CULTURA E SPETTACOLI

Accademia dei Folli lancia T.R.A.C.K.S

Prenderà il via l’8 febbraio la terza stagione di T.R.A.C.K.S., progetto culturale multidisciplinare promosso dall’Accademia dei Folli, che propone spettacoli teatrali, safari urbani, laboratori musicali nelle scuole e una mostra tematica.

Domenica 8 febbraio si inaugura la nuova edizione di T.R.A.C.K.S. – Trasformazione, Radicamento, Arte, Contemporaneità, Knowledge, Sharing, ideato dalla compagnia di teatro e musica Accademia dei Folli, vincitrice del bando “Torino che cultura!” della Città di Torino, finanziato nell’ambito del programma PN Metro Plus e Città Medie Sud 2021–2027 a sostegno dell’economia urbana nel settore culturale.

Dal’8 febbraio al 22 novembre sono in calendario spettacoli teatrali, passeggiate urbane, laboratori didattici nelle scuole, un evento finale di restituzione e l’inaugurazione di una mostra tematica. L’edizione di quest’anno affronta alcuni degli obiettivi principali dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, con particolare attenzione a salute e benessere, riduzione delle disuguaglianze e città e comunità sostenibili.

Per il ciclo Urbantracks sono previsti quattro safari urbani, in programma domenica 8 febbraio, 1 marzo, 19 aprile e 11 ottobre. Le passeggiate offriranno l’opportunità di esplorare luoghi significativi di Torino, conoscere associazioni e realtà locali e raccogliere testimonianze legate alle sfide globali dell’Agenda 2030, sotto la guida di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta. Il percorso, caratterizzato da un approccio multisensoriale e multidisciplinare, prevede interventi teatrali degli attori dell’Accademia dei Folli e performance musicali dei musicisti di Estemporanea. I fotografi della Scuola Internazionale di Comics di Torino accompagneranno i partecipanti nella realizzazione di scatti fotografici, mentre una docente della Scuola Holden stimolerà la scrittura di impressioni e riflessioni sui luoghi visitati. Novità dell’edizione 2026 sarà la raccolta dei suoni dei quartieri attraversati. Fotografie, testi e registrazioni sonore confluiranno nella mostra finale, che sarà inaugurata il 22 novembre. Le passeggiate sono gratuite, si svolgono dalle 15 alle 17.30.

Al termine di ogni safari urbano, alle ore 18, è previsto uno spettacolo teatrale dedicato a uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 individuati dal progetto.

Il cartellone propone cinque produzioni di compagnie teatrali nazionali: l’8 febbraio il Teatro delle Temperie porterà in scena Lo stronzo; il 1° marzo la compagnia Noveteatro presenterà Drained – Sdrenati; il 19 aprile Cabiria Teatro proporrà al Teatro Studio Bunker Romeo e Giulietta – Opera ibrida; l’11 ottobre Assemblea Teatro sarà protagonista con Il barone rampante; chiuderà la rassegna, il 30 ottobre, Evoè! Teatro con Flyover Country. Tutti gli spettacoli si terranno al Teatro Studio Bunker (via Niccolò Paganini 0/200). Il costo del biglietto è di 10 euro, ridotto a 5 euro per i partecipanti ai safari urbani pomeridiani, ad eccezione dello spettacolo del 30 ottobre, non preceduto dalla passeggiata.

Il progetto comprende inoltre laboratori musicali rivolti alle scuole primarie, che coinvolgeranno quattro classi in altrettanti percorsi tematici, ciascuno dedicato a una delle sfide globali individuate. Le attività saranno precedute da una matinée scolastica a cura del Collettivo Clochart con lo spettacolo Despresso, legato all’obiettivo 10 dell’Agenda 2030, dedicato alla riduzione delle disuguaglianze. I laboratori, della durata di dieci ore, saranno condotti da formatori di Legambiente, docenti di musica di Estemporanea e insegnanti della Scuola Holden. I brani musicali realizzati dagli studenti costituiranno una “colonna sonora sostenibile”, grazie all’utilizzo di strumenti costruiti con materiali plastici riciclati. Il percorso si concluderà il 22 novembre al Teatro Studio Bunker con Tracks Explosion, spettacolo finale che vedrà l’Accademia dei Folli riarrangiare ed eseguire le canzoni composte dai bambini.

Completa il progetto la mostra Trackshibition, un’immersione nei quartieri esplorati durante gli Urbantracks, che raccoglierà fotografie, testi e suoni realizzati dai partecipanti, coinvolgendoli attivamente nel processo di esplorazione culturale. Lo spazio espositivo sarà individuato attraverso una call dedicata. L’inaugurazione è prevista per domenica 22 novembre e sarà pensata come momento di condivisione culturale e artistica con la comunità locale.

