CULTURA E SPETTACOLI

Angoli torinesi, il Bastion Verde

Il Bastion Verde di Torino, anche chiamato “degli angeli” è un luogo dove la storia militare si fonde armoniosamente con la bellezza naturale. Situato all’interno dei Giardini Reali di Torino, è una delle ultime testimonianze di quella che fu la consistente cinta fortificata della città, oggi trasformata in un’area di svago e relax, ma che conserva ancora tutto il fascino della sua origine: 800 metri lineari di mura a pochi passi dal Palazzo Reale progettato dal geniale architetto cinquecentesco Ascanio Vitozzi. Il suo nome deriva dal fatto che Vittorio Emanuele II lo fece dipingere di verde e ricoprire di edera, in omaggio a sua moglie.

Il Bastion Verde è parte del sistema difensivo che, a partire dal XVII secolo, venne costruito Per proteggere Torino dalle invasioni. La cittadella fortificata, che comprendeva bastioni, mura e torri, si estendeva lungo le colline che sovrastano il fiume Po e rappresentava uno degli esempi più significativi della fortificazione barocca in Italia. Torino, allora capitale del Ducato di Savoia, aveva una posizione strategica e un apparato difensivo che rispondeva alle esigenze di protezione contro minacce provenienti sia da sud (dalla Francia) che da altre direzioni. Come gli altri bastioni della città, faceva parte di una serie di fortificazioni che vennero realizzate tra il 1668 e il 1700, con il progetto di Amedeo di Castellamonte, uno degli architetti più influenti dell’epoca. La struttura doveva garantire un buon punto di osservazione e difesa, ma allo stesso tempo integrarsi nel contesto urbanistico e paesaggistico che Torino stava sviluppando. Oggi, il bastione è circondato da un ampio parco verde che ne attenua la severità militare originaria, donando al sito un aspetto più accogliente e rilassante, ma senza perdere la sua forte identità storica. Con il tempo, le funzioni militari del Bastion Verde sono venute meno e l’area ha subito un processo di recupero e valorizzazione che ha permesso di restituirla alla cittadinanza come un parco pubblico ben curato, dotato di panchine, vialetti e ampie zone ombreggiate che rendono l’area perfetta per passeggiate e relax. L’elemento più interessante del parco è la sua capacità di mescolare il verde con la storia. Una delle caratteristiche più apprezzate del Bastion Verde è la sua posizione sopraelevata rispetto alla città. Dal bastione, infatti, si gode di una vista spettacolare su Torino e sulla collina torinese che si estende dalle Alpi all’orizzonte, con una prospettiva che lo rende un luogo privilegiato per osservare la città dall’alto, in particolare al tramonto, quando la luce dorata avvolge il panorama.

Maria La Barbera

Wall Drawing, l’opera d’arte nelle Langhe firmata David Tremlett

A Coazzolo, piccolissimo comune in provincia di Asti, sorge una piccola chiesa costruita alla fine del Seicento, tuttora consacrata, che vanta una meravigliosa vista mozzafiato sulle colline.


Questa deliziosa cappella, la Beata Maria Vergine del Carmine, edificata tra i filari delle vigne del Moscato e già Patrimonio Unesco, è diventata, in seguito all’intervento di wall drawing dall’artista britannico David Tremlett, un bellissimo esempio di opera moderna pop.
La superfice, di 300 metri quadri circa, è stata dipinta dal pittore con tre colori dominanti: il giallo per il porticato, la terra di Siena per il corpo della chiesa e il verde oliva per la sacrestia e il basamento.
David Tremlett, molto apprezzato per i suoi dipinti murali, è innamorato del nostro paese, che considera, a ragione, la patria della pittura e che lo ha meravigliato con opere d’arte incredibili e potentissime come quelle di Michelangelo e Raffaello.  “Per imparare qualcosa devi lasciarti stupire e saper osservare”, afferma Tremlett, e lui per realizzare quest’opera lo ha fatto profondamente: ha osservato i vigneti, ha parlato con i contadini condividendone il lavoro, le giornate e il cibo.


Il risultato è arrivato dopo centinaia di disegni, forme geometriche e dettagli in cerca di un dialogo con la natura, tra tradizione e modernità. Ed è proprio quest’ultimo l’aspetto più interessante e se vogliamo più sorprendente di questo progetto artistico, l’incontro tra il passato e il contemporaneo, l’unione tra la genuinità ed i valori di una comunità d’altri tempi con nuovi linguaggi artistici, la capacità di far coabitare una natura meravigliosa e portatrice di memorie e semplicità con l’ardire di un opera che si esprime attraverso un lessico innovativo.

 

Maria La Barbera

Lagrange, un monumento per il “sommo geometra”

Alla scoperta dei monumenti di Torino Joseph Louis Lagrange, nacque a Torino il 25 gennaio del 1736. All’età di quattordici anni si iscrisse all’Università per intraprendere gli studi giuridici, ma la passione e l’interesse per la matematica furono talmente forti che si dedicò completamente alle materie scientifiche

La statua, collocata al centro di Piazza Lagrange, rappresenta il matematico in piedi, in posizione eretta su un alto basamento con indosso abiti borghesi. Il viso di Luigi Lagrange è leggermente chino, mentre con la mano destra tiene quel che rimane di una matita, e con la sinistra dei fogli piegati; a terra vicino alla gamba destra vi sono dei libri impilati.

 

Joseph Louis Lagrange, nacque a Torino il 25 gennaio del 1736 da Giuseppe Francesco Lodovico Lagrange (tesoriere dell’Artiglieria del Re di Sardegna), e da Maria Teresa Grosso (figlia unica di un medico benestante di Cambiano). All’età di quattordici anni si iscrisse all’Università per intraprendere gli studi giuridici, ma la passione e l’interesse per la matematica furono talmente forti che si dedicò completamente alle materie scientifiche (geometria, fisica e matematica) abbandonando completamente la giurisprudenza. Professore di matematica alla scuola d’artiglieria a soli 19 anni, fu tra i fondatori, insieme a Francesco Cigna e Luigi Saluzzo, della Regia Accademia delle Scienze di Torino; in contatto con Eulero, venne anche iscritto tra i soci dell’Accademia di Berlino.

All’età di ventotto anni vinse il premio dell’Accademia di Parigi per la migliore opera sulla librazione della luna mentre a trentanni lasciò il Piemonte per sostituire Eulero alla presidenza dell’Accademia di Berlino. Rimase nella città una ventina d’anni, poi si trasferì definitivamente a Parigi, chiamato per invito di Luigi XVI dall’Accademia delle Scienze come “pensionato veterano”.Nel corso della sua carriera compì ricerche di fondamentale importanza sul calcolo delle variazioni, sulla teoria delle funzioni e sulla sistemazione matematica della meccanica; svolse inoltre studi di astronomia, trattando soprattutto il problema della mutua attrazione gravitazionale fra tre corpi.Visse e operò (come detto prima) per ventuno anni a Berlino e per ventisei a Parigi e nel 1788 pubblicò la sua più importante opera, il testo Mécanique analytiquesi spense a Parigi il 10 aprile 1813.

Nel luglio del 1856 (una quarantina di anni dopo la morte), per iniziativa di alcuni rappresentanti dell’Accademia delle Scienze di Torino, venne lanciata dai giornali una pubblica sottoscrizione di raccolta fondi per realizzare un monumento in onore del “sommo geometra” ( siccome a Firenze si era realizzata la statua a Galileo Galilei e a Milano quella di Bonaventura Cavalieri, Torino non voleva essere da meno nei confronti di un degno rappresentante delle scienze matematiche). La realizzazione della statua venne inizialmente commissionata a Vincenzo Vela ma in seguito Giuseppe Albertoni subentrò alla commessa e vi lavorò tra 1865 e il 1867, circa una decina di anni dopo l’inizio della sottoscrizione. La commissione individuò piazza Bonelli, detta oggi Lagrange, come luogo più idoneo per ospitare la statua e nella seduta del 13 marzo 1865 la Giunta municipale sostenne e approvò la proposta decidendo anche che il nuovo nome della piazza dovesse essere omonima al monumento da collocarvi.

Riguardo alla posizione della statua nella piazza, due mesi prima dell’inaugurazione, Municipio e Commissione si confrontarono su due punti di vista opposti: il Municipio proponeva che fosse posta con il viso rivolto verso piazza Carlo Felice, mentre la Commissione voleva che fosse rivolta verso la via che portava il suo nome (via dei Conciatori, detta Lagrange dal 1860) e dove era posta la casa in cui abitò per molti anni l’illustre matematico. Dopo una serie di dibattiti e confronti, la Commissione ebbe la meglio ed il monumento venne posizionato in centro alla piazza, rivolto verso via Lagrange.

Il giorno dell’inaugurazione, l’ufficiale scoprimento della statua venne anticipato da una adunanza letteraria presso la Reale Accademia, dove intervennero eruditi da tutte le parti d’Italia per disquisire non soltanto sui meriti scientifici di Lagrange, ma anche su ogni sorta di argomento ed impegnarono l’attenzione della folla per diverse ore. Si parlò di un saggio sulla parola “Plebiscito”, si tenne una lezione sulla pressione atmosferica e sulla comunanza d’origine dei popoli indo-europei ed infine si discusse anche del primato del Piemonte nella letteratura drammatica. Lo stesso giorno dell’inaugurazione il monumento venne ufficialmente consegnato al Municipio. Non si hanno informazioni attendibili sul lavoro di realizzazione del monumento.

 

Simona Pili

 

L’eclettismo culturale di Mario Soldati

Il 19 giugno del 1999 Mario Soldati moriva a Tellaro, piccolo borgo marinaro ligure. Nato a Torino nel novembre del 1906, Soldati è stato uno dei più grandi intellettuali del Novecento italiano.

Scrittore, giornalista, regista e sceneggiatore cinematografico e televisivo, ha contribuito moltissimo alla cultura e al costume italiano. Intellettuale finissimo, regista di autentici capolavori come “Piccolo mondo antico” e “Malombra”, autore di romanzi come “America primo amore”, “Le lettere da Capri” (premio Strega nel 1954), “I racconti del maresciallo”, di reportage famosi come “Viaggio lungo la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini”, Soldati ha lasciato un segno indelebile con la sua poliedrica attività artistica. Lo storico e saggista Pier Franco Quaglieni, l’ha ricordato con il libro “Mario Soldati. La gioia di vivere”, pubblicato nel ventennale della morte dello scrittore e regista torinese. Un testo di grande interesse aperto da un ampio saggio del direttore del Centro Pannunzio, amico personale di Soldati che fu uno dei fondatori del sodalizio culturale subalpino, presiedendolo per due decenni. Un altro grande amico di Soldati, il novarese Enrico Emanuelli, grande firma de La Stampa e del Corriere della Sera, ne tratteggiò così il profilo: “Soldati è scorbutico. Dicono che spesso lo sia per posa. E’ anche legato ad umori repentini, una cosa gli va o non gli va, un po’ a capriccio. Ma dietro a questi suoi estri, vi è una natura d’uomo indipendente, acuto, pieno di difetti appunto perché ha virtù non comuni”. Il brevissimo racconto che segue ( La camelia di Mario Soldati) è un piccolo omaggio alla sua memoria.

“Mario l’aveva portata da Tellaro a Corconio, dalla frazione più orientale del comune di Lerici, nello spezzino, dove aveva scelto di vivere i suoi ultimi anni, al luogo che, forse, più di altri, aveva lasciato un segno, una traccia indelebile nel suo animo, sulla collina che guarda il lago d’Orta. La “General Coletti” era una camelia bella,forte e rigogliosa, con i suoi grandi fiori doppi, a peonia, rosso ciliegia intenso chiazzato a macchie di un bianco candido, puro. L’aveva curata con le proprie mani, pazientemente, con l’attenzione necessaria che si presta ad una creatura apparentemente fragile e delicata. Così l’aveva portata con sè, sul lago d’Orta. Tornare in quel luogo dove aveva vissuto, con il suo più caro amico, “l’altro Mario”, un lungo momento magico, tra l’autunno del 1934 e la primavera del 1936 quando il destino li appaiò, assecondandoli nella scelta di un volontario esilio sul lago d’Orta, si era rivelata una buona idea. Anche portare in dono la camelia agli eredi delle due sorelle Rigotti, l’Angioletta e la Nitti, che all’epoca gestivano l’alberghetto dove dimorarono, era stata un’ottima e gradita intuizione. La locanda non c’era più e il suo posto era stato preso da un’abitazione privata che, però, aveva mantenuto intatta la fisionomia dello stabile. Lì, entrambi, quasi adottati da quella famiglia, misero radici e vissero intere stagioni alloggiando in “una stanza d’angolo, la più bella e più soleggiata dell’albergo, con una finestra a nord e una a ovest”. I ricordi erano come un fiume in piena. Le lunghe chiacchierate davanti al fuoco del camino, mangiando castagne arrosto o bollite, bevendo il vino nuovo nelle ciotole, si accompagnavano alle pagine che vennero scritte, ai libri che presero forma, agli articoli e ai saggi critici che consentirono a entrambi di racimolare il necessario per poter vivere “da scrittori”. L’ambiente circostante si era offerto con generosità ai “due Mario”, Soldati e Bonfantini, ricompensando i loro sguardi con l’intensa bellezza del paesaggio da una sponda del lago all’altra; da Gozzano a Orta, fino ad Omegna e da lì verso Oira, Ronco, Pella e Lagna. Dal balconcino della casa di Corconio, il panorama era rimasto intatto. Mario guardava, ammirato, la camelia dai fiori color panna e fragola. Poi, chiusi gli occhi, annusando l’aria, immaginava i colori del lago. Mario dubitava di potervi tornare. L’età non consentiva grandi progetti e nemmeno di coltivare illusioni. Lo consolava il pensiero che la più bella delle sue camelie potesse rimaner lì, a dimora. Un gesto d’amore di un uomo che in quei luoghi aveva lasciato una parte del suo cuore”.

Marco Travaglini

La Ceramica di Castellamonte torna protagonista

È giunta alla sua sessantacinquesima edizione la mostra internazionale 

È giunta alla sua sessantacinquesima edizione la mostra internazionale della Ceramica, uno degli appuntamenti più prestigiosi dedicati all’arte della ceramica in Italia, in programma nella città di Castellamonte dal 22 agosto al 13 settembre 2026.
La manifestazione,  curata dal professor Giuseppe Bertero, guarda al futuro con rinnovata energia, senza però perdere il legame con una tradizione secolare che ha reso Castellamonte un punto di riferimento nel panorama della ceramica artistica e artigianale.
Si tratta di un patrimonio nato grazie ai preziosi giacimenti di argilla rossa delle colline canavesane,  dai quali hanno avuto origine manufatti, stoviglierie  e le celebri stufe di Castellamonte, oggi autentiche icone del design e dell’eccellenza del made in Italy.
La mostra è  inserita nel programma del Festival della Reciprocità delle Tre Terre Canavesane, Castellamonte, Agliè e San Giorgio Canavese, e rappresenta una vetrina prestigiosa di respiro internazionale per artisti, artigiani e manifatture che, attraverso linguaggi contemporanei e tecniche tradizionali, testimoniano là vitalità di un’arte in continua evoluzione.
Anche quest’anno la manifestazione ospiterà un concorso internazionale dal titolo “Ceramics in love”, giunto all’ottava edizione,  riconosciuto come uno dei principali appuntamenti dedicati alla ceramica contemporanea. Saranno 136 gli artisti selezionati provenienti da 22 Paesi, fatto che dimostra la crescente dimensione internazionale della rassegna, che si svilupperà in sedici punti espositivi, compresi sedi istituzionali e spazi privati, in grado di trasformare il centro storico di Castellamonte in un museo diffuso dedicato alla ceramica.

La piazza scenografica progettata da Alessandro Antonelli, la Rotonda Antonelliana, ospiterà opere e sculture in ceramica monumentali realizzate da artisti italiani e internazionali.
Nel prestigioso edificio settecentesco di palazzo Botton la nazione ospite sarà  la Francia, grazie alla collaborazione tra l’Associazione Italiana Città della Ceramica  (AICC) e la città  francese di Saint-Amand- en- Puisaye, gemellata con Castellamonte e tra i più importanti centri europei della ceramica. Il percorso internazionale della mostra, dopo gli omaggi dedicati a Romania, Marocco, Cina e Spagna, prosegue ora con la Francia, rafforzando il dialogo culturale tra le grandi tradizioni ceramiche europee.
Al piano nobile sarà possibile visitare la Raccolta Civica di Terra Rossa, con opere di importanti protagonisti dell’arte contemporanea quali Arnaldo Pomodoro, Carlo Zauli, Alessio Tasca, Enrico Baj, Nino Caruso, Ugo Nespolo, Giovanni Matano e Stefano Merli.
Le teche espositive presenteranno opere di design ceramico e di artigianato locale, insieme ai lavori di artisti che hanno insegnato presso lo storico Istituto Statale d’Arte di Castellamonte, trai quali Enrico Carmassi, Ugo Milani, Alfeo Ciolli, Renzo Igne, Angelo Pusterla, Sandra Baruzzi, Guglielmo Marthyn.
Saranno esposte le opere premiate nelle precedenti edizioni della mostra e una significativa selezione di “ceramiche sonore”, autentiche sculture sonore nate dal concorso internazionale dedicato ai fischietti in terracotta.
Il balcone dell’arte ospiterà quest’anno Brenno Bresci in occasione del cinquantesimo anniversario della sua prima esposizione.
Il Centro Congressi Martinetti ospiterà una selezione di oltre quattromila fischietti donata alla Città dall’artista Mario Giani ( Clizia) insieme ai lavori della quinta edizione del concorso “Ceramiche Sonore”, promosso nell’ambito della manifestazione nazionale “Buongiorno Ceramica”.
Tra gli appuntamenti di maggior rilievo di questa edizione figura l’omaggio all’artista, scultore e ceramista di Castellamonte Renzo Igne, a venticinque anni dalla sua scomparsa.

L’Orto Sociale San Camillo  rappresenta lo spazio dedicato all’incontro tra arte e inclusione sociale, che accoglierà  nuovamente l’opera di Denis Imberti e del collettivo Abracadabra, ispirata ai disegni realizzati dagli autori del gruppo.
Ritorna anche la quindicesima edizione della mostra dedicata al gioiello ceramico artigianale, con creazioni capaci di coniugare ricerca artistica, design e sapienza manifatturiera.
Sei spettacolari stufe di Castellamonte  saranno esposte presso le Arcate di palazzo Antonelli, quali simbolo della tradizione produttiva cittadina ed esempio di innovazione, qualità e design.
Gli studenti della sezione ceramica  del liceo artistico statale “Felice Faccio” presenteranno una mostra dedicata al dialogo tra tradizione e contemporaneità,  offrendo uno sguardo sul futuro della ceramica attraverso il talento delle nuove generazioni.

Orari di apertura
Martedì- Venerdì 16-20
Sabato e domenica 10-20

Ingresso libero

Mara Martellotta

“Davide Toffolo, Parola di Pasolini”

Il pensiero e l’eterna “inquietudine” dell’indimenticato regista bolognese, friulano per scelta, rivivono nei “fumetti” di Toffolo al “Forte di Bard”

Fino all’8 novembre 2026

Bard (Aosta)

Una “contestazione vivente”. L’incarnazione di un “pensiero libero e scomodo” che, a tutt’oggi, non ha smesso di correre e beffarsi del tempo, pur oltre i cinquant’anni trascorsi dai fatti (ancora oggi avvolti nella rete del mistero) che all’“Idroscalo” di Ostia strapparono la vita (nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975) all’“eterno” Pier Paolo Pasolini. “Eterno” di certo per Davide Toffolo (in arte “El Tofo”) friulano di Pordenone, classe 1965, noto (e per davvero bravo!) fumettista, nonché cantautore e chitarrista frontman (i due ruoli convivono e interagiscono alla perfezione) del gruppo musicale dal nome, per la verità un tantino inquietante, dei “Tre Allegri Ragazzi Morti”. La passione di Toffolo per Pasolini ha radici ben profonde e lui stesso definisce il suo rapporto con l’opera pasoliniana come “l’incontro poetico più importante” della sua vita artistica e personale. Tanto da dedicare nel 2022 a colui che sicuramente è stato uno dei più raffinati intellettuali del Novecento, un “graphic novel” dal titolo “Intervista a Pasolini” (“Biblioteca dell’Immagine”), ripubblicato di recente nel maggio del 2026 da “Sergio Bonelli” con il semplice titolo di “Pasolini”, arricchito e riproposto in chiave rinnovata e contemporanea ed oggi considerato un’opera fondamentale nella storia del “graphic novel” italiano.

Ed è proprio qui, intorno agli “ambigui” e anche un po’ “inquietanti” contenuti di “Pasolini” che s’incentra la mostra “Davide Toffolo, Parola di Pasolini” ospitata al valdostano “Forte di Bard” (in collaborazione con l’Associazione Culturale pordenonese “Suazes”fino a domenica 8 novembre, a cura di Paola Bristot e Marco Minuz, con la partecipazione diretta dell’autore che in essa espone opere come diretta “riflessione” su alcuni concetti e ideali pasoliniani – espressi con grande lucidità e profondità intellettuale – ancor oggi di grande, incontestata attualità. In mostra, nelle Sale dell’“Opera Mortai”, troviamo  un centinaio di tavole originali, disegni, collage, fotografie, documenti e materiali legati all’opera e alla produzione pasoliniana, “che restituiscono la natura stratificata e profondamente poetica del progetto artistico di Toffolo”: un’intensa, singolarissima “fiction” ruotante intorno al pretesto narrativo di un incontro con un enigmatico, mitomane personaggio che sostiene di essere “Pier Paolo Pasolini” e che totalmente “sfugge alla linearità biografica e a qualsiasi intento didascalico”. Quanto  emerge è un itinerario nei luoghi, nelle parole e nelle ossessioni pasoliniane (le stesse di Toffolo “un soldato pieno di ferite”, come egli stesso si autodefinisce in “Graphic Novel is Dead” la sua autobiografia in 140 tavole, pubblicata da “Rizzoli” nel 2014): un meditato, e totalmente fatto proprio, itinerario, in cui “poesia, cinema, politica, borghesia, corpo e memoria si intrecciano in una dimensione sospesa tra realtà e visione”.

Il viaggio di Toffolo inizia da Versuta, frazione di Casarsa della Delizia, paese natale (e per Pasolini “luogo dell’anima”)  della madre del regista, Susanna Colussi insegnante elementare, dove si erano rifugiati negli anni della seconda guerra mondiale, per poi toccare Bologna, dov’era nato nel 1922 e formato e laureato, quindi nel ‘50 Roma, centrale per la sua attività di romanziere e regista, per poi toccare l’Etna e Grado, dove il regista girò le scene rispettivamente di “Porcile” e di “Medea” (opere entrambe del 1969) per concludersi a Madrid (città in cui Pasolini fu spesso celebrato con mostre ed eventi culturali organizzati dell’“Istituto Italiano di Cultura”), di fronte al quadro “La fucina di Vulcano” di Velasquez dove lo stesso Pasolini asseriva di vedersi raffigurato. Primo obiettivo di Toffolo: restituire, anche attraverso situazioni sospese tra reale e surreale, tutta l’attualità e la forza, viva ancor oggi, della filosofia e dell’etica pasoliniana. Che il pubblico riscoprirà nelle tavole del “romanzo grafico”, così come nell’“installazione-collage” appositamente eseguita per la mostra al “Forte” o attraverso i “volti” di Pasolini opera dei più importanti fotografi italiani, come pure nei fotogrammi delle scene di “La terra vista dalla Luna” (episodio del film “Le streghe” del 1967), il cui storyboard fu disegnato a fumetti dallo stesso Pasolini.

A completare la mostra una “video-intervista” a Pasolini, realizzata dalla videomaker pordenonese (di Valvasone, luogo pasoliniano, di quelli “dell’anima”Annapaola Martin, dove Davide Toffolo racconta il suo rapporto “vero” con il regista e lo sviluppo “in chiave di finta narrazione” del progetto espositivo. Che incamera le teorie pasoliniane, per farle proprie, ma libere di spiccare il volo. E quanto allora cadono a fagiolo le famose parole di Totò (che meraviglia di recitazione!) in “Uccellacci e uccellini” (1966): “I maestri – sogghignava il Principe De Curtis o “principe della risata” – sono fatti per essere mangiati”! A Toffolo piacendo. Com’è certo che sia!

Gianni Milani

“Davide Toffolo, Parola di Pasolini. Fumetti, disegni, collage”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino all’8 novembre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Davide Toffolo “Pasolini”, china su carta, 2002; “Collage”, 2026; “Disegno”, 2026; “Pasolini”, china su carta, 2002

Gallerie d’Italia gratis a Ferragosto

 Le quattro sedi di Milano, Napoli, Torino e Vicenza delle Gallerie d’Italia, polo museale di Intesa Sanpaolo, saranno aperte gratuitamente al pubblico sabato 15 agosto in occasione di Ferragosto.

Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo e Direttore Generale delle Gallerie d’Italia, afferma: “Rinnoviamo l’apertura straordinaria e gratuita a Ferragosto per sottolineare il valore sociale dell’impegno in arte e cultura di Intesa Sanpaolo. I progetti espositivi temporanei, la bellezza dei dipinti, delle sculture e delle fotografie in mostra, l’originalità e l’ampiezza dei temi affrontati sono motivazioni per scegliere le Gallerie d’Italia o per tornare a visitarle. I palazzi storici, le collezioni d’arte, le esposizioni e le partnership con i principali musei del mondo rendono Progetto Cultura uno dei più significativi programmi culturali conosciuti in Europa.”

Alle Gallerie d’Italia di Milano è aperta la mostra Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento, curata da Chiara Rabbi Bernard in collaborazione con Bozar – Centre for Fine Arts Brussels. Il percorso espositivo, costruito con rigore scientifico e attraverso opere prestigiose di grandi maestri come Botticelli, Michelangelo, Tiziano, Dürer, Cranach e altri importanti artisti, propone un confronto tra i protagonisti del Rinascimento italiano e nord-europeo, in particolare fiammingo, per indagare costanti e varianti del gusto e dello stile.

È inoltre visitabile la mostra Arnaldo Pomodoro. Una vita. Le grandi opere delle Collezioni Intesa Sanpaolo e Fondazione Arnaldo Pomodoro, curata da Luca Massimo Barbero e Federico Giani e dedicata a uno dei più importanti protagonisti dell’arte contemporanea italiana e internazionale del secondo Novecento, in occasione del centenario della sua nascita.

 

Alle Gallerie d’Italia di Napoli è visitabile la mostra OBEY: Power to the peaceful, curata da Giuseppe Pizzuto e dedicata all’artista statunitense Shepard Fairey, in arte OBEY, uno degli artisti più influenti della scena urbana contemporanea. Realizzata in collaborazione con Wunderkammern, la mostra esplora uno dei temi più cruciali del nostro tempo: la pace come scelta attiva e responsabilità collettiva.

Alle Gallerie d’Italia di Torino è possibile ammirare la mostra fotografica Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno, curata da Arianna Rinaldo. Il progetto The Day May Break è una serie di circa sessanta opere articolata in quattro capitoli, che ritrae persone e animali colpiti dal cambiamento climatico, dal degrado e dalla devastazione ambientale. Per la prima volta alle Gallerie d’Italia di Torino sono presentati insieme tutti e quattro i capitoli della serie, compreso l’ultimo, commissionato da Intesa Sanpaolo.

Prosegue inoltre la mostra Diana Markosian. Replaced, curata da Brandei Estes. Realizzata su committenza originale di Intesa Sanpaolo, presenta in anteprima assoluta il nuovo progetto di una delle più interessanti protagoniste della fotografia contemporanea internazionale.

 

Alle Gallerie d’Italia di Vicenza è visitabile la raccolta di pittura veneta del Settecento, che offre un affascinante itinerario nell’ultima splendida stagione della Serenissima attraverso le ironiche scene di vita quotidiana di Pietro Longhi e le luminose vedute dei grandi vedutisti.

La collezione di icone russe, tra le più importanti d’Occidente e presentata secondo rinnovati criteri museografici, accompagna il visitatore in un suggestivo viaggio alla scoperta della spiritualità ortodossa.

GLI ALTRI MUSEI DI INTESA SANPAOLO

 

Anche gli altri musei del patrimonio culturale di Intesa Sanpaolo saranno aperti gratuitamente a Ferragosto.

La Galleria di Palazzo degli Alberti a Prato, che custodisce un patrimonio culturale di grande valore identitario per la città, sarà aperta in via straordinaria sabato 15 agosto con ingresso gratuito. I visitatori potranno ammirare capolavori di Caravaggio, Giovanni Bellini, Filippo Lippi e Puccio di Simone, oltre ad alcune opere del Cinque e Seicento dell’area fiorentina e alle sculture di Lorenzo Bartolini, artista pratese attivo nella prima metà dell’Ottocento.

La Casa Museo dell’Antiquariato Ivan Bruschi di Arezzo, parte del patrimonio culturale di Intesa Sanpaolo, sarà anch’essa aperta gratuitamente sabato 15 agosto. Oltre all’eclettica collezione dell’illustre antiquario, sarà possibile visitare la mostra Da Michelangelo a Rodin nell’obiettivo degli Alinari, curata da Rita Scartoni: un viaggio tra fotografia e scultura che racconta come gli scatti ottocenteschi abbiano contribuito a diffondere e reinterpretare l’opera di Michelangelo Buonarroti, ispirando artisti come Auguste Rodin e Émile-Antoine Bourdelle.

Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità

Oltre Torino: storie miti e leggende del torinese dimenticato

È l’uomo a costruire il tempo e il tempo quando si specchia, si riflette nell’arte
L’espressione artistica si fa portavoce estetica del sentire e degli ideali dei differenti periodi storici, aiutandoci a comprendere le motivazioni, le cause e gli effetti di determinati accadimenti e, soprattutto, di specifiche reazioni o comportamenti. Già agli albori del tempo l’uomo si mise a creare dei graffiti nelle grotte non solo per indicare come si andava a caccia o si partecipava ad un rituale magico, ma perché sentì forte la necessità di esprimersi e di comunicare. Così in età moderna – se mi è consentito questo salto temporale – anche i grandi artisti rinascimentali si apprestarono a realizzare le loro indimenticabili opere, spinti da quella fiamma interiore che si eternò sulla tela o sul marmo. Non furono da meno gli autori delle Avanguardie del Novecento che, con i propri lavori “disperati”, diedero forma visibile al dissidio interiore che li animava nel periodo tanto travagliato del cosiddetto “Secolo Breve”. Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale nacque un movimento seducente ingenuo e ottimista, che sognava di “ricreare” la natura traendo da essa motivi di ispirazione per modellare il ferro e i metalli, nella piena convinzione di dar vita a fiori in vetro e lapislazzuli che non sarebbero mai appassiti: gli elementi decorativi, i “ghirigori” del Liberty, si diramarono in tutta Europa proprio come fa l’edera nei boschi. Le linee rotonde e i dettagli giocosi ed elaborati incarnarono quella leggerezza che caratterizzò i primissimi anni del Novecento, e ad oggi sono ancora visibili anche nella nostra Torino, a testimonianza di un’arte raffinatissima, che ha reso la città sabauda capitale del Liberty, e a prova che l’arte e gli ideali sopravvivono a qualsiasi avversità e al tempo impietoso.

 

Torino Liberty

Il Liberty: la linea che invase l’Europa
Torino, capitale italiana del Liberty
Il cuore del Liberty nel cuore di Torino: Casa Fenoglio
Liberty misterioso: Villa Scott
Inseguendo il Liberty: consigli “di viaggio” per torinesi amanti del Liberty e curiosi turisti
Inseguendo il Liberty: altri consigli per chi va a spasso per la città
Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità
La Venaria Reale ospita il Liberty: Mucha e Grasset
La linea che veglia su chi è stato: Il Liberty al Cimitero Monumentale
Quando il Liberty va in vacanza: Villa Grock

 

Articolo 7. Storia di un cocktail: il Vermouth, dal bicchiere alla pubblicità

Dopo tutto questo camminare e guardare e ammirare i luoghi splendidi della nostra città, sarà sicuramente venuta un po’ di sete. In questo articolo vi propongo una meritata sosta, magari in uno dei bar storici nel centro di Torino, e una volta scelto il luogo, vi offro un altro consiglio: perché non ordinare un Vermouth? Per i forestieri che non lo sapessero, il Vermouth è un vino aromatizzato ed è uno degli alcolici italiani più conosciuti e ricchi di storia. I puristi lo ordinano liscio, a 12 gradi, con due cubetti di ghiaccio, una fetta d’arancia e la buccia di limone “strizzata” sopra il bicchiere. I sospettosi nei confronti dei gusti nuovi, potrebbero ordinare un Negroni, (vermouth rosso, bitter e gin), o un Manattan, (vermouth dolce, bourbon e angostura) oppure un Martini dry (vermut dry e gin). La bevanda in questione nasce nel 1796, quando Antonio Benedetto Carpano, nella sua bottega di Torino, prova a miscelare un’infusione di erbe e radici con il vino. Il successo, come qualsiasi cosa che affondi le proprie origini nella città sabauda, è legato al favore della famiglia reale, entusiasta consumatrice di questo “vin Amaricà”, ( di qui l’Americano), e in particolar modo alla figura di Vittorio Amedeo III.


L’origine è antichissima, già in alcuni testi palestinesi si dice di un vino reso più gradevole dall’aggiunta di assenzio. Secondo altri il Vermouth viene inventato da Ippocrate, che aromatizza il suo vino con erbe, spezie e miele. Anche in Grecia e a Roma c’è l’usanza di aggiungere al vino infusi di erbe, abitudine che si protrae per tutto il Medioevo e diviene usanza tipica quando i numerosi arrivi di spezie dall’Oriente giungono alla portata della maggioranza della popolazione. Dal mondo antico Antonio Benedetto Carpano prende spunto e nella sua bottega di piazza Castello addiziona il Moscato di Canelli con alcune erbe: il suo esperimento assume il nome di Vermouth, dal tedesco Wermut, che significa assenzio, o artemisia maggiore, che è l’ingrediente caratteristico della nuova bevanda. In pochissimo tempo la sua bottega diviene il locale più frequentato di tutto il capoluogo piemontese. È dunque dal 1700 che il Vermouth è una eccellenza italiana, torinese nello specifico, e inizia ad essere prodotto nelle aziende più note, dalla stessa Carpano, fino alla Cinzano e alla Martini&Rossi, senza che vengano apportate mai grandi modifiche rispetto al procedimento artigianale e originale.

E se una canzone di De Andrè recita: “Ma una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale”, alla nuova bevanda un po’ di pubblicità non può che far comodo. La comunicazione pubblicitaria si sviluppa parallelamente alle esigenze economiche, sociali, politiche e culturali di un paese. Al termine del XIX secolo l’Italia è ancora un paese prevalentemente agricolo, con una situazione di povertà diffusa, dilaniato da differenze socio-economiche tra il Nord e il Sud e un’alta percentuale di analfabetismo. Le prime comunicazioni pubblicitarie (réclame) si diffondono con la nascita dei giornali, tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, di cui occupano le ultime pagine. Si tratta inizialmente di disegni e scritte, i testi sono semplici e posti al modo imperativo: “Bevete”, “ Al vostro farmacista chiedete”. Per la diffusione del nuovo stile si dimostra basilare il progresso delle tecniche fotografiche, litografiche e tipografiche. La grafica pubblicitaria ricreata in Francia da Toulous Lautrec e Jules Cheret a “nuova arte” è per l’Italia spunto di rinnovamento: Carpanetto, Villa, Metlicovitz, Beltrame, Umberto Brunelleschi, Dudovich e tanti altri cartellonisti aiutano la diffusione dei marchi (brand) dell’emergente produzione industriale e artistica, portando alla conseguente ascesa di nuovi status symbol: l’automobile, l’abbigliamento, la villeggiatura, i generi alimentari come l’olio Sasso illustrato da Plinio Novellini. Altri artisti hanno invece l’intuizione di dedicarsi all’elaborazione di immagini di prodotti, quali la serie della Fiat, del Campari o dei grandi magazzini. Le immagini pubblicitarie diventano una sorta di antologia dello stile di vita identificato con l’espressione Belle Époque.

La dinamicità del settore dell’illustrazione e delle arti applicate richiesti dalla “democratizzazione” dei beni di consumo, mette in secondo piano le arti libere, schiave dell’imperante cultura accademica, borghese e conservatrice. Ciò ha concesso più libertà di espressione e innovazione anche per le caratteristiche insite nella tecnica grafica stessa, incline alla sintesi della forma e alla fluida linearità del segno, tratti peculiari del Liberty. Non va dimenticato l’influsso del “giapponismo”, che irrompe in Europa attraverso le stampe giapponesi importate dalla Compagnia delle Indie dal 1854 alla riapertura dei mercati in Oriente. Enorme è il peso delle riviste, Emporium, Scena Illustrata, Hermes, L’Italia ride ecc., per la diffusione di quello stile, di quel gusto, chiamato in molti modi: Liberty, Belle Époque, Floreale, ma con un’unica attitudine posta fra decadentismo estetico, avanguardia futurista, rilettura di epoche passate e frenesie tecnologiche, fra mistica simbolista e poetica del quotidiano.  Avremo ormai finito di sorseggiare il nostro cocktail ed è tempo, dunque, di andare.

 

Alessia Cagnotto

Con la testa in mezzo all’erba. Storie omegnesi di Resistenza

“Con la testa in mezzo all’erba. Note sui sessanta omegnesi caduti per la libertà,1943-1945” ( Interlinea, 2026) è l’interessante – e importante – libro che raccoglie il lavoro a quattro mani di Filippo Colombara e Virginia Paravati, teso a fare memoria, colmando un vuoto di ricerca per dare un’identità, una storia umana e personale a ciascuno dei protagonisti, collocandoli dentro la storia resistenziale di Omegna e del suo territorio. La guerra di Liberazione ha rappresentato uno spartiacque decisivo nella storia italiana mobilitando tanta passione civica, impegno diretto di partecipazione e un numero di combattenti volontari come mai era accaduto nella storia unitaria del paese. Riallacciare i fili delle memorie, recuperare biografie ed episodi più o meno conosciuti serve da antidoto per evitare che lo scorrere del tempo e la scomparsa dei testimoni ne rendano residuale, marginale la conoscenza. Se per un verso si ricordano e vengono celebrati gli eventi collettivi, i fatti più rilevanti, si tende a sfocare o addirittura dimenticare i piccoli fatti, le dinamiche individuali di quanti si batterono e caddero per raggiungere gli obiettivi della lotta partigiana, racchiusi tra desiderio di libertà, riscatto e giustizia. Obiettivo del libro è quello di raccontare “dal basso” le vicende dei partigiani di uno dei maggiori centri di lotta al nazifascismo del Piemonte nordorientale, quell’Omegna dallo spirito indomito e ribelle medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza. Sono una sessantina, compresi alcuni civili, gli omegnesi che seppero “scegliersi la parte” a costo della vita, dai più noti a quelli quasi sconosciuti. “Le immagini dei resistenti, a volte, risultano sfocate: onorati e omaggiati gli atti, sono i tratti umani che mossero la scelta ribelle a mancare – scrivono Colombara e Paravati – ; impigliati fra le pieghe di una narrazione frastagliata, il loro silenzio si fa sentire, contribuendo a restituire un ricordo orgoglioso, ma povero di vita concretamente vissuta”.  Riparare a questa mancanza, riempire di umanità questi vuoti è il compito che si sono assegnati, con rigore storico e volontà di risarcirne memorie e profili, gli autori di questo interessantissimo libro. Un impegno che risponde ad una necessità perché dopo più di ottant’anni le vicende resistenziali –  soprattutto quelle migrate di bocca in bocca e quasi mai annotate – si sono in buona misura disperse. “Del resto – aggiungono Colombara e Paravati – il passaggio tra generazioni di quell’esperienza non è stato particolarmente felice. La trasmissione orale, così fragile, ha consentito solo a pochi aneddoti di giungere sino a noi, mentre i silenzi – sorti anche per sfuggire alla repressione antipartigiana del dopoguerra – hanno causato il deperimento di molte memorie”.  Negli ultimi decenni la ricerca storica ha messo in rilievo il contributo dei resistenti senz’armi, dai civili agli IMI, gli oltre seicentomila internati militari che dissero no all’arruolamento nelle file repubblichine dopo l’otto settembre. Recuperare le biografie di questo microcosmo partigiano di combattenti era dunque necessario per ridare un giusto ruolo al contributo militare della Resistenza, concentrandosi in questo caso sulla realtà del capoluogo cusiano dove in molti riscattarono la dignità offesa dalla dittatura fascista e dall’occupazione tedesca. A Omegna, in seguito alla crescita delle attività produttive e industriali, si sviluppò un combattivo movimento operaio che, persino durante il fascismo, fu in grado di conservare una fortissima impronta politica antagonista che si mostrò poi nei fatti, durante la guerra di Spagna e nella Resistenza. Nomi, cognomi e storie che si ritrovano nell’elenco dei morti da cui ha preso le mosse la ricerca. Questo desiderio di libertà è facilmente rinvenibile nelle parole pubblicate dai giornali partigiani, tra le quali spiccano quelle dell’omegnese Licinio Oddicini che scriveva, nel 1944 : “La condizione prima per cui la vita degli uomini possa sussistere e svilupparsi nei suoi infiniti aspetti, il sottinteso evidente senza del quale la civiltà, in qualunque forma essa si manifestasse non avrebbe nessun significato, lo stato naturale, infine, nel quale l’uomo appare su questa terra è quello della libertà piena e assoluta”. Licinio, come ricordano gli autori, non ebbe la fortuna di conoscere la libertà che auspicava perché morì in combattimento proprio il giorno della liberazione. Tornando al libro, il materiale raccolto nelle pagine di Con la testa in mezzo all’erba, in gran parte proveniente dalle interviste di cui vengono riportati ampi stralci, ha consentito agli interlocutori di rivivere stati d’animo e atmosfere di allora, restituiscono così “ il ritratto di una città dagli aspetti contraddittori, dove i privilegi di pochi convivevano con la subalternità di molti, gli idealismi con le meschinità e il sapore dell’oppressione, che sembrava aver intaccato case, vie e piazze, avvelenava le parole, dando l’impressione di essere l’ingrediente principale del nuovo ordine comunitario”.  Come ricordano gli autori sono gli occhi a vedere, le orecchie ad ascoltare, “ma sono le persone a ricordare, ognuna con il proprio modo di interpretare il mondo e di rielaborare ciò che ha visto e sentito. Si è cercato di non scordarlo”. Questa ricerca, l’aver indagato la guerra partigiana a partire dalla scomparsa violenta dei suoi protagonisti ha permesso di osservare la vicenda da un’angolazione particolare, realizzando una storia dal basso, dove non c’è traccia di retorica ma si evidenziano gli umanissimi profili dei protagonisti. Un lavoro per il quale va dato merito a Filippo Colombara e Virginia Paravati per aver ricostruito una sorta di “democrazia della memoria” in tempi dove non va dimenticato che tra le macerie dell’Italia fascista nacque un senso di appartenenza nazionale in cui si era chiamati a testimoniare, come scrisse Eugenio Colorni, “il bisogno di non avere niente da rimproverarti, di essere in pace con la tua coscienza, presentabile di fronte a qualsiasi istanza giudicante”. Non è poco, anzi è molto, moltissimo.

Marco Travaglini

 

Le reali villeggiature alla Palazzina di Caccia di Stupinigi

Domenica 9 agosto, ore 15.45

La vita di corte all’inizio del Novecento è al centro della visita guidata Le reali villeggiature, in programma domenica 9 agosto alle ore 15.45 alla Palazzina di Caccia di Stupinigi (TO).

Attraverso le sale della residenza, il percorso ripercorre gli anni delle villeggiature di Margherita di Savoia, ultima regina ad abitare Stupinigi, raccontando abitudini, consuetudini e atmosfere della corte sabauda. La visita propone una breve ricostruzione della storia della Palazzina fino al XX secolo, quando Margherita di Savoia la scelse come dimora per i soggiorni estivi. Sarà proprio la figura della sovrana a fare da filo conduttore del percorso, accompagnando idealmente i visitatori di sala in sala attraverso episodi, curiosità e suggestioni che restituiscono l’atmosfera delle reali villeggiature e della vita a corte nei primi anni del Novecento.

 

INFO

Palazzina di Caccia di Stupinigi

Piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi – Nichelino (TO)

Domenica 9 agosto, ore 15.45

Le reali villeggiature a Stupinigi

Prezzo attività: 5 euro + biglietto di ingresso

Biglietto di ingresso: intero 12 euro; ridotto 8 euro

Gratuito: minori di 6 anni e possessori di Abbonamento Musei Torino Piemonte e Royal Card

Prenotazione obbligatoria per la visita guidata entro il venerdì precedente

(Per prenotazioni via e-mail attendere sempre una conferma scritta, controllare anche lo spam)

Info: 011 6200601 stupinigi@biglietteria.ordinemauriziano.it

www.ordinemauriziano.it