CULTURA E SPETTACOLI

Così il Caval ‘d brons rimase senza fontane

Alla scoperta dei monumenti di Torino / Il re, dopo aver scartato un primo progetto nel quale Emanuele Filiberto a cavallo scavalca una palizzata, approvò, invece, un bozzetto di un ritratto equestre del Duca poggiante su un basamento, arricchito da quattro figure allegoriche sotto le quali trovavano posto quattro grandi vasche per altrettante fontane

 

Situata al centro della piazza, la statua in bronzo (detta Caval ‘ d brons) raffigura il Duca Emanuele Filiberto a cavallo, nell’atto di rinfoderare la spada dopo la battaglia di San Quintino (1557). Il basamento in granito è ornato su ogni lato dallo stemma sabaudo con la corona ducale e da due bassorilievi in bronzo che rappresentano il Duca mentre fa prigioniero il Montmorency, Gran Connestabile di Francia, e mentre legge i preliminari di pace per il trattato di Cateau-Cambrésis. L’annuncio ufficiale della realizzazione del monumento dedicato a Emanuele Filiberto di Savoia fu dato il 17 dicembre 1831 dalla Gazzetta PiemonteseL’opera venne commissionata da Carlo Alberto all’artista Carlo Marocchetti (stesso autore del monumento dedicato a Carlo Alberto), torinese di nascita ma formatosi in Francia dove risiedeva abitualmente. Il re, dopo aver scartato un primo progetto nel quale Emanuele Filiberto a cavallo scavalca una palizzata, approvò, invece, un bozzetto di un ritratto equestre del Duca poggiante su un basamento, arricchito da quattro figure allegoriche sotto le quali trovavano posto quattro grandi vasche per altrettante fontane. Prima di dare esecuzione al progetto lo scultore Carlo Marocchetti decise di erigere “un non intiero simulacro del monumento al centro della magnifica piazza”; una curiosa prova generale a cui assistette con grande soddisfazione anche “Sua Maestà con un corteggio di autorità”. Ma, pochi mesi dopo la simulazione in piazza, cominciò a circolare a Torino un opuscolo con “Osservazioni relative al Gran monumento” che condannò quasi per intero l’opera. La critica sortì il suo effetto e così un decreto del 24 settembre 1833, stabilì i fondi di L. 210.000 per una “statua equestre in bronzo, collocata sopra un piedistallo circondato da quattro statue allegoriche, il tutto in marmo”; scomparirono definitivamente le fontane. Nonostante le modifiche all’impianto monumentale le polemiche non si placarono, in particolare il critico francese Jean-Paul Ducros rimproverava che le quattro statue agli angoli del basamento apparivano “troppo simmetriche per essere considerate ornamenti architettonici”. 

Dopo innumerevoli contrasti tra Ducros e Marocchetti, la questione si concluse con l’approvazione, da parte dell’Accademia delle Belle Arti, del disegno originariamente concepito dallo scultore. Finalmente, dopo essere stato esposto per due mesi e con grande successo nel cortile del Louvre, il 4 novembre 1838 il monumento venne solennemente inaugurato. Carlo Alberto fu pienamente soddisfatto del monumento ed il Marocchetti ebbe il titolo di barone con in dono un gioiello di gran valore mentre, il fonditore Soyer, ricevette una medaglia d’oro con l’effigie del re. Un’opera, questa, considerata oltre che il capolavoro del Marocchetti, anche uno dei più significativi esempi di politica culturale di Carlo Alberto che, per celebrare l’avvento del suo regno, decise di erigere il primo monumento pubblico all’aperto dedicandolo al Duca Emanuele Filiberto. Dopo due rimozioni, nel 1943 per proteggerlo dai bombardamenti e nel 1979 per restaurarlo, nel 2006 sono inziati i lavori per un accurato restauro e nell’ottobre 2007, tolto il drappo rosso che lo copriva, i cittadini, che attendevano numerosi in piazza San Carlo, hanno potuto finalmente rivederlo. Il monumento, identificato con l’affettuoso nomignolo di “Caval ‘ d brons”, è ormai riconosciuto come uno dei simboli della città di Torino. Ma per poter conoscere il monumento equestre nella sua totalità bisogna anche tenere conto e “spendere qualche parola” per la magnifica piazza che lo ospita. Come ricordato prima, l’opera di Marocchetti a Emanuele Filiberto di Savoia, sorge nel mezzo della centralissima piazza San Carlo, uno spazio progettato da Carlo Castellamonte nel 1637 su un sito occupato prima dall’anfiteatro romano, poi da un tratto delle mura e della spianata della città cinquecentesca. La realizzazione si concluse nel 1650 e divenne il punto nodale del primo ampliamento meridionale della città seicentesca; divenne anche sede di spettacoli grandiosi, manifestazioni ufficiali e parate e la sua prima denominazione fu Place Royale. La realizzazione della piazza, impostata sull’asse della Contrada Nuova (oggi via Roma), rese necessaria prima la demolizione delle vecchie strutture fortificate, ed in seguito la delimitazione del contorno da un sistema di palazzi barocchi porticati, caratterizzati da eleganti facciate unitarie e continue.Per chiudere il lato meridionale vennero progettati i due lotti gemelli, donati, poi in seguito, ad ordini religiosi di stretta protezione ducale: gli Agostiniani Scalzi che fondarono la chiesa e il convento di S. Carlo Borromeo e le Carmelitane Scalze che costruirono la chiesa e il convento di Santa Cristina. Nel corso del tempo, a causa dei progressivi frazionamenti delle proprietà e dei bombardamenti della seconda guerra mondiale, gli edifici originari sono in gran parte andati distrutti e sono stati ricostruiti nel dopoguerra.Fino al 2004, la piazza è stata percorribile dal traffico veicolare e occupata in prevalenza dalle auto in sosta. Con gli interventi di riqualificazione dell’area centrale storica, è stato restituito a piazza San Carlo il suo ruolo da protagonista nello straordinario scenario della Torino Barocca. Il progetto di riqualificazione ha riportato la piazza al suo originario uso esclusivamente pedonale, mantenendo nella pavimentazione il disegno e i materiali esistenti in precedenza. Sperando che questo “tuffo nel passato per conoscere il presente” sia stato di vostro gradimento, Il Torinese vi da appuntamento alla prossima settimana alla scoperta di un’altra meraviglia di Torino.

Simona Pili Stella

(Foto: il Torinese)

La GAM di Torino è tra i vincitori dell’Italian Council

La GAM di Torino è tra i vincitori dell’Italian Council 2026 programma di promozione internazionale dell’arte italiana della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura   La GAM realizzerà la monografia Alessandro Pessoli. Balancing Soul / Anima equilibrista Edizioni Corraini La GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino è tra i vincitori dell’Italian Council, (15ª edizione, 2026), programma della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura volto a favorire la presenza e la conoscenza dell’arte contemporanea italiana all’estero. Nell’ambito della sezione Promozione internazionale di artisti, curatori e critici (Ambito 2), la GAM ha ottenuto un contributo per la realizzazione di una produzione editoriale internazionale, un riconoscimento che valorizza il museo come luogo di ricerca, studio e produzione scientifica, oltre che di valorizzazione e diffusione dell’arte contemporanea. Grazie a questo sostegno la GAM realizzerà Alessandro Pessoli. Balancing Soul / Anima equilibrista, volume monografico bilingue pubblicato da Edizioni Corraini che offrirà la più ampia ricognizione finora dedicata al lavoro di Alessandro Pessoli, tra gli artisti italiani più influenti della sua generazione. Book design: Chiara Costa. Attraverso una selezione di oltre 200 opere – tra dipinti, sculture, disegni e animazioni – il volume ripercorrerà oltre trentacinque anni della ricerca dell’artista, dalla produzione più recente, a ritroso sino agli esordi, con la serie Note della spesa, realizzata nel 1990. Il volume offrirà una lettura complessiva della sua opera, mettendo in luce la continuità dei temi che attraversano la sua ricerca: dalla riflessione sul sacro, sviluppata attraverso un’iconografia religiosa continuamente reinterpretata, al dialogo con la storia dell’arte, fino ai riferimenti alla più ampia cultura visiva contemporanea. Curato da Elena Volpato, il volume raccoglie inoltre i contributi di Jennifer Higgie, Pietro Rigolo, Giuseppe Frangi ed Eva Fabbris, studiosi e curatori che seguono da anni il percorso dell’artista. Il susseguirsi delle immagini è accompagnato dai cinque saggi critici, che approfondiscono la natura “equilibrista” della ricerca di Pessoli: la capacità di muoversi tra registri emotivi differenti, linguaggi espressivi molteplici, metamorfosi, memoria della storia dell’arte e suggestioni provenienti dalla cultura pop contemporanea. Pensato come uno strumento di riferimento per lo studio dell’opera di Pessoli, il volume restituirà per la prima volta una visione organica dell’intero percorso dell’artista, contribuendo a rafforzarne la conoscenza e il riconoscimento nel panorama internazionale. Il progetto rappresenterà inoltre un’importante occasione di aggiornamento e completamento dell’archivio dell’artista. La pubblicazione sarà presentata a settembre 2027 in tre sedi internazionali, negli spazi del Camden Art Centre di Londra, del Centre Pompidou Metz, e del MAC / CCB — Museum of Contemporary Art and Architecture Centre at the Belém Cultural Centre di Lisbona. Sono previsti anche due appuntamenti italiani, a giugno alla GAM di Torino e tra settembre e ottobre 2027 all’Accademia di Belle Arti di Bologna dove Pessoli si è formato.

Il forte di Gavi e la torre del Barbarossa

L’imperatore è nel castello di Gavi, roccaforte militare di grande importanza, un luogo fortificato e sicuro durante le campagne imperiali in Italia. Da un’altura rocciosa domina il borgo antico e l’area collinare dell’Alto Monferrato al confine con la Liguria. È ospite dei marchesi di Gavi, alleati dell’Impero, potente famiglia feudale alla quale il Barbarossa (1122-1190) era legato da rapporti di parentela e di alleanza. Gavi (provincia di Al) occupava una posizione strategica e da lassù si controllavano le comunicazioni tra il Piemonte, la Lombardia e Genova. Il forte che vediamo oggi a Gavi, riaperto di recente al pubblico dopo un lungo restauro, ha tuttavia un aspetto molto diverso da quello conosciuto da Federico I di Svevia, il Barbarossa. Fu eretto nel 973 e nel XII secolo assunse l’aspetto di un castello medievale con torri e mura più semplici mentre la grande fortezza visibile oggi fu costruita e ampliata tra il XVI e il XVII secolo. L’imperatore si svegliava all’alba in una torre della fortezza dove soggiornava durante i suoi spostamenti nella penisola. A colazione, secondo le cronache locale, pane, formaggio e un calice del pregiato vino locale. Era presto e già si beveva, più vino che acqua. E chissà che bevute! Anche se non esistevano ancora le vigne del grandioso vino bianco Gavi Docg e il paesaggio attorno a Gavi era molto diverso da quello attuale è probabile che la vite fosse già coltivata in questa zona dall’epoca romana.
Lo attendevano riunioni con consiglieri e comandanti militari, riceveva ospiti, ispezionava le mura e il resto della giornata lo trascorreva nei boschi circostanti per battute di caccia o per la falconeria, trastullo preferito della nobiltà medievale. Era la fine del 1185, cinque anni dopo il Barbarossa sarebbe morto in modo rocambolesco, annegando in un fiume in Anatolia durante la Terza Crociata. Doverosa precisazione: non esistono documenti che descrivano nei particolari i vari soggiorni del Barbarossa al castello di Gavi e quindi bisogna attenersi alla tradizione storica locale. I documenti dell’epoca attestano comunque la presenza di Federico I di Svevia a Gavi e il legame tra la dinastia sveva e il borgo. Giunto da Pavia, l’imperatore arrivò a Gavi anche per sottoscrivere un diploma imperiale a favore della famiglia toscana degli Ubertini e, sei anni più tardi, nel 1191, suo figlio Enrico VI di Svevia, padre dello “Stupor Mundi”, firmò, a sua volta, un diploma con cui donò il castello di Gavi alla Repubblica di Genova. Nel 1418 il feudo di Gavi passò sotto la signoria dei Visconti di Milano e, dopo altri passaggi di proprietà, nel 1528 tornò alla Repubblica di Genova che lo tenne fino al 1815, anno in cui l’antica Repubblica fu annessa al regno sabaudo. Non fu il Barbarossa l’unico personaggio di rilievo che soggiornò nella fortezza. Nel Seicento il forte, assalito ed espugnato diverse volte, fu ulteriormente ampliato con l’intervento di un frate domenicano, un certo Vincenzo da Fiorenzuola, al secolo Gaspare Maculani. Frate ma anche uno dei principali inquisitori al processo contro Galileo Galilei. Era inoltre un grande esperto di architettura militare e grazie a lui l’edificio fu trasformato in una grande fortezza tra il 1626 e il 1629, ma altri interventi si susseguirono fino all’inizio del secolo XIX. Durante il primo conflitto mondiale il castello diventò un carcere militare e nella Seconda Guerra Mondiale tornò ad essere luogo di detenzione. Nel 1946 fu consegnato alla Soprintendenza per i Beni Architettonici del Piemonte che lo ha restaurato. All’interno della fortezza si tengono talvolta rievocazioni storiche in costume, conferenze, dibattiti e mostre. Attenzione! Il Forte non è sempre aperto e per gli orari di apertura si consiglia di telefonare al seguente numero: 0143- 643554                    Filippo Re
nelle foto,  il Forte di Gavi e la figurina Liebig con la morte del Barbarossa in un fiume dell’Anatolia

Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento

Breve storia di Torino


1 Le origini di Torino: prima e dopo Augusta Taurinorum
2 Torino tra i barbari
3 Verso nuovi orizzonti: Torino postcarolingia
4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento
5 Breve storia dei Savoia, signori torinesi
6 Torino Capitale
7 La Torino di Napoleone
8 Torino al tempo del Risorgimento
9 Le guerre, il Fascismo, la crisi di una ex capitale
10 Torino oggi? Riflessioni su una capitale industriale tra successo e crisi

 

4 Verso nuovi orizzonti: Torino e l’élite urbana del Duecento

 

Si è parlato finora dei Taurini, dei Romani, di Carlo Magno e dei Barbari, e ancora si sono citati Arduino e la contessa Adelaide, oggi invece ci occupiamo della Torino del Duecento, a cavallo delle lotte tra Imperatore, Papato e comuni e limminente arrivo dei Savoia, famiglia a cui lurbe si lega indissolubilmente.
I fatti risultano nuovamente intricati, sullo sfondo nuovi assetti scombussolano il territorio europeo e la nostra bella città si trova a galleggiare tra guerre e poteri che la vedono comunque coinvolta, anche se non proprio in prima linea.
È il 1155, Federico I di Hohenstaufen, meglio noto con lappellativo Barbarossa, viene eletto imperatore. Egli è convinto di poter risollevare le sorti del potere imperiale del Regno Italico, così nel 1158 indice unassemblea durante la quale presenta il suo puntiglioso programma, sostenendo di voler governare direttamente i territori italiani, di voler nominare personalmente i funzionari amministrativi, e infine di essere deciso a ripristinare limposizione fiscale.
Il piano tuttavia è tuttaltro che apprezzato, soprattutto dal papa e da molte città del nord, in primis Milano.
Tale malcontento porterà poi alla costituzione della Lega Lombarda (1167), voluta dal papa Alessandro III e dalla maggior parte dei comuni nordici, ormai abituati ad una indipendenza de facto.
Allinizio la Fortuna appoggia Barbarossa, tant’è che egli, dopo aver clamorosamente messo a ferro e fuoco Milano, entra trionfale a Torino il giorno di Ferragosto, insieme alla moglie, e qui, proprio nella cattedrale piemontese, viene incoronato.
Ma la Dea è cieca e volubile, e finisce per voltare le spalle allImperatore, che nel 1168 è costretto alla fuga attraverso Susa.

Negli anni seguenti accadono altri scontri tra il Barbarossa, che tenta una riconquista dei territori, e la Lega lombarda: le vicende non sostengono lImperatore, che, infine, nel 1183, dopo la sconfitta di Legnano (1174), sigla un trattato di pace con cui riconosce lautonomia alla città del nord Italia.
È bene ricordare tuttavia che Torino rimane sempre fedele allImperatore, non aderisce alla Lega e si ritrova ad essere nelle mani dei vescovi di turno o degli effimeri alleati del Barbarossa: dapprima infatti è il vescovo Carlo ad essere figura di riferimento per la cittadinanza, in seguito tale incarico è affidato a Milone e poi a Umberto III di Savoia. Federico I resta interessato a governare su Torino, a causa della strategica posizione geografica: a testimonianza  di ciò si sa che egli aveva una residenza, allinterno delle mura cittadine, in un vero e proprio palazzo imperiale. Nel tentativo di controllare lurbe e non solo- il Barbarossa istituisce dei nuovi funzionari: i podestà. Si tratta di amministratori e giudici che dovevano mantenere la pace e riscuotere pedaggi e tasse per conto dellImpero; queste figure rendono il sistema governativo più efficace e sottile, inoltre vantano una formazione legale nonché una schiera di collaboratori personali e possiedono una scorta armata. I podestàesercitano un incarico itinerante, dopo circa sei mesi essi devono spostarsi altrove, aspetto che li rende più imparziali nel giudizio, a confronto dei pubblici ufficiali o dei consoli locali.
Alla fine del XII secolo il comune di Torino si presenta tutto sommato tranquillo ed ordinato: consoli e podestà si susseguono ordinatamente, lassemblea cittadina si riunisce periodicamente e le decisioni che vengono prese durante tali incontri sono trascritte in un corpus che si affianca alle indicazioni designate affinchè si attui un buon governo.

 

Tuttavia la Storia ci insegna che gli eventi sono in continuo mutamento, è infatti proprio durante questo tempo tranquillo che alcune famiglie particolarmente agiate si apprestano ad assumere il controllo della città. Spiccano tra l’élite urbana alcuni protagonisti, tra cui Pietro Porcello, i cui interessi si espandono dalla città al contado. Egli è funzionario amministrativo e vassallo del vescovo, per conto del quale gestisce addirittura un castello, inoltre è menzionato come console assai conosciuto e membro di alto rango nell’élite cittadina.
I cittadini più abbienti erano soliti autodefinirsi nobiles e facevano riferimento alle proprie famiglie come dinastie patrilineari, copiando le abitudini della nobiltà fondiaria.
Alla fine del XII secolo tali gruppi sono quasi una quindicina, tra questi è bene annoverare i Della Rovere, i Borgesio, i Calcagno, i Beccuti e gli Zucca, questi ultimi particolarmente legati alla realtàtorinese.
I nobiles fanno ovviamente coalizione compatta tra loro, grazie a legami matrimoniali intenti a mantenere questo status privilegiato. È possibile avere unidea di come tali famiglie vivessero e accumulassero terre e averi grazie ad uno specifico documento, il testamento di Enrico Maltraverso, redatto intorno al 1214.
Egli dispone che, dopo la sua dipartita, la ricchezza posseduta venga suddivisa tra le quattro figlie e alcune istituzioni ecclesiastiche; la fortuna della famiglia deriva dai possedimenti fondiari, costituiti da molti territori circoscritti a Torino e dintorni: ville, giardini, una macelleria, un vigneto e diversi appezzamenti di terreni agricoli. Tale Maltraverso, come altri elitari, possiede inoltre diversi beni sparsi tra città e campagna e ha il diritto di riscossione dei pedaggi a Rivoli.
Altri dettagli che si possono leggere nel testamento sono prima di tutto che una cospicua parte delleredità spetta alla figlia badessa del convento di San Pietro, ma poi che la parte più ingente di tutto il lascito è devoluta al monastero di San Solutore, dove lo stesso Maltraverso fa edificare una cappella in suo onore. Non è difficile comprendere il motivo di tale attenzione nei confronti della Santissima Chiesa: il pio Enrico tenta di placare linevitabile castigo divino che lo attende per aver praticato lusura durante buona parte della sua vita; il tentativo fa sorridere, ancora di più perché nemmeno dopo la morte Maltraverso mostra carità nei confronti dei creditori, al punto che incarica il collega usuraio Giovanni Cane di riscuotere i crediti precedenti.
Abbiamo alcune informazioni anche su questultimo losco figuro, il Signor Cane diventa presto uno degli uomini più facoltosi della città, ma anchegli pare avesse la coda di paglia: nel suo testamento, redatto nel 1244,  si legge di ingenti donazioni rivolte alla chiesa di San Francesco, con specifiche di ammenda per i propri peccati legati alla vita terrena.
Attraverso tali personaggi si evince che le ricchezze di certa élite torinese è spesso derivata da denaro ottenuto per mezzo di scambi, pagamenti di pedaggi o prestiti e non da attività commerciali o di qualsivoglia produzione. È poi chiaro il legame tra questi nobilesusurai e la Chiesa, che non disdegna di ricevere donazioni per finanziare enti ecclesiastici, ospedali o altre istituzioni religiose; nésono da dimenticare i rapporti più interpersonali tra le due categorie, come dimostrano i canonicati delle cattedrali o le posizioni allinterno dei monasteri più prestigiosi, affidate proprio a figli o figlie di questi ricchi nobiluomini, in modo da assicurare alle varie famiglie un avanzamento sociale e una stabile rete di appoggio costituita da politici e finanziatori: favori che garantiscono a questa esecrabile élite dominante una salda posizione di rilievo allinterno della gerarchia amministrativa comunale o ecclesiastica. É per via di questi spregiudicati che pian piano la figura del vescovo viene surclassata, fino al definitivo colpo di grazia dovuto allinsorgere delle insidie dei signori vicino a Torino, altri aspiranti al potere che si fanno forti della situazione problematica causata dalla contesa tra i comuni della Lega, lImperatore e il Papa.
Il vento sta cambiando ancora, questa volta sussurra il nome dei Savoia.

ALESSIA CAGNOTTO

L’Imperatore e la contessina astigiana

Favola, leggenda, storia romanzata?

Nulla di tutto ciò, la storia è vera ma poco conosciuta. Il celebre Federico II, imperatore, re di Sicilia e amante dell’Italia, si innamorò perdutamente di una giovane nobildonna astigiana che si chiamava Bianca Lancia o Bianca d’Agliano. Un amore a prima vista che scoppiò ad Agliano Terme, appena i due si videro davanti al castello della famiglia Lancia. Non si poterono sposare perché lei apparteneva solo alla piccola borghesia ma il loro fu comunque un grande amore semi-segreto. O forse è stata l’ultima moglie dell’imperatore che egli sposò in punto di morte. Fra le tante donne di Federico, tra mogli e amanti, lo svevo-jesino scelse Bianca. Oggi Agliano d’Asti, piccolo paese di 1500 abitanti, è più noto per le terme e il suo barbera che per il passaggio dell’imperatore svevo. L’antico castello non c’è più, distrutto nel Seicento durante le guerre tra i Savoia e gli spagnoli, ma la torre è sopravvissuta, c’è ancora, è lì a ricordare l’incontro storico tra Federico e Bianca intorno al 1225. Fu un colpo di fulmine per entrambi. Ma cosa ci faceva il grande Federico II in un piccolo borgo a 20 chilometri da Asti? I Lancia erano conti piemontesi e hanno sempre avuto stretti legami con il casato svevo degli Hohenstaufen. Il capostipite della famiglia Lancia, il nobile Manfredi, aveva ottimi rapporti con il Barbarossa, nonno di Federico II. Sia i Lancia sia gli Agliano erano aristocratiche famiglie ghibelline del Piemonte, tra loro imparentati, e proprietari di castelli, palazzi, tenute e interi paesi del Monferrato. Un tal giorno Bonifacio di Agliano, cognato di Manfredi Lancia e vassallo dell’imperatore, ricevette un giovane Federico II che, in visita in Piemonte, tornava da una battuta di caccia e gli presentò la sua famiglia. Tra Bianca, appena sedicenne, e il trentenne Federico, fu subito grande amore. La castellana, secondo le fonti storiche, era molto bella, snella, bionda, elegante, una bellezza mozzafiato che fulminò Federico. Se ne innamorò alla follia e, nonostante fosse già sposato, la portò con sé nei suoi tanti castelli che ancora oggi si possono ammirare in Italia e da lei ebbe tre figli, Costanza, Manfredi, re di Sicilia, e Violante. Fu tuttavia una relazione semi-clandestina e secondo una leggenda, durante la gravidanza di uno dei figli, Federico, forse per gelosia, tenne chiusa l’amante in una torre del castello di Gioia del Colle nel quale erano soliti trascorrere lunghi periodi. Fu molto generoso con Bianca e le assegnò terre e proprietà. E bravo il nostro Federico, nostro perché in fondo è più italiano che straniero: nato a Jesi, morto in Puglia, sepolto a Palermo. Ma il racconto non finisce qui anche perché la storia di Bianca Lancia è circondata dal mistero. I due personaggi forse si sposarono nell’ultimo istante della loro vita. Federico fu costretto, per esigenze reali, a sposarsi per la terza volta e di conseguenza la bella amante fu allontanata. Ma non sparì mai dalla sua vita e si sostiene che il matrimonio fu fatto in punto di morte al capezzale di Federico nel 1250 o a quello di Bianca ma fu in qualche modo celebrato. Bianca fu l’unica donna che conquistò davvero il cuore di Federico II di Svevia. Né con le mogli legittime né con le amanti Federico ebbe mai una relazione così intensa e lunga. Pensando a Oria (Brindisi) dove ogni anno, pandemia permettendo, si rievocano con un corteo storico i fasti del matrimonio tra Federico II e Jolanda di Brienne, la seconda moglie, chissà se un giorno anche ad Agliano d’Asti sarà possibile organizzare qualcosa di simile, come si vede nel dipinto, per ricordare il grande amore tra Federico e Bianca?
                                                             Filippo Re

Alla Pinacoteca Agnelli in mostra Alberto Savinio, Chris Ofili e Iris Touliatou

Da venerdì 30 ottobre prossimo 

In occasione della Torino Art Week, la Pinacoteca Agnelli inaugurerà venerdì 30 ottobre prossimo la nuova stagione espositiva con tre progetti che attraversano il Novecento storico e la ricerca contemporanea, a conferma della sua vocazione a porre in relazione collezione, nuove produzioni e riletture della storia dell’arte.
Da venerdì 30 ottobre 2026 a domenica 4 aprile 2027 fulcro della programmazione sarà la mostra “Alberto Savinio. Souvenir”, la più importante esposizione dedicata all’artista Alberto Savinio, nato ad Atene nel 1891 e spentosi a Roma nel 1952, intellettuale tra i protagonisti della cultura europea del Novecento.
La mostra è curata da Sarah Cosulich e Pietro Rigolo e realizzata in collaborazione con l’Archivio Alberto Savinio e con il supporto di un comitato internazionale. Riunisce settantacinque opere tra dipinti e disegni, offrendo una rilettura articolata ed ampia della sua ricerca pittorica dagli anni Venti fino ai primi anni Cinquanta.
Figura difficilmente riconducibile a un’unica disciplina, Savinio ha attraversato musica, letturatura, teatro e arti visive costruendo un immaginario personale in cui convivono mito classico, memoria, ironia e invenzione. La mostra riesce a restituirne la complessità attraverso un percorso capace di metterne in evidenza la straordinaria originalità della pittura e il suo contributo alla costruzione della cultura visiva del Novecento.
Il percorso espositivo segue l’evoluzione della sua ricerca attraverso alcuni dei nuclei tematici più significativi della sua produzione, i riferimenti al mondo classico e alla Grecia della sua infanzia, il tema della memoria, i ritratti di famiglia, le figure ibride tra uomo e animale, i celebri giocattoli, i paesaggi antropomorfi e la produzione grafica che, negli ultimi anni della sua attività, assume una crescente autonomia.
Più che una ricostruzione cronologica ‘Souvenir’ propone una riflessione sulla straordinaria capacità di Savinio di attraversare il proprio tempo, anticipando questioni ancora oggi centrali, quali il rapporto tra identità e rappresentazione, il dialogo tra culture, la costruzione della memoria e il ruolo dell’immaginazione come strumento di conoscenza.

‘Beyond the Collection’ prosegue con “Laure. Chris Ofili & Edouard Manet’, ciclo attraverso il quale la Pinacoteca Agnelli invita artisti contemporanei a confrontarsi con le opere della propria collezione permanente, generando nuovi punti di vista sul patrimonio museale.
Per questo nuovo capitolo Chris Ofili, nato a Manchester nel 1968 e attualmente attivo a Port of Spain Trinidad e Tobago, presenterà da venerdì 30 ottobre 2026 a domenica 4 aprile 2027 una serie di lavori inediti sviluppati a partire dall’opera “Ritratto di Laure” di Edouard Manet, dipinto realizzato intorno al 1862 e conservato nella Collezione Permanente della Pinacoteca Agnelli.
Il progetto, curato da Pietro Rigolo, prende avvio dalla figura di Laure, la donna ritratta da Manet, la cui identità è stata a lungo oscurata nella storia dell’arte da un procedente titolo che ne aveva ridotto la complessità biografica a una semplice classificazione razziale.
Chris Ofili restituisce centralità alla sua figura e riflette sul modo in cui le immagini contribuiscono a definire le identità.
Nei suoi dipinti e disegni, Ofili intreccia riferimenti storici, esperienze differenti, costruendo un universo visivo caratterizzato da una straordinaria ricchezza cromatica e narrativa.
Il dialogo con Manet diventa occasione per affrontare alcune tematiche quali la rappresentazione, la memoria e la riscrittura della storia dell’arte.
Dal 2022 ‘Beyond the Collection’ rappresenta uno dei principali programmi di ricerca della Pinacoteca Agnelli, volto a rileggere la Collezione permanente attraverso il contributo di artisti contemporanei e collaborazioni con istituzioni italiane e straniere, aprendo nuove prospettive su opere e storie che esse custodiscono.

Per la nuova stagione della Pista 500, la Pinacoteca Agnelli presenta un progetto inedito di Iris Touliatou, nata nel 1981 ad Atene dove vive e lavora, artista selezionata nel 2025 attraverso il Premio Pista 500, realizzato in collaborazione con Artissima.
La pratica di Touliatou si sviluppa a partire dai contesti nei quali interviene e dalle relazioni che li attraversano. Ogni progetto nasce dall’osservazione delle dinamiche economiche, istituzionali e sociali proprie del luogo che li ospita, dando vita a opere che mettono in relazione spazio, sistemi di produzione e comunicazione.
Per la Pinacoteca Agnelli l’artista realizza un nuovo intervento con la curatela di Nicola Trezzi , che coinvolge il Billboard della Pista 500 e, nel contempo, si estende ai canali di comunicazione del museo. Il progetto riflette sui meccanismi attraverso cui immagini e messaggi vengono prodotti, distribuiti e consumati, trasformandogli strumenti della comunicazione istituzionale in parte integrante dell’opera stessa.
La Pista 500 rappresenta un ambizioso progetto capace di estendere il programma museale della Pinacoteca Agnelli oltre gli spazi del museo trasformando l’ex Pista di collaudo per le automobili sul tetto dell’edificio del Lingotto, originariamente costruito come stabilimento Fiat, in un giardino sospeso con un percorso artistico panoramico.
Le opere presenti su Pista 500 sono state realizzate da artisti italiani e stranieri e includono sculture, installazioni luminose e sonore e progetti di cinema espanso, che dialogano con l’architettura del Lingotto, con l’attuale contesto urbano e il paesaggio circostante, facendo della Pista 500 non più un circuito chiuso a strada aperta, da spazio produttivo a luogo collettivo per nuove visioni e storie.

Pinacoteca Agnelli

Lingotto via Nizza 262/103

www.pinacoteca-agnelli.it

Mara Martellotta

Oltre 30mila visitatori per la primavera-estate di Villa della Regina

Da marzo a luglio arte contemporanea, musica, letteratura e performance hanno animato la residenza sabauda con un ricco programma realizzato con i principali partner culturali del territorio.

In autunno torna QU.EEN con una nuova edizione dedicata al tema della metamorfosi nelle opere di Fabio Viale e Frédérique Nalbandian       Oltre 30.500 visitatori in poco meno di quattro mesi raccontano una stagione che ha visto Villa della Regina (TO) confermare il proprio ruolo di luogo della cultura aperto al dialogo tra linguaggi artistici, istituzioni e pubblici diversi. Dal 25 marzo al 14 luglio il complesso museale ha accolto 30.534 visitatori, accompagnando il pubblico attraverso un programma che ha intrecciato arte contemporanea, performance, musica, poesia, letteratura e attività partecipative grazie alla collaborazione con alcune delle principali realtà culturali del territorio. Ad aprire la stagione è stata QU.EEN – Narrazioni d’arte e natura, la rassegna che tra il 25 marzo e il 24 maggio ha registrato 20.029 visitatori. Le mostre di Ezio Gribaudo e Yiannis Melanitis, oltre ad incontri, visite, laboratori e iniziative dedicate al dialogo tra patrimonio storico, arte contemporanea e paesaggio, hanno coinvolto un pubblico eterogeneo, che ha apprezzato il tema e il dialogo tra le opere e gli ambienti della residenza sabauda, confermando la capacità della Villa di proporsi come luogo di sperimentazione culturale. La rassegna ha inoltre esteso il proprio raggio d’azione oltre Villa della Regina, con appuntamenti ospitati alla Villa medicea della Petraia di Firenze, alla Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino, all’Archivio Gribaudo e all’Accademia Albertina. Un percorso che conferma la crescita di QU.EEN e la sua capacità di svilupparsi in dialogo con istituzioni culturali del territorio e con sedi di rilievo nazionale. La programmazione è proseguita con ARWE – Art Residencies World Exchange, progetto internazionale promosso e coordinato dall’Accademia Albertina, che ha coinvolto numerose realtà internazionali. Nell’ambito del programma, dal 26 maggio al 7 giugno, Villa della Regina ha ospitato, in continuità con il percorso avviato da QU.EEN, il dialogo tra artisti italiano e greci attraverso installazioni, mostre e performance realizzate da artisti e studenti delle Accademie coinvolte. L’iniziativa, che ha registrato 4.213 ingressi, ha trasformato gli spazi della Villa in un luogo di confronto tra ricerca contemporanea, pratiche performative e formazione artistica, rafforzando la vocazione internazionale del complesso museale. Il 14 giugno Villa della Regina ha ospitato anche Metronimie, il festival diffuso dedicato alla poesia performativa e alla spoken word. Laboratori rivolti a bambini, famiglie, giovani e adulti, percorsi dedicati alla poesia in LIS, pratiche partecipative e la finale regionale piemontese della Lega Italiana Poetry Slam Under 20 hanno animato per un’intera giornata gli spazi della Villa, confermandone la capacità di accogliere linguaggi contemporanei e pubblici differenti. Tra il 28 giugno e il 5 luglio è tornato Musica Regina in Villa – International Music Festival, diretto dal pianista Francesco Mazzonetto, che ha accolto 1.301 spettatori. La quinta edizione, dedicata al tema Visioni, ha proposto un percorso musicale che ha spaziato dal repertorio barocco al pianoforte contemporaneo, fino al concerto conclusivo con la Filarmonica Teatro Regio Torino diretta da Cinzia Pennesi. Un appuntamento che ha segnato anche un momento storico per Villa della Regina, con la prima esibizione di un’orchestra filarmonica all’interno del complesso museale. La stagione ha visto inoltre consolidarsi la collaborazione con la Fondazione Circolo dei lettori, protagonista di un articolato programma che ha compreso il Book Party e i quattro appuntamenti del ciclo I Duellanti (due quarti di finale, semifinale e finale). Il Book Party ha trasformato il 30 maggio Villa della Regina in uno spazio dedicato alla lettura condivisa, mentre il ciclo de I Duellanti ha riportato il dibattito letterario tra i giardini e gli ambienti della Villa, coinvolgendo lettori e appassionati in una sfida dedicata ai grandi classici della letteratura. Nella finale del 14 luglio si è imposta Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, sostenuto da Natalia Ceravolo, che ha prevalso su Il conte di Montecristo di Alexandre Dumas, difeso da Manuela Iannetti. Gli incontri del ciclo hanno registrato complessivamente 234 partecipanti. L’attività di Villa della Regina proseguirà dopo l’estate con una nuova edizione di QU.EEN – Narrazioni d’arte e natura, in programma dal 22 settembre al 22 novembre 2026. Il tema della metamorfosi guiderà il nuovo percorso espositivo attraverso le opere di Fabio Viale e Frédérique Nalbandian, che dialogheranno con gli spazi della Villa e con i suoi giardini storici, riflettendo sui processi di trasformazione della materia, della natura e dei luoghi. Come nelle precedenti edizioni, alle mostre si affiancherà un ricco calendario di appuntamenti realizzati insieme ai partner culturali del territorio, confermando Villa della Regina come luogo di incontro tra patrimonio storico, arte contemporanea e partecipazione. Tra le novità dell’edizione autunnale debutta anche LINGOS – Dialoghi acustici in Villa, nuova  rassegna musicale diretta da Simone Garino: quattro concerti in forma acustica animeranno il Salone della Villa, proponendo un percorso tra jazz, art-folk e pop sperimentale in dialogo con l’acustica naturale degli spazi storici.

Villa della Regina, Strada Comunale Santa Margherita 79, Torino Per informazioni: drm-pie.villadellaregina@cultura.gov.it; 011 8195035.

Che musica… e non solo al “Forte di Bard”!

Continuano, tra “musica” e “incontri d’autore”, gli appuntamenti della fortunata Rassegna “Estate al Forte di Bard”

Da giovedì 30 luglio a sabato 1° agosto

Bard (Aosta)

E’ in piena corsa – e che corsa! – l’Estate 2026, programmata in Vallée fra le ottocentesche mura del “Forte di Bard”. Tre mesi, da giugno fino a fine agosto: l’“Estate al Forte” è un continuo snocciolarsi di “appuntamenti” culturali di vario genere, dall’organizzazione di “mostre” (fotografiche soprattutto) a “proposte musicali” e d’“intrattenimento socio-letterario” di altissimo livello. Ce n’è di che soddisfare tutti i gusti e le più svariate sensibilità. A darne ancora una ben tangibile dimostrazione la “tripletta” di eventi messa in campo per il prossimo fine settimana.

Per gli amanti del miglior “cantautorato” nazionale, si comincia con due imperdibili appuntamenti inseriti nella preziosa agenda di “Aosta Classica”.

Prendete carta e penna e scrivete a caratteri “cubitali”, il primo nome proposto: Niccolò Fabi, il musicista e cantante romano, ormai  considerato (dopo trent’anni di attività, più di cento canzoni a sua firma, dieci dischi di inediti, due raccolte ufficiali, tre “Targhe Tenco” e tant’altro ancora) come uno dei più importanti in assoluto cantautori italiani. Al “Forte”, Fabi farà tappa, giovedì 30 luglio (ore 21,30), con il suo nuovo tour estivo “Estate 2026”, un concerto che mette insieme i brani “storici” del suo repertorio con nuove composizioni, mantenendo vivo quel rapporto diretto con chi ascolta, che caratterizza da sempre i suoi live, in un racconto musicale capace di unire le generazioni più diverse. Sul palco insieme a Fabi i colleghi e amici di sempre, parte del suo universo musicale: Roberto “Bob” AngeliniAlberto Bianco e Filippo Cornaglia. Insieme a loro anche per quest’esperienza ci saranno Cesare Augusto Giorgini Giulio Cannavale. Prima della sua esibizione ci sarà il dj set con Arma Martellini.

Nel giorno del concerto verrà inaugurata all’“Opera Mortai” anche la mostra “Parola di Pasolini” che presenta tavole a fumetti, disegni e collage del graphic designer Davide Toffolo che “accompagneranno il pubblico nel pensiero del celebre poeta e regista”. A Pasolini, Fabi è del resto particolarmente legato nel suo ruolo, dal 2016, di responsabile e docente della sezione “Canzone dell’Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini”, Centro di “Formazione culturale e artistica” della Regione Lazio. Gli acquirenti del biglietto per il concerto di Fabi potranno visitare gratuitamente anche la mostra prima del live.

Un altro grande nome della musica italiana è atteso per sabato 1° agostoRaf (al secolo, Raffaele Riefoli, pugliese di Margherita di Savoia, classe ’59), accolto al “Forte” con il suo “Infinito Tour”; uno show intenso e trascinante, un viaggio musicale (intrapreso per festeggiare i 25 anni del suo famoso brano, “Infinito” per l’appunto, parte dell’album “Iperbole”) che scandisce le tappe più significative di una carriera lunga oltre 40 anni, fatta di migliaia di live, 14 album pubblicati in studio e più di 20 milioni di dischi venduti in tutto il mondo. Raf (che dopo Bard proseguirà con date estive in tutta Italia e tre concerti fissati per il prossimo autunno nei “Palazzetti”, tra cui il “PalaEur” di Roma) ha scritto e realizzato successi che hanno segnato la storia della discografia come “Self Control”“Infinito”“Sei La Più Bella Del Mondo”“Il battito Animale”“Cosa Resterà degli Anni ‘80”“Ti Pretendo”“Stai con Me” e “Non è mai un errore”.

Musica. Grande musica. Ma anche attesissimi appuntamenti letterari “d’autore”. Così, venerdì 31 luglio (alle 21), ecco salire al “Forte”, nell’ambito della sezione “Incontri” della Rassegna, il grande Paolo Crepet. Notissimo psichiatra, opinionista e saggista (origini sabaude, classe ’51) Crepet porterà in scena “Riprendersi l’Anima”, un intenso “monologo teatrale” dal titolo del suo ultimo libro (Edizioni “HarperCollins Italia”), che invita il pubblico a riscoprire la propria identità più autentica. Crepet “affronta i temi dell’omologazione sociale, della dipendenza tecnologica e della perdita del senso critico, offrendo una riflessione lucida e appassionata sulla società contemporanea”. Imperdibili: il libro e l’appuntamento al “Forte”.

Info utili: Biglietti spettacoli su “Ticketone.it”

Per gli eventi serali è possibile prenotare la cena al ristorante interno “La Polveriera”prenotazioni@fortedibard.it – tel. 0125/833811. Attiva area ristoro in “Piazza di Gola”.

g.m.

Nelle foto: Niccolò Fabi, Raf, Paolo Crepet

Oulx, la torre delfinale tra storia e leggenda

Svetta imponente sul paese di Oulx in alta Valle di Susa e domina l’abitato da molti secoli ma pochi se ne accorgono al di là di una veloce occhiata transitando in auto o a piedi. Non vederla è impossibile ma sono davvero pochi coloro che la raggiungono per visitarla. E pensare che ad agosto decine di migliaia di persone, tra italiani e turisti stranieri, passano per Oulx e molti si fermano per le vacanze estive. È la Torre Delfinale di Oulx che dalla collina del paese, sulla strada che sale a Sauze, fa bella mostra di sé. Dovrebbe esserci la fila di gente ma non c’è. Da centinaia di anni il monumento simbolo di Oulx racconta storia e leggende di una valle ricchissima di Storia, da Annibale (forse, chissà, non si saprà mai con certezza se è passato da qui) all’imperatore Augusto, che, tra l’altro, ringraziamo tutti per aver concesso, nel 18 a.C. , le vacanze ferragostane, le “Feriae Augusti” di duemila anni fa appunto, dai longobardi di Desiderio e Adelchi a Carlo Magno, dai terribili Saraceni a Carlo VIII e Francesco I di Francia che in qualche modo hanno avuto a che fare con questo paese e a tanti altri personaggi storici. La torre delfinale o torre saracena come viene erroneamente chiamata, di proprietà del Delfino di Francia, fu eretta su uno sperone roccioso nella seconda metà del Trecento. È stata anche definita “torre saracena” ma in realtà è di molto posteriore alle scorrerie dei mori e faceva parte del castello delfinale del Quattrocento. Dopo decenni di totale abbandono è stata riportata, alcuni anni fa, al suo antico splendore dal Comune di Oulx, Regione Piemonte e Compagnia di San Paolo con un complesso e costoso intervento di restauro. Anticamente la rocca serviva da magazzino per conservare il grano e in seguito fu trasformata in una torre merlata a scopo difensivo. Dal tetto si gode una bellissima vista sul borgo e la torre è ancora più suggestiva con l’illuminazione notturna. Un sistema multimediale racconta ai visitatori la storia della valle e il territorio di Oulx. Questo piccolo ma importante tesoro d’arte sorge nei pressi della chiesa di Santa Maria Assunta ed e’ gestito dalla Pro Loco di Oulx. Al suo interno si possono vedere mostre di pittori e artisti della valle.

Filippo Re

Foto Oulx.org

“Attraverso Festival # pop”… il viaggio continua

Prosegue l’iter della “Rassegna” organizzata da “Hiroshima Mon Amour” e “Produzioni Fuorivia” tra le “Terre – UNESCO” del Piemonte meridionale

Da mercoledì 29 a venerdì 31 luglio

Saluzzo (Cuneo)/Cassano Spinola (Alessandria)/Bra (Cuneo)/Trisobbio (Alessandria)

E’ ormai entrato, a “tutta birra”, nella sua terza settimana “Attraverso Festival”, XI edizione della Rassegna che, dal 13 luglio al 19 settembre, “abita” borghi e piazze di LangheRoeroMonferrato e Appennino piemontese, riunendo alcuni dei nomi più significativi del nostro teatro di narrazione, della letteratura, della divulgazione della “stand-up comedy” e della musica d’autore, nel segno sempre di “#pop”, termine scelto per sottolineare “il legame con il pubblico e con i temi del presente”.

Dopo le “ospitate” – lunedì 27 e martedì 28 luglio – di Elio Germano e Theo Teardo (insieme ne “Il sogno di una cosa” da Pier Paolo Pasolini, al Teatro Sociale “G. Busca” di Alba), seguiti dallo “storico della medicina” Paolo Mazzarello (a Gamalero, nell’Alessandrino), dal direttore de “Il Post”Francesco Costa (nella cuneese Saluzzo) e dallo scrittore torinese Alessandro Perissinotto (a Rocca Grimalda, sempre nell’Alessandrino), mercoledì prossimo 29 luglio, il “Festival” torna a Saluzzo con la criminologa, psicologa forense e ormai celebre volto televisivo, Roberta Bruzzone che porterà in scena “Amami da morire. Anatomia di una relazione tossica”, intenso spettacolo teatrale scritto ed interpretato dalla stessa Bruzzone, che di fronte a un pubblico (sicuramente presente “in forze”) metterà a nudo i meccanismi manipolatori del “narcisista” e le dinamiche psicologiche che, piano piano, portano all’annientamento psichico-morale e, spesso, fisico della vittima. Argomento di assoluta attualità, che da Roberta Bruzzone sarà, come sempre, affrontato con chiarezza e incisività. Senza sconti per nessuno.

Nella stessa serata, al “Belvedere San Martino di Gavazzana”, a Cassano Spinola (Alessandria)Stefano Massini, tra i drammaturghi e narratori più apprezzati della scena italiana (unico autore italiano ad aver finora ricevuto un “Tony Award”, l’“Oscar del Teatro” americano, oltre ad essersi aggiudicato sia il “Drama League Award 2022” sia l’“Outer Critics Circle Award 2022”), presenterà  L’alfabeto delle emozioni”, toccante monologo teatrale, attraverso cui Massini, partendo dalla constatazione che oggi la società ci ha portati a essere “analfabeti emotivi”, saprà guidare il pubblico “in un viaggio ironico e profondo, esplorando la forza e la fragilità dell’animo umano”.

Giovedì 30 luglio, nel Cortile di “Palazzo Traversa” a Bra (Cuneo), sul palco arriverà (appuntamento spostato dal 23 luglio e particolarmente atteso per la forza del suo sguardo diretto sui conflitti contemporanei) Cecilia Sala, protagonista di “Venti di guerra. Riflessioni di una giornalista inviata di guerra”. Giornalista, scrittrice e inviata per testate nazionali tra cui “Il Foglio”, la romana Sala, famosa per i suoi reportage di cronaca internazionale e per il “podcast” di successo “Stories”, è tra le voci più riconoscibili dell’informazione italiana sul piano internazionale, capace di unire rigore giornalistico, forza narrativa e presenza sul campo, restituendo al pubblico non una lettura astratta della guerra ma la sua concretezza quotidiana, umana e politica in luoghi complessi come Iran, Afghanistan e Ucraina. Sempre totalmente partecipe e calata in prima persona nei fatti, tanto da essere arrestata, nel dicembre 2024, in Iran, mentre svolgeva il suo lavoro, e detenuta per 21 giorni nella prigione di Evin, per poi essere rilasciata (a seguito di negoziati – al centro scambio di prigionieri – tra i governi italiano, iraniano e statunitense) e fare ritorno in Italia, nel gennaio 2025.

La stessa sera, ancora a Cassano Spinola (Alessandria), il giornalista molisano di Torella del Sannio, Domenico Iannacone porta in scena “Che ci faccio qui..in scena” (titolo tratto – e ampliato – dal suo seguitissimo programma televisivo condotto a partire dal 2019 su “Rai3”) con musica dal vivo eseguita da Emanuele Bono: giornalista e autore tra i più sensibili nel racconto del reale, Iannacone “ha costruito il proprio percorso dando voce alle esistenze ai margini, alle fragilità, ai silenzi e alle verità meno visibili del Paese, e in teatro trasferisce questa stessa attenzione in una forma che unisce racconto, presenza e ascolto”.

A chiudere la terza settimana di “Attraverso Festival” sarà, venerdì 31 luglio, al “Castello” alessandrino di TrisobbioLaura Formenti, una delle voci più interessanti e singolari dell’odierna “stand – up comedy” italiana, che porterà in scena “Io Mortah Live”, spettacolo in cui l’attrice pavese (nel 2022 ospite come monologhista del format “Giudizi Universali” de “Le Iene”, nonché presente nel cast del progetto teatrale di Serena Dandini “Vieni Avanti Cretina!” e “ Vieni Avanti Cretina. Next!”)  “affronta i temi dell’identità, del cambiamento, delle paure e delle contraddizioni del presente, trasformando la comicità in uno spazio di osservazione lucida e tutt’altro che superficiale”.

Soddisfatti gli organizzatori: “Anche in questo finale di settimana – sottolineano – il Festival conferma così la sua capacità di tenere insieme registri diversi e pubblici diversi, facendo convivere riflessione civile, racconto artistico, divulgazione e leggerezza senza perdere profondità”. Per infowww.attraversofestival.it

G.m.

Nelle foto: Roberta Bruzzone, Cecilia Sala e Domenico Iannacone