CULTURA E SPETTACOLI

“Eleganza e invenzione”, le note del giovane Mozart

Con la torinese Fabiola Tedesco, nel duplice ruolo di violino solista e direttore al Conservatorio di Torino

Lunedì 9 febbraio, ore 21

In arrivo (con gioia) dai principali palcoscenici europei, eccola nuovamente a Torino la giovane, talentuosa violinista moncalierese Fabiola Tedesco, impegnata, nel duplice ruolo di “violino solista” (il suo è un prezioso “violino” ottocentesco costruito dal liutaio svizzero Alessandro D’Espine) e “direttore”, nel primo appuntamento del 2026 (sono tre quelli invernali romanticamente definiti “Luce d’inverno”) della Stagione della “Stefano Tempia”, in programma lunedì 9 febbraio (ore 21) presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di piazza Giambattista Bodoni, dove Fabiola si è diplomata nel 2014, sotto la guida di Sergio Lamberto. Dopo aver seguito “masterclasses” con Vadim BrodskyUto Ughi Tyoko Takezaw e seguito regolarmente quelle di Ana Chumachenco in tutta Europa (perfezionandosi con Rudens Turku presso il “Voralberger Landeskonservatorium” di Feldkirch in Austria e presso l’Accademia “Perosi” di Biella), attualmente Fabiola Tedesco ricopre il ruolo di “Concertmaster” della “North Netherlands Symphony Orchestra” di Groningen in Olanda.

Al “Conservatorio” torinese guiderà l’ “Orchestra APM – Fondazione Scuola di Alto Perfezionamento Musicale” di Saluzzo (composta da giovani musicisti che frequentano o che hanno frequentato il corso di formazione “Obiettivo Orchestra”) in un programma interamente dedicato a Mozart “tra eleganza formale e tensione espressiva”. Il programma è incentrato su due pagine chiave del giovane Wolfgang Amadeus Mozart“testimonianze di una fase di profonda trasformazione del suo linguaggio”: il “Concerto per violino n. 1 K. 207” che colpisce “per la ricchezza dell’invenzione melodica e per un virtuosismo sempre misurato, integrato in un dialogo elegante con l’orchestra” e la “Sinfonia n. 29 K. 201”, in cui si fondono “stile ‘galante’, raffinatezza timbrica e tensione quasi drammatica”.

Nei giorni precedenti il concerto, Fabiola terrà una “Masterclasses” a Saluzzo.

“Per me tornare a Torino, la mia città – racconta – in occasione di questo concerto è particolarmente emozionante: esibirmi nuovamente nel salone del ‘Conservatorio’ – la sala che ha ospitato i momenti musicali cruciali della mia infanzia e adolescenza, dal diploma al debutto con l’orchestra – mi ricorda quanto sia stata privilegiata a crescere in questo ambiente. Sono orgogliosa di questa collaborazione con l’‘Accademia Stefano Tempia’ e felice di poter restituire qualcosa dopo aver vinto il ‘Premio Tempia’ nel 2014. L’aspetto più speciale di questo progetto però è quello didattico: lavorare con i più giovani è una mia grande passione, e nella ‘masterclass’ all’‘APM’ di Saluzzo spero di poter infondere un po’ di coraggio e nuove prospettive ai ragazzi che si affacciano a questa carriera”.

Dopo l’attesa esibizione di  Fabiola Tedesco il “programma invernale” della Stagione della “Stefano Tempia” proseguirà con altri due significativi appuntamenti.

Il primo (“Teatro Vittoria” di Torino, lunedì 23 febbraioore 21) sarà dedicato alla grande tradizione della “Musica da Camera” ottocentesca, in coproduzione con il “Conservatorio di Alessandria”. A brani virtuosistici di Giovanni Bottesini – leggendario contrabbassista, compositore e direttore d’orchestra, detto il “Paganini del contrabbasso” – si affiancherà l’esecuzione del celebre quintetto “Die forelle” (“La trota”) di Franz Schubert, esempio luminoso della sua arte melodica, “in cui il gioco dell’acqua e il guizzare della trota diventano metafora musicale di leggerezza e vitalità”.

Il trittico si chiude (presso il “Conservatorio” torineselunedì 16 marzoore 21) con la monumentale intensità del “Requiem in re minore K. 626” di Mozart, affidato al coro e all’orchestra dell’“Accademia Stefano Tempia”, con la collaborazione del “Coro Eufoné” e dei solisti Francesca IdiniElisa BarberoBekir Serbest e Andrea Goglio. Il “Requiem” è l’ultima, enigmatica soglia creativa di Mozart, alla cui partitura, il geniale compositore austriaco lavorò  fino agli ultimi mesi di vita; dopo la sua morte (5 dicembre 1791), la vedova Constanze fece terminare l’opera da diversi musicisti, tra cui Franz Xaver Süssmayr a cui si deve il completamento decisivo.