Mara Martellotta

La memoria collettiva, come un lungo caotico romanzo

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“L’agente segreto”, candidato a quattro premi Oscar

PIANETA CINEMA a cura di Elio Rabbione

Due giovani ragazze, più vicine alla nostra epoca, percepiscono una retribuzione per ricomporre, attraverso registrazioni, articoli dei tanti giornali, intercettazioni ambientali, come in un puzzle che non conosce delimitazioni ma che al contrario si dilata ad ogni nuovo sguardo, giorno dopo giorno: i tratti, l’esistenza, gli spostamenti, i fatti e la morte di Armando alias Marcelo, dando forma a una spy story che trova le proprie radici durante un carnevale di Recife della seconda metà dei Settanta, caotico e sanguinoso, di quelli che pur tra i festeggiamenti seminano catene di vittime. Frammenti dopo frammenti, tracce, visi che si mescolano e si fanno sempre più numerosi, parole e chiacchiere, voci, tante voci disseminate e ancora silenziose, un intreccio che non si chiarifica, che s’affida anche al cinema – che non è certo sempre spettacolo benevolo, se una donna può uscire dalla sala in preda come posseduta da quanto ha appena visto – e agli schermi su cui scorrono le immagini dello “Squalo” horrorifico del giovane Spielberg o il naso schiacciato di Belmondo circondato da cento bellezze, o alle locandine che s’affacciano sugli ingressi delle sale, “Pasqualino Settebellezze” della nostra Wertmuller, per esempio. Si tenta di ricomporre la storia ma altresì la Storia, quella con la esse maiuscola, quella della dittatura e dei generali al comando, della corruzione e delle uccisioni a cui la parola inchiesta per ristabilire laverità e i mandanti sarà del tutto negata. Realtà e ricostruzioni, al di là di qualche decennio, sangue e anche ironia, sberleffo che dovrebbe accompagnarti al sorriso (o alla risata) ma che dentro quel sangue non ci riesce, per cui anche “la gamba pelosa”, trovata in bocca allo squalo, che va disseminando strage in un giardinetto notturno dentro cui da coppiette o trii di grande mescolanza si consuma un’ampia ginnastica sessuale, si fa realissima in tutto il suo più genuino surrealismo. Brandello importante di un grottesco che è una delle anime dell’intera, doverosa, gustabilissima vicenda. Imprigionato in esso quel memento di b-movie che spesso è arrivato a terrorizzarci e a farci anche un po’ sorridere, in avanti con gli anni.

Pugni nello stomaco dello spettatore, ingarbugliamenti e un racconto dove molte cose (troppe?) rimangono sotto il pelo dell’acqua, un preteso caos che dà la mano a quel materiale disordinato e misterioso che andiamo cercando, sbocconcellamenti cinematografici che ritroviamo qua e là. Fin dall’inizio. Una stazione di servizio dove il protagonista giunge a bordo di un giallo maggiolino per rifornirsi mentre un cadavere, al riparo dal sole ma non dai tafani che gli ronzano intorno e dai cani randagi che gli si avvicinano, occupa il suo spazio nell’area di sosta. L’incredulo viene informato che il morto è lì disteso già da qualche giorno e che nessuno ancora è venuto a reclamarlo: mentre un’auto della polizia gli viene a passare accanto, chiede documenti e informazioni ad Armando/Marcelo, reclama con calma al padrone del servizio una qualche mancia per la buona polizia. È l’inizio. Poi facciamo la conoscenza di Dona Sebastiana e della sua casa ospitale con “i rifugiati”, del piccolo Fernando che è il figlio di Armando e che vive con i nonni, del corrotto capo della polizia Euclides, della famosa gamba pelosa che qualcuno pensa bene di sostituire nella cella dell’obitorio con una zampa d’animale, del nuovo lavoro che il protagonista riesce a ottenere nell’ufficio dell’anagrafe locale, di un ebreo sfuggito all’olocausto, dei due sicari che il perfido quanto arrogante Ghirotti, genovese d’origine, ha assoldato per far fuori Armando/Marcelo, colpevole d’aver scoperto che il famigerato ha annullato tutti i finanziamenti all’università dove lui è a capo di un gruppo di ricerca. E ancora, Elza che guida un movimento di resistenza politica, una storia di passaporti di cui si ha sempre più urgenza, una carneficina con tanto di macchie rossastre che s’allargano sul selciato, il figlio di Armando con un salto di decenni, che una delle ragazze investigatrici ha rintracciato in una clinica dove approdano i donatori di sangue e che ha preso il posto di un vecchio cinema. Fernando confessa di non aver nessun ricordo del padre ma ricorda benissimo di aver visto in quello spazio dove oggi lavora proprio il film di Spielberg, con il nonno.

