TORINO TRA LE RIGHE


Al “Forte di Bard” l’attesissimo spettacolo del trombettista spagnolo, Rubén Simeò, e la celebrazione del trentennale della “Celtica Valle d’Aosta”
Venerdì 3 e domenica 5 luglio
Bard (Aosta)
Si apre la stagione estiva all’ottocentesco “Forte” sabaudo. E l’avvio non poteva essere migliore. Il primo appuntamento è per venerdì 3 luglio prossimo (ore 21), con i festeggiamenti in grande stile del mezzo secolo di storia della “Bandadonnas”, la “Banda Musicale” di Donnas, che per l’occasione accompagnerà in concerto uno dei più celebri e virtuosi trombettisti spagnoli contemporanei, Rubén Simeò (nato a Vigo, porta d’accesso alle paradisiache Isole Cies, nel 1992) che porterà sul palco della “Piazza d’Armi” il suo ultimo potente spettacolo, “Close to you”, con il quale il “Señor Trompeta” (com’è definito in patria Simeò) ripercorre alcuni tra i più grandi successi della musica “pop” mondiale. Per la prima volta nella Vallée, l’artista spagnolo ha ottenuto, con quest’ultimo tour, un grandissimo successo con più di 70 concerti eseguiti in tutto il mondo, riempiendo con oltre 100 repliche e 30mila spettatori i teatri di Spagna, Colombia, Ecuador, Messico, Italia e Portogallo. Vero e proprio “enfant prodige” o “niño prodigio” (si direbbe dalle sue parti), Simeò ha dimostrato doti eccezionali fin da piccolissimo. Dall’età di 8 anni, il suo talento travolgente lo ha portato a esibirsi in concorsi internazionali e in programmi televisivi, conquistando la critica e il pubblico per una maturità espressiva insolita per la sua età, tanto da essere in seguito designato come “suo successore” personalmente dal leggendario trombettista francese Maurice André (1933 – 2012), tra i maggiori interpreti con la “tromba piccola” del repertorio barocco, docente, dal 1966 al 1978, al “Conservatorio” di Parigi e suo prezioso “mentore”.
L’ingresso è libero. Per accedere non è necessaria la prenotazione.
Per info: Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it
“Echi dal Forte” – “Celtica Valle d’Aosta” celebra il suo trentennale
Simeò e la sua “magica” tromba, dunque, venerdì 3 luglio. E subito, due giorni dopo, domenica 5 luglio, il “Forte” si aprirà ad una “giornata speciale” tesa ad unire la sua maestosità all’energia di “Celtica Valle d’Aosta” – il Festival internazionale di musica, arte e cultura celtica “più alto d’Europa” – che proprio alla “Fortezza – Polo Culturale” della Vallée, celebrerà, con un appuntamento straordinario il traguardo storico della sua 30^ edizione. “Echi dal Forte”, il titolo dato all’evento, preceduto, da giovedì 2 luglio, da altre tre giornate di festa tenute nella splendida e tradizionale cornice del “Bosco del Peuterey” in Val Veny (Courmayeur).
E al “Forte di Bard” che succederà?
A partire dal primo pomeriggio (ore 15), le mura della Fortezza accoglieranno una giornata dedicata alla riscoperta delle “radici celtiche” del territorio, portando l’energia del Festival fuori dai suoi tradizionali scenari boschivi per abbracciare la storia millenaria del “Forte”. Sottolinea, in proposito, Laura Plati, presidente dell’Associazione “Clan della Grande Orsa” e direttrice generale del Festival: “Siamo entusiasti di tornare a far risuonare le pietre del ‘Forte di Bard’ con le melodie di ‘Celtica’. Celebrare il nostro trentesimo anniversario riprendendo questa storica collaborazione, che già in passato ha regalato edizioni indimenticabili, è per noi motivo di grande orgoglio. È un ritorno alle origini che guarda al domani: l’evento del ‘Forte di Bard’ non solo chiuderà ufficialmente le celebrazioni di quest’anno, ma grazie alla sua posizione strategica, fungerà da ponte ideale per lanciare l’edizione 2027”.
Questo, in sintesi, il programma in agenda. Dalle 15 alle 19: le note solenni delle cornamuse e dei tamburi scozzesi del “Celtic Knot Pipes and Drums” e le sonorità folk della “Compagnia del Coniglio” animeranno le strade e accompagneranno i visitatori lungo un percorso all’interno della “Fortezza”. Dalle 16 alle 17: Workshop di “Danze Irlandesi e Scozzesi”: un momento di totale coinvolgimento a cura dei “Gens d’Ys” (“Accademia italiana di danze irlandesi”), allestito presso le “Scuderie del Forte”. Dalle 17,30 alle 18,30: Concerto acustico di “Arpa celtica”: l’eleganza e la magia delle melodie di Katia Zunino troveranno una perfetta e intima dimensione acustica nella suggestiva “Cappella del Forte”. E, in chiusura, dalle 19 alle 20, di nuovo Spettacolo di “Danze Irlandesi”: l’energia travolgente dei “Gens d’Ys” tornerà protagonista per il gran finale sul palco principale della “Piazza d’Armi”.
Per info su modalità di accesso e programma dettagliato: www.celtica.vda.it o www.fortedibard.it
Gianni Milani
Nelle foto: Rubén Simeò; “Bandadonnas”; “Celtic Knot Pipes and Drums”; Katia Zunino
Domenica 28 giugno il Comune di Cinzano in collaborazione con il Comitato per la tutela del patrimonio e delle tradizioni dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv, ha organizzato una commemorazione del suo storico legame con Desana (VC), Roddi (CN) e Buttigliera Alta (TO) attraverso i Marchesi Della Chiesa.
La cerimonia, patrocinata dal Consiglio Regionale del Piemonte, dalla Provincia di Torino e dal Comune di Cinzano, ha preso il via nella Chiesa Parrocchiale di Sant’Antonio Abate, completata nel XVIII secolo in stile barocco, dove alle ore 10 Don Silvano Canta ha celebrato la S. Messa.
Successivamente i partecipanti e i gruppi storici hanno sfilato in corteo fino alla Sala Consiliare del Municipio, dove si è tenuta una solenne cerimonia, aperta dai saluti di Emilio Longo, Sindaco di Cinzano.
Lo scrivente nel suo intervento ha descritto i legami che Cinzano ha con Desana e Roddi.
Il primo Marchese di Cinzano fu Carlo Francesco Della Chiesa, nato a Saluzzo il 4 luglio 1624. Egli ricoprì prestigiosissime cariche presso i Savoia, tra le quali quelle di Primo presidente della Camera e poi del Senato. Nel 1666, avviò un’importante fase di restauro del Castello di Cinzano, risalente al XIII secolo, dotandolo di una nuova facciata e di un salone nobiliare. Si spense il 30 giugno 1699 e venne sepolto nel suo amato feudo cinzanese.
Il suo primogenito Francesco Filippo, a lui premorto nel 1693, nel 1675 aveva sposato Maria Camilla Tizzone di Desana, che gli aveva portato in dote il Castello di Roddi, acquistato dalla sua quadrisavola Giovanna Carafa, moglie di Gianfrancesco II Pico, Signore di Mirandola e Conte di Concordia, il 5 dicembre 1525 per seimila scudi d’oro.
Gli ultimi esponenti maschili del ramo primogenito dei Della Chiesa furono i discendenti alla sesta generazione di Francesco Filippo e Maria Camilla: il Marchese Enrico e suo fratello Saverio.
Il primo morì senza figli maschi sopravvissuti nel 1847 e le sue figlie Paoloina e Felicita cedettero il Castello di Cinzano a privati. Il secondo nel 1836 alienò il Castello di Roddi a Giuseppe Scarzello di Monforte, che lo acquistò per conto di Re Carlo Alberto.
Nel 1872 Ludovico Della Chiesa, membro del ramo secondario del casato, che aveva ereditato il titolo di Marchese di Cinzano, ma non il castello, acquistò il maniero e lo fece restaurare in stile neogotico. Nel 1951 alla morte del suo discendente il Marchese Vittorio, il Castello di Cinzano fu nuovamente venduto e nel 1968 venne frazionato in appartamenti.
Ha preso quindi la parola Manuela Massola del “Filo della Memoria” de “Il Colibrì Aps” di Buttigliera Alta, la quale ha illustrato il legame tra Cinzano e il suo paese, attraverso le nozze nel 1698 tra il Marchese Carlo Giuseppe Antonio Della Chiesa (figlio del Marchese Francesco Filippo e Maria Camilla Tizzone) e Orsola Paola Delfina Carron di San Tommaso (figlia di Carlo Giuseppe Vittorio, Marchese di San Tommaso e Conte di Buttigliera Alta e di Paola Beatrice Roero di Guarene). Dalla loro unione nacque Ignazio Della Chiesa, Abate di Sangano e successivamente Cappellano Maggiore del Re di Sardegna Carlo Emanuele III, il quale ne propose l’investitura come 21° Vescovo di Casale.
Nel 1710 Orsola Paola Delfina morì e nel 1714 il Marchese di Cinzano e Roddi si risposò con la nobile Silvia Gabriella Morozzo Della Rocca che gli diede tre figli, tra questi Gaspare, che dalla seconda moglie Maria Maddalena Ruffino dei Conti di Diano D’Alba ebbe tre figlie, tra le quali Luigia che nel 1781 sposò il Marchese Paolo Luigi Guasco di Bisio di Alessandria e fu madre di Enrichetta. Quest’ultima vide la luce il 13 luglio 1785 e nel 1805 impalmò Alessandro Carron, Marchese di San Tommaso e Conte di Buttigliera Alta. Enrichetta rimase vedova nel 1816 e nel 1843 ebbe il dolore di perdere il suo amato figlio Felice, deputato, Sindaco di Sommariva Perno e autore delle Tavole Genealogiche di Casa Savoia. Fu madrina di battesimo della Contessa Clementina, l’ultimo esponente del casato Carron, che si spense il 27 aprile 1912.
Dopo l’intervento dello storico Carlo Bosco, il quale ha parlato all’assemblea dei Marchesi di Cinzano, il Vice Sindaco Michele Schiavo ha raccontato dei preziosi documenti storici ritrovati per caso in biblioteca, tra i quali una mappa del paese risalente al 1782 e molti libri relativi ad atti dei Savoia.
Il Comitato per la tutela del patrimonio e delle tradizioni dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv ha quindi conferito uno speciale attestato di benemerenza al Comune di Cinzano e agli storici Carlo Bosco e Carlo Biglietti.
I presenti si sono quindi trasferiti nel cortile del castello dove i rievocatori dell’Associazione culturale “La Crisalide di ieri e di oggi” di Venaria Reale si sono esibiti in danze seicentesche.
E’ seguito un rinfresco.
La cerimonia è stata impreziosita dalla presenza dei seguenti gruppi storici:
“I Signori di Torino nell’Ottocento”, i cui rievocatori hanno impersonato la Regina Margherita, accompagnata dal Marchese Emanuele Pes di Villamarina, con la consorte Paola, dama d’onore della sovrana;
“Della Fenice” di Pianezza, la cui Presidente Monica Todi ha impersonato Maria Vittoria Dal Pozzo della Cisterna, Regina di Spagna dal 1870 al 1873, accompagnata da due dame di compagnia;
“I Verulfi di Chivasso”, nobile famiglia piemontese originaria di Verolengo, che tra XVII e XVIII secolo visse a Chivasso e possedette piccoli feudi nel Canavese;
ANDREA CARNINO
“Linea Cadorna” è il nome con cui è conosciuto il sistema di fortificazioni che si estende dall’Ossola alla Valtellina. Un enorme reticolo di trincee, postazioni di artiglieria, luoghi d’avvistamento, ospedaletti, strutture logistiche e centri di comando, collegate da centinaia di chilometri di strade e mulattiere, realizzato durante il periodo della prima guerra mondiale. Un’opera fortemente voluta dal generale Luigi Cadorna, capo di Stato Maggiore dell’Esercito (originario di Pallanza, sul lago Maggiore), con lo scopo di contrastare una eventuale invasione austro-tedesca proveniente dalla Svizzera.
Lo scoppio della guerra – il 23 luglio del 1914 – e gli avvenimenti successivi tra cui l’invasione del Belgio neutrale e i cambi di alleanze tra le varie potenze europee, accentuarono i dubbi sulla volontà del governo elvetico di far rispettare la neutralità del proprio territorio. Così, una volta che l’Italia entrò in guerra contro l’Austria – il 24 maggio 1915 – , il generale Cadorna, per non incorrere in amare sorprese, ordinò di avviare i lavori difensivi, rendendo esecutivo il progetto di difesa già predisposto. Da quasi mezzo secolo erano stati redatti studi, progettazioni, ricognizioni, indagini geomorfologiche, pianificazioni strategiche, ricerche tecnologiche. E non si era stati con le mani in mano: a partire dal 1911 erano state erette le fortificazioni sul Montorfano, a difesa degli accessi dalla Val d’Ossola e dal Lago Maggiore, e gli appostamenti per artiglieria sui monti Piambello, Scerré, Martica, Campo dei Fiori, Gino e Sighignola, tra le prealpi varesine e la comasca Val d’Intelvi. Anche la Svizzera, dal canto suo, intensificò i lavori di fortificazione al confine con l’Italia, realizzando opere di sbarramento a Gordola, Magadino, Monte Ceneri e sui monti di Medaglia, nel canton Ticino. In realtà,tornando alla Linea Cadorna,quest’opera, nella terminologia militare dell’epoca, era definita come ” Frontiera Nord” o, per esteso, “sistema difensivo italiano alla Frontiera Nordverso la Svizzera”. E, ad onor del vero, più che una fortificazione collocata a ridosso della frontiera si tratta di una linea difensiva costruita in località più arretrate rispetto al confine, con lo scopo di presidiare i punti nevralgici. Un’impresa mastodontica.
Basta scorrere, in sintesi, la consistenza dei lavori eseguiti e delle spese sostenute per la loro realizzazione: “Sistemazione difensiva – Si svolge dalla Val d’Ossola alla Cresta orobica, attraverso le alture a sud del Lago di Lugano e con elementi in Val d’Aosta. Comprende 72 km di trinceramenti, 88 appostamenti per batterie, di cui 11 in caverna, mq 25000 di baraccamenti, 296 km di camionabile e 398 di carrarecce o mulattiere. La spesa complessiva sostenuta, tenuto conto dei 15-20000 operai ( con punte fino a trentamila, nel 1916, Ndr) che in media vi furono adibiti, può calcolarsi in circa 104 milioni”. Le ristrettezze finanziarie indussero ad un utilizzo oculato delle materie prime,recuperate sul territorio. Si aprirono cave di sabbia, venne drenata la ghiaia negli alvei di fiumi e torrenti; si produsse calce rimettendo in funzione vecchie fornaci e furono adottati ingegnosi sistemi di canalizzazione delle acque. Gli scalpellini ricavarono il pietrame, boscaioli e falegnami il legname da opera, e così via. I requisiti per poter essere arruolati come manodopera, in quegli anni di fame e miseria, consistevano nel possedere la cittadinanza italiana, il passaporto per l’interno e i necessari certificati sanitari. L’età non doveva essere inferiore ai 17 anni e non superiore ai sessanta e, in più, occorreva che i lavoratori fossero muniti di indumenti ed oggetti personali. A dire il vero, in ragione della ridotta disponibilità di manodopera maschile, per i frequenti richiami alle armi, vennero assunti anche ragazzi con meno di 15 anni, addetti a mansioni di manovalanza, di guardiani dei macchinari in dotazione nei cantieri o di addetti alle pulizie delle baracche. La manodopera femminile, definita con apposito contratto, veniva reclutata nei paesi vicini per consentire alle donne, mentre erano impegnate in un lavoro salariato, di poter badare alla propria famiglia e di occuparsi dei lavori agricoli. Il contratto era diverso a seconda dell’ente reclutante: l’amministrazione militare o le imprese private.
Quello militare garantiva l’alloggiamento gratuito, il vitto ( il rancio) uguale a quello delle truppe, l’assistenza sanitaria gratuita, l’assicurazione contro gli infortuni, un salario stabilito in relazione alla durata del lavoro da compiere, alle condizioni di pericolo e commisurato alla professionalità e al rendimento individuale. Il salario minimo era fissato, in centesimi, da 10 a 20 l’ora per donne e ragazzi; da 30 a 40 l’ora per sterratori, manovali e braccianti; da 40 a 50 per muratori, carpentieri, falegnami, fabbri e minatori; da 60 ad una lira per i capisquadra. L’orario di lavoro era impegnativo e prevedeva dalle 6 alle 12 ore giornaliere, diurne o notturne, per tutti i giorni della settimana. Delle paventate truppe d’invasione che, come orde fameliche, valicando le Alpi, sarebbero dilagate nella pianura padana, non si vide neppure l’ombra. Così, senza il nemico e senza la necessità di sparare un colpo, con la fine della guerra, le fortificazioni vennero dismesse. Quelle strutture, negli anni del primo dopoguerra, furono in parte riutilizzate per le esercitazioni militari e , negli anni trenta, inserite in blocco e d’ufficio nell’ambizioso progetto del “Vallo Alpino”, la linea difensiva che avrebbe dovuto – come una sorta di “grande muraglia” – rendere inviolabili gli oltre 1800 chilometri di confine dello Stato italiano. Un’impresa titanica, da far tremare le vene ai polsi che, forse proprio perché troppo ardita, in realtà, non giunse mai a compimento. Anche nella seconda guerra mondiale, la Linea Cadorna non conobbe operazioni belliche, se si escludono i due tratti del Monte San Martino (nel varesotto, tra la Valcuvia e il lago Maggiore) e lungo la Val d’Ossola dove, per brevi periodi , durante la Resistenza, furono utilizzati dalle formazioni partigiane. Infine, come tutte le fortificazioni italiane non smantellate dal Trattato di pace siglato a Parigi nel febbraio 1947, a partire dai primi d’aprile del 1949, anche la “linea di difesa alla frontiera nord” entrò a far parte del Patto Atlantico istituito per fronteggiare il blocco sovietico ai tempi della “guerra fredda”. Volendo stabilire una data in cui ritenere conclusa la storia della Linea Cadorna, almeno dal punto di vista militare, quest’ultima può essere fissata con la caduta del muro di Berlino, il 9 novembre 1989.
Da allora in poi, le trincee, le fortificazioni e le mulattiere sono state interessate da interventi di restauro conservativo realizzati dagli enti pubblici che hanno permesso di recuperarne gran parte alla fruizione turistica, lungo gli itinerari segnalati. La “Cadorna” si offre oggi ai visitatori come una vera e propria “Maginot italiana”, un gigante inviolato, in grado di presentarsi senza aloni drammatici, come un sito archeologico dove è possibile vedere e studiare reperti che hanno subito l’ingiuria degli uomini e del tempo ma non quella dirompente della guerra. Tralasciando la parte lombarda che si estende fino alla Valtellina e restando in territorio piemontese, sono visitabili diversi percorsi, dal forte di Bara – sopra Migiandone, nel punto più stretto del fondovalle ossolano – alle trincee del Montorfano, dalle postazioni in caverna del Monte Morissolo al fitto reticolo di trincee e postazioni di tiro dello Spalavera ( la sua vetta è uno splendido belvedere sul Lago Maggiore e le grandi Alpi), dalle trincee circolari con i camminamenti e la grande postazione per obici e mortai del Monte Bavarione fino alle linee difensive del Vadà e del monte Carza, per terminare con quelle della “regina del Verbano”, un monte la cui vetta oltre i duemila metri, viene ostentatamente declinata al femminile dagli alpigiani: “la Zeda”.
Marco Travaglini
Il 1⁰ luglio il Premio Odisseo incontrerà pittori e scultori al Sermig alle ore 20.
Si è giunti all’edizione 2026 del Premio Odisseo, la prestigiosa manifestazione organizzata dal Club Dirigenti Vendite & Marketing dell’Unione Industriali di Torino ( CDVM ) dal lontano 2005 per premiare l’eccellenza di impresa intesa come espressione della creatività, dell’innovazione e della sostenibilità economica, ambientale e sociale.
La premiazione delle imprese eccellenti avverrà nel mese di novembre 2026 al termine di un percorso che vedrà coinvolte imprese, realtà culturali e istituzionali di Piemonte, Liguria e valle d’Aosta.
Il mondo dell’arte ha da sempre sostenuto il Premio Odisseo e anche in questa edizione pittori e scultori partecipano all’organizzazione dell’evento, donando le proprie opere alle imprese eccellenti e creative, vincitrici del Premio.
Il 1⁰ luglio al Sermig, in occasione della cena sociale estiva del CDVM, il Premio Odisseo incontrerà pittori e scultori. Saranno presenti gli artisti Lorenzo Avico, Mariella Bogliacino, Francesco Di Lernia, Paola Gandini, Fernando Montà, Alberto Reviglio e Luisa Valentini, per la condivisione di un percorso comune tra impresa, arte e solidarietà.
Mara Martellotta

Nell’ottocentesca “Villa Giulia” di Verbania, la “città giardino” sul Lago Maggiore dedica un’importante retrospettiva ad Alessandro Mendini
Dal 16 maggio al 27 settembre
Verbania
Una grandiosa (in tutti sensi) “Poltrona di Paglia”, che mi fa subito venire alla mente le “Big Benches” (“Panchine Giganti” panoramiche, oggi sparse in tutta Italia, la maggior parte in Piemonte), ideate dal designer automobilistico americano Chris Bangle quando insieme alla moglie, nel 2009, si trasferì nelle Langhe di Clavesana e proprio lì creò la sua prima “Panchina Gigante”. La “Panchina n. 1”. Correva l’anno 2010. Non una novità, se si pensa all’enorme “Poltrona di Paglia”, di cui sopra, progettata da Alessandro Mendini, era il 1974 (ben 35 anni prima!), tra i più geniali interpreti del “design” e dell’“architettura” del nostro Novecento, cui la Città di Verbania dedica nell’ottocentesca “Villa Giulia”, sul versante piemontese del Lago Maggiore, una prestigiosa retrospettiva, curata da Loredana Parmesani (con allestimento di Alex Mocika), e visibile da sabato 16 maggio a domenica 27 settembre. Ben 130 le opere in mostra, tra le più significative della sterminata produzione di Mendini (Milano, 1931 – 2019) e capaci di ripercorrere tutta la sua lunga carriera, dando voce e corpo ad un vasto arco cronologico che scorre dai primi passi nel “Radical Design” milanese degli anni Settanta fino alle più pronunciate “teorie post-moderne”, che ritroviamo anche nella sua collaborazione con l’Azienda “Alessi”, la cosiddetta “Fabbrica dei sogni”, che proprio nel Verbano-Cusio-Ossola (precisamente ad Omegna, dove fu fondata nel 1921 da Giovanni Alessi) ha la sua sede operativa.
Organizzata dal “Comune di Verbania”, in collaborazione con l’“Archivio Alessandro Mendini (Elisa e Fulvia Mendini)”, il Patrocinio di “Regione Piemonte” e “Provincia del Verbano-Cusio- Ossola” (insieme ad altri numerosi Enti ed Istituzioni), la rassegna segue fedelmente un particolare “percorso espositivo” che si snoda lungo un allestimento modulato sulla struttura interna di “Villa Giulia”. In cui s’affiancano, per l’appunto (per dirla con il titolo della stessa mostra), “Cose” che guardano – in un gioco ludico fatto di alta maestria ma anche di sottile ironia e non poca visionarietà – alle “Stanze come mondi”. Ogni stanza, infatti, é dedicata a un capolavoro di Mendini, scelto in collaborazione con le figlie Fulvia ed Elisa.
In mostra, ci si muove dunque dalla famosa “Poltrona di Paglia” del 1974, progettata per dichiarare quanto il “design” possa essere non solo creazione di “oggetti utili”, ma anche “strumento di provocazione, sensibilizzazione e attivismo sociale”, alla “Poltrona di Proust” del 1978, dedicata allo scrittore francese e a metà tra “Rococò” e “Puntinismo”; dal “Divano K2” per “A LOT OF Brazil” (importante industria di “design” brasiliana) del 2013 – omaggio ai riferimenti artistici a lui più vicini, quali De Chirico, Savinio, Carrà, Kandinskij, Futurismo e le avanguardie storiche del tempo – al “Mendinigrafo” del 1985, una sorta di “normografo” o “strumento da disegno” in legno che racchiude i segni e i decori caratterizzanti la sua produzione, fino al “100% Make up” di “Alessi” del 1992, una “Collezione di 100 vasi in porcellana” con il coperchio disegnato da Mendini, ma decorati da altrettanti artisti, architetti e “designer” internazionali. E tant’altro, ancora, di imprevedibile e geniale creatività. Ciascuna opera, inoltre, ci appare accompagnata da disegni, oggetti, dipinti e testi che ne spiegano la genesi e ne sottolineano la collocazione storica e l’importanza estetica.
Sottolinea la curatrice, Loredana Parmesani: “In ogni spazio, l’oggetto iconico dà il via a un racconto progettuale ed emozionale che si sviluppa in un percorso fatto di oggetti, disegni, fotografie, scritti che sostengono la peculiarità teorica e formale dell’argomento affrontato. Perché le stanze? Perché le stanze come mondi? Perché le stanze sono state uno dei fili conduttori della sua ricerca. La stanza, a lui così cara, è luogo della riflessione, del riposo, della quiete, del lavoro ma anche il luogo della turbolenza, dell’inquietudine che può divenire anche prigione da cui fuggire grazie all’immaginazione”.
Particolarmente intenso e fecondo anche l’estroso lavoro di “architetto” di Mendini che, insieme al fratello Francesco e con il loro “Atelier”, ha dato vita a innumerevoli progetti in Italia e nel mondo, dalle “Fabbriche Alessi” a Omegna alla “Piscina Olimpionica” di Trieste e alle stazioni della “Metropolitana” a Napoli, fino, in estrema sintesi, al “Museo di Groningen” in Olanda, a un quartiere di Lugano in Svizzera, a un “Palazzo Commerciale” a Lörrach in Germania e, in Corea del Sud, alla “Torre Osservatorio” di Suncheon.
Gianni Milani
“COSE. Stanze come mondi”
Villa Giulia, corso Zanitello 10, Verbania; tel. 0323/503249 o www.viviverbania.it
Dal 16 maggio al 27 settembre
Orari: dal lun. al ven. 10,30/13 e 16/19; sab. e dom. 11/19
Nelle foto: Alessandro Mendini seduto sulla “Poltrona di paglia”, 1974 (Ph. Enrico D. Bona); “Poltrona di Proust”, 1978 (Ph. Carlo Lavoratori); “K2 Amazzonia”, 2013 (“Archivio Alessandro Mendini”); “100% Make Up, Alessi”, 1992 (“Archivio Alessandro Mendini”)
Si intitola “Una passione civile. Scritti scelti sulla storia e la cultura del Verbano Cusio Ossola” l’antologia che raccoglie quarant’anni di ricerche e pubblicazioni di Pier Antonio Ragozza, studioso di storia e dirigente scolastico ossolano, prematuramente scomparso nel maggio 2024. La Casa della Resistenza di Verbania (di cui Ragozza era componente del Comitato Scientifico) in sinergia con l’editore Grossi di Domodossola e il patrocinio della Fondazione Paola Angela Ruminelli ha pubblicato il libro che propone un’antologia di scritti e orazioni scelti in una bibliografia vastissima. Pier Antonio Ragozza (1960-2024), originario di Premosello Chiovenda, dopo la laurea in Giurisprudenza con tesi in Diritto costituzionale su Anticipazioni della Costituzione italiana nella legislazione della Repubblica dell’Ossola, è stato docente di discipline giuridiche ed economiche, preside dell’Istituto Galletti di Domodossola, dirigente scolastico dell’Istituto Cobianchi di Verbania e infine del Liceo “Spezia” di Domodossola. Ragozza è stato anche un apprezzato studioso e un infaticabile ricercatore sulla storia e la cultura delle terre tra i laghi prealpini e le grandi Alpi del nordovest. Le sue ricerche, caratterizzate da un grande rigore scientifico, lo collocano tra gli esponenti più importanti nel campo degli studi umanistici sulla provincia più montana d’Italia, il Verbano Cusio Ossola. A testimonianza di quest’impegno sono le numerosissime collaborazioni con giornali e riviste del territorio, associazioni, gruppi di ricerca, istituti culturali. Il volume offre uno sguardo largo sui numerosi interessi di studioso di Pier Antonio Ragozza: le vicende della lotta di Liberazione e del corpo degli alpini, la storia militare e delle fortificazioni, la particolarità di una terra di frontiera e l’antropologia alpina, la passione per l’insegnamento e l’oratoria civile. Piuttosto vasta è la tipologia degli scritti di Ragozza che vanno dagli articoli su giornali e riviste a saggi e presentazioni di libri, a relazioni per convegni e incontri pubblici. Una passione civile, curato da Paolo Crosa Lenz e Andrea Pozzetta, ha visto la collaborazione di Gianmaria Ottolini, Stefano Mura, Franco Chiodi, Marco Travaglini, Chiara Uberti.
Marco Travaglini
GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA
