CULTURA E SPETTACOLI

“Mario Dondero. Inediti”. Al “Forte di Bard”

Le fotografie inedite, in bianco e nero, tratte dall’“Archivio” di uno fra i massimi fotografi e fotoreporter italiani del Novecento

Fino a domenica 18 ottobre

Bard (Aosta)

In parete ci sono gli scatti dei grandi fotoreportage realizzati cavalcando “campi di lavoro” (spesso teatro di gravi crisi sociali e politiche mai prive di reali contingenti e ben calcolati pericoli) che dall’Europa lo spinsero all’etica documentazione dei “fatti” storicamente fondamentali e “rivoluzionari” dell’Africa “post-coloniale”, non meno che dell’America Latina, di Medio Oriente e Asia: dal racconto, per immagini e parole, del “regime dittatoriale” (1965 – 1997) di Mobutu (Sese Seko) nella “Repubblica Democratica del Congo” alla Libia della “Jamahiriya” di Mu’ammar Gheddafi e alla Persia – Iran dell’ultimo “Scià degli Scià” Mohammad Reza Pahlavi ritratto al fianco della moglie, l’imperatrice Farah Diba, e del figlio primogenito Reza Pahlavi, da decenni in esilio negli States. E ancora, dalla Grecia dei Colonnelli e dalla Spagna Franchista al “Muro” di Berlino e alla Russia post-sovietica. Senza mai cedere ad effetti di voluto sensazionalismo, ecco la “grande” Storia. Ma anche quella di quotidiane (ma quanto importanti!) “minuzie” e immense “verità”: dal sorriso delicato e lieve del “sarto” di quella Baghdad il cui nome (ironia della sorte) storicamente significa “donato da Dio” e che invece è da anni e anni crogiolo di conflitti, atti terroristici, criminalità e tensioni geopolitiche tali da renderla oggi una delle terre più insicure al mondo fino alla “nostrana” piccola Scuola di quel “Piccolo mondo antico” raccontato nella “Scolarizzazione con la Tv” in quel di Reggio Emilia , negli Anni ’50 e ’60, allorché contro la piaga, assai diffusa nelle zone rurali, dell’analfabetismo, insieme alla “Televisione di Stato” (“Programma Ministeriale Telescuola”), un ruolo politico e sociale fondamentale svolse anche il cosiddetto “Reggio Emilia Approach” o progetto dei “cento linguaggi” (celebre ancor oggi in tutto il mondo) sotto la guida del pedagogista Loris Malaguzzi.

E’ davvero l’“Archivio di un partigiano dell’umano” – titolo della mostra a cura di Claudio Composti – il progetto fotografico dedicato a Mario Dondero (Milano 1928 – Petritoli di Fermo, 2015) in programma, fino a domenica 18 ottobre, nelle “Sale delle Cantine” del valdostano “Forte di Bard”. L’esposizione rivela, per la prima volta, un “corpus” di fotografie inedite tratte dall’“Archivio” (conservato, in larga parte dalla “Fototeca Provinciale” di Fermo ad Altidona e riordinato, con intensa passione, anche dall’ultima compagna di vita del fotografo, Laura Strappa) di uno dei maggiori fotoreporter e “testimoni civili” del nostro tempo. Tutte rigorosamente in bianco e nero.

 “Il colore – scriveva Dondero – distrae. Fotografare una guerra a colori mi pare immorale”. E ci pare proprio avesse ragione. Lui  che non solo è stato un eccezionale fotoreporter, ma anche un “cronista militante” della stampa politica italiana del dopoguerra (da “Lavoro Nuovo” all’“Avanti!” dall’“Unità” a “Le Ore”) e, soprattutto, un “testimone” attento e coraggioso che ha ben saputo scegliere, in ogni istante della sua vita, da che parte stare. Fin dagli anni giovanili, che lo videro fervente partigiano sulle alture della Val d’Ossola. Partigiano di fatto e, in arte, “Partigiano dell’Umano”. Raccontava: “Mi interesso a tutto quello che interviene nella nostra vita”. E scrive, in tal senso, il curatore Composti“Un operaio sudamericano o un rifugiato asiatico avevano per lui lo stesso peso di Sartre, Beckett, Giacometti o Pasolini, intellettuali e artisti amici che ritrasse con la stessa misura: nessuno mai in posa, il potere sempre disarmato, l’eroismo mai esibito”.

Molte delle stampe vintage selezionate per questa mostra (e distribuite in tre macro-sezioni tematiche, da “Memorie del presente” a “Verso il mondo” passando per “Sguardi politici”) recano sul retro, annotazioni a penna o a matita, riflettendo per Dondero l’inseparabilità tra scrittura e immagine, due forme complementari – e “mai neutrali” – di testimonianza. Proprio come i suoi oltre duecento quaderni di appunti, pieni di frasi interrotte, osservazioni sul presente, brevi racconti di ciò che leggeva o di cui era testimone. “I fotografi – annotava in uno di essi – di solito non scrivono e neppure parlano. Sono come i pesci, muti anch’essi nel vasto mare silente”. Lui era la “bella” eccezione. “Mi auguro – sempre parole di Dondero – che le mie fotografie, mosse dalla simpatia, colgano nel segno lo spirito dei luoghi e l’umanità intensa delle persone”. Frase totalmente emblematica rispetto alla sua “poetica”. “In un tempo che tende a trasformare tutto in icona e consumo visivo – scrive ancora Composti – i suoi inediti riaffermano la fotografia non come semplice memoria visiva, ma come esercizio critico. L’archivio politico di un ‘partigiano dell’umano’ che continua a parlare di uomini agli uomini”.

Gianni Milani

“Mario Dondero. Inediti – L’archivio di un partigiano dell’umano”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino al 18 ottobre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto da “Archivio Mario Dondero”: “Mobutu”, “Scià di Persia con Farah Diba e figlio”, “Reggio Emilia Scolarizzazione con la Tv”, “Il sarto di Baghdad”, “Gheddafi”

La locomotiva di Guccini (e di Pietro Rigosi)

Il fuochista anarchico Pietro Rigosi, 28 anni, sposato e padre di due bambine di tre anni e dieci mesi, poco prima delle 5 pomeridiane del 20 luglio 1893 si impadronì di una locomotiva sganciata da un treno merci nei pressi della stazione di Poggio Renatico e si diresse alla velocità di 50 km/h, che per quei tempi era notevole, verso la stazione di Bologna. Il personale tecnico della stazione deviò la corsa della locomotiva su un binario morto, dove si schiantò contro sei carri merci in sosta

“..E che ci giunga un giorno ancora la notizia di una locomotiva come una cosa viva, lanciata a bomba contro l’ingiustizia”. Così termina “La locomotiva”, la più popolare delle canzoni composte da Francesco Guccini, compresa nell’album “Radici” del 1972.  In tantissimi l’hanno cantata, ritmandone le strofe,  ma è difficile stabilire in quanti davvero sanno che questa ballata si riferisce ad un fatto realmente accaduto che vide protagonista il ventottenne anarchico bolognese Pietro Rigosi. Era il 20 luglio 1893 quando Rigosi,aiuto macchinista(per l’esattezza,fuochista) delle Ferrovie del Regno d’Italia, impadronitosi di una locomotiva in sosta, la mise in moto, lanciandola sui binari alla velocità di 50 chilometri all’ora che ,per quei tempi, era davvero notevole. La locomotiva era la “3541”, una delle centotrenta unità della Rete Adriatica; e trainava un treno merci. Quel giorno, durante una sosta nella stazione ferrarese di Poggio Renatico ( attualmente sulla linea Padova-Bologna, ndr)  approfittando della momentanea assenza  di Carlo Rimondini, macchinista titolare, Rigosi – che lavorava in quella stazione- salì sulla locomotiva e la portò a tutta velocità verso Bologna.

Venticinque minuti dopo l’allarme la “macchina pulsante  che sembrava fosse cosa viva” entrò alla stazione felsinea e, agli attoniti responsabili della linea ferrata, non rimase che deviarla su un binario morto. Rigosi, passando sugli scambi, comprese la situazione: smise di spalare il carbone, uscì dalla cabina e si arrampicò sul muso della macchina, proprio sotto il fanale, come per prepararsi al sacrificio. Lo schianto contro la vettura di prima classe e i sei carri merci che si trovavano in sosta sul binario tronco fu tremendo, ma l’uomo si salvò: evidentemente l’urto lo fece schizzare via prima che i due veicoli si incastrassero l’uno nell’altro. “Il disastro di ieri alla ferrovia. L’aberrazione di un macchinista“, titolò il quotidiano bolognese “Il Resto del Carlino” del 21 luglio 1893. Nell’articolo si leggeva: “Poco prima delle 5 pomeridiane di ieri, l’Ufficio Telegrafico della stazione (di Bologna, ndr) riceveva dalla stazione di Poggio Renatico un dispaccio urgentissimo (ore 4,45) annunziante che la locomotiva del treno merci 1343 era in fuga da Poggio verso Bologna. Lo stesso dispaccio era stato comunicato a tutte le stazioni della linea, perché venissero prese le disposizioni opportune per mettere la locomotiva fuggente in binari sgombri dandole libero il passo in modo da evitare urti, scontri o disgrazie. […] Capo stazione, ingegneri e personale del movimento furono sossopra e chi diede ordini, chi si lanciò lungo la linea verso il bivio incontro alla locomotiva che stava per giungere. Non si sapeva ancora se la macchina in fuga era scortata da qualcuno del personale; e solo i telegrammi successivi delle stazioni di San Pietro in Casale e Castelmaggiore, che annunziavano il fulmineo passaggio della locomotiva, potevano constatare che su di essi stava un macchinista e un fuochista. Ma la corsa continuava e la preoccupazione alla ferrovia cresceva […]“.

A Rigosi venne amputata una gamba, il viso rimase deformato dalle cicatrici, dovette sopportare una lunga degenza all’ospedale, ma dopo circa due mesi fece ritorno a casa. Nessuno seppe mai il vero motivo del suo folle gesto, ma un cronista della “Gazzetta Piemontese”( che l’anno successivo cambiò nome in “La Stampa”) riportò che, dopo il ricovero, l’uomo si lasciò sfuggire la frase “Che importa morire? Meglio morire che essere legato!”. Queste sue azioni , essendo un anarchico, vennero da molti interpretate come un disperato gesto di protesta contro le difficilissime condizioni di vita e lavoro dell’epoca e contro l’ingiustizia sociale che, a quel tempo, si manifestava in forme inaccettabili. Accadeva così anche nel mondo del trasporto ferroviario, dove le carrozze e i convogli di prima classe erano di gran lusso, mentre per le “classi” inferiori c’erano carrozze completamente fatiscenti e scomode.  La stessa vita dei macchinisti, tra fine ottocento e primo novecento, era durissima. Turni ininterrotti fino a trenta o quaranta ore, esposizione alle intemperie su macchine senza alcuna protezione, disciplina militare. Un lavoro pesante, da rompersi la schiena: una corsa da Venezia a Bologna costringeva il fuochista a spalare anche quaranta quintali di carbone. E la mortalità era altissima: i macchinisti che raggiungevano la pensione erano appena il 10% del totale. Rigosi,in più, si era segnalato per l’indole ribelle e insofferente alla disciplina ferrea che a lui e agli altri  veniva imposta .

La conferma si trova nei registri ferroviari dell’epoca che riportano le “sanzioni” che gli furono comminate in ragione di questa insofferenza all’ambiente lavorativo: “…multa di lire 5 per aver risposto con modo sconveniente al Capo Deposito di Piacenza mentre questi faceva delle giuste osservazioni al suo macchinista;sospensione per tre giorni dal soldo e dal servizio per essere venuto a diverbio col macchinista Baroncini Federico, per futili motivi, tra Mestre e Marano; sospensione dal soldo e dal servizio per giorni tre per aver preso in mala parte una frase detta per ischerzo da un macchinista del Deposito di Milano e non a lui rivolta, provocando così un diverbio, seguito da vie di fatto, in stazione di Piacenza; sospensione dal soldo e dal servizio per giorni due per aver preso parte a un deplorevole alterco sotto la pensilina della stazione di Padova; assente alla partenza del treno 1008 del 7 agosto sebbene avvisato, il giorno prima e avanti alla partenza, dallo svegliatore”. Per il suo gesto, il “ pazzo che si è lanciato contro al treno” non ricevette nessuna pena giudiziaria, ma soltanto un esonero dal servizio in ferrovia per motivi di salute (e non un licenziamento in tronco) e la corresponsione di un sussidio non particolarmente elevato. Però quando, al ritiro del sussidio, lesse il motivo dell’esonero (“buona uscita”), cambiò idea e si rifiutò di firmare. Accettò di ritirare la somma solamente dopo che la motivazione venne sostituita con “elargizione”. Dopotutto, testardamente, era convinto di quella grande forza che “spiegava allora le sue ali”, con  “parole che dicevano “gli uomini son tutti uguali“, fino al punto di compiacersi se, contro ai re e ai tiranni,  “scoppiava nella via la bomba proletaria e illuminava l’ aria la fiaccola dell’ anarchia”. Quindi, la “buona uscita” equivaleva ad un’inaccettabile offesa.

Marco Travaglini

L’abbazia di Santa Fede

A cura di Piemonteitalia.eu

 

Posta nel cuore del Monferrato, a poco più di un chilometro dall’abitato di Cavagnolo, in un luogo che invita al raccoglimento e alla spiritualità, l’abbazia di Santa Fede un tempo faceva parte di un vasto sistema di accoglienza ai pellegrini e ai viandanti, tra cui molti provenienti dalle Alpi Occidentali…

Leggi l’articolo:

https://www.piemonteitalia.eu/it/cultura/abbazie-e-chiese/abbazia-di-santa-fede

Opere Vive. Percorsi di arte pubblica del cuneese

Sta per tornare MITO SettembreMusica: Milano e Torino, vent’anni di musica insieme

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Con la XX edizione di MITO SettembreMusica, Milano e Torino rinnovano un patto culturale che, anno dopo anno, ha saputo unire le due città: vent’anni di musica insieme, di ascolto, di dialogo fra luoghi, pubblici e tradizioni diverse, fino a imporsi come modello di buone pratiche. Questa ricorrenza conferma la volontà corale che accomuna le due città nel voler continuare a costruire, attraverso la cultura, uno spazio comune, facendo sì che si scelga sempre di superare distanze e confini. Si tratta di una storia che appartiene alle nostre città e che ribadisce l’impegno verso la cultura pubblica, portandola nei luoghi della vita quotidiana, allargandola al pubblico con o casione di ascolto, conoscenza e incontro. Il tema della prossima edizione sarà “Harmonia”. L’armonia come nobilitazione delle differenze e volontà di farle convivere in equilibrio in una congiuntura contrassegnata da tensioni, fratture e conflitti, affinchè la musica ricordi che ogni voce trova senso compiuto solo nell’ascolto dell’altra. La nuova direzioe  artistica, di Speranza Scappucci, inaugura una fase nuova della storia del festival, ancora più aperta all’internazionalità e nel segno, come sempre, della qualità. Il programma mostra con evidenza la natura diffusa del festival: MITO SettembreMusica attraversa le città, i grandi teatri, chiese, spazi culturali, sedi di quartiere e luoghi dedicati ai giovani e alla formazione, contribuendo a disegnare una geografia culturale in cui ogni luogo diventa interprete di un’unica partitura cittadina.

“Ci sono anniversari che ci ricordano il cammino fatto più del tempo trascorso. La XX edizione di MITO SettembreMusica rappresenta uno di questi momenti, un’occasione per ritrovarci, per guardare quello che è stato costruito e, di conseguenza, per rinnovare il senso di un progetto che continua a unire Milano e Torino nella creazione e diffusione della cultura musicale – afferma il Presidente del Festival, Alberto Meomartini – era il 2007 quando le due città scelsero di dare vita a una grande e unica proposta culturale: da allora il festival ha accompagnato generazioni diverse di ascoltatori, abitato spazi urbani consueti e meno consueti, portato la musica dove il pubblico già la cercava e dove avrebbe potuto incontrarla per la prima volta. Uno dei grandi punti a favore di MITO è di essere un progetto condiviso. La visione che accomuna Torino e Milano è un concetto relazionale, e anche per questo sono felice delle parole che la direttrice artistica Speranza Scappucci ha scritto per questa edizione: ‘ovunque risuonano concetti e parole di vicinanza, comune denominatore l’armonia’, da cui deriva il nome dell’edizione. Harmonia rappresenta quindi lo spirito di questa edizione nella quale, la grande tradizione, dialoga con il presente, la dimensione sinfonica incontra la voce, la musica antica si affianca alla nuova creazione, e i grandi maestri si alternano ai giovani e ai progetti di formazione. Dai concerti inaugurali alla Scala e all’Auditorium Rai, fino agli appuntamenti conclusivi, il festival attraversa pagine che parlano di pace, memoria, trasmissione e futuro”.

“Il tema dell’edizione 2026 di MITO SettembreMusica è ‘Harmonia’, una parola simbolica, diretta e apparentemente naturale per un festival di musica, ma che racchiude in sé molteplici sfaccettature e richiami profondi – afferma la direttrice artistica, Speranza Scappucci – la domanda che mi accompagna è solo in apparenza semplice: come tenere unite differenze reali, di città, pubblici e repertori, luoghi, generazioni senza cancellarne l’individualità. In un tempo segnato da fratture e polarizzazione, l’armonia mi sembra uno dei valori più necessari e uno dei più fraintesi. In musica l’armonia non è solo assenza di tensione, è anche relazione fra voci diverse, una forma di equilibrio costruito attraverso l’ascolto, l’attrito e il movimento. L’armonia non è eliminare il conflitto ma trasformarlo in ascolto. Questo ha guidato la scelta di artisti e contenuti. Ho immaginato un’edizione in cui tradizione e contemporaneità potessero dialogare in modo autentico, dalla musica antica a quella contemporanea. A Torino, Simon Young inaugurerà il festival lunedì 7 settembre alle ore 20, presso l’Auditorium Rai, con il concerto ‘War requiem’, accompagnata dall’OSN Rai, dal Coro e dal Coro di Voci Bianche; Riccardo Chailly si esibirà con la Filarmonica della Scala, Michele Mariotti con l’OSN Rai, William Christie con Les Arts florissants, Jakub Hroŝ con i Banberger Symphoniker, il Pomo d’Oro, l’Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, solo per citarme alcuni. Ho invitato giovani ensemble italiane e straniere di straordinaria vitalità: artisti che forse il pubblico non conosce ancora ma che lo trascineranno con un’energia, una libertà e una qualità musicale capace di lasciare un segno fin dal primo ascolto. Accanto alla tradizione figurerà la musica del presente. Il festival ospita ‘Caos’ di Paola Prestini, compositrice italiana tra le più originali della scena contemporanea, con un brano commissionato appositamente per questa edizione. Verrà poi eseguito un concerto speciale dedicata ai giovani studenti e studentesse del Conservatorio di Milano e Torino, diretto e offerto da me alle due città, un momento importante di crescita per le generazioni future. Due saranno gli anniversari significativi: il 2026 segna i cinquant’anni della morte di Benjamin Britten, uno dei compositori più importanti del XX secolo. Il programma si apre con il ‘War requiem”, monumentale capolavoro pacifista scritto nel 1962 e ancora attualissimo, e la sua musica risuona anche in altri momenti del programma sinfonico e cameristico. Con l’integrale dei Quartetti per Archi di Beethoven, affidata al Quartetto d’archi della Scala, volgiamo lo sguardo al centenario della morte del grande compositore, che si celebrerà nel 2027 in un progetto che dispiega tra questa e la prossima edizione”.

La Filarmonica della Scala si esibirà anche a Torino, presso l’Auditorium Agnelli del Lingotto, con Riccardo Chailly direttore. Venerdì 11 settembre, alle 20, presso il Conservatorio G. Verdi si esibirà il quartetto Pessoa, in un omaggio a Morricone. Sempre al Conservatorio, il 12 settembre, il Quartetto Pessoa dedicherà un omaggio ad Astor Piazzolla. Domeni a 13 settembre, alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani, si esibirà l’Orchestra Suzuki di Torino per festeggiare i cinquant’anni dalla sua nascita.

Beethoven verrà celebrato il 14, 16 e 18 settembre al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino dal Quartetto d’Archi del teatro alla Scala.

Infine, Britten verrà celebrato sabato 19 settembre in due appuntamenti al Conservatorio Verdi, alle ore 17, in “Canticles” con Brian Zeger al pianoforte, Kelsey Lauritano come mezzosoprano, Matthew Swensen tenore e Debora Maffeis al Corno, e lo stesso giorno, all’Auditorium Agnelli del Lingotto, con il concerto “In memoriam” con l’Orchestra Sinfonica di Milano, Levy Sekgapane tenore e Alessio Allegrini al corno e alla direzione.

La giornata conclusiva di MITO SettembreMusica sarà il 20 settembre, alle 15, presso l’Auditorium del Lingotto, con Hrusa/Brahms; alle 15.30 e 18 alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani con l’Orchestra dei Piccoli Pomeriggi Musicali di Milano che eseguiranno “L’usignolo” di Andersen. Infine, alle 20, al Conservatorio Verdi, David Frai al Pianoforte eseguirà “Le Variazioni” di Goldberg.

Lunedì 7 settembre, alle ore 16, al Teatro Regio foyer del Toro, si terrà un incontro con Giorgio Pestelli, Walter Vergnano, Carlo Viano, coordinati da Susanna Franchi, dal titolo “Ricordare Giorgio Balmas”. A vent’anni dalla sua scomparsa, il festival ricorda il suo fondatore. Nel 1975, a Torino, venne fondato il primo Assessorato per la Cultura. Diego Novelli, allora Sindaco, nominò assessore Giorgio Balmas, fondatore dell’Unione Musicale Studentesca.

Mara Martellotta

La Ceramica di Castellamonte torna protagonista

È giunta alla sua sessantacinquesima edizione la mostra internazionale 

È giunta alla sua sessantacinquesima edizione la mostra internazionale della Ceramica, uno degli appuntamenti più prestigiosi dedicati all’arte della ceramica in Italia, in programma nella città di Castellamonte dal 22 agosto al 13 settembre 2026.
La manifestazione,  curata dal professor Giuseppe Bertero, guarda al futuro con rinnovata energia, senza però perdere il legame con una tradizione secolare che ha reso Castellamonte un punto di riferimento nel panorama della ceramica artistica e artigianale.
Si tratta di un patrimonio nato grazie ai preziosi giacimenti di argilla rossa delle colline canavesane,  dai quali hanno avuto origine manufatti, stoviglierie  e le celebri stufe di Castellamonte, oggi autentiche icone del design e dell’eccellenza del made in Italy.
La mostra è  inserita nel programma del Festival della Reciprocità delle Tre Terre Canavesane, Castellamonte, Agliè e San Giorgio Canavese, e rappresenta una vetrina prestigiosa di respiro internazionale per artisti, artigiani e manifatture che, attraverso linguaggi contemporanei e tecniche tradizionali, testimoniano là vitalità di un’arte in continua evoluzione.
Anche quest’anno la manifestazione ospiterà un concorso internazionale dal titolo “Ceramics in love”, giunto all’ottava edizione,  riconosciuto come uno dei principali appuntamenti dedicati alla ceramica contemporanea. Saranno 136 gli artisti selezionati provenienti da 22 Paesi, fatto che dimostra la crescente dimensione internazionale della rassegna, che si svilupperà in sedici punti espositivi, compresi sedi istituzionali e spazi privati, in grado di trasformare il centro storico di Castellamonte in un museo diffuso dedicato alla ceramica.

La piazza scenografica progettata da Alessandro Antonelli, la Rotonda Antonelliana, ospiterà opere e sculture in ceramica monumentali realizzate da artisti italiani e internazionali.
Nel prestigioso edificio settecentesco di palazzo Botton la nazione ospite sarà  la Francia, grazie alla collaborazione tra l’Associazione Italiana Città della Ceramica  (AICC) e la città  francese di Saint-Amand- en- Puisaye, gemellata con Castellamonte e tra i più importanti centri europei della ceramica. Il percorso internazionale della mostra, dopo gli omaggi dedicati a Romania, Marocco, Cina e Spagna, prosegue ora con la Francia, rafforzando il dialogo culturale tra le grandi tradizioni ceramiche europee.
Al piano nobile sarà possibile visitare la Raccolta Civica di Terra Rossa, con opere di importanti protagonisti dell’arte contemporanea quali Arnaldo Pomodoro, Carlo Zauli, Alessio Tasca, Enrico Baj, Nino Caruso, Ugo Nespolo, Giovanni Matano e Stefano Merli.
Le teche espositive presenteranno opere di design ceramico e di artigianato locale, insieme ai lavori di artisti che hanno insegnato presso lo storico Istituto Statale d’Arte di Castellamonte, trai quali Enrico Carmassi, Ugo Milani, Alfeo Ciolli, Renzo Igne, Angelo Pusterla, Sandra Baruzzi, Guglielmo Marthyn.
Saranno esposte le opere premiate nelle precedenti edizioni della mostra e una significativa selezione di “ceramiche sonore”, autentiche sculture sonore nate dal concorso internazionale dedicato ai fischietti in terracotta.
Il balcone dell’arte ospiterà quest’anno Brenno Bresci in occasione del cinquantesimo anniversario della sua prima esposizione.
Il Centro Congressi Martinetti ospiterà una selezione di oltre quattromila fischietti donata alla Città dall’artista Mario Giani ( Clizia) insieme ai lavori della quinta edizione del concorso “Ceramiche Sonore”, promosso nell’ambito della manifestazione nazionale “Buongiorno Ceramica”.
Tra gli appuntamenti di maggior rilievo di questa edizione figura l’omaggio all’artista, scultore e ceramista di Castellamonte Renzo Igne, a venticinque anni dalla sua scomparsa.

L’Orto Sociale San Camillo  rappresenta lo spazio dedicato all’incontro tra arte e inclusione sociale, che accoglierà  nuovamente l’opera di Denis Imberti e del collettivo Abracadabra, ispirata ai disegni realizzati dagli autori del gruppo.
Ritorna anche la quindicesima edizione della mostra dedicata al gioiello ceramico artigianale, con creazioni capaci di coniugare ricerca artistica, design e sapienza manifatturiera.
Sei spettacolari stufe di Castellamonte  saranno esposte presso le Arcate di palazzo Antonelli, quali simbolo della tradizione produttiva cittadina ed esempio di innovazione, qualità e design.
Gli studenti della sezione ceramica  del liceo artistico statale “Felice Faccio” presenteranno una mostra dedicata al dialogo tra tradizione e contemporaneità,  offrendo uno sguardo sul futuro della ceramica attraverso il talento delle nuove generazioni.

Orari di apertura
Martedì- Venerdì 16-20
Sabato e domenica 10-20

Ingresso libero

Mara Martellotta

Pietro Pisano e il Coda Rossa, storia di fame e coraggio

Anticipata da un racconto – Monte Pedum. La leggenda del Coda Rossa – pubblicato da Pietro Pisano per i tipi del Magazzeno Storico Verbanese, venne alla luce in seguito una storia vera, dopo di un minuzioso lavoro di ricerca, con la prova concreta che la primula rossa della Val Grande, l’indomito bracconiere era esistito davvero.  Così nacque Il Coda Rossa. Dalla leggenda alla storia, edito sempre dal Magazzeno Storico Verbanese ,interessantissimo lavoro di ricerca e ricostruzione storica grazie ai documenti recuperati da Pisano all’Archivio di Stato di Verbania. Un libro che svela il mistero del Coda Rossa associando un nome e un cognome al leggendario bracconiere della Val Grande, oggi parco nazionale. Si chiamava Giovanni Bertoletti e morì accidentalmente nel 1874 a soli 45 anni, precipitando dalle balze dirupate del Pedum. Pietro Pisano, fondatore del Gruppo escursionisti Val Grande, appassionato cultore della storia locale ( tra le sue opere un importante volume sull’esploratore Giacomo Bove e l’ultima, originalissima storia de Il cercatore di farfalle – Aprile 1939, l’ultimo caso del giudice istruttore di Pallanza) grazie alla sua scrittura avvincente e documentata, ha consentito al Coda Rossa di uscire dall’oblio fino a materializzarsi, prima che la sua storia sbiadisse nella memoria, perdendosi per sempre. In questi tempi dove tutto va di fretta e si vive un eterno presente molti ignorano che in quell’epoca di freddo e di fame, ben prima che l’Italia fosse unita, la gente di montagna viveva in condizioni d’estrema povertà e uomini come il Coda Rossa erano costretti ad esercitare il bracconaggio per necessità. Bertoletti, tra questi “fuorilegge del bisogno”, era forse il più temerario, tanto bravo a saltare di roccia in roccia che i valligiani finirono per assimilarlo al “codirosso”, l’uccellino che per predare gli insetti è capace d’involarsi tra le rocce più impervie.

Il Cùa Rùsa venne rinvenuto cadavere quasi otto mesi dopo la sua scomparsa, “tra dirupi praticati ben da pochi, pericolosissimi e spaventosi anche per gli intrepidi”,  come si legge sui documenti d’archivio. Teresio Valsesia, giornalista e scrittore, nella presentazione del libro, scriveva: “Non era una leggenda immersa nelle storie e nei misteri della Val Grande. Era invece una storia vera quella del Coda Rossa, onesto bracconiere della fine Ottocento, quando la gente delle nostre valli aveva fame. Dobbiamo essere grati a Pietro Pisano che ha recuperato questo personaggio, ipotizzandone per primo l’esistenza dopo averne ricostruito la storia che sembrava strettamente limitata alla cornice della leggenda”. Fu lo stesso Pietro Pisano, autore di questa piccola, preziosa impresa non solo letteraria, a raccontare chi fosse quel montanaro che conosceva ormai meglio di ogni altra persona: “Era un eroe semplice, costretto a combattere una lotta continua contro la povertà. Aveva svariati fratelli e sorelle, si sentiva responsabile per loro. Era nato povero ed è morto povero, ma amato da tutti, per questo il suo ricordo ha superato il tempo”. I due libri – il racconto e la storia – fanno parte della collana editoriale del Magazzeno Storico Verbanese , curata da Fabio Copiatti e Carlo Alessandro Pisoni. Per le stesse edizioni, Pisano ha pubblicò anche Il Piccolo Telegrafista delle Ferrovie Nord Milano. Fedele Cova. Una Storia di Valgrande tra Orfalecchio e Corte Buè. Il giovane partigiano Fedele Cova, originario di Caronno Pertusella, nel varesotto, scomparve tragicamente in Val Grande precipitando in un burrone nel 1944 mentre operava nelle formazioni partigiane di Dionigi Superti ed Ezio Rizzato. La Val Grande, chiusa tra le montagne dell’Ossola, il bacino del lago Maggiore e la valle Cannobina, impervio e selvaggio parco nazionale, fu teatro di uno dei più drammatici episodi della Resistenza all’occupazione nazista e al fascismo: il rastrellamento del giugno 1944.

Marco Travaglini

A Ivrea l’arte scende in strada con San Lorenzo ArtDabò

 

Una notte di arte, creatività e divertimento sotto le stelle

L’estate a Ivrea si illumina con un appuntamento dedicato all’arte, alla condivisione e alla creatività. Sabato 8 agosto 2026, dalle ore 21.00, Daniela Borla Dabò e Luca Stratta invitano tutta la cittadinanza a partecipare a San Lorenzo ArtDabò, un evento gratuito e aperto a tutti che trasformerà via Arduino in un laboratorio artistico a cielo aperto. Protagonista della serata sarà un grande live painting collettivo. Una maxi tela bianca verrà installata direttamente all’esterno dell’Atelier ArtDabò e chiunque potrà contribuire alla sua realizzazione. Non servono competenze artistiche, basterà prendere un pennello, scegliere un colore e lasciare il proprio segno, diventando “artista per una notte”. Ogni partecipante sarà protagonista dell’evento anche sui canali social dell’atelier: fotografie, tag e contenuti dedicati racconteranno i volti e i gesti di chi avrà contribuito alla realizzazione dell’opera. Al termine della serata sarà inoltre realizzato un video ufficiale, che verrà pubblicato sul canale YouTube dell’Atelier ArtDabò. Una volta completata e asciutta, la grande tela collettiva sarà esposta nella vetrina dell’atelier come testimonianza permanente di una serata vissuta insieme, all’insegna della creatività e della partecipazione.

San Lorenzo ArtDabò dedica un momento speciale anche ai bambini con una maxi gara luminosa di nascondino a premi, che si svolgerà nelle vie limitrofe all’atelier. Ogni partecipante riceverà un bastoncino LED luminoso che, al calare della sera, trasformerà i bambini in tante piccole stelle, creando un’atmosfera magica e suggestiva nella notte di San Lorenzo. Non mancheranno premi, divertimento e tante sorprese. Con questa iniziativa l’Atelier ArtDabò rinnova il proprio impegno nel promuovere un’arte aperta, inclusiva e partecipata, capace di uscire dagli spazi espositivi per incontrare direttamente il pubblico e trasformarsi in un’esperienza condivisa.

“L’Originale. L’Arte ad Ivrea” è molto più di uno slogan: è un invito a vivere la creatività come occasione di incontro, gioco e comunità. La tela è bianca. Il prossimo segno potrebbe essere il tuo. L’ingresso e la partecipazione a tutte le attività sono completamente gratuiti. Porta la tua famiglia, gli amici, la tua curiosità e la voglia di metterti in gioco.

L’appuntamento è per sabato 8 agosto 2026, dalle ore 21.00, all’Atelier ArtDabò, in Via Arduino 37 a Ivrea.

 

Due nuove sale, tutte da vedere, alla Palazzina di Stupinigi

Sono la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”: inaugurate a maggio entrano nel percorso di visita della juvarriana “Residenza Sabauda”

Nichelino (Torino)

Se mai ce ne fosse stato bisogno, c’è oggi un motivo in più per debitamente visitare quello splendore “Barocco” – “Rococò” che è la sabauda “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, progettata nel 1729 da Filippo Juvarra per volere di Vittorio Amedeo II di Savoia e principalmente adibita, come ben si sa, alle sfarzose “battute di caccia” e alle grandi, sontuose feste e ricevimenti di corte. Nel mese di maggio, tra storiche “quadrerie”, nature morte, pitture di animali e ritrattistica infantile di corte, sono state infatti inaugurate due nuove magnifiche “Sale” che raccontano un capitolo poco conosciuto del “Museo dell’Arte e dell’Ammobiliamento”, ospitato nella “Palazzina” e composto da oltre duecento opere (datate tra XVII e XIX secolo) giunte a Stupinigi negli Anni Venti del Novecento proprio per l’allestimento del succitato “Museo”. Due nuove “Sale”, si diceva: la “Sala Crivelli” e la “Sala Principini”. Davvero due magnifiche “scoperte”, regalate alla Città e destinate ad arricchire oltremodo gli splendori della “Palazzina”, “Patrimonio UNESCO”.

“Sala Crivelli”

A completamento della visita dell’“Appartamento del Re”, la nuova saletta restaurata (ai tempi destinata a piccola camera da letto) è  dedicata a un nucleo di quindici dipinti, opera di Angelo Maria Crivelli, detto il “Crivellone”, e del figlio Giovanni, il “Crivellino”, tra i più apprezzati interpreti lombardi della pittura di “animali” e “nature morte” tra la fine del Seicento e la metà del Settecento. Padre e figlio lavorarono molto insieme, con uno stile di chiara “matrice fiamminga” il primo, più attento a giochi di rigoroso e suggestivo “virtuosismo espressivo” il secondo, chiamato nel 1733 da Filippo Juvarra a realizzare gli “otto paracamini” del “Salone Centrale” della Palazzina, a tutt’oggi conservati. Le opere esposte – provenienti dal “Castello di Moncalieri” e successivamente confluite nelle raccolte di Stupinigi – raccontano un genere molto presente nelle Residenze Sabaude: scene di cortileselvagginapescipaesaggi boschivi e composizioni floreali costruite con attenzione naturalistica e forte impatto decorativo. Due opere di grandi dimensioni della stessa serie, raffiguranti “animali da cortile”, sono conservate, pare, nello “Studio” del “Presidente della Repubblica” al Quirinale. 

I dipinti del “Crivellone” si concentrano in prevalenza su “scene di caccia”, animali selvatici e da cortile colti con grande minuzia di segno e svolazzi cromatici all’aperto, “in un dialogo continuo tra osservazione del dato reale e costruzione scenografica dell’immagine”. Nelle opere del “Crivellino” (forse più apprezzato, rispetto al padre, dalla Corte Sabauda) prevalgono invece le grandi “nature morte” di pesci, soprattutto, arricchite da conchiglie, funghi, verdure e dettagli naturalistici. Pittura più complessa nella struttura scenografica e nella scelta tematica. Esposte tra il 2024 e il 2025 le opere dei Crivelli sono state in parte restaurate, grazie al contributo di “AON spa”, a cura di “Open Care – Servizi per l’Arte” di Milano. Un ultimo intervento di manutenzione straordinaria sulle opere non ancora restaurate è stato recentemente eseguito dal “Centro Conservazione e Restauro” de “La Venaria Reale”.

“Sala Principini”

Nelle sale del “Gabinetto di toeletta” dell’“Appartamento della Regina” e nella “sala successiva” sono presentati 23 ritratti (XVII – XVIII secolo) di “bambini” e “infanti” diretti discendenti della “Casa Savoia” o ad essa correlati: dipinti di raffinata qualità pittorica, che nel tempo sono stati studiati ed esposti in molte occasioni singolarmente. Le firme vanno da autori di pregio della corte sabauda (da Francesco Cairo a Maria Giovanna Battista Clementi – “La Clementina” a Giuseppe Duprà) a  pittori francesi della cerchia di Nicolas de Largillière e Pierre Gobert, loro i ritratti dei principi di Lorena. La nuova “Sala” rappresenta, inoltre, due serie omogenee di ritratti: da una parte i figli di Carlo Emanuele III di Savoia (1701-1773) e, dall’altra la serie dei figli di Vittorio Amedeo III e Maria Antonia Ferdinanda di Spagna, il cui ritratto recentemente restaurato (con il sostegno del “Rotary Club Distretto 2031”) rappresenta il primo recupero delle immagini delle “dame di corte” che affianca quello dei piccoli “principi”. Figlia di Filippo V, re di Spagna, e di Isabella Farnese, Maria Antonia Ferdinanda di Borbone-Spagna sposò nel 1750 il principe Vittorio Amedeo, futuro Vittorio Amedeo III, entrando a far parte della “corte sabauda” in una fase di profondo rinnovamento politico e culturale. “Regina di Sardegna” dal 1773 al 1796, soggiornò a lungo nei mesi estivi alla “Palazzina” di Stupinigi, animandola con “feste” e “battute di caccia”.

Per info: “Palazzina di Caccia”, piazza Principe Amedeo 7, Stupinigi-Nichelino (Torino); tel. 011/6200601 o www.ordinemauriziano.it

Gianni Milani

Nelle foto: Allestimenti (particolari) “Sala Crivelli” e “Sala Principini” (Ph. Mariano Dallago)

Monfortinjazz chiude con più di 5mila presenze

UN 50° ANNIVERSARIO DA RECORD

Nei sette concerti record assoluto nella storia del festival 

 

Si chiude con un bilancio straordinario l’edizione 2026 di Monfortinjazz, che ha celebrato il suo 50° anniversario con un risultato senza precedenti: 5.100 presenze complessive nei sette concerti, nuovo record assoluto nella storia del festival organizzato da MonforteArte ODV in collaborazione con Ponderosa Music and Arts. Un traguardo che conferma la forza di una manifestazione capace di unire qualità artistica, identità territoriale e partecipazione popolare, trasformando ancora una volta l’Auditorium Horszowski in un luogo di emozione condivisa.

L’edizione del cinquantenario ha registrato un’affluenza eccezionale, con quattro concerti sold out e il pubblico protagonista di serate accolte da un entusiasmo costante e da una risposta che ha superato ogni aspettativa. Accanto agli spettatori, il successo del festival è stato reso possibile dal lavoro dei più di 40 volontari, dei tanti sponsor che in questa edizione speciale hanno sostenuto la manifestazione, dei tecnici che aiutano a valorizzare una location bellissima, ma anche impegnativa. confermando Monfortinjazz come patrimonio culturale e comunitario di Monforte d’Alba e delle Langhe.

Grande soddisfazione anche da parte degli organizzatori, per un festival che nel 2026 ha saputo celebrare mezzo secolo di storia con un programma di altissimo livello, capace di attraversare generi e generazioni, dal jazz alla canzone d’autore, dal pop internazionale alla ricerca musicale.

L’edizione del cinquantesimo ha attraversato, serata dopo serata, una straordinaria pluralità di linguaggi e di atmosfere: dall’apertura affidata a Tony Hadley, capace di trasformare il debutto del festival in un omaggio energico e molto partecipato, al dialogo raffinato e giocoso tra Stefano Bollani ed Enrico Rava insieme al fiml Tutta Vita di Valentina Cenni, un incontro di grande intesa e libertà espressiva; dalla forza evocativa di Paolo Fresu con il progetto Heroes dedicato a David Bowie, alla finezza del trio L’Antidote con Bijan Chemirani, Rami Khalifé e Redi Hasa, apprezzato per la sua intensità sospesa tra Mediterraneo e Oriente; dalla scrittura limpida e magnetica di Suzanne Vega, che ha confermato la sua statura di grande narratrice contemporanea, fino all’eleganza cristallina dei Kings of Convenience, tornati a Monforte con un concerto di grande delicatezza emotiva, per chiudere infine con Vinicio Capossela, protagonista di una serata finale intensa e celebrativa, nel segno dei trent’anni de Il ballo di San Vito.

“Siamo profondamente orgogliosi di questo risultato, che premia il lavoro di una comunità intera e la fiducia di un pubblico straordinario. I numeri di questa edizione parlano da soli: Monfortinjazz, nel suo cinquantesimo anniversario, ha saputo rinnovare il proprio legame con il territorio e con la grande musica, offrendo serate indimenticabili e un’accoglienza che resterà nella storia del festival”, dichiara il presidente di MonforteArte Adolfo Ivaldi

Questo cinquantesimo anniversario ha confermato la forza della visione artistica di Monfortinjazz: un festival capace di tenere insieme eccellenza, libertà espressiva e relazione profonda con il pubblico. La risposta degli artisti, la partecipazione del pubblico e l’attenzione ricevuta dalla stampa sono state la testimonianza più bella della vitalità di questo progetto, aggiunge il direttore artistico Renato Moscone.

A rendere ancora più significativa questa edizione è stata anche la grande attenzione dei media: oltre 250 articoli e segnalazioni tra stampa di territorio, media regionali e testate nazionali hanno raccontato il festival, contribuendo a farne rimbalzare il valore artistico, culturale e identitario ben oltre i confini delle Langhe. Un’eco importante, alimentata anche dall’interesse suscitato dalla mostra “Wall of Sound 20.0” di Guido Harari, che ha arricchito il programma del cinquantenario.

Per celebrare il 50° anniversario, accanto alla mostra e al programma musicale, è stato inoltre pubblicato il volume “Note in foto. L’auditorium, le stelle, la musica”, edito da Editin: un libro che raccoglie le immagini di Guido Harari, Alex Astegiano, Pierangelo Vacchetto, Donatella Arione e Bruno Murialdo e che restituisce, attraverso lo sguardo dei fotografi, la memoria visiva e affettiva di Monfortinjazz, dalle origini a oggi.

Un ringraziamento speciale va al pubblico, agli artisti, agli sponsor, ai tecnici, ai volontari e a tutti coloro che hanno reso possibile questa edizione straordinaria, celebrata anche da recensioni e racconti che ne hanno sottolineato l’atmosfera, la qualità delle proposte e la capacità di emozionare. Monfortinjazz chiude così il suo cinquantesimo anniversario nel segno della gratitudine e di una promessa: continuare a essere, anche in futuro, uno dei luoghi più amati della musica dal vivo in Italia.