L’agente segreto”, suddiviso in tre capitoli, è valso il Premio per la regia a Cannes al suo regista Kleber Mendonça Filho e il Palmarès per la miglior interpretazione maschile a Wagner Moura, eccellente triplice (potremmo dire) interprete, che si è pure preso tra le mani il Golden Globe con quello come miglior film straniero, mentre ora attende di conoscere quale/quali delle quattro candidature porti a casa lo zio Oscar. “L’agente segreto” a ben vedere è un grande romanzo fiume, di quelli che si leggerebbero comodamente seduti in poltrona, flussi di parole senza briglie a frenarle, 158’ impressi sullo schermo, un fiume (volutamente?) disperso e mai dispersivo, inesauribile di immagini, di memorie e di sentimenti, di ossessioni, di ricordi sfocati e di un’immaginazione che pur avrà fatto ricorso all’immaginario collettivo di un tempo, che ha preso a emblema l’immagine di un uomo che improvvisamente vediamo cadavere ricoperto di sangue e abbandoniamo in un sottofinale. Un dramma (diventa un drammone, con tutte le proprie leggi, in taluni momenti?) a cui si potrebbe non perdonare la eccessiva lunghezza e quei tratti di “avventura” che sviano lo sguardo dello spettatore rendendolo più “facile” ma che certo ha in sé due momenti di cinema “alto” come sono quelli che danno vita alla riunione e alla cena con Ghirotti e che, come si usa scrivere in questi momenti, varrebbero il prezzo del biglietto: ma certamente “L’agente segreto” non ha la robustezza, la dolenza e la commiserazione, lo sguardo lucidamente triste di un film che l’anno scorso abbiamo amato moltissimo, “Io sono ancora qui” del brasiliano Walter Salles, Oscar come miglior film in lingua straniera e un monumento per Fernanda Torres, costruzione di memoria collettiva e privata allo stesso tempo, di quella medesima terra del Brasile che ancora ricerca i suoi desaparecidos.

A teatro “Ditegli sempre di sì”: “chi è davvero il pazzo?”

Domenico Pinelli debutta, come interprete e regista, venerdì 6 febbraio, alle ore 21, al teatro Gioiello di Torino, con la tragedia che si fa farsa “Ditegli sempre di sì”, di Eduardo De Filippo. La produzione è a cura della compagnia degli Ipocriti di Melina Balsamo, composta da 12 attori.  Pinelli l’ha portato in scena per la prima volta nel 2024  al teatro La Pergola di Firenze, in occasione del 40esimo anniversario della scomparsa del grande drammaturgo.

La geniale commedia era nata nel 1927 con un atto unico in dialetto napoletano, dal titolo “Chill’è pazzo!”, ed era stata scritta per il fratellastro Vincenzo Scarpetta e, in seguito, nel 1932, reintitolata dopo aver apportato importanti modifiche. L’opera racconta una vicenda in bilico fra farsa e dramma, dove la follia si fa motore narrativo e specchio della condizione umana. Muovendo dal celebre monito di Eduardo di “divertirsi riflettendo”, la messinscena propone un arilettura più consapevole e stratificata del testo, ricercando il cuore tragico dietro l’apparente leggerezza. Il progetto, sostenuto da una compagnia di giovani interpreti, coniuga rispetto per la tradizione e ambizione contemporanea, nel segno dell’umorismo pirandelliano, che tanto influenzò Eduardo. La storia parla di Michele Murri, un commerciante dimesso dal manicomio, dove è stato ricoverato per un anno, che torna a casa dalla sorella Teresa, a cui viene raccomandato di sottostare alle richieste del fratello per non tornare il suo fragile equilibrio. Murri, apparentemente sembra guarito, ma confonde i nomi reale persone, non conosce ironia, prende tutto alla lettera e si ritrova in un mondo in cui la normalità non coincide con ciò che la sua mente gli suggerisce, e tutto questo provoca una serie di equivoci e fraintendimenti. L’opera è una scommessa coraggiosa, che trasforma la farsa in dramma e rilancia la domanda “chi è davvero il pazzo?”.

Venerdì 6 e sabato 7 febbraio ore 21 / domenica 8 febbraio ore 16

Teatro Gioiello – via Cristoforo Colombo 31, Torino

Mara Martellotta

“Che la mia fine sia un racconto”: Giorgia Würth, il grande potere della letteratura

“Che la mia fine sia un racconto”, scritto da Giorgia Würth, appartiene a un modo di far letteratura che è andato piano piano perdendosi già a partire dalla seconda metà del Novecento, fino quasi scomparire, non fosse per qualche grande voce fuori dal coro, negli anni Duemila. Si tratta di quella letteratura che dall’intimismo puramente soggettivo vira e si ramifica in una più ampia analisi dello stare al mondo dell’essere umano come protagonista di un’unica comunità. Giorgia Würth, in questo libro, sembra ripercorrere le orme di quegli scrittori che, non sottomessi a un ordine politico o di credo, hanno saputo individuare e donare all’umanità la purezza della percezione elevandola a tema universale. Ricordo Carlo Emilio Gadda e il suo “Diario di guerra e di prigionia”, in cui i terribili eventi della Grande Guerra sono narrati dallo scrittore quasi fossero un affronto alla sua persona, che pagina dopo pagina diventa unica rappresentante del dolore e della sofferenza di corpi, cuori e menti trafitti dall’orrore. Una dinamica molto simile la troviamo in molti dei libri “sociali” di Antonio Tabucchi. Anche Giorgia Würth, in questo suo lavoro, ci propone un “diario” che funge da strumento per una riflessione complessa, ampia e che tocca molteplici argomenti. Le testimonianze di sofferenza di chi ha toccato con mano gli effetti del brutale conflitto israelo-palestinese non ci mettono in contatto con la semplice dimensione del dolore causato dal conflitto sanguinario, ma anche con il nostro modo di accogliere e metabolizzare le informazioni mediatiche che ne derivano, filtrate dalle nuove tecnologie. Oggi, per lo più, l’informazione arriva attraverso l’immediatezza dell’immagine, del reel social e la breve didascalia che lo contestualizza, della notizia “flash”, e leggere il libro di Giorgia Würth significa anche chiedersi se questo grande calderone di contenuti a cui ci sottoponiamo, e con il quale entriamo in azione a colpi di veloce scorrimento sul nostro smartphone, non contribuisca a una dispercezione riguardante il pericolo o la gravità di un evento, se tutto questo non causi anche una sterilità culturale e sentimentale nei confronti di un altro essere umano. Certo, le manifestazioni ProPal sono numerose, ma mi ha fatto riflettere una frase che disse un ragazzo durante un corteo a Torino: “Forse sto manifestando perché gli ideali che mi sono stati tramandati me lo impongono, ma sento purtroppo molto lontana la sofferenza di tutte queste guerre”.

