardare il cielo.

Link Linkedin e Instagram: https://www.linkedin.com/in/riccardo-rapini-31097438/
https://www.instagram.com/rijkard_nikov/

Foto 1 e 2 : Giuseppe Mulas nel suo studio
Foto 3: “Sognare la notte” 180×210 cm Acrilico Olio Spray
Foto 4: Installazione “All the stars of your”

Attraverso il dolore, verso la libertà: Alessia Alciati contro la violenza sulle donne

Attrice e autrice, Alessia Alciati racconta come il cinema e il progetto About Eve trasformano il racconto in consapevolezza, responsabilità e azione concreta, offrendo speranza e strumenti di cambiamento per chi affronta il dolore.
Con il suo lavoro, Alessia unisce l’arte al senso di responsabilità, dimostrando come cinema e narrazione possano diventare leve potenti per il cambiamento culturale e per valorizzare la consapevolezza emotiva del pubblico.
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Alessia, quando nasce la tua sensibilità verso il tema della violenza sulle donne?
La mia sensibilità verso il tema della violenza sulle donne nasce da una predisposizione che mi accompagna da sempre: una forte attenzione verso le situazioni di ingiustizia e verso la sofferenza delle persone. Con il tempo questa sensibilità si è trasformata in una forma di responsabilità, alimentata anche da un’esperienza personale che mi ha portata a confrontarmi più da vicino con la fragilità che molte donne possono vivere.
Entrare in contatto con queste storie rafforza il senso di empatia e la consapevolezza che non basta fermarsi alle dichiarazioni o ai messaggi di solidarietà. Spesso ciò che resta invisibile è proprio il percorso del dolore che le vittime attraversano.
Da qui è nata l’esigenza di creare uno spazio in cui quel percorso potesse essere raccontato e condiviso, perché è lì che prendono forma la consapevolezza e la possibilità di cambiare lo sguardo. Il cinema mi è sembrato il linguaggio più adatto per farlo: non per spiegare o giudicare, ma per mostrare e permettere alle persone di avvicinarsi a queste storie con maggiore profondità.
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Tratto dal cortometraggio “Favola nera”
Nel film Favola Nera affronti un tema complesso attraverso una narrazione intensa. Qual è il messaggio che volevi trasmettere? Perché hai scelto il linguaggio della favola “oscura” per parlare di violenza?
La scelta della favola dark nasce dal desiderio di accompagnare lo spettatore verso una maggiore consapevolezza emotiva. La struttura del racconto riprende simbolicamente un percorso di sofferenza che richiama, in forma evocativa, anche antiche immagini della tradizione – come quella del sacco degli antichi romani – per rappresentare un momento di chiusura e di immersione nel dolore.Ma il punto non è la sofferenza in sé. Attraversare quel passaggio serve a far emergere una possibilità di liberazione: la scoperta di una visione di sé ricostruita, ancora incerta magari, ma aperta al potenziale. In questo processo il dolore non scompare, ma cambia natura. Diventa qualcosa che può essere attraversato e compreso, non più distruttivo né limitante delle proprie energie.
È proprio in questa forma di solidarietà con il dolore – nel riconoscerlo senza negarlo – che può nascere un senso di liberazione e una nuova consapevolezza di sé. Il linguaggio della favola, con la sua dimensione simbolica, mi è sembrato il modo più adatto per raccontare questo passaggio.
 Secondo te il cinema può contribuire davvero a cambiare la percezione sociale della violenza di genere?
Credo che l’arte abbia un potere evocativo molto forte, perché riesce a parlare alle persone su un piano emotivo e immediato, spesso prima ancora che razionale. A differenza di molti dibattiti pubblici, che rimangono confinati in contesti specifici o specialistici, l’arte ha la capacità di raggiungere il pubblico in modi diversi, anche in momenti non programmati della quotidianità: un film visto per curiosità, una storia che si incontra quasi per caso.
In quell’incontro nasce prima di tutto una percezione individuale. Lo spettatore si confronta con immagini, simboli e situazioni che possono risuonare con la propria esperienza. Ma quando queste percezioni si moltiplicano e vengono condivise, possono trasformarsi in qualcosa di più ampio: una percezione sociale, una consapevolezza collettiva che nel tempo diventa patrimonio culturale.

In questo processo il cinema ha una forza particolare. Unisce racconto, immagine ed emozione e possiede una straordinaria capacità di diffusione. Proprio per questo può contribuire a rendere visibili temi complessi come la violenza di genere, favorendo un passaggio importante: da una sensibilità individuale a una coscienza sociale più ampia e condivisa.

