Torino tra le righe
abbiamo davvero bisogno di tutte le risposte… o possiamo imparare a vivere anche con qualche domanda in più?


ALLO SPAZIO KAIROS
Dopo il sold out registrato nella serata del 5 marzo, lo Spazio Kairos di via Mottalciata 7 aggiunge una data alla sua stagione per ospitare Giulia Pont. L’attrice torinese propone “La ragazza con la lavastoviglie di perla“. L’appuntamento è fissato per sabato 28 marzo alle 21.
Lo spettacolo, scritto e interpretato dalla stessa Pont con la regia e la collaborazione drammaturgica di Carla Carucci, si configura come un viaggio ironico e profondamente onesto attraverso le contraddizioni dell’età adulta. Protagonista è quella generazione che si sente costantemente fuori tempo e fuori posto, sospesa tra il desiderio di adeguatezza e la realtà di una quotidianità decisamente meno glamour di quella sognata durante l’adolescenza. Con uno sguardo intriso di sarcasmo, l’autrice esplora il paradosso di chi si ritrova a frequentare corsi di danza circondata da teenager o a gestire un rapporto decisamente conflittuale con il concetto stesso di relax e le notti insonni.
Il cuore del monologo risiede nel ridimensionamento terapeutico delle proprie aspettative. Mentre i miti d’infanzia come Jennifer Lopez incarnano un ideale di felicità irraggiungibile tra yacht e successi planetari, Giulia Pont invita il pubblico a scoprire una nuova forma di realizzazione, forse più modesta ma certamente più autentica, che può manifestarsi anche davanti allo sportello di una lavastoviglie. Tra il racconto di “uomini carciofo” finalmente lasciati alle spalle e l’arrivo di insperati bravi ragazzi, la pièce si trasforma in una catartica confessione collettiva, dove le piccole rivelazioni della vita diventano momenti di irresistibile comicità.
La protagonista
Giulia Pont nasce a Torino nel 1986. Si laurea al Dams (2010) e si diploma all’Atelier Teatro Fisico di Torino (2011) diretto da Philip Radice. Si forma con maestri quali Eugenio Al legri, Jean Meningue, Philippe Hottier, Rita Pelusio, Laura Curino, André Casaca, Carlo Boso e altri. Non solo interpreta ma inizia a scrivere, perché scrivendo può giocare a trasformare gli incidenti della vita in storie divertenti e catartiche. Nel marzo del 2012 “Ti lascio perché ho finito l’ossitocina”, il primo spettacolo di cui è autrice oltre che interprete, si classifica primo al concorso di monologhi UNO di Firenze e nel 2013 partecipa, con grande successo di pubblico, al Torino Fringe Festival. Lo spettacolo ha fatto un centinaio di repliche in tutta Italia.
Lavora anche in diversi spettacoli della compagnia Action Theatre in English, diretta da Rupert Raison, ed entra nel cast de “Il medico per forza” di Molière, prodotto da Mulino ad Arte. Nel 2016 torna a studiare e consegue il diploma al corso di perfezionamento per attori Shakespeare School, diretto da Jurij Ferrini e con maestri quali lo stesso Ferrini, Cristina Pezzoli, Valerio Binasco, Marco Lorenzi, Alessandra Frabetti e altri. Nel marzo 2018 debutta nella rassegna Il cielo su Torino del Teatro Stabile di Torino con lo spettacolo “Effetti indesiderati anche gravi” scritto dalla stessa Ponte da C. Trione. In scena con lei Lorenzo De Iacovo. Sempre nel 2018 scrive “Non tutto il male viene per nuocere, ma questo sì” di cui affida la regia a Carucci. Ancora nello stesso anno fonda, insieme ad altri 23 colleghi, la compagnia Crack24.
Utilità
Informazioni: 3514607575 (anche whatsapp), biglietteria@ondalarsen.org, www.ondalarsen.org.
Ingresso riservato ai soci Arci: se ci si tessera in loco, il biglietto del primo spettacolo è a 6 euro.
Spazio Kairos apre un’ora prima degli spettacoli. I biglietti si possono comprare online su www.ticket.it.
Intero: 12 euro. Ridotto (universitari, over 65, TAT, CRAL, carta giovani, abitanti circoscrizione 6, AIACE): 10 euro. Under 18 e persone con disabilità: 8 euro. Ridotto Comitiva (acquisto minimo di 6 biglietti per la stessa serata: 48 euro. Abbonamento “Onda” con 4 spettacoli a scelta: 32 euro.
La scena di Giuseppe Stellato, innanzitutto. Appoggiati al grigiore della vasta tela che occupa gran parte del palcoscenico – un’unica via di fuga sulla destra ma in gran parte invisibile -, un tavolo e una decina di sedie posti su un piano inclinato, del colore della neve e del verde delle piante, a trasmettere l’ansia e l’instabilità e la fatica dei movimenti, punto di traguardo un pianoforte (che verrà verso la fine parzialmente smembrato) a cui Solënyj (Francesco Aricò, che acquista rimarchevole peso scena dopo scena) strimpella e recita versi, anche Pasternak aiuta a inquadrare, quasi solo per se stesso, forse unico spazio – nella desolazione che vive tutt’intorno – dove ricreare un barlume di felicità. Un isola, o già una zattera, in balia di un mare dove non è altro che calma tempesta. In opposto, una macchina fotografica, antica, è ancora Solënyj ad azionarla, a catturare quasi come un susseguirsi di inquadrature cinematografiche immediate i momenti di una memoria che ti sguscia dalle mani, nella volontà di “salvare almeno l’attimo presente” (mi chiedo se siamo tanto lontani, avvicinandoci alla contemporaneità, al “carpe diem” del professor Keating di Williams e Weir?). Sguscia a te stesso, agli altri tutti. “Passeranno gli anni ed anche noi ce ne andremo per sempre, ci dimenticheranno, dimenticheranno i nostri volti, le nostre voci e quante eravamo”, dirà Olga nelle battute finali. Una coda di amara dissolvenza.
