CULTURA E SPETTACOLI

Samba triste per Marilene. I Gozzano in Brasile 

“Sento una forte nostalgia sul petto, certezza di un nostro futuro incontro”. Con le parole tratte dal “Soneto da Saudade” del musicista e poeta brasiliano Vinicius de Moraes, creatore negli anni ’60 della bossanova con Antonio Carlos Jobim e Joao Gilberto, riaffiora la mancanza di Marilene Gliório Gozzano ad un anno dalla scomparsa avvenuta il 29 agosto 2025, mia corrispondente quotidiana con immagini familiari da Itu in Brasile, molto interessata alla storia della grande famiglia piemontese Gozzano sparsa nel

mondo. Marilene era moglie di Hamilton Gozzano, direttore scolastico ed in seguito avvocato, figlio di Octaviano ultimo capostipite di una famiglia originaria della provincia torinese trasferita in Brasile all’inizio del ‘900, periodo di grandi emigrazioni in Sud America in cerca di fortuna. Octaviano, nato in Brasile dal canavesano Giuseppe detto “il canonico”, proprietario con la moglie Nair de Siqueria della farmacia Santa Therezinha in Rua Hermelino Matarazzo di Sorocaba, ebbe due figli con i quali generò due gruppi di famiglie ancora ben presenti a Itu e Sorocaba, comuni storici e sedi industriali nell’entroterra ad Ovest dello Stato di

San Paolo. Con la nascita di Valério Gozzano, professore di fisica e statistica sposato con Maria Iraydes Alquezar, Octaviano creò la linea di Sorocaba. Importanti le professioni dei Gozzano esercitate in Brasile: nel campo medico titolari di una clinica chirurgica di odontoplastica, un centro medico di pneumologia, dottori in reumatologia, dermatologia, pedagogia, psicologia, ingegneri, insegnanti, avvocati, direttori scolastici e direttori eventi automobilistici.

Nel 1976, per la messa nel settimo giorno dalla sua morte, Octaviano volle pubblicare sul proprio ricordino una poesia dedicata a Nostra Signora di Fatima che termina con queste frasi: “Tu sei il conforto che lenisce la nostra sventura. Per questo Dio ti ha posto sulla fronte illuminata, più bella del sole, più amabile dell’aurora. La grazia di essere belli, il fascino di essere puri”.

Octaviano, molto devoto alla Vergine Maria, diede continuità alla devozione dei Gozzano in Piemonte che edificarono in Monferrato le chiese di San Giorgio, Odalengo Grande, Cereseto, Treville, Acqui e Luzzogno in provincia di Verbania, il Santuario dove il giorno 8 settembre si rinnova la festa della Natività della Beata Vergine Maria, costruito nel XVI secolo dalla intraprendente famiglia Gozzano che diventò la più ricca di sempre del Monferrato, in origine nobili non titolati poi conti ed in seguito marchesi di San

Giorgio e Treville che diedero lustro a Casale Monferrato costruendo gli splendidi palazzi in via Mameli. Negli anni ’80, la scomparsa centenaria Pina Gozzano fece visita ai parenti di Itu e Sorocaba, memoria storica che ha ricostruito integralmente l’emigrazione di queste famiglie nelle Americhe, incontrata in Canavese nel 2022 proveniente da New York. Dal suo racconto ricordiamo la visita effettuata negli anni ’60 ai cugini brasiliani di San Paolo e ai cugini americani del neuropsichiatra Mario Gozzano
con la moglie Walburga Bollendorf di Norimberga, nipoti materni del nonno del principe Maurizio Gonzaga, vivente a Roma classe 1938, discendente dai duchi di Mantova e Monferrato. Nel 1708 il territorio monferrino fu annesso al ducato di Savoia mentre la signoria di Mantova, dopo 400 anni, fu sottomessa alla dominazione austriaca.
Armano Luigi Gozzano 

La Regione investe sulla cultura. In un anno 10 milioni per sostenere più di 300 realtà sul territorio

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Marina Chiarelli, assessore alla Cultura: «Un sostegno concreto rivolto a tutte le realtà culturali che ne hanno fatto richiesta.  Dietro questi numeri ci sono persone e operatori del settore che ogni giorno fanno vivere la cultura nei grandi centri e nelle periferie».

 

Oltre 10 milioni di euro nel 2026 per sostenere 334 realtà culturali distribuite in tutte le province piemontesi: Alessandria, Asti, Biella, Cuneo, Novara, Torino, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli, per consentire e garantire continuità alla programmazione, ampliando la platea dei beneficiari, a sostegno dell’intero sistema culturale diffuso sul territorio regionale, ovverosia i settori del cinema, dello spettacolo dal vivo, delle attività espositive, della divulgazione culturale, della musica popolare amatoriale, delle rievocazioni storiche e dei carnevali e della promozione educativa.  È un risultato importante perché significa dare continuità e prospettiva a un patrimonio straordinario di associazioni, fondazioni, enti e operatori che ogni giorno fanno vivere la cultura, anche nei centri più piccoli, generando partecipazione, identità e occasioni di crescita per le comunità. Questo risultato è il frutto di un lavoro di ascolto, di dialogo e di confronto col mondo culturale ed anche di diffusione il più possibile capillare dei criteri e delle modalità di accesso ai contributi regionali.