Per info dettagliate sul programma www.stefanotempia.it

g.m.

Nelle foto: Fabiola Tedesco; “Eleganza e invenzione” (immagine di repertorio”); Coro “Accademia Stefano Tempia”

Unione Musicale, Ensemble Armoniosa eseguirà musiche di Vivaldi

All’Unione Musicale il quarto concerto della serie ‘L’altro suono’, in  cartellone per lunedì 16 febbraio alle ore 20, si terrà eccezionalmente presso il Conservatorio Giuseppe Verdi, e non al teatro Vittoria come di consueto, per ospitare tutti coloro che vorranno celebrare  insieme all’Unione Musicale il 50esimo anniversario del metodo Suzuki in Italia, il sistema di educazione musicale in età precoce ideato dal giapponese Sinichi Suzuki, che ha formato generazioni di musicisti in tutto il mondo.
Per l’occasione si esibirà l’ensemble Armoniosa, formato da musicisti che in prima persona hanno beneficiato del metodo Suzuki per la loro formazione musicale.

“Il metodo Suzuki ha avuto un ruolo fondamentale nel nostro percorso, perché ci ha insegnato fin da subito che la musica è anzitutto ascolto e condivisione, prima ancora che tecnica o teoria. Crescere con questo approccio ci ha permesso di sviluppare uan sensibilità musicale naturale, una curiosità autentica e la gioia di fare musica insieme. Festeggiare i cinquanta anni del metodo Suzuki  in Italia con questo concerto risulta particolarmente significativo per noi perché rappresenta un’occasione per riconoscere quanto quell’approccio abbia segnato il nostro percorso artistico e quanto continui a rappresentare un modello prezioso per chi oggi inizia a imparare la musica”.
L’Ensemble Armoniosa è  nata quattordici anni fa nel contesto dell’Istituto Diocesano Liturgico-Musicale di Asti ed è diventato un punto di riferimento internazionale per la musica barocca.
Il gruppo è formato di soli cinque membri, il violinista Francesco Cerrato, i violoncellisti Stefano Cerrato e Marco Demaria, il clavicembalista Michele Bianchi  e l’organista Daniele Ferretti, che affrontano con maestria anche brani scritti per orchestra.

“Dal punto di vista interpretativo – raccontano i musicisti  – questa configurazione a cinque comporta sfide importanti, ogni parte è estremamente esposta e richiede una forte consapevolezza stilistica, un ascolto costante, un equilibrio molto raffinato. Contemporaneamente, però, proprio questa struttura offre una grande libertà espressiva e una straordinaria versatilità, permettendo di affrontare il repertorio barocco con una voce personale, coerente e al tempo stesso sorprendentemente ricca sul piano sonoro”.
Il concerto  è  dedicato all’arte di Vivaldi, a partire dalle celebri Stagioni, che saranno eseguite in prima assoluta  nella trascrizione appositamente creata dal maestro Barchi.

“Questa trascrizione – spiegano i musicisti dell’Ensemble – permette di esplorare nuove sfumature dinamiche e timbriche, accentuando il carattere teatrale  e quasi sperimentale  delle Stagioni, e rendendo ancora più evidente l’incredibile modernità  del linguaggio di Vivaldi. Per noi è un modo di aprire il concerto con un’opera iconica, offrendo al pubblic  una chiave di ascolto inedita, ma coerente con la nostra identità  e con la ricerca che da sempre  accompagna il lavoro di Armoniosa”.
Il programma torinese sarà completato dalla Sonata KV 47, dal Concerto N. 1 RV 383 a e dalla Sonata “La follia”, rimodellato seguendo una prassi tipica dell’età barocca che concepiva la musica come un organismo vivente, capace di adattarsi alle esigenze contigenti.

Mara Martellotta

“Callas, Callas, Callas” per Palcoscenico Danza

Per Palcoscenico Danza al teatro Astra giovedì 5 febbraio alle ore 20 andrà in scena il balletto “Callas, Callas, Callas”, con le coreografie di Adriano Bolognino, Carlo Massari e Roberto Tedesco .

Nel centenario della nascita di Maria Callas l’omaggio di COB Compagnia Opus Ballet, diretta da Rosanna Brocanello, assume una particolare valenza anche per l’originalità che l’ha ispirato, affidare a tre giovani, ma già affermati coreografi dal linguaggio contemporaneo, una creazione a serata, che rifletta la loro personale visione della leggendaria artista, senza però volerla raccontare descrivendola.
Tre sguardi differenti, quindi, tre approcci e restituzioni in danza che il bel titolo già evidenzia. Titolo che è anche un invito per lo spettatore  a scoprire o ritrovare tra le pieghe di un movimento o la coralità di un ensemble, tra le sonorità elettroniche o i frammenti di arie celebri disseminati nell’architettura coreografica, tra una luce o un costume che evidenzia gesti e posture, la propria Callas. O magari un’altra, inedita, che la danza astratta può suggerire, evocare, imprimere nell’atmosfera e nella memoria. Riconosceremo sicuramente tre celebri arie dalla Tosca di Puccini , dalla Norma di Bellini e dalla Carmen di Bizet.

