CULTURA E SPETTACOLI

Nel Principato di Lucedio tra risaie e cripte segrete

Una cripta maledetta con forze demoniache al suo interno, una colonna di marmo che “piange”, un pavimento che emette suoni e strane vibrazioni e ancora rituali oscuri dei monaci, peraltro mai confermati storicamente. Lucedio è conosciuto anche per questo, come uno dei luoghi più “infestati” d’Italia. Passaggi sotterranei, salme mummificate, abati seduti su troni disposti a cerchio e perfino fiumi sotterranei. Varcando i poderosi cancelli del Principato di Lucedio, (come c’è scritto sul portale d’ingresso della tenuta), antico monastero cistercense del XII secolo, a pochi chilometri da Trino Vercellese, il pensiero vola alle tante leggende che avvolgono questo luogo che tra aprile e maggio galleggia sulle risaie formando “un mare a quadretti”. Lo stesso nome Lucedio è intrigante, può significare “luce di Dio” o “Dio di luce”, in una parola Lucifero e proprio da qui nasce l’associazione dell’abbazia con il diavolo stesso. Leggende, solo leggende oscure che tuttavia non guastano e anzi affascinano visitatori e lettori.

 

Molti di questi racconti sono nati secoli dopo la nascita dell’abbazia nel 1123 e hanno reso il posto molto famoso. In effetti, entrando nei giardini, nel refettorio dei monaci e nell’aula capitolare si respira un’atmosfera medievale che rimanda alle numerose storie che aleggiano intorno a quella che oggi è una grande e moderna azienda agricola che ha conservato gli ambienti medievali e il suo fascino antico è rimasto intatto. Lucedio è la culla del riso italiano e da questi luoghi si sviluppa il territorio delle Grange, una serie di aziende agricole che si intervallavano su un vasto comprensorio agricolo. Grazie ai monaci nacquero le risaie della pianura vercellese ed entrarono in funzione sistemi idraulici ancora oggi utilizzati. Dell’abbazia dei cistercensi, ampliata nei secoli, si sono conservate importanti strutture architettoniche, dal campanile a pianta ottagonale in stile gotico lombardo al chiostro, dalla sala capitolare del Duecento con capitelli altomedievali alla Sala dei Conversi con volte a vela che poggiano su basse colonne. Fondata dai monaci cistercensi provenienti dalla Borgogna (quelli della Regola di San Benedetto, “ora et labora”, una vita semplice e rigorosa basata sulla preghiera e sul lavoro nei campi) l’abbazia sorse in un’area paludosa di proprietà del marchese Ranieri I del Monferrato (1075-1137). L’Abbazia resta per secoli sotto il controllo dell’Ordine cistercense e poi diventa motivo di scontro tra varie casate dinastiche.

Dai Gonzaga passa ai Savoia e poi diviene proprietà di Napoleone all’inizio dell’Ottocento. Successivamente passò al marchese Giovanni Gozani di San Giorgio, antenato dell’attuale proprietaria, la contessa Rosetta Clara Cavalli d’Olivola Salvadori di Wiesenhoff che conduce l’azienda agricola che produce riso di altissima qualità. Si racconta che nei sotterranei dell’abbazia si trovino cripte segrete dove sarebbero seduti i corpi mummificati degli abati posti a guardia di presenze demoniache. Non manca una “colonna che piange”. Nella sala Capitolare si trova infatti un pilastro che sembra trasudare acqua. Secondo la tradizione “piangerebbe” per le torture e i riti oscuri avvenuti in abbazia ma la spiegazione scientifica è che la pietra porosa assorba e rilasci l’umidità dal terreno. A poca distanza dal complesso c’è una piccola chiesetta sconsacrata, la Madonna delle Vigne che custodisce il cosiddetto “Spartito del Diavolo” che, se viene suonato in un certo modo, libererebbe il demone che aveva già sottomesso i monaci. La chiesa, tra l’altro, è stata più volte razziata ed è forse meta di raduni di sette sataniche ma ora giace abbandonata. Il Principato di Lucedio è visitabile al pubblico secondo il calendario segnalato sul sito online “Visita Lucedio”.

Info@principatodilucedio.it, Trino Vercellese

Filippo Re

 

 

 

Oltre l’opera, Morabito: l’arte tra bellezza, valore e responsabilità legale

L’INTERVISTA

L’avvocato Simone Morabito è partner fondatore dello studio legale e tributario Morabito, con sede a Torino in piazza Statuto 10. Lo studio è specializzato in diritto dell’arte, pianificazione patrimoniale, questioni giuridiche italo-francesi, successioni e diritto commerciale.

Avvocato Morabito, partiamo dall’inizio: come sta il mercato dell’arte oggi, in Italia e all’estero, sia dal punto di vista giuridico sia creativo?

Il mercato dell’arte attraversa una fase di straordinaria complessità che, per chi la conosce davvero, rappresenta un’opportunità unica. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad una trasformazione profonda. Non si parla più soltanto di comprare e vendere un’opera, ma di gestire un asset con implicazioni fiscali, successorie, regolatorie e reputazionali che si estendono su più giurisdizioni contemporaneamente. Sul piano internazionale, il mercato ha retto bene, meglio di quanto molti si aspettassero, nonostante l’inflazione e l’incertezza geopolitica. Il segmento delle opere di alta gamma, quelle dai cinquecentomila euro in su, ha mostrato una resilienza notevole, sostenuto da collezionisti ultrapatrimoniali che continuano a vedere nell’arte una riserva di valore alternativa, spesso più  affidabile dei mercati finanziari tradizionali in certi momenti ciclici. Ma attenzione: questo è anche il segmento più esposto sul piano legale. La normativa antiriciclaggio, in Italia il D. Lgs. 231/2007 aggiornato in recepimento delle direttive europee, impone oggi obblighi di adeguata verifica della clientela che riguardano i commercianti d’arte per transazioni superiori ai diecimila euro. Chi opera senza una struttura legale adeguata si espone a rischi seri, non soltanto teorici. Sul fronte della provenienza, la pressione internazionale è cresciuta enormemente. Le grandi case d’asta, da Christie’s a Sotheby hanno rafforzato i loro uffici di due diligente. I musei rifiutano acquisizioni senza una catena documentale robusta. E i governi di Germania, Austria, Italia medesima, hanno intensificato i controlli sull’esportazione dei beni culturali. Il Codice dei Beni Culturali Italiani, il D. Lgs. 42/2004, è uno strumento potente e spesso sottovalutato, perché blocca esportazioni, crea diritti di prelazione dello Stato, impone obblighi dichiarativi che molti collezionisti ignorano fino a quando non si trovano in difficoltà. Dal punto di vista creativo trovo che ci sia una vitalità autentica nel panorama contemporaneo, anche se il mercato delle opere emergenti è diventato estremamente volatile. Abbiamo assistito ad ascese vertiginose e cadute altrettanto rapide, artisti promossi quasi come prodotti finanziari. È un fenomeno che mi preoccupa culturalmente, ma che sul piano giuridico crea anche contenziosi interessanti, soprattutto nel diritto d’autore e nella tutela della reputazione dell’artista.

Lei vive e lavora a Torino? Come valuta lo stato dell’arte contemporanea in questa città?

Torino ha un rapporto con l’arte contemporanea che non ha paragoni in Italia, e sono convinto che questa affermazione regga anche il confronto europeo. Questa città ha dato i natali all’Arte Povera, uno dei momenti più significativi del Novecento a livello globale, e ha costruito nel tempo un ecosistema istituzionale di primissimo livello. Il Castello di Rivoli è un museo di arte contemporanea di rilevanza internazionale autentica. La GAM ha una collezione che pochissime istituzioni pubbliche italiane possono eguagliare in quel segmento. La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo è un soggetto privato che molte capitali europee ci invidiano. Le OGR hanno dimostrato che la riconversione culturale di spazi industriali può generare attrattività e identità al tempo stesso, e poi c’è Artissima, che per me rimane la fiera d’arte contemporanea più intelligente d’Italia. Non la più grande, ma la più curata. È il tipo di manifestazione che attira un collezionismo qualificato, esigente, internazionale, esattamente il tipo di collezionista con cui il mio studio si interfaccia personalmente. Il problema di Torino non è la qualità dell’offerta culturale, ma la narrazione. La città fa cose straordinarie nel contemporaneo, ma fatica a raccontarle con la forza che meriterebbero. Milano ha imparato a vendersi meglio, ma non sempre ha di più da offrire.

Il suo rapporto con Torino è una scelta o un destino?

È diventata una scelta consapevole. Questa è la risposta più onesta. Ho avuto la possibilità, nel corso della mia carriera, di aprire strade altrove, a Parigi in particolare, data la forte dimensione italo-francese del mio studio. Ho scelto di restare qui e di costruire qui perché Torino offre qualcosa che le grandi metropoli hanno perso: la possibilità di essere un punto di riferimento riconoscibile in un tessuto che ha ancora dimensioni umane, ma con accesso diretto ai mercati internazionali. Il mio studio è in piazza Statuto, a pochi passi dal centro. Lavoro con collezionisti, famiglie, gallerie e istituzioni che si trovano a Torino, Milano, Parigi, New York, Vienna e Zurigo. La dimensione locale e quella internazionale non si escludono, credo che oggi il valore aggiunto di un professionista stia proprio nella capacità di coniugarle. Torino mi ha formato nel rigore, in una certa sobrietà piemontese che preferisce la sostanza alla forma, e questa nel diritto dell’arte e nella pianificazione patrimoniale è una qualità che i clienti conoscono e apprezzano.

Una domanda più scomoda: Torino ha aree in degrado crescente…può l’arte fare qualcosa di concreto? Quali sono gli antidoti?

È una domanda che mi sta a cuore, perché tocca un nodo che ha anche risvolti giuridici e di politica pubblica, non soltanto culturali. La risposta breve è: si, l’arte può fare qualcosa di concreto, ma a una condizione precisa, che non sia usata come copertura estetica al degrado strutturale irrisolto. Quando l’arte diventa un modo per nascondere una situazione  priva di veri interventi sul tessuto sociale ed economico, non solo non aiuta, ma rischia di diventare strumento di una gentrificazione che aggrava le disuguaglianze anziché ridurle. Ho visto però esempi positivi: Torino ha sperimentato l’arte pubblica – penso a Luci d’Artista, ma anche a progetti di arte urbana nei quartieri Aurora e Barriera di Milano – con risultati che nel lungo periodo hanno contribuito a far nascere una percezione diversa di certi spazi. Non si tratta di magia, ma di un investimento culturale costante. Quello che manca, e qui parlo in quanto avvocato che conosce la materia contrattuale e regolatoria, è un quadro stabile di incentivi fiscali e di concessioni di spazi pubblici che rendono conveniente per soggetti privati (fondazioni, gallerie, collezionisti illuminati) investire in presenza culturale nelle aree periferiche. In Francia esistono meccanismi di defiscalizzazione per il mecenatismo culturale: la Loi Aillagon, che hanno prodotto risultati misurabili. In Italia siamo ancora indietro, nonostante il Tax Credit Cultura e l’Art Bonus abbiano aperto una strada. Si può fare molto di più. Questa è una materia su cui sono disponibile a lavorare con le istituzioni pubbliche torinese e piemontesi, se c’è una volontà politica reale. La cornice normativa esiste, si tratta i usarla con intelligenza.

Da esperto che opera su scala internazionale, riscontra differenze significative nel mercato dell’arte tra Torino e città come Milano o Roma?

Differenze significative si, e sono differenze che chi opera in questo settore deve conoscere perfettamente, perché cambiano le strategie legali, commerciali e comunicative. Milano ha il mercato più liquido, una concentrazione di gallerie commerciali di alto profilo, una rete di collezionisti imprenditoriali che ragionano sull’arte anche come location. È una connessione naturale con il mondo della moda, del design e della comunicazione che genera visibilità internazionale. Il sistema Milano riesce ad attrarre acquirenti stranieri con una facilità che le altre città italiane faticano a replicare. Sul piano legale, a Milano si gestiscono operazioni di compravendita di taglio più elevato, e con controparti internazionali più frequenti. Roma ha un carattere diverso: il mercato romano è più istituzionale, più legato al circuito dei musei, delle sovrintendenze, del collezionismo storico. È anche il luogo dove il rapporto con la pubblica amministrazione diventa ineludibile, e dove le questioni di vincolo culturale, prelazione statale e autorizzazione alle esportazioni si gestiscono quotidianamente con un’interlocuzione con il Ministero della Cultura, che a Torino e a Milano è meno frequente. Chi ha esperienza nelle procedure davanti sa quanto può essere critica la tempistica. Torino occupa una posizione peculiare: ha una tradizione che riguarda il contemporaneo che Milano non possiede nella stessa misura, oltre a un mercato interno di collezionismo colto e discreto. La discrezione è una caratteristica piemontese anche nel possedere arte. Il prezzo medio per opera è spesso inferiore rispetto a Milano, ma la qualità del dialogo tra gallerie, istituzioni e collezionisti è elevata. Artissima continua ad essere un momento in cui Torino torna a essere visibile globalmente. Quello che manca a Torino è un ecosistema di servizi legali e finanziari specializzati sull’arte che sia comparabile a quello milanese. Questo è uno spazio in cui il mio studio si è posizionato deliberatamente: offrire ai clienti internazionali che passano per Torino un livello di consulenza legale e patrimoniale sull’arte che, fino a poco tempo fa, richiedeva necessariamente di andare a Milano, Londra o Ginevra.

Mara Martellotta

“I Porci – una gastronomia machista”, al teatro Baretti

Giovedì 16 aprile, alle ore 21, e venerdì 17 aprile alle ore 20, il teatro Baretti accoglie un progetto ideato da Manuel Di Martino, Simone Miglietta e Alessandro Persichella, con gli ultimi due in scena, e la regia di Manuel Di Martino. Si tratta della pièce teatrale, che fa parte della stagione Aurea Familia, dal titolo “I Porci – una gastronomia machista”.

Dopo il successo riscontrato in diversi contesti nazionali, come il Torino Fringe Festival 2023, Venice Open Stage 2023 e Stazione d’emergenza 2022,  “I Porci” approda a Torino aprendo una riflessione all’interno della stagione Aurea Familia: una stagione che indaga le storie familiari, sociali e identitarie del nostro presente. Lo spettacolo ci trascina in un futuro distopico, dove gli ultimi due maschi Alpha, simboli della virilità più becera, sono esposti come animali in una sorta di zoo umano. Li osserviamo nutrirsi, bestemmiare, azzuffarsi, ubriacarsi, manifestare pulsioni e fragilità in un rituale tanto violento quanto rivelatore. Attraverso il linguaggio del teatro fisico e dell’ironia, Miglietta e Persichella ci restituiscono una riflessione chirurgica sui meccanismi culturali del machismo, il rapporto del macho con il cibo, la donna, Dio, la sopraffazione e il desiderio. Cruda, comica e dolorosamente autentica, la pièce “I Porci” ci invita a ridere del mostro per riconoscerlo, a decifrarlo una volta per tutte.
Si tratta di una messa in scena che si spinge fino alla deformazione caricaturale, per mostrare da quali padri non vogliamo più discendere. Nel testo originale, a dare ritmo alla narrazione è la pagina bianca. Un segno vertiginoso e prenatale in cui abbiamo deciso di perderci, scavando nel sogno di un Dio sgraziato e innocente, colto nell’eternità della sua infanzia ribelle e sedotto dall’urgenza di creare. Se Pasolini auspicava nelle sue opere l’avverarsi della Ierofania, l’apparizione del sacro nel quotidiano, Micheal e Mirco disegnano l’epifania opposta, cioè l’apparizione del quotidiano nel sacro.
Fondamentali in questo percorso sono le collaborazioni con la scrittrice e filosofa Rubina Giorgi, studiosa delle relazioni, tra l’altro, tra mistica e poesia, con l’artista visivo Frediano Brandetti, creatore di strutture oniriche e metamorfiche, e con la musicista e compositrice Lili Refrain, artista che alterna nelle sue composizioni una vocalità lirica a sonorità distorte.

Biglietti: intero 13 euro – ridotto 11 euro – info: www.teatrobaretti.it

Mara Martellotta

Prosegue il Valsusa Filmfest tra memoria storica, cinema e riflessione civile

Prosegue il trentesimo Valsusa Filmfest con tre giornate di appuntamenti al Cinema Comunale di Condove dove dal 9 all’11 aprile il Festival propone un percorso tra memoria storica, cinema contemporaneo e riflessione civile, con proiezioni, incontri con gli autori e le opere del concorso cinematografico.

Si comincia giovedì 9 aprile alle ore 21 con la proiezione del docufilm “La luna sott’acqua” di Alessandro Negrini, presentato dal regista.
Il film è  ambientato a Erto, uno dei paesi segnati dalla tragedia del Vajont e costruisce nel tempo un ritratto della sua comunità, ancora oggi impegnata a preservare la memoria di quanto accaduto e a rivendicarne dignità e riconoscimento.  Realizzato nell’arco di oltre dieci anni, il documentario segue da vicino le vicende del territorio e dei suoi abitanti, intrecciando dimensione reale e visione poetica. Ne emerge un racconto che attraversa passato e presente, mettendo in luce il conflitto tra il bisogno di custodire la memoria di un evento traumatico e il desiderio di rinascita, in un luogo profondamente segnato dal più grande disastro provocato dall’uomo in tempo di pace nel nostro Paese.

Il programma proseguirà venerdì 10 aprile alle ore 20.45  con le prime proiezioni selezionate per le fasi finali del concorso cinematografico.  Si comincia con la sezione intitolata “Le Alpi” dedicata a film della durata massima di 30 minuti che raccontano la montagna da molteplici punti di vista, a partire dall’alpinismo all’esplorazione, dalla salvaguardia dell’ambiente e delle specie animali fino alla cultura, alla vita e alle tradizioni delle comunità alpine.
Tra i titoli in programma figurano  TA BO, Opening Paths, Angola Expedition, di Jesus Soria  che racconta la diffusione dell’arrampicata in Angola, America, di Javier Arias Stella ambientato nelle Ande peruviane e Moving Mountains, di Adam Selo, storia di integrazione tra le montagne del Sudtirolo.
Sabato 11 aprile alle ore 15.30 sarà  la volta del film Shooting, di Roberto Loiacono, presentato dal regista e dagli interpreti Federica Martoglio e Luca Casale.
Il mediometraggio racconta la storia di un gruppo di personaggi, tra cui una coppia clandestina, un portiere d’albergo, un tecnico video e una ragazza punk, le cui vite si incrociano per motivi apparentemente casuali, ma che si rivelano parte di un disegno orchestrato da una figura nascosta  che li osserva e li dirige.  Costruito come un thriller dalle tinte pulp, il film sviluppa una narrazione non lineare, caratterizzata da un intreccio di punti di vista e da una costruzione visiva  dinamica, con l’uso di tecniche  come split screen, flashback e flashforward. Girato a Torino e realizzato interamente da Loiacono anche per quanto riguarda sceneggiatura, fotografia e montaggio, Shooting propone una riflessione sulla costruzione delle storie e sul ruolo dello sguardo, mettendo in discussione il confine tra realtà e rappresentazione .
A seguire verranno proiettate le opere selezionate delle selezioni di concorso Disertare  e Cortometraggi.

La sezione Disertare è  una novità assoluta di questa edizione ed è dedicata  a Ugo Berga, partigiano e uomo di pace. Raccoglie opere che promuovono una cultura di pace e di rifiuto della guerra,  come “Non è un pranzo di gaia” di Dario Cambiano, accanto a lavori internazionali come Hanguk Sukie, di Luis Angel Mendana del Rio  e Westernmagia di Angel Rodriguez Fernández, entrambi provenienti dalla Spagna.

La 36esima edizione del Valsusa Filmfest è dedicata  a Fabrizio De André  e proseguirà  fino al 24 maggio in otto Comuni della Valle di Susa  e a Torino, coinvolgendo scuole, associazioni, enti locali e una fitta rete di realtà sul territorio.
Mara Martellotta

Piobesi, riapre l’ex refettorio del convento dei Frati Minori

Venerdì 10 aprile riapre uno dei luoghi simbolo della storia del paese: restaurati struttura e affreschi, sarà un nuovo spazio per cultura, musica e comunità
Piobesi Torinese si prepara a restituire alla comunità uno dei luoghi più preziosi della propria storia. Venerdì 10 aprile 2026 alle ore 10, in vicolo Albertini, sarà inaugurato ufficialmente l’ex refettorio del convento dei Frati Minori, al termine di un importante intervento di restauro e recupero che ha riguardato sia la struttura sia le pareti affrescate.
Si tratta dell’unica testimonianza architettonica rimasta dell’antico convento seicentesco: un bene di grande valore storico, artistico e identitario, che oggi torna pienamente fruibile e pronto a diventare un nuovo punto di riferimento per la vita culturale del paese.
L’intervento sulla struttura ha avuto un valore complessivo di circa 270 mila euro ed è stato finanziato per oltre il 65% dal Comune di Piobesi Torinese, con circa 174 mila euro, e per il restante 35,5% dal Ministero della Cultura, con circa 96 mila euro. I lavori hanno riguardato il consolidamento delle strutture, il rifacimento degli impianti, il recupero dei pavimenti in cotto, il restauro delle facciate e delle coloriture storiche.
Parallelamente, grazie allo strumento dell’Art Bonus, è stato possibile intervenire anche sulle pareti affrescate dell’ex refettorio, per un importo complessivo di 97 mila euro. Un recupero reso possibile anche dal contributo di alcune aziende del territorio, che hanno scelto di sostenere concretamente il progetto: Ecopack SpA, SM’ART s.r.l., Banca Territori del Monviso, Ferramenta Gerbaudo, Società Agricola Le Serre e Bascom. A tutte loro l’Amministrazione comunale rivolge un ringraziamento sincero per aver contribuito al recupero di un luogo così significativo per la memoria collettiva di Piobesi.
“Con questa inaugurazione restituiamo alla cittadinanza un luogo di straordinario valore storico e culturale – dichiara il sindaco Fiorenzo Demichelis –. Non riapriamo semplicemente un salone restaurato, ma riconsegniamo a Piobesi una parte importante della sua identità. È un intervento che tutela la memoria del nostro paese e, allo stesso tempo, costruisce nuove opportunità di incontro, cultura e partecipazione”.
La cerimonia inaugurale sarà anche l’occasione per raccontare il percorso di recupero e valorizzazione che ha interessato l’immobile. Interverranno funzionari della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città metropolitana di Torino, la dottoressa Raffaella Bianchi, restauratrice, l’architetta Liliana Canavesio, progettista degli interventi di recupero, e il dottor Rinaldo Merlone, esperto di storia del territorio, oltre ai saluti istituzionali dell’Amministrazione comunale.
Il recupero dell’ex refettorio guarda però non soltanto al passato. Completati i lavori, il Comune ha scelto infatti di farne uno spazio vivo e aperto, destinato a ospitare attività musicali, formative e culturali rivolte alla cittadinanza. Attraverso una procedura pubblica di coprogettazione, i locali saranno affidati per garantirne una fruizione continuativa, pur restando a disposizione del Comune per incontri pubblici, presentazioni, conferenze e iniziative culturali e sociali.

Julia Hagen, il debutto su musiche di Elgar e Rachmaninov

Giovedì 9 aprile, alle ore 20.30, all’Auditorium Rai Arturo Toscanini di Torino è in programma il concerto su musiche di Elgar e Rachmaninov. Protagonista l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, diretta da Andrès Orozco-Estrada, che segnerà il debutto di Julia Hagen.

Vitalità, audacia interpretativa e calore comunicativo, unite a una completa padronanza tecnica, sono le caratteristiche distintive della violoncellista Julia Hagen, protagonista del concerto dell’Orchestra Sinfonica della Rai, che sarà trasmesso in diretta su Radio 3 e, alle 22.50, in televisione su Rai 5, con replica a Torino venerdì 10 aprile alle ore 20. Classe 1995, Julia Hagen ha vinto nel 2024 il prestigioso UBS Young Artist Award, riconoscimento che l’ha portata al Festival di Lucerna come solista con i Wiener Philarmoniker, diretti da Christian Thielemann. La sua carriera è scandita dalle collaborazioni con istituzioni musicali tra le più prestigiose al mondo e dalla presenza costante nei festival più esclusivi, come quello di Salisburgo. Per il suo debutto con l’Orchestra Rai, propone il concerto in mi minore per violoncello e orchestra op.85 di Edward Elgar. Scritto nel 1919, è il suo ultimo capolavoro, oltre che testamento spirituale che precede il silenzio creativo negli ultimi anni della sua vita. Nonostante l’insuccesso della prima esecuzione, dovuto alla scarsità di prove a disposizione, l’opera è oggi un pilastro nel repertorio classico per la sua profondità tragica, culminante nell’intenso “Adagio”.

Strutturato in quattro movimenti, il concerto riflette lo stile del musicista, unendo slancio popolare e rassegnazione malinconica. Sul podio è impegnato Andrès Orozco-Estrada, direttore principale dell’OSN Rai. Nella seconda parte del concerto, il direttore Orozco-Estrada propone la Sinfonia n.2 in mi minore op.27 di Sergej Rachmaninov, scritta tra il 1906 e il 1907. Contrariamente alla prima Sinfonia, che fu un fiasco e condusse l’autore a una crisi che lo portò a diversi anni di inattività, la seconda riscosse un enorme successo, alla prima esecuzione, del 1908, a San Pietroburgo, con Rachmaninov sul podio.

Auditorium Rai Arturo Toscanini – piazza Rossaro, Torino

Biglietti da 9 a 30 euro in vendita online sul sito www.bigliettionline.rai.it o presso la biglietteria dell’Auditorium – biglietteria.osn@rai.it

Mara Martellotta

Pino Torinese premia il professor Gianfranco Gribaudo

È il professore di Pino Torinese Gianfranco Gribaudo il premiato della prima edizione del Premio Cultura, il nuovo riconoscimento che debutta quest’anno in paese con l’obiettivo di celebrare eccellenza e tradizione del territorio.
La scelta è stata condivisa all’unanimità dalle associazioni promotrici dell’iniziativa – Museo delle Contadinerie, Unitre di Pino Torinese e l’associazione Santa Maria del Pino – che hanno deciso di premiare il docente per la sua instancabile attività di studio, insegnamento e valorizzazione della lingua piemontese, considerata un pilastro dell’identità culturale del territorio.
Gribaudo è noto in particolare per essere l’autore del monumentale “Nuovo Dizionario piemontese-italiano. La fiama ch’as dëstissa nen“, opera di riferimento per la conservazione e la diffusione del patrimonio linguistico regionale. Il suo lavoro lo ha reso non solo un accademico di primo piano, ma anche un autentico custode della lingua madre, patrimonio immateriale della comunità piemontese. Nel corso della sua carriera ha inoltre collaborato con il Centro Studi Piemontesi di Torino, contribuendo alla formazione di nuovi studiosi e alla realizzazione di testi didattici dedicati alla lingua piemontese.
Un dialetto non è una lingua “minore” come spesso si crede – ha spiegato Chiara Pantone, curatrice del Museo delle Contadinerie -. Dal punto di vista scientifico possiede un proprio sistema grammaticale, lessicale e fonetico completo e conoscerlo e studiarlo è una ricchezza, perché è la massima espressione della cultura locale e l’eredità storica della sua comunità. Permette di cogliere sfumature e concetti legati al territorio che spesso non sono traducibili nella lingua nazionale ed è fondamentale per interagire quotidianamente con le generazioni più anziane o per immergersi pienamente nella vita sociale locale“.
La cerimonia ufficiale di consegna del premio si terrà venerdì 10 aprile alle ore 17.30 presso l’Auditorium del Centro Polifunzionale di piazza Montessori a Pino Torinese. Nel corso dell’incontro sarà presentata anche la quarta edizione, ampliata e aggiornata, del Dizionario.
Durante l’evento il professor Gribaudo dialogherà con il professor Francesco Balcet, attuale docente del corso di piemontese dell’Unitre locale. Interverranno inoltre i presidenti delle associazioni organizzatrici e le autorità comunali.
Valorizzare la lingua piemontese – ha dichiarato la sindaca di Pino Torinese, Alessandra Tosi – significa riconoscere il valore della nostra identità e della nostra storia, ma anche guardare al presente con maggiore consapevolezza. Premiare il professor Gianfranco Gribaudo vuol dire valorizzare il lavoro di chi, con studio e passione, contribuisce a mantenere viva una parte fondamentale del nostro patrimonio culturale e a trasmetterlo alle nuove generazioni“.
La lingua piemontese non è soltanto memoria del passato, ma uno strumento prezioso per comprendere il nostro territorio e le sue radici – ha commentato l’assessora alla cultura Elisa Pagliasso -. Ringrazio le associazioni organizzatrici di questo premio che è in grado di sottolineare come cultura, ricerca e insegnamento possano diventare un ponte tra la tradizione e il futuro della comunità. Il lavoro del professor Gribaudo, in questo senso, rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la tutela e la diffusione del patrimonio linguistico piemontese“.

Ancora le pagine nichiliste di Albert Camus, dopo l’insuccesso di Visconti

Sugli schermi “Lo straniero” di François Ozon

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Si sa quanto lunga e travagliata sia stata la gestazione dello “Straniero” di Luchino Visconti (1967) – lui che di opere letterarie, nazionali e no, s’intendeva e con esse aveva firmato capolavori -, attraverso vari anni, quando già in precedenza si erano fatti avanti registi e attori di prima linea ad aspirare ai diritti. La vedova di Albert Camus (che pretendeva adesione completa al romanzo) aveva dettato le proprie leggi – il breve romanzo apparve nel 1942, l’autore era scomparso nel gennaio del ‘60 – per un adattamento, accanto alla coppia Visconti/Suso Cecchi D’Amico aveva preteso due sceneggiatori francesi suoi fedeli, era scomparso dall’orizzonte il preteso Alain Delon, in altri progetti impegnato e declassato dall’arrivo/apparizione sulle nevi di Klagenfurt di Berger. Per il regista il romanzo – scrisse circa quarantacinque anni fa Gaia Servadio nel suo saggio/biografia – era un “punto di partenza, non di arrivo”, nei personaggi dello “Straniero” intendeva “spiegare i paras, la tortura, tutta l’Algeria di oggi.” Così aveva spostato l’azione al tempo della guerra franco-algerina: malcontento, i non abituali collaboratori, burocrazia, una storia che non decollava e non riconosceva più, legata a un anonimo calligrafismo, Mastroianni insicuro e fuori parte. Per cui il film venne giudicato “uno dei film meno riusciti di Visconti”: anche per il regista stesso. Oggi, a distanza di quasi sessant’anni, nello splendido bianco e nero (se ne era già servito splendidamente per “Frantz”) di Manu Dacosse, pieno d’eleganza e a tratti accecante, la vicenda dell’”apatico pied-noir”, un freddo impiegato della Algeri del 1938, indifferente quanto possono essere indifferenti i personaggi di Moravia, abulico, assurdamente vivo, per cui “una vita non può essere che eguale a un’altra”, straniero al mondo e alla sua gente come a ogni parvenza di partecipazione e sentimento, ha trovato in François Ozon (affamato di cinema, ventiquattro film in ventisette anni) il lettore perfetto (in certe parti non sono mancati i pollici versi), capace di superare l’esame di fronte a un testo che rimane un caposaldo del Novecento e che nei decenni ha interessato, forse stregato, intere generazioni.

L’inizio suona un omaggio al cinema a cavallo tra i Trenta e i Quaranta, allinea i loghi delle case di produzione, filmati d’archivio delle actualités Gaumont, una cartina del Africa settentrionale a spiegare il dove e la situazione; l’inizio, smosso con i pochi secondi che già ci mostrano il protagonista nella semioscurità del carcere, collima con l’indimenticabile inizio del romanzo, “oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so”, lei ospite di un ospizio in cui Meursault arriva: il rifiuto a vederne il corpo, il caffè e la sigaretta accanto alla bara, il funerale, non un’emozione né una lacrima, l’età approssimativa della madre a chi gliela chiede. Il giorno dopo, l’incontro in spiaggia con una giovane collega, Marie, che non vede da tanto tempo, a vedere un film dopo, in un cinema in cui un cartello proibisce l’ingresso “aux indigènes” – le risate con Fernandel e “Le Schpountz” di Marcel Pagnol – e a far l’amore a casa, la ragazza innamorata e subito pronta al matrimonio anche se la risposta è che sì, per lui va bene sposarsi ma che non farlo sarebbe la medesima cosa. E con la stessa indifferenza Meursault si ritroverà a uccidere con cinque colpi un arabo con la pistola che l’amico Sintès, del tutto inaffidabile, losco nei suoi affari e nel suo vuoto vagabondare, gli ha messo in mano, o affronterà il processo (dove si sottolinea non tanto l’assassinio, “non sei il primo a uccidere un arabo e non sarai certo nemmeno l’ultimo”, quanto il suo comportamento all’indomani della morte della madre, quanto quel carico d’indifferente amore che prova per Marie; dove l’imputato non si difende, non collabora, non chiarisce, non giustifica, svuotato di tutto come se quei fatti, quelle azioni appartenessero a un altro) e la ghigliottina – sopraggiungendo nel finale uno dei momenti più alti del film, l’unione mai cancellata tra un cinema “alto” e il teatro, il tentativo del prete a entrare nei meccanismi del condannato e a cercare altri motivi, altre spiegazioni, a cercare per un attimo Dio, “nient’altro che una perdita di tempo”. In un incontro che aspirerebbe a far incontrare Bernanos e Besson e Ozon, ma ogni cosa è assurda e suona impossibile. L’ultimo desiderio di Meursault è che una numerosa folla, piena di odio nei suoi confronti, assista alla sua esecuzione.

Nelle mani di François Ozon, “Lo straniero” (presentato a Venezia, tre Prix Lumière e un solo César) diventa non soltanto la trascrizione moderna, estremamente disincantata dell’uomo e della società – degli anni Trenta, di oggi -, raccontati guardando in faccia il male (ancora e sempre “l’atomo opaco”?) che ci circonda e ci fa suoi, il rifiuto alle domande e ai perché, la fotografia fredda e tagliente dell’apatia circolante – “non sono pentito, sono annoiato”, s’esprimerà Meursault durante il processo -, il facile scivolare verso la violenza dell’attimo. In un susseguirsi, nella pagina scritta (alcuni brani dalla voce narrante allo spettatore) e nell’immagine, di fatti che appaiono del tutto “lineari” e incorruttibili – ma Camus e Ozon scavano! -, si ritaglia uno spazio tutto suo, preciso e deciso a giocare di sottrazione ad ogni momento, Benjamin Voisin (già visto in “Estate ’85” dello stesso Ozon e nelle “Illusioni Perdute” di Giannoli), essenziale, tutto silenzi e monosillabi e frasi mozzate, sguardi che non arrivano a nulla, il desiderio di lasciarsi spregiudicatamente vivere, eccellente interprete del percorso intrapreso e ingigantito da Meursault, esempio nichilista che continua a incantare e a sedurre chi lo avvicina, che s’accompagna per ogni sua azione al “caso” e per il caso muore. Qualcuno ha scritto che “Lo straniero” è per il regista francese una scommessa perduta, perduta forse in partenza, (come sempre) intraducibile: al contrario io credo che abbia – se possibile – dato spessore alle pagine e a ogni singola frase, abbia seguito il suo antieroe immergendolo appieno nella storia e nella atmosfera che lo circonda, lo ha invaso di sole e d’ombra, lo ha reso acidamente grandioso, abbia tratteggiato un’epoca e una nazione, con i rimandi e la modernità che erano necessari a una nuova trascrizione. Chiosando le immagini con i titoli di coda sovrapposti ai The Cure mentre eseguono “Killing an Arab”. Poco prima Djamila, la sorella dell’arabo morto, ci è stata mostra accanto alla tomba, nel vuoto del deserto – una pagina nuova che non appartiene a Camus, l’impercettibile tassello di una guerra che scoppierà nel ’54 per durare otto lunghi anni.

Il comune di Feletto festeggia i 200 anni dell’organo Serassi

Il comune di Feletto si prepara a celebrare un’importante traguardo storico-culturale, il 200esimo anniversario dell’organo Serassi. Per l’occasione, la chiesa parrocchiale di Santa Maria Assunta ospiterà un concerto celebrativo d’eccezione. L’appuntamento è fissato per sabato 11 aprile alle 21. Protagonista della serata sarà l’organizzazione Paolo Tarizzo, che siederà alla console dello storico strumento per dar voce a un repertorio di grande spessore artistico. La serata offrirà un viaggio nel tempo attraverso le note di grandi compositori, tra cui Cabanilles, Couperin, J.S.Bach, Carl Philip Emmanuel Bach, Petrali e Padre David da Bergamo. L’evento è organizzato dall’associazione organistica del Canavese in stretta collaborazione con antichi organi del Canavese e la parrocchia di Feletto, e vanta il supporto del comune di Feletto e i patrocini della Diocesi di Ivrea, della Città metropolitana di Torino e dell’associazione Giuseppe Serassi.

Mara Martellotta