CULTURA E SPETTACOLI

Sta per tornare MITO SettembreMusica: Milano e Torino, vent’anni di musica insieme

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Con la XX edizione di MITO SettembreMusica, Milano e Torino rinnovano un patto culturale che, anno dopo anno, ha saputo unire le due città: vent’anni di musica insieme, di ascolto, di dialogo fra luoghi, pubblici e tradizioni diverse, fino a imporsi come modello di buone pratiche. Questa ricorrenza conferma la volontà corale che accomuna le due città nel voler continuare a costruire, attraverso la cultura, uno spazio comune, facendo sì che si scelga sempre di superare distanze e confini. Si tratta di una storia che appartiene alle nostre città e che ribadisce l’impegno verso la cultura pubblica, portandola nei luoghi della vita quotidiana, allargandola al pubblico con o casione di ascolto, conoscenza e incontro. Il tema della prossima edizione sarà “Harmonia”. L’armonia come nobilitazione delle differenze e volontà di farle convivere in equilibrio in una congiuntura contrassegnata da tensioni, fratture e conflitti, affinchè la musica ricordi che ogni voce trova senso compiuto solo nell’ascolto dell’altra. La nuova direzioe  artistica, di Speranza Scappucci, inaugura una fase nuova della storia del festival, ancora più aperta all’internazionalità e nel segno, come sempre, della qualità. Il programma mostra con evidenza la natura diffusa del festival: MITO SettembreMusica attraversa le città, i grandi teatri, chiese, spazi culturali, sedi di quartiere e luoghi dedicati ai giovani e alla formazione, contribuendo a disegnare una geografia culturale in cui ogni luogo diventa interprete di un’unica partitura cittadina.

“Ci sono anniversari che ci ricordano il cammino fatto più del tempo trascorso. La XX edizione di MITO SettembreMusica rappresenta uno di questi momenti, un’occasione per ritrovarci, per guardare quello che è stato costruito e, di conseguenza, per rinnovare il senso di un progetto che continua a unire Milano e Torino nella creazione e diffusione della cultura musicale – afferma il Presidente del Festival, Alberto Meomartini – era il 2007 quando le due città scelsero di dare vita a una grande e unica proposta culturale: da allora il festival ha accompagnato generazioni diverse di ascoltatori, abitato spazi urbani consueti e meno consueti, portato la musica dove il pubblico già la cercava e dove avrebbe potuto incontrarla per la prima volta. Uno dei grandi punti a favore di MITO è di essere un progetto condiviso. La visione che accomuna Torino e Milano è un concetto relazionale, e anche per questo sono felice delle parole che la direttrice artistica Speranza Scappucci ha scritto per questa edizione: ‘ovunque risuonano concetti e parole di vicinanza, comune denominatore l’armonia’, da cui deriva il nome dell’edizione. Harmonia rappresenta quindi lo spirito di questa edizione nella quale, la grande tradizione, dialoga con il presente, la dimensione sinfonica incontra la voce, la musica antica si affianca alla nuova creazione, e i grandi maestri si alternano ai giovani e ai progetti di formazione. Dai concerti inaugurali alla Scala e all’Auditorium Rai, fino agli appuntamenti conclusivi, il festival attraversa pagine che parlano di pace, memoria, trasmissione e futuro”.

“Il tema dell’edizione 2026 di MITO SettembreMusica è ‘Harmonia’, una parola simbolica, diretta e apparentemente naturale per un festival di musica, ma che racchiude in sé molteplici sfaccettature e richiami profondi – afferma la direttrice artistica, Speranza Scappucci – la domanda che mi accompagna è solo in apparenza semplice: come tenere unite differenze reali, di città, pubblici e repertori, luoghi, generazioni senza cancellarne l’individualità. In un tempo segnato da fratture e polarizzazione, l’armonia mi sembra uno dei valori più necessari e uno dei più fraintesi. In musica l’armonia non è solo assenza di tensione, è anche relazione fra voci diverse, una forma di equilibrio costruito attraverso l’ascolto, l’attrito e il movimento. L’armonia non è eliminare il conflitto ma trasformarlo in ascolto. Questo ha guidato la scelta di artisti e contenuti. Ho immaginato un’edizione in cui tradizione e contemporaneità potessero dialogare in modo autentico, dalla musica antica a quella contemporanea. A Torino, Simon Young inaugurerà il festival lunedì 7 settembre alle ore 20, presso l’Auditorium Rai, con il concerto ‘War requiem’, accompagnata dall’OSN Rai, dal Coro e dal Coro di Voci Bianche; Riccardo Chailly si esibirà con la Filarmonica della Scala, Michele Mariotti con l’OSN Rai, William Christie con Les Arts florissants, Jakub Hroŝ con i Banberger Symphoniker, il Pomo d’Oro, l’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, solo per citarme alcuni. Ho invitato giovani ensemble italiane e straniere di straordinaria vitalità: artisti che forse il pubblico non conosce ancora ma che lo trascineranno con un’energia, una libertà e una qualità musicale capace di lasciare un segno fin dal primo ascolto. Accanto alla tradizione figurerà la musica del presente. Il festival ospita ‘Caos’ di Paola Prestini, compositrice italiana tra le più originali della scena contemporanea, con un brano commissionato appositamente per questa edizione. Verrà poi eseguito un concerto speciale dedicata ai giovani studenti e studentesse del Conservatorio di Milano e Torino, diretto e offerto da me alle due città, un momento importante di crescita per le generazioni future. Due saranno gli anniversari significativi: il 2026 segna i cinquant’anni della morte di Benjamin Britten, uno dei compositori più importanti del XX secolo. Il programma si apre con il ‘War requiem”, monumentale capolavoro pacifista scritto nel 1962 e ancora attualissimo, e la sua musica risuona anche in altri momenti del programma sinfonico e cameristico. Con l’integrale dei Quartetti per Archi di Beethoven, affidata al Quartetto d’archi della Scala, volgiamo lo sguardo al centenario della morte del grande compositore, che si celebrerà nel 2027 in un progetto che dispiega tra questa e la prossima edizione”.

La Filarmonica della Scala si esibirà anche a Torino, presso l’Auditorium Agnelli del Lingotto, con Riccardo Chailly direttore. Venerdì 11 settembre, alle 20, presso il Conservatorio G. Verdi si esibirà il quartetto Pessoa, in un omaggio a Morricone. Sempre al Conservatorio, il 12 settembre, il Quartetto Pessoa dedicherà un omaggio ad Astor Piazzolla. Domeni a 13 settembre, alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, si esibirà l’Orchestra Suzuki di Torino per festeggiare i cinquant’anni dalla sua nascita.

Beethoven verrà celebrato il 14, 16 e 18 settembre al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino dal Quartetto d’Archi del teatro alla Scala.

Infine, Britten verrà celebrato sabato 19 settembre in due appuntamenti al Conservatorio Verdi, alle ore 17, in “Canticles” con Brian Zeger al pianoforte, Kelsey Lauritano come mezzosoprano, Matthew Swensen tenore e Debora Maffeis al Corno, e lo stesso giorno, all’Auditorium Agnelli del Lingotto, con il concerto “In memoriam” con l’Orchestra Sinfonica di Milano, Levy Sekgapane tenore e Alessio Allegrini al corno e alla direzione.

La giornata conclusiva di MITO SettembreMusica sarà il 20 settembre, alle 15, presso l’Auditorium del Lingotto, con Hrusa/Brahms; alle 15.30 e 18 alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani con l’Orchestra dei Piccoli Pomeriggi Musicali di Milano che eseguiranno “L’usignolo” di Andersen. Infine, alle 20, al Conservatorio Verdi, David Frai al Pianoforte eseguirà “Le Variazioni” di Goldberg.

Lunedì 7 settembre, alle ore 16, al Teatro Regio foyer del Toro, si terrà un incontro con Giorgio Pestelli, Walter Vergnano, Carlo Viano, coordinati da Susanna Franchi, dal titolo “Ricordare Giorgio Balmas”. A vent’anni dalla sua scomparsa, il festival ricorda il suo fondatore. Nel 1975, a Torino, venne fondato il primo Assessorato per la Cultura. Diego Novelli, allora Sindaco, nominò assessore Giorgio Balmas, fondatore dell’Unione Musicale Studentesca.

Mara Martellotta

“Davide Toffolo, Parola di Pasolini”

Il pensiero e l’eterna “inquietudine” dell’indimenticato regista bolognese, friulano per scelta, rivivono nei “fumetti” di Toffolo al “Forte di Bard”

Fino all’8 novembre 2026

Bard (Aosta)

Una “contestazione vivente”. L’incarnazione di un “pensiero libero e scomodo” che, a tutt’oggi, non ha smesso di correre e beffarsi del tempo, pur oltre i cinquant’anni trascorsi dai fatti (ancora oggi avvolti nella rete del mistero) che all’“Idroscalo” di Ostia strapparono la vita (nella notte tra l’1 e il 2 novembre 1975) all’“eterno” Pier Paolo Pasolini. “Eterno” di certo per Davide Toffolo (in arte “El Tofo”) friulano di Pordenone, classe 1965, noto (e per davvero bravo!) fumettista, nonché cantautore e chitarrista frontman (i due ruoli convivono e interagiscono alla perfezione) del gruppo musicale dal nome, per la verità un tantino inquietante, dei “Tre Allegri Ragazzi Morti”. La passione di Toffolo per Pasolini ha radici ben profonde e lui stesso definisce il suo rapporto con l’opera pasoliniana come “l’incontro poetico più importante” della sua vita artistica e personale. Tanto da dedicare nel 2022 a colui che sicuramente è stato uno dei più raffinati intellettuali del Novecento, un “graphic novel” dal titolo “Intervista a Pasolini” (“Biblioteca dell’Immagine”), ripubblicato di recente nel maggio del 2026 da “Sergio Bonelli” con il semplice titolo di “Pasolini”, arricchito e riproposto in chiave rinnovata e contemporanea ed oggi considerato un’opera fondamentale nella storia del “graphic novel” italiano.

Ed è proprio qui, intorno agli “ambigui” e anche un po’ “inquietanti” contenuti di “Pasolini” che s’incentra la mostra “Davide Toffolo, Parola di Pasolini” ospitata al valdostano “Forte di Bard” (in collaborazione con l’Associazione Culturale pordenonese “Suazes”fino a domenica 8 novembre, a cura di Paola Bristot e Marco Minuz, con la partecipazione diretta dell’autore che in essa espone opere come diretta “riflessione” su alcuni concetti e ideali pasoliniani – espressi con grande lucidità e profondità intellettuale – ancor oggi di grande, incontestata attualità. In mostra, nelle Sale dell’“Opera Mortai”, troviamo  un centinaio di tavole originali, disegni, collage, fotografie, documenti e materiali legati all’opera e alla produzione pasoliniana, “che restituiscono la natura stratificata e profondamente poetica del progetto artistico di Toffolo”: un’intensa, singolarissima “fiction” ruotante intorno al pretesto narrativo di un incontro con un enigmatico, mitomane personaggio che sostiene di essere “Pier Paolo Pasolini” e che totalmente “sfugge alla linearità biografica e a qualsiasi intento didascalico”. Quanto  emerge è un itinerario nei luoghi, nelle parole e nelle ossessioni pasoliniane (le stesse di Toffolo “un soldato pieno di ferite”, come egli stesso si autodefinisce in “Graphic Novel is Dead” la sua autobiografia in 140 tavole, pubblicata da “Rizzoli” nel 2014): un meditato, e totalmente fatto proprio, itinerario, in cui “poesia, cinema, politica, borghesia, corpo e memoria si intrecciano in una dimensione sospesa tra realtà e visione”.

Il viaggio di Toffolo inizia da Versuta, frazione di Casarsa della Delizia, paese natale (e per Pasolini “luogo dell’anima”)  della madre del regista, Susanna Colussi insegnante elementare, dove si erano rifugiati negli anni della seconda guerra mondiale, per poi toccare Bologna, dov’era nato nel 1922 e formato e laureato, quindi nel ‘50 Roma, centrale per la sua attività di romanziere e regista, per poi toccare l’Etna e Grado, dove il regista girò le scene rispettivamente di “Porcile” e di “Medea” (opere entrambe del 1969) per concludersi a Madrid (città in cui Pasolini fu spesso celebrato con mostre ed eventi culturali organizzati dell’“Istituto Italiano di Cultura”), di fronte al quadro “La fucina di Vulcano” di Velasquez dove lo stesso Pasolini asseriva di vedersi raffigurato. Primo obiettivo di Toffolo: restituire, anche attraverso situazioni sospese tra reale e surreale, tutta l’attualità e la forza, viva ancor oggi, della filosofia e dell’etica pasoliniana. Che il pubblico riscoprirà nelle tavole del “romanzo grafico”, così come nell’“installazione-collage” appositamente eseguita per la mostra al “Forte” o attraverso i “volti” di Pasolini opera dei più importanti fotografi italiani, come pure nei fotogrammi delle scene di “La terra vista dalla Luna” (episodio del film “Le streghe” del 1967), il cui storyboard fu disegnato a fumetti dallo stesso Pasolini.

A completare la mostra una “video-intervista” a Pasolini, realizzata dalla videomaker pordenonese (di Valvasone, luogo pasoliniano, di quelli “dell’anima”Annapaola Martin, dove Davide Toffolo racconta il suo rapporto “vero” con il regista e lo sviluppo “in chiave di finta narrazione” del progetto espositivo. Che incamera le teorie pasoliniane, per farle proprie, ma libere di spiccare il volo. E quanto allora cadono a fagiolo le famose parole di Totò (che meraviglia di recitazione!) in “Uccellacci e uccellini” (1966): “I maestri – sogghignava il Principe De Curtis o “principe della risata” – sono fatti per essere mangiati”! A Toffolo piacendo. Com’è certo che sia!

Gianni Milani

“Davide Toffolo, Parola di Pasolini. Fumetti, disegni, collage”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino all’8 novembre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Davide Toffolo “Pasolini”, china su carta, 2002; “Collage”, 2026; “Disegno”, 2026; “Pasolini”, china su carta, 2002

SaltinPiazza: gli Equilibri invisibili e l’arte della Fragilità

Sta per arrivare la 36esima edizione di SantinPiazza, il festival di teatro di strada più longevo del Piemonte e tra i più storici d’Italia, che trasformerà  il paese di Viarigi il 29 e 30 agosto prossimi, nel cuore del Monferrato astigiano, in un grande palcoscenico a cielo aperto dove il programma artistico prenderà una forma unitaria. Non si tratta, infatti, di un semplice calendario di eventi, ma di un progetto culturale nel quale compagnie italiane e internazionali, attraverso il circo contemporaneo, il teatro, la danza, la musica e la performance partecipativa, offriranno diverse interpretazioni sul tema “Equilibri Invisibili: l’Arte della Fragilità “, che rappresenta il fil rouge dell’intera edizione.

Dal 2016 la direzione artistica è  affidata a Milo Scotton, artista, autore e regista di fama internazionale, già interprete del Cirque du Soleil, fondatore della compagnia ArteMakìa e della Chapitombolo Academy, progetto di circo rurale nato nella provincia astigiana di Monale. Nel corso degli anni il suo lavoro ha contribuito a definire l’identità culturale del festival, sviluppando un progetto nel quale ogni edizione prende forma attorno a un tema capace di porre in dialogo spettacoli, compagnie, linguaggi artistici e territorio.
Con il riconoscimento del Fondo nazionale per lo Spettacolo dal Vivo del Ministero della Cultura, questo percorso ha trovato ulteriore slancio attraverso un progetto triennale dal 2025 al 2027. Dopo il tema “Il volo- anime leggere”, proposto nel 2025, l’edizione 2026 sviluppa “Equilibri Invisibili: l’Arte della Fragilità”, affidando agli artisti il compito di esplorare, ciascuno con il proprio linguaggio, le sue molteplici sfaccettature.

Ad aprire il festival sarà la compagnia internazionale Accompany ME con “A Mesure – Handle  with Care”, creazione di circo contemporaneo che esplora la fragilità delle relazioni umane attraverso il linguaggio del corpo, della roue cyr e un delicato gioco di equilibrio e di fiducia reciproca.
Tra gli appuntamenti più attesi spicca il ritorno dei The Black Blues Brothers, acclamati già nell’edizione 2021, e che tornano con il secondo capitolo della saga sui Blues Brothers, uno spettacolo ricco di acrobazie spericolate e fragilità vertiginose al ritmo scatenato della musica cult dei Blue Brothers.
Di particolare rilievo anche “Frailty” della compagnia ‘Noto Ignoto’ con la partecipazione  della soprano guatemalteca Alejandra Flores. Un progetto dal respiro internazionale nel quale la lirica e le performance acrobatiche vengono a fondersi in un linguaggio scenico di grande eleganza e raffinatezza, dando vita ad una delle proposte più originali dell’edizione.
La Compagnia ArteMakìa, riconosciuta dal Ministero della Cultura e diretta da Milo Scotton, presenterà “La solitudine dei dispari”,  intensa creazione tra stunt acrobatico, danza contemporanea e arti circensi, dedicata al conflitto interiore dell’artista e alla ricerca della sua ispirazione.
La riflessione sul limite e sulla trasformazione prosegue con lo spettacolo di teatro-danza verticale “Limen”, portato in scena dalla compagnia ‘Eterea Arte Aerea’. Sulla parete della Torre dei Segnali, storico monumento che domina Viarigi, il corpo dei performer si muoverà in verticale trasformando l’architettura in spazio scenico. Una coreografia sospesa tra terra e cielo che esplora il sottile confine tra equilibrio e caduta, darà forma a un’intensa esperienza poetica e visiva.

Tra i momenti più significativi del festival figura anche “Sogno” di Stalker Teatro, storica compagnia torinese che, da oltre cinquanta anni, sviluppa una ricerca sul teatro partecipativo, coinvolgendo direttamente gli spettatori nella costruzione di una installazione- performance capace di unire creazione artistica, gioco collettivo, rito comunitario e festa.
Ampio spazio sarà poi dato alla formazione con “Deep in my Soul” restituzione scenica del percorso dell’Artistic Group della Chapitombolo Academy, diretta da Milo Scotton, rivolto ad adolescenti tra i 13 e i 18 anni di età. Attraverso circo contemporaneo, teatro, danza, musica e pratiche del movimento, lo spettacolo racconta un percorso di esplorazione, di interiorità, crescita personale, consapevolezza e scoperta della propria identità.
Altra proposta artistica riguarda “Lusin” della compagnia Hanami, nata dall’incontro tra Andrea Cerrato e Micol Veglia. Attraverso roue, cyr, mano a mano, discipline aeree, danza e teatro fisico, lo spettacolo accompagna il pubblico in un viaggio poetico dedicato alla ricerca del sé e al desiderio universale di inseguire i propri sogni.
Il cartellone è  completato da “Far Away” della compagnia ‘Amanti di Paglia’, poetico racconto teatrale  sull’amore e sulla distanza, “FrailTryo” dei Jumpin Jacks, uno spettacolo di clownerie acrobatica che trasforma il gioco in  virtuosismo e divertimento; “ Boy Band” di ZeGnis, teatro di strada ricco di comicità  e coinvolgimento del pubblico e il progetto musicale Lindal, capace di intrecciare la tradizione occitana alla sperimentazione elettronica attraverso interventi itineranti, e il concerto conclusivo del festival.

Per due giorni il festival inviterà il pubblico a vivere Viarigi nella sua interezza, trasformando piazze, vicoli e quelli che sono i luoghi simbolo del paese in scenari di incontro tra arte, comunità e territorio, valorizzandone il patrimonio storico e paesaggistico, arricchito dalla presenza di punti street food e dallo stand gastronomico curato dalla Pro Loco Viarigi.

“SaltinPiazza  è  molto più di un festival di teatro di strada – afferma il sindaco di Viarigi Francesca Ferraris – Si tratta di un progetto culturale che negli anni ha saputo  crescere, coinvolgere la comunità  e valorizzare il proprio territorio attraverso la forza dello spettacolo dal vivo. La qualità delle proposte artistiche, l’attenzione alla formazione delle nuove generazioni e la capacità di mettere in relazione artisti, cittadini e visitatori rendono questa manifestazione un appuntamento di grande valore per il nostro Paese e per l’intero Monferrato. Si tratta di un progetto reso possibile dal lavoro condiviso tra amministrazione comunale, direzione artistica, volontari, associazioni, partner e cittadini, capaci di rendere questa festa aperta a tutti”.

Mara Martellotta

Margherita di Savoia, il paese della Puglia che porta il nome di una regina torinese

 

Dove l’oro bianco delle saline incontra il ricordo di una donna.

C’è un luogo in Puglia dove il nome di una regina nata a Torino continua a vivere ogni giorno. Lo si legge sui cartelli stradali, nelle insegne dei negozi e nei documenti ufficiali. È Margherita di Savoia, cittadina affacciata sull’Adriatico, famosa per le sue immense saline e per il singolare legame che la unisce alla monarchia italiana. Fino al 1879 il paese era conosciuto come Saline di Barletta. In quell’anno il comune decise di assumere il nome di Margherita di Savoia in onore della regina consorte di Umberto I. La scelta non fu casuale. La sovrana aveva mostrato interesse per questo territorio e per la sua principale ricchezza: il sale, una risorsa che per secoli aveva rappresentato una fonte di prosperità economica per l’intera area. Le saline sono ancora oggi il cuore identitario della città. Estese per circa venti chilometri lungo la costa, sono considerate tra le più grandi d’Europa. Già in epoca romana il sale estratto in questi bacini era una merce preziosa, tanto da essere definito “oro bianco”. Per secoli il controllo della sua produzione ha significato ricchezza, potere e sviluppo. Oggi, oltre a essere un importante sito produttivo, le saline costituiscono un ambiente naturale di straordinaria bellezza. Migliaia di fenicotteri rosa vi sostano ogni anno durante le migrazioni e molti scelgono questi specchi d’acqua per nidificare. Il bianco del sale, il rosa degli uccelli e l’azzurro del mare disegnano un paesaggio unico che rende questo tratto di costa uno dei più suggestivi del Mezzogiorno.

Accanto alle saline si sviluppa anche un’importante attività termale. I fanghi e le acque madri provenienti dai bacini salanti vengono utilizzati per trattamenti terapeutici e di benessere, richiamando visitatori da tutta Italia. Per conoscere la storia di questo straordinario patrimonio è possibile visitare il Museo Storico delle Saline, che conserva documenti, fotografie e strumenti utilizzati nel lavoro di estrazione del sale.

La figura della regina Margherita continua a evocare curiosità e aneddoti. Donna colta e popolare, fu una delle personalità più amate dell’Italia di fine Ottocento. Il suo nome è legato anche a una delle specialità gastronomiche più conosciute al mondo: la pizza Margherita, che secondo la tradizione le sarebbe stata dedicata nel 1889 durante una visita a Napoli. Vera o meno che sia la leggenda, il nome della sovrana continua ancora oggi a unire luoghi e storie molto diversi tra loro.

Passeggiando per il centro di Margherita di Savoia si incontrano testimonianze di questo passato. Tra i monumenti più significativi spicca la Torre delle Saline, costruita nel XVI secolo per difendere il territorio dalle incursioni provenienti dal mare. Simbolo della città, racconta il lungo rapporto tra gli abitanti e la produzione del sale.

Merita una visita anche la Chiesa Madre del Santissimo Salvatore, edificata tra il 1859 e il 1871 e dedicata al patrono cittadino. Poco distante si snoda Corso Vittorio Emanuele, elegante asse urbano fiancheggiato da edifici ottocenteschi, mentre il Lungomare Cristoforo Colombo offre una piacevole passeggiata con vista sull’Adriatico, particolarmente suggestiva nelle ore del tramonto.

A breve distanza dal paese si trova inoltre il sito archeologico di Canne della Battaglia, teatro nel 216 a.C. della celebre vittoria di Annibale sui Romani, una delle battaglie più studiate della storia militare.

Margherita di Savoia rappresenta così un singolare punto d’incontro tra Nord e Sud. Da una parte la memoria della dinastia sabauda e di una regina nata a Torino, dall’altra il paesaggio luminoso della Puglia, modellato dal mare e dal sale. Un legame inatteso che attraversa la storia dell’Italia unita e che continua a vivere in uno dei luoghi più affascinanti dell’Adriatico.

Non è un caso che questo sia uno dei rarissimi comuni italiani intitolati a una donna. A oltre un secolo dalla sua dedicazione, il nome di Margherita di Savoia continua a volare alto, proprio come i fenicotteri che ogni anno colorano di rosa le sue saline.

Di Maria La Barbera

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“1898. Una spy story nel Piemonte di fine Ottocento”, tra intrighi, anarchici e verità scomode

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono romanzi storici che si limitano a raccontare il passato e altri che riescono a farlo rivivere. 1898.Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento di Nanni Cristino appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Ambientato nella Chieri di fine Ottocento, il romanzo trasporta il lettore in un’epoca attraversata da tensioni sociali, fermenti politici e profonde trasformazioni, restituendo con grande efficacia l’atmosfera di una città che, all’epoca, rappresentava uno dei più importanti centri tessili italiani.
La vicenda prende avvio nell’ottobre del 1898, durante il governo di Luigi Pelloux, in un momento particolarmente delicato della storia italiana. L’imminente visita del viceministro liberale Guido Meyer fa temere un attentato da parte di gruppi anarchici locali. Per questo motivo i servizi segreti del Regio Esercito inviano a Chieri il tenente Orso Falconeri, incaricato di infiltrarsi tra i sovversivi per scoprire la verità e sventare un possibile complotto.
Da questo spunto prende forma una narrazione che intreccia indagine, mistero e ricostruzione storica. Omicidi, evasioni, intrighi politici e incontri inattesi accompagnano il protagonista in un percorso che si sviluppa tra vicoli, osterie e piazze cittadine, fino a coinvolgere questioni che potrebbero cambiare il destino dell’intera nazione.
Uno degli aspetti più affascinanti del romanzo è proprio il legame con il territorio. Cristino riporta in vita una Chieri scomparsa ma ancora riconoscibile nelle sue radici: le antiche carceri di Palazzo Opesso, l’albergo del Cavallo Bianco in piazza delle Erbe, l’Osteria Aiassa e numerosi altri luoghi realmente esistiti diventano scenari vivi e pulsanti. Grazie a un accurato lavoro di ricerca condotto attraverso documenti d’archivio, vecchi giornali, riviste dell’epoca e cartoline storiche, l’autore ricostruisce con precisione una città attraversata dalle contraddizioni della fine del secolo.
Ma 1898. Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento non è soltanto un romanzo storico. È anche una riflessione sul rapporto tra potere, informazione e verità. Sullo sfondo delle proteste popolari e delle tensioni che caratterizzarono gli anni successivi ai moti repressi dal generale Bava Beccaris, emerge un interrogativo sorprendentemente attuale: chi decide quali siano i colpevoli? E quanto può essere manipolata la percezione della realtà quando entrano in gioco interessi politici e strategie di potere?
Al centro della storia troviamo Orso Falconeri, protagonista lontano dagli stereotipi dell’eroe impeccabile. Ruvido, disilluso, spesso in bilico tra dovere e coscienza, Falconeri si muove in una zona grigia dove nulla è davvero come appare. È un personaggio che conquista pagina dopo pagina grazie alla sua umanità e alla capacità di osservare criticamente il mondo che lo circonda.
Ad arricchire ulteriormente la narrazione c’è una figura femminile affascinante e sfuggente, capace di lasciare il segno senza mai rivelarsi completamente. Una presenza che contribuisce a rendere il romanzo non soltanto un’indagine politica, ma anche una storia di passioni, ambiguità e scelte difficili.
Nanni Cristino, nato e residente a Chieri, è laureato in Storia del Risorgimento ed è autore di numerosi testi scolastici per i licei pubblicati da De Agostini. Già apprezzato autore di thriller e romanzi noir, con 1898.Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento. affronta per la prima volta il romanzo storico, mettendo a frutto la propria conoscenza del territorio e delle vicende dell’Italia post-unitaria. Il risultato è un’opera che unisce il ritmo del thriller alla solidità della ricostruzione storica.
Per chi ama le storie che sanno intrattenere e allo stesso tempo far riflettere, 1898 Una spy-story nel Piemonte di fine Ottocento rappresenta una lettura coinvolgente. Un viaggio nella Chieri di oltre un secolo fa che, tra complotti, segreti e tensioni sociali, finisce per parlare anche del nostro presente. Perché la storia cambia protagonisti e scenari, ma alcune domande continuano a tornare, ostinate, attraverso il tempo.
MARZIA ESTINI

Torino dalle sue origini al toro più conosciuto al mondo

Scopri – To  Alla scoperta di Torino

La città di Torino fondata nel terzo secolo A.C dai Taurini fu poi tasformata in colonia romana dall’Imperatore Augusto che le diede il nome di Iulia Augusta Taurinorum passò sotto vari domini, fino a diventare nel 1861 la prima capitale del nuovo Stato unitario ovvero del Regno d’Italia. Torino è conosciuta in Italia e nel mondo con uno stemma raffigurante un toro, derivante dall’araldica medievale che nel 1360 scelse questo simbolo per la città perché assomigliava al nome della stessa. Numerose sono le leggende legate al nome della città, fra cui la narrazione di un drago che attaccò la città e un enorme toro che la portò in salvo. Nel 1300 nacque anche lo stemma con base azzurra a cui si sovrappone un toro in movimento e sormontato da una corona d’oro con nove perle. Il toro è diventato negli anni un vero e proprio simbolo della città, vi sono più di duecento fontane con questo simbolo (chiamate “Turet”) e in Piazza San Carlo, nel 1930, in onore di San Carlo Borromeo, è stata posta al suolo l’immagine in bronzo del toro, dove si crede che passandoci sopra si possa essere più fortunati.

IL TORO E LE SUE VARIANTI

Un’altra opera curiosa e molto conosciuta che si rifà al simbolo della nostra Città si intitola “T’oro” e si trova in via delle Orfane 20, l’opera rappresenta un toro con le corna dorate che esce diettamente da un muro. L’opera è stata creata dall’artista Richi Ferrero, il quale voleva raffigurare una città che sfonda e supera il passato trovando un nuovo futuro con occhi diversi. Vi è poi il “Toro tricefalo”, una scultura dello scultore francese Georges Faure su una balconata di C.o Vittorio Emanuele 58, che rappresenta un toro a tre teste, creato nel 2006 per la Biennale dei Leoni, Lione-Torino. Un’altra opera a forma di toro molto famosa è “Toh”, un manifesto della nuova società torinese che comunica i valori dell’inclusione e della pace, l’opera rappresenta un toro in metallo con dei pezzi di fontana che gli cingono il collo. Toh è stato creato dall’artista Nicola Russo che si è fatto ispirare dai “Turet” le fontane a forma di toro presenti nella città sabauda; Nicola ha immaginato tutti i torinesi che conoscono bene quel toro ma ne conoscono solo il volto e mai il corpo o lo stato d’animo, lo stesso toro immaginandolo rinchiuso nella fontana vivrebbe sensazioni negative di smarrimento e mestizia, proprio per questo crea una statua con un toro che rompe il metallo della fontana. Ecco, quindi, che il “Toh” diventa il simbolo non solo dei torinesi, ma di tutti coloro i quali vogliono uscire dagli schemi e guardare avanti evidenziando le proprie diversità, che in quanto tali li rendono unici. Parte dei proventi delle opere “Toh” va alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul cancro.

GLI ALTRI SIMBOLI DELLA CITTA’

Oltre al toro uno dei simboli classici di Torino è sicuramente la “Mole Antonelliana” situata nel centro storico della città, ed edificata dall’architetto Alessandro Antonelli nel 1863. Anche la Basilica di Superga è un simbolo del Capoluogo Piemontese oltre a molti altri edifici e monumenti storici come Il castello del Valentino, Palazzo Madama e la Porta Palatina risalente al periodo dell’Imperatore Augusto detta anche Porta Capitolina, ma comunemente nota ai torinesi col nome plurale di Porte Palatine. Torino ha numerosissimi simboli che rappresentano la città, ma è anche molto conosciuta per le numerose leggende esoteriche che riguardano la magia bianca e la magia nera, in particolare in un punto preciso di piazza Castello si dice che converga la magia bianca…ma questa è un’altra storia… che richiede una narrazione a parte.

NOEMI GARIANO

Ottiglio, la Grotta dei Saraceni e la “Maga Alcina”

 

I Romani ritempravano anima e corpo nelle acque sulfuree e curative che abbondavano in questo angolo della provincia di Alessandria per cercare un po’ di benessere dopo cruente battaglie mentre i saraceni vi nascondevano i bottini delle razzie compiute nelle vallate del Piemonte terrorizzando la popolazione. Tutto ciò accadeva nella zona di Ottiglio, piccolo comune del Monferrato casalese, tra vigne di barbera e grignolino, dove vi è una caverna nota come la “Grotta dei Saraceni”. Situata nei pressi di Moleto, la cavità era già conosciuta dai Romani che avrebbero eretto al suo interno un tempio dedicato a una divinità. La grotta ha una storia che risalirebbe al III secolo a.C. quando una guarnigione romana si insediò in questa zona e costruì un luogo di culto sotterraneo dedicato al dio Mitra.

Se davvero è esistito, il tempio potrebbe giacere sepolto sotto alcuni metri di terra. Nei secoli successivi la caverna avrebbe ospitato bande di saraceni, fuggiaschi murati vivi insieme ai propri cavalli e un favoloso tesoro nascosto costituito da gioielli d’oro e gemme preziose ancora oggi oggetto di ricerca da parte di curiosi ed appassionati. Secoli di leggende dunque a cui si aggiunge anche qualche fantasma. Nella boscaglia della Valle dei Guaraldi spunta un intreccio di cunicoli scavati nella roccia calcarea parzialmente inesplorati e si scorgono due varchi. Tali cavità sono prodotte dalle falde di acqua potabile e per le frequenti infiltrazioni sono soggette a smottamenti e crolli. È quindi molto pericoloso inoltrarsi in questi sotterranei e chi lo fa mette in pericolo la propria vita. È questa una delle tante grotte che punteggiano la terra piemontese, molte sono esplorabili in sicurezza e tante altre sono ancora da scoprire. La “Grotta dei Saraceni” di Ottiglio è una di queste. Il nome della grotta deriverebbe dalle incursioni di pirati arabi del X secolo narrate nelle “Cronache della Novalesa”. La caverna divenne il luogo ideale in cui nascondere il bottino sottratto agli abitanti. Molti predoni rimasero però bloccati per sempre all’interno delle grotte con il loro malloppo a causa del crollo di alcune gallerie. Molti altri si servirono di queste cavità, per lo stesso motivo dei “saraceni”. All’inizio del Seicento, durante le Guerre del Monferrato, le grotte divennero rifugio di disertori e briganti e quindi una minaccia per l’ordine pubblico. Le autorità ducali del Monferrato fecero sbarrare gli ingressi, e se diamo credito alla tradizione locale, al suo interno, oltre al tesoro nascosto, rimasero imprigionati molti uomini, murati vivi con i loro cavalli. E le sorprese non finiscono qui. Circolano anche storie di presenze diaboliche che si aggirerebbero in questi sotterranei, e in particolare un fantasma, una donna, la “Maga Alcina” che comparirebbe ogni anno la notte del solstizio d’inverno, il 21 dicembre, all’ingresso della grotta. Finora nulla è stato trovato nella caverna. Negli ultimi decenni diversi gruppi di speleologi hanno esplorato le gallerie ma senza risultati di rilievo.

Filippo Re

 

Successo a Salbertrand per la Banda Musicale Alta Valle Susa

 

SALBERTRAND – Trionfo di note ed emozioni per la Banda Musicale Alta Valle Susa, apparsa in splendida forma durante il recente concerto estivo tenutosi a Salbertrand. Cornice eccezionale dell’evento è stata la storica Chiesa di San Giovanni Battista, che ha accolto un pubblico caloroso e partecipe. Gli spettatori hanno accompagnato con entusiasmo l’intera esibizione, chiedendo a gran voce il bis e dimostrando quanto il legame con la cultura e le tradizioni locali sia vivo e profondo, proprio come evidenziato anche dalle iniziative promosse dal Comune di Salbertrand. L’esibizione ha confermato ancora una volta la missione del gruppo: costruire emozioni e superare ogni barriera grazie al linguaggio universale dei suoni. Come ricordato dai musicisti, senza l’arte dei suoni sarebbe difficile capirsi ed entrare in una connessione così profonda. Questo evento si inserisce nel ricco panorama culturale del territorio sostenuto dalle iniziative regionali sul Piemonte Italia, dimostrando la capacità delle realtà musicali di unire le comunità montane e valorizzare i luoghi d’interesse storico e religioso della valle. Dopo il grande riscontro ottenuto e la consueta pausa estiva, la formazione riprenderà le sue attività in vista dei prossimi attesissimi appuntamenti sul territorio. L’agenda dei concerti ripartirà a settembre con una tappa a ExillesCittà il 20 settembre, per poi proseguire ad ottobre in occasione della storica Fiera Franca di Oulx il 4 ottobre. Due manifestazioni chiave per il territorio, dove residenti e turisti potranno nuovamente ascoltare dal vivo il talento, la passione e la maestria che caratterizzano questo storico ensemble.

Dessì, Gallo e Nunzio protagonisti a San Sicario alla Galleria Benappi

La stagione estiva della galleria Umberto Benappi di Sansicario prosegue con la mostra dedicata alla Scuola di San Lorenzo, a Gianni Dessì, Giuseppe Gallo e a Nunzio.
L’esposizione, che si avvale del supporto creativo di Riccardo Pietrantonio, rimarrà aperta dal 14 agosto al 27 settembre prossimo, dal martedì alla domenica, nelle fasce orarie 10-13 e 16-19.
I tre maestri in mostra rappresentano le figure centrali della cosiddetta Scuola di San Lorenzo, esperienza artistica nata a Roma tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, nell’omonimo quartiere  e formatasi intorno all’ex pastificio Cerere.
I tre artisti, pur sviluppando linguaggi autonomi e profondamente riconoscibili, condividono una ricerca capace di restituire centralità alla pittura, alla scultura, alla materia e al gesto, in dialogo con la memoria della tradizione e la sensibilità contemporanea.
Questi tre artisti, che si riconducono alla nuova stagione della Scuola Romana, hanno contribuito al rinnovamento dell’arte italiana, attraverso una pratica capace di coniugare rigore formale, intensità poetica e sperimentazione.
La mostra mette in luce le affinità e le differenze dei loro percorsi, offrendo al pubblico un’occasione per riscoprire una delle esperienze più significative dell’arte italiana contemporanea.

Gianni Dessì, nato a Roma nel 1955, compie una ricerca che si concentra sul rapporto tra pittura, spazio e materia, sviluppando un linguaggio in cui il quadro supera i propri confini tradizionali e dialoga con l’ambiente circostante. Molti dei suoi dipinti, infatti, non rimangono costretti entro i limiti della tela, ma si estendono oltre, invadono le pareti che li accolgono e sono parte di un processo di trasformazione che espande l’opera in uno spazio altro.
Attraverso l’uso di materiali diversi, superfici tridimensionali e interventi installativi, l’artista esplora temi come la memoria, il tempo e la percezione.
La sua arte si distingue per la continua sperimentazione formale e forza espressiva, dando vita ad opere che invitano lo spettatore a un’esperienza visiva e sensoriale.

Un linguaggio profondamente personale contraddistingue l’artista Giuseppe Gallo, nato a Rogliano, in provincia di Cosenza  nel 1954. Nella sua arte pittura, scultura e disegno dialogano attraverso un mondo di simboli, forme organiche e riferimenti alla natura, al mito, alla storia dell’arte. La libertà compositiva si accompagna al rigore compositivo, dando vita a opere in cui segni, immagini e colori si intrecciano in una riflessione poetica sulla memoria, sul tempo e sui processi di trasformazione. La sua capacità artistica consiste nel trasformare elementi del mondo naturale in un immaginario evocativo, che si apre a molteplici livelli di lettura.

Nunzio, originario di Cagnano Amiterno, in provincia di L’Aquila nel 1954, si può considerare uno tra i maggiori protagonisti della scultura italiana contemporanea. La sua ricerca si concentra sulle qualità espressive della materia, privilegiando materiali come il legno bruciato, il piombo e il gesso, capaci di diventare protagonisti di forme essenziali e potenti. Le sue opere instaurano un equilibrio delicato tra peso e leggerezza, presenza e vuoto, rivelando una concezione dell’opinione come luogo di intensa esperienza percettiva e spirituale. L’artista utilizza un linguaggio sobrio e rigoroso e conferisce alla materia una forte tensione poetica, evocando temi di memoria, trasformazione e tempo.

Galleria Umberto Benappi, Via Clos de la Mais C 13 Sansicario Alto, Cesana

Mara Martellotta