CULTURA E SPETTACOLI

SaltinPiazza: gli Equilibri invisibili e l’arte della Fragilità

Sta per arrivare la 36esima edizione di SantinPiazza, il festival di teatro di strada più longevo del Piemonte e tra i più storici d’Italia, che trasformerà  il paese di Viarigi il 29 e 30 agosto prossimi, nel cuore del Monferrato astigiano, in un grande palcoscenico a cielo aperto dove il programma artistico prenderà una forma unitaria. Non si tratta, infatti, di un semplice calendario di eventi, ma di un progetto culturale nel quale compagnie italiane e internazionali, attraverso il circo contemporaneo, il teatro, la danza, la musica e la performance partecipativa, offriranno diverse interpretazioni sul tema “Equilibri Invisibili: l’Arte della Fragilità “, che rappresenta il fil rouge dell’intera edizione.

Dal 2016 la direzione artistica è  affidata a Milo Scotton, artista, autore e regista di fama internazionale, già interprete del Cirque du Soleil, fondatore della compagnia ArteMakìa e della Chapitombolo Academy, progetto di circo rurale nato nella provincia astigiana di Monale. Nel corso degli anni il suo lavoro ha contribuito a definire l’identità culturale del festival, sviluppando un progetto nel quale ogni edizione prende forma attorno a un tema capace di porre in dialogo spettacoli, compagnie, linguaggi artistici e territorio.
Con il riconoscimento del Fondo nazionale per lo Spettacolo dal Vivo del Ministero della Cultura, questo percorso ha trovato ulteriore slancio attraverso un progetto triennale dal 2025 al 2027. Dopo il tema “Il volo- anime leggere”, proposto nel 2025, l’edizione 2026 sviluppa “Equilibri Invisibili: l’Arte della Fragilità”, affidando agli artisti il compito di esplorare, ciascuno con il proprio linguaggio, le sue molteplici sfaccettature.

Ad aprire il festival sarà la compagnia internazionale Accompany ME con “A Mesure – Handle  with Care”, creazione di circo contemporaneo che esplora la fragilità delle relazioni umane attraverso il linguaggio del corpo, della roue cyr e un delicato gioco di equilibrio e di fiducia reciproca.
Tra gli appuntamenti più attesi spicca il ritorno dei The Black Blues Brothers, acclamati già nell’edizione 2021, e che tornano con il secondo capitolo della saga sui Blues Brothers, uno spettacolo ricco di acrobazie spericolate e fragilità vertiginose al ritmo scatenato della musica cult dei Blue Brothers.
Di particolare rilievo anche “Frailty” della compagnia ‘Noto Ignoto’ con la partecipazione  della soprano guatemalteca Alejandra Flores. Un progetto dal respiro internazionale nel quale la lirica e le performance acrobatiche vengono a fondersi in un linguaggio scenico di grande eleganza e raffinatezza, dando vita ad una delle proposte più originali dell’edizione.
La Compagnia ArteMakìa, riconosciuta dal Ministero della Cultura e diretta da Milo Scotton, presenterà “La solitudine dei dispari”,  intensa creazione tra stunt acrobatico, danza contemporanea e arti circensi, dedicata al conflitto interiore dell’artista e alla ricerca della sua ispirazione.
La riflessione sul limite e sulla trasformazione prosegue con lo spettacolo di teatro-danza verticale “Limen”, portato in scena dalla compagnia ‘Eterea Arte Aerea’. Sulla parete della Torre dei Segnali, storico monumento che domina Viarigi, il corpo dei performer si muoverà in verticale trasformando l’architettura in spazio scenico. Una coreografia sospesa tra terra e cielo che esplora il sottile confine tra equilibrio e caduta, darà forma a un’intensa esperienza poetica e visiva.

Tra i momenti più significativi del festival figura anche “Sogno” di Stalker Teatro, storica compagnia torinese che, da oltre cinquanta anni, sviluppa una ricerca sul teatro partecipativo, coinvolgendo direttamente gli spettatori nella costruzione di una installazione- performance capace di unire creazione artistica, gioco collettivo, rito comunitario e festa.
Ampio spazio sarà poi dato alla formazione con “Deep in my Soul” restituzione scenica del percorso dell’Artistic Group della Chapitombolo Academy, diretta da Milo Scotton, rivolto ad adolescenti tra i 13 e i 18 anni di età. Attraverso circo contemporaneo, teatro, danza, musica e pratiche del movimento, lo spettacolo racconta un percorso di esplorazione, di interiorità, crescita personale, consapevolezza e scoperta della propria identità.
Altra proposta artistica riguarda “Lusin” della compagnia Hanami, nata dall’incontro tra Andrea Cerrato e Micol Veglia. Attraverso roue, cyr, mano a mano, discipline aeree, danza e teatro fisico, lo spettacolo accompagna il pubblico in un viaggio poetico dedicato alla ricerca del sé e al desiderio universale di inseguire i propri sogni.
Il cartellone è  completato da “Far Away” della compagnia ‘Amanti di Paglia’, poetico racconto teatrale  sull’amore e sulla distanza, “FrailTryo” dei Jumpin Jacks, uno spettacolo di clownerie acrobatica che trasforma il gioco in  virtuosismo e divertimento; “ Boy Band” di ZeGnis, teatro di strada ricco di comicità  e coinvolgimento del pubblico e il progetto musicale Lindal, capace di intrecciare la tradizione occitana alla sperimentazione elettronica attraverso interventi itineranti, e il concerto conclusivo del festival.

Per due giorni il festival inviterà il pubblico a vivere Viarigi nella sua interezza, trasformando piazze, vicoli e quelli che sono i luoghi simbolo del paese in scenari di incontro tra arte, comunità e territorio, valorizzandone il patrimonio storico e paesaggistico, arricchito dalla presenza di punti street food e dallo stand gastronomico curato dalla Pro Loco Viarigi.

“SaltinPiazza  è  molto più di un festival di teatro di strada – afferma il sindaco di Viarigi Francesca Ferraris – Si tratta di un progetto culturale che negli anni ha saputo  crescere, coinvolgere la comunità  e valorizzare il proprio territorio attraverso la forza dello spettacolo dal vivo. La qualità delle proposte artistiche, l’attenzione alla formazione delle nuove generazioni e la capacità di mettere in relazione artisti, cittadini e visitatori rendono questa manifestazione un appuntamento di grande valore per il nostro Paese e per l’intero Monferrato. Si tratta di un progetto reso possibile dal lavoro condiviso tra amministrazione comunale, direzione artistica, volontari, associazioni, partner e cittadini, capaci di rendere questa festa aperta a tutti”.

Mara Martellotta

Margherita di Savoia, il paese della Puglia che porta il nome di una regina torinese

 

Dove l’oro bianco delle saline incontra il ricordo di una donna.

C’è un luogo in Puglia dove il nome di una regina nata a Torino continua a vivere ogni giorno. Lo si legge sui cartelli stradali, nelle insegne dei negozi e nei documenti ufficiali. È Margherita di Savoia, cittadina affacciata sull’Adriatico, famosa per le sue immense saline e per il singolare legame che la unisce alla monarchia italiana. Fino al 1879 il paese era conosciuto come Saline di Barletta. In quell’anno il comune decise di assumere il nome di Margherita di Savoia in onore della regina consorte di Umberto I. La scelta non fu casuale. La sovrana aveva mostrato interesse per questo territorio e per la sua principale ricchezza: il sale, una risorsa che per secoli aveva rappresentato una fonte di prosperità economica per l’intera area. Le saline sono ancora oggi il cuore identitario della città. Estese per circa venti chilometri lungo la costa, sono considerate tra le più grandi d’Europa. Già in epoca romana il sale estratto in questi bacini era una merce preziosa, tanto da essere definito “oro bianco”. Per secoli il controllo della sua produzione ha significato ricchezza, potere e sviluppo. Oggi, oltre a essere un importante sito produttivo, le saline costituiscono un ambiente naturale di straordinaria bellezza. Migliaia di fenicotteri rosa vi sostano ogni anno durante le migrazioni e molti scelgono questi specchi d’acqua per nidificare. Il bianco del sale, il rosa degli uccelli e l’azzurro del mare disegnano un paesaggio unico che rende questo tratto di costa uno dei più suggestivi del Mezzogiorno.

Accanto alle saline si sviluppa anche un’importante attività termale. I fanghi e le acque madri provenienti dai bacini salanti vengono utilizzati per trattamenti terapeutici e di benessere, richiamando visitatori da tutta Italia. Per conoscere la storia di questo straordinario patrimonio è possibile visitare il Museo Storico delle Saline, che conserva documenti, fotografie e strumenti utilizzati nel lavoro di estrazione del sale.

La figura della regina Margherita continua a evocare curiosità e aneddoti. Donna colta e popolare, fu una delle personalità più amate dell’Italia di fine Ottocento. Il suo nome è legato anche a una delle specialità gastronomiche più conosciute al mondo: la pizza Margherita, che secondo la tradizione le sarebbe stata dedicata nel 1889 durante una visita a Napoli. Vera o meno che sia la leggenda, il nome della sovrana continua ancora oggi a unire luoghi e storie molto diversi tra loro.

Passeggiando per il centro di Margherita di Savoia si incontrano testimonianze di questo passato. Tra i monumenti più significativi spicca la Torre delle Saline, costruita nel XVI secolo per difendere il territorio dalle incursioni provenienti dal mare. Simbolo della città, racconta il lungo rapporto tra gli abitanti e la produzione del sale.

Merita una visita anche la Chiesa Madre del Santissimo Salvatore, edificata tra il 1859 e il 1871 e dedicata al patrono cittadino. Poco distante si snoda Corso Vittorio Emanuele, elegante asse urbano fiancheggiato da edifici ottocenteschi, mentre il Lungomare Cristoforo Colombo offre una piacevole passeggiata con vista sull’Adriatico, particolarmente suggestiva nelle ore del tramonto.

A breve distanza dal paese si trova inoltre il sito archeologico di Canne della Battaglia, teatro nel 216 a.C. della celebre vittoria di Annibale sui Romani, una delle battaglie più studiate della storia militare.

Margherita di Savoia rappresenta così un singolare punto d’incontro tra Nord e Sud. Da una parte la memoria della dinastia sabauda e di una regina nata a Torino, dall’altra il paesaggio luminoso della Puglia, modellato dal mare e dal sale. Un legame inatteso che attraversa la storia dell’Italia unita e che continua a vivere in uno dei luoghi più affascinanti dell’Adriatico.

Non è un caso che questo sia uno dei rarissimi comuni italiani intitolati a una donna. A oltre un secolo dalla sua dedicazione, il nome di Margherita di Savoia continua a volare alto, proprio come i fenicotteri che ogni anno colorano di rosa le sue saline.

Di Maria La Barbera

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“1898. Una spy story nel Piemonte di fine Ottocento”, tra intrighi, anarchici e verità scomode

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono romanzi storici che si limitano a raccontare il passato e altri che riescono a farlo rivivere. 1898.Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento di Nanni Cristino appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Ambientato nella Chieri di fine Ottocento, il romanzo trasporta il lettore in un’epoca attraversata da tensioni sociali, fermenti politici e profonde trasformazioni, restituendo con grande efficacia l’atmosfera di una città che, all’epoca, rappresentava uno dei più importanti centri tessili italiani.
La vicenda prende avvio nell’ottobre del 1898, durante il governo di Luigi Pelloux, in un momento particolarmente delicato della storia italiana. L’imminente visita del viceministro liberale Guido Meyer fa temere un attentato da parte di gruppi anarchici locali. Per questo motivo i servizi segreti del Regio Esercito inviano a Chieri il tenente Orso Falconeri, incaricato di infiltrarsi tra i sovversivi per scoprire la verità e sventare un possibile complotto.
Da questo spunto prende forma una narrazione che intreccia indagine, mistero e ricostruzione storica. Omicidi, evasioni, intrighi politici e incontri inattesi accompagnano il protagonista in un percorso che si sviluppa tra vicoli, osterie e piazze cittadine, fino a coinvolgere questioni che potrebbero cambiare il destino dell’intera nazione.
Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è proprio il legame con il territorio. Cristino riporta in vita una Chieri scomparsa ma ancora riconoscibile nelle sue radici: le antiche carceri di Palazzo Opesso, l’albergo del Cavallo Bianco in piazza delle Erbe, l’Osteria Aiassa e numerosi altri luoghi realmente esistiti diventano scenari vivi e pulsanti. Grazie a un accurato lavoro di ricerca condotto attraverso documenti d’archivio, vecchi giornali, riviste dell’epoca e cartoline storiche, l’autore ricostruisce con precisione una città attraversata dalle contraddizioni della fine del secolo.
Ma 1898. Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento non è soltanto un romanzo storico. È anche una riflessione sul rapporto tra potere, informazione e verità. Sullo sfondo delle proteste popolari e delle tensioni che caratterizzarono gli anni successivi ai moti repressi dal generale Bava Beccaris, emerge un interrogativo sorprendentemente attuale: chi decide quali siano i colpevoli? E quanto può essere manipolata la percezione della realtà quando entrano in gioco interessi politici e strategie di potere?
Al centro della storia troviamo Orso Falconeri, protagonista lontano dagli stereotipi dell’eroe impeccabile. Ruvido, disilluso, spesso in bilico tra dovere e coscienza, Falconeri si muove in una zona grigia dove nulla è davvero come appare. È un personaggio che conquista pagina dopo pagina grazie alla sua umanità e alla capacità di osservare criticamente il mondo che lo circonda.
Ad arricchire ulteriormente la narrazione c’è una figura femminile affascinante e sfuggente, capace di lasciare il segno senza mai rivelarsi completamente. Una presenza che contribuisce a rendere il romanzo non soltanto un’indagine politica, ma anche una storia di passioni, ambiguità e scelte difficili.
Nanni Cristino, nato e residente a Chieri, è laureato in Storia del Risorgimento ed è autore di numerosi testi scolastici per i licei pubblicati da De Agostini. Già apprezzato autore di thriller e romanzi noir, con 1898.Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento. affronta per la prima volta il romanzo storico, mettendo a frutto la propria conoscenza del territorio e delle vicende dell’Italia post-unitaria. Il risultato è un’opera che unisce il ritmo del thriller alla solidità della ricostruzione storica.
Per chi ama le storie che sanno intrattenere e allo stesso tempo far riflettere, 1898 Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento rappresenta una lettura coinvolgente. Un viaggio nella Chieri di oltre un secolo fa che, tra complotti, segreti e tensioni sociali, finisce per parlare anche del nostro presente. Perché la storia cambia protagonisti e scenari, ma alcune domande continuano a tornare, ostinate, attraverso il tempo.
MARZIA ESTINI

Torino dalle sue origini al toro più conosciuto al mondo

Scopri – To  Alla scoperta di Torino

La città di Torino fondata nel terzo secolo A.C dai Taurini fu poi tasformata in colonia romana dall’Imperatore Augusto che le diede il nome di Iulia Augusta Taurinorum passò sotto vari domini, fino a diventare nel 1861 la prima capitale del nuovo Stato unitario ovvero del Regno d’Italia. Torino è conosciuta in Italia e nel mondo con uno stemma raffigurante un toro, derivante dall’araldica medievale che nel 1360 scelse questo simbolo per la città perché assomigliava al nome della stessa. Numerose sono le leggende legate al nome della città, fra cui la narrazione di un drago che attaccò la città e un enorme toro che la portò in salvo. Nel 1300 nacque anche lo stemma con base azzurra a cui si sovrappone un toro in movimento e sormontato da una corona d’oro con nove perle. Il toro è diventato negli anni un vero e proprio simbolo della città, vi sono più di duecento fontane con questo simbolo (chiamate “Turet”) e in Piazza San Carlo, nel 1930, in onore di San Carlo Borromeo, è stata posta al suolo l’immagine in bronzo del toro, dove si crede che passandoci sopra si possa essere più fortunati.

IL TORO E LE SUE VARIANTI

Un’altra opera curiosa e molto conosciuta che si rifà al simbolo della nostra Città si intitola “T’oro” e si trova in via delle Orfane 20, l’opera rappresenta un toro con le corna dorate che esce diettamente da un muro. L’opera è stata creata dall’artista Richi Ferrero, il quale voleva raffigurare una città che sfonda e supera il passato trovando un nuovo futuro con occhi diversi. Vi è poi il “Toro tricefalo”, una scultura dello scultore francese Georges Faure su una balconata di C.o Vittorio Emanuele 58, che rappresenta un toro a tre teste, creato nel 2006 per la Biennale dei Leoni, Lione-Torino. Un’altra opera a forma di toro molto famosa è “Toh”, un manifesto della nuova società torinese che comunica i valori dell’inclusione e della pace, l’opera rappresenta un toro in metallo con dei pezzi di fontana che gli cingono il collo. Toh è stato creato dall’artista Nicola Russo che si è fatto ispirare dai “Turet” le fontane a forma di toro presenti nella città sabauda; Nicola ha immaginato tutti i torinesi che conoscono bene quel toro ma ne conoscono solo il volto e mai il corpo o lo stato d’animo, lo stesso toro immaginandolo rinchiuso nella fontana vivrebbe sensazioni negative di smarrimento e mestizia, proprio per questo crea una statua con un toro che rompe il metallo della fontana. Ecco, quindi, che il “Toh” diventa il simbolo non solo dei torinesi, ma di tutti coloro i quali vogliono uscire dagli schemi e guardare avanti evidenziando le proprie diversità, che in quanto tali li rendono unici. Parte dei proventi delle opere “Toh” va alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul cancro.

GLI ALTRI SIMBOLI DELLA CITTA’

Oltre al toro uno dei simboli classici di Torino è sicuramente la “Mole Antonelliana” situata nel centro storico della città, ed edificata dall’architetto Alessandro Antonelli nel 1863. Anche la Basilica di Superga è un simbolo del Capoluogo Piemontese oltre a molti altri edifici e monumenti storici come Il castello del Valentino, Palazzo Madama e la Porta Palatina risalente al periodo dell’Imperatore Augusto detta anche Porta Capitolina, ma comunemente nota ai torinesi col nome plurale di Porte Palatine. Torino ha numerosissimi simboli che rappresentano la città, ma è anche molto conosciuta per le numerose leggende esoteriche che riguardano la magia bianca e la magia nera, in particolare in un punto preciso di piazza Castello si dice che converga la magia bianca…ma questa è un’altra storia… che richiede una narrazione a parte.

NOEMI GARIANO

Ottiglio, la Grotta dei Saraceni e la “Maga Alcina”

 

I Romani ritempravano anima e corpo nelle acque sulfuree e curative che abbondavano in questo angolo della provincia di Alessandria per cercare un po’ di benessere dopo cruente battaglie mentre i saraceni vi nascondevano i bottini delle razzie compiute nelle vallate del Piemonte terrorizzando la popolazione. Tutto ciò accadeva nella zona di Ottiglio, piccolo comune del Monferrato casalese, tra vigne di barbera e grignolino, dove vi è una caverna nota come la “Grotta dei Saraceni”. Situata nei pressi di Moleto, la cavità era già conosciuta dai Romani che avrebbero eretto al suo interno un tempio dedicato a una divinità. La grotta ha una storia che risalirebbe al III secolo a.C. quando una guarnigione romana si insediò in questa zona e costruì un luogo di culto sotterraneo dedicato al dio Mitra.

Se davvero è esistito, il tempio potrebbe giacere sepolto sotto alcuni metri di terra. Nei secoli successivi la caverna avrebbe ospitato bande di saraceni, fuggiaschi murati vivi insieme ai propri cavalli e un favoloso tesoro nascosto costituito da gioielli d’oro e gemme preziose ancora oggi oggetto di ricerca da parte di curiosi ed appassionati. Secoli di leggende dunque a cui si aggiunge anche qualche fantasma. Nella boscaglia della Valle dei Guaraldi spunta un intreccio di cunicoli scavati nella roccia calcarea parzialmente inesplorati e si scorgono due varchi. Tali cavità sono prodotte dalle falde di acqua potabile e per le frequenti infiltrazioni sono soggette a smottamenti e crolli. È quindi molto pericoloso inoltrarsi in questi sotterranei e chi lo fa mette in pericolo la propria vita. È questa una delle tante grotte che punteggiano la terra piemontese, molte sono esplorabili in sicurezza e tante altre sono ancora da scoprire. La “Grotta dei Saraceni” di Ottiglio è una di queste. Il nome della grotta deriverebbe dalle incursioni di pirati arabi del X secolo narrate nelle “Cronache della Novalesa”. La caverna divenne il luogo ideale in cui nascondere il bottino sottratto agli abitanti. Molti predoni rimasero però bloccati per sempre all’interno delle grotte con il loro malloppo a causa del crollo di alcune gallerie. Molti altri si servirono di queste cavità, per lo stesso motivo dei “saraceni”. All’inizio del Seicento, durante le Guerre del Monferrato, le grotte divennero rifugio di disertori e briganti e quindi una minaccia per l’ordine pubblico. Le autorità ducali del Monferrato fecero sbarrare gli ingressi, e se diamo credito alla tradizione locale, al suo interno, oltre al tesoro nascosto, rimasero imprigionati molti uomini, murati vivi con i loro cavalli. E le sorprese non finiscono qui. Circolano anche storie di presenze diaboliche che si aggirerebbero in questi sotterranei, e in particolare un fantasma, una donna, la “Maga Alcina” che comparirebbe ogni anno la notte del solstizio d’inverno, il 21 dicembre, all’ingresso della grotta. Finora nulla è stato trovato nella caverna. Negli ultimi decenni diversi gruppi di speleologi hanno esplorato le gallerie ma senza risultati di rilievo.

Filippo Re

 

Successo a Salbertrand per la Banda Musicale Alta Valle Susa

 

SALBERTRAND – Trionfo di note ed emozioni per la Banda Musicale Alta Valle Susa, apparsa in splendida forma durante il recente concerto estivo tenutosi a Salbertrand. Cornice eccezionale dell’evento è stata la storica Chiesa di San Giovanni Battista, che ha accolto un pubblico caloroso e partecipe. Gli spettatori hanno accompagnato con entusiasmo l’intera esibizione, chiedendo a gran voce il bis e dimostrando quanto il legame con la cultura e le tradizioni locali sia vivo e profondo, proprio come evidenziato anche dalle iniziative promosse dal Comune di Salbertrand. L’esibizione ha confermato ancora una volta la missione del gruppo: costruire emozioni e superare ogni barriera grazie al linguaggio universale dei suoni. Come ricordato dai musicisti, senza l’arte dei suoni sarebbe difficile capirsi ed entrare in una connessione così profonda. Questo evento si inserisce nel ricco panorama culturale del territorio sostenuto dalle iniziative regionali sul Piemonte Italia, dimostrando la capacità delle realtà musicali di unire le comunità montane e valorizzare i luoghi d’interesse storico e religioso della valle. Dopo il grande riscontro ottenuto e la consueta pausa estiva, la formazione riprenderà le sue attività in vista dei prossimi attesissimi appuntamenti sul territorio. L’agenda dei concerti ripartirà a settembre con una tappa a ExillesCittà il 20 settembre, per poi proseguire ad ottobre in occasione della storica Fiera Franca di Oulx il 4 ottobre. Due manifestazioni chiave per il territorio, dove residenti e turisti potranno nuovamente ascoltare dal vivo il talento, la passione e la maestria che caratterizzano questo storico ensemble.

Dessì, Gallo e Nunzio protagonisti a San Sicario alla Galleria Benappi

La stagione estiva della galleria Umberto Benappi di Sansicario prosegue con la mostra dedicata alla Scuola di San Lorenzo, a Gianni Dessì, Giuseppe Gallo e a Nunzio.
L’esposizione, che si avvale del supporto creativo di Riccardo Pietrantonio, rimarrà aperta dal 14 agosto al 27 settembre prossimo, dal martedì alla domenica, nelle fasce orarie 10-13 e 16-19.
I tre maestri in mostra rappresentano le figure centrali della cosiddetta Scuola di San Lorenzo, esperienza artistica nata a Roma tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, nell’omonimo quartiere  e formatasi intorno all’ex pastificio Cerere.
I tre artisti, pur sviluppando linguaggi autonomi e profondamente riconoscibili, condividono una ricerca capace di restituire centralità alla pittura, alla scultura, alla materia e al gesto, in dialogo con la memoria della tradizione e la sensibilità contemporanea.
Questi tre artisti, che si riconducono alla nuova stagione della Scuola Romana, hanno contribuito al rinnovamento dell’arte italiana, attraverso una pratica capace di coniugare rigore formale, intensità poetica e sperimentazione.
La mostra mette in luce le affinità e le differenze dei loro percorsi, offrendo al pubblico un’occasione per riscoprire una delle esperienze più significative dell’arte italiana contemporanea.

Gianni Dessì, nato a Roma nel 1955, compie una ricerca che si concentra sul rapporto tra pittura, spazio e materia, sviluppando un linguaggio in cui il quadro supera i propri confini tradizionali e dialoga con l’ambiente circostante. Molti dei suoi dipinti, infatti, non rimangono costretti entro i limiti della tela, ma si estendono oltre, invadono le pareti che li accolgono e sono parte di un processo di trasformazione che espande l’opera in uno spazio altro.
Attraverso l’uso di materiali diversi, superfici tridimensionali e interventi installativi, l’artista esplora temi come la memoria, il tempo e la percezione.
La sua arte si distingue per la continua sperimentazione formale e forza espressiva, dando vita ad opere che invitano lo spettatore a un’esperienza visiva e sensoriale.

Un linguaggio profondamente personale contraddistingue l’artista Giuseppe Gallo, nato a Rogliano, in provincia di Cosenza  nel 1954. Nella sua arte pittura, scultura e disegno dialogano attraverso un mondo di simboli, forme organiche e riferimenti alla natura, al mito, alla storia dell’arte. La libertà compositiva si accompagna al rigore compositivo, dando vita a opere in cui segni, immagini e colori si intrecciano in una riflessione poetica sulla memoria, sul tempo e sui processi di trasformazione. La sua capacità artistica consiste nel trasformare elementi del mondo naturale in un immaginario evocativo, che si apre a molteplici livelli di lettura.

Nunzio, originario di Cagnano Amiterno, in provincia di L’Aquila nel 1954, si può considerare uno tra i maggiori protagonisti della scultura italiana contemporanea. La sua ricerca si concentra sulle qualità espressive della materia, privilegiando materiali come il legno bruciato, il piombo e il gesso, capaci di diventare protagonisti di forme essenziali e potenti. Le sue opere instaurano un equilibrio delicato tra peso e leggerezza, presenza e vuoto, rivelando una concezione dell’opinione come luogo di intensa esperienza percettiva e spirituale. L’artista utilizza un linguaggio sobrio e rigoroso e conferisce alla materia una forte tensione poetica, evocando temi di memoria, trasformazione e tempo.

Galleria Umberto Benappi, Via Clos de la Mais C 13 Sansicario Alto, Cesana

Mara Martellotta

1855, Baudelaire e l’eresia dei fiori del male

 

Ma jeunesse ne fut qu’un ténébreux orage, traversé çà et là par de brillants soleils; le tonnerre et la pluie ont fait un tel ravage, qu’il reste en mon jardin bien peu de fruits vermeils ” (Non fu che fosca tempesta la mia giovinezza, qua e là solcata da rilucenti soli;il tuono e la pioggia ne han fatto un  tale strazio da lasciare nel mio giardino solo qualche vermiglio frutto). Versi potenti, tratti da L’ennemi, il nemico, una delle poesie che Charles Baudelaire raccolse nei suoi Les Fleurs du Mal. Era il 1°giugno 1855 quando, per la prima volta, la Revue des Deux Mondes pubblicò, con tanto di nota cautelativa per violenza, diciotto poesie di Baudelaire dal titolo I Fiori del Male, opera che subito destò scalpore e fu censurata. Ma la censura e la critica de Le Figaro non bastarono a celare l’opera e, infatti, il grande pubblico fu subito attirato dal lavoro.  Così I Fiori del Male sbocciano in quel lontano primo giugno, per poi essere pubblicati in prima edizione il 25 giugno del 1857, con 100 poesie suddivise in 5 sezioni e messi in vendita in circa 1100 esemplari, dagli editori Poulet-Malassis et De Briose. Le liriche di Baudelaire conobbero nuovamente e con più vigore l’asprezza della censura dei benpensanti, conseguenza naturale dello scalpore sollevato dall’audacia dei componimenti e dall’anticonformismo dei temi trattati che sconvolsero l’intero mondo letterario europeo. Il 20 agosto si celebrò a Parigi il processo penale contro l’autore e l’editore, accusati di pubblicazione oscena. Pubblico ministero era Ernest Pinard, lo stesso che qualche mese prima aveva pronunciato la requisitoria contro Madame Bovary di Flaubert. Baudelaire e Poulet-Malassis furono condannati a pene pecuniarie e alla soppressione di sei poesie. Negli appunti scritti per il suo avvocato per la difesa, Baudelaire diceva: “Il libro deve essere giudicato nel suo insieme: solo così si può coglierne la terribile moralità”. Il 30 agosto Victor Hugo gli scrisse: “I vostri Fiori del male risplendono e abbagliano come stelle […]”. E pensare che Baudelaire voleva intitolare la sua opera Les lesbiennes, le lesbiche, allo scopo di provocare quella gente che tanto disprezzava. Nonostante la censura e le critiche feroci che subì a quel tempo, il capolavoro di Baudelaire si diffuse in tutta Europa e ancora oggi i Fiori del Male è considerata una delle opere più innovative e influenti dell’Ottocento. Colpito da ictus, parzialmente paralizzato e divorato dalla sifilide ormai all’ultimo stadio morì ancora giovane a 46 anni il 31 agosto 1867 a Parigi dove venne sepolto nel cimitero di Montparnasse. E’ in quella tomba di famiglia senza alcun particolare epitaffio, insieme al detestato patrigno detestato e alla madre, morta quattro anni dopo, che riposa uno dei più famosi poètes maudits. Non mancano mai un fiore o un biglietto per l’autore dello Spleen di Parigi e vale sempre la pena di brindare al talento di Baudelaire, accompagnando il tutto con gli ultimi versi de Le osterie di Alda Merini che, ricordandolo, scriveva che in quei luoghi popolari “ci sta il nome di Charles scritto a caratteri d’oro”. À votre santé!

