CULTURA E SPETTACOLI

Una notte al Museo del Cinema con il Club Silencio

Sabato 21 febbraio, dalle 19.15, Club Silencio e Museo Nazionale del Cinema accoglieranno i visitatori alla Mole Antonelliana con una straordinaria apertura serale in occasione della mostra “Pazza Idea”: le icone pop di Angelo Frontoni, il sound di Luke Barral, l’ascensore panoramico con un’esclusiva vista notturna sulla città, cinema, drink e molto altro. Il Museo Nazionale del Cinema, uno dei più visitati in Italia, apre le porte agli anni Settanta e Ottanta in occasione della mostra “Pazza Idea”, esposizione che racconta due decenni attraverso lo sguardo di Angelo Frontoni, il fotografo che ha ritratto grandi protagonisti del cinema, della moda e della televisione, quali Ornella Vanoni, Brigitte Bardot, le gemelle Kessler e Raffaella Carrà.

La Mole si svela in una veste inedita per un viaggio nella storia del cinema, dalle origini ai giorni nostri, un percorso immersivo tra scenografie, proiezioni, effetti speciali e reperti iconici. Da non perdere anche “Manifesti d’artista”, la mostra temporanea con importanti locandine cinematografiche realizzate da illustri creativi.

L’ascensore panoramico conduce al tempietto della Mole Antonelliana: 85 metri d’altezza offrono una prospettiva insolita su Torino, eccezionalmente visibile nella sua affascinante atmosfera notturna. Luke Barral animerà l’atmosfera con un set musicale ispirato agli anni Settanta, mentre il lounge bar offrirà una selezione di drink, birre e vino per completare l’esperienza.

Info: sabato 21 febbraio-ore 19.15 -00.00 – ultimo accesso alle ore 23 – ultimo accesso alla visita ore 22.45

Mara Martellotta

Giuseppe Allamano, l’Africa e la Consolata nel suo cuore

I primi quattro missionari della Consolata partirono da Porta Nuova l’8 maggio 1902 con destinazione il Kenya. A salutarli in stazione c’era don Giuseppe Allamano, il santo sociale astigiano che aveva nel sangue l’Africa e la missione ma che non lasciò mai Torino. Lo ricordiamo a cent’anni dalla morte, il 16 febbraio 1926. Fu il fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata. In treno i sacerdoti raggiunsero il porto di Marsiglia e si imbarcarono per il Kenya. Si riposarono a Mombasa alcuni giorni e poi raggiunsero Nairobi dopo 24 ore di viaggio. Era l’inizio di una bellissima avventura. Alcuni mesi dopo li raggiunsero altri quattro sacerdoti e un laico. E poi fu la volta di altri religiosi, tutti inviati in quelle terre lontane, dal Kenya all’Etiopia, dalla Tanzania alla Somalia, dal sacerdote astigiano che dedicò la sua vita alla formazione di missionari e suore missionarie affinché portassero il Vangelo alle genti del mondo. I primi anni Allamano li trascorse in Vanchiglia a Torino, poi lanciò le missioni in Africa e si occupò del restauro del Santuario della Consolata.
La sua missione non fu solo professione di fede ma attenzione ai poveri, ai malati e alla promozione della dignità umana. Per Giuseppe Allamano tutti sono missionari, anche chi non parte per terre lontane può vivere la sua missione, in famiglia come nel lavoro. Nato a Castelnuovo d’Asti (1851-1926) da una famiglia contadina, compaesano di don Bosco, rimasto orfano di padre a tre anni, studiò a Valdocco nell’oratorio salesiano di don Bosco che fu il suo direttore spirituale. Ordinato sacerdote nel 1873 venne poi nominato rettore del Santuario della Consolata nel 1880. La chiesa aveva bisogno di urgenti lavori di restauro: una parte del denaro fu messo a disposizione dalla Casa Reale ma il grosso delle entrate arrivò dalle offerte dei fedeli. Nel 1901 Allamano fondò l’Istituto Missioni della Consolata in corso Ferrucci 14 e, nove anni dopo, un secondo Istituto, quello delle Suore Missionarie della Consolata. Morì di polmonite a Torino e ai suoi funerali una grande folla gremì la sua Consolata. Nel 1990 è stato proclamato Beato da papa Giovanni Paolo II e nel 2024 canonizzato da papa Francesco dopo l’approvazione di un miracolo avvenuto in Amazzonia. Giuseppe Allamano riposa nella Casa Madre dei Missionari della Consolata. Lunedì 16 febbraio, memoria liturgica del santo, alle 11.00 nella chiesa dei Missionari in corso Ferrucci 14 a Torino si terrà una funzione religiosa presieduta dal Superiore generale e alle 18.00 la santa Messa alla Consolata.                              Filippo Re
nelle foto: don Giuseppe Allamano
Missionari della Consolata in Kenya

La scrittura e la disperazione, la vita e la morte nel film di Chloé Zhao

Sugli schermi “Hamnet” pronto alla consegna degli Oscar

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Si inizia all’interno di una foresta, un clima incantato, avvolto di magia, il suo fogliame verdissimo e copioso, con Agnes rannicchiata, come in un abbraccio, dentro la radice di un albero, si termina con Will che, al fondo della scena del Globe, accarezza – un abbraccio riconquistato, caldo, liscio su quella superficie – il fondale a rappresentare un altro bosco. Tra queste immagini di natura, Chloé Zhao – nascita a Pechino, figlia di un dirigente d’acciaieria e d’una infermiera, studi tra Los Angeles e New York, con Nomadland Oscar 2021 come miglior film e miglior regista, tralasciando il Leone d’oro a Venezia e i Golden Globe e i Bafta, giunta oggi al suo quinto lungometraggio – adatta il romanzo di Maggie O’Farrell (con lei a centellinare la sceneggiatura che se la dovrà vedere con il primo nemico Paul Thomas Anderson di Una battaglia dopo l’altra) e tra verità storica e avventura letteraria (quella stessa che fece in tempi neppur troppo lontani nascere l’autore in terra italiana o affidò ad altri la bellezza e l’autorevolezza dei suoi scritti, non ultimi il nobile de Vere o Bacone) guarda alla nascita di quell’”Amleto” che il Bardo rappresentò attorno all’anno 1600.

Un po’ di magia (o blanda stregoneria) che mette le radici nella figura materna, da parte di Agnes (storicamente Anne Hathawey, ma i nomi nella scrittura dell’epoca vanno e vengono, come sarà in seguito per la somiglianza Hamnet/Hamlet), le giornate errabonde e i succhi di erbe medicamentose, prima la ritrosia verso il giovane Will, il figlio del guantaio, il maestro di latino, un ragazzo con tanto intelletto ma senza un minimo di senso, gli rinfacciano in famiglia, e l’innamoramento e la passione a scorgere quanto di sentimento stia nel cuore di quel giovane – molto molto “in love”, se vogliamo riandare con la memoria ad un altro film che tracciava un piccolo spazio nella vita dello scrittore antico, quella volta parlavamo di Giulietta e di Romeo -, il matrimonio ostacolato ma affrettato per la nascita della figlia Susannah, quella piccola comunità di Avon che sta stretta a Will capace di sognare la Londra dove abita la corte, dove si scrive, dove i teatri e le compagnie vivono. Una famiglia fatta di una felicità che però dura poco: Will è assente, è assente quando nasce la primogenita, sarà assente tredici anni dopo quando venne colpita dalla peste che serpeggiava dalla capitale, per guarirne ma per vedere morire il gemello Hamnet, undici anni. Anche di fronte a quella morte Will era assente, fugge e rifugge, a Londra scrive e mette in scena, respira un’aria che gli è più consona, cercata, inseguita: il suo nome completo, William Shakespeare, lo sentiremo soltanto verso la conclusione della vicenda. Agnes, tuttavia, non gli perdona quell’assenza, le sofferenze di quel bambino a cui non ha assistito: soltanto quando sentirà dell’aspettativa che c’è attorno a un nuovo lavoro di Will, partirà per Londra e davanti a quel proscenio ritroverà quegli stessi gesti che li hanno fatti innamorare, nel fantasma del vecchio re, a cui il marito dà cuore e disperazione, intravede la tragedia che in maniera del tutto diversa dalla sua l’ha colpito, in quell’antro oscuro che s’apre nel fondale ricorda quello giovanile della foresta, luogo di passaggio tra la vita e la morte.