Foto Angelo Cricchi
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Oltre al lavoro artistico, sei impegnata nel progetto About Eve. Come nasce questa iniziativa e quali sono i suoi obiettivi principali?
Il progetto About Eve nasce dal desiderio di dare una forma concreta a un impegno che non voleva restare soltanto sul piano del racconto artistico. In un certo senso rappresenta il primo tassello per trasformare un’idea e una sensibilità in qualcosa di organizzato e operativo, capace di trasferire valore attraverso iniziative proprie.
Per me è anche motivo di orgoglio poter svolgere un ruolo attivo in questo percorso, in modo coerente con una sensibilità e con un’indole che mi hanno sempre portata a non restare indifferente di fronte alla sofferenza delle persone. Per fare questo cerchiamo di mantenere uno sguardo ampio sul fenomeno, che non riguarda solo l’episodio di violenza in sé ma anche le condizioni che spesso lo rendono possibile o lo aggravano.
Pur nascendo anche dalla volontà di affrontare il tema della violenza di genere, About Eve non è un progetto limitato esclusivamente a questo ambito. L’associazione si propone infatti come uno spazio aperto di riflessione e di azione su diverse forme di fragilità e di esclusione sociale, dando voce a minoranze, sostenendo percorsi di empowerment e situazioni di disagio che spesso faticano a trovare ascolto. In questo senso About Eve unisce due dimensioni: da una parte la denuncia sociale e la volontà di contribuire a un cambiamento culturale, dall’altra la dimensione artistica e creativa, che diventa uno strumento per raccontare e rendere visibili queste realtà.
L’obiettivo è offrire un punto di riferimento, un luogo di ascolto e di supporto per chi attraversa momenti di difficoltà, ma anche costruire relazioni con istituzioni, associazioni e professionisti che lavorano su questi temi. L’idea è creare una rete capace di accompagnare le persone verso percorsi di consapevolezza e di crescita, trasformando l’esperienza individuale in una possibilità di riscatto e di nuova energia
Proprio questa visione più poliedrica ci porta a dialogare con istituzioni, realtà associative e professionisti che lavorano sul tema. L’idea è costruire connessioni e percorsi condivisi, in modo che l’associazione possa diventare un punto di riferimento per attivare risposte concrete e sostenere un cambiamento reale.
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Gli artisti hanno una responsabilità nel prendere posizione su temi sociali come questo? Hai mai avuto timore che affrontare temi così forti potesse essere rischioso professionalmente?
Credo che gli artisti abbiano prima di tutto una grande possibilità: quella di parlare alle persone attraverso il linguaggio evocativo dell’arte. Non è una responsabilità intesa come obbligo morale o come presa di posizione forzata, ma piuttosto come una consapevolezza del ruolo che l’arte può avere nel contribuire a cambiare lo sguardo della società.
Quando un artista sceglie di affrontare un tema, lo fa attraverso la propria sensibilità e la propria libertà creativa. Ed è proprio questa libertà che rappresenta la sua forza più grande. L’autonomia dell’artista permette di esplorare la realtà da prospettive diverse, di porre domande, di aprire spazi di riflessione che spesso anticipano o accompagnano i cambiamenti culturali.
Per questo mi piace pensare che il senso del proprio ruolo sociale possa diventare una fonte di ispirazione per l’identità artistica, senza trasformarsi in un vincolo. L’arte resta uno spazio libero, ma proprio questa libertà può renderla uno strumento potente nel favorire nuove consapevolezze.
Più che un rischio professionale, affrontare temi complessi può diventare un’occasione per dare profondità al proprio lavoro e per contribuire, anche solo in parte, a un dialogo culturale più ampio.
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Spesso la violenza è l’ultimo anello di una catena fatta di stereotipi e silenzi. Da dove bisogna iniziare per cambiare davvero le cose?
Cambiare davvero le cose richiede innanzitutto una presa di coscienza collettiva: la violenza non nasce dal nulla, ma da certi stereotipi, silenzi e dinamiche sociali che tutti, in qualche misura, contribuiamo a mantenere. In questo senso, ogni gesto, ogni parola e ogni riflessione hanno un peso.
L’arte ha un ruolo importante perché può raggiungere le persone in modi diversi, aprendo finestre di consapevolezza che vanno oltre il dibattito pubblico tradizionale. Ma il vero cambiamento parte anche dall’individuo: dalla capacità di esercitare empatia, di considerare l’altro come persona, di riconoscere le ingiustizie intorno a sé e di tradurre quella consapevolezza in azioni concrete.
Per me questo impegno sociale non è solo un dovere morale, ma una fonte di grande gratificazione. La possibilità di contribuire attivamente al cambiamento arricchisce la mia vita, migliorando la qualità delle relazioni e della mia esperienza lavorativa, e alimentando una soddisfazione profonda nel vedere concretamente l’impatto positivo delle mie azioni.
Ognuno ha il potere – piccolo o grande che sia – di contribuire a rompere schemi e silenzi. È questo intreccio tra responsabilità individuale e collettiva, tra sensibilità e impegno concreto, che può davvero trasformare la società e fare in modo che la cultura del rispetto diventi patrimonio condiviso.
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Se una donna che sta vivendo una situazione di violenza potesse ascoltare le tue parole, cosa vorresti dirle?
Se potessi rivolgermi a una donna che sta vivendo una situazione di violenza, le direi con forza che il dolore che sta vivendo non è normale e non va mai accettato come una condizione inevitabile della vita. Normalizzare il dolore significa permettere che diventi una dimensione che limita, che frena e che, alla lunga, può portare alla distruzione della propria energia, della propria libertà e della propria capacità di scelta.
Esiste però un’alternativa: la speranza. Anche nei momenti più oscuri è possibile ritrovare la propria forza e interrogarsi su quale possa essere il proprio ruolo verso sé stessi. Come nella Favola Nera, dove la protagonista si risveglia con il desiderio di capire chi è e quale strada può scegliere, anche chi attraversa il dolore può trovare la possibilità di ricostruire sé stessa, passo dopo passo, e riscoprire la propria libertà.
Il messaggio è chiaro: il dolore va riconosciuto, ma non accettato come destino. C’è sempre spazio per cambiare, per chiedere aiuto, e per ritrovare una vita che non sia definita dalla violenza subita, ma dalla forza di reagire e dalla capacità di risorgere.
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Riccardo Di Maria
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Andrea Ferraris, dal fumetto autobiografico al cinema internazionale

