CULTURA E SPETTACOLI

Le cinque stazioni ferroviarie del Piemonte che meritano una sosta

La vacanza comincia ancora prima di scendere dal treno

Qualche volta il viaggio comincia proprio dalle stazioni alcune, infatti, sono cosi’ belle che possono essere considerate la prima vera tappa del tour. Spesso le attraversiamo senza nemmeno alzare lo sguardo, ma in realta’ molte di queste meritano una sosta perché raccontano la storia di una città, il gusto di un’epoca e il fascino del viaggio lento. In Piemonte ne esistono alcune che conservano ancora questa magia: edifici monumentali, sale d’attesa ottocentesche, eleganti facciate e panorami che sembrano dare il benvenuto al viaggiatore.

Non possiamo non partire da Torino Porta Nuova, una delle grandi stazioni monumentali italiane. Inaugurata negli anni in cui Torino era la prima capitale del Regno d’Italia, fu concepita come il biglietto da visita della città. Progettata dall’ingegnere Alessandro Mazzucchetti e dall’architetto Carlo Cappi nel 1861, la sua imponente facciata domina piazza Carlo Felice, mentre all’interno si nasconde un autentico gioiello: la Sala Gonin, realizzata per la famiglia reale e decorata dal pittore Francesco Gonin con raffinati affreschi, stucchi e illusioni prospettiche. Ancora oggi attraversare Porta Nuova significa entrare in un luogo dove il viaggio conserva il fascino dell’Ottocento, pur essendo uno dei principali nodi ferroviari italiani.

Completamente diversa è l’atmosfera della stazione di Stresa, forse la più romantica del Piemonte. Disegnata dell’architetto Luigi Boffi, fu assimilata come stile a quello degli altri edifici adiacenti. Tra i materiali si scelse la pietra locale: il granito di Baveno. L’edificio fu arricchito, inoltre, con timpani, mensole e ornamenti in legno. Qui il treno rallenta e il Lago Maggiore compare davanti agli occhi con le sue acque tranquille e le Isole Borromee sullo sfondo. Per oltre un secolo questa è stata la porta d’ingresso del turismo internazionale sul lago: aristocratici inglesi, musicisti, scrittori e viaggiatori del Grand Tour arrivavano proprio qui, iniziando una vacanza che aveva il sapore dell’eleganza e della Belle Époque.

Anche Novara possiede una stazione degna di pausa. Austera ed elegante, c merita di essere osservata con calma. In funzione dal 1854, e’ stata progettata dall’architetto Paolo Rivolta; con le sue linee ottocentesche, rappresenta da oltre centocinquant’anni uno dei più importanti crocevia ferroviari del Nord Italia. Da qui si diramano i collegamenti verso Torino, Milano, il Lago Maggiore e la Svizzera. Affacciata su piazza Garibaldi, accoglie i viaggiatori con un atrio dove poggia il suo terrazzo. Nel 1886 venne realizzata proprio di fronte ad essa la statua di Giuseppe Garibaldi e ai primi del novecento il Monumento alla Mondina, simbolo della citta’.

Più raccolta, ma altrettanto affascinante è la stazione di Cuneo, attiva dal 1937. La facciata e’ in stile neo barocco e sono presenti elementi simili al granito rosa. Il visitatore e’ introdotta alla città dai suoi portici e dei viali alberati. Da qui partono le linee che si inoltrano nelle vallate alpine, regalando alcuni dei panorami ferroviari più suggestivi del Piemonte. Cesare Vinaj fu l’autore del faro monumentale, alto 54 metri, che domina il piazzale della stazione che fu realizzato in occasione dell’inaugurazione. Il cantautore Gianmaria Testa, oltre a coltivare la musica, fece il capostazione in questo scalo.

Infine c’è Savigliano, inaugurata nel 1853. E’ una delle stazioni piu’ antiche del Piemonte, una meta quasi obbligata per gli appassionati di storia ferroviaria; accanto alla stazione, infatti, si trova il Museo Ferroviario Piemontese, dove locomotive a vapore, carrozze storiche e antichi convogli raccontano oltre un secolo e mezzo di trasporti. Non è soltanto una raccolta di mezzi d’epoca, è la memoria di un Piemonte che ha costruito parte della propria crescita proprio lungo i binari. Non a caso la Regione ha scelto Savigliano come uno dei poli del futuro Museo diffuso del patrimonio ferroviario.

Visitare queste stazioni significa concedersi un modo diverso di viaggiare. Prima ancora di raggiungere una città d’arte, un lago o una valle alpina, vale la pena alzare lo sguardo e lasciarsi sorprendere da ciò che ci circonda. Perché le stazioni non sono semplici luoghi di passaggio, sono il primo capitolo del viaggio. E, qualche volta, anche quello che resta più impresso nella memoria.

“L’architettura è un’arte di frontiera, che vive sul confine tra arte e scienza.” Renzo Piano

Maria La Barbera

 

Il Duca sul cavallo ferito

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Alla scoperta dei monumenti di Torino

Viste le dimensioni dell’opera e l’impossibilità di realizzarla nello studio fino ad allora utilizzato presso la Cavallerizza Reale, il re gli fece costruire per lo scultore un locale apposta all’interno dei Giardini Reali nel quale, a partire dal mese di apriledel 1863, l’artista iniziò a lavorare

Situato al centro di Piazza Solferino, in asse con via Vittorio Alfieri, nello spazio compreso dalle due aiuole rialzate, il Duca di Savoia in alta uniforme è rappresentato in sella al suo destriero in azione di battaglia. Il cavallo viene rappresentato ferito al petto, mentre stramazza al suolo con le zampe posteriori a terra; il cavaliere invece si volge verso destra e alla ricerca dell’equilibrio, punta lo stivale destro in appoggio, volgendo il capo tiene sollevata orizzontalmente la spada mentre con la mano sinistra regge le briglie. La statua poggia su un piedistallo lapideo quadrangolare sui cui lati destro e sinistro campeggiano due altorilievi dedicati alla battaglia della Bicocca e all’assedio di Peschiera. Ferdinando di Savoia, secondogenito del re Carlo Alberto, nacque a Firenze nel 1822. Entrato giovanissimo nell’esercito piemontese, nel 1848divenne a capo dell’assedio di Peschiera. Durante i Moti, al comando della quarta Divisione, combatté valorosamente per l’indipendenza italiana; morìa Torino nel febbraio 1855. Qualche anno dopo il re Vittorio Emanuele II, in memoria delle imprese militari compiute dal fratello, decise di innalzargli un monumento in Torino: una statua equestre che lo rappresentasse in azione durante la memorabile battaglia della Bicocca. Nell’aprile 1862 Alfonso Balzico, scultore della Casa Reale di Savoia, venne incaricato ufficialmente, con regolare convenzione, dell’esecuzione del monumento e messosi subito al lavoro, dopo numerosi tentativi poiché mai si accontentava del risultato, realizzò il bozzetto definitivo, approvato dal re nel novembre dello stesso anno. Viste le dimensioni dell’opera e l’impossibilità di realizzarla nello studio fino ad allora utilizzato presso la Cavallerizza Reale, il re gli fece costruire un locale apposta all’interno dei Giardini Reali nel quale, a partire dal mese di aprile del 1863, l’artista iniziò a lavorare. Trasporre l’idea in un modello realizzabile risultò un processo tutt’altro che semplice, sia per il difficile equilibrio statico dell’opera, sia per i rapporti armonici che dovevano essere impostati tra cavallo e cavaliere: la postura eretta del duca si trovava, infatti, a dialogare con un cavallo inglese prostrato, posa tutt’altro che consueta per un monumento equestre. Fu così che per giungere al modello definitivo Balzico dovette realizzarne tre. 

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Finalmente soddisfatto del risultato, dopo svariati tentativi, gli sembrò di aver completato l’opera. Tuttavia, tornato a Torino dopo un viaggio a Firenze, quando avrebbe dovuto porre mano ai preparativi per la fusione, venne ancora tormentato dal dubbio che qualcosa non andasse. Gli venne allora in soccorso l’amico Vincenzo Vela che, dopo aver visto il suo lavoro, commentò così: “Vedi, non è buona la piega del calzone al ginocchio destro, correggila e metti un puntale di ferro sotto la mascella sinistra del cavallo. Poi, basta! Se non hai altre commissioni, cercane, perché questo lavoro è finito, ed è finito in modo che ti farà grande onore. Vorrei averlo fatto io!”. Il monumento, finito, rappresentava il duca nel momento di incitamento ai suoi soldati per riprendere la Bicocca durante la battaglia di Novara del 1849, mentre il suo terzo cavallo cadeva, ferito a morte da un proiettile al petto. Nel febbraio del 1867 l’opera venne portata a Firenze, dove Clemente Papi si apprestò al delicato lavoro della fusione che, a causa di una serie di vicende difficoltose, si concluse solo nel 1870. Tra il 1872 e il 1873 Balzico modellò i due altorilievi da apporre sul basamento, anch’essi inviati a Firenze; la fusione, eseguita da Pietro e Leopoldo Galli, successori del Papi, si concluse nei primi mesi del 1877. Per quanto riguarda invece la collocazione della statua, bisogna tener presente che il Re desiderava fosse posta dal Municipio all’Arsenale Militare. In questo senso, nel maggio 1866, la Commissione d’Ornato nominò una sottocommissione con lo scopo di individuare il sito più adatto; già nel mese di giugno la sottocommissione, dopo aver valutato alcune piazze torinesi, suggerì di posizionarlo al centro di piazza Solferino. Tuttavia il Sindaco Felice Rignon, forse non pienamente convinto della proposta, chiese alla Giunta di nominare una nuova Commissione per esprimere un giudizio definitivo da sottoporre all’approvazione del Consiglio Comunale. Il 26 giugno 1874 il Consiglio Comunale approvò la soluzione definitiva che vedeva il monumento posto al centro di piazza Solferino sul protendimento di via Alfieri. In seguito il professor Balzico venne incaricato dalla Casa Reale di fornire al Municipio, al quale l’opera venne donata, i disegni del basamento e della cancellata, per la realizzazione dei quali il Municipio promosse un’asta pubblica.

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Essendo però l’opera a Firenze, nell’aprile del 1877 il Municipio di Torino e la Brigata Ferrovieri del Genio stipularono una convenzione che regolava il trasporto del monumento. Partito da Firenze il 18 aprile 1877, il monumento a Ferdinando di Savoia giunse finalmente nella città di Torino nel maggio di quello stesso anno. La sera del 10 giugno 1877 venne inaugurato solennemente alla presenza di Ministri, Senatori, Deputati, numerose personalità e “un’onda interminabile di popolo”; l’opera, svelata tra l’ammirazione generale, venne donata, alla fine della cerimonia, dal re Vittorio Emanuele II alla città. Parlando dell’opera del Balzico non si può non fare un piccolo accenno per quel che concerne piazza Solferino,forse una delle piazze della città più “chiacchierate” negli ultimi anni. Sostanzialmente polo nodale di allacciamento e saldatura tra la città barocca e il tessuto di espansione tardo-ottocentesca, piazza Solferino vide il suo primo progetto di sistemazione nel 1870. Se in quell’epoca la piazza presentava tipici caratteri di perifericità, nel progetto il prolungamento di via Alfieri diviene l’asse portante trasversale del nuovo spazio urbano, caratterizzato da due aiuole simmetriche rettangolari e dal 1872, si dà inizio alla costruzione di alcune palazzine di due o tre piani con giardino. Solo quattro anni dopo, nel 1876, le palazzine appena costruite vennero trasformate in edifici da reddito; in questo scenario, nel 1877, venne inaugurato il monumento a Ferdinando di Savoia. A partire dal 2004 però, lo scenario che costituiva il fondale percettivo del monumento è stato temporaneamente modificato; in questi anni infatti le aiuole centrali hanno ospitato i padiglioni di Atrium, nati per la promozione dei Giochi Olimpici Invernali del 2006, poi dedicati alla comunicazione istituzionale della Città. E proprio l’evento olimpico è stato così l’occasione per impostare un nuovo uso di piazza Solferino, divenuta un nucleo centrale di attività aggregative e di comunicazione, portando anche parallelamente una ridefinizione degli usi dello spazio gravitante intorno a Ferdinando di Savoia. Come ogni settimana anche questo appuntamento si conclude qui. Sperando di avere allietato i nostri lettori, non possiamo far altro che ricordare l’appuntamento alla prossima settimana per la nostra passeggiata “con il naso all’insù”.

