CULTURA E SPETTACOLI

Il Fringe Festival inaugura con un monologo sulla memoria collettiva

Tutte le cose più grandi di noi

 

Da oggi il Torino Fringe Festival apre il sipario sulla stagione 2026 con uno spettacolo capace di attraversare la memoria collettiva come una fotografia ritrovata in fondo a un cassetto: intenso, stratificato, profondamente generazionale. Un debutto che sceglie di partire non dal rumore del presente, ma da ciò che ci ha costruiti in silenzio. Tutte le cose più grandi di me, in scena al ) alle 21.30, sarà un monologo scritto e interpretato da Sofia Longhini è uno spettacolo che parte dall’infanzia per interrogare il presente e il modo in cui siamo diventati adulti quasi senza accorgercene.

Prodotto da Fraternal Compagnia APS, con allestimento scenico e luci di Lorenzo Fedi e Anna Chiara Capialbi, il lavoro attraversa una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: cosa accadeva nel mondo mentre noi crescevamo? Mentre guardavamo cartoni animati, mangiavamo gelati, sfogliavamo Cioè o inseguivamo il primo bacio, fuori dalle nostre camerette la storia continuava a muoversi, feroce e rapidissima, tra stragi, crisi, trasformazioni sociali e paure collettive. Il monologo prova allora a ricostruire quel cortocircuito tra microcosmo personale e grande storia. Non c’è nostalgia patinata, ma una riflessione generazionale che alterna tenerezza e vertigine. L’infanzia emerge come un territorio apparentemente protetto, mentre il mondo adulto si costruisce sullo sfondo quasi in silenzio, fino al momento in cui ci si ritrova improvvisamente “grandi”, senza sapere esattamente quando sia successo.

La scrittura scenica di Longhini sembra muoversi proprio in questo spazio sospeso: quello in cui i ricordi privati si intrecciano con la memoria pubblica. Caramelle, karaoke e riviste adolescenziali convivono con gli eventi traumatici che hanno attraversato gli ultimi decenni, creando un racconto emotivo e politico insieme.

Il percorso artistico di Sofia Longhini contribuisce a definire la stratificazione del progetto. Laureata in italianistica e diplomata come attrice alla Nico Pepe di Udine, si è formata tra teatro, danza e drammaturgia collaborando con realtà come Teatro Valdoca e Kepler-452. Nel 2024 ha inoltre vinto per l’Italia il bando europeo Theatre in Palm, lavorando a Cipro con il THOC di Nicosia. Un percorso che si riflette in una ricerca scenica attenta alla relazione tra intimità e contesto storico.

All’interno del Fringe torinese, Tutte le cose più grandi di me si inserisce perfettamente nel tema di questa edizione, dedicata alle trasformazioni contemporanee e ai modi in cui le persone abitano il proprio tempo. Non uno spettacolo “sull’infanzia”, dunque, ma sul momento preciso in cui ci si accorge che il mondo, nel frattempo, è andato avanti. E che forse siamo cresciuti inseguendolo.

Valeria Rombolà

Per Balletto Teatro di Torino “Studio sul fauno” e “White pages”

Mercoledì 20 maggio andranno in scena alla Lavanderia a Vapore

BTT_moves, la stagione e di danza contemporanea del Balletto Teatro di Torino, prosegue dal 7 maggio scorso per concludersi il 22 dicembre 2026, attraversando teatri, spazi di creazione e luoghi della cultura della Città Metropolitana di Torino, trasformandoli in un ecosistema vivo di pratiche, incontri e visioni.
Mercoledì 20 maggio, alle 21, negli Spazi della Lavanderia  a Vapore di Collegno, andrà in scena  una serata capace di connettere generazioni, linguaggi e formati.
Aprirà  la serata nel foyer della Lavanderia ‘Studio sul fauno’ di Roberto Zappalà con Samuel Arisci, un lavoro che trasporta il pubblico in una soglia poetica e simbolica, dove realtà, sogno e desiderio si confondono.
Allo stesso modo lo spazio in cui si esprime la danza, l’universo interiore del fauno, è  un mondo altro dove esclusione, corteggiamento e erotismo trovano il proprio spazio espressivo.
In palcoscenico la serata prosegue con il trittico ‘White Pages’ di Manfredi Perego, un progetto che si articola in tre capitoli diversi per durata e composizione, tutti accompagnati dalle musiche originali di Paolo Codognola e contraddistinto da una stessa intenzione poetica, il desiderio di condividere il percorso di ricerca che Perego conduce da oltre dieci anni.
In scena TIR Danza / MP. Ideograms  e Balletto Teatro di Torino mettono a confronto tre generazioni di performer, disegnando una grammatica plurale, dove l’identità diventa traiettoria. Il concetto del tempo è  esplorato in “Dedica al tempo” attraverso il corpo di Lucia Nicolussi, danzatrice e madre dell’artista.  Nella sezione centrale “Dedica al dinamismo” i quattro giovani danzatori  e danzatrici del Balletto di Torino, Bailey Kager, Ivo Santos, Noa Chatton e Noa Van Tichel, incarnano l’instabilità di una costante tensione verso l’ignoto. Con la danzatrice e compagna Chiara Montalbani il coreografo riscrive, a distanza di anni, dal solo “Grafiche nel silenzio” il nuovo lavoro intitolato “Dedica al silenzio”.
È possibile prenotare il proprio biglietto scrivendo a btt.moves@gmail.com, o chiamando ai numeri 0114730189 WhatsApp 3316139715 dalle 10 alle 17. È  anche possibile acquistare i biglietti direttamente a teatro , a partire da un’ora prima dello spettacolo.

Mara Martellotta

Amedeo Nazzari: tra storia e drammi

Non solo film “strappalacrime”…

Di Debora Bocchiardo

Amedeo Carlo Leone Buffa, che negli anni ’30 assumerà il nome d’arte Amedeo Nazzari, nasce a Cagliari il 10 dicembre 1907. Il padre, Salvatore, è proprietario di un pastificio e la madre, Argenide, è figlia di Amedeo Nazzari, presidente della Corte d’appello di Vicenza trasferito a Cagliari.

A soli sei anni, la morte improvvisa del padre obbliga la famiglia a trasferirsi a Roma. Qui, a scuola, dai salesiani, il piccolo Amedeo inizia a calcare il palcoscenico nelle recite o con le filodrammatiche, scoprendo da subito una grande passione e un notevole talento. Innamorato della recitazione, interromperà gli studi di ingegneria per dedicarsi completamente al teatro.

L’esordio da professionista avviene nel 1927, con la compagnia di Dillo Lombardi,  per poi passare negli anni successivi a compagnie più importanti come quelle di Annibale NinchiMemo Benassi e Marta Abba.

Nel 1935 viene notato da Elsa Merlini, che gli offre una parte nel film che sta per girare: Ginevra degli Almieri. La pellicola non avrà successo e Nazzari tornerà al teatro.

Sarà una grande attrice italiana a dare la svolta decisiva alla sua carriera. Anna Magnani, all’epoca sposata con il regista Goffredo Alessandrini, lo volle infatti in “Cavalleria”. È la svolta. Con la sua eleganza, la bellezza e il fascino della divisa, Nazzari diventa la principale attrazione del film.

La pellicola, presentata a Venezia alla Mostra del Cinema, sarà uno dei maggiori incassi del 1936.

Al divisa gli dona così tanto che nel 1938 lo accompagna anche nel suo secondo successoLuciano Serra pilotasempre con la regia di Alessandrini.

A questo punto Nazzari è ormai un volto noto, ma è nota anche la sua abitudine ad intervenire sulle scelte registiche o sul copione. Un aspetto caratteriale che gli procurerà la fama di attore scomodo, indocile e polemico.

Tuttavia il successo non tarda a arrivare e con esso gli ambiti riconoscimenti. Nel 1941, alla IX Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il conte Giuseppe Volpi di Misurata gli consegna la Coppa del Ministero della Cultura Popolare come migliore attore per il film Caravaggio, il pittore maledetto.

Nello stesso anno, La cena delle beffe, diretto da Alessandro Blasetti, lo consacra definitivamente come “divo” del cinema. Il film, un dramma in costume che si svolge nella Firenze dei Medici, resterà famoso anche per aver proposto  la prima scena di nudo femminile con un’inquadratura di pochi secondi col seno di Clara Calamai velatamente esposto.  Un frammento che causerà il divieto ai minori e la condanna delle autorità ecclesiastiche.   Di questa pellicola resta tuttavia famosa l’interpretazione intensa di Nazzari che passa alla storia con la celebre frase: «…e chi non beve con me, péste lo cólga!».

Dopo una serie di film minori interpretati durante il periodo bellico tra mille difficoltà, dal 1945 Amedeo Nazzari torna a pellicole di rilievo  con Un giorno nella vita di Alessandro Blasetti, in cui interpreta un capo partigiano, Il bandito, diretto da Alberto Lattuada con Anna Magnani come co-protagonista, e La figlia del capitano, tratto dal romanzo omonimo di Puškin e diretto da Mario Camerini.

La sua fama travalica i confini e in Spagna interpreta tre film per poi andare in Argentina dove rifiuta di interpretare un italiano corrotto e criminale. Evita Perón, scoperto il fatto, lo inviterà a restare comunque in Argentina per conoscere i numerosi immigrati italiani in quel Paese.

Il ritorno in Italia, nel 1949, è celebrato da una pellicola eccezionale: accanto all’emergente Silvana Mangano recita ne Il lupo della Sila.

Comincia così il lungo periodo di film tragici e sentimentali, “strappalacrime”, indissolubilmente legati alla figura di Amedeo Nazzari.

Nel 1949 recita, in Cateneaccanto all’attrice di origine greca Yvonne Sanson.

Un enorme successo di pubblico che aprirà un secondo fortunatissimo capitolo della sua carriera. Il melodramma popolare, già molto amato in Italia ai tempi del cinema muto, torna a far battere il cuore del grande pubblico.

Tutti interpretati accanto ad Yvonne Sanson, diretti da Raffaello Matarazzo e premiati da un enorme successo al botteghino, film come Tormento (1950), I figli di nessuno (1951), Chi è senza peccato… (1952), Torna! (1953), Pietà per chi cade (1954), L’angelo bianco (1955) o Malinconico autunno (1958) segnano un’epoca… e una generazione!

Parallelamente, Nazzari accetta anche ruoli più impegnativi come Processo alla città (1952) o Il brigante di Tacca del Lupo (1952), presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

La sua origine sarda viene orgogliosamente messa in risalto in Proibito (1955), mentre nel 1957 viene scelto da Federico Fellini per interpretare un breve “cameo”  in Le notti di Cabiria.

Sempre nel 1957 Nazzari sposa l’attrice italo greca Irene Genna, da cui un anno più tardi nascerà la figlia, Maria Evelina, futura attrice di teatro.

Gli anni sessanta riservano a Nazzari le prime delusioni dopo il grande successo.

Le grandi case di produzione scelgono Burt Luncaster per il ruolo del Principe Salina nel Gattopardo di Visconti e nel remake de La figlia del capitano, girato da Lattuada col titolo La tempesta, il personaggio di Pugacev, che un tempo era stato suo, viene assegnato a Van Heflin.

Da Hollywood arriva la proposta di girare un film con Marilyn Monroe, ma stavolta è lui che rifiuta. Nazzari non se la sente di recitare un inglese e di affrontare anche scene di canto e ballo. Nel 1968 ottiene invece una parte nel film La colonna di Traiano, una coproduzione italo-romena.

Nel frattempo in Italia si apre la stagione della commedia all’italiana, ma Nazzari si rifiuta di interpretare questo tipo di copioni che sente troppo lontani dal suo gusto personale.  È l’inizio del viale del tramonto. Da adesso in poi, al cinema, lo vedremo soltanto in piccoli ruoli o apparizioni in pellicole famose.

Tuttavia, la sua carriera gli riserva ancora qualche soddisfazione con quel mezzo straordinario che sta crescendo sempre più e che raggiunge le masse: la televisione.

Proprio per questo nuovo, variegato pubblico realizza un rifacimento della celebre La cena delle beffe e de La figlia del capitanoRestano anche celebri le sue partecipazioni a trasmissioni di grande successo quali Il MusichiereStudio Uno e Settevoci. Nel 1963 conduce Gran Premio, abbinato alla Lotteria Italia, e gira alcuni famosi caroselli in cui riprende la sua più celebre battuta : «… e chi non beve con me …».

Nel 1969 una retrospettiva dei suoi film riscuote grandissimo successo sulle reti  Rai e, nello stesso anno, Nazzari lavora alla miniserie televisiva La donna di cuori.

La sorte, purtroppo, si rivelerà impietosa verso questo splendido attore. A partire dagli anni settanta, una insufficienza renale lo tormenta, infatti, costringendolo a rinunciare ad alcune proposte di lavoro. Nel 1975, già molto provato e costretto a frequenti ricoveri, prende ancora parte ad un episodio della serie televisiva L’ispettore Derrick, intitolato L’uomo di Portofino, poi seguono solo brevissime partecipazioni.

Si spegnerà il 6 novembre 1979 a Roma, in clinica, e verrà sepolto, al cimitero monumentale del Verano col suo vero nome: Amedeo Buffa.

I sonnambuli e i ribelli

E’ possibile rilanciare il desiderio di giustizia sociale e libertà?

Libreria Feltrinelli
Piazza C.L.N. 251
Torino

Presentazione del libro
I sonnambuli e i ribelli.
Perché in Italia non c’è protesta sociale
di Ruggero D’Alessandro
(Meltemi Edizioni)

 

Torino è la città ideale con la sua tradizione storica di lotta radicata nel suo carattere industriale e nel ruolo centrale del suo movimento operaio e studentesco per parlare di desiderio di giustizia sociale e libertà. Dimentichiamo però i cliché della militanza: oggi la protesta si muove tra post, piazze fluide e identità precarie. È da qui che parte questo libro, dallo sguardo lucido e contemporaneo sulle ferite – sempre più visibili – della società italiana. Lo scrittore sociologo Ruggero D’Alessandro costruisce una riflessione critica sulle trasformazioni del presente, analizzando le dinamiche economiche, politiche e sociali che hanno progressivamente indebolito la protesta e la partecipazione collettiva. Con un linguaggio – accessibile ma denso – l’autore mostra con chiarezza i temi cruciali: le disuguaglianze crescenti, la crisi della rappresentanza politica, il rapporto, sempre più ambiguo, tra capitalismo e democrazia. Rispetto al Sessantotto, è vero: i movimenti di oggi sembrano più inclusivi, forse, capaci forse di parlare a tutti. Ma come? Qualcosa si è incrinato. Il legame con i partiti si è fatto distante, quasi ostile. La politica istituzionale ha perso credibilità — lasciando spazio alla sfiducia diffusa e a all’un’astensione elettorale sempre più marcata. E allora la domanda resta sospesa, urgente: che futuro hanno i movimenti? La risposta, suggerisce il libro, sta nella loro capacità di evolversi. Le tecnologie continueranno a essere strumenti potentissimi di mobilitazione immediata, ma non basteranno. Serviranno nuove architetture della partecipazione: reti stabili, associazioni, circoli, centri sociali, comunità, capaci di connettere realtà diverse, luoghi dove tornare a incontrarsi, a discutere, a decidere. Perché, anche nell’era digitale, la politica ha ancora bisogno di spazi corpi e visioni condivise perché giustizia sociale e libertà continuino a non essere solo un obiettivo e un paradigma di riferimento. Ma diventino finalmente reali. E Torino con il suo tessuto urbano e sociale, con la presenza di università e centri culturali continua a essere un ambiente favorevole per facilitare l’organizzazione collettiva.

Dettagli dell’evento:
• Data: 5 giugno
• Orario: 18:00 – 19:30
Luogo: Libreria Feltrinelli
Piazza C.L.N. 25 – Torino

Durante la presentazione l’autore dialogherà con i presenti, approfondendo i temi del libro e rispondendo alle domande del pubblico.

Ingresso libero fino a esaurimento posti.

Per ulteriori informazioni: Meltemi Editore – www.meltemieditore.it

Marilina Di Cataldo presenta “A ognuno il suo ordine”

Mercoledì 20 maggio, presso la biblioteca Villa Amoretti, alle 17.30

Mercoledì 20 maggio, alle ore 17.30, presso la biblioteca Villa Amoretti, situata all’interno del magico parco Rignon, a Torino, Stefania Marengo, dirigente delle Biblioteche Civiche Torinesi, presenta insieme all’autrice Marilina Di Cataldo il volume “A ognuno il suo ordine”, pubblicato da Paola Caramella Editrice.

Tematiche centrali del libro sono l’abitare, il benessere e la qualità della vita, una visione capace di superare modelli estetici e soluzioni preconfezionate, in grado di restituire all’ordine la sua dimensione più autentica e personale. Il volume nasce dall’incontro tra i due ambiti professionali di cui si occupa l’autrice: l’ufficio stampa e il Professional Organising, disciplina che si occupa di accompagnare le persone nei processi di organizzazione degli spazi, del tempo e delle abitudini con un approccio pratico ma anche profondamente umano. Si tratta di un doppio sguardo che coniuga il conferire forma e chiarezza ai contenuti, dote propria della comunicazione, a una solida esperienza sul campo dell’organizzazione e dei percorsi di cambiamento della vita quotidiana.

Il libro si rivolge a chi si occupa della casa, propria o altrui, dei modi di vivere e del lifestyle, a chi attraversa momenti di transizione come un trasloco, una separazione, la nascita di un figlio o un lutto, e sente di dover ridefinire un equilibrio quotidiano. Alla dimensione pratica e di riflessione, Marilina Di Cataldo affianca, allo scopo di fornire stimoli per una lettura simbolica dei temi dell’ordine e del disordine i riferimenti provenienti dal mondo della letteratura. Sono presenti nel volume citazioni da Lidia Ravera a Orhan Pamuk e dell’arte, da Alighiero Boetti a Jackson Pollock.

“A ognuno il suo ordine” non si può considerare un manuale, non propone schemi rigidi o soluzioni valide indistintamente per tutti, ma invita a porsi domande e osservare le proprie abitudini, costruendo un ordine su misura e sostenibile nel tempo. Si tratta di un percorso di riflessione e accompagnamento in cui lettori e lettrici possono riconoscersi e trovare spunti concreti per iniziare un percorso graduale e duraturo per il futuro.

“Di Cataldo è un’archeologa del quotidiano – spiega l’autrice della prefazione del libro, Chiara Tagliaferri – con la lente di ingrandimento puntata sui gesti nascosti all’interno delle case, nei cassetti, nelle pieghe del tempo. Mi piace pensare che abbia imparato a farlo studiando l’arte da vicino. La storica dell’arte sa che l’ordine è una narrazione, e che ogni opera necessita del suo respiro. Il vuoto intorno non è uno spazio sprecato, ma una condizione fondamentale affinché un quadro o un oggetto possano dire la verità. Per questo motivo Marilina Di Cataldo afferma ‘ogni spazio parla’”.

Marilina Di Cataldo – “A ognuno il suo ordine” – prefazione di Chiara Tagliaferri – Pagine 184 – 18 euro – Paola Caramella Editrice

Mara Martellotta

Meraviglia. Viaggio nell’arte di Ezio Gribaudo

La ragazza fantasma e il confine sottile tra vita e morte

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono libri per ragazzi che si limitano a raccontare un’avventura. E poi ci sono storie che riescono a fare qualcosa di più difficile: parlare della paura, della crescita e persino della morte con il linguaggio del mistero e della fantasia. La saga de Gli Invisibili di Giovanni Del Ponte appartiene decisamente a questa seconda categoria.
Anche in questo volume ritroviamo la celebre squadra degli Invisibili: Douglas, Crystal, Peter e Magica, adolescenti diversissimi tra loro ma uniti da un legame profondo e da esperienze al confine tra il reale e il soprannaturale. Stavolta tutto prende avvio da Douglas e dai suoi misteriosi “poteri di porta”, che lo conducono oltre la soglia tra la vita e la morte. È lì che incontra Nancy, una ragazza che non ricorda cosa le sia accaduto e che scoprirà, poco alla volta, di essere morta.
Da questo momento il romanzo si trasforma in un viaggio inquietante e affascinante, in cui gli Invisibili dovranno affrontare Testa di Morto, presenza oscura e terrificante che incarna paure profonde e ancestrali. E proprio qui emerge uno degli aspetti più interessanti della scrittura di Del Ponte: la capacità di utilizzare elementi horror e paranormali non come semplice espediente narrativo, ma come metafora delle inquietudini adolescenziali. Crescere significa attraversare territori sconosciuti, confrontarsi con il dolore, con la perdita, con il senso di smarrimento. Gli Invisibili combattono mostri, ma in fondo combattono anche le fragilità della loro età.
L’autore costruisce una narrazione dal ritmo cinematografico, ricca di colpi di scena e atmosfere cupe, ma sempre alleggerita da momenti ironici e da dinamiche di amicizia autentiche. I protagonisti sembrano quasi una squadra di giovani supereroi: Peter è la mente razionale e strategica, Douglas l’impulsivo pronto a rischiare tutto, Crystal lotta con i propri poteri psichici, mentre Magica osserva da lontano ma continua a rappresentare un punto emotivo fondamentale per il gruppo.
Interessante anche il modo in cui Del Ponte intreccia suggestioni provenienti da mondi diversi: dalla narrativa fantastica ai fumetti, dal cinema horror ai classici romanzi d’avventura per ragazzi. Nelle atmosfere della saga si percepiscono echi di Stephen King, Neil Gaiman e dei grandi romanzi di formazione, ma il risultato mantiene comunque una forte identità personale.
Uno degli aspetti più riusciti della serie è proprio la sua capacità di parlare a pubblici differenti. Pur essendo pensata per giovani lettori, la saga riesce a coinvolgere anche gli adulti grazie ai temi affrontati e alla profondità emotiva che si nasconde dietro l’avventura. Non mancano infatti riflessioni sul bullismo, sul rapporto con i genitori, sulla solitudine e sulla difficoltà di trovare il proprio posto nel mondo.
Torinese, Giovanni Del Ponte è da anni una delle voci più interessanti della narrativa italiana per ragazzi. Nei suoi libri il mistero non è mai fine a sé stesso: diventa uno strumento per esplorare emozioni profonde e per accompagnare il lettore in quel territorio fragile e complicato che separa l’infanzia dall’età adulta. Ed è forse proprio questo il segreto della forza degli Invisibili: ricordarci che le paure, quando vengono condivise, fanno un po’ meno paura.
MARZIA ESTINI

La poetica del segno

Dal 22 al 29 maggio la galleria Ad Maiora Art apre le porte a “La Poetica del segno”, nuova mostra collettiva ideata dall’artista materico internazionale Alessio Torzi. Un progetto espositivo che punta a valorizzare il dialogo tra stili, tecniche e visioni differenti del panorama figurativo contemporaneo.
Tra gli artisti già confermati figurano Valerio Esposito, Susanna Dore, Janna Polienko, Silvana Tittoni, Chiara Puddu, Monica Puddu e Carola Nicola, ma la rassegna potrebbe arricchirsi ulteriormente con nuove partecipazioni nei prossimi giorni.
A rendere ancora più riconoscibile l’identità della mostra è l’immagine di copertina firmata da Davide Laiolo, anch’egli presente in esposizione. Il suo linguaggio visivo, vicino all’estetica del fumetto italiano, riflette la direzione strategica curata dal regista Andrea De Benedictis, orientata verso una contaminazione di codici artistici contemporanei e non convenzionali.
La mostra sarà visitabile con ingresso libero presso la sede di via Santa Maria 4/c.

Enzo Grassano

Al Museo MIIT incontri con gli autori Miki Degni e Dino Aloi

Martedì 19 maggio, alle ore 17 e alle ore 18 si terranno due incontri letterari al Museo MIIT di corso Cairoli 4, coordinati dal direttore del Museo, Guido Folco. Il primo, alle ore 17, sarà in programma l’incontro con l’autore Miki Degni, in occasione della pubblicazione del volume “Il vino dipinto”, in collaborazione con Ronca Editore. Il libro tratta di vino e arte tra storia, tradizioni e cultura, saperi e sapori di terra e d’autunno.

Alle ore 18, sempre al MIIT e moderata da Guido Folco, avverrà la presentazione del libro dell’autore e editore Dino Aloi, dal titolo “Sorridere dopo gli anni bui. L’esplosione dei giornalisti satirici in Italia dal ’43 al ‘49”, in collaborazione con Il Pennino. Il volume è dedicato all’arte satirica in Italia tra il 1943 e 1949, periodo in cui avvengono importanti pubblicazioni di fogli, volumi e riviste incentrate sui temi della società e della storia di quel periodo per raccontare e disegnare una realtà spesso scottante e molte volte taciuta, sfidando così il comune sentire dell’epoca.

Info: info@italiaarte.it – www.museomiit.it

Mara Martellotta