CULTURA E SPETTACOLI

“Luccicanza. Di fiori e di filo, di pietra e di terra, di pelle e di radice”

La Fondazione Zegna presenta da domenica 24 maggio al 22 novembre prossimo la mostra “Luccicanza. Di fiori e di filo, di pietra e di terra, di pelle e di radice”, un progetto di Chiara Camoni concepito per gli spazi di Casa Zegna e curato da Ilaria Bonacossa. A poche settimane dell’inaugurazione della 61esima Biennale di Venezia, dove l’artista rappresenta l’Italia con il progetto “Con te, con tutto”, e di cui Zegna è main sponsor, la mostra nasce da una relazione costruita nel tempo tra la ricerca di Camoni, il paesaggio di Oasi Zegna e la memoria materiale del luogo.

Pensata in connessione con il territorio dell’Oasi, “Luccicanza” si sviluppa come un paesaggio abitabile, in cui scultura, tessitura, ceramica e materia naturale intrecciano le forme del vivente e diventano memoria e trasformazione. Terre, minerali, fibre vegetali e filati provenienti dall’Oasi entrano direttamente nelle opere come elementi attivi, generando un dialogo tra pratica artistica, paesaggio e cultura materiale. La mostra si inserisce nella visione culturale promossa da Fondazione Zegna e da Zegna Art, la struttura che riunisce le iniziative artistiche di Zegna, fondato sull’idea che arte, manifattura e territorio possano essere pensati come parte di una stessa trama culturale e sensibile. Questa mostra di Chiara Camoni, in programma dal 24 maggio a domenica 22 novembre, presso Casa Zegna, dimostra come per la Fondazione Zegna l’arte sia diventata un dispositivo di trasformazione lenta, un modo per osservare la materia, ascoltare i materiali e riconoscere le relazioni che uniscono corpi, paesaggi e storie.

Chiara Camoni è un’artista nata a Piacenza nel 1974 che vive e lavora in un piccolo borgo tra le Alpi Apuane. La sua pratica comprende il disegno, la stampa vegetale,  il video e soprattutto la scultura, con particolare attenzione alla ceramica. I suoi lavori sono spesso frutto di collaborazione con gruppi informali e spontanei, di workshop e seminari più istituzionali.

Info: la mostra è aperta tutte le domeniche dalle 11 alle 17, presso Casa Zegna, in via Marconi 23, Trivero Valdilana, Biella – 015 7591463 – casazegna@fomdazionezegna.org

Mara Martellotta

“Snodi Culturali”: Tibaldi presenta il suo libro a quattro mani con Carlin Petrini

A Guarene (Cuneo), evento finale della rassegna. 

Martedì 26 maggio, ore 18

Guarene (Cuneo)

Evento conclusivo. Non privo di dolenti memorie. Che certamente non mancherà di farsi affettuosa trama di indelebili ricordi e profonde gratitudini. Perché Lui, la Sua anima, la Sua voce saranno lì, in mezzo al pubblico e alle sue tante voci, come vento di speranza e di quell’infinito amore, che nel tempo l’hanno accompagnato a fare grande, sempre di più, la Sua amata Langa. Destino!

Proprio a pochi giorni, infatti, dalla scomparsa (giovedì 21 maggio scorso, a 76 anni) nella sua Bra dell’indimenticato Carlin Petrini“filosofo del cibo buono, pulito e giusto” – fondatore di “Slow Food”“Terra Madre – Salone del Gusto” e di quella meraviglia (2004) che è a Pollenzo l’“Università di Scienze Gastronomiche”, primo Ateneo al mondo dedicato al cibo nella sua globalità – si terrà l’ultimo appuntamento (che lo vedeva coinvolto) di “Snodi Culturali”, il ciclo degli 11 incontri gratuiti, tenuti, dal 16 aprile scorso al prossimo 26 maggio (a Guarene, Neviglie e Pieia) sotto la direzione creativa della “Fondazione Cesare Pavese”, con il coordinamento e la “moderazione” di Pierluigi Vaccaneo.

Ultimo appuntamento in programma a Guarene (Cuneo), martedì 26 maggio (ore 18), presso “Palazzo Re Rebaudengo”, protagonista l’albese Paolo Tibaldi (attore, regista e scrittore, “Premio Davide Lajolo 2020” per l’impegno nella valorizzazione della cultura locale attraverso il linguaggio teatrale) che, in quell’occasione racconterà, di “Vite di Langhe e Roero. Storie e vite che hanno dato forma a una delle terre più affascinanti d’Italia”, ultimo libro (“Slow Food editore”, 2025) scritto a quattro mani – e a due grandi cuori – proprio insieme a  Carlin Petrini. Un viaggio nelle Langhe e nel Roero attraverso le storie, i volti e le trasformazioni che hanno segnato gli ultimi due secoli, il libro intende guidare il pubblico dentro una “geografia umana” fatta di lavoro, comunità e cambiamenti profondi. “Dalla civiltà contadina – si sottolinea – alle sfide contemporanee, dai pionieri del vermouth e dei vini piemontesi ai contadini che hanno saputo via via leggere la terra con umiltà ed ingegno, si tratta di un racconto che intreccia memoria e futuro, invitando a riscoprire il valore delle radici come responsabilità condivisa. Un’occasione per guardare ai territori con uno sguardo nuovo, consapevole e generativo”.  Pur rendendo il totale, dovuto omaggio alla tradizione. E, in proposito, Carlin citava in prefazione Gustav Mahler“Tradizione è custodire un fuoco – diceva il grande compositore e direttore d’orchestra austriaco – non adorare la cenere”.

E ancora, Carlin: “Questo libro è un gesto di gratitudine verso chi ci ha regalato memorie, immagini, silenzi. Ma è anche, e forse soprattutto, un atto di responsabilità verso una generazione di giovani che merita di conoscere le radici delle loro stesse vite”. Quanto ci mancheranno questi insegnamenti! Quanto ci mancherà Carlin Petrini! La sua assenza (e il sapere che sarà “assenza senza fine”), nell’incontro del prossimo martedì a Guarene, sarà un grosso macigno, grosso e pesante sul cuore e sui ricordi di tutti presenti.

