CULTURA E SPETTACOLI

Torino nascosta tra rigore e meraviglia: il volto discreto del barocco

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

Torino si lascia scoprire poco alla volta quasi con pudore come se non volesse mostrare subito tutta la propria ricchezza e questa caratteristica si riflette anche nella sua architettura che a prima vista appare composta ordinata quasi severa ma che in realtà custodisce al suo interno una sorprendente profondità di dettagli e invenzioni soprattutto nel periodo barocco quando la città si trasforma seguendo un’idea precisa di eleganza controllata senza mai cedere completamente all’eccesso visivo che invece caratterizza altre città italiane il barocco torinese infatti non urla ma sussurra non invade lo spazio ma lo misura creando un equilibrio tra pieni e vuoti tra luce e ombra che rende l’esperienza visiva più intima quasi raccolta

Un barocco che si rivela oltre le facciate

A differenza di quello romano dove le facciate sono spesso scenografiche mosse ricche di decorazioni che vogliono stupire immediatamente chi osserva a Torino si nota una scelta diversa gli edifici mantengono verso l’esterno una certa sobrietà con linee pulite e proporzioni rigorose quasi a voler rispettare un ordine urbano ben definito ma è entrando che si scopre il vero carattere di questo stile gli interni si aprono in giochi di curve cupole ardite decorazioni che sorprendono proprio perché non anticipate dall’esterno è come se la città avesse deciso di custodire la propria bellezza più intensa per chi è disposto a fermarsi ad attraversare le soglie a guardare oltre la superficie questa doppia anima crea un dialogo continuo tra apparenza e sostanza tra disciplina e libertà espressiva

Geometrie e prospettive: la firma torinese

Un altro elemento distintivo dell’architettura torinese è l’attenzione quasi matematica alla disposizione degli spazi le piazze le strade i portici tutto sembra rispondere a un disegno unitario dove ogni elemento trova il proprio posto con precisione questa visione urbanistica si lega al potere e all’idea di capitale che Torino ha rappresentato per lungo tempo ma allo stesso tempo lascia spazio a soluzioni architettoniche sorprendenti come scale che si avvolgono su se stesse giochi prospettici che guidano lo sguardo e creano illusioni di profondità il risultato è una città che non si limita a essere osservata ma che invita a essere percorsa vissuta passo dopo passo perché ogni angolo può rivelare qualcosa di inatteso

In questo equilibrio tra rigore esterno e ricchezza interna tra ordine e invenzione Torino costruisce la propria identità architettonica distinguendosi da altre realtà italiane senza bisogno di competere sul piano dello sfarzo immediato ma scegliendo piuttosto una via più silenziosa e forse proprio per questo più duratura capace di affascinare chi sa coglierne le sfumature e di lasciare un’impressione che cresce nel tempo senza esaurirsi in un solo sguardo.

NOEMI GARIANO

Sta per tornare MITO SettembreMusica: Milano e Torino, vent’anni di musica insieme

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Con la XX edizione di MITO SettembreMusica, Milano e Torino rinnovano un patto culturale che, anno dopo anno, ha saputo unire le due città: vent’anni di musica insieme, di ascolto, di dialogo fra luoghi, pubblici e tradizioni diverse, fino a imporsi come modello di buone pratiche. Questa ricorrenza conferma la volontà corale che accomuna le due città nel voler continuare a costruire, attraverso la cultura, uno spazio comune, facendo sì che si scelga sempre di superare distanze e confini. Si tratta di una storia che appartiene alle nostre città e che ribadisce l’impegno verso la cultura pubblica, portandola nei luoghi della vita quotidiana, allargandola al pubblico con o casione di ascolto, conoscenza e incontro. Il tema della prossima edizione sarà “Harmonia”. L’armonia come nobilitazione delle differenze e volontà di farle convivere in equilibrio in una congiuntura contrassegnata da tensioni, fratture e conflitti, affinchè la musica ricordi che ogni voce trova senso compiuto solo nell’ascolto dell’altra. La nuova direzioe  artistica, di Speranza Scappucci, inaugura una fase nuova della storia del festival, ancora più aperta all’internazionalità e nel segno, come sempre, della qualità. Il programma mostra con evidenza la natura diffusa del festival: MITO SettembreMusica attraversa le città, i grandi teatri, chiese, spazi culturali, sedi di quartiere e luoghi dedicati ai giovani e alla formazione, contribuendo a disegnare una geografia culturale in cui ogni luogo diventa interprete di un’unica partitura cittadina.

“Ci sono anniversari che ci ricordano il cammino fatto più del tempo trascorso. La XX edizione di MITO SettembreMusica rappresenta uno di questi momenti, un’occasione per ritrovarci, per guardare quello che è stato costruito e, di conseguenza, per rinnovare il senso di un progetto che continua a unire Milano e Torino nella creazione e diffusione della cultura musicale – afferma il Presidente del Festival, Alberto Meomartini – era il 2007 quando le due città scelsero di dare vita a una grande e unica proposta culturale: da allora il festival ha accompagnato generazioni diverse di ascoltatori, abitato spazi urbani consueti e meno consueti, portato la musica dove il pubblico già la cercava e dove avrebbe potuto incontrarla per la prima volta. Uno dei grandi punti a favore di MITO è di essere un progetto condiviso. La visione che accomuna Torino e Milano è un concetto relazionale, e anche per questo sono felice delle parole che la direttrice artistica Speranza Scappucci ha scritto per questa edizione: ‘ovunque risuonano concetti e parole di vicinanza, comune denominatore l’armonia’, da cui deriva il nome dell’edizione. Harmonia rappresenta quindi lo spirito di questa edizione nella quale, la grande tradizione, dialoga con il presente, la dimensione sinfonica incontra la voce, la musica antica si affianca alla nuova creazione, e i grandi maestri si alternano ai giovani e ai progetti di formazione. Dai concerti inaugurali alla Scala e all’Auditorium Rai, fino agli appuntamenti conclusivi, il festival attraversa pagine che parlano di pace, memoria, trasmissione e futuro”.

