CULTURA E SPETTACOLI

La FLIC presenta i nuovi talenti del corso “Mise à niveau”

La FLIC Scuola di Circo di Torino, fondata nel 2002 dalla Reale Società Ginnastica Torino, è la prima scuola professionale di circo in Italia, e uno dei originali centri europei dedicati alla valorizzazione delle arti circensi.

All’interno della stagione “Caleidoscopio 2025-2026”, prosegue il percorso di apertura al pubblico delle esperienze formative della scuola, attraverso appuntamenti che permettono di osservare da vicino l’evoluzione artistica degli allievi e delle allieve, accompagnati da registi, coreografi e professionisti di livello internazionale. Dopo l’appuntamento di martedì 16 giugno scorso, quando il circo contemporaneo è uscito dagli spazi teatrali per incontrare direttamente la città con le “Incursioni urbane”, in programma in piazza Montale, nel quartiere Vallette, con partecipazione libera e gratuita, il percorso proseguirà giovedì 18 giugno, alle 19.30, allo Spazio Flic, con “Un passo nel circo”, per la presentazione curata da Erika Bettin, che vede protagonisti gli allievi e le allieve dell’anno “Mise à niveau”, corso preparatorio della scuola. L’ingresso è gratuito, con offerta libera facoltativa, fino a esaurimento dei posti.

Per molti di loro si tratterà della prima esperienza individuale davanti al pubblico. Ciascun partecipante presenterà una breve sequenza artistica legata alla propria disciplina circense, condividendo il lavori svolto durante l’anno affrontando il passaggio dalla pratica quotidiana alla dimensione scenica. L’evento rappresenta un piccolo ma rappresentativo passo nel loro percorso, e un’opportunità per mettersi alla prova, condividere il palcoscenico e portare in scena la propria ricerca artistica.

Erika Bettin, artista di circo contemporaneo, danzatrice e docente, si è diplomata alla FLIC nel 2008, dopo un percorso nella danza contemporanea. Fondatrice della compagnia Magdaclan, ha lavorato come interprete per la Enclave Dance Company di Roberto Olivan, e per la compagnia Finzi Pasca, partecipando a tournée internazionali e a numerosi produzioni di circo contemporaneo. Oggi affianca l’attività artistica a quella pedagogica e di ricerca, collaborando con diversi progetti formativi e creativi.

La stagione Caleidoscopio 2025-2026 si concluderà dal 26 al 28 giugno prossimo, con la quarta edizione di “Oscillante”, il primo festival dedicato alle discipline circensi “Ballant”, le spettacoli tecniche aeree oscillanti. Lo spazio FLIC e l’Area Bunker ospiteranno tre giornate di spettacoli, performance, musica dal vivo e incontri con artisti provenienti da Paesi europei ed extraeuropei, confermando Torino come punto di riferimento internazionale per la ricerca e la creazione nelle arti circensi contemporanee. Il festival rappresenta il momento conclusivo della stagione della FLIC, un’occasione unica per scoprire alcune delle più innovative espressioni delle discipline aeree oscillanti.

Info: www.flicscuolacirco.it

Mara Martellotta

Camera: “Retrospettiva” e “Photo Typo”

Camera, Centro Italiano per la Fotografia, inaugura il programma espositivo del neodirettore François Hébel con due mostre originali, una dal titolo “Retrospettiva” dedicata a Harry Gruyaert, che narra il colore come esperienza visiva e sensoriale, e “Photo Typo” di Werner Jeker, dedicata ai manifesti fotografici del maestro svizzero della grafica.
Entrambe le mostre sono curate da François Hébel e sono visitabili dal 18 giugno al 4 ottobre 2026.

“Retrospettiva” è  la prima grande mostra di Harry Gruyaert in Italia. Tra i maggiori protagonisti della fotografia contemporanea, il fotografo è nato in Belgio nel 1941 ed è membro di Magnum Photos. È  stato tra i primi fotografi europei, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, a conferire  al colore una dimensione  non più descrittiva,  ma puramente creativa, percettiva ed emotiva, capace di costruire una visione  radicalmente grafica del mondo. In un’epoca in cui la fotografia era prevalentemente celebrata in bianco e nero, il suo lavoro si inserisce nel solco tracciato da autori americani quali Saul Leiter e William Eggleston.
Seguendo un percorso cronologico, “Retrospettiva” si apre con una serie di TV Shots, realizzata a Londra nel 1972, in cui Gruyaert, inflenzato dalla pop art e dall’immaginario televisivo, manipola l’antenna del suo televisore per trasformare le immagini in composizioni vibranti e astratte. Olimpiadi, commedie televisive e i primi passi sulla Luna diventano così icone di una nuova cultura visiva dominata dal colore, simbolo di una TV che, in quegli anni, si reinventa a colori conquistando il pubblico con un linguaggio ipnotico e inedito.