In un’occasione che vorrà sottolineare il valore conclusivo di un Progetto, quale “Snodi”, sicuramente a lui caro e che ha fortemente contribuito ad offrire una notevole imprinting socio-culturale all’intero “Suo” territorio. Sottolinea, in proposito, il sindaco di Guarene, Simone Manzone“ ‘SNODI’ è stato un progetto importante per Guarene, Neviglie e Piea, non solo per le attività realizzate, ma per il metodo che ha saputo costruire: mettere insieme istituzioni, partner culturali, artisti, professionisti, cittadini e comunità locali attorno a un’idea condivisa di territorio. L’appuntamento del 26 maggio rappresenta un momento particolarmente significativo, perché ci permette di chiudere il ciclo di ‘Snodi Culturali’ ringraziando tutte le persone che, dal 2022 a oggi, hanno contribuito alla crescita e alla buona riuscita del progetto. Dopo questa data ‘SNODI’ ci regalerà ancora qualche piccola sorpresa artistica nei tre Comuni coinvolti, ma il 26 maggio sarà soprattutto l’occasione per ritrovarci, fare memoria del percorso compiuto e riconoscere il valore delle relazioni, delle idee e delle energie che questo progetto ha saputo attivare”.

In un filone di grande impegno costruttivo per dare concretezza alle infinite, radicate potenzialità di un territorio, quale quello di Langhe – Roero, che di certo l’“immenso” Carlin ebbe ad apprezzare e a condividere.

Per infowww.progettosnodi.it

Gianni Milani

Nelle foto: Guarene “Palazzo Re Rebaudengo”, Paolo Tibaldi e Carlin Petrini

A schermo pieno. Eni nel cinema italiano

Mostra fotografica a cura di Sergio Toffetti al Museo del Cinema di Torino

Fino al 24 agosto prossimo il Museo Nazionale del Cinema ospita una mostra fotografica curata da Sergio Toffetti, che rappresenta un viaggio attraverso le stazioni AGIP raccontate dal cinema italiano, una sorta di cartografia che mostra l’evoluzione del paesaggio  e la trasformazione di stili di vita, sogni e bisogni individuali e collettivi.
Allestita al piano di accoglienza della Mole Antonelliana e realizzata in collaborazione con ENI, l’esposizione con foto di scena, fotogrammi, immagini e spot, narra il modo in cui il cinema italiano abbia trasformato distributori di benzina e aree di servizio in luoghi simbolici della modernità,  specchio dell’evoluzione sociale, economica e culturale dell’Italia.
Da semplici tappe obbligate lungo le strade della mobilità, le stazioni AGIP nel tempo sono diventate presenze ricorrenti, punti di incontro dai quali sono nate storie capaci di attraversare generi, epoche e immaginari.
Il percorso espositivo si sviluppa cronologicamente e viene raccontato attraverso foto di scena e fotogrammi tratti da ben 37 film , a partire da “Ossessione” del 1943 di Luchino Visconti, per passare al Caso Mattei di Francesco Rosi del 1972, approdando poi nel 2014 a “Perez” di Edoardo De Angelis.
Al centro della mostra vi è la riproduzione della stazione di servizio AGIP di Piazzale Accursio a Milano, realizzata nel 1953 da Mario Bacciocchi. Si tratta di un capolavoro dell’architettura del Novecento, simbolo del boom economico di quegli anni. Al suo interno un monitor propone due montaggi alternati a spot pubblicitari, mentre sulle pareti disegni e immagini illustrano l’evoluzione del design delle stazioni di servizio.
Si tratta di lavori provenienti dall’Archivio storico di ENI, una realtà che non racconta soltanto la storia di un’azienda, ma anche quella del paesaggio italiano e delle comunità che lo hanno abitato.
Tra le immagini quella del 1932 con cui il MOMA di New York ha presentato per la prima volta una pompa di benzina, riconoscendola come simbolo di razionalità e modernità.
In Italia, negli anni Cinquanta, AGIP ne trasforma il design grazie al lavoro di Marcello Nizzoli, che rende iconici i distributori  valorizzando il “cane a sei zampe” di Luigi Broggini.
Sono alcuni degli esempi della memoria collettiva incarnata dall’Archivio Storico ENI, che supera il valore aziendale  e viene  ad assumere un significato culturale e civile. Nei suoi 6 km di documenti , 500 mila immagini, 5 mila audiovisivi, 70 mila disegni tecnici si leggono i cambiamenti della città, delle campagne, delle infrastrutture e dei luoghi di lavoro lungo tutto il Novecento.

Nel passaggi dal cinema in bianco e nero a quello a colori, le stazioni di servizio  sfilano come sequenze cromatiche e di stile nei road movies all’italiana. Icone degli anni del boom economico  diventano anche espressione di un immaginario collettivo capace di intrecciare tecnica, design e aspirazione al benessere.
Le stazioni di servizio, collocate lungo le principali arterie autostradali, si impongono insieme al simbolo del “cane a sei zampe” come alcuni dei simboli maggiormente riconoscibili di un Paese come l’Italia proiettato verso la modernità.
Nel cinema italiano la stazione  Agip diventa un luogo familiare e insieme sospeso, teatro di incontri, partenze, soste notturne e momenti di trasformazione personale, oltre che strumento privilegiato per osservare come luoghi apparentemente ordinari abbiano contributo a costruire la memoria collettiva del Paese.
L’esposizione “A schermo pieno” rappresenta,  quindi, la ricostruzione di un paesaggio in continuo cambiamento, quello di un’Italia attraversata anche dal mito americano, dall’euforia del miracolo economico e dalla nascita di nuovi modelli di socialità e consumo.
Dopo la proiezione avvenuta giovedì 21 maggio, alle 20.30, al Cinema Massimo de  “Il sorpasso” di Dino Risi, film girato in Italia nel 1962 e uno di quelli che meglio sia riuscito a raccontare le varie facce della modernizzazione dell’Italia nel secondo dopoguerra, fino al 29 giugno, sempre al Cinema Massimo verrà  proposta la rassegna di “A schermo pieno. Eni nel cinema italiano” con quattro film  che hanno contribuito a rappresentare l’ Italia del progresso tra gli anni Sessanta e i Settanta del Novecento . Sono in programma “Ossessione” di Luchino Visconti del 1943, la “Dolce Vita” di Federico Fellini del 1960, “Kidnapped- Cani arrabbiati” di Mario Bava del 1974 e “A ciascuno il suo” di Elio Petri del 1967, autori che hanno fotografato il nostro Paese percorso da un profondo cambiamento sociale.

Mara Martellotta

Archivissima 2026, “Quello che non c’è”

In occasione di Archivissima 26, il festival dedicato alla valorizzazione e promozione dei patrimoni archivistici, il Centro Studi Teatro Ragazzi Gian Renzo Morteo aprirà al pubblico il suo prezioso patrimonio documentario custodito dalla Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani.

La partecipazione ad Archivissima 2026 offrirà al pubblico l’occasione di conoscere da vicino una selezione di materiali conservati nell’archivio del Centro Studi: manifesti teatrali, libri, copioni, documenti fotografici e audiovisivi che narrano la storia del teatro dei ragazzi italiano. La Notte degli Archivi si svolgerà venerdì 5 giugno, dalle 16.30 alle 22, negli spazi della sala caffetteria della Casa del Teatro. Il tema scelto da Archivissima 2026, “Quello che non c’è”, invita a riflettere sull’assenza custodita negli archivi e a riflettere su ciò che manca. A partire da questa suggestione, il Centro Studi Gian Renzo Morteo propone un percorso dedicato alla memoria teatrale com estromesso capace di rendere nuovamente presenti persone, esperienze e pratiche artistiche. Fulcro di questa presentazione, sarà la figura di Remo Rostagno, uomo di teatro, pedagogo, maestro di scuola e scrittore recentemente scomparso, a cui sarà dedicato un omaggio attraverso materiali provenienti dal Fondo Rostagno e dagli archivi del Centro Studi. Saranno esposti i libri scritto da Rostagno, copioni di spettacoli a cui ha collaborato, articoli e documenti di riviste e periodici specializzati. Il percorso sarà accompagnato da montaggi video e fotografici dedicati ai suoi interventi, e agli spettacoli documentati negli archivi del Centro. Per l’occasione saranno presentati testimonianze e video realizzati da artiste, artisti e operatori teatrali che con lui hanno condiviso esperienze professionali e umane. La manifestazione è aperta a tutti gli studiosi, operatori culturali, famiglie, educatori, ragazzi e ragazze che siano curiosi di conoscere un pezzo fondamentale della storia del teatro italiano.

Venerdì 5 giugno, il pomeriggio si articolerà i due momenti: il primo, dalle 16.30 alle 17.30, in cui avverrà la presentazione di lavori, disegni e podcast da parte di alcuni alunni e alunne delle classi terze dell’Istituto Comprensivo Antonelli – Casalegno, quale momento finale di restituzione e valorizzazione del percorso progettuale svolto in collaborazione con il Centro Studi; il secondo, dalle 18 alle 22, sarà organizzata la visita guidata dei materiali esposti a cura dei volontari del Centro Gian Renzo Morteo. La visita sarà intervallata da interventi di persona e videoregistrati da chi ha aderito all’iniziativa, coordinati da Emiliano Bronzino, direttore artistico della Fondazione TRG di Torino e membro del Comitato Esecutivo ASSITEJ Italia. Tra i tanti partecipanti che hanno già aderito figurano Gianni Bissaca, Laura Curino, Graziano Melano, Beppe Rosso, Bruna Pellegrini Rostagno e Gabriele Vacis.

Info: Centro Studi Gian Renzo Morteo – centrostudi.morteo@fondazionetrg.it -Casa del Teatro Ragazzi e Giovani – Corso Galileo Ferraris 266, Torino.

Mara Martellotta

Borgolibri  celebra il legame tra il Canavese e la Valle d’Aosta

Da venerdì 29 a domenica 31 maggio, il salone CHOC di Borgofranco di Ivrea torna a trasformarsi nella Capitale della Cultura locale ospitando la VI edizione del festival letterario Borgolibri. La rassegna, patrocinata dal Comune, da CNA Editoria Piemonte e della Città metropolitana di Torino, celebra il talento degli autori del Canavese e della Valle d’Aosta. In questa nuova edizione, il festival si conferma un appuntamento di rilievo regionale, coinvolgendo la vicina Valle d’Aosta, in grado di generare un indotto positivo per il territorio. Il calendario di incontri si aprirà venerdì 29 maggio, alle 16.30, e tra i protagonisti delle tre giornate figurano autori come Antonio Albace, Silvia Bardesono, Massimo De Muro, Isabella Rosa Pivot e Danilo Alberto. Il festival non coinciderà solo con presentazioni letterarie, ma sarà una manifestazione di più ampio respiro, offrendo un’esperienza multidisciplinare, dal mercatino del libro usato e antiquariato, aperto per l’intera durata della manifestazione, all’esposizione scientifica “Small Size-i cristalli del Monte Bianco”. Grande spazio sarà dedicato alle arti performative con il maestro Oreste Valente che, sabato 30  maggio, alle 20.45, incanterà il pubblico con lo spettacolo “Il Dante della pace”.

La chiusura sarà affidata alla compagnia Voci nel Frutteto – Macedonie d’Arte, che metteranno in scena “La Notte delle Leggende”.

Appuntamenti a ingresso libero, confermando la vocazione divulgativa e inclusiva di una kermesse capace di unire la memoria storica all’identità territoriale e alla grande letteratura.

Per il calendario degli eventi, consultare il sito www.edizionipedrini.it o chiamare il numero 3939988875

Mara Martellotta

Al teatro Erba si festeggiano i 26 anni di repliche di “Forbici Follia”

Dal 22 al 24 maggio prossimo, presso il teatro Erba di Torino, a grande richiesta tornerà in scena “Forbici Follia” con una produzione di Torino Spettacoli e per la regia di Gianni Williams.

Uno spettacolo esilarante, divertente e interattivo, capace di fondere generi apparentemente lontani, come il giallo e il comico, e adatto ai pubblici più diversi, ai grandi e ai bambini. Il teatro Erba festeggia così i 26 anni di repliche di “Forbici Follia”, nato dal genio di Paul Portner, psicologo svizzero che negli anni Sessanta scrisse il testo teatrale “Scherenschnitt” (termine per indicare l’arte del tagliare la carta con le forbici) e proposto nell’allestimento originale di Bruce Jordan e Marilyn Abrams.

L’azione si svolge in tempo reale nel salone di parrucchiere “Forbici Follia”, nel quale si fanno realmente shampoo, permanenti e messe in piega. Un omicidio viene commesso al piano di sopra e, dopo il tempestivo intervento di un commissario e di un agente speciale, quattro sospettati sono costretti a difendersi dall’accusa di omicidio. Da questo momento il commissario chiederà aiuto agli spettatori, unici testimoni del delitto, e risolvere il caso attraverso la soluzione proposta dal pubblico stesso. I personaggi sono disegnati magnificamente e divertono per la loro caratterizzazione, dalla parrucchiera Alina all’agente di polizia Lo Sordo, da Giampy, esuberante proprietario del salone, al commissario Montalbino, fino all’antiquario Giulio Vàlleri  e all’impossibile signora Ravagliati.