Ecco, penso che questo di Giorgia Würth sia un libro necessario, e che risponda a queste preoccupazioni attraverso lo stimolo alla riflessione, riportando alla luce il grande potere della letteratura.

Dalla sinossi: “Dal 7 ottobre 2023, per molti di noi la vita non è più la stessa. Gli eventi di Gaza hanno scosso le fondamenta della giustizia, dei diritti umani e della libertà di pensiero. Per la prima volta, attraverso i social media, assistiamo in diretta a un genocidio, e questo ha lasciato un segno indelebile su chi ha scelto di non chiudere gli occhi. Dolore, rabbia e impotenza hanno spinto molti a rivoluzionare la propria vita, le relazioni, il lavoro. In questo diario collettivo, voci diverse si intrecciano per raccontare la lotta per la sopravvivenza di un popolo e l’impatto profondo di questa resistenza sulle nostre coscienze. Sono testimonianze di sofferenza, ma anche di risveglio e liberazione, in cui la Palestina diventa una lente attraverso cui ripensare noi stessi. Un’opportunità per decolonizzare il nostro immaginario, combattere l’islamofobia e il razzismo, e sfidare la disumanizzazione. La causa palestinese non è solo un conflitto geopolitico, ma un simbolo universale di dignità e umanità per chi ha il coraggio di coglierlo.
Affinché davvero non accada mai più.

“Che la mia fine sia un racconto” è un’opera potente e toccante che, attraverso la condivisione di esperienze personali, ci mette di fronte alla realtà brutale del conflitto israelo-palestinese e al suo impatto devastante sulla vita di milioni di persone. Il libro ci chiama a non rimanere indifferenti, a trasformare il dolore in azione, a rompere il silenzio e a lottare per un futuro di giustizia e di pace.

Gian Giacomo Della Porta

Evasio Gozzani e Paolina Bonaparte. Ciceroni a Villa Borghese

 

Da testi di antica memoria emergono come uno sciame sismico personaggi dotati di continuità creatrice. Evasio Gozzani, cavaliere e marchese di San Giorgio, si trasferì con la moglie baronessa Giuseppa Martin di Lione e la famiglia da Casale Monferrato a Roma come ministro nelle segreterie del principe Camillo II Borghese e Paolina Bonaparte. Evasio, definito il marchese pazzo per la notevole intraprendenza, era molto abile nella diplomazia, nel settore economico, commerciale e diritto privato. Era uno dei dieci figli della marchesa Teresa Bergera di Chieri e del marchese Giovanni Battista, edificatore del palazzo San Giorgio Gozzani, oggi sede comunale di Casale. Nella propria fonderia di Ginevra, Giovanni Battista costruì un orologio meccanico installato sulla torre civica di S.Stefano, donato alla comunità casalese. Dopo la battaglia di Marengo, il Piemonte fu inquadrato nella 27° divisione  diventando territorio francese. Nel frattempo Casale si stava trasformando: venivano eliminati i conventi, i tesori delle chiese venduti all’asta, le strade e le porte d’ingresso cambiavano nome, la città impoverita ridotta ad un villaggio, il consiglio cittadino destituito.

Napoleone, proveniente da Alessandria, fu accolto trionfalmente a Casale il 6 luglio 1805 a Porta Marengo addobbata con archi floreali, l’attuale Piazza Martiri. La guardia d’onore dell’imperatore era agli ordini del marchese Gian Giovanni Giacomo Gozzani di Treville, consigliere comunale di Casale, colonnello e cavaliere dell’Impero francese, incaricato dal fratellastro Evasio Gozzani di San Giorgio. Il ministro dell’interno Champagny individuò il soggiorno per Napoleone e consorte nel palazzo nobiliare San Giorgio Gozzani, proprietà della cognata di Evasio e vedova Sofia Doria Gozzani, marchesa di Ciriè e San Giorgio. La marchesa lasciò libero il palazzo con la servitù a disposizione dell’imperatore ma non partecipò al ricevimento in suo onore su consiglio della zia Enrichetta, monaca di Pinerolo, che aveva definito Napoleone un diavolo. Sofia si trasferì nella dimora estiva del castello di San Giorgio sollecitata dal cognato Evasio, segretario generale del maire Giorgio Rivetta, sindaco di Casale. Non partecipò neppure alla visita casalese del  governatore generale del Piemonte Camillo II Borghese, trasferitosi a Torino dove aprì una corte, sempre molto assente e senza la moglie Paolina Bonaparte.

