CULTURA E SPETTACOLI

Il Manifesto di Matthew Attard in piazza Bottesini

Prima affissione di Opera Viva Barriera di Milano nell’ambito di Flashback Habitat

Lunedì  20 luglio, alle ore 19, in piazza Bottesini, in Barriera di Milano a Torino, inaugura la dodicesima edizione  di “Opera Viva il Manifesto”, progetto di arte urbana ideato da Alessandro Bulgini, nell’ambito di Flashback.
L’edizione 2026 è  intitolata IN TIME e prosegue la ricerca di Flashback sul tempo inteso non come successione lineare di epoche, ma come dimensione aperta, in cui passato, presente e futuro convivono e si contaminano reciprocamente. Tutte le opere, per Flashback, parlano sempre al presente nell’incontro con l’osservatore. Essere ‘in time’ significa, quindi, essere dentro il proprio tempo, ma anche attraversare tutti i tempi, costruendo connessioni inattese tra immagini, storie e esperienze.
Il primo manifesto è  rappresentato dall’opera “Follow the Ship(s)- Drawing Detail #2”  di Matthew Attard ed è parte del progetto “ I will follow the ship” presentato dall’artista al Padiglione di Malta alla 60esima Biennale di Venezia.

Attard si ispira ai graffiti navali incisi da marinai e pellegrini nelle chiese di Malta, ex voto, segni lasciati da chi affidava al mare le proprie speranze e richieste di protezione. Il titolo costituisce un invito implicito, che è  anche una suggestione, del metodo di realizzazione dell’opera, ‘segui le barche’.
Il disegno non nasce, infatti, dal movimento della mano, ma da un sistema di eye tracking che registra il movimento degli occhi dell’artista mentre segue i contorni delle incisioni. A quei tracciati si intrecciano immagini digitali del mare e delle rotte delle navi.
L’antico graffito e il segno digitale, che incarnano passato e presente, si fondono in una nuova immagine. A cambiare è la tecnica, ma non la funzione. Oggi, come allora, quel disegno affida al mare una speranza di salvezza.
IN TIME è  questo essere presenti e partecipi del proprio tempo, riconoscere che il tempo non separa, ma mette in relazione, un tempo inteso come materia viva dalla quale attingere per parlare dell’oggi, per stare dentro le sue tensioni, le sue trasformazioni e urgenze.
In questa prospettiva il viaggio diventa la metafora che guida l’intera edizione, viaggio inteso non come un percorso con una meta già definita, ma come un attraversamento nel quale orientarsi leggendo il presente, accogliendo l’imprevisto e modificando di continuo la propria rotta. La barca a vela incarna perfettamente questa condizione, procede grazie al vento, alle correnti e alla capacità di interpretare ciò che accade, trasformando l’incertezza in possibilità.
La navigazione accompagna da sempre l’immaginario dell’umanità, quale simbolo dell’attraversamento, della conoscenza, del desiderio di libertà  e della ricerca di nuovi approdi e la vela continua a narrare la condizione umana, il suo rapporto con l’ignoto, con il rischio e con la speranza.
I manifesti di questa edizione rappresentano un compendio di opere dedicate al tema della navigazione a vela, realizzate da artisti e artiste italiani e internazionali in collaborazione con istituzioni ed enti museali, dando vita ad un insieme di immagini capaci di attraversare la storia senza seguire una cronologia, ma lasciando emergere corrispondenze, analogie e nuove letture.

Flashback Habitat,  corso Giovanni Lanza 75

Mara Martellotta

SOFIA LOREN La forza della determinazione

di Debora Bocchiardo

Una vita di conquiste e sfide quella di Sofia Villani Scicolone, in arte Sofia Loren, nata a Roma il 20 settembre 1934 ma cresciuta a Pozzuoli, nel napoletano, dove trascorre l’infanzia.  A 14 anni, affiancata dalla madre Romilda Villani e dalla sorella Maria, prende parte a vari concorsi di bellezza. Le tre donne insieme sono una forza della natura.

La mamma, insegnante di pianoforte ha una forte somiglianza con Greta Garbo e ha lei stessa un passato di attrice anche se poi ha dovuto abbandonare la carriera. Per la donna la relazione con Riccardo Scicolone, al tempo sposato, diventa una sfida alle convenzioni e alla vita.  Dalla loro storia nasceranno, oltre alle due sorelle, anche due figli maschi: Giuliano e Giuseppe.

Giovanissima, con il nome d’arte di Sofia Lazzaro, la futura diva internazionale recita anche nei fotoromanzi.

Soltanto dal 1952, con “La Favorita”, diretta da Cesare Barlacchi, sceglie il nome d’arte che la rende famosa nel mondo.
È però “L’oro di Napoli” nel 1954, diretto da Vittorio De Sica, che lancia definitivamente la carriera di Sofia Loren. Il capolavoro cinematografico fa di lei un’icona e un personaggio senza tempo.

Sempre nel 1952, sul set di “Africa sotto i mari” di Giovanni Roccardi, la giovane viene notata da Carlo Ponti, suo futuro marito, che le propone un contratto di sette anni.

Il personaggio del debutto le resta appiccicato e per qualche tempo accetta parti di popolana, come in “Carosello napoletano” (1953) di Ettore Giannini, o “La bella mugnaia” (1955) di Mario Camerini.

Carlo Ponti diventerà suo marito in Messico nel 1957. Un’unione che la farà approdare ad Hollywood. Sofia conquisterà l’America oltre alla stima e all’amicizia di personaggi come Cary GrantMarlon Brando, William Holden e Clark Gable.

Il lavoro e l’impegno le portano anche un importante riconoscimento: la Coppa Volpi nel 1958 per “Orchidea nera” di Martin Ritt.

Il matrimonio con un uomo che aveva già avuto una famiglia crea scandalo, ma la forza e la determinazione di Sofia faranno capitolare le regole… e anche Carlo Ponti.

I due si risposano infatti in Italia il 9 aprile 1966 e le nozze infastidiscono ulteriormente i benpensanti al punto che alcune riviste del settore tentano di boicottare i film interpretati dall’attrice.

Nel 1960 arriva la notorietà internazionale ormai consolidata con il film capolavoro del regista Vittorio De Sica “La ciociara”, tratto dal romanzo di Alberto Moravia. La sua interpretazione le porta un meritatissimo Oscar come migliore attrice.
Lo stesso De Sica la vuole poi in una serie di eccezionali commedie all’italiana accanto al grande attore Marcello Mastroianni. Nascono così pellicole indimenticabili. Prima fra tutte “Matrimonio all’italiana”, tratto dalla commedia di Eduardo De Filippo “Filumena Marturano”.

Seguono veri e propri capolavori del cinema internazionale: “La contessa di Hong Kong” del 1967, diretto dal grande Charlie Chaplin, e “Una giornata particolare”, del 1977, diretto da Ettore Scola, che le farà vincere il David di Donatello, il Nastro d’argento e il Globo d’oro, interpretando il ruolo di una infelice casalinga nel giorno in cui Hitler venne a Roma per far visita a Mussolini.

Nel 1991 People Magazine la segnala tra le donne più belle del mondo e, nello stesso anno, riceve l’Oscar, il César alla carriera e la Legion d’Onore.

Nel 1999 riceve il premio David di Donatello per il suo straordinario impegno nel mondo del cinema.

Sofia Lorena, negli anni, ha dato prova di non esser soltanto una donna dotata di una bellezza straordinaria. A fare la differenza sono state la determinazione, l’intelligenza e l’indiscutibile bravura. È questo uno dei motivi per cui non è mai tramontata.

Dal 1980 Sofia si è parzialmente ritirata dai set cinematografici, dedicandosi prevalentemente alla televisione. Ha così interpretato, tra gli altri, il biografico “Sophia: la sua storia” di Mel Stuart e il remake di “La ciociara”  di Dino Risi, nel 1989.

Nel corso della sua lunghissima carriera è stata diretta dai più importanti registi del tempo: Sidney LumetGeorge Cukor, Michael Curtiz, Anthony Mann, Charles Chaplin, Dino RisiMario MonicelliEttore Scola, André Cayatte.

Fu tuttavia con Vittorio De Sica che la diva girò ben otto film e formò un indimenticabile sodalizio artistico, spesso completato dalla presenza di Marcello Mastroianni.

GAM e Fondazione Torino Musei in Giappone per Antonio Fontanesi

Un grande progetto internazionale prodotto dalla GAM – Galleria Civica d’arte Moderna e Contemporanea di Torino, dedicato alle attività internazionali della sesta linea culturale di Fondazione Torino Musei e, in particolare, al 160⁰ anniversario delle relazioni diplomatiche tra Italia e Giappone, è incentrato sull’opera dell’artista Antonio Fontanesi (1818–1882) e prende forma attraverso una mostra itinerante, che toccherà fino al 4 aprile 2027 le città nipponiche di Kyoto, Tokyo e Nagoya, dal titolo “Antonio Fontanesi. Transcending Landscape. A European Artist at the Opening of Japan”, curata da Elena Volpato e Alessandro Botta. Si tratta di una rilettura della figura di Fontanesi come protagonista della pittura di paesaggio europea dell’Ottocento e in quanto artefice di uno dei più significativi momenti di incontro tra la cultura artistica occidentale e il Giappone dell’epoca Meiji. A centocinquant’anni dal soggiorno giapponese di Antonio Fontanesi, e a quasi cinquant’anni dalla storica esposizione “Fontanesi, Ragusa e l’arte giapponese nel primo periodo Meiji (Tokyo e Kyoto, 1977-1978)”, il progetto torna a indagare il ruolo svolto dall’artista in Giappone, dove tra il 1876 e il 1878 fu chiamato a insegnare presso la Kōbu Bijutsu Gakkō, contribuendo in modo determinante alla formazione della moderna scuola giapponese di pittura. mostra riunisce oltre duecento opere, provenienti da collezioni italiane e giapponesi, tra dipinti (con capolavori come La quiete, Novembre, Aprile e Le nubi), disegni e opere grafiche, offrendo la più ampia ricognizione dedicata negli ultimi decenni alla sua attività artistica e alla sua eredità culturale. Il percorso espositivo ripercorre le principali tappe della sua carriera, dagli anni della formazione e del soggiorno svizzero alle esperienze francesi e inglesi, fino al ritorno in Italia e agli ultimi esiti della sua ricerca.

Articolata in otto sezioni tematiche, l’esposizione mette in luce l’evoluzione di una visione del paesaggio che supera la dimensione descrittiva per diventare espressione di stati d’animo, percezioni atmosferiche e tensioni interiori. Il rapporto con le esperienze di Constable, Turner, Corot e della scuola di Barbizon, l’attenzione agli effetti mutevoli della luce e alle relazioni tra uomo e natura, così come l’interesse per il lavoro agricolo e per il paesaggio urbano, restituiscono l’immagine di un artista profondamente europeo e al tempo stesso sorprendentemente moderno.

Un nucleo centrale della mostra è dedicato al soggiorno giapponese e al dialogo instaurato con i suoi allievi. Accanto alle opere realizzate da Fontanesi durante la permanenza in Giappone, saranno presentati dipinti e disegni degli artisti formatisi sotto la sua guida, oltre a opere conservate nei musei giapponesi che testimoniano la fortuna critica e la duratura ricezione della sua poetica nel Paese.
La sezione conclusiva approfondisce infine l’eredità lasciata da Fontanesi tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, evidenziando la sua influenza su artisti quali Daniele Ranzoni, Tranquillo Cremona, Leonardo Bistolfi, Medardo Rosso, Felice Casorati e Carlo Carrà.

In questo quadro si inserisce il lavoro della GAM, che conserva la più importante raccolta di opere di Antonio Fontanesi, confluita nelle collezioni del museo nel 1905 grazie al lascito di Giovanni Camerana, amico ed esecutore testamentario dell’artista. A partire da questo patrimonio, il museo ha sviluppato negli anni un approfondimento dedicato alla figura di Fontanesi e ai suoi rapporti con il Giappone, ponendo le basi per un progetto di respiro internazionale.

La mostra è realizzata grazie alla collaborazione tra The National Museum of Modern Art, Kyoto, il Mitsubishi Ichigokan Museum, Tokyo e il Nagoya City Art Museum, insieme alla GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino e alla Fondazione Torino Musei con il sostegno  del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale attraverso la Direzione Generale per la Crescita e la Promozione delle Esportazioni, e la collaborazione speciale dell’Ambasciata d’Italia a Tokyo e degli Istituti Italiani di Cultura di Tokyo e Osaka e in partnership con la Camera di Commercio di Torino.
Il ciclo di mostre dedicate a Fontanesi in Giappone rappresenta una delle espressioni più compiute del percorso di internazionalizzazione promosso dalla Fondazione Torino Musei: un disegno culturale che pone al centro la produzione di conoscenza, la promozione del patrimonio, la valorizzazione dell’articolato know-how professionale della Fondazione e la costruzione di relazioni stabili per rafforzare la presenza delle istituzioni museali torinesi nel contesto internazionale e per contribuire attivamente alle politiche di diplomazia culturale promosse dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Il progetto espositivo toccherà le città di Kyoto, Tokyo e Nagoya.

The National Museum of Modern Art, Kyoto
18 luglio – 4 ottobre 2026

Mitsubishi Ichigokan Museum, Tokyo
17 ottobre 2026 – 24 gennaio 2027

Nagoya City Art Museum
6 febbraio 2027 – 4 aprile 2027

 

Mara Martellotta

“Rosso Beethoven” si conclude con la Settima Sinfonia e l’Ouverture Leonore

Con il concerto “Luce” si conclude il ciclo di ‘Rosso Beethoven’, ciclo concertistico della stagione estiva del Teatro Regio  che si tiene presso i Musei Reali di Torino, precisamente presso la Corte d’Onore di Palazzo Reale. Il concerto “Luce” si terrà martedì 21 luglio prossimo alle ore 21, con replica mercoledì 22 luglio.

Sul podio dell’Orchestra del Teatro Regio debutta Liubov Nosova, giovane direttrice russa già  apprezzata in istituzioni europee importanti.
Il programma del concerto vede accostate l’Ouverture Leonore e la Settima Sinfonia, due capolavori beethoveniani che conducono l’ascoltatore dal dramma della prigionia alla liberazione,  fino alla forza sconvolgente e travolgente del movimento.
Attraverso la Leonore e l’energia travolgente della Settima Sinfonia, il suono di Beethoven diventa luce pura, delineando un cammino radioso capace di trasformare il dramma della liberazione nel trionfo della gioia e della vita.
La Leonore n. 3 in do maggiore op. 72  è sicuramente la più rappresentativa delle quattro ouverture scritte per l’opera Fidelio e venne composta nel 1806. La Settima Sinfonia  fu eseguita per la prima volta a Vienna nel 1813 e divenne da subito uno dei più clamorosi successi di Beethoven, tanto che Richard Wagner la definì  l’”apoteosi della danza”. Sono quattro i movimenti che la caratterizzano, tra i quali  l’Allegretto che Abbado ha descritto come “uno dei brani di Beethoven più perfetti nella forma”.

Liubova Nosova appartiene alla nuova generazione di direttrici d’orchestra che ei stanno affermando sulla scena internazionale.
Si è  formata presso il Conservatorio Statale di San Pietroburgo e si è perfezionata in prestigiose accademie europee, dirigendo negli ultimi anni importanti orchestre sinfoniche e produzioni operistiche. Il concerto “Luce” del 21 e 22 luglio prossimi segna il debutto con l’Orchestra del Teatro Regio e conclude il percorso “Rosso Beethoven”, affidando a una giovane bacchetta una delle pagine più luminose e coinvolgenti di tutto il repertorio beethoveniano.