In questo quadro si inserisce anche la collaborazione con CRT e con le altre importanti Fondazioni di origine bancaria piemontesi con cui Regione Piemonte ha siglato appositi protocolli, che hanno nel proprio statuto il sostegno di attività considerate utili per la comunità. Tra queste, la cultura ha un ruolo fondamentale e, nel concreto, significa finanziare musei, teatri, festival, biblioteche, restauri, associazioni culturali, progetti educativi e iniziative che valorizzano il patrimonio e rendono più viva la vita esperienziale dei territori.

«Questo è un sostegno concreto rivolto a tutte le realtà culturali che ne hanno fatto richiesta. – dichiara Marina Chiarelli, assessore alla Cultura della Regione Piemonte – Dietro questi numeri ci sono persone e operatori del settore che ogni giorno fanno vivere la cultura nei grandi centri e nelle periferie. Sostenere la cultura significa creare un ecosistema molto più ampio di un singolo evento, vuol dire patrimonio, conoscenza, creatività e partecipazione. Dentro ci stanno i musei, i teatri, la musica, il cinema, i libri, le biblioteche, gli archivi, le mostre, i festival, le tradizioni popolari, la tutela dei beni storici e artistici, ma anche i progetti educativi e le attività che aiutano una comunità a conoscere e valorizzare la propria identità. E che la creatività in Piemonte sia un fiore all’occhiello non lo diciamo noi lo dicono i numeri di chi la cultura la fa di mestiere e di chi la respira non solo nei luoghi a ciò deputati, ma nelle vie nei borghi e nelle piazze che raccontano la storia e l’evoluzione delle nostre comunità».

Le case floreali di Gribodo: l’edilizia gentile a Torino

Torino è la città del Liberty, si sa. Passeggiando per le belle ed eleganti vie della citta’, soprattutto nei quartieri di Cit Turin e di San Donato, e’ facile innamorarsi dei palazzi che rappresentano questo stile raffinato che, tra fine ‘800 e i primi del 1900, diede un tocco di gusto ai progetti urbani. Conosciamo bene i capolavori di Pietro Fenoglio come Villa Scott, Casa Lafleur, il Villaggio Leuman, ma anche le case popolari di Via Marco Polo e di Via Ravello. La citta’ della prima Esposizione di Arte Decorativa Moderna del 1902 ci regala scenari affascinanti e particolari unici e di pregio presenti non solo negli edifici residenziali ed industriali, ma anche nelle insegne, nelle vetrine dei negozi e dei caffe’.

Tra coloro che contribuirono alla realizzazione di queste palazzine e villini romantici e floreali, ornati da graziose minuzie, troviamo Giovanni Gribodo che visse a cavallo del 1800 e 1900. Ingegnere e architetto, laureato presso la Scuola di Applicazione di Torino, particolare che lo accomunava a Fenoglio, era anche un entomologo; un uomo dalle diverse passioni e interessi, dunque, dallo studio degli insetti, a cui si dedico’ di piu’ a fine vita, alla progettazione di residenze dal volto gentile.

I giri turistici della citta’ pianificano sempre piu’ percorsi dove queste belle opere edilizie del Liberty sono le protagoniste, ma passeggiare fuori dal centro ed ammirare questi veri e propri capolavori attira anche i cittadini che non si stancano di visitare le meraviglie affascinanti della loro Torino.

Tra gli edifici piu’ importanti realizzati da Giovanni Gribodo ne troviamo cinque solo a via Piffetti:

Cominciamo con il civico 3, la Palazzina Mazzetta con i suoi balconi in ferro dai disegni intrecciati su un fondo grigio che le da’ un tono austero; al numero 5, invece, c’e’ Casa Masino, un edificio in mattoni rossi caratterizzato dal balcone centrale che ospita due volti femminili in pietra. Le finestre sono decorate da fregi floreali come il bel portone d’ entrata. Al 7 scopriamo, con il suo stile un po’ fiabesco, una palazzina a due piani chiamata Pola-Majola come il suo committente, edificata nel 1907 che non ebbe speciali decorazioni come le altre, ma possiede un fascino particolare che ci riporta allo stile gotico. Le Palazzine, che si trovano al civico 10 e 12, sono probabilmente le piu’ famose opere di Gribodo, due villini magnifici decorati con un centrino di motivi naturalistici in pietra bianca, inferriate in ferro battuto, balconi e vetrate con particolari preziosi.