La compagnia Opus Ballet è  nata nel 1999 ed è  stata diretta sin dalla sua fondazione da Rosanna Brocanello, che si è  impegnata nella formazione di giovani coreografie e danzatori , con l’intento di creare , promuovere e coordinare iniziative a carattere artistico e culturale, nel campo della danza in relazione alle altre espressioni artistiche quali quelle della musica, delle arti visive e della performance.

Mara Martellotta

(foto archivio Palcoscenico Danza)

“Stand up for Giuda”, interpretato da Ettore Bassi alle Fonderie Limone

 

Il regista Leonardo Petrillo ricostruisce la sua vita

Dal 5 all’8 febbraio prossimo, l’attore Ettore Bassi sarà in scena alle Fonderie Teatrali Limone con il monologo “Stand up for Giuda”, dopo aver vestito, vent’anni fa, i panni di San Francesco d’Assisi. La pièce è firmata e diretta da Leonardo Petrillo. Lo spettacolo è stato presentato a Roma, a fine luglio scorso, nel corso di due serate evento nel Tempio di Venere in occasione del Giubileo, ottenendo un gran successo di pubblico.

Nel mito collettivo, Giuda è il traditore per eccellenza, e Leonardo Petrillo ricostruisce la sua vita a partire dall’incontro con Gesù, alla fase del visionario dubbioso, fino al momento in cui ,’istinto prende il sopravvento. Giuda lo ama più di tutti gli Apostoli, tradendo affinché si compisse il disegno divino. Quando Gesù si lascia crocifiggere senza usare poteri soprannaturali, Giuda comprende che non è Dio, ma un uomo, e che il disegno divino risulta incomprensibile.

Sul palco Ettore Bassi, apprezzato interprete televisivo e cinematografico che restituisce a Giuda la sua umanità, tra rimorso e ribellione, contro la coscienza collettiva che lo ha condannato. In sala assistiamo a un assolo emozionante della rivendicazione di Giuda. Sua è la versione dei fatti sulla verità dell’evento. Se Gesù avesse spiegato il mistero della Resurrezione senza far ricorso a metafore incomprensibili, lui e gli Apostoli avrebbero compreso il significato di quella morte e non si sarebbero smarriti. Con l’apparizione di Cristo, il mistero viene svelato agli altri, ma non a Giuda, che si è tolto la vita per il rimorso del suo tradimento. La versione che Giuda ci consegna è quella di un uomo che, sentendosi discriminato ingiustamente nei secoli, si ribella alla coscienza collettiva che lo ha definito “traditore”. La condanna di Giuda non è eterna, la sua speranza resta viva fino a quando, come ricordava Papa Francesco, orgoglio, cupidigia e vanità saranno estirpate, e l’uomo liberato dai pregiudizi.

Fonderie Teatrali Limone – via Pastrengo 88, Moncalieri (TO)– “Stand up for Giuda” – 5-8 febbraio 2026

Orari: 5-6 febbraio ore 20.45 -7 febbraio ore 19.30 – 8 febbraio ore 16

Mara Martellotta

La chiesa Maramures

La deliziosa cappella scolpita in legno che  viaggiò dalla Transilvania a Moncalieri.

Costruita nell’omonima regione rumena del Maramures, al confine tra Ungheria e Ucraina, è  un raro gioiello realizzato in legno, uno dei pochi  e preziosi esempi di chiesa ortodossa cristiana del suo genere, in Italia ne esiste solo uno: a Moncalieri. Nessun chiodo, solamente incastri, hanno tramutato questo edificio in una struttura portatile e, a parte la Romania, dove questi luoghi di culto costruiti perlopiù tra il XVII e il XVIII secolo sono inseriti nella lista del Patrimonio Unesco, nel mondo se ne contano solo altri 5: in Venezuela, Cipro, Svizzera, Francia e Svizzera.

Arrivata nella cittadina piemontese pezzo per pezzo e ricostruita come si farebbe con i moderni Lego, la speciale tecnica con cui è stata costruita è statasviluppata in conseguenza ad una regola emanata dalla Corona Ungherese che proibiva l’edificazione delle chiese in pietra, ma probabilmente anche per la necessità di far sparire gli edifici  di culto cristiani a causa delle persecuzioni religiose.

Dedicata ai Quaranta Martiri di Sebaste e inaugurata nel 2016, la chiesa Maramures  è a pianta rettangolare e affaccia sul sagrato esterno attraverso un sistema di portici che creano una “C”. La casa parrocchiale ospita l’appartamento del sacerdote, una sala polivalente e una foresteria, l’edificio è circondato da un bel giardino curato e piante di rose.

Arrivando a via Papa Giovanni XXIII a Moncalieri si nota subito il suo bel campanile alto 25 metri, il colore caldo  del legno, la forma tipica di queste impiantiarchitetturali vernacolari che utilizzano i materiali tipici secondo le tradizioni del luogo, in questo caso la Transilvania. Entrando dal cancello è naturale ammirare l’imponente portale ricco di intarsi, le arcate e le catene create da un pezzo unico di legno. L’interno invece, meno lavorato rispetto all’esterno, è delicatamente decorato con icone e immagini sacre su un fondo bianco e incorniciate dalle travi lignee.

Visitando questo luogo sacro si avrà la sensazione di fare un viaggio temporale, ci si sentirà in un’altra dimensione geografica, immersi in tradizioni etno-religiose diverse dalle nostre ma perfettamente integrate nel territorio.

MARIA LA BARBERA

Il Salone del Libro 2026: dialogo, cultura e nuove generazioni al centro della scena

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La prossima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino sarà dedicata a “Il mondo salvato dai ragazzini”

Il Salone Internazionale del Libro di Torino tornerà negli spazi di Lingotto Fiere da giovedì 14 a lunedì 18 maggio 2026. Cinque giornate all’insegna dei libri e dei racconti, pensate per favorire il confronto con realtà diverse, promuovere l’ascolto reciproco e stimolare la creatività nel presente con uno sguardo rivolto al futuro. La manifestazione rappresenterà, ancora una volta, un grande luogo di incontro tra scrittrici e scrittori italiani e stranieri, case editrici e pubblico di tutte le età.

Il filo conduttore dell’edizione 2026 sarà “Il mondo salvato dai ragazzini”, tema ispirato all’omonima opera di Elsa Morante, al quale sarà dedicata anche una nuova sezione del Salone, la nona, curata da Veronica Frosi, Gloria Napolitano, Lorenzo Riggio, Sebastian Tanzie e Francesca Tassini. “Il mondo salvato dai ragazzini – ha spiegato la direttrice Annalena Benini – è un titolo in movimento ed è, prima di tutto, un messaggio di speranza. È il mondo che il Salone del Libro si prefigge, auspica, prova a costruire ogni giorno con inventiva e dedizione”.

Per il manifesto dell’evento, l’illustratrice Gabriella Giandelli ha rappresentato l’energia e la vitalità di un gruppo di giovani nascosti dietro una parete di vegetazione, simbolo di una dimensione in cui sogno e realtà convivono e in cui l’immaginazione diventa forza generatrice capace di far nascere fiori e piante.

La XXXVIII edizione del Salone è stata presentata questa mattina nell’Aula Magna del Politecnico di Torino alla presenza di Stefano Corgnati, rettore del Politecnico di Torino; Silvio Viale, presidente dell’associazione Torino, la Città del Libro; Annalena Benini, direttrice editoriale del Salone Internazionale del Libro di Torino; Rosanna Purchia, assessora alla Cultura della Città di Torino; Marina Chiarelli, assessora alla Cultura della Regione Piemonte; Iasonas Fotilas, viceministro della Cultura in Grecia; Tommaso Bori, vicepresidente della Regione Umbria; Giulio Biino, presidente della Fondazione Circolo dei lettori di Torino; Alessandro Isaia, segretario generale della Fondazione per la Cultura Torino; Alberto Anfossi, segretario generale della Fondazione Compagnia di San Paolo; Claudio Albanese, vicepresidente della Fondazione CRT; Massimiliano Cipolletta, presidente della Camera di commercio di Torino; Tiziana D’Amico, head of partnership Artistico Culturali – Direzione Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo; Lidi Grimaldi, direttrice Marketing e Comunicazione Esselunga.

“Il Salone del Libro – ha detto il presidente dell’associazione Torino, la Città del Libro Silvio Viale – continua a crescere grazie a una progettualità solida e di lungo periodo, fondata sulla promozione della lettura e sul sostegno all’editoria, con l’obiettivo di rafforzarne il ruolo a livello nazionale e internazionale. I risultati raggiunti sono il frutto di un lavoro condiviso con istituzioni, partner ed editori e incoraggiano a proseguire negli investimenti in nuove esperienze per il pubblico e a favore dell’intera filiera del libro”. Nel corso dell’incontro Viale ha inoltre annunciato la conferma di Annalena Benini alla direzione del Salone per un ulteriore triennio.

Sul palco è intervenuta anche l’assessora alla Cultura della Città di Torino Rosanna Purchia, che ha evidenziato il valore dell’evento per la città: “il Salone Internazionale del Libro è per Torino uno dei momenti in cui la dimensione culturale della nostra città diventa più visibile e condivisa: un’occasione di partecipazione e di riconoscimento collettivo, in cui la comunità si ritrova attorno ai libri e alle storie come spazio di ascolto e di confronto. Il tema di questa edizione, Il mondo salvato dai ragazzini, mette al centro l’energia delle nuove generazioni e la loro capacità di leggere il presente con uno sguardo più libero e non convenzionale. Lo stesso sguardo da cui la Città di Torino ha scelto di partire per costruire la candidatura a Capitale europea della Cultura 2033, coinvolgendo attivamente, fin dalle prime fasi del percorso, le ragazze e i ragazzi che nei prossimi anni saranno i protagonisti della vita culturale europea. Ogni edizione del Salone del Libro nasce da una convergenza di energie pubbliche e private, che ne amplia la portata ben oltre gli spazi della fiera, facendone un evento culturale di tutta la città, capace di raggiungere i quartieri con gli appuntamenti del Salone Off e di dialogare – anche grazie al ruolo di Fondazione per la Cultura Torino e alla collaborazione con le Biblioteche civiche torinesi – con le principali iniziative e manifestazioni culturali della Città di Torino. Un sentito ringraziamento va dunque agli organizzatori e alla direzione del Salone, agli editori e agli autori, ai volontari e ai partner, per la dedizione con cui contribuiscono alla realizzazione di questa manifestazione, continuando a rafforzare il legame tra Torino e il libro”.

L’inaugurazione del Salone sarà affidata, come da tradizione, a una figura di primo piano della letteratura mondiale. Ad aprire ufficialmente la XXXVIII edizione sarà la scrittrice e saggista britannica Zadie Smith con la lectio dal titolo “Ogni cosa era estrema. Ed è tuttora così. Una riflessione sull’adolescenza”. La Grecia sarà il Paese ospite dell’edizione 2026 e tra i protagonisti internazionali già annunciati figurano Petros Markaris, Emmanuel Carrere, Valeria Luiselli, Irvine Welsh, Ece Temulkeran, Abraham Verghese, Guillermo Arriaga e Lea Ypi.

Ha commentato l’assessore regionale alla cultura Marina Chiarelli: “Il Salone del Libro è parte integrante del sistema culturale del Piemonte e dell’Italia: un nodo internazionale che dialoga con le grandi capitali della cultura, un appuntamento che il mondo editoriale, intellettuale e creativo attende anno dopo anno. Non è più soltanto un evento: è una piattaforma culturale globale, un luogo in cui una nazione racconta se stessa e il proprio futuro. Qui la cultura non accompagna: guida. Qui il libro non è un oggetto, ma un linguaggio universale. Il Salone del Libro è la dimostrazione che una visione può diventare realtà, che un sogno collettivo può prendere forma, crescere, aprirsi al mondo. È il luogo in cui l’immaginazione diventa progetto e il futuro smette di essere un’idea lontana per diventare un orizzonte condiviso”.

Michel Gondry al Museo del Cinema per la “Stella della Mole”

Il Museo Nazionale del Cinema di Torino ospiterà, dal 27 al 29 maggio prossimi, il poliedrico artista Michel Gondry, una delle figure più originali del cinema contemporaneo. Premio Oscar nel 2005, Gondry riceverà il premio “Stella della Mole” e terrà una masterclass oltre ad accompagnare gli spettatori in una retrospettiva dei suoi apprezzati lavori. Grazie a un’importante partnership, la Scuola Holden ospiterà dal 22 al 31 maggio prossimo “L’Usine de films amateur”, laboratorio pratico ispirato al suo film “Be kind rewind”. Si tratta di un evento partecipativo volto alla realizzazione di cortometraggi che, in linea con lo spirito della Holden, vuole rendere accessibile a tutti il cinema, permettendo di vivere il processo di produzione.

“Siamo molto contenti di questa collaborazione con la Scuola Holden – dichiara Enzo Ghigo, presidente del Museo Nazionale del Cinema – uscire dagli spazi fisici della Mole Antonelliana e trovare le interconnessioni con il territorio rappresenta uno degli asset della nostra Fondazione, che si propone di comunicare la cultura e di incuriosire le nuove generazioni alla scoperta della settima arte. Siamo sempre pronti a collaborare con Enti e istituzioni, poiché siamo convinti che dalle sinergie possano nascere grandi e interessanti momenti culturali”.

“Pochi artisti hanno colto e tradotto l’impatto che la rivoluzione del digitale ha operato sulle nostre vite e nel nostro modo di percepire la realtà come Michel Gondry – ha sottolineato Carlo Chatrian, direttore del Museo Nazionale del Cinema  – a partire dalla sua collaborazione con Bjork, per continuare con i suoi cortometraggi, il regista e sceneggiatore francese ha saputo sorprendere combinando materiali scenografici digitali ad effetti tradizionali. Affidandosi a star del cinema come Jim Carrey e Kate Winslet, Gaël Garcia Bernal e Charlott Gainsbourg , e sposando un modello di produzione a basso budget, Gondry ha dato al cinema, come atto visionario e onirico, una nuova dimensione”.

Affermandosi negli anni Novanta con videoclip musicali innovative, ha ottenuto un successo internazionale sul grande schermo con il film “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, del 2004, scritto insieme a Charlie Kaufman. Il film, diventato un manifesto d’estetica del nuovo millennio, combina fantascienza e dramma sentimentale, esplorando il tema della memoria, dell’amore e dell’identità. Tra le sue opere più note figurano “The Science of Sleep” del 2006, commedia romantica che indaga il confine fra sogno e realtà, “Be kind rewind”, film dal tono giocoso e nostalgico che celebra il cinema come esperienza collettiva artigianale, e “Mood indigo” (2013), adattamento cinematografico del romanzo di Boris Vian, una storia d’amore tragica ambientata in un universo surreale, in cui le emozioni influenzano la realtà fisica in un mondo visivo ricchissimo. Lo stile di Michel Gondry si distingue per un approccio artigianale e sperimentale, prediligendo effetti pratici, scenografie costruite a mano, tecniche analogiche, come lo stop motion, e riducendo al minimo l’utilizzo del digitale, con soluzioni visive che rendono tangibile il mondo interiore ed emozionale dei suoi personaggi.

Mara Martellotta

Soumaila Diawara a Torino: raccontare l’Africa per rileggere il presente

Anche Torino celebra il Black History Month, il mese dedicato alla storia, alle voci e alle esperienze delle comunità nere, nato negli Stati Uniti e oggi riconosciuto a livello internazionale come spazio di memoria, riflessione e confronto. Per tutto il mese di febbraio, la città ospita incontri, presentazioni e dibattiti che mettono al centro narrazioni spesso trascurate, fondamentali per comprendere il presente globale.

In questo contesto si è inserito l’incontro con Soumaila Diawara, attivista e scrittore maliano, ospitato dalla Libreria Trebisonda, luogo simbolo del dibattito cittadino, dove le storie e i vissuti di persone e comunità diverse trovano spazio e attenzione. Un appuntamento intenso, che ha superato la classica presentazione letteraria, trasformandosi in una vera e propria lezione di storia e geopolitica.
Durante l’incontro, Diawara ha parlato del suo libro L’Africa martoriata, ma soprattutto ha guidato il pubblico in una riflessione più ampia sul continente africano, unendo storia, politica e attualità. Il libro ripercorre le ferite storiche lasciate dal colonialismo, dai massacri e dallo sfruttamento delle potenze occidentali, ma racconta anche le lotte per l’indipendenza e il coraggio di leader come Patrice Lumumba, Thomas Sankara e Nelson Mandela.
Più che una cronaca, l’opera è una voce critica che interpella il presente: Diawara invita a comprendere le conseguenze del colonialismo ancora oggi, come conflitti etnici, disuguaglianze economiche e instabilità politica, ma evidenzia anche le potenzialità straordinarie del continente africano. L’incontro ha quindi unito analisi storica e geopolitica, mostrando come il passato africano continui a influenzare le dinamiche globali.
Come sottolineato dallo stesso Diawara durante l’incontro, “non sempre c’è bisogno di un risarcimento, ma almeno di un riconoscimento”.
Soumaila Diawara è nato a Bamako, capitale del Mali, dove ha conseguito una laurea in Scienze Giuridiche e Politiche, specializzandosi in diritto privato internazionale. Fin dagli anni universitari si è impegnato attivamente nella vita politica del paese, partecipando ai movimenti studenteschi e aderendo al partito di opposizione Solidarité Africaine pour la Démocratie et l’Indépendance (SADI), assumendo ruoli di responsabilità nella guida dei giovani e nella comunicazione del partito.
Nel 2012, a seguito di un colpo di Stato che ha destabilizzato il Mali, Diawara è stato accusato ingiustamente di aggressione contro il Presidente dell’Assemblea Legislativa. Costretto alla fuga, ha attraversato Burkina Faso, Algeria e Libia, affrontando detenzioni e condizioni disumane, fino al 2014, quando è giunto in Italia grazie all’intervento di una nave della Marina Militare italiana, ottenendo la protezione internazionale e vivendo oggi come rifugiato politico.
Accanto a L’Africa martoriata, Diawara ha pubblicato altri libri che intrecciano esperienza personale, analisi politica e riflessione sociale: Sogni di un uomo, La nostra civiltà e Le cicatrici del porto sicuro, quest’ultimo un diario-testimonianza arricchito da fotografie e interviste, che documenta le cause profonde delle migrazioni e le violenze vissute dai rifugiati.

L’appuntamento alla Libreria Trebisonda non è stato solo un evento letterario, ma un’occasione di ascolto, confronto e apprendimento, in perfetta sintonia con lo spirito del Black History Month. La voce di Soumaila Diawara ha restituito complessità a una storia troppo spesso semplificata, mostrando come la memoria, il riconoscimento e la consapevolezza siano strumenti essenziali per costruire un futuro più giusto. Raccontare l’Africa oggi significa anche interrogare il nostro presente e le nostre responsabilità.

Per chi desidera consultare il programma completo del Black History Month Torino 2026, prenotarsi ad altri eventi, è possibile visitare il sito ufficiale
👉 https://www.blackhistorymonthtorino.it/

GIULIANA PRESTIPINO

La smisurata gelosia di don Peppino Priore

Sabato domenica e lunedì” in scena al Carignano sino a domenica 8 febbraio

Ce ne sono parecchie nuvole in quel cielo che Marta Crisolini Malatesta ha disegnato a sovrastare la casa di Peppino e Rosa Priore, avvalorate dalle luci di Gigi Saccomandi, di quelle nuvole tra il biancastro e il grigio che c’immaginiamo a poco a poco gonfiarsi, diventare minacciose e poi, con l’oltrepassare quei sette vetri e ante, che danno sul terrazzino e di continuo sono per l’intera serata aperti e chiusi a seconda degli umori del padrone di casa, esplodere in lampi secchi, luminosi ma a loro modo terribili. Non ce ne rendiamo immediatamente conto ma il temporale prima o poi arriverà. Sì, perché tutto all’inizio di questo “Sabato domenica e lunedì”, che Eduardo scrisse con immediato successo nel 1959, periodo che s’era lasciato alle spalle ormai gli odori acri di una guerra e assaporava una vita di prosperità e di piccole soddisfazioni, e pose, nell’ordine delle proprie commedie, nella”Cantata dei giorni dispari” – ovvero in quei giri d’orologio che di tanto in tanto nascono e crescono un poco sghembi, nelle azioni e ancor più nelle persone -, appare tranquillo, sotto controllo, con Rosa intenta a preparare – a dar vita -, “nell’ampia e linda cucina”, il suo prezioso ragù: “Più ce ne metti di cipolla più aromatico e sostanzioso viene il sugo. Tutto il segreto sta nel farla soffriggere a fuoco lento. Quando soffrigge lentamente, la cipolla si consuma fino a creare intorno al pezzo di carne una specie di crosta nera”. Un presepe delicato, vivacissimo, al cui interno gravitano il vecchio nonno che ha dato il via a una avviata economia, un figlio con i piedi ben piantati per terra e tutto casa e bottega più un altro che ama ancora travestirsi da Pulcinella e fare il verso al grande Antonio Petito, i figli, i tre del primo, le nuove generazioni divise a seguire la professione come le improvvisate gonnelle femminili o le burrasche che possono succedere con il giovane moroso. E la zia Memè, genitrice iperprotettiva e pronta a sganciarsi da ogni ingranaggio e ad abbracciare qualche minimo protofemminismo con la scrittura di un libro, e il medico che le dà una mano nella stesura, e la servetta che aiuta in cucina e porta in tavola, e la coppia vicina di casa, ognuno un quadretto a sé, bel delineato, luci e ombre – certo, tanto Goldoni nelle pagine di Eduardo, ma anche certe stanchezze, certi colpi di pistola che vanno a vuoto, certo vedersi vivere, certi giorni che corrono sempre eguali dietro ai giorni: come in Cechov -, una battuta a effetto, un attimo per l’applauso.