Paolina, Venere dell’Impero bella ed elegante che fece impazzire la Parigi napoleonica per diventare regina della Roma papalina di inizio ‘800, fu protagonista di una vita travagliata. Non riuscì a trovare la felicità nel matrimonio con Camillo, combinato politicamente dal fratello Napoleone, immersa nello sfarzo della vita mondana romana ma senza pace. È sepolta nella chiesa di Santa Maria Maggiore, accanto a Gian Lorenzo Bernini e papa Francesco. L’intermediazione del ministro Evasio fu determinante nella valutazione delle opere della galleria d’arte Borghese, cedute da Napoleone al governo francese e destinate al Louvre, aumentandone il valore da sei a dodici milioni di lire, denaro solo in parte recuperato per la caduta dell’imperatore. L’emergente architetto e archeologo casalese Luigi Canina, progettista della chiesa torinese della Gran Madre di Dio, fu inserito in casa Borghese da Evasio, suo testimone e protettore come descritto nel ricco epistolario del Gozzani. Il Canina ottenne l’ufficio di architettura della Cassa di Risparmio di Roma, fu responsabile degli scavi archeologici del Foro Romano, Tuscolana, Appia Antica e progettò la palazzina a Fontanella Borghese dedicata a Giuseppe Gozzani, marito della baronessa Teresa von Luttichau di Dresda, succeduto al padre nelle segreterie Borghese.

Nella basilica romana di S.Lorenzo in Lucina è stata ritrovata la tomba di Camillo Gozzani morto infante, uno degli otto fratelli di Giuseppe, marchese di San Giorgio.
Napoleone aveva ceduto l’abbazia di Lucedio e le sei grange vercellesi al Borghese per tre milioni di lire, quarta parte del valore delle opere sottratte al cognato. Dopo il sequestro  dei Savoia, le grange furono vendute dal Borghese a Michele Benso marchese di Cavour, a Luigi Festa immobiliarista e a Carlo Giovanni Gozzani, detentore del 50% della spartizione, sostituendo lo zio Evasio per il mancato accordo economico. Carlo Giovanni, marchese di San Giorgio e figlio di Sofia Doria, era socio in affari con il marchese di Cavour per la creazione della prima società di navigazione del Lago Maggiore con una società di Locarno. A Torino, Carlo Giovanni fu socio fondatore della Società Italiana del Gas, proprietario del palazzo Baroni di Tavigliano nella contrada degli ambasciatori e benefattore del Regio Manicomio con la madre Sofia. Nel 2010 fu allestito un cortometraggio sulla vita del principe Borghese con due guide d’eccezione, Paolina Bonaparte ed Evasio Gozzani, all’epoca curatore della galleria Borghese dove ancora oggi si può ammirare la Venere Vincitrice.
È risaputo che Antonio Canova non amasse scolpire ritratti di persone viventi ma, trattandosi di una delle donne più affascinanti e potenti del momento, nientemeno che sorella di Napoleone, non rifiutò la richiesta del principe Camillo II Borghese di ritrarre la moglie Paolina. Sentendo maggiormente il richiamo delle figure dell’antichità greca e latina legate alla mitologia, conciliò mito e realtà secondo la propria poetica dell’unione del Bello ideale e del Bello naturale facendo rivivere Paolina come Venere Vincitrice del pomo d’oro, simbolico premio consegnatole da Paride che la definì la più bella dea nel confronto con Era e Atena. Attraverso la resa veritiera del viso e l’idealizzazione del corpo, senza imperfezioni come deve essere quello di una dea, levigato con acqua di mola, pietra pomice e cera rosata per renderlo palpitante e vivo come “vera carne”, Canova non accolse la convinzione del Winchkellman auspicante l’imitazione fredda e compassata delle statue greche bianchissime (si scoprì poi che ai tempi antichi si usava anche dipingerle), restando fedele alla propria interpretazione personale del neoclassicismo. Se avesse accettato i dogmi intellettualistici avrebbe rischiato di perdere la libertà di espressione che definisce lo stile personale di un artista, anticipando la nascita della filosofia estetica nata pochi anni dopo la morte del Canova. Paolina Borghese Bonaparte è stata resa immortale grazie al talento dell’artista di Possagno che è riuscito a sprigionare dal marmo lo spirito vitale e sensuale di una donna vivente e al tempo stesso dea.
Armano Luigi Gozzano
Giuliana Romano Bussola 

Forme dell’attrito

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BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

 

Nel terzo appuntamento di Brandelli vi parlo della regista Giulia Odetto.

Originaria di Fossano e formatasi alla Scuola del Teatro Stabile di Torino, si destreggia, giovanissima, sul filo di lana di più linguaggi: attriceassistente alla regiamacchina concreta delle produzioni, fino ad approdare alla regia come fucina in cui amalgamare al meglio l’energia rigogliosa che l’attraversa.

Nel 2016 fonda Effetto Pullman, poi Collettivo EFFE, dove già in nuce si può trovare aggrovigliata la traiettoria che prenderà: non un teatro di rappresentazione, ma abbastanza ampio da mettere in attrito corpi e medianatura e tecnologia, stracolore di luci e buio.