“Emozione Reale” è stata accolta con grande entusiasmo da tutto il pubblico fin dal concerto inaugurale. Invita il pubblico a vivere la serata ai Musei Reali a partire dalle ore 19.30.
Il percorso “all inclusive” comprende la visita all’appartamento della regina Elena, la possibilità di una passeggiata nel giardino Ducale, l’aperitivo alla Caffetteria Reale e il Concerto nella Corte d’Onore di Palazzo Reale  alle ore 21.
Ai possessori del biglietto per il concerto è consentito l’ingresso a partire dalle ore 20. La Caffetteria Reale resterà aperta per consumazioni prima degli spettacoli.
Prenotazioni tavoli info@caffetteriareale.it
In caso di annullamento per maltempo, il teatro ha previsto una data di recupero per il concerto Luce il 23 luglio.

Mara Martellotta

A Saluzzo arrivano “I Patagarri” e Federico Buffa

Nell’antica capitale del “Marchesato”, l’estate di “Occit’amo Festival” porta due grandi appuntamenti

Mercoledì 22 e giovedì 23 luglio

Saluzzo (Cuneo)

Niente paura. Il nome potrebbe preoccupare. Ma è solo nome di “battaglia”. “Patagarri”, infatti, nient’altro è che un “omaggio umoristico” al celebre Trio comico milanese formato da “Aldo, Giovanni e Giacomo” preso in prestito dal loro famoso sketch teatrale de “Nico e i sardi”. Una sorta, dunque, di “slang” dialettale con cui si presentano al pubblico i sei componenti dell’attesa “irriverente” band milanese ospite, mercoledì prossimo 22 luglio (ore 21,30), dell’“Occit’amo Festival” (dedicato alle “Terre del Monviso” e alle “Valli Occitane”, promosso per tutta l’estate ed in primis dalla “Fondazione Amleto Bertoni”), presso “Il Quartiere” di piazza Montebello, a Saluzzo.

Grazie alla collaborazione con l’Associazione Culturale saluzzese “Ratatoj”“I Patagarri”, scoperti a “X Factor 2024”, porteranno sul palco dell’“Ex Caserma Musso” tutto il loro “gipsy jazz” gioioso e coinvolgente, atto a creare “un contrasto tra la voglia di fuggire dalla quotidianità e la durezza della vita che si affronta per inseguire il proprio sogno musicale”. Il loro “cavallo di battaglia”, “Caravan”, contenuto all’interno di “X Factor Mixtape 2024”, è infatti considerato come un alto “grido di libertà”, un invito a prendere in mano con consapevole forza la propria vita “senza paura di vivere ai margini”, se necessario. “Il ‘caravan’ – affermano – rappresenta un rifugio, un simbolo di resistenza alla cultura dominante, ma anche un veicolo di speranza e di sogni che non vogliono essere rinnegati”. Come dire: la vera ricchezza non è il “dané”, ma la forza della “passione”, della “creatività” e della “voglia di vivere rifuggendo i compromessi”. Per intanto, il loro “tour” estivo sta confermandosi come successo straordinario, tanto da segnare anche l’ingresso ( da 5 a 6) di un nuovo elemento nella band: Nicholas Guandalini al basso. Anno di grazia, il 2025, quando “I Patagarri” prendono parte al “Concertone del Primo Maggio” a Roma. Data storica, il 23 maggio 2025, allorché pubblicano l’album di esordio “L’ultima ruota del Carovan” (Warner Music Italy) e, a sorpresa, salgono sul palco del “MI AMI Festival” a Milano, tra i più importanti appuntamenti italiani dedicati alla “musica indipendente”. Seguono i “tour estivi” sui palchi di tutta Italia (40 date nel 2025), mentre è ormai in piena corsa il “tour 2026”, partito con 7 date europee ad inizio marzo per poi proseguire lungo tutto lo “stivale”. Attesissimi (non mancate!) alla serata saluzzese di “Occit’amo”, mercoledì prossimo 22 luglio. Da dove, il viaggio prosegue!

Anche per “Occit’amo”.

Giovedì 23 luglioalle 21, nuovo appuntamento, infatti, con “Olimpiadi tra guerra e pace”, lo spettacolo del noto storyteller, scrittore e telecronista sportivo milanese Federico Buffa, accompagnato al pianoforte da Alessandro Nidi, con una “riflessione sul potere simbolico dello sport come forma di riconciliazione”. Lo show, realizzato da Buffa con l’anconetano di Jesi Moris Gasparri (saggista tra sport, cultura e geopolitica, nonché Consigliere della “Divisione Calcio Femminile” della “Figc”) è una produzione di “International Music and Arts” ed è organizzato in collaborazione con “Borgate dal Vivo”. L’incontro, attraverso il racconto della storia delle “Olimpiadi”, nate come strumento di promozione della pace nel mondo, intende far emergere come esse spesso siano state influenzate e intrappolate, nei secoli (dalla fondazione a Parigi, passando per le guerre mondiali fino agli eventi più recenti) dalle tensioni e dai conflitti internazionali. Buffa non mancherà di far emergere il principio della “sacralità della competizione olimpica” ed il ruolo degli atleti come “ambasciatori di pace”. Tra questi, figure emblematiche come quelle di Pierre de Coubertin (pedagogo e storico francese, rifondatore dei “Giochi Olimpici” moderni nel 1894, creatore dei “Cinque Cerchi” simbolo di unione tra i cinque Continenti, nonché dei sei colori della bandiera – incluso lo sfondo bianco – presenti in tutte le bandiere del mondo), l’atleta etiope Abebe Bikila (vincitore della “maratona” alle “Olimpiadi” di Roma del 1960, correndo a piedi nudi), accanto agli eventi occorsi ai “Giochi di Tokio” del 1964, i primi a svolgersi in Asia, con la “fiamma olimpica” accesa da Yoshinori Sakai (giovane di Hiroshima nato il giorno stesso in cui la bomba atomica distrusse la città) e il dramma del maratoneta di casa Kokichi Tsuburaya suicida tre anni dopo, sopraffatto dal dolore per aver perso l’“argento” nella gara finale. Da parte di Buffa, alla luce di numerosi reali eventi, raccontati con competenza e forte empatia emozionale, non mancherà, dunque, la sollecitazione a riflettere sul significato profondo dello sport, “come strumento di speranza e cambiamento, pur consapevoli dei suoi limiti nel modificare la realtà che ci circonda”. E ben lo sappiamo, in un tempo come quello odierno, dove anche i valori più profondi dell’“Olimpismo decoubertiano” non ce la fanno a reggere e ad ostacolare le mire belliche dei “Grandi” padroni della Terra, assolutamente indifferenti al bene prezioso della fratellanza e della pace tra i popoli.

Gianni Milani

Nelle foto: “I Patagarri” (Ph. Simone Cecchetti); Federico Buffa

Mario Dondero. Inediti. L’archivio di un partigiano dell’umano

Un nuovo ed inedito progetto fotografico al Forte di Bard. Mario Dondero. Inediti. L’archivio di un partigiano dell’umano è il titolo della mostra a cura di Claudio Composti in programma nelle sale delle Cantine del Forte di Bard dal 24 luglio al 18 ottobre 2026. L’esposizione rivela per la prima volta un corpus di fotografie inedite tratte dall’archivio di Mario Dondero (Genova 1928 – Fermo 2015), grande fotoreporter e testimone civile del Novecento. Scatti mai pubblicati né esposti, riscoperti dal curatore durante una visita all’archivio due anni fa, restituiscono al pubblico uno sguardo radicale, antiretorico e profondamente umano che ha attraversato mezzo secolo di Storia.

Un partigiano dell’umano

Mario Dondero non è stato soltanto un fotoreporter: è stato un testimone che ha scelto da che parte stare. Partigiano giovanissimo in Val d’Ossola, poi cronista militante nella stampa politica italiana del dopoguerra — da “Lavoro Nuovo” all’Avanti!, dall’Unità a “Le Ore” come cronista — e infine fotografo del mondo, Dondero ha sostituito la rotta nautica (da ragazzo sognava il mare) con una rotta etica, percorrendo l’Europa, l’Africa, l’America Latina, il Medio Oriente, l’Asia. Il suo sguardo nasceva da un amore profondo per l’essere umano: chi vive ai margini, chi attraversa la Storia senza scriverla, chi ne subisce le conseguenze più che governarne le forme. «Mi interesso a tutto quello che interviene nella nostra vita» diceva. Un operaio sudamericano o un rifugiato asiatico avevano per lui lo stesso peso di Sartre, Beckett, Giacometti o Pasolini, intellettuali e artisti amici che ritrasse con la stessa misura: nessuno mai in posa, il potere sempre disarmato, l’eroismo mai esibito.

