CULTURA E SPETTACOLI

Il Piemonte alla Settimana della Critica di Venezia con tre produzioni

Il Piemonte sarà tra i protagonisti della 41ª Settimana Internazionale della Critica (SIC), la sezione autonoma e parallela della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia organizzata dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani (SNCCI). La regione sarà rappresentata da tre opere interamente realizzate sul territorio, presenti nei principali appuntamenti della manifestazione.

Ad aprire la rassegna sarà “Il grande Giaffa” di Marco Santi, girato lo scorso febbraio tra Cuneo e la sua provincia. La chiusura sarà invece affidata a “Rider”, scritto e diretto da Roan Johnson e Davide Pavanello, in arte Dade. Completa la presenza piemontese “Gusci”, cortometraggio di Elisa Chiari e Francesca Trovato, selezionato per SIC@SIC (Short Italian Cinema), la sezione competitiva dedicata ai giovani autori italiani.

Il Presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio e gli Assessori regionali Marina Chiarelli e Andrea Tronzano dichiarano: «La presenza del Piemonte con tre titoli alla 41ª Settimana Internazionale della Critica della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia conferma la qualità e la forza di un sistema che negli ultimi anni ha saputo investire con continuità nell’audiovisivo, sostenendo i talenti, le imprese e i territori. Ogni produzione rappresenta un’opportunità di crescita culturale ed economica: genera occupazione, valorizza le nostre città e porta il Piemonte all’attenzione del pubblico internazionale. Questi risultati dimostrano che la collaborazione tra istituzioni, Film Commission Torino Piemonte e operatori del settore è la strada giusta per rendere la nostra regione sempre più attrattiva e competitiva. Continueremo a investire in una filiera strategica che unisce cultura, innovazione, sviluppo e promozione del territorio.»

Soddisfazione anche da parte della Film Commission Torino Piemonte.

“Tre progetti, tre linguaggi, un solo filo conduttore: il talento. Il Piemonte si conferma come casa naturale per i talenti del cinema italiano e per chi ha qualcosa di nuovo da raccontare”. Così commentano Beatrice Borgia e Paolo Manera, rispettivamente Presidente e Direttore di Film Commission Torino Piemonte, che aggiunge: “Essere presenti in tutte le principali sezioni della SIC non è solo un motivo d’orgoglio: è la prova che credere e sostenere il cinema indipendente produce opportunità concrete e si traduce sempre più spesso in visibilità internazionale per l’intero territorio”.

La selezione conferma il ruolo del Piemonte come luogo di produzione cinematografica, con opere che spaziano dal lungometraggio d’esordio al cinema musicale fino al cortometraggio d’autore. Le tre produzioni testimoniano la varietà di linguaggi e la capacità del territorio di sostenere progetti indipendenti e nuovi talenti.

Il grande Giaffa apre la manifestazione

Film d’apertura della 41ª SIC, “Il grande Giaffa” segna l’esordio alla regia di Marco Santi. Nel cast figurano Edoardo Pesce, Carlotta Gamba, Barbara Chichiarelli e i torinesi Roberto Zibetti e Federico Conforti.

Il lungometraggio è stato girato all’inizio del 2026 tra Busca, Cuneo, Fossano e Savigliano, con il coinvolgimento dei Comuni aderenti alla Rete regionale di Film Commission Torino Piemonte. È prodotto da 10D Film e Andromeda Film in collaborazione con Rai Cinema, con il contributo del PR FESR Piemonte 2021-2027 attraverso il bando “Piemonte Film TV Fund”, il sostegno di Film Commission Torino Piemonte e il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura.

Sinossi

Giacomo Falta è un uomo ignorato da tutti, incapace di trovare il proprio posto nel mondo. Quando incontra il carismatico Grande Giason, la star del momento, compie un gesto azzardato, convinto che basti indossare un altro volto per essere finalmente visto. Ha così inizio una lunga notte dove il confine tra identità e illusione si assottiglia sempre di più, fino a cancellarlo.

Rider chiuderà la 41ª SIC

A concludere la manifestazione sarà “Rider”, opera nata dalla collaborazione tra il regista Roan Johnson e il musicista e producer torinese Davide Pavanello, in arte Dade. Il film unisce cinema e musica con un linguaggio rivolto soprattutto alle nuove generazioni.

Girato a Torino nell’arco di quattro settimane tra novembre e dicembre 2026, vede come protagonisti Lorenzo Aloi e l’attrice e cantautrice Kaze. Nel cast anche Kyshan Wilson, Johnny Marsiglia, Ensi, Axos, Rosa Chemical, Levante, Margherita Vicario e Claudio Santamaria.

Prodotto da Movimenti Production (Banijay Entertainment), Red Joint, Emotion Network e Rai Cinema, il film è stato realizzato con il contributo del PR FESR Piemonte 2021-2027, il sostegno di Film Commission Torino Piemonte e il contributo del Ministero della Cultura. L’uscita nelle sale è prevista per il 24 settembre con distribuzione I Wonder Pictures.

Sinossi

Samuele, detto Sami, è un giovane rider, che ogni giorno si muove per le strade di Milano attraversandola da un capo all’altro con la sua bici. La notte di Capodanno, mentre la città esplode di luci e tutti festeggiano, il ragazzo consegna un enorme ordine di sushi in una lussuosa villa a nord della città. Invitato a fermarsi per la serata, Sami incontra Nia, con cui scatta subito una forte connessione. Ma, mentre un nuovo amore muove i primi passi, una decisione presa d’impulso avrà delle conseguenze fatali e il ragazzo dovrà decidere se affrontare le conseguenze delle sue azioni.

Gusci in concorso a SIC@SIC

La presenza piemontese sarà completata da “Gusci”, diretto da Elisa Chiari e Francesca Trovato e prodotto dalla torinese Base Zero di Enrico Bisi e Stefano Cravero, selezionato per SIC@SIC (Short Italian Cinema).

Il cortometraggio è stato interamente realizzato nel Monferrato alessandrino con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte. Attraverso il Piemonte Film TV Development Fund, la Film Commission sostiene inoltre lo sviluppo del lungometraggio “Lunàdiga”, che sarà firmato dalle stesse registe.

Sinossi

Dodici uova benedette proteggono il matrimonio di Lucia dal malocchio. Quando due di esse scompaiono, la sorella maggiore Elena viene incaricata di recuperarle. Insieme, le due intraprendono un viaggio assolato attraverso legami e distanze comuni: il rito deve essere portato a termine.

“Occit’amo”: fine settimana, a tutto tondo, tra Francia e Parco del Monviso

Due giorni pieni. Musica senza confini a Barcelonnette (Barcilona de Provença) e celebrazione dei 160 anni dal primo rifugio alpino a Oncino

Sabato 25 e domenica 26 luglio

Barcellonette (Alta Provenza) / Oncino (Cuneo)

Nel prossimo fine settimana si entra nel vivo di “Occit’amo Festival”, il principale Festival italiano dedicato alla “Cultura Occitana” (nato nel 2015 dal Progetto Territoriale “Terre Monviso” con l’organizzazione delle “Unioni Montane” e dei “Comuni” coinvolti), con due eventi dedicati alla musica della tradizione occitana. Musica che ha radici nella cultura cortese dei “trobadors” del XII secolo (poeti e musicisti colti i cui testi poetici venivano accompagnati dal suono di antichissimi strumenti e diffusi dal popolo e dai giullari, i “jogladors”) ed è espressione sonora dell’“Occitania”, la regione storico-linguistica che copre il sud della Francia estendendosi in Italia, in ben 14 valli alpine tra Piemonte e Liguria, più Guardia Piemontese in Calabria). 

Sabato 25 luglio, alle 21,30, il primo appuntamento transfrontaliero è in Francia a Barcellonette (Barcilona de Provença), situata al centro della Valle dell’Ubaye, a 32 chilometri dal confine con l’Italia, con i “Bistrò Dalfin”Sergio Berardo a ghironde, organetto, cornamuse e voce, Roberto Avena alla fisarmonica, Christian Coccia alla chitarra elettrica e Carlo Revello al basso propongono il tradizionale repertorio occitano in un suggestivo live acustico. Ingresso gratuito.

Domenica 26 luglio, invece, l’appuntamento è a Oncino (79 abitanti, in provincia di Cuneo e in un territorio completamente montano culminante con il “Monviso”), dove al “Rifugio Alpetto”, “Occit’amo” – con “Parco del Monviso”, “CAI Cavour” e “Comune di Oncino” – celebra i 160 anni del primo rifugio alpino italiano, con il concerto di cornamuse dei “Super Bandia”. Per raggiungere il rifugio, sono previsti tre percorsi da Meire DacantMeire Bigorie nel “Comune di Oncino” (appuntamento ore 8) e dal “Comune di Crissolo” (appuntamento ore 7via Colle Arpiol/Monte TivoliAlle 11, presso il “Rifugio” è prevista la posa di una panchina in ricordo di Giancarlo Menotti, già presidente del “CAI Cavour”, con accompagnamento musicale del “Coro dle Piase” di Campiglione Fenile. Dalle 12, Dino Tron alla “bodega” e cornamusa, Silvia Mattiauda ed Alessio Carletto alla “bodega”, Simonetta Baudino all’organetto, Luca Declementi e Antea Bongiovanni ai flauti, Luca Allione al “tamborn”, insieme ad altri musicisti della “Grande Orchestra Occitana” daranno il via al “viaggio musicale” della “Super Bandia”. Dopo la pausa pranzo, il concerto proseguirà al pomeriggio. L’evento è promosso da “Parco del Monviso”“CAI Cavour” e “Comune di Oncino”Ingresso gratuito.

Spiega il mitico Sergio Berardo, direttore artistico di “Occit’amo” e leader dei “Lou Dalfin”: “Questi due appuntamenti raccontano due aspetti complementari della tradizione occitana. Il concerto oltralpe con i ‘Bistrò Daldin’ ci ricorda che le montagne non sono mai state un confine, ma un luogo di passaggio e d’incontro. La musica ha sempre attraversato vallate e frontiere, mettendo in relazione le comunità e continua a farlo ancora oggi, unendo territori che condividono la tradizione al di là dei confini amministrativi. Il concerto di ‘cornamuse’ al ‘Rifugio Alpetto’ renderà omaggio ai rifugi, luoghi che, da sempre, custodiscono lo spirito dell’accoglienza, del confronto e della condivisione. La ‘Super Bandia’, nata come duo e ampliata per l’occasione con nuovi musici, accompagnerà il pubblico in un viaggio attraverso le ‘cornamuse’ delle ‘Terre d’Oc’, dalla ‘Boha’ alla ‘Cabreta’ fino alla grande ‘Bodega’. Un itinerario sonoro che restituisce la straordinaria ricchezza di un patrimonio musicale comune e racconta la capacità della musica di creare comunità, proprio come avviene nei rifugi di montagna”.

Per infowww.occitamo.it

g.m.

Nelle foto: Sergio Berardo, direttore artistico di “Occit’amo” e il duo “La Bandia”

Il Duca d’Aosta a vent’anni

I monumenti di Torino  / La statua in bronzo fu  trasportata, nel giugno del 1900, dalle fonderie Sperati (corso Regio Parco) al Parco del Valentino e per compiere quel tragitto di circa tre chilometri furono necessarie più di sei ore a causa appunto delle ingenti dimensioni del monumento

Il monumento è situato all’interno del Parco del Valentino, in asse con corso Raffaello e nel centro del piazzale nel quale confluiscono i viali Boiardo, Ceppi e Medaglie D’Oro. La statua che raffigura, sul cavallo ritto sulle zampe posteriori, il poco più che ventenne Amedeo di Savoia Duca d’Aosta durante la battaglia di Custoza, è posta su un dado di granito che poggia a sua volta su un basamento contornato da una fascia di coronamento in bronzo,rappresentante (in altorilievo) 17 figure tra cui numerosi personaggi celebri della dinastia sabauda. Ai gruppi di cavalieri si alternano vedute paesaggistiche come la Sacra di San Michele, il Monviso e Torino con il colle di Superga sullo sfondo.Sul fronte del basamento, poggiata sulla chioma di un albero al quale è appeso lo stemma reale di Spagna, un’aquila ad ali spiegate regge tra gli artigli lo scudo dei Savoia.Nato il 30 maggio 1845 da Vittorio Emanuele (il futuro re Vittorio Emanuele II) e da Maria Adelaide Arciduchessa d’Austria, Amedeo Ferdinando Maria Duca d’Aosta e principe ereditario di Sardegna, crebbe seguendo una rigida educazione militare.Nel 1866 gli venne affidato il comando della brigata Lombardia e partecipò alla battaglia di Custoza nella quale, nonostante fosse stato ferito da un proiettile di carabina, continuò a battersi distinguendosi così per il suo coraggio ed il suo valore.In seguito alla rivoluzione del 1868 e alla cacciata dei Borboni, in Spagna venne proclamata la monarchia costituzionale e nonostante la situazione risultasse molto difficile, Amedeo di Savoia accettò l’incarico così, il 16 novembre 1870, venne eletto Re di Spagna con il nome di Amedeo I di Spagna.Ma la situazione politica risultò ancora più instabile di come lui se la fosse prospettata e davanti a rivolte e congiure (nel 1872 sfuggì miracolosamente ad un attentato), nel 1873 abdicò rinunciando per sempre al trono.Tornato in Italia, venne nominato Tenente Generale e Ispettore Generale della Cavalleria; si spense il 18 gennaio 1890 a causa di una incurabile broncopolmonite.

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Signorilmente affabile con tutti, sempre pronto a prodigarsi per il bene della sua amata città, fu (anche durante il periodo della sua sovranità in Spagna) un personaggio molto popolare e ben voluto tanto che, neanche una settimana dopo la sua morte, la città di Torino costituì un comitato promotore per l’erezione di un monumento a lui dedicato, sotto la presidenza del conte Ernesto di Sambuy. Venne aperta una sottoscrizione internazionale alla quale, la stessa città di Torino, partecipò con la somma di L. 25.000 e in seguito, il 6 marzo 1891, venne bandito un concorso tra gliartisti italiani per stabilire chi sarebbe stato l’autore dell’imponente opera. Tra i ventinove bozzetti presentati ne furono scelti sei che vennero esposti nei locali della Società Promotrice di Belle Arti, in via della Zecca 25 ed in seguito, tra i sei artisti vincitori, venne bandito un nuovo e definitivo concorso che vide come vincitore (nel dicembre del 1892) Davide Calandra. La decisione, secondo le parole della Giuria, fu motivata “dal poetico fervore immaginoso della concezione, dall’eleganza decorativa dell’insieme, dalla plastica efficacia del gruppo equestre e dalla vivace risoluzione del difficile motivo della base“. Inizialmente l’ubicazione del monumento avrebbe dovuto essere, secondo la proposta del Comitato Esecutivo approvata dalla Città di Torino nella seduta del Consiglio Comunale dell’11 giugno 1894, il centro dell’incrocio dei corsi Duca di Genova e Vinzaglio, ma a causa delle dimensioni maestose del basamento si decise che fosse necessario uno spazio più ampio per ospitare l’opera. Dopo avere effettuato delle prove con un simulacro di grandezza naturale in tela e legname (costato alla Città la somma di L. 2480), si decise di collocarla nel Parco del Valentino sul prolungamento dell’asse di Corso Raffaello, presso l’ingresso principale dell’Esposizione Generale Italiana tenutasi del 1898: il 9 novembre 1899 il ConsiglioComunale approvò la scelta della Giunta di tale ubicazione.

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La statua in bronzo fu dunque trasportata, nel giugno del 1900, dalle fonderie Sperati (corso Regio Parco) al Parco del Valentino e per compiere quel tragitto di circa tre chilometri furono necessarie più di sei ore a causa appunto delle ingenti dimensioni del monumento. Il monumento venne inaugurato il 7 maggio 1902, in occasione della Prima Esposizione Internazionale di Arte Decorativa e Moderna di Torino, durante la quale lo scultore fu anche premiato per aver inserito nell’opera elementi di “Art Noveau”. Nel corso dell’inaugurazione il conte Ernesto di Sambuy, a nome del Comitato, consegnò l’opera al Sindaco di Torino. Originariamente il monumento venne circondato da una cancellata in ferro dell’altezza di circa 130 centimetri, disegnata dallo stesso Calandra, che venne rimossa probabilmente a causa delle requisizioni belliche durante la Prima Guerra Mondiale. Nel 2004 il monumento è stato restaurato dalla Città di Torino. Per fare un piccolo accenno al Parco del Valentino, di cui certamente parleremo in modo più approfondito prossimamente, bisogna ricordare che ilmonumento ad Amedeo di Savoia è situato nell’area nella quale, fra Ottocento e Novecento, si tennero a Torino alcune tra le più importanti rassegne espositive internazionali. Nel 1949, proprio a fianco del monumento, sorse il complesso di Torino Esposizioni, un complesso fieristico progettato da Pier Luigi Nervi che, durante le Olimpiadi Invernali di Torino 2006, ha ospitato un impianto per l’hockey su ghiaccio dove sono state giocate circa la metà delle partite dei tornei maschili e femminili. Al termine delle Olimpiadi, la struttura è tornata all’originario uso abituale ripredisponendo un padiglione come palaghiaccio per i mesi invernali. Cari lettori anche questa ennesima passeggiata tra le “bellezze torinesi” termina qui. Mi auguro che il monumento equestre ad Amedeo di Savoia vi abbia incantato ed incuriosito proprio come ha fatto con me; nel frattempo io vi do appuntamento alla prossima settimana alla scoperta o meglio “riscoperta” della nostra città.

Simona Pili Stella

Il Manifesto di Matthew Attard in piazza Bottesini

Prima affissione di Opera Viva Barriera di Milano nell’ambito di Flashback Habitat

Lunedì  20 luglio, alle ore 19, in piazza Bottesini, in Barriera di Milano a Torino, inaugura la dodicesima edizione  di “Opera Viva il Manifesto”, progetto di arte urbana ideato da Alessandro Bulgini, nell’ambito di Flashback.
L’edizione 2026 è  intitolata IN TIME e prosegue la ricerca di Flashback sul tempo inteso non come successione lineare di epoche, ma come dimensione aperta, in cui passato, presente e futuro convivono e si contaminano reciprocamente. Tutte le opere, per Flashback, parlano sempre al presente nell’incontro con l’osservatore. Essere ‘in time’ significa, quindi, essere dentro il proprio tempo, ma anche attraversare tutti i tempi, costruendo connessioni inattese tra immagini, storie e esperienze.
Il primo manifesto è  rappresentato dall’opera “Follow the Ship(s)- Drawing Detail #2”  di Matthew Attard ed è parte del progetto “ I will follow the ship” presentato dall’artista al Padiglione di Malta alla 60esima Biennale di Venezia.

Attard si ispira ai graffiti navali incisi da marinai e pellegrini nelle chiese di Malta, ex voto, segni lasciati da chi affidava al mare le proprie speranze e richieste di protezione. Il titolo costituisce un invito implicito, che è  anche una suggestione, del metodo di realizzazione dell’opera, ‘segui le barche’.
Il disegno non nasce, infatti, dal movimento della mano, ma da un sistema di eye tracking che registra il movimento degli occhi dell’artista mentre segue i contorni delle incisioni. A quei tracciati si intrecciano immagini digitali del mare e delle rotte delle navi.
L’antico graffito e il segno digitale, che incarnano passato e presente, si fondono in una nuova immagine. A cambiare è la tecnica, ma non la funzione. Oggi, come allora, quel disegno affida al mare una speranza di salvezza.
IN TIME è  questo essere presenti e partecipi del proprio tempo, riconoscere che il tempo non separa, ma mette in relazione, un tempo inteso come materia viva dalla quale attingere per parlare dell’oggi, per stare dentro le sue tensioni, le sue trasformazioni e urgenze.
In questa prospettiva il viaggio diventa la metafora che guida l’intera edizione, viaggio inteso non come un percorso con una meta già definita, ma come un attraversamento nel quale orientarsi leggendo il presente, accogliendo l’imprevisto e modificando di continuo la propria rotta. La barca a vela incarna perfettamente questa condizione, procede grazie al vento, alle correnti e alla capacità di interpretare ciò che accade, trasformando l’incertezza in possibilità.
La navigazione accompagna da sempre l’immaginario dell’umanità, quale simbolo dell’attraversamento, della conoscenza, del desiderio di libertà  e della ricerca di nuovi approdi e la vela continua a narrare la condizione umana, il suo rapporto con l’ignoto, con il rischio e con la speranza.
I manifesti di questa edizione rappresentano un compendio di opere dedicate al tema della navigazione a vela, realizzate da artisti e artiste italiani e internazionali in collaborazione con istituzioni ed enti museali, dando vita ad un insieme di immagini capaci di attraversare la storia senza seguire una cronologia, ma lasciando emergere corrispondenze, analogie e nuove letture.

Flashback Habitat,  corso Giovanni Lanza 75

Mara Martellotta

SOFIA LOREN La forza della determinazione

di Debora Bocchiardo

Una vita di conquiste e sfide quella di Sofia Villani Scicolone, in arte Sofia Loren, nata a Roma il 20 settembre 1934 ma cresciuta a Pozzuoli, nel napoletano, dove trascorre l’infanzia.  A 14 anni, affiancata dalla madre Romilda Villani e dalla sorella Maria, prende parte a vari concorsi di bellezza. Le tre donne insieme sono una forza della natura.

La mamma, insegnante di pianoforte ha una forte somiglianza con Greta Garbo e ha lei stessa un passato di attrice anche se poi ha dovuto abbandonare la carriera. Per la donna la relazione con Riccardo Scicolone, al tempo sposato, diventa una sfida alle convenzioni e alla vita.  Dalla loro storia nasceranno, oltre alle due sorelle, anche due figli maschi: Giuliano e Giuseppe.

Giovanissima, con il nome d’arte di Sofia Lazzaro, la futura diva internazionale recita anche nei fotoromanzi.

Soltanto dal 1952, con “La Favorita”, diretta da Cesare Barlacchi, sceglie il nome d’arte che la rende famosa nel mondo.
È però “L’oro di Napoli” nel 1954, diretto da Vittorio De Sica, che lancia definitivamente la carriera di Sofia Loren. Il capolavoro cinematografico fa di lei un’icona e un personaggio senza tempo.

Sempre nel 1952, sul set di “Africa sotto i mari” di Giovanni Roccardi, la giovane viene notata da Carlo Ponti, suo futuro marito, che le propone un contratto di sette anni.

Il personaggio del debutto le resta appiccicato e per qualche tempo accetta parti di popolana, come in “Carosello napoletano” (1953) di Ettore Giannini, o “La bella mugnaia” (1955) di Mario Camerini.

Carlo Ponti diventerà suo marito in Messico nel 1957. Un’unione che la farà approdare ad Hollywood. Sofia conquisterà l’America oltre alla stima e all’amicizia di personaggi come Cary GrantMarlon Brando, William Holden e Clark Gable.

Il lavoro e l’impegno le portano anche un importante riconoscimento: la Coppa Volpi nel 1958 per “Orchidea nera” di Martin Ritt.

Il matrimonio con un uomo che aveva già avuto una famiglia crea scandalo, ma la forza e la determinazione di Sofia faranno capitolare le regole… e anche Carlo Ponti.

I due si risposano infatti in Italia il 9 aprile 1966 e le nozze infastidiscono ulteriormente i benpensanti al punto che alcune riviste del settore tentano di boicottare i film interpretati dall’attrice.

Nel 1960 arriva la notorietà internazionale ormai consolidata con il film capolavoro del regista Vittorio De Sica “La ciociara”, tratto dal romanzo di Alberto Moravia. La sua interpretazione le porta un meritatissimo Oscar come migliore attrice.
Lo stesso De Sica la vuole poi in una serie di eccezionali commedie all’italiana accanto al grande attore Marcello Mastroianni. Nascono così pellicole indimenticabili. Prima fra tutte “Matrimonio all’italiana”, tratto dalla commedia di Eduardo De Filippo “Filumena Marturano”.

Seguono veri e propri capolavori del cinema internazionale: “La contessa di Hong Kong” del 1967, diretto dal grande Charlie Chaplin, e “Una giornata particolare”, del 1977, diretto da Ettore Scola, che le farà vincere il David di Donatello, il Nastro d’argento e il Globo d’oro, interpretando il ruolo di una infelice casalinga nel giorno in cui Hitler venne a Roma per far visita a Mussolini.

Nel 1991 People Magazine la segnala tra le donne più belle del mondo e, nello stesso anno, riceve l’Oscar, il César alla carriera e la Legion d’Onore.

Nel 1999 riceve il premio David di Donatello per il suo straordinario impegno nel mondo del cinema.

Sofia Lorena, negli anni, ha dato prova di non esser soltanto una donna dotata di una bellezza straordinaria. A fare la differenza sono state la determinazione, l’intelligenza e l’indiscutibile bravura. È questo uno dei motivi per cui non è mai tramontata.

Dal 1980 Sofia si è parzialmente ritirata dai set cinematografici, dedicandosi prevalentemente alla televisione. Ha così interpretato, tra gli altri, il biografico “Sophia: la sua storia” di Mel Stuart e il remake di “La ciociara”  di Dino Risi, nel 1989.

Nel corso della sua lunghissima carriera è stata diretta dai più importanti registi del tempo: Sidney LumetGeorge Cukor, Michael Curtiz, Anthony Mann, Charles Chaplin, Dino RisiMario MonicelliEttore Scola, André Cayatte.

Fu tuttavia con Vittorio De Sica che la diva girò ben otto film e formò un indimenticabile sodalizio artistico, spesso completato dalla presenza di Marcello Mastroianni.

GAM e Fondazione Torino Musei in Giappone per Antonio Fontanesi

Un grande progetto internazionale prodotto dalla GAM – Galleria Civica d’arte Moderna e Contemporanea di Torino, dedicato alle attività internazionali della sesta linea culturale di Fondazione Torino Musei e, in particolare, al 160⁰ anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, è incentrato sull’opera dell’artista Antonio Fontanesi (1818–1882) e prende forma attraverso una mostra itinerante, che toccherà fino al 4 aprile 2027 le città nipponiche di Kyoto, Tokyo e Nagoya, dal titolo “Antonio Fontanesi. Transcending Landscape. A European Artist at the Opening of Japan”, curata da Elena Volpato e Alessandro Botta. Si tratta di una rilettura della figura di Fontanesi come protagonista della pittura di paesaggio europea dell’Ottocento e in quanto artefice di uno dei più significativi momenti di incontro tra la cultura artistica occidentale e il Giappone dell’epoca Meiji. A centocinquant’anni dal soggiorno giapponese di Antonio Fontanesi, e a quasi cinquant’anni dalla storica esposizione “Fontanesi, Ragusa e l’arte giapponese nel primo periodo Meiji (Tokyo e Kyoto, 1977-1978)”, il progetto torna a indagare il ruolo svolto dall’artista in Giappone, dove tra il 1876 e il 1878 fu chiamato a insegnare presso la Kōbu Bijutsu Gakkō, contribuendo in modo determinante alla formazione della moderna scuola giapponese di pittura. mostra riunisce oltre duecento opere, provenienti da collezioni italiane e giapponesi, tra dipinti (con capolavori come La quiete, Novembre, Aprile e Le nubi), disegni e opere grafiche, offrendo la più ampia ricognizione dedicata negli ultimi decenni alla sua attività artistica e alla sua eredità culturale. Il percorso espositivo ripercorre le principali tappe della sua carriera, dagli anni della formazione e del soggiorno svizzero alle esperienze francesi e inglesi, fino al ritorno in Italia e agli ultimi esiti della sua ricerca.

Articolata in otto sezioni tematiche, l’esposizione mette in luce l’evoluzione di una visione del paesaggio che supera la dimensione descrittiva per diventare espressione di stati d’animo, percezioni atmosferiche e tensioni interiori. Il rapporto con le esperienze di Constable, Turner, Corot e della scuola di Barbizon, l’attenzione agli effetti mutevoli della luce e alle relazioni tra uomo e natura, così come l’interesse per il lavoro agricolo e per il paesaggio urbano, restituiscono l’immagine di un artista profondamente europeo e al tempo stesso sorprendentemente moderno.

Un nucleo centrale della mostra è dedicato al soggiorno giapponese e al dialogo instaurato con i suoi allievi. Accanto alle opere realizzate da Fontanesi durante la permanenza in Giappone, saranno presentati dipinti e disegni degli artisti formatisi sotto la sua guida, oltre a opere conservate nei musei giapponesi che testimoniano la fortuna critica e la duratura ricezione della sua poetica nel Paese.
La sezione conclusiva approfondisce infine l’eredità lasciata da Fontanesi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, evidenziando la sua influenza su artisti quali Daniele Ranzoni, Tranquillo Cremona, Leonardo Bistolfi, Medardo Rosso, Felice Casorati e Carlo Carrà.

In questo quadro si inserisce il lavoro della GAM, che conserva la più importante raccolta di opere di Antonio Fontanesi, confluita nelle collezioni del museo nel 1905 grazie al lascito di Giovanni Camerana, amico ed esecutore testamentario dell’artista. A partire da questo patrimonio, il museo ha sviluppato negli anni un approfondimento dedicato alla figura di Fontanesi e ai suoi rapporti con il Giappone, ponendo le basi per un progetto di respiro internazionale.

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione tra The National Museum of Modern Art, Kyoto, il Mitsubishi Ichigokan Museum, Tokyo e il Nagoya City Art Museum, insieme alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e alla Fondazione Torino Musei con il sostegno  del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale attraverso la Direzione Generale per la Crescita e la Promozione delle Esportazioni, e la collaborazione speciale dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo e degli Istituti Italiani di Cultura di Tokyo e Osaka e in partnership con la Camera di Commercio di Torino.
Il ciclo di mostre dedicate a Fontanesi in Giappone rappresenta una delle espressioni più compiute del percorso di internazionalizzazione promosso dalla Fondazione Torino Musei: un disegno culturale che pone al centro la produzione di conoscenza, la promozione del patrimonio, la valorizzazione dell’articolato know-how professionale della Fondazione e la costruzione di relazioni stabili per rafforzare la presenza delle istituzioni museali torinesi nel contesto internazionale e per contribuire attivamente alle politiche di diplomazia culturale promosse dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Il progetto espositivo toccherà le città di Kyoto, Tokyo e Nagoya.

The National Museum of Modern Art, Kyoto
18 luglio – 4 ottobre 2026

Mitsubishi Ichigokan Museum, Tokyo
17 ottobre 2026 – 24 gennaio 2027

Nagoya City Art Museum
6 febbraio 2027 – 4 aprile 2027

 

Mara Martellotta

“Rosso Beethoven” si conclude con la Settima Sinfonia e l’Ouverture Leonore

Con il concerto “Luce” si conclude il ciclo di ‘Rosso Beethoven’, ciclo concertistico della stagione estiva del Teatro Regio  che si tiene presso i Musei Reali di Torino, precisamente presso la Corte d’Onore di Palazzo Reale. Il concerto “Luce” si terrà martedì 21 luglio prossimo alle ore 21, con replica mercoledì 22 luglio.

Sul podio dell’Orchestra del Teatro Regio debutta Liubov Nosova, giovane direttrice russa già  apprezzata in istituzioni europee importanti.
Il programma del concerto vede accostate l’Ouverture Leonore e la Settima Sinfonia, due capolavori beethoveniani che conducono l’ascoltatore dal dramma della prigionia alla liberazione,  fino alla forza sconvolgente e travolgente del movimento.
Attraverso la Leonore e l’energia travolgente della Settima Sinfonia, il suono di Beethoven diventa luce pura, delineando un cammino radioso capace di trasformare il dramma della liberazione nel trionfo della gioia e della vita.
La Leonore n. 3 in do maggiore op. 72  è sicuramente la più rappresentativa delle quattro ouverture scritte per l’opera Fidelio e venne composta nel 1806. La Settima Sinfonia  fu eseguita per la prima volta a Vienna nel 1813 e divenne da subito uno dei più clamorosi successi di Beethoven, tanto che Richard Wagner la definì  l’”apoteosi della danza”. Sono quattro i movimenti che la caratterizzano, tra i quali  l’Allegretto che Abbado ha descritto come “uno dei brani di Beethoven più perfetti nella forma”.

Liubova Nosova appartiene alla nuova generazione di direttrici d’orchestra che ei stanno affermando sulla scena internazionale.
Si è  formata presso il Conservatorio Statale di San Pietroburgo e si è perfezionata in prestigiose accademie europee, dirigendo negli ultimi anni importanti orchestre sinfoniche e produzioni operistiche. Il concerto “Luce” del 21 e 22 luglio prossimi segna il debutto con l’Orchestra del Teatro Regio e conclude il percorso “Rosso Beethoven”, affidando a una giovane bacchetta una delle pagine più luminose e coinvolgenti di tutto il repertorio beethoveniano.

“Emozione Reale” è stata accolta con grande entusiasmo da tutto il pubblico fin dal concerto inaugurale. Invita il pubblico a vivere la serata ai Musei Reali a partire dalle ore 19.30.
Il percorso “all inclusive” comprende la visita all’appartamento della regina Elena, la possibilità di una passeggiata nel giardino Ducale, l’aperitivo alla Caffetteria Reale e il Concerto nella Corte d’Onore di Palazzo Reale  alle ore 21.
Ai possessori del biglietto per il concerto è consentito l’ingresso a partire dalle ore 20. La Caffetteria Reale resterà aperta per consumazioni prima degli spettacoli.
Prenotazioni tavoli info@caffetteriareale.it
In caso di annullamento per maltempo, il teatro ha previsto una data di recupero per il concerto Luce il 23 luglio.

Mara Martellotta

A Saluzzo arrivano “I Patagarri” e Federico Buffa

Nell’antica capitale del “Marchesato”, l’estate di “Occit’amo Festival” porta due grandi appuntamenti

Mercoledì 22 e giovedì 23 luglio

Saluzzo (Cuneo)

Niente paura. Il nome potrebbe preoccupare. Ma è solo nome di “battaglia”. “Patagarri”, infatti, nient’altro è che un “omaggio umoristico” al celebre Trio comico milanese formato da “Aldo, Giovanni e Giacomo” preso in prestito dal loro famoso sketch teatrale de “Nico e i sardi”. Una sorta, dunque, di “slang” dialettale con cui si presentano al pubblico i sei componenti dell’attesa “irriverente” band milanese ospite, mercoledì prossimo 22 luglio (ore 21,30), dell’“Occit’amo Festival” (dedicato alle “Terre del Monviso” e alle “Valli Occitane”, promosso per tutta l’estate ed in primis dalla “Fondazione Amleto Bertoni”), presso “Il Quartiere” di piazza Montebello, a Saluzzo.

Grazie alla collaborazione con l’Associazione Culturale saluzzese “Ratatoj”“I Patagarri”, scoperti a “X Factor 2024”, porteranno sul palco dell’“Ex Caserma Musso” tutto il loro “gipsy jazz” gioioso e coinvolgente, atto a creare “un contrasto tra la voglia di fuggire dalla quotidianità e la durezza della vita che si affronta per inseguire il proprio sogno musicale”. Il loro “cavallo di battaglia”, “Caravan”, contenuto all’interno di “X Factor Mixtape 2024”, è infatti considerato come un alto “grido di libertà”, un invito a prendere in mano con consapevole forza la propria vita “senza paura di vivere ai margini”, se necessario. “Il ‘caravan’ – affermano – rappresenta un rifugio, un simbolo di resistenza alla cultura dominante, ma anche un veicolo di speranza e di sogni che non vogliono essere rinnegati”. Come dire: la vera ricchezza non è il “dané”, ma la forza della “passione”, della “creatività” e della “voglia di vivere rifuggendo i compromessi”. Per intanto, il loro “tour” estivo sta confermandosi come successo straordinario, tanto da segnare anche l’ingresso ( da 5 a 6) di un nuovo elemento nella band: Nicholas Guandalini al basso. Anno di grazia, il 2025, quando “I Patagarri” prendono parte al “Concertone del Primo Maggio” a Roma. Data storica, il 23 maggio 2025, allorché pubblicano l’album di esordio “L’ultima ruota del Carovan” (Warner Music Italy) e, a sorpresa, salgono sul palco del “MI AMI Festival” a Milano, tra i più importanti appuntamenti italiani dedicati alla “musica indipendente”. Seguono i “tour estivi” sui palchi di tutta Italia (40 date nel 2025), mentre è ormai in piena corsa il “tour 2026”, partito con 7 date europee ad inizio marzo per poi proseguire lungo tutto lo “stivale”. Attesissimi (non mancate!) alla serata saluzzese di “Occit’amo”, mercoledì prossimo 22 luglio. Da dove, il viaggio prosegue!

Anche per “Occit’amo”.

Giovedì 23 luglioalle 21, nuovo appuntamento, infatti, con “Olimpiadi tra guerra e pace”, lo spettacolo del noto storyteller, scrittore e telecronista sportivo milanese Federico Buffa, accompagnato al pianoforte da Alessandro Nidi, con una “riflessione sul potere simbolico dello sport come forma di riconciliazione”. Lo show, realizzato da Buffa con l’anconetano di Jesi Moris Gasparri (saggista tra sport, cultura e geopolitica, nonché Consigliere della “Divisione Calcio Femminile” della “Figc”) è una produzione di “International Music and Arts” ed è organizzato in collaborazione con “Borgate dal Vivo”. L’incontro, attraverso il racconto della storia delle “Olimpiadi”, nate come strumento di promozione della pace nel mondo, intende far emergere come esse spesso siano state influenzate e intrappolate, nei secoli (dalla fondazione a Parigi, passando per le guerre mondiali fino agli eventi più recenti) dalle tensioni e dai conflitti internazionali. Buffa non mancherà di far emergere il principio della “sacralità della competizione olimpica” ed il ruolo degli atleti come “ambasciatori di pace”. Tra questi, figure emblematiche come quelle di Pierre de Coubertin (pedagogo e storico francese, rifondatore dei “Giochi Olimpici” moderni nel 1894, creatore dei “Cinque Cerchi” simbolo di unione tra i cinque Continenti, nonché dei sei colori della bandiera – incluso lo sfondo bianco – presenti in tutte le bandiere del mondo), l’atleta etiope Abebe Bikila (vincitore della “maratona” alle “Olimpiadi” di Roma del 1960, correndo a piedi nudi), accanto agli eventi occorsi ai “Giochi di Tokio” del 1964, i primi a svolgersi in Asia, con la “fiamma olimpica” accesa da Yoshinori Sakai (giovane di Hiroshima nato il giorno stesso in cui la bomba atomica distrusse la città) e il dramma del maratoneta di casa Kokichi Tsuburaya suicida tre anni dopo, sopraffatto dal dolore per aver perso l’“argento” nella gara finale. Da parte di Buffa, alla luce di numerosi reali eventi, raccontati con competenza e forte empatia emozionale, non mancherà, dunque, la sollecitazione a riflettere sul significato profondo dello sport, “come strumento di speranza e cambiamento, pur consapevoli dei suoi limiti nel modificare la realtà che ci circonda”. E ben lo sappiamo, in un tempo come quello odierno, dove anche i valori più profondi dell’“Olimpismo decoubertiano” non ce la fanno a reggere e ad ostacolare le mire belliche dei “Grandi” padroni della Terra, assolutamente indifferenti al bene prezioso della fratellanza e della pace tra i popoli.

Gianni Milani

Nelle foto: “I Patagarri” (Ph. Simone Cecchetti); Federico Buffa

Mario Dondero. Inediti. L’archivio di un partigiano dell’umano

Un nuovo ed inedito progetto fotografico al Forte di Bard. Mario Dondero. Inediti. L’archivio di un partigiano dell’umano è il titolo della mostra a cura di Claudio Composti in programma nelle sale delle Cantine del Forte di Bard dal 24 luglio al 18 ottobre 2026. L’esposizione rivela per la prima volta un corpus di fotografie inedite tratte dall’archivio di Mario Dondero (Genova 1928 – Fermo 2015), grande fotoreporter e testimone civile del Novecento. Scatti mai pubblicati né esposti, riscoperti dal curatore durante una visita all’archivio due anni fa, restituiscono al pubblico uno sguardo radicale, antiretorico e profondamente umano che ha attraversato mezzo secolo di Storia.

Un partigiano dell’umano

Mario Dondero non è stato soltanto un fotoreporter: è stato un testimone che ha scelto da che parte stare. Partigiano giovanissimo in Val d’Ossola, poi cronista militante nella stampa politica italiana del dopoguerra — da “Lavoro Nuovo” all’Avanti!, dall’Unità a “Le Ore” come cronista — e infine fotografo del mondo, Dondero ha sostituito la rotta nautica (da ragazzo sognava il mare) con una rotta etica, percorrendo l’Europa, l’Africa, l’America Latina, il Medio Oriente, l’Asia. Il suo sguardo nasceva da un amore profondo per l’essere umano: chi vive ai margini, chi attraversa la Storia senza scriverla, chi ne subisce le conseguenze più che governarne le forme. «Mi interesso a tutto quello che interviene nella nostra vita» diceva. Un operaio sudamericano o un rifugiato asiatico avevano per lui lo stesso peso di Sartre, Beckett, Giacometti o Pasolini, intellettuali e artisti amici che ritrasse con la stessa misura: nessuno mai in posa, il potere sempre disarmato, l’eroismo mai esibito.

Un archivio che torna a parlare

L’archivio di Mario Dondero — conservato in larga parte dalla Fototeca Provinciale di Fermo ad Altidona — è un patrimonio vastissimo e ancora in parte inesplorato: centinaia di migliaia di immagini tra negativi in bianco e nero, diapositive e stampe professionali, accompagnate da oltre duecento quaderni di appunti. Molte delle stampe vintage selezionate per questa mostra recano sul retro, annotazioni a penna o a matita: descrizioni dell’evento, titoli, date, firme. Documento fotografico e traccia letterari riflettono l’inseparabilità, per Dondero, tra scrittura e immagine, due forme complementari di testimonianza, come i suoi oltre duecento quaderni di appunti, pieni di frasi interrotte, osservazioni sul presente, brevi racconti di ciò che leggeva o di cui era testimone. «I fotografi di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch’essi nel vasto mare silente» annotava in uno di essi. Lui era l’eccezione: un fotografo che non smetteva mai di pensare per iscritto. Il curatore Claudio Composti ha selezionato e organizzato il materiale inedito in tre macro-sezioni tematiche: Memorie del presente — dedicata a manifestazioni e movimenti sociali collettivi; Sguardi politici — sui protagonisti della storia politica del Novecento; Verso il mondo — omaggio al quotidiano, ai gesti e alle vite degli ultimi, della gente semplice, incontrata in ogni angolo del pianeta. Un percorso che attraversa decenni e geografie ma rivela una linea coerente: la fotografia come scelta morale, come impossibilità di restare neutrali.

La fotografia come atto politico e umano

In un’epoca in cui la fotografia politica tendeva a costruire mitologie visive, Dondero compì un gesto controcorrente: riportare i protagonisti alla loro dimensione umana. Dal ritratto collettivo degli scrittori del Nouveau Roman davanti alle Éditions de Minuit (1959) — Robbe-Grillet, Sarraute, Butor, Beckett, Simon — alla Grecia dei Colonnelli, dalla Spagna franchista ai movimenti di liberazione africana, dal muro di Berlino alla Russia post-sovietica, il suo sguardo non cedette mai al sensazionalismo. «La fotografia è un’arma formidabile nella ricerca della verità» ripeteva, ma anche un’arma che può essere manipolata: per questo sentiva il mestiere come una responsabilità.

Il valore degli inediti e dell’archivio

Portare alla luce fotografie rimaste ai margini della circolazione pubblica non significa semplicemente aggiungere nuove immagini alla storia di Dondero: significa riattivare il loro potenziale di senso. Come scriveva Walter Benjamin, l’immagine non è mai soltanto ciò che mostra, ma ciò che accade quando viene guardata di nuovo in un altro tempo. L’archivio si rivela così uno spazio critico, un luogo in cui le fotografie continuano a produrre significato, riaprendo il dialogo tra immagine, memoria e storia. La recente attività di riordino promossa dalla Fototeca Provinciale di Fermo, grazie al direttore Pacifico D’Ercoli e all’ultima compagna di vita di Dondero, Laura Strappa, rappresenta non solo un intervento conservativo, ma un passaggio critico decisivo: l’istituzionalizzazione dell’archivio consente di riconsiderare l’opera nel quadro della storia europea del fotogiornalismo politico.

«Mi auguro che le mie fotografie, mosse dalla simpatia, colgano nel segno lo spirito dei luoghi e l’umanità intensa delle persone» scriveva Dondero. In questa frase è contenuta tutta la sua poetica. In un tempo che tende a trasformare tutto in icona e consumo visivo, i suoi inediti riaffermano la fotografia come tempo lento e come responsabilità: non semplice memoria visiva, ma esercizio critico. L’archivio politico di un partigiano dell’umano che continua a parlare di uomini agli uomini.

Orari
Da martedì a venerdì 10.00 / 18.00

Sabato, domenica e festivi 10.00 / 19.00

Lunedì chiuso

Tariffe*

Intero: 15,00 euro. Ridotto 12.00 (over 65, 19-25 anni)

*Includono altri due spazi espositivi a scelta.

Gratuità: possessori Abbonamento Musei Piemonte Valle d’Aosta e Abbonamento Musei Lombardia Valle d’Aosta; Membership Card Forte di Bard, minori di 18 anni.

Info

Associazione Forte di Bard

Bard. Valle d’Aosta

T. + 39 0125 833811 | info@fortedibard.it | fortedibard.it