In via Belfiore 66, in zona San Salvario, si trova un altro edificio realizzato dall’ architetto Gribodo che fu un po’ dimenticato rispetto agli altri suoi colleghi che divennero piu’ noti. Si tratta di Casa Audiberti Mottura, una bella palazzina con balconi decorati e una scala interna con particolari vivaci e colorati. Nella zona della Crimea, sull’altra sponda del Po, lo stesso architetto ha studiato e costruito il Villino Giuliano, in via Luigi Gatti 17. Composto da tre piani, questa casa dai colori caldi, e’ caratterizzata da molti dettagli tipici all’Art Nouveau: immagini di fiori, pietra scolpita e disegni geometrici morbidi classici del periodo. Nel quartiere Cenisia, in via Perosa 56, c’e’ un piccolo edificio che rappresenta un esempio in miniatura del periodo Liberty: una piccola palazzina, con un portone davvero insolito, incastonata tra edifici piu’ moderni e dai toni delicati, chiamata Casa Bosco Tachis. Tornando al quartiere di San Donato non si puo’ rimanere indifferenti davanti ad edificio piu’ corposo e perfino possente dal nome Casa Cooperativa, un palazzo in mattoni rossi ornato con rose, foglie e con dei balconi caratterizzati da disegni che si ispirano ad un floreale piu’ moderno e tondeggiante. All’interno troviamo un meraviglioso scalone bianco e nero dalla forma ovoidale davvero suggestivo

A un’ora circa da Torino e precisamente a Coazze e’ si trova un’altra opera di questo fantasioso architetto: Villa Martini, divenuta poi Antonietta, dove il Liberty viene esaltato sia all’esterno, ma anche all’interno con i suoi mobili in stile. Questa casa, edificata al centro un bellissimo giardino, ebbe ospiti illustri come `Luigi Pirandello, il Conte Cavour e Vittorio Emanuele II.

MARIA LA BARBERA

“Suzuki Jukebox – La notte delle hit” … Il ritorno!

All’“Inalpi Arena” di Torino, Antonella Clerici e Clementino tornano a riaccendere la Città con la grande musica dal vivo anni ’80 – 2000

Venerdì 11 e sabato 12 settembre / Già partite le prevendite

Da Loredana Berté a Paul Young, da Nek ad Anna Oxa e a Lou Bega via via fino a Patty Pravo, Mario Biondi, Sabrina Salerno e a molte altre grandi “voci”, per un totale che supera abbondantemente la ventina: l’intramontabile “musica dal vivo” dei mitici Anni ’80 e ’90, senza dimenticare in parte il 2000, tornerà a riaccendere, venerdì 11 e sabato 12 settembre prossimi (inizio spettacoli ore 21), gli ampi spazi della subalpina “Inalpi Arena” (all’interno della storica “Piazza  d’Armi” e accanto allo Stadio Olimpico “Grande Torino”), che per il secondo anno consecutivo si appresta ad ospitare la grande macchina di “Suzuki Jukebox – La notte delle hit”, (la prima “puntata” si tenne sempre a Torino il 12 e 13 settembre 2025 per essere trasmessa il 18 ed il 19 settembre su “Rai 1”) ben carica del grande successo e dell’entusiasmo travolgente (con serate da tutto sold out) dell’ edizione precedente.

Tempo ce n’è, ma (attenzione!) mica poi tanto. Le prevendite per le due serate, prodotte da “A1 Pictures” – in collaborazione la “Direzione Intrattenimento Prime Time Rai” – sono già attive infatti sul circuito ufficiale di “TicketOne” e nei punti vendita autorizzati. E dunque … chi ha tempo (come suole dirsi) … E a buon intenditor, poche parole!

Anche perché, l’edizione di quest’anno di quel magnifico “contenitore” musicale capace di unire nel suo titolo – “Suzuki Jukebox” – il brand sponsor (la “Suzuki Swift Hybrid”) a quella ormai leggendaria (pezzo di prezioso antiquariato) “macchina musicale” (il “Jukebox”, appunto) che, insieme all’altrettanto leggendario “flipper”, rappresentò negli Anni ’50 – ’60 il simbolo della gioventù e della diffusione della musica leggera nei bar e sulle spiagge, torna con un doppio evento consecutivo che segna un “salto di qualità” decisivo: per la prima volta, le due serate saranno infatti trasmesse in diretta televisiva su Rai 1, generando, con partenza da Torino e su tutto il territorio nazionale, uno dei più grandi “viaggi nel tempo” attraverso le hit che hanno accompagnato intere generazioni.

Ricordi! Piacevoli memorie! Anch’esse, in buon numero, felicemente riattivate dal tanto atteso “Suzuki Jukebox”, saggiamente e simpaticamente guidato, anche quest’anno da Antonella Clerici, la grande (per tutti!) “Regina del Mezzogiorno” italiano, volto amatissimo dal pubblico, affiancata dalla verve e dall’inesauribile energia di Clementino (all’anagrafe, Clemente Maccaro da Avellino, classe ’82, rapper e attore  dall’empatia e dall’entusiasmo che gli escono da tutti i pori), chiamati a guidare una vera festa della musica “live”. Sul palco saliranno gli interpreti originali delle “canzoni simbolo” degli ultimi decenni: quelle che hanno fatto ballare, emozionare, cantare a squarciagola milioni di persone e che oggi “tornano a vivere in uno show pensato come un grande jukebox collettivo”.

Progetto decisamente ambizioso, confermato dalla programmata line-up, con un cast che mescola icone italiane ed internazionali.