“Il tema dell’edizione 2026 di MITO SettembreMusica è ‘Harmonia’, una parola simbolica, diretta e apparentemente naturale per un festival di musica, ma che racchiude in sé molteplici sfaccettature e richiami profondi – afferma la direttrice artistica, Speranza Scappucci – la domanda che mi accompagna è solo in apparenza semplice: come tenere unite differenze reali, di città, pubblici e repertori, luoghi, generazioni senza cancellarne l’individualità. In un tempo segnato da fratture e polarizzazione, l’armonia mi sembra uno dei valori più necessari e uno dei più fraintesi. In musica l’armonia non è solo assenza di tensione, è anche relazione fra voci diverse, una forma di equilibrio costruito attraverso l’ascolto, l’attrito e il movimento. L’armonia non è eliminare il conflitto ma trasformarlo in ascolto. Questo ha guidato la scelta di artisti e contenuti. Ho immaginato un’edizione in cui tradizione e contemporaneità potessero dialogare in modo autentico, dalla musica antica a quella contemporanea. A Torino, Simon Young inaugurerà il festival lunedì 7 settembre alle ore 20, presso l’Auditorium Rai, con il concerto ‘War requiem’, accompagnata dall’OSN Rai, dal Coro e dal Coro di Voci Bianche; Riccardo Chailly si esibirà con la Filarmonica della Scala, Michele Mariotti con l’OSN Rai, William Christie con Les Arts florissants, Jakub Hroŝ con i Banberger Symphoniker, il Pomo d’Oro, l’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, solo per citarme alcuni. Ho invitato giovani ensemble italiane e straniere di straordinaria vitalità: artisti che forse il pubblico non conosce ancora ma che lo trascineranno con un’energia, una libertà e una qualità musicale capace di lasciare un segno fin dal primo ascolto. Accanto alla tradizione figurerà la musica del presente. Il festival ospita ‘Caos’ di Paola Prestini, compositrice italiana tra le più originali della scena contemporanea, con un brano commissionato appositamente per questa edizione. Verrà poi eseguito un concerto speciale dedicata ai giovani studenti e studentesse del Conservatorio di Milano e Torino, diretto e offerto da me alle due città, un momento importante di crescita per le generazioni future. Due saranno gli anniversari significativi: il 2026 segna i cinquant’anni della morte di Benjamin Britten, uno dei compositori più importanti del XX secolo. Il programma si apre con il ‘War requiem”, monumentale capolavoro pacifista scritto nel 1962 e ancora attualissimo, e la sua musica risuona anche in altri momenti del programma sinfonico e cameristico. Con l’integrale dei Quartetti per Archi di Beethoven, affidata al Quartetto d’archi della Scala, volgiamo lo sguardo al centenario della morte del grande compositore, che si celebrerà nel 2027 in un progetto che dispiega tra questa e la prossima edizione”.

La Filarmonica della Scala si esibirà anche a Torino, presso l’Auditorium Agnelli del Lingotto, con Riccardo Chailly direttore. Venerdì 11 settembre, alle 20, presso il Conservatorio G. Verdi si esibirà il quartetto Pessoa, in un omaggio a Morricone. Sempre al Conservatorio, il 12 settembre, il Quartetto Pessoa dedicherà un omaggio ad Astor Piazzolla. Domeni a 13 settembre, alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, si esibirà l’Orchestra Suzuki di Torino per festeggiare i cinquant’anni dalla sua nascita.

Beethoven verrà celebrato il 14, 16 e 18 settembre al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino dal Quartetto d’Archi del teatro alla Scala.

Infine, Britten verrà celebrato sabato 19 settembre in due appuntamenti al Conservatorio Verdi, alle ore 17, in “Canticles” con Brian Zeger al pianoforte, Kelsey Lauritano come mezzosoprano, Matthew Swensen tenore e Debora Maffeis al Corno, e lo stesso giorno, all’Auditorium Agnelli del Lingotto, con il concerto “In memoriam” con l’Orchestra Sinfonica di Milano, Levy Sekgapane tenore e Alessio Allegrini al corno e alla direzione.

La giornata conclusiva di MITO SettembreMusica sarà il 20 settembre, alle 15, presso l’Auditorium del Lingotto, con Hrusa/Brahms; alle 15.30 e 18 alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani con l’Orchestra dei Piccoli Pomeriggi Musicali di Milano che eseguiranno “L’usignolo” di Andersen. Infine, alle 20, al Conservatorio Verdi, David Frai al Pianoforte eseguirà “Le Variazioni” di Goldberg.

Lunedì 7 settembre, alle ore 16, al Teatro Regio foyer del Toro, si terrà un incontro con Giorgio Pestelli, Walter Vergnano, Carlo Viano, coordinati da Susanna Franchi, dal titolo “Ricordare Giorgio Balmas”. A vent’anni dalla sua scomparsa, il festival ricorda il suo fondatore. Nel 1975, a Torino, venne fondato il primo Assessorato per la Cultura. Diego Novelli, allora Sindaco, nominò assessore Giorgio Balmas, fondatore dell’Unione Musicale Studentesca.