Anche la porta che segna il tramite tra il resto della casa e la stanza dove è disteso il corpo del piccolo Hamnet ha le sembianze di un passaggio tra il mondo dei vivi e quello di una sorta di al di là, questo come ogni immagine di interni o di mondo naturale che occupi il film di Zhao con la splendida fotografia di Lukasz Zal (Ida di Pawlikowski e La zona di interesse di Jonathan Glazer), fatta di ampiezze cromatiche e di candele poggiate sul tavolo al quale un febbricitante Will sta lavorando. Stati d’animo, rabbia e perdono, erotismo, natura e famiglia, il rapporto coniugale e la visione di un mondo patriarcale, fatto altresì di egoismi e angherie, il dolore vissuto dai due protagonisti sotto una ben diversa forma, Agnes tra urla strazianti (scene che nella loro grandezza s’accompagnano di diritto a quelle dei due parti, eccezionali di verità), Will rifugiandosi nel lavoro (la rabbia senza confini con cui spunta il suo mezzo di scrittura) e nella fuga: mai mélo ma uno stralcio di vita visto in tutta la sua drammaticità autentica, laddove Zhao forse non riesce a raggiungere il racconto eccelso di Nomadland ma dove pure, in qualità di grande regista, intreccia azioni e sguardi con estrema sicurezza e partecipazione.

La statura della regista, al di là di qualche impercettibile dubbio, si rende nuovamente completa nell’ultima parte, nella rappresentazione d’Amleto, nel popolo che invade in teatro, nell’uccisione di re Claudio, nel fantasma paterno e nell’attore Will che incrocia gli occhi della sposa che nel superamento del dolore sente nuovamente e completamente sua, nell’”essere o non essere”, nella tragedia in cui prende posto interpretativamente Noah Jupe (di accenti sinceri), ora infelice principe su quel palcoscenico in luogo del fratellino Jacobi (naturalmente bravissimo), sino a quel momento Hamnet (la continuità anche nella foggia degli abiti). Poi ogni cosa si conclude e il resto, come sappiamo, è silenzio. La parola, il teatro che cura, che ripone le pene e in qualche modo le ammorbidisce e le cancella, il teatro che come quelle porte si fa tramite tra questo mondo, con i propri lati oscuri e l’altro, vero o immaginato, stregonisticamente creduto, costruito sulla riappacificazione.

È un film sulla ricerca di un’ispirazione, ma non soltanto, è fatto di fisicità catturata ed emozioni raffinate Hamnet – Nel nome del figlio, e quei tratti i due interpreti li esprimono tutti, in un carico di perfetto contatto. Eccellente Paul Mescal, che cuce addosso al suo Will quel che di storico sappiamo e quanto le ricerche e le leggende ci lasciano intuire; certo non può farcela di fronte alla prova superba – ha già vinto un Globe, ma se non sarà lei a stringere tra le mani lo zio Oscar, chi mai potrebbe essere quest’anno? – di Jessie Buckley, un’interpretazione “da incubo”, esatta e accorata, una sfumatura incessante, un battito di cuore accalorato e sincero, come erano quelli delle ali del falco quando le volava sul braccio, in piena libertà ambedue, là nel verde della foresta.

“Modulazioni – Resounding”, il Festival di Musica Antica

Ritorna a Cuneo per la sua V edizione, che unisce tradizione e innovazione

Da venerdì 20 febbraio, ore 20,30

Cuneo

Prodotto da “Maestro Società Cooperativa” e organizzato da “Noau Officina Culturale”, ritorna a Cuneo “Modulazioni”, l’atteso “Festival di Musica Antica”, sapientemente giocata e proposta fra suoni che arrivano dalla più nobile tradizione e guizzi innovativi che caratterizzano note e percorsi musicali di altrettanto piena godibilità. Alla sua V edizione, la “Rassegna” prende, quest’anno, il titolo significativo e coinvolgente di “Resounding – Risonante” e, per quanti vogliono da subito conoscerne tutti i dettagli, verrà presentata giovedì 19 gennaio febbraio, ore 18, presso il “Museo Diocesano” di Cuneo, in Contrada Mondovì, 15.

Già si può comunque anticipare che l’edizione 2026 si svilupperà su tre fine settimana nel corso dell’anno e che l’inizio ufficiale è fissato per venerdì 20 febbraio (ore 20,30), presso il “Complesso Monumentale di San Francesco” (via Santa Maria, 10), con “Oltre il visibile – Il respiro dello spazio”, un’autentica esperienza sensoriale dedicata alla polifonia vocale di compositori, fra i più importanti di epoca rinascimentale, quali gli inglesi Thomas TallisOrlando GibbonsWilliam Byrd e il gallese (membro di spicco della “Scuola Madrigalistica”)  Thomas Tomkins.

In quest’ambito, felice ancora una volta la scelta di “Modulazioni” nel promuovere, come da giusta abitudine, la “creatività giovanile”, affidando la direzione al giovane svizzero Cyrille Nanchen, al suo debutto in Italia, ed integrando nel programma il progetto di “Laurea in composizione e sound design” di Simone Giordano. Partecipa l’ensemble vocale “Modulazioni Lab” composto da Naoka Ohbayashi e Francesca Cassinari (soprani), Annalisa MazzoniGiulia Beatini e Paola Cialdella (alti), Roberto Rilievi e Alessandro Baudino (tenori), Rafael GalazJonas Yahure ed Enrico Correggia (bassi).

La serata d’esordio rientra nel programma di eventi collaterali della mostra “La Galleria Borghese. Da Raffaello a Bernini. Storia di una collezione”, ospitata sempre presso il “Complesso Monumentale di San Francesco” e promossa da “Fondazione CRC” e “Intesa Sanpaolo”.

Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria su “Eventbrite”.

Il fine settimana inaugurale prosegue sabato 21 febbraio, alle 18presso il “Circolo ‘L Caprissi” (piazza Boves, 3) a Cuneo con il delicato recital di Elisa La Marca, talentuosa ed ormai affermata liutista milanese, che presenta il suo primo lavoro discografico da solista, “The Queenes Maskes”, interamente consacrato alla “musica inglese” di corte.

Domenica 22 febbraioalle 17, presso il “Rondò dei Talenti” (via Gallo, 1), spazio invece a “Suite biberon – Antico bestiario danzante”, primo appuntamento di “Modulazioni Kids”cartellone di quattro concerti/spettacolo dedicati a famiglie con bambini da 0 a 6 annia cura di “InCantabimbi”.

“Il Festival 2026 di ‘Modulazioni’ – affermano i direttori artistici ed ideatori della Rassegna, Alessandro Baudino e Paola Cialdella – invita il pubblico a un nuovo disegno. ‘Resounding’ è il tema che attraversa l’anno: tre fine settimana – a febbraio, giugno e settembre – ne scandiscono il battito, aprendo percorsi musicali dedicati in prevalenza al repertorio inglese, fra sentieri inesplorati e riscoperte. In questo dialogo fra passato e presente, l’innovazione e lo sguardo attento alla contemporaneità si fondono con una restituzione essenziale dell’esperienza concertistica, riaffermando l’identità del Festival: un luogo vivo, in cui la musica abita gli spazi, li attraversa e si offre all’ascolto nella sua forma più pura e luminosa”.