Simona Pili Stella

(Foto: il Torinese)

Il genio alato e i titani di piazza Statuto

Alla scoperta dei monumenti di Torino / La piramide di massi frana sotto i piedi di un Genio alato, simbolo della scienza trionfante, trascinando nella sua caduta sette titani, rappresentanti la forza bruta della natura

 

Ed eccoci nuovamente pronti alla scoperta delle meraviglie di Torino, con la nostra ormai consueta e spero piacevole, passeggiata “con il naso all’insù”. Questa volta, miei cari amici lettori, vorrei parlarvi di una delle opere tra le più “chiacchierate” della città, forse anche grazie all’alone di mistero che da sempre la circonda: sto parlando del monumento Al Traforo del Cenisio-Frejus. Collocata in testa a Piazza Statuto, sul lato ovest aperto verso l’imbocco di Corso Francia, l’opera si erge imponente, rappresentando la superiorità della scienza e della tecnologia contro la forza bruta della natura. Conosciuto più comunemente come “Monumento ai caduti del Frejus”, l’opera, pietrosa e frastagliata, si erge al centro di una vasca circolare che raccoglie l’acqua che zampilla tra i massi, simulando torrenti alpini che si aprono la via sul dorso di una montagna.

La piramide di massi frana sotto i piedi di un Genio alato, simbolo della scienza trionfante, trascinando nella sua caduta sette titani, rappresentanti la forza bruta della natura.  Il Genio si erge come la punta di un faro, dove converge lo sguardo di chi percorre via Garibaldi in direzione della piazza. Egli compare con una penna in mano, nell’atto di incidere sulla pietra, ad intramontabile memoria, i nomi dei tre ingegneri che resero possibile l’opera del Traforo. L’idea del monumento nacque nel settembre del 1871, precisamente all’indomani dei festeggiamenti per l’apertura della ferrovia che collegava (e collega ancora oggi) Italia e Francia attraverso il Traforo del Frejus; fu un opera di ingegneria compiuta in un brevissimo lasso di tempo e che sembrò realizzare i sogni di progresso e di comunione dei popoli. Grazie infatti al talento e alla collaborazione tra gli Ingegneri Sommelier, Grandis e Grattoni, il progetto della costruzione del traforo si avvalse dell’uso di perforatrici ad aria compressa, che ridussero le vittime e resero possibile la via di comunicazione transalpina nel giro di quattro anni.

L’entusiasmo per il successo tecnologico e per l’apertura di nuove e più veloci vie di comunicazione, spinse il conte Marcello Panissera da Veglio a proporre l’erezione di un monumento commemorativo. Quindi, su precise indicazioni riguardo al tema e alla metafora che il monumento doveva simboleggiare, venne indetto un concorso presso la Regia Accademia delle Belle Arti, che fu vinto da un giovane allievo dell’Accademia stessa, Luigi Belli. Il monumento (formato inizialmente da otto titani che poi si ridussero a sette e dal Genio alato che all’inizio doveva essere in marmo di Carrara e poi venne realizzato in bronzo), doveva rappresentare la Scienza (e quindi il progresso) vincitrice assoluta sulla natura. Associazioni operaie fecero immediatamente propria l’idea, interpretando l’intenzione del monumento, più che un elogio alla tecnologia, come un ricordo dei tanti lavoratori che parteciparono all’impresa della ferrovia e raccolsero (di loro iniziativa) fondi cospicui che fecero partire il progetto. (E’ interessante precisare come ancora oggi l’interpretazione “operaistica” sia condivisa da molti torinesi che cadendo nello stesso fraintendimento, definiscono il monumento un omaggio ai lavoratori caduti nell’edificazione della galleria del Frejus).

La sottoscrizione avviata dalle società Operaie trovò una controparte nell’analoga iniziativa capitanata dal commendatore Laclaire, che riunì la borghesia cittadina inquietata al pensiero di rimanere a guardare; infine anche la Città stanziò un fondo per la realizzazione dell’opera. I lavori cominciarono però solo nel 1874, coinvolgendo anche altri studenti dell’Accademia per l’esecuzione delle figure dei titani: sei allievi a titolo ufficialmente gratuito, prestarono la loro opera sotto la direzione dello scultore Odoardo Tabacchi e del professor Ardy, incaricati di occuparsi della statua del Genio e del concetto d’insieme dell’intero monumento. In seguito Luigi Belli, discordante con gli altri, verrà estromesso dalla realizzazione, tanto che disconoscerà l’opera giudicandola non fedele all’idea che l’aveva plasmata. Successivamente altri imprevisti e ad alcuni problemi di natura tecnica (nel 1877 ad esempio i lavori rimasero fermi per molto tempo a causa della costruzione del condotto idrico che collegava il monumento ai serbatoi del mattatoio comunale) ritardarono maggiormente l’esposizione dell’opera. Finalmente il 26 ottobre 1879, alla presenza di S.M. Re Umberto, di numerose delegazioni comunali italiane, di corpi dell’esercito, di alcune associazioni operaie e di una gran folla di privati cittadini, venne svelato il monumento, al grido magniloquente di “Volere è potere”.

L’accoglienza dell’opinione pubblica sembrò positiva, ma sui giornali dilagò immediatamente la polemica: il monumento venne giudicato sgraziato, ridicolo, pesante e grottesco. In suo soccorso subentrò però Carlo Felice Biscarra, della Regia Accademia Albertina di Belle Arti, che lo difese come opera innovativa e diversa, necessaria a svecchiare il paludato mondo cimiteriale della statuaria cittadina. L’opera è sicuramente una singolarità all’interno della città: non esiste altro monumento a Torino così mosso, così ricco e dall’apparenza così poco rifinita; se anche la piramide di sassi si distanzia molto dalle sembianze di una montagna vera, i titani esprimono con verosimiglianza la fatica e l’estromissione date da una forza più grande che è giunta a scalzarli. Anzi sono forse loro i veri protagonisti dell’intero monumento tanto che si può comprendere l’identificazione popolare tra questi titani abbattuti e gli operai schiacciati dal lavoro, sentite come vittime e a cui va l’empatia dell’osservatore. Per quanto il Genio alato sia di ottima fattura e rifinito nei minimi particolari (da notare accorgimento dei drappi che si gonfiano alle sue spalle e celano i rinforzi metallici che lo sostengono) il suo ruolo risulta piuttosto di finitura: è situato troppo in alto per poter essere ammirato per le sue qualità artistiche.

Parlando di questo monumento non si può non parlare dell’alone di mistero che da sempre lo circonda, dato dall’immaginario esoterico della Torino Magica che vede Piazza Statuto ed il monumento come deputati al male e alla confluenza di energie nefaste. La piazza, costruita sui resti della “valle occisorum” (vale a dire una necropoli romana), orientata verso occidente dove tramonta il sole ed essendo vicina al celebre rondò d’la furca (o rondò della forca), luogo un tempo predisposto per le condanne a morte, è ritenuta un punto di energie negative. In questo contesto, secondo gli esoteristi, il luogo di massima negatività sarebbe proprio il “Monumento ai caduti del Frejus” che rappresenterebbe proprio la porta dell’Inferno mentre il Genio alato non simboleggerebbe la scienza trionfante, bensì Lucifero, l’angelo ribelle, con la stella ad attestarne l’origine sovrannaturale e con lo sguardo rivolto a controllare Piazza Castello, punto di energia positiva.

Allontanandoci da questa suggestiva visione per così dire “magica” dell’opera, è interessante segnalare una piccola variazione avvenuta al monumento nel 1971 proprio in occasione del centenario dell’ideazione della ferrovia. In quell’occasione si è provveduto a far aggiungere una targa che rendesse il merito dovuto a Giuseppe Francesco Medail, l’imprenditore nativo di Bardonecchia che per primo sostenne la causa del Traforo e che morì senza veder realizzato il suo sogno. Così, se pur con clamoroso ritardo, si diede voce all’accorata protesta della sua vedova, che già all’indomani dell’inaugurazione, nel marzo del 1880, rimproverò l’amministrazione cittadina di non aver associato al monumento il nome del marito.

(Foto: il Torinese)

Simona Pili Stella

Ivrea, il capoluogo del Canavese sulla rotta dei pellegrini

Trovandosi in una posizione strategica, all’imbocco della Valle d’Aosta, fu in passato un importante punto di passaggio e di scambio commerciale, ma fu soprattutto la nascita della fabbrica Olivetti, fondata nel 1908, a renderla celebre in tutto il mondo. Non a caso, nel 2018 fu riconosciuta dallUnesco come Patrimonio dell’Umanità.

Legg il’articolo su piemonteitalia.eu: https://www.piemonteitalia.eu/it/esperienze/ivrea-il-capoluogo-del-canavese-sulla-rotta-dei-pellegrini

Cala, in gran bellezza, il sipario del “Cinema sulla Pista 500”

Doppio e ultimo appuntamento sul “tetto del Lingotto” con il debutto letterario dell’attrice Aurora Ruffino e la proiezione de “Il favoloso mondo di Amélie”

Domenica 26 luglio, ore 21,30

Sarà “una serata magica all’insegna dei colori, delle emozioni e delle storie che curano l’anima”: così gli organizzatori di “Cinema sulla Pista 500” definiscono l’ultima serata, con tanto di doppio appuntamento, che la prossima domenica 26 luglio, andrà a chiudere la suggestiva “Rassegna cinematografica” ospitata nell’“Arena” all’aperto, abbracciata dal cielo e dalle stelle, sul tetto del Lingotto, a partire da giovedì 2 luglio scorso. Poco più di una ventina di giorni, che, al calar del sipario, unirà nella stessa serata “letteratura” e “grande schermo”.

La serata si aprirà con l’attrice torinese (l’infanzia e l’adolescenza trascorse a Druento) Aurora Ruffino, volto amato del cinema e della televisione italiana, che per l’occasione vestirà i panni di scrittrice per presentare al pubblico il suo “romanzo d’esordio”, “Volevo salvare i colori” (2024), edito da “Rizzoli”. A seguire, il testimone passerà alla proiezione di uno dei film più poetici, iconici e amati del cinema mondiale: “Il favoloso mondo di Amélie” (2001), capolavoro diretto da Jean-Pierre Jeunet e interpretato da Audrey Tautou e Mathieu Kassovitz.

Questa speciale chiusura corona in bellezza la terza edizione della Rassegna estiva organizzata da “Distretto Cinema” e “Pinacoteca Agnelli”, in collaborazione con “Film Commission Torino Piemonte” e “Museo Nazionale del Cinema”. Manifestazione che, ancora una volta, ha saputo trasformare l’iconica “pista di collaudo” FIAT in un “palcoscenico unico al mondo”, “sospeso tra la storia industriale di Torino e lo skyline delle Alpi, dove la visione cinematografica si fonde con un’esperienza architettonica e paesaggistica totalmente immersiva”.

Ad aprire l’ultima serata sarà, come detto, Aurora Ruffino, giovane attrice torinese (classe 1989), esordiente nel “mondo della celluloide” nel 2010 come interprete femminile de “La solitudine dei numeri primi”, diretto da Saverio Costanzo e tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Giordano. Dopo l’acquisizione del diploma presso il “Centro sperimentale di cinematografia” a Roma, Aurora diventa nota al grande pubblico soprattutto attraverso seguitissime serie televisive come “Questo nostro amore” (Rai 1 – 2012), dove recita, nel ruolo di Benedetta Ferraris-Costa, al fianco di Neri Marcorè e Anna Valle, e, sempre su Rai 1, “Braccialetti rossi” campione d’ascolti 2014 e “Una Ferrari per due”, film Tv del ciclo “Purché finisca bene”. Molteplici ancora le successive apparizioni Tv (da “Non dirlo al mio capo” a “I Medici” del 2018 fino a “Noi” del 2022). Nel 2023 è nel cast di “Black Out – Vite Sospese”, trasmesso da Rai 1 dal gennaio dello stesso anno. Nel 2024, la grande felice “novità”. Aurora si scopre scrittrice. Gradevole e profonda. Per i tipi di “Rizzoli” pubblica il suo primo romanzo, “Volevo salvare i colori”, storia ricca di forti emozioni, che attingono in gran misura alle proprie vicende familiari – su tutte la perdita dolorosa della madre – ai temi dell’elaborazione del dolore, della resilienza e della ricerca della propria luce interiore. Romanzo avvincente che sul “tetto del Lingotto”, andrà a dialogare idealmente con le atmosfere parigine e sognanti de “Il favoloso mondo di Amélie” (“Le Fabuleux Destin d’Amélie Poulain”), film che a venticinque anni di distanza dal suo travolgente iniziale successo internazionale (numerosi i “premi” e le “nomination”, tra cui il “Grand Prix-Crjstal Globe” al “Festival Internazionale” di Karlovy Vary – Repubblica Ceca), continua a incantare intere generazioni grazie alla sua straordinaria fotografia, alla colonna sonora “senza tempo” di Yann Tiersen e alla storia di una giovane donna che decide di cambiare in meglio le vite di chi le sta intorno, riscoprendo infine la forza del proprio destino e dell’amore, di quel “favoloso mondo” che non ha da essere “prigione”, ma strumento per aprirsi ad una realtà che è pur anche piena accettazione del “proprio io”, dell’“amore reale” e dei “propri sentimenti”.

Informazioni utili per il pubblico

L’accesso alla splendida “Arena” all’aperto avviene direttamente attraverso la biglietteria della “Pinacoteca Agnelli”, situata all’interno del “Centro Commerciale Lingotto”. I biglietti per la serata finale possono essere acquistati sul “portale web” ufficiale della “Pinacoteca” al prezzo di 7 euro per la tariffa intera e di 5 euro per la tariffa ridotta, riservata ai minori di 12 anni e ai “caregiver”.

partire dalle 21,30, prima dell’incontro con l’autrice e della proiezione sotto le stelle, gli spettatori potranno godersi l’ultimo tramonto della rassegna sulla “Pista 500” approfittando anche dei servizi del “FIATCafé500”.

Gianni Milani

Nelle Foto: Aurora Ruffino e Locandina de “Il favoloso mondo di Amélie”

Nuovi organi delle Residenze reali e dei Musei nazionali del Piemonte

L’istituto completa il percorso verso la piena autonomia speciale

Con la recente nomina del Consiglio di Amministrazione, firmata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, le Residenze reali sabaude – Direzione regionale Musei nazionali del Piemonte completano il percorso di costituzione dei propri organi statutari e sono oggi pienamente operative nell’ambito dell’autonomia speciale prevista dalla riforma del Ministero della Cultura.

L’istituto, nato nel 2024, è ora dotato di Consiglio di Amministrazione, Comitato Scientifico e Collegio dei Revisori dei Conti, i tre organi che affiancheranno la Direzione nei prossimi anni, contribuendo all’indirizzo strategico, alla programmazione scientifica e alla gestione amministrativa.

I componenti sono stati individuati tra personalità di riconosciuta esperienza nel panorama culturale italiano e tra professionisti del settore.

Consiglio di Amministrazione Presidente: Filippo Masino Componenti: Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, designata dal ministro della Cultura; Marco Magnifico Fracaro, designato dal ministro della Cultura; Carola Caldarelli, designata dal ministro della Cultura d’intesa con il ministro dell’Economia e delle Finanze; Chiara Teolato, designata dal Consiglio Superiore per i beni culturali e paesaggistici.

Comitato Scientifico Presidente: Filippo Masino Componenti: Daniela Brignone, designata dal ministro della Cultura; Paolo Cornaglia, designato dal Consiglio Superiore per i beni culturali e paesaggistici; Paolo Gerbaldo, designato dalla Regione Piemonte; Guido Curto, designato dal Comune di Torino.

Collegio dei Revisori dei Conti Presidente: Rosa Maria Sutera Componenti: Angelo Di Summa e Stefano Gilardenghi.

«Con queste nomine di altissimo profilo, per le quali sono riconoscente al signor Ministro, questo istituto è più forte – sostiene Filippo Masino, direttore delle Residenze reali sabaude e dei Musei nazionali Piemonte -. Non poteva esserci notizia migliore per affacciarsi alle nuove ambizioni e alle imprese che ci attendono». Le nomine arrivano in una fase di forte sviluppo dell’istituto, che negli ultimi due anni ha registrato una significativa crescita delle attività e della partecipazione del pubblico. Nel 2024 e nel 2025 le dodici sedi hanno visto aumentare i visitatori del 23,5% raggiungendo le 360.000 presenze, insieme al rafforzamento dell’offerta culturale, all’affermazione di rassegne ormai divenute appuntamenti stabili, al completamento nei tempi previsti dei progetti finanziati dal PNRR, all’apertura di nuovi spazi e alla ripresa delle campagne di scavo nelle tre aree archeologiche piemontesi affidate all’istituto. «Nelle nostre dodici sedi – aggiunge Masino – convivono ogni giorno ricerca, tutela, valorizzazione e partecipazione culturale. Il lavoro delle nostre équipe coniuga rigore scientifico, qualità dell’offerta e attenzione ai pubblici, che crescono e diventano sempre più diversificati. I risultati raggiunti confermano che la direzione intrapresa è quella giusta».   Nei prossimi mesi le Residenze reali sabaude presenteranno nuovi progetti destinati a rafforzare il ruolo delle proprie sedi sul territorio e a rinnovarne la fruizione, con interventi che interesseranno sia la valorizzazione del patrimonio sia il rapporto con le comunità e con i visitatori.

Torino e i suoi cortili nascosti: un patrimonio silenzioso che racconta secoli di storia

SCOPRI -TO ALLA SCOPERTA DI TORINO

 

Torino è una città che sa sorprendere anche chi la attraversa ogni giorno. Le grandi piazze, i portici e i palazzi storici rappresentano l’immagine più conosciuta del capoluogo piemontese, ma basta oltrepassare uno dei numerosi portoni del centro per entrare in un mondo spesso sconosciuto. Dietro facciate eleganti si celano infatti cortili, giardini interni, scaloni monumentali e dettagli architettonici che raccontano la storia della città con discrezione, lontano dagli itinerari turistici più frequentati.

Sono luoghi che conservano il fascino del passato e che permettono di osservare Torino da una prospettiva diversa, più intima e autentica.

Un patrimonio che attraversa i secoli

Molti dei palazzi storici torinesi furono progettati durante l’epoca sabauda con ampi cortili interni che non avevano soltanto una funzione estetica. Erano spazi destinati all’arrivo delle carrozze, luoghi di rappresentanza per le famiglie nobili e ambienti pensati per garantire luce e ventilazione agli edifici.

Passeggiando tra questi cortili è possibile osservare colonne in pietra, pavimentazioni originali, balconate in ferro battuto, porticati e decorazioni che testimoniano l’evoluzione architettonica della città. Ogni edificio custodisce particolari differenti e racconta una storia fatta di trasformazioni, restauri e cambiamenti che hanno accompagnato Torino nel corso dei secoli.

Spesso chi attraversa il centro storico non immagina che dietro un semplice portone possa nascondersi un luogo tanto ricco di storia e bellezza.

Una Torino meno conosciuta conquista sempre più visitatori

Negli ultimi anni cresce l’interesse verso un turismo più lento e consapevole. Sempre più persone scelgono infatti di allontanarsi dai percorsi tradizionali per scoprire angoli meno noti della città, privilegiando esperienze che permettano di entrare davvero in contatto con il territorio.

Anche molti torinesi stanno riscoprendo questi spazi grazie a visite guidate, iniziative culturali e aperture straordinarie organizzate durante l’anno. Occasioni che consentono di osservare ambienti normalmente non accessibili e di conoscere curiosità legate ai palazzi storici, alle famiglie che li hanno abitati e agli eventi che hanno contribuito a costruire l’identità della città.

Si tratta di un patrimonio spesso poco valorizzato ma capace di affascinare sia i residenti sia i turisti alla ricerca di una Torino diversa da quella raccontata dalle guide più tradizionali.

Il fascino dei dettagli che rendono unica la città

La bellezza di Torino non risiede soltanto nei suoi monumenti più celebri, ma anche nella capacità di custodire piccoli tesori che si rivelano soltanto a chi osserva con attenzione. Un cortile silenzioso, una scala monumentale, un giardino nascosto o una facciata riccamente decorata possono trasformare una semplice passeggiata in un vero viaggio nella storia.

È forse proprio questa eleganza discreta a rappresentare una delle caratteristiche più affascinanti della città. Torino non sente il bisogno di mostrare tutto immediatamente: preferisce lasciarsi scoprire poco alla volta, regalando scorci inaspettati e dettagli che raccontano il suo passato con naturalezza.

Per chi desidera conoscere davvero il capoluogo piemontese, vale quindi la pena rallentare il passo, osservare i particolari e avere la curiosità di varcare quei portoni che, all’apparenza anonimi, custodiscono uno dei patrimoni architettonici più affascinanti della città.

NOEMI GARIANO

Sotto l’ombrello Mercury

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CALEIDOSCOPIO ROCK USA ANNI ’60

Smash Records” nacque nel 1961 come sottoetichetta di “Mercury”, per la pubblicazione di generi alternativi al “focus” originario dell’etichetta madre. Primo responsabile fu Shelby S. Singleton Jr, con la collaborazione di Charles Fach, che gli subentrò nel 1966-1967. Dopo che “Philips” acquistò “Mercury” e fondò “Fontana” come sussidiaria per la musica internazionale, “Smash Records” diventò etichetta “country” con contributi rock, R&B soul e pop misti.

Shelby S. Singleton Jr nel 1967 uscì da Smash Records e nel 1969 acquistò la “Sun Records” da Sam Phillips.

Smash Records” rimase attiva fino al 1970. Successivamente venne rilanciata più volte, nel 1979, nel 1985 e nel 1989. Nel 1991 “PolyGram” decise di riattivare “Smash Records” nel PolyGram Label Group, con generi del tutto diversi e pienamente commerciali, incentrati sul settore dance. Nel 1992 passò ad “Island Records”, per poi spegnersi del tutto nel 1996.

Si elencano qui i soli 45 giri “Smash Records” di surf, garage rock e psych rock tra 1965 e 1969:

– BOBBY SIMMS “The World Is Funny / You’re My Every, Everything” (S-1980) [1965];

– RON WINTERS “Big Black Bike / My Girl” (S-1987) [1965];

– THE OUTLAWS “Don’t Cry / Only For You” (S-2025) [1966];

– THE SPOTLIGHTS “Dick Tracy / Little Orphan Annie” (S-2031) [1966];

– DEE JAY AND THE RUNAWAYS “Peter Rabbit / Are You Ready” (S-2034) [1966];

– THE SCOTLAND YARDLEYS “Some Guys Have It (Some Guys Never Will [I-II]” (S-2036) [1966];

– THE LEFT BANKE “Walk Away Renee / I Haven’t Got The Nerve” (S-2041) [1966];

– DEE JAY AND THE RUNAWAYS “She’s A Big Girl Now / He’s Not Your Friend” (S-2049) [1966];

– SWINGIN’ MEDALLIONS “She Drives Me Out Of My Mind / You Gotta Have Faith” (S-2050) [1966];

– THE UNDERPRIVILEGED “Come On / You Hurt Me” (S-2051) [1966];

– GARY AND THE HORNETS “Hi, Hi, Hazel / Patty Girl” (S-2061) [1966];

– THE FIVE EMPREES “Gone From My Mind / Hey Diddle Diddle” (S-2065) [1966];

– THE DISTORTIONS “Behind My Wall / A Love That Loves You” (S-2068) [1966];

– THE DELIGHTS “Every Minute, Every Hour, Every Moment / Just Out Of Reach” (S-2072) [1966];

– THE LEFT BANKE “Pretty Ballerina / Lazy Day” (S-2074) [1966];

– SWINGIN’ MEDALLIONS “I Don’t Want To Lose You Baby / Night Owl” (S-2075) [1966];

– THE FIVE CARDS STUD “Once / Beg Me” (S-2080) [1967];

– SWINGIN’ MEDALLIONS “I Found A Rainbow / Don’t Cry No More” (S-2084) [1967];

– THE RAVES “Mister Man / Mother Nature” (S-2088) [1967];

– THE LEFT BANKE “Ivy, Ivy / And Suddenly” (S-2089) [1967];

– THE JET STREAM “All’s Quiet On West 23rd / Crazy Me” (S-2095) [1967];

– THE UPPER CLASS “Help Me Find A Way / Can’t Wait” (S-2096) [1967];

– THE LEFT BANKE “She May Call You Up Tonight / Barterers And Their Wives” (S-2097) [1967];

– THE RAVES “Think Of Your Love / Don’t Chop Down My Tree” (S-2105) [1967];

– SWINGIN’ MEDALLIONS “Turn On The Music / Summer ‘s Not The Same This Year” (S-2107) [1967];

– HALLMARKS “Soul Shakin’ Psychedelic Sally / Girl Of My Dreams” (S-2115) [1967];

– THE SAN FRANCISCO EARTHQUAKES “I Feel Loved / That Same Old Fat Man” (S-2117) [1967];

– THE FRONT END “Eeny Meeny / You” (S-2147) [1967];

– THE RAVES “Everything’s Fire / Sing Children Sing” (S-2162) [1968];

– APPLE “Thank U Very Much / Your Heart Is Free Just Like The Wind” (S-2143) [1968];

– FRIENDS OF THE FAMILY “Can’t Go Home / How You Gonna Keep Your Little Girl Home” (S-2144) [1968];

– THE ONE WAY STREET[S] “Girls, Girls / Yard Dog” (S-2155) [1968];

– SAN FRANCISCO EARTHQUAKE “Fairy Tales Can Come True (Have You Heard About Lucy) / Su Su” (S-2157) [1968];

– THE PURPLE CUCUMBER “Some Kind Of Magic / Green Eyed Song” (S-2163) [1968];

– THE FRONT END “Beverly / Go On Home” (S-2172) [1968];

– THE TEA COMPANY “Flowers / Come And Have Some Tea With Me” (S-2176) [1968];

– SAN FRANCISCO EARTHQUAKE “The March Of The Jingle Jangle People / Bring Me Back A Little Water” (S-2179) [1968];

– THE YELLOW JACKETS “Hi Boy / When I First Saw Her Face” (S-2180) [1968];

– THE BARRACUDAS “No Matter What You Do / Wait For Tomorrow” (S-2181) [1968];

– OX-BOW INCIDENT “Reach Out / Harmonica Man” (S-2189) [1968];

– THE FRONT END “Remember (Walking In The Sand) / The Real Thing” (S-2199) [1968];

– WOODY’S TRUCK STOP “People Been’ Talking / Tryin’ So Hard” (S-2201) [1968];

– ASYLUM CHOIR “Isicle Star Tree / Indian Style” (S-2204) [1969];

– OX-BOW INCIDENT “You Can’t Make Love By Yourself / She’s Gone” (S-2207) [1969];

– THE TROLL “Satin City News / Professor Pott’s Pornographic Projector” (S-2208) [1969];

– SAN FRANCISCO EARTHQUAKE “Everybody Laughed / The Day Lorraine Came Down” (S-2218) [1969];

– FLANAGAN “Spin Spin / Go My Way” (S-2221) [1969];

– PROCESSION “Adelaide, Adelaide / One Day In Every Week” (S-2225) [1969];

– THE ORGAN GRINDERS “Daylight / Mirror Images” (S-2227) [1969];

– THE FAMILY AFFAIR “Let’s Get Together / Crazy Morning” (S-2235) [1969];

– PROCESSION “You – Me / Every American Citizen” (S-2239) [1969];

– THE ORGAN GRINDERS “Babylon / Precious Time” (S-2242) [1969];

– THE LEFT BANKE “Myrah / Pedestal” (S-2243) [1969];

– THE SHERWOODS “No Deposit, No Return / Ride, Baby, Ride” (S-2252) [1969].

Gian Marchisio

Il viaggio di Odisseo, il grandioso spettacolo di Christopher Nolan

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PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Quei versi, con l’ondeggiare dei nostri momenti giovanili, li abbiamo amati o scolasticamente sopportati, ce li hanno raccontati con il cuore o con un’asfissiante tiritera, qualcuno ha fatto sì che ci piacesse andare oltre. Poi sono stati Saba e Pascoli, Foscolo e il nostro Gozzano, non ci siamo mai addentrati in Joyce: in seguito arrivarono le terzine senza confini di Dante e “lo maggior corno della fiamma antica” non lo si è più potuto dimenticare, nel suo desiderio e nella sfrontatezza di solcare i mari, di superare le colonne conosciute e vedere la propria nave, “la poppa in suso e la prua ire in giù”, avvitarsi su se stessa per scendere inevitabilmente, definitivamente, nel fondo. Nulla ha potuto trattenerlo, né gli affetti familiari né le lotte e la vecchiaia che dovrebbe rappacificare con se stessi e con il mondo, una nuova partenza quindi. Anche Christopher Nolan, nel proprio mondo d’immagini, e di folgorante scrittura, s’è spinto ben al di là di chi lo ha preceduto, il Camerini degli anni Cinquanta o il televisivo e applaudito Franco Rossi, il dimenticato Pavioli o il recentissimo e apprezzatissimo Uberto Pasolini: ha innalzato la grandezza e la grandiosità di quei dodici episodi, che vanno a formare un avventuroso quanto eroico e lacrimevole viaggio di ritorno da una città distrutta e da una guerra sino alla propria patria, sovvertendo ed eliminando personaggi e narrazioni, ingigantendo, immergendosi appieno negli animi dei tanti personaggi e nel “divertimento” suo e dello spettatore, proponendo in primissimo piano le asprezze e la “maraviglia” dei paesaggi, correndo tra Grecia e Marocco, tra Irlanda e Scozia, al centro delle Egadi e delle Eolie, una abbuffata di immagini felicissime e complete dovute a Hoyte van Hoytema, suo fervido collaboratore – da “Interstellar” a “Dunkirk”, da “Tenet” a “Oppenheimer” che gli messo nelle mani l’Oscar due anni fa -, eccelso nelle aperture come nei chiaroscuri.

Certamente, si sarebbe altresì tentati di muovere a Nolan alcuni rimproveri, di aver distorto, di aver modificato, di aver troppo modernizzato. Quegli eccessivi inseguimenti dell’eroe e dei suoi compagni, obbligati a ogni pie’ sospinto ad andar per monti e per valli; l’eliminazione dei Feaci e dell’ospitale Nausicaa, come dell’apparizione della madre Anticlea nel buio dell’Ade, grande episodio di sentimenti, ridotto al nucleo di un film di zombie; l’aver cancellato il dialogo di Ulisse rivolto a Polifemo con quel “Nessuno” che è messaggio di filosofia e traduzione spiccia allo stesso tempo, mentre il monstrum pare una sorta di lucertolone che ha il potere di alzarsi e di sgusciare e d’afferrare corpi umani per farsene pranzo e cena; soprattutto la scelta di una Elena (e di una Clitennestra fedifraga) – che nel poema, tra l’altro, sarebbe “dalle bianche braccia”- che ha i tratti e il colore dell’Africa di Lupita Nyong’o, soprattutto il sottofinale, che pare un sufflé mestamente sgonfiato, se si pensa che la coppia Odisseo/Penelope, lasciando il regno dell’isola all’erede Telemaco, se ne parte per nave “in esilio”. Sono quei “momenti” che non offendono per nulla – lo ripetiamo – la grandezza e la positività del film di Nolan, magari vanno a fare buona compagnia a quel “quandoque bonus dormitat Homerus”, ovvero a quelli per cui anche l’antico poeta, secondo il buon Orazio, se la prendeva comoda, con qualche desiderio in più di rilassarsi. Va dato merito all’autore ancora una volta di non aver tradito le generali aspettative, d’aver umanizzato quel “nostos” – il viaggio – che lo riporta alla sua petrosa isola (dirà Odisseo “non cercare gli dei negli uomini, rimarrai deluso”; anche la protettrice Minerva, interpretata da Zendaya, è un debole apparizione che arriva timidamente e qua e là a rincuorare il proprio protetto), di non aver troppo scomodato gli interventi divini, eccezion fatta per il truce Poseidone che fa di tutto per vendicare l’accecamento della gigantesca prole, di aver guardato al sudore e al sangue, alla fatica e allo smarrimento, alla sfida e a quel minimo di furbizia rimasta per cui Ulisse va universalmente famoso.

Avremo il ciclope, le sirene incantatrici da cui è necessario nascondere l’udito, la maga Circe, assai meno seduttiva di come l’avevamo studiata, che slunga le facce di quei soldati e li tramuta in porci, Argo e Euriclea che con un solo sguardo tutto comprende in un attimo; abbiamo un frenetico ritmo, incalzante, privo di soste, un meraviglioso frastagliamento di scene e di momenti, li ripercorriamo, ripensati e ingigantiti, e li gustiamo maggiormente, come è il recupero del cavallo ingannatore e l’entrata in Troia, calandosi dalla pancia, con alcuni di quegli eroi che stanno per annegare, i fuochi e le stragi, gli inganni e gli eroismi e le difese, le distruzioni totali, tutto in un prezioso brano di cinema, in un crescendo finale che ricorderemo per un pezzo, accompagnato dalla colonna sonora di Ludwig Göransson, altro prezioso collaboratore, a cui il regista ha chiesto di non fare uso dell’orchestra: Göransson ha noleggiato trentacinque gong di bronzo di dimensioni diverse, li ha registrati, li ha combinati con i sintonizzatori; ha aggiunto inoltre una lira, delle dimensioni di un uomo, venendo incontro al desiderio di Nolan per cui il suo suono coincidesse con quello dell’arco di Odisseo, nella gara che precede la strage dei pretendenti, colpevoli per vent’anni d’aver occupato la sua casa. Avremo l’incastellatura dei tanti dubbi e dell’ambiguità che Nolan non cancella nel protagonista di Matt Damon, capace anche di momenti di poesia oltre che di forza e di tracotanza, semmai accrescendolo della consapevolezza dei suoi umani fallimenti, delle morti dei tanti compagni in primo luogo.

Cast di prim’ordine, da Anne Hathaway a Tom Holland che è Telemaco, qui chiamato a maggior spazio e ad essere meno parvenza burattinesca, da Charlize Theron (lei pronta a rinunciare a quella bellezza che da sempre le conosciamo, Calipso, alla quale esporre i tanti sensi di colpa, forse l’allontanamento più tangibile dal poema, l’ansia del girovagare, lo stupore dei sette anni spesi accanto a lei, con l’inganno) a un bravo John Leguizamo che è il fedele porcaro Eumeo, a un efficace Robert Pattinson che è un Antinoo di anno in anno sempre più attaccato a quel trono che un colpo ben assestato della spada gli farà abbandonare, qui confuso nella carneficina e non prima vittima come Omero aveva descritto. Il consiglio è una visione del film a cui abbandonarsi, un viaggio personale, una riflessione che accompagna lo spettatore lungo i 172’ per nulla avvertibili, in un mare di toni realisticamente cupi ma altresì metaforicamente, modernamente intesi. Gli ultimi respiri – tra morti e moribondi e urla supplici – sono tra le rovine di Troia.

Suoni dal Monviso tra borghi e valli

Organizzato dall’Associazione I Polifonici del Marchesato, il festival conferma la propria vocazione: unire musica di qualità, valorizzazione del territorio, sostenibilità ambientale e coinvolgimento delle comunità locali, con particolare attenzione alle giovani generazioni. Il cartellone 2026 prevede dieci appuntamenti distribuiti in otto comuni e quattro valli della provincia di Cuneo.

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