Marco Travaglini

San Rocco, il santo che preannuncia la fine dell’estate

Il 16 agosto la Chiesa celebra San Rocco, il santo protettore dalla peste e dalle malattie contagiose, che fin dal medioevo è stato implorato dalla popolazione durante le pandemie ed è stato recentemente molto invocato dalle persone durante l’epidemia di Covid-19.
Rocco nacque a Montpellier nel 1345 da genitori agiati avanti con gli anni che ormai avevano perso la speranza di poter avere figli. Profondamente devoto alla Vergine Maria, fin da bambino si dedicò a prestare assistenza agli infermi, tanto da venire paragonato a San Francesco d’Assisi.
Persi i genitori all’età di 20 anni, distribuì ai poveri i suoi averi e s’incamminò per voto in pellegrinaggio verso Roma, valicando il Colle del Monginevro ed aiutando lungo la strada i contagiati dall’epidemia di peste.
La sua missione di pellegrino in Italia durò otto anni, durante i quali, di città in città, si dedicò alla preghiera, guarì e ridonò coraggio alle persone infette. Ad Acquapendente, una cittadina in Provincia di Viterbo, nel luglio 1367, tracciando il segno della croce sui malati operò guarigioni miracolose. Dopo aver trascorso tre anni a Roma, dove curò gli infermi dell’Ospedale di Santo Spirito, ripartì per Montpellier, facendo tappa ad Assisi, Forlì, Cesena, Rimini, Parma, Bologna e Modena, guarendo strada facendo moltissime persone sofferenti. A Piacenza venne contagiato dalla peste e per non diffondere il virus ad altre persone si isolò in una capanna sulle rive del fiume Trebbia, rifocillato da un cane, il quale ogni giorno gli portava un pezzo di pane sottratto alla mensa del suo padrone Gottardo Pollastrelli. Quest’ultimo, una volta scoperto il sotterfugio dell’animale, si occupò personalmente di curare Rocco. Gottardo, Signore di quei luoghi, rimase talmente affascinato dalle parole del santo, che cedette i suoi beni ai poveri e diventò il suo primo biografo.
Oltre a scrivere appunti sulla vita del pellegrino dipinse anche un suo ritratto, tutt’ora presente nella Chiesa di Sant’Anna a Piacenza. Una volta guarito, Rocco riprese il suo viaggio di ritorno in Francia, ma giunto a Voghera, a causa della sua barba lunga ed incolta e del suo viso trasfigurato dalla sofferenza, non fu riconosciuto e venne scambiato per una spia. Il governatore della città, che per ironia della sorte era anche suo zio materno, lo fece incarcerare.
Rocco morì in prigione nella notte tra il 15 e il 16 agosto 1378. Al momento della sua dipartita furono udite voci di fanciulli che gridavano: “
E’ morto il santo!”, mentre le campane suonarono a festa. Un angelo portò una piccola tavola sulla quale era scritto “Coloro che, colpiti dalla peste ricorreranno alla potente intercessione del Beato Rocco, prediletto da Dio, ne saranno liberati”.
Le statue dedicate al santo lo rappresentano in veste di pellegrino, con il tabarro, il cappello a tesa larga, un bastone da viaggio a cui erano assicurate conchiglie per raccogliere l’acqua, una zucca vuota per conservarla e la bisaccia a tracolla.
Il suo culto iniziò a diffondersi in Italia a partire dal 1382, per poi espandersi in tutta Europa.
La festività di San Rocco nel mondo contadino è associata alla fine dell’estate; un proverbio afferma che “
per San Rocco la rondine fa fagotto”. Dal 16 agosto le rondini iniziano infatti a migrare verso i Paesi più caldi, dove sverneranno. Questo è il giorno a partire dal quale la stagione calda per tradizione volge al termine ed il sole cocente e l’afa lasciano spazio ai temporali.
Il 16 agosto è festa a Reano, Comune dove viene perpetuata una tradizione di origine feudale: quella dei “Salti di San Rocco”. Dopo la Santa Messa celebrata nella Chiesa Parrocchiale di San Giorgio Martire, il parroco benedice un carro addobbato con il drappo del santo e dei fiori,
sopra il quale siede una piccola orchestra che suona brani popolari.
Il carro viene in seguito trainato da un trattore fino in Piazza Donatori di Sangue, dove chi lo desidera può salirci, e dopo aver spiccato un salto e pronunciato la frase “
faccio un salto in onore di San Rocco”, può rivolgere critiche e satire a personaggi locali o all’amministrazione comunale, rigorosamente in dialetto piemontese, per terminare con “viva San Rocco”. Tra un salto e l’altro l’orchestrina suona melodie paesane.
A Venezia il 16 agosto 1577 venne organizzata una grande processione per ringraziare il santo della fine della pestilenza che provocò circa 50 mila morti. La popolazione invocò la grazia di Rocco, le cui spoglie giacevano nella chiesa a lui dedicata già dal 1490 e la fine dell’epidemia venne attribuita al santo. Il Senato della Repubblica Serenissima, in segno di gratitudine dichiarò il 16 agosto come giorno festivo. In occasione delle celebrazioni il doge giungeva nella chiesa dedicata a Rocco a bordo di un’imbarcazione dorata ed ai fedeli era concesso di venerare le sue reliquie. La processione viene ancora organizzata ai giorni nostri; parte da Campo dei Frari per poi raggiungere la Chiesa di San Rocco e l’omonima Scuola Grande, dove nella sontuosa cornice della Sala Capitolare viene celebrata una S. Messa solenne.
In Piemonte nel
1630, in seguito alla Guerra di Successione del Ducato di Mantova e del Monferrato e della conseguente invasione francese, scoppiò l’epidemia di peste detta “manzoniana” perché descritta da Alessandro Manzoni nel suo romanzo “I promessi sposi”. La popolazione venne dimezzata e a Giaveno il 28 luglio il consiglio comunale fece voto alla Vergine e ai Santi protettori del morbo, San Rocco, San Sebastiano e San Carlo Borromeo, di erigere una chiesa in loro ringraziamento qualora la peste cessasse. Questo flagello, che falcidiò anche alcuni consiglieri, terminò alla fine del 1631, ma a causa della mancanza di fondi il voto venne ritenuto nullo perché deliberato in assenza di un numero valido di votanti. Dopo forti pressioni dei Canonici della Collegiata di San Lorenzo Martire, la rinuncia al suo credito di 500 Scudi nei confronti del Comune del Nobile Giuseppe Sclopis e la minaccia del Principe Maurizio di Savoia, ex cardinale, di far imporre tasse, il consiglio comunale diede il via ai lavori di costruzione nel 1645 e il luogo di culto venne edificato al posto di una piazza dove si tenevano spettacoli teatrali. La chiesa, come illustrato dal quadro monocromatico dietro l’altare, l’unico di quell’epoca, probabilmente dono della Prima Madama Reale Cristina di Borbone-Francia, venne dedicata a San Rocco, San Carlo Borromeo e San Sebastiano, i tre santi considerati protettori durante le pestilenze. Questo luogo di culto è aperto al pubblico tre volte l’anno: il 22 maggio in occasione della Solennità di Santa Rita; il 16 luglio per la Madonna del Carmine e il 16 agosto, quando la Chiesa Cattolica celebra San Rocco.

ANDREA CARNINO