Il programma di “Modulazioni” proseguirà nel corso dell’anno con altri appuntamenti, in programma da giovedì 18 a sabato 20 giugno e il 131718 e 19 settembre. Prima si terranno tre nuovi appuntamenti con “Modulazioni Kids”: al primo incontro di domenica 22 febbraio, seguiranno altri spettacoli in agenda domenica 22 marzo (“Vértigo biberon”), domenica 12 aprile (“Resounding biberon”) e domenica 10 maggio (“Petit biberon”) sempre al “Rondò dei Talenti” di Cuneo, ore 17.

Per info sul programma nel dettaglio: www.modulazioni.net/modulazioni-kids

  1. m.

Nelle foto: Logo “Modulazioni –Resounding”; Cyrille Nanchen e Elisa La Marca

A San Valentino in coppia al museo

 

 

Sabato 14 febbraio un solo biglietto a chi si presenta in coppia

Offerta valida per le mostre temporanee e le collezioni permanenti di GAM, MAO

e Palazzo Madama

In occasione di San Valentino, sabato 14 febbraioGAMMAO e Palazzo Madama propongono una speciale promozione dedicata a ogni coppia, senza distinzione di genere, sesso, età e relazione.

 

Tutti i visitatori che si presenteranno in due (coniugi, fidanzati, genitori e figli, amici o parenti) potranno accedere alle collezioni permanenti e alle mostre temporanee Notti. Cinque secoli di sogni, stelle e pleniluniLinda Fregni Nagler. Anger Pleasure FearElisabetta Di Maggio. Frangibile Lothar Baumgarten. Culture Nature alla GAM e Chiharu Shiota: The Soul Trembles al MAO con la formula 2×1, pagando un solo biglietto a prezzo intero e valido per 2 persone.

L’offerta è valida solo sul biglietto intero. Non cumulabile con Abbonamento Musei e Torino Piemonte Card.

 

Completa l’iniziativa un ricco calendario di visite guidate tematiche a cura di Coopculture:

 

sabato 14 febbraio ore 15:30

LE MILLE E UNA DECLINAZIONI DELL’AMORE NELLE OPERE DEL MAO

Il percorso di visita condurrà il pubblico alla scoperta delle opere d’arte del museo accomunate dal tema amoroso e sessuale in ambito buddhista e induista. L’apprezzamento dell’estetica delle opere del Subcontinente indiano e della Regione Himalayana andrà di pari passo con l’approfondimento di tematiche connesse alla sfera amorosa nelle sue innumerevoli sfumature.
NB percorso consigliato per il solo pubblico adulto.

 

sabato 14 febbraio ore 15:30 
MANO NELLA MANO: AMORI CELEBRI A PALAZZO MADAMA

A Palazzo Madama, le collezioni raccontano grandi amori della storia attraverso dipinti e raffinati oggetti decorativi. Durante la visita, i partecipanti possono seguire le tracce di passioni celebri e legami importanti. I due grandi ritratti equestri in Sala Guidobono narrano un’unione storica: Carlo Emanuele II, imponente opera del Brambilla e, sulla parete opposta, Maria Giovanna Battista Savoia Nemours: un matrimonio durato dodici anni specchio della storia sabauda di XVII secolo. Coppie famose, simboli di fedeltà, graziosi putti che scoccano dardi: l’amore è ovunque. I variegati e intriganti i lambriggi in Camera Nuova svelano storie e passioni che, da sempre, sono state ispirazione d’arte: Diana e Endimione; Giove, Danae e la pioggia d’oro: fin dalla antichità il nobile sentimento è stato protagonista nell’arte e nella vita.

 

sabato 14 febbraio ore 16:00

NOTTI D’AMORE: SAN VALENTINO ALLA GAM

In un pomeriggio dedicato all’amore, entreremo nella mostra “Notti” lasciandoci guidare dalle opere e dalle loro ombre. Tra immagini che si accendono nella penombra e poesie d’amore lette lungo il percorso, scopriremo come la notte sappia custodire emozioni, incontri e desideri.

Un breve viaggio nel museo, e dentro di noi, per celebrare l’amore in tutte le sue forme.

 

Costo di ogni visita guidata: 10€ a partecipante
Costi aggiuntivi: biglietto d’ingresso al museo; gratuito per i possessori di Abbonamento Musei.
Acquisto online su  https://tickets.fondazionetorinomusei.it/webshop/webticket/eventlist?production=117 fino a esaurimento posti disponibili.
Informazioni t. 011.19560449 oppure ftm.prenotazioni@coopculture.it

Gianduiotto d’Oro a Beatrice Venezi: sold out al teatro Juvarra per EnjoyBook

Dopo il successo della serata inaugurale con Giuseppe Lavazza, nella serata di giovedì 12 febbraio, in un teatro Juvarra sold out, si è svolto “Voci fuori dal coro”, il secondo dei sette appuntamenti che compongono la rassegna “EnjoyBook”, promossa da Marco Francia, Maurizio Conti e Cristiana Ferrini. 

Il talk è stato moderato dall’inviato Mediaset Marco Graziano e ha avuto come protagonista principale il direttore d’orchestra Beatrice Venezi, classe 1990, artista talentuosa che ha saputo portare sul palco la freschezza dei suoi 35 anni in armonia con una dialettica da veterana, supportata da una carriera che le sta procurando grande consenso e notorietà anche all’estero, e che non le ha fatto mancare la possibilità di misurare il proprio carattere di fronte a momenti di accese polemiche, innescate dalla recente nomina a direttrice musicale del Teatro La Fenice di Venezia, una decisione che ha suscitato contestazioni da parte di professori e direttori d’orchestra, oltre che dai lavoratori della Fenice.

La dimensione sociale in cui vive la donna oggi, la necessità di seguire con coraggio un sogno e il valore dei ricordi sono stati i temi dominanti di “Voci fuori dal coro”, che ha visto in scena, insieme a Beatrice Venezi, l’avvocato Annamaria Bernardini De Pace, capace di un’ironia tagliente, acuta, che dedica da sempre gran parte del suo lavoro alla protezione e alla crescita del mondo femminile, e il poliedrico artista e produttore musicale Cesare Rascel, figlio dell’amatissimo attore Renato e dell’attrice Giuditta Saltarini, che ha portato all’Enjoybook il racconto dei suoi prossimi progetti, tra i quali una produzione per il prossimo Festival di Sanremo, e un momento di ricordo umano e artistico molto toccante legato ai suoi genitori.

“Tengo a essere definita ‘direttore’ e non ‘direttrice’ – ha esordito Beatrice Venezi – poiché tutto parte dal ruolo, quello di Maestro, il titolo accademico riconosciuto per il direttore d’orchestra, l’unico. Essendo di mentalità anglosassone, credo sia più importante concentrarsi esclusivamente sul ruolo che si ricopre, indipendentemente dal genere”.

“Il ruolo di direttore d’orchestra, storicamente, ha avuto un’impronta prettamente maschile. Ora le cose stanno cambiando, questo divario numerico sta cominciando a ‘chiudere la propria forbice’ aprendosi a una direzione d’orchestra anche femminile. Credo sia una questione prettamente culturale e geografica: tutto ciò che riguarda la parità di genere è molto più faticosa da conquistare nei Paesi latini che non in quelli anglosassoni o asiatici. Per quanto mi riguarda, cerco anche di non definirmi ‘giovane direttore’, nonostante i miei 35 anni, per non cadere in un facile stigma che non rappresenta l’esperienza più che decennale del mio lavoro. Io non arrivo da una famiglia di musicisti, mi sono costruita questo percorso con le mie forze, la mia resilienza e il coraggio nel gestire i momenti più delicati. L’amore per la musica è nato naturalmente, mi sono diplomata in pianoforte nel 2010 con Norberto Capelli, all’Istituto Superiore di Studi Musicali Rinaldo Franci di Siena, ho approfondito gli studi con Piero Bellugi a Firenze e in seguito con Gianluigi Gelmetti presso l’Accademia Chigiana di Siena, successivamente ho studiato Composizione con Gaetano Giani Luporini  e, nel 2015, ho conseguito il diploma in Direzione d’orchestra presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, sotto la guida di Vittorio Parisi. Da quel momento è cominciata una carriera ricca di soddisfazioni e riconoscimenti, che mi ha portata a esibirmi anche in Argentina, quando al Teatro Colòn di Buenos Aires, di cui sono diventata Direttore Principale Ospite, ho diretto la Turandot nell’ambito della rassegna Divina Italia, e poi in Canada, in Francia, nel Regno Unito, in Corea del Sud, a Macao, dove ho diretto la Shenzhen Symphony Orchestra nel Galaxi Opera Gala con Placido Domingo”.

“La bacchetta del direttore d’orchestra – conclude Beatrice Venezi – ha una simbologia anche magica, non a caso i maghi usano le bacchette. Nel nostro caso il prodigio si verifica quando l’energia del gesto viene trasmessa dalla bacchetta a tutta l’orchestra. La stessa musica, suonata dalla medesima orchestra ma interpretata da direttori differenti, verrà percepita sicuramente in maniera diversa. Vorrei che la mia storia e la passione con cui porto avanti il mio lavoro possano essere d’esempio ai giovani per continuare a credere nei loro sogni”.

“Penso che Beatrice Venezi sia un orgoglio italiano – ha sottolineato Annamaria Bernardini De Pace – un’eccellenza che, paradossalmente, solo in Italia può succedere di voler affossare. Lei rappresenta il presente e il futuro della grande tradizione musicale italiana. Nel mio lavoro da avvocato ho sempre cercato di infondere alle donne quel senso di protezione e coraggio che sono fondamentali per costruirsi un’immagine piena e una vita indipendente. Sono davvero troppe le donne che, ancora oggi, sopportano umiliazioni e violenze per paura di non poter acquisire un’indipendenza, e non si rendono conto di mettere in atto comportamenti che si alimentano in maniera transgenerazionale, appesantendo la catena un anello dopo l’altro. Sono storie che sento tutti i giorni, storie comuni di vita familiare a cui cerco in prima persona di dare una svolta, lavorando sulla consapevolezza”.

L’avvocato Annamaria Bernardini De Pace ha concluso il suo intervento ricordando i tanti anni d’amicizia con Ornella Vanoni, il profondo senso d’umanità che la caratterizzava e il reciproco sostegno in diverse fasi della vita.

“Provo un grande amore verso il mondo femminile – ha raccontato Cesare Rascel – mi sono sempre trovato in armonia con le donne e, per qualche ragione, sarà perché sono stato cresciuto prevalentemente da mia mamma, Giuditta Santarini, umanamente e professionalmente ne sono sempre stato circondato, e l’ho sempre percepita come una grande fortuna. Inoltre ho una figlia di 12 anni e posso affermare con certezza quanti grandi valori e, se mi permettete, quante ‘marce in più’ dimostrano le donne fin dalla giovane età. Il rapporto con mio padre è stato particolare: intanto c’erano tra noi 61 anni di differenza, aspetto che ci ha limitato nel vivere alcune delle esperienze comuni tra padre e figlio, ma ho costruito insieme a lui, nel tempo, un bel rapporto umano, sincero, che lo ha portato anche a fidarsi molto delle mie opinioni rispetto al suo lavoro di attore”

Cesare Rascel, che vive oggi tra l’America e l’Italia, parteciperà al Festival di Sanremo 2026 come produttore.

“A più di sessant’anni dalla vittoria di mio padre, in coppia con Tony Dallara, con la canzone ‘Romantica’ – conclude Cesare Rascel –  un Rascel torna a Sanremo: in questo caso a supporto del mio socio Beppe Stanco e di quei fantastici artisti che sono Blind, El Ma & Soniko, in gara con il brano ‘Nei miei DM’ nella categoria delle Nuove Proposte della 76esima edizione del Festival”.

A Beatrice Venezi è stato consegnato il Gianduiotto d’Oro, assegnato nell’ambito della rassegna EnjoyBook 2026.

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Giovedì 19 febbraio, al teatro Juvarra, Tommaso Cerno sarà ospite dell’EnjoyBook per un incontro dal titolo “Controcorrente per scelta”, insieme a Vladimir Luxuria.

I biglietti sono acquistabili su Mailticket al costo di 33 euro, di cui 3 saranno devoluti alla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro di Candiolo.

https://www.mailticket.it/rassegna-custom/301/enjoybook-2026–storie-di-libert%C3%A0-e-visione

 

Gian Giacomo Della Porta

“Adotta uno scrittore, una scrittrice”… da Torino ad Addis Abeba

Per la prima volta, il “Progetto didattico” voluto dal “Salone del Libro” di Torino varca i confini nazionali e vola nella Capitale etiope

Dal 18 febbraio al 18 maggio

Ormai giunto alla sua XXIV edizione, il Progetto didattico e culturale “Adotta uno scrittore, una scrittrice” – voluto in prima battuta dal “Salone Internazionale del Libro di Torino” e rivolto alle scuole piemontesi e italiane (dalle elementari all’Università, comprese quelle aperte in carceri e in ospedali) – sconfina dalle “italiche frontiere” per portare la sua voce e i suoi principi niente meno che in Etiopia, ad Addis Abeba. Alla guida dell’“ardimentosa” spedizione sarà la stessa direttrice del “Salone” subalpino, la scrittrice Annalena Benini, benevolmente ospitata all’Istituto Omnicomprensivo “Galileo Galilei” della capitale etiope, da mercoledì 18 a sabato 21 febbraio prossimi.

Le cifre, da sole, danno l’idea dell’importanza e dell’ampia inclusività del “Progetto” che vede, accanto all’impegno del “Salone del Libro”, il sostegno della “Consulta delle Fondazioni di origine bancaria del Piemonte e della Liguria” e la collaborazione della “Fondazione con il Sud” e di “Iveco Group”: in totale 40 autrici ed autori incontreranno studentesse e studenti di 40 scuole, nonché carceri e ospedali di 9 regioni italiane, dal nord al sud della penisola.

A conti fatti, saranno dunque ben 972, quest’anno, le studentesse e gli studenti coinvolti, tra febbraio e maggio, nelle regioni di PiemonteLiguriaBasilicataCalabriaCampaniaPugliaSardegna e Sicilia. Ogni adozione prevede tre appuntamenti in classe per ciascuna autrice e ciascun autore adottati e il quarto conclusivolunedì 18 maggio, alla chiusura della XXXVIII edizione del “Salone Internazionale del Libro”  al “Lingotto Fiere” di Torino. Per la terza volta, partecipa nuovamente al “Progetto” anche una classe di minori stranieri non accompagnati e studenti recentemente arrivati in Italia  che ancora non parlano, o parlano poco, la lingua italiana, presso il CPIA 3 – Centro Provinciale per l’Istruzione degli Adulti “Tullio De Mauro” di Torino.

“In più di vent’anni di attività, ‘Adotta uno scrittore, una scrittrice’ – dicono gli organizzatori – ha saputo creare non solo significativi momenti di approfondimento sulla lettura e formative occasioni di confronto sulla scrittura, ma soprattutto felici opportunità di ‘discussione e dialogo’ sui tanti temi e spunti che le pagine dei libri sanno da sempre offrire … Grazie al ‘clima di collaborazione’ che si crea nella dimensione intima e accogliente delle classi, ogni adozione si presenta unica e irripetibile, avvalorata dalla possibilità, per le autrici e gli autori adottati, di poter sfruttare il tempo a disposizione in completa libertà e creatività, dedicando uno spazio anche ai propri libri, che vengono dati in dono a ciascun studente. Gli appuntamenti accompagnano bambine, bambini, ragazze e ragazzi sulla strada della formazione di uno spirito critico e di una capacità di riflessione, per aiutarli ad appropriarsi di un loro personale sguardo sul mondo”.

Dopo il successo delle due precedenti “adozioni residenziali”, nel 2024 e nel 2025, quest’anno saranno tante e tanti le autrici e gli autori che risiederanno per più giorni consecutivi in una città, per incontrare quotidianamente studentesse e studenti, come Annalena Benini (Addis Abeba), Antonella Lattanzi (Lecce), Marco Magnone (Lipari), Marilena Umuhoza Delli (Genova), Daniele Bonomo “Gud” (San Damiano d’Asti), Andrea Antinori (Brusasco), Valentina Maselli (Strambino), Simone Rea (Torino), Fabrizio Rondolino (Domodossola) e Giovanni Colaneri (Rivoli).

Grazie al “Progetto”, nel corso degli anni sono state portate a termine 585 adozioni, per un totale di 16.250 studentesse e studenti, dalla scuola primaria alle università fino agli istituti carcerari, coinvolgendo 420 tra le autrici e gli autori più importanti della letteratura italiana degli ultimi quarant’anni.

Cifre sicuramente notevoli. Aride in sé, se non si tiene conto di quanto sta dietro a dei semplici numeri. Tantissimo impegno, un oceano di disponibilità e la forza di una visione capace di connettere la trasparenza letteraria alla più terrena quotidianità in uno scambio di reciproche esperienze ed informazioni, atte a meglio affrontare le contingenti sfide della realtà. Presente e futura.

Per info e programma dettagliatowww.salonelibro.it

g.m.

Nelle foto: Annalena Benini (Ph. Chiara Pasqualini); Marco Magnone (Ph. Luca Fumero) e Valentina Maselli

L’emozionante storia di Claudette Colvin approda a Torino

 

Al Polo del Novecento di Torino arriva NOIRE, un’installazione in realtà aumentata dedicata a Claudette Colvin, in programma dal 12 al 24 febbraio in occasione del Black History Month.

 

Dopo l’inaugurazione al Centre Pompidou di Parigi e le tappe internazionali che l’hanno portata al Tribeca Film Festival di New York e al Digital Culture Center di Milano, l’opera approda in città con un progetto che unisce memoria storica, tecnologia e partecipazione attiva del pubblico.

L’esperienza dura 32 minuti e si sviluppa all’interno di uno spazio immersivo in cui elementi reali e virtuali convivono. I visitatori non sono semplici spettatori, ma diventano parte della narrazione, muovendosi fisicamente nell’ambiente e vivendo in prima persona il gesto rivoluzionario compiuto nel 1955 a Montgomery da Claudette Colvin, la quindicenne afroamericana che si rifiutò di cedere il posto sull’autobus a una persona bianca, anticipando di mesi l’atto simbolico che avrebbe reso celebre il movimento per i diritti civili. Attraverso suoni, immagini e interazioni digitali, il pubblico sperimenta il peso del pregiudizio, la tensione della scelta e il coraggio di una decisione che ha segnato la storia ma che per lungo tempo è rimasta ai margini della memoria collettiva.

Il direttore del Polo del Novecento, Alessandro Rubini, spiega come “il progetto si inserisce pienamente nella missione dell’istituzione, da sempre impegnata a raccontare il Novecento e le sue fratture sociali e culturali. Si tratta di una storia che parla di discriminazione di razza e di genere, temi centrali per comprendere il secolo scorso, ma affrontati con un linguaggio nuovo, quello della realtà immersiva. L’obiettivo è permettere alle persone di stare idealmente al fianco di Claudette Colvin, di vivere il pregiudizio come lo ha vissuto lei e di riconoscere il coraggio delle sue scelte, mettendo in luce la difficoltà degli eroi che non sempre vengono celebrati. Proporre contenuti di grande qualità attraverso strumenti innovativi diventa così un modo per coinvolgere pubblici diversi e stimolare una partecipazione più profonda e consapevole.”

Particolare attenzione è rivolta ai giovani e alle scuole. L’installazione è pensata come esperienza multiplayer per gruppi di dieci persone, una scelta che ha portato a strutturare un percorso didattico articolato. Prima dell’attività immersiva gli studenti vengono introdotti ai temi della discriminazione razziale e di genere del Novecento; al termine, invece, è previsto un momento di confronto e dibattito per rielaborare quanto vissuto. L’intento non è solo trasmettere informazioni, ma far percepire emotivamente queste storie, raccogliendo le reazioni dei ragazzi e stimolando il dialogo anche fuori dall’aula, nelle famiglie e nella vita quotidiana.

“NOIRE rappresenta anche un banco di prova per il futuro del Polo del Novecento”, conclude il Direttore Rubini. “L’istituzione intende sperimentare nuovi linguaggi insieme ai partner e al proprio pubblico, osservando quali strumenti riescano davvero a generare coinvolgimento ed emozione. Se l’esperimento funzionerà, questo progetto sarà soltanto il primo di una serie di iniziative che utilizzeranno le tecnologie immersive per raccontare la storia contemporanea. In questo modo la memoria esce dai confini tradizionali dell’esposizione museale e diventa un’esperienza concreta, partecipata e attuale, capace di parlare alle nuove generazioni con strumenti vicini al loro modo di vivere e percepire il mondo.”

L’appuntamento al Polo del Novecento è uno di quelli che se lo sai, corri a vederlo. Se lo scopri una volta terminato, te ne penti. Qui trovate il link per prenotarvi: https://www.eventbrite.it/e/noire-installazione-di-realta-aumentata-tickets-1980457034302?aff=oddtdtcreator

Lori Barozzino

Turymegazeppa: vi racconto il Supermarket

Venerdi 13 e sabato 14 febbraio lo storico Supermarket di Viale Madonna di Campagna 1 chiude i battenti. Ripercorriamo la sua storia con il mattatore indiscusso del locale.

 

Disclaimer: questa è un’intervista che non segue la consecutio temporum, le premesse spuntano dopo l’enunciazione dei fatti, e il discorso può improvvisamente virare su traiettorie inattese. E non è colpa mia.

Avete mai sentito parlare del concetto di serendipità? Si tratta di trovare inaspettatamente qualcosa, o qualcuno, mentre si è occupati a cercare tutt’altro. Quando io e quelli della mia generazione abbiamo iniziato a uscire la sera, verso metà degli anni ’90, sceglievamo i locali in base al tipo di musica che volevamo ascoltare. Sapevi che se volevi un determinato stile potevi andare in quel giorno della settimana, in quel determinato locale. Ci si muoveva tra i Docks Dora e l’Hiroshima, passando per Zona Castalia. E poi c’erano ovviamente i Murazzi, l’ultima tappa della serata. Non dico fosse tutto prevedibile, ma a grandi linee potevi scegliere in base a ciò che cercavi.

Poi c’era quello che i ragazzi oggi definirebbero il glitch nel Matrix, l’elemento imprevedibile e dissonante. Un personaggio flamboyant, ingestibile per sua stessa ammissione, in grado di farti ascoltare musica dark intervallata da brani di Raffaella Carrà: TURY-MEGA-ZEPPA.

Vi ricordate la prima volta che siete finiti al Supermarket? Perché molto probabilmente è lì che lo avete incontrato senza avere assolutamente idea di cosa avreste trovato. Sabato 14 febbraio il Supermarket chiude definitivamente e così se ne va un bel pezzo di storia torinese lunga trent’anni. Ed io sono andata a farmela raccontare da lui: Pier Paolo Bettinardi.

Innanzitutto, chi eri prima di diventare Turymegazeppa?

Andando a ritroso nel tempo, prima militavo nei centri sociali, facevo occupazioni, per cui avevo già un concetto molto blindato dell’anarchia. Ho passato tutto il periodo dei primi anni ’90, a fare occupazioni e a creare situazioni dentro i centri sociali, quando l’anarchia era un concetto molto forte, molto rigido. E da lì ho iniziato a creare del clubbing.

E la prima volta che sei finito dietro una console?

Nel 1986 ad Avigliana, esattamente… Terrazze lago, non me lo ricordo più. Nell’86 fu una delle mie prime serate e poi verso l’89 a Torino.

E lì hai detto: questo è il mio lavoro.

