Il presidente del Centro Pannunzio, Pier Franco Quaglieni, ha inviato al sindaco di Torino Sefano Lo Russo e alla presedente del Consiglio comunale Maria Grazia Grippo una lettera finalizzata alla proposta di inserimento di Oriana Fallaci nella toponomastica torinese. “Fu una grande testimone che merita di essere ricordata anche a Torino dove intrattenne rapporti con il Centro “Pannunzio” e dove i suoi libri ebbero un eccezionale successo al Salone Internazionale del Libro”. Così Quaglieni nella lettera che pubblichiamo integralmente.
Ill.mo signor Sindaco, Gentile Presidente,
nel settembre 2026 cadranno i 20 anni dalla morte della giornalista e scrittrice di fama internazionale Oriana Fallaci. La Fallaci ha avuto maggiore notorietà per i suoi libri ed i suoi articoli sul “Corriere della Sera” successivi all’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001, ma non va dimenticato il suo impegno nell’antifascismo e nella Resistenza. Nel 1976 sostenne le liste del Partito Radicale anche per le loro “campagne” femministe. Fu una donna sempre attenta alla libertà che considerò il valore più prezioso da difendere. Fu una donna inquieta nella vita e nel lavoro, ma fu una giornalista sempre attenta alla notizia. Come corrispondente di guerra fu molto coraggiosa. Interloqui con i grandi della terra del suo tempo, aliena da ogni servilismo. Fu una grande testimone che merita di essere ricordata anche a Torino dove intrattenne rapporti con il Centro “Pannunzio” e dove i suoi libri ebbero un eccezionale successo al Salone Internazionale del Libro. Il Presidente Carlo Azeglio Ciampi le conferi la Medaglia d’Oro di benemerito della Cultura, riconoscendo la sua eccezionale tempra di donna e di protagonista del secondo Novecento.
Ringrazio per l’attenzione e porgo vive cordialità.
Pier Franco Quaglieni
I danni storiografici creati da Angelo Del Boca e Giorgio Rochat in relazione al colonialismo italiano in Africa Orientale sono ancora evidenti. Una trasmissione televisiva ieri sera, condotta da un giornalista tuttologo, ha descritto a fosche tinte la conquista italiana dell’Etiopia, applicando criteri di giudizio umanitario e buonista ad un passato in cui la guerra era considerata in modo profondamente diverso da ogni parte che si scontrasse con le armi. I buoni e i cattivi non esistevano. Giudicare con i criteri del presente il passato è un grossolano errore. Con questo non si intende disconoscere la durezza di quella campagna di guerra africana né si intende esaltare l’impero africano creato dal fascismo. Era però doveroso vedere la vocazione africana dell’Italia come inevitabile, direi inscritta nella sua storia dopo la raggiunta unità. Le pagine di Gioacchino Volpe in proposito servono ancora oggi a capire, mentre le vulgate di Del Boca e Rochat ci impediscono di intendere una vicenda in cui insieme ai cannoni si mescolano strade, ospedali , scuole e abolizione della schiavitù. Insieme all’asprezza del maresciallo Graziani non si può tralasciare di riconoscere il tentativo di pacificare la colonia del Duca Amedeo d’Aosta, il Savoia che insieme allo zio, il Duca degli Abruzzi, sentì il richiamo dell’Africa come un forte, profondo legame che coinvolse intimamente la sua vita. Il Duca Amedeo aveva studiato a Palermo diritto coloniale e non aveva nulla a che vedere con la rozzezza di Graziani. Eroe dell’ Aviazione italiana, era andato volontario nella grande guerra a 16 anni. Aveva scelto di andare a lavorare in Africa sotto falso nome nel Congo, aveva collaborato con il Duca degli Abruzzi nell’azienda agricola in Somalia. Queste specificità del Principe sono state dimenticate dalla trasmissione mentre sono aspetti molto importanti. E anche l’eroica resistenza e la inevitabile resa sull’ Amba Alagi nel 1941 dove ebbe dagli Inglesi l’onore delle armi, è stata ridimensionata nella sua epica ,drammatica grandezza paragonabile solo ad El Alamein. Perfino la morte di Amedeo che rimase prigioniero insieme con i suoi soldati, è stata ignorata. Carlo Delcrojx che conobbe assai bene il Duca, una volta mi disse che forse la storia d’Italia con la presenza del Duca dopo il 25 luglio sarebbe stata diversa. E’ una affermazione che merita di essere ripresa fi fronte agli studiati silenzi televisivi nei confronti di una figura che impedisce di ripetere la solita vulgata perchè ne dimostra la falsità storica.