CULTURA E SPETTACOLI

Circo Contemporaneo, il Festival a Grugliasco

Dal 13 giugno al 5 luglio prossimo il Parco Culturale Le Serre di Grugliasco si trasformerà nuovamente in una cittadella del circo contemporaneo  con la ventiquattresima edizione di “Sul filo del Circo”, il festival più longevo del settore in Italia, curato e organizzato dal Centro nazionale di produzione  blucinQue Nice , per la direzione artistica di Paolo Stratta, in collaborazione con la Fondazione Cirko Vertigo e Fondazione Piemonte dal Vivo.

Tra Cirque Lili e Chapiteau Vertigo, due spazi simbolo della vocazione circense della città, il festival accompagnerà compagnie, maestri, giovani artisti e artiste provenienti da numerosi Paesi, confermandosi come la kermesse più rappresentativa e tra le più longeve del panorama nazionale dedicato al circo contemporaneo.
L’edizione 2026 porterà a Grugliasco più di cinquanta artisti nazionali e internazionali, provenienti da Italia, Francia, Austria, Guatemala, Spagna, Cile, Uruguay, Portogallo, Brasile, Costa Rica e Argentina, con una programmazione che attraversa il circo contemporaneo, la clownerie, la nouvelle magie, il teatro fisico, la giocolieria, la danza acrobatica, quella aerea e creazioni site specific.
Grazie alla collaborazione con FEDEC, la principale rete internazionale dedicata alla formazione professionale nelle arti circensi, il festival ospiterà giovani talenti provenienti da oltre venti scuole di circo contemporaneo internazionali, selezionati attraverso una call pubblica.
Si tratta di un progetto che rafforza ulteriormente la vocazione europea e internazionale di Grugliasco come luogo di formazione, ricerca e creazione artistica contemporanea.

Il 13 e 14 giugno ad aprire il festival  saranno le repliche di “ Tutti in valigia” di Luigi Ciotta, spettacolo di teatro fisico, clownerie e manipolazione di oggetti, ambientato in un immaginario albergo degli anni Trenta. Seguiranno il 20 giugno la presentazione del progetto Greenkedin Miraggio del Duo Sisu e, in serata, “Batman non vola” di Andrea Loreni, conferenza-spettacolo che intreccia funambulismo, filosofia e riflessione esistenziale.
Il 21 giugno sarà, invece, protagonista  Manoviva di Girovago e Rondella- Teatri Mobili, microcosmo poetico di teatro di figura ospitato all’interno di uno speciale camion teatro.
Il festival entrerà nel vivo a partire dal 26 giugno, con una intensa programmazione internazionale che vedrà alternarsi produzioni artistiche, creazioni emergenti e appuntamenti di networking professionale.
Andrà in scena venerdì 26 giugno alle ore 21 allo Chapiteau Vertigo “Quello che rimane nell’aria”, creazione dell’Accademia Cirko Vertigo, cui seguirà sabato 27 giugno alle ore 19 “L’eco del gesto”, secondo appuntamento dedicato ai giovani artisti dell’Accademia.
Le due serate restituiscono il lavoro di una nuova generazione di interpreti che, attraverso varie discipline, come il palo cinese, il cerchio aereo, i tessuti, la corda molle, la giocoleria, il verticalismo, la danza e roue Cyr, portano in scena un racconto plurale sul corpo, l’identità, la fragilità,  la trasformazione.
Un nucleo centrale dell’edizione 2026  sarà  il progetto Cabaret FEDEC, nato dalla collaborazione tra Accademia Cirko Vertigo e FEDEC. Il 27 e 28 giugno e il 4 e 5 luglio verranno presentati giovani artisti e artiste selezionati da settanta candidature provenienti dalle più importanti accademie internazionali.
Accanto alle nuove generazioni, il programma ospita figure e compagnie di rilievo della scena contemporanea, come il 28 e 29 giugno lo spettacolo “Cose a caso, far caso alle cose” di Andrea Speranza, uno spettacolo immersivo che intreccia illusionismo, luce e manipolazione poetica dei materiali.
Il 30 giugno sarà  la volta dello spettacolo “Magari ci fosse il sole”, creazione dell’Accademia Cirko Vertigo per la regia di Jérôme Thomas, figura centrale del Nouveau cirque europeo e nuovo direttore artistico  del corso di laurea triennale per Artista di circo contemporaneo.
Il 1⁰ e 2 luglio andrà  in scena 3Clowns, omaggio alla grande tradizione clownistica europea, con la Compagnia francese Les Bleus de travail.
La chiusura del festival avverrà il 4 e 5 luglio con Pasto dell’ Instituto Nacional de Artes do Circo del Portogallo, uno spettacolo poetico che intreccia acrobatica, paesaggio e memoria rurale.

“Sul filo del Circo rappresenta molto di più di un festival, è uno spazio di incontro reale tra culture, generazioni e visioni artistiche provenienti da tutto il mondo” – ha dichiarato Paolo Stratta, direttore artistico del Festival – Abbiamo scelto di rafforzare ulteriormente la dimensione internazionale del progetto, ponendo al centro il dialogo tra grandi maestri del circo contemporaneo, compagnie affermate e giovani artisti in formazione, per molti dei quali Grugliasco rappresenta il primo vero contatto con programmatori, direttori artistici e reti internazionali di produzione, un’occasione concreta di crescita e di avvio di una carriera professionale a livello internazionale.
Crediamo che il futuro del circo contemporaneo nasca proprio da questo scambio continuo tra esperienze e nuove energie creative.  Vedere giovani artisti confrontarsi ogni giorno con figure che hanno segnato la storia del nouveau cirque contemporaneo  significa costruire non solo spettacoli, ma anche percorsi di trasmissione delle competenze , apertura culturale e innovazione artistica “.

MM

“COSE. Stanze come mondi”

Nell’ottocentesca “Villa Giulia” di Verbania, la “città giardino” sul Lago Maggiore dedica un’importante retrospettiva ad Alessandro Mendini

Dal 16 maggio al 27 settembre

Verbania

Una grandiosa (in tutti sensi) “Poltrona di Paglia”, che mi fa subito venire alla mente le “Big Benches” (“Panchine Giganti” panoramiche, oggi sparse in tutta Italia, la maggior parte in Piemonte), ideate dal designer automobilistico americano Chris Bangle quando insieme alla moglie, nel 2009, si trasferì nelle Langhe di Clavesana e proprio lì creò la sua prima “Panchina Gigante”. La “Panchina n. 1”. Correva l’anno 2010. Non una novità, se si pensa all’enorme “Poltrona di Paglia”, di cui sopra, progettata da Alessandro Mendini, era il 1974 (ben 35 anni prima!), tra i più geniali interpreti del “design” e dell’“architettura” del nostro Novecento, cui la Città di Verbania dedica nell’ottocentesca “Villa Giulia”, sul versante piemontese del Lago Maggiore, una prestigiosa retrospettiva, curata da Loredana Parmesani (con allestimento di Alex Mocika), e visibile da sabato 16 maggio a domenica 27 settembreBen 130 le opere in mostra, tra le più significative della sterminata produzione di Mendini (Milano, 1931 – 2019) e capaci di ripercorrere tutta la sua lunga carriera, dando voce e corpo ad un vasto arco cronologico che scorre dai primi passi nel “Radical Design” milanese degli anni Settanta fino alle più pronunciate “teorie post-moderne”, che ritroviamo anche nella sua collaborazione con l’Azienda “Alessi”, la cosiddetta “Fabbrica dei sogni”, che proprio nel Verbano-Cusio-Ossola (precisamente ad Omegna, dove fu fondata nel 1921 da Giovanni Alessi) ha la sua sede operativa.

Organizzata dal “Comune di Verbania”, in collaborazione con l’“Archivio Alessandro Mendini (Elisa e Fulvia Mendini)”, il Patrocinio di “Regione Piemonte” e “Provincia del Verbano-Cusio- Ossola” (insieme ad altri numerosi Enti ed Istituzioni), la rassegna segue fedelmente un particolare “percorso espositivo” che si snoda lungo un allestimento modulato sulla struttura interna di “Villa Giulia”. In cui s’affiancano, per l’appunto (per dirla con il titolo della stessa mostra), “Cose” che guardano – in un gioco ludico fatto di alta maestria ma anche di sottile ironia e non poca visionarietà – alle “Stanze come mondi”.  Ogni stanza, infatti, é dedicata a un capolavoro di Mendini, scelto in collaborazione con le figlie Fulvia ed Elisa.

In mostra, ci si muove dunque dalla famosa “Poltrona di Paglia” del 1974, progettata per dichiarare quanto il “design” possa essere non solo creazione di “oggetti utili”, ma anche “strumento di provocazione, sensibilizzazione e attivismo sociale”, alla “Poltrona di Proust” del 1978, dedicata allo scrittore francese e a metà tra “Rococò” e “Puntinismo”; dal “Divano K2”  per “A LOT OF Brazil” (importante industria di “design” brasiliana) del 2013 – omaggio ai riferimenti artistici a lui più vicini, quali De ChiricoSavinioCarràKandinskijFuturismo e le avanguardie storiche del tempo – al “Mendinigrafo” del 1985, una sorta di “normografo” o “strumento da disegno” in legno che racchiude i segni e i decori caratterizzanti la sua produzione, fino al “100% Make up” di “Alessi” del 1992, una “Collezione di 100 vasi in porcellana” con il coperchio disegnato da Mendini, ma decorati da altrettanti artisti, architetti e “designer” internazionali. E tant’altro, ancora, di imprevedibile e geniale creatività. Ciascuna opera, inoltre, ci appare accompagnata da disegni, oggetti, dipinti e testi che ne spiegano la genesi e ne sottolineano la collocazione storica e l’importanza estetica.

Sottolinea la curatrice, Loredana Parmesani“In ogni spazio, l’oggetto iconico dà il via a un racconto progettuale ed emozionale che si sviluppa in un percorso fatto di oggetti, disegni, fotografie, scritti che sostengono la peculiarità teorica e formale dell’argomento affrontato. Perché le stanze? Perché le stanze come mondi? Perché le stanze sono state uno dei fili conduttori della sua ricerca. La stanza, a lui così cara, è luogo della riflessione, del riposo, della quiete, del lavoro ma anche il luogo della turbolenza, dell’inquietudine che può divenire anche prigione da cui fuggire grazie all’immaginazione”.

Particolarmente intenso e fecondo anche l’estroso lavoro di “architetto” di Mendini che, insieme al fratello Francesco e con il loro “Atelier”, ha dato vita a innumerevoli progetti in Italia e nel mondo, dalle “Fabbriche Alessi” a Omegna alla “Piscina Olimpionica” di Trieste e alle stazioni della “Metropolitana” a Napoli, fino, in estrema sintesi, al “Museo di Groningen” in Olanda, a un quartiere di Lugano in Svizzera, a un “Palazzo Commerciale” a Lörrach in Germania e, in Corea del Sud, alla “Torre Osservatorio” di Suncheon.

Gianni Milani

“COSE. Stanze come mondi”

Villa Giulia, corso Zanitello 10, Verbania; tel. 0323/503249 o www.viviverbania.it

Dal 16 maggio al 27 settembre

Orari: dal lun. al ven. 10,30/13 e 16/19; sab. e dom. 11/19

Nelle foto: Alessandro Mendini seduto sulla “Poltrona di paglia”, 1974 (Ph. Enrico D. Bona); “Poltrona di Proust”, 1978 (Ph. Carlo Lavoratori); “K2 Amazzonia”, 2013 (“Archivio Alessandro Mendini”); “100% Make Up, Alessi”, 1992 (“Archivio Alessandro Mendini”)

Un rapimento impossibile per raccontare il nostro tempo: Diego Frisina al Fringe Festival



Si sta per chiudere l’edizione 2026 del Torino Fringe Festival, e non poteva esserci finale più emblematico di  Ho rapito Paolo Mieli (al Lombroso 16- Torino), lo spettacolo scritto e interpretato da Diego Frisina che alle ore 20 porterà sul palco una domanda tanto paradossale quanto attuale: cosa succede quando il bisogno di comprendere il mondo si trasforma in ossessione?

Il protagonista è un giovane uomo che guarda la realtà con spirito critico e inquietudine crescente. Le guerre che si avvicinano, il rumore assordante dell’informazione, le contrapposizioni ideologiche che sembrano rendere impossibile distinguere i fatti dalle opinioni finiscono per schiacciarlo. Fino a spingerlo a immaginare un gesto assurdo: rapire Paolo Mieli. Non per vendetta, non per follia, ma per ottenere finalmente delle risposte.

Da questa premessa surreale nasce uno spettacolo che utilizza l’arma dell’ironia per affondare nelle fragilità del presente. Frisina costruisce un monologo che oscilla continuamente tra comicità e smarrimento, tra satira e riflessione politica, restituendo il ritratto di una generazione che si sente informata come mai prima d’ora e, allo stesso tempo, sempre più disorientata.

Non è un caso che sia proprio questo lavoro a chiudere un’edizione del Fringe che ha fatto dell’urgenza contemporanea uno dei suoi fili conduttori. In questi giorni il festival ha attraversato temi sociali, identitari e politici, confermando la vocazione del teatro indipendente a farsi luogo di confronto e di interrogazione collettiva. *Ho rapito Paolo Mieli* raccoglie idealmente questa eredità e la rilancia, trasformando il palco in uno spazio dove le paure private si intrecciano alle grandi questioni pubbliche.

Romano, classe emergente della nuova drammaturgia italiana, Diego Frisina arriva a Torino dopo un percorso costellato di riconoscimenti. Con il precedente *Dio non parla svedese* aveva conquistato il premio per la miglior drammaturgia al Torino Fringe Festival 2024. Questo nuovo lavoro, debuttato nel 2025 a Fortezza Est, è già stato premiato come vincitore di Inventaria 2025 e del Premio Creta al festival Sottovenere.

Così, mentre domani sera calerà  il sipario sull’edizione 2026 del Torino Fringe Festival, una delle ultime parole è affidata a uno spettacolo che parla di informazione, paura e responsabilità. Un finale che non offre certezze, ma che lascia al pubblico qualcosa di più prezioso: il desiderio di continuare a porsi domande.

Valeria Rombolà

2 giugno di cultura nelle Residenze Reali Sabaude

Aperture straordinarie, un nuovo percorso immersivo negli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano è a ingresso gratuito per la Festa della Repubblica. Dagli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano, alla mostra di Jessica Carroll fino al Castello di Agliè: il ponte del 2 giugno attraverso le Residenze Reali, castelli e siti monumentali del Piemonte con aperture straordinarie e ingresso gratuito nella maggior parte dei musei della direzione regionale dei musei nazionali del Piemonte. A Torino, nel giorno della Festa della Repubblica, gli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano apriranno gratuitamente al pubblico con un nuovo allestimento capace di trasformare la visita in un attraversamento immersivo della residenza. Al centro del percorso, la sala dei Valletti a Piedi, videoproiezioni, giochi di specchi e apparati didascalico e multilingue accompagneranno la stagione settecentesca che ridisegnò gli ambienti voluti da Emanuele Filiberto di Carignano e progettati da Guarino Guarini. Si tratta di un percorso capace di intrecciare architettura, memoria e visione scenografica, restituendo al Palazzo il suo carattere più sorprendente. Orari di apertura 10-13 e 14.5-18 con ultimo ingresso alle 17. Apertura gratuita anche per Villa della Regina, dalle 9.30 alle 18, ultimo ingresso ore 17. Al Castello di Agliè prosegue la mostra “Vitae-il sentimento della natura”, la più ampia selezione di lavori mai dedicata all’artista Jessica R. Carroll. Nelle sue opere la natura è osservata come sistema di relazioni, flussi e comportamenti. Non una rappresentazione, ma una costruzione che prende forma in sculture e installazioni in dialogo con gli ambienti del Castello. La mostra, curata da Alessandra Gallo Orsi, Elisabetta Silvello e Lorenza Salamon, è visitabile dalle 9 alle 13, ultimo ingresso ore 12, e dalle 14 alle 19. Ultimo ingresso ore 18. Al castello di Moncalieri prosegue l’esposizione “Fammi un quadro del Sole”, omaggio a Emily Dickinson, in occasione del 140⁰ anniversario della morte della poetessa inglese che i treccia arti visive, poesia, musica e teatro in un percorso espositivo e performativo con le opere di Matilde Domestico e Floriana Porta. La mostra è inclusa nel percorso di visita.

Sarà aperto gratuitamente, in provincia di Cuneo, il castello di Racconigi, dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso alle ore 18, mentre il parco sarà visitabile dalle 12 alle 18.30, mentre fino alle 12 sarà accessibile ai partecipanti della manifestazione StraRacconigi2026. Sono alerti a ingresso gratuito anche l’Abbazia di Vezzolano, dalle 10 alle 17.30, l’area archeologica di industria, e l’area archeologica di Augusta Bagiennorum, dalle 7.30 alle 20.30. A tariffa ridotta, di 4 euro, è visitabile il castello di Serralunga d’Alba, dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18.30.

Info: https://museipiemonte.cultura.gov.it/

Mara Martellotta

Aperture straordinarie, un nuovo percorso immersivo negli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano è a ingresso gratuito per la Festa della Repubblica. Dagli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano, alla mostra di Jessica Carroll fino al Castello di Agliè: il ponte del 2 giugno attraverso le Residenze Reali, castelli e siti monumentali del Piemonte con aperture straordinarie e ingresso gratuito nella maggior parte dei musei della direzione regionale dei musei nazionali del Piemonte. A Torino, nel giorno della Festa della Repubblica, gli Appartamenti dei Principi di Palazzo Carignano apriranno gratuitamente al pubblico con un nuovo allestimento capace di trasformare la visita in un attraversamento immersivo della residenza. Al centro del percorso, la sala dei Valletti a Piedi, videoproiezioni, giochi di specchi e apparati didascalico e multilingue accompagneranno la stagione settecentesca che ridisegnò gli ambienti voluti da Emanuele Filiberto di Carignano e progettati da Guarino Guarini. Si tratta di un percorso capace di intrecciare architettura, memoria e visione scenografica, restituendo al Palazzo il suo carattere più sorprendente. Orari di apertura 10-13 e 14.5-18 con ultimo ingresso alle 17. Apertura gratuita anche per Villa della Regina, dalle 9.30 alle 18, ultimo ingresso ore 17. Al Castello di Agliè prosegue la mostra “Vitae-il sentimento della natura”, la più ampia selezione di lavori mai dedicata all’artista Jessica R. Carroll. Nelle sue opere la natura è osservata come sistema di relazioni, flussi e comportamenti. Non una rappresentazione, ma una costruzione che prende forma in sculture e installazioni in dialogo con gli ambienti del Castello. La mostra, curata da Alessandra Gallo Orsi, Elisabetta Silvello e Lorenza Salamon, è visitabile dalle 9 alle 13, ultimo ingresso ore 12, e dalle 14 alle 19. Ultimo ingresso ore 18. Al castello di Moncalieri prosegue l’esposizione “Fammi un quadro del Sole”, omaggio a Emily Dickinson, in occasione del 140⁰ anniversario della morte della poetessa inglese che i treccia arti visive, poesia, musica e teatro in un percorso espositivo e performativo con le opere di Matilde Domestico e Floriana Porta. La mostra è inclusa nel percorso di visita.

Sarà aperto gratuitamente, in provincia di Cuneo, il castello di Racconigi, dalle 9 alle 19, con ultimo ingresso alle ore 18, mentre il parco sarà visitabile dalle 12 alle 18.30, mentre fino alle 12 sarà accessibile ai partecipanti della manifestazione StraRacconigi2026. Sono alerti a ingresso gratuito anche l’Abbazia di Vezzolano, dalle 10 alle 17.30, l’area archeologica di industria, e l’area archeologica di Augusta Bagiennorum, dalle 7.30 alle 20.30. A tariffa ridotta, di 4 euro, è visitabile il castello di Serralunga d’Alba, dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 14.30 alle 18.30.

Info: https://museipiemonte.cultura.gov.it/

Mara Martellotta

Le tavole ritrovate di Giulio esposte all’Accademia delle Scienze

Quello che l’occhio non vede

Per la prima volta in mostra le straordinarie tavole didattiche del padre dell’istologia italiana, visitabili dal 27 maggio fino all’8 luglio

Torino, 27 maggio 2026 – Grandi fogli dipinti a mano libera con acquerelli e china, in cui cellule, tessuti e strutture microscopiche prendono forma con una precisione e una bellezza che ancora oggi lasciano senza parole. Per anni erano appese ai corridoi dell’ex Istituto di Patologia Generale, così familiari da diventare invisibili, dato che nessuno sembrava più accorgersi del loro straordinario valore scientifico e artistico. Oggi quelle tavole escono dall’ombra e trovano la loro sede più naturale: l’Accademia delle Scienze di Torino, in collaborazione con l’Università di Torino, apre al pubblico Guardare l’invisibile, la mostra sulla più antica collezione italiana di disegni di istologia normale e patologica, visitabile fino all’8 luglio.