Teatro Erba, corso Moncalieri 241, Torino – dal 22 al 24 maggio 2026

Mara Martellotta

“Passeggiate Letterarie” XVII edizione. Nel “Villaggio Narrante”

Fontanafredda,  arrivano Chiara Buratti e Roberta Ballesini Faletti. A seguire Carlo Cottarelli

Sabato 23 maggio / Martedì 26 maggio (ore 18,30)

Serralunga d’Alba (Cuneo)

Due nuovi appuntamenti per le celebri “Passeggiate Letterarie” nel “Bosco dei Pensieri” promosse dalla farinettiana “Fondazione Emanuele di Mirafiore” in Serralunga d’Alba (Cuneo): il primo dedicato alla “grande narrativa” in omaggio all’indimenticata figura di Giorgio Faletti e il secondo alla più chiara “divulgazione economica”, a conferma del “luogo aperto di incontri tra lettori, autori e temi centrali del nostro tempo” quale si prefigge d’essere la “Fondazione” voluta  nel 2010, all’interno della “Tenuta di Fontanafredda”, da Oscar Farinetti.

Ferrarese di Cento, attrice (nel 2015 porta in scena il monologo “L’ultimo giorno di sole” scritto proprio da Faletti che in lei vedeva un’importante figura di riferimento tanto da scrivere espressamente per e su di lei canzoni e testi teatrali) conduttrice e giornalista televisiva, sarà Chiara Buratti e, con lei, Roberta Ballesini Faletti (compagna di vita e attenta custode dell’eredità artistica del celebre scrittore, attore e cantautore astigiano scomparso nel 2014) a dar corpo e vita al prossimo appuntamento delle “Passeggiate Letterarie” in programma sabato prossimo 23 maggioalle ore 18,30. Chiara e Roberta leggeranno e racconteranno “Io dico” di Giorgio Faletti, pubblicato da “Gallucci” nel 2025 e volume che “restituisce la voce poliedrica” dello scrittore astigiano attraverso “testi poetici” inediti e “aforismi” scelti da chi lo ha conosciuto più da vicino.

L’incontro sarà l’occasione per ripercorrere le molte vite artistiche di Faletti (1950– 2014) – comico e cabarettista (il “Drive In” dell’esilarante Vito Catozzo), ma anche attore, sceneggiatore, scrittore di “thriller bestseller”, cantautore (chi non ricorda il suo magico “Signor Tenente”, portato al “Festival di Sanremo” nel 1994, dove si classificò al secondo posto vincendo pure il “Premio della Critica”?) – e per condividere con il pubblico le sue riflessioni più significative sulla vita, l’amore, la società e la musica.

L’appuntamento di sicuro interesse si inserisce, alla perfezione, nel percorso che la “Fondazione E. di Mirafiore” dedica agli autori “che hanno saputo lasciare un segno profondo nell’immaginario collettivo contemporaneo”. Categoria non eccessivamente folta, dove Giorgio Faletti mantiene di sicuro un posto di tutto onore, soprattutto per quella sua incredibile e costante capacità di reinventarsi, che in ogni caso ebbe a rappresentare il “trionfo della resilienza” e il “valore della rinascita artistica”. Suo il celebre aforisma “Il sognatore costruisce castelli in aria, il pazzo ci abita e lo psichiatra riscuote l’affitto”, a sottolineare il “potere salvifico” dell’immaginazione, della fantasia e della benefica follia insita nel rincorrere, sempre e in ogni modo, anche per le strade più inconsuete ed impreviste, i propri sogni.

Di tutt’altro tenore, ma pur sempre di grande richiamo, l’incontro programmato per martedì 26 maggio, sempre alle 18,30. In questa data, il “Bosco dei Pensieri” farà da magnifica cornice all’appuntamento con uno degli economisti ed accademici che oggigiorno vanno per la maggiore, anche per le sue frequenti partecipazioni ai programmi televisivi di più stretta attualità. Parliamo di Carlo Cottarelli, cremonese, classe 1954, una lunga attività (2008-2013) come “alto dirigente” del “Fondo Monetario Internazionale” e noto a molti come “mister forbici”, appellativo guadagnato sul campo come “Commissario alla Spending Review”, tra il 2013 e il 2014, durante il “Governo Letta”.

Nell’incontro alla “Tenuta di Fontanafredda”, Cottarelli leggerà e racconterà L’economia facile. Risposte semplici per capire il mondo, edito da “Solferino” nel 2026 e libro nato dal confronto diretto con il pubblico in circoli culturali, associazioni, scuole e festival in tutta Italia. Libro in cui l’autore raccoglie i grandi e più ricorrenti interrogativi sull’economia, quelli che ci poniamo ogni giorno: dal perché i salari italiani siano tra i più bassi d’Europa al motivo per cui la benzina non cala quando diminuisce il prezzo del petrolio, offrendo sempre risposte chiare, dirette e accessibili. L’incontro alla “Fondazione Mirafiore” proporrà quindi un dialogo a partire da domande concrete, “svelando miti e realtà sottintese” dietro temi come la pressione fiscale, la spesa pubblica, la disoccupazione e le differenze di ricchezza tra vari Paesi.

Oggi, Carlo Cottarelli dirige l’“Osservatorio sui conti pubblici italiani” dell’“Università Cattolica del Sacro Cuore”, dove insegna, dopo una lunga esperienza maturata tra il “Servizio Studi” della “Banca d’Italia”, l’“Eni” e, come detto, il “Fondo monetario internazionale.

Tra i suoi libri più recenti, da ricordare anche “Senza giri di parole”, pubblicato da “Mondadori” nel 2025.

Per info: “Fondazione E. di Mirafiore”, via Alba 15, Serralunga d’Alba; tel. 0173/626424 o www.fondaionemirafiore.it

Gianni Milani

Nelle foto: Chiara Buratti e Roberta Ballesini Faletti; Carlo Cottarelli

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

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A cura di Elio Rabbione

A cena con il dittatore – Commedia. Regia di Manoel Gomez Perira, con Mario Casas, Oscar Lasarte e Nora Hernandez. Madrid, 1939. La Guerra Civile è finita da appena due settimane e il Generale Franco vuole organizzare una cena celebrativa presso il lussuoso Hotel Palace, simbolo della vittoria del nuovo regime. Manca però il personale; i cuochi migliori infatti sono repubblicani e stanno per essere fucilati. Genaro così ne ottiene il temporaneo rilascio per poter garantire un banchetto impeccabile. Quando il cuoco Antòn si rifiuta di cucinare per il Generale, viene ucciso senza pietà dal falangista Alonso. Al suo posto viene chiamata Juana, un’esperta cuoca che fa parte della CNT (Confederaciòn Nacional del Trabajo). Durata 106 minuti. (Nazionale sala 2)

Amarga Navidad – Commedia drammatica. Regia di Pedro Almodòvar, con Barbara Lennie, Leonardo Sbaraglia, Aitana Sànchez Gijòn e Rossy De Palma. Due storie si alternano. La prima ha per protagonista Elsa, una ragazza di spot pubblicitari, nel 2004, durante il lungo ponte festivo del mese di dicembre. La seconda si svolge nel 2026 ed è incentrata su Raùl, uno sceneggiatore e regista che sta scrivendo un copione che presto scopriremo essere la storia di Elsa, del suo compagno Bonifacio e delle sue amiche Patricia e Natalia. Mescolata alla finzione, Elsa diventa in qualche modo l’alter ego di Raùl, che ricorre all’autofinzione come soluzione a lunga stagione di aridità creativa. Guardando dentro se stesso, Raùl non può fare a meno di rivolgere lo sguardo anche alle persone che compongono il suo universo più intimo: il suo compagno e la sua assistente. In concorso a Cannes. Scrive Alessandra Levantesi Kezich nelle colonne della Stampa: “Il film si configura come una esplorazione dell’ambiguità del rapporto (vampirizzazione o sublimazione?) fra vita e arte e nella spietata autoanalisi di una crisi di ispirazione che è anche crisi esistenziale: l’universo formale è quello di sempre, ma solo quando la cantante Amaia intona la struggente ranchera di Vargas “Las simples cosas” avvertiamo il battito del cuore di Pedro”. Scrive Paolo Mereghetti in quelle del Corsera: “Almodòvar si mette in gioco apertamente con una sincerità che sfiora l’autolesionismo. Raùl è lui, la sua difficoltà di fare i conti con il dolore, la depressione, l’età. Ogni tanto ci regala piccoli sprazzi di personalissima verità ma su tutto commuove l’ostinazione e la determinazione con cui solo il cinema sembra capace di aiutare a fare i conti con la realtà, per lui e per noi”. Durata 111 minuti. (Centrale anche V.O., Classico V.O., Eliseo Grande, Nazionale sala 1 anche V.O., Reposi sala 1, Uci Lingotto)

Antartica – Quasi una fiaba – Regia di Lucia Calamaro, con Silvio Orlando, Barbara Ronchi e Valentina Bellè. Una piccola comunità di scienziati, irraggiungibile per otto mesi l’anno, guarda al futuro della specie umana, cercando cose che ancora non capisce. Non conosce. Non sa. L’arrivo di Maria, genio forastico e cocciuto, nella base più isolata dell’Antartico, metterà in crisi i progetti del capomissione Fulvio Cadorna, suo mentore. Fulvio e Maria sono simili, sono legati, sono complici. Ma come spesso capita, tutti vogliono la stessa cosa, fino al giorno in cui ognuno vuole appropriarsi della propria. Un conflitto scientifico, ideologico, affettivo. Durata 93 minuti. (Fratelli Marx)

Le aquile della repubblica – Drammatico. Regia di Tarik Saleh, con Fares Fares e Lyna Khoudri. George El-Nabawi è la star più famosa del cinema egiziano. Proprio per questa ragione gli viene chiesto con modalità ricattatorie di interpretare il Presidente Abdel Fatah al-Sisi in un film che inneggi alle sue gloriose gesta nella fase che ha preceduto il suo insediamento. George non può rifiutare anche perché metterebbe in pericolo la vita del figlio ma la sua accettazione non è destinata a semplificargli la vita, anche la relazione con la misteriosa moglie del generale che supervisiona il film complica non poco le cose. Durata 127 minuti. (Greenwich Village)

Le città di pianura – Commedia. Regia di Francesco Sossai, con Filippo Scotti, Sergio Romano, Pierpaolo Capovilla, Andrea Pennacchi e Roberto Citran. Due spiantati cinquantenni sono ossessionati di bere l’ultimo bicchiere. Una sera incontrano un ragazzo, Giulio, timido studente di architettura (Scotti, protagonista di “È stata la mano di Dio” di Sorrentino) e il modo di vedere il mondo e l’amore all’improvviso si trasforma pian piano mentre i tre girano tra i locali del Veneto. Un film e una storia che faticano nella prima mezz’ora a ingranare ma che poi fanno pensare e rallegrano, e di questi film ce ne fosse: mai banali, un occhio fermo ad un territorio (e chiamiamola terra!), un’amicizia e un’educazione sentimentale e di vita intera, un richiamo ai “Vitelloni” felliniani e alle loro notti vuote, un film di piccoli affettuosi ritratti che rimangono nella memoria. Un film che ha sbaragliato molti per aggiudicarsi otto David di Donatello, non certo ultimi miglior film, miglior regia e miglior attore protagonista. Da vedere e da rivedere. Durata 100 minuti. (Eliseo, Massimo sala Cabiria)

Il diavolo veste Prada 2 – Commedia. Regia di David Frankel, con Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci e con Kenneth Branagh. Dolce&Gabbana con Donatella Versace e Lady Gaga coinvolti nell’operazione. A quasi vent’anni dalle loro iconiche interpretazioni nei panni di Miranda, Andrea, Emily e Nigel, i quattro attori tornano nelle eleganti strade di New York City e nei lussuosi uffici di Runway nel tanto atteso sequel del fenomeno datato 2006 che ha segnato una generazione. Andrea torna nella prestigiosa rivista di moda dopo vent’anni, ritrovando una Miranda se possibile ancor più cinica e cattiva, che vede attorno a sé un mondo del tutto cambiato. La carta stampata ha forse fatto il suo tempo, è il web ad aver impugnato il bastone del comando, difficile continuare a essere tanto bravi da anticipare quel che piacerà alla gente. Emily ha catturato un fidanzato che non le fa che gli occhi dolci, lavora per Dior, ma non è certo di quelle donne che amano arrendersi. E se in tempo di crisi il trio si riformasse, non esclusa l’anima prorompente di Nigel? Durata 109 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Ombrerosse, Eliseo, Fratelli Marx, Greenwich Village V.O., Ideal, Lux sala 3, Reposi, Romano sala 1 anche V.O., The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Don’t let the sun – Drammatico. Regia di Jacqueline Zünd. In un mondo futuro il caldo non dà tregua e costringe l’umanità a vivere di notte e stare ritirata di giorno. In una grande città di mare, la giovane madre Cleo, preoccupata per la solitudine della figlia Nika, si affida a una agenzia per chiedere che la ragazzina abbia un padre. Viene così chiamato l’impiegato più bravo di tutti, Jonah, abituato a offrire produzione e conforto agli sconosciuti. Durata 100 minuti. (Centrale)

Michael – Musicale, drammatico. Regia di Antoine Fuqua, con Jaafar Jackson. Il film racconta la vita di Michael Jackson oltre la musica, tracciando il suo viaggio dalla scoperta del suo straordinario talento come protagonista dei Jackson Five, all’artista visionario la cui ambizione creativa ha alimentato un’incessante ricerca per diventare il più grande intrattenitore del mondo. Evidenziando sia la sua vita fuori dal palco che alcune delle performance più iconiche degli inizi della sua carriera da solista, il film offre al pubblico un posto in prima fila per Michael Jackson come mai prima d’ora. È qui che inizia la sua storia. Durata 127 minuti. (Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Greenwich Village V.O., Ideal, Lux sala 1, Reposi sala 5, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Mother Mary – Thriller, fantasy. Regia di David Lowery, con Anne Hathaway e Michaela Coel. Alla vigilia del suo grande rientro in scena, l’iconica pop star Mother Mary riavvicina Sam, un tempo sua migliore amica e costumista e ora stilista affermata, per chiederle di confezionarle un nuovo abito. L’incontro riaprirà la strada a sentimenti forti e mai sopiti, ferite e tensioni irrisolte. Durata 110 minuti. (Nazionale sala 4)

Nel tepore del ballo – Drammatico. Regia di Pupi Avati, con Massimo Ghini, Isabella Ferrari, Giuliana De Sio, Lina Sastri, Sebastiano Somma e Raoul Bova. Gianni Riccio è ora un applauditissimo conduttore televisivo, ma la sua infanzia è stata segnata dalla perdita di entrambi i genitori, in due diverse circostanze. Si ritrova però a essere coinvolto in un crack finanziario, venendo prelevato e rinviato a processo: ma forse il nuovo incontro con un antico amore gli darà la forza di ricominciare. Durata 92 minuti. (Romano sala 3)

Star Wars – The Mandalorian and Grogu – Avventura. Regia di Jon Favreau, con Pedro Pascal e Sigourney Weaver. Il mandaloriano Din Djarin è al lavoro per la Nuova Repubblica e dà la caccia agli uomini dell’Impero rifugiatisi sull’orlo più esterno della Galassia. Al suo fianco c’è il piccolo Grogu, il bambino appartenente alla stessa specie dell’anziano Yoda e già capace di usare la forza ma non ancora di parlare. Al mandaloriano viene affidato un incarico insidioso: aiutare due gemelli Hutt a recuperare il figlio di Jabba, ostaggio di un pianeta dove i gladiatori si battono nelle arene. Se riuscirà nell’impresa, al mandaloriano saranno rivelati il nascondiglio e la vera identità di un pericoloso latitante dell’Impero, ma ci si può davvero fidare dei malavitosi Hutt? Durata 132 minuti. (Massaua, Ideal, Lux sala 2, Reposi sala 3, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O. e 3D, The Space Beinasco, Uci Moncalieri anche V.O. e 3D)

Le tigri di Mompracem – Thriller. Regia di Alberto Rodriguez, con Antonio de la Torre e Barbara Lennie. Antonio ed Estrella sono fratello e sorella, vivono insieme a La Huelva, nel sud della Spagna, e fanno i sommozzatori. Figli di un padre che li ha educati alla vita in mare, amano entrambi ciò che fanno, ma hanno destini professionali diversi. Soprannominato “La tigre”, lui è il membro più esperto di una squadra di sub che manutiene le enormi petrolifere attaccate in porto; lei, invece, vittima da bambina di un incidente in acqua che le ha compromesso l’udito, non può immergersi oltre una certa profondità e progetta di andare a lavorare in una riserva marina sull’Atlantico. Il disperato bisogno di denaro di Antonio spingerà fratello e sorella a tentare la fortuna in maniera illecita, a costo della vita. Durata 109 minuti. (Greenwich Village)

Yellows Letters – Drammatico. Regia di Ilker Çatak. Durata 127 minuti. A tre anni dall’apprezzato “La sala professori”, Çatak narra dell’accademico Aziz e dell’attrice Derya che perdono il loro lavoro per la messa in scena di uno spettacolo palesemente avverso al regime. Saranno costretti a trasferirsi a Istanbul, nel tentativo di dare un nuovo aspetto al loro stile di vita e nel confronto con il compromesso che inevitabilmente verrà a proporsi tra il loro impegno politico e la sopravvivenza di ogni giorno. Orso d’oro alla Berlinale. Durata 128 minuti. (Nazionale sala 3)

Paganesimo vivo. Sacro e profano nella tradizione popolare

Scrivere di Massimo Centini è per noi quasi equivalente a scrivere per il Laboratorio del Graal. Se ce lo si permette, sono entrambi ‘prodotti culturali’ tipicamente torinesi, attenti verso ‘un certo qual modo di pensare’, con un certo qual modo di vivere, pensare e soprattutto guardare al passato come a uno spiritus mundi che vive ancora accanto a noi.

Chiaramente ognuno ha propri linguaggi e differenti campi di indagine. Il gruppo di meravigliosi musicisti rappresentato da Rosalba Nattero (seguendo le orme di un titano come Giancarlo Barbadoro) nacque come espressione musicale di Celtic Rock, prima di librarsi in volo anche verso altri sorprendenti traguardi.

Massimo Centini, con simili obiettivi segue invece altre strade; è serio antropologo che da decenni scrive trattati, oltre che essere esperto conferenziere e titolare di cattedra all’Università Popolare di Torino. Ha pubblicato saggi con Mondadori, Piemme, Rusconi, Newton & Compton, Yume, Xenia, Diarkos, Giunti, Triskel e altri. Alcuni dei suoi volumi sono inoltre conosciuti all’estero.

Per scrivere poche righe su PAGANESIMO VIVO ci troveremo quindi a nostro discreto agio. Da dove veniamo, chi siamo ora e soprattutto esiste un filo di Arianna che ci permetta di tornare alle nostre più remote origini?

Come erano spiritualmente organizzate queste nostre terre prima dell’avvento del Cristianesimo e come questo le ha nei secoli rielaborate facendole proprie? Massimo Centini, da grande antropologo culturale traccia un bimillenario filo di Arianna per riscoprire le culture arcaiche delle nostre terre, attraverso riti, testimonianze e documenti, delineando una storia che si nasconde tra folklore e identità assopite ma mai dimenticate.

Anche se non espressamente citato, ‘Paganesimo Vivo’ affronta la fondante e complessa realtà del Sacro e come ciò che noi esperiamo come Cultura Cristiana sia ben più antico di cosa si pensi.

Com’è che remoti culti pagani siano diventati per il primo vescovo di Torino (San Massimo, IV/V secolo d. C.) attività demoniache? Fu indispensabile questa cesura?

Il problema non fu solo suo, ma di un intero continente, ufficialmente cristianizzato ma che aveva per millenni adorato alberi, seguito culti lunari, solari, i ritmi della natura, sacrificato animali e umani in nome di divinità celtiche, germaniche, latine.

E’ poco noto, ma in Scandinavia il sacrificio umano fu praticato ancora nel basso medio evo. Volgendo lo sguardo al nostro passato, il passaggio culturale di Roma verso la nuova religione fu impresa enorme. Per questo arduo compito evangelizzatore furono incaricati gli ordini monacensi, soprattutto irlandesi. San Colombano ne è forse il più importante testimone.

La Chiesa cercò di cristianizzare popolazioni europee rurali agrafe come riuscì, sia con minacce di punizioni ultraterrene, che trasformando culti pagani cambiandone i templi in chiese e trasformando festività pagane in culti cattolici.

Massimo Centini con grande rigore scientifico ricostruisce nel suo ultimo libro usanze che affondano in tempi antichi, tracciando percorsi che attraversano intere epoche.

Cosa si nasconde nella figura dell’orso, ancora presente in molte feste piemontesi? Per quanto possa essere di non facile comprensione, l’Orso è un animale archetipico che vive ancora sotto la nostra pelle. E’ espressione zoomorfa dell’alpino ‘Uomo selvaggio’ che non abbandona la nostra cerebrale parte primitiva. Questa figura si ritrova nel folklore piemontese, lombardo, come in Francia, nella vicina Svizzera e in tanti territori alpini.

Il libro parla nel suo ultimo capitolo di acqua, del suo potere ristoratore, vitale e salvifico. Ben prima di diventare ‘fonte battesimale’, l’acqua faceva parte del Sacro praticamente in tutte le culture a noi conosciute. Per proprietà transitiva, anche chi attorno a questo elemento liquido operava faceva parte di sacre figure lenitive, se non guaritrici per un’umanità spaurita, con economie di sussistenza.

Interessanti pagine del libro parlano delle Aquane e del loro significato salvifico. Può suonare strano ma la l’umile lavandaia raccoglie importanti substrati sacrali. Le ancora ottocentesche lavandaie sono quindi ultima traccia di remote sacerdotesse che facilitavano la fertilità, dissetavano genti e gestivano complessi culti, oltre che il contatto con il mondo dei morti.

Insomma, leggendo questo libretto di neanche 100 pagine avremo la possibilità di assumere tante informazioni su come noi tutti ora siamo ma soprattutto su come noi lontanamente fummo.

Massimo Centini e il Lab Graal, nelle loro rispettive discipline, con il loro instancabile lavoro questo fanno… e lo fanno benissimo.

FERRUCCIO CAPRA QUARELLI

Il Centro Studi Giancarlo Barbadoro

Il Centro Studi (commissione di lavoro della Ecospirituality Foundation) nasce con lo scopo di divulgare e promuovere l’immenso patrimonio intellettuale lasciato in eredità dallo studioso e ricercatore Giancarlo Barbadoro scomparso nel 2019. Le sue ricerche nell’ambito della cultura non convenzionale, dalle nuove frontiere della scienza alle tradizioni dei Popoli naturali, dalla storia sconosciuta allo sciamanesimo e all’Eco-spiritualità, costituiscono una preziosa guida per affrontare temi insoliti e spesso non trattati con la serietà che meritano.

www.eco-spirituality.org

www.centrostudibarbadoro.it

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SABATO 23 MAGGIO 2026, ORE 21.00 – IL CLUB del GARAGE DI ARTE & CULTURA, Piazza Statuto 15, Torino – INGRESSO LIBERO

PAGANESIMO VIVO” Sacro e profano nella tradizione popolare
Volume nr. 6 della Collana “Les Cahiers du Graal” a cura del Centro Studi Giancarlo Barbadoro. (Edizioni Triskel)

A cura di Massimo Centini (Scrittore e Antropologo). Introduce Rosalba Nattero (Giornalista, Presidente Ecospirituality Foundation)

Info eventi: 011/530.846 – info@eco-spirituality.orgwww.eco-spirituality.orgwww.centrostudibarbadoro.itwww.triskeledition.com
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Un ritratto di Margherita di Savoia, tra manoscritti e doni, tra Carducci e Manzoni

Nelle sale della Biblioteca reale, sino al 6 gennaio

Ultime notizie – Italia – Interno – Torino, 20 novembre. Questa notte, ad un’ora, S.A.R. la Duchessa di Genova dava felicemente alla luce una Principessa che sarà tenuta oggi, alle ore 11, al sacro fonte da S.M. la Regina vedova Maria Teresa e da S.A.R. il Principe Giovanni di Sassonia, ed alla quale verranno imposti i nomi di Margherita Maria Teresa Giovanna. Lo stato di salute dell’Augusta Puerpera e della Neonata è ottimo”. Con tanto d’etichetta e di maiuscole ufficialmente rispettate, prendeva avvio nella “Gazzetta Piemontese” il cammino terreno – era il 1851, nelle stanze di palazzo Chiablese, sarebbe deceduta a Bordighera settantacinque anni dopo – di Margherita di Savoia, festeggiata nel suo centenario in più occasioni, non ultima la duplice mostra-dossier “Margherita, prima regina d’Italia. Storia, cultura e stile tra Palazzo e Biblioteca Reale” (alla Biblioteca Reale di piazza Castello sino al 6 gennaio), un viaggio non soltanto attraverso un’esistenza umana ma attraverso gli anni di una nazione che si andava costruendo, un contesto storico di crescita che percorreva i costumi e la letteratura, l’industria e l’artigianato, un repertorio di libri a stampa, documenti d’archivio, incisioni e fotografie, per la maggior parte inediti, “a testimoniare la vita e gli interessi della sovrana, lettrice curiosa e grande appassionata di musica”, non passando certo in secondo luogo le testimonianze dei doni preziosi che le provenivano da tutta Italia e che confermavano la popolarità della sovrana – “era una vera e seria professionista del trono, e gl’italiani lo sentirono. Essi compresero che, anche se non avessero avuto un gran Re, avrebbero avuto una grande Regina”: ebbe a scrivere Indro Montanelli, forse anche ripensando a quell’affetto che si riversò nelle grandi azioni come nelle cose magari di poco conto quotidiane, con un elenco che verrebbe ad abbracciare una pizza e un panforte, certi dolcetti tipici di Stresa e una sala teatrale romana, la Capanna, nel gruppo del Rosa, a ricordare il suo amore per la montagna, un lago in Etiopia e vari giardini, ospedali e ricoveri, corsi e piazze e viali, oltre un modello di macchina da cucire adoperata dalle massaie – e, nello stesso tempo, dell’affermarsi nelle arti di un gusto fin de siècle”. Il tutto culminando in quell’”Onde venisti? quali a noi secoli / Sì bella e mite ti tramandarono?” di un Carducci che aveva superato da poco i quaranta – musicata in seguito per coro e orchestra da Ernesto Luzzato -, che certo non rimase insensibile all’intelligenza e al fascino altresì dell’illustre donna (una sezione della mostra è dedicata al poeta e prosatore, tra manoscritti e dediche).

Ampliandosi il ritratto della sovrana nel Medagliere Reale con “Il Volto delle Donne. L’altra faccia della Storia”, a cura di Elisa Panero con la collaborazione di Patrizia Petitti e Daniele Speranza. È lo sguardo del visitatore a posarsi su alcuni dei personaggi femminili che fanno parte delle collezioni numismatiche dei Musei Reali – ben 60mila tra monete, medaglie e sigilli, un terzo dei quali recano volti di donna -, qui un viaggio ideale che si snoda da Arsinoe II con un ottodramma in oro a Cleopatra e Galla Placidia e Caterina di Russia per giungere appunto alla medaglia d’oro coniata per il XXV di Matrimonio o a quella con l’effigie della sola sovrana, nelle vesti ormai di regina madre (1924), ambìto premio per i riconoscimenti o le andate in pensione di questo o quel dirigente e (crediamo?) lavoratore, sino a quella che è opera di Marcelle Renée Lancelot Croce, nome che si va sempre più riscoprendo nella numismatica, e che fu coniata per le nozze (1896) di Elena di Montenegro e Vittorio Emanuele di Savoia.

Lunghe le teche che raccolgono i ricordi di Margherita, lavoro di ricerca dovuto ai curatori Lorenza Santa, Fabio Uliana e Maria Luisa Ricci, si guarda ai Calendari Reali che racchiudono gli elenchi dei membri della famiglia reale e dei regnanti europei, e una doppia veduta di Piazza Castello durante il carnevale del 1857, gli inviti e le disposizioni a tavola per le feste organizzate nel 1868 a Torino, Firenze e Genova e i balli a corte (in un invito torinese leggiamo le “persone che v’interverranno” sono Signore 417 e Signori 1519 sommando ai quali Guardia Nazionale e Armata e vari il totale raggiungeva i 2907 ospiti) in occasione del matrimonio con il cugino e principe ereditario Umberto di Savoia, che diverrà re dieci anni più tardi e che cadrà assassinato a Monza nel luglio del 1900 per mano dell’anarchico Bresci. Atto che mise fine a una malsicura vita di coppia, a un legame che Margherita, dopo un primo pensiero di separazione, aveva, camuffandolo, salvaguardato dal momento che il regio consorte dal 1864 intratteneva una liaison con la duchessa Eugenia Attendolo Bolognini Litta, di sette anni maggiore, che gli aveva generato il piccolo Alfonso: quadretto extraconiugale che non impedì ai principi di celebrare nell’aprile del 1893 le Nozze d’argento. E alla sovrana di piangere le più calde lacrime, sincere, che la portarono a formulare quei fogli che oggi vediamo e che contengono l’accorata preghiera alla “Devozione in memoria del Re Umberto I mio signore ed amatissimo consorte”, con tanto di rosario credo de profundis e requiem che per suo desiderio avrebbero dovuto ingrossare il libro delle preghiere di ogni buon cristiano: ma che la Chiesa rifiutò. Una frase del tipo “per quel tuo sangue vermiglio che sgorgò da tre ferite, per il tuo martirio che incoronò tutta una vita di bontà e di giustizia” – con buona pace di Bava Beccaris e Compagni e delle cannonate milanesi -, eccetera eccetera, non avrebbe avuto un seguito.

Tra i doni che Margherita ricevette e sono oggi in mostra è il manoscritto autografo di Alessandro Manzoni “Dell’unità della lingua e dei mezzi del diffonderla”, documento ricavato dai lavori della Commissione per l’unificazione linguistica nazionale, di cui – con un’ulteriore necessità di “sciacquare i panni in Arno” – divenne presidente nel gennaio del 1868. In occasione della mostra vengono riaperte le splendide sale settecentesche al primo piano di Palazzo Reale che accolgono l’appartamento abitato da Margherita, al centro il grande ritratto in sembianze giovanili che è opera di Michele Gordigiani e le preziose porcellane acquistate negli anni di regno presso le più prestigiose manifatture europee (Meissen) e nazionali (Richard Ginori) come le eleganti committenze assegnate agli ebanisti. Sino al 29 settembre, prestito della Reggia di Caserta, sarà possibile ammirare nella Sala dei Medaglioni dell’Appartamento di Rappresentanza la culla sontuosissima di Vittorio Emanuele III, eseguita su disegno di Domenico Morelli da artisti ed esperti artigiani campani, donata ai Savoia dalla città di Napoli. “La Biblioteca Reale è per me il luogo del cuore – ha confessato durante la presentazione della mostra la direttrice dei Musei Paola D’Agostino – e questa mostra non vuole essere soltanto il ricordo di una sovrana nel centenario della morte ma un’occasione per mostrare il patrimonio prezioso librario delle collezioni, dei manoscritti e fotografico; non soltanto un omaggio a una regina amata ma anche a Torino e a quella stagione che la città visse prepotentemente a cavallo dei due secoli”.

Elio Rabbione

Nelle immagini, Michele Gordigiani (Firenze 1835 – 1909), Margherita di Savoia Genova, 1872, olio su tela, legno scolpito, intagliato e dorato, Musei Reali di Torino, Palazzo Reale; Album fotografico per la culla del principe di Napoli, 1869 Musei Reali di Torino, Biblioteca Reale; “Margherita, prima Regina d’Italia. Storia, cultura e stile tra Palazzo e Biblioteca Reale”; Musei Reali di Torino, Biblioteca Reale e Medagliere Reale, 2026, installation view: crediti: Giuliano Berti per i Musei Reali di Torino; “Il volto delle Donne. L’altra faccia della Storia”; Musei Reali di Torino, Biblioteca Reale; 2026; installation view; crediti: Giuliano Berti per i Musei Reali di Torino.