I tesori dell’Accademia delle Scienze
Un’altra meraviglia nel cuore di Torino.
Nel pieno centro della nostra meravigliosa città si trova un bel palazzo seicentesco originariamente progettato per ospitare un collegio gesuitico e trasformato, in seguito, nella prestigiosa sede dell’Accademia delle Scienze.
Sebbene tra le carte ufficiali non ve ne sia traccia, la paternità di questo edificio è stata a lungo attribuita a Guarino Guarini. A supporto di questa tesi, o che Guarini ebbe un coinvolgimento nei lavori quantomeno parziale, vi è la certezza che l’architetto in quel periodo fu impegnato nel cantiere di Palazzo Carignano che si trova proprio a due passi dall’Accademia; sono visibili, inoltre, chiari influssi dello stile di cui Guarini era uno dei massimi esponenti, il barocco piemontese, che si possono osservare in diverse parti dell’edificio, ma soprattutto ammirando il magnifico scalone.La prima pietra fu posata nel 1679 da Maria Giovanna di Savoia di Nemours, l’idea di costruire il palazzo fu del gesuita Carlo Vota mentre l’urbanista Michele Garove diresse i lavori. Nel 1773 l’ordine dei gesuiti venne abolito e, dopo che la proprietà del palazzo diventò sabauda, il palazzo fu concesso alla neo costituita Accademia delle Scienze.

L’entrata è arricchita da due figure allegoriche femminili: Veritas, rappresentata da una donna appoggiata sul globo, e Utilitas, ritratta con cornucopia e il bastone alato con due serpenti, le statue sono divise tra loro dallo stemma coronato dei Savoia.
Sono diversi i tesori custoditi all’interno di questo luogo prezioso, ma certamente i più importanti e unici si trovano nel cuore dell’edificio, il piano nobile, nella Sala dei Mappamondi che prende il nome, appunto, dai due straordinari globi realizzati dal cartografo veneziano Vincenzo Maria Coronelli. Entrambi hanno un diametro di 110 cm e rappresentano, il primo, la cartografia terrestre e l’altro quella celeste. Le decorazioni della sala, realizzate nel 1787, sono di Giovannino Galliari.

I particolari da non lasciarsi sfuggire negli angoli della volta sono davvero molti tra cui una bussola, un astrolabio un compasso, un coccodrillo e un termometro, mentre il timpano riporta le iniziali di Re Vittorio Amedeo III che istituì l’Accademia. Sopra la porta che conduce alla Sala lettura troviamo i ritratti di Euclide e Pitagora mentre all’interno di questo spazio, colmo di edizioni prestigiose accolte all’interno di ricche librerie, spiccano immagini ornitologiche e tondi con suggestive figure di animali. L’ultima sala, dalla forma stretta e lunga, ospita gli schedari storici, le pubblicazioni periodiche dell’Accademia e i repertori bibliografici per agevolare la consultazione delle opere.
Un’altra ricchezza torinese, un altro pezzo di storia che conferma quanto il patrimonio culturale di questa città, sede di memorie ed eredità culturali, sia di straordinario valore.
MARIA LA BARBERA
Per richieste di informazioni generiche su eventi e iniziative: info@accademiadellescienze.it
Fonte:
VENERDI 20 FEBBRAIO
Venerdì 20 febbraio ore 11.30
PRESENTAZIONE DEL RESTAURO DEL POLITTICO CON SAN GEROLAMO E SANTI, ANNUNCIAZIONE E SCENE DELLA PASSIONE DI DEFENDENTE FERRARI
Palazzo Madama – conferenza
Grazie al generoso finanziamento dell’avvocato Marziano Marzano, già Assessore e Vicesindaco della Città di Torino per oltre dieci anni, Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica ha potuto affrontare e portare a compimento un delicato e complesso intervento di restauro sul Polittico con san Gerolamo e santi, Annunciazione e scene della Passione di Defendente Ferrari, opera di straordinaria importanza per la storia della pittura piemontese del primo Cinquecento, restituendo così al pubblico un capolavoro delle collezioni civiche torinesi.
Dipinta su tavola e conservata con la cornice originale, a differenza di molte altre opere simili oggi nei musei o nelle chiese, l’opera – acquisita dal Museo nel 1932 – ha richiesto un intervento di restauro particolarmente articolato, legato alla complessità dell’apparato ligneo e alle condizioni strutturali dei supporti. La presenza della carpenteria originaria, rara per polittici di questa epoca, ha reso necessaria la revisione delle soluzioni conservative adottate in precedenti restauri.
Ingresso libero.
Venerdì 20 febbraio ore 18
THE SEA THAT REMEMBERS: LABOUR, TECHNOLOGY, AND AFRO-ASIAN EXCHANGE
MAO – incontro nell’ambito del Black History Month
The Sea That Remembers riunisce storia, creazione di immagini e geopolitica contemporanea per esaminare le lunghe conseguenze del lavoro a contratto nel mondo dell’Oceano Indiano. In questo intervento, l’artista visivo e ricercatore Musquiqui Chihying ripercorre le rotte del commercio dei coolie che collegava l’Asia e l’Africa attraverso isole, porti e infrastrutture marittime.
