CULTURA E SPETTACOLI

“Ricami, merletti e tessuti d’artista” al Polo delle Rosine

270 anni di arti tessili, lavoro e autonomia

Torino celebra una storia lunga quasi tre secoli, che continua a parlare al presente, e lo fa con una mostra dal titolo “Ricami, merletti e tessuti d’artista. Dalle Rosine al presente: 270 anni di arti tessili, lavoro e autonomia”, che sarà aperta al pubblico l’11 e il 12 aprile prossimo negli spazi del Polo Artistico e Culturale Le Rosine.

Il 2026 segna infatti una anno altamente simbolico: ricorrono i 270 anni dall’insediamento torinese dell’Istituto, i 310 dalla nascita della fondatrice Rosa Govone e i 250 anni dalla sua morte. Si tratta di un triplice anniversario che diventa occasione per rileggere una storia pionieristica di emancipazione femminile attraverso il lavoro.

L’Opera delle Rosine venne fondata nel 1742 a Mondovì e si stabilì a Torino nel 1756. Nasceva da un’intuizione semplice quanto rivoluzionaria: offrire alle donne strumenti concreti per costruire la propria autonomia. Il motto “Vivrai dell’opera delle tue mani” sintetizza un modello educativo che unisce formazione, dignità e indipendenza, anticipando di fatto i principi dell’economia sociale contemporanea. All’interno dell’Istituto prende forma fin dall’inizio un vero e proprio opificio femminile, dove scuola, laboratorio e produzione convivono. Le giovani vengono formate alle arti tessili del ricamo, del merletto, della tessitura e della filatura, sviluppando competenze professionali che permettono loro di inserirsi nella società in autonomia. Non si trattava di semplici lavori manuali, ma di arti applicate di alto livello, riconosciute e premiate già all’epoca.

Oggi, a distanza di oltre due secoli, questo patrimonio torna al centro della quarta edizione della mostra itinerante “Ricami, merletti e tessuti d’artista”. L’esposizione riunisce opere antiche e contemporanee, creando un dialogo tra generazioni di artigiane, artiste e insegnanti.

Accanto alla mostra ci saranno dimostrazioni dal vivo e prove gratuite aperte ad adulti e bambini, che offriranno l’opportunità di avvicinarsi alle tecniche del ricamo e del merletto.

“L’evento dell’11 e 12 aprile sarà molto più di una celebrazione: un’occasione per riscoprire un sapere che attraversa i secoli e continua a generare futuro. Un filo, quello delle arti tessili, che unisce tradizione e innovazione, bellezza e lavoro, memoria e autonomia – dichiara il direttore generale, Massimo Striglia”.

L’iniziativa si inserisce anche nel contesto delle celebrazioni francescane dell’Ottavo centenario lungo il ‘Cammino di Pace e della Parola di San Francesco’, rafforzando il legame tra arte, spiritualità e comunità. A completare il programma, un convegno dedicato alle arti tessili contemporanee riunirà esperti del settore per riflettere sulle prospettive future di questi mestieri, oggi sempre più riconosciuti come patrimonio culturale immateriale.

L’istituto delle Rosine non è solo memoria perché, sotto la guida di Madre Ausilia Concas e del direttore generale Massimo Striglia, la Fondazione continua a operare attivamente sul territorio con progetti concreti a sostegno di donne e famiglie, dal “Punto di ascolto” ai percorsi di accompagnamento alla maternità fino all’attività di musico-terapia per bambini audiolesi in collaborazione con l’ospedale Martini.

La mostra si tiene l’11 e il 12 aprile dalle 10 alle 18, presso il Polo Artistico e  Culturale Le Rosine, in via Plana 8/C

Mara Martellotta

La rassegna dei libri del mese

Il libro più discusso tra i titoli presenti sul nostro gruppo FB nel mese appena concluso è Tre Nomi, di Florence Knapp che affronta il tema della violenza domestica e sta avendo riscontri estremamente positivi tra i membri della nostra community.

 

Con gli auguri per l’imminente Pasqua, la nostra redazione vi porta tra gli scaffali delle librerie per scegliere nuove letture con cui trascorrere il mese di aprile!

L’Odore Del Lupo (Ponte alle Grazie) dell’esordiente Maria Pacifico è un romanzo di formazione che ha tutte le caratteristiche per essere u nuovo caso letterario, poiché è appena uscito e già risulta molto apprezzato.

 

Le Ottanta Domande Di Atena Ferraris (Garzanti) è il più recente romanzo di Alce Basso e, siamo certi, ne sentiremo ancora parlare.

 

Ai giovani lettori suggeriamo  Mentre Cadono Le Stelle, di Barbara Tomborini (Salani), una delicata storia familiare che accompagna la crescita dei protagonisti.

 

 

Consigli per gli acquisti

 

Questa è la rubrica nella quale diamo spazio agli scrittori emergenti, agli editori indipendenti e ai prodotti editoriali che rimangono fuori dal circuito della grande distribuzione.

 

Risvegli, un romanzo di Laura Gronchi (Auto-pubblicazione, 2026), che coniuga un ritmo sostenuto a una trama ricca di colpi di scena nella quale non mancano le sfumature sentimentali.

 

Sarà Come Morire (Mursia, 2025) di Adriano Morosetti che ci riporta nella città del Festival più famoso d’Italia, in un nuovo romanzo che coniuga musica e tensione, con una formula che già il pubblico ha imparato ad apprezzare.

 

 

 

Incontri con gli autori

 

Abbiamo intervistato per voi gli autori più richiesti del momento: leggete le nostre interviste a Jacopo MariniAdriano MorosettiVanessa RoggeriMichele Catozzi

 

Il sacro dolore dello “Stabat Mater” di Vivaldi con Carlo Vistoli per la Pasqua dell’Orchestra Rai

Una profonda meditazione sul dolore sacro, quello della Vergine davanti alla morte di Gesù, è lo “Stabat Mater” RV 621 di Antonio Vivaldi, nucleo centrale del concerto di Pasqua dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, in programma in serata unica, fuori abbonamento, Venerdì Santo, il 3 aprile, alle 20.30, presso l’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino. La serata è trasmessa in diretta su Radio 3 e, la mattina di Pasqua, domenica 5 aprile, alle 8, anche in prima TV su Rai 5.

Capolavoro di rara sensibilità, lo “Stabat Mater” fu scritto da Vivaldi nel 1712 per la chiesa di Santa Maria della Pace di Brescia, ed è il suo più antico lavoro conservato, capace ancora oggi di commuovere per la sua purezza spirituale. A interpretarlo è il controtenore romagnolo Carlo Vistoli, che l’ha recentemente anche inciso. Considerato uno dei controtenori più autorevoli della sua generazione ha costruito una carriera internazionale, folgorante, partendo dal debutto, nel 2012, con “Dido & Aeneas”. La sua ascesa è stata determinata dall’incontro con grandi maestri della musica antica, da William Christie, con “Le Jardin des Voix” nel 2015, a John Eliot Gardner, fino al sodalizio artistico con Cecilia Bartoli. Tra i suoi traguardi principali, il Premio Abbiati nel 2023, come miglior cantante dell’anno, l’Helpmann Award, in Australia, e il premio come Stella Emergente della San Francisco Opera del 2024. Protagonista della lirica come al teatro alla Scala, la Wiener Staatsoper, l’Opera di Roma, il festival di Salisburgo e la Royal Opera House di Londra, Vistoli si distingue per la sensibilità che va dal barocco di Vivaldi e Monteverdi, fino alla musica contemporanea. Lo scorso anno è stato tra i protagonisti della “prima” mondiale de “Il nome della rosa” di Francesco Filidei, alla Scala. Con l’Orchestra Rai è stato protagonista del concerto di Natale 2025, trasmesso su RAI 1 e in eurovisione dalla Basilica Superiore di San Francesco d’Assisi.

Sul podio Giuseppe Mengoli, classe 1993, che ha iniziato la sua carriera di direttore d’orchestra nel 2018, debuttando con la Gustav Mahler Jugend Orchester e della Filarmonica Toscanini, oltre che essere violinista, compositore e arrangiatore. In apertura di serata Mengoli propone “Fratres”(Fratelli) di Arvo Pärt, mistico del suono e ricercatore della trascendenza. Pärt è uno dei musicisti più originali a cavallo tra i due secoli. Nato in Estonia nel 1935, ha dato vita a un universo sonoro dove semplicità e purezza si fondono in un’intensità rarissima, capace di parlare direttamente all’anima dell’ascoltatore. La prima esecuzione assoluta di “Fratres” si tenne il 28 ottobre 1977 a Riga, affidata all’ensemble estone di musica antica Hortus Musicus, a cui l’opera è dedicata. Concepito originariamente per un quintetto d’archi e un quintetto di fiati, il brano ha dato vita a numerose rielaborazioni per diverse formazioni strumentali, tutte mantenendo il titolo originale. La prima di queste varianti è stata commissionata dal festival di Salisburgo nel 1980, e consisteva in una serie di variazioni per violino e pianoforte, interpretata dai dedicatari Gidon ed Elena Kremer. Da allora, l’opera è stata trascritta per svariati organici, tra cui archi e percussioni, con o senza solista, ottetto fiati e percussioni, quartetto d’archi e ottetto di violoncelli. Strutturalmente il tema di sei battute viene reiterato con un’enfasi minimalista su rigore ritmico, trasposto su diversi livelli tonali e arricchito da una linea melodica che si espande progressivamente.

Il concerto si chiude con la Sinfonia n.7 in la maggiore op.92 di Ludwig van Beethoven, che venne definita da Richard Wagner come “l’apoteosi della danza”, ponendo l’accento sulla predominanza dell’elemento ritmico che pervade l’intera partitura.

I biglietti per il concerto di Pasqua fuori abbonamento sono proposti a 10 e 15 euro, e sono in vendita online sul sito dell’OSN Rai, e presso la biglietteria dell’Auditorium Rai di Torino.

Auditorium Rai – piazza Rossaro

Info: 0118104653 – biglietteria.osn@rai.it

Mara Martellotta

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

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A cura di Elio Rabbione

Il bene comune – Commedia. Di e con Rocco Papaleo, con Claudia Pandolfi, Vanessa Scalera e Teresa Saponangelo. Una guida turistica e un’attrice di “insuccesso” accompagnano quattro detenute sul massiccio del Pollino, alla ricerca del secolare Pino Loricato, simbolo di resilienza. Il cammino diventa presto un viaggio di trasformazione, fatto di incontri e cambiamenti, scandito da una musica che prende forma passo dopo passo, fino a diventare una voce collettiva capace di tenere insieme corpi, emozioni e storie diverse. In una natura dura e bellissima. attraversata da una solidarietà inattesa, emergono frammenti di vite complesse, ferite ancora aperte e il bisogno profondo di essere viste e ascoltate. Parlare, cantare, dare un nome a ciò che si è vissuto diventa un modo per sciogliere tensioni e ritrovare un senso di appartenenza, almeno finché un evento improvviso non rimette tutto in discussione. Perché, a volte, raccontarsi è già un primo passo verso qualcosa di più grande. Durata 102 minuti. (Due Giardini sala Nirvana, Fratelli Marx sala Harpo, Ideal)

Cena di classe – Commedia. Regia di Francesco Mandelli, con Herbert Ballerina. Quando un gruppo di ex compagni di liceo si ritrova a circa vent’anni dalla maturità, l’occasione per rinfrescare ricordi, rivedere facce, fare un bilancio degli anni trascorsi. Ma non sempre i nuovi incontri sono motivi d’allegria. La serata cambia aspetto, nuovi episodi ne alterano l’equilibrio, ne fanno le spese le certezze e i rapporti, bisognerà anche mettere in conto differenti implicazioni. Durata 101 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi sala 5, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

che Dio perdona a tutti – Commedia. Diretto e interpretato da Pif, con Giusy Buscemi, Francesco Scianna e Carlos Hipòlito. Arturo è un agente immobiliare siciliano, solo, goloso e disilluso. La sua vita monotona trova finalmente una scintilla grazie alla sua unica, vera, passione: la pasticceria siciliana. È proprio davanti a un vassoio di cannoli che incontra la sua anima gemella, Flora. Lei è tutto ciò che ha sempre sognato: bella, spiritosa e brillante. Come se non bastasse, è anche una pasticciera! Tuttavia, tra i due si frappone un ostacolo divino: Dio. Mentre Flora è una cattolica devota e fervente, Arturo ha abbandonato la fede quando era ancora un bambino. Nel disperato tentativo di non perdere la donna dei suoi sogni, decide di “fingere finché non diventa vero”, spacciandosi per un uomo dalle profonde convinzioni religiose. Ad accompagnare Arturo in questo caotico viaggio verso la verità, la fede e il cuore di Flora, ci sarà un mentore e amico d’eccezione: Papa Francesco in persona. Durata 114 minuti. (Massaua, Eliseo, Fratelli Marx, Ideal, Reposi sala 4, Romano sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Il dio dell’amore – Commedia. Regia di Francesco Lagi, con Corrado Fortuna, Isabella Ragonese, Vanessa Scalera, Francesco Colella e Vinicio Marchioni. Il Dio dell’Amore è un viaggio, o un’esplorazione, nelle relazioni amorose. Una storia sui destini sentimentali di alcune persone, sui loro modi di amarsi, di sfiorarsi, di entrare in contatto l’uno con l’altro. È un racconto corale dal tono ironico, sorridente ma anche amaro, che disegna una umanità impelagata nel caos dei sentimenti che da sempre ci agitano e ci meravigliano. I personaggi sono tutti collegati da relazioni amorose e, se visti tutti insieme, tutti parte di un fitto disegno, una tessitura dove ognuno è un nodo, un inizio e una fine. Il loro destino è in mano al Dio dell’Amore, una creatura capricciosa e imprevedibile, a volte benevolo e mite e a volte invece battagliero. A condurci in questo viaggio è il poeta Ovidio, l’eterno cantore dell’amore che, al di là di ogni sentimentalismo e di ogni morale, torna dalla Roma imperiale direttamente nella nostra contemporaneità per raccontarci questa storia. Durata 94 minuti. (Ideal)

È l’ultima battuta? – Commedia. Regia di Bradley Cooper, con Will Arnett, Laura Dern e Bradley Cooper. Sono sposati da circa vent’anni Alex e Tess ma adesso stanno divorziando. Hanno due figli e pur nella drammaticità del momento cercano di mantenere dei corretti rapporti. Scoprono di avere delle qualità che non conoscevano o che avevano per anni messo da parte: lei proverà a fare l’allenatrice di pallacanestro, lui affronterà il pubblico diventando sempre più bravo come cabarettista. Durata 121 minuti. (Blue Torino anche V.O./via Principe Tommaso 6, Massaua, Greenwich Village anche V.O. sala 1, Ideal, Reposi sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Hamnet – Storico, drammatico. Regia di Chloé Zhao, con Jessie Buckley (Oscar miglior attrice protagonista, Paul Mescal, Jacobi Jupe ed Emily Watson. In un bosco, una giovane donna dorme rannicchiata nella culla formata dalla radice emersa di un albero secolare: è vestita di rosso cupo, accompagnata da un falco che risponde ai suoi richiami, conosce erbe e pozioni, si dice non sia nata da sua madre ma da una donna venuta da lontano. Si chiama Agnes e quando Will la vede se ne innamora subito. Will è il giovane William Shakespeare, maestro di latino nella Stratford del 1580, che riesce a sposarla nonostante l’ostilità delle famiglie e ad avere con lei tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet. Ma un lutto li colpisce, quando il drammaturgo lavora già a Londra, e Hamnet ucciso dalla peste a soli undici anni (un lutto che mette a dura prova l’unione della coppia) diventa Hamlet. Tratta dal romanzo del 2020 dell’irlandese Maggie O’Farrell, la storia di Agnes (più che di William), tessuta di magia e femminilità. Film già vincitore di due Golden Globe, attende la notte degli Oscar con le sue otto candidature. Ha scritto Alessandra De Luca nelle colonne di “Ciak” che la Zhao, nata a Pechino nel 1982, già premiata a Venezia con il Leone d’oro nel 2020 e Oscar come miglior film per “Nomadland”, “sceglie ancora una volta una strada radicale, quasi estrema, per mettere in scena elaborazione del lutto e catarsi, spingendo i suoi attori in un percorso emotivo dove verità e finzione, vita e arte, spirito e materia si confondono. La scena nel finale ambientato al Globe Theatre di Londra, durante la prima rappresentazione di “Amleto”, vale la spesa del biglietto e un’altra statuetta nelle mani di Jessie Buckley, dopo il Golden Globe, ci starebbe proprio bene.” Durata 125 minuti. (Eliseo, Nazionale sala 4 anche V.O.)

L’isola dei ricordi – Regia di Fatih Akin, con Jasper Billerbeck e Diane Kruger. Negli ultimi e duri giorni della Seconda Guerra Mondiale, sull’isola di Amrum, il dodicenne Nanning intraprende un commovente e coraggioso percorso di crescita per aiutare la madre. Tra le onde, la sabbia e il silenzio, la sua infanzia si intreccia con la durezza del dopoguerra e con la fragile bellezza di una umanità che tenta di sopravvivere. Ma la fine del conflitto porta con sé un’ombra inattesa, che costringe Nanning a guardare oltre l’orizzonte dell’innocenza. Durata 93 minuti. (Romano sala 2)

Lady Nazca – La signora delle linee – Drammatico, avventura. Regia di Damien Dorsaz, con Devrim Lingnau e Guillaume Gallienne. Perù, 1938: mentre il fascismo si diffonde in Europa, la giovane Marie Reiche, originaria di Dresda, si guadagna da vivere come insegnante di matematica nella capitale Lima. Ma la sua vera vocazione l’attende più a sud della metropoli cosmopolita, nel deserto di Nazca. L’archeologo francese Paul D’Harcourt convince Maria a tradurre alcuni documenti per lui, che spera possano fornire indizi su un antico sistema di canali nella zona. Durante un’escursione nel deserto, i due s’imbattono in uno dei più grandi misteri della storia umana: linee e figure gigantesche tracciate nel terreno ghiaioso con precisione matematica che colpiscono Maria profondamente. Contro ogni previsione e contro tutti, Maria lega il suo destino alle misteriose linee di Nazca e intraprende la missione di scoprirne il significato. Dovrà superare ostacoli apparentemente insormontabili. Durata 98 minuti. (Fratelli Marx sala Groucho)

La mattina scrivo – Drammatico. Regia di Valérie Donzelli, con Bastien Bouillon e Virginie Ledoyen. “Finire un testo non significa essere pubblicati, essere pubblicati non significa essere letti, essere letti non significa essere amati, essere amati non significa avere successo, e il successo non offre alcuna promessa di fortuna.” La storia vera di un fotografo di successo che rinuncia a tutto per dedicarsi alla scrittura, e scopre la povertà. Questo racconto radicale, che unisce chiarezza e autoironia, ritrae il viaggio di un uomo disposto a pagare il prezzo più alto per la propria libertà. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani: “Un racconto rigoroso e paradigmatico sulle difficoltà e le crudeltà del lavoro contemporaneo, attraversato dal sogno ostinato di un aspirante scrittore. Delicato nei toni ma feroce nella sostanza, il nuovo lungometraggio di Valérie Donzelli offre uno sguarda necessario e poetico sulla tenacia, sul compromesso e sulle nuove forme di povertà.” Durata 92 minuti. (Massimo sala Cabiria anche V.O., Nazionale sala 4)

Mio fratello è un vichingo – Commedia drammatica. Regia di Anders Thomas Jensen, con Mads Mikkelsen e Nikolaj Lie Kaas. Anker viene rilasciato dal carcere dopo una condanna a quindici anni per rapina. A seppellire il bottino era stato Manfred, suo fratello. Solo lui sa dove si trova. Purtroppo Manfred ha sviluppato un disturbo mentale che gli ha fatto dimenticare tutto. I fratelli intraprendono un inatteso viaggio alla scoperta del denaro, e di se stessi. Una storia divertente, affascinante e provocatoria sull’identità. Durata 116 minuti. (Nazionale sala 3)

Rental Family – Nelle vite degli altri – Commedia drammatica. Regia di Hikari, con Brendan Fraser e Takehiro Hira. Philip, attore americano di alterne fortune, abita da alcuni anni in Giappone. Un giorno gli viene proposto una nuova occupazione, presso un’agenzia di “comparse” impiegate ad allacciare rapporti con famigliari, ad assistere persone sole, ad apparire parenti, la Rental Family. Sono tanti i dubbi che sulle prime preoccupano Philip che tuttavia s’assoggetta a una quotidianità che lo pone a contatto con le persone, che gli regala qualche reddito, che gli dà la possibilità di essere d’aiuto al prossimo. Durata 103 minuti. (Eliseo, Reposi sala 4)

Sentimental Value – Drammatico. Regia di Joachim Trier, con Renate Reinsve, Elle Fanning e Stellan Skarsgård. Nora e Agnes sono due sorelle profondamente unite. L’improvviso rientro nella loro vita del padre Gustav – regista carismatico e affascinante ma genitore cronicamente inaffidabile – riapre ferite mai del tutto rimarginate. Riconoscendo il talento di attrice di Nora, Gustav vorrebbe che sua figlia interpretasse il ruolo principale nel film che dovrebbe rilanciare la sua carriera; lei rifiuta e quella parte finisce a una giovane star di Hollywood, Rachel Kemp. Il suo arrivo getta scompiglio nelle delicate dinamiche della famiglia: per le due sorelle sarà il momento di confrontarsi con il padre e con il loro passato. Designato Film della Critica dal SNCCI: “Due necessità primarie a confronto – quella di seguire il proprio percorso artistico e quella di rimanere accanto ai propri figli – confluiscono in un dramma familiare delicato e struggente. Stellan Skarsgård giganteggia nei panni del regista di successo che ha smarrito la via, e Renate Reinsve gli tiene testa in quelli della primogenita, attrice di razza che rifiuta di interpretare se stessa nell’Amarcord paterno. Una parabola sulla possibilità di perdono e redenzione, mai sentimentale, a dispetto del titolo, sempre vibrante di intensa emozione. Durata 133 minuti. (Eliseo Rosso, Romano sala 1)

Lo sguardo di Emma – Drammatico. Regia di Marie-Elsa Sgualdo, con Lila Gueneau e Grégoire Colin. Emma diventa adulta nella Svizzera degli anni Quaranta, sua madre è stata allontanata e lei vive con il padre e le sorelle, lavorando presso il pastore protestante del suo paese. Il mondo in guerra e la neutralità della Svizzera, ma attorno a sé sente tuttavia un clima di repressione. Un giorno, l’incontro con un giovane diventa il drammatico incubo di uno stupro che rende la ragazza incinta: se tutto attorno le è contrario, Emma comprenderà, anche grazie all’aiuto di sua madre, quel che desidera e che cosa sia l’emancipazione in un mondo ancora retto completamente dagli uomini. Durata 98 minuti. (Centrale)

Lo straniero – Drammatico. Regia di François Ozon, con Benjamin Voisin, Rebecca Marder e Pierre Lottin. Algeri, 1938. Meursault, un tranquillo e modesto impiegato sulla trentina, partecipa al funerale della madre senza versare una lacrima. Il giorno dopo inizia una relazione occasionale con Marie, una collega, e torna rapidamente alla solita routine. Ben presto, però, la sua vita quotidiana è sconvolta dal vicino, Raymond Santès, che lo trascina nei suoi loschi affari, finché su una spiaggia, in una giornata torrida, si abbatte la tragedia. Dal capolavoro di Albert Camus, già portato sullo schermo nel ’67 da Luchino Visconti con Marcello Mastroianni. Il film è stato designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani: “Confrontandosi con uno dei testi più importanti e complessi del Novecento, Ozon lavora per sottrazione e per licenze poetiche che si fanno politiche. Un adattamento raffinato e stratificato, il cui il regista fa dello stile, sostanza: la superficie elegante e raggelata del film, corrisponde al vuoto morale ed emotivo che abita il suo protagonista.” Durata 120 minuti. (Due Giardini sala Ombrerosse, Nazionale sala 2)

Los Domigos – Drammatico. Regia di Alauda Ruiz de Azùa, con Bianca Soroa. Ainara è una ragazza di diciassette anni che sta vivendo un momento molto delicato.Ha perso sua madre, vive con il padre e le sorelle, ha un buon rapporto con sua nonna e sua zia. All’ultimo anno di liceo però, anziché pensare all’università, chiede di poter passare due settimane con le suore di clausura, perché è sempre più intenzionata a seguire quella strada. Dovrà affrontare sorpresa, stupore e sgomento non tanto degli amici quanto dei famigliari. Sua zia e suo padre soprattutto sulle prime appaiono piuttosto contrariati, specie quando la trovano a baciarsi in casa con un compagno di coro. Eppure Ainara è nel pieno della confusione, ma una cosa sente chiara, il desiderio di affidare la sua vita a qualcosa di più grande. Il film ha vinto in Spagna 5 Premi Goya. Durata 115 minuti. Greenwich Village sala 2)

The drama – Commedia drammatica. Regia di Kristoffer Borgli, con Zendaya e Robert Pattinson. Emma e Charlie s’incontrano in un bar e si innamorano sin dal primo momento. La coppia arriva alla vigilia del matrimonio ma appena prima del grande evento ha l’infelice idea di partecipare, con una coppia di amici, a un gioco assai pericoloso: raccontarsi l’un l’altro la cosa peggiore che abbiano mai fatto nella loro vita fino a quel momento. Charlie inizierà a chiedersi se davvero sia opportuno legarsi per tutta la vita a quella giovane donna. Durata 106 minuti. (Centrale anche V.O., Massaua, Eliseo Grande anche V.O., Ideal, Lux sala 3, Nazionale sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

La torta del presidente – Drammatico. Regia di Hasan Hadi. Primavera 1990. L’Iraq è sotto le sanzioni dell’ONU, per la popolazione è difficile rimediare cibo e medicine. Ma come ogni anno nelle scuole del paese è un obbligo festeggiare il compleanno del presidente Saddam Hussein: in una di esse la prescelta è Lamia, una bambina di nove anni che vive con la nonna, alla periferia di Baghdad, in un villaggio nella palude. Unici compagni nella lunga ricerca della giornata per ottenere, anche con scambi e ricatti, tutto quanto serve alla confezione della torta, un gallo che Lamia porta abitualmente in un marsupio e il giovane amico Saed: tutto intorno è povertà e quegli ingredienti sono veri e propri beni di lusso. Scrive Maurizio Porro nelle colonne del Corriere: “Girato in Iraq, in diretta dalle strade e dai dolori nascosti di quegli anni, l’opera ha una sua tenera ma violenta verità che si specchia negli sguardi dei due protagonisti, un racconto vivissimo che alterna in primo piano immagini e parole, sogni e bisogni, torte e illusioni.” Durata102 minuti. (Massimo anche V.O.)

L’ultima missione – Fantascienza. Regia di Phil Lord e Christopher Miller, con Ryan Gosling e Sandra Hüller. Basato sul romanzo “Project Hail Mary” di Andy Weir. Un uomo si risveglia a bordo di un’astronave, all’indomani di un lungo coma farmacologico, e a poco a poco inizia a ricordare. Il suo nome è Ryland Grace, insegna scienze in una scuola, è stato ricercatore universitario di biologia, inviso per le sue teorie al corpo accademico e per questo costretto a lasciare. Ma quando il sole non possiede più l’energia di un tempo, le teorie su una forma di vita alternativa che ha sempre professato iniziano a trovare l’attenzione di Eva Stratt. Gli offre l’occasione di studiare il fenomeno, lo prende nel suo gruppo di lavoro, gli affida il ruolo di astronauta scientifico in una missione dove troverà il successo e una forma di vita che lo ha preceduto. Durata156 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 1, Reposi sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Un bel giorno – Di e con Fabio De Luigi, con Virginia Raffaele. Tommaso, vedovo e padre di quattro figlie, ha dedicato anni alla sua crescita, trascurando la propria vita sentimentale. Spronato dalle figlie, decide di rimettersi in gioco e incontra Lara, una donna affascinante e brillante. Tuttavia, Tommaso ha paura di confessarle la sua realtà familiare e rischia di sabotare la relazione. Quello che Tommaso però non sa è che anche Lara ha un segreto: è madre single di tre ragazzi e sta affrontando le sue stesse difficoltà. Tra esitazioni e fraintendimenti, Tommaso e Lara si trovano a fare i conti con la paura e la voglia di costruire un nuovo futuro insieme, non solo per loro stessi, ma anche per le loro complicate e vivaci famiglie. Durata 90 minuti. (The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Una battaglia dopo l’altra – Thriller, drammatico. Regia di Paul Thomas Anderson, con Leonardo Di Caprio, Sean Penn, Benicio del Toro e Chase Infiniti. Bob Ferguson, rivoluzionario in pensione, ha esploso tutti i suoi colpi nella giovinezza, sognando un mondo migliore al confine tra Messico e Stati Uniti. Appesi al chiodo le vecchie idee e il nome di battaglia, Ghetto Pat, fa il padre a tempo pieno di Willa, adolescente esperta di arti marziali. Tra una canna e un rimorso prova a proteggerla da quel suo passato che regolarmente bussa alla porta e chiede il conto. Dall’ombra riemerge un vecchio nemico, il colonnello Lockjaw, che più di ogni altra cosa vuole integrare un movimento separatista devoto a san Nicola. Ma Bob e Willa sono un ostacolo alla sua ambizione. Lockjaw rapisce Willa e Bob è così obbligato a riprendere il fucile. Vincitore di sei premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia, non ultimo un superlativo Penn. Durata 161 minuti. (Lux sala 1)

Il vangelo di Giuda – Drammatico. Regia di Giulio Base, con Rupert Everett, Giancarlo Giannini, John Savage e Paz Vega. Giuda nasce in un bordello e sua madre muore di parto. Cresce senza un padre, è abusato dai tenutari, presto li ucciderà vendicandosi. Un giorno vede Gesù entrare in quel luogo alla ricerca della Maddalena: da quel giorno abbandonerà ogni cosa nella felicità di seguire il suo nuovo amico. Durata 93 minuti. (Massaua, Uci Moncalieri)

Piero Chiambretti: “Finché la barca va”

Sarà la sua arguta, dissacrante ironia a risuonare nel “Villaggio Narrante” in “Fontanafredda” della “Fondazione E. di Mirafiore”

Venerdì 10 aprile, ore 19

Aperte le iscrizioni per la “Passeggiata Resistente” nel “Bosco dei Pensieri”

Serralunga d’Alba (Cuneo)

La nazional-popolare Orietta (parlo della Berti) se lo cinguettava – quell’arcinoto motivetto “Finché la barca va” – con dolci e armoniosi gorgheggi. “Pierino La Peste”, invece “sbotterà”, come suo solito, a tutto gas. Parlo, è ovvio, del Piero Chiambretti, del nostro torinesissimo (pur se nato ad Aosta, tralascio l’anno che anche per lui l’età comincia a farsi argomento “delicatino”) e “torinista” d’incrollabile fede granata, con l’anima in sede fissa alla mai tradita “Curva Maratona”. Sarà proprio lui, infatti con l’incontro, a tutto campo, dal titolo “oriettabertiano” di “Finché la barca va” (ma anche titolo di una sua fortunata trasmissione televisiva, 2025, su Rai3), il prossimo ospite del “Laboratorio di Resistenza Permanente” (XVI edizione, nel segno della “#PARTECIPAZIONE”) organizzato dalla Farinettiana “Fondazione E. di Mirafiore” di Serralunga d’Alba (Cuneo). Me lo vedo già. Istrionico, travolgente, imprevedibile e la battuta svicia svicia, generoso elargitore di ricordi, aneddoti e riflessioni che guardano al passato, ma soprattutto al presente e all’ancora lungo (glielo auguriamo tutto) futuro; eccolo muoversi nel “Villaggio Narrante” in Fontanafredda o nel “Bosco dei pensieri”, non, per dirla in lingua subalpina, Coma na barca ‘nt el bòsch (Come una barca nel fitto del bosco), ma Coma na barca ch’a va via dlisà (Come una barca che scivola liscia) fra le lievi onde di un mare pacifico e amico. E allora mettiamoci in barca con lui. Lasciamoci trasportare, lui ovviamente ai remi!

Cosa aspettarci dalla serata chiambrettiana? Autore e conduttore di format Tv “che hanno ridefinito il concetto di intrattenimento televisivo, sull’onda di un’ironia tagliente e visionaria creatrice di una cifra stilistica inconfondibile”, sicuramente Pierino non scenderà dall’alto con quelle grandi “ali d’angelo” che lo portarono nel 1997 sul palco del Festival sanremese (cui partecipò più volte) al fianco di Mike Bongiorno e Valeria Marini – se ben ricordo – ma non mancherà di regalare al pubblico una carrellata di ricordi che porteranno tutti, felicemente, indietro nei tempi, su su fino ai giorni nostri. Dalle prime Tv e radio private torinesi al Cabaret fino al talentuoso e lungo passaggio in Rai (da “Forte Fortissimo” al magico “Divano in piazza” fino a “Cartolina” nelle vesti di un portalettere che arriva perfino a interloquire, faccia tosta!, con Giulio Andreotti) e al passaggio al “Biscione” (con “Striscia la notizia” in coppia con la Hunziker, al “Chiambretti Supermarket” al fianco di Cristiano Malgioglio e a “La Repubblica delle donne”, solo per far menzione di alcuni programmi) per poi tornare in Rai, terzo Canale, e prendere parte alle due edizioni di “Rischiatutto 70” con Carlo Conti, a due edizioni di “Donne sull’orlo di una crisi di nervi” e, per l’appunto, a “Finché la barca va”, programma di interviste ed approfondimenti condotto, nel 2025, navigando niente meno che sul Tevere.

Alla Farinettiana “Fondazione” di Fontanafredda sarà dunque un diluvio di ricordi, ma anche, certamente, di riflessioni sul presente. E di attese sul futuro. Dalla sua, una carriera condotta non solo all’interno del mondo televisivo, ma caratterizzata da tante altre sfaccettature e perfino, lo sappiamo bene, nel campo da anni del mondo imprenditoriale, quello della Ristorazione, attraverso la società “Food &Company”. Al riparo di un largo ombrello a difesa, fra ineludibili alti e bassi, di un meritato successo. Il merito? “A 18 anni – ebbe a rispondere in un’intervista il buon Pierino – ho cominciato a lavorare nel Cabaret e ho capito che la mia statura poteva diventare un punto di forza. Non mi misuro, penso di essere un metro e sessanta e … mai usato scarpe rialzate. Non mi piace imbrogliare. Mi danno l’idea di volere e non potere” . Grande, unico Pierino!

Attenzione!

Dalla “Fondazione E. di Mirafiore” avvertono anche che sabato 25 aprilea partire dalle 10, si svolgerà la consueta “Passeggiata Resistente” nel “Bosco dei Pensieri”L’appuntamento è presso il nuovo “Bar Fontana by Ugo Alciati”, situato sotto i portici della “Bottega del Vino”, da cui partiranno i tre gruppi di lettura con Oscar FarinettiAntonio Armano e Paola Farinetti. Al termine della passeggiata, un momento di raccoglimento per ricordare i partigiani caduti della “XXI^ Brigata Matteotti” e per intonare i canti della Resistenza con Filippo Bessoneex frontman del gruppo “Trelilu” e la fisarmonica del maestro Walter Porro. In caso di maltempo, la passeggiata si svolgerà nelle “Cantine Storiche” di Fontanafredda. La partecipazione è libera, ma è gradita la prenotazione.

“Fondazione E. di Mirafiore”,Villaggio Narrante in Fontanafredda, via Alba 15, Serralunga d’Alba (Cuneo); tel. 0173/626424 o 377/0969923 o www.fondazionemirafiore.it

Gianni Milani

Nelle foto: Piero Chiambretti e Oscar Farinetti

Alle Fonderie Limone di Moncalieri debutta “Vangeli”

Debutta in prima nazionale, alle Fonderie Limone di Moncalieri, mercoledì 8 aprile alle 20.45, “Vangeli”, per la drammaturgia di Gabriele Vacis e della compagnia PoEM, il secondo spettacolo dopo “Antico Testamento”, che compone il progetto pluriennale “La trilogia dei libri”, dedicato ai testi sacri delle religioni monoteiste. Questa nuova produzione del Teatro Stabile di Torino vedrà in scena Davide Antenucci, Andrea Caiazzo, Eleonora Limongi, Pietro Maccabei, Lucia Raffaella Mariani, Eva Meskhi, Erica Nava, Enrica Rebaudo, Edoardo Roti, Kyara Russo, Lorenzo Tombesi, Gabriele Valchera, diretti da Gabriele Vacis. Lo spettacolo rimarrà in scena per la stagione in abbonamento fino a domenica 19 aprile prossimo.

Dopo “Trilogia della guerra”, intensa indagine sulle radici profonde che hanno plasmato scelte, giudizi, diritti e leggi, e che ancora alimentano i conflitti del nostro tempo, Gabriele Vacis e gli artisti di PoEM volgono lo sguardo a un altro giacimento di parole vive contenute nei libri sacri. “Vangeli” è il nuovo capitolo di un percorso iniziato con  “Antico testamento”, che si interroga su ciò che le Sacre Scritture possano offrire ancora oggi e come possano ancora risuonare nel cuore dei giovani. L’allestimento teatrale non si limita a raccontare testi millenari, ma esplora le domande e le tensioni che essi generano, mettendo in dialogo parole, emozioni e memoria collettiva. Il progetto si inserisce così in un percorso più ampio, che unisce ricerca storica, riflessione civile e sperimentazione scenica. Il cammino proseguirà il prossimo anno con il Corano, completando questo intenso viaggio attraverso le grandi tradizioni spirituali del mondo.

“Il mondo che abitiamo oggi sembra senza grazia – afferma il regista Gabriele Vacis – la verità è messa al bando, non è una virtù ma una carta da giocare secondo la propria convenienza. Nell’Antico Testamento fu data la legge. Nel Nuovo Testamento furono date la grazia e la verità, in particolare, nel Vangelo di Giovanni, Cristo è grazie e verità. Dove abitano oggi? In quali luoghi del mondo? ‘Vangeli’ pone queste domande con l’obiettivo d costruire insieme al pubblico un tempo sollevato, sospeso tra grazia e verità, un tempo di consapevolezza.
Il primo spettacolo di questo trittico, intitolato ‘Antico Testamento’, prendeva il Pentateuco e altri libri un po’ a pretesto. Ci interessava raccontare storie di oggi sugli antichi racconti biblici. Prendendo in mano i Vangeli, ci siamo subito resi conto che è necessario, di questi tempi,  pronunciare le parole del Nuovo Testamento, in particolare il Vangelo di Giovanni, che comincia cosi: ‘In principio era il logos’. Logos è sempre stato tradotto con ‘parola’, ma oggi si tende a tenere la parola originale dal greco poiché intraducibile. ‘Logos’ è parola incarnata, vuol dire, oltre a parola, discorso, pensiero, legge, fino a soffio. Abbiamo deciso che volevamo provare a fare agire il logos nel corpo dei giovani attori di PoEM. Vorremmo capire cosa significhino, in questi tempi travagliati, parole come verità e grazia.
Nel mio lavoro, la narrazione è sempre stata una delle tre componenti del teatro: rito, gioco e narrazione. Queste tre componenti, quando hanno pari dignità, ci permettono di indagare su aspetti fondamentali della nostra vita, oltre a sciocchezze come la post-verità o la malagrazia di poteri che reprimono ogni spazio vitale. Abbiamo costruito questo spettacolo provando a dare corpo alle parole, a generare azioni e immagini dai testi, dal discorso della montagna o dalla parabola dei talenti del Vangelo di Matteo, fino alla struttura spirituale del Vangelo di Giovanni, che Enzo Bianchi raccomanda di chiamare ‘il quarto Vangelo’ o ‘l’altro Vangelo’”.

Fonderie Limone Moncalieri – 8-19 aprile 2026 – via Pastrengo 88, angolo via Eduardo De Filippo. Orari spettacoli: da martedì a venerdì ore 20.45 – sabato ore 19.30 – domenica ore 16 – lunedì riposo. Prezzo dei biglietti: da 12 euro (ridotto under 18) a 28 euro (intero). L’acquisto dei biglietti in prevendita prevede un costo di 1 euro a biglietto.

Biglietteria teatro Carignano – piazza Carignano 6, Torino – 011 5169555 – biglietteria@teatrostabiletorino.it  – da martedì a sabato dalle 13 alle 19 – domenica dalle 14 alle 19.

Mara Martellotta

Dentro lo sguardo di Mauro Guglielminotti

C’è qualcosa di profondamente torinese nel modo in cui Mauro Guglielminotti racconta il mondo: non tanto per geografia, quanto per stratificazione.
Come certe architetture industriali che sembrano silenziose ma custodiscono voci, odori, memorie. La sua storia si apre proprio lì, in una Torino che oggi non esiste più, ma che continua a respirare sotto la pelle della città.
Non è una fotografia, all’inizio, ma un odore: quello del cioccolato. Denso, quasi caldo, che si infilava tra le strade fino a piazza Massaua.
Guglielminotti lo racconta come si racconta un’infanzia che non si è mai del tutto chiusa: la Venchi Unica, i capannoni, poi il vuoto. La dismissione. Il silenzio improvviso di un luogo che prima era vita. È lì che nasce il suo sguardo, non come gesto artistico, ma come necessità di trattenere qualcosa che stava scomparendo.
Prenderà poi forma il suo primo libro, La Manifattura Tabacchi di Torino, in cui la città si trasforma in una vera e propria mappa emotiva: Manifattura Tabacchi, Molini Dora, Casa Ozanam. Non semplici architetture, ma organismi feriti, corpi industriali che continuano a parlare sottovoce, per chi è disposto a fermarsi. E lui si ferma, ascolta,sempre.
Due vite, un solo sguardo
C’è una crepa interessante nella sua biografia, ed è proprio quella che la rende potente: Guglielminotti non nasce fotografo, ma ingegnere.
Non abbandona mai davvero quella parte di sé. La porta dentro le immagini: precisione, struttura, capacità di leggere i sistemi. Mentre lavora in Fiat, poi in IBM e infine in una startup americana, costruisce una seconda traiettoria, parallela e quasi invisibile: quella del fotografo che osserva.
Non c’è romanticismo bohémien, ma una forma più concreta di libertà. Il lavoro finanzia lo sguardo. I viaggi di lavoro diventano territori di esplorazione. Le città non sono mete, ma casi di studio umani.
Due vite, sì. Ma un unico filo: capire come funzionano le cose quando iniziano a rompersi.
Belfast, Istanbul, Detroit: la geografia della crisi
Se Torino è l’origine, il mondo diventa il laboratorio.
A Belfast e Derry entra dentro la frattura. Non la osserva da fuori: la attraversa. Parla con chi la vive, incontra chi abita il conflitto. Non cerca lo scatto spettacolare, ma il punto in cui la storia si incrina nella vita quotidiana.
Poi Istanbul, città che implode e si ricostruisce nello stesso respiro. Quartieri cancellati, tensioni urbane, identità che si ridefiniscono sotto pressione.
Ma è Detroit a diventare la sua ossessione lenta, il suo romanzo visivo più lungo. Venticinque anni. Ogni gennaio. Sempre nello stesso periodo, come un rito. Torna, osserva, registra.
All’inizio è il crollo: fabbriche chiuse, case abbandonate, una città che sembra aver perso la propria funzione nel mondo. Poi, lentamente, qualcosa cambia: orti urbani, persone che restano, nuovi investimenti. Una rinascita mai lineare, mai semplice.
Per lui, Detroit è uno specchio. La chiama la Torino americana. Non per nostalgia, ma per struttura: entrambe città costruite sull’industria, entrambe costrette a reinventarsi quando quell’industria cede.
Archivio, memoria, ritorno
Negli ultimi anni, il suo sguardo si piega verso l’interno. Riscopre l’archivio, rilegge le immagini, le ricontestualizza. È come se il tempo, finalmente, gli restituisse ciò che aveva raccolto.
E poi c’è il ritorno. Sempre Torino. Non come rifugio, ma come nodo irrisolto.
C’è un luogo che ancora manca: Mirafiori. Un luogo simbolico, che sente necessario raccontare per chiudere — o forse riaprire — un cerchio.
Il momento in cui lo sguardo si riconosce
Quando capisce che la fotografia può diventare il suo modo di leggere il mondo, la risposta non arriva da una teoria, ma da un’esperienza concreta.
«Il primissimo istante in cui l’ho capito è stato legato al viaggio. Facevo grandi viaggi con gli amici dall’altra parte del mondo e c’era la mania della serata tra amici in cui si facevano vedere le diapositive e si facevano vedere le foto del viaggio, noiosissime e mi sono reso conto che le mie foto erano diverse da quelle degli altri e da ciò che c’era intorno. Erano foto da reportage già lì: lì ho capito di poter fare qualcosa di più. Inoltre il confronto con De Biasi mi ha gratificato e ho ricevuto qualche apprezzamento e ho deciso di perseguire questa partita. Una persona non è capace di giudicare se stessi
Dentro questo racconto c’è già tutto: lo scarto, il dubbio, il riconoscimento che arriva dall’esterno.
La fotografia non nasce come dichiarazione, ma come differenza.
Istanbul: il progetto che resta sospeso
E poi, quasi naturalmente, quello sguardo esce dai confini della città. Non per abbandonarla, ma per metterla alla prova altrove.
Guglielminotti prende un libro, lo sfoglia. Istanbul.
«Questo è un libro legato ad Istanbul con Orsola Casagrande nel 1997 quando siamo andati ad un primo maggio dei curdi ed è stato un lavoro estremamente interessante. Da quel lavoro siamo andati a realizzare una serie di interviste a diversi protagonisti della scena culturale – scrittori, artisti, registi – ed avevamo ipotizzato una serie di storie legate alle “città che conosciamo”, chiedendo loro di raccontare la città, ma alla fine non è stata realizzata perché non abbiamo trovato la casa editrice
C’è qualcosa di incompiuto in questo passaggio. Un progetto rimasto sospeso, ma proprio per questo rivelatore.
È lì che la città smette di essere solo spazio e diventa racconto plurale, voce, identità restituita da chi la abita.
Raccontare o tradire
Alla domanda se la fotografia racconti o tradisca la realtà, Guglielminotti non cerca rifugi.
Alla domanda se la fotografia racconti o tradisca la realtà, Guglielminotti non cerca rifugi.
«Molto spesso la tradisce, ma tutto dipende da chi fa la fotografia
Per lui, l’immagine non è mai neutra.
«La fotografia è l’espressione di quello che una persona vede in quel momento, dal suo punto di vista personale, anche quando prova a essere il più oggettiva possibile.»
È qui che entra in gioco la responsabilità del fotografo. «Io, prima di fare un reportage, studio molto. Devo sapere cosa vado a fotografare, chi c’è, qual è il contesto
Torino: una radice che non si sposta
Alla domanda sul rapporto con Torino, la risposta è immediata.
«Torino è la mia città e lo sarà sempre comunque e quello in cui siamo è l’alloggio in cui sono nato anche se vivo principalmente a Parigi. Torino è la città in cui sono cresciuto ed ho visto la Fiat crescere e gli anni in cui fiat era tutto ed il momento della sua caduta. Per questo ho sempre sperato che si potesse fare di più con le foto di Torino in Torino affinché potessero essere una rinascita. La base di Torino è sempre rimasta in me come cuore.»
Non è solo appartenenza. È una forma di orientamento.
Fotografare le città
Le città, nei suoi lavori, non sono mai fondali. Sono organismi vivi.
«Direi come la gente vive quella città e quel posto, le crisi, il potenziale che può esserci è l’aspetto più interessante ed affascinante.»
Ma prima dello scatto, c’è sempre un tempo sospeso.
«Mi piace molto sedermi da qualche parte e capire che cosa succede intorno a me prima di fotografare. Mi piace vivere la città e capirla ed avere qualche intuizione e dopo scattare le foto.»
Lo sguardo arriva dopo. Sempre.
«Il libro era nato quando c’era stata la proteste al parco di Gezi. Il governo aveva distrutto un quartiere per costruire degli edifici moderni: era un quartiere molto povero e comune ed era quindi facile abbattere.»
Uno sguardo personale
 
Quanto c’è di personale nelle sue immagini?
«Molto, perché altrimenti non avrebbe senso.»
«Sono un fotografo documentarista ma non nel senso “duro e puro” del termine ma nell’accezione di trasmettere quello che ho visto io.»
E torna ancora Torino.
«Sto pensando a desiderare di fotografare Torino visto che ci sono così legato. Secondo me è necessario parlare di Mirafiori ed è essenziale parlarne proprio in questo momento. Sto cercando di muovermi in qualche modo per lavorare di nuovo nella mia città
Il tempo contro il rumore
 
Viviamo in un’epoca di immagini veloci, quasi rumorose. Ma cosa distingue davvero un progetto?
Guglielminotti risponde partendo da un’esperienza concreta, nato da un’idea condivisa con Riccardo De Gennaro, ex giornalista de la Repubblica.
«Era un trimestrale di grosso valore stilistico e con fotografi di alto livello. Io ho fatto il photoeditor per alcuni anni, poi sono uscito e Riccardo ha proseguito da solo. Avevamo fatto un lavoro anche con Franco Arminio ed avevamo fatto una selezione di fotografi che poi sono finiti anche sul World Press Photo.»
Un progetto forte, che però non ha trovato spazio.«Non ha preso il volo
Ma la lezione resta.
«Un progetto di valore si qualifica nel tempo che una persona dedica ad esso. La foto di oggi è molto veloce, ma un buon reportage deve essere visto con calma e tempo
Il punto è lì.
«Il reportage richiede tempo e studio molto approfondito. È il tempo che differenzia il lavoro. La foto mordi e fuggi non ti lascia niente
Memoria e trasformazione
Guardare indietro non è semplice.
«Molte immagini sono diventate memoria.»
 
E insieme alla memoria arriva anche una crisi.
«Ho avuto un momento di crisi perché non mi ero adeguato alla nuova visuale. Le mie foto non erano più adeguate al tempo ma perché bisogna adeguarsi al tempo ma senza perdere la propria radice.»
Ma la risposta non è rinnegare.
«È da qui che nasce il nuovo percorso: progetti più lunghi, ricerca, fine art, gallerie.Sto cercando di dare un nuovo sguardo delle foto.»
Le immagini che mancano
 
E poi resta una domanda, la più difficile.
Qual è la fotografia che ancora non ha fatto?
«Forse in questo momento c’è una foto geografica in Patagonia che è un viaggio che vorrei fare da quando sono bambino e mi piacerebbe fare una foto che è nel mio immaginario: una zona arida e mitologica.»
«E un’altra mi piacerebbe a Torino e poter riandare in un luogo del lavoro e rifare una foto simbolo
Non è nostalgia. È un ritorno consapevole.
Perché, in fondo, ogni sua fotografia si muove nello stesso spazio:
quello in cui qualcosa sta finendo e qualcos’altro, lentamente, sta provando a ricominciare.
VALERIA ROMBOLA’
Foto di Federico Solito

“La cordata ideale”, le vite parallele degli alpinisti Gervasutti e Boccalatte

Al Museo Nazionale della Montagna apre oggi la mostra intitolata “La cordata ideale. Giusto Gervasutti e Gabriele Boccalatte nella Torino tra le due guerre”, promossa dal Museo Nazionale della Montagna e curata da Enrico Camanni, con il coordinamento di Veronica Lisino e Marco Ribetti. L’esposizione sarà visitabile fino all’11 ottobre prossimo, con l’aggiunta di una sezione speciale ospitata nella Casa Alpina di Ceresole Reale dal 4 luglio al 4 ottobre prossimo.

Buona parte della riflessione contemporanea sull’alpinismo tende oggi a superare una lettura prettamente individuale ed eroica della montagna, per restituire la complessità delle relazioni umane, culturali e simboliche che ne hanno plasmato la storia. In questo contesto appare necessario rileggere le grandi imprese del passato come esito di legami, sodalizi e visioni condivise, capaci di ridefinire il significato stesso dell’esperienza alpinistica. La mostra offre uno sguardo approfondito sul sodalizio umano e alpinistico tra due figure leggendarie: Giusto Gervasutti e Gabriele Boccalatte. La cordata diventa cosi metafora di un legame basato su fiducia e condivisione del rischio. Frutto di un meticoloso lavoro di ricerca e catalogazione, l’esposizione si basa su un patrimonio documentario recentemente acquisito dal Museo. Il nucleo principale proviene dal fondo Andrea Filippi, a cui si sono aggiunti nel tempo ulteriori materiali, tra cui la donazione della famiglia Gervasutti e quella della famiglia Gagliardone, che aprono il quadro delle testimonianze sull’alpinismo tra gli anni Trenta e Quaranta. A questo insieme si aggiungono gli album fotografici concessi in prestito dalla famiglia Boccalatte, che restituiscono con particolare intensità la dimensione intima e condivisa dell’esperienza alpinistica, includendo anche la figura di Ninì Pietrasanta, protagonista di primo piano di quella stagione, moglie di Gabriele Boccalatte. Attraverso fotografie, filmati, taccuini e attrezzature, la mostra costruisce un ritratto incrociato di Gervasutti e Boccalatte. Il primo era capace di trasferire sulle Alpi occidentali la tecnica del “sesto grado dolomitico”, il secondo, pianista e scalatore raffinato, vedeva intrecciarsi in se stesso forza e sensibilità. Insieme diedero vita a una cordata straordinaria, interrotta tragicamente dalla morte di Boccalatte, avvenuta nel 1938, sull’Aiguille de Triolet. È anche presente il filmato di Gervasutti in arrampicata sulla parete dei Militi, in Valle Stretta, l’unico in cui sia possibile vederlo in azione. Il percorso ripercorre alcune tra le imprese più significative dell’alpinismo novecentesco, nel gruppo del Monte Bianco e oltre, accanto alle attività delle palestre alpine intorno a Torino. Si tratta di un itinerario multimediale che mette in gioco immagini storiche e sguardi contemporanei, interrogando l’attualità di un’eredità ancora viva, attraverso la collaborazione con il Club Alpino accademico italiano, e la Scuola Nazionale di Alpinismo “Giusto Gervasutti” del CAI Torino.

Le ripetizioni delle vie aperte da Gervasutti e Boccalatte diventano così un’occasione per interrogare la persistenza del loro lascito, di un’attività che ha avuto vita breve, ma che ha potuto attingere caratteristiche complementari da due personaggi che hanno saputo realizzare dei percorsi arditi. La mostra si configura come uno spazio di riflessione, in cui la montagna diventa non solo teatro di imprese, ma laboratorio di relazioni, memoria e possibilità.

Il Museo dal 2 aprile cambia orario ed è aperto tutta la settimana dalle 10 alle 18. Un’altra novità è rappresentata dal ritorno del cannocchiale Zeiss, che per decenni fu il cuore della vedetta alpina sul Monte dei Cappuccini, e che dopo ottant’anni sarà esposto in Museo.

Museo Nazionale della Montagna “Duca degli Abruzzi” – Club Alpino Italiano Sezione di Torino – piazzale Monte dei Cappuccini 7, Torino – 011 6604104 – posta@museomontagna.org

Mara Martellotta

Il futuro del Museo Pietro Micca: Roberto De Masi punta su digitale e inclusione

L’INTERVISTA

Valorizzare il patrimonio legato alla Cittadella di Torino e aprire il museo ad un nuovo pubblico attraverso tecnologie e nuovi linguaggi della narrazione.

Il Museo Civico Pietro Micca e dell’Assedio di Torino del 1706 apre una nuova fase con l’arrivo del nuovo direttore, il Gen. Roberto De Masi. Governance, innovazione digitale, inclusività e nuovi spazi sono le direttrici lungo le quali intende sviluppare il suo mandato, con l’obiettivo di rafforzare il ruolo del museo nella vita culturale torinese e di ampliare il pubblico anche in vista del 350° anniversario dall’anno di nascita di Pietro Micca.

Generale De Masi, quali sono gli obiettivi che si propone nel suo mandato?
Il mio obiettivo è consolidare il museo come presidio culturale della città e luogo di riferimento per la conoscenza dell’assedio del 1706. Per farlo è necessario innanzitutto lavorare sulla gestione rafforzando il coordinamento tra i soggetti coinvolti nelle attività culturali. Una struttura organizzativa più solida consente di programmare iniziative con maggiore continuità e di sviluppare progetti capaci di ampliare la diffusione della conoscenza storica legata alla Torino militare.

Il patrimonio del museo è strettamente legato alla storia della città. Come si può raccontarlo oggi ad un pubblico più ampio?
Il museo custodisce un patrimonio di grande valore, legato alla memoria della Cittadella di Torino e alla figura di Pietro Micca. Per dialogare con un pubblico sempre più ampio è necessario aggiornare gli strumenti di comunicazione e di narrazione. L’innovazione digitale può aiutarci molto, dalle nuove modalità di visita a strumenti interattivi che rendono l’esperienza più coinvolgente e permettono di raccontare in modo efficace le vicende dell’assedio e il sistema difensivo della città.

Tra i temi che ha indicato c’è anche quello dell’inclusività. Che cosa significa per un museo come questo?
Significa lavorare perché il museo possa essere sempre più accessibile e aperto a pubblici diversi. Naturalmente è necessario tener conto di alcune caratteristiche strutturali del sito: il percorso di visita comprende le gallerie sotterranee della Cittadella, un sistema di cunicoli militari progettati per la difesa della città e oggi tra gli elementi più suggestivi del museo.
Attraverso strumenti di narrazione innovativi possiamo permettere anche a chi non può percorrere fisicamente le gallerie di conoscerle e comprenderne la funzione storica. L’obiettivo è mantenere il legame con l’esperienza originale del sito offrendo, allo stesso tempo, nuove modalità di accesso ai contenuti.

Qual è, quindi, la sfida dei prossimi anni per il museo?
La sfida è coniugare la tutela di un patrimonio storico unico con la capacità di aprirsi a nuovi linguaggi e a nuovi target di pubblico. Rafforzare l’organizzazione, innovare la comunicazione e ampliare le possibilità di accesso sono i passaggi fondamentali per far sì che il Museo Pietro Micca diventi sempre più un luogo di divulgazione e di memoria condivisa, capace di raccontare la storia della città con strumenti contemporanei senza perdere, tuttavia, l’autenticità di uno dei siti storici più affascinanti di Torino.