Un archivio che torna a parlare

L’archivio di Mario Dondero — conservato in larga parte dalla Fototeca Provinciale di Fermo ad Altidona — è un patrimonio vastissimo e ancora in parte inesplorato: centinaia di migliaia di immagini tra negativi in bianco e nero, diapositive e stampe professionali, accompagnate da oltre duecento quaderni di appunti. Molte delle stampe vintage selezionate per questa mostra recano sul retro, annotazioni a penna o a matita: descrizioni dell’evento, titoli, date, firme. Documento fotografico e traccia letterari riflettono l’inseparabilità, per Dondero, tra scrittura e immagine, due forme complementari di testimonianza, come i suoi oltre duecento quaderni di appunti, pieni di frasi interrotte, osservazioni sul presente, brevi racconti di ciò che leggeva o di cui era testimone. «I fotografi di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch’essi nel vasto mare silente» annotava in uno di essi. Lui era l’eccezione: un fotografo che non smetteva mai di pensare per iscritto. Il curatore Claudio Composti ha selezionato e organizzato il materiale inedito in tre macro-sezioni tematiche: Memorie del presente — dedicata a manifestazioni e movimenti sociali collettivi; Sguardi politici — sui protagonisti della storia politica del Novecento; Verso il mondo — omaggio al quotidiano, ai gesti e alle vite degli ultimi, della gente semplice, incontrata in ogni angolo del pianeta. Un percorso che attraversa decenni e geografie ma rivela una linea coerente: la fotografia come scelta morale, come impossibilità di restare neutrali.

La fotografia come atto politico e umano

In un’epoca in cui la fotografia politica tendeva a costruire mitologie visive, Dondero compì un gesto controcorrente: riportare i protagonisti alla loro dimensione umana. Dal ritratto collettivo degli scrittori del Nouveau Roman davanti alle Éditions de Minuit (1959) — Robbe-Grillet, Sarraute, Butor, Beckett, Simon — alla Grecia dei Colonnelli, dalla Spagna franchista ai movimenti di liberazione africana, dal muro di Berlino alla Russia post-sovietica, il suo sguardo non cedette mai al sensazionalismo. «La fotografia è un’arma formidabile nella ricerca della verità» ripeteva, ma anche un’arma che può essere manipolata: per questo sentiva il mestiere come una responsabilità.

Il valore degli inediti e dell’archivio

Portare alla luce fotografie rimaste ai margini della circolazione pubblica non significa semplicemente aggiungere nuove immagini alla storia di Dondero: significa riattivare il loro potenziale di senso. Come scriveva Walter Benjamin, l’immagine non è mai soltanto ciò che mostra, ma ciò che accade quando viene guardata di nuovo in un altro tempo. L’archivio si rivela così uno spazio critico, un luogo in cui le fotografie continuano a produrre significato, riaprendo il dialogo tra immagine, memoria e storia. La recente attività di riordino promossa dalla Fototeca Provinciale di Fermo, grazie al direttore Pacifico D’Ercoli e all’ultima compagna di vita di Dondero, Laura Strappa, rappresenta non solo un intervento conservativo, ma un passaggio critico decisivo: l’istituzionalizzazione dell’archivio consente di riconsiderare l’opera nel quadro della storia europea del fotogiornalismo politico.

«Mi auguro che le mie fotografie, mosse dalla simpatia, colgano nel segno lo spirito dei luoghi e l’umanità intensa delle persone» scriveva Dondero. In questa frase è contenuta tutta la sua poetica. In un tempo che tende a trasformare tutto in icona e consumo visivo, i suoi inediti riaffermano la fotografia come tempo lento e come responsabilità: non semplice memoria visiva, ma esercizio critico. L’archivio politico di un partigiano dell’umano che continua a parlare di uomini agli uomini.