Piuttosto che considerare l’oceano come uno spazio neutro di circolazione, la ricerca lo interpreta come un archivio infestato, plasmato dall’estrazione, dallo sfollamento e dallo scambio tecnologico ineguale. Attingendo a materiali d’archivio, immagini in movimento, suoni e ricerche sul campo, la conferenza esplora come tecnologie quali la macchina fotografica, la logistica marittima e le infrastrutture contemporanee delle smart city abbiano contribuito a produrre e governare i corpi dei lavoratori. Dai regimi iconografici dell’era coloniale agli attuali progetti tecnologici guidati dalla Cina in tutto il Sud del mondo, questi sistemi continuano a plasmare il modo in cui sono organizzati il lavoro, il territorio e la visibilità. Mettendo in primo piano le isole come luoghi critici di transito e controllo, The Sea That Remembers ci invita a ripensare l’Oceano Indiano come uno spazio in cui le storie del lavoro, della tecnologia e della politica dell’immagine rimangono profondamente intrecciate.
La partecipazione è gratuita, senza prenotazione, fino a esaurimento posti disponibili.
Incontro in inglese con traduzione in italiano.
SABATO 21 FEBBRAIO
Sabato 21 febbraio ore 15:30
DESTRIERI DELL’ETERNITA’. IL SIMBOLISMO DEL CAVALLO NELLA COLLEZIONE CINESE DEL MAO
MAO – visita tematica in occasione del Capodanno cinese
In occasione delle celebrazioni del Capodanno Cinese 2026, Anno del Cavallo, si propone un percorso guidato incentrato sulla collezione permanente del museo dedicata alla Cina. In particolare, l’itinerario di visita proporrà al pubblico una prospettiva inconsueta su alcuni suggestivi nuclei di opere che raffigurano il cavallo nei corredi funerari, narrandone il ruolo e la valenza simbolica nella Cina antica, in un affascinante intreccio tra storia e mito.
Costo: 10€ a partecipante
Costi aggiuntivi: biglietto d’ingresso al museo; gratuito per i possessori di Abbonamento Musei.
Acquisto online su https://tickets.fondazionetorinomusei.it/webshop/webticket/eventlist?production=117 fino a esaurimento posti disponibili.
Informazioni t. 011.19560449 oppure ftm.prenotazioni@coopculture.it
DOMENICA 22 FEBBRAIO
Domenica 22 febbraio ore 16
FESTEGGIAMO INSIEME IL CAPODANNO CINESE
MAO – attività famiglie
Benvenuto all’anno del cavallo di fuoco!
I partecipanti verranno aiutati a calcolare il proprio segno zodiacale cinse e, tra i numerosi cavalli di terracotta della collezione cinese del MAO, si troverà ispirazione per l’attività di laboratorio.
Prenotazione obbligatoria maodidattica@fondazionetorinomusei.it – tel 011-4436928
Costo €7 a bambino, adulti ingresso ridotto alle collezioni; gratuito con Abbonamento Musei.
MERCOLEDI 25 FEBBRAIO
Mercoledì 25 febbraio ore 15:30
I FIORI DI STAGIONE: INVERNO
PALAZZO MADAMA – lezione di giardinaggio sostenibile
con Edoardo Santoro
Ogni stagione nel giardino botanico medievale di Palazzo Madama è una scoperta da vivere con curiosità e spirito di osservazione. Nel verde della città di Torino impariamo a seguire il ritmo della natura e osservare i cambiamenti e l’evoluzione delle piante nelle stagioni attraverso le fioriture, i fogliami, frutti e bacche oltre che l’alternarsi delle tecniche di cura del giardino. Gli appuntamenti hanno inizio in museo con una chiacchierata e proseguono in giardino con dimostrazioni pratiche e osservazioni dal vero. Due mercoledì al mese, per approfondire un argomento o una categoria di piante, che portano nel giardino dove osservare e soprattutto mettere in pratica tecniche naturali e sostenibili adatte per coltivare al meglio piante ornamentali e aromatiche, frutti e ortaggi.
Secondo incontro dedicato alle fioriture invernali: timidi ma tenaci e resistenti i fiori invernali sono tra i più attesi e talvolta inaspettati.
Costi: 5 € Ingresso giardino (gratuito abbonamento musei) + 5€ ogni incontro
Info e prenotazioni: tel. 011 4429629; e-mail: madamadidattica@fondazionetorinomusei.it
Prenotazione consigliata
Mercoledì 25 febbraio ore 18
PADRE PAOLO ABBONA ALLA CORTE DEI RE BIRMANI
MAO – presentazione del volume Consigliere e diplomatico alla corte birmana. La straordinaria vita del missionario padre Paolo Abbona a cura di Anna Maria Abbona Coverlizza (Editrice Effatà 2025).
Grazie a un’articolata e complessa ricerca, sorretta da una preziosa documentazione – mai prima analizzata – e dal contributo di diversi studiosi, il volume presenta la vita straordinaria di padre Paolo Abbona (Monchiero 1806 – Boves 1874), uomo di umili origini, ma di grande intelligenza e umanità, delineandone un ritratto affascinante e ricco di sfaccettature.
Una figura appassionante e davvero inusuale quella del missionario Paolo Abbona. Attraversò il deserto per raggiungere la Birmania e, per trentatré anni, seppe distinguersi presso la corte. Parlava sette lingue, pose fine alla seconda guerra con gli inglesi e fu grande amico del re Mindon Min, che gli concesse libero accesso al palazzo reale, un’indennità mensile ed incarichi diplomatici.
Si guadagnò la stima di Lord Palmerston, incontrò Cavour e il re Vittorio Emanuele II che la nominò Cavaliere e Ufficiale dell’Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro; poi Commendatore nell’Ordine della Corona d’Italia. Predispose il Trattato di amicizia e commercio tra Italia e Impero Birmano e fu ispiratore e partecipe alla prima missione diplomatica birmana presso Napoleone III.
Scoprì una comunicazione con la Cina ed il Tibet; prestò cure nelle epidemie, studiò astronomia e scrisse persino un trattatello sul sistema copernicano, per soddisfare l’interesse della corte. Come missionario oblato fece costruire scuole, ospedali, conventi e chiese (anche la cattedrale di Mandalay); in costante dialogo tra Occidente e Oriente, rispettò sempre la cultura birmana: mentre masticava betel, discuteva di religione e di astronomia con Mindon, nel giardino reale, dove cresceva l’uva bianca da lui introdotta.
Ingresso gratuito fino a esaurimento posti disponibili.
Anna Maria Abbona Coverlizza, giornalista pubblicista (2001), ha collaborato con giornali e riviste, nazionali e locali. Dal 2003 svolge attività di ricerca come cultrice della materia (@unito) in ambito socio-economico. Autrice di saggi su cultura e turismo e sulla storia della Birmania. (Cfr. A.M. Abbona Coverlizza, Consigliere e diplomatico alla corte birmana. La straordinaria vita del missionario padre Paolo Abbona, Editrice Effatà, 2025). Attiva in associazioni di volontariato; socio fondatore e responsabile Rapporti con le Istituzioni Italiane di MedAcross Onlus, che dal 2016 porta aiuti umanitari e cure sanitarie in Myanmar ed ora anche in altri quattro Paesi, tra Asia e Africa.
GIOVEDI 26 FEBBRAIO
Giovedì 26 febbraio
MONUMENTO, TORINO CAPITALE. LA FORMA DELLA MEMORIA
Palazzo Madama – apre la nuova mostra
MonumenTO, Torino Capitale. La forma della memoria, progetto espositivo a cura Giovanni Carlo Federico Villa e Cristina Maritano in collaborazione con l’Amministrazione civica, nasce dall’incontro tra una necessità di rilettura critica e un’occasione concreta: la capillare campagna fotografica condotta da Giorgio Boschetti, che ha restituito ai monumenti torinesi una presenza nuova e inattesa. Attraverso immagini notturne di forte impatto, le statue emergono dal buio come figure isolate, sottratte al rumore urbano e restituite a uno sguardo ravvicinato, capace di coglierne espressioni, posture e tensioni formali. Un lavoro che non documenta soltanto, ma riattiva, trasformando la città in un vero e proprio Teatro della Memoria.
La mostra indaga un secolo di statuaria commemorativa pubblica a Torino concentrandosi su oltre cinquanta gruppi scultorei e offrendo una lettura storico-critica, artistica, urbanistica e sociale delle scelte che hanno modellato il volto simbolico della città. Il percorso prende avvio nel 1838, con l’inaugurazione del Monumento equestre a Emanuele Filiberto di Carlo Marochetti, e si estende fino agli anni Trenta del Novecento.
Attraverso opere e monumenti emerge una Torino dai molti volti: la capitale sabauda dei principi, dei condottieri e dei soldati (da Emanuele Filiberto, a Carlo Alberto, a Pietro Micca); la città dei santi sociali – Giuseppe Cafasso e Giuseppe Benedetto Cottolengo – celebrati tra quotidianità e retorica monumentale; la città capofila del Risorgimento, che celebra gli eroi delle guerre di indipendenza e della lotta per l’unificazione italiana (dall’Alfiere dell’Esercito Sardo a Massimo d’Azeglio, da Garibaldi a Cavour); la Torino laica e positivista, capace di commemorare figure della scienza, dell’impegno civile e dell’imprenditoria (da Luigi Lagrange, a Giuseppe Mazzini, a Pietro Paleocapa).
Il percorso espositivo riunisce circa cento opere – modelli in gesso, bronzetti, disegni progettuali, periodici, fotografie e manifesti che illustrano il lavoro degli artisti coinvolti nell’impresa di monumentalizzazione della città.
Giovedì 26 febbraio ore 17:00
PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI GIULIANO SERGIO “BLOW-UP. PIERO MANZONI E L’ESPLOSIONE DEI NUOVI MEDIA”
GAM – Conferenza
Sala Incontri. Ingresso libero fino a esaurimento posti disponibili
Intervengono:
Rosalia Pasqualino di Marineo
Marco Senaldi
Giuliano Sergio – Autore del volume
Modera: Fabio Cafagna – Conservatore GAM
La GAM è lieta di ospitare la presentazione del volume di Giuliano Sergio Blow-up. Piero Manzoni e l’esplosione dei nuovi media, pubblicato da Electa, Milano 2025.
Il saggio di Giuliano Sergio analizza la visionaria coerenza con cui Piero Manzoni, fra i più celebri artisti del Novecento, intuì il ruolo dei mass-media nella definizione dell’artista e del suo linguaggio.
Superando l’icona romantica dell’artista-genio e il racconto foto-cinematografico delle sue azioni, come fusione fra arte e vita, Manzoni rifiuta il “gesto inutile” e costruisce un’immagine complessa e antitetica.
Il suo “gesto” si concretizza nell’osservare con ironia il farsi dell’opera: lo svolgersi della linea, il gonfiarsi del corpo d’aria, il dispiegarsi del tessuto achrome.
Le azioni interpretate da Manzoni per i cinegiornali sono scene di cabaret; la sua Merda d’artista è promossa come un prodotto pubblicitario; egli costruisce reportage paradossali dove firma modelle nude e contrassegna uova con la propria impronta. Sono immagini pensate per le riviste illustrate o da proiettare durante gli intervalli al cinema.
Rivolgendosi al grande pubblico, Manzoni semina il dubbio sul ruolo dell’artista e sulla funzione dell’arte, avviando una riflessione decisiva sull’autorialità agli albori del consumismo.
| Visite guidate in museo alle collezioni e alle mostre di Palazzo Madama, GAM e MAO a cura di CoopCulture. Per informazioni e prenotazioni: t. 011 19560449 (lunedì-domenica ore 10-17) ftm.prenotazioni@coopculture.it
https://www.coopculture.it/it/poi/gam-galleria-darte-moderna/
|
||
Di Renato Verga
Il contesto storico in cui Orff matura la propria scelta estetica è tutt’altro che neutrale. Negli anni Trenta il Nazionalsocialismo tende a subordinare l’arte alla politica: il pessimismo è bandito, le avanguardie sospette, tutto ciò che devia dai canoni ufficiali marchiato come Entartete Kunst, arte degenerata. In questo clima Orff elabora un linguaggio che si colloca in una zona ambigua e, per certi versi, strategica: evita tanto la piatta imitazione dei modelli tardo-romantici allora dominanti quanto le sperimentazioni più radicali. Una mediazione che diverrà insieme la sua fortuna e la sua dannazione critica.
Pochi titoli del Novecento possono vantare una popolarità paragonabile a quella dei Carmina Burana. Dalla sala da concerto alla pubblicità, dal cinema agli eventi sportivi, l’irresistibile energia di O Fortuna ha trasformato la cantata scenica di Orff in un fenomeno culturale trasversale. Ma proprio questa onnipresenza, sommata a precise opzioni stilistiche, alimenta da decenni un dibattito che merita di essere affrontato senza pregiudizi né indulgenze.
Il primo nodo riguarda il linguaggio musicale. Orff costruisce la partitura su cellule ritmiche elementari, ostinati martellanti, armonie statiche e una scrittura che privilegia l’impatto percussivo. Il risultato è dirompente, quasi ipnotico; tuttavia, tale insistenza può sfiorare la ripetitività. L’armonia, spesso modale o tonale semplificata, evita sviluppi complessi: la tensione nasce più dall’accumulo dinamico che dall’elaborazione tematica. L’efficacia teatrale è indiscutibile, la profondità percepita meno: si avverte talvolta una certa monocromia emotiva, una retorica del “sempre più forte” che sacrifica la sfumatura.
Un secondo aspetto concerne il rapporto tra testo e musica. I poemi goliardici medievali, intrisi di vitalismo, eros e ironia, vengono trattati con un’enfasi sonora che amplifica il lato sensoriale ma attenua quello satirico. L’umorismo caustico e la sottile ambiguità dei versi latini e medio-alti tedeschi rischiano di essere schiacciati dalla monumentalità corale. In numeri come In taberna quando sumus, la caricatura dovrebbe graffiare; invece, spesso si trasforma in baldoria sonora. La drammaturgia interna appare episodica: più successione di quadri che arco narrativo compiuto.
Si apre poi la questione dell’estetica. Orff rifiuta tanto il sinfonismo tardo-romantico quanto l’atonalità d’avanguardia, proponendo un “primitivismo moderno” fondato su ritmo, gesto e immediatezza. Salutare antidoto all’intellettualismo, certo, ma anche possibile regressione semplificatrice. L’idea di una musica arcaica e rituale affascina, ma comporta il rischio di una spettacolarità prevedibile, dove il colpo di scena coincide con il crescendo e l’esplosione percussiva.
Infine, la stessa popolarità dell’opera solleva interrogativi. L’abuso mediatico di O Fortuna ha generato assuefazione e stereotipi: ciò che in teatro dovrebbe scuotere, fuori contesto diventa formula. Il rischio è che l’intero ciclo venga percepito come una sequenza di “hit”, perdendo la dimensione rituale e ciclica concepita da Orff, quel ritorno al destino che chiude il cerchio. In questo spazio, sospeso tra potenza e limite, si colloca la vera sfida interpretativa: restituire all’opera non soltanto il fragore, ma anche respiro, sensualità e sorriso amaro dei testi medievali.
Carmina Burana, cantiones profanae cantoribus et choris cantandae, comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis. Così recita il lungo titolo: una cantata che prevede movimenti scenici, balli, mimi, immagini. Non a caso il lavoro è stato spesso messo in scena: memorabile l’adattamento coreografico di John Butler per la New York City Opera(1959); celebre la versione filmica di Jean-Pierre Ponnelle per la televisione tedesca (1975); visionaria la lettura della La Fura dels Baus (2009), tra teatro fisico, simboli visivi e persino profumi diffusi in sala.
Nulla di tutto questo nel concerto di Carnevale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI all’Auditorium Arturo Toscanini. L’esecuzione è puramente concertistica, abiti eleganti, nessun guizzo umoristico. Anche John Axelrod, che qui aveva osato l’elmo di Darth Vader dirigendo John Williams, sceglie la massima sobrietà.
Sul piano esecutivo, le insidie non mancano. La scrittura corale, solo in apparenza diretta, richiede precisione ritmica assoluta, dizione scolpita, controllo rigoroso delle dinamiche estreme. Senza disciplina ferrea, il suono diventa rumoroso. Non sempre il Coro Sinfonico di Milano diretto da Massimo Fiocchi evita queste trappole. Impeccabile invece il Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino preparato da Claudio Fenoglio.
L’orchestra deve perseguire un equilibrio delicato tra slancio e trasparenza. Axelrod governa con sicurezza, brillando soprattutto nei passaggi strumentali che evocano movenze di danza care a Gershwin e Stravinskij. Altrove la massa timbrica tende a coprire le voci, come accade In taberna al baritono Alessandro Luongo le cui qualità emergono invece nel Cour d’amours. Spettacolare il tenore Sunnyboy Dladla in Olim lacus colueram; ironica e musicalmente salda Valentina Farcas, soprano.
Applausi calorosi, sala gremita fino alla galleria. Il concerto è tra i pochi ripresi in video dalla RAI: segno dei tempi, e scelta che fa discutere, soprattutto a fronte di appuntamenti sinfonici di ben altra portata.
Il Kappa FuturFestival si prepara a tornare con la tredicesima edizione, in programma dal 3 al 5 luglio 2026 negli spazi del Parco Dora, e annuncia anche un’importante espansione internazionale con una nuova tappa in Messico.
Dopo il grande successo dell’edizione precedente, che ha registrato la presenza di circa 120 mila partecipanti provenienti da oltre 150 nazioni, la manifestazione ha ufficializzato le date del prossimo appuntamento a Torino. L’evento ospiterà più di 120 artisti di fama internazionale, consolidando il proprio ruolo tra i principali festival dedicati alla musica elettronica. Contestualmente è stata avviata anche la fase di prevendita dei biglietti.
Negli ultimi anni il festival ha assunto un peso sempre maggiore sia sul piano culturale sia su quello economico, con una ricaduta stimata intorno ai 30 milioni di euro e una platea digitale che raggiunge circa 110 milioni di utenti. Il riconoscimento ottenuto nella classifica dei migliori eventi musicali del 2025 stilata da DJ Mag, dove si è posizionato al sesto posto nella Top 100 Festivals, conferma la rilevanza internazionale della manifestazione.
Il Kappa FuturFestival guarda inoltre oltre i confini europei, preparando una nuova edizione intercontinentale che sarà ospitata in Messico. Ulteriori dettagli relativi a calendario e line-up artistica saranno comunicati prossimamente.
L’appuntamento torinese si svolgerà dal 3 al 5 luglio 2026, con orario dalle 18 alle 23.45, nell’area del Parco Dora, in corso Mortara all’angolo con via Orvieto.
Mara Martellotta
Stupinigi: Evviva l’anno del Cavallo
Domenica 22 febbraio, ore 15.45
Per il Capodanno Cinese una visita speciale alla scoperta delle “cineserie” della Palazzina di Caccia
In occasione del Capodanno Cinese, la Fondazione Ordine Mauriziano organizza una visita speciale alla scoperta di un mondo lontano e delle influenze orientali presenti all’interno del percorso di visita della Palazzina di Caccia di Stupinigi.
L’appuntamento “Evviva l’anno del Cavallo” di domenica 22 febbraio è un viaggio verso Oriente, un’immersione nei racconti dei grandi viaggiatori, attraverso la Via della Seta e fino in Cina. Dai paesaggi ad acquerello delle carte da parati alle stoffe, dall’esotica Sala da Gioco ai bizzarri animali del serraglio: nella Palazzina di Caccia di Stupinigi si possono ripercorrere le influenze ed il gusto per le “cineserie” e l’esotismo diffuso nelle residenze sabaude.
Il fascino dell’Oriente conquista l’Europa a partire dal 1600 con l’arrivo nel Vecchio Continente di merci preziose quali lacche, sete, carte da parati e porcellane che vanno ad abbellire le dimore di re e principi. In Italia, i Savoia, influenzati anche loro dall’esotismo, creano ambienti che riecheggiano questi luoghi lontani. I Gabinetti Cinesi, ad esempio, hanno una tappezzeria di carta dipinta a tempera, importata dalla Cina meridionale, con scene che si sviluppano dal basso verso l’alto, tratte dalla vita e dai costumi popolari dell’antica Cina.
Mara Martellotta
INFO
Palazzina di Caccia di Stupinigi
Piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi – Nichelino (TO)
Domenica 22 febbraio 2026, ore 15.45
Evviva l’anno del Cavallo
Durata dell’evento: 1 ora e 15 minuti circa
Prezzo visita guidata: 5 euro + biglietto di ingresso
Biglietto di ingresso: intero 12 euro; ridotto 8 euro
Gratuito: minori di 6 anni e possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte e Royal Card
Prenotazione obbligatoria entro il venerdì precedente
Info e prenotazioni: 011 6200601 stupinigi@biglietteria.ordinemauriziano.it
Giorni e orari di apertura Palazzina di Caccia di Stupinigi: da martedì a venerdì 10-17,30 (ultimo ingresso ore 17); sabato, domenica e festivi 10-18,30 (ultimo ingresso ore 18).
Teatro Concordia Venerdì 20 febbraio, ore 21
Biasimare gli errori e stigmatizzare l’ignoranza sono considerate pratiche virtuose. Necessarie. Ma le cose, forse, non stanno proprio così. Prendendo spunto da aneddoti, dalla scienza, dallo sport, da pensatori come Machiavelli, Montaigne e Sandel, ma anche da Mike Tyson, Bruce Lee e Roger Federer, Gianrico Carofiglio racconta la gioia dell’ignoranza consapevole e le fenomenali opportunità che nascono dal riconoscere i propri errori. Imparando, quando è possibile, a trarne profitto. Una riflessione inattesa su due parole che non godono di buona fama. Un’allegra celebrazione della nostra umanità. GIANRICO CAROFIGLIO Nato a Bari, è stato pubblico ministero, specializzato in indagini sulla criminalità organizzata, consulente della Commissione parlamentare antimafia e senatore della Repubblica. Ha esordito nella narrativa nel 2002 con Testimone inconsapevole, primo romanzo della serie con protagonista l’avvocato Guido Guerrieri, cui sono seguiti Ad occhi chiusi, Ragionevoli dubbi, Le perfezioni provvisorie, La regola dell’equilibrio, La misura del tempo e L’orizzonte della notte. Ha creato il personaggio del maresciallo dei Carabinieri Pietro Fenoglio, protagonista della trilogia composta dai romanzi Una mutevole verità, L’estate fredda e La versione di Fenoglio. Tra le sue opere più note figurano anche i romanzi Il passato è una terra straniera, Il silenzio dell’onda, Il bordo vertiginoso delle cose e Le tre del mattino; le raccolte di racconti Non esiste saggezza e Passeggeri notturni; e i saggi Della gentilezza e del coraggio, La nuova manomissione delle parole e Elogio dell’ignoranza e dell’errore. Il personaggio di Penelope Spada, ex pubblico ministero, compare per la prima volta ne La disciplina di Penelope e torna come protagonista del romanzo Rancore. I libri di Gianrico Carofiglio sono tradotti, o in corso di traduzione, in tutto il mondo e disponibili anche in audiolibro, letti dall’autore. Gianrico Carofiglio ha ideato e conduce la trasmissione televisiva di approfondimento etico e culturale Dilemmi, giunta alla quarta edizione; tiene conferenze e seminari su linguaggio e scrittura nelle maggiori università italiane e straniere; è autore e interprete di lectio sceniche a teatro e in festival e manifestazioni letterarie. Dai suoi romanzi sono tratti film per il cinema e serie tv di successo.
Info Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO) Venerdì 20 febbraio 2026, ore 21 Elogio dell’ignoranza e dell’errore Di e con Gianrico Carofiglio Produzione: Charlotte Spettacoli Biglietti: intero 20 euro, ridotto 18 euro www.teatrodellaconcordia.it
Sugli schermi “Il mago del Cremlino”
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
Quando, era il 17 marzo 2014, Vladislav Surkov divenne persona posta sotto sanzioni esecutive negli States di Barak Obama e si vide congelare ogni proprietà che là possedeva, la risposta fu: “Le uniche cose che mi interessano negli Stati Uniti sono Tupac Shakur, Allen Ginsberg e Jackson Pollock. Non ho bisogno di un visto per accedere al loro lavoro”. Quattro giorni più tardi anche l’Unione Europea gli chiuse le porte ma lui in seguito venne visto a Ibiza o tra i monasteri del Monte Athos. Nel Mago del Cremlino che Olivier Assayas (già collaboratore dei “Cahiers du cinéma”, già autore di Sils Maria e Personal Shopper), con l’apporto a una sceneggiatura senza impennate di Emmanuel Carrère, ha tratto dal roman à clef omonimo del nostro scrittore e politico Giuliano da Empoli, Surkov è ribattezzato Vadim Baranov, sino al 2020 mentore instancabile e pieno di risorse e anima nera di Vladimir Vladimirovič Putin. Ovvero la costruzione di un tiranno, un nuovo “principe”, un nuovo zar. Un passato di artista rap e regista teatrale che collimava in idee ed entusiasmo con quella avanguardia che circolava nella Russia di fine millennio, una voglia improvvisa di scendere – sempre dietro le quinte – nel campo di battaglia della politica, un passato che ritorna, assai pacatamente, attraverso una summa di capitoli che guardano al panorama stretto della nazione come alle sfere territoriali circostanti, un panorama di cui lo spettatore comune dovrebbe avere maggiori conoscenze e che soltanto la Storia potrà decifrare con maggiore sguardo di lontano, un passato che nasce dai colloqui che Baranov allaccia con un intervistatore americano (Jeffrey Wright) tra le stanze e le sedute di vodka all’interno di una dacia solitaria tra le distese nevose che la circondano.
L’avanguardia disordinata e assordante, le mire verso una televisione diversa fatta di reality, di maggior gusto occidentale, l’aver compreso che business e politica e spettacolo possono coesistere, l’incontro con la sfuggente Ksenia (Alicia Vikander) sempre pronta a fare attenzione a dove spiri il vento del successo, l’apprendistato alla corte dell’oligarca Boris Berezovsky – interessante storia, all’interno dell’intera matassa di Assayas, di chi aveva nelle mani il principale canale televisivo russo, il Pervyj, di chi finanzia un partito che porterà Putin, freddo burocrate del KGB, con la sua resistibile ascesa, alle soglie del vero mondo politico, di chi è definito un boss della mafia russa, s’oppone in seguito ai disegni del Presidente, chiede asilo in Gran Bretagna, è trovato morto “chiuso a chiave in bagno e impiccato”, circostanze sulle quali il coroner non ha ancora messo la parola fine -, l’invenzione di una “democrazia sovrana”, gli anni della “direzione” tra il 2013 e il febbraio 2020, anno in cui fu esautorato da chi sino ad allora aveva seguito i suoi “consigli”, la Cecenia, il Donbass e l’Ucraina, l’inabissamento del Kursk, i giochi olimpici di Soči, e avanti ogni cosa la ricerca di un equilibrio della patria da mettere nelle mani di una persona del tutto nuova: era l’anno 2000 e la veste della Russia, all’indomani delle dimissioni di Eltsin, mentalmente e fisicamente instabile, in vero declino, doveva necessariamente cambiare foggia. L’uomo nuovo, quello sempre al riparo di un efficace paravento, era Surkov/Baranov. L’ombra, il potente Rasputin del nuovo millennio, una sorta di Machiavelli dei giorni nostri, lo stratega delle public relations, quello che predispone, che soppesa le parole e i fatti, quello che indirizza e manipola e s’allontana immediatamente dall’area che ha appena frequentato, che con uno sguardo apparentemente spento realizza. Assayas racconta, in 149’, a tratti attraverso interminabili dialoghi e confronti, per gradi e per tappe, un fiume in piena cinematografica anche a rendere l’arrembaggio confuso di quel luogo e di quegli anni, la Russia del nuovo capitalismo, cade nel colpo di pistola finale e fasullo, interessa ma si fa narratore oltre misura, più drammaturgo russo che francese ironico e distaccato.
È peraltro ottimamente aiutato da una coppia d’attori in autentico stato di grazia. Jude Law è un perfetto Putin, è “teatralmente” potente, lo reiventa saggiamente e spettacolarmente nel suo muoversi, negli sguardi sghembi, nello stropicciare le labbra nell’attesa di una risposta, nell’attraversare i corridoi e al riparo delle grandi ante dorate che lo spingono ad avanzare nelle sale del palazzo. Ma è su Paul Dano – grandioso – che deve posarsi l’attenzione di chi vedrà il Mago, al percorso ininterrotto di questo attore che regge dalla prima all’ultima scena, oggi poco più che quarantenne (esploso come figlio di Daniel Day-Lewis nel Petroliere nel 2007 e poi come l’instabile e presunto rapitore di bambine nel Prisoners di Denis Villeneuve, tralasciando Sorrentino e Spielberg), alla sua performance tutta trattenuta ma esplosiva, tranquillamente soffusa e chiusa nella fissità di quel suo faccione tondo, nei gesti trattenuti, nelle cose non dette e a tratti nemmeno lasciate trasparire, in quel carico di lentezze e movenze calibrate di cui riveste la personalità forte del suo Baranov.
“Liberatutti”… Ma è sport questo?
A Racconigi, uno spettacolo messo in scena dalla Compagnia genovese “ScenaMadre” per riflettere su cosa mai sia oggi diventato lo “sport”
Venerdì 20 febbraio, ore 21
Racconigi (Cuneo)
Quant’è cambiato, nel tempo, lo “sport” e l’immagine che di esso abbiamo, realtà spesso mostruosamente totalizzante, in cui impera, sempre più alla grande, il solo profitto economico e il successo, la vittoria – costi quel che costi – rispetto ai valori e a quella formazione etica e didattica e – perché no? – giocosa, capace (quanti anni fa?) di grandi gesti di fratellanza, amicizia e solidarietà fra atleti e fra chi ne seguiva le vicende e le vicissitudini umane e “sportive”, come ancora si potevano, a ragion veduta, chiamare. Oggi lo sport pare anch’esso seguire i ritmi balordi dei tempi. Ed è competizione senza sconti, “guerra” totale sui campi da gioco e sulle tribune, beffa, ingiuria, scontro senza regole se non quelle, spesso infide, capaci di portarti a vittorie svuotate d’ogni regola e principio morale.
Una visione che spesso allontana, anziché avvicinare alla pratica e all’assurdo “teatrino” dello sport, quello che, tanto ma proprio tanto tempo fa, si diceva “nobilitasse” l’essere umano.
Ma cosa mai è diventato allora lo sport? A chiederselo, e a cercare di darcene – e darsene – una risposta, è il prossimo spettacolo della Rassegna Teatrale “Raccordi”, ideata e organizzata a Racconigi dall’Associazione “Progetto Cantoregi” e dalla “Fondazione Piemonte dal Vivo”, che venerdì prossimo 20 febbraio , alle 21, porteranno in scena alla “Soms” (ex Salone Sociale appartenuto alla locale “Società Operaia Mutuo Soccorso” e riconvertito dal 2019 in uno spazio di comunità partecipato e multiculturale) lo spettacolo teatrale “Liberatutti” firmato dalla genovese (Tigullio) “ScenaMadre”, guidata da Marta Abate e Michelangelo Frola, sceneggiatori e registi della pièce. In scena cinque attori: Simone Benelli, Francesco Fontana, Damiano Grondona, Chiara Leugio e Sofia Pagano.
Saranno loro a dare il “meglio” per far arrivare dal palco quella che vuole essere una riflessione intelligente e ironica sullo “sport” e, per estensione sulla “società contemporanea”. Riflessione che prende atto di quanto oggi lo sport, da attività ludica e fisica, si sia inesorabilmente trasformato in uno “spettacolo totalizzante”, dove ogni sconfitta, ben lungi dall’essere sprone a rese migliori, è invece drammaticamente vissuta come un “fallimento personale”, mentre l’“allenamento” diventa una sorta di “rito istrionico” e la “vittoria” sembra, allora, l’unico obiettivo possibile. Da agguantare ad ogni costo. Spesso oltre le regole, come beffa irrispettosa verso l’avversario. Lo spettacolo vuole invece invitare a guardare “oltre la competizione”: dalla scuola agli hobby, dalle relazioni affettive al lavoro, tutto sembra misurarsi, erroneamente, in termini di prestazione e confronto. E con leggerezza e ironia, “Liberatutti” mette in scena questa “ossessione collettiva” per il successo, mostrando come la vita stessa rischi di diventare, su questa strada, una “gara senza fine”, e suggerendo che forse esiste un modo diverso di vivere, più libero e autentico.
Perfettamente chiare e condivisibili, in tal senso, le “note di regia”:
Con ‘Liberatutti’ vorremmo ridere e far ridere di certi aspetti dello sport.
Dei discorsi che sentiamo negli spogliatoi, nei film o nelle telecronache sportive, secondo i quali bisogna sempre dare il massimo, non si può mai perdere né restare indietro né commettere errori.
Ma lo sport non era un gioco prima di tutto?
E la creatività? La collaborazione?
E il tempo per imparare le cose?
Il tempo per sbagliare, perché è così che si imparano le cose?
Gran belle domande. Che ci sentiamo di fare profondamente nostre. E di cui forse troveremo, se non tutte, almeno una parte di risposte nelle storie e nelle voci che ci arriveranno dal palco. L’impegno c’è tutto. Da entrambe le parti. Ma il lavoro, è indubbio, ci appare assai faticoso. Con scarse possibilità di vittoria!
Per info: “Soms – Progetto Cantoregi”, via Carlo Costa 23, Racconigi (Cuneo); tel. 349/2459042 o www.progettocantoregi.it
Gianni Milani
Nelle foto: immagini di scena
Per la stagione “Iperspazi” del cartellone condiviso FTT Fertili Terreni Teatro, giovedì 19 febbraio prossimo andrà in scena a San Pietro in Vincoli lo spettacolo “A.L.D.E non ho mai voluto essere qui”, per l’ideazione e la direzione e di Giovanni Onorato, con Giovanni Onorato e Mario Russo. Lo spettacolo è stato selezionato per il progetto “Visionari” 2024-2025. La pièce teatrale è una performance di musica e parole, una pièce dall’ambientazione elementare e spoglia, in cui un attore e un musicista dialogano di fronte a una serie di quaderni sparsi per terra; in bilico in un linguaggio a metà tra teatro di narrazione e performance, i due interpreti si muovono in un contesto da poetry slam con i brani musicali eseguiti live per punteggiare la storia di un’adolescenza o della sua fine.
La forza del progetto risiede in questo particolare approccio, nella volontà di reinterpretare in chiave originale un linguaggio ormai diffuso come il poetry slam, creando una sorta di ibrido intimo e teatrale. Il nucleo narrativo riguarda il rapporto d’amicizia tra un poeta, Arduino, e il narratore che, lungi dal voler organizzare una serata commemorativa in cui si leggono poesie, lentamente costruisce, parola dopo parola, un qualcosa che ha tutto l’aspetto di una vendetta, una relazione a metà fra una affinità elettiva e una maledizione, un rapporto amicale che non può far pensare al Jack Kerouac e Dean Moriarty, ad Arturo Belano e Ulises Lima nei “Detective selvaggi”, o rivolgendo lo sguardo a tempi più recenti alle due protagoniste de “L’amica geniale”.
“È difficile dire quando comincia un progetto – spiega l’ideatore e interprete Giovanni Onorato – tuttavia, se devo stabilire un inizio, direi che questo progetto è nato durante la prima quarantena leggendo Roberto Bolaño e i suoi ‘Detective selvaggi”. Mi colpisce profondamente il mondo in cui nella sua scrittura la poesia diventi un pretesto per parlare di tutt’altro. In quasi 700 pagine di romanzo, in cui si parla quasi esclusivamente di poeti, non compare neanche una poesia, a parte una di Rimbaud, in cui viene raccontato di uno stupro probabilmente subito da lui stesso. Se le cose stanno così, il fatto che Rimbaud avesse mandato il componimento a tutti coloro che gli volevano bene, suonerebbe come una richiesta di aiuto più che di un ‘cosa ne pensate?’, e il fatto che non abbia più parlato al suo maestro, Monsieur Izanbard, dopo la sua risposta in cui lo accusava di essere volgare, racconterebbe una tragica storia di incomprensione. Ecco, con molto cinismo questo è un esempio di come una poesia possa trasformarsi in una narrazione: le poesie si pongono sempre come enigmi, a volte sembra che riguardino solo chi le scrive, ma i temi che vi sono dietro presentano caratteristiche universali. Raccontare, o inventare le storie che vivono dietro agli scritti, apre le porte a una visione labirintica e stratificata della realtà, in cui tutto è vita e rappresentazione della stessa.
Nel frattempo ho conosciuto Lorenzo Minozzi, musicista di ritorno da Los Angeles, e insieme a lui ho cominciato a mettere in musica un’importante mole di poesie, raccolte tra i 18 e i 25 anni. Nello stesso periodo, un amico ci ha chiesto di fare una performance durante una mostra da lui organizzata: io, imbarazzato a leggere dai miei quaderni, ho dichiarato che le poesie erano di un nostro amico morto suicida qualche mese prima, Arduino Luca degli Esposti. Questo ha aperto le porte a una situazione surreale e sorprendente: un requiem dadaista in cui la solennità della commemorazione si dava continuamente il cambio con il sospetto di essere presi in giro (e per alcuni, gioiosi istanti con la semplice contemplazione del racconto, in quella dimensione tra realtà e immaginazione). I due aspetti della ricerca, performance musicale e drammaturgia contemporanea, si erano ricongiunti in questa piccola bugia, trovandovi il loro contenitore ideale”.
Biglietti: intero 13 euro se acquistato online – 15 euro in cassa la sera dell’evento. Resta la possibilità di lasciare il biglietto sospeso tramite donazione online o con Satispay ed entrare gratuitamente per alcuni under 35, grazie ai biglietti messi a disposizione attraverso la collaborazione con Torino Giovani.
“A.L.D.E. non ho mai voluto essere qui” – San Pietro in Vincoli – 19 febbraio ore 21
Mara Martellotta