Allora, io avevo un lavoro “normale”. Però calcola che comunque nei primi anni ’90 avevo un gruppo e giravamo tutta l’Europa, quindi vivevo già un po’ di musica. La professionalità è poi arrivata nel ’95-’96, prendendo il Caffè Blu ai Docks Dora.

Sono andato a chiedere tiepidamente se si poteva fare una serata, e quello fu il primo locale più grande perché di solito stavo sempre in locali molto piccoli. Ed era ancora un locale molto grezzo, figurati: io arrivai con i miei due banchetti da scuola e i miei vinili e iniziai a mettere musica. Sono stato lì dal ’96 al ’99, tre anni. Fu un’esperienza…

Prendendolo in gestione o come DJ?

Come DJ e direzione artistica. Organizzai concerti, iniziai a muovermi in un ambito molto underground. Io ascolto tutta roba underground.

E se non avessi fatto il DJ, cosa avresti fatto?

Bella domanda. Se non avessi fatto il DJ avrei fatto il fotografo. Considera che tutta la mia esistenza è permeata dalla notte: ho sempre vissuto di notte, ho sempre lavorato di notte. Sono allergico alla luce.

Parliamo del Supermarket. Quando è che sei arrivato la prima volta?

Sono arrivato nel ’99. Esisteva già da un anno. C’era una direzione artistica un po’, diciamo, super alternativa. Io mi proposi, ma avevo già un anno… non so come dire, capito, da biricchino…

Credo di ricordare. Dunque siamo al ’99: arrivi al Supermarket.

Sì. Avevo appena tagliato il filo ombelicale con il Caffè Bleu, perché stava diventando una situazione troppo caotica. È stata una scelta sofferta. Così andai al Supermarket a chiedere se potevo fare una serata: al Caffè Bleu suonavo il giovedì e il venerdì, volevo il sabato. Ma mi hanno praticamente scomunicato. Mi dissero: “Lei è troppo… Too much”. Troppo, troppo.

E cosa ti colpisce? Perché vai proprio al Supermarket?

Ero andato all’inaugurazione. Mi era piaciuto moltissimo lo spazio: un ex cinema, molto essenziale, molto simile al Big. Dal punto di vista estetico mi aveva conquistato. All’inizio però non mi volevano. Poi ho fatto la prima serata e le cose sono cambiate: la gente mi seguiva, si spostava. Premesso che nell’estate del ’99 avevo anche ripreso il Caffè Blu e avevo tirato su un piccolo “impero” da solo, senza PR, senza niente. Erano altri tempi.

E come sei diventato resident? Perché sei quello più longevo: trent’anni di onorata carriera.

Quasi ventotto, in realtà. Dal ’99 a oggi fanno ventotto anni. Come ci sono riuscito? Facendo. Sono un faccendiere, in realtà. Mi rimbocco le maniche e faccio.

Ti ricordi la prima serata lì?

Sì, eccome. Era il 25 dicembre, un sabato. C’è stata un’affluenza incredibile, tanta gente che veniva dal Caffè Bleu. È stato emozionante, davvero. Io comunque sono sempre ansiolitico prima delle serate. Sempre. Voglio che tutto funzioni: sono meticoloso, professionale e anche un po’ rompiscatole. Gli strumenti devono funzionare perfettamente, perché solo così quello che faccio può arrivare agli altri.

Parliamo di come è cambiata la musica che hai suonato in questi trent’anni.

Io mi sono sempre considerato uno di quei DJ che, oltre a far divertire la gente, cercano di “destrutturare”. Uso spesso questa parola. Mi piace portare il pubblico in territori inconsueti, creare fratture: magari la pista esplode, ma intanto sto facendo ascoltare qualcosa di nuovo. Non ho mai reiterato sempre le stesse cose. Anzi, spesso anticipavo la musica che mi piaceva, anche di parecchio. Per questo nacque una rubrica che chiamai Perplessità collettiva.

Cos’era Perplessità collettiva?

Uno spazio dentro la serata tutto mio. Buttavo giù i muri musicali e mettevo quello che piaceva a me. Un’altalena sonora: potevi passare dalla traccia più stupida all’antitesi totale.

Io me lo ricordo: passavi dal metal a Raffaella Carrà. Io sono il risultato di quella roba.

Tu sei il risultato concreto di tutto questo, esatto. Mi piaceva portare la gente a spasso, come dovrebbe fare un DJ, come un vero mediatore culturale. Curavo sempre anche i visual, cercando di contestualizzare la musica con le immagini.

Spesso si parla del “sound” delle città: l’elettronica è Berlino, il jazz è New York… Torino?

La Torino che ho vissuto io, tra anni ’80 e ’90, aveva un fermento pazzesco. Negli anni ’80 la new wave e il dark erano un imperativo. C’erano due locali che portavano tutto quello che arrivava da Londra e Berlino. Poi gli anni ’90 sono stati importanti: c’era un apparato musicale e culturale molto versatile. Non tantissimi locali, ma una fruizione culturale molto più curiosa, meno standardizzata. Posti come lo Studio 2 o il Big proponevano cose incredibili.

Io lo Studio 2 non l’ho vissuto.

Era uno di quei locali alternativi con la A maiuscola. Ha dato alla città una grande versatilità.
Poi con gli anni ’90 e la cassa dritta sono arrivate house e dintorni. È stato bello relazionarsi con tante musiche diverse.

Ci sono generi, personaggi o gruppi che il Supermarket ha lanciato?

Sì. Abbiamo ospitato situazioni molto diverse: Tiziano Ferro, Elisa, Daniele Silvestri, ma anche realtà più pesanti e alternative come i Lacuna Coil. All’inizio Tiziano Ferro veniva da noi e facevamo 200-300 persone. Oggi, ogni volta che passa da Torino, ci saluta. Il Supermarket in realtà nasce proprio come contenitore di live: è sempre stato una grande vetrina.

Tu sei in console, vedi i ragazzi: oggi ballano diversamente?

Oggi più che ballare, deambulano. L’imperativo è “esserci”, mostrarsi, stare dentro un microcosmo, ostentare un’appartenenza. È anche una conseguenza di come si fruisce la musica: non crea più cortocircuiti. Una volta era un fatto aggregativo, ti spingeva verso territori nuovi. Adesso spesso si vive di nostalgia, di continuo “c’era una volta”. Ma il passato, se lo reiteri troppo, diventa il relitto di te stesso. Nel mezzo resta un vuoto pneumatico, e non si va avanti.

Non si rischia di fare la fine di quelli che dicono: “Eh, ai miei tempi…”?

Sì, certo, ma penso che serva sempre un punto di coesione tra passato e futuro: è lì che succedono le cose interessanti. Invece oggi vedo tanti format che nascono solo per alimentare il ricordo, la nostalgia. Ma musicalmente è sempre la stessa cosa, non c’è mai uno scarto, un’evoluzione.
Per me è un punto di stallo. E lo dico anche da cliente.

Facciamo un giochino: una mini-playlist. Una traccia che rappresenti gli anni 1990. Anzi, partiamo dagli ’80.

Oddio, devo aprire i chakra. Anni ’80, parli di pop o di roba mia personale?

Tua. Puoi spaziare. Per me, ad esempio, gli anni 1980 sono  “Video Killed the Radio Star”.

Sì, come tessuto sonoro anni ’80 ci sta tutto quell’electropop lì. Però io, in parallelo, oltre al pop e al synthpop, ascoltavo tanta dark wave. Quindi ti direi Siouxsie and the Banshees, Joy Division, Bauhaus, The Cure. Io nasco anche da lì, da quel lato più oscuro, contrapposto al pop super accessibile.

Anni 1990?

Tutto quello che mi ha scardinato la testa: The Prodigy, Daft Punk, Underworld. Siamo tra il ’96 e il ’97: roba che ti cambiava proprio la percezione del dancefloor. Poi rimanevo sempre anche su un versante più alternativo, tipo Sonic Youth. Ho sempre avuto quell’anima lì.