Mara Martellotta

Torino tra architettura e pittura: Giacomo Balla

Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7 I Sei di Torino
8 Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)

3) Giacomo Balla (1871-1958)

Mi piace sempre fare un po’ di dibattito con i miei studenti, parlare, proporre loro delle tematiche su cui riflettere, ascoltare ciò che pensano è non solo stimolante e interessante per entrambe le parti, ma necessario per tenere attiva l’attenzione. Uno degli ultimi argomenti su cui ci siamo impelagati è stato davvero complesso, ma credo che abbia fatto comprendere alla classe quanto l’arte possa essere una materia interdisciplinare, diversificata e soprattutto ampia. La riflessione riguardava il concetto di “damnatio memoriae”, e il fatto che in tempi antichi non destasse tanto scalpore la distruzione di opere d’arte; tali accadimenti erano motivati da varie ragioni, politiche prima di tutto, ma anche religiose. Il discorso si è poi allargato e ci siamo ritrovati a dibattere sulla complessa questione dell’arte come “atto distruttivo”.
Le operazioni artistiche talvolta lavorano “in negativo”, rimandano al “disfare” e alla “distruzione creativa”, come per esempio i tagli di Fontana o le combustioni di Burri, inoltre molte “performance” di celebri artisti come Hermann Nitsch o esponenti della “body art”, di cui Marina Abramović è la regina indiscussa, sono allo stesso tempo “atti distruttivi” e “esibizioni spettacolari”.
Non sono pochi i testi e le interviste di esperti del settore che sottolineano il sottile e articolato legame tra tale particolare estetica artistica e la strategia del terrore, basata anch’essa sul “distruggere per richiamare l’attenzione del pubblico”. E se tale modo d’agire “funzionava” in passato, oggi risulta tragicamente vincente: viviamo ormai ai tempi dei “mass media”, una cosa non è vera finché non viene caricata su internet e non ottiene milioni di visualizzazioni. Si pensi ai tragici eventi del 2001, all’esplosione dei Buddha di Bamiyan o alla caduta delle Twin Towers: entrambi momenti angosciosi e tremendi, entrambi rigorosamente filmati e mostrati al mondo con il preciso scopo di spiazzare e terrorizzare gli spettatori.

Eppure l’atto di distruggere un’opera d’arte può avere anche un’altra valenza. Nella “graphic novel” di Alan Moore, “V for Vendetta” il protagonista, mascherato da Guy Fawkes, cospiratore cattolico protagonista della “Congiura delle Polveri”, vuole far esplodere il parlamento inglese, edificio simbolo di una dittatura violenta e totalitaria. La demolizione dell’edificio storico diventa, nel fumetto, simbolo di un nuovo inizio, della libertà del popolo che trionfa sulla dittatura.
L’arte come “atto di distruzione”, la distruzione di opere d’arte, qual è il confine tra i due concetti? Dove può condurre l’etica della spettacolarizzazione? Non basterebbe un ciclo di conferenze per esaurire tali argomentazioni, figuriamoci quarantacinque minuti di didattica a distanza.
Tanto per mantenere attivo il dibattito con la classe, ho voluto insistere su un particolare movimento artistico e culturale che a mio parere risulta più che azzeccato per la situazione.
“Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.” Questo dice il decimo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Tommaso Marinetti e pubblicato il 20 febbraio 1909 sulla prima pagina de “Le Figaro”. Nasce così il movimento d’avanguardia con cui l’Italia si affaccia al panorama europeo dell’arte contemporanea; Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), con la stesura del Manifesto teorico del Futurismo, dà vita ad una corrente artistica che investe tutti i campi culturali, dalla poesia all’arte, dalla letteratura alla musica, dalla danza al teatro. I Futuristi sostengono che sia necessario “cancellare il passato e inneggiare al futuro tecnologico” ed esaltano la distruzione di musei, accademie, biblioteche, perfino di alcune città storiche, per fare spazio alle nuove forme di bellezza che vanno ricercate nel progresso, nelle città industriali, nelle macchine e nel concetto della velocità.

Va tuttavia sottolineato che il Futurismo non è stato un movimento unitario e spesso la carica di attrazione che esercitava sugli artisti si esauriva in fretta.
Al Manifesto letterario presto ne seguono altri: nel 1910 Umberto Boccioni, (1882-1916), scrive il Manifesto relativo alla pittura futurista, due anni dopo Giacomo Balla, (1871-1958) e Fortunato Depero, (1888-1916) redigono il Manifesto della scultura futurista; di questo gruppo di artisti fanno parte altresì Carlo Carrà, (1881-1966), Luigi Russolo, (1885-1947), e Gino Severini, (1883-1966). Nel 1914 viene proclamato il Manifesto dell’architettura futurista, steso da Antonio Sant’Elia (1888-1916).
La progettazione dell’ideale “città futurista” viene immaginata da Sant’Elia in una serie di disegni che rappresentano grattacieli dotati di alte torri, edificati in metallo, vetro e cemento; all’interno dei progetti urbanistici sono compresi aeroporti, centrali elettriche, ponti e strade a vari livelli. Le architetture risultano imponenti e si ergono come “volumi puri”; al di là della vera e propria funzione, tali costruzioni paiono dei “monumenti” volti a celebrare “il trionfo della tecnologia”.
Una città brulicante e in continuo fermento, affollata e caotica, un po’ viene da chiederselo: Sant’Elia sarebbe poi effettivamente sopravvissuto ad un sabato pomeriggio in centro all’ora di punta? Bisogna sempre fare attenzione a ciò che si dice.
Per i Futuristi la protagonista indiscussa della rappresentazione artistica è “la realtà in movimento”, studiata e approfondita nel suo continuo divenire e nella sua incessante trasformazione.
In pittura, ad esempio, i soggetti prediletti sono le automobili, i treni, gli aerei, ma anche i cavalli al galoppo, uomini in azione, che camminano, che danzano, o colti mentre corrono; inoltre sono spesso rappresentate le strade, traboccanti di traffico convulso o costellate di cantieri edilizi, emblemi della città che cresce.
Gli artisti sono fortemente influenzati dalla cronofotografia e dal cinema, mezzi che permettono di registrare le fasi di un’azione, istante dopo istante. È per questo motivo che nei dipinti dei Futuristi il movimento viene scomposto nelle diverse fasi, come se si trattasse di studi scientifici in cui i vari momenti vengono visualizzati separatamente e poi sovrapposti. Più che esplicativo in tal senso è il “Dinamismo di un cane al guinzaglio (guinzaglio in moto)”, opera del 1912, realizzata da Giacomo Balla.

