CULTURA E SPETTACOLI

Castello di Saffarone, il maniero riservato di Torino

Da cascina agricola a dimora aristocratica.

A Torino, cosi’ come nel Piemonte intero, lo scenario  e’arricchito da splendidi castelli e proprieta’ gentilizie che ne fanno un luogo unico e prezioso. Oltre ai piu’ famosi manieri siti in citta’ e appena fuori come Il Valentino o il Castello di Rivoli, ve ne sono altri meno conosciuti, ma di ragguardevole bellezza e importanza storica. Uno di questi e’ Il Castello di Saffarone che nel tempo ha cambiato vestito, passando da tenuta agricola a residenza elegante e signorile, e che nonostante il suo cospetto schivo e ritirato contribuisce romanticamente a valorizzare il patrimonio architettonico dell’area torinese.

Appartenuto ai principi Dal Pozzo della Cisterna titolari di incarichi pubblici e benefici ecclesiastici, il Castello di Saffarone in passato era una parte della proprieta’, all’interno della tenuta omonima, insieme alle cascine di Cravetta, Cassinotta e Artrucco.Ereditato dal barone Giovanni Piero Saffarone nel 1865, a cui deve il suo nome, è composto da quattro torrette ed un corpo centrale, due cortili interni ed un bel parco. La prima traccia che riporta all’esistenza dei Saffarone e’ del 1580 e riconduce a“Messer Marco Zaffarone”  che risultava essere il possessore delcomplesso sito tra Torino, Grugliasco e Collegno composto da due edifici e una torre colombaia, una cascina agricola con annessa casa padronale all’interno di uno scenario rurale fatto di pascoli, boschi e campi coltivati. Nel ‘600 il casolare rurale comincio’ la sua trasformazione in dimora con decorazioni, cappella, un muro di recinzione e diverse stalle, la prima versione di un Castello dal sapore rustico con dei tratti che cominciano ad ingentilire. La vera trasformazione avvenne, tuttavia, quando la proprieta’ passo’, nel 1729, ad Anna Maria Litta, sposata con Giacomo Dal Pozzo Cisterna, che volle convertirla in una elegante residenza con tenuta agricola d’eccellenza per sfoggiare il  rango e le ricchezze della casata;  pare che i lavori di restauro furono affidati a Benedetto Alfieri (cugino di Vittorio) uno dei massimi architetti del tempo. Il periodo di splendore termino’nel 1833 con la fine della discendenza Dal Pozzo Cisterna e il maniero ando’ prima ai Marchesi Della Torre e poi ai Valperga di Masino che lo ridestinarono quasi tutto ad attivita’ agricole.

Ancora oggi si puo’ ammirare il salone ovale con il suo soffitto a cupola (che viene utilizzato come proprieta’ privata, per eventi come matrimoni e convegni) le decorazioni e l’arredo antico.

Ubicato a Via Regina Margherita 497, la sua presenza in città e’molto riservata, quasi nascosta, ma il suo fascino e’ indiscutibile agli occhi di chi lo puo’ ammirare partecipando ad eventi privati organizzati al suo interno.

MARIA LA BARBERA

L’altra collina: il Pavese che guarda Torino

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono luoghi che finiscono per diventare inseparabili dagli scrittori che li hanno raccontati. Pensando a Cesare Pavese, l’immaginario corre subito alle Langhe, alle colline di Santo Stefano Belbo, ai paesaggi che hanno attraversato i suoi romanzi e le sue poesie. Ma se quella fosse soltanto una parte della storia? È da questa domanda che prende avvio L’altra collina. Cesare Pavese tra Pino e Reaglie, il saggio di Gioele Cristofari pubblicato da Seb27.
Contrattista di ricerca in Letteratura italiana contemporanea all’Università dell’Insubria e studioso che da anni dedica il proprio lavoro all’opera pavesiana, Cristofari propone una lettura nuova dello scrittore torinese. Attraverso un’attenta ricerca storica e letteraria, invita infatti a spostare lo sguardo dalle Langhe alle colline che si affacciano su Torino, sostenendo che proprio tra Reaglie e Pino Torinese affondino molte delle radici della sua formazione e del suo immaginario.
Il volume nasce da un progetto promosso dal Comune di Pino Torinese in collaborazione con l’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea e restituisce un’immagine di Pavese profondamente legata alla città in cui trascorse gran parte della sua vita. Tra i risultati più interessanti emerge anche l’identificazione della cosiddetta “Villa Pavese”, l’antica Vigna Girotto, dove lo scrittore trascorse molte estati della giovinezza: un tassello biografico rimasto finora nell’ombra e che contribuisce a rileggere sotto una luce diversa pagine fondamentali come La casa in collina.
Il pregio del saggio è quello di accompagnare il lettore oltre il mito dello “scrittore delle Langhe”, mostrando come il paesaggio torinese sia stato altrettanto determinante nella costruzione della sua poetica. Quelle colline, sospese tra città e campagna, diventano un luogo di passaggio, di crescita e di scoperta, uno spazio dove biografia e letteratura finiscono per intrecciarsi in modo indissolubile.
A rendere ancora più interessante il volume è la volontà di trasformare la ricerca in un’esperienza concreta. Nelle pagine finali trovano spazio otto itinerari dedicati ai luoghi pavesiani, un invito a percorrere sentieri che ancora oggi conservano il fascino di un paesaggio capace di ispirare uno dei maggiori autori del Novecento.
Per chi ama Torino, questo libro rappresenta molto più di uno studio letterario. È l’occasione per riscoprire una parte della città spesso dimenticata e per osservare le sue colline con occhi nuovi, immaginando il giovane Pavese mentre percorre gli stessi sentieri che, molti anni dopo, sarebbero diventati letteratura. Perché, a volte, basta cambiare prospettiva per accorgersi che le storie che credevamo di conoscere hanno ancora qualcosa di sorprendente da raccontare.
MARZI ESTINI

Da Cavour alla Repubblica, Quaglieni a Bardonecchia

Mercoledì 12 agosto alle ore 17,30 nel Palazzo delle Feste di Bardonecchia Pier Franco Quaglieni in dialogo con Elisabetta Tolosano presenterà il libro “Da Cavour alla Repubblica. I rapporti tra Stato e Chiesa, laicità e laicismo nella storia d’Italia”, edito da Pedrini. La prefazione è di Giordano Bruno Guerri e la copertina opera dell’artista Ugo Nespolo.

Quaglieni è uno storico riconosciuto a livello nazionale ed internazionale sui temi della laicità dello Stato, a cui ha dedicato decenni di ricerca.

La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

Oltre Torino. Storie, miti, leggende del torinese dimenticato

Torino e lacqua

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce.

Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere lacqua. Lacqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altri, lacqua come elemento essenziale per la sopravvivenza del pianeta e di tutto lecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

1. Torino e i suoi fiumi

2. La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

3. La Fontana Angelica tra bellezza e magia

4. La Fontana dellAiuola Balbo e il Risorgimento

5. La Fontana Nereide e lantichità ritrovata

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

7. La Fontana Luminosa di Italia 61 in ricordo dellUnità dItalia

8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta lacqua

10. Il Toret  piccolo, verde simbolo di Torino

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2La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

Torino, città magica per eccellenza, non può che contenere allinterno della sua planimetria numerosi angoli altrettanto misteriosi, come un puzzle incantato costituito da piccoli pezzi stregati. La Fontana Ceppi,conosciuta come Fontana dei Dodici Mesi, rientra in questa strana mappa esoterica, con tutta la sua bellezza tra il rococò e il barocco, con le sue numerose ed eleganti statue, tutte affacciate sullo specchio dacqua contenuto nella vasca ovoidale in cemento.
Alla fontana si arriva passeggiando con spensieratezza, con lo sguardo che si perde tra i giochi di luce del  sole dietro le foglie degli alti platani, attraverso il cangiante dei colori della natura, quasi dimenticando di essere in città. Lopera architettonica si trova nellestremità meridionale del Parco del Valentino, per essere più precisi proprio nel punto in cui, secondo la leggenda, cadde il carro di Fetonte. Questa è la vicenda magicoa che interessa la fontana dei dodici mesi e che interseca una delle versioni mitiche della fondazione della città di Torino. Si racconta che Fetonte, figlio di Apollo, abbia chiesto un giorno al padre di poter guidare il carro alato, il dio del sole acconsentì, senza tener conto dellinesperienza del figlio, che infatti, non riuscì a controllare il cocchio. Fetonte fece imbizzarrire i cavalli, bruciò il cielo, (si creò così la Via Lattea) e la terra (la Libia divenne deserto), incapace di fermarsi continuò a fare danni. Le altre divinità chiesero a Zeus di intervenire per fermare tale corsa rovinosa, ma lunica soluzione possibile fu quella di far precipitare il giovane Fetonte nellEridano. Il luogo preciso in cui cadde pare sia proprio là  dove oggi sorge limponente fontana Ceppi, vicino alle rive del fiume Po, un tempo conosciuto appunto come Eridano.
Le vicende più propriamente storiche vogliono la Fontana Ceppi come  unico elemento architettonico ancora esistente del grandioso apparato di edifici costruiti per lEsposizione Generale Italiana del 1898, organizzata a Torino per celebrare il cinquantenario dello statuto Albertino. 
Il compito di progettare i padiglioni per la manifestazione venne affidato al torinese Carlo Ceppi, (11 ottobre 1829 –  9 novembre 1921) ingegnere e architetto di grande rilievo allinterno  dell’ ambiente culturale piemontese; a lui si devono anche i progetti della stazione ferroviaria di Porta Nuova, diversi palazzi signorili del centro città  e il pronao del santuario della Consolata.
Tutti i padiglioni vennero costruiti in gesso, legno e tela, unica eccezione fu la maestosa fontana a cui si decise di dare una struttura in cemento  che durasse nel tempo. Ancora oggi la critica considera lopera una riuscita sintesi tra eclettismo accademico e apertura alle novità stilistiche e tecniche.
Una volta arrivati davanti allimponente fontana ci si accorge di ascoltare solo lo scrosciare dellacqua, pare che il vento si affievolisca e che lombra degli alberi voglia proteggere quellangolo di magia, custodendolo tra i rami come un gioiello prezioso da proteggere dallusura degli anni.  Le statue si affacciano nel bacino dacqua circostante, silenziose e immobili, costrette ad una vanità eterna.
Lopera architettonica si presenta come unampia vasca ovale sovrastata da una terrazza ellittica sulla quale si ergono quattro gruppi statuari rappresentanti i fiumi che bagnano la città di Torino. Ai lati della parte centrale della balaustra vi sono altre figure, questa volta allegorie dei dodici mesi. Lacqua si getta nella vasca attraverso tre getti a cascata posti in posizione centrale, creando un borbottio ininterrotto che rimbomba tra le pareti in cemento. I gruppi statuari che simboleggiano i fiumi sono la Stura, rappresentata da tre sensuali nudi femminili, eseguiti da Luigi Contratti, il Po, identificato da una seriosa figura barbuta eseguita da Edoardo Rubino, la Dora, personificata da una spensierata e giovane pastorella ad opera di Giacomo Cometti, e, infine, il Sangone, sotto forma di un genio che sorride quasi beffardo a due amanti, realizzato da Cesare Reduzzi. Le altre statue presenti riflettono lallegoria dei dodici mesi. Soffermandoci a guardarle, poste nelle loro plastiche posizioni, solide e leggiadre al contempo, paiono danzare al ritmo dellacqua che scroscia, ognuna in armonia con le altre, eppure eternamente impossibilitate a raggiungere gli altri partecipanti del ballo.  Una volta scoperta, quasi inaspettatamente, dal visitatore, lopera si presenta con unaura romantica e misteriosa insieme, affascinante ed incantatrice.La particolare atmosfera che si viene a creare è facilitata dal contesto naturalistico che avvolge la fontana, ossia il Parco del Valentino, conosciuto per il ricco patrimonio di flora e di fauna. A tuttoggi il luogo ospita numerose manifestazioni, iniziative pubbliche, eventi di rilievo  e vari spettacoli dintrattenimento. Nota distintiva della zona è la presenza del celebre Borgo Medievale di Torino, edificato per rendere omaggio alle antiche tradizioni storiche e culturali del Piemonte e delle regioni limitrofe. Allinterno del parco sono presenti, oltre alla fontana Ceppi, altre importati opere, come la statua di Massimo Dazeglio, il busto di Ascanio Sobrero, lo scopritore della nitroglicerina, il busto di Cesare Battisti e lArco del Valentino anche conosciuto come Arco dellArtigliere o Arco di Trionfo.

Il Parco è il più conosciuto della città. Lorigine del nome è incerta, pare che fin dal XIII secolo sorgesse proprio su tale luogo unantica cappella dedicata a San Valentino, allinterno della quale erano conservate le reliquie del santo. In seguito la cappella cadde in rovina, ma la zona continuò a essere identificata con il nome del Santo. Larea del Parco divenne proprietà di Emanuele Filiberto di Savoia intorno alla metà del XVI secolo. Tra il 1630 e il 1660 viene eretto il castello omonimo ad opera di Carlo e Amedeo di Castellamonte, edificio usato come residenza estiva dei Savoia. Oggi è proprietà del Politecnico e vi sono i corsi di Architettura. Nel XIX secolo iniziarono i lavori di modifica secondo il progetto del paesaggista francese Barillett-Dechamps, che diede alla zona laspetto che ad ora possiamo ammirare. Nel parco sono state realizzate negli anni numeroso mostre floreali, (come ad esempio Flor 61),  di cui rimangono ampie aiuole fiorite, il Giardino Roccioso e il Giardino Montano. Nel corso del XXI secolo tutto il Parco fu fortemente riqualificato, con attenzione particolare allarea dietro Torino Esposizioni, arricchita anche di nuove opere artistiche, quali la panchina dei lampioni innamorati” e i percorsi sensoriali che attraversano il Giardino Roccioso. Nei pressi del Borgo Medievale si trova una inaspettata curiosità: la colonna che segna le piene del fiume Po e il livello delle acque raggiunto allinterno del parco. Ormai luogo attivo e accogliente per gli eventi culturali torinesi, in tempi assai recenti il Parco ha ospitato al suo interno il Salone internazionale del Gusto e la quarta edizione del Salone dellAutomobile di Torino.
Questo articolo si rivolge principalmente ai curiosi non torinesi, e ai torinesi che si sono dimenticati che si può fuggire dalla città anche senza andare troppo lontano.

Alessia Cagnotto

La GAM di Torino tra i vincitori PAC 2026

LA GAM DI TORINO TRA I VINCITORI DEL PAC 2026

Piano per l’Arte Contemporanea promosso dalla

Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Sarà acquisita un’opera di Sabrina Mezzaqui

 

La GAM di Torino è tra i vincitori dell’Avviso pubblico PAC 2026 – Piano per l’Arte Contemporanea (Ambito 1) dedicato all’acquisizione di opere realizzate negli ultimi 70 anni, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

 

Il progetto, a cura di Elena Volpato, Conservatore del museo, prevede l’acquisizione dell’opera di Sabrina Mezzaqui I quaderni di Hannah Arendt, 2017-2021.

Il lavoro comprende 29 quaderni rilegati a mano con copertine in stoffa ricamata con motivi ispirati all’estetica del Bauhaus, copiati con inchiostro blu notte su carta per atti giuridici e amministrativi.

I quaderni di Hannah Arendt sono un’opera emblematica dove si coglie non solo l’attenzione tipica di Mezzaqui per la parola scritta, ma emerge una pratica artistica fatta di lettura e scrittura intese come atti creativi di contemplazione, grazie ai quali il pensiero viene “ripensato”, prendendo forma nella materia, attraverso un esercizio di riflessione e copiatura.

L’opera riesce a far emergere tutta l’attuale urgenza dei testi di Arendt, raccolti in “Nel deserto del pensiero – Quaderni e diari 1950-1973”, dove la stessa filosofa, a sua volta, ricopiò testi di altri autori e dove diede espressione all’immagine del “deserto”, rappresentazione della condizione moderna dove si insinua l’assenza di pensiero.

Una dimensione critica a cui corrisponde però, nella volontà dell’autrice, la necessità di forme di resistenza che Arendt mette in atto attraverso la scrittura e Mezzaqui fa rivivere nella sua opera e nel suo studio, attraverso un lento percorso di copiatura e meditazione, in un tempo di sospensione e isolamento.

I quaderni di Hannah Arendt sono una tra le opere di maggior impegno realizzate dall’artista negli ultimi anni. Si inserisce in un progetto più ampio di copiatura calligrafica di quaderni e diari di pensatrici del Novecento.

Con la medesima processualità ha infatti realizzato “I quaderni di Simone Weil”, nel 2010-2013, e ha in animo di dedicarsi nei prossimi anni alla copiatura dei diari di Etty Hillesum.

L’opera sarà presentata in occasione di una mostra alla GAM, negli spazi della Videoteca, in dialogo con un’opera video, in via di realizzazione, dove Mezzaqui torna a riflettere sul Senso dell’ordine, titolo di un noto saggio di Ernst Gombrich, dedicato alle arti decorative, pubblicato nel 1979. Un testo al quale Mezzaqui dedicò un’ampia opera su carta nel 2002.

L’esposizione aprirà al pubblico il 3 dicembre 2026 fino al 4 aprile 2027 in occasione della Quinta Risonanza della programmazione della GAM e sarà accompagnata da un quaderno pubblicato da Edizioni Corraini dedicato a I quaderni di Hannah Arendt che entrano a far parte della collezione del museo.

Nota biografica

Sabrina Mezzaqui è nata a Bologna nel 1964. Vive e lavora a Marzabotto. Conduce un lavoro condiviso (Tavolo di Lavoro di Marzabotto). Insegna all’Accademia Belle Arti di Bologna. Lavora con la Galleria Massimo Minini e con la Galleria Continua. Ha esposto in spazi pubblici in Italia tra i quali: Fondazione Luigi Rovati; Palazzo da Mosto – Fondazione Palazzo Magnani; Pilotta – Galleria Nazionale, Parma; Museo Civico d’Arte, Modena; GAM di Torino; Triennale, Milano; e all’estero: PS1, New York; INOVA, Milwaukee – WI; Musée d’art moderne et contemporain, Saint-Étienne – F; One Severn Street, Birmingham – GB; Raid Projects Gallery, Los Angeles;  Istituto Italiano di Cultura – MOCA, Buenos Aires; Bengal Art Lounge, Dhaka – Bangladesh. Sue opere, di natura diversa da quella in oggetto, sono conservate presso la GAM di Torino, il Museo del Novecento di Milano, il MAMbo, Castel Sant’Elmo a Napoli e alla Galleria Civica di Parma.

Didascalia dell’immagine:

Sabrina Mezzaqui

I quaderni di Hannah Arendt, 2017-2021 (dettaglio)

29 quaderni rilegati a mano con copertine in stoffa ricamata con motivi ispirati all’estetica del Bauhaus, copiati con inchiostro blu notte su carta per atti giuridici e amministrativi

Opera acquisita nell’ambito del progetto vincitore del PAC 2026 – Piano per l’Arte Contemporanea, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

Ph. Lorenzo Palmieri

Angoli torinesi, il Bastion Verde

Il Bastion Verde di Torino, anche chiamato “degli angeli” è un luogo dove la storia militare si fonde armoniosamente con la bellezza naturale. Situato all’interno dei Giardini Reali di Torino, è una delle ultime testimonianze di quella che fu la consistente cinta fortificata della città, oggi trasformata in un’area di svago e relax, ma che conserva ancora tutto il fascino della sua origine: 800 metri lineari di mura a pochi passi dal Palazzo Reale progettato dal geniale architetto cinquecentesco Ascanio Vitozzi. Il suo nome deriva dal fatto che Vittorio Emanuele II lo fece dipingere di verde e ricoprire di edera, in omaggio a sua moglie.

Il Bastion Verde è parte del sistema difensivo che, a partire dal XVII secolo, venne costruito Per proteggere Torino dalle invasioni. La cittadella fortificata, che comprendeva bastioni, mura e torri, si estendeva lungo le colline che sovrastano il fiume Po e rappresentava uno degli esempi più significativi della fortificazione barocca in Italia. Torino, allora capitale del Ducato di Savoia, aveva una posizione strategica e un apparato difensivo che rispondeva alle esigenze di protezione contro minacce provenienti sia da sud (dalla Francia) che da altre direzioni. Come gli altri bastioni della città, faceva parte di una serie di fortificazioni che vennero realizzate tra il 1668 e il 1700, con il progetto di Amedeo di Castellamonte, uno degli architetti più influenti dell’epoca. La struttura doveva garantire un buon punto di osservazione e difesa, ma allo stesso tempo integrarsi nel contesto urbanistico e paesaggistico che Torino stava sviluppando. Oggi, il bastione è circondato da un ampio parco verde che ne attenua la severità militare originaria, donando al sito un aspetto più accogliente e rilassante, ma senza perdere la sua forte identità storica. Con il tempo, le funzioni militari del Bastion Verde sono venute meno e l’area ha subito un processo di recupero e valorizzazione che ha permesso di restituirla alla cittadinanza come un parco pubblico ben curato, dotato di panchine, vialetti e ampie zone ombreggiate che rendono l’area perfetta per passeggiate e relax. L’elemento più interessante del parco è la sua capacità di mescolare il verde con la storia. Una delle caratteristiche più apprezzate del Bastion Verde è la sua posizione sopraelevata rispetto alla città. Dal bastione, infatti, si gode di una vista spettacolare su Torino e sulla collina torinese che si estende dalle Alpi all’orizzonte, con una prospettiva che lo rende un luogo privilegiato per osservare la città dall’alto, in particolare al tramonto, quando la luce dorata avvolge il panorama.

Maria La Barbera

Wall Drawing, l’opera d’arte nelle Langhe firmata David Tremlett

A Coazzolo, piccolissimo comune in provincia di Asti, sorge una piccola chiesa costruita alla fine del Seicento, tuttora consacrata, che vanta una meravigliosa vista mozzafiato sulle colline.


Questa deliziosa cappella, la Beata Maria Vergine del Carmine, edificata tra i filari delle vigne del Moscato e già Patrimonio Unesco, è diventata, in seguito all’intervento di wall drawing dall’artista britannico David Tremlett, un bellissimo esempio di opera moderna pop.
La superfice, di 300 metri quadri circa, è stata dipinta dal pittore con tre colori dominanti: il giallo per il porticato, la terra di Siena per il corpo della chiesa e il verde oliva per la sacrestia e il basamento.
David Tremlett, molto apprezzato per i suoi dipinti murali, è innamorato del nostro paese, che considera, a ragione, la patria della pittura e che lo ha meravigliato con opere d’arte incredibili e potentissime come quelle di Michelangelo e Raffaello.  “Per imparare qualcosa devi lasciarti stupire e saper osservare”, afferma Tremlett, e lui per realizzare quest’opera lo ha fatto profondamente: ha osservato i vigneti, ha parlato con i contadini condividendone il lavoro, le giornate e il cibo.


Il risultato è arrivato dopo centinaia di disegni, forme geometriche e dettagli in cerca di un dialogo con la natura, tra tradizione e modernità. Ed è proprio quest’ultimo l’aspetto più interessante e se vogliamo più sorprendente di questo progetto artistico, l’incontro tra il passato e il contemporaneo, l’unione tra la genuinità ed i valori di una comunità d’altri tempi con nuovi linguaggi artistici, la capacità di far coabitare una natura meravigliosa e portatrice di memorie e semplicità con l’ardire di un opera che si esprime attraverso un lessico innovativo.

 

Maria La Barbera

Lagrange, un monumento per il “sommo geometra”

Alla scoperta dei monumenti di Torino Joseph Louis Lagrange, nacque a Torino il 25 gennaio del 1736. All’età di quattordici anni si iscrisse all’Università per intraprendere gli studi giuridici, ma la passione e l’interesse per la matematica furono talmente forti che si dedicò completamente alle materie scientifiche

La statua, collocata al centro di Piazza Lagrange, rappresenta il matematico in piedi, in posizione eretta su un alto basamento con indosso abiti borghesi. Il viso di Luigi Lagrange è leggermente chino, mentre con la mano destra tiene quel che rimane di una matita, e con la sinistra dei fogli piegati; a terra vicino alla gamba destra vi sono dei libri impilati.

 

Joseph Louis Lagrange, nacque a Torino il 25 gennaio del 1736 da Giuseppe Francesco Lodovico Lagrange (tesoriere dell’Artiglieria del Re di Sardegna), e da Maria Teresa Grosso (figlia unica di un medico benestante di Cambiano). All’età di quattordici anni si iscrisse all’Università per intraprendere gli studi giuridici, ma la passione e l’interesse per la matematica furono talmente forti che si dedicò completamente alle materie scientifiche (geometria, fisica e matematica) abbandonando completamente la giurisprudenza. Professore di matematica alla scuola d’artiglieria a soli 19 anni, fu tra i fondatori, insieme a Francesco Cigna e Luigi Saluzzo, della Regia Accademia delle Scienze di Torino; in contatto con Eulero, venne anche iscritto tra i soci dell’Accademia di Berlino.

All’età di ventotto anni vinse il premio dell’Accademia di Parigi per la migliore opera sulla librazione della luna mentre a trentanni lasciò il Piemonte per sostituire Eulero alla presidenza dell’Accademia di Berlino. Rimase nella città una ventina d’anni, poi si trasferì definitivamente a Parigi, chiamato per invito di Luigi XVI dall’Accademia delle Scienze come “pensionato veterano”.Nel corso della sua carriera compì ricerche di fondamentale importanza sul calcolo delle variazioni, sulla teoria delle funzioni e sulla sistemazione matematica della meccanica; svolse inoltre studi di astronomia, trattando soprattutto il problema della mutua attrazione gravitazionale fra tre corpi.Visse e operò (come detto prima) per ventuno anni a Berlino e per ventisei a Parigi e nel 1788 pubblicò la sua più importante opera, il testo Mécanique analytiquesi spense a Parigi il 10 aprile 1813.

Nel luglio del 1856 (una quarantina di anni dopo la morte), per iniziativa di alcuni rappresentanti dell’Accademia delle Scienze di Torino, venne lanciata dai giornali una pubblica sottoscrizione di raccolta fondi per realizzare un monumento in onore del “sommo geometra” ( siccome a Firenze si era realizzata la statua a Galileo Galilei e a Milano quella di Bonaventura Cavalieri, Torino non voleva essere da meno nei confronti di un degno rappresentante delle scienze matematiche). La realizzazione della statua venne inizialmente commissionata a Vincenzo Vela ma in seguito Giuseppe Albertoni subentrò alla commessa e vi lavorò tra 1865 e il 1867, circa una decina di anni dopo l’inizio della sottoscrizione. La commissione individuò piazza Bonelli, detta oggi Lagrange, come luogo più idoneo per ospitare la statua e nella seduta del 13 marzo 1865 la Giunta municipale sostenne e approvò la proposta decidendo anche che il nuovo nome della piazza dovesse essere omonima al monumento da collocarvi.

Riguardo alla posizione della statua nella piazza, due mesi prima dell’inaugurazione, Municipio e Commissione si confrontarono su due punti di vista opposti: il Municipio proponeva che fosse posta con il viso rivolto verso piazza Carlo Felice, mentre la Commissione voleva che fosse rivolta verso la via che portava il suo nome (via dei Conciatori, detta Lagrange dal 1860) e dove era posta la casa in cui abitò per molti anni l’illustre matematico. Dopo una serie di dibattiti e confronti, la Commissione ebbe la meglio ed il monumento venne posizionato in centro alla piazza, rivolto verso via Lagrange.

Il giorno dell’inaugurazione, l’ufficiale scoprimento della statua venne anticipato da una adunanza letteraria presso la Reale Accademia, dove intervennero eruditi da tutte le parti d’Italia per disquisire non soltanto sui meriti scientifici di Lagrange, ma anche su ogni sorta di argomento ed impegnarono l’attenzione della folla per diverse ore. Si parlò di un saggio sulla parola “Plebiscito”, si tenne una lezione sulla pressione atmosferica e sulla comunanza d’origine dei popoli indo-europei ed infine si discusse anche del primato del Piemonte nella letteratura drammatica. Lo stesso giorno dell’inaugurazione il monumento venne ufficialmente consegnato al Municipio. Non si hanno informazioni attendibili sul lavoro di realizzazione del monumento.

 

Simona Pili

 

L’eclettismo culturale di Mario Soldati

Il 19 giugno del 1999 Mario Soldati moriva a Tellaro, piccolo borgo marinaro ligure. Nato a Torino nel novembre del 1906, Soldati è stato uno dei più grandi intellettuali del Novecento italiano.

Scrittore, giornalista, regista e sceneggiatore cinematografico e televisivo, ha contribuito moltissimo alla cultura e al costume italiano. Intellettuale finissimo, regista di autentici capolavori come “Piccolo mondo antico” e “Malombra”, autore di romanzi come “America primo amore”, “Le lettere da Capri” (premio Strega nel 1954), “I racconti del maresciallo”, di reportage famosi come “Viaggio lungo la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini”, Soldati ha lasciato un segno indelebile con la sua poliedrica attività artistica. Lo storico e saggista Pier Franco Quaglieni, l’ha ricordato con il libro “Mario Soldati. La gioia di vivere”, pubblicato nel ventennale della morte dello scrittore e regista torinese. Un testo di grande interesse aperto da un ampio saggio del direttore del Centro Pannunzio, amico personale di Soldati che fu uno dei fondatori del sodalizio culturale subalpino, presiedendolo per due decenni. Un altro grande amico di Soldati, il novarese Enrico Emanuelli, grande firma de La Stampa e del Corriere della Sera, ne tratteggiò così il profilo: “Soldati è scorbutico. Dicono che spesso lo sia per posa. E’ anche legato ad umori repentini, una cosa gli va o non gli va, un po’ a capriccio. Ma dietro a questi suoi estri, vi è una natura d’uomo indipendente, acuto, pieno di difetti appunto perché ha virtù non comuni”. Il brevissimo racconto che segue ( La camelia di Mario Soldati) è un piccolo omaggio alla sua memoria.

“Mario l’aveva portata da Tellaro a Corconio, dalla frazione più orientale del comune di Lerici, nello spezzino, dove aveva scelto di vivere i suoi ultimi anni, al luogo che, forse, più di altri, aveva lasciato un segno, una traccia indelebile nel suo animo, sulla collina che guarda il lago d’Orta. La “General Coletti” era una camelia bella,forte e rigogliosa, con i suoi grandi fiori doppi, a peonia, rosso ciliegia intenso chiazzato a macchie di un bianco candido, puro. L’aveva curata con le proprie mani, pazientemente, con l’attenzione necessaria che si presta ad una creatura apparentemente fragile e delicata. Così l’aveva portata con sè, sul lago d’Orta. Tornare in quel luogo dove aveva vissuto, con il suo più caro amico, “l’altro Mario”, un lungo momento magico, tra l’autunno del 1934 e la primavera del 1936 quando il destino li appaiò, assecondandoli nella scelta di un volontario esilio sul lago d’Orta, si era rivelata una buona idea. Anche portare in dono la camelia agli eredi delle due sorelle Rigotti, l’Angioletta e la Nitti, che all’epoca gestivano l’alberghetto dove dimorarono, era stata un’ottima e gradita intuizione. La locanda non c’era più e il suo posto era stato preso da un’abitazione privata che, però, aveva mantenuto intatta la fisionomia dello stabile. Lì, entrambi, quasi adottati da quella famiglia, misero radici e vissero intere stagioni alloggiando in “una stanza d’angolo, la più bella e più soleggiata dell’albergo, con una finestra a nord e una a ovest”. I ricordi erano come un fiume in piena. Le lunghe chiacchierate davanti al fuoco del camino, mangiando castagne arrosto o bollite, bevendo il vino nuovo nelle ciotole, si accompagnavano alle pagine che vennero scritte, ai libri che presero forma, agli articoli e ai saggi critici che consentirono a entrambi di racimolare il necessario per poter vivere “da scrittori”. L’ambiente circostante si era offerto con generosità ai “due Mario”, Soldati e Bonfantini, ricompensando i loro sguardi con l’intensa bellezza del paesaggio da una sponda del lago all’altra; da Gozzano a Orta, fino ad Omegna e da lì verso Oira, Ronco, Pella e Lagna. Dal balconcino della casa di Corconio, il panorama era rimasto intatto. Mario guardava, ammirato, la camelia dai fiori color panna e fragola. Poi, chiusi gli occhi, annusando l’aria, immaginava i colori del lago. Mario dubitava di potervi tornare. L’età non consentiva grandi progetti e nemmeno di coltivare illusioni. Lo consolava il pensiero che la più bella delle sue camelie potesse rimaner lì, a dimora. Un gesto d’amore di un uomo che in quei luoghi aveva lasciato una parte del suo cuore”.

Marco Travaglini