Nella serata di venerdì 11 settembre sono attesi sul palco dell’“Inalpi”, tra gli altri, Cristina D’Avena, DSL*Dire Straits Legacy, Drupi, Filippo Graziani, Irene Grandi, Loredana Bertè, Lou Bega, Nek, Neri per Caso, Nino Buonocore, Patty Pravo e Sugarfree.

Sabato 12 settembre il testimone passerà ad Alberto Bertoli, Anna Oxa, Erminio Sinni, Gaetano Curreri e gli Stadio, Gazebo, Luca Dirisio, Mario Biondi, Paul Young, Sabrina Salerno, Spagna e Toploader, per un secondo capitolo che promette di alzare ulteriormente l’asticella. E nuovi nomi andranno, probabilmente, ad arricchire il cast nelle prossime settimane, a conferma del carattere “aperto” e in continua evoluzione dell’evento, nato come appuntamento per i “nostalgici” delle grandi “hit” e diventato nell’arco di soli due anni il “ritrovo trasversale” per chi vive la musica dal vivo “come esperienza condivisa, da ripetere anno dopo anno”. Sempre in un’“Inalpi Arena”, di nuovo pronta e scalpitante a trasformarsi in un enorme “Jukebox”, capace di risuonare in tutt’ Italia grazie alla “diretta” di “Rai 1”, con Torino nuovamente al centro del “racconto musicale” dell’autunno televisivo. Che quasi già s’intravede. E non solo televisivamente … caldo “africano” permettendo!

Gianni Milani

Nelle foto: Antonella Clerici e Clementino; logo “Suzuki Jukebox”

Bottero, il “papà” della Gazzetta del Popolo

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Alla scoperta dei monumenti di Torino / Oggi parleremo del monumento dedicato al giornalista e politico italiano Giovanni Battista Bottero, situato in Largo IV Marzo meglio conosciuta come piazzetta IV Marzo. (Essepiesse)

Su un ampio basamento in pietra al lato del giardino, verso il Duomo, si erge la figura in bronzo di Giovanni Battista Bottero. L’uomo è rappresentato in piedi con una redingote abbottonata (abbigliamento che il giornalista usava abitualmente nelle sue giornate di lavoro), mentre nella mano destra tiene una copia del giornale “La Gazzetta del Popolo” 

La statua poggia su un imponente basamento realizzato in prezioso marmo Botticino e sul cui fronte è posizionata una lastra con sopra delle epigrafi dedicatorie che, essendo posta alle spalle del monumento, funge da elemento architettonico di sfondo. In quest’opera è particolarmente ricercato l’effetto di contrasto tra la patina scura del bronzo e il bianco avorio del marmo del basamento.

Giovanni Battista Bottero nacque a Nizza il 16 dicembre del 1822. Dopo aver conseguito nel 1847 la laurea in medicina, decise di dedicarsi alla carriera giornalistica (sua passione fin da quando era ragazzo) e così il 16 giugno 1848 fondò a Torino, insieme allo scrittore Felice Goevan e al medico Alessandro Bottella, il quotidiano “La Gazzetta del Popolo”.Per Bottero gli anni che seguirono furono impregnati di grande passione politica: essendo il quotidiano più diffuso durante gli anni del Risorgimento, egli riuscì tramite il suo giornale a compiere azioni incredibili, come ad esempio far firmare (il 10 settembre 1849) il proclama agli elettori di Bobbio per la nomina a deputato di Giuseppe Garibaldi, oppure lanciare una sottoscrizione (il 14 gennaio 1850) per consegnare una spada d’onore sempre a Garibaldi che all’epoca si trovava in esilio.

Nel 1855, dopo diverse battaglie “mediatiche” portate a termine dal suo quotidiano, Bottero decise di entrare in politica e si presentò nel collegio elettorale di Nizza, dove vinse con 411 voti su 625 votanti; il 27 giugno 1855 entrò nel Parlamento subalpino. Nonostante si affermò come figura politica, nel 1870 decise di abbandonare la sua carriera all’interno del Parlamento per dedicarsi completamente al suo giornale.Prese la direzione del quotidiano nel maggio del 1861 (quando prese il posto di Govean) e mantenne tale posizione fino al 1897. In quegli anni “La Gazzetta del Popolo” fu un punto di incontro per personaggi di grande rilievo: in campo politico seguì un orientamento liberale, anticlericale e monarchico, appoggiando la politica di Cavour e il programma risorgimentale di unificazione italiana. Il quotidiano svolse inoltre una importante funzione sociale propulsiva e di coordinamento nei confronti dell’intero movimento delle società di mutuo soccorso dello Stato sardo.Giovanni Battista Bottero morì il 16 novembre del 1897 all’età di 75 anni.

A pochi giorni dalla sua morte un Comitato di cittadini presieduto da Tomaso Villa, si attivò per la realizzazione di un monumento alla sua memoria e grazie ad una sottoscrizione pubblica nazionale, vennero raccolti i fondi necessari e fu incaricato lo scultore Odoardo Tabacchi, che lavorò all’opera tra il 1898 e il 1899. Il monumento venne concluso nel settembre del 1899 e si decise di collocarlo proprio in Largo IV Marzo, dove vi era la sede della “Gazzetta del Popolo”; su consiglio di Odoardo Tabacchi e del Sovrintendente dei Giardini municipali, venne posizionato nella parte orientale dell’aiuola IV Marzo, proprio di fronte alla sede del quotidiano.Venne inaugurato e ceduto alla città, il 12 novembre del 1899 con una solenne cerimonia a cui parteciparono centinaia di persone.

Anche per oggi la nostra passeggiata “con il naso all’insù” termina qui. Vi aspetto per il prossimo appuntamento con Torino e le sue meravigliose opere da scoprire.

 (Foto: www.museotorino.it)

Simona Pili Stella

Monferr’Autore Festival inaugura a settembre con tre appuntamenti imperdibili

Una serata su Giorgio Faletti aprirà il settembre di Monferr’Autore, la manifestazione piemontese di musica e cultura diretta da Enrico Deregibus insieme all’organizzazione di AccademiaMonferrato. L’evento, incentrato sulla presentazione del libro dal titolo “Io dico” (Carrocci Editore), si svolgerà nella giornata di giovedì 3 settembre, alle ore 21, presso la Polisportiva Quarti, in strada Rollini, a Quarti di Pontestura (AL), e vedrà la partecipazione di Franca Ballesini, moglie dell’amatissimo artista astigiano, che ha curato il libro insieme a Chiara Buratti. Si tratta di una raccolta di frasi e pensieri tratti dai romanzi più noti, dalle profonde, divertenti e iconiche interviste, dalle canzoni e da materiali inediti.
Giovedì 10 settembre, alle 18.30, il protagonista sarà Emidio Clementi, romanziere e musicista, autore e leader dei Massimo Volume, che presenterà il suo romanzo, edito da Playground, dal titolo “Prima dell’incendio”. L’appuntamento, incentrato sul percorso artistico di Clementi, avrà luogo presso la libreria “Andando e stando”, in via Giuseppe Bissati 14, ad Alessandria.
In programma l’8 settembre, alle ore 21, al Country Sport Village di Mirabello Monferrato, in strada Comunale 30, la finale del Monferrato Music Contest, che vedrà il vincitore, selezionato da una giuria composta da giornalisti e addetti ai lavori, ricevere un premio di 500 euro a supporto della propria attività musicale, oltre alla possibilità di esibirsi, nei mesi successivi, in diversi luoghi della provincia. Il Contest prevede, inoltre, un premio speciale assegnato da una giuria di giovani.
Il Monferrato Music Fest è un concorso dedicato ai giovani cantautori della provincia di Alessandria che vedrà in lizza Alba ad Alessandria, i Bailenga da Alessandria/Novi Ligure, Mosi da Alessandria, Soloselena da Valenza e i Velvet Mountain da Casale Monferrato. L’evento, patrocinato dalla Provincia di Alessandria, è ideato, organizzato e diretto da Enrico Deregibus con l’apporto di RadioGold e AccademiaMonferrato.

Monferr’Autore eredita il nome di un precedente festival che si era svolto fra il 2005 e il 2007. Alla direzione artistica c’era lo stesso Enrico Deregibus, giornalista e direttore, consulente di molti festival e premi in varie zone d’Italia.
Tra le molte manifestazioni curate negli anni in provincia di Alessandria, spicca il festival PeM, dalla cui direzione artistica si è dimesso alla fine del 2025 dopo undici anni, che ha visto protagonisti, fra gli altri, Ditonellapiaga, Valerio Lundini, Gad Lerner, Arturo Brachetti, Manuel Agnelli, Diodato, Nuzzo e Di Biase, Morgan, Paola Turci, Malika Ayane, Irene Grandi, Luca Barbarossa, Oscar Farinetti, Diego De Silva, Gene Gnocchi, Willie Peyote, Nada, Samuel dei Subsonica, Enrico Ruggeri e Vasco Brondi.

Gli appuntamenti del 3 e del 10 settembre sono entrambi a ingresso gratuito.

Mara Martellotta

Giorgio Risi, “Confini”: il nuovo concept album tra spiritualità e senso della vita

“Confini” è  il titolo del nuovo concept album di Giorgio Risi, un nuovo progetto discografico composto da otto brani originali ai quali si aggiunge una nona e conclusiva traccia speciale, “Il Viaggio”,  una suite di quarantotto minuti che raccoglie e ricompone l’intera opera in un unico flusso narrativo e musicale.
All’interno della suite, i brani vengono avvolti dell’intensità emotiva della voce narrante di Elena Fissore, trasformando l’ascolto in un’esperienza immersiva che va oltre la forma tradizionale della canzone.
Con “Confini” Giorgio Risi affronta uno dei temi più antichi e universali dell’esistenza, il rapporto tra ciò che siamo stati, ciò che siamo e ciò che saremo.
L’album esplora il concetto di limite non come “confine”, ma come luogo di passaggio, uno spazio simbolico nel quale passato, presente e futuro  cessano di apparire come dimensioni separate, per diventare parti di un’unica esperienza dell’essere.
L’opera sviluppa una riflessione intima e spirituale  sulla continuità della coscienza, sull’eredità che ogni esperienza lascia dentro di noi  e sulla possibilità che l’esistenza si estenda oltre le convenzioni del tempo lineare.
In questa prospettiva l’individuo non è  soltanto il risultato della propria storia, ma anche il riflesso di ciò che deve ancora compiersi.

