Rievocata anche la famosa “Vasca di Fritz”!
Lavori finanziati dal “PNRR” per un importo di circa 2milioni di euro, su Progetto sviluppato dalla “Fondazione Ordine Mauriziano”
Stupinigi – Nichelino (Torino)
L’ultimo intervento significativo risaliva all’inizio del Novecento quando Alessandro Scalarandis, già “Capo giardiniere” a Monza, ridisegnò il “Giardino fiorito di Levante” introducendo piante esotiche di alto fusto.
Nel tempo, la progressiva perdita della funzione di “Residenza Reale” della “Palazzina” di Stupinigi (piazza Principe Amedeo, 7) e una manutenzione alquanto discontinua hanno portato a una parziale perdita della “leggibilità” del disegno originario datato 1740, su progetto a firma del francese Michel Bernard (allora direttore dei “Reali Giardini”) e impostato secondo il modello del “giardino formale” di tradizione francese: un grande spazio immaginato e realizzato attorno al “tondo” retrostante la “Palazzina”, con viali radiali, “parterre” ornamentali e architetture vegetali che relazionavano l’edificio con il territorio adibito alle “rotte di caccia”. Sotto il dominio napoleonico il “Giardino” subì un totale impoverimento determinato dall’eliminazione di ogni struttura generante la perfetta “simmetria del verde”, cui posero in parte rimedio i fratelli torinesi – architetti del paesaggio – Marcellino e Giuseppe Roda con l’inserimento di elementi in “stile romantico” (boschetti inglesi, un lago artificiale e nuove specie esotiche) senza però alterare la struttura geometrica originaria di impostazione juvarriana.
A seguire, l’intervento (di cui sopra) di Alessandro Scalarandis, inficiato però dall’inizio della Seconda guerra mondiale, quando la promozione della coltivazione di qualsiasi terreno da parte del governo fascista per far fronte ai razionamenti alimentari, fece sì che il “Giardino storico” venisse trasformato in un semplice “orto di guerra”, coltivato a pomodori, patate, fagioli e altri ortaggi che venivano in gran parte inviati all’“Ospedale Mauriziano” di Torino.
Da allora, poco o nulla di nuovo sotto il sole, fino all’attuale “benedetto” Progetto di Recupero, sviluppato dalla “Fondazione Ordine Mauriziano”, in collaborazione con la “Struttura Tecnica” dei “Giardini della Reggia” e il sostegno finanziario del “PNRR” per un importo di circa 2milioni di euro, nell’ambito del Programma dedicato alla “Valorizzazione dei Parchi e dei Giardini Storici”.
Il “Progetto di Restauro”
Nato da un lavoro redatto nel 2022 grazie a un finanziamento della “Regione Piemonte” (che è servito a mettere in relazione lo stato attuale del “Giardino” con la “documentazione storica”), il primo lotto di interventi ha riguardato le aree più prossime alla “Palazzina” e in particolare il “recupero”, secondo i disegni del Settecento, delle “stanze di verzura”, gli “Apartaments verts”, le “gallerie vegetali laterali” costituite da 4 filari di alte siepi di carpino nero, perfettamente simmetriche e speculari, e luogo dove passeggiare e sostare su panchine all’ombra creata da piante di acero campestre e tiglio. Sono stati anche ricreati, secondo i disegni ottocenteschi, i due grandi “parterre erbosi”, che con la loro simmetrica regolarità si connettono e intersecano con il “Giardino” e il territorio circostante.
Il “Giardino di Levante”, primo spazio di accesso al “Giardino” dal percorso di visita, ha conservato la pregressa configurazione spaziale con l’inserimento di zone con specie vegetali arbustive perenni alternate a manti erbosi e alberi ad alto fusto, anche di specie esotiche, testimonianza degli interventi eseguiti in epoca ottocentesca in “stile paesaggistico inglese”. In quest’area è stata inoltre riproposta la suggestiva memoria della celebre “vasca di Fritz”, attraverso un intervento paesaggistico che restituisce un episodio della storia della Residenza legato alla presenza dell’“elefante” indiano donato nel 1827 dal Viceré d’Egitto a re Carlo Felice e ucciso nel 1852, poiché diventato troppo aggressivo dopo la morte del suo custode. I suoi resti sono oggi esposti al “Museo Regionale di Scienze Naturali” di Torino.

Il progetto ha previsto anche l’installazione di un “impianto di irrigazione”, l’estensione dei “sistemi di videosorveglianza” e “wi-fi”, nonché la realizzazione di un “punto di erogazione” di acqua potabile e di “servizi igienici” dedicati ai visitatori. Una particolare attenzione è stata riservata anche all’accessibilità per le persone con “disabilità motorie”, attraverso la messa a disposizione di “scooter elettrici” progettati per percorrere i viali “inghiaiati” del giardino.
Per stare al passo coi tempi, l’esperienza di visita sarà inoltre supportata da una “applicazione digitale” scaricabile gratuitamente, “SmartPark Experience”, che permetterà di ricevere informazioni sul giardino e indicazioni utili.
Per motivi di “tutela ambientale”, restano al di fuori di questo primo lotto dei lavori, alcune aree facenti parte di una “Zona Speciale di Conservazione” della “Rete Natura 2000”, presente nel “Parco”. In queste zone, però, sono già in corso studi finalizzati a conciliare la conservazione degli “habitat naturali” con la possibilità di una futura fruizione pubblica.
Per info e prenotazioni: tel. 011/6200601 o www.ordinemauriziano.it
g.m.
Nelle foto: La “Palazzina” oggi e “Foto storiche”



Era l’ardita avanguardia di un folto gruppo di migranti che tra gli anni Trenta e Quaranta si trasferirono con tutta la famiglia nelle cascine del chierese. Fu un vero e proprio esodo dal Veneto al Piemonte. La crisi agricola, la povertà dei campi, le campagne troppo popolate e le scarse opportunità nell’industria spinse molte famiglie venete a nord-ovest per trovare un’occupazione contribuendo alla crescita economica del territorio. Ma perché proprio nel chierese? Il territorio offriva la possibilità di lavorare nel tessile, già molto sviluppato nella zona, storicamente un vanto del chierese, un motore economico per secoli, e nelle attività manifatturiere e artigianali oltreché nell’edilizia. E così, nella città alle porte di Torino nacque la comunità veneta del chierese e oggi, su 36000 abitanti ben 12000 sono discendenti di veneti. Il libro “Sulla scia di una gondola”, di Adelino Mattarello, editrice il Punto, fresco di stampa, presentato alla biblioteca civica Francone a Chieri, ripercorre questa lunga vicenda. È una raccolta di biografie, aneddoti, racconti, 300 fotografie e mille curiosità sulla vita quotidiana, religiosa e associativa dei numerosi veneti che per necessità hanno dovuto lasciare la propria terra per ricominciare a vivere in altri luoghi. Un libro ricco di testimonianze, come quella di Mirto Bersani, direttore del Corriere di Chieri, con bisnonno padovano, che racconta la storia della migrazione dei veneti che iniziò cent’anni fa con quei ragazzi veneti mandati a lavorare nei campi del chierese. Lo stesso autore del libro, Mattarello, è nato ad Adria (Rovigo) e negli anni Sessanta si è trasferito a Chieri dove già si trovavano i cugini.