Le tavole in mostra sono il frutto del progetto ART IN MED, promosso dall’Università di Torino con l’obiettivo di valorizzare un patrimonio ancora poco noto: oltre 1100 tavole didattiche scientifiche che, introdotte nell’Ottocento e utilizzate fino alla prima metà del Novecento, raccontano lo sviluppo delle scienze mediche e veterinarie. Antesignane degli odierni strumenti informatici, erano il supporto grafico con cui gli scienziati insegnavano e divulgavano le proprie scoperte, realizzate in grandi formati per essere viste a distanza, a mano libera con acquerello e china, riproducendo con rigore organi, tessuti e strumentazioni scientifiche. Un patrimonio che rischiava di restare ignorato e che oggi è censito, valorizzato e accessibile a tutti. Portarlo all’Accademia delle Scienze significa restituirlo al luogo in cui la scienza torinese ha scritto alcune delle sue pagine più importanti: un cerchio che si chiude, a distanza di oltre un secolo.
«La collaborazione con l’Università di Torino rappresenta un esempio virtuoso di come due istituzioni con radici comuni possano unire le proprie competenze per valorizzare un patrimonio scientifico e culturale condiviso. L’Accademia delle Scienze è stata un luogo di ricerca e di pensiero, ma oggi è anche e sempre più uno spazio aperto alla città e a pubblici nuovi: attraverso le mostre, gli incontri pubblici e i podcast con cui raccontiamo la scienza in tutte le sue forme. Vogliamo che la conoscenza prodotta e conservata in Accademia  raggiunga chiunque abbia curiosità e voglia di capire il mondo. Guardare l’invisibile va esattamente in questa direzione: portare davanti agli occhi di tutti ciò che la scienza ha reso visibile nel corso dei secoli», ha dichiarato Marco Mezzalama, presidente dell’Accademia delle Scienze.

Ciò che colpisce, guardando le tavole di Bizzozero, è prima di tutto l’incredulità: come è possibile una simile precisione senza fotografie, senza strumenti di riproduzione, senza altro ausilio che la mano e la mente? Il suo uso del colore era così sapiente da rendere strutture reali non solo fedeli, ma quasi fantastiche – qualcosa che potremmo scambiare per un’illustrazione contemporanea, e che invece nasceva dall’occhio di uno scienziato capace di vedere ciò che nessuno aveva ancora visto, e di restituirlo al mondo con la sensibilità di un artista. Non erano semplici illustrazioni: erano un atto creativo, il tentativo ostinato di rendere visibile e comprensibile ciò che esiste al di là della vista umana. E fu proprio a Torino, che Bizzozero presentò la sua scoperta più importante: l’esistenza delle piastrine del sangue, il terzo elemento che nessuno aveva ancora identificato e che avrebbe posto le basi della medicina moderna.

Due nuove sale, tutte da vedere, alla Palazzina di Stupinigi

Sono la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”: inaugurate nei giorni scorsi, entrano nel percorso di visita della juvarriana “Residenza Sabauda”

Nichelino (Torino)

Se mai ce ne fosse stato bisogno, c’è oggi un motivo in più per debitamente visitare quello splendore “Barocco” – “Rococò” che è la sabauda “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, progettata nel 1729 da Filippo Juvarra per volere di Vittorio Amedeo II di Savoia e principalmente adibita, come ben si sa, alle sfarzose “battute di caccia” e alle grandi, sontuose feste e ricevimenti di corte. Nei giorni scorsi, tra storiche “quadrerie”, nature morte, pitture di animali e ritrattistica infantile di corte, sono state infatti inaugurate due nuove magnifiche “Sale” che raccontano un capitolo poco conosciuto del “Museo dell’Arte e dell’Ammobiliamento”, ospitato nella “Palazzina” e composto da oltre duecento opere (datate tra XVII e XIX secolo) giunte a Stupinigi negli Anni Venti del Novecento proprio per l’allestimento del succitato “Museo”. Due nuove “Sale”, si diceva: la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”. Davvero due magnifiche “scoperte”, regalate alla Città e destinate ad arricchire oltremodo gli splendori della “Palazzina”, “Patrimonio UNESCO”.

“Sala Crivelli”

A completamento della visita dell’“Appartamento del Re”, la nuova saletta restaurata (ai tempi destinata a piccola camera da letto) è  dedicata a un nucleo di quindici dipinti, opera di Angelo Maria Crivelli, detto il “Crivellone”, e del figlio Giovanni, il “Crivellino”, tra i più apprezzati interpreti lombardi della pittura di “animali” e “nature morte” tra la fine del Seicento e la metà del Settecento. Padre e figlio lavorarono molto insieme, con uno stile di chiara “matrice fiamminga” il primo, più attento a giochi di rigoroso e suggestivo “virtuosismo espressivo” il secondo, chiamato nel 1733 da Filippo Juvarra a realizzare gli “otto paracamini” del “Salone Centrale” della Palazzina, a tutt’oggi conservati. Le opere esposte – provenienti dal “Castello di Moncalieri” e successivamente confluite nelle raccolte di Stupinigi – raccontano un genere molto presente nelle Residenze Sabaude: scene di cortileselvagginapescipaesaggi boschivi e composizioni floreali costruite con attenzione naturalistica e forte impatto decorativo. Due opere di grandi dimensioni della stessa serie, raffiguranti “animali da cortile”, sono conservate, pare, nello “Studio” del “Presidente della Repubblica” al Quirinale. 

I dipinti del “Crivellone” si concentrano in prevalenza su “scene di caccia”, animali selvatici e da cortile colti con grande minuzia di segno e svolazzi cromatici all’aperto, “in un dialogo continuo tra osservazione del dato reale e costruzione scenografica dell’immagine”. Nelle opere del “Crivellino” (forse più apprezzato, rispetto al padre, dalla Corte Sabauda) prevalgono invece le grandi “nature morte” di pesci, soprattutto, arricchite da conchiglie, funghi, verdure e dettagli naturalistici. Pittura più complessa nella struttura scenografica e nella scelta tematica. Esposte tra il 2024 e il 2025 le opere dei Crivelli sono state in parte restaurate, grazie al contributo di “AON spa”, a cura di “Open Care – Servizi per l’Arte” di Milano. Un ultimo intervento di manutenzione straordinaria sulle opere non ancora restaurate è stato recentemente eseguito dal “Centro Conservazione e Restauro” de “La Venaria Reale”.

“Sala Principini”

Nelle sale del “Gabinetto di toeletta” dell’“Appartamento della Regina” e nella “sala successiva” sono presentati 23 ritratti (XVII – XVIII secolo) di “bambini” e “infanti” diretti discendenti della “Casa Savoia” o ad essa correlati: dipinti di raffinata qualità pittorica, che nel tempo sono stati studiati ed esposti in molte occasioni singolarmente. Le firme vanno da autori di pregio della corte sabauda (da Francesco Cairo a Maria Giovanna Battista Clementi – “La Clementina” a Giuseppe Duprà) a  pittori francesi della cerchia di Nicolas de Largillière e Pierre Gobert, loro i ritratti dei principi di Lorena. La nuova “Sala” rappresenta, inoltre, due serie omogenee di ritratti: da una parte i figli di Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) e, dall’altra la serie dei figli di Vittorio Amedeo III e Maria Antonia Ferdinanda di Spagna, il cui ritratto recentemente restaurato (con il sostegno del “Rotary Club Distretto 2031”) rappresenta il primo recupero delle immagini delle “dame di corte” che affianca quello dei piccoli “principi”. Figlia di Filippo V, re di Spagna, e di Isabella Farnese, Maria Antonia Ferdinanda di Borbone-Spagna sposò nel 1750 il principe Vittorio Amedeo, futuro Vittorio Amedeo III, entrando a far parte della “corte sabauda” in una fase di profondo rinnovamento politico e culturale. “Regina di Sardegna” dal 1773 al 1796, soggiornò a lungo nei mesi estivi alla “Palazzina” di Stupinigi, animandola con “feste” e “battute di caccia”.

Per info: “Palazzina di Caccia”, piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi-Nichelino (Torino); tel. 011/6200601 o www.ordinemauriziano.it

Gianni Milani

Nelle foto: Allestimenti (particolari) “Sala Crivelli” e “Sala Principini” (Ph. Mariano Dallago)

La “notte bianca” a “San Filippo Neri”

A Torino, ci sarà anche la storica “Chiesa” di via Maria Vittoria tra i luoghi di culto partecipanti alla “Lunga Notte delle Chiese”

Venerdì 5 ( 20/24) e sabato 6 giugno (10/12 e 14/19)

Chissà?! Non tutti forse lo sapevano, ma anche i “luoghi di culto” in Italia hanno la loro “notte bianca”. La “Lunga Notte delle Chiese”. L’evento nato nel 2016 a Belluno da un’idea dell’Associazione “BellunoLaNotte” (presidente Stefano Casiraghi) – ispirandosi al “format” di successo austriaco e altoatesino “Lange Nacht der Kirchen” che, da molti anni unisce centinaia di edifici di culto aperti simultaneamente – si proponeva, undici anni fa e si propone a tutt’ oggi, di “far vivere le Chiese in modo inedito, attraverso musica, arte, visite guidate, letture e teatro, al fine di avvicinare maggiormente ai luoghi sacri, l’intera Comunità”. Aperta a “credenti” e a “non credenti” e passata da evento a carattere locale ad “appuntamento nazionale”(che oggi coinvolge centinaia di Chiese ed oltre un centinaio di Diocesi in Italia), l’iniziativa ha ottenuto anche il sostegno del “Dicastero per la Cultura e l’Educazione” del Vaticano” e del “Ministero della Cultura”. Orbene, giunta alla sua 11^ edizione, la “Lunga Notte delle Chiese” si celebrerà quest’anno venerdì 5 giugno e a parteciparvi, per la prima volta a Torino, sarà anche la Chiesa “più grande” della Città, ovvero la “Chiesa di San Filippo Neri”, in via Maria Vittoria, al civico 5. Sarà un “evento ecumenico”, sottolineano gli organizzatori, incentrato quest’anno sul tema #HOME – Francesco va’ e ripara la mia casa”, tema scelto in stretta connessione con le celebrazioni per gli 800 anni dalla morte di San Francesco d’Assisi e che richiama direttamente l’esperienza del “Poverello d’Assisi”, con il celebre invito da lui ricevuto nel 1205, davanti al crocifisso (icona bizantina) della chiesetta di “San Damiano”, oggi custodito nel “Protomonastero di Santa Chiara”. Invito ruotante intorno a una parola semplice e inequivocabile: “HOME”. E invito che segna l’inizio della conversione di San Francesco, il quale ben presto comprende che quella “casa” non è una “semplice casa”, ma un luogo molto più grande: è la Chiesa, l’umanità, il mondo intero. Un appello che oggi assume un enorme valore sociale e culturale: “prendersi cura della comunità, contrastare la solitudine, ricostruire legami e senso di appartenenza”. Ma si presta anche a essere interpretato “come stimolo alla conservazione, alla tutela e al rinnovo del patrimonio artistico ecclesiastico”.

Di qui il titolo scelto dalla Chiesa torinese di “San Filippo Neri” per l’iniziativa: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (“Nuovo Testamento”, versetto 5 del Capitolo 21° dell’“Apocalisse”). E, proprio sotto questo profilo, la “Lunga Notte delle Chiese” viene dunque a significare per un prezioso luogo di culto, splendido simbolo del “Barocco” torinese qual è “San Filippo” (costruita a partire dal 1675, ma progettata da Filippo Juvarra intorno agli Anni Trenta del Settecento, su un precedente progetto di Guarino Guarini) , non solo aprire le porte alla Comunità, ma anche “trasformare la partecipazione pubblica – spiegano gli organizzatori – in uno strumento di tutela e recupero di beni artistici di rara bellezza”.

Con i settanta metri della sua navata “San Filippo” (oggi, come detto, il più vasto edificio di culto di Torino) è stato, infatti, oggetto negli ultimi anni di importanti interventi di restauro, che vieppiù hanno sottolineato la preziosità di un patrimonio artistico di enorme valore: oltre al recupero nelle volte delle “luminose cromie originali” di Juvarra, i restauri hanno interessato anche il celebre “Paliotto” (rivestimento artistico mobile dell’altare) di Pietro Piffetti, massimo esponente dell’ebanisteria settecentesca, e la grande pala “San Filippo Neri che raccomanda la città di Torino al Bambin Gesù” di Francesco Solimena.

La “Lunga Notte delle Chiese 2026” potrebbe diventare, pur anche, la “prima iniziativa pubblica di sensibilizzazione” per il restauro dello storico “Presepe” di “San Filippo”; trenta figure di grandi dimensioni, attribuite per tradizione alla Scuola del celebre scultore barocco genovese Anton Maria Maragliano, risalenti almeno in parte a fine Settecento. Molte delle figure realizzate in “cartapesta policroma” e “tessuti antichi” necessitano oggi di interventi conservativi per garantirne la futura salvaguardia. Durante l’evento saranno esposti al pubblico alcuni dei più significativi di questi beni: “Apparato effimero del Corpus Domini”, “Tappeto del Duca d’Aosta”, “Paliotto” del Piffetti, “Vesti liturgiche” del “Corpus Domini” (fine XVIII sec.), “Antepedium/Paliotto” del “Corpus Domini” (fine XVIII sec.).

L’ingresso alla Chiesa (venerdì 5, dalle 20 alle 24, e sabato 6 giugno, dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 19) è libero a tutti e la partecipazione ai numerosi eventi, alcuni ancora in via di definizione, è gratuita con prenotazione obbligatoria per le “visite guidate” sulla piattaforma “EventBrite”.

Per ulteriori info: “Chiesa di San Filippo Neri”, via Maria Vittoria 5, Torino; tel. 011/5063044 o www.sanfilippotorino.it

Gianni Milani

Nelle foto: “San Filippo Neri – Altare Maggiore”; Locandina dell’evento; Parte dello storico “Presepe”

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

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A cura di Elio Rabbione

 

A cena con il dittatore – Commedia. Regia di Manoel Gomez Perira, con  Mario Casas, Oscar Lasarte e Nora Hernandez. Madrid, 1939. La Guerra Civile è finita da appena due settimane e il Generale Franco vuole organizzare una cena celebrativa presso il lussuoso Hotel Palace, simbolo della vittoria del nuovo regime. Manca però il personale; i cuochi migliori infatti sono repubblicani e stanno per essere fucilati. Genaro così ne ottiene il temporaneo rilascio per poter garantire un banchetto impeccabile. Quando il cuoco Antòn si rifiuta di cucinare per il Generale, viene ucciso senza pietà dal falangista Alonso. Al suo posto viene chiamata Juana, un’esperta cuoca che fa parte della CNT (Confederaciòn Nacional del Trabajo). Durata 106 minuti. (Nazionale sala 4)

 

 

 

Amarga Navidad – Commedia drammatica. Regia di Pedro Almodòvar, con Barbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sànchez Gijòn e Rossy De Palma. Due storie si alternano. La prima ha per protagonista Elsa, una ragazza di spot pubblicitari, nel 2004, durante il lungo ponte festivo del mese di dicembre. La seconda si svolge nel 2026 ed è incentrata su Raùl, uno sceneggiatore e regista che sta scrivendo un copione che presto scopriremo essere la storia di Elsa, del suo compagno Bonifacio e delle sue amiche Patricia e Natalia. Mescolata alla finzione, Elsa diventa in qualche modo l’alter ego di Raùl, che ricorre all’autofinzione come soluzione a lunga stagione di aridità creativa. Guardando dentro se stesso, Raùl non può fare a meno di rivolgere lo sguardo anche alle persone che compongono il suo universo più intimo: il suo compagno e la sua assistente. In concorso a Cannes. Scrive Alessandra Levantesi Kezich nelle colonne della Stampa: “Il film si configura come una esplorazione dell’ambiguità del rapporto (vampirizzazione o sublimazione?) fra vita e arte e nella spietata autoanalisi di una crisi di ispirazione che è anche crisi esistenziale: l’universo formale è quello di sempre, ma solo quando la cantante Amaia intona la struggente ranchera di Vargas “Las simples cosas” avvertiamo il battito del cuore di Pedro”. Scrive Paolo Mereghetti in quelle del Corsera: “Almodòvar si mette in gioco apertamente con una sincerità che sfiora l’autolesionismo. Raùl è lui, la sua difficoltà di fare i conti con il dolore, la depressione, l’età. Ogni tanto ci regala piccoli sprazzi di personalissima verità ma su tutto commuove l’ostinazione e la determinazione con cui solo il cinema sembra capace di aiutare a fare i conti con la realtà, per lui e per noi”. Durata 111 minuti. (Centrale V.O., Classico V.O., Eliseo Grande, Nazionale sala 1 anche V.O., Reposi sala 5, Uci Lingotto)

 

 

 

L’amore che rimane – Drammatico. Regia di Hlynur Palmason. Anna e Magnus si stanno separando: è un processo graduale, che la coppia porta avanti ttascorrendo ancora del tempo insieme ai tre figli, in escursioni o in cene a casa. Mentre l’unità familiare si sta sfaldando, Anna si concentra sul suo lavoro di artista, anche se i riconoscimenti tardano ad arrivare; il marito invece lavora su un peschereccio ed è quasi sempre in mare aperto. Quando i genitori non ci sono, i figli si dedicano a passatempi curiosi: in particolare i due gemelli, che tendono a creare giochi bizzarri e talora pericolosi per la loro incolumità. Durata 109 minuti. (Greenwich Village anche V.O.)

 

 

 

Backrooms – Fantascienza, horror. Regia di Kane Parsons, con Renate Reinsve e Chiwetel Ejiofor. Se non fai attenzione e superi la barriera della realtà, entrerai nelle backrooms. Se finisci lì dentro, resta vigile, perché i passi che echeggiano in quelle stanze potrebbero non essere solo i tuoi… Durata 90 minuti. (Massaua, Fratelli Marx, Ideal anche V.O., The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

 

 

Le città di pianura – Commedia. Regia di Francesco Sossai, con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi e Roberto Citran. Due spiantati cinquantenni sono ossessionati di bere l’ultimo bicchiere. Una sera incontrano un ragazzo, Giulio, timido studente di architettura (Scotti, protagonista di “È stata la mano di Dio” di Sorrentino) e il modo di vedere il mondo e l’amore all’improvviso si trasforma pian piano mentre i tre girano tra i locali del Veneto. Un film e una storia che faticano nella prima mezz’ora a ingranare ma che poi fanno pensare e rallegrano, e di questi film ce ne fosse: mai banali, un occhio fermo ad un territorio (e chiamiamola terra!), un’amicizia e un’educazione sentimentale e di vita intera, un richiamo ai “Vitelloni” felliniani e alle loro notti vuote, un film di piccoli affettuosi ritratti che rimangono nella memoria. Un film che ha sbaragliato molti per aggiudicarsi otto David di Donatello, non certo ultimi miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista. Da vedere e da rivedere. Durata 100 minuti. (Eliseo, Massimo sala Cabiria)

 

 

 

Il diavolo veste Prada 2 – Commedia. Regia di David Frankel, con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci e con Kenneth Branagh. Dolce&Gabbana con Donatella Versace e Lady Gaga coinvolti nell’operazione. A quasi vent’anni dalle loro iconiche interpretazioni nei panni di Miranda, Andrea, Emily e Nigel, i quattro attori tornano nelle eleganti strade di New York City e nei lussuosi uffici di Runway nel tanto atteso sequel del fenomeno datato 2006 che ha segnato una generazione. Andrea torna nella prestigiosa rivista di moda dopo vent’anni, ritrovando una Miranda se possibile ancor più cinica e cattiva, che vede attorno a sé un mondo del tutto cambiato. La carta stampata ha forse fatto il suo tempo, è il web ad aver impugnato il bastone del comando, difficile continuare a essere tanto bravi da anticipare quel che piacerà alla gente. Emily ha catturato un fidanzato che non le fa che gli occhi dolci, lavora per Dior, ma non è certo di quelle donne che amano arrendersi. E se in tempo di crisi il trio si riformasse, non esclusa l’anima prorompente di Nigel? Durata 109 minuti. (Massaua, Eliseo, Greenwich Village V.O., Ideal, Lux sala 3, Reposi sala 2, Romano anche V.O., The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

 

 

 

Don’t let the sun – Drammatico. Regia di Jacqueline Zünd. In un mondo futuro il caldo non dà tregua e costringe l’umanità a vivere di notte e stare ritirata di giorno. In una grande città di mare, la giovane madre Cleo, preoccupata per la solitudine della figlia Nika, si affida a una agenzia per chiedere che la ragazzina abbia un padre. Viene così chiamato l’impiegato più bravo di tutti, Jonah, abituato a offrire produzione e conforto agli sconosciuti. Durata 100 minuti. (Centrale V.O.)

 

 

 

Hen – Storia di una gallina – Avventura, dramma. Regia di Pàlfi György. L’autore della indimenticata “Taxidermia” (Cannes, 2006) racconta la storia di una gallina, a partire dall’uovo che viene deposto. E adotta il punto di vista del volatile con un effetto spiazzante, inquietante e postumano. Perché la gallina – che è ostinata, resiliente, determinata a crescere i propri cuccioli e a conservare la propria libertà – oltre ad altri animali (una volpe, un topo, un verme, un falco, un cane, dei dinosauri in un documentario televisivo), incrocia inevitabilmente anche gli uomini, la loro violenza, le loro tragedie e ingiustizie, grandi e piccole: a volte come ignara testimone, a volte come elemento involontariamente scatenante. Durata 96 minuti. (Centrale, Eliseo)

 

 

 

Kill Bill: the Whole Bloody Affair – Crime, azione. Regia di Quentin Tarantino, con Uma Thurman, Dacvid Carradine, Lucy Liu, Michael Madsen e Daryl Hannah. La Sposa (Thurman) è un ex killer prezzolata, la migliore in circolazione. Dopo un agguato ordinato dal suo ex mentore ed amante Bill e perpetrato dalla squadra di assassini di cui faceva parte lei stessa, la Sposa rimane in coma per quattro lunghi anni e perde la bambina che aveva in grembo. Quando si risveglia all’improvviso, decide di vendicarsi di tutte le persone che le hanno rovinato la vita, lasciando per ultimo l’odiato e amato Bill. Durata 280 minuti. (Cine Teatro Baretti, Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Fratelli Marx, Ideal, Lux, Massimo V.O., The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Michael – Musicale, drammatico. Regia di Antoine Fuqua, con Jaafar Jackson. Il film racconta la vita di Michael Jackson oltre la musica, tracciando il suo viaggio dalla scoperta del suo straordinario talento come protagonista dei Jackson Five, all’artista visionario la cui ambizione creativa ha alimentato un’incessante ricerca per diventare il più grande intrattenitore del mondo. Evidenziando sia la sua vita fuori dal palco che alcune delle performance più iconiche degli inizi della sua carriera da solista, il film offre al pubblico un posto in prima fila per Michael Jackson come mai prima d’ora. È qui che inizia la sua storia. Durata 127 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, Greenwich Village V.O., Ideal, Lux sala 1, Reposi sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

 

 

 

 

Nel tepore del ballo – Drammatico. Regia di Pupi Avati, con Massimo Ghini, Isabella Ferrari, Giuliana De Sio, Lina Sastri, Sebastiano Somma e Raoul Bova. Gianni Riccio è ora un applauditissimo conduttore televisivo, ma la sua infanzia è stata segnata dalla perdita di entrambi i genitori, in due diverse circostanze. Si ritrova però a essere coinvolto in un crack finanziario, venendo prelevato e rinviato a processo: ma forse il nuovo incontro con un antico amore gli darà la forza di ricominciare. Durata 92 minuti. (Romano sala 1)

 

 

 

No Good Men – Commedia. Regia di e con Shahrbanoo Sadat. Naru è l’unica opewratrice televisiva afghana. I suoi colleghi e superiori sono tutti uomini, ma a lei non importa, sa di essere brava nel suo lavoro. Testarda, determinata, madre di un bambino piccolo con un marito fedigrafo da cui si è allontanata, subisce la discriminazione in una società che considera le donne come subalterne. Siamo a Kabul, poco prima del ritorno al potere dei talebani, Naru non si fa imporre nulla da nessuno ed è pronta a dire la sua in ogni momento, tanto che si scontrerà persino con il noto giornalista d’inchiesta di Kabul News per cui si troverà a fare da operatrice. Durata 103 minuti. (Romano)

 

 

 

Il silenzio degli altri Drammatico. Regia di Eva Libertad, con Miriam Garlo e Álvaro Cervantes. Angela, una donna sorda, aspetta un figlio dal suo partner Héctor, che ha al contrario un normale udito. L’arrivo della bambina sconvolge la loro relazione, costringendo Angela ad affrontare le sfide dal crescere sua figlia in un mondo che non è fatto per madri come lei. Durata 99 minuti. (Nazionale sala 2)

 

 

 

Star Wars – The Mandalorian and Grogu – Avventura. Regia di Jon Favreau, con Pedro Pascal e Sigourney Weaver. Il mandaloriano Din Djarin è al lavoro per la Nuova Repubblica e dà la caccia agli uomini dell’Impero rifugiatisi sull’orlo più esterno della Galassia. Al suo fianco c’è il piccolo Grogu, il bambino appartenente alla stessa specie dell’anziano Yoda e già capace di usare la forza ma non ancora di parlare. Al mandaloriano viene affidato un incarico insidioso: aiutare due gemelli Hutt a recuperare il figlio di Jabba, ostaggio di un pianeta dove i gladiatori si battono nelle arene. Se riuscirà nell’impresa, al mandaloriano saranno rivelati il nascondiglio e la vera identità di un pericoloso latitante dell’Impero, ma ci si può davvero fidare dei malavitosi Hutt? Durata 132 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 2, Reposi sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

 

 

 

 

Le tigri di Mompracem – Thriller. Regia di Alberto Rodriguez, con Antonio de la Torre e Barbara Lennie. Antonio ed Estrella sono fratello e sorella, vivono insieme a La Huelva, nel sud della Spagna, e fanno i sommozzatori. Figli di un padre che li ha educati alla vita in mare, amano entrambi ciò che fanno, ma hanno destini professionali diversi. Soprannominato “La tigre”, lui è il membro più esperto di una squadra di sub che manutiene le enormi petrolifere attaccate in porto; lei, invece, vittima da bambina di un incidente in acqua che le ha compromesso l’udito, non può immergersi oltre una certa profondità e progetta di andare a lavorare in una riserva marina sull’Atlantico. Il disperato bisogno di denaro di Antonio spingerà fratello e sorella a tentare la fortuna in maniera illecita, a costo della vita. Durata 109 minuti. (Greenwich Village)

 

 

 

Tuner – L’accordatore – Drammatico. Regia di Daniel Roher, con Leo Woodall, Dustin Hoffman e Jean Reno. Niki, ex bambino prodigio di pianoforte, ha un udito assoluto capace di cogliere ogni più piccola vibrazione. Una ipersensibilità che gli impedisce di divenire pianista, e lo costringe a inventarsi un futuro come accordatore di pianoforti: la sua vita muterà del tutto quando qualcuno vorrà impiegare questa sua dote in un gioco pericoloso. Durata 109 minuti. Massaua, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

 

 

 

Yellows Letters – Drammatico. Regia di Ilker Çatak. Durata 127 minuti. A tre anni dall’apprezzato “La sala professori”, Çatak narra dell’accademico Aziz e dell’attrice Derya che perdono il loro lavoro per la messa in scena di uno spettacolo palesemente avverso al regime. Saranno costretti a trasferirsi a Istanbul, nel tentativo di dare un nuovo aspetto al loro stile di vita e nel confronto con il compromesso che inevitabilmente verrà a proporsi tra il loro impegno politico e la sopravvivenza di ogni giorno. Orso d’oro alla Berlinale. Durata 128 minuti. (Nazionale sala 4)

 

Reggia di Venaria, di scena Late Spring Music Festival

Nella splendida cornice  sabauda la grande musica internazionale per la quarta edizione del Festival di “tarda primavera”

Dal 30 maggio al 2 giugno

Venaria Reale (Torino)

Per quattro giorni, da sabato 30 maggio a martedì 2 giugno, gli imponenti spazi della “Reggia di Venaria” – fra i capolavori del “Barocco” mondiale e oggi parte del “Patrimonio UNESCO” – sarà felicemente inondata da un’armonica invasione di voci, suoni e meravigliose melodie con l’ospitata della quarta edizione del “Late Spring Music Festival” (“Festival Musicale di tarda primavera”), l’innovativo “progetto musicale” concepito in chiave di “Italian Royal Experience” e ideato, come sempre, dal “Consorzio delle Residenze Reali Sabaude”. Per l’edizione 2026, la “direzione artistica e creativa” è stata affidata a Danusha Waskiewicz, apprezzatissima “violista” tedesca (allieva della grande Tabea Zimmermann e oggi docente del “Biennio di Viola” presso la “Scuola di Musica” di Fiesole e presso la Scuola Internazionale di Musica “Avos Project” di Roma) che, a soli 25 anni, è entrata a fare parte dei “Berliner Philharmoniker” – per diventare “prima viola” due anni dopo – e che per molti anni ha suonato sotto la direzione di Claudio Abbado nell’“Orchestra del Festival di Lucerna”.

Anche quest’anno il “Festival” proporrà numerosi appuntamenti all’insegna della grande musica ambientata negli spazi interni e nei Giardini della “Versailles d’Italia”, a cui il pubblico sarà invitato a partecipare direttamente – con orecchie, occhi e cuore! – per vivere magiche esperienze ed emozioni dalle prime ore del mattino fino a tarda sera.  Protagonisti artisti di prestigio internazionale, impegnati non solo a suonare “in proprio”, ma anche a coinvolgere il pubblico, per quanto possibile, nel realizzare musica e vivere “un’esperienza partecipativa ed entusiasmante”. Coinvolgimento e condivisione che caratterizzeranno anche i vari, previsti, “momenti laboratoriali” proposti ai bambini e alle loro famiglie, al mattino e al pomeriggio, con “workshop” creativi e di movimento ritmico.

Il Programma

Il via, sabato 30 maggioalle 19,30, con il primo spettacolo musicale serale nella “Sala di Diana”. Protagonisti Danusha Waskiewicz e il pianista pesarese Paolo Marzocchi, con il coinvolgimento del pubblico.

Domenica 31 maggio e lunedì 1° giugno sono in programma “momenti musicali” mattutini alle ore 10, “prove aperte” e due “attività laboratoriali”: il “Laboratory custom-made instruments”, laboratorio di liuteria con materiali riciclati per bambini e genitori – con presentazione nel pomeriggio degli strumenti realizzati – e la “Class for Movements”, avvicinamento attivo alla musica con riferimento al famoso “Metodo di Orff” (noto come “Orff-Schulwerk”), per bambini dagli 8 anni, ideato dal compositore Carl Orff negli anni ’20 e che si prefigge di insegnare la musica “attraverso l’esperienza pratica e creativa, piuttosto che tramite lo studio teorico”.

L’esperienza serale ha inizio alle 19,30 con esibizioni in “Sala di Diana” e – novità di quest’anno – prosegue alle 22 con “Musica al Chiaro di Luna”: due esibizioni notturne alla luce del plenilunio nell’affascinante contesto del “Giardino delle Rose”.

In occasione dell’ultima giornata della manifestazione, il 2 giugno“Festa della Repubblica”, gli spazi della Reggia – sale barocche, cortili e giardini – risuoneranno contemporaneamente. Alcuni “ensemble” di musicisti amatori, selezionati attraverso il bando “La Repubblica della Musica”, avranno l’occasione di esibirsi pubblicamente nel contesto del “Late Spring Music Festival”. Che si chiuderà con lo spettacolo serale finale delle ore 18, con l’esibizione dell’“Orchestra della Venaria” creatasi appositamente per il “Festival”, composta da amatori e studenti internazionali, che suonano senza direttore insieme con musicisti professionisti e con la partecipazione, sempre, del pubblico.

Per ulteriori info: “Reggia di Venaria”, piazza della Repubblica 4, Venaria Reale (Torino); tel. 011/4992300 o www.lavenaria.it

Gianni Milani

Nelle foto: Marcus Weiss, Ismf, 2025 (Ph. Luigi De Palma); Danusha Waskiewicz, Ismf, 2025; Filarmonica trt, Ismf, 2025

L’Arazzo di Bayeux torna a Londra, i legami con il Piemonte

Ci sono alcuni legami indiretti tra il famoso Arazzo di Bayeux dell’XI secolo e il Piemonte anche se non esiste un collegamento diretto e documentato. Qualche punto di contatto si può però trovare. Perché ne parliamo? Intanto perché è un’opera storica e grandiosa, 70 metri di ricamo di lana su lino che narrano la conquista dell’Inghilterra da parte del Duca normanno Guglielmo il Conquistatore nel 1066, la celebre battaglia di Hastings contro il re inglese Harold, una delle pagine più importanti della storia inglese. Cinquantotto scene, oltre 600 personaggi, una trentina di imbarcazioni e più di 200 cavalli, scene di guerra e cerimonie di corte, con abbigliamenti e costumi dell’epoca. È attualmente custodito in un luogo segreto della città normanna perché la sua vera sede, il Museo locale, è chiuso per lavori di ristrutturazione.
Ma la notizia è un’altra: dopo quasi 1000 anni il Bayeux Tapestry torna nel Regno Unito, al British Museum, per una mostra eccezionale, visitabile da settembre 2026 a luglio 2027. E si potrà vedere come finora non si è mai visto, disteso per intero, in posizione orizzontale, in una vetrina appositamente progettata. Ma c’è anche una domanda che inquieta storici dell’arte e servizi segreti…riuscirà ad attraversare il Canale della Manica e uscirne indenne? Già nel 2021 alcuni scienziati avevano segnalato lo stato di fragilità dell’opera, ritenuta troppo delicata per essere trasferita. Un danno non sarebbe riparabile. Per la preziosa tappezzeria medievale (forse rivestiva le pareti del refettorio di un monastero) è stata stipulata una folle assicurazione di 800 milioni di sterline, poco più di 900 milioni di euro. Quell’opera d’arte, forse realizzata a Canterbury, resta un oggetto di pregevolezza inestimabile che racconta l’XI secolo. Nel secolo successivo i Normanni ebbero rapporti molto stretti con i Savoia che poi avrebbero governato il Piemonte. La dinastia dei Savoia faceva parte della stessa rete aristocratica europea che comprendeva anche i Normanni che transitavano spesso per i valichi alpini e visitavano l’abbazia della Sacra di San Michele. L’arazzo onora la cavalleria feudale con cavalieri, cavalli, armi e stendardi, una cultura cavalleresca medievale che si diffuse presto anche nell’area piemontese.                                           Filippo Re
nelle fotografie l’Arazzo nel Museo di Bayeux e scene della battaglia di Hastings (1066)