Domenica 23 agosto 2026 il Comune di Nasino (SV), in collaborazione con lo scrivente, ha organizzato l’evento “Un tuffo nel medioevo”, volto a ricordare il suo storico legame con i Marchesi di Clavesana, i Del Carretto e i Grimaldi di Monaco. La cerimonia è stata patrocinata dal Consiglio Regionale della Liguria, dalla Provincia di Savona e dal Comune di Nasino.
I partecipanti si sono ritrovati alle ore 16,30 davanti alla Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista, risalente al XIII secolo, dove alle ore 17 Don Pierdamiano Esposito ha celebrato la Santa Messa.
Successivamente, all’interno della chiesa si è tenuta una solenne cerimonia, aperta dai saluti del Sindaco Roberto De Andreis, il quale ha affermato che l’idea della manifestazione è nata per caso lo scorso aprile dopo la cerimonia organizzata dallo scrivente a Zuccarello per ricordare il 700° anniversario delle nozze tra Enrico Del Carretto e Caterina di Clavesana. Nella dote che Caterina portò al suo sposo era compresa anche la metà del feudo di Nasino.
“In Frazione Costa ci sono i ruderi del castello che abbiamo cercato in primis di mettere in sicurezza e poi vedremo se riusciremo a fare qualcosa di più importante” ha concluso il Primo Cittadino, per poi passare la parola alla Consigliera Regionale Sara Foscolo, la quale ha sottolineato l’importanza di queste cerimonie, che permettono di “tramandare la nostra storia e le nostre tradizioni (…) Io sono anche Consigliere Comunale di Massimino e grazie ad Andrea Carnino stiamo scoprendo il legame del Comune con i Grimaldi. Se la storia non viene raccontata e tramandata di generazione in generazione si perde. La mia generazione ha sentito parlare dai nonni dei Marchesi Del Carretto, ma pian piano questo ricordo andrebbe perso se non ci fossero persone come Andrea che dedicano la loro passione, la loro vita per studiare, raccontarci e tramandarci”.
Ha quindi preso la parola il Consigliere Regionale Angelo Vaccarezza, il quale ha definito queste iniziative come “fondamentali, perché dimenticarci le nostre radici e la nostra storia ci impedisce di affrontare le sfide del futuro e chi lavora come il Dott. Carnino, che ho avuto il piacere di ascoltare qualche settimana fa a Castelvecchio di Rocca Barbena, con la sua infinita cultura, ci consente di non dimenticare da dove veniamo e questo è un discorso molto importante. (…) Questi valori sono quelli che ci servono per poter passare il testimone ai nostri figli”.
Ha concluso gli interventi l’Architetto Zunino, impegnato nell’importante progetto di recupero e valorizzazione del maniero. Il Comune di Nasino da alcuni anni si è infatti impegnato in questa iniziativa, coinvolgendo anche le Università di Sassari e Genova con l’intento di approfondire la conoscenza di questo edificio. Il progetto non è solo di conservazione archeologica, l’Amministrazione Comunale è infatti intenzionata a permettere la fruibilità al pubblico del maniero, anche attraverso la realtà virtuale, in modo da trasformarlo in uno stimolo per il turismo e in una risorsa per la valorizzazione dell’identità locale.
Lo scrivente nel suo intervento ha ripercorso la storia del Comune e il suo legame con i Marchesi di Clavesana e i Del Carretto.
Quando nel 950 d.C. il Re degli italici Berengario II suddivise il Nord Italia in tre Marche, il territorio di Nasino entrò a far parte di quella Aleramica, il cui capoluogo era Savona.
Nel 1142, diciassette anni dopo la morte del Marchese di Savona Bonifacio del Vasto, i figli avuti dalla seconda moglie Agnese di Vermandois si spartirono i possedimenti paterni: Manfredo fu il capostipite dei Marchesi di Saluzzo; Berengario, figlio di Guglielmo, di quelli di Busca; Anselmo ereditò Ceva; Ugo Clavesana, ad Enrico andarono invece Savona, Noli, Finale Ligure, Cairo Montenotte e altri borghi e castelli minori, tra questi Calizzano, Sassello ed Altare. Enrico alla morte del fratello Bonifacio “il Minore”, Vescovo e Marchese di Cortemilia, ereditò anche il Marchesato di Cortemilia con terre, ville e castelli nelle Langhe; dalla moglie Beatrice del Monferrato ebbe diversi figli, tra questi Enrico II e Ottone, i quali furono i primi a portare il cognome Del Carretto in onore del poema “Il cavaliere del carretto”, scritto dal francese Chrétien de Troyes.
Nasino venne ereditato da Ugo di Clavesana e alla morte senza figli di quest’ultimo i suoi possedimenti passarono al nipote Bonifacio, figlio di suo fratello Anselmo, che fu quindi il capostipite dei Marchesi di Clavesana. Guglielmo, un altro figlio del sopraccitato Anselmo, fu invece il capostipite dei Marchesi di Ceva.
Il Marchesato di Clavesana comprendeva in Piemonte oltre alla capitale anche Farigliano, Mombarcaro, Dogliani, Saliceto e La Morra e al di là delle Alpi la Marca d’Albenga, che si estendeva da Finale Ligure fino a Bussana e dalle sorgenti dell’Arroscia fino al mare.
I Clavesana fecero costruire molti castelli, tra i quali: tra il X e l’XI secolo quello del Monte Arosio a Testico; nell’XI secolo quelli di Castelvecchio di Rocca Barbena e Aquila d’Arroscia; tra l’XI e il XII secolo quello di Diano Castello; nel XII secolo i manieri di Andora, Castelbianco, Cervo, Rezzo e Stellanello; tra il XII e il XIII secolo quelli di Nasino e Zuccarello e nel XIII secolo quello di Ortovero.
A Nasino i Clavesana subinfeudarono i Cepolla, una delle più illustri famiglie dell’aristocrazia di Albenga, già presente nel 1222. A questo casato succedettero i Cepollini, una sua diramazione.
Nel 1326 Caterina di Clavesana, figlia del Marchese Francesco II, sposò il suo lontano cugino Enrico Del Carretto, figlio del Marchese Antonio di Finale Ligure, portandogli in dote metà dei feudi di Balestrino, Castelbianco, Castelvecchio di Rocca Barbena, Erli, Nasino, Stellanello e Zuccarello. L’altra metà Enrico l’acquistò nel 1335 da suo cognato Giacomo Saluzzo-Dogliani, che sposò Argentina di Clavesana, sorella di Caterina. Nel 1337 Enrico e Caterina si trasferirono a Mombaldone, dove diedero vita ad una linea marchionale autonoma, tutt’oggi esistente e i loro feudi, incluso Nasino, passarono al fratello di Enrico, il Marchese Giorgio di Finale Ligure, il quale ebbe tra gli altri i seguenti figli: Lazzarino I, il suo successore alla guida del Marchesato di Finale; Ilaria Maria, che andò in sposa a Ranieri II Grimaldi, co-Signore di Monaco dal 1352 al 1357, morendo nel 1368 senza avergli dato eredi e Carlo I, il quale nel 1397 diventò il primo Marchese di Zuccarello. Nasino entrò a far parte di questo nuovo marchesato. Gian Bartolomeo e Pirro II, trisnipoti di Carlo I, nel giugno 1545 si spartirono i possedimenti paterni: il primo portò avanti il ramo di Zuccarello, che nel 1588 si trasferì a Saliceto e si estinse in linea maschile nel 1717; il secondo divenne il primo Sovrano di Balestrino, marchesato nel cui territorio era compreso anche Nasino.
Nel 1735 il Marchesato di Balestrino entrò a far parte del Regno di Sardegna. La sua linea marchionale esiste ancora ai giorni nostri ed intrattiene stretti legami con queste terre.
Il Castello di Nasino, come quello di Bardineto, anch’esso dei sovrani balestrinesi, venne definitivamente distrutto nel novembre 1795 durante la Battaglia di Loano che vide la vittoria dell’Esercito francese, comandato dal Generale Andrea Massena contro quello austro-piemontese guidato da Oliver Remigius von Wallis.
Alla cerimonia hanno presenziato anche i membri dell’Amministrazione Comunale di Nasino e le seguenti autorità: Daniele Galliano, Sindaco di Bormida (SV); Sergio Bruno, Sindaco di Erli (SV); Alessandro Navone, Sindaco di Garlenda (SV); Angelo Bico, Vice Sindaco di Alto (CN); Giorgio Fenocchio, Assessore di Castelbianco (SV); Francesca Manfrino, Consigliere di Bardineto (SV) e la Dott. Silvia Molino in rappresentanza dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv.
L’evento è stato impreziosito dalla presenza dei seguenti gruppi storici: “Marchesato di Clavesana”, guidato dal suo Presidente Fabrizio Fabiani, che impersonava il Marchese Oddone II e “I Signori di Rivalba” di Castelnuovo Don Bosco, guidati dal loro presidente Alberto Moret.
E’ seguito un apericena conviviale nella piazza davanti alla chiesa, tra il verde incontaminato della Val Pennavaire.
ANDREA CARNINO
In Liguria dal 27 al 30 agosto alla Città delle palme Paolo Mieli e Pier Franco Quaglieni al 13mo Bordighera Book Festival. L’estate bordigotta tra novità librarie e saggisti affermati
Ritorna il prestigioso appuntamento con il Bordighera Book Festival, l’evento culturale inserito
nel calendario delle manifestazioni estive della Città di Bordighera, con il patrocinio del Comune
e della Regione Liguria.
Tra i numerosi volti noti che presenteranno le ultime loro opere, il dott. Paolo Mieli giornalista e
saggista, con il libro “ Il grande inganno” (edito da Rizzoli), ed il prof. Pier Franco Quaglieni,
Presidente del Centro Pannunzio di Torino, storico, ed editorialista del Corriere della Sera di
Torino, che dopo i clamorosi recenti successi di pubblico ad Alassio ed a Bardonecchia,
presenta il volume “Da Cavour alla Repubblica. I rapporti tra Stato e Chiesa, laicità e laicismo
nella storia d’Italia” (edito da Edizioni Pedrini).
Entrambi gli appuntamenti avranno luogo ai Giardini Lowe, nello Spazio Arena, con Mieli giovedì
27 alle ore 21.15, e Quaglieni venerdì 28 alle ore 18.45.
Il libro di Quaglieni, presentato a Roma alla Camera dei Deputati lo scorso 7 luglio, consta dioltre 300 pagine di ricerca e commento storico, e si propone con la copertina realizzata da Ugo
Nespolo. All’interno del volume, numerosi i temi trattati tra i quali: la storia dei rapporti tra Stato e
Chiesa cattolica; la storia del separatismo liberale e laico tra la sfera politica e quella religiosa; il
Concordato del 1929 voluto da Mussolini che portò alla Conciliazione tra le due sponde del Tevere
diventato “più stretto”, parafrasando Spadolini.
Il libro affronta inoltre diversi argomenti, tra i quali: il tema dei Patti Lateranensi inseriti nella Carta
Costituzionale repubblicana del 1948; l’abrogazione del Concordato proposta da Marco Pannella e la
revisione dei Patti Lateranensi del 1984 voluta da Bettino Craxi. Nel contesto si chiarisce altresì il tema
della laicità e del laicismo intesi non solo come fatto politico, ma anche in termini culturali e filosofici
sino a considerare la società multireligiosa ed i possibili rapporti conflittuali con l’Islam.
L’ingresso agli eventi di presentazione è libero, è previsto il firma copie con gli autori.
SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
Torino è una città elegante, ordinata, dove spesso si cammina pensando alla meta senza fare troppo caso a quello che ci circonda. Eppure basta imboccare una via diversa dal solito per ritrovarsi davanti a edifici che sembrano appartenere a un’altra città. Alcuni sono così insoliti da spingere le persone a fermarsi per una fotografia, altri invece li si nota solo dopo esserci passati davanti decine di volte.
Il caso più famoso è sicuramente il 25 Verde, in via Chiabrera. Chi lo vede per la prima volta rimane quasi spiazzato: alberi veri crescono dai balconi e attraversano la struttura dell’edificio, dando l’impressione che il palazzo sia stato costruito intorno a un piccolo bosco. L’architetto Luciano Pia ha immaginato un modo diverso di vivere gli spazi urbani, portando la natura all’interno dell’architettura invece di lasciarla confinata nei parchi.
Ogni stagione cambia completamente il suo aspetto. In estate il verde quasi nasconde parte della facciata, mentre in inverno la struttura metallica torna protagonista. Non sorprende che sia diventato uno degli edifici più fotografati di Torino.
Dal Liberty ai draghi scolpiti nelle facciate
Non serve però cercare solo edifici moderni. Torino conserva alcune delle più belle testimonianze dello stile Liberty italiano e basta passeggiare tra Cit Turin e Crocetta per rendersene conto.
Tra gli esempi più conosciuti c’è Casa Fenoglio-Lafleur, progettata all’inizio del Novecento dall’architetto Pietro Fenoglio. Le decorazioni floreali, i balconi in ferro battuto e le grandi finestre la rendono uno degli edifici simbolo di questo stile. È una di quelle costruzioni davanti alle quali vale la pena fermarsi qualche minuto, perché ogni lato rivela un particolare diverso.
Poco distante c’è anche la curiosa Casa dei Draghi, chiamata così per le figure scolpite sulla facciata. Non è difficile capire da dove derivi il soprannome: osservando bene si notano queste creature fantastiche che sembrano sorvegliare il palazzo da oltre un secolo. È uno di quei dettagli che molti torinesi scoprono quasi per caso.
Una città che continua a sorprendere
Forse è proprio questo uno degli aspetti più belli di Torino. Oltre ai monumenti più famosi e alle piazze che tutti conoscono, esiste una città fatta di dettagli, di edifici insoliti e di piccoli capolavori che spesso passano inosservati.
Le case più particolari non sono semplicemente belle da vedere. Raccontano un’epoca, il carattere di chi le ha progettate e, in alcuni casi, idee che erano decisamente in anticipo sui tempi. Dal Liberty di inizio Novecento all’architettura sostenibile contemporanea, ogni edificio aggiunge un tassello alla personalità della città.
La prossima volta che vi trovate a passeggiare per Torino, forse vale la pena rallentare per qualche minuto. Magari proprio dietro l’angolo c’è una facciata che non avevate mai notato e che, da quel momento in poi, diventerà una delle vostre preferite.
NOEMI GARIANO

| Domenica 30 agosto si terrà una visita speciale alla Palazzina di Caccia di Stupinigi dal titolo “Diana & Co”
Domenica 30 agosto alla Palazzina di Caccia di Stupinigi, alle 15.45, si terrà una visita speciale per famiglie tra miti, dei e leggende, intitolata a “Diana & Co”. Diana, dea della luna e della caccia, occupa un posto di rilievo nell’immaginario delle corti europee e della palazzina di Stupinigi. Storie e miti di “Diana & Co” saranno raccontati domenica 30 agosto in una visita guidata a misura di bambino, in occasione di FAMU, Famiglie al Museo, che trasforma il percorso museale in un’esperienza coinvolgente, in cui opere d’arte, affreschi e sculture diventano strumenti per raccontare miti e leggende dell’antichità. Palazzina di Caccia di Stupinigi, Piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi- Nichelino ( TO) Domenica 30 agosto 2026 ore 15.45 Prezzo attività 5 euro + biglietto d’ingresso Prenotazione obbligatoria per l’attività entro il venerdì precedente Info: 0116200601 stupinigi@ biglietteria. Mara Martellotta |


Dal 17 settembre al 10 ottobre prossimi la Fondazione Amendola dedica un’importante mostra a Francesco Casorati, concludendo il progetto espositivo nato tra Vigone e Torre Pellice, intitolato “Una passione razional- geometrica incantata”.
Dopo il successo delle prime due edizioni dedicate a Piero Ruggeri e Marco Gastini, il progetto di valorizzazione dei grandi artisti torinesi, nato a Vigone e Torre Pellice, approda quest’anno a Torino alla Fondazione Giorgio Amendola con la mostra dal titolo “Francesco Casorati. Una passione razional- geometrica incantata”, curata da Francesco Poli e Luca Miotto, ospitata fino al 13 settembre tra Vigone e Torre Pellice, in provincia di Torino.
L’esposizione verrà inaugurata giovedì 17 settembre prossimo alle ore 18 e rappresenta la terza e conclusiva tappa del percorso avviato all’ex Chiesa del Gesù di Vigone e alla Galleria Civica Scroppo di Torre Pellice.
Il progetto è nato nel 2024 da un’idea dei sindaci Fabio Cerato di Vigone e Maurizia Allisio di Torre Pellice e prosegue il suo obiettivo di riscoprire e valorizzare figure centrali dell’arte torinese del secondo Novecento.
Il titolo della mostra “Una passione razional- geometrica incantata” riprende una felice definizione coniata da Italo Calvino nel 1962 per definire la ricerca artistica di Francesco Casorati, comprendente un linguaggio autonomo, distante tanto dal realismo quanto dall’astrattismo, caratterizzato da un equilibrio compositivo rigoroso e da un immaginario poetico, favolistico e quasi araldico.
L’allestimento torinese dialoga con le due sedi precedenti, proponendo, nella prima delle due sale della Fondazione, alcune opere storiche già esposte a Torre Pellice, accanto ai lavori più recenti e, nella seconda sala, una significativa selezione di incisioni, mai presentate nelle altre tappe del progetto.
La mostra rinnova inoltre il rapporto tra Francesco Casorati e la Fondazione Amendola, iniziato con ‘Pittura dipinta’ nel 2008 e proseguito con le esposizioni ‘L’impronta del maestro’ del 2022 e ‘Speranza e fermenti. Arte a Torino dopo il 1945’ del 2025.
La Fondazione si conferma così luogo di ricerca e valorizzazione dell’arte piemontese contemporanea.
Mara Martellotta
Protagonisti sono le marionette a filo, i burattini a guanto, pupazzi, ombre e soprattutto, i bambini e le loro famiglie. Ma Burattinarte prosegue tutto l’anno con laboratori artistico teatrali all’insegna della partecipazione e dell’inclusione.
Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/eventi/dettaglio/burattinarte-summertime-xxxii-edizione
Raf Vallone. Sempre in movimento!
Di Debora Bocchiardo
Raf Vallone, nome d’arte di Raffaele Vallone, nasce a Tropea il 17 febbraio 1916 e la sua vita è stata un susseguirsi di metamorfosi!
Nei suoi 86 intensi anni di vita è stato partigiano, giornalista, attore di cinema, teatro o fotoromanzi… e persino calciatore!
Appassionato di sport, di calcio in particolare, milita tra le fila del settore giovanile del Torino ed esordisce in Serie A nella stagione 1934-1935, disputando una partita con nell’anno in cui la squadra vince la Coppa Italia.
In totale accumula 25 presenze in campo, sempre giocando nei granata, e abbandonerà l’attività calcistica nel 1941 per dedicarsi al giornalismo.
Anche in questa sua nuova veste si distingue subito. Fu redattore capo delle pagine culturali dell’Unità, anche se mai s’iscrisse al Pci per evidenziare al sua posizione critica nei confronti dello stalinismo. Divenne poi critico cinematografico per La Stampa.
Solo successivamente inizia a d interessarsi alla recitazione.
La sua prima apparizione risale al 1942, nel film Noi vivi, dove interpreta un marinaio.
Nel teatro debutta nel 1946, al Teatro Gobetti di Torino, con Woyzeck di Georg Büchner, per la regia di Vincenzo Ciaffi.
La svolta della sua carriera arriva nel 1949 con la pellicola che lo consacra nell’immaginario collettivo: Riso amaro, di Giuseppe De Santis.
A questo capolavoro ne seguono altri, tutti indimenticabili.
Nel 1950, con Lucia Bosè, lavora a Non c’è pace tra gli ulivi, sempre di De Santis.
Con Il cammino della speranza, di Pietro Germi, riesce ad imporsi come uno fra gli attori più importanti del neorealismo e decide di dedicarsi unicamente al cinema.
Curzio Malaparte lo definì “l’unico volto marxista del cinema italiano” e lo volle in Il Cristo proibito, ma gli anni 50 per l’attore sono un fucina di opere indimenticabili e proprio sul set incontrerà anche la futura moglie: Elena Varzi.
Sono gli anni in cui dà corpo a capolavori come Anna e La spiaggia, entrambi di Alberto Lattuada, Roma ore 11 di Giuseppe De Santis e, nel 1952, interpreta anche Garibaldi in Camicie rosse, di Goffredo Alessandrini,
In Francia, nel 1953, con Simone Signoret, diretto da Marcel Carné, lavora in Teresa Raquin, mentre nello stesso anno torna ad essere calciatore, ma sul grande schermo, con Gli eroi della domenica di Mario Camerini.
In teatro diventa l’indimenticabile protagonista del dramma di Arthur Miller Uno sguardo dal ponte, portato in scena a Parigi nel 1958 e in Italia nel 1967.
Nel frattempo, come molti talenti del suo tempo, anche Vallone si avvicina alla televisione con opere di indubbio valore culturale e intellettuale, oltre che educativo, come Il Mulino del Po, del 1963, e alternò l’attività teatrale (Il costruttore Solness, di Henrik Ibsen, 1975; Nostalgia, di Franz Jung, 1984; Luci di Bohème, di Ramón del Valle-Inclán, 1985; Il prezzo di Arthur Miller, 1987; La medesima strada, 1987; Tito Andronico, 1989; Stalin di Gaston Salvatore, 1989) a quella cinematografica (La ciociara, 1960; Una voglia da morire, 1965; L’altra faccia di mezzanotte, 1977; Il magnate greco, 1978; Retour à Marseille, 1980; Lion of the Desert, 1981; A Time to Die, 1982; Il padrino – Parte III, 1990).
Nel 2001 pubblicò la sua autobiografia L’alfabeto della memoria, edita da Gremese. Rimase sposato per cinquant’anni con l’attrice Elena Varzi, dalla quale ebbe la figlia Eleonora e i gemelli Saverio e Arabella.
Sarà un autunno di grandi mostre quello proposto dalle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo che, nelle quattro sedi, hanno registrato, nel primo semestre 2026, ben 434 mila visitatori, con un +4 % rispetto allo stesso periodo del 2025.
Nei quattro musei delle Gallerie d’Italia di Milano, Napoli, Torino e Vicenza verrà proposto un programma espositivo articolato, capace di attraversare epoche, linguaggi e temi diversi, a partire dalla grande tradizione della pittura italiana alla fotografia, dall’arte contemporanea alla riflessione sull’arte e sui suoi cambiamenti.
Sono otto le nuove mostre che accompagneranno il pubblico tra l’autunno 2026 e i primi mesi del 2027, sette delle quali nelle quattro sedi delle Gallerie d’Italia e una alla Casa Museo dell’Antiquariato Ivan Bruschi di Arezzo, parte del patrimonio di Intesa Sanpaolo. Si tratta di un programma che intreccia ricerca scientifica, valorizzazione delle collezioni e nuove interpretazioni della storia dell’arte, con una particolare attenzione alla fotografia e alla produzione contemporanea.
Dal 1⁰ ottobre 2026 a Torino il programma autunnale si apre con la mostra intitolata “Luca Campigotto, Wandering Europe”, visitabile fino al 7 febbraio 2027 , esposizione curata da Walter Guadagnini nell’ambito della rassegna “La grande fotografia italiana”, a cura di Roberto Koch.
Il progetto rende omaggio a uno dei protagonisti della fotografia italiana contemporanea, la cui ricerca si è sviluppata intorno al viaggio, alle città e ai paesaggi, esplorati in tutto il mondo attraverso immagini a colore in bianco e nero. Su commissione di Intesa Sanpaolo, Campigotto ha intrapreso un percorso fotografico attraverso l’Europa, confrontandosi con la complessità e le contraddizioni del paesaggio contemporaneo; luoghi segnati dall’inquinamento e dall’intervento umano convivono con paesaggi naturali ancora grandiosi e incontaminati, in un viaggio alla ricerca di una bellezza capace di comprendere anche il sentimento di meraviglia e di sdegno.
A partire dal 22 ottobre prossimo fino al 7 febbraio 2027 le Gallerie d’Italia di Torino presenteranno una personale dedicata all’artista russo-americana Anastasia Samoylova Harbour, curata da Emanuela Mazzonis.
Questa artista risulta tra le voci più autorevoli della fotografia contemporanea, sviluppa una nuova ricerca dedicata alle città d’acqua europee e alle trasformazioni del loro paesaggio. Genova, Venezia, Rotterdam, Marsiglia, Lisbona, Atene, Istanbul saranno al centro di un progetto commissionato da Intesa Sanpaolo, che affronta il rapporto tra comunità, turismo e ambiente e le crescenti fragilità legate alla crisi climatica. Il progetto si inserisce nel percorso di ricerca dell’artista, già al centro di FloodZone, dedicato alle conseguenze dell’innalzamento del livello del mare.
Mara Martellotta