Come quella cipolla che vive del suo fuoco lento, così appare l’unione di Peppino e Rosa, tutta vivacità un tempo ma da quattro mesi non più la stessa, lui sempre in un angolo con quelle frecciatine che nessuno al momento comprende, lei che non gli fa più trovare pronti camicia e pedalini, lui che s’è fatto scontroso e mugugnoso, lei che cova un segreto, interiore e sopito, l’invidia per quei complimenti che una domenica lui fece smaccati smaccati alla pasta di maccheroni della nuora. Quisquilie e pinzillacchere, avrebbe detto un tempo qualcuno, cose di piccolo conto, ma tanto poco basta a mettere dei sassolini nell’ingranaggio. Il sassolone sono quelle continue piccole premure che Luigi Ianniello, l’espansivissimo vicino di casa dimostra nei confronti di donna Rosa, in grande sincerità e senza alcun secondo fine, ma ragione dei sospetti che hanno riempito la testa di Peppino, il tarlo della gelosia che s’insinua e non se ne vuole più andare via: sicché tutte quelle nubi e quei lampi. Perché per il pranzo della domenica Rosa Priore ha invitato i coniugi Ianniello e il ragù è da gustare perché come lo fate voi donna Rosa non lo fa nessuno ed eccovi le pastarelle che vi ho portato quelle che vi piacciono tanto, eccetera eccetera. Non una parola in più che Peppino sbotta e i lampi s’accendono. Eduardo ricompone ogni cosa il lunedì, ci parla di fragilità e magari lambisce quei piccoli terremoti della famiglia che nei decenni successivi avrebbero sconquassato maggiormente le istituzioni, ma è per un attimo, cancellata quella tempesta in un bicchier d’acqua, le scuse e l’abbraccio di Peppino e il lavoro della settimana che riprende, i sorrisi che tornano e i figli che si sono fatte delle belle risate al pensiero di mamma con il ragionier Ianniello, la coperta di lana sotto cui Rosa si rimette dallo svenimento, coperta che scalda e accudisce e ricompone, che magari continuerà a nascondere qualche piccolo sasso, come ha sempre fatto.

Ecco, è tutta qui “Sabato domenica e lunedì”, commedia di un grande autore, vogliamo chiamarla capolavoro?, per cui per la sua riproposta – non si sono ancora spenti del tutto nella memoria certi momenti di grazia di una precedente edizione con Toni Servillo nella doppia veste di interprete e regista e con una grande Anna Bonaiuto – si sono messi al lavoro tre Stabili, Roma Torino Bolzano, con il Teatro Biondo di Palermo e il LAC Lugano Arte e Cultura, con la regia di Luca De Fusco. Che ci appare come il campione della serata, perché insegna a tanti registi o ritenentisi tali, tra le nuove generazioni e non soltanto, a fare teatro, a condurre un testo, a non sovrapporsi troppe volte stupidamente, perché ha di quel che si ritrova tra le mani il massimo rispetto, la consapevolezza riverente, non andando a reinventare letture o (s)piegando un testo che da circa settant’anni vive di vita tutta propria, splendida, concreta, naturale, in piena autonomia, ma osservandolo, entrandoci dentro in punta di piedi e allo stesso tempo scavando e dispiegando ogni più impercettibile attimo, ogni silenzio e ogni risata, i bisticci e il rasserenarsi, le tensioni con il detto e il non detto, le commedie comiche di una famiglia napoletana e le piccole tragedie, i gesti e le parole dei sedici personaggi, tutti in stato di grazia. Tutti estremamente autentici, non più attori a fare la parte di ma a essere, in una sola parola, senza se e senza ma. Un ingranaggio perfetto: perché “Sabato” è un rito, una messa cantata e le messe cantate non si toccano, perché De Fusco dimostra una grande onestà, tutto qui. È, sembrerebbe, pochissimo ma di questi tempi appare tantissimo, su un palcoscenico. “La ‘scrittura scenica’ – ha scritto -, teoria molto in voga negli anni ’70 e ’80, secondo cui il vero autore di uno spettacolo è il regista, si infrange sui capolavori eduardiani che chiedono, a mio avviso, un regista interprete e non un demiurgo, un direttore d’orchestra e non un compositore, per la semplice ragione che il compositore c’è già e la sua vitalità è ancora inalterata”: il piacere dell’onestà.

Il vivere secondo i propri riti come pure le esplosioni Teresa Saponangelo li rende appieno nella sua Rosa, il valore della parole che ricerca e che mette in campo (“noi, io e te, siamo stati tanti anni insieme, abbiamo fatti tre figli, e non siamo riusciti a raggiungere quell’intimità che ti fa dire pane al pane, vino al vino”), gli affetti ritrovati e il ruggito con cui riniziare la settimana e l’esistenza di sempre; come Claudio Di Palma costruisce un Peppino tutto di ferro ma pronto a sciogliersi per rimettere in piedi quella “mia famiglia” che forse Eduardo ha cercato per tutta una vita. Accanto ai protagonisti, Anita Bartolucci (zia Memè) e Antonio Piscopo (il nonno), Paolo Cresta che anima la maschera napoletana, Maria Cristina Gionta (la sua Elena ha trovato un equilibrio delicato ma duraturo, “io non dico che sono entusiasta, ma mi accontento e sono soddisfatta”), i giovani Renato De Simone (un godibilissimo Attilio) e Mersila Sokoli che è Giulianella. Forse un posto a parte lo daremmo a Paolo Serra, che non poche volte grazie al suo Ianniello, invadente, incapace di comprendere a quali danni può arrivare, genuinamente semplice, riempie e si prende la scena. Repliche al Carignano, per la stagione dello Stabile, sino a domenica 8 febbraio. Assolutamente da non perdere.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Tommaso Le Pera, alcuni momenti dello spettacolo.