Nella sezione intitolata Francia- Belgio vengono narrate le prime ricerche tra il Belgio,suo paese natale, e Parigi, città in cui si trasferisce nei primi anni Sessanta. Qui il fotografo si confronta con la sua terra di origine, un territorio che inizialmente percepisce difficile da interpretare cromaticamente, ma che , progressivamente,  grazie ai contesti industriali, le insegne e gli oggetti dai colori vivaci tipici degli anni Settanta, riesce a modellare  in  composizioni fortemente grafiche.
Nella sezione Sud emerge un altro nucleo fondamentale della sua poetica, il Marocco, che rappresenta per l’artista una vera rivoluzione visiva.
Qui luce, architettura, paesaggio e presenza umana si fondono in un’esperienza percettiva intensa e, a partire da questa esperienza, il fotografo compie numerosi viaggi nel Sud del mondo, dall’Egitto all’India, dalla Spagna alla Turchia, confrontandosi con luci abbacinanti, ombre profonde e tonalità vellutate che continuano ad ampliare la sua ricerca.
Dalle miniere agli impianti siderurgici, dai laboratori farmaceutici alle centrali nucleari, Gruyaert viene incaricato di realizzare immagini per opuscoli finanziari e campagne di comunicazione aziendale.
Nella sezione Industrie è  proprio il colore a trovare la sua piena espressione nel contesto professionale e industriale,  all’interno di ambienti tecnici e produttivi, dove riesce a trasformare macchinari, superfici e geometrie industriali in immagini quasi al limite dell’astrazione, dominate da contrasti cromatici e composizioni rigorose.
Est incontra Ovest pone in dialogo due mondi, da un lato i colori artificiali, seducenti e commerciali del sogno americano, dall’altro le atmosfere spoglie e incerte della Russia post sovietica. Attraverso questo confronto, il fotografo riflette sulle identità visive e culturali  di due sistemi profondamente diversi, mostrando come il colore possa diventare strumento di lettura sociale e politica.
Nella serie Litorali, nata quasi casualmente nel corso dei suoi viaggi e protagonista di un’intera sezione della mostra, le coste diventano per Gruyaert una sorta di sfida visiva, cui risponde riducendo gli elementi all’essenziale. Cielo, sabbia, mare e orizzonte costruiscono immagini minimali e sospese, dove luce e variazioni cromatiche sono assolute protagoniste.
Chiude il percorso “Aeroporti”, la sezione dedicata ai luoghi di transito per eccellenza, sale d’attesa, Vetrate, riflessi e trasparenze che affascinano Gruyaert per la qualità artificiale della luce e per la possibilità di creare composizioni geometriche attraversate da colori netti e presenze fugaci, trasformando spazi anonimi e quotidiani in immagini di forte intensità visiva.

Harry Gruyaert  è anche autore di numerosi libri che cura in prima persona in ogni particolare, lavorando a stretto contatto con il designer e editore per realizzare un oggetto unico.
Camera, invece del tradizionale catalogo, proporrà  tutti i libri attualmente disponibili, mentre una vetrina all’interno della mostra raccoglierà tutte le pubblicazioni dedicate al suo lavoro.
Camera propone inoltre una masterclass dal titolo “La geometria del colore” con Harry Gruyaert per i fotografi e per le fotografe che desiderino far evolvere  il proprio linguaggio visivo e rafforzare la proprio identità  autoriale. Si tratta di cinque giorni dal 30 settembre al 4 ottobre prossimi per immergersi nell’universo visivo di uno dei grandi maestri della fotografia contemporanea e pioniere indiscusso del colore. Sotto la sua guida diretta, ciascun partecipante lavorerà allo sviluppo e alla realizzazione di un progetto fotografico personale, affinando la propria visione autoriale  e trasformando radicalmente il modo di guardare la realtà.
Si tratta di un’opportunità rara per confrontarsi con lo sguardo di una figura chiave della fotografia a colori. Le iscrizioni sono fino al 10 settembre, con tariffa early bird entro il 30 luglio.

