A cura di Elio Rabbione
Agata Christian – Delitto sulle nevi – Commedia, giallo. Regia di Eros Puglielli, con Christian De Sica, Pasquale Patrolo, Paolo Calabrese e Chiara Francini. Christian Agata, il detective e criminologo più famoso d’Italia viene invitato da Walter Gulmar, figlio di Carlo, patron della celebre ditta di giocattoli Gulmar&Gulmar, per fare da testimonial nello spot della nuova edizione di un gioco da tavolo, il Crime Castle, best seller dell’azienda. Lo spot sarà girato in Val d’Aosta e Agata raggiunge i Gulmar nel loro sontuoso castello fra le montagne innevate, che è stato di ispirazione per il gioco di cui sopra. Nel castello ci sono molti ospiti. Quando una valanga isola tutta l’improbabile compagnia, spunta il classico cadavere e i dieci piccoli indiani resteranno intrappolati nell’edificio. Il detective dovrà risolvere il mistero. Durata 109 minuti. (Ideal, Reposi sala 4, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
L’agente segreto – Drammatico, thriller. Regia di Kleber Mendonça Filho, con Wagner Moura. La dittatura brasiliana, l’anno è il 1977, il protagonista è Marcelo – nome di copertura per un professore universitario – che a Recife raggiunge il figlio e che ben presto dovrà accorgersi di essere seguito da due sicari che lo vogliono morto: negli anni passati ha ostacolato le attività di un imprenditore di origini italiane. Uccisioni, antiche realtà e ricostruzioni cinematografiche, le ricerche di due studentesse che tentano di ridare esattezza e verità ai periodi più o meno conosciuti della storia di quel paese, mezzo del regista per ricordare allo spettatore le proprie origini giornalistiche. Premiato al Festival di Cannes, due Golden Globe, due candidature ai Bafta, quattro candidature agli Oscar, uno dei successi dell’annata. “Il thriller tiene il respiro e la morale in sospeso, e ricostruisce l’atmosfera in un’epoca in cui la dittatura faceva volentieri sparire le persone: la spy story si nasconde dietro ogni angolo, ogni occhiata, ogni fuga e ogni samba”, ha scritto Maurizio Porro nelle colonne del Corriere. Il film è stato designato Film della Critica dal SNCCI: “Il regista brasiliano insegue i fantasmi della sua città e del suo paese con una spy story insieme appassionante e amara. In fuga dalla polizia della dittatura militare, nel Brasile del 1977, un militante comunista arriva a Recife… sono i giorni del Carnevale, la città è in fermento, un serial killer minaccia la sicurezza, al cinema i film mostrano un mondo di esaltanti esagerazioni. Ma cosa significa, oggi, raccontare quel passato? Cosa ne è rimasto nelle immagini e nei luoghi del presente? Un film continuamente spiazzante e sorprendente.” Durata 158 minuti. (Greenwich Village V.O., Nazionale sala 2)
Buen Camino – Commedia. Regia di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone, Beatriz Arjona, Letizia Arnò e Martina Colombari. Checco, erede ricchissimo e viziato, prole ultrafelice di Eugenio ricchissimo produttore di divani, innumerevoli ville con piscina e altrettanto innumerevoli servitori di origine filippina alle sue dipendenze, yacht su cui invitare amici che hanno le sue stesse idee di libertà e di non lavoro, una fidanzata messicana di professione modella, è costretto a lasciare la sua vita dorata sulle tracce della figlia Cristal, adolescente dal carattere un pochino turbolento. Per la prima volta in vita sua viene messo di fronte alle sue responsabilità di padre, inaspettate quanto da prendere con i classici guanti, anche perché Checco del sangue del suo sangue proprio niente sa. Grazie l’opera di corruzione attuata nella persona di Corina, la migliore amica di Cristal, il binomio viene a sapere che la fanciulla è partita per la Spagna. È così che finisce suo malgrado sul Cammino di Santiago: un’occasione per conoscersi veramente. Durata 90 minuti. (Massaua, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Calle Malaga – Drammatico. Regia di Maryam Touzani, con Carmen Maura, Marta Etura e Ahmed Boulane. Maria Angeles è una donna spagnola che vive da sola a Tangeri.Sua figlia Clara arriva da Madrid per vendere l’appartamento in cui ha sempre vissuto. Maria Angeles fa di tutto per conservare la sua casa: lungo il percorso, e contro ogni previsione, riscopre l’amore e il desiderio. Durata 116 minuti. (proiezione in anteprima il 28/2 alle ore 20,30 al cinema Classico alla presenza della regista)
Chopin – Notturno a Parigi – Drammatico. Regia di Michal Kwiecinski, con Wryk Kulm e Lambert Wilson. Parigi, 1835. Frédéric Chopin ha 25 anni, celebrato nei salotti parigini, adorato dall’aristocrazia e dal re di Francia. Nessun evento culturale di rilievo è completo senza una sua apparizione. Lo vediamo durante scorribande notturne e alla feste che seguono ai suoi concerti – quasi sempre traboccante di energia, mentre nasconde la sua malattia dietro una maschera ironica. La vita gli scivola tra le dita ma lui si rifiuta di rallentare. Compone le sue opere più grandi, talvolta su commissione speciale, mentre impartisce lezioni di pianoforte per sbarcare il lunario. È ammirato dagli amici, adorato dalle donne, ma con il tempo scoprirà che la cosa più importante della sua vita è la musica. Durata 133 minuti. (Romano)
Cime tempestose – Drammatico. Regia di Emerald Fennell, con Margot Robbie e Jacob Elordi. Fin da bambini il legame tra Cathy Earnshow, orfana di madre e figlia di un inglese che ha perso ogni cosa al gioco, e Heathcliff, trovatello preso in casa dal padre di Cathy e trattato come un servo, è viscerale e indissolubile. Da adulti, quel legame si trasforma in passione travolgente, ma Cathy ritiene la possibilità di una relazione ufficiale con Heathcliff degradante, e prende in considerazione la possibilità di sposare il ricco vicino di casa Edgard. Heathcliff fugge dall’umiliazione e cerca fortuna all’estero, per poi tornare nello Yorkshire da trionfatore e conquistare Wuthering Heights, la casa in cui lui e Cathy sono cresciuti. Ma al suo ritorno trova la sua anima gemella sposata con Edgard, e per i due inizierà quell’inferno (e paradiso dei sensi) cui sembrano destinati sin dall’infanzia. Durata 136 minuti. (Centrale V.O., Massaua, Due Giardini sala Nirvana e sala Ombrerosse, Fratelli Marx sala Harpo e sala Chico anche V.O., Greenwich Village V.O., Ideal, Reposi sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Le cose non dette – Drammatico. Regia di Gabriele Muccino. con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini. Carlo Ristuccia è un docente universitario, autore di un unico libro di successo. Sua moglie Elisa è una giornalista di Vanity Fair Italia in crisi creativa, e il suo direttore le consiglia di “staccare” e di partire per una vacanza. Decidono dunque di partire per Tangeri, insieme a un’altra coppia: Paolo, il migliore amico di Carlo, ristoratore stakanovista e padre assente, e sua moglie Anna, iperansiosa e prepotente. Con loro però c’è anche la figlia tredicenne Vittoria, che ha una particolare simpatia per Carlo. Peccato che in vacanza si presenti a sorpresa Blu, la giovanissima amante del professore. Durata 114 minuti. (Massaua, Reposi sala 4, Romano sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Domani interrogo – Commedia. Regia di Umberto Riccioni Carteni, con Anna Ferzetti. Una prof d’inglese un po’ terrorizzata dagli strudenti, ma convinta del valore educativo fondamentale della scuola, è assegnata a una quinta di un liceo romano a Rebibbia. Quella periferia romana fa da sfondo alla vita dei ragazzi tra fumo e famiglie sfasciate, spaccio e primi amori, storie di sesso e rassegnazione. I ragazzi si lasciano un po’ andare tra canne, telefonini e preconcetti, convinti che la vita fuori della scuola sia soltanto ostile e a loro preclusa. La prof ha tre possibilità: scappare come i suoi predecessori, fregarsene o entrare in quella gabbia di leoni disarmata. Durata 95 minuti. (Ideal)
Il filo del ricatto – Dead Man’s Wire – Drammatico. Regia di Gus VAN Sant, con Bill Skarsgård e Al Pacino. La mattina dell’8 febbraio 1977, AnthonyG. “Tony” Kiritsis, 44enne, entrò nell’ufficio di Richard O. Hall, presidente della Meridian Mortgage Company, a Indianapolis, e lo prese in ostaggio con un fucile a canne mozze calibro 12 collegato con un “dead man’s wire”, ovvero un cavo teso dal grilletto al collo di Hall. Questa è la vera storia del confronto che sconvolse il mondo: Tony chiese cinque milioni di dollari, di non essere né accusato né processato, e le scuse personali da parte degli Hall per averlo truffato di ciò che gli era “dovuto”. Scrive di Van Sant Maurizio Porro nelle colonne del Corsera: “In questo film riannoda il passato al presente come fosse un secondo fucile legato al collo della nostra società, girando clastrofobicamente dentro la casa con ragionata tensione con una sceneggiatura di Austin Kalodney calibrata tra psicanalisi e tribunale: è l’indipendenza di un cinema che ausculta la società quando le saltano i nervi. Sono super le prove dell’eroe Bill Skarsgård e della sua vittima, il futuro colpevole, introverso junior, Dacre Montgomery”. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici ItalianI: “Nella tesissima black comedy di Gus Van Sant non si respira solo una lucida nostalgia per il cinema degli anni Settanta maanche una attualissima riflessione sulle storture del capitalismo alimentate dalla crudeltà dei media. Una lezione di regia in cui, in una relazione di luci e ombre, si muovono personaggi che non sono più solo vittime o carnefici, ma espressione di un’ansia di giustizia sociale molto contemporanea”. Durata 101 minuti. (Nazionale sala 2)
La Gioia – Drammatico. Regia di Nicolangelo Gelormini, con Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella e Betty Pedrazzi. Gioia è un’insegnate di liceo che non ha mai conosciuto l’amore, se non quello opprimente dei genitori, con cui vive ancora. Tra gli studenti della sua scuola c’è Alessio, un ragazzo che usa il suo corpo come uno strumento per rimediare qualche centinaio di euro e aiutare la madre, cassiera in un supermercato. Tra Alessio e Gioia nasce un legame proibito, fragile e inspiegabilmente necessario per entrambi. Ma il desiderio di un riscatto sociale e umano per Alessio è un veleno silenzioso che gli impedisce di farsi conquistare definitivamente dalla dolcezza disarmante di Gioia. Così, distrugge tutto e cancella l’unica persona che abbia mai amato. Scrive Maurizio Porro nelle colonne del Corriere: “Una storia incrociata di menzogne e amori sognati e non realizzati: contano solo i soldi, i baci impiccano. Coi ritmi di un sovvertimento dei sensi alla Zweig, di un doppio processo alle intenzioni, il film tiene un impeccabile equilibrio tra i personaggi, grazie al cast perfetto”. Durata 108 minuti. (Ideal, Romano sala 1)
La grazia – Commedia drammatica. Regia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Venturiello, Roberto Zibetti e Milvia Marigliano. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis è ormai anziano e alla fine del suo mandato. Vedovo, ex giurista e profondamente cattolico, si troverà di fronte a due ultimi dilemmi: se concedere la grazia a due persone che hanno commesso un omicidio in circostanze che potrebbero essere continuate attenuanti o se promulgare la legge dell’eutanasia. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Toni Servillo. Durata 133 minuti. Il regista Paolo Sorrentino, che ha girato gran parte del film a Torino, sarà al Nazionale domenica 18 gennaio alle ore 18 per presentare il film e rispondere alle domande del pubblico. Da lunedì 19 sarà altresì possibile visitare lamostra fotografica “La Grazia” – Immagini e location della Torino di Paolo Sorrentino”, nelle stesse sale di palazzo Chiablese dove il regista ha ricreato gli ambienti del Quirinale. (Eliseo, Fratelli Marx sala Chico)
Hamnet – Storico, drammatico. Regia di Chloé Zhao, con Jessie Buckley, Paul Mescal, Jacobi Jupe ed Emily Watson. In un bosco, una giovane donna dorme rannicchiata nella culla formata dalla radice emersa di un albero secolare: è vestita di rosso cupo, accompagnata da un falco che risponde ai suoi richiami, conosce erbe e pozioni, si dice non sia nata da sua madre ma da una donna venuta da lontano. Si chiama Agnes e quando Will la vede se ne innamora subito. Will è il giovane William Shakespeare, maestro di latino nella Stratford del 1580, che riesce a sposarla nonostante l’ostilità delle famiglie e ad avere con lei tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet. Ma un lutto li colpisce, quando il drammaturgo lavora già a Londra, e Hamnet ucciso dalla peste a soli undici anni (un lutto che mette a dura prova l’unione della coppia) diventa Hamlet. Tratta dal romanzo del 2020 dell’irlandese Maggie O’Farrell, la storia di Agnes (più che di William), tessuta di magia e femminilità. Film già vincitore di due Golden Globe, attende la notte degli Oscar con le sue otto candidature. Ha scritto Alessandra De Luca nelle colonne di “Ciak” che la Zhao, nata a Pechino nel 1982, già premiata a Venezia con il Leone d’oro nel 2020 e Oscar come miglior film per “Nomadland”, “sceglie ancora una volta una strada radicale, quasi estrema, per mettere in scena elaborazione del lutto e catarsi, spingendo i suoi attori in un percorso emotivo dove verità e finzionr, vita e arte, spirito e materia si confondono. La scena nel finale ambientato al Globe Theatre di Londra, durante la prima rappresentazione di “Amleto”, vale la spesa del biglietto e un’altra statuetta nelle mani di Jessie Buckley, dopo il Golden Globe, ci starebbe proprio bene.” Durata 125 minuti. (Massaua, Classico anche V.O., Eliseo Grande, Nazionale sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco)
Lavoreremo da grandi – Commedia. Regia di Antonio Albanese, con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e e Nicolò Ferrero. Umberto ha dilapidato i soldi del padre e continua a immaginarsi grande musicista, ma partorisce soltanto creazioni sonore cacofoniche. Ha due ex mogli che l’hanno sfruttato e ora lo detestato e due figli, Toni e Beppe. Gigi contava sull’eredità di una zia facoltosa ma lei gli ha lasciato solo trucchi e parrucche, che lui indossa per protesta, ubriacandosi e ingerendo pillole. Una notte mentre trasportano quest’ultimo in stato semicomatoso, Umberto Beppe e Toni (sotto misura cautelare in vista dell’ennesimo processo, questa volta per truffa ai danni del Fisco) fanno un incidente – credono di aver travolto con l’auto qualcuno in bicicletta – del quale dovranno affrontare le conseguenze, dando il via a una catena di equivoci e di sorprese atte a sconvolgere la loro vita senza direzione. Durata 91 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, Fratelli Marx sala Groucho)
Il Mago del Cremlino – Le origini di Putin – Drammatico. Regia di Olivier Assayas, con Jude Law, Paul Dano e Alicia Vikander. Russia, primi anni Novanta. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese che cerca di ricostruirsi, Vadim Baranov, un giovane brillante, sta per trovare la propria strada. Orima artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, diventa spin doctor di un ex agente del KGB in ascesa: Vladimir Putin. Immerso nel cuore del sistema, Baranov plasma la nuova Russia, confondendo i confini tra verità e menzogna, credenze e manipolazione. Ma c’è una figura che sfugge al suo controllo: Ksenia, donna libera e inafferrabile, che incarna la possibilità di fuga, lontano da questo gioco pericoloso. Quindici anni dopo, ritiratosi nel silenzio e avvolto nel mistero, Baranov accetta di parlare, rivelando i segreti occulti del regime che ha contribuito a costruire. Durata 149 minuti. (Massimo anche V.O., Reposi sala 5)
Marty Supreme – Commedia drammatica. Regia di Josh Safdie, con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow e Abel Ferrara. Marty Mauser è un venditore di scarpe con una irrefrenabile ossessione per il ping pong che si muove nella New York degli anni Cinquanta tra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio larger than life, eccentrico e ambiziosissimo, smodato e leggendario. Durata 90 minuti. (Massaua, Fratelli Marx sala Harpo)
Miroirs no.3 – Il mistero di Laura – Drammatico. Regia di Christian Petzold, con Paula Beer, Barbara Auer e Matthias Brandt. Durante un fine settimana in campagna, Laura, una studentessa di Berlino, sopravvive miracolosamente a un incidente d’auto. Fisicamente risparmiata ma scossa profondamente, viene accolta da Betty, che aveva assistito all’incidente e si era presa cura di lei con affetto. A poco a poco, il marito e il figlio di Betty superano la loro riluttanza instaurando una tranquillità quasi familiare. Ma presto non possono più ignorare il loro passato e Laura deve affrontare la sua vita. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani: “Tra un incidente d’auto e la musica di Ravel, il regista tedesco, tra i più stimolanti dell’ultimo decennio, conferma la sua audacia con un racconto minimalista, caricando una tragedia di elementi inquieti e misteriosi, attraverso i quali una giovane donna tesse un rapporto inatteso con una anziana signora. Una storia impalpabile che nasconde ulteriori traumi, narrata con una leggerezza sospesa, nella quale Petzold e Paula Beer, ormai sua fondamentale attrice, mostrano l’inafferrabilità della vita”. Durata 86 minuti. (Centrale V.O.)
Pillion – Amore senza freni – Drammatico. Regia di Harry Lighton, con Alexander Skarsgård e Harry Melling. Colin è un giovane timido e mite: un giorno ha il compito di fare multe ai proprietari di auto mal parcheggiate, di sera si esibisce malinconicamente al pub in un coro a cappella. Proprio in quel pub, una sera, viene avvistato da Ray, un motociclista che è vero esemplare di maschio alfa. L’attrazione è immediata e, incredibilmente, reciproca. I genitori di Colin, che conoscono e sostengono la sua omosessualità, sono dapprima felici che il figlio abbia trovato una compagnia amorosa, ma non sanno che Ray è un dominatore e Colin il suo “pillion”, termine con cui si indica il sellino posteriore delle moto, ma che in questo caso è una metafora per “sottomesso”. La relazione tra i due è unilaterale. Ray comanda e Colin ubbidisce, vista la sua “naturale attitudine alla devozione”, come la descrive il compagno. E questo succede anche nel sesso, regalando a Colin il primo rapporto completo al prezzo della sudditanza a binario unico. Ma quando Colin cerca di trasformare la relazione in un rapporto di coppia le cose si complicano. Durata 106 minuti. (Centrale anche V.O.)
Rental Family – Nelle vite degli altri – Commedia drammatica. Regia di Hikari, con Brendan Fraser e Takehiro Hira. Philip, attore americano di alterne fortune, abita da alcuni anni in Giappone. Un giorno gli viene proposto una nuova occupazione, presso un’agenzia di “comparse” impiegate ad allacciare rapporti con famigliari, ad assistere persone sole, ad apparire parenti, la Rental Family. Sono tanti i dubbi che sulle prime preoccupano Philip che tuttavia s’assoggetta a una quotidianità che lo pone a contatto con le persone, che gli regala qualche reddito, che gli dà la possibilità di essere d’aiuto al prossimo. Durata 103 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi sala 1, The Space Torino, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)
Sentimental Value – Drammatico. Regia di Joachim Trier, con Renate Reinsve, Elle Fanning e Stellan Skarsgård. Nora e Agnes sono due sorelle profondamente unite. L’improvviso rientro nella loro vita del padre Gustav – regista carismatico e affascinante ma genitore cronicamente inaffidabile – riapre ferite mai del tutto rimarginate. Riconoscendo il talento di attrice di Nora, Gustav vorrebbe che sua figlia interpretasse il ruolo principale nel film che dovrebbe rilanciare la sua carriera; lei rifiuta e quella parte finisce a una giovane star di Hollywood, Rachel Kemp. Il suo arrivo getta scompiglio nelle delicate dinamiche della famiglia: per le due sorelle sarà il momento di confrontarsi con il padre e con il loro passato. Designato Film della Critica dal SNCCI: “Due necessità primarie a confronto – quella di seguire il proprio percorso artistico e quella di rimanere accanto ai propri figli – confluiscono in un dramma familiare delicato e struggente. Stellan Skarsgård giganteggia nei panni del regista di successo che ha smarrito la via, e Renate Reinsve gli tiene testa in quelli della primogenita, attrice di razza che rifiuta di interpretare se stessa nell’Amarcord paterno. Una parabola sulla possibilità di perdono e redenzione, mai sentimentale, a dispetto del titolo, sempre vibrante di intensa emozione. Durata 133 minuti. (Blue Torino/via Principe Tommaso 6 V.O., Eliseo, Greenwich Village V.O., Romano)
Il suono di una caduta – Drammatico. Regia di Mascha Schilinski, con Hanna Hecht e Lena Urzendowsky. Unità di luogo, diversità di tempo. Quattro generazioni, quattro donne in una stessa fattoria tedesca. Alma, una bambina all’epoca della Grande guerra che avrà a che fare con un parente con una gamba amputata, Erika che da quella stessa persona sarà attratta, Angelika, sua nipote, che negli anni Ottanta scoprirà la sua sessualità d’adolescente, Lenka ai giorni nostri diventerà amica di una ragazza che ha perso la madre. Designato Film della Critica dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani: “Quattro sorelle attraverso cent’anni di storia della Germania, ma quella del Paese che non ha conosciuto il benessere bensì la povertà e la fatica delle campagne, i dolori delle guerre, il senso della morte che non vuole abbandonarle, quasi una condizione metafisica che maschera il sacrificio con il dovere, la rinuncia con la rassegnazione, la perdita con la vita. E tutt’intorno la natura mostra la sua bellezza, insensibile alla fatica e alla sofferenza. Mascha Schilinski delinea le coordinate sociali e politiche che segnano il secolo come echi lontani, attutiti da una narrazione che abbandona presto la linearità dei fatti, per fermarsi dove il dolore ha fatto più vittime”. Premio ex aequo della Giuria a Cannes, a rappresentare il miglior film straniero agli Oscar 2026. Durata 149 minuti. (Due Giardini sala Nirvana e sala Ombrerosse)
Tienimi presente – Commedia. Regia di Alberto Palmiero, con Francesco Di Grazia, Gaia Nugnes e Alberto Palmiero. Alberto Palmiero ha 27 anni, ha frequentato la scuola di regia e ha realizzato alcuni cortometraggi. Ora vorrebbe cimentarsi con il primo lungometraggio. Il produttore indipendente Gianluca Arcopinto lo avvicina e gli allunga il suo biglietto da visita, dichiarandosi interessato al suo progetto. Tornato a Roma, Alberto gli invia il soggetto ma non ottiene risposta, e dopo sette mesi di inutile attesa decide di tornare al suo paese in provincia di Caserta. Durata 80 minuti. (Nazionale sala 3)
Al teatro Astra, dal 28 febbraio al 1⁰ marzo
Per Palcoscenico Danza e la rassegna dal titolo “Divine Monsters” al teatro Astra dal 28 febbraio al 1⁰ marzo prossimo si esibirà, direttamente da Taiwan, la Hung Dance per le coreografie di Lai Hung Chung e Giovanni Insaudo.
Danced Crack rappresenta l’omaggio del coreografo Lai Hung Chung alla mitologia della sua terra natale, con le “crepe” come simbolo per esplorare la resilienza della vita e la bellezza della lotta.Il coreografo, originario di una famiglia Hakka a Pingtung, Taiwan, è cresciuto ascoltando la madre raccontare le storie del mito Hakka di Nuwa che ripara il cielo, una narrazione legata al ‘Giorno della Riparazione del cielo’. In questa giornata le persone depongono gli strumenti per permettere al cielo e alla terra di riprendersi, esprimendo gratitudine per la restaurazione di Nuwa. Attraverso i movimenti dei danzatori, le crepe assumono una forma simbolica, riflettendo le sfaccettature presenti nelle relazioni tra la natura e l’umanità, gli individui e la collettività. Il freddo design dell’illuminazione grigia crea un’atmosfera desolata e apocalittica, con i danzatori che si muovono come placche tettoniche, convergendo e divergendo per rappresentare l’evoluzione naturale e la tensione sociale.
“Mitici” di Giovanni Insaudo esplora, invece, il rapporto tra umani e dei, la cui intersezione si manifesta come uno strano e cupo corpo alieno.
La Hung Dance rappresenta una compagnia di danza contemporanea fondata nel 2017 dal coreografo Hung-Chung Lai che ne è anche direttore artistico. Il nome della compagnia “ Hung” simbologgia il volo verso il cielo, ispirato agli elementi creativi orientali e al suo vocabolario distintivo di danza contemporanea. La compagnia emergente ha ottenuto un crescente riconoscimento a Taiwan e sulla scena internazionale, ricevendo inviti a partecipare a concorsi di fotografia e festival di danza internazionali, visitando ben 43 città e 19 Paesi e realizzando 212 spettacoli.
Mara Martellotta
Inviato dall’app Tiscali Mail.
Enrico Calilli. Sempre tra noi!
All’“Oratorio di San Filippo Neri”, sarà ricordata, fra intermezzi musicali e narrativi, la figura del poeta-romanziere torinese a cinque anni dalla scomparsa
Lunedì 2 marzo, ore 20,30
Scrittore, saggista e poeta, ma anche “Cavaliere” per meriti sportivi (per oltre 30 anni è stato la “Voce del Sestriere” come speaker delle gare della “Coppa del Mondo di Sci”, nonché presidente dello “Sci Club Joyful” e collaboratore per gli incontri di “women’s football” del sito “Toro.it”, lui gobbo-juventino incallito!), Enrico Calilli avrebbe compiuto ottant’anni il prossimo lunedì 2 marzo. Un traguardo, pur da abile sportivo, purtroppo non raggiunto. Enrico ci ha infatti lasciato cinque anni fa. Ma a quella che avrebbe dovuto essere “occasione di festa” per il suo 80°, hanno voluto supplire i suoi più stretti famigliari e amici, in primis la moglie Rossella e la figlia Cristiana (con le adorate nipoti Sofia e Cecilia), organizzando, proprio lunedì 2 marzo (ore 20,30), una serata in sua memoria, articolata in momenti artistici di sicuro effetto, presso l’“Oratorio di San Filippo Neri” a Torino, luogo di culto dedicato al “Santo della Gioia” e la più grande Chiesa di Torino (fondata nel 1675 e ricostruita su progetto di Filippo Juvarra nel 1715) particolarmente cara ad Enrico cui dedicò anche uno dei suoi vari libri storico-narrativi (“La Chiesa di San Filippo Neri in Torino”), pubblicato da “Il Capitello” nel 2013.
Serata piena. Di indubbio spessore artistico. Come sarebbe piaciuta a lui. Lui, che, per tutti, quella sera ci sarà! Crediamoci! Abbracciando tutti da lassù (o da dove, non si sa!) con quei suoi occhi e quel suo viso che sapevano allargarsi in nuvole di gioia e d’affetto, sempre cariche di incontenibile empatia per tutti. A condurre e a presentare l’evento, sarà la stessa moglie Rossella, affiancata dalla musica della pianista-compositrice Irene Rista (suo il libro pubblicato di recente per le “Ed. Voglino”, con le illustrazioni di Federica Lucioli, “Brevi storie a due e quattro zampe”) e dalle parole “recitanti” alcune fra le più significative poesie di Enrico, proposte al pubblico dalla Compagnia Teatrale “Drammatici – Filodrammatici”.
La serata è ad ingresso libero. Fino ad esaurimento posti.
Ai partecipanti verrà richiesto solo un contributo assolutamente volontario a sostegno del restauro del magnifico “Presepe” custodito dai “Padri Filippini”, alla cui costruzione, verso la fine del ‘700 (prima che Torino fosse per la seconda volta e per parecchi anni invasa dalle truppe di Napoleone) contribuì lo stesso re di Savoia, Carlo Emanuele IV (l’“Esiliato”), regalando ai “Padri” alcune carrate di marmo, recuperato da una cava di suo possesso nel territorio di Gassino con l’intento che gli stessi lo vendessero per ricavarne una somma di denaro utile alle prime spese dell’opera.
Il “mio” Calilli
Permettetemi una mia personale riflessione su Enrico. Ne sento il bisogno, non il dovere, e sono certo che a lui farebbe piacere.
Intanto ci tengo a precisare che io, personalmente, non ho mai avuto modo di frequentarlo con particolare costanza. Conobbi Enrico verso la fine degli anni ’80 e lo conobbi come consorte di Rossella Tamagnone, mia “grande” collega insegnante di “Educazione Fisica” alla mitica “Carlo Levi” di via delle Magnolie, alle subalpine “eccitanti” (anziché no!) “Vallette”. Da allora, e nel corso degli anni, i nostri incontri sono stati sempre alquanto sporadici. Ma ogni volta, mille volte più intensi ed “empatici” rispetto a quelli di gente che magari si incontra ogni giorno, trascorrendo ore in conversazioni assolutamente incolori. E anonime. Come a dire, senza anima. Enrico aveva con me, ma certo con chiunque, la capacità assai rara di “abbracciarti” subito con quel suo largo, generoso sorriso, in grado di donarti, all’istante, un senso di amicizia e “oceanica” simpatia vera, profonda, come ci conoscessimo e frequentassimo da anni. Mi ricordo la gioia alla pubblicazione del suo primo libro e all’arrivo in finale con “Briciole di Medioevo” (“Ed. Tambix”) al “Premio Pannunzio”. Il suo forte abbraccio, la sua stretta di mano erano nell’immediato “passaporti” speciali per un sodalizio che pareva durasse da sempre. E tutto questo, lo ricordo con enorme nostalgia. Scrittore, poeta. In realtà Enrico aveva una laurea in Giurisprudenza e, per anni, lavorò per un’importante “Compagnia Assicurativa”. Ma nella sua testa, più che codici e codicilli, frullarono sempre e da sempre, a larghe giravolte, parole e parole. Parole capaci, in totale libertà, di farsi “racconto”. Parole capaci, a briglia sciolta, di creare “poesia”. Libere di accompagnarsi in ignoti voli e infiniti sentieri. “E noi a chiederci/ chi siamo stati /perché siamo nati/ Nell’attesa di una risposta/ che non viene/ in un silenzio che si fa paura” (Da “Verso il cielo”, “Ed. Il Capitello”, 2016). Ora forse quel “silenzio” l’hai sconfitto, caro Enrico. E, in qualche modo, potrai darcene segno (pensaci tu!), attraverso “le vetrate che irradiano calore/nelle tessere multiformi” della tua amata “Cattedrale”.
Gianni Milani
Nelle foto: Enrico Calilli, Irene Rista e la Compagnia Teatrale “Drammatici – Filodrammatici”
I custodi della forma
BRANDELLI Postille di troppo su artisti contemporanei
Di Riccardo Rapini
In via Orvieto 20, oltre la Dora, nel quartiere Borgo Vittoria, dove Torino si lascia sfuggire il garbo dei portici e si distende in una geografia più pratica fatta di officine, magazzini e cortili profondi, esiste un edificio – un’ex fabbrica industriale – che mantiene comunque la compostezza sabauda su ciò che custodisce.
Il portone, senza insegne monumentali, introduce in uno spazio alto, dove la luce entra diffusa e ricade come polvere su una moltitudine di presenze immobili.
La prima impressione non è quella di un museo, bensì di un deposito in cui un remoto demiurgo ha accumulato per millenni le forme del corpo umano e della storia.
File serrate di calchi in gesso, oltre 1.500 per l’esattezza, accumulati nel flusso dei decenni occupano ogni spazio possibile: busti di bambini con le palpebre ancora gonfie, profili femminili che conservano un’inclinazione del collo irripetibile, la torsione plastica di un atleta greco, smisurati arti isolati che sembrano essere test sperimentali per la generazione di un titano.
E ancora: un David michelangiolesco ricostruito nelle stesse proporzioni dell’originale fiorentino, rilievi ornamentali, capitelli, busti di filosofi, cavalli alati, mostruosità marine in una coesistenza di epoche che estingue ogni cronografia. 
Rispetto ad un museo le statue non sono isolate su piedistalli, rischiarate liturgicamente da strategici led, ma condividono lo spazio con scale da muratore, secchi, stracci e tavoli da lavoro.
Se ne stanno a ridosso l’una dell’altra, quasi a contatto, alcune poggiano a terra, altre su bancali di legno, altre ancora emergono da scaffali metallici o appese alle pareti.
Mentre ci cammino vicino vaneggio tra me e me di voler essere custode di un plasma segreto che le ridesti dalla loro quiescenza, che le vivifichi in modo che mi dicano di cose misteriose.
Mi trovo nel laboratorio della Gipsoteca Mondazzi, nata a Torino nel 1976, quando i fratelli Mondazzi rilevarono l’attività dal formatore Emanuele Gonetto, continuando una tradizione nata nel dopoguerra e legata al mondo delle accademie e della scultura monumentale.
Da allora il laboratorio non ha mai cessato di produrre copie, matrici, modelli destinati a scultori, scenografi, restauratori, accademie, ma anche a profani interessati.
Il procedimento non è cambiato molto: la forma viene presa dall’originale tramite un negativo, oggi spesso in silicone, che viene riempito con gesso liquido, lasciato solidificare e poi rifinito a mano.
Ogni copia è alla radice tecnicamente identica, ma non completamente indifferenziata: la superficie conserva micro-imperfezioni, tracce della lavorazione, leggere variazioni che la rendono riconoscibile a chi l’ha prodotta.
Il rapporto con le statue dei proprietari – Novella Mondazzi, suo fratello Paolo e pochi altri collaboratori – in una struttura che è rimasta volutamente familiare, seppur non completamente privo di quella solennità comune al cosmo degli artisti, è prettamente operativo: si muovono tra i modelli indicando dettagli che per loro hanno un’origine precisa — una commissione privata, un lavoro per un teatro, un intervento di restauro.
Ogni forma è associata a una circostanza, a una richiesta, a un momento della loro vita professionale.
Il paradosso della gipsoteca è che non conserva originali, ma senza di essa molti non avrebbero più discendenza. I calchi permettono di riprodurre opere destinate a deteriorarsi, di sostituire parti danneggiate, di studiare forme altrimenti inaccessibili.
In passato erano strumenti fondamentali per gli studenti delle accademie, oggi resistono accanto a scanner e stampanti 3D, continuando a offrire una precisione e una fisicità che la replica digitale non riesce (ancora) a restituire completamente.
Un luogo dunque dove la città ha destinato i propri doppi, che sono però finiti per trattenere la forma con una fedeltà che supera la durata della materia da cui proviene.
Uno spazio in cui le cose continuano a replicarsi tacitamente, come percorse da un DNA inanimato, conservando le impronte di ciò che “si è fatto nulla”.
Il laboratorio ha poi anche il suo punto di contatto diretto con il pubblico a pochi passi dall’Accademia Albertina, in via Principe Amedeo 25, dove si trova la bottega e la sede storica.
Qui vengono eseguiti i lavori più minuti e delicati: rifiniture, patinature, colorazioni e trattamenti che trasformano il gesso in imitazione di marmo, bronzo o pietra.
Fin dai tempi dell’università mi è capitato spesso di fermarmi, inebetito, davanti alla sua vetrina, fotografandola dall’esterno e indugiando a osservarne l’interno, come un personaggio dei cartoni animati che levita anelante guidato dalla mano sottile disegnata dal vapore di una torta che raffredda sul davanzale di una casa vicina.
Ci sono entrato per la prima volta solo un anno fa, per commissionare il restauro di un busto di Hermes.
È un locale piccolo, e questo amplifica l’effetto scenografico dello tsunami vertiginoso di statue presenti, così vicine tra loro da condividere la stessa ombra.
Passarci in mezzo è come attraversare una fenditura aperta in un mare solidificato, tra volti immobili, calca di orbite spente mentre la poca luce che entra dalle vetrate scivola su un’infinità di pieghe, lungo i margini sottili di palpebre, linee curve di labbra, vene in rilievo di un piede sproporzionato.
In fondo al passaggio in questo mare pallido e opaco, il banco di lavoro che spartisce l’ambiente senza in fondo separarlo davvero: dietro, strumenti, matrici e pigmenti e, solitamente, Novella: una donna minuta, dalle mani bianche di gesso, attenta, dolcissima.
In lei composte si intrecciano competenza rara, etica certosina d’artigiana e, senza nessuna retorica, onestà, trasmesse più attraverso l’abitudine che tramite l’insegnamento formale.
Link Linkedin Riccardo Rapini: https://www.linkedin.com/in/riccardo-rapini-31097438/
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Il MAO, Museo di Arte Orientale, in collaborazione con la galleria Borghese di Roma, dal 27 febbraio al 7 aprile presenta al pubblico per la prima volta in Europa due straordinarie opere del tulku Zanabazar, maestro spirituale e incredibile artista e innovatore del Seicento.
Nato nelle steppe della Mongolia nel 1635, Zanabazar fu una figura di primo piano del buddhismo tibetano in Mongolia, tanto da essere riconosciuto con il nome di Ondör Gegeen, Sua Santità l’illuminato, e primo Khutuktu Jebtsundamba, massima autorità religiosa della scuola riformata Gelugpa, dai cappelli gialli, del buddhismo tibetano in Mongolia, venerato come reincarnazione di uno dei 500 discepoli originali del Buddha. Dichiarato leader spirituale dei mongoli nel 1639, quando aveva appena quattro anni, fu anche riconosciuto dal V Dalai Lama ( 1617-1682) come la reincarnazione dello studioso buddhista indiano Taranatha.
Nel corso di quasi sessanta anni Zanabazar promosse tra la popolazione mongola la scuola riformata Gelugpa, a cui appartiene anche il Dalai Lama, soppiantando le tradizioni Sakya o “Cappello Rosso”, o scuola antica pre Gelugpa, che avevano precedentemente prevalso nella zona, e influenzò profondamente gli sviluppi sociali e politici della Mongolia del Seicento.
Oltre ad essere un brillante studioso e un’autorità spirituale di rilievo, Zanabazar fu anche un artista molto poliedrico. A noi sono giunte alcune opere firmate da lui stesso, pratica poco frequente nella produzione religiosa buddhista.
Zanabazar è considerato il più grande scultore mongolo della sua epoca. A lui e ai membri della sua scuola si devono le maggiori opere realizzate in Mongolia in età moderna, fra cui una straordinaria Tara verde e un autoritratto-scultura in bronzo, che lo ritrae assiso in trono.
Esposte dal 20 gennaio al 22 febbraio scorso nel salone d’Ingresso della Galleria Borghese a Roma, i due capolavori sono ora in mostra al MAO all’interno della sezione della collezione permanente dedicata all’Asia Meridionale, centrale e alla zona himalayana, creando un dialogo con i manufatti provenienti dall’Antico Monastero di Densatil, in Tibet Centrale, a cui Zanabazar si ispirò per le sue creazioni scultoree e i suoi dipinti religiosi.
Le opere in prestito in Italia per la prima volta dal museo Nazionale Chinggis Khan di Ulaanbaatar, in occasione delle esposizioni di Roma e Torino, si contraddistinguono per un eccezionale valore estetico e spirituale e sono connotate da un linguaggio innovativo e capace di parlare direttamente allo sguardo e all’animo dei visitatori.
Questo progetto, visitabile con il biglietto per la mostra di Chiharu Shiota, rappresenta per il MAO un’occasione preziosa per presentare, nel contesto di un’istituzione occidentale che conserva arte asiatica, uno dei più importanti artisti della Mongolia, mettendolo in relazione con le opere del museo e colmando una lacuna nelle collezioni, che presentano alcuni esemplari di tangka e sculture del Tibet orientale con tratti di influenza mongola e cinese, ma prive di opere di provenienza mongola. Nell’estate 2026 è previsto un progetto espositivo che porterà alcuni frammenti provenienti dal monastero di Densatil della collezione del MAO presso il Chinggis Khaan National Museum.
Mara Martellotta
In scena venerdì 6 marzo

C’è un luogo a Torino che continua a essere punto di incontro tra generazioni, linguaggi e scene musicali diverse: l’Hiroshima Mon Amour. Anche questo weekend il club di via Bossoli conferma la sua vocazione di spazio culturale trasversale, capace di trasformarsi ogni sera e di accogliere pubblici differenti sotto lo stesso tetto.
Venerdì 27 febbraio l’Hiroshima diventa una sorta di salotto collettivo, dove la televisione incontra la comicità live. La serata cover di Sanremo scorre sul maxischermo mentre sul palco salgono Dottor Lo Sapio, Gipo Di Napoli, Antonio Piazza e Pippo Ricciardi, pronti a commentare in diretta l’evento più discusso dell’anno. Un format che riflette perfettamente lo spirito del locale: partecipazione, ironia e quella dimensione conviviale che trasforma il pubblico in protagonista.
Sabato 28 febbraio l’Hiroshima cambia pelle e si tuffa negli anni Novanta con Parti a 90, una festa che celebra la nostalgia come rito collettivo. Tra hit dance, rock e pop, la pista si riempie di riferimenti generazionali — dai karaoke alle notti in discoteca — in un’atmosfera che il club torinese sa rendere autentica, mescolando memoria e voglia di stare insieme fino a notte fonda.
Domenica 1 marzo il weekend si chiude con uno sguardo internazionale: i leggendari Jethro Tull arrivano a Torino con il Curiosity Tour, portando al Teatro Colosseo — in collaborazione con la programmazione dell’Hiroshima Mon Amour — il nuovo album Curious Ruminant. Un appuntamento che conferma la capacità del locale di dialogare con la grande musica dal vivo, andando oltre i confini del club e costruendo una proposta culturale ampia e riconoscibile.
“La Gioia” di Gelormini, sullo schermo l’assassinio di Gloria Rosboch
PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione
Gloria Rosboch, 49 anni, insegnante di francese, informò i vecchi genitori, con cui ancora abitava in una casa di proprietà nel paese di Castellamonte, a una quarantina di chilometri da Torino, di avere una riunione a scuola, uscì e di lei non si ebbero più notizie. Era il 13 gennaio 2016 e la ritrovarono cadavere il successivo 19 febbraio nel fondo di un pozzo, nelle vicinanze di Rivarolo. Da sempre priva di affetti, le giornate l’una eguale all’altra, non certo bella, l’affetto per i gatti e i pelouche in bell’ordine, pronta ad affidare il proprio destino fatto di nulla alle romantiche pagine di Flaubert, chiusa nei suoi abiti di vecchio taglio, nei suoi maglioni e nei suoi foulard, nelle sue scarpe basse, la pesante montatura degli occhiali, una “bruttina stagionata” si sarebbe potuto dire di lei che ancora si culla sulle note del “Tempo delle mele”, una rigida madre che la sera, dandole la buonanotte, le augurava (come quella di Gramellini) “fai bei sogni”, aveva avuto la colpa, in una inconsapevolezza disarmante ma ultima spiaggia, di essersi innamorata di un suo ex studente, Gabriele Defilippi, 22enne, bello e dannato, uno che non ci pensava due volte a manipolare, uno che ha rifiutato la scuola ma che giorno dopo giorno continua a intravedere il proprio tornaconto, una famiglia sfasciata alle spalle e una madre che continua a reclamare soldi, uno che voleva apparire e che certo non diceva di no a quegli euro che gli potevano venire in tasca dal commercio del proprio corpo. Una fuga verso le spiagge della Costa Azzurra, una vita insieme, soldi, nuove prospettive, ma soprattutto bugie, inganni, un futuro che non esiste. Gloria che preleva dal suo conto una cifra sostanziosa, Gabriele che non restituisce, lei che si mette a reclamare e lui che, con l’aiuto di un complice – all’anagrafe Roberto Obert, un cinquantenne che è stato pure il suo amante -, la strangola e la getta nel fondo di quel pozzo. Le voci del paese, i tanti pettegolezzi, le colonne dei giornali, la tragedia della fine.
Sin qui la cronaca. Poi ci hanno pensato il teatro e il cinema a raccontarne la storia, quello con “Se non sporca il pavimento” scritto da Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori, questo con “La Gioia” che Nicolangelo Gelormini ha tratto dalla sceneggiatura premio ex-aequo Franco Solinas nel 2021, film cupo e votato come minimo alla malinconia, poi al raccapriccio. Cambiati cognomi e nomi, aggiustata cinematograficamente la vicenda, con l’aiuto della Film Commission torinese le immagini ci mostrano una Torino che si spezzetta tra il Valentino e le strutture del Lingotto e la pista superiore con l’immagine di Monica Vitti da immortalare e le machine che all’improvviso si mettono a sfrecciare, il caffè Elena e la facciata di palazzo Carignano sino alle campagne anonime dove prenderà corpo quell’assassinio per cui gli esecutori hanno ricevuto la condanna. A fare da struttura principale, riconosciamolo, la solitudine e l’amore molesto, la voglia di illudere e di essere illusi, il tradimento, le opposte condizioni familiari, il desiderio senza limiti a essere persone diverse, a nutrire sentimenti, a vivere vite nuove, a costruire nel bene e nel male: e sin qui le intenzioni in parte promosse del regista, che ha tutta l’aria di volercela mettere tutta a “comprendere” personaggi e azioni.
Quello che non gli riesce è il superamento tra realtà e sogno, tra la vita che vivo e quella che vorrei: non gli riescono quegli scatti improvvisi (le auto di cui sopra), l’addentrarsi nel bosco e il salire sull’albero di Alessio e di Gioia, quasi fosse un amplesso in cui il ragazzo l’aiuta a scoprire un mondo nuovo, con lui che la issa per il collo (scena che premonisce al finale) e la caduta di entrambi; non gli riesce affatto – mettendo in primo piano quanto di posticcio e di “recitato” vi sia in molte scene del film, di costruito malamente – la scena tra Gioia che vuol sapere che fine abbia fatto il suo denaro e la madre di Alessio che la spinge fuori da casa sua. Nemmeno due attrici del calibro di Valeria Golino – che si spreme a dare una tangibile autenticità alla sua prof, ben al di là dell’aspetto fisico dietro cui si camuffa – e Jasmine Trinca (commessa di supermercato, in un ruolo che ci appare per lei “sciupato”, fuori da ogni verità, il che ci spinge ad aspettarla a breve in quello della marchesa Casati Stampa negli “Occhi degli altri”): imbarazzate e imbarazzanti, le battute dette male e senza alcuna convinzione, scadendo il film alcune volte, nonostante la drammaticità della storia che si è consumata dieci anni fa, negli exploit di passaggi vari che vorrebbero essere chicche, in qualcosa che rasenta il ridicolo, nei dialoghi, negli atteggiamenti, nei legami tra scena e scena, mettiamoci anche quella parlata e quell’intonazione piemontesi in cui la protagonista e la madre Betty Pedrazzi scivolano. Forse quello che più e meglio s’accomoda alle esigenze di Alessio e della tragedia è Saul Nanni, uno sfaccettato quanto incessante ritratto di sentimenti diversi, buono e malvagio, sfacciato e ambiguo, bugiardo e romantico, insperatamente sincero e drammaticamente assassino, quotidianamente camaleontico, un giovane attore da tenere ormai decisamente sott’occhio.
Nelle immagini di Maria Vernetti, alcuni momenti del film
Brianza, 2010. Giorgio Farina gestisce l’attività di famiglia, fondata dal nonno e tramandata fino a lui di padre in figlio: l’orgoglio della famiglia Farina. La spregiudicatezza negli investimenti, però, unita al periodo più nero della crisi economica, trascina Giorgio in un abisso di debiti, costringendolo a mentire persino alla propria famiglia pur di nascondere il proprio fallimento. Per custodire ad ogni costo il suo segreto, Giorgio, consulente della polizia e stimato da tutto il paese per la sua irreprensibile onestà, si ritroverà a compiere un atto del quale non si sarebbe mai pensato capace.
Simone Catania – regista e produttore tra i fondatori della casa di produzione torinese Indyca – torna dietro la macchina da presa dopo la sua opera prima Drive Me Home (2018). Tra i suoi progetti si segnala inoltre “Tina”, lungometraggio in sviluppo anch’esso basato su una storia vera.