La storia delle adozioni è sempre complicata, per le traversie che comporta, ma raccontare un adozione dal punto di vista autobiografico è impresa ardua. Ci è riuscito il fumettista Andrea Ferraris talmente bene, che un film tratto da una sua graphic novel è stato presentato in anteprima mondiale nell’ultimo Santa Barbara International Film festival tenutosi nella località californiana il 4 febbraio di quest’anno. Il film girato dall’esordiente regista palermitano Nicola Rinciari è una trasposizione del fumetto edito in Italia dalla casa editrice Einaudi di Torino che ha per titolo ‘’Una zanzara nell’orecchio’’. E’ raccontata la vicenda di Andrew ( l’americano Jake Lacy ) e Daniela ( l’iraniana Nazanin Boniadi ) una coppia che si reca a Goa in India, per adottare Sarvari( l’indiana Ruhi Pal ), una bambina di quattro anni che intendono portare in Italia ( negli Stati Uniti nel film ). Nel momento in cui la bambina rifiuta di lasciare l’orfanotrofio che in fondo è la sua casa, il loro progetto famigliare entra in crisi. Il tentativo di realizzare un nuovo legame e di tornare insieme in Italia ( gli Usa nel film ) si trasforma in un Odissea che mette a dura prova l’ideale famigliare, il ruolo di genitori e l’equilibrio della coppia. Nicola Rinciari ha lavorato tra le altre sue attività come artista di previsualizzazione presso l’americana Dream Works Feature Animation. Nelle sue parole si sente chiamato a comunicare la bellezza della vita anche nei suoi difetti e nelle sue asperità. Il tutto si riflette nel suo lavoro che spazia dal genere fantasy, alla commedia, al dramma. Ogni forma di espressione è per lui una forma di poesia. Mira a mostrare al pubblico un frammento della nostra realtà, da una diversa prospettiva. Parte da un problema, un argomento, un sentimento e lo trasforma in storia che coinvolga lo spettatore sia a livello intellettuale che emotivo. Questa la filosofia del regista siciliano. Pochi fumettisti per contro hanno avuto la capacità di intersecare documento autobiografico, lavoro personale e stile comunicativo come Andrea Ferraris. E adesso arrivano anche i riconoscimenti internazionali.

Aldo Colonna