Le prime impressioni, queste, di quello che si stabilisce come uno tra i migliori spettacoli dell’anno, bello e profondo, un lungo tempo di costruzioni e pensamenti, analizzato sin nei suoi spazi più intimi, dovuto alla riscrittura e alla regia di Liv Ferracchiati, artista associato dello Stabile torinese, che ha avuto a lato la collaborazione della drammaturga Piera Mungiguerra e di Margherita Crepax nelle vesti di nuova traduttrice. Un testo, le “Tre sorelle” cechoviane, scritte e messe in scena allo scoccare del secolo scorso, che per Ferracchiati è “un testo filosofico sull’esistenza”, dove trova posto la tragedia del nulla, dove la vita si ripete ogni giorno identica a se stessa, dove “tutto è uguale” ripeterà il nichilista Čebutykin, tra la lettura della Pravda e uno sberleffo, tra il non ricordare più nulla della sua medicina e una tenue quanto sorniona corte a Irina (Livia Rossi), dove si vive di incertezze e di sogni che si riveleranno inappagati, dove la realtà spaventa e quando la si vuole o la si vede concretizzata, diventa grottesca (“pur di poter lavorare” la giovanissima Irina sarebbe disposta a essere “un umile cavallo”) o pesante e insoddisfacente, come per Olga (Irene Villa), una volta raggiunto il suo ruolo nella scuola. Continuano a sperare le tre sorelle Prozorov (“per noi tre sorelle, la vita non è ancora stata stupenda, ci ha soffocate, come un’erba grama”, confesserà ancora Irina), lo confessano a se stesse e lo urlano ai quattro venti, ma il loro “a Mosca! a Mosca” rimane sospeso nell’aria – come tutto qui è sospeso, la vita, gli amori che distruggono e gli amori senza amore, la carriera universitaria di Andrej, la guarnigione che arriva e riparte: sembra che l’unica realtà possibile sia quella della cognata Nataša (la sempre convincente Giordana Faggiano, ai cui debordamenti e urli il regista lascia parecchio spazio), ben lontana dai sogni, capace di piombare nella casa con gli abiti coloratissimi della ragazzina dei nostri tempi (i costumi che delineano quei corpi sono di Gianluca Sbicca), imbarazzata e vuota, per accumulare cambi di mises che la fanno entrare di prepotenza nell’immagine della padrona di casa che ne ha ben stretto in mano le chiavi, della donna che, tutti nell’attesa della festa per il carnevale, la nega dal momento che il suo piccolo Bobik ha qualche grado di febbre.
Come il guardaroba di Nataša, ogni cosa nella messinscena di Ferracchiati diventa contemporanea e strettamente legata ai giorni nostri, anzi, con un giusto passo oltre, universale – da abbracciare in tutto, e dio sa con quanta convinzione chi stende queste note lo dica per l’occasione, uscito troppe volte in disaccordo (anche quest’anno non gli sono state risparmiate, con tutta la loro presunzione) con rivisitazioni, tratto da (magari ingannevolmente lasciato al “di”), pensieri fuorviati di un qualche regista o sedicente tale, sfrontatamente all’arrembaggio, capiti quel che ha da capitare -, staccandosi da una letteratura e da un linguaggio d’antan (ci sta benissimo anche un vaffa) e dalla storicità della Russia (anche le uniformi non sono più uniformi, ma anonimi cappotti pastrani impermeabili di un anonimo verde, ben lontani da quelle uniformi dai bottoni dorati che i componenti della guarnigione hanno indossato in passate edizioni) con tanto di samovar di inizio Novecento per entrare a usare ancor meglio il bisturi di una sala operatoria. Tutto è infittito e prosciugato allo stesso tempo, le tante psicologie si rivestono di nevrosi, di discorsi colmi d’affanni, d’interruzioni, di frasi che spaventano e cessano, il tutto – nella grande bravura di tutti e dieci gli attori – diventa una partitura, esattissima, un coro a più voci controllato in ogni particolare, con l’urlo e il sussurro e la fatica dell’emissione della voce, ogni frase a un certo punto – uno dei momenti più belli e coinvolgenti della serata – si mescola in un appuntamento di liturgia profana, in una sequela di litanie che abbracciano la disperazione dell’umanità. Perché ha un bel ripetere Tuzenbach (una bella prova per Riccardo Martone: è suo il “nevica: che senso ha?”, con cui la nuova scrittura slunga il titolo originale, domanda
senza ritorno) che continua a coltivare “una furiosa voglia di vivere” per morire poi in duello (certo qui il regista non ci ha preparato abbastanza allo sviluppo dell’azione, tutto è troppo improvviso), fatica Veršinin a staccarsi dall’abbraccio con Maša (Rosario Lisma e Valentina Bartolo, forse i più convincenti della serata), lui continuerà con la ripartenza dei soldati a seguire moglie e figli, lei tenta ancora per un attimo ad afferrare quella occasione che la vita le offre. Ogni tentativo non ha più una sua ragion d’essere, Čebutykin (Giovanni Battaglia, attento quanto freddo commentatore) ha lasciato cadere a terra il vecchio orologio, pezzo raro e certo tra i ricordi più affettuosi della casa, è l’annientarsi definitivo di ogni miraggio, racconta quel momento in cui le promesse crollano e gli orizzonti di significato si dissolvono, senza che ne siano formati di nuovi”, scrive Ferracchiati nelle note di regia.
Vive la contemporaneità anche nell’incendio del villaggio vicino, oggi che vediamo fuochi dappertutto e quelle stesse fiamme sembrano accerchiare sempre più d’appresso anche noi e anche noi vediamo giorno dopo giorno lo sgretolarsi delle “narrazioni rassicuranti”: siamo coinvolti per cui nulla di più facile e più “autentico” che il regista sposti l’ultima parte di quel che resta di quella narrazione, dolente e pronta alla resa, in platea, a due passi da noi, ben visibile, una tragedia senza tempo che ci pare di toccare. Sì, arriveranno ancora le vecchie spinte (“la nostra vita non è ancora compiuta… vivremo… lavoreremo”, quasi si fosse tornati a riascoltare l’affaccendata Sonia, piena di speranza e di voglia di fare accanto a zio Vania) ma il “tarara-ra-oh” che chiude è un sorriso sghembo che non esclude nessuno. Repliche al Carignano sino al 29 marzo: per chi vorrà nuovamente entusiasmarsi con Cechov.
Elio Rabbione
Nelle immagini di Luigi De Palma, alcuni momenti dello spettacolo.
Sabato 21 e domenica 22 marzo la Città di Avigliana è stata protagonista delle Giornate FAI di Primavera, il grande appuntamento che ha permesso al pubblico di scoprire luoghi solitamente inaccessibili o poco conosciuti del patrimonio storico, artistico e naturalistico italiano. Durante questa manifestazione, giunta alla 34esima edizione, hanno aperto le porte ben 780 luoghi in 400 città, che sono stati visitabili grazie ai 17mila apprendisti ciceroni su base volontaria, a contributo libero.
Le aperture di Avigliana sono state organizzate dalla Delegazione FAI della Valle di Susa, guidata da Marilena Gally insieme al Gruppo FAI giovani.
Il pubblico ha potuto visitare il Palazzo Comunale e la Piazza Conte Rosso; la Scuola Picco; l’Oratorio del Gesù, la Casa Cantamerlo e l’Azimut Yachts. Quest’ultimo luogo era riservato agli iscritti FAI.
Il Torinese.it ha seguito l’apertura di sabato pomeriggio della Casa Cantamerlo, uno dei luoghi che ha riscosso il maggior successo da parte del pubblico.
I visitatori sono stati guidati dagli apprendisti ciceroni della classe terza A ad indirizzo scientifico tradizionale del Liceo Norberto Rosa di Bussoleno.
Quest’edificio, così chiamato per via di un merlo dipinto sulla volta della sua torre ottagonale costruita sul modello della tardo-trecentesca Torre dell’Orologio, in passato era la casa canonica della Parrocchia dei Santi Giovanni e Pietro. Nel 1860 venne venduto dal Parroco Giovanni Maria Vignolo all’avvocato, musicista, pittore, poeta e giornalista aviglianese Norberto Rosa, che qui visse fino alla sua morte, avvenuta nel giugno 1862.
La dimora, in stile neogotico nell’Ottocento, si sviluppa attorno ad una corte. Su uno dei muri del cortile interno è affrescata una copia della “Danza dei Folli”, la stessa che si ammira sulla facciata della Prima Casa di Bussoleno nel Borgo Medievale del Valentino; l’opera originaria era presente sulla facciata di un’osteria di Lagnasco oggi non più esistente, mentre l’edificio è la copia di Casa Aschieri a Bussoleno.
All’interno di Casa Cantamerlo la Sala del trono, quelle della Armi e il Salone di rappresentanza presentano classici esempi di arredamento e pittura neogotica. Nell’atrio è stata murata una stele romana raffigurante un prigioniero, databile alla prima metà del II secolo d.C. L’opera sarebbe una rappresentazione della vittoria del 197 dell’Imperatore romano Settimo Severo su Clodio Albino, generale che aveva tentato di prendersi il trono. Questa stele venne rinvenuta dal padre cappuccino Placido Bucco durante gli scavi che stava effettuando nella borgata aviglianese di Malano; egli la fece collocare nell’atrio di Casa Cantamerlo nel 1859.
In questa dimora, che durante la Seconda Guerra Mondiale venne utilizzata come presidio militare, furono ospitati illustri personaggi, tra i quali Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena nel 1938. Oggi l’edificio è di proprietà di Enrico Allais, che lo sta riportando agli antichi splendori.
I giovani apprendisti ciceroni del Liceo Norberto Rosa di Bussoleno, scuola scelta perché dedicata al celebre proprietario della dimora, hanno accolto il numeroso pubblico nel piazzale antistante l’edificio, raccontando la storia di Avigliana, profondamente legata a Casa Savoia. La cittadina dal 1046, anno delle nozze tra Adelaide di Torino e Oddone di Savoia, quartogenito di Umberto I Biancamano, il fondatore della Dinastia Sabauda, fino al XV secolo, fu una delle sedi della Corte quando essa risiedeva al di qua delle Alpi. Nel castello, distrutto il 29 maggio 1691 dal generale francese Nicolas de Catinat, nacquero almeno tre sovrani: il Beato Conte di Savoia Umberto III il 4 agosto 1136; il Conte di Savoia Amedeo VII detto il “Conte Rosso” il 24 febbraio 1360 e la sfortunata Bona, Duchessa di Milano, il 10 agosto 1449.
Non è mancato un grande riferimento alla fabbrica più celebre di Avigliana: il Dinamitificio Nobel, attivo dal 1873 al 1965, che durante la Seconda Guerra Mondiale fu la fabbrica di esplosivi più importante al mondo.
Il pubblico è stato quindi accompagnato nel cortile centrale, dove i ragazzi hanno raccontato la storia dell’edificio ed hanno fatto scoprire al pubblico le bellezze di questa dimora eccezionale e la figura di un suo celebre proprietario: Norberto Rosa.
I giovani ciceroni hanno concluso la visita guidata nel giardino, dal quale si gode di una bellissima vista sugli edifici medievali del centro storico. Qui hanno raccontato due leggende di Avigliana: quella del “viandante dagli occhi blu” e quella del povero Filippo II di Savoia- Acaia.
La prima racconta che un tempo, dove ci sono i due laghi c’era un borgo florido e ricco, i cui abitanti erano molto avari. Una fredda sera d’inverno vi giunse un pellegrino vestito di bianco. Egli bussò di casa in casa per chiedere del cibo e un ricovero, ma tutti gli chiusero la porta in faccia. Il viandante venne accolto da un’anziana signora, la quale gli offrì quel poco cibo e quel poco spazio che possedeva.
Il mattino dopo, all’alba, egli era sparito, e con lui anche l’inverno. Ma la cosa ancor più sorprendente fu che al posto del borgo c’erano due laghi blu, le cui acque avevano lo stesso colore degli occhi di quel viandante.
La seconda leggenda si basa su un fatto realmente accaduto: la triste vicenda del Principe Filippo II di Savoia-Acaia. Suo padre Giacomo nel 1360, per aver violato gli obblighi di vassallaggio nei confronti di suo cugino il Conte di Savoia Amedeo VI detto il “Conte Verde”, venne fatto arrestare dal sovrano. Riottenuta la libertà dopo circa tre anni, fu costretto da Amedeo VI a sposare Margherita di Beaujeu, dalla quale ebbe due figli: Amedeo e Ludovico, nati rispettivamente nel 1363 e nel 1364. Nel 1366 Giacomo fu vivamente consigliato dal Conte Verde e dalla consorte a nominare come eredi i figli nati dalla sua terza unione, a scapito di Filippo. Quest’ultimo, alla morte del padre nel 1367, non contento di essere stato diseredato, scatenò una ribellione e mise a ferro e fuoco diversi borghi del Piemonte, appoggiato dall’Abate della Sacra di San Michele Pietro III di Fongeret. Nel 1368 Filippo II venne attirato con un tranello a Rivoli, imprigionato nelle carceri del Castello di Avigliana e ucciso per annegamento il 21 dicembre nelle acque del Lago Grande. Il principe sarebbe stato sepolto nella Chiesa di San Pietro ad Avigliana e il suo fantasma aleggerebbe ancora oggi sulle acque del lago.
Il pubblico non è potuto accedere all’interno della dimora, perché nelle sue sale sono state girate alcune scene della serie “La legge di Lidia Poët 3” che uscirà il 15 aprile 2026 su Netflix e fino ad allora il produttore deterrà i diritti esclusivi d’immagine.
ANDREA CARNINO
RISONANZE
Ciclo di conferenze tra arte e filosofia
a cura di Chiara Bertola e Federico Vercellone
da giugno 2025 a marzo 2026
GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino
Sala incontri
MARTEDI 24 MARZO 2026 ORE 18
François Jullien
Revoir
Che cosa significa diventare “amico” di un museo, al punto da essere al centro delle azioni che compiamo per promuoverlo? Non è forse vero che, diventando amici di un museo e frequentandolo, non vediamo un’opera una sola volta, ma la rivediamo?
Ora, rivedere non è semplicemente ripetere il vedere.
E, innanzitutto, quando e perché si abbandona un quadro che abbiamo iniziato a guardare?
Rivedere significa interrogare di nuovo il vedere. Certo, si scopre un quadro con l’emozione della “scoperta”. Ma lo si “dis-copre” anche perché occorre togliere ciò con cui il mio sguardo ha iniziato a ricoprirlo: uno sguardo formato, normato, abituato, segnato da tutto ciò che ho già visto.
Non è forse necessario de-coincidere dalla visione in cui il mio sguardo si impantana per poter vedere emergere il quadro? Non è forse necessario allontanarsi – chiudere gli occhi – per far sorgere il visibile e accedere davvero al vedere? Che cosa resta, infatti, di non ancora visto – o di “in-visto” — in questo dipinto, che mi chiama a rivederlo? Se torno al museo, è – tutt’altro che per routine – per cominciare finalmente a vedere: vedere finalmente come vivere finalmente.
Fino a vedere emergere il quadro così com’è, liberato da tutto ciò che proiettavo su di lui, o, direi, nel suo “così”.
Ex-alunno dell’École normale supérieure, agrégé dell’università (1974) e poi professore all’Università Paris Diderot, François Jullien è una delle figure più importanti della filosofia francese contemporanea. L’opera di François Jullien si sviluppa all’incrocio tra la sinologia e la filosofia generale. Basata sullo studio del pensiero della Cina antica, del neoconfucianesimo e delle concezioni letterarie ed estetiche della Cina classica, mette in discussione la storia e le categorie della ragione europea instaurando un confronto tra le culture. Attraverso il percorso verso la Cina, il lavoro di François Jullien ha aperto piste feconde ed esigenti per pensare l’interculturalità. È autore di una quarantina di opere tradotte in ventotto paesi: nel suo libro del 1991, L’Éloge de la fadeur, avvia una riflessione estetica contro le abituali considerazioni sul Bello; il suo Traité de l’efficacité è un riferimento in numerosi ambiti pratici, in particolare nel management; seguono Les Transformations silencieuses (2010), De l’intime. Loin du bruyant Amour (2014) e Il n’y a pas d’identité culturelle, mais nous défendons les ressources d’une culture (2016); Con Dé-coïncidence. D’où viennent l’art et l’existence ? (2017), Jullien introduce il concetto di “dé-coïncidence”, che nel 2020 ha portato alla creazione dell’Association Décoïncidences, all’interno della quale oggi si sviluppa il suo lavoro.
Costo: 5€ con acquisto in biglietteria
6€ con acquisto online
Sabato 28 marzo prossimo, alle ore 16, il Circolo dei Lettori di Torino ospiterà la premiazione della 14esima edizione del Premio Internazionale I Murazzi. Tra i protagonisti del panorama culturale italiano spicca Valerio Vigliaturo, vincitore del 1⁰ Premio per la Poesia con l’opera “IOdrama”.
Valerio Vigliaturo, direttore del prestigioso Premio InediTO Colline di Torino, consolida il suo percorso di autore dopo i successi dei romanzi precedenti. In “IOdrama” lo scrittore mette in scena il dramma dell’Io strutturato come una tragedia greca in tre atti, dalla simulazione della realtà, Mimesi, attraverso lo scontro con la pandemia, Nemesi, fino alla liberazione finale, Catarsi. La raccolta affronta temi universali e contemporanei, dalla disillusione amorosa al cambiamento climatico, fino alle sfide poste dall’intelligenza artificiale. La scrittura di Vigliaturo è una “spersonalizzazione dell’Io” per parlare dell’uomo comune, evocando emozioni profonde per sottrarre l’indicibile al nulla.
L’evento, presieduto da Sandro Gros-Pietro, vedrà premiati Jean Paul Manganaro alla carriera e Paolo Conti alla cultura. Per Vigliaturo gli impegni proseguiranno martedì 31 marzo, presso la Scuola Holden, per la designazione dei finalisti della XXV edizione del Premio InediTO.
Mara Martellotta
Scritture e sguardi diretti e privi di compiacimenti intrecciano dimensioni intime, culture e contesti sociali: dramma, forza e poesia di vite minime scivolano via lasciando una traccia leggera, come un aroma.
Primo Premio Andreea Paula Danilescu (Romania) con il racconto Le ferite delle madri, le cicatrici dei figli
Secondo Premio Aurora Leode Fadonougbo (Benin/Italia) con il racconto Lingua padre
Terzo Premio Brenda Soledad Carmona (Argentina) con il racconto Madre in terra straniera
Premio Sezione Speciale Donne Italiane Carmela Caldarola (Italia) con il racconto Il profumo del cardamomo
Premio Speciale Fondazione Sandretto Re Rebaudengo Julia Derbule (Argentina) con la fotografia Cuore diviso
Premio Speciale Torino Film Festival Ana Paula Alfonso Lonardi (Argentina) con il racconto Arrivederci a Genova
Premio Speciale Slow Food – Terra Madre Mary Valeriano (Brasile) con il racconto Piante e altre rivoluzioni
Sono anche in corso le votazioni tra i dieci racconti finalisti per il Premio Speciale Giuria Popolare, che verrà decretato il 15 aprile 2026.
Tutti i racconti selezionati saranno pubblicati nell’antologia Lingua Madre Duemilaventisei. Racconti di donne non più straniere in Italia (Edizioni SEB27), che sarà edita in autunno e quindi disponibile in tutte le librerie insieme ai volumi del Gruppo di Studio del Concorso sui temi della migrazione femminile.
La Premiazione si svolgerà lunedì 18 maggio alle ore 13.30 in Arena Piemonte, Lingotto Fiere. Una cerimonia aperta a tutte e tutti che chiuderà il calendario di eventi CLM nell’ambito del XXXVIII Salone Internazionale del Libro di Torino.
Ideato nel 2005 da Daniela Finocchi, il Concorso Lingua Madre è un progetto permanente della Regione Piemonte e del Salone Internazionale del Libro, diretto alle donne migranti, alle loro figlie e a tutte coloro che si riconoscono in appartenenze multiple. Una sezione speciale è dedicata alle donne italiane che pur non avendo origine straniera vogliano mettersi in relazione con l’Altra.
Tra le novità di quest’anno che saranno presentate al Salone:
“Un giouinetto portato da così nobile generosità di costumi, e da così bello spirito nella pittura”, scriveva Pietro Bellori, storico dell’arte che ha attraversato l’intero Seicento e che nella prima edizione (1672) delle sue “Vite” ha tramandato i ritratti e le qualità morali e la bellezza di dodici artisti. Eccolo lì, adesso, quel “giouinetto” – e noi a confrontarci con lui, a guardare quei due occhi che osservano lo spettatore e se ne vogliono impossessare, che bucano lo schermo, che affascinano nella loro già piena maturità, a guardare quell’incarnato perfetto e la genialità del tratto, come il pennello abbia corso veloce e abbia creato gote e riccioli che scendono sulla fronte, ogni cosa risucchiata prepotentemente dal fondo scuro che è alle spalle – e quel “giouinetto”, al tempo di questa piccola tavola, di questo “autentico gioiello”, non era che quindicenne. Il suo nome Anton Van Dick, era nato ad Anversa il 22 marzo del 1599, una famiglia che già il nonno aveva fatto prosperare con il commercio della seta e il cui figlio Francesco, proseguendo nell’attività, poteva permettersi una casa spaziosa e riccamente arredata, capace di comprendere anche un bagno.
Eccolo lì, adesso, “quel” giouinetto, protagonista indiscusso e ammiratissimo della grande mostra, inaugurata pochi giorni fa (visitabile sino al prossimo 19 luglio: e davvero Parigi val bene una messa!) nelle sale del Palazzo Ducale di Genova, con grande spolvero di sponsor, simbiosi perfetta di pubblico e privato – Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura e Comune di Genova con il sostegno di Regione Liguria, Banca Passadore, Camera di Commercio e Fondazione San Paolo, il Secolo XIX e Rai Cultura e molti altri – e di prestatori – dal Louvre al Prado, dalla National Gallery londinese al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid, da Brera alla Galleria Nazionale di Parma ai Musei Reali di Torino (“Isabella Clara Eugenia infanta di Spagna”), accresciuti da alcune collezioni private – che hanno messo a disposizione 60 opere, in dieci stazioni tematiche, che non possono essere definite altro che capolavori. Un lavoro che ha impiegato la fatica di un triennio, uno staff organizzato e guidato dalle curatrici Anna Orlando e Katlijne Van der Stighelen – “noi siamo qui a fare da palcoscenico”, sottolinea la prima durante la conferenza stampa di presentazione, “ma è stato davvero un lavoro continuo di squadra, in cui tutti si sono prodigati”: e sarà giusto da parte nostra sottolineare come a quel tavolo, su quel palcoscenico, ai vari microfoni, ci siano sette rappresentanti del gentil sesso -, un percorso che si svolge non soltanto in quelle sale ma che altresì s’amplia attraverso l’intera città, tra i Musei della Strada Nuova – Palazzo Rosso e Palazzo Bianco -, una diffusione che è lo specchio del “secolo dei Genovesi”, di quanti hanno fatto la città sul mare Superba, dell’importante alta classe sociale che si rivestiva dei mezzi e delle doti di banca europea, atta a supportare reali e nobiltà di Spagna, Francia e Inghilterra, di fiorire con gli scambi e i commerci. Grande quanto appassionata preparazione, studi consolidati e nuove scoperte e riscritture, un giusto orgoglio, l’amore per la Cultura che di diritto ha l’iniziale maiuscola. “Palazzo Ducale torna a esplorare con questa mostra un periodo storico che aveva proiettato la città verso un ruolo internazionale e l’aveva portata a essere una delle capitali artistiche d’Europa”, sottolinea Sara Armella, presidente Palazzo Ducale Fondazione per la Cultura; altresì il ritorno ad un nome che ventinove anni fa già aveva impiegato le conoscenze e gli uffici di una più giovane Anna Orlando, neo-specializzata, un altro viaggio “di un artista, non solo amatissimo, ma anche dal talento eccezionale: quello di un genio”.
Un genio che a soli 18 anni è già iscritto come maestro indipendente alla gilda di San Luca e può vantare una bottega propria, che a ventuno è chiamato alla corte di Carlo I a Londra, che a ventidue, ricevuto in dono un cavallo dal maestro Rubens – che ne aveva ampiamente influenzato gli esordi – decide di partire per Roma, dove sarebbe dovuto restare soltanto otto mesi, dove ha modo d’appassionarsi alle grandi collezioni, di guardare a Caravaggio e al suo pittore preferito, Tiziano: la decisione finale, passando di città in città, di corte in corte, Ancona Firenze Parma Reggio Emilia Mantova Padova Milano sino a raggiungere (dicembre 1622) Torino e la corte ducale, sarà una lunga permanenza nella città che gli consegnerà il pieno successo e che si concluderà soltanto nel 1626. Un primo soggiorno genovese, con una ventina di ritratti per la ricca e potente aristocrazia; poi sarà una lunga permanenza che si concluderà soltanto nel 1626, un fiorire della committenza, dove i suoi modelli e la sua clientela furono gli Spinola e i Durazzo, i Lomellini e i Brignole-Sale e i Doria e quanti molti altri volessero fieramente e socialmente apparire – ottimo pubblicitario di se stesso, “quando faceva li ritratti, li cominciava il mattino per tempo, e senza interrompere il lavoro teneva a desinare seco quei Signori, fossero pure personaggi, e Dame grandi vi andavano volentieri come a sollazzo, tirati dalla varietà dei trattamenti. Dopo il pranzo egli tornava all’opera, ovvero ne avrebbe coloriti due in un giorno, terminandoli poi con qualche ritocco” (è sempre Bellori a darci le notizie) -, non giungendo gli stessi da una nobiltà di terre e di nascita bensì di censo (“oltre la naturalezza conferiva alle teste una certa nobiltà e grazia nell’atto”, ancora lo stesso).
L’Italia e oltre i confini, ecco il perché di questo titolo “Van Dick l’europeo. Il viaggio di un genio da Anversa a Genova a Londra”, le tre città – 80.000 abitanti, una stagione di relativa stabilità politica e di rinnovata identità cattolica, una prospera borghesia mercantile, la prima; 70.00 anime, una influenza economica straordinaria, reti bancarie e abilità diplomatica, i “palazzi dei rolli” a dar testimonianza delle ricchezze, la seconda; 200.000 abitanti sotto gli Stuart, il mecenatismo e le collezioni e le tensioni politico-religiose, l’ultima – che maggiormente hanno segnato il percorso dell’artista. Non un percorso dalla rigorosa sequenza cronologica, quello della mostra, ma dodici sale dove le opere sono felicemente accostate per temi e ambiti della sua attività, dove mettere a confronto, magari con soggetti analoghi, la maniera del Van Dick giovane nella terra d’origine, quella del periodo italiano e quella della maturità inglese (avrebbe lasciato, dopo la morte di Rubens e la chiamata di Luigi XIII a Parigi, la corte di re Carlo e non ne avrebbe visto la decapitazione il 30 gennaio del ’49, dinanzi alla sua dimora di Whitehall e la fugace repubblica di Cromwell, l’artista sarebbe morto di lì a pochi anni, nel dicembre del ’41 nella sua Anversa): con tutto l’interesse di scoprire i tratti e il portamento e le vesti sontuose o vedovili e la sensibilità e il gusto sempre signorilmente diverso di una dama che avesse avuto palazzo e servitori a Genova, come a Bruxelles e Anversa, come a Londra. È Van Dick a mettere la propria arte al servizio del diverso momento e della diversa persona, la sua capacità a “sintonizzarsi con gli ambienti in cui operò, mettendo in luce al tempo stesso il confronto estetico e tematico tra richieste e committenze sempre diverse. Un percorso che testimonia come la sua arte abbia saputo adattarsi, maturare e conquistare il favore di tutti.”
Allora come oggi. In questo oggi di Palazzo Ducale il visitatore ammirerà il Van Dick delle opere sacre, dove coabitano il pathos e la teatralità, forse il capitolo meno studiato della sua attività pittorica, “Il matrimonio mistico di Santa Caterina” che giunge dal Prado o il “San Sebastiano” (da Edimburgo, accostato a Rubens), una stupefacente “Cattura di Cristo” (1620- 1621), dalla Phoebus Foundation di Anversa, eccezionale nella disposizione dei circa dodici personaggi, nella unica luce che illumina la notte del Getsemani, nella tragicità del bacio di Giuda e l’irruenza di Pietro nell’atto di ferire l’orecchio dell’uomo che gli sta accanto, le macchie del blu all’esterno della tela, la concitazione. Il tutto a chiudersi con un inedito “Ecce Homo”, di collezione privata europea, una grande fonte di luce a illuminare le carni straziate (ma Van Dick non aveva ancora considerato il film di Mel Gibson) del Cristo fatto doloroso uomo; e nella completamente affrescata cappella del Doge, momentaneamente ricavata dalla piccola chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo), unica opera dell’artista a destinazione pubblica, il coup de théâtre della “Crocifissione”, oscura e intensa, un’eclisse di sole sullo sfondo a rispetto dei vangeli.
Tra “Vanitas” e “Allegorie” si passa al rapporto con Rubens, da cui l’allievo prende presto le distanze, laddove si dovesse paragonarlo a un linguaggio il primo lo si dovrebbe definire “più colorato e chiassoso” mentre per il secondo saremmo obbligati a usare il termine “più sussurrato”. Poi la sala ambientata a descrivere i fermenti guerreschi dell’Europa dell’epoca, le opere guardano a “Carlo V a cavallo” (1620) e al marchese Ambrogio Spinola, grande generale al servizio della corona spagnola, altri personaggi reali e forse d’invenzione, cappe nere e armature dalle striature lucenti, anche i bambini venivano in tal modo rappresentati già in giovanissima età. Dalla National Gallery arrivano i “bambini Giustiniani Longo” a cui gli studi hanno ridato le esatte identità, sontuosità d’abiti e fieri nella loro fanciullezza, una imponenza che si può accostare senza fatica a quella che fu propria degli eredi delle dinastie europee, portando con sé il ricordo di morti premature, rappresentate da quei più e meno piccoli uccelli, chiari e neri, che sono rappresentati tra le loro mani e a terra nella tela: fanno parte di quel tema familiare (non soltanto il sovrano inglese e la moglie Enrichetta, anche i coniugi De Witte di Anversa a mostrare gli stemmi araldici o Jan de Wael e la moglie Geertrud, chiusi nei loro sontuosi abiti scuri, i bianchi e pieghettati collari, guanti e manicotto di pelliccia, la famiglia come intramontabile valore, nucleo primo della vita sociale, ma anche frutto di eleganza raffinata e di vanità e volontà a tramandare le ingenti sostanze, coppie, genitori e figli, persone mature e vecchi) che tanta importanza ha avuto nella breve vita del pittore.
Il catalogo che accompagna la mostra l’ultimo bellissimo omaggio di Umberto Allemandi a quel mondo dell’Arte che lui ha tanto amato.
Elio Rabbione
Nelle immagini: “Autoritratto”, olio su tavola, 1615 circa, Anversa; “Ritratto di Lord John Belasyse”, olio su tela, 1636 circa; “I bambini Giustiniani Longo” dalla National Gallery di Londra; la “Crocifissione” oggi nella chiesa di San Michele di Pagana (Rapallo).
Niente è impossibile…
di Debora Bocchiardo
Audrey Hepburn aveva un motto: niente e impossibile, la parola “impossibile”, in realtà, contiene in sé la frase “I’m possible” … Sono impossibile!”.
Forse grazie a questa preziosa formula magica, la Hepburn scalò tutta la montagna verso il successo, posizionandosi di diritto in quell’Olimpo di nuovi dei che fu ed è Hollywood.
Non a caso, Billy Wilder disse: “Con lei è arrivata la classe”.
Nata a Ixelles il 4 maggio 1929 con il nome completo di Audrey Kathleen Van Heemstra Hepburn Ruston, l’attrice era figlia di un banchiere, Joseph Anthony Hepburn-Ruston, di origini anglo irlandesi, e di una baronessa olandese, Ella Van Heemstra, imparentata con le famiglie reali francesi e inglesi.
La Hepburn frequentò le migliori scuole private in Inghilterra e Olanda dove, nel 1935, in seguito al divorzio dei genitori, tornò a vivere.
La sua infanzia su segnata dalla carestia e dalla brutalità della guerra. Audrey, da adulta, ricorderà di aver patito il freddo e la fame.
Immediatamente dopo la fine del conflitto, madre e figlia si trasferirono a Londra, dove la giovane iniziò a studiare danza, a lavorare come modella e, a partire dal 1951, anche come attrice.
Proprio in quell’anno, Audrey Hepburn apparve nel suo primo film, “Racconto di giovani mogli”, di Henry Cass, seppur in un ruolo secondario.
È l’inizio di un lungo percorso artistico.
Il secondo passo nel mondo del cinema la giovane lo compie nel 1953 con “Montecarlo Baby”, di Jean Boyer, “L’incredibile avventura di Mr. Hollan”, di Charles Chrichton, e “Risate in paradiso”, di Mario Zampi.
La perfetta conoscenza di diverse lingue, permette alla debuttante di spostarsi con disinvoltura in varie parti d’Europa senza eccessive difficoltà e di inserirsi con facilità nel tessuto culturale internazionale.
Proprio nel corso delle riprese per “Montecarlo Baby”, la Hepburn, capace di leggere i segni che il destino le manda e di far tesoro dei nuovi incontri che la vita le regala, consolida la preziosa amicizia con la scrittrice francese Colette (pseudonimo di Sidonie-Gabrielle Colette). L’autrice, ormai ottantenne, rimane profondamente colpita dalla freschezza e dall’intelligenza di Audrey e decide di affidarle il ruolo di Gigi nello spettacolo omonimo tratto dal suo romanzo.
La carriera della Hepburn decolla così per gli Stati Uniti e, proprio a Broadway, dopo poche settimane di fortunatissime repliche, sui cartelloni inizia ad apparire la scritta “Audrey Hepburn in Gigi”. Ora la protagonista è lei!
Inizia così una carriera che si snoderà attraverso circa 26 film di fama internazionale.
Nel 1953 il regista Billy Wilder la nota proprio durante una delle repliche a teatro e la vuole per “Vacanze romane”, al fianco di Gregory Peck.
L’anno successivo la scrittura per l’indimenticabile “Sabrina”. Al suo fianco, stavolta, vi sono Humphrey Bogart, chiamato all’ultimo minuto per sostituire Cary Grant e in conflitto perenne col regista, e un giovane William Holden, che si innamora perdutamente di Audrey. Un amore mai ricambiato, destinato a durare per sempre, seppur trasformandosi in una profonda amicizia.
Nel 1954, proprio mentre è impegnata sul set, l’attrice sposa Mel Ferrer, un uomo forte e protettivo, ma dal carattere anche volubile, aggressivo e, a tratti, forse geloso del successo della moglie.
Dall’unione, durata quattordici anni, nasce un figlio, Sean.
Nel 1956 Audrey Hepburn, col marito, lavora in “Guerra e Pace”, una produzione italiana Ponti-De Laurentis realizzata a Cinecittà e diretta da King Vidor.
Il 1957 vede l’attrice al fianco di una altro partner d’eccezione con cui si mormora ci sia stata una relazione sentimentale: sul set di “Cenerentola a Parigi”, diretto da Stanley Donen, la donna conquista il pubblico recitando, infatti, con Fred Astaire.
La Hepburn veste abiti firmati da Givenchy e consolida così anche la sua amicizia con il noto stilista.
Nel 1957 ancora Billy Wilder la vuole per “Arianna”, ma è nel 1959 che Audrey affronta una grande prova d’attrice cambiando drasticamente genere per vestire i panni di una suora missionaria in “La storia di una monaca” di Fred Zinnemann.
È lo stesso anno in cui il marito le chiede di recitare, diretta da lui, in “Verdi dimore”. Un clamoroso insuccesso che certo contribuì a decretare la fine anche dell’unione tra i due.
Dopo il successo di “Gli inesorabili”, diretto da John Huston nel 1960, in cui interpreta una mezzosangue, nel 1961 la Hepburn accetta un altro ruolo da protagonista indimenticabile in “Colazione da Tiffany”, di Blake Edwards.
Dopo ruoli intensi e drammatici o divertenti e romantici, l’attrice stupisce ancora il suo pubblico interpretando, al fianco di Shirley MacLaine, “Quelle due”, nel 1962, diretta da William Wyler. La pellicola tocca temi legati all’omosessualità femminile e l’opinione pubblica ne discute a lungo.
Nel 1963 l’attrice torna a ruoli più leggeri con “Sciarada”, di Stanley Donen, al fianco di uno strepitoso Cary Grant.
Richard Quine e George Cukor, le propongono invece, nel 1964, di vestire i panni della protagonista in “Insieme a Parigi” e “My fair Lady”, pellicole che strizzano l’occhio al teatro e mettono in risalto più che mai le sue doti ironiche.
Sono ancora due commedie a farla amare dal grande pubblico nel 1966 e nel 1967: “Come rubare un milione di dollari e vivere felici”, di W. Wyler, e “Due per la Strada” di S. Donen.
Interessante la prova d’attrice in “Gli occhi della Notte”, di Terence Young, in cui interpreta il ruolo di una ragazza priva di vista.
Le riprese terminano nel 1968 e l’attrice si scopre stremata dal lavoro e dalla lunga crisi sentimentale con Mel Ferrer, conclusasi con la separazione.
L’amico William Holden, forse sperando in qualcosa di più, le offre la propria amicizia, ma la donna decide di regalarsi una rilassante vacanza solitaria.
Ancora una volta è il destino a cambiare la rotta della sua vita, facendole incontrare, proprio durante la vacanza, lo psichiatra italiano Andrea Dotti, sposato nel 1969, da cui, nel 1970, avrà il figlio Luca. Il matrimonio finirà con il divorzio nel 1982.
Interessanti proposte, nel frattempo, le giungono ancora dal cinema con “Robin e Marian” (1976), di Richard Lester, al fianco dell’intramontabile Sean Connery, “Linea di Sangue” (1979) di Terence Young, e “…E tutti risero” (1981) di Peter Bogdanovic, in cui appare anche il figlio maggiore Sean Ferrer.
Il 1989 è considerato l’anno dell’ultima apparizione cinematografica con il suolo dell’angelo all’interno di “Always – Per Sempre” di Steven Spielberg.
Nell’arco della sua luminosa carriera improntata di ottimismo ed energia, Audrey vinse, tra gli altri premi, ben cinque Oscar: “Vacanze romane”, “Sabrina”, “La storia di una monaca”, “Colazione da Tiffany” e “Gli occhi della notte”.
È la sua voglia di aiutare gli altri, forse memore delle sofferenze della propria infanzia, a spingerla a portare aiuto a chi è in difficoltà. Ambasciatrice Unicef, ruolo per cui nel 1992 riceve la Presidential Medal of Freedom dalla Casa Bianca, la Hepburn è troppo impegnata per preoccuparsi dei primi sintomi di un male silente e spietato, un cancro al colon che si manifesta clamorosamente pochi mesi prima della morte, avvenuta il 20 gennaio 1993, a Tolochenaz, in Svizzera, dove riposa.
Al suo fianco, dal 1981, vi era l’attore olandese Robert Wolders. L’amico Hubert de Givenchy, per trasportarla dagli Usa alla Svizzera negli ultimi giorni della sua vita, mise a disposizione il suo jet personale riempito per l’occasione di fiori.
Nel 1999 l’America Film Institute ha proclamato la Hepburn la terza più grande attrice della storia del cinema.