CULTURA E SPETTACOLI

Molise, “Ritorno al tratturo”

Lunedì 4 maggio, alle 21.15, sarà organizzata al Cineteatro Baretti una proiezione-evento prodotta da Own Air, in collaborazione con Aiace Torino e il Circolo ARCI Amici del Cinema. Saranno presenti in sala il regista Francesco Cordio, l’autore e co-sceneggiatore del documentario, Filippo Tantillo, e il produttore Alfredo Borrelli. Condurrà l’incontro il coordinatore di Aiace Torino, Enrico Verra.

“Ritorno al tratturo” è un documentario girato in Molise nelle sale italiane a ridosso dell’evento che ha portato la piccola regione al centro delle cronache, testimoniando con la frana di Petacciato l’estrema fragilità del nostro territorio. Il film viene presentato in prima torinese al Cineteatro Baretti con una proiezione-evento, e rappresenta un viaggio nel cuore dell’Italia nascosta e dimenticata nelle aree interne, che costituiscono il 60% del territorio, abitato da 13 milioni di persone. Si tratta di luoghi lontani da tutto, in cui mancano scuole, ospedali, distributori di benzina, rete e segnale, in cui vivere rappresenta una sfida quotidiana. Il Molise è spesso citato come metafora dell’oblio, di ciò che non esiste, e diventa nel film l’emblema di tanti territori analoghi in Italia e in Europa, vittime dell’abbandono e del progressivo spopolamento. Eppure, lungo i tratturi, antichi sentieri della transumanza che si addentrano nelle montagne percorsi da uomini e animali, qualcosa resiste: a fare da guida nel cammino sono Filippo Tantillo, uno dei massimi esperti di aree interne in Italia, e l’attore Elio Germano, molisano di origine e diventato “ambasciatore” della sua regione.

Il film incontra uomini e donne che hanno scelto di restare, di intrecciare legami, di costruire comunità e avviare attività. Si tratta di allevatori, contadini e artigiani, piccoli imprenditori e studenti che intessono reti locali e lavorano in alternativa a un paradigma di crescita che divora risorse, consuma il suolo, inquina, genera diseguaglianze economiche incolmabili. In questi luoghi, in cui lo Stato non investe più, ma non rinuncia a farsi sentire in forma di burocrazia asfissiante per chi vuole investire, l’impegno di questi uomini è comunitario, accomunati dall’imperativo “ognuno si salvi da solo”, e prospetta un’altra idea di futuro e una cura condivisa della terra, che diventa resistenza e modello di uno sviluppo possibile.

Mara Martellotta

I torinesi pazzi per Il diavolo veste Prada

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SCOPRI – TO    ALLA SCOPERTA DI TORINO

 

Dal 29 aprile 2026 le sale di Torino hanno cambiato ritmo. File all’ingresso, spettacoli quasi tutti esauriti e un passaparola continuo: Il diavolo veste Prada è tornato al cinema e i torinesi hanno risposto in massa. Un vero e proprio boom di incassi, con molte proiezioni sold out già nei primi giorni. Un entusiasmo che non si vedeva da tempo per un film che, pur essendo considerato “leggero”, ha dimostrato di avere un impatto emotivo e culturale molto più profondo.

 

Un successo che parla a tutti

 

Ma perché Il diavolo veste Prada continua a conquistare? Il segreto sta in una combinazione perfetta: da un lato una campagna pubblicitaria martellante, fatta di gadget, collaborazioni con brand come Kiko e vetrine a tema che hanno invaso anche le vie dello shopping torinese; dall’altro una storia che, a distanza di anni, resta incredibilmente attuale. Il primo film racconta l’arrivo di una giovane ragazza di umili origini in un mondo che sembra troppo grande per lei, quello della moda. Catapultata nella redazione di Runway, ispirata al celebre magazine Vogue, si trova a fare i conti con un ambiente competitivo e spietato, dominato dalla figura iconica di Miranda Priestly, personaggio chiaramente ispirato a Anna Wintour.

 

La protagonista, interpretata da Anne Hathaway, affronta un percorso di trasformazione fatto di sacrifici, errori e crescita personale. Non è solo una storia di moda, ma di identità: il tentativo di trovare il proprio posto nel mondo senza perdere se stessi. È il sogno di chi parte da zero e vuole arrivare lontano, ma anche il racconto delle difficoltà nel mantenere relazioni e affetti quando il lavoro prende il sopravvento. Un tema universale che ha colpito anche il pubblico torinese.

 

Curiosamente, dietro il successo dell’attrice si nasconde un’altra storia: Anne Hathaway non era la prima scelta per il ruolo e ha insistito con determinazione pur di ottenerlo. Un dettaglio che rende il film ancora più simbolico, quasi un riflesso della trama stessa.

 

Il ritorno: più grinta, più emozione

 

Il secondo capitolo, arrivato nelle sale, riprende da dove tutto sembrava essersi concluso. Senza svelare troppo, la protagonista torna nel mondo di Runway con una consapevolezza completamente diversa. Più sicura, più determinata, ma non per questo al riparo dalle difficoltà. Anzi, la nuova storia si fa più intensa, con momenti anche drammatici che aggiungono profondità al racconto.

 

Molti spettatori che hanno già visto il film parlano di un seguito sorprendentemente all’altezza del primo, cosa tutt’altro che scontata. Se l’originale resta un punto di riferimento, questo nuovo capitolo riesce comunque a rinnovare la formula, offrendo una prospettiva più matura e contemporanea.

 

Tra moda, sogni e identità

 

Ambientato tra gli Stati Uniti e Milano, il film gioca anche su un’estetica visiva forte e riconoscibile. Le musiche, curate e coinvolgenti, accompagnano una narrazione che scorre veloce ma lascia il segno. Non è solo intrattenimento: è una storia che trasmette forza, ambizione e voglia di reinventarsi.

 

Forse è proprio questo che ha conquistato Torino. In un periodo in cui molti cercano nuovi stimoli e nuove direzioni, Il diavolo veste Prada torna a ricordare che ogni cambiamento richiede coraggio. E che, anche nei momenti più difficili, si può trovare la propria strada. Un film che fa sognare, ma che allo stesso tempo parla di realtà. E che, almeno per ora, continua a riempire le sale della città.

Noemi Gariano

“La foto del mio migliore amico” arriva al torinese “Spazio Kairos”

Dopo due anni di repliche all’“Edgar” di Parigi, la  “prima” italiana dell’esilarante commedia di Fabrice Donnio

Dal 7 al 10 maggio

Per la più spicciola cronaca. Secondo il report “Consumer Cyber Safety Report – Online Dating Edition 2025” di “Norton”, noto “marchio consumer di sicurezza informatica”, circa il 24% degli italiani intervistati utilizza abitualmente “app” di incontri e il 26% delle persone che si iscrivono a tali “app” ammette di mentire sul proprio profilo. La cosa, del resto (anche senza i pur importanti dati scientifici), poteva essere presumibile e ben risaputa, per immaginazione e a fronte di dati – anche a volte assai poco piacevoli – di cronaca, dal largo (e perfino dal più incompetente in materia, come il sottoscritto) popolo – bue. Insomma, il dato è reale. Scoraggiante. Ma anche, se proprio non vogliamo più di tanto abbacchiarci, un tantino risibile. A tal punto da non stupirsi più di tanto, se ben si è pensato di farne argomento di uno spettacolo teatrale a sfondo sociale (d’obbligo) ma non tedioso o bacchettone, quanto piuttosto di largo impatto ironico e capace di smuovere il pubblico a serene, paciose risate.

E’ il caso della commedia francese di successo “La foto del mio migliore amico” firmata dall’attore – sceneggiatore Fabrice Donnio e che, per la prima volta in Italia, debutterà allo “Spazio Kairos” (via Mottalciata, 7) di Torino. Ad essersi aggiudicati i diritti, per il nostro Paese e per i prossimi tre anni, è infatti la Compagnia torinese “Onda Larsen” e la prima messa in scena – per la regia di Andrea Borini, sul palco Riccardo De LeoGianluca Guastella e Lia Tomatis – è in programma per quattro consecutive e ormai prossime date: da giovedì 7 a domenica 10 maggioalle 21. Poi, comincerà la tournée. Dopo aver già avuto i diritti esclusivi per “Una cena d’addio”, il filone della commedia francese per “Onda Larsen” (sempre più attiva e convincente) continua così con questo spettacolo  tradotto, per l’occasione, dal regista Borini. Si tratta di una esilarante commedia degli equivoci ai tempi, per l’appunto, delle “app”. Un primo appuntamento, un profilo fake e un migliore amico “nel posto sbagliato al momento sbagliato”: cosa succede quando il desiderio di trovare l’anima gemella online si scontra con una bugia “fin troppo fotogenica?”.

La stessa domanda si pose (ricordate?) nel remoto 1971 – quando di “app” non girava neppure l’ombra – Luigi Zampa, nella scrittura e nella direzione cinematografica del celebre “Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata”, eccezionali interpreti Alberto Sordi e Claudia Cardinale. In scena, lo sprovveduto emigrante italiano Amedeo Battipaglia (Sordi), la giovane, tutt’altro che illibata Carmela, calabrese trapiantata a Roma (Cardinale) e l’amico “figo” Giuseppe (Angelo Infanti): e poi, lo scambio di freccia identificativa in una foto di gruppo, il rincorrersi di missive strapiene di bugie, l’incontro a Brisbane, il faticoso nominativo rimpallarsi dei due Amedeo – Giuseppe e Giuseppe – Amedeo,  fino alla tragicomica scoperta dell’inganno amoroso e la finale accettazione di una vita in quel di “Bun Bun Ga”, villaggio in pieno deserto australiano, 15 abitanti diventati 16 con la nuova “convenuta” Carmela. Amarezza, descrizione di vite rassegnate ma anche divertimento, commedia dell’“assurdo”. Di un “assurdo” diventato non rifiutabile “realtà”, perché al peggio – come suol dirsi – non c’è mai peggio.

E, dal cinema al teatro.“La foto del mio migliore amico” del francese Donnio mi riporta proprio alla mente infatti (sia pure in tempi dove le lettere scritte a mano, che impiegavano mesi ad arrivare a destinazione, non si sa neppur più cosa mai siano) lo “storico” film di Zampa.

Un parallelo inoffensivo e tutt’altro che spiacevole. Ritorniamo dunque alla commedia che impegnerà a Torino e in tournée, i tre bravi artisti di “Onda Larsen”. Il testo è in scena, con grande successo e da ormai due anni, al Teatro “Edgar” di Parigi. Protagonista é Antonio, che ha finalmente ottenuto un appuntamento con Chiara, conosciuta (vedi un po!) su un “sito di incontri”. Per l’occasione, Antonio chiede dunque al suo migliore amico Guglielmo di accompagnarlo. Perché? Semplice. Proprio perché Antonio (come il Sordi – Amedeo) aveva avuto la geniale idea di utilizzare la foto di Guglielmo come propria immagine del profilo, convinto di essere meno fotogenico dell’amico più “figo”. Ha, così, inizio una girandola di equivoci inarrestabile. Obiettivo: far innamorare Chiara di Antonio o, meglio, di Guglielmo, che finge di essere Antonio, o, forse, di Antonio che finge di essere Guglielmo. La serata sarà così decisamente e comicamente complicata, “perché questo spettacolo – affermano i protagonisti – in un’epoca in cui il mondo degli incontri digitali è diventato la nuova frontiera del corteggiamento, intende analizzare con ironia e cinismo le dinamiche moderne”. Spettacolo da non perdere. Anche perché la versione italiana curata da “Onda Larsen” mantiene intatti lo “spirito brillante” e il “fraseggio serrato” del testo originale, garantendo al pubblico una serata all’insegna del divertimento puro e del ritmo incalzante.

Per info: “Spazio Kairos”, via Mottalciata 7, Torino; tel. 351/4607575 o www.ondalarsen.org

Gianni Milani

Nelle foto: Compagnia “Onda Larsen” e il regista Andrea Borini

Due le rassegne musicali per Organalia

Organalia 2026 celebra quest’anno il XXV anniversario della propria attività

La prima  sarà intitolata “Da Torino verso il Ciriacese e il Canavese” e si svolgerà dal 2 maggio al 5 luglio toccando Chivasso, Mathi, Moncalieri, San Maurizio Canavese, Chiaverano, Cirié, San Carlo Canavese, Nole, Villanova Canavese, Torrazzo Piemonte , Cuorghé, Andrate, con un concerto straordinario a Vigliano Biellese, in provincia di Biella.
La seconda rassegna è  intitolata “Alla scoperta delle valli di Lanzo” e verrà  sviluppata dal 4 luglio al 10 ottobre a Ceres, Monastero di Lanzo, Balme, Mezzenile, Corpo, Viù, Usseglio, Lanzo Torinese, con tre concerti straordinari a Moncalieri, Volpiano e Feletto.
La prima rassegna avrà inizio sabato 2 maggio, partendo dalla basilica di Superga dove fu avviata l’avventura musicale denominata allora Vox Organorum, mutata poi nel marchio Organalia.
La serata sarà aperta alle ore 21 da un momento altamente significativo , la consegna della targa “Organalia alla carriera” al professor Guido Donati, organista e compositore, già docente dal 1978 al 2014 al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino, alla presenza dei suoi allievi e delle autorità.
Seguirà un concerto d’organo tenuto dal professor Gianluca Cagnani, già allievo del professor Donati e suo successore nella cattedra di Organo del Conservatorio torinese. Alla consolle dell’organo, costruito da Gioacchino Concone nel 1789, svilupperà un programma intitolato “Bach e l’arte dell’improvvisazione. Tra lo stylus phantasticus nord europeo e lo stile italiano”, con brani di Bach, Buxtehude, Benedetto Marcello e alcune improvvisazioni.
Questo appuntamento ha il patrocinio della Città di Torino e prevede la possibilità di una visita guidata alla basilica a cura della Fraternità della Speranza Sermig della durata di 45 minuti dalle 19.30 alle 20.15. Punto di ritrovo presso la biglietteria alle ore 19.15.

Domenica 3 maggio alle ore 17 a Castelnuovo don Bosco, nell’Astigiano, si terrà il secondo concerto di Organalia nella chiesa di San Bartolomeo. L’interprete sarà l’organista novarese Luca Canneto che, alla consolle dell’organo costruito da Giuseppe Calandra nel 1760, svilupperà un programma intitolato “L’arte di sonare: tra inventioni e passaggi”, con brani di Cima, Frescobaldi, Pasquini, Sabatini e Storace. Questo concerto si avvale dei contributi del Comune di Castelnuovo don Bosco e si svolge in collaborazione con l’associazione “When the Saints” e con il Lions Club Castelnuovo don Bosco.
Organalia si avvale del patrocinio della Regione Piemonte, Consiglio regionale del Piemonte e Città Metropolitana di Torino.
Tutti i concerti sono ad ingresso con offerta libera
È possibile scrivere ad Organalia all’indirizzo info@organalia.org

Mara Martellotta

Come un’”Onda vegetale” le memorie di Fernando Montà

Sino al 15 maggio, negli spazi della galleria martinArte

Ognuno ha la sua “madeleine”, quel dolce – “dodu”, rigonfio, paffuto – che abbiamo incrociato anche di recente in altre occasioni torinesi e che nelle pagine della “Recherche” porta al narratore, tra uno sbocconcellamento e un sorso di tè, brani di ricordi e di memorie. Anche Fernando Montà – vive e lavora a Torino, già docente di Discipline Pittoriche presso il Liceo Renato Cottini, un percorso artistico dedicato all’incisione e alla pittura figurativa con temi legati all’ecologia e alla difesa dell’ambiente nonché alle “ferite” della natura, lette metaforicamente e rivolte all’animo umano, mostre in Italia (Piacenza, Roma, Pisa) e all’estero (Barcellona) -, che porta negli spazi della galleria martinArte (corso Siracusa 24/A) la mostra dal titolo “Onda vegetale”, a cura di Paola Barbarossa e con il testo critico di Riccardo Dellaferrera, ha la sua madeleine.

Che sono quei fili d’erba, verdi e fitti, tema caro all’autore e molteplice (tra gli altri “La collina”, 1997; o ancora “Omaggio ad Antonietta”, cm 100 x 120: squarci di “relazione tra essere umano e natura”), che riempivano i prati del suo biellese e che tornano alla mente per riflettere di protezione e di pericolo. Che possono trasformarsi in aculei, proteggono ma nascondono serpi. Che possono essere l’immagine di una giornata di vento, di libertà, di allegria. Dalla memoria dell’artista fuoriescono quei lembi di natura, dal ragazzo di un tempo, sono sequenze di moduli destinati a inquadrare il paesaggio, a circoscriverlo di occasione in occasione, un unicum come quattro, sei, otto, dodici visioni incorniciate, a spaziarci sopra, a volo d’uccello, a liberare e a inguainare, mai a soffocare, lasciando negli spazi azzurri dei cieli un contraltare ampio e a volte estremamente rassicurante del sentirsi libero. Momenti diversi di storia personale, in un lungo arco di tempo che si srotola dall’inizio degli anni Novanta sino a uno ieri molto prossimo, li diresti una sorta di rappacificazione di un’età matura i tanti riquadri che ti accolgono nella parete opposta all’ingresso della galleria – “Onda vegetale”, un lungo protendersi di fili d’erba, tra il verde e il blu e il violaceo, contro un cielo immensamente azzurro, isola di rasserenante momento meditativo -, se Montà non fosse pronto a correggerti nel dirti che quei fili hanno ormai alcuni decenni (1993).

Anche forme ovali – i nostri occhi, una spezzettatura e un inserimento magrittiani, espressi in larghe dimensioni, mentre ci sentiamo immersi nell’abbraccio di una natura che esplode nel suo dinamismo e nella sua monumentalità – a scorgere prospettiche inquadrature cinematografiche, tra spruzzi di nuvole arrotolate su se stesse nelle loro pennellate, accuratamente reinventate, dilatate ai lati da angoli di memoria che derivano direttamente da corse, sogni, giovinezze. O in dimensioni più piccole, con l’uso magari di colori inattesi, non abituali, con l’inserimento nell’opera di quasi impercettibili aperture – ritorna il tramite dell’occhio – che lasciano scorgere sul fondo specchietti che rimandano la nostra immagine o s’allontanano verso un infinito tutto da decifrare. Sottolinea nel suo testo Dellaferrera: “L’onda assume anche una valenza metaforica più ampia. La sua sinuosità richiama una dimensione generativa e accogliente riconducibile al principio femminile: una forma che protegge e avvolge, ma che nello stesso tempo richiede attenzione e rispetto… Siamo ciò che siamo grazie a ciò che impariamo e ricordiamo: la memoria costruisce la nostra conoscenza del mondo e la nostra capacità di entrare in relazione con esso.” Orari: dal lunedì al venerdì ore 15,30-19,30 (il martedì sino alle 20,30) – sabato e domenica su appuntamento. Cell 335 360545; e-mail paolabarbarossa@libero.it

Elio Rabbione

Nelle immagini, opere di Fernando Montà: “Onda vegetale” (1993), acrilico su tavola; “Omaggio ad Antonietta”, acrilico su tavola; “La collina” (1997), acrilico su tavola.

Un omaggio sincero e appassionato a Stevie Wonder

Venerdì 8 maggio, alle 21.30, andrà in scena al teatro Juvarra lo spettacolo dal titolo “Just Wonder”, un omaggio appassionato a uno degli artisti più influenti nella storia della musica mondiale, Stevie Wonder. Si tratta di una voce che valica il limite del tempo, capace di trasmettere un messaggio universale di amore, speranza e impegno sociale.

“Just Wonder” reinterpretazione in chiave jazz contemporanea di alcuni dei brani più celebri e significativi del repertorio di questo compositore. Gli arrangiamenti originali sono firmati da Enzo Orefice e offrono nuove prospettive armoniche e ritmiche, mantenendo inalterata l’emozione e la potenza espressiva delle versioni originali. Una vera e propria “mini big band” libera l’energia delle sezioni dei fiati, unita alla libertà improvvisativa tipica del jazz, dando vita a un’esperienza ricca di sfumature e coinvolgente. Il concerto propone capolavori come quelli dal titolo “Superstition”, “Sir Duke”, “Leightly”, “Isn’t she Lovely”, “I wish”, “Do I Do”, e molti altri con spazi dedicati all’improvvisazione e alla reinterpretazione creativa.

In scena tra le voci Roberta Bacciolo, Elena Bacciolo e Marta Piccichè; al sax alto Francesca Verace e Vincenzo Martire; al sax tenore Paolo Guerriero, al sax baritono Domenico Gugliotta, alla tromba Alessandro Grimaldi e Daniele Gentile, al trombone Enrico De Laurenti e Aldo Caramellino, al basso Luciano Saracino, alla chitarra Alessandro Sugameli, alle percussioni Gianluca Fuiano. Pianoforte e arrangiamenti di Enzo Orefice.

Venerdì 8 maggio 2026, ore 21.30 – intero 20 euro – teatro Juvarra – via Juvarra 13, Torino

info@teatrojuvarra.it

Mara Martellotta

“Plural Voices”: promuovere l’empowerment femminile

Chiude, con il concerto di “Sister Lb”, il Progetto di “Renken ETS” con artiste e attiviste under 30

Venerdì 8 maggio, ore 21

Figura centrale della scena musicale senegalese e artista che grintosamente sfida gli “standard” musicali del “Rap”, sarà Sister Lb (al secolo Selbe Diouf) a chiudere, a Torino, il Progetto “Plural Voices”.

Venerdì 8 maggioalle 21, è in calendario un suo concerto negli spazi del Circolo culturale “Jigeenyi”, in via Borgo Dora 3/0, a Torino. L’appuntamento é a ingresso gratuito che, per chi vuole, può essere anticipato da aperitivo o cena africana. L’artista è stata scelta per l’affinità delle sue tematiche con gli obiettivi di “Plural Voices”, Progetto firmato dalle Associazioni “Renken Ets”“Anomalia Teatro” e “Laki Aps” che ha previsto talk, dibattiti, incontri artistici e appuntamenti teatrali, quali “momenti di partecipazione femminile e di sensibilizzazione rispetto alle ‘tematiche di genere’ e di ‘educazione alla cittadinanza globale’, proposti nei quartieri di ‘Barriera di Milano’ e di ‘Aurora’, nonché  frutto di un intenso lavoro di coprogettazione”.

Riconosciuta tra gli otto “rapper” più influenti e celebri del Senegal, Sister Lb sfida gli “standard maschili” del “rap”, senza rinunciare alla propria femminilità. Collabora anche con l’“Onu” sul tema delle “migrazioni” ed è fortemente impegnata nel raccontare la ricca e viva storia del suo quartiere di Dakar, denunciando le diseguaglianze e difendendo quell’empowerment artistico – femminile che, negli ultimi anni, si è fortemente imposto al potere di un “patriarcato” con le radici ben affondate in ogni aspetto della società.

Nata in una famiglia di musicisti, a Sister LB la madre, coreografa, ha trasmesso l’amore per la cultura e per le melodie ispirate alla tradizione senegalese della cosiddetta “Teranga” (“Ospitalità” in lingua “wolof”), ispirata da figure come il Gruppo dei “Positive Black Soul” e “Missy Elliot”.

Ha rappresentato il Senegal al “Womex”, uno degli eventi culturali più influenti al mondo, e ha partecipato a vari Festival negli States, in Francia ed in Svizzera. È anche co-autrice di “Liees et Dèchaînées”, una raccolta di racconti che esplorano temi come la “resilienza” e l’“emancipazione”.

Nel febbraio 2025 ha ricevuto il “Music Impact Award” per il suo talento e la passione con cui contribuisce alle arti e alla cultura senegalesi.

Il Progetto “Plural Voices” in “Barriera di Milano” e ad “Aurora”

Dice Giulia Gozzellino, vice-presidente di “Renken Ets”“ ‘Plural Voices’ nasce dalla volontà di creare attività culturali nei quartieri di Aurora e Barriera di Milano insieme a donne arabe e afrodiscendenti. Abbiamo iniziato a incontrarci per condividere le nostre passioni, i nostri interessi e le competenze: insieme, poi, abbiamo costruito un percorso in cui ci formiamo e definiamo un calendario comune. In questo modo abbiamo attraversato diversi strumenti artistici e culturali per agire il nostro femminismo e l’antirazzismo nei quartieri che abitiamo”.

Obiettivo principale del “Progetto”, l’“empowerment femminile”.

“Il calendario di appuntamenti – ancora Gozzellino – è stato creato per valorizzare le diversità, creare spazi di parola, anche di lotta per una giustizia sociale e di genere, per i diritti umani, per la prevenzione dei conflitti, per l’educazione interculturale e l’antirazzismo. Punto di forza la ‘coprogettazione’. Tutti i momenti  sono nati da un gruppo di giovani – donne, artiste e attiviste – che hanno pensato alle iniziative tra Barriera di Milano e Aurora, parlando soprattutto agli ‘under 30’. Ha previsto tre moduli formativi con questo gruppo di donne che, così, hanno affinato competenze organizzative, di programmazione e gestione autonoma di eventi. Poi è nata la proposta di sei eventi culturali co-progettati e l’elaborazione di tre workshop intensivi di gruppo dove, attraverso la pratica teatrale, è stata concretizzata la sospensione del giudizio”.

Il “Progetto” ha lavorato anche sulle “diversità”.

“E proprio per questo – conclude Gozzellino – è stata fondamentale la presenza delle volontarie, delle operatrici e delle socie afrodiscendenti di ‘Renken’ e di ‘LAKI’, associazione di donne marocchine residenti a Torino, costituita, appunto, per lavorare sul tema dell’emancipazione femminile”.

Per info: “Renken Ets”, via Priocca 28, Torino; tel. 338/1416296 o info@renken.it

g.m.

Nelle foto: Sister Lb

Misteri sindonici

PRIMA PARTE


Fin dal Rinascimento la scienza è sempre stata combattuta dalla religione. Giordano Bruno e Galileo Galilei rappresentano noti esempi.

 

Senza entrare in particolari conosciuti ai più, ogni religione è sempre stata fideistica, richiedendo da parte dei credenti un’obbedienza al visibile e all’invisibile che, in linea di massima, non accetta deroghe.

La scienza ragiona in termini totalmente opposti. Guarda ai fatti naturali e solo a quelli, formulando teorie non raramente arditissime ma sempre fondate sulla logica della prova.

Perché scrivere sull’eterna lotta fra fede e ragione? Da secoli, nel Duomo di Torino, è collocata la Sindone, un misterioso telo che si suppone provenga dalla Palestina, a lungo considerato il sudario che avvolse il corpo di Cristo, ma da più di un secolo non più accettato come prova, sia da una Chiesa meno ingenua che in passato, e men che meno da una scienza interessata a smascherare quanto non riscontrabile in laboratorio. Il termine Sindone proviene dal greco antico e significa semplicemente ‘telo di lino’.

Data l’incerta origine, il reperto è chiamato da decenni “Uomo della Sindone”. Passato e presente hanno a grandi linee due potenti rivelazioni e fonti di indagine. La meno recente è del fotografo dilettante Secondo Pia, noto per aver ripreso la Sindone a Torino il 28 maggio 1898. In fase di sviluppo delle lastre il negativo mostrava un’impressionante immagine con tantissimi particolari, quasi invisibili all’osservazione al naturale del Telo (cioè ‘positiva’), bianco e con pochi segni rossastri. L’uomo della Sindone dovrebbe essere il negativo fotografico di un corpo crocefisso e impresso sul suo sudario.

Grazie a Secondo Pia i particolari scritti sui Vangeli hanno iniziato a ‘parlare in modo scientifico’, permettendo l’inizio di esami sempre più accurati, pur se non scevri da errori, rifiuti e banalizzazioni. L’insieme di esami, controlli e ricerche da parte di enti e commissioni internazionali, da decenni cerca di verificare l’origine del telo, e più concretamente se è veramente il sudario del Cristo storico, quello di un condannato senza nome o di un falso artistico di più recente datazione. Misteri e verità si inseguono in un complicato groviglio di prove e ipotesi che non possono non coinvolgere in qualche modo tesi negazioniste e altre di segno opposto. La Sindone resta quindi un documento che a tutti i livelli fa discutere. Il mistero però non è uno ma due, apparentemente indipendenti, seppur collegati. La stupefacente esistenza dell’immagine sindonica e la ancor più incredibile sparizione di un cadavere, volatilizzatosi a 30 ore circa dalla morte (tesi di un corpo semplicemente rimosso da altri, versus quella di una Resurrezione).

Non si conosce ancora il meccanismo di formazione dell’immagine. Sono state avanzate diverse ipotesi, ma nessuna di esse appare totalmente soddisfacente.

Ne forniamo alcune.

Reazioni chimiche: i vapori della decomposizione della salma avrebbero dovuto iniziare a interagire con il tessuto e con gli aromi di cui era impregnata. Tuttavia, poiché il vapore si diffonde in tutte le direzioni, appare impossibile che questo meccanismo abbia potuto produrre un’immagine netta e dettagliata come quella della Sindone.

Pollini: per appoggiare la logica di una creazione ‘tarda’ ci si basa da decenni su impronte/grassi sul telo, oltre ai pollini, polveri finissime prodotte dagli stami dei fiori, alcuni dei quali di origine europea. L’errore consiste nel non aver tenuto conto delle contaminazioni di varia natura che hanno coinvolto il telo nel corso dei secoli. Basandoci su fonti storiche e considerando il suo lungo percorso dalla Palestina al cuore d’Europa, è certo che sia stato toccato da centinaia di mani, ‘contaminandosi’ nei secoli anche con grassi e pollini di varia origine. I più antichi sono 77, alcuni dei quali tipici dell’area del luogo della sepoltura (per esempio, lo Zygophillum dumosum, che ha origine solo nei dintorni di Gerusalemme e Sinai). Sono perciò quelli mediorientali ad archiviare i sospetti di una ‘artificiale creazione’ della reliquia nel vecchio continente. Sono poi state rinvenute tracce (corrispondenti al ginocchio, al calcagno e al naso) di un terriccio presente in medio oriente, oltre alla presenza di aloe e mirra, usate dagli ebrei per le sepolture. Attorno al telo si affollano sia i negazionisti che i garantisti. Il mistero non è risolto perché la Sindone coinvolge interrogativi corrispondenti a un periodo breve ma non ridottissimo: circa 70 ore. Infatti, oltre a indagare i tratti somatici, di come e dove morì l’uomo della Sindone e la datazione della morte, resta soprattutto insoluto il Problema dei Problemi, la cui soluzione scuoterebbe l’intero asse fideistico dell’intera umanità.

Possiamo parlare di Resurrezione per la salma?

L’indagine si sposta dalla chimica che riguarda il Telo, ai fattori fisici che hanno permesso quei processi. Quindi la scienza deve identificare il luogo, come si sia formata l’impronta sindonica e soprattutto come questa sia sparita. Non deboli sono le ipotesi basate su effetti naturali, per quanto straordinari, verificatisi nel sepolcro.

Irradiazione: si ipotizzano un lampo di luce o un fascio di particelle (protoni o neutroni) che avrebbero impresso l’immagine. Nessuno studio ha però ancora fornito una spiegazione credibile sulla causa che avrebbe sprigionato questa radiazione. Com’è possibile una massa di luce così intensa all’interno di una cavità rocciosa, inoltre in un’epoca senza alcuna forma di tecnologia? I fisici accennano un ipotizzabile Effetto Corona (un tipo di scarica elettrica): esperimenti effettuati con questa tecnica hanno prodotto immagini superficiali in qualche modo comparabili a quella sindonica ma non si è in grado di dimostrare cosa avrebbe generato il campo elettrico necessario a indurre la scarica. Tuttavia, oltre a ipotizzarne ipotetiche conseguenze (le scariche elettriche esistono da quando esiste la materia, ma non fanno resuscitare nessuno), resta irrisolto a cosa si possa far risalire l’incredibile fenomeno che avrebbe generato il campo elettrico necessario a indurre la scarica in un sepolcro litico completamente isolato dall’esterno. La logica dei negazionisti in questo caso è più semplice, riducendo la sparizione del corpo a un suo semplice trafugamento, subito sparito fra le polveri del tempo. Ci permettiamo però un’osservazione: è la presenza stessa della Sindone ad annullare la tesi del trafugamento (probabilmente da parte di discepoli o parenti dell’uomo).

Una banale logica suggerisce l’impossibilità pratica di entrare in un sepolcro chiuso, impossessarsi di una salma (certamente in urgenza, di notte, nel timore di essere scoperti) senza i bendaggi che ne faciliterebbero il trasporto.

Al di là delle nostre considerazioni, la realtà di una salma sparita non risolve però il maggiore dei misteri: l’avvenuta Resurrezione di un Uomo-Dio che ci viene tramandata dalla muta testimonianza di una fonte testimoniale tangibile: la presenza a nostre mani del cosiddetto Sacro Lino.

FERRUCCIO CAPRA QUARELLI

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Torino e le sue donne
Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce
Con la locuzione “sesso debole” si indica il genere femminile.Una differenza di genere quella insita nell’espressione “sesso debole” che presuppone la condizione subalterna della donna bisognosa della protezione del cosiddetto “sesso forte”, uno stereotipo che ne ha sancito l’esclusione sociale e culturale per secoli. Ma le donne hanno saputo via via conquistare importanti diritti, e farsi spazio in una società da sempre prepotentemente maschilista. A questa “categoria” appartengono  figure di rilievo come Giovanna D’arco, Elisabetta I d’Inghilterra, EmmelinePankhurst, colei  che ha combattuto la battaglia più dura in occidente per i diritti delle donne, Amelia Earhart, pioniera del volo e Valentina Tereskova, prima donna a viaggiare nello spazio. Anche Marie Curie, vincitrice del premio Nobel nel 1911 oltre che prima donna a insegnare alla Sorbona a Parigi, cade sotto tale definizione, così come Rita Levi Montalcini o Margherita Hack. Rientrano nell’elenco anche Coco Chanel, l’orfana rivoluzionaria che ha stravolto il concetto di stile ed eleganza e Rosa Parks, figura-simbolo del movimento per i diritti civili, o ancora Patty Smith, indimenticabile cantante rock. Il repertorio è decisamente lungo e fitto di nomi di quel “sesso debole” che “non si è addomesticato”, per dirla alla Alda Merini. Donne che non si sono mai arrese, proprio come hanno fatto alcune iconiche figure cinematografiche quali Sarah Connor o Ellen Ripley o, se pensiamo alle più piccole, Mulan.  Coloro i quali sono soliti utilizzare tale perifrasi per intendere il “gentil sesso” sono invitati a cercare nel dizionario l’etimologia della parola “donna”: “domna”, forma sincopata dal latino “domina” = signora, padrona. Non c’è altro da aggiungere.

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7 Luisa Levi: la signora medico

Agli albori del mondo, le donne ricoprivano ruoli di guaritrici, curavano i mali dell’anima e del corpo al pari degli uomini, come testimoniano vari reperti delle popolazioni euroasiatiche, africane o azteche. Il brusco cambiamento arriva con l’Inquisizione, che trasforma le conoscenze curative femminili in osceni patti con il maligno e le donne guaritrici in temibili streghe. Da questo momento in poi, per molto tempo, solo gli uomini potevano frequentare le Università e solo i dottori in medicina potevano praticare le arti guaritorie. Unica eccezione fu la scuola di Salerno, all’interno della quale, nell’XI secolo, lavorava Trotula, “sapiens matrona” (“donna sapiente e saggia”), abilissima levatrice proveniente dalla ricca e nobile famiglia de Ruggiero di origine Longobarda. Le donne dovranno aspettare  secoli perché le porte delle Università vengano aperte anche a loro, il che accadrà soltanto tra la metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Se le Istituzioni aprono le porte, l’opinione comune resta serrata e le donne medico devono combattere più degli uomini per veder realizzati i propri obiettivi. Tra le tante “combattenti” ricordiamo Mary Putnam Jacobi: diplomatasi nel 1863 in Farmacia a New York, poco dopo ottiene la Laurea in Medicina al Woman’s Medical College della Pennsylvania; porta avanti la convinzione che per diventare validi medici sia fondamentale avere non solo una buona preparazione scientifica, ma anche una grande compassione per chi soffre. Diventerà portavoce del Movimento Medico Femminile a capo della Working Women’sSociety e dell’associazione per l’Advancement of the MedicalEducation for Women.  In Italia, troviamo Maria Dalle Donne, prima docente di Ostetricia nella Regia Università di Bologna, laureatasi in Filosofia e Medicina nel 1799, e dirigente, nel 1804, presso la Scuola delle Levatrici, e Maria Montessori, nata ad Ancona nel 1870: è lei la prima donna italiana a conseguire la Laurea in Medicina e Pedagogia (ma anche in Scienze Naturali e Filosofia). La nostra storia di oggi ha come protagonista una delle tante donne caparbie e preparate che non si è mai arresa di fronte agli ostacoli frapposti dalle ferree regole della  società: Luisa Levi.  Luisa Levi nasce a Torino il 4 gennaio 1898, diviene medico neuropsichiatra infantile, attenta studiosa di problemi riguardanti la sessualità dell’infanzia. E’ ricordata principalmente poiché è la prima donna medico italiana a pubblicare un lavoro sull’educazione sessuale, intitolato “L’educazione sessuale: orientamento per i genitori”. Scopo del libro è aiutare i genitori a dare un sano indirizzo alla vita sessuale dei loro figli, evitando errori comuni dovuti a pregiudizi. Luisa Levi è figlia di Ercole Raffaele e Annetta Treves, entrambi di religione ebraica. E’ lo zio materno Marco Treves, psichiatra e fratello del noto Claudio Treves, a suscitare in lei il desiderio di diventare medico. Luisa frequenta a Torino il liceo Vittorio Alfieri e in seguito si iscrive, nel 1914, alla tanto desiderata Facoltà di Medicina presso l’Università degli Studi di Torino. Nel suo primo anno di corso stringe amicizia con Maria Coda, l’unica altra donna frequentante. Luisa segue nel corso degli studi il laboratorio di Anatomia e Istologia Normale e quello di Clinica Medic
a, rispettivamente p
resso gli studi di Romeo Fusari e di Camillo Bozzolo e Ferdinando Micheli. La giovane donna riuscirà ad ottenere i premi “Pacchiotti” e “Sperino” per le massime votazioni conseguite negli esami speciali e nella discussione della tesi: “Sopra un caso di endocardite lenta”, con cui si laurea l’8 luglio 1920, conseguendo il massimo dei voti e la lode. Luisa è donna non solo di alta cultura ma anche molto coraggiosa: durante la prima guerra mondiale è infermiera volontaria presso l’ospedale territoriale della Croce Rossa Italiana di Torino, in cui presta servizio come aspirante ufficiale medico nel laboratorio psico-fisiologico dell’Aviazione, diretto da Amedeo Herlitzka. Dopo alcuni anni in qualità di assistente presso diverse cliniche, nel 1928 lavora con il titolo di medico per le malattie nervose dei bambini presso l’ospedale pediatrico Koelliker di Torino, dando così inizio alla sua carriera di neuropsichiatra infantile. Nel 1927 si reca a Parigi per perfezionarsi in malattie mentali e malattie nervose. Sebbene la sua formazione sia ricca di riconoscimenti e nonostante l’ottima preparazione, Luisa incontra non poche difficoltà ad essere assunta nelle diverse cliniche psichiatriche, dove, in caso di pari merito, le vengono preferiti i suoi colleghi maschi. La dottoressa non si arrende e nel 1928 vince un posto, dedicato a sole donne, bandito dai manicomi centrali veneti per la colonia medico-pedagogica di Marocco di Mogliano, fondata da Corrado Tummiati. Negli anni successivi pubblica diversi articoli sulla mente dei bambini e sulla loro rieducazione. Le peripezie di Luisa, però, non sono finite e dopo un anno dall’assunzione il direttore amministrativo la induce a dare le dimissioni. Nel 1932 viene accettata nella Casa di Grugliasco, dove rimane fino all’emanazione delle leggi razziali. Durante la seconda guerra mondiale, privata del lavoro, si ritira nella campagna di Alassio, di proprietà dei genitori, e qui si dedica a lavori agricoli. Dopo l’8 settembre 1943 si rifugia con la madre a Torrazzo Biellese, dove vive sotto falso nome. Qui, grazie al Comitato Femminile di Ivrea, collabora attivamente come medico della settatantaseiesima Brigata Garibaldi. Nel secondo dopoguerra, determinata a portare avanti il suo impegno scientifico e politico, Luisa Levi entra in Unità Popolare e fa parte della sezione PSI “Matteotti” di Torino;  diventa poi membro attivo dell’UDI (Unione Donne Italiane) e si iscrive alla Camera Confederale del Lavoro della città subalpina. Continua a dedicarsi alla neuropsichiatria infantile dopo aver conseguito la libera docenza con la tesi su “Infanzia anormale” nel 1955. Dopo una vita passata a lottare, trova finalmente riposo proprio nella città da cui era partita: si spegne, infatti, a Torino nel dicembre del 1983.

 

Alessia Cagnotto