Orari
Da martedì a venerdì 10.00 / 18.00

Sabato, domenica e festivi 10.00 / 19.00

Lunedì chiuso

Tariffe*

Intero: 15,00 euro. Ridotto 12.00 (over 65, 19-25 anni)

*Includono altri due spazi espositivi a scelta.

Gratuità: possessori Abbonamento Musei Piemonte Valle d’Aosta e Abbonamento Musei Lombardia Valle d’Aosta; Membership Card Forte di Bard, minori di 18 anni.

Info

Associazione Forte di Bard

Bard. Valle d’Aosta

T. + 39 0125 833811 | info@fortedibard.it | fortedibard.it

Rock Jazz e dintorni a Torino: Morrissey e Lori Williams

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA 

Martedì. Per Astimusica si esibisce Morrisey (il cantante degli Smiths). Al Magazzino sul Po suonano i Totorro. A Cervere (Cn) è di scena Sal Da Vinci. 

Mercoledì. Al Blah Blah si esibisce il duo Maryca-Alessandro.

Giovedì. Per il Due Laghi Jazz Festival ad Avigliana, è di scena il Lori Williams sextet. Allo Più Spazio 4 di piazza Paravia, suona il quartetto di Anna Coccoli.

Venerdì. Per Monfortinjazz all’auditorium Horszowski, è di scena Suzanne Vega. Al Circolino suona il Tokyorama Instabile Trio. Allo Ziggy si esibiscono gli Alltheniko +Maledicto.

Pier Luigi Fuggetta

Al via le iscrizioni ai corsi di recitazione della Gypsy Academy

Con lezioni anche in inglese e di combattimento scenico

Esiste un luogo a Torino capace di trasformare i talenti in erba in artisti di successo, e questo luogo si chiama la Gypsy Academy Torino, oggi Centro Universitario Internazionale dove si impara a recitare grazie ai professionisti più preparati di Torino e non solo.
In queste settimane la Gypsy ha dato avvio alle iscrizioni ai corsi per il prossimo anno, sia di tipo amatoriale, sia quelli di avviamento alla professione.
Tra i docenti spiccano nomi quali Mauro Stante, Eugenio Gradabosco, Andrea Caldi, Valentia Gabriele e Stefania Rosso.
La Gypsy, parlando di professionalità, dà l’opportunità di frequentare i corsi di recitazione in inglese con l’attore madrelingua John Firman e i corsi di combattimento scenico con Walter Perrone.
I corsi variano dalle due ore settimanali per quelli amatoriali alle cinque, otto ore settimanali per i percorsi di avviamento alla professione con l’eventuale integrazione del cinema e fino a 14 ore settimanali nel caso del Full Acting Intensive. Presto sono previsti dei laboratori di trucco scenico, cabaret e quanto concerne il mondo dello spettacolo.
Alcuni nomi usciti dalla Gypsy e che presto potrebbero avere degli eredi sono Aurora Ruffino, attrice esplosa in TV con “ Braccialetti rossi” con all’attivo quattro  film sul grande schermo e tredici serie TV come protagonista e coprotagonista; Valeria Perboni, attrice a Londra, i ragazzi di “Pov” serie RAI e Chiara Merulla, attrice nella “Legge di Lidia Poet”, Ruben La Malfa, protagonista di diversi film su grande schermo, il regista teatrale Teo Bungaro, la regista attrice Chiara Porcu, l’attrice teatrale Denise Ponzo, cle ha lavorato a fianco di Barbara Giorgi, ricevendo il riconoscimento da parte della compagnia di Dario Fo e Franca Rame; Giulia Colantonio, candidata al David di Donatello;  Valeria Bono, che ha interpretato Ornella Vanoni nella biopic su Califano.

Sede centrale della Gypsy Academy via Pagliani 25, Torino
Filiale via Canelli 57, Torino
Tel 0110968343
info@gipsymusical.com

MM