E i 2000? Dai, ci sarà stato qualcosa oltre Britney Spears.

(Ride)
Io ho sempre avuto simpatia per il pop, però nei 2000 ho iniziato a spingere molto sull’electro: Tiga, Felix da Housecat, Digitalism. E poi mi divertivo a contrapporre questa elettronica al pop più sfacciato, quasi “assassino”. Mettere il pezzo giusto e vedere tutti urlare era bellissimo.

2010?

Lì ho iniziato a spostarmi su dubstep e drum’n’bass, sempre mescolati al contenitore pop. Suonavo cose come Bloody Beetroots, che mettevo tantissimo. E spesso la gente mi guardava perplessa: “Ma che sta mettendo?”. Però a me piaceva anticipare.

E il vuoto cosmico dei 2020?

Resto sull’elettronica più emotiva: Rüfüs Du Sol, Monolink, cose così. Comunque considera che io sono cresciuto con i Kraftwerk: hanno inventato tutto loro. Da lì in poi i miei chakra sono rimasti aperti su qualsiasi cosa.

Che città era Torino di notte negli anni ’90 rispetto a oggi?

Si usciva molto di più. C’erano più riferimenti, più serate, più scelta. Magari il sabato lo evitavi, ma durante la settimana uscivi sempre: sapevi che il mercoledì c’era una cosa, il giovedì un’altra. Ti spostavi continuamente.

C’era più libertà, più rischio, più creatività?

Il clubbing era davvero aggregazione. Andavi per conoscere persone, per relazionarti. La musica era il collante: nascevano amicizie, punti di riferimento. Potevi anche andare da solo, tanto sapevi che avresti trovato qualcuno. Oggi questo si è un po’ perso, e dopo il Covid ancora di più.

Il club era un luogo di cultura, oltre che di divertimento?

Sì, per certi versi assolutamente sì. C’erano proposte diverse, stimoli diversi. Non era solo intrattenimento.

E il Supermarket in questa mappa come si inseriva?

Noi siamo sempre stati un locale trasversale e alternativo. Nei 2000 sono passati da lì tantissimi DJ che poi sono diventati enormi. Siamo stati una specie di pietra miliare, una palestra.

Hai visto nascere e morire tanti locali. Perché chiudono? Qual è il motivo più frequente?

La mancanza di cura. Se non curi i dettagli, il cliente, la qualità del bere, la sicurezza, i costi… crolla tutto. E poi l’inquinamento musicale: non esiste più la fidelizzazione. I locali non costruiscono più un’identità. La musica dovrebbe essere un elemento aggregativo. Dovresti dire: lì trovo i concerti fighi, lì trovo cose interessanti. Se perdi questo, perdi tutto.

Mi ha colpito una cosa sulla pagina del Supermarket: la gente che scrive aneddoti, tipo “mi avete salvato la vita”. Ti è mai capitato di vedere nascere amori, amicizie, carriere?

Assolutamente sì. L’amore, per quanto possa sembrare un concetto quasi atavico, lì dentro è successo davvero. Ho fatto una marea di matrimoni.

Aspetta, in che senso? Lì si conoscevano o andavi proprio ai matrimoni?

No, no, andavo proprio ai matrimoni. Andavo a suggellare le coppie che si erano conosciute al Supermarket. E tantissime storie sono nate a mia insaputa, molte più di quanto immaginassi. Gente che si è incontrata lì si è innamorata… ed è una cosa bellissima, un lato romantico che va salvaguardato. E dietro ci sono storie pazzesche.

Qual è l’episodio più assurdo che hai vissuto dietro la console? Quello che si può raccontare.

Lasciamo perdere tutta la parte politicamente scorretta…

Ma necessaria, secondo me.

Funzionale, diciamo. Io sono sempre stato un po’ birba, ne ho combinate tante. Sempre sotto l’insegna del divertimento, con un’ironia dissacrante, senza mai sconfinare nella volgarità. Mi sono sempre messo nei panni del cliente: volevo dare motivi per tornare. E per farlo facevo cose assurde, veramente inaudite. Alcune non si possono proprio raccontare.

Ma un episodio assurdo a cui hai assistito?

Uno che mi fa ancora ridere: una signora completamente fuori rotta, avrà avuto 55 anni, che pretendeva di fare sesso immediato con il DJ. Aveva una voce inquietantissima. Allora le ho lanciato addosso una coperta, ho messo la colonna sonora de L’esorcista, un mio amico ha preso una croce e le abbiamo fatto un esorcismo dal vivo, davanti a tutti.

Succedevano anche queste cose. E credo di averla pure filmata. Se avessimo avuto una telecamera fissa su tutto quello che è successo in quegli anni… altro che Jackass.

Da farci un documentario.

Infatti ci stiamo pensando. Anche un libro, perché ci sono situazioni emotivamente fortissime.

Se vuoi te ne racconto una davvero pesante. Un ragazzo stava per buttarsi da un ponte ad Alpignano. Non sto scherzando. Era stato lasciato dalla ragazza, era devastato. Era lì lì per farla finita.

Non so perché, ma gli è passato per la testa di venire da me. E pensa che non era mai venuto al locale. Mai. Gli è arrivato questo flash, è venuto al Supermarket, ha iniziato a frequentarlo… ed è rimasto con noi dieci anni. Mi ha detto chiaramente: “Mi avete salvato la vita”. E come lui, tante persone. Tantissime.

Io però non avevo la consapevolezza di quello che stavamo creando.
Pensavo solo a una cosa: costruire un collettivo, un’aggregazione. Un posto dove la gente stesse bene, si divertisse, comunicasse. Creare agio. Tutto lì. E invece, se ci pensi, è enorme. È quasi come studiare i comportamenti umani. Io sono molto empatico, mi viene naturale osservare le persone.

Forse è anche un bene che tu non ne avessi contezza: magari l’avresti vissuta con più pressione. Forse il fatto di essere rimasto genuino ti ha aiutato.

Sì, esatto. Restare autentico, nel bene e nel male, è sempre stata la mia prerogativa. Ma è una cosa che applico alla mia esistenza in generale, non solo al lavoro. Non sapendo davvero cosa stesse succedendo, ho continuato a fare tutto in modo spontaneo, senza sovrastrutture.

Qual è l’artista o l’ospite che ti ha emozionato di più?

Asia Argento, senza dubbio. La mia “Asietta”. Ho proprio un’ammirazione viscerale, somatica. Mi ha colpito tanto, davvero.

Poi, in generale, con tutti i gruppi e gli artisti che abbiamo ospitato si è sempre creata una grande empatia. Io e la mia socia Barbara (Zagami n.d.r) siamo maniacali del dettaglio: non può mancare niente, mai. Questa cura si sente, e gli artisti la percepiscono.

Ti è mai capitato di “salvare la serata”? Tipo: bordello totale, non è pronto niente… e arrivi tu, eroe nel vento?

(Ride)
Sì, parecchie volte. È successo spesso di arrivare e rimettere insieme tutto al volo. Fa parte del gioco.

Dopo trent’anni riconosci ancora le stesse facce sotto la console? Le stesse persone che tornano?

Io ho dei cali di personalità, ogni tanto vivo in un mondo parallelo… però sì, molte facce restano.
Adesso poi, per le ultime serate, ti puoi immaginare: arriveranno tutti, non si troverà posto.

Ti senti parte della vita delle persone? Oltre a celebrare matrimoni hai anche battezzato figli?

Sì! Ma io non mi rendo mai conto davvero della dimensione con cui sono arrivato agli altri.
Quello che vedo è che quando sono in giro le persone mi fermano, mi dimostrano stima. E per me quella è la cosa più bella. È come se proiettassero su di me i ricordi di un periodo della loro vita, le emozioni che hanno vissuto lì dentro. E pensi: “tanta roba”, no?

Quella col Supermarket è sempre stata una storia d’amore o hai anche pensato di andartene?

È stata continuamente una storia d’amore. Sempre. Certo, ogni tanto ho pensato “e se me ne andassi?”, perché io sono una persona poco gestibile, avrei potuto fare tante altre cose.

Se fossi stato più “arrivista”, magari avrei spinto di più sul mio talento e avrei fatto altro.
Ma non mi pento di niente. Ho sempre seguito la mia idea. E per me è stato funzionale così.

Il locale chiude. Quando l’hai saputo, qual è stato il primo pensiero?

Per me la cosa centrale era salvaguardare la stima e il ricordo delle persone. Che si ricordassero davvero di aver vissuto un contenitore culturale, non solo una discoteca. Noi ci siamo sempre definiti “un’isola felice”. Un posto dove stare bene.

C’è stata rabbia, nostalgia, gratitudine, rassegnazione… o liberazione?

Un po’ tutto. Una sintesi armoniosa di opposti. Sono passato dalla rabbia alla nostalgia, alla gratitudine… inevitabile attraversare tutti quegli stati d’animo.

Avete scritto sui social: “non potevamo più garantire la stessa qualità”. È una frase un po’ criptica.

Dopo il Covid è cambiato tutto. Abbiamo iniziato a fare fatica sul serio. Abbiamo perso i “paesi”.

Cioè?

Gente che arrivava da 20–30 chilometri. Era una colonna portante del locale. Dopo il Covid molte persone hanno cambiato abitudini, sono andate a convivere, hanno paura delle regole… insomma, si è rotto un meccanismo. E poi è cambiato proprio il modo di vivere il clubbing: i ragazzi tra i 28 e i 35 non lo codificano più come luogo aggregativo. Non gliene frega più niente.

Cosa si perderà adesso che chiude un club storico?

Secondo me si creerà un vuoto. La cosa incredibile è stata la reazione: in un giorno abbiamo fatto quasi 300.000 interazioni tra social, messaggi, stampa. Una roba assurda. Mai vista per un club.Io e Barbara eravamo increduli.

Questo potrebbe portare a una riapertura?

No. Portiamo i progetti altrove. Stiamo già facendo cose nuove. Avevamo già aperto un altro spazio, il Bauhaus, e ci hanno proposto altri locali. Per noi la qualità viene prima di tutto.

Come ti immagini l’ultima serata?

Bella domanda. Cercherò di viverla come sempre, come se non fosse “l’ultima”. Magari realizzerò tutto lì, e partirà l’emorragia di lacrime, non lo so. In realtà il filo ombelicale l’ho tagliato già un po’ due anni fa. Dopo il Covid è stata dura, si sono creati buchi economici, scelte non nostre… quindi emotivamente mi sono preparato.

Se dovessi chiudere con un brano, quale sarebbe?

Io e Barbara ci eravamo promessi Sweet Disposition dei The Temper Trap. È sognante, molto bella. Perfetta per salutare. Poi non so se succederà davvero. Vedremo.

Se uno oggi volesse fare il DJ, cosa gli consiglieresti?

Prima di tutto l’empatia. Sembra banale, ma non lo è. Devi saper leggere le persone, fare radiografie emotive di chi hai davanti. Poi la cultura musicale. Conoscere il passato, immaginare il futuro e trovare un punto di coesione tra i due. Reminiscenza e futurismo. Oggi tutti fanno i DJ per moda o trend, ma manca la storicità, la consapevolezza. E un’altra cosa fondamentale: il suono.
Per me è sempre stato un imperativo. L’impianto deve suonare bene, pulito, nitido. Questa cura manca tantissimo. Quante serate senti gracchiare, mix fatti male, pause imbarazzanti tra un pezzo e l’altro… Sono cose che andrebbero studiate seriamente anche da sociologo.

Dopotutto è una forma d’arte.
Sì, sì, assolutamente. E bisognerebbe salvaguardarla.

Ma la nightlife torinese ha ancora un futuro? Esiste una nightlife torinese?

C’è un vuoto pneumatico: grandi eventi ci sono, la musica elettronica è un imperativo a Torino e nascono tante realtà. Non ti so dire con certezza, ma credo che il ripristino della cultura musicale debba necessariamente passare dai posti piccoli. Sono proprio i locali più intimi che custodiscono la microcultura che da lì poi può espandersi. La sperimentazione nasce in questi spazi. È un po’ come tornare indietro, no?

Quindi adesso dove ti trovi, che serate stai facendo?
Sto facendo una serata molto alternativa in un posto da 100 persone: è bello ricominciare da capo, rieducare il pubblico a ballare cose nuove.

Mi hai bruciato l’ultima domanda, quindi dopo il 14 febbraio dove ti troveremo?
Sto facendo serate allo Ziggy, un posticino molto alternativo in via Madama Cristina. Poi ci sarà l’One con il progetto Vision Art, che è un altro “parto” nostro legato all’arte. Facciamo anche delle belle apericene per gente adulta: già il fatto che scelgono di venire lì, e si fidelizzano con quello che succede, è importante.

Ah, ma allora non è proprio un addio-addio, è più un arrivederci su spiagge diverse. Proprio come quelle dell’isola di Serendip, che è sempre lì, solo che oggi si chiama Sri Lanka.

Lori Barozzino

Michele Mariotti primo Direttore principale italiano dell’OSN Rai

Michele Mariotti, a partire dall’ottobre 2026, mese in cui inizierà il suo mandato di durata triennale, sarà il nuovo Direttore principale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai. Dopo Eliahu Inbal, Rafael Frühbeck de Burgos, Juraj Valčuha, James Conlon e Andrès Orozco-Estrada, Mariotti sarà il primo italiano a ricoprire l’incarico di Direttore sul podio della compagine dell’Orchestra Nazionale della Radiotelevisione Italiana, fondata nel 1994.

“È un piacere e un onore presentare Michele Mariotti come nuovo Direttore principale della nostra Orchestra Sinfonica Nazionale – afferma l’Amministratore Delegato della Rai, Giampaolo Rossi – La sua crescita di interprete lo ha portato sul podio delle istituzioni musicali più prestigiose in tutto il mondo e, da molti anni ormai, dirige regolarmente la nostra compagine, sia in stagione sia in altri contesti. Questo nuovo incarico è quindi l’evoluzione di un rapporto già molto proficuo, che viene
ora proiettato verso nuovi traguardi artistici. È una particolare gioia poi, nell’ormai più che trentennale storia dell’OSN Rai, accogliere il primo musicista italiano nel fondamentale ruolo di Direttore principale”.

Michele Mariotti, classe 1979, ha debuttato sul podio dell’OSN Rai il 7 gennaio 2011 a Reggio Emilia, in un concerto alla presenza dell’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che inaugurava i festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia, seguito nel 2012 da un concerto a Torino in piazza San Carlo per la Festa della Repubblica. Da allora è tornato regolarmente in veste di ospite: nel 2014 ancora per un concerto del 2 giugno e poi per un appuntamento in stagione in dicembre; nel 2017 per un concerto dedicato al 150esimo anniversario della nascita di Arturo Toscanini; nel 2019 ancora nel regolare cartellone stagionale; nel 2020 a Torino e Milano per l’inaugurazione di MITO Settembre Musica e per la stagione sinfonica, come anche poi nel 2021 e nel 2024. Ma ha diretto la compagine Rai anche al Festival Verdi di Parma, dove nel 2022 ha interpretato il *Requiem* del compositore di Busseto, e al Rossini Opera Festival di Pesaro sia nella *Semiramide* del 2019, sia nella *Petite Messe Solennelle* nel 2023, sia nell’*Ermione* del 2024, che si è aggiudicata il Premio Abbiati della Critica Musicale italiana come miglior spettacolo dell’anno. Dal 2008 è stato Direttore principale e poi Direttore musicale fino al 2018 del Teatro Comunale di Bologna. Direttore musicale dell’Opera di Roma dal 2022 e insignito del 36° Premio Abbiati come Miglior direttore d’orchestra, è ospite abituale nelle maggiori stagioni liriche di tutto il mondo.

Mara Martellotta