CULTURA E SPETTACOLI

ViaggioadAuschwitz a/r, a teatro le storie di deportazione

Teatro Concordia

Martedì 27 gennaio, ore 21

VIAGGIOADAUSCHWITZ a/r  

La storia del lungo cammino che ha ripercorso il viaggio di deportazione di ventisei ebrei catturati in provincia di Cuneo

 

 

VIAGGIOADAUSCHWITZ a/r, scritto e interpretato da Gimmi Basilotta, è la storia di un uomo convinto della sua integrità morale e del suo senso di giustizia che un giorno, durante la visita al campo di concentramento di Buchenwald, immaginandosi prigioniero in quel luogo, scopre il lato oscuro di sé e drammaticamente comprende che in quella condizione potrebbe per la sua sopravvivenza abiurare a tutti i suoi principi etici.

Per uscire dal baratro in cui questa scoperta lo ha sprofondato, parte per un lungo pellegrinaggio a piedi, seguendo le rotte della deportazione, ricercando sè stesso, i fatti e le storie di un’umanità offesa e scoprendo il potere taumaturgico del contatto e della relazione con la gente e con il mondo.

 

Nel 2011 Gimmi Basilotta ha realizzato il progetto Passodopopasso ed ha avuto così la ventura di compiere un lungo cammino, insieme ad altri “pellegrini”, dal Piemonte fino in Polonia, ripercorrendo a piedi il viaggio di deportazione che nel 1944 portò ventisei ebrei cuneesi da Borgo San Dalmazzo ad Auschwitz; il viaggio è stata l’occasione di ragionare e di parlare di memoria, scoprendo e toccando con mano quanto essa sia ora una necessità e un dovere, non solo per il rispetto della Storia, di chi l’ha vissuta, l’ha subita, ne ha sofferto e ne è stato sopraffatto, ma per poter vivere il presente in modo consapevole.

Il cammino, di 1985 chilometri, da Borgo San Dalmazzo ad Auschwitz, attraverso l’Italia, l’Austria, la Repubblica Ceca e la Polonia, ha avuto una durata di settantasei giorni, dal 15 febbraio 2011, ricorrenza della partenza da Borgo San Dalmazzo dei 26 ebrei catturati in provincia di Cuneo, al 1° maggio 2011, Yom Ha Shoah, Giorno della memoria in Israele. Il viaggio percorso interamente a piedi da tre persone, accompagnate da un fotografo, un videomaker, un addetto all’informazione e con il supporto di due automezzi, è stato un pellegrinaggio laico in cui la dimensione fisica e quella spirituale si sono fuse insieme; un viaggio fatto di strada e di fatica ma al tempo stesso di relazioni concrete e di rapporti umani vitali con l’ambiente circostante.

 

Lo spettacolo, in forma di monologo, alternando momenti drammatici a situazioni serene e gioiose, in un mix di avventura e riflessione, è una restituzione del cammino, ma non è un diario di viaggio. Prima della partenza Gimmi Basilotta ha chiesto alla gente, agli amici, che gli prestassero delle parole con cui riempire le sue valigie; ne ha raccolte settantasei, una per ogni giorno di viaggio. Le parole sono diventate la lente attraverso cui ha guardato e cercato le cose, attraverso cui ha vissuto le tante esperienze e avventure; parole che sono diventate per lui un limite, che lo ha costretto e aiutato a entrare nel profondo della realtà, a focalizzare le sensazioni e vivere le emozioni. Lo spettacolo è dunque il frutto del racconto del cammino, ma soprattutto delle settantasei parole che lo hanno guidato ed è, al tempo stesso, una riflessione profonda sulla storia della Shoah.

 

Lo spettacolo ha vinto il Premio Eolo Awards 2014: Miglior progetto creativo

Motivazione: lo spettacolo mette in scena in modo poetico e personale un viaggio del tutto particolare, quello compiuto dall’attore insieme a un folto gruppo di compagni di avventura dal Piemonte fino in Polonia, ripercorrendo a piedi il medesimo doloroso viaggio di deportazione che nel 1944 portò ventisei ebrei cuneesi da Borgo San Dalmazzo ad Auschwitz. Un cammino di piede e di anima che fonde in modo limpido e commovente la dimensione fisica e quella spirituale. Diretto dal maestro amatissimo Luciano Nattino, l’attore traduce in parole semplici il suo cammino, aiutato solo da poverissimi elementi di scena, pezzi di legno, frasche, una betulla del tutto simile a quella che ha piantato là in quell’inferno alla fine del viaggio. In questo modo passato e presente si fondono in una specie di preghiera laica, una via crucis liberatoria e commovente che appassiona e cattura per più di un’ora l’attenzione degli spettatori a cui vengono donate parole di speranza per cercare tutti insieme di affrontare un futuro migliore.

Il testo dello spettacolo, inoltre, ha vinto il primo premio al concorso nazionale Premio Centro alla Drammaturgia per testi di monologhi 2012. 

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Martedì 27 gennaio 2026, ore 21

VIAGGIOADAUSCHWITZ a/r

Scritto e interpretato da Gimmi Basilotta

Regia di Luciano Nattino

Scenografie: Gimmi Basilotta

Musiche suonate dal vivo di Isacco Basilotta

Compagnia Il Melarancio

Biglietti: 7 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it

“Sabato, domenica e lunedì”, la pièce di Eduardo De Filippo al Carignano  

Debutto al teatro Carignano martedì 27 gennaio, alle ore 19.30, della commedia in tre atti “Sabato, domenica e lunedì” di Eduardo De Filippo. L’allestimento è firmato da Luca De Fusco che, inserendosi nelle pieghe della drammaturgia originale, offre allo spettatore un affresco vivido sui segreti, le tensioni intime e le dinamiche  di una famiglia. De Fusco dirige Teresa Saponangelo, accanto, tra gli altri, a Claudio Di Palma, Pasquale Aprile, Alessandro Balletta, Anita Bertolucci, Francesco Biscione, Paolo Cresta, Rossella De Martino,  Renato De Simone, Antonio Elia , Domenico Moccia e Paolo Serra.

Scritta nel 1959, “Sabato, domenica e lunedì “ rappresenta una commedia corale che dimostra quanto il teatro di Edoardo sia ancora, tra leggerezza e profondità,  così vitale e necessario, in quanto riflette i drammi e le caratteristiche del nostro tempo, in equilibrio tra una ironia acuta e una crescente conflittualità,  esplorando i meccanismi delle relazioni parentali che si snodano intorno a un pranzo domenicale.

“Il testo – spiega il regista Luca De Fusco – è il più borghese e quasi cechoviano di Eduardo” . Delinea un momento di equilibrio sociale oggi perduto, tra le mura di una grande casa della famiglia Piscopo, di cui abbraccia tre generazioni, il nonno Antonio, i due coniugi Peppino Priore e Rosa, i figli, e la classica zia zitella Amelia Priore.
Si tratta di una famiglia affezionata ai propri rituali come quello del pranzo domenicale. È  proprio nella lenta ebollizione del succulento ragù che si insinuano le tensioni che minacciano sentimenti e  equilibri, tra Rosa e il marito Peppino, lei in competizione culinaria con la nuora, lui in preda ad una inesistente gelosia tolstoiana.
Tutti gli altri componenti si adoperano per risanare i conflitti e a proteggere il nonno dalle amarezze di una domenica sbagliata. Zia Memé si trasforma da anticonformista in angelo del focolare, mentre i figli sdrammatizzano la plateale litigata dei genitori.
Si tratta di una commedia senza tempo, in cui si sorride, ci si commuove e che suggerisce una riflessione sul ruolo della donna. Centrale risulta la figura di Rosa Priore, interpretata da Teresa Saponangelo, volto molto amato della TV e del cinema, che incarna l’archetipo femminile capace di assorbire le tensioni e mantenere la coesione familiare.

“La famiglia De Piscopo è una vera famiglia  – spiega il regista De Fusco – compatta e affezionata ai propri rituali. Commuove lo spettatore perché sa curare le proprie ferite e ci tiene alla salute del gruppo come ad un proprio valore. Le donne, com’è giusto che sia, non preparano più la camicia e i calzini al marito e non dedicano più ore ed ore alla preparazione del mitico ragù. Quella famiglia si reggeva però su un equilibrio che non abbiamo ancora ritrovato. Rileggendo questo capolavoro, ci viene da rimpiangere più l’equilibrio perduto che l’anticipazione di futuri conflitti, ed emerge il rimpianto di Eduardo per una famiglia “normale”, da lui mai avuta.

Teatro Carignano-piazza Carignano 6, Torino

“Sabato, domenica e lunedì” di Eduardo De Filippo – dal 27 gennaio all’8 febbraio 2026

Orario: martedì, giovedì e sabato ore 19.30/ mercoledì e venerdì ore 20.45/ domenica ore 16 e lunedì riposo

Biglietteria: piazza Carignano 6 – telefono: 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it

Mara Martellotta

InTO Manga: un convegno dedicato a un’arte tra le più amate

Fino a sabato 24 gennaio, presso il Dipartimento di Lingue e Letterature Straniere e Culture Moderne dell’Università di Torino, si terrà il convegno dedicato a una delle arti più apprezzate in tutto il mondo: il fumetto giapponese, il Manga. “InTO Manga”, questo il nome dell’evento, riunisce da tutto il globo gli studiosi e i maggiori esperti di questo grande fenomeno culturale, artistico e comunicativo, che propongono un ricco calendario di appuntamenti tra panel, laboratori, e momenti di confronto interdisciplinare. InTO Manga è rivolto a studiosi, studenti e appassionati di ogni età, che potranno assistere, previa registrazione su Eventbrite, agli incontri, tra gli altri, di Deborah Shamoon, tra le più importanti esperte mondiali degli studi sul manga, e del pluripremiato autore fumettista Umezawa Shun, che proporrà anche momenti di keynote lecture e di disegno dal vivo. InTO Manga è organizzato con il sostegno della Japan Foundation e con il patrocinio di Aistugia – Associazione Italiana Studi Giapponesi e del Consolato Generale del Giappone a Milano.

Mara Martellotta

Il Polo del ‘900: fino al 7 febbraio la mostra su Grossman

Il Polo del ‘900 ha prorogato, fino al 7 febbraio prossimo, la mostra dedicata al 120⁰ anniversario della nascita di Vasilij Semënovič Grossman, dal titolo “Vasilij Grossman – la forza dell’umano nell’uomo”. Curata da Anna Bonola, Maurizio Calusio, Claudia De Benedetti, Anna Krashnikova, Giovanni Maddalena, Raffaella Poggi, Michele Rosboch, Pietro Tosco e Julia Volokova, la mostra, a ingresso libero tutti i giorni, da lunedì al sabato dalle 9 alle 20, è proposta in occasione del 120⁰ anniversario della nascita dello scrittore, e offre un nuovo percorso di scoperta della sua opera. Ideata inizialmente per il Meeting di Rimini 2025, l’esposizione approda a Torino in un percorso che invita il visitatore a seguire le tappe essenziali della vita e della produzione di Grossman: dagli anni della formazione e dell’impegno socialista fino alla maturità, segnata da un realismo aperto al senso religioso e alla libertà della persona. L’allestimento presenta testimonianze, documenti, testi e fotografie inedite, che costituiscono la complessità e la profondità del mondo di Grossman. Nel cuore del percorso espositivo, il visitatore potrà assistere alla proiezione del cortometraggio “Una telefonata di Stalin”, tratto da un episodio di vita e destino diretto da Nicola Abbatangelo, con Alessandro Preziosi, e sceneggiature di Giovanni Maddalena. La produzione è a cura di Wonderage Production.

L’iniziativa, promossa dallo Study Center Vasilij Grossman, dal Centro Culturale Pier Giorgio Frassati ETS, dal Meeting di Rimini, è realizzato in collaborazione con l’Associazione Esserci, Fondazione Casale Ebraica ETS, Fondazione Grossman ETS e Fondazione Russia Cristiana. Attraverso materiale d’archivio e immagini, comprese diverse foto inedite e video, l’esposizione intende mettere in luce la centralità della verità, della libertà e della dignità umana nell’opera dello scrittore, proponendo una riflessione attuale sulla possibilità del bene anche nei contesti più drammatici della storia.

Vasilij Semënovič Grossman nacque a Berdičev, zona di residenza obbligata per la famiglia ebrea non ortodossa, caratterizzata da una visione europea. Trascorse due anni in Svizzera e si laureò come ingegnere chimico all’Università di Mosca, lasciando poi la professione a favore della scrittura, entrando a far parte, nel 1934, dell’Unione degli Scrittori Sovietici, espressione del Realismo socialista. Quando il 22 giugno 1941 Hitler invase l’Unione Sovietica, Grossman fu corrispondente dal fronte e ebbe milioni di lettori sovietici. Fu l’unico corrispondente a varcare il Volga. Nell’agosto del 1944 entrò nel campo di sterminio di Treblinka e disegnò quest’ultimo in un documento che ancora oggi risulta unico. Subì la censura stalinista per la sua opera “Vita e destino”, che ambiva a riproporre il modello di “Guerra e Pace”, di Tolstoj, nel Novecento. Compì un ultimo viaggio in Armenia, nel 1961, prima di morire a Mosca il 14 settembre 1964.

Mara Martellotta

Jam session poetico musicale al Machito di Torino

Si svolgerà sabato 24 Gennaio alle ore 21:00, presso il Circolo Arci Machito di via Rosmini 1, a Torino, la super jam session che unirà la jam poetica “The ride of sin” condotta dal poeta e performer Valerio Vigliaturo e la jam musicale “Kill Roy” diretta da David Diop con Marco Sponza (chitarra), Enrico Antinori (basso e tastiera) e Giorgio Vergano (batteria). Si alterneranno sul palco poeti e musicisti che improvviseranno versi e note alla ricerca dell’interplay.
Il titolo della jam è tratto dalla raccolta poetica “The Black Riders and Other Lines” pubblicata nel 1895 dallo scrittore, giornalista e poeta statunitense Stephen Crane, che Ernest Hemingway e Herbert George Wells consideravano il primo scrittore moderno degli Stati Uniti.

Per prenotazioni posti e cena: cell. 3391073534

Mara Martellotta

Arte e sacro, la chiesa di San Dalmazzo a Torino

In centro citta’ un gioiello molto antico

Dopo un lungo periodo di chiusura, e’ di nuovo possibile visitare la chiesa di San Dalmazzo, situata tra via Garibaldi, una volta via Dora Grossa, e via delle Orfane.

Costruita nel lontano 1271 e destinata all’assistenza dei pellegrini e alla cura degli infermi, nel tempo la sua struttura subi’ un consistente deterioramento e fu cosi’ che nel 1573, periodo in cui fu affidata ai frati Barnabiti, si decise per una riedificazione. Qualche anno dopo per volere del cardinale Gerolamo della Rovere fu nuovamente restaurata e decorata, anche grazie alle numerose donazioni dei Savoia mentre alla fine dell’800 furono ripresi ulteriormente i lavori che la riportarono al suo stile originario. Durante la Seconda Guerra Mondiale fu bombardata riportando seri danni al tetto e agli infissi, il suo ultimo restauro risale al 1959.

L’esterno e’ l’unica parte rimasta in stile Barocco con i suoi pilastri di ordine corinzio, i finestroni da cui entra la luce e un timpano semicircolare che avvolge un prezioso affresco. La chiesa, di medie dimensioni, trova la sua bellezza, oltre che nei suoi sorprendenti interni in stile neogotico che catturano subito l’occhio del visitatore, ma anche nella superficie proporzionata che la rende accogliente e affascinante.

Al suo interno lo sfondo e’ quello tipico dello stile gotico caratterizzato dallo slancio verticale, da vetrate colorate, da stucchi, dipinti neo-bizantini di Enrico Reffo e dorature. L’elemento che attira legittimamente l’attenzione e’ la fonte battesimale originale ereditata dalla vecchia chiesa di San Dalmazzo Martire. La struttura e’ a tre navate decorate da edicole, il bellissimo pulpito incorniciato da mosaici e il ciborio a baldacchino.

Spesso la chiesa di San Dalmazzo si fa scenario di concerti di musica, dal gospel alla musica da camera, il prossimo appuntamento? Domenica 15 Dicembre 2024 ore 17:00 TORINO CHAMBER MUSIC FESTIVAL, vibrazioni all’interno di un contesto suggestivo e incantevole.

Per informazioni sugli eventi

www.diocesi.torino.it

Maria La Barbera

Antimo Matano, “fotografie” di un inconscio tumultuoso

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

 

Ogni discorso sull’arte arriva in ritardo, o peggio risulta di troppo. Ogni opera ha già compiuto il suo lavoro in sé stessa, ciò che resta sono scarti, detriti e arzigogoli. Questa rubrica non prova a colmare quella distanza: si limita a muoversi tra i brandelli, a ridosso di ciò che li ha caratterizzati per poi, infantilmente, indicarveli.

Il primo artista di cui vi voglio parlare è Antimo Matano.


Campano di origine è nato nel 1992 a Carinola, nel casertano. La sua formazione lo porta lontano, qui a Torino, in cui ha vissuto e studiato, trovando uno spazio (termine che nelle sue varie declinazioni tornerà spesso in questo articolo) di accoglienza umana e intellettuale e che ha cesellato parte del suo modo di pensare il lavoro e il paesaggio.
Trova casa in un complesso abitativo dal carattere antico e un po’decadente, in Corso Casale 79 a ridosso di Borgo Po.

Qui ha il suo piccolo studio e la sua casa, spartana e di immediato impatto: le mura e parte del pavimento sono ricoperte, mi conferma Antimo, da più di 400 metri quadrati di sue tele.

Dalla finestrella del suo studio si vede il Po e le fronde degli alberi di Parco Michelotti, dalla porta a vetro che dà su Piazza Borromini invece lo sguardo cade inevitabilmente su un orologio fermo su un edificio. Tutto scorre e tutto rimane immoto.

Torino piace molto a Matano, soprattutto nei suoi angoli più declinanti e selvatici, eppure torna ossessivamente a un solo luogo: le montagne del Massico, sopra Carinola, che incombono sul suo piccolo paese natio e su di lui con il peso persuasivo di un pensiero antico e inspiegabile.

Non perché lì vi si nasconda una qualche verità irraggiungibile altrove, ma perché certi territori, quando ci hanno visti germogliare, si traducono in una compulsiva prigione mentale dalla quale non si esce più. Sono come elastici, più ti ci allontani e più ti riportano indietro.
E si continua a girarci attorno, a raschiarli, a sperare che restituiscano qualcosa. Non lo fanno, al massimo cedono delle tracce confuse sulle quali noi stampigliamo significati. Come l’infanzia ricordata da adulti.

Ma questo paesaggio esterno e interno nelle tele di Antimo non è un “tema”, bensì un pretesto.

Un deposito di memorie che resistono pervicacemente allo sparire e che per sfinimento vengono dunque celebrate.
Anche se ogni tentativo di rappresentarle fallisce, come fallisce ogni mappa: invece di chiarire, produce un altro groviglio. Un altro paesaggio, dice l’artista. Più precisamente un’altra approssimazione: se cercassimo di essere cartograficamente rigorosi una mappa dovrebbe rappresentare l’infinito.

Quello di Matano è un gesto ripetuto e materico: in cui tracce e sovrapposizione tentano di sigillarsi in un linguaggio che rievoca quello del rito. Un perenne opporsi al percepito vuoto spaziale che rimanda la tela, che è sempre più profonda di chi la guarda. Un vuoto da cui stilla minacciosa l’assenza di senso, ma che iniziando a collocarlo, e quindi recintandolo, lo si rende “sacro”: il perimetro di mattoni di un altare a un dio sconosciuto.

Le opere di Antimo sono infatti spesso circoscritte in aree concentriche (oltre a quella naturale della tela), il cui intento mi ricorda quello della quadratura del cerchio: un tentativo impossibile di congiungere Terra e Cielo.

Nel recinto poi l’artista tende ossessivamente i lembi di una stratificazione di segni, che rievocano remoti abitati, e che incarnano la sua poetica. Una miscela di geometrie che perdono di disciplina e si sfaldano, finalmente; come in certe opere di Antoni Tàpies. Una poetica che è appunto difesa, come un accumulo di strati di terra sopra qualcosa che si preferirebbe non vedere più.
Cos’è questo buio che si vuole celare?

Ma il recinto non sacralizza nulla, serve solo a illudersi che esista ancora un dentro separato da un fuori. Che qualcosa possa essere protetto e verticalizzato tramite l’edicola dell’arte.
Tutto è già da sempre esposto, già consumato. Anche il sacro non ha mai avuto bisogno di cornici o di tele per sopravvivere poiché nasce da uno smarrimento biologico originario, e quasi sempre mal razionalizzato, dinanzi l’insanabile frattura tra l’Io e il Tutto, trasversale in ogni epoca finché esisterà l’uomo.

La pittura di Matano vorrebbe essere architettura, scultura, paesaggio, memoria. Non riesce a essere nessuna di queste cose fino in fondo. Rimane sospesa, incompiuta, come chi ha capito troppo tardi di aver scelto il mezzo sbagliato. Ma proprio in questa insufficienza c’è qualcosa di autenticamente bello e, per opposizione, compiuto. Esattamente come il finale mancato del Castello di Kafka, inesaurito ed inesaudibile: le porte del Castello non si possono aprire e nemmeno si può scriverne o dipingerne attendibilmente.

I quadri di Antimo quindi ripiegano sulla fossilizzazione di istanti sformati, come fa la terra con tutto ciò che le cade sopra. Li rendono fotografie di un inconscio preistorico e tumultuoso e che, a chi li osserva, ricordano la numinosa creazione di un bambino, di un sacerdote primitivo o di un archeologo.

Lasciandoti però la sensazione che queste opere, oltre che di paesaggio, di spazio e di sacralità parlino di un uomo che non riesce a smettere di fissare lo stesso punto, pur sapendo che non risponderà mai come egli vorrebbe. Ed è l’infinito in questo punto, a conti fatti, l’unica cosa che valga la pena di essere perennemente mostrata.

“Vorrei che il bianco del foglio sparisse e un nero pensiero di giorno prendesse il suo posto. Per sempre” A.M.

Tommy Emmanuel torna in Italia all’Alfieri di Torino

Lunedì 2 febbraio alle ore 21, al teatro Alfieri, torna in  Italia, dopo tre anni di assenza, Tommy Emmanuel, considerato uno dei chitarristi acustici più grandi di tutti i tempi  per la sua straordinaria tecnica fingerstyle, la capacità di fondere melodia, accompagnamento e percussioni in un solo strumento e per l’intensità emotiva della sua performance. Farà tappa a Torino con lo spettacolo “Living in the Light Tour”. Special guest Alberto Lombardi.
Emmanuel proporrà i suoi brani più amati, insieme alle nuove composizioni del suo ultimo album , che dà il nome al tour, confermando la sua capacità di attraversare con naturalezza country, jazz, blues, folk e suggestioni classiche, dando vita a performance sempre diverse e profondamente personali.
“Ogni concerto – spiega Tommy Emmanuel – rappresenta una nuova occasione per connettermi con il pubblico e raccontare storie attraverso la musica”. “ Living in the Light” è  l’album più audace, registrato e mixato in soli quattro giorni con il produttore Vance Powell, che irradia un’energia cruda ed elettrizzante.

Tommy Emmanuel  a soli sei anni era già in tournée in Australia con una band di famiglia, a trent’anni calcava i palchi degli stadio come chitarrista solista rock, a 44 anni è  diventato uno dei soli cinque chitarristi al mondo  a ricevere il titolo Certified Guitar Player (CGP) dal suo idolo, la leggenda della musica Chet Atkins. Influenzato dal fingerstyle di questi e di Merle Travis, ha sviluppato uno stile di chitarra solista unico, capace di racchiudere l’estensione sonora di un’intera band; batteria, basso, accompagnamento ritmico, chitarra solista e melodia vocale convivono simultaneamente in una sola performance. Mentre molti artisti portano in tour una band, Tommy Emmanuel costituisce da solo un universo sonoro completo, affidandosi esclusivamente alla sua tecnica ed espressività, senza sovraincisioni o loop.

Lunedì 2 febbraio ore 21

Teatro Alfieri

Piazza Solferino 4

Biglietti su Ticketone

www.associazioneradar.it

Mara Martellotta

Lady Macbeth – God save the Queen 

Teatro Superga, Nichelino (TO)

Sabato 24 gennaio, ore 21

Il monologo di Debora Benincasa, tra potere e ribellione

 

Il monologo Lady Macbeth – God save the Queen, scritto e interpretato da Debora Benincasa con la regia e ricerca sui movimenti scenici di Simona Ceccobelli, è una riscrittura dell’opera shakespeariana che, pur giocando con il personaggio e con uno stile grottesco, mantiene intatta la potenza della tragedia. Il punto di vista è unicamente quello della Lady, crudele e annoiata, che guarda il mondo con sofferente distacco. La forza del monologo è il dialogo tra classico e contemporaneo, tra l’adesione al testo e il suo tradimento, inserimenti pop e immagini poetiche. Lady Macbeth mette in discussione la nostra moralità e rivela, immergendosi sempre più al suo interno, l’estrema ferocia del potere, guarda costantemente negli occhi mostrando il peggio del mondo (e di noi).

Il testo è stato finalista al Premio InediTo – Colline Torinesi nella sezione drammaturgia, ed è nato anche grazie al sostegno del festival Montagne Racconta.

Debora Benincasa, laureata al DAMS di Bologna e presidente di Anomalia Teatro, è attrice e drammaturga. Debutta nel 2016 con Antigone – monologo per donna sola, vincitore del Premio Mauro Rostagno per la drammaturgia, rappresentato in tutta Italia e a New York. Il testo è pubblicato da Suigeneris, insieme ai suoi altri monologhi Theo – storia del cane che guardava le stelle e Lady Macbeth – God save the Queen. Nel 2019, con Era meglio nascere topi in scena insieme a Marco Gottardello vince il Premio Miglior Spettacolo e il Premio del Pubblico al Crash Test Teatro Festival.

Anomalia Teatro è una compagnia nata a Torino nel 2016, molto attiva e seguita per gli spettacoli a sfondo politico e sociale. Cura tutti gli aspetti creativi, produttivi e distributivi degli spettacoli e dei suoi disubbidienti protagonisti: Antigone – monologo di una donna sola; Icaro; Theo – Storia del cane che guardava le stelle; Tekkendrama – come farsi amici i mostri. La compagnia opera presso il Laboratorio MalaErba uno spazio culturale creativo e di condivisione, aperto a corsi, laboratori, residenze artistiche e spettacoli teatrali.

Info

Teatro Superga, via Superga 44, Nichelino (TO)

Sabato 24 gennaio 2026, ore 21

Lady Macbeth – God save the Queen

Di e con Debora Benincasa

Co-regia e ricerca movimenti Simona Ceccobelli

Scenografia Adele Gamba

Costumi Simona Randazzo

Suono e voci Martino Scaglia e Flavia Chiacchella

Lighting designer Andrea Gagliotta

Con il sostegno di Montagne Racconta e del drammaturgo Francesco Niccolini

Biglietti: 15 euro

www.teatrosuperga.it biglietteria@teatrosuperga.it

IG + FB: teatrosuperga

Orari biglietteria: dal martedì al venerdì dalle 15 alle 19