Arriva anche il riconoscimento pubblico come attrice quando viene scelta per Tango Glaciale Reloaded, diretto da Mario Martone, del quale lei parla con affetto: “uomo calmo e risolto”.
Uno spettacolo in cui la dirompenza della sua giovinezza può deflagrare tra pareti che si aprono, stanze che cambiano funzione, oggetti che diventano improvvisamente “altro da sé”.

Poi c’è Onirica, finalista alla Biennale College Teatro (registi under 30), e Wonderland, prodotto dal Teatro Stabile di Torino nel gennaio 2024, ispirato ad Alice in Wonderland, dove il mondo infantile si fa macchina percettiva che moltiplica la realtà come attraverso la lente di un canocchiale che esplode, e un vociare nevrastenico riecheggia in un fantasmagorico tunnel lampeggiante.

Oggi lavora tra creazione e istituzioni, ed è impegnata nell’allestimento di Come vi piace di Shakespeare al Teatro Carignano, l’autore per antonomasia, che le permetterà di sperimentare anche là dove sembra essere già stato saggiato tutto.

Ci incontriamo una mattina di pioggia al bar Antico Borgo, in zona Borgo Dora, uno di quei quartieri di Torino che, di per sé, sembra un’imprudente scenografia teatrale: una ripetizione quotidiana di gesti e di volti che appaiono come irrorati dalle fiamme tremule di una corte dei miracoli.
Impataccata, rimbombante, sottosopra, spesso grottesca, reale, qui Torino dismette il suo abito da sera sabaudo e si impiastriccia malamente il viso con un trucco umano che la fa assomigliare al quadro La maschera di Frida Kahlo.

Vedo Giulia dai vetri del bar, indossa un cappello da pescatore leopardato che non le permette di mimetizzarsi e un sorriso da folletto che ben predispone.
Mentre parliamo seduti a un tavolino noto in lei una tendenza naturale alla pianificazione, alla struttura, come se il caos – che pure la attrae – dovesse sempre passare attraverso un filtro prima di essere esaudito.

Ogni frammento della realtà le appare come potenziale teatro: nulla è davvero neutro.
Come se il quotidiano non fosse una banalità da oltrepassare, ma una miniera che permette di accumulare una fortuna da dilapidare in scena.

Giulia si percepisce come un collante umano: le piace lavorare in gruppo e, seppur mantenendo di fondo la veste di regista-demiurgo, non domina né invade. Immagina uno spazio dove poter osservare tanti corpi, presenze, materie vive, da far risuonare in un attrito inizialmente controllato e che, da scintilla, può generare il fuoco.

Parliamo di balle di fieno, di faine, di pullman, di spaventi, di corpi umani, di montagne.
Di montagne: nel suo spettacolo Il mio corpo è (come) un monte del 2021, Giulia si pone non una metafora poetica ma un’ipotesi ontologica: farsi cima.
Tenta l’inesaudibile attraverso il corpo della ballerina Lidia Luciani e “l’occhio in vista” e lo strumento percettivo, visivo e sonoro, di Daniele Giacometti.

I movimenti sono rallentati, rotti e spesso minimi, talvolta prossimi all’immobilità. La scena non cambia: è il rapporto tra corpo e spazio a mutare lentamente, producendo una sensazione di durata geologica.
I suoni sono d’acqua che gocciola, d’aria sferzante e soprattutto di sassi che si scontrano, continui e stratificati: microscopiche placche tettoniche in azione.
Cambiamenti minimi di intensità e temperatura nella luce accompagnano la metamorfosi.
Tutto dal vivo.

Nel progetto la parola che ritorna è “rinuncio”: un ammasso di rinunce all’umano che tentano, appunto, di ammassarsi e diventare monte.
Una ricerca che si concentra sull’abbandono come sincera dichiarazione d’identificazione, sull’idea che diminuendo l’umano si possa espanderlo, fino a farsi tangente di condizioni limite dell’esistenza.

Termino l’articolo su questo suo lavoro, che mi vede particolarmente partecipe negli intenti, e che ha trovato un forte nodo di congiuntura con Giulia.
Uno smarginare oltre una terra isolata del corpo, un perpetuo oltrepassamento per sfiorare ciò che “è più lontano a ciò che è vicino e più vicino a ciò che è lontano”.

Los Lobos, un’istituzione musicale

Teatro Superga, Nichelino (TO)

Mercoledì 11 febbraio, ore 21

Los Lobos

Vincitori di quattro Grammy Award su dodici candidature, i Los Lobos sono da oltre cinquant’anni un’istituzione per il rock americano di derivazione latina. Si sono formati nel 1973 dall’incontro di Louie Perez, Steve Berlin, Cesar Rosas, Conrad Lozano e David Hidalgo, e mantengono ancora oggi i componenti originari. Capaci di rivisitare con gusto raffinato ma popolare canzoni tradizionali come Sabor a Mi, o Volver, Volver, abbattere barriere generazionali con la rivisitazione di un classico di Ritchie Valens come La Bamba che li ha fatti conoscere a livello mondiale, fino all’incontro ad inizio degli anni ’90 con un produttore come Mitchel Froom che agevolerà il passaggio a sponde più complesse ma dal fascino profondo di un capolavoro come Kiko.

L’importanza culturale dei Los Lobos è stata oggetto di una profonda ed interessante disamina basata proprio sulla multiculturalità della band in The Art of Democracy, a concise history of Popular Culture in the United States, scritto da Jim Cullen (NYU Press 1996).

Quattro i concerti previsti in Italia: l’esordio mercoledì 11 febbraio al Teatro Superga di Nichelino (TO) con apertura dei Black Tail da Latina.

Info

Teatro Superga, via Superga 44, Nichelino (TO)

Mercoledì 11 febbraio 2026, ore 21

Los Lobos

Biglietti: platea 50 euro, galleria 38,50 euro

www.teatrosuperga.it biglietteria@teatrosuperga.it

IG + FB: teatrosuperga

Orari biglietteria: dal martedì al venerdì dalle 15 alle 19

“La nave del ritorno”… Quella terribile tragedia delle foibe

Al “Teatro Concordia” di Venaria Reale, si celebra il “Giorno del Ricordo” con una produzione del brianzolo “Teatro dell’Aleph”

Lunedì 9 febbraio, ore 21

Venaria Reale (Torino)

La produzione porta la firma del “Teatro dell’Aleph”, compagnia teatrale fondata e diretta dal 1987 da Giovanni Moleri, operante in Brianza e a livello nazionale, il cui nome ci riporta a quell’ “infinito” di impossibile descrizione narrato nella celebre omonima raccolta di racconti (1949) di Jorge Luis Borges. Sul palco un’attrice e due attori: Elena Benedetta MangolaDiego Gotti e Salvatore Auricchio. La regia e i testi sono dello stesso Moleri.

“La nave del ritorno”, in programma il prossimo lunedì 9 febbraio (ore 21), presso il “Teatro Concordia” di corso Puccini alla Venaria Reale, vuole commemorare nel “Giorno del Ricordo”, il 10 febbraio di ogni anno – istituito ufficialmente nel 2004 dal “Parlamento Italiano” – la tragedia degli italiani vittime delle “foibe” e dell’esodo dalle loro terre di istrianifiumani e dalmati, che negli anni successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale furono costretti con violenza (a seguito del “Trattato di Pace” di Parigi, 10 febbraio 1947, e sotto la feroce occupazione dei comunisti jugoslavi) ad abbandonare le loro terre e tutto ciò che avevano. Uomini, donne e bambini che, in scena, al “Concordia” diventano personaggi simili “a ombre, fantasmi del passato che raccontano la loro terribile testimonianza”.

“Le loro parole, tratte da testimonianze reali, narrando l’eccidio delle ‘foibe’, danno corpo e voce – sottolineano gli interpreti – non solo alle vittime del genocidio ma, attraverso loro, a tutti coloro che sono stati perseguitati e a tutti coloro che ancora subiscono violenza per motivi etnici, politici e religiosi”. Le loro storie sfilano su sentieri tracciati dalla violenza e dalla sorda ingordigia del potere, ma non restano sospese a un passato di cui è d’obbligo non fare dimenticanza ma che, anzi, ancora oggi dovrebbe essere di monito alle terrifiche disumane tragedie che macchiano del sangue di migliaia e migliaia di innocenti molti Paesi di questo nostro ammorbato Pianeta.

Tra i personaggi dello spettacolo emerge la figura di Norma Cossetto (Visinada, 1920 – Antignana, 1943), la studentessa istriana che fu arrestata dai “partigiani titini” alla fine dell’autunno del ’43 quando aveva soli 23 anni. Separata dal resto dei prigionieri, fu denudata e tenuta legata ad un tavolo per 4 giorni e sottoposta a sevizie e stupri ripetuti dai suoi 17 carcerieri. Poi, legata con il filo di ferro agli altri prigionieri, fu gettata viva nella “foiba” di Villa Surani, in Croazia. Insignita, il 9 dicembre del 2005, della “Medaglia d’oro al Merito Civile” (per aver rappresentato la sofferenza degli italiani in Istria ed il rifiuto di collaborare con gli occupanti), questa giovane donna, luminosa testimonianza di coraggio e di amor patrio, incarna le violenze subite dalla popolazione italiana in IstriaDalmazia e Venezia Giulia tra il 1943 ed il 1945. In modo ignobile e proprio da parte di molte donne, giudicate allora colpevoli semplicemente di essere mogli, madri, sorelle o figlie di persone ritenute condannabili dal regime, e per decenni dimenticate o ignorate, ma negli ultimi anni riportate alla luce, con tutte le loro storie, come parte importante e non eludibile delle molteplici sofferenze subite dagli italiani sul “confine orientale”. Durante e dopo il secondo conflitto mondiale.

Il testo dello spettacolo è costruito su reali testimonianze e documenti storici. La ricerca è stata effettuata dagli stessi attori e dal regista anche grazie all’incontro con l’“Associazione delle Comunità degli Esuli istriani, dalmati e giuliani” di Roma.

 Ricordiamo ancora che alla figura e al sacrificio di Norma Cossetto è stato anche dedicato, nel 2018, il film “Red Land – Rosso Istria” per la regia di Maximiliano Hernando Bruno. Fra gli interpreti Franco Nero e Geraldine Chaplin. Nei panni di Norma Cossetto, l’attrice genovese Selene Gandini.

Per info: “Teatro della Concordia”, corso Puccini, Venaria Reale (Torino); tel. 011/4241124 o www.teatrodellaconcordia.it

Gianni Milani

Nelle foto: “La nave del ritorno”, immagini di scena

Monaco come Superga, il disastro aereo del Manchester United

 

Era il 6 febbraio 1958. Il grande Bobby Charlton si salvò, uscì quasi incolume dai rottami dell’aereo e fu uno dei superstiti dello schianto “ma quell’incubo mi accompagna da allora e ha cambiato la mia vita”. Sono passati 68 anni da una delle sciagure più note del calcio che ricorda quella, ancora più tragica, del Grande Torino nel 1949. La squadra di calcio del Manchester United con i “Busby Babes”, soprannome del team, è in volo verso casa dopo aver giocato a Belgrado con la Stella Rossa. Finì 3-3 e gli inglesi si qualificarono alle semifinali della Coppa dei Campioni in virtù della vittoria all’andata per 2-1. L’aereo, un Airspeed Ambassador, fa scalo a Monaco di Baviera per fare rifornimento.

Bufera di neve in corso, pista ghiacciata e piena di fango. Il pilota tenta due volte il decollo ma non ci riesce per il surriscaldamento di un motore. Non desiste, ci prova ancora per la terza volta. Il velivolo parte solo con la potenza dell’altro motore ma la velocità è troppo bassa e non riesce a decollare. Finisce fuori pista e va a sbattere contro un deposito di carburante che esplode. È una strage, viene distrutta una delle squadre più belle della storia del calcio inglese. Perdono la vita 23 dei 44 passeggeri a bordo tra cui otto calciatori del Manchester e tre membri del club inglese. Si salvano nove giocatori tra cui Bobby Charlton, 21 anni, e l’allenatore Matt Busby. “Per giorni mi sono chiesto perché mi fossi salvato, ricorda il leggendario Bobby a 68 anni dalla tragedia, si è trattato solo di fortuna, ero seduto nel posto giusto”. Si trovava infatti nel troncone di aereo che non prese fuoco. A perdere la vita sul colpo, oltre al co-pilota e allo steward, sono otto giocatori e otto giornalisti. Matt Busby tornerà ad allenare lo United e vincerà la Coppa dei Campioni nel 1968 a Wembley con il suo capitano Bobby Charlton.

Filippo Re

nelle foto, il disastro aereo a Monaco di Baviera, 6 febbraio 1958 – la squadra del Manchester United allenata da Matt Busby

 

 

Oggi al cinema. Le trame dei film nelle sale di Torino

A cura di Elio Rabbione

Agata Christian – Delitto sulle nevi – Commedia, giallo. Regia di Eros Puglielli, con Christian De Sica, Pasquale Patrolo, Paolo Calabrese e Chiara Francini. Christian Agata, il detective e criminologo più famoso d’Italia viene invitato da Walter Gulmar, figlio di Carlo, patron della celebre ditta di giocattoli Gulmar&Gulmar, per fare da testimonial nello spot della nuova edizione di un gioco da tavolo, il Crime Castle, best seller dell’azienda. Lo spot sarà girato in Val d’Aosta e Agata raggiunge i Gulmar nel loro sontuoso castello fra le montagne innevate, che è stato di ispirazione per il gioco di cui sopra. Nel castello ci sono molti ospiti. Quando una valanga isola tutta l’improbabile compagnia, spunta il classico cadavere e i dieci piccoli indiani resteranno intrappolati nell’edificio. Il detective dovrà risolvere il mistero. Durata 109 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

L’agente segreto – Drammatico, thriller. Regia di Kleber Mendonça Filho, con Wagner Moura. La dittatura brasiliana, l’anno è il 1977, il protagonista è Marcelo – nome di copertura per un professore universitario – che a Recife raggiunge il figlio e che ben presto dovrà accorgersi di essere seguito da due sicari che lo vogliono morto: negli anni passati ha ostacolato le attività di un imprenditore di origini italiane. Uccisioni, antiche realtà e ricostruzioni cinematografiche, le ricerche di due studentesse che tentano di ridare esattezza e verità ai periodi più o meno conosciuti della storia di quel paese, mezzo del regista per ricordare allo spettatore le proprie origini giornalistiche. Premiato al Festival di Cannes, due Golden Globe, due candidature ai Bafta, quattro candidature agli Oscar, uno dei successi dell’annata. “Il thriller tiene il respiro e la morale in sospeso, e ricostruisce l’atmosfera in un’epoca in cui la dittatura faceva volentieri sparire le persone: la spy story si nasconde dietro ogni angolo, ogni occhiata, ogni fuga e ogni samba”, ha scritto Maurizio Porro nelle colonne del Corriere. Il film è stato designato Film della Critica dal SNCCI: “Il regista brasiliano insegue i fantasmi della sua città e del suo paese con una spy story insieme appassionante e amara. In fuga dalla polizia della dittatura militare, nel Brasile del 1977, un militante comunista arriva a Recife… sono i giorