CULTURA E SPETTACOLI

Rock Jazz e dintorni a Torino: Jethro Tull e Silvia Mezzanotte

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GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA

Lunedì. Al teatro Alfieri la cantante Silvia Mezzanotte rende un omaggio a Mina.

Martedì. Al Vinile si esibisce il cantautore Gerardo Balestrieri. Al Circolo Mossetto suona il trio Monne.

Mercoledì. Al Blah Blah sono di scena i The Fuzztones. All’Osteria Rabezzana si esibisce il quartetto di Federica Gerotto, con un tributo a Amy Winehouse.

Giovedì. Al Teatro Colosseo Angelo Branduardi e Aldo Cazzullo, presentano lo spettacolo “Francesco”. Al Blah Blah suonano i The Fire. Alla Divina Commedia sono di scena i Not Very Blues.

Venerdì. Al Blah Blah si esibiscono i Small Jackets. Al Magazzino sul Po è di scena Kety Fusco. Alla Divina Commedia suona la The Lost Track Band. Al Magazzino di Gilgamesh si esibisce la Vanja Sky Band. Al Circolino suona Miriam Jitaru Quartet.

Sabato. Allo Ziggy sono di scena The Spiritual Bat + Varg I Veum.

Domenica. Al teatro Colosseo arrivano i Jethro Tull. Al Blah Blah suonano i Swirl + Cromia.

Pier Luigi Fuggetta

Il primo grande ospite del Festival della Felicità è Brachetti

Approda a Torino il primo show dedicato alla felicità, con il primo grande ospite, Arturo Brachetti, che proporrà il 17 marzo prossimo “La prima storia straordinaria è della leggenda del trasformismo”.

Arturo Brachetti è un artista italiano famoso e acclamato in tutto il mondo, considerato universalmente “The legend of quick- change”, il grande maestro del trasformismo internazionale. Profondo conoscitore del teatro internazionale, da anni affianca a quello di artista il ruolo di showteller, vale a dire divulgatore teatrale, oltre a quello di regista e di direttore artistico. In oltre quarant’anni di carriera, è stato insignito di numerosi riconoscimenti, tra cui il Guinness dei Primati. I suoi spettacoli sono stati applauditi da oltre 5 milioni di persone in tutto il mondo.

La partecipazione agli spettacoli è gratuita

Inalpi Arena – corso Sebastopoli, 123, Torino – 17 marzo ore 21.

Mara Martellotta

Fanny Vialardi di Sandigliano, l’amazzone piemontese

Una donna straordinaria che arrivò fino all’Himalaya e al Polo Sud.

Il 9 marzo scorso al Museo della Cavalleria di Pinerolo si e’ inaugurata la sala delle Amazzoni, dedicata alle celebri cavallerizze, che verra’ per utilizzata per diversi eventi pianificati nel 2025.

Durante l’incontro, che ha visto un susseguirsi di testimonianze ed interventi preziosi e prestigiosi, si e’ parlato anche di Fanny Vialardi di Sandigliano, la cavallerizza piemontese che ha portato gloria a questa regione nel 1925, al Concours Hippique International Militaire di Nizza, il primo campionato del mondo di monta all’amazzone su Zaglione, battendo concorrenti di alto livello come Yvonne de la Croix e vincendo il primo premio. Ma cosa vuol dire montare all’amazzone? Definita come modalita’ nell’800 prevedeva un abbigliamento speciale e vedeva la donna seduta su una sella speciale con le gambe posizionate da una parte del cavallo. La sua prima apparizione avvenne nel XIII secolo ed ebbe una evoluzione nel tempo soprattutto riguardo alla sella che, inizialmente, era molto scomoda e non permetteva di cavalcare con disinvoltura fino a che non arrivo’ quella con il doppio appoggio o corno.

Fanny, appartenente ad una delle famiglie piu’ conosciute e potenti del Piemonte: i Tornielli, fu una cavallerizza della scuola di Federico Caprilli che modifico’ lo stile e la relazione tra cavallo e cavaliere.

Gentile e mai aggressiva nella sua personalita’ di cavallerizza, la sua specialita’ fu il salto ad ostacoli; debutto nel 1923 ai campionati di Pinerolo e continuo’ la sua carriera partecipando a diversi concorsi in Italia e all’estero, soprattutto a quelli delle Grandi Prove Ippiche.

Nel 1922 sposò il conte Carlo Vialardi di Sandigliano, ufficiale e diplomatico e nel 1930 si ritiro’ dalle gare e si dedico all’allevamento dei cani che amava di piu’, gli airedale terrier, che le diedero’ molte soddisfazioni anche come campioni.

Fu una grande viaggiatrice in un periodo in cui spostarsi non era per nulla confortevole. Tra i suoi viaggi piu’ belli troviamo quello che fece sull’Himalaya in Nepal per i suoi 75 anni e l’altro al Polo Sud per celebrare i suoi 80.

In sua memoria, il nipote Tomaso Vialardi di Sandigliano ha istituito nel 2006 il Prix International Fanny Vialardi di Sandigliano, che premia ogni due anni la migliore amazzone del Rassemblement International des Amazones di Carcassonne. Fanny Vialardi resta una figura emblematica nel panorama equestre italiano, simbolo di eleganza, tecnica e passione per l’equitazione. Questa signora straordinaria ha contribuito a rendere piu’ accessibile lo sport alle donne, ha dimostrato, nel fatto specifico, che a cavallo non ci sono differenze di genere, neanche quando si tratta dei percorsi piu’ ardui e complicati. La sua vita e’ un altro importante esempio di volonta’ e tenacia non solo in riferimento alla sua carriera, ma anche per la sua audacia nel vivere la sua esistenza come desiderava e non secondo le aspettative culturali.

Maria La Barbera

La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: Umberto Eco e l’Università desertificata – Ripensare il Carnevale torinese – La poesia di Patrizia Valpiani – Lettere

Umberto Eco e l’Università desertificata
Sono stato amico di Umberto Eco che mi presentò il francesista Mario Bonfantini tanti anni fa. La sua semiologia non mi convinse mai e timidamente glielo dissi. La Semiologia oggi è preistoria, ormai legata al passato come lo strutturalismo e la critica marxista. Quando morì  dieci anni fa, Eco  chiese che per dieci anni si evitasse di avviare un bilancio  sulla sua opera. Una richiesta giusta perchè il rischio era una specie di “Santo subito“ laico che non sarebbe stato gradito in primis dall’interessato  che era uomo di libera e fervida intelligenza. Oggi possiamo incominciare a riflettere su lui più liberamente. E’ la legge che regola l’intitolazione delle vie e che spesso viene aggirata per motivi politici. Credo che  il semiologo sia morto e sepolto, resta il romanziere, soprattutto l’autore del “Nome della rosa“ che forse deve la sua notorietà  soprattutto ad un film di successo.
Eco era un uomo scanzonato che amava la battuta, anche se  è  stato un accademico in quel DAMS di Bologna in cui purtroppo  è prevalsa la demagogia sessantottina e l’improvvisazione di tanti apprendisti privi di vera genialità, ma ricchi di faziosità al massimo grado. Il figlio di Bonfantini, assistente di Eco, fu l’emblema di quel sinistrismo. I DAMS in Italia sono stati il covo di tanti  personaggini pieni di ambizioni, famelici di denaro, ridondanti di ideologia. L’esempio torinese meriterebbe un libro bianco o rosso a lui dedicato con una particolare attenzione ad  alcuni professorini pieni di astio ideologico e di fallimenti personali che salirono in cattedra, pur  disprezzandola e anche disonorandola. Io non sono in grado di giudicare Eco che certo fu un uomo geniale e non voglio neppure tentare un giudizio che non mi appartiene. La mia amicizia con Mario Garavelli, suo compagno di liceo ad Alessandria, mi impedisce di essere polemico sugli aspetti dell’opera di Eco che non condivido. Voglio ricordare invece  un’operina di apparente poco conto, scritta da Eco: “Come si fa una tesi di laurea” che adottai per anni. Una guida concreta che avvia gli studenti ad impostare una ricerca con qualche rigore scientifico. L’Università era così mal ridotta dopo il 1977 e ovviamente il 1968 che Eco, disperato per la desertificazione degli studi, compose questa guida in cui insegnava agli studenti un metodo sia pure rudimentale di ricerca che si era perduto. Nessuno ci aveva pensato, ma Eco aveva capito dove stavamo andando. Peccato che la Generazione Z  non abbia mai letto Eco e quel  suo libretto e si sia laureata con ottimi voti e la lode.
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Ripensare il Carnevale torinese
Il Carnevale è stato ucciso da chi lo ha trasferito da piazza Vittorio alla Pellerina. Sarebbe come trasferire il Carnevale di Venezia da piazza San Marco a Marghera o anche solo a Mestre. La Pellerina forse diventerà l’area per la nuova sanità torinese, sempre che il diluvio possessivo della sanità privata milanese, lo consenta, ma certo non era il luogo idoneo né per il Carnevale né per la Fiera dei vini. Con piccoli Gianduia che sembrano ritagliati dal vecchio teatro Gianduia di via Santa Teresa, si può fare un Carnevale simile alle nozze con i fichi secchi , come disse Matilde Serao, parlando del matrimonio dei principi sabaudi.
Se pensiamo che la piazza  Vittorio è diventata la piazza per un’iniziativa commerciale come Cioccolatò  (ideona dell’assessora chiampariniana Tessore, quella dei Gianduiotti in piazza Solferino !), abbiamo chiara l’idea che eliminare il carnevale dal centro è stata una sciocchezza, con la complicità delle varie, rozzissime  associazioni piemontesiste, rimaste ferme alla maschera di Carnevale e alla caramella Gianduia, senza capire che la tradizione è anche cultura storica, come dimostrano Ivrea  e Viareggio e non soltanto loro. I sostenitori dell’assessore Dondona, passato alla storia perché da giovane andava a disturbare i comizi degli avversari, sono responsabili della fine di una pagina di storia esportata tra le lucciole di colore della Pellerina. L’assessore socialista di Venezia  Nereo Laroni seppe far rinascere il Carnevale. A Torino, quasi negli stessi anni, le giunte di pentapartito lo  hanno distrutto.
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La poesia di Patrizia Valpiani
Voglio pubblicare questa poesia della nota  poetessa e scrittrice Patrizia Valpiani, presidente per tanti anni dell’associazione dei medici scrittori, istituzione fondata da Achille Mario
Dogliotti, il Principe dei Chirurghi a livello internazionale. La Valpiani è stata esclusa da premio intitolato ad un mio grande amico, il pittore alassino  Mario Berrino, che ho avuto la colpa di aiutare per tanti anni. Anche quest’anno avevo mandato un mio videomessaggio di saluto che mi era stato sollecitato. Ho chiesto di annullarlo perché non aver capito il valore della poesia di un nome prestigioso come la Valpiani appare un limite culturale vistoso e imperdonabile.

A volte il ricordo

 

A volte il ricordo dell’amore

mi prende

Mi fonde e mi confonde

In una fuga dolce di parole

E mi ritrovo a salire correndo

i vecchi gradini delle nuvole

E ricercare l’azzurrità della vita

in due occhi profondi

in due mani sapienti

in due corpi nudi e bianchi

mentre fugge crudele la vita

avanti. Tra grandine e sole

nella tenerezza sempre nuova

dell’alba

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LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com

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Ladri di biciclette del nuovo secolo 
Ma chi se ne frega che Bruno Gambarotta abbia ritrovato la sua bici rubata in agosto ? Forse alla sua età sarebbe ora che evitasse di pedalare. E anche di scrivere cose che non interessano a nessuno ed evidenziano solo il suo esibizionismo narcisistico. Un gambarotta in bici è quasi un ossimoro un po’ ridicolo. Mi stupisco delle indagini di polizia esibite da Gambarotta per ritrovare la sua bici come fosse una reliquia.  Giulietta Righi
Sia più gentile con il vecchio  Gambarotta. E’vero che ha anche fatto la pubblicità commerciale per ditte di elettrodomestici, come il principe Filiberto per le olive Saclà , ma è anche un uomo di spirito che a volte ha saputo steccare nel coro del conformismo torinese. Una volta in un eccesso di generosità, lui presente, lo paragonai a Valdo Fusi come difensore di Torino. Mi accorsi di aver sbagliato, anche se il nipote Fusi, Luigi , non mi disse mai nulla con grande generosità. Valdo non me lo avrebbe perdonato, ma la colpa vera è soprattutto dei giornali che danno ampio spazio alla bici di Gambarotta, un ciclista – convengo con lei – dal cognome poco credibile.
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Ancora Gobetti 

Lo sa che Zagrebelski, ricordando Gobetti,  ha ignorato Einaudi e Salvemini, concentrando la sua omelia su Gramsci? Filippo De Nicola

Piero Gobetti
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Anche Dino Cofrancesco mi ha segnalato le stesse omissioni. Io non c’ero e mi interessa  assai poco sapere cosa abbia detto su Gobetti. Cosa di attende da lui che è non è uno storico e non è neppure uno studioso di Gobetti? Il vero problema è Polito. Zagrebelski ha parlato una volta, Polito è l’attivo e onnipresente direttore del Centro Gobetti.
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Quagliotti
Mi stupisco che Lei non abbia scritto nulla su Giancarlo Quagliotti figura eminente della politica torinese, un vero esponente della Sinistra  che ho amato molto. Bice Alberti
Giancarlo Quagliotti (foto CittAgorà)

 

La accontento subito.  Ho conosciuto Quagliotti e potrei anche ricordare di lui qualche aneddoto .Era una persona con cui si poteva parlare . Avevamo un amico in comune, Piero Fassino. Lo ricordo in interminabili discussioni pubbliche: lui contro la Metro , io contro i maxi tram ,definiti metropolitana leggera. Chiudere i lavori della Metro per 10 anni fu un errore imperdonabile di Novelli. C’era anche un nome che ci divideva, quella di Mario Virano, politico molto ambiguo di cui scrissi tempo fa. Quagliotti era un uomo leale come Carpanini. Non c’e’ mai stata tra noi un’amicizia perché lui fu un funzionario di partito rigoroso, un allievo delle Frattocchie ,un fedelissimo del PCI. La mia formazione cattolico-laico – liberale al Collegio San Giuseppe e poi all’ Università con  Venturi ,Firpo, i due Passerin ,Nada,Galante Garrone  era quanto di più lontano ci fosse dalla sua. Lui era stato un operaio e sindacalista della “Olivetti“, io un amico di Arrigo Olivetti. Immolarsi per un partito come lui fece, per me è una cosa inimmaginabile,direi impossibile.Come era in uso tra i comunisti sposo ‘ anche una comunista che divenne deputata . Già questi matrimoni tra consanguinei politici mi sembravano un po’  come quelli dei Savoia e di altre dinastie tra cugini primi  e mi apparvero assurdi .Ma il Pci fu anche una scuola di moralità politica e personale  che oggi il Pd non sa neppure cosa sia. Poi l’esempio di Togliatti e di Longo che lasciarono le loro mogli, distrusse, insieme all’introduzione del divorzio ,le monogamiche famiglie comuniste, quelle  che abitavano  tutte nella stessa casa di corso Belgio, definita presuntuosamente il “Cremlino“, dove vissero Sulotto   e Bajardi Alcuni come il senatore socialista Bozzello confondevano il suo cognome con il mio mio e mi arrivavano telefonate che non erano dirette a me, ma a lui. Gli incipit, a volte, erano curiosi… Quagliotti non era così anti- craxiano come tanti suoi compagni di partito che preferivano il MSI al PSI di Craxi.

Una vita in prima linea: la storia di Ada Gobetti

Torino e le sue donne

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

 

Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile. Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, Emmeline Pankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.  

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8. Una vita in prima linea: la storia di Ada Gobetti

Dopo l’annuncio dell’armistizio, l’ 8 settembre 1943, le donne aprono le porte delle loro abitazioni ai soldati allo sbando, stravolti dal conflitto bellico. È il primo atto di resistenza femminile. Secondo i dati ufficiali dell’epoca, le donne partigiane sono state 35mila e le stime successive arrivano a contarne almeno 2 milioni. Eppure le partigiane non sfilano nei cortei insieme agli uomini, le foto mentre imbracciano i fucili per molto tempo rimangono nascoste, così come il loro coraggioso operato. È una strana contrapposizione di pensiero immaginare sul campo uomini e donne sulla stessa linea, spalla a spalla, e veder riconosciuto il valore più degli uni che delle altre, eppure, alla fine, al di sopra di ogni cosa valgono le azioni, l’unico modo che l’essere umano ha per dimostrare quanto vale. Ada Gobetti ha agito e combattuto tutta la vita e nessuno potrà mai mettere in ombra il suo mirabile e costante impegno. Ada Gobetti nasce a Torino il 23 luglio del 1902, da un commerciante di frutta svizzero originario della Valle di Blennio e da una casalinga torinese. Brillante studentessa al liceo classico Vincenzo Gioberti di Torino, collabora attivamente alle riviste “Energie nove”, “la Rivoluzione liberale” e “il Baretti” di Piero Gobetti. Con quest’ultimo si sposerà nel 1923 e da lui avrà nel 1925 il figlio Paolo. In quegli anni con Piero, Ada è testimone delle rivolte operaie del biennio rosso torinese, alle quali guardano entrambi con vivo interesse e per cui esprimono fin da subito una appassionata solidarietà. Nel 1925 Ada si laurea in Filosofia e in seguito si dedica all’insegnamento, continuando ad approfondire studi letterari e pedagogici. Nello stesso anno la rivoluzione liberale viene soppressa dal regime mussoliniano. Nel 1926 Piero Gobetti è costretto a emigrare a Parigi, dove morirà nel febbraio dello stesso anno, in un ospedale di Neuilly sur-Seine, a causa di problemi di salute aggravati da una violenta aggressione squadrista, che aveva subito due anni prima a Torino, mentre usciva dalla sua abitazione, che era anche sede della sua casa editrice. Di grande esacerbato dolore le parole vergate da Ada sul suo diario per la morte del marito: «Non è vero, non è vero: tu ritornerai. Non so quando, non importa, non importa. Ritornerai e il tuo piccolo ti correrà incontro e tu lo solleverai tra le tue braccia. E io ti stringerò forte forte e non ti lascerò più partire, mai più. È un vano sogno, tutto questo, una prova di fronte a cui hai voluto pormi: tu mi vedi, mi senti: e io saprò mostrarmi degna del tuo amore. Quando ti parrà che la prova sia durata abbastanza, tornerai per non più lasciarmi. Saranno passati molti anni ma immutati splenderanno i tuoi occhi e ritroverò le espressioni di tenerezza della tua voce. Mio caro, mio piccolo mio amore, ti aspetterò sempre: ho bisogno di attenderti per vivere». 

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Nel 1928 Ada vince la cattedra di Lingua e Letteratura inglese, insegna per alcuni anni a Bra e a Savigliano. Dal 1936 è docente presso il ginnasio del Liceo Cesare Balbo di Chieri (TO). In quegli anni rafforza la propria amicizia con Benedetto Croce, che la sprona a proseguire gli studi e a compiere le prime traduzioni dall’inglese, con le quali introdurrà in Italia gli scritti di Benjamin Spock. Negli anni precedenti l’8 settembre 1943, la casa di Ada Gobetti costituisce un punto di riferimento per l’antifascismo intellettuale e per gli ambienti legati al movimento Giustizia e Libertà. Nel 1937 si risposa con Ettore Marchesini, tecnico dell’ EIAR (Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche). Ada continua ad essere una donna forte e decisa, politicamente attiva e schierata; nel 1942 è tra le fondatrici del Partito d’Azione (PdA), mentre nel 1943, durante la Resistenza, coordina le Brigate Partigiane e fa la staffetta in Val Germanasca e in Val di Susa, dove è attivo il figlio Paolo. Mai stanca di battersi anche su più fronti, nel 1943 è fondatrice dei Gruppi di Difesa della Donna e si prodiga per la nascita del Movimento Femminile. Terminata la guerra, il suo coraggio viene formalmente riconosciuto e viene insignita della medaglia d’argento al valore militare. Dopo la Liberazione è la prima donna a venire nominata vicesindaco di Torino, designata dal CLN, (Comitato di Liberazione Nazionale), in rappresentanza del PdA. Ricopre la carica sino alle elezioni del 1946, interessandosi e occupandosi particolarmente di istruzione e assistenza. Negli anni Cinquanta scrive su molte testate comuniste, tra cui l’Unità, sempre negli stessi anni affianca al costante impegno letterario l’interesse per la pedagogia e nel 1955 entra nella redazione di “Riforma della Scuola”. Nel 1957 fa parte della prima delegazione femminile italiana nella Repubblica Popolare Cinese. Nel 1959 fonda e dirige la rivista “Il giornale dei genitori” a cui collabora, tra gli altri, Gianni Rodari. Dopo una lunga vita avventurosa e dai molteplici interessi politici e culturali, Ada Gobetti muore il 14 marzo del 1968 nella sua casa nella frazione torinese di Reaglie È sepolta nel cimitero di Sassi a Torino, città per cui si è sempre impegnata, che ha tanto amato e che, di rimando, la ringrazia, proteggendola nel suo grembo di terra.

 

Alessia Cagnotto

Musica da camera con l’Accademia Stefano Tempia  

Al teatro Vittoria, lunedì 23 febbraio, si terrà un concerto dedicato alla grande tradizione della musica da camera ottocentesca con il quintetto dell’Accademia Stefano Tempia, in coproduzione con il Conservatorio di Alessandria, con protagonisti al violino Nicola Bignami, alla viola Claudio Andriani, al violoncello Claudio Merlo, al contrabbasso Penelope Mitsikopoulos, e al pianoforte Francesco Pasqualotto. In apertura di concerto si ascolterà il “Gran Duo concertante” di Giovanni Bottesini, leggendario contrabbassista, compositore e direttore d’orchestra detto “il Paganini” del contrabbasso, in cui lo strumento dialoga con il violino in una modalità teatrale. Seguirà il Quintetto “La Trota” D.667 di Franz Schubert, capolavoro della musica da camera ispirato all’omonimo Lied. La freschezza melodica, l’accuratezza discorsiva e la raffinatezza formale trasformano un semplice tema cantabile in una costruzione cameristica luminosa.

Lunedì 23 febbraio, ore 21-teatro Vittoria – via Gramsci 4, Torino  – “Il sorriso del Romanticismo”

Biglietti: intero 15 euro – ridotto 10 euro (soci Tempia, under 30)

https://www.ticket.it/musica/evento/il-sorriso-del-romaticismo.aspx

info@stefanotempia.it

Mara Martellotta

Appuntamenti alla Biblioteca Civica di Chieri

Lunedì 23 febbraio prossimo, dalle 15 alle 18, l’appuntamento alla Biblioteca Civica di Chieri ha il titolo “Chiedi al commercialista”, un appuntamento con un professionista dell’ordine dei Commercialisti di Torino, che sarà a disposizione in presenza per fornire gratuitamente una consulenza di primo livello su temi fiscali e tributari  del terzo settore e societari. Sono esclusi i temi giusvaloristici, di controllo delle buste paga, contratti di lavoro , TFR.
Per usufruire del servizio occorre prenotarsi al numero 0119428400 oppure scrivendo alla Biblioteca di Chieri a biblioteca@comune.chieri.to.it o recandosi in biblioteca entro le 10.30 del giovedì precedente lo sportello.
All’atto della prenotazione sarà necessario indicare il proprio nominativo,  tematica da trattare e recapito per essere ricontattati. Ogni utente ha a disposizione circa trenta minuti con il professionista.

Sabato 28 febbraio prossimo alle 15 si terrà il secondo appuntamento del 2026 della rassegna  “La città di Carta”, dal titolo “A tutti i chieresi! Lettere dei Duchi di Savoia”
I sovrani del Piemonte nel Medio Evo si rivolgevano alle comunità locali con lettere, ordini, disposizioni di vario genere.  Ne restano  interessanti testimonianze  utili ad approfondire il rapporto tra il potere centrale e i poteri locali. Ogni appuntamento porta il pubblico alla scoperta di alcuni documenti legati a un tema programmato. L’iniziativa consente ai presenti di esaminare da vicino le carte, i disegni, le pergamene, i registri, con la guida dell’archivista che accompagna e illustra il tema servendosi dei documenti.

Ingresso libero senza prenotazione.

Sabato 28 febbraio dalle 9 alle 12, presso la Sala Roccati della Biblioteca Civica di Chieri, si terrà l’appuntamento periodico dal titolo “Giocando s’impara. Il gioco come stimolo educativo e invito alla lettura”. Bambini e bambine dai sette anni saranno accolti dai volontari dell’Associazione Ludichieri che trasformeranno il gioco in uno stimolo educativo e in un invito alla lettura.

Ingresso libero senza prenotazione.

Mara Martellotta

Una voglia di matrimonio a sconvolgere la giornata dei coniugi Drayton

“Indovina chi viene a cena” all’Alfieri, repliche sino a domenica

Una giornata “strana e straordinaria” allo stesso tempo quella che stanno vivendo i coniugi Drayton, una giornata che non è l’occasione per una fiaba ma di una realtà che cade su di loro e in cui bisogna prendere decisioni: la loro figlia July è appena tornata per presentare il giovane dottor Prentice, studioso di malattie tropicali, un curriculum lungo così, un lutto alle spalle che sinora ha cercato di cancellare, un uomo davvero eccezionale. La causa di un colpo di fulmine, lo ha incontrato sotto il sole delle Hawaii e lo vuole sposare e niente e nessuno potrà farle cambiare idea. Ma è nero. Anzi, come si sente dire stasera a teatro, “negro”. Erano gli anni Sessanta, mettiamo per l’esattezza il 1967, da un paio gli afroamericani avevano marciato da Selma a Montgomery per riaffermare il loro diritto al voto, era appena stata promulgata una sentenza della Corte Suprema ad abolire le leggi che facevano illegale il matrimonio interrazziale, da tre Martin Luther King aveva vinto il Nobel per la Pace a Oslo, nello stesso anno Katharine Hepburn con tutta la magnificenza della sua Cristina che spadroneggiava in “Indovina chi viene a cena”, Stanley Kramer regista, vinceva il secondo dei suoi quattro Oscar. Ieri e oggi, una realtà che ha ormai sessant’anni ma che ha profonde radici nel mondo che viviamo.

Matt fa parte della bella borghesia di San Francisco, elegante appartamento con vista sul ponte più famoso al mondo, la sua è una visione liberal e tutte le sue idee lo sono, ha fondato un giornale per poterle affermare appieno, vive per le stesse: ma non ha messo in conto che quelle idee sarebbero potute passare dalle pagine del giornale alle pareti di casa sua e coinvolgerlo con feroce immediatezza e travolgerlo. Quel benestare alle nozze lui non lo darà mai, è la società in cui vive a spaventarlo per l’avvenire dei due ragazzi. Quel matrimonio non s’ha da fare, avrebbe detto qualcuno qualche secolo prima. Cristina, dopo il primo smarrimento, si mette a spalleggiare le decisioni della figlia, che altro non è che “quella che abbiamo fatto noi”, quella che è cresciuta secondo i principi che loro stessi le hanno insegnato. Bisognerà fare i conti, quando con la moglie si presenterà a casa Drayton anche con il vecchio Prentice, l’uomo che non è pronto a sapere che suo figlio sposerà una ragazza bianca, l’uomo che per dare un futuro al figlio s’è spaccato per anni la schiena sotto il peso del suo borsone di portalettere, per tanti chilometri che si potrebbe fare tre volte il giro del mondo, un padre che continua a vedersi come un uomo di colore mentre suo figlio, che aspira a vivere in un mondo in evoluzione, vede in se stesso esclusivamente un uomo. Come già ci aveva spiegato il vecchio Tracy, saranno le parole di Matt a portare a tavola un lieto fine.

In “Indovina chi viene a cena”, che aveva la sceneggiatura di William Arthur Rose (un altro Oscar) – teatralmente qui riproposta nell’adattamento di Mario Scaletta (che si ritaglia altresì il gustoso personaggio di Padre Ryan, eccellente campione di golf come sacerdote di lungimiranti consigli) e con la convincente regia di Guglielmo Ferro -, si continua a parlare di differenze e a trattare di matrimoni misti, di rapporti tra padri e figli non sempre idilliaci, di vite che s’intralciano e si riappacificano, di un mondo che nel bene e nel male continua a cambiare, si sceglie il termine comprensione al posto di quello di tolleranza, si pronuncia la parola razzismo (applauditissima) come buon senso (magari più da sottolineare?), ci si commuove e ci si diverte per uno svolgimento e un dialogo che non urlano mai ma badano a una umanità autentica, a un’eleganza e a una riflessione che scoperchia temi attuali, importanti, che premono sempre di più, quotidianamente ormai.

Eleganti ed eccellenti nei loro diversi modi e tempi di comprensione Cesare Bocci e Vittoria Belvedere, irriverente ma per molti versi assennata (anche nelle note negative) la camerierina Tillie di Fatima Romina Alì, esuberante di convinta felicità la July di Elvira Cammarone. Con i loro compagni firmano una autentica serata di successo. L’Alfieri stracolmo di pubblico, applausi applausi applausi e qualche commozione: si replica soltanto sino a domenica ed è un vero peccato.

Elio Rabbione

Tutta la meraviglia del “San Gerolamo” restaurato

Ritorna nella “Sala Acaia” di Palazzo Madama, dopo un delicato intervento di restauro, il prezioso “Polittico” cinquecentesco del “nostro” Defendente Ferrari

Padre e Dottore della Chiesa, traduttore in latino di parte dell’“Antico Testamento greco” e successivamente dell’intera “Scrittura ebraica”,  di San Gerolamo – Sofronio Eusebio Girolamo (Stridone – Istria, 347 – Betlemme, 420), si contano in pittura due “iconografie” principali: una con tanto di abito cardinalizio e con il libro della “Vulgata” in mano o intento e assorto nello studio della “Scrittura” e un’altra, come immagine da ascetico anacoreta nel “deserto della Calcide” (dove rimase un paio d’anni, 375 – 376) o nella “Grotta di Betlemme”, ritratto senza l’abito e senza “galero” (cappello) cardinalizio, spesso accanto al “leone” cui la leggenda racconta avesse tolto una spina dal piede amicandoselo per la vita, al “crocifisso” (simbolo di penitenza) e alla “pietra” con cui pare fosse solito battersi il petto.

A questa seconda rappresentazione s’avvicina in buona parte il “Polittico con san Gerolamo e santi, Annunciazione e scene della Passione”, presentato in “Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica” di Torino (dove l’opera aveva già fatto il suo ingresso nel 1932 attraverso l’acquisizione da parte del lungimirante antiquario torinese Pietro Accorsi dal conte bresciano Cesare Jacini e, non meno, attraverso il mecenatismo illuminato di Giovanni Battista Devalle – fra i soci fondatori della “Pininfarina” – del senatore Isaia Levi e del collezionista Silvio Simeom), dopo un delicato e complesso intervento di restauro, reso possibile grazie al generoso finanziamento dell’avvocato Marziano Marzano, già vicesindaco e assessore alla “Cultura”, durante le Giunte Novelli negli Anni ’70 e primi ’80, e “padre” di quella via Garibaldi finalmente senza auto, prima grande “isola pedonale” della Città.

Polittico (tempera su tavola di grandiose dimensioni, 282 per 211 cm.) realizzato da Defendente Ferrari (Chivasso, 1475 ca. – Torino, 1540) fra il 1520 e il 1535, l’opera rappresenta indubbiamente un lavoro di straordinaria importanza per la storia della pittura piemontese del primo Cinquecento, la cui perfetta conservazione nel tempo è stata però impedita dalla sue stesse notevoli dimensioni. Quanto mai complesso, dunque, il lavoro condotto dal “Laboratorio di Restauro” di Leone Algisi a Gorle (Bergamo), che ha curato gli interventi sulla parte lignea e strutturale – la composizione era stata ristretta sui lati, a danno delle lesene laterali e del fastigio centrale  – con la collaborazione di Carla Grassi per la parte pittorica. Conservato con la “cornice originale” – a differenza di molte altre opere simili oggi presenti in Musei o Chiese – il “Trittico” ha richiesto un intervento di restauro particolarmente articolato, legato alla complessità dell’apparato ligneo e alle condizioni strutturali dei supporti. La presenza della “carpenteria originaria”, rara per “Polittici” di questa epoca, ha reso necessaria la revisione delle soluzioni conservative adottate in precedenti restauri. Principalmente, il lavoro di recupero ha riguardato gli aspetti strutturali e di montaggio dell’insieme, con un complesso lavoro di risanamento delle tavole lignee che costituiscono il supporto dei dipinti. In particolare, la tavola centrale presentava evidenti segni di un’antica frattura, che è stata ricomposta con grande accuratezza, restituendo stabilità e continuità all’intero “Polittico”. Parallelamente, sono stati affrontati gli interventi sulla superficie pittorica. In particolare sulla straordinaria ricchezza di quei preziosismi decorativi e cromatici (rinvenibili, soprattutto, nei monocromi delle “predelle”) assimilabili alla raffinata, rigorosa tecnica dei “vetri dorati e dipinti” propri dei grandi incisori nordico-fiamminghi del Quattrocento e di quel “gusto goticheggiante”, che contraddistinse costantemente l’attività di Defendente, fervodo allievo e seguace, ma con spirito libero, di Giovanni Martino Spanzotti.arte

Il “Polittico” presenta al centro “San Gerolamo penitente” nel suo eremitaggio, in un paesaggio deserto di rocce “che riempiono gran parte della superficie dipinta, imponendo la propria massa in contrapposizione alla geometria regolare e ordinata delle architetture”. Ai lati, due coppie di santi: il “Battista e San Giovanni con l’Agnello” e dall’altra un “giovane santo guerriero recante l’immagine di una città” di cui potrebbe essere il “protettore”. E qui qualcuno ha ipotizzato trattarsi di “San Secondo”, sospettando dunque una provenienza del “Polittico” dalla Città di Asti. In alto, i due “tondi” con l’“Angelo” e l’“Annunciata”. Elemento di eccezionale interesse è la “cornice originale”, decorata con “candelabre” (motivo ornamentale in uso nell’arte classica e in quella rinascimentale per adornare pilastri, ante, volte e pareti) rilevate “a pastiglia” secondo i dettami della cultura cinquecentesca, così come la “predella”, realizzata con una raffinatissima tecnica di “tratteggio a oro” che richiama tanto l’oreficeria quanto le tecniche incisorie.

Ora, al termine del restauro, l’opera sarà nuovamente esposta nella “Sala Acaia”, al piano terra del “Museo”, nella stessa sede che la ospitava prima dell’intervento, tornando così a dialogare con il percorso permanente di “Palazzo Madama”.

In un circuito storico-artistico che sempre più si rivela essere bene prezioso per l’intera Città.

Gianni Milani

Nelle foto:”San Gerolamo”, parte centrale del “Polittico”; il “Polittico” nella interezza, dopo il restauro; Marziano Marzano e Giancarlo Federico Villa, direttore di “Palazzo Madama” (Ph. Alessandro Bergadano)

Il “Pinocchio” di Iodice al teatro Astra

Al teatro Astra, dal 24 al 26 febbraio prossimo, sarà di scena “Pinocchio. Che cos’è una persona?”, per l’ideazione, la regia, la drammaturgia, le scene e le luci di Davide Iodice, a capo della compagnia Scuola Elementare del Teatro APS, produzione Interno 5, Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, in partnership con Teatro Trianon Viviani Forgat ODV.

“Pinocchio – spiega Davide Iodice nelle note di regia – pone la questione del rapporto con la genitorialità. L’ispirazione è connessa al momento in cui Pinocchio ritrova suo padre nel ventre della balena. Geppetto gli dice che a breve la candela si spegnerà e rimarranno al buio. Pinocchio risponde: ‘E dopo?’. Geppetto non saprà cosa rispondere, e la soluzione la troverà Pinocchio. Questo ‘dopo’ è la domanda che si pone qualsiasi genitore di un ragazzo straordinario, nel senso di ‘extra ordinario’, ovvero fuori dall’ordinario. La risposta non spetta solo alla famiglia, ma anche alla comunità, a chi si occupa di assistenza. Geppetto ha un figlio generato da un pezzo di legno, e che vuole a tutti i costi rendere normale. Noi che lavoriamo con la fragilità e la diversità, sappiamo quanto sia pericoloso il concetto di normalità. Sento l’esigenza, dopo anni, di fare un vero e proprio manifesto per e sulla disabilità. Spesso c’è tanta retorica, un senso di carità un po’ penoso. Quello della disabilità è un mondo complesso e ricco, c’è una volontà di esprimersi da parte di questi ragazzi e di essere considerati per quello che sono. Il lavoro di ridefinizione delle identità attraverso lo strumento dell’arte, la centralità della persona e delle sue fragilità, stanno alla base della pedagogia della Scuola Elementare del Teatro, Conservatorio Popolare delle arti della scena”.

“Più volte in questi 10 anni – spiega il regista Davide Iodice – la figura del burattino ci è stata di ispirazione. Spesso ci siamo rivolti a lui come a una sorta di fratello simbolico di ragazzi con sindrome di Down o autismo, o Williams, o ancora Asperger. Come pure appartiene a quella famiglia di ragazzi miracolosamente sottratti al crimine o in pieno percorso di ridefinizione della propria esistenza all’uscita dal carcere che non hanno potuto o saputo evitare. Pinocchio e l’intera compagine simbolica della favola sembrano incarnare tutte le caratteristiche di un’adolescenza incomprensibile e incompresa, nel cui tormento si specchia una società di adulti da macchietta o in rovina. Pinocchio è il diverso, è tutti i diversi, con la loro carica anarchica e dirompente, ma è pure il legno stuprato, come diceva Carmelo Bene, dalla perversione dell’immagine-somiglianza, di un Padre, aggiungo io, di una società normalizzante per la quale il concetto di persona ha canoni rigidi, convenzionali e borghesi. Pinocchio, in prima stesura, si concludeva con l’impiccagione del burattino, come a segnare un’impossibilità di uscita, corretta in seguito da Collodi in una benevola e conciliante trasformazione in bambino, in una persona. Ma cosa è una persona?”

La Scuola Elementare del Teatro, nata nel 2013 dall’incontro tra il regista Davide Iodice e il dottor Giuseppe Cafarella, è un progetto di arte e condivisione a partecipazione gratuita, un luogo di ricerca e formazione permanente, un laboratorio produttivo, una rete di cooperazione, e la sua platea privilegiata è quella con disagio economico e sociale o con disabilità fisica o intellettiva.

Info: TPE Teatro Astra – via Rosolino Pilo 6, Torino  –  fondazionetpe.it

Orari: dal 24 al 26 febbraio 2026 – martedì ore 21, mercoledì ore 19, giovedì ore 20

Mara Martellotta