Accanto alla mostra del maestro belga, la Project Room ospita “Photo Typo”, esposizione dedicata a Werner Jeker, figura di riferimento internazionale nel campo della grafica applicata alla fotografia.
Nato in Svizzera nel 1944, Jeker rappresenta un caso unico nel panorama del graphic design contemporaneo. Considerato tra i più importanti cartellonisti della sua generazione, ha sviluppato un linguaggio visivo In cui fotografia e tipografia si fondono, in un equilibrio raffinato e audace, superando la semplice funzione comunicativa del manifesto per trasformarlo in una vera e propria opera d’arte autonoma.
L’esposizione, pensata appositamente per Camera e presentata in questa forma, riunisce un’ampia selezione dei manifesti più significativi realizzati da Jeker, con particolare attenzione a quei lavori che utilizzano la fotografia quale elemento strutturale della composizione.
È evidente la capacità dell’autore di intervenire sull’immagine con grande sensibilità e rispetto, preservandone l’integrità documentaria e al tempo stesso amplificandone la forza visiva attraverso il dialogo con la tipografia.Jeker ha saputo costruire una relazione originale tra immagine e testo e i suoi manifesti traggono ispirazione diretta dai contenuti delle mostre e dalle poetiche degli autori, mentre in altri progetti la fotografia diventa strumento evocativo per raccontare spettacoli teatrali, rassegne cinematografiche  ed eventi culturali, sempre calibrati con precisione,  dando vita a composizioni essenziali ma di forte impatto.
Nel corso della  sua carriera, iniziata nel 1965 e proseguita in autonomia dal 1972, Jeker ha firmato oltre 800 manifesti, accanto a libri, progetti espositivi per importanti istituzioni culturali, sociali e commerciali internazionali. Tra gli altri premi ricevuti l’Infinity Award dell’International Center of Photography per l’uso innovativo della fotografia, oltre al primo premio per il progetto delle nuove banconote svizzere.
Da Camera sono per la prima volta pubblicati i migliori manifesti di Werner Jeker, in cui fotografia e tipografia dialogano tra loro. Sono circa 70 manifesti selezionati da una collezione di oltre 800 lavori realizzati nel corso della sua carriera.

Mara Martellotta

Savona ricorda il grande artista Walter Morando

Il 12 giugno nella Fortezza del Priamar in occasione del convegno nazionale ANGOPI, dopo gli interessanti interventi sulla storia e lo sviluppo dei porti, in particolare il porto di Savona, il presidente Marco Balestrino ha ricordato il talento di Walter Morando. Legato da passione lavorativa e artistica nei riguardi del porto, l’ANGOPI ha rievocato, nel PALA CROCIERE di Savona, le originali opere del geniale scultore savonese che ha dato dignità agli umili utensili contemplandoli ed elevandoli alla sfera dell’arte.

Minions & Monsters a Torino: la città si trasforma in un mondo di cinema e magia

Torino si prepara ad accogliere l’invasione più divertente dell’estate: dal 24 giugno al 1⁰ luglio si terrà un’esperienza immersiva al Museo Nazionale del Cinema. In occasione dell’uscita nell sale di “Minions & Monsters”, Universale Pictures porterà nel capoluogo piemontese una serie di iniziative speciali che trasformeranno la città in un palcoscenico dedicato alla magia, all’immaginazione e all’inconfondibile follia dei Minions. L’iniziativa è realizzata con il patrocinio della Città di Torino, la collaborazione di Turismo Turismo e Provincia e del Museo Nazionale del Cinema, coinvolgendo alcuni dei luoghi simbolo della città, a partire dalla Mole Antonelliana. In “Minions & Monsters” gli aiutanti gialli, celebri e pasticcioni, si trovano coinvolti in una nuova avventura che li vede conquistare Hollywood, diventare star del cinema, perdere tutto e scatenare i mostri del mondo e unirsi per salvare il pianeta dal disastro che loro stessi hanno provocato. Dal 1⁰ luglio, il film sarà in tutte le sale, distribuito da Universal Pictures. Non è un caso che i Minions abbiano scelto proprio Torino per questa straordinaria celebrazione. Culla del cinema italiano e sede del Museo Nazionale del Cinema, Torino è da sempre legata a leggende, misteri, simbolismi che ne hanno generato il fascino internazionale, e per questo rappresenta il luogo ideale per accogliere un’avventura che unisce mostri, fantasia e divertimento.

Dal 24 giugno al 1⁰ luglio, il Museo Nazionale del Cinema ospiterà un‘installazione interattiva dedicata a “Minions & Monsters”. I visitatori saranno chiamati a aiutare i Minions a evocare creature misteriose attraverso un percorso coinvolgente e ricco di sorprese, e al termine e dell’esperienza sarà possibile scattare una foto ricorso all’interno di una photo opportunity dedicata ai protagonisti del film.

Per partecipare basterà registrarsi sul sito www.minionssandmonsters-torino.it

Momento culminante delle celebrazioni sarà il 25 giugno, quando andrà in scena l’anteprima del film per giornalisti, creator e ospiti invitati. Per l’occasione, un suggestivo Orange Carpet di 130 metri collegherà il Museo del Cinema al cinema Massimo, trasformando il percorso tra i due luoghi simbolo della cinematografia torinese in una vera passerella dedicata ai Minions. Al termine dell’anteprima, la festa si sposterà nel cuore simbolico della città, la Mole Antonelliana, che si illuminerà in una veste ispirata ai Minions, mentre sul lato rivolto verso via Po sarà proiettato uno spettacolare videomapping che celebrerà l’arrivo del film a Torino, trasformando uno dei monumenti più iconici d’Italia in un omaggio alla nuova avventura targata Universal Pictures.

Con queste iniziative, Torino conferma ancora una volta di avere il ruolo di casuale italiana del cinema e della cultura, pronta ad accogliere cittadini e appassionati per un’esperienza unica tra magia, spettacolo e divertimento.

M.M.

RAI Orchestra Pops dedica un omaggio a Morricone e alle melodie spagnole

Due concerti, il 18 giugno e il 6 luglio prossimo, presso l’Auditorium RAI di Torino

Torna Rai Orchestra Pops, il ciclo estivo di concerti dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI, che esplora i confini tra il linguaggio classico, la scrittura Sinfonica, la musica etnica il crossover e lo swing. Vi saranno due serate dedicate, il 18 giugno e il 6 luglio, all’Auditorium RAI Arturo Toscanini di Torino, entrambe trasmesse da Radio 3 e in live streaming sul portale di RAI Cultura. Sul podio si alterneranno direttori noti per la loro versatilità e apertura verso le nuove contaminazioni. Il primo appuntamento, giovedì 18 giugno alle 20.30, sarà dedicato alla Spagna, con protagonista il direttore David Giménez che, dal suo debutto avvenuto nel 1994, ha diretto in tutto il mondo le orchestre più importanti. Particolarmente versato nel repertorio vocale, collabora regolarmente con cantanti del calibro di José Carreras, Placido Domingo, Anna Netrebko, Roberto Alagna e altri. Accanto a Giménez, sul palco dell’Orchestra RAI salirà il chitarrista Pablo Sainz Villegas, acclamato dalla stampa internazionale come successore di Andrés Segovia, e ambasciatore della cultura spagnola nel mondo.

Il programma del concerto del 18 giugno, trasmesso da Radio 3 e in live streaming sul portale di Rai Cultura, si apre con le atmosfere evocate dall’interludio “Y Danza” da “La vida breve” di Manuel De Falla, per poi addentrarsi nel cuore del repertorio iberico con il celebre “Concierto de Aranjuez” di Joaquín Rodrigo, interpretato da Sainz Villegas. La serata prosegue con una selezione dalle due suites dalla “Carmen” di Georges Bisez, nell’arrangiamento di Ernest Guiraud, del 1885, e si conclude con il brio trascinate del “Capriccio spagnolo” di Nikolaj Rimsky Korsakov. Dalle suggestioni spagnole, si passa al grande cinema con l’omaggio ad Ennio Morricone, previsto nel secondo appuntamento del 6 luglio, alle 20.30. Il rapporto di Morricone con l’Orchestra RAI è di lungo corso, e moltissimi sono stati i concerti che hanno visto le sue musiche in programma, anche in contesti eccezionali ali come l’arena di Verona, il Palaolimpico Isozaki di Torino, il Mediolanum Forum e la basilica di Assisi per il tradizionale Concerto di Natale su RAI 1 del 2012, spesso con lo stesso compositore sul podio. Altrettanto spesso i suoi brani sono stati affidati a grandi interpreti come Daniele Gatti che, nel luglio 2020, propose il celeberrimo “Gabriel’s Oboe” del film “Mission”, o Daniel Kavka, che nel 2009 portò al festival Berlioz de La Côte Saint André, in Francia, il brano “Jerusalem”, fino al più recente Concerto di Carnevale, a Torino, con il duo Igudesman & Joo, che ha proposto la sua scoppiettante versione delle musiche di “Per un pugno di dollari”. A sei anni dalla scomparsa del grande compositore, due volte Premio Oscar, l’Orchestra RAI gli dedica un nuovo tributo nel secondo appuntamento del Ciclo Pops, con sul podio Pietro Mianiti. Il programma attraversa le grandi partiture di Morricone che hanno segnato la storia del cinema, a partire dal sodalizio con Giuseppe Tornatore, “Nuovo Cinema Paradiso”, “La leggenda del pianista sull’oceano”, il brano “La visita” dal film “Bàaria”, fino all’epopea Western, non solo con Sergio Leone, e brani indimenticabili come “L’uomo con l’armonica”, il “Deborah’s Theme”, da “C’era una volta in America”, il tema di “Marco Polo” e il toccante “Addio ai monti” dallo sceneggiato “I promessi sposi”.

Il tributo poi prosegue esplorando le atmosfere ricercate di Mauro Bolognini e la potenza drammatica di Quentin Tarantino, con “L’ultima diligenza di Red Rock” da “The Hatefull Eight”. Non mancano melodie tratte dal mito collettivo come “Metti una sera a cena”, “Il clan dei siciliani” e “Mission”, con “The Falls” e il celebre “Gabriel’s Oboe”. Il percorso si snoda anche tra il rigore della musica assoluta delle “Varianti su un segnale di Polizia”, dove l’avanguardia trasforma il quotidiano in arte, e la forza civile del cinema, dell’impegno, con il celebre tema di “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”. A completare questo ritratto dell’autore, sono gli “Adagi sacrali” numero 1 e 2, momenti di profonda introspezione che svelano una parte dell’anima di Morricone.

I biglietti per i singoli concerti, da 15 a 20 euro, sono in vendita online sul sito dell’OSN Raie presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Auditorium Rai “Arturo Toscanini” – piazza Rossaro, Torino – 011 8104996

Mara Martellotta

Risonanti “Modulazioni” a Cuneo

Nello storico Capoluogo della “Granda”, tre serate tra musica inglese, madrigali e suggestioni barocche in “San Francesco” e in “San Sebastiano”

Da giovedì 18 a sabato 20 giugno, ore 21

Cuneo

“Resounding” (come dire “Risonante”“Clamoroso”): questo il titolo scelto per la V edizione (dedicata in prevalenza al “repertorio inglese”) di “Modulazioni”, il Festival di “musica antica”, prodotto da “Maestro Società Cooperativa” di Cuneo e organizzato da “Noau Officina Culturale”, con il sostegno e in collaborazione di numerosi altri Enti ed Istituzioni Pubbliche e Private. Tre serate di grandi e raffinate sonorità musicali.

Il via, giovedì prossimo 18 giugno, presso il Complesso Monumentale di “San Francesco” (via Santa Maria, 10), dove, a partire dalle 21, si svolgerà False consonances of melancholy (biglietti a 10 euro su ticket.it): protagonisti, la straordinaria violinista Amandine Beyer e “Gli Incogniti” (Alba Roca al violino, Baldomero Barciela alla viola da gamba, Nacho Laguna alla tiorba e chitarra barocca, Anna Fontana al clavicembalo). In uno spirito di “libertà, piacere e condivisione”, il noto Gruppo affronterà “repertori barocchi e classici” (da Bach a Vivaldi a Couperin, ad Haydn e Mozart). Docente di violino alla “Schola Cantorum” di Basilea dal 2010, Amandine Beyer con “Gli Incogniti” ha fondato nel 2017 un’Accademia di “Musica da Camera” rivolta ai “giovani ensemble barocchi”, offrendo anche “Atelier” di lavoro corporeo.

Il Festival prosegue venerdì 19 giugno, alle 21, presso la Chiesa di “San Sebastiano” (contrada Mondovì) con Musical bridges between Italy and Ireland (ingresso libero), inedita ed elaborata proposta del duo “Arparla” con Davide Monti al violino barocco e Maria Christina Cleary all’arpa doppia, “chiara testimonianza del patrimonio culturale condiviso e reso possibile da chi accetta la sfida del viaggio e costruisce ponti tra le culture”. Il repertorio del “duo” si focalizza in particolare su due periodi storici, in cui la coppia di strumenti rende in maniera eccellente la sintesi dell’estetica musicale dell’epoca: il “primo barocco” ed il passaggio tra “classicismo e romanticismo”.

La tre giorni si chiude sabato 20 giugnoalle 21, nuovamente presso il Complesso Monumentale di “San Francesco” (via Santa Maria, 10), con le voci de “La Compagnia del Madrigale” (Francesca Cassinari soprano, Elena Carzaniga contralto, Raffaele Giordani tenore, Matteo Bellotto basso, Giuseppe Maletto tenore e direzione), attualmente il più accreditato “gruppo madrigalistico” a livello internazionale, la cui discografia è stata più volte premiata dalla critica e che, in quel di Cuneo, sarà protagonista di Musica transalpina | Alfonso Ferrabosco e il madrigale italiano in Inghilterra (biglietti a 10 euro su ticket.it). Il programma presenta alcuni brani di “musica sacra e profana” del musicista bolognese Alfonso Ferrabosco (Bologna 1543 – 1588) – residente dal 1562 al 1578 in Inghilterra alla corte della regina Elisabetta e principale artefice della divulgazione del “madrigale italiano”, fiorito soprattutto nel Rinascimento e incentrato su temi amorosi, pastorali o idilliaci, in “Terra d’Albione” – una scelta di “madrigali” di autori italiani presenti nelle raccolte inglesi, nonché alcuni esempi di “madrigali” di autori inglesi ispirati ai modelli italiani.

Tre serate, si diceva, di altissima musica, capace sicuramente, proprio per la qualità delle proposte e il “mestiere” dei musicisti e “artisti della voce”, proposti in rassegna, di creare atmosfere di particolare suggestione e poesia per il più vasto pubblico. Esperti, appassionati e neofiti. Le note sapranno offrire a tutti la possibilità di un viaggio nell’universo magico della melodia, saggia guida alla scoperta dei massimi valori della “quarta” arte.

Per ulteriori info e programma dettagliatowww.modulazioni.net

  1. m.

Nelle foto: Amandine Beyer e “Gli Incogniti”, “Duo Arparla” e “La Compagnia del Madrigale”

Le Grottesche, i mascheroni satirici che guardano Torino

Dalle forme plastiche suggestive, narrano di una città inquieta e fantastica.

i muri della città parlano” diceva il barone de La Brède e di Montesquieu che giunse a Torino nel 1728. Effettivamente è così, ma oltre a raccontare una parte della storia della città queste sculture in pietra, che rivestono perlopiù gli edifici storici di Torino, osservano cose e persone con sguardi talvolta caustici ed altri minacciosi. Queste opere d’arte che si fanno notare per la loro plasticità, i loro particolari e la ricchezza che conferiscono ai palazzi che li ospitano, sono le Grottesche, anche conosciute come Mascheroni. Possono essere entità fantastiche o mostruose, mitologiche, animali, facce deformi o altre sagome e rimandano al quello straordinario periodo artistico che è stato Barocco europeo, ma anche a epoche seguenti come il Liberty. Nella nostra città sono molte e conturbanti e non furono scolpite unicamente come ricco ornamento, ma anche come veicolo potente di un linguaggio simbolico e satirico, un mezzo per raccontare ciò che non si poteva dire apertamente: l’instabilità del potere, la vanità della ricchezza, le paure del mondo e i desideri inconfessabili, il tutto scolpito su una base monocolore in pietra e di stucchi o simili a quelle di epoca romana, caratterizzate da una pittura multi-cromata, trovate nei resti sotterranei della Domus di Nerone (le “grotte” appunto)

A Torino le Grottesche non sono urlate come nella Capitale o a Firenze, sono più nascoste, meno protagoniste e per un occhio che le cerca e guarda con attenzione e curiosità, ma nonostante questa loro personalità sobria, in linea con il carattere culturale territoriale, riescono a farsi notare, risultano eloquenti ed affascinanti.

Qualche esempio più noto? A Palazzo Chiablese, affacciato su piazza San Giovanni, ospita uno dei cicli più importanti di grottesche della città, con affreschi che ornano volte e stanze laterali. Qui si incontrano tritoni, chimere, teste giganti con occhi vuoti, tra decori vegetali e medaglioni enigmatici. Palazzo Carignano, tra le meraviglie barocche del Guarini, conserva motivi grotteschi sia all’interno sia all’esterno, tra mascheroni scolpiti nei timpani delle finestre. I volti deformati sembrano rimproverare severamente chi guarda, belli ma inflessibili.

Passeggiando, inoltre, per via della Rocca, via Giolitti, via Bogino, via San Francesco da Paola, ma anche per le strade di Cit Turin, come corso Francia dove si trova il Palazzo delle Vittoria, si possono osservare mascheroni sui portoni in legno o sulle chiavi di volta degli archi. Spesso sono volti demoniaci, nasi adunchi, oppure caricature dalla forma animale posizionati come elementi apotropaici, protettivi, per allontanare il male.

Anche in alcune chiese della città si possono trovare elementi grotteschi di interesse artistico, come nei dettagli in stucco della Chiesa della Misericordia o nelle cappelle laterali di San Lorenzo, si tratta di putti deformi o di volti che sembrano fondersi con il fogliame.

Le Grottesche sono, dunque, una forma d’arte in conflitto con qualsiasi canone, non mirano alla perfezione o alla armonia, ma all’inquietudine.
Guardarle e ammirarle significa comprendere che l’arte, nei secoli si è occupata anche di incubi, di paure e sogni deformati. Torino, con la sua personalità solenne e lineare, nasconde, ma neanche tanto, un’anima caustica e magicamente teatrale, un lato sarcastico in contrasto con la geometria a e il rigore sabaudo, i mascheroni sono un esempio di questo carattere anticonformista che fa di questa città un luogo eccezionale e complesso.

Maria La Barbera

«Il mare è un mistero impossibile da svelare»: Nicolò Piccinni racconta mareAmare

C’è qualcosa di profondamente sfuggente in mareAmare. Un progetto che nasce dalla musica, si espande nella letteratura e trova infine nel teatro la propria forma più condivisa. Oggmi, mercoledì 17 giugno lo spettacolo approda all’Hiroshima Sound Garden, portando sul palco un viaggio tra perdita, ricerca e rinascita, ma anche una riflessione sul ruolo sociale dell’arte.

Ne abbiamo parlato con il suo ideatore, Nicolò Piccinni.

MareAmare nasce contemporaneamente come libro, album e spettacolo teatrale. Da dove è partita l’esigenza di raccontare questa storia attraverso linguaggi diversi e cosa riesce a esprimere ciascuno di essi che gli altri non potrebbero raccontare?

«La scintilla originaria è stata senza dubbio il suono: il suono della melodia insieme a quello della parola. In altre parole, prima di tutto sono nate le canzoni. Rispetto ad altri lavori che ho realizzato, ho sempre avuto la sensazione che mareAmare mi stesse indicando da solo il modo in cui desiderava essere creato. Io e la band ,Gli Internauti, abbiamo sviluppato i brani seguendo questa sorta di comunicazione magica che sembrava emergere dal progetto stesso. A un certo punto mi sono accorto che il mondo racchiuso nel concept album poteva allargarsi attraverso le voci di personaggi differenti. Da lì sono nati i racconti, poi raccolti da Morsi Editore e accompagnati dalle illustrazioni di Sara Zollo. Successivamente sono stati proprio quei personaggi a suggerire una messa in scena teatrale capace di fondere musica e narrazione. Ogni linguaggio creativo possiede un proprio respiro, una propria atmosfera e regole specifiche. Lo stesso vale per il disco, il libro e lo spettacolo. Ognuno può essere vissuto autonomamente, ma insieme costruiscono un orizzonte più ampio e una profondità che personalmente non mi aspettavo di raggiungere.»

Già nel titolo lei parla del “mare” come meta finale e ricerca di senso. Che significato assume questo elemento simbolico all’interno dello spettacolo? È un luogo da raggiungere, uno stato d’animo o qualcosa di diverso per ogni spettatore?

«Il mare è un simbolo profondamente ambivalente. Contiene contemporaneamente superficie e profondità, attrazione e timore. Per me rappresenta qualcosa di affascinante e spaventoso allo stesso tempo, un paradosso che genera un mistero impossibile da svelare fino in fondo. Ho provato ad avvicinarmi a questo mistero attraverso tutti gli strumenti che avevo a disposizione: la musica, la scrittura, il video, il teatro. Eppure non credo riuscirò mai a definirne davvero i contorni. Anch’io, mentre lavoravo a mareAmare, mi sono immerso dentro quest’opera trovandovi significati sempre diversi. È per questo che mi piacerebbe che ogni spettatore potesse specchiarsi nel mare dello spettacolo e scoprire qualcosa che io stesso non sono in grado di immaginare

La serata unisce arte e impegno sociale, sostenendo la campagna “Non lasciateci in mutande”. Quanto ritiene importante che oggi il teatro e la musica non si limitino a raccontare il mondo, ma diventino anche strumenti concreti di partecipazione e solidarietà?

«Ogni spettacolo dal vivo è già di per sé un atto collettivo. È un momento di condivisione e trasformazione nel quale si incontrano esperienze, emozioni, ricordi e sogni di persone molto diverse tra loro. Per questo mi sembra naturale che possa accogliere e sostenere una causa sociale. Naturalmente nulla di tutto ciò è scontato: servono realtà come Hiroshima Mon Amour, capaci di creare occasioni di incontro, artisti disposti a mettersi in gioco e progetti come Abito Torino che trasformano le intenzioni in azioni concrete.  Nel mio piccolo, come artista indipendente, credo sia giusto contribuire quando se ne ha la possibilità. Se la musica e il teatro possono diventare anche strumenti di partecipazione e solidarietà, allora il loro valore va ben oltre il palcoscenico

Tra musica dal vivo, narrazione e immagini, mareAmaresi presenta così come un’opera aperta, capace di attraversare linguaggi diversi senza perdere la propria identità. Un viaggio che parte dal mare, ma che in fondo parla di tutti noi: delle nostre paure, delle nostre domande e di quella continua ricerca di un approdo capace di dare senso al cammino.

Valeria Rombolà

I Calzini Spaiati, risate solidali a teatro

Il gruppo teatrale amatoriale I Calzini Spaiati è lieto di invitare il pubblico a uno spettacolo speciale all’insegna del divertimento, della creatività e della solidarietà.

Domenica 21 giugno
 Ore 18:00
 Teatro Bossatis – Volvera

La compagnia porterà in scena uno spettacolo originale che unirà momenti recitati a una parte interamente improvvisata, rendendo ogni rappresentazione unica e coinvolgente.

Un’occasione per trascorrere un pomeriggio all’insegna del buon umore e sostenere una causa importante.

Ingresso a offerta libera a partire da 10 euro

L’intero ricavato della serata sarà devoluto all’Ospedale di Candiolo, contribuendo concretamente alle attività di cura e ricerca.

I Calzini Spaiati: “Perché anche ciò che è diverso può creare qualcosa di straordinario”.

Valle Formazza, la “piccola repubblica” dei walser

Incuneata nel cuore della Alpi, fino al centro delle “Alpi Somme” da cui partono le acque nelle quattro direzioni dei venti, la valle Formazza ha una storia singolare e affascinante, irripetibile in qualsiasi altra valle dell’arco alpino

La prima e più importante delle colonie walser, il  “nido d’aquila” di questo grande popolo di montanari che disseminò di comunità i due versanti dell’arco alpino. Lo storico Enrico Rizzi, scrivendo per l’editore Grossi la “Storia della Valle Formazza” , ha consegnato ai lettori un lavoro monumentale, frutto di anni di certosine ricerche, raccogliendo documenti e testimonianze. Un’opera davvero completa che illustra la storia ricca e spesso imprevedibile della Valle Formazza. “ La nostra posizione strategica, quasi fosse un cuneo nel cuore delle alpi centrali – afferma la vulcanica sindaca di Formazza, Bruna Papa – ha consentito al nostro territorio di essere per secoli un’arteria di traffici mercantili, scambi e contatti con il nord delle Alpi più di qualsiasi altra vallata dell’eco alpino”. Una valle “sospesa tra sud e nord” a far da cerniera e punto d’incontro anche per motivi artistici, religiosi e civili. Il nodo dei passi attraversati nei secoli dai someggiatori lungo le vie europee del sale, del vino, dei formaggi, la sua eccezionale posizione strategica, hanno fatto della più antica colonia fondata dai Walser nel medioevo, una “piccola repubblica” sospesa tra la Lombardia e la Svizzera . Territorio conteso con agli Svizzeri che cercavano un altro sbocco verso il Mezzogiorno, allargando e rettificando il confine meridionale della Val Leventina, venne aggregato al ducato di Milano, e seguì le vicende di tutto il restante della Val d’Ossola rimanendo sotto la dominazione spagnola fino al 1714, e passando poi sotto le dominazioni austriaca (1714-48), sabauda (1748-97), francese (1797-1814) e italiana.Retta per secoli autonomamente, con il proprio tribunale valligiano e rustiche magistrature democratiche, Formazza  ha sempre coltivato la sua fiera indipendenza, la sua lingua, lo stile delle sue case di legno, le sue antiche tradizioni, un ricchissimo paesaggio naturale che ha nella superba Cascata della Toce il suo monumento più suggestivo, ammirato nei loro viaggi alpini da naturalisti e scienziati, poeti e artisti come Saussure, Dolomieu, Coolidge, Ermanno Olmi,Carlo Rubbia. Un luogo  che Mario Rigoni Stern  raccontò nel suo libro “L’ultima partita a carte”, descrivendo  il suo “corso sciatori” in alta Val Formazza nel gennaio del 1939 : “Mi ricordo ancora bene che vicino alla diga di Morasco avevamo fatto una gara sci-alpinistica partendo dalla Cascata del Toce. Nella neve si viveva e si moriva. Un aspirante che era con noi era rimasto sotto una valanga durante un allenamento. Noi sciavamo, bevevamo il vin brulé, vincevamo la coppa, ma poi, nel gennaio del 1943 eravamo andati a morire per il freddo, nella neve, in guerra”. Tornando al libro di Rizzi  va detto che lo storico delle Alpi e autore di molti libri sui Walser nelle 480 pagine di quest’opera straordinaria, corredata di foto e documenti, non tralascia nulla nel ricostruire la storia di questa bellissima valle.

Marco Travaglini