Dal punto di vista musicale, “Confini” si muove attraverso paesaggi sonori elettronici di grande intensità emotiva, nei quali synth, pianoforti, pad e texture sonore danno vita ad una dimensione metafisica.
Le sonorità, potenti e suggestive, accompagnano l’ascoltatore lungo un percorso che alterna introspezione, contemplazione e slancio visionario, grazie allo straordinario impegno di Alessandro Arianti, che ha arrangiato e prodotto l’intero lavoro.
Giorgio Risi, autore, compositore  e musicista, è anche noto come produttore pubblicitario e la Giorgio Risi di Lungo Dora Colletta 95 a Torino è  da oltre trent’anni una delle prime in Italia. Ha sviluppato il proprio percorso artistico a partire dalla fine degli anni Settanta, attraversando esperienze che spaziano dalla musica popolare alla sperimentazione sonora fino alla canzone d’autore contemporanea.
Con “ Confini” Risi firma una delle opere più mature e personali, nelle quali musica, pensiero e racconto convergono in una visione artistica di ampio respiro, capace di continuare a interrogarsi  sul significato del tempo, della memoria e della presenza umana nel mondo.

Mara Martellotta

Il linguaggio delle campane

A Torino la bellezza e la storia dei suoi campanili, sentinelle della citta’

Prima del telefono, della radio e dei social network, c’era un mezzo di comunicazione capace di raggiungere tutti: la campana. Il suo suono attraversava piazze, campagne e vallate e segnava il ritmo della vita collettiva. Non era soltanto un richiamo religioso, ma un vero strumento di comunicazione comunitaria: scandiva il tempo, accompagnava le celebrazioni, annunciava momenti importanti e, in determinate circostanze, poteva segnalare emergenze e pericoli. Collocare le campane in alto significava permettere al suono di propagarsi il più lontano possibile, tuttavia, il linguaggio non era però uguale ovunque: esistevano tecniche, ritmi e consuetudini locali. A suonare erano i campanari, persone che imparavano attraverso l’esperienza e la trasmissione diretta di gesti e conoscenze. È una tradizione che l’UNESCO ha riconosciuto nel 2024, inserendo l’arte campanaria nella lista rappresentativa del Patrimonio culturale dell’umanità. Il riconoscimento riguarda proprio l’insieme di conoscenze, tecniche, gesti e pratiche legati alle campane e al loro suono, considerati parte dell’identità delle comunità. Torino conserva un importante patrimonio campanario, e alcuni campanili raccontano storie molto diverse tra loro. Cominciamo da quello della Cattedrale di San Giovanni Battista, nel cuore della città, che è legato ad una tradizione ancora viva. Nel giugno 2026, durante la rassegna “Campane in festa”, le quattro campane della Cattedrale sono state suonate manualmente dalla cella campanaria con l’antica tecnica delle cordette, recuperando la tradizione della cosiddetta “suonata della vigilia”.

Il campanile della chiesa di Nostra Signora del Suffragio, nel quartiere San Donato, fu progettato da Francesco Faà di Bruno ed e’ una costruzione singolare che unisce architettura, tecnologia e astronomia. È uno dei campanili torinesi più curiosi e racconta bene quanto, nell’Ottocento, una torre potesse essere molto più di un semplice luogo destinato alle campane. Con 32 colonnine in ghisa, per una propagazione maggiore del suono delle campane, la sua sommita’ ospita l’Arcangelo Michele con la tromba. Faa’ di Bruno inseri’ anche un orologio e un osservatorio: era un matematico.

Un’altra storia interessante è quella della Basilica di Superga, dove i campanili, perfettamente simmetrici, fanno parte della scenografica architettura settecentesca progettata da Filippo Juvarra. La posizione sulla collina, a 670 metri di altezza, li rende anche uno degli elementi più riconoscibili del paesaggio torinese, piu’ che da ascoltare questi sono campanili da ammirare grazie anche allo scenario che li avvolge.

Sorprendente è il campanile del Santo Volto, nel nuovo paesaggio urbano di Parco Dora. Qui la memoria industriale incontra quella religiosa: il complesso progettato da Mario Botta conserva infatti il rapporto visivo con una delle grandi ciminiere, dove sono posizionate le campane, dell’ex area industriale, trasformando un elemento della Torino delle fabbriche in un segno architettonico contemporaneo; il suono, in questo caso, arriva dal basso.

Tra i campanili cittadini merita una attenzione particolare anche Maria Ausiliatrice, a Valdocco, nella Torino salesiana di Don Bosco. Le sue dodici campane sono state protagoniste, nel 2026, della rassegna “Campane in festa”, che ha coinvolto numerosi campanili torinesi.

Non si puo’ non raccontare del Carrillon delle venti campane di Maria Regina della Pace in Barriera di Milano, in Corso Giulio Cesare. I 20 bronzi di questo strumento sono stati rifusi nel 1952 dalla fonderia Crespi di Crema e formano una scala cromatica, non esistono solo per suonare i tradizionali rintocchi, possono eseguire vere e proprie melodie. La Diocesi di Torino lo definisce uno dei carillon più grandi d’Italia, una delle sue campane che pesa ben 970 chili.

Nella nostra bella citta’, inoltre, e’ presente anche una campana non legata alla tradizione ecclesiastica: la campana civica di della torre orientale di Palazzo Madama fusa nel 1670 da un orafo dei Savoia, che scandiva momenti importanti per la comunita’. La cosa forse più interessante è che questa non è soltanto una storia del passato. A Torino esiste ancora una comunità che studia, conserva e valorizza la tradizione campanaria: CampaneTO, Associazione amici della Sacra che nel 2026 la rassegna “Campane in festa per la Consolata e San Giovanni”, giunta alla decima edizione. Per l’occasione sono stati proposti concerti e suonate in numerosi campanili della città. E proprio qui sta il fascino delle campane: sono contemporaneamente strumenti musicali, oggetti storici e mezzi di comunicazione.

Maria La Barbera

Dalla storia al cinema: una torinese racconta l’eccidio di Otranto

Dietro la telecamera c’è Stefania Rocca, attrice torinese, che debutta con questo film nella regia cinematografica. La pellicola narra l’estate tragica del 1480 nel Salento, l’eccidio turco a Otranto, una vicenda poco conosciuta ma che rischiò di cambiare il corso della storia in Italia. Quando dal mare in tempesta spuntarono le nere vele dei turchi le mura di Otranto erano troppo deboli e crollarono sotto i colpi delle bombarde saracene nonostante l’accanita resistenza degli otrantini. Le scimitarre ottomane fecero strage uccidendo migliaia di persone. Ancora oggi, a distanza di oltre 500 anni, Otranto racconta quel che accadde nell’estate del 1480 e ogni anno, il 14 agosto, commemora l’eccidio e l’eroismo dei suoi martiri con cerimonie e solenni commemorazioni. Entro l’anno potremo vedere al cinema il sacco di Otranto ma prima è meglio leggere “L’ora di tutti” (1962), il libro di Maria Corti, uno dei romanzi storici più importanti del Novecento. Questa volta, come detto, la torinese Stefania Rocca indossa i panni della regista esordiente. La storia racconta l’assedio e la caduta di Otranto per mano dei turchi Ottomani. “Ho letto il libro anni fa, un’estate a Otranto, afferma Stefania Rocca, e in quel luogo la narrazione prendeva forma concreta. Alla storia si univano le leggende, la memoria degli otrantini che ancora oggi festeggiano i Santi martiri di Otranto che, in attesa di aiuti, furono costretti a combattere per difendere le proprie case e il proprio credo (intervista al Corriere della Sera, 16 novembre 2025).
Non è una storia così lontana. È una storia di invasione e oggi le invasioni sono all’ordine del giorno. Volevo raccontare chi non sceglie la guerra: gli otrantini si misero valorosamente in difesa della loro città”. Una storia tragica che pochi conoscono e che fa onore agli otrantini che preferirono morire piuttosto che rinnegare la loro fede. Molti furono trucidati e decapitati e le ossa di 800 otrantini sono conservate nella cattedrale di Otranto. I martiri furono canonizzati nel 2013 da Papa Francesco. Scrittrice, critica letteraria e filologa, Maria Corti, scomparsa nel 2002, invece di dare troppo spazio ai condottieri, si concentrò sulla gente comune di Otranto. E così troviamo, tra i vari personaggi descritti nel suo libro, un pescatore che assiste allo sbarco dei turchi nel porto, il governatore della città, un povero calzolaio, una giovane donna vedova, uomini che si rifiutano di rinnegare la propria religione e un sopravvissuto che descrive Otranto dopo il saccheggio degli invasori. Per le vie della cittadina salentina restano ancora oggi le tracce di quel drammatico evento di oltre cinque secoli fa. Le grandi palle di pietra che si vedono nelle viuzze bianche, su e giù per il centro storico, accanto a portoni ed edifici o ammucchiate nel cortile del castello sono proprio quelle che durante l’assedio volarono dalle navi turche e sfondarono le difese di Otranto. Alcune vie portano i nomi dei martiri mentre i resti umani di centinaia di otrantini, tra ossa e teschi, furono recuperati e sono ben visibili in cattedrale dall’inizio del Settecento in alcuni grandi armadi nella cappella al fondo della navata destra mentre sotto l’altare si trova il ceppo della decapitazione. Su un colle, poco sopra la città, una chiesetta votiva indica il luogo dove avvenne l’ultimo massacro con la decapitazione di 800 cittadini. È il 28 luglio 1480. Provenienti dal porto albanese di Valona quasi 20.000 turchi a bordo di 90 galee e 48 galeotte mettono piede sul litorale salentino scaricando dalle navi 1600 pezzi di artiglieria tra cui centinaia di bombarde, armi, munizioni e viveri.
All’interno delle mura di Otranto 20.000 cristiani, di cui solo 6000 armati, attendono l’assalto dell’armata ottomana guidata dall’ammiraglio dell’Impero Ottomano Gedik Ahmed Pascià, detto “lo sdentato”, il cui piano era molto ambizioso. Non si fermava alla conquista della Puglia ma prevedeva uno sbarco a Napoli, in Sicilia e in Sardegna per poi puntare a Roma. In sostanza si trattava di impadronirsi di gran parte della penisola. Le difese di Otranto sono deboli e vengono facilmente sfondate dai colpi della moderna artiglieria ottomana. La piccola guarnigione aragonese, a protezione della città, si ritira appena si rende conto della potenza dell’armata turca. Il 10 agosto i turchi sono già dentro le mura di Otranto e il muezzin sale in cima al campanile per chiamare i fedeli alla preghiera. Ahmed Pascià ordina di rastrellare tutti i superstiti maschi di età superiore ai 15 anni mentre le donne e i bambini sono ridotti in schiavitù. Il 13 agosto Otranto è un mucchio di cadaveri e rovine. Diecimila otrantini muoiono combattendo e alcune migliaia, in fuga, vengono uccisi per le vie della cittadina pugliese o fatti prigionieri e poi schiavi. La tragedia di Otranto è diventata leggenda per il valore con cui gli otrantini difesero la loro città e per il coraggio con cui respinsero la resa chiesta dal nemico. “L’ora di tutti, scrisse Maria Corti, è quell’ora che, prima o poi, capita a tutti nella vita, quell’ora in cui ognuno può dimostrare a se stesso e agli altri di valere qualcosa”. Ora aspettiamo il film.
Filippo Re
Stefania Rocca, attrice e regista
Nelle foto, quadro con la decapitazione degli otrantini da parte dei turchi
libro di Maria Corti, “L’ora di tutti”

Piergiorgio Panelli, “Forme apparenti”

Mostra personale di pittura

In occasione della festa patronale 2026, l’associazione culturale ‘L Lantarnin dal Ranatè, con il patrocinio del Comune di Trino, organizza, per il quinto anno consecutivo, la mostra di pittura presso il Palazzo Paleologo di piazza Garibaldi a Trino. L’esposizione personale d’arte è ormai diventata, come i tre “Pomeriggi insieme” che si svolgono nei
giardini della biblioteca, una consuetudine del Lantarnin per celebrare i giorni della festa del Santo Patrono.

L’inaugurazione si terrà giovedì 20 agosto 2026 alle ore 18,30 alla presenza della nota critica d’arte Giuliana Bussola che introdurrà l’artista e la mostra. Quest’anno sarà Piergiorgio Panelli a esporre le sue opere negli spazi della manica lunga di Palazzo Paleologo nell’ambito della mostra “Forme apparenti”.

Artista e critico d’arte, nato a Casale Monferrato (AL) nel 1961, Piergiorgio Panelli compone le prime opere pittoriche nel 1977 ed espone in numerose personali e mostre di gruppo in Italia ed all’estero dal 1981. Dal 1986 concretizza la sua ricerca, mettendo in evidenza il rapporto uomo-natura esasperato, coinvolgendolo in un contesto gestuale, materico, di simbologia naturalistica, definito “Ecosuperficiale”. Dal 1995 è ideatore e curatore di “Arteinfiera” a Casale Monferrato. Nel 2003 è stato curatore del museo delle opere del maestro Enrico Colombotto Rosso nel palazzo comunale di Pontestura (AL); inoltre con Colombotto Rosso ha collaborato ad alcuni eventi visivi e mostre. Dal 2022 è ideatore e curatore del progetto “portabottiglie d’artista” al centro DOC di Casale Monferrato al Castello di Casale. Collabora con scritti d’arte contemporanea sul bisettimanale “Il Monferrato” dal 1987 e su altri periodici, tra i quali La Grinta. Alcune opere di Panelli sono in collezioni private e pubbliche tra le quali, Fondazione Enrico Colombotto Rosso, Comune di Alessandria Biblioteca civica, Collezione pubblica di Villa Vidua a Conzano (Al), collezione Calvi di Bergolo Castello di Piovera (Al), Museo dei Lumi Sinagoga Casale Monferrato (AL).


La mostra “Forme apparenti” resterà aperta nei giorni della patronale e nel fine settimana successivo con i seguenti orari:

giovedì 20 agosto inaugurazione ore 18,30 con possibilità di visita fino alle ore 22
venerdì 21 agosto: 19 -22
sabato 22 agosto: 19-22
domenica 23 agosto: 17 – 22
lunedì 24 agosto: 10 – 13 / 17 – 21
martedì 25 agosto: 19 – 21
venerdì 28 agosto: 19 – 21
sabato 29 agosto e domenica 30 agosto: 10 – 13 / 17 – 21

L’ingresso alla mostra è libero.

Associazione Culturale A.P.S. ‘L Lantarnin dal Ranatè – Trino