CULTURA E SPETTACOLI

Primo ciak per Simone Catania con “Brianza”

Primo ciak per il nuovo lungometraggio diretto dal regista e produttore torinese Simone CataniaBrianza, le cui riprese si protrarranno in Piemonte per tre settimane circa, per proseguire poi in Lombardia e in Svizzera.
 
Ispirato a un fatto di cronaca, Brianza racconta le vicende di Giorgio Farina (interpretato da Fausto Russo Alesi), uomo onesto che, schiacciato dalle dinamiche sociali e culturali di una cittadina di periferia, finirà col compiere un reato.
 
Prodotto da Indyca, Beauvoir Films con Rough Cat, Brianza è realizzato con il contributo del FESR Piemonte 2021-2027 – Bando “Piemonte Film TV Fund” e con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte – Piemonte Film Tv Development Fund
 
Nel cast principale Fausto Russo Alesi, Paolo Pierobon, Marina Rocco, Giovanni Calcagno, Christophe Sermet.
 
La sceneggiatura è firmata da Ugo chiti, Fabio Natale e Simone Catania, con la fotografia di Pietro Zuercher, il suono di Giovanni Corona, le musiche di Victor Hugo Fumagalli e il montaggio affidato a Chiara Griziotti.
 
Sinossi
Brianza, 2010. Giorgio Farina gestisce l’attività di famiglia, fondata dal nonno e tramandata fino a lui di padre in figlio: l’orgoglio della famiglia Farina. La spregiudicatezza negli investimenti, però, unita al periodo più nero della crisi economica, trascina Giorgio in un abisso di debiti, costringendolo a mentire persino alla propria famiglia pur di nascondere il proprio fallimento. Per custodire ad ogni costo il suo segreto, Giorgio, consulente della polizia e stimato da tutto il paese per la sua irreprensibile onestà, si ritroverà a compiere un atto del quale non si sarebbe mai pensato capace.
 
Il regista
Simone Catania – regista e produttore tra i fondatori della casa di produzione torinese Indyca – torna dietro la macchina da presa dopo la sua opera prima Drive Me Home (2018). Tra i suoi progetti si segnala inoltre “Tina”, lungometraggio in sviluppo anch’esso basato su una storia vera.

“Premio Gianmaria Testa”… ecco i finalisti

Due cantautrici e tre cantautori: sono cinque i finalisti della VI edizione del “Premio Gianmaria Testa”, attesi alle “Fonderie Limone” di Moncalieri

Lunedì 9 marzo, ore 20,45

Moncalieri (Torino)

Ora la competizione si è ridotta a cinque. Tanti sono infatti i finalisti del “Premio Gianmaria Testa – Parole e musica”, giunto alla sua VI edizione e nato come riconoscimento ed omaggio alla memoria e all’eredità artistica di Gianmaria Testa (Cavallermaggiore, 1958 – Alba, 2016), il “poeta in musica” o il “cantautore ferroviere”, per gli anni di lavoro trascorsi quale “capostazione” allo scalo ferroviario principale di Cuneo.

Il Concorso era, come sempre, dedicato ai giovani cantautori “under 38” e promosso dal “Comitato Moncalieri Cultura” con “Produzioni Fuorivia” e il contributo della “Regione Piemonte”, della “Città di Moncalieri” e di “Banca d’Alba”, nell’ambito del “Festival Moncalieri Legge”.

I cinque “intrepidi”, selezionati da una Giuria presieduta da Paola Farinetti (“Produzioni Fuorivia” e moglie di Testa) si esibiranno, per accedere al podio più alto, sul palco delle “Fonderie Teatrali Limone” di Moncalieri (via Pastrengo, 88), lunedì 9 marzo 2026, insieme all’ospite speciale Raphael Gualazzi.

Selezionati tra le 160 candidature pervenute da tutta Italia, i cinque finalisti si esibiranno dal vivo, interpretando, nella prima parte della serata, il proprio brano in concorso oltre a una canzone di Gianmaria Testa, in un suggestivo dialogo tra memoria e contemporaneità. La serata sarà inoltre impreziosita, nella seconda parte e nello spazio temporale che vedrà la Giuria impegnata a decidere la proclamazione del vincitore assoluto e il Premio per la migliore “esibizione live”,  dalla presenza dell’ospite speciale Raphael Gualazzi, uno degli artisti più originali e versatili della scena musicale italiana e internazionale, che si esibirà in una dimensione intima di piano e voce. (I biglietti sono disponibili in prevendita sul sito del “Teatro Stabile” di Torino, al prezzo di 15 euro).

Cinque voci, cinque storie, cinque modi di intendere la canzone d’autore.

Il primo ad esibirsi, portando in concorso il brano “Teresa”(pubblicato per “Futura Dischi” e disponibile su tutte le piattaforme digitali) sarà alaskaProgetto pop-cantautorale nato nel 2020, alaska è il nome d’arte di un polistrumentista e cantautore, classe ‘99 originario del Novarese, capace di “attraversare la musica creando una contaminazione di generi sempre nuova”. Produce autonomamente ogni brano con i propri strumenti – pianoforte, chitarra acustica ed elettrica, batteria, basso- e nel 2024 è tra i finalisti del “BMA – Brancaccio Musical Academy” e del concorso “Musica Da Bere”, selezionato per il “rehub produzione creativa” con il rapper Nitro come mentore.

A seguire, Martina Primavera sul palco con il brano “Genetica”, inedito che porta al Premio tutta la forza di una scrittura originale e personale. La sua presenza tra i finalisti conferma l’attenzione del Concorso “verso le nuove voci capaci di coniugare profondità emotiva e ricerca melodica”.

Chiaré – nome d’arte di Chiara Ianniciello, classe 1999 – presenta “Ago e filo”, brano tratto dal suo secondo recente album “SEI”, pubblicato per “Four Flies Records”. Nata nell’agro nocerino-sarnese e oggi residente a Roma, cantautrice e contrabbassista, laureata in canto jazz, la sua voce alterna italiano e napoletano su un “tappeto sonoro che intreccia jazz, musica elettronica, tradizione popolare e contemporaneità, con riferimenti a Lucio Battisti, Edoardo De Crescenzo e Pino Daniele”.

Di origini campane è anche Fabio Schember in gara con “Amica mia”, brano che “porta al Premio una scrittura intima, ricercata, tutta orientata alla cura della parola”, mentre Achille Campanile (nome e cognome altamente “impegnativi”) chiuderà la rosa dei finalisti con “Spaiate”, brano tra i contributi più originali di questa edizione, “capace di tenere insieme tradizione cantautorale e visione contemporanea”.

Sottolinea Paola Farinetti“Le parole e la musica di chi ha partecipato ci ricordano che la canzone d’autore non è un genere del passato, ma un linguaggio vivo, capace di dire il presente con poesia e verità. E ci ha fatto particolarmente piacere constatare quante siano state, in questa edizione, le voci femminili: un segnale forte, che racconta una scena in fermento e in trasformazione. Gianmaria – e quest’anno sono dieci anni esatti senza di lui – credeva nella forza delle parole ‘levigate fino alla trasparenza’, e credo che oggi più che mai servano artisti e artiste che abbiano il coraggio di farle risuonare in modo autentico. Questo Premio nasce per loro”.

Per infowww.premiogianmariatesta.it

  1. m.

Nelle foto: Fabio Schember, Achille Campanile e Raphael Gualazzi

Premio per la ricerca storica e mostra sulla Regina Margherita 

Mercoledì 4 marzo 2026, nella memoria liturgica del Beato Conte di Savoia Umberto III e nel 178esimo anniversario della proclamazione dello Statuto Albertino, come ogni anno in questa data, l’Associazione Internazionale Regina Elena Odv e il Coordinamento Sabaudo inaugureranno alla Palazzina di Caccia di Stupinigi la loro mostra, che quest’anno sarà dedicata a Margherita di Savoia-Genova, prima Regina d’Italia, nel centenario della sua dipartita.
Il pubblico avrà la possibilità di ammirare magnifiche foto ritraenti la sovrana; preziosi volumi editi tra fine Ottocento ed inizio Novecento; 
una serie di cartoline postali dedicate alla Regina Madre Margherita nei primi anni del XX secolo, alcune con soggetto la Palazzina di Caccia di Stupinigi e un album fotografico della seconda metà del XIX secolo composto da 194 albumine formato “carte de visite” ove sono presenti tutti i componenti della Famiglia Reale Italiana, politici e protagonisti del periodo risorgimentale italiano, membri della Curia di Papa Pio IX e la Famiglia Reale del Regno Unito con la Regina Vittoria, i figli e le personalità del Governo inglese che appoggiarono l’Unità d’Italia.  
Come ogni anno, verrà conferito il “Premio per la ricerca storica Maura Aimar”.
Saranno presenti rievocatori di molti gruppi storici piemontesi.
Questa mostra, visitabile nel pomeriggio del 4 marzo, si inserisce all’interno di un ricco calendario di iniziative denominate “Margherita. Un secolo di storia” in programma alla “Palazzina di Caccia” di Stupinigi, fino al prossimo luglio. Questo progetto, sviluppato grazie alla collaborazione con il “MAUTO – Museo Nazionale dell’Automobile”, collezionisti privati e altre realtà non solo culturali, ha come obiettivo quello di ricordare, attraverso articolati “passaggi” della sua vita, il centenario della scomparsa della sovrana. Il filo conduttore di tutte queste iniziative è sua la straordinaria voglia di modernità.
Dal 5 marzo al 28 giugno nella “Citroniera di Ponente” sarà allestita la mostra “Sulle strade della Regina. Alle origini dell’automobile moderna”, che permetterà al pubblico di ammirare undici automobili costruite da fine Ottocento ed inizio Novecento e nove carrozze storiche provenienti dalla collezione privata “Nicolotti Furno”. I visitatori potranno scoprire la figura di questo personaggio chiave dell’Italia unita anche attraverso il percorso “Le stanze di Margherita” all’interno dell’Appartamento di Levante, dove lei introdusse nuovi comfort. Tra il 1902 e il 1915, per volontà della sovrana la Palazzina venne infatti dotata di numerosi accessori finalizzati alla sua comodità, tra i quali il potenziamento dell’impianto di riscaldamento; i servizi di ritirata all’inglese con acqua corrente e lavandini con acqua fredda e calda; la corrente elettrica e l’ascensore a pompa idraulica realizzato dalle Officine Meccaniche Stigler di Torino e dotato di una cabina lignea con porta scorrevole, vetri smerigliati nelle otto finestre e pulsantiera in bachelite. L’ascensore è stato recentemente restaurato al Centro Conservazione e Restauro La Venaria Reale, grazie al contributo della Fondazione CRT.
Il pubblico potrà inoltre assaggiare il cioccolatino “Le Perle della Regina”, ideato dal “Museo del Cioccolato e del Gianduja Choco-Story Torino” e realizzato da “Pfatisch”. Si tratta una creazione unica, nata dal cuore di nocciola Piemonte IGP
, avvolto da un delicato guscio di cioccolato bianco, lucido e perlaceo, che richiama le preziose collane di perla tanto amate da Margherita.
Il programma prevede anche il ciclo di quattro conferenze “Margherita a Stupinigi e il suo tempo”, previste il venerdì alle 16 (le prossime saranno il 27 marzo, il 17 aprile e il 22 maggio), che affrontano la figura della prima Regina d’Italia attraverso temi contemporanei (moda, automobili, cucina, design) e le visite guidate “Margherita e Stupinigi”, in programma il secondo venerdì del mese alle ore 15.45.
La “ciliegina sulla torta” sarà la rievocazione storica “I giorni di Margherita” a cura del gruppo storico “Le vie del tempo”, che permetterà al pubblico di immergersi appieno nell’atmosfera della Palazzina di Caccia di Stupinigi nei primi anni nel Novecento.

La sovrana dal 1901 fino alla sua morte avvenuta a Bordighera il 4 gennaio 1926, trascorse l’autunno alla Palazzina di Caccia di Stupinigi e proprio qui la notte del 14 settembre 1904 apprese la notizia della nascita al Castello Reale di Racconigi di suo nipote il futuro Re Umberto II. Nonostante il forte temporale che imperversava, partì in piena notte guidando personalmente l’auto per andare a vedere il piccolo.
Con Margherita di Savoia-Genova la Palazzina di Caccia di Stupinigi visse i suoi ultimi “fasti Sabaudi” e la sua memoria è rimasta viva nei cuori della popolazione.
Per informazioni consultare il sito 
www.ordinemauriziano.it

ANDREA CARNINO

Macbeth e Muti: un evento allo stesso tempo mondano e popolare al Regio di Torino

Di Renato Verga

Il Macbeth di Giuseppe Verdi rappresenta la prima, decisiva immersione del compositore nel teatro di William Shakespeare, cui tornerà più tardi con Otello e Falstaff, mentre un progettato Re Lear resterà incompiuto. È un momento di svolta: Verdi sceglie un soggetto cupo, tragico, dominato dall’analisi psicologica e dall’elemento soprannaturale, rinunciando in parte alle convenzioni più rassicuranti del melodramma italiano. La centralità non è più l’esibizione vocale, ma il dramma.
Il libretto di Francesco Maria Piave non convinse pienamente il compositore, che chiese l’intervento di Andrea Maffei, raffinato traduttore di Shakespeare e Schiller. Il contributo di Maffei non fu strutturale, ma qualitativo: intervenne nei passaggi cruciali elevandone la resa poetica e rafforzando l’aderenza all’originale shakespeariano. Emblematico è il coro “Patria oppressa!” dell’atto IV, che nel clima del Risorgimento italiano assunse un forte valore simbolico, non lontano da quello del celebre “Va’ pensiero” del Nabucco.
Dal punto di vista musicale, Macbeth segna uno scarto rispetto alla produzione coeva. Verdi non elimina le forme tradizionali (cavatina, cabaletta, concertato), ma le trasforma dall’interno, comprimendole e svuotandole della loro funzione meramente virtuosistica. L’opera tende verso una maggiore continuità teatrale: parola, gesto e suono convergono in una sintesi tragica di sorprendente modernità. L’orchestrazione si fa più densa e scura; cromatismi insinuanti e impasti cupi di legni e ottoni creano un paesaggio sonoro inquietante. Il coro, in particolare quello delle streghe, non è elemento decorativo ma forza propulsiva dell’azione, incarnazione collettiva del destino.
Dopo la prima versione del 1847, presentata al Teatro della Pergola di Firenze, Verdi rielabora profondamente l’opera nel 1865 per il Théâtre Lyrique di Parigi. Non si tratta di semplici ritocchi, ma di una vera revisione strutturale. Vengono aggiunti i ballabili, secondo le consuetudini parigine; Lady Macbeth ottiene una nuova aria, “La luce langue”, che ne approfondisce la dimensione demoniaca e introspettiva; il coro “Patria oppressa!” viene rielaborato con maggiore intensità; il finale è completamente riscritto: scompare l’aria di morte di Macbeth, che ora muore fuori scena, e l’opera si chiude con un grande coro trionfale.
Questa revisione comporta anche un’evoluzione psicologica dei personaggi. Il Macbeth del 1847 conserva tratti ancora eroici e legati alla tradizione baritonale; quello del 1865 è più tormentato, più introverso, meno incline all’affermazione vocale. Lady Macbeth diventa ancora più centrale e moderna, figura di inquietante complessità. L’oscurità psicologica si accentua, anticipando il teatro maturo di Otello.
Nelle recenti rappresentazioni al Teatro Regio di Torino, Riccardo Muti sceglie coerentemente la versione parigina, come già in precedenti occasioni alla Scala, al Maggio Musicale Fiorentino e all’Opera Academy di Tokyo. La sua lettura è severa, concentrata, quasi ascetica: la musica serve la parola con rigore assoluto. I tempi sono serrati, il lirismo ridotto all’essenziale, la tensione drammatica costante. Rispetto alla trasparenza timbrica e al respiro lirico di Claudio Abbado, Muti privilegia l’introspezione e la precisione espressiva. Le streghe risultano più ambigue che telluriche; la tragedia diventa interiore.
A Torino il maestro ripristina anche i ballabili, raramente eseguiti oggi. La regia di Chiara Muti punta su un impianto visivo simbolico e ricco di elementi scenici, con un’estetica che insiste sull’elemento soprannaturale. Pur tecnicamente curata — efficace, ad esempio, l’apparizione del fantasma di Banco — la messa in scena tende talvolta all’accumulo iconografico, mentre l’opera sembrerebbe giovarsi di maggiore sobrietà.
Sul piano vocale spicca Lidia Fridman come Lady Macbeth: timbro aspro, fraseggio incisivo, forte presenza scenica, in linea con la richiesta verdiana di una vocalità anti-ornamentale, capace di rendere l’allucinazione e la ferocia del personaggio. Luca Micheletti offre un Macbeth misurato e tormentato, più attento al declamato che all’enfasi. Buona la prova di Giovanni Sala come Macduff e del coro del Regio, particolarmente efficace in “Patria oppressa!”.
Lo spettacolo ha riscosso un grande successo di pubblico, confermandosi come uno degli eventi centrali della stagione torinese: un incontro tra un capolavoro di svolta del primo Verdi e una lettura interpretativa rigorosa, che ne esalta la dimensione tragica e morale.

In mostra a Chieri il “Tessile” d’antan

Un pomeriggio al “Museo del Tessile” chierese, per scoprire le preziose donazioni di beni storici da parte di generosi “benefattori” locali

Sabato 28 febbraio, ore 14 – 18

Chieri (Torino)

Attenzione! Il tempo è limitato. Un solo pomeriggio. Quattro ore, dalle 14 alle 18. Tant’è il tempo messo a disposizione dei chieresi (ma non solo) dal “Museo del Tessile” di via Santa Chiara 10, a Chieri, che, sabato prossimo 28 febbraio, spalancherà gratuitamente le sue porte al pubblico al fine di mostrare le “donazioni dei beni storici” pervenute al “Museo” nel corso del 2025 ed esposte all’uopo nell’interna “Sala polifunzionale”.

Sempre più fedele al suo motto, “Tessere il futuro con le trame del passato”, l’ex Convento di “Santa Chiara” (già “Opificio Levi”) da tempo conserva un primo importante nucleo di “oggetti” che hanno fatto la grande storia dell’attività tessile chierese (da filatoi, orditoi verticali ed orizzontali, telai a mano, fino a campionari e a strumenti di misurazione, peculiari della lavorazione di uno dei centri cotonieri più antichi e continuativi – dal Quattrocento ad oggi – in Piemonte) e che ora va significativamente ad implementarsi con nuove storiche donazioni ulteriormente rappresentative di una vocazione propria della “città collinare” e da sempre riconosciuta a livello internazionale.

Durante il “percorso di visita” programmato per sabato prossimo, sarà possibile visionare due “fondi di disegni per tessitura” del Novecento, eseguiti a tempera su carta per “telaio Jacquard”, provenienti dalle manifatture “Ronco” e “Gastaldi Giorgio” di Chieri, ricevuti in dono dal signor Angelo Defilippi. Si tratta di due fondi importanti per la memoria della Città, che fanno da contrappunto ad alcuni “disegni” prodotti dallo “Studio Serra & Carli”, che ha anche omaggiato un “ritorcitoio” ligneo manuale, macchina usata per la ritorcitura dei filati, restaurato da Bruno Eterno e Bruno Zanin. Fra i vari altri attrezzi degni di particolare attenzione, un arcolaio ottocentesco (apparecchio utilizzato per ridurre in gomitoli o in bobine il filato in matasse), lascito del signor Giancarlo Del Martini, una coeva “matassiera lignea manuale” donata dalla signora Donatella Cortassa, e un piccolo “orditoio manuale” (macchina che prepara l’ordito per essere utilizzato sul telaio, attraverso l’operazione detta “orditura”)  in legno e ferro del primo Novecento donato dal signor Guglielmo Mancin.

A completare la mostra una raccolta di quattro “Shadow Box”, ovvero “stampe” di perfetta tiratura, tratte dalle riviste “La Mode illustrée”“La Mode artistique” e “Les Modes Parisiennes” di fine Ottocento, con “resa tridimensionale” degli abiti in stoffa, merletti e accessori, donati dalla signora Biagina Garnero di Nichelino.

Dichiara Melanie Zefferino, presidente “Fondazione Chierese per il Tessile e per il Museo del Tessile”: “A nome del CdA, ringrazio i benefattori per le donazioni liberali a favore del nostro ‘Museo’, dunque in primis della cittadinanza chierese, che da quasi trent’anni a questa parte beneficia della generosità di tutti coloro che hanno voluto custodire e trasmettere la ‘cultura del tessile’ attraverso donazioni materiali, collaborazioni ‘pro-bono’ e volontariato”.

Per info: “Museo del Tessile”, via Santa Chiara 10, Chieri (Torino); tel. 329/4780542 o www.fmtessilchieri.org

g.m.

Nelle foto: “Disegno per tessitura – Gastaldi” e stampe da “La Mode Illustrée”

La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

Oltre Torino. Storie, miti, leggende del Torinese dimenticato

Torino e lacqua

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8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

Quando visitiamo una città tendiamo facilmente a focalizzarci sui quartieri centrali, perché in genere più ricchi di musei e attivitàculturali, ma così facendo corriamo il rischio di perdere le attrazioni che si trovano spostate in altri luoghi della città. Se siamo a Torino e vogliamo fare ad esempio una passeggiata in un parco, certo il primo che salta alla mente è lo splendido e rigoglioso  parco del Valentino, il vero polmone della nostra cittàche, tuttavia, offre anche altre zone verdi. Tra queste, è bene ricordarlo, vi è un ampio giardino carico di fiori e di tenera fauna cittadina, come scoiattoli e varie specie di uccelli di piccola taglia: si tratta del bellissimo ed elegante Parco della Tesoriera, il vasto parco aperto al pubblico che circonda la settecentesca Villa Sartirana, sita lungo corso Francia, nei pressi di piazza Rivoli, nella circoscrizione 4, tra corso Monte Grappa, via Borgosesia e via Asinari di Bernezzo.

La villa venne costruita per il consigliere e tesoriere generale dello stato sabaudo, Aymo  Ferrero di Cocconato (Racconigi 1663-Torino 1718) sui terreni che egli aveva acquistato nel 1713. Larchitetto a cui venne affidato lincarico delledificazione fu Jacopo Maggi, che si ispirò a Guarino Guarini. Il parco in cui sorge la fontana è anche conosciuto con il nome di Giardin dëlDiav, perché un tempo si vociferava che apparisse, su cavalli incitati al galoppo trainanti una grossa carrozza, un cavaliere nero, nientemeno che  il fantasma del tesoriere del re, Aymo Ferrero di Cocconato.

Allinterno del grande giardino si staglia, netta, la splendida costruzione, circondata da un prato verde alla francese, al cui centro, di fronte alla villa, spicca una fontana centrale. La struttura della vasca è ovaleggiante, con tre zampilli centrali più alti; lungo una parte del perimetro della vasca partono altri piccoli getti a cannella che movimentano piacevolmente il disegno dellacqua e danno rilievo artistico e ornamentale al semplice bacino contenitivo.

La Tesoriera è un esempio di villa suburbana settecentesca  erispetta fedelmente le linee strutturali dei più noti palazzi barocchi torinesi. Realizzata ex novo e non su fondamenta preesistenti, essa presenta la copertura del primo piano con eleganti volte in muratura. Il  progetto si concretizzò nel 1713 quando AymeFerrero di Borgaro e signore di Cocconato, tesoriere e generale dei redditi del Duca, fece edificare una cascina e acquistò i beni circostanti. Logica la connessione tra la professione del suo fondatore e la denominazione Tesoriera. La villa fu inaugurata dal duca di Savoia  Vittorio Amedeo nel 1715.  Gli avvenimenti storici  segnarono il lento decadimento artistico della villa  che solo nel 1844, sotto la guida di Ferdinando Arborio Gattinara Duca di Sartirana Marchese di Breme, entomologo e politico italiano, subì sostanziali mutamenti e conobbe per un breve periodo fasto e splendore. Allora, la villa era chiamata con il suo vero nome, Sartirana, e vantava una biblioteca di circa 1500 volumi di storia naturale e botanica, oltre ad una collezione ornitologica con rarissimi esemplari di uccelli esotici e arredi. A metà Ottocento la Tesoriera era un delizioso giardino botanico con camelie, rododendri, azalee, melograni, conifere e querce.  Nel 1934 la Villa fu acquistata da Amedeo duca dAosta che affidòallarchitetto Giovanni Ricci il compito di apportare delle modifiche nellala ovest .

La ricchezza botanica venne compromessa durante la seconda guerra mondiale, e in seguito, nel 1962, con la vendita dellarea  passata dallamministrazione  dei Duchi dAosta  allIstituto Sociale dei Gesuiti, che abbatterono molti alberi secolari. Nel 1976 varie manifestazioni di protesta e raccolta firme dei cittadini portarono il comune di Torino ad espropriare il parco e poi ad acquistare la villa. Dopo gli importanti restauri del 2009-2011 che hanno restituito la villa al suo antico splendore, la Tesoriera oggi accoglie la biblioteca musicale Andrea della Corte (dedicata al critico musicale e musicologo) ed è sede rappresentativa comunale. Nel parco vi è un ricco patrimonio di alberi, arbusti e fiori, con specie tipicamente italiane e altre che si sono acclimatate, come la quercia rossa. Ci sono anche esemplari di noce nero, faggio, frassino, tiglio acro, olmo, tasso bagolaro e magnolia. Una particolare pianta della Tesoriera, unica a Torino, ci parla dei climi mediterranei: a destra, lungo il viale che parte quasi dallingresso di corso Francia, si può scorgere il tronco inclinato di una quercia da sughero. Vicino allingresso, il gigantesco platano di quasi otto metri di circonferenza, forse piantato nel 1715, è lalbero più vecchio della città.

Alessia Cagnotto

 

Le storie spesso iniziano là dove la Storia finisce

Il fil rouge di questa serie di articoli su Torino vuole essere lacquaLacqua in tutte le sue accezioni e con i suoi significati altrilacqua come elemento essenziale per la sopravvivenza del pianeta e di tutto lecosistema ma anche come simbolo di purificazione e come immagine magico-esoterica.

1. Torino e i suoi fiumi

2. La Fontana dei Dodici Mesi tra mito e storia

3. La Fontana Angelica tra bellezza e magia

4. La Fontana dellAiuola Balbo e il Risorgimento

5. La Fontana Nereide e lantichità ritrovata

6. La Fontana del Monumento al Traforo del Frejus: angeli o diavoli?

7. La Fontana Luminosa di Italia 61 in ricordo dellUnità dItalia

8. La Fontana del Parco della Tesoriera e il suo fantasma

9. La Fontana Igloo: Mario Merz interpreta lacqua

10. Il Toret  piccolo, verde simbolo di Torino

Roberto Rossellini, il maestro del Neorealismo

Una vita da film

Il destino di Roberto Gastone Zeffiro Rossellini è segnato fin dagli esordi. Il futuro Maestro del Neorealismo cinematografico nasce infatti a Roma l’8 maggio 1906 con un padre speciale: colui che diede vita alla prima sala cinematografica della città.

Il giovane Rossellini cresce quindi frequentando l’ambiente del cinema e, già da giovanissimo, inizia a fare esperienze in tutti i campi professionali che riguardano la realizzazione di un film.

Nel 1936 è proprio nel mondo del cinema che conosce e sposa la sua prima moglie: la scenografa e costumista Marcella de Marchis, con cui collaborerà a lungo anche dopo la fine della loro unione, avvenuta nel 1950. Nascono i primi due figli di Rossellini: Romano, morto a soli 9 anni nel 1946, e Renzo Jr, nato nel 1941, chiamato così in omaggio allo zio compositore. Il Maestro si prepara al suo folgorante futuro.

Nel 1938 Rossellini realizza il suo primo documentario: “Prélude à l’aprés-midi d’un faune”. Un lavoro molto apprezzato e che accompagna un autentico colpo di scena: Goffredo Alessandrini gli propone di affiancarlo nella realizzazione di “Luciano Serra pilota”, una pellicola destinata a diventare uno dei capolavori del ‘900.

Nel 1940 assiste Francesco De Robertis nella realizzazione di “Uomini sul fondo”. Roberto Rossellini è un uomo versatile e capace di afferrare incontri e opportunità per costruire il proprio futuro. Lo dimostra la sua stretta amicizia con Vittorio Mussolini, figlio del Duce, incaricato di seguire le politiche legate al cinema,  che facilita in questo periodo il suo lavoro.

Nel 1939, utilizzando gli acquari della sua casa di Ladispoli, Rossellini realizza per Genepesca un corto semplicemente geniale: “Fantasia sottomarina”.

L’inizio della Seconda Guerra Mondiale travolge la sua vita e la sua attività, inducendolo a creare pellicole ispirate al periodo. È il caso de “La nave bianca”, del 1941, primo film realizzato da Rossellini in qualità di regista e sponsorizzato dal centro per la propaganda audiovisiva del Dipartimento della Regia Marina.

Si tratta della prima opera della Trilogia della Guerra Fascista. Seguiranno “Un pilota ritorna” (1942) e “L’uomo dalla croce” (1943).

Nascono in questo periodo amicizie destinate a durare per sempre tra cui quelle con Federico FelliniAldo FabriziUgo PirroFranco Solinas e Giuseppe De Santis.

A soli due mesi dalla liberazione di Roma, nel 1943, Rossellini inizia a creare quello che sarà il suo capolavoro, la pellicola destinata a dargli la notorietà internazionale: “Roma città aperta”.

Il soggetto è di Sergio Amidei con la collaborazione di Fellini. Uno straordinario Aldo Fabrizi viene scelto per dare il volto al sacerdote che affiancherà la magnifica Anna Magnani nei panni di Pina. Il dramma della guerra si è chiuso, ma i ricordi delle atrocità subite sono ancora vivi nella memoria del pubblico. Forse per questo il film drammatico fu apprezzato prima negli Stati Uniti e in Francia e soltanto dopo in Italia, ma è fuori discussione la grandezza di questa pellicola e dei suoi interpreti.

Inizia così la Trilogia della Guerra Antifascista che proseguirà con “Paisà”, diviso in diversi episodi, e “Germania anno zero” (1946), girato nel settore francese di una Berlino che sta risorgendo dalle ceneri. Rossellini ama la spontaneità degli attori non professionisti e studia le reazioni del pubblico durante le riprese. Ama la realtà vera, le parlate dialettali, i costumi. Sono gli anni della tormentata relazione con Anna Magnani, che troviamo anche in “L’Amore”, e di un film decisamente inusuale e stravagante: “La macchina ammazzacattivi”.

Nel 1948 sulla vita di Roberto Rossellini si abbatte una tempesta esistenziale e sentimentale: la grandissima e stupenda Ingrid Bergman.

Entrambi sono già famosi ed affermati.  Nel 1949 lavorano a “Stromboli terra di Dio”, riuscendo a riprendere anche una vera eruzione, e nel 1950 lui dirige la splendida attrice in “Europa ’51”.

Il 1953 è l’anno di “Viaggio in Italia”,  una pellicola che non conquista l’Italia ma permette al Maestro di conoscere i giovani talenti francesi da cui sorgerà la Nouvelle Vague. Nascono amicizie importanti anche dal punto di vista dello scambio artistico con François TruffautJean-Luc GodardJacques RivetteClaude Chabrol e Eric Rohmer.

Nel frattempo a finire nell’occhio del ciclone è anche la sua vita privata. Hollywood lo odia per aver portato la Bergman in Italia e la morale del tempo non accetta la loro scelta sentimentale. L’unione, tuttavia, pare solida e nascono i tre figli: Robertino e le gemelle Isabella e Isotta. Rimarranno sposati dal ‘50 al ‘57.

Sono anni molto intensi in cui la vita corre veloce e con essa mutano i consumi e lo stile. La televisione entra nella vita del grande pubblico e Rossellini conta di farne un grande strumento di comunicazione e, soprattutto, di istruzione.

Nascono ritratti di personaggi (SocrateCartesioPascalAgostino d’Ippona o Luigi XIV) e ritratti d’epoca (“L’età di Cosimo de’ Medici”, “Gli atti degli Apostoli”).

La vita sembra scorrere serena, ma nulla è come sembra. La relazione con Ingrid Bergman comincia a scricchiolare e nel 1957, proprio mentre il Maestro, invitato dal Primo Ministro, decide di andare a lavorare in India al film per il cinema “India Matri Bhumi” e al documentario per la televisione “L’India vista da Rossellini”, la loro unione finisce.

Rossellini parte per l’Oriente e ne tornerà con una nuova compagna, Sonali Das Gupta, di cui adotterà il figlio, Gil, e da cui, nel 1958, avrà una figlia: Raffaella.

Deciso ad andare oltre e a iniziare nuove pellicole, anche di carattere storico, il regista realizza “Il generale Della Rovere”, destinato a vincere  il Leone d’Oro come miglior film al Festival di Venezia ex aequo con “La grande guerra”, di Mario Monicelli, ed “Era notte a Roma”.

Il Maestro, in questi anni, si innamora dell’idea di utilizzare le immagini per educare e informare. Nel 1960, gira “Viva l’Italia!”, un film sulla Spedizione dei Mille realizzato con una particolare fedeltà alle fonti storiche. Nello stesso periodo comincia a dare corpo all’idea di un lavoro destinato a far conoscere, sempre attraverso la televisione, contenuti anche scientifici.  Addirittura tenta di progettare una sorta di prototipo del videoregistratore.

Sono anni in cui Rossellini si dedica al teatro e alla saggistica pur con un occhio particolare a tutto ciò che promette di essere multimediale e lo affascina… ma il destino è in agguato.  Il 3 giugno 1977, a Roma, la sua straordinaria vita finisce improvvisamente per un attacco cardiaco.  Ai funerali, trasmessi dalla Rai, saranno presenti tutte le autorità civili e politiche, tra cui l’amico presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro,  e i maggiori personaggi di spicco del mondo della cultura. Rossellini è sepolto presso il Cimitero del Verano di Roma.

Debora Bocchiardo

Triplo concerto di Beethoven diretto dal maestro iraniano Hossein Pishkar

 

Sul podio dell’Orchestra Sinfonica della RAI giovedì 26 febbraio

Dopo il successo del suo debutto lo scorso gennaio, ritorna sul podio dell’Orchestra Sinfonica della RAI a Torino il direttore iraniano Hossein Pishkar, che sostituisce il maestro Ottavio Dantone, indisposto. Dirigerà l’orchestra nel concerto in programma giovedì 26 gennaio alle ore 20.30 all’Auditorium RAI Arturo Toscanini di Torino, trasmesso in diretta su Radio 3 e alle 22.50 in TV su RAI 5. Replica del concerto, sempre a Torino, venerdì 27 febbraio alle ore 20.

In apertura di concerto verrà proposta la Sinfonia n. 94 in sol maggiore  Hob:I:94 di Joseph Haydn detta “La sorpresa”, parte delle dodici Sinfonie londinesi scritte dal compositore tra il 1791 e il 1795 durante i suoi viaggi in Inghilterra. Dopo trent’anni di servizio a corte, Haydn intraprese la carriera di artista libero, accettando l’invito a Londra. Accolto con entusiasmo da un pubblico che già ne venerava le opere, trovò a Londra un’orchestra di sessanta musicisti tre volte più grande di quella abituale e la trasformò nell’elemento ideale per presentare le ultime sue straordinarie fatiche sinfoniche. Il titolo con cui conosciamo la Sinfonia n. 94, “La Sorpresa”, è  successivo e risale all’Ottocento, fu una scelta arbitraria  da parte degli editori che, per scopi speculativi, amavano battezzare le opere con nomi bizzarri e accattivanti basati su un elemento caratteristico. In questo caso il riferimento è ai bruschi contrasti dinamici del secondo movimento, dove la melodia viene interrotta da un improvviso e fragoroso colpo di timpano, tanto che un altro titolo con il quale era  nota è proprio “Il colpo di timpano”.

Nella seconda parte della serata saranno protagoniste due prime parti dell’OSN RAI,  Alessandro Milani, violino di spalla, e Luca Magariello, primo violoncello che, affiancate  dal pianista Arsenii Moon, proporranno il Triplo concerto in do maggiore per pianoforte, violino e violoncello op. 56 di Ludwig van Beethoven,  concerto nato nel biennio 1803-1804, in un periodo di incredibile fervore creativo che vide la nascita di capolavori come l’Eroica e alcune delle più note sonate per pianoforte.

Un ruolo centrale nell’opera lo gioca il violoncello; molti critici ritengono che il concerto sia stato scritto su misura per questo strumento, considerando che alla ‘prima’ del 1808 il violoncellista Anton Kraft era l’unico vero professionista di alto livello. Pagina di occasione,  il Triplo concerto si distingue dalle vette intellettuali del Beethoven coevo, essendo una pagina più incline all’effetto e al virtuosismo brillante, pensata per affascinare i salotti dell’aristocrazia viennese.

Auditorium RAI Arrturo Toscanini
Biglietti per concerto da 9 a 30 euro in vendita online sul sito dell’OSN RAI e presso la Biglietteria dell’Auditorium RAI di Torino
Informazioni 0118104653
Biglietteria.osn@rai.it

Mara Martellotta

“MonumenTO, Torino Capitale”. Palazzo Madama “specchio” della scultura monumentale

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Suggestivo “Pantheon” di un secolo di grande Storia italiana

Dal 26 febbraio al 7 settembre

Facciamo un’eccezione. Per meglio capirci, partiamo dal sottotitolo dell’imponente “rassegna” ospitata per oltre sette mesi nella “Sala del Senato” di “Palazzo Madama” a Torino: da quel “La forma della memoria”, sottotitolo appunto, che ben sintetizza gli obiettivi della Mostra “MonumenTO, Torino Capitale”, aperta nel “Museo Civico d’Arte Antica” di piazza Castello, da giovedì 26 febbraio a lunedì 7 settembre prossimo.

Una mostra che vuole, in certo senso, rammentarci e farci con più convinzione partecipi, dell’enorme importanza e ricchezza di quella “pubblica statuaria” che fa del nostro Paese e della nostra Città, in ampia misura, il “più grande museo a cielo aperto del mondo”. Il tutto grazie a “monumenti” e a “statue commemorative” che hanno attraversato i secoli, dall’Umanesimo (e molto prima ancora) al Rinascimento, per “trovare una straordinaria intensità espressiva nei decenni successivi all’Unità d’Italia”. A sottolinearlo, a ragion veduta, sono gli stessi curatori – in collaborazione con la civica Amministrazione – della mostra, Giovanni Carlo Federico Villa e Cristina Maritano (rispettivamente direttore e conservatore di “Palazzo Madama”), il cui lavoro è partito sollecitato, in modo particolare, dalla “capillare campagna fotografica” condotta dal torinese Giorgio Boschetti che, attraverso i suoi visionari scatti notturni (quasi spettri formali scolpiti nei loro tratti di maggiore ed emotiva intensità) riescono alla perfezione non solo a “documentare”, ma a “riattivare” spazi mnemonici da tempo “in disuso”, trasformando la città in un vero e proprio “Teatro della Memoria”. Immagini suggestive, firmate da un vero “poeta” dello scatto, cui fa riscontro l’imponente “mappa di Torino” realizzata a “china su carta” dall’architetto Alessandro Capra, dove (secondo un suo singolare modus operandi) la “veduta zenitale” del cuore antico della città, incentrata su piazza Castello e su Palazzo Madama, lascia gradatamente il posto a una “veduta a volo d’uccello”, che termina all’infinito meridiano sul Monviso. Nella fitta rete di vie e di piazze che compongono il tessuto urbano, si collocano i 79 monumenti pubblici di Torino, numerati in pianta e rappresentati ad uno ad uno in singole formelle lungo i bordi, così da consentire a chi guarda di cogliere l’insieme dei monumenti e la loro distribuzione sul territorio.

 

Il percorso espositivo, che prende avvio dal 1838 con il “Monumento equestre a Emanuele Filiberto”, il celebre “Caval ‘d brons” di piazza San Carlo, capolavoro di Carlo Marochetti e si estende fino agli anni Trenta del Novecento, riunisce in totale circa cento opere, fra modelli in gesso, bronzetti, disegni progettuali, periodici, fotografie e manifesti (provenienti in parte dalla “GAM”, ma anche da altre Istituzioni italiane, pubbliche e private) che illustrano il lavoro degli artisti coinvolti nell’impresa di “monumentalizzazione” della città: in primis, Carlo Marochetti, per l’appunto, e il bolognese (di nascita) Pelagio Palagi, prediletti dal re Carlo Alberto ed esponenti della “Scuola Romantica”, cui subentra dopo il 1850 il ticinese Vincenzo Vela, che con il suo magistero presso l’“Accademia Albertina” seppe imporre la propria “visione verista” al modo di concepire la scultura monumentale. Nutrita la schiera dei suoi seguaci, da Giovanni Albertoni a Odoardo Tabacchi (solo per citarne alcuni), via via fino all’avvento del “Liberty” e ai primi anni del Novecento, con i vari Pietro CanonicaArturo MartiniEugenio Baroni ed Edoardo Rubino, i cui bozzetti in gesso realizzati per il “Monumento al Carabiniere Reale” e appartenenti alle raccolte della “GAM” hanno potuto usufruire, grazie al contributo di “Intesa San Paolo” “CRC”, di un prezioso restauro realizzato dal “Centro di Restauro di Venaria Reale”.  Inoltre, grazie ai fondi messi in campo dalla “Fondazione Torino Musei” in occasione della mostra, sono stati finanziati i restauri dei “Dioscuri” (1846) di Abbondio Sangiorgio (su disegno di Palagi) dei “Musei Civici” di Bologna e di “tre bozzetti” in gesso dei monumenti a Lagrange, Gioberti e Mazzini di proprietà dei “Musei di Varallo Sesia”.

 L’esposizione evidenzia – dato decisamente confortante – come in nessun’altra città europea la “scultura monumentale” legata alla storia patria abbia avuto un “ruolo così centrale” come a Torino, prima capitale dello “Stato sabaudo” e poi, per un breve ma decisivo periodo, del “Regno d’Italia”. Anche per questo la mostra ha trovato la sua ideale sistemazione, e non a caso, a “Palazzo Madama”, già sede del primo “Senato d’Italia”, davanti al quale fu posizionato nel 1859 il primo monumento verista, l’“Alfiere dell’Esercito Sardo” di Vincenzo Vela, la prima “dichiarazione politica in marmo” del nostro Risorgimento. Valida ieri quanto oggi quanto domani. Poiché “è in questa esposizione alla durata e al conflitto – sottolinea Giovanni Carlo Federico Villa – che il monumento conserva, ancora oggi, la sua funzione civile”.

Gianni Milani

Per info: “Palazzo Madama – Museo Civico d’Arte Antica”, piazza Castello, Torino; tel. 011/4433501 o www.palazzomadamatorino.it

Nelle foto: Carlo Marochetti “Monumento Emanuele Filiberto” (Ph Giorgio Boschetti); Odoardo Tabacchi “Giuseppe Garibaldi”, gesso, 1887;  Abbondio Sangiorgio “Castore, gesso, 1840/42 (Bologna, “Musei Civici d’Arte Antica”)

“Amadeus” e Salieri, l’inadeguatezza, l’invidia e il genio

Al Carignano sino a domenica, per la stagione dello Stabile torinese

È un lungo flashback – ci avviciniamo alle due ore e mezzo, sarà interrotto alla fine della prima parte dai problemi di vescica del protagonista, verrà ripreso con un dove eravamo rimasti dopo 15’ esatti – quello che rimanda a noi pubblico e giudici di oggi la vicenda di “Amadeus” di Peter Shaffer (andò in scena a Londra nel 1979, da noi tre anni dopo con Paolo Bonacelli protagonista), un successo teatrale che si prolungò in quell’Oscar alla miglior sceneggiatura non originale con gli altri sette che l’omonimo, irraggiungibile film di Miloš Forman si guadagnò cinque anni dopo. Un flashback di grandiosità e di sofferenza, di scommesse con Dio da parte di Antonio Salieri, vero protagonista e deus ex machina della commedia, stimatissimo compositore della corte di Giuseppe II d’Asburgo, di origini italiane e come tutti gli italiani inviso e odiato da quel ragazzaccio maleducato e sboccato, maleodorante ed erotomane ma dalla musica sublime che sarebbe giunto un giorno alla corte del sovrano d’Austria. Commedia d’invidia e di quei venticelli (Michele Di Giacomo e Alessandro Lussiana, vistosi rossetti e occhiali da sole) che diffondono dicerie e malignità e altrettante ne rincasano, come cani ammaestrati e scodinzolanti, imbellettati e aggraziati ma velenosi quanto più possono; un’invidia che rigonfia nel cuore e nel corpo del divino ma presto dimenticato Salieri che non vuol certo mollare lo stipendio profumato e la tavola regale, alla vista di un’ascesa e di una protezione che permette al genio di Salisburgo di comporre storie e musiche che Vienna e oltre i confini tutti applaudono, che da un lato consiglia paternamente e dall’altro insuffla diabolicamente alle orecchie di Giuseppe II (che per altro, bel lontano dal mettere in campo gusti e decisioni suoi, definisce ogni singola disquisizione con la solita frase, “Anche questa è fatta”), sempre al riparo di ogni esposizione. Sino a giungere – ma è una ciliegina amara sollecitata da Puškin e dalla sua “Piccola tragedia” “Mozart e Salieri” (del 1830, ispirazione anche per Forman) -, totale fake news, leggenda acida che la storiografia e la critica moderna hanno del tutto rifiutato, a desiderare o persino a procurare, con un veleno, la morte del pericoloso avversario. Sino ad accusarsi a gran voce dinanzi a tutti di quella morte nell’ultima notte della sua vita, sino alle note del Requiem che avrebbero ricoperto in una fossa comune il corpo di Wolfgang Amadeus.

Una scommessa con Dio che è puro atto di vanità, una sorta di patto faustiano, un gioco delle parti tra un uomo che è l’emblema di una mediocritas più o meno aurea e della sua inadeguatezza e il disordine e la genialità e la sfortuna di un ragazzo che all’epoca ha venticinque anni e che sarebbe morto dopo soli dieci anni. Salieri, ormai vecchio e vicino alla morte (siamo nel 1823), seduto su una sedia a rotelle e con le spalle rivolte al pubblico, guarda alle ombre della sua esistenza, per un lungo attimo, la voce profonda e roca: poi balza su a raccontare, l’abbandono di Legnago dove è nato, l’arrivo nella capitale austriaca e una carriera che non conosce soste, i sepolcri imbiancati che sono i dignitari di corte, l’incontro con Mozart: più volte aiutato dalle luci di Michele Ceglia e dalle videoproiezioni che animano il racconto. La consacrazione della propria vita a Dio a conferma di una impeccabile esistenza, priva di ogni tentazione, e il tradimento che sente cadere sulle proprie spalle nel constatare sempre più spesso quanto povera sia la sua musica se messa a confronto con quella impareggiabile del suo rivale. Un tradimento che trascinerà a una guerra in quel campo di battaglia che è diventato Mozart. È un susseguirsi incessante di fredde lodi e di ire veementi, di sorrisi e di tristezze che Ferdinando Bruni, interprete e libero quanto modernissimo traduttore nonché regista, con Francesco Frongia, sfodera nello spettacolo prodotto dal Teatro dell’Elfo e sino a domenica sul palcoscenico del Carignano per la stagione dello Stabile torinese, un’interpretazione che è un’eccellente partitura musicale, allineandosi alla bellezza degli essenziali brani del compositore – dal Ratto alle Nozze di Figaro al Don Giovanni –, eroe alla rovescia, uomo vincitore e vinto soprattutto, campione di tormenti e di molteplici sfumature, non soltanto pronto a immergersi nella immagine fatta magari di luoghi comuni di un gustoso vilain. Ma un malvagio che non è stato capace di raggiungere il proprio apice, come ci suggeriscono le note di regia, “la sua malvagità non è arrivata fino a questo punto, ma farà qualsiasi cosa perché tutti lo credano, in modo che il suo nome possa essere legato in eterno a quello del salisburghese e che questo delitto non commesso gli conceda l’immortalità.”

In un coro di attori non poco stilizzati, Valeria Andreanò è un’appassionata Costanze, mentre Daniele Fedeli – già apprezzato alcune stagioni fa in “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”- si ritaglia il proprio successo, sfacciato e irriverente, tra impertinenze e linguacce e volgarità, tra tic infantili e aneliti oltre ogni epoca, dando vita a un eccellente ritratto: anche se una qualche ulteriore sbracatura alla Tom Hulce non avrebbe guastato. Infilato a dovere in quel Settecento riveduto e corretto (i colori rossastri a differenza dei cortigiani in bianco, ricco magari di quelle spalle a sbuffo che fanno tanto Lucio Corsi o di un chiodo con argentee borchie in bella vista: spavaldi ed estrema sfacciataggine, come chi li porta) che sono i costumi dell’eccezionale Antonio Marras, punto pregevole e altamente creativo, sontuoso anche nei suoi risvolti punk, di uno spettacolo altrettanto raffinato e modernamente inteso, nel farci fermare un attimo a ripensare a quel discorso dell’inadeguatezza che nel mondo di oggi, in modo quantomai attuale, ci sta intorno.

Elio Rabbione

Nelle immagini di Laila Pozzo alcuni momenti dello spettacolo.