CULTURA E SPETTACOLI

Enjoybook, Beatrice Venezi per “Voci fuori dal coro”

L’incontro con Beatrice Venezi sarà arricchito dalla presenza dell’avvocato Anna Maria Bernardini De Pace e dal produttore Cesare Rascel

La splendida cornice del teatro Juvarra, a Torino, ospiterà giovedì 12 febbraio, alle ore 20.15, la seconda serata di “Voci fuori dal coro”, ciclo di sette appuntamenti organizzati da Enjoybook, che avrà come ospite il direttore d’orchestra Beatrice Venezi, che si racconterà al pubblico in un’atmosfera informale e coinvolgente, nel corso di una serata conviviale che non sarà soltanto ricca di emozioni, testimonianze e racconti autobiografici, ma costituirà anche un momento per gustare insieme un aperitivo accompagnato da un calice di bollicine. L’incontro con Beatrice Venezi sarà arricchito dalla presenza dell’avvocato Anna Maria Bernardini De Pace e dal produttore Cesare Rascel, figlio del noto attore e cantante Renato. Sarà un’occasione per conoscere meglio i protagonisti della serata in un contesto libero, dove la musica dal vivo creerà suggestioni e spunti per narrazioni personali, dalle passioni alle scelte di vita, dalle cadute alle rinascite, nella dimensione più autentica e senza filtri degli ospiti che si aprono a un confronto in un laboratorio di pensiero e sensibilità. Nel corso della serata, la band allieterà il pubblico con musica dal vivo in un viaggio coinvolgente tra le note, apprezzando il sottofondo musicale con il catering a disposizione.

Questa rassegna culturale rappresenta un format innovativo, capace di rompere le convenzioni tradizionali e di trasformare ogni serata in un’esperienza viva e partecipata. Qui il pubblico è parte integrante di ciò che accade, dialoga, si confronta, contribuisce a creare l’atmosfera.

Biglietti acquistabili al costo di 33 euro, di cui 3 euro devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo. È inoltre possibile acquistare il carnet a prezzo ridotto, e per i possessori della Rinascente Card usufruire di una promo. Informazioni e vendita al link

https://www.mailticket.it/evento/50972/voci-fuori-dal-coro

Mara Martellotta

Claudia Biamonti: “La cicatrice”. Un viaggio introspettivo

Venerdì 13 febbraio alle ore 18,30, in Galleria Marco Polo, corso Vittorio Emanuele II, 86 (int. Cortile) Massimo Tallone presenta LA CICATRICE opera prima di Claudia Biamonti. Un viaggio introspettivo dove, attraverso lo sfondo della malattia, viene raccontata una vicenda dai tratti noir con taluni personaggi reali ed altri immaginari. Con forti pennellate di speranza.

La protagonista sta andando a Bologna. Ha deciso di prendersi una parentesi di svago per allontanare un poco la pressione della vita torinese, il lavoro, la famiglia, la malattia, la diagnosi. Lì, ha un appuntamento con qualcosa, con qualcuno, con una parte di sé… Come fosse un voto fatto in precedenza, o un allenamento per una gara, si impegna a scalare più volte i quasi cinquecento gradini della Torre degli Asinelli, mentre i primi giorni scorrono, fra incontri inattesi, come quello con il medico che l’ha curata tempo prima. La protagonista scoprirà che il dramma psicologico si è ramificato, a sua insaputa, in una vicenda dai tratti criminali, nella quale si sono intrecciate vischiosità umana e fango dei sentimenti, brame di malaffare e ambiguità di relazioni”.

 

Claudia Biamonti nasce e cresce nell’estremo Ponente ligure. Vive e lavora a Torino. Laureata in Psicologia Clinica e di Comunità insegna nella scuola primaria.

gianmazz

I segreti della Gran Madre

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Torino, bellezza, magia e mistero

Torino città magica per definizione, malinconica e misteriosa, cosa nasconde dietro le fitte nebbie che si alzano dal fiume? Spiriti e fantasmi si aggirano per le vie, complici della notte e del plenilunio, malvagi satanassi si occultano sotto terra, là dove il rumore degli scarichi fognari può celare i fracassi degli inferi. Cara Torino, città di millimetrici equilibri, se si presta attenzione, si può udire il doppio battito dei tuoi due cuori.

Articolo1: Torino geograficamente magica
Articolo2: Le mitiche origini di Augusta Taurinorum
Articolo3: I segreti della Gran Madre
Articolo4: La meridiana che non segna l’ora
Articolo5: Alla ricerca delle Grotte Alchemiche
Articolo6: Dove si trova ël Barabiciu?
Articolo7: Chi vi sarebbe piaciuto incontrare a Torino?
Articolo8: Gli enigmi di Gustavo Roll
Articolo9: Osservati da più dimensioni: spiriti e guardiani di soglia
Articolo10: Torino dei miracoli

Articolo 3: I segreti della Gran Madre

La città di Torino è tutta magica, ma ci sono dei punti più straordinari di altri, uno di questi è la chiesa della Gran Madre di Dio, o per i Torinesi, ël gasometro. La particolarità del luogo è già nel nome, è, infatti, una delle poche chiese in Italia intitolate alla Grande Madre. L’edificio, proprietà comunale della città, venne eretto per volontà dei Decurioni a scopo di rendere onore al re Vittorio Emanuele I di Savoia che il 20 maggio 1814 rientrò in Torino dal ponte della Gran Madre (la chiesa sarebbe stata edificata proprio per celebrare l’evento), fra ali di folla festante. Massimo D’Azeglio assistette all’evento in Piazza Castello. Il dominio francese era finito e tornavano gli antichi sovrani. Il passaggio del Piemonte all’impero francese aveva implicato una profonda trasformazione di Torino: il Codice napoleonico trasformò il sistema giuridico, abolì ogni distinzione e i privilegi che in precedenza avevano avvantaggiato la nobiltà, la nuova legislazione napoleonica legalizzò il divorzio, abolì la primogenitura, introdusse norme commerciali moderne, cancellò i dazi doganali. La spinta modernizzatrice avviata da Napoleone con il Codice civile fu di grande impatto e le nuove norme commerciali furono fatte rispettare dalla polizia napoleonica con un controllo sociale nella nostra città senza precedenti. Tuttavia il carattere autoritario delle riforme napoleoniche relegava i Torinesi a semplici esecutori passivi di ordini imposti dall’alto e accrebbe il malcontento di una economia in difficoltà. Quando poi terminò la dominazione francese non vi fu grande entusiasmo, né vi fu esultanza per l’arrivo degli Austriaci. L’8 maggio 1814 le truppe austriache guidate dal generale Ferdinand von Bubna-Littitz entrarono in città, e prontamente rientrò dal suo esilio in Sardegna il re Vittorio Emanuele I, il 20 maggio dello stesso anno. Il re subito volle un immediato ritorno al passato, ossia all’epoca precedente il 1789, abrogando tutte le leggi e le norme introdotte dai Francesi. Il nuovo regime eliminò d’un tratto il principio di uguaglianza davanti alla legge, il matrimonio civile e il divorzio, e reintrodusse il sistema patriarcale della famiglia, le restrizioni civili riservate a ebrei e valdesi e restituì alla Chiesa cattolica il suo ruolo centrale nella società. Il 20 maggio 1814 fu recitato un Te Deum nel Duomo di Torino per celebrare il ritorno del re, che si fermò a venerare la Sacra Sindone. L’autorità municipale festeggiò il ritorno dei Savoia costruendo una chiesa dedicata alla Vergine Maria nel punto in cui il re aveva attraversato il Po al suo rientro in città. A riprova di ciò sul timpano del pronao si legge l’epigrafe “ORDO POPVLVSQVE TAVRINVS OB ADVENTVM REGIS”, (“L’autorità e il popolo di Torino per l’arrivo del re”) coniata dal latinista Michele Provana del Sabbione.

La chiesa, di evidente stampo neoclassico, venne edificata nella piazza dell’antico borgo Po su progetto dell’architetto torinese Ferdinando Bonsignore; iniziato nel 1818, il Pantheon subalpino venne ultimato solo nel 1831, sotto re Carlo Alberto. L’edificio ubbidiva all’idea di una lunga fuga prospettica che doveva collegare la piazza centrale della città, Piazza Castello, alla collina. La chiesa è posta in posizione rialzata rispetto al livello stradale, e una lunga scalinata porta all’ingresso principale. Al termine della scalinata vi è un grande pronao esastilo costituito da sei colonne frontali dotate di capitelli corinzi. All’interno del pronao vi sono ai lati altre colonne, affiancate da tre pilastri addossati alle pareti. Eretta su un asse ovest-est, con ingresso a occidente e altare a oriente, essa presenta orientazioni astronomiche non casuali: a mezzogiorno del solstizio d’inverno, il sole illumina perfettamente il vertice del timpano visibile dalla scalinata d’ingresso. Il timpano, sul frontone, è scolpito con un bassorilievo in marmo risalente al 1827, eseguito da Francesco Somaini di Maroggia, (1795-1855) e raffigura la Vergine con il Bambino omaggiata dai Decurioni torinesi. Ai lati del portale d’ingresso sono visibili due nicchie, all’interno delle quali si trovano i santi San Marco Evangelista, a destra, e San Carlo Borromeo, a sinistra. Fanno parte dell’edificio due imponenti gruppi statuari, allegorie della Fede e della Religione, entrambi eseguiti dallo scultore carrarese Carlo Chelli nel 1828. Sulla sinistra si erge la Fede, rappresentata da una donna seduta, in posizione austera, con il viso serio, sulle ginocchia poggia un libro aperto che tiene con la mano destra, con l’altra, invece, innalza un calice verso il cielo. Spunta in basso alla sua destra un putto alato, che sembra rivolgersi a lei con la mano sinistra, mentre nella destra tiene stretto un bastone. Dall’altro lato si trova la Religione, raffigurata come una matrona imperturbabile e regale: stringe con la mano destra una croce latina e sta seduta mentre guarda fissa l’orizzonte, incurante del giovane che la sta invocando porgendole due tavole di pietra bianca. I capelli sono ricci, e sulla fronte, lasciata scoperta dal manto, vi è una sorta di copricapo, come una corona, su cui compare un simbolo: un triangolo dal quale si dipartono raggi. Spesso, con un occhio al centro del triangolo, il simbolismo è usato in ambito cristiano per indicare l’occhio trinitario di Dio, il cui sguardo si dirama in ogni direzione, ma anche in massoneria è un importante distintivo iniziatico. Perfettamente centrale, ai piedi della scalinata, è l’imponente statua di quasi dieci metri raffigurante Vittorio Emanuele I di Savoia. La torre campanaria, munita di orologio, venne costruita sui tetti dell’edificio che si trova a destra della chiesa nel 1830, in stile neobarocco.

Entrando nella chiesa ci si ritrova in un ampio spazio tondeggiante e sobrio, c’è un’unica navata a pianta circolare, l’altare maggiore, come già indicato, è posto a oriente, all’interno di un’abside semicircolare provvista di colonne in porfido rosso. Numerose sono le statue che qui si possono ammirare, ma su tutte spicca la figura marmorea della Gran Madre di Dio con Bambino, posta dietro l’altare maggiore, il cui misticismo è incrementato dalla presenza di raggi dorati che tutta la circondano. Nelle nicchie ai lati, in basso, vi sono alcune statue simboliche per la città e per i committenti della chiesa, cioè i Savoia. Oltre a San Giovanni Battista, il patrono della città, anch’egli con una grande croce nella mano sinistra, S. Maurizio, il santo prediletto dei Savoia, Beata Margherita di Savoia e il Beato Amedeo di Savoia. La cupola, considerata un capolavoro neoclassico piemontese, sovrasta l’edificio ed è costituita da cinque ordini di lacunari ottagonali di misura decrescente. La struttura è in calcestruzzo e termina con un oculo rotondo, da cui entra la luce, del diametro di circa tre metri. Sotto la chiesa si trova il sacrario dei Caduti della Grande Guerra, inaugurato il 25 ottobre 1932 alla presenza di Benito Mussolini. La bellezza architettonica dell’edificio nasconde dei segreti tra i suoi marmi. Secondo gli occultisti, la Gran Madre è un luogo di grande forza ancestrale, anche perché pare sorgere sulle fondamenta di un antico tempio dedicato alla dea Iside, divinità egizia legata alla fertilità, anche conosciuta con l’appellativo “Grande Madre”. Iside è l’archetipo della compagna devota, per sempre fedele a Osiride, simbolo della consapevolezza del potere femminile e del misticismo, il suo ventre veniva simboleggiato dalle campane, lo stesso simbolo di Sant’Agata. Si è detto che Torino è città magica e complessa, metà positiva e metà maligna, tutta giocata su delicati equilibri di opposti che sanno bilanciarsi, tra cui anche il binomio maschio-femmina. Questo aspetto è evidenziato anche dalla contrapposizione tra il Po e la Dora che, visti in chiave esoterica, rappresentano rispettivamente il Sole, componente maschile, e la Luna, componente femminile. I due fiumi, incrociandosi, generano uno sprigionamento di forte energia. Altri luoghi prettamente maschili sono il Valentino e il Borgo Medievale, che sorgono lungo il Po e sono anche simboli di forza; ad essi si contrappone la zona del cimitero monumentale, in prossimità della Dora, legata alla sfera notturna e femminile. L’importanza esoterica dell’edificio non termina qui, ci sono alcuni che sostengono ci sia un richiamo alle tradizioni celtiche con evidente allusione a un ordine taurino nascosto tra le parole della dedica: se leggiamo l’iscrizione a parole alterne resta infatti la dicitura: Ordo Taurinus. Ma il più grande mistero che in questa chiesa si cela è tutto contenuto nella statua della Fede. Secondo gli esoteristi, la donna scolpita in realtà sorreggerebbe non un calice qualunque ma il Santo Graal, la reliquia più ricercata della Cristianità, e con il suo sguardo indicherebbe il luogo preciso in cui esso è nascosto. Allora basta capire dove guarda la marmorea giovane -secondo alcuni la stessa Madonna – e il gioco è fatto! Sì, peccato che chi ha scolpito il viso si sia “dimenticato” di incidervi le pupille, così da rendere l’espressione della figura imperscrutabile, e il Graal introvabile. Se non per chi sa già dove si trovi.

Alessia Cagnotto

Musei: Alessandria città delle biciclette

Il museo Alessandria Città delle Biciclette (ACdB), al terzo piano di Palazzo del Monferrato, è un omaggio al ruolo primario che la città e la provincia di Alessandria hanno saputo svolgere per un lungo cinquantennio, nell’età eroica del ciclismo che abbraccia i primi anni dell’unità nazionale e arriva fino al primo conflitto mondiale

Leggi l’articolo su piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/cultura/musei/acdb-%E2%80%93-alessandria-citt%C3%A0-delle-biciclette

Foto G. Annone

Vite di cronisti che hanno incrociato la storia

Teatro Concordia

Giovedì 12 febbraio, ore 21

 

Francesco Repice

Ci vediamo alla radio

Vite di cronisti che hanno incrociato la storia

 

 

Lo sport e la radio sono fatti l’uno per l’altro. Se il racconto televisivo è corale, la radiocronaca è per voce sola, come soli sono i campioni delle imprese sportive da raccontare, far vivere, far sentire agli ascoltatori. “L’essenziale è invisibile agli occhi”, come dice il Piccolo Principe, ma non ai piccoli grandi principi della voce via radio, destinati a rimanere per sempre nella scatola delle meraviglie della memoria.

Francesco Repice, storico cronista di Radio Rai, apre quella scatola delle meraviglie e accompagna gli spettatori in cinquant’anni di momenti indimenticabili in un intreccio tra musica e parole, immagini ed emozioni. Una galleria di eroi della radio, voci assolute e ribelli, capaci di trasmettere il potere della parola, il suo epos solitario. Sandro Ciotti, Bruno Gentili, Francesco Rosi, Bruno Pizzul, Victor Hugo Morales, Giampiero Galeazzi e molti altri. Amici, amici degli amici, maestri incontrati da Repice lungo la propria strada.

Lo spettacolo sfoglia le più gloriose pagine dello sport italiano arricchite di aneddoti unici; un album dei ricordi non esclusivamente sportivi che hanno segnato la storia di tutti. Se sono diventati momenti indelebili lo si deve alle voci che hanno dato appuntamento nel silenzio delle albe, delle notti, delle domeniche pomeriggio.

Info

Teatro della Concordia, corso Puccini, Venaria Reale (TO)

Giovedì 12 febbraio 2026, ore 21

Ci vediamo alla radio

Di e con Francesco Repice

Produzione Artespettacolo

Biglietti: intero 20 euro

www.teatrodellaconcordia.it

011 4241124 – info@teatrodellaconcordia.it

 

Unione Musicale, Ensemble Armoniosa eseguirà musiche di Vivaldi

All’Unione Musicale il quarto concerto della serie ‘L’altro suono’, in  cartellone per lunedì 16 febbraio alle ore 20, si terrà eccezionalmente presso il Conservatorio Giuseppe Verdi, e non al teatro Vittoria come di consueto, per ospitare tutti coloro che vorranno celebrare  insieme all’Unione Musicale il 50esimo anniversario del metodo Suzuki in Italia, il sistema di educazione musicale in età precoce ideato dal giapponese Sinichi Suzuki, che ha formato generazioni di musicisti in tutto il mondo.
Per l’occasione si esibirà l’ensemble Armoniosa, formato da musicisti che in prima persona hanno beneficiato del metodo Suzuki per la loro formazione musicale.

“Il metodo Suzuki ha avuto un ruolo fondamentale nel nostro percorso, perché ci ha insegnato fin da subito che la musica è anzitutto ascolto e condivisione, prima ancora che tecnica o teoria. Crescere con questo approccio ci ha permesso di sviluppare uan sensibilità musicale naturale, una curiosità autentica e la gioia di fare musica insieme. Festeggiare i cinquanta anni del metodo Suzuki  in Italia con questo concerto risulta particolarmente significativo per noi perché rappresenta un’occasione per riconoscere quanto quell’approccio abbia segnato il nostro percorso artistico e quanto continui a rappresentare un modello prezioso per chi oggi inizia a imparare la musica”.
L’Ensemble Armoniosa è  nata quattordici anni fa nel contesto dell’Istituto Diocesano Liturgico-Musicale di Asti ed è diventato un punto di riferimento internazionale per la musica barocca.
Il gruppo è formato di soli cinque membri, il violinista Francesco Cerrato, i violoncellisti Stefano Cerrato e Marco Demaria, il clavicembalista Michele Bianchi  e l’organista Daniele Ferretti, che affrontano con maestria anche brani scritti per orchestra.

“Dal punto di vista interpretativo – raccontano i musicisti  – questa configurazione a cinque comporta sfide importanti, ogni parte è estremamente esposta e richiede una forte consapevolezza stilistica, un ascolto costante, un equilibrio molto raffinato. Contemporaneamente, però, proprio questa struttura offre una grande libertà espressiva e una straordinaria versatilità, permettendo di affrontare il repertorio barocco con una voce personale, coerente e al tempo stesso sorprendentemente ricca sul piano sonoro”.
Il concerto  è  dedicato all’arte di Vivaldi, a partire dalle celebri Stagioni, che saranno eseguite in prima assoluta  nella trascrizione appositamente creata dal maestro Barchi.

“Questa trascrizione – spiegano i musicisti dell’Ensemble – permette di esplorare nuove sfumature dinamiche e timbriche, accentuando il carattere teatrale  e quasi sperimentale  delle Stagioni, e rendendo ancora più evidente l’incredibile modernità  del linguaggio di Vivaldi. Per noi è un modo di aprire il concerto con un’opera iconica, offrendo al pubblic  una chiave di ascolto inedita, ma coerente con la nostra identità  e con la ricerca che da sempre  accompagna il lavoro di Armoniosa”.
Il programma torinese sarà completato dalla Sonata KV 47, dal Concerto N. 1 RV 383 a e dalla Sonata “La follia”, rimodellato seguendo una prassi tipica dell’età barocca che concepiva la musica come un organismo vivente, capace di adattarsi alle esigenze contigenti.

Mara Martellotta

Al teatro Colosseo Ranucci nel “Diario di un trapezista”

Sigfrido Ranucci, il giornalista RAI noto per le sue inchieste, approda al teatro Colosseo di Torino lunedì 9 febbraio per dar vita ad un racconto personale e intenso. Si tratta dello spettacolo “Diario di un trapezista”, che svela il lato più umano, fragile e segreto di un percorso professionale costruito su scelte prese spesso in pochi secondi, capaci di segnare una vita.
La scelta del titolo deriva da un suggerimento che Ranucci ebbe da Roberto Morrione, collega giornalista scomparso nel 2011 e fondatore di RAI News 24. “Se si diventa obiettivo di qualcuno bisogna passare al trapezio successivo perché in questo modo è  più complicato acchiapparti”, affermava Morrione.

Attraverso una narrazione diretta e coinvolgente al tempo stesso, Ranucci ripercorre storie e incontri decisivi che hanno accompagnato la realizzazione di alcune delle sue inchieste più importanti. Ed è così che emerge l’importanza di alcune persone rimaste nell’ombra, ma fondamentali, figure sorprendenti che hanno contribuito con le loro azioni a cambiare il corso degli eventi, da un tassista a un vagabondo, da una bodyguard a una vicepreside, da un rapinatore a una professoressa, tutti frammenti di un’umanità che diventano chiavi di lettura per comprendere i rischi e la responsabilità nel raccontare la verità.
Il ‘Diario di un trapezista’ rappresenta un viaggio tra giornalismo, memoria e coscienza civile, oltre che una riflessione sul destino, sulle scelte fatte e su quelle mancate, sull’eredità invisibile che ogni incontro lascia dentro di noi.
A questo racconto il teatro è  capace di dare uno spazio di condivisione e consapevolezza.

Mara Martellotta

Beato Angelico e Bartholomeus Spranger, due “Giudizi” a confronto

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Sino al 3 maggio, nello Spazio Scoperte della Sabauda

È tornata a casa “La Madonna dell’Umiltà” – sino allo scorso 25 gennaio posta in quell’ampio quanto bellissimo, pressoché completo, percorso artistico che è stata la mostra fiorentina intorno alla figura del Beato Angelico, 140 opere suddivise tra il porticato e i corridoi e le celle del Convento di San Marco e le sale di palazzo Strozzi, provenienze italiane ed estere in un numero che s’aggirava intorno alla settantina, prenotazioni e pur interminabili code anche negli ultimi giorni, un successo più che affermativo che ha visto centomila presenze nel primo luogo e 250mila nel secondo -, è tornata nelle sale della Sabauda a fare un tutto a sé, allineata a due piccoli “Angeli” – forse parti di un precedente polittico, belli nella delicatezza dei visi, chiusi nel blu intenso delle vesti, impreziositi dai motivi in oro sulle ali e sulle aureole -, a lato di un confronto che vede da un lato “Il giudizio universale” del frate del Mugello (nacque nel 1395 Guido di Piero ed entrò nell’ordine domenicano prendendo il nome di Fra Giovanni da Fiesole, fece importante quella che divenne la sua abitazione con le tante scene di devozione e di contemplazione, un invito alla preghiera per sé e per i confratelli, non ultimo il Savonarola, scese a lavorare nella Roma di Nicolò V, alla morte venne sepolto in Santa Maria sopra Minerva: divenne per tutti e nella storia il Beato Angelico e il Vasari ebbe a definirlo “umilissimo e modesto” mentre, a pochi anni dalla morte, fra Domenico di Giovanni coniava per lui il titolo di “angelicus pictor”) e l’egual titolo di Bartholomeus Spranger (nacque ad Anversa nel 1546, fu uno dei principali protagonisti del tardo Manierismo internazionale, chiamato nelle più importanti corti d’Europa per il suo stile elegante e ricercato, poco più che ventenne giunse in Italia, a Milano a Parma a Roma, dove entrò nella cerchia del cardinale Alessandro Farnese, a partire dal 1575 passò a seguito di una calda raccomandazione del Giambologna alle corti di Vienna e Praga, dove fu attivo per l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, sino alla morte avvenuta nel 1611).

Per la mostra “Beato Angelico negli occhi di Bartholomeus Spranger. Giudizi Universali a confronto” (sino al 3 maggio nello Spazio Scoperte della Galleria Sabauda) l’opera dell’angelicus è un prezioso prestito della Direzione regionale Musei nazionali Toscana, tassello di quelle relazioni culturali e degli scambi che dovrebbero sempre essere l’intelaiatura collaborativa del Sistema museale nazionale del Ministero della Cultura. Questa occasione segna la dimostrazione di come tra istituzioni si possa fare rete, come agli occhi del pubblico siano importanti e altresì doverosi questi passaggi, che rendono le mostre “imperdibili” (lo ha detto la direttrice dei Musei Reali Paola D’Agostino e ha ragionissima). Occasioni di studio e di verifica, certo non soltanto per appassionati, “confronti formali e concettuali”, che dovrebbero portare ognuno a spingersi più a fondo nel mondo dell’Arte, a saper gustare meglio. Dipinto (1425/28) a tempera e oro, quattro tavole in legno di pioppo, prima rappresentazione (è conservato nel Museo di San Marco a Firenze) del soggetto tra le tante in seguito eseguite – la forma trilobata della tavola nella parte superiore suggerisce una destinazione d’uso specifica: potrebbe essere stata concepita come sovrapporta oppure per un’area cimiteriale del convento”, ci avverte una delle tante mappe esplicative di cui è disseminata intelligentemente ed esaurientemente la mostra – basato sulla lettura della Città di Dio di Agostino d’Ippona, il “Giudizio” dell’Angelico è riproposto “in una struttura tripartita, dominata dalla figura del Cristo Giudice e affiancato dalla Vergine, dal Battista e da una schiera di santi” mentre nella parte inferiore la scena è geometricamente suddivisa tra i beati sulla sinistra, accompagnati dagli angeli nella città celeste, e i condannati a destra, sospinti verso i castighi eterni di diversa natura, in sgradevole quanto minuziosa descrizione, secondo le colpe commesse, una serie di bianchi sepolcreti al centro. Nella grande ricchezza della tavolozza (giallorino e blu d’oltremare e ocra rossa, cinabro e lacca di cocciniglia e resinato di rame, tra i molti colori), l’Angelico conserva con l’uso degli elementi aurei le lezioni degli antichi maestri, le dorature “a mordente”, i riflessi che si riversano nelle aureole in linee sottili, i graffiti disseminati, pur tuttavia verso quell’abbandono che lo fa traghettare all’interno dei successivi decenni rinascimentali: terreni abbandonati del tutto, un secolo dopo, nell’eleganza di un personale manierismo da Spranger, in questo “specchio” eseguito nel 1571 per papa Pio V per il convento domenicano di Santa Croce, fondato dal pontefice – il vincitore di Lepanto – nel suo paese natale di Bosco Marengo, in provincia di Alessandria. La geometricità del frate è più libera, il supporto è una lastra di rame, lo sguardo aggiornato è rivolto alle indicazioni della Controriforma, la tavolozza usata è più naturale, pur ricca di una quindicina di splendidi colori.

I mezzi di approfondimento non mancano e sono davvero preziosi, il visitatore non mancherà la prima sala espositiva dove le riproduzioni dei due Giudizi consentono d’orientarsi negli spazi delle due differenti azioni e di riconoscere, attraverso un brillante quanto preciso lavoro su cui gran parte dello staff ha posto tutta la propria attenzione e competenza, i personaggi raffigurati. Nella seconda sala, sono i risultati di alcune indagini scientifiche, dove le Università e i diversi Enti di Firenze e Torino hanno lavorato di comune accordo, gli uni accanto agli altri.

Non ultimo interesse è rappresentato da quegli approfondimenti riguardanti la tecnica esecutiva delle diverse dorature che Beato Angelico utilizza nella tavola della “Madonna”: approfondimenti e curiosità, vera manna per gli appassionati, che verranno “svelati” in una serie di quattro appuntamenti, tra il 13 febbraio e il 17 aprile, sempre alle ore 17, e sono firmati da storici dell’arte (Annamaria Bava, Giorgia Corso, Alessandro Uccelli, Sofia Villano), restauratori (Alessandra Curti, Linda Josephine Lucarelli, Tiziana Sandri) e architetti (Stefania Dassi e Barbara Vinardi), un lungo percorso che abbraccerà un’iconografia che spazia tra storia e letteratura e arte, pigmenti e tecniche e dorature, confronti e sguardi pittorici attraverso la storia dell’arte.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Andrea Guermani, i “Giudizi universali”, messi a confronto nella mostra, di Beato Angelico e Bartholomeus Spranger, e la direttrice dei Musei Reali Paola D’Agostino; un particolare del “Giudizio” del pittore fiammingo.

Il castello di Serralunga d’Alba

Il Castello di Serralunga d’Alba, alto e maestoso, si impone sul borgo e sui vigneti che degradano sui fianchi delle colline.
Edificato da Pietrino Falletti nel XIV nel cuore delle Langhe, il castello nel 1949 è stato restaurato grazie all’interessamento dell’allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi

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