Questa modalità di rappresentazione del movimento risulta totalmente nuova e avrà larga eco nelle figurazioni grafiche dei fumetti. Il ritmo del moto viene sottolineato e accentuato da linee curve, oblique, ondulate o a spirale, che accompagnano il soggetto nella sua traiettoria, come a visualizzare le “scie” delle parti che fendono l’aria. I futuristi, oltre a preferire soggetti dinamici, amano l’uso di colori intensi e vivaci, contrapponendosi ai cubisti, che privilegiano tinte smorzate o monocrome e soggetti statici.
Vorrei ora soffermarmi proprio su Giacomo Balla, uno dei principali esponenti della pittura futurista. Egli nasce a Torino nel 1871, qui frequenta l’Accademia Albertina di Belle arti, dove conosce Pelliza da Volpedo; incomincia a dipingere quadri di matrice “pointilliste”, ma non segue rigorosamente il programma di Seurat e Signac. Nel 1895 Balla lascia definitivamente la città natale e si stabilisce a Roma, qui si avvicina in un primo momento al “Divisionismo”. Tra il 1908 e il 1910 si conclude il momento puntinista e si apre quello futurista; l’opera che segna il passaggio da un movimento all’altro è “Lampada ad arco”, tela databile al 1909, lo stesso anno in cui viene proclamato il Manifesto letterario di Marinetti.

In ambito futurista, Balla si dedica alle ricerche sulla scomposizione del colore e sulle fasi del movimento, percorso che si può constatare, oltre che nel già citato “Dinamismo di un cane al guinzaglio”, nell’opera “Ragazza che corre sul balcone, linee di velocità + paesaggio”, tela che risente degli studi che nel frattempo sta portando avanti la fotografia, come dimostra in particolar modo il lavoro di Anton Giulio Bragaglia. Essenziale, per quel che riguarda la scomposizione della luce e del colore, è il ciclo intitolato “Compenetrazioni iridescenti” (1912-1914), costituito da una folta serie di quadri e lavori ormai completamente astratti.
Negli anni in cui aderisce al futurismo, Balla si dedica anche alla scultura e allo studio di diversi materiali: in questa fase del suo percorso artistico lo si può considerare precursore del dadaismo.
Dopo il fervore iniziale, l’artista ritorna su temi più tradizionali, quali la raffigurazione di città, paesaggi e ritratti, riprendendo tecniche più convenzionali, anche se è giusto sottolineare che non abbandonò mai del tutto gli studi futuristi.
Certo non è sufficiente un’ora di lezione per discorrere di certi argomenti, così come non è questa la sede per spiegare in modo esaustivo le diverse complessità del Futurismo.
Credo tuttavia che il compito di un buon insegnate sia anche quello di stimolare nei propri studenti pensieri e riflessioni e, soprattutto, di pungolare la curiosità che mette in moto la mente e fa sì che ognuno possa approfondire in autonomia le tematiche proposte. D’altra parte ciò che si studia a scuola non è fine a se stesso, anzi sovente, è più attuale di quanto si creda.

Alessia Cagnotto

Un autunno di grandi mostre nei musei delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo

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Sarà un autunno di grandi mostre quello proposto dalle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo che, nelle quattro sedi, hanno registrato, nel primo semestre 2026, ben 434 mila visitatori, con un +4 % rispetto allo stesso periodo del 2025.
Nei quattro musei delle Gallerie d’Italia di Milano, Napoli, Torino e Vicenza verrà  proposto un programma espositivo articolato, capace di attraversare epoche, linguaggi e temi diversi, a partire dalla grande tradizione della pittura italiana alla fotografia, dall’arte contemporanea alla riflessione sull’arte e sui suoi cambiamenti.
Sono otto le nuove mostre che accompagneranno il pubblico tra l’autunno 2026 e i primi mesi del 2027, sette delle quali nelle quattro sedi delle Gallerie d’Italia e una alla Casa Museo dell’Antiquariato Ivan Bruschi di Arezzo, parte del patrimonio di Intesa Sanpaolo. Si tratta di un programma che intreccia ricerca scientifica, valorizzazione delle collezioni e nuove interpretazioni della storia dell’arte, con una particolare attenzione alla fotografia e alla produzione contemporanea.

Dal 1⁰ ottobre 2026 a Torino il programma autunnale si apre con la mostra intitolata “Luca Campigotto, Wandering Europe”, visitabile fino al 7 febbraio 2027 , esposizione curata da Walter Guadagnini  nell’ambito della rassegna “La grande fotografia italiana”, a cura di Roberto Koch.
Il progetto rende omaggio a uno dei protagonisti della fotografia italiana contemporanea,  la cui ricerca si è  sviluppata intorno al viaggio, alle città e ai paesaggi,  esplorati in tutto il mondo attraverso immagini a colore in bianco e nero. Su commissione di Intesa Sanpaolo, Campigotto ha intrapreso un percorso fotografico attraverso l’Europa, confrontandosi con la complessità e le contraddizioni del paesaggio contemporaneo; luoghi segnati dall’inquinamento  e dall’intervento umano convivono con paesaggi naturali ancora grandiosi e incontaminati, in un viaggio alla ricerca di una bellezza capace di comprendere anche il sentimento di meraviglia e di sdegno.
A partire dal 22 ottobre prossimo fino al 7 febbraio 2027 le Gallerie d’Italia di Torino presenteranno una personale dedicata all’artista russo-americana Anastasia Samoylova Harbour, curata da Emanuela Mazzonis.
Questa artista risulta tra le voci più autorevoli  della fotografia contemporanea, sviluppa una nuova ricerca dedicata alle città d’acqua europee e alle trasformazioni del loro paesaggio. Genova, Venezia, Rotterdam, Marsiglia, Lisbona, Atene, Istanbul saranno al centro di un progetto commissionato da Intesa Sanpaolo, che affronta il rapporto tra comunità,  turismo e ambiente e le crescenti fragilità legate alla crisi climatica. Il progetto si inserisce nel percorso di ricerca dell’artista, già al centro di FloodZone, dedicato alle conseguenze dell’innalzamento del livello del mare.

Mara Martellotta

Monferrato On Stage chiude con Chiara Buratti, Ettore Scarpa e Andrea Cerrato

Trepida attesa per gli ultimi due appuntamenti della undicesima edizione di ‘Monferrato On Stage’, rassegna itinerante creata e gestita da Fondazione MOS ETS , che unisce le eccellenze gastronomiche alla musica, per valorizzare e accrescere il senso di identità e appartenenza al territorio situato tra le province di Torino, Asti e Alessandria.
Il lungo weekend con cui si concluderà la undicesima edizione del Festival prenderà il via venerdì 28 agosto ad Albugnano, nell’Astigiano.
Per la prima volta ‘Monferrato On Stage’ approderà al Belvedere Motta di Albugnano con una tappa, inizialmente prevista il 6 giugno, realizzata in collaborazione con il Comune di Albugnano, Riviera del Monferrato e la Monferrato Rural Food.
Protagonista dell’appuntamento al Belvedere Motta sarà l’attrice Chiara Buratti con il suo monologo “ Quattro donne” scritto insieme a Giannino Balbis e ispirato al brano “Four Woman” di Nina Simone. Chiara Buratti interpreterà quattro donne accomunate da una sensibilità fuori dal comune, mescolando momenti di riflessione, commozione e ironia. Per rendere omaggio al Monferrato e ai vini simbolo del territorio, lo spettacolo, solo per questa data speciale,  diventerà  “Quattro donne per quattro vini” e regalerà al pubblico di Albugnano un’esperienza immersiva tra teatro live electronics, a cura di Antonio Gatti, e suggestioni sensoriali.
A condurre la narrazione un angelo messaggero interpretato da Ettore Scarpa, alla regia Tommaso Massimo Rotella, i costumi che impreziosiscono lo spettacolo sono di Alessandra Maregazzi, i copricapi sono realizzati da Doria 1905 e i profumi di Hilde Soliani.
L’inizio dello spettacolo sarà  alle 21,30 a ingresso gratuito.
Dalle ore 19 sarà possibile accedere all’area dedicata al Food & beverage con “Banchetto & libagioni” a cura della Monferrato Rural Food, Brigata del Monferrato.
La proposta dei vini, come sempre composta solo ed esclusivamente da vini del Monferrato, sarà supportata dall’Enoteca Regionale  dell’Albugnano,  Riviera del Monferrato e del Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato con la partecipazione della Wine & Food  educator Martina Doglio Cotto.
In occasione dell’undicesima edizione della rassegna, dopo l’Enoteca Regionale di Ovada e del Monferrato, si è  aggiunta l’Enoteca Regionale di Albugnano, che collabora nell’organizzazione e nella gestione dei vini durante le diverse serate del Monferrato On Stage .
La presenza come partner delle enoteche regionali che rappresentano due aree diverse del territorio incarna lo spirito della rassegna, ovvero l’unione di grandi territori e grandi zone sotto un unico nome, quello del Monferrato.

Sabato 29 agosto, nel parco Conte di Camerano a Camerano Casasco, nell’Astigiano, si terrà l’ultimo appuntamento della rassegna, realizzato in partnership con il Comune di Camerano Casasco e la Pro Loco di Camerano Casasco.
Protagonista dell’ultima tappa sarà il cantautore Andrea Cerrato, la nuova voce pop che unisce musica e storytelling digitale con naturalezza e personalità che, con il suo live, farà stringere il pubblico di Monferrato On Stage in un abbraccio collettivo, dove grandi e piccini canteranno, balleranno e si emozioneranno a ogni brano.
Il concerto prenderà avvio alle ore 22 a ingresso gratuito. Alle 21.15 si terrà un opening act a cura di Camilla Musso.
A fare da sfondo al live la proiezione delle opere di PABLO T, considerato oggi uno tra i maggiori pittori astrattisti Internazionali,  fondatore e maestro dell’astrattismo extrasensoriale, con atelier nel Monferrato. Oltre alle numerose monografie che gli sono state dedicate, nel 2025 ha aperto la rassegna di arte contemporanea con la sua personale sotto il logo di Giubileo Pellegrini di Speranza e ha esposto, tra gli altri, all’Abbazia di Polirone, tra le opere di Correggio e Bonsignori, sotto la tutela dei Beni Culturali. Ha ottenuto due Leoni d’Oro per le Arti Visive a Venezia e diversi premi internazionali.

Dalle ore 19 sarà aperta l’area dedicata alla degustazione dei piatti di qualità preparati dalla Pro Loco di Camerano Casasco con prodotti tipici del territorio.  Il cocktail bar che segue le serate di Monferrato On Stage prosegue per questa edizione la collaborazione con lo storico partner Distilleria Bosso e altri produttori locali.
Gli appuntamenti saranno arricchiti da una mostra fotografica interattiva “Pictures of you- On the road”, su progetto di Henry Ruggeri e Rebel House, con la collaborazione di Chiara Buratti.
Attraverso l’app Notaway ogni immagine prende vita e, inquadrando con il proprio smartphone le fotografie realizzate da Henry Ruggeri ad alcuni tra i più importanti protagonisti della scena musicale internazionale, i visitatori potranno accedere a contenuti video esclusivi realizzati dallo scrittore e giornalista Massimo Cotto, tra le voci più autorevoli del giornalismo musicale, scomparso nel 2024.

MM

Street art a Torino: una galleria a cielo aperto

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
Torino si è affermata negli ultimi anni come uno dei poli più vitali per la street art in Italia. Quella che un tempo era considerata arte marginale o vandalismo, oggi è diventata parte integrante del paesaggio urbano, capace di raccontare storie, identità e trasformazioni. Passeggiare per la città significa immergersi in un museo a cielo aperto, dove i muri non separano ma parlano, e le periferie si trasformano in vere e proprie gallerie d’arte pubblica. I murales diventano strumenti di rigenerazione urbana, simboli di comunità e voce dei quartieri. Dalle opere monumentali commissionate da festival e istituzioni, fino alle tracce più spontanee lasciate sui muri delle strade meno battute, la street art torinese offre un viaggio visivo e culturale denso di significato.
Dalle periferie ribelli alle opere monumentali
Il quartiere “Aurora” è uno dei primi a saltare all’occhio quando si parla di street art a Torino. Ex zona industriale, oggi è una delle aree più dinamiche sotto il profilo artistico e sociale. Qui, tra case popolari e vecchi capannoni, si trovano alcuni tra i murales più grandi e d’impatto della città. Opere come quelle realizzate da Millo, con i suoi personaggi in bianco e nero che interagiscono con la città, raccontano sogni urbani e quotidianità in modo poetico. Il progetto “B.Art” ha portato oltre 40 murales tra Barriera di Milano e altri quartieri della periferia nord, coinvolgendo artisti italiani e internazionali per trasformare muri grigi in spazi narrativi. Non sono solo decorazioni: questi interventi sono pensati per dialogare con il territorio, con le persone che lo abitano, con le sue ferite e le sue speranze. La street art assume così un ruolo sociale, capace di riqualificare esteticamente ma anche di ricucire il tessuto urbano.
Il centro città e le nuove frontiere dell’arte urbana.
Anche il centro di Torino non resta indietro. Pur conservando un’eleganza sabauda e un’architettura storica, accoglie sempre più spesso interventi artistici murali che si inseriscono con discrezione e intelligenza nel tessuto urbano. Zone come San Salvario o il Quadrilatero Romano ospitano opere più piccole ma ricche di significato, dove lo stile degli artisti si fonde con le atmosfere del quartiere. Le serrande dei negozi diventano tele temporanee che cambiano volto tra il giorno e la notte. In via Aosta e via Cecchi, alcuni spazi dismessi sono stati recuperati attraverso progetti condivisi che uniscono arte, educazione e cittadinanza attiva. L’arte urbana torinese oggi esplora anche linguaggi nuovi: stencil, poster, collage, sticker art e installazioni temporanee. Non si tratta più soltanto di disegni murali ma di una contaminazione tra generi che fa dialogare la città con il mondo contemporaneo. Il ruolo delle gallerie indipendenti, dei festival come “Picturin” o delle realtà come “Il Cerchio e le Gocce” è stato fondamentale per far crescere una scena urbana coerente, viva e aperta al cambiamento.
Torino continua ad evolversi e, con lei, anche la sua arte urbana. Ogni muro dipinto aggiunge un tassello alla narrazione collettiva della città, rendendola più inclusiva, espressiva e viva. Chi osserva i murales torinesi, oggi, non guarda soltanto un’opera d’arte: legge un messaggio, ascolta una voce, incontra una comunità. In una città che ha fatto dell’equilibrio tra memoria e innovazione il suo punto di forza, la street art non è più un linguaggio ai margini, ma una parte essenziale del suo volto, il volto di Torino.
NOEMI GARIANO

Quelle montagne … così com’erano

Una mostra al sabaudo “Forte di Bard” per raccontare le “metamorfosi” del paesaggio alpino in oltre un secolo di storia

Fino a domenica 1° novembre

Bard (Aosta)

Dalla “Veduta della ghiacciaia della Brenva dietro il Monte Bianco” (olio su tela, 1825-’27) a firma del “regio pittore in paesaggi e boscareccie”, il “vedutista” Angelo Antonio Cignaroli (Torino 1761 – 1841), per passare ai circa 4.500 metri di altitudine della magnifica candida e innevata (allora sì!) “estrema punta piramidale” de “Il Cervino”, opera del “peintre – alpinista” Angelo Abrate (Torino 1900 – Sallanches, 1985), cui si devono anche centinaia di dipinti raffiguranti il “Monte Bianco” – suo incontestabile cavallo di battaglia – spesso realizzati direttamente in quota, fino (solo per citarne alcuni) al “Pascolo a Valtournanche”, olio su tela del 1930 ca. del bolognese, torinese di adozione, Giuseppe Gheduzzi, scuola all’“Accademia Albertina” di Torino e collaboratore del padre Ugo nella realizzazione delle scenografie del subalpino “Teatro Regio”  o, facendo un passo indietro, alla minuta, rigorosa ma di Anonimo “Caccia del re Vittorio Emanuele II di Savoia in Val Salvaranche” (1860 ca.): sono oltre 70 (tra le 400 e passa individuate ed appartenenti ad istituzioni pubbliche e a privati collezionisti), articolate in sei sezioni, le opere stilisticamente eterogenee e “racconto corale del mondo alpino” – dai dipinti ai disegni ai manifesti – raccolte nella generosa e suggestiva rassegna “Metamorfosi dello sguardo. Le Alpi immaginifiche”, inaugurata nei giorni scorsi al “Forte di Bard” e lì ospitata, negli alloggiamenti del “Museo delle Alpi” fino a domenica 1° novembre.

Curata da Aldo Audisio e promossa nell’ambito del progetto “DAHU – Développement et Adaptation des occupations Humaines en montagne” (che coinvolge la “Regione autonoma Valle d’Aosta”, il “Comune di Issime”, il “Forte di Bard”, il “Dipartimento dell’Alta Savoia” e la “Comunità dei Comuni della Valle di Chamonix Mont-Blanc”), l’iniziativa “declina le finalità sotto il profilo artistico esplorando, invece, l’evoluzione del paesaggio montano tra la fine del XVIII e la metà del XX secolo, offrendo una visione arricchita da un approccio scientifico che spazia dalla storia dell’arte all’archeologia”. Il tutto sul lungo filo di una ricerca e di una narrazione espositiva, studiata ad hoc, frutto di una pluralità di sguardi – di artisti, scienziati e alpinisti – cha va, a grandi balzi, dalle iconografie legate alla vita pastorale e agli elementi naturali, fino alle nuove forme di “antropizzazione” legate al turismo e agli sport invernali, “evidenziando i profondi mutamenti climatici e paesaggistici avvenuti nel corso dei decenni”. Tema, per altro, al centro delle attenzioni del “Forte” valdostano già nell’arco degli ultimi anni (ancora in corso, fino al 27 settembre in proposito, e proprio incentrata sul drammatico argomento in questione, la mostra fotografica “Ghiacciai” del grande reporter brasiliano Sebastião Salgado“attraverso progettualità che hanno avuto l’ambizione di contribuire alla diffusione della conoscenza e della comprensione di quanto sia fragile il mondo della montagna e di quanto sia importante approfondirne la conoscenza”. Parole della Presidente dell’“Associazione Forte di Bard”, Ornella Badery, che aggiunge: “La mostra è il risultato di una poderosa ricerca condotta negli archivi pubblici e privati della Valle d’Aosta e della Valle di Chamonix e dimostra proprio come l’evoluzione del paesaggio delle terre alte si sia realizzata nel corso dei secoli e come i cambiamenti siano stati influenzati (‘troppo spesso negativamente’ aggiungiamo noi) dalla presenza dell’uomo”.

“Chi come noi – spiega, da parte sua, l’Assessore regionale all’‘Istruzione, Cultura e Politiche Identitarie’, Erik Lavevaz – ha a cuore il futuro della Valle d’Aosta, intesa tanto come territorio quanto come comunità, non può non interrogarsi sul futuro dell’ambiente alpino provando ad allontanarsi dalla retorica e dagli allarmismi, ma sviluppando una coscienza che ancora può essere autentica. Queste terre sono chiaramente un laboratorio a cielo aperto in cui la cultura non è un orpello intellettuale, ma un modo fondamentale per comprendere noi stessi e proiettarci in avanti”. Oggi più che mai. Sulla scia di quanto “auspicato” dal celeberrimo Manifesto (presente in mostra) “Val d’Aosta. Sport invernali” disegnato attorno al 1940 dal noto disegnatore barese Gino Boccasile (Bari, 1901 – Milano, 1952), inneggiante, pur negli anni bui dell’inizio della Secondo conflitto Mondiale, alla montagna come “meta glamour e accessibile”, luogo di divertimento, sport, gioia e incontro per tutti. Anche attraverso il sorriso radioso di una smagliante figura femminile (un “classico” del Boccasile) icona ideale di uno stile di vita che ha cavalcato i tempi. E messo oggi seriamente a rischio!

Gianni Milani

“Metamorfosi dello sguardo. Le Alpi immaginifiche”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino al 1° novembre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Angelo Abrate “Il Cervino”, olio su tela, 1934; Giuseppe Gheduzzi “Pascolo a Valtournanche”, olio su tela, 1930 ca.; Gino Boccasile “Val d’Aosta. Sport invernali”, Offset a colori su carta, 1940

Il piemontese Pio V, il papa di Lepanto

Sognava di mobilitare l’intera Cristianità contro il grande pericolo turco Michele Ghislieri, il cardinale Alessandrino, diventato Papa V. Fu il promotore della Lega Santa che sconfisse i turchi a Lepanto il 7 ottobre 1571

 La minaccia dell’Islam in Europa e nel Mediterraneo fu utilizzata dal domenicano di Bosco Marengo, l’unico Papa piemontese della storia del cattolicesimo (Papa Bergoglio è di origine piemontese) per infiammare l’Europa cristiana, unire gran parte delle potenze europee e affrontare i turchi sul mare con una grande flotta guidata da Don Giovanni d’Austria. Per realizzare il suo obiettivo poteva contare sull’appoggio di molti sovrani europei ma non su quello del re di Francia che, pur “cristianissimo”, trescava con il Turco. Pio V ha aveva letto dei messaggi scritti da Carlo IX in cui il sultano ottomano Selim II (figlio di Solimano il Magnifico) veniva chiamato perfino “imperatore dei Turchi” quando invece agli occhi degli europei era un nemico e un tiranno da combattere. Leggendo parole come “altissimo, potentissimo e invincibile grande imperatore dei musulmani, nostro carissimo amico, Dio voglia aumentare la vostra grandezza….Pio V scattava sulla sedia e andava su tutte le furie. D’altronde, i cordiali rapporti franco-ottomani non erano una novità. Già 35 anni prima, Francesco I, re di Francia, aveva firmato con Solimano un “empio” patto di amicizia e di alleanza destinato a durare fino all’arrivo di Napoleone in Egitto alla fine del Settecento. Agli equipaggi pronti a salpare da Messina per raggiungere il Golfo di Lepanto, in Grecia, e scontrarsi in mezzo al mare con la flotta della Mezzaluna, Pio V raccomandava, in una lettera personale consegnata al comandante della flotta Don Giovanni d’Austria, di comportarsi cristianamente sulle galee, di non giocare e non bestemmiare, di pregare al mattino e di addestrarsi militarmente nel pomeriggio in attesa del grande scontro. Oltre 400 galee e più di 200.000 uomini si affrontarono in una battaglia che fu quasi più “terrestre” che navale. Galea contro galea, centinaia di scafi che si percuotono l’uno contro l’altro, soldati che si gettano sulle imbarcazioni nemiche, vicinissime tra loro, quasi incastrate, tenute insieme da pedane, tavole e passerelle, in un fuoco incessante di archibugi e pistole incrociato con nugoli di frecce e lance. La flotta della Lega cristiana investì quella ottomana sbaragliandola. Il grande ammiraglio Alì Pascià morì e con lui perirono altri 25.000 turchi mentre le perdite cristiane ammontarono a 7500 uomini. La testa mozzata di Alì fu innalzata su una lancia affinchè tutti potessero vederla. Il 7 ottobre 1571 il golfo di Lepanto si trasformò in un grande campo di battaglia e in un gigantesco affresco storico oggi immortalato con dipinti e arazzi sulle pareti di palazzi storici, ville e chiese in tutta Europa. Ma la battaglia di Lepanto servì a qualcosa? La vittoria dei cristiani fu assai amplificata dalla propaganda vaticana e dalla chiesa cattolica ma il sultano Selim affermò che “gli era stata solo bruciacchiata la barba” e non aveva tutti i torti poiché in pochi mesi ricostruì la flotta colata a picco davanti alle isole Curzolari. Lepanto fu solo un fuoco di paglia come sostengono molti storici. Una battaglia vinta dalla Lega Santa all’interno di una guerra perduta, quella per Cipro, che due mesi prima cessò di essere un’isola veneziana e cadde nelle mani dei turchi, reduci, sei anni prima, dal fallimento del grande assedio di Malta. E tre anni più tardi, nel 1574, gli ottomani riconquistarono Tunisi e da lì sorvegliarono senza difficoltà le coste nordafricane e, da Cipro, il Mediterraneo orientale. Allora molto rumore per nulla? La grande battaglia non servì proprio a niente o ebbe delle conseguenze? La domanda se la pose Fernand Braudel. In effetti a far rumore intorno a Lepanto fu soprattutto il grande impatto propagandistico che la notizia della vittoria, giunta a Venezia il 19 ottobre, si propagò per l’intero continente suscitando un’ondata di euforia e delirio. L’anziano Papa Ghislieri ordinò di far suonare le campane di Roma invitando i fedeli a ringraziare Dio e la Madonna del Rosario per la vittoria del 7 ottobre.

 

Filippo Re

Torino diventa set cinematografico Si gira la serie The Supercar Project

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Dal 25 al 27 agosto strade chiuse e bus deviati nel cuore della città

Il capoluogo piemontese ospita le riprese di una nuova serie tv prodotta dalla tedesca Neuesuper. Modifiche alla circolazione e al trasporto pubblico tra piazza Vittorio Veneto, i Murazzi e le vie del centro

TORINO — Il centro storico di Torino si trasforma in un grande set cinematografico a cielo aperto. Da lunedì 24 agosto sono iniziate in città le riprese di una nuova serie televisiva internazionale, un progetto che porterà sotto la Mole troupe, regista e cast per circa tredici settimane di lavorazione, distribuite tra il centro cittadino e numerose località fuori Torino. Per consentire lo svolgimento delle scene, il Comune ha disposto una serie di modifiche temporanee alla circolazione che, tra martedì 25 e giovedì 27 agosto, interesseranno alcune delle arterie più centrali della città, con inevitabili ripercussioni anche sul trasporto pubblico gestito da GTT.

La produzione è firmata dalla società tedesca Neuesuper, con la produzione esecutiva italiana di Viola Film. Il progetto è realizzato con il contributo del FESR Piemonte 2021-2027, nell’ambito del bando Piemonte Film TV Fund 2026, e con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte, a conferma del ruolo sempre più centrale che il capoluogo piemontese sta assumendo come location per produzioni internazionali di primo piano.

Le chiusure di oggi, martedì 25 agosto

Le prime limitazioni sono scattate oggi, tra le 17 e le 21, con interruzioni momentanee del traffico in modalità “stop&go” in via Santa Teresa (tratto via XX Settembre–via Roma), via Antonio Bertola (tratto via XX Settembre–via Roma), via Monte di Pietà (tratto via XX Settembre–via Viotti) e via Viotti (tratto via Bertola–via Pietro Micca).

Mercoledì 26 agosto: stop totale in via della Rocca e via Maria Vittoria

Il provvedimento più incisivo scatterà domani, mercoledì 26 agosto, dalle 18 alle 24: sarà vietata la circolazione in via della Rocca, nel tratto compreso tra via Giolitti e piazza Vittorio Veneto, e in via Maria Vittoria, tra via Plana e Lungo Po Diaz. Nella stessa fascia oraria, piazza Vittorio Veneto sarà interessata da interruzioni momentanee del traffico con modalità “stop&go” in prossimità dell’intersezione centrale con via della Rocca, restando dunque attraversabile ma con possibili attese e rallentamenti durante le fasi di ripresa.

Le limitazioni si ripercuoteranno anche sulla rete del trasporto pubblico. Secondo quanto comunicato da GTT, a partire dalle 23.59 di mercoledì e fino al termine del servizio subiranno deviazioni le linee bus e tram 13, 16CD, 30, 55, 56, 61 e 70, che interesseranno l’area di piazza Vittorio Veneto, del ponte Vittorio Emanuele I e di Lungo Po Cadorna. I percorsi alternativi delle singole linee sono consultabili sul sito di GTT, nella sezione dedicata a linee e orari.

La notte più critica: tra giovedì 27 e venerdì 28

Le restrizioni più estese sono previste nella notte tra giovedì 27 e venerdì 28 agosto. Dalla mezzanotte alle 2 la circolazione sarà interrotta in piazza Vittorio Veneto e in tutte le vie afferenti, da via della Rocca a Lungo Po Diaz. Tra le 00.00 e le 5.30 scatterà il blocco totale del traffico anche sul ponte Vittorio Emanuele I, ai Murazzi del Po Buscaglione e Farassino, e lungo Lungo Po Armando Diaz e Lungo Po Cadorna. In questa fascia oraria saranno sospesi i servizi di autobus e tram e sarà vietato il transito pedonale sui due lungofiume interessati, mentre resteranno regolarmente percorribili corso Casale e corso Moncalieri. L’accesso pedonale ai Murazzi sarà comunque garantito attraverso le scalinate.

Le chiusure proseguiranno poi giovedì 27 agosto, dalle 18 fino alle 5 di venerdì 28, con il divieto di circolazione in via Principe Amedeo, nel tratto compreso tra via San Francesco da Paola e via Roma.

Dal Comune fanno sapere che eventuali variazioni rispetto al calendario comunicato saranno tempestivamente rese note. Le riprese, sottolineano gli organizzatori, rappresentano un’occasione importante per portare Torino e alcuni dei suoi scorci più riconoscibili all’attenzione di un pubblico internazionale, proseguendo un percorso che negli ultimi anni ha visto la città piemontese affermarsi sempre più come set privilegiato per il cinema e le produzioni seriali di respiro globale.

Ai cittadini e ai turisti in transito nella zona si raccomanda di prestare attenzione alla segnaletica temporanea e, per chi utilizza il trasporto pubblico, di verificare preventivamente i percorsi alternativi delle linee interessate sul sito ufficiale di GTT.

CRISTINA TAVERNITI

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