Presentata la stagione dello Stabile torinese
Una giusta punta d’orgoglio, sin dall’inizio di questa presentazione della 71ma stagione del TST – Teatro Nazionale, autorità e in quella fotografia e in quel titolostaff e dirigenza tutti schierati sul palcoscenico del Gobetti, nelle parole del presidente Alessandro Bianchi: “Quella che stiamo concludendo in questi giorni ha raggiunto la quota dei 170mila biglietti venduti, un record che mai avevamo raggiunto. Non significa soltanto maggiori ricavi, in quella cifra c’è la verità di un interesse crescente, per il teatro e per le scelte dei nostri spettacoli, come la spinta a proseguire.” E allora vai! con la numero settantuno, tre sale a far da palcoscenico – le abituali Carignano, Gobetti e Fonderie Limone – più l’apporto di un appartamento al piano nobile di piazza Carignano 2 dentro il quale verrà proposto “L’evento”, per la regia di Kriszta Székely, a cui darà voce e corpo la giovane e talentuosa Alice Fazzi, testo del premio Nobel 2022 per la Letteratura Annie Ernaux, una vicenda che sa d’autobiografia, ambientata nell’ottobre del 1963, in cui una studentessa ventitreenne è costretta a ricorrere a vie clandestine per interrompere una gravidanza, nell’illegalità che ancora vige in suolo francese: una esperienza umana dolorosa che incrocia ambiguità e silenzi, la vicinanza di poche compagne, l’incontro con una madre.
“Elisir” è il titolo della stagione, stampato in negativo sulla copertina del programma, cento pagine di titoli e di notizie e di futuri appuntamenti, due rosate vegliarde, torretta di gelato in mano, qualche grinza in viso e occhialoni e una tuta da catwoman, compresa la stella del Guarini in rilievo, una selva di significati in quella fotografia e in quel titolo, dove “l’elisir” – non inteso certo come ricetta per l’immortalità né come mezzo per arrestare il corso del tempo – ci aiuta a vivere più a lungo, dove il teatro migliora l’aspetto della vita, dove di fronte a palcoscenico e attori lo spettatore è assai più felice, dove giganteggia una linea pop e dove si tende a sottolineare una discontinuità rispetto al passato. Insomma aria di festa, desiderio di produrre e di mostrare, un calendario che è stato d’obbligo “comporre e scomporre”, confesserà Valerio Binasco – mentre sfoglia i siparietti che da qualche tempo ci regala, mentre si alza e si risiede sulla sedia, mentre improvvisa o legge, mentre spiega o più o meno silenziosamente rimugina -, per farsi meraviglioso carico della teatrale potenzialità italiana e per votarsi sempre di più a quella internazionalizzazione che, con il nome della Székely, porterà a Torino Eline Arbo, regista norvegese direttrice dell’International Theatre di Amsterdam, con “The End of Eddy” di Eduard Louis, il ritorno dell’inglese Ben Duke con la sua ultima creazione “The Last Hamlet” e la réunion dei discendenti di quello che è stato il mito Charlie Chaplin guidati da James Thierrée e Victoria Chaplin che presenteranno “Rendez-vous”.
94 titoli in sede e in tournée, tra cui 21 produzioni e coproduzioni, 57 ospitalità e 16 spettacoli per Torinodanza Festival: “per entrare a teatro e uscire più diversi” sostiene Binasco. Si inaugura il 5 ottobre al Carignano con “Una delle ultime sere di carnovale” di Goldoni, regia di Binasco (“è il mio primo spettacolo in costume, voglio dare retta a Goldoni più che posso”), l’abbandono di Venezia e la partenza dell’autore per Parigi, ma uomini e donne come noi, “si parla di gente povera, di mestiere e di classe operaia, di emigrazione”, nella continuazione di questi ultimi due anni in cui “mi sono dedicato a mettere in scena i ‘signor nessuno’, a leggere le nostre storie comuni”. Tra gli interpreti, Orietta Notari, Natalino Balasso, Marta Cortellazzo Wiel, Giordana Faggiano, Nicola Pannelli e Milvia Marigliano fresca del successo personale nella “Grazia” di Sorrentino come Coco Valori. Ma, ad essere esatti, avrà già anticipato il giorno precedente al Gobetti Mathias Martelli – raggiunto al telefono in quel di Madrid prima tappa del lungo tour che all’insegna di “Dario Fo 100” lo porterà ai quattro lati del mondo, da New York a Sidney, da Rio de Janeiro a Tunisi, da Santiago del Cile a Stoccarda, da Atene a Parigi – con “Lu santo jullàre Françesco”, ancora Fo, nell’800mo centenario della morte del Santo, un ritratto “contemporaneo, folle, necessario e luminosamente irregolare”.
Non soltanto i classici, nelle scelte del direttore artistico, del direttore artistico junior Pleuteri, del vicedirettore artistico di nuova nomina Leonardo Lidi (a lui si dovrà a febbraio al Gobetti la messinscena dell’”Inserzione” di Natalia Ginzburg, “una storia di solitudine, amicizia, gelosia e follia”, interpreti Marta Pizzigallo e Ilaria Campani, e la ripresa dell’”Amleto” con Mario Pirrello) e del Direttore Generale Filippo Fonsatti, ma una buona parte di contemporaneità, fatti male i conti due terzi delle proposte, “sui venticinque spettacoli del Carignano – sottolinea Pleuteri, immaginando una colorata torta da suddividere – quindici si devono ad autori viventi “, come ampia è la presenza femminile a tirare le fila di vari spettacoli, attrici e registe, mentre già ad inizio dell’incontro (“ma non è una polemica quella che voglio fare”) Rosanna Purchia, assessore alla Cultura del Comune, s’augura una scalata in rosa anche verso le responsabilità manageriali e organizzative dell’Ente torinese. Tra le tante proposte, Alessandro Haber affronterà “Le ultime lune”, testo di Fulvio Bordon con cui Marcello Mastroianni, già malato, dette l’addio alle scene, la brechtiana “Madre Courage” con Lunetta Savino per la regia di Leo Muscato, “una figura contraddittoria che vive nel conflitto come dentro un mercato permanente, scivolosa, inafferrabile, in una parola umana”, mentre s’annunciano per la prima quindicina di dicembre “la musica dal vivo e un deciso taglio rock, a trasformare la scena in un concerto di luce, suono e corpi”. Giuseppe Cederna affronta il mondo animale di Bernardo Zannoni, vincitore del Campiello 2022 con “I miei stupidi intenti”, vedremo la coppia Favino regista e Anna Ferzetti (anche lei successo personale con “La grazia”) interprete in “People, Places & Things” del britannico Duncan Macmillan, a raccontare un percorso di recupero dalla dipendenza da alcol e droghe da parte di Emma, attrice fragile e smarrita; Davide Livermore proporrà con lo Stabile genovese “Orlando Furioso” “da” Ludovico Ariosto, Shakespeare (“Otello”) e John Ford (“Peccato che sia una sgualdrina”) a onorare il teatro seicentesco d’oltremanica, Emma Dante e “Dopo la prova” con cui Gabriele Lavia rende omaggio a Ingmar Bergman, Stefano Massini a fare e a farci fare i conti con “Lo zar” che al secolo ha il nome di Vladimir Putin: dopo “Mein Kampf” e “Donald”, un nuovo percorso, “lo spettacolo attraversa il crollo dell’URSS fra violenza, fame, tumulti e bande criminali, e ricostruisce la metodica scalata al potere del futuro leader”.
Nella sala di via Rossini, tra gli altri, “Lettere a Bernini”, amaro quanto rabbioso ricordo del genio verso l’odiato collega Francesco Borromini, “Predatori di pianura”, ispirato a Ruzante, per la regia di Gabriele Vacis e l’interpretazione di Andrea Pennacchi, in pieno successo con i suoi compagni dopo l’exploit di “Le città di pianura” al cinema, “Figli” scritto dallo scomparso Mattia Torre e adattato e diretto da Fausto Paravidino, interpretato da Edoardo Pesce, poi Stefania Rocca e Michele Di Mauro, Jurij Ferrini ancora una volta pronto a cimentarsi con Rafael Spregelburd, Giordana Faggiano – era ora che qualcuno la chiamasse a protagonista assoluta! è stato il compito di Davide Sacco – con “Lettera di una sconosciuta” dalla novella di Stefan Zweig, la storia di una donna che, mai notata, ha trascorso la intera vita all’ombra di un celebre scrittore, tra sacrificio e devozione. Sbirciando nelle sale delle Fonderie Limone di Moncalieri, Roberto Andò dirige Lino Musella e un nutrito cast di interpreti in “Non posso narrare la mia vita”, a rendere omaggio alla voce indimenticabile di Enzo Moscato, Gabriele Vacis affronta in maniera definitiva la “Trilogia dei Libri” con il Corano, una quindicina di giorni a maggio per riapplaudire uno degli spettacoli più convincenti della stagione che si sta per concludere, quel “Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti”, Pleuteri e Lidi a preparare una ottima pista a un trio d’attrici di eccezionale bravura, Marta Malvestiti, Beatrice Verzotti e Teresa Castello, tra i “giorni migliori” del teatro italiano, un cane un gatto e un pesciolino rosso di sesso femminile che vivono una loro avventura (in tempo di Covid) in attesa di un personale Godot che non arriverà mai.
Elio Rabbione
Nelle immagini: Valerio Binasco, regista di “Una delle ultime sere di carnovale” (ph. Virginia Brown); “Resteremo per sempre qui buone ad aspettarti” (ph. Luigi De Palma); “People, Places & Things” (ph. Enrico De Luigi); “Rendez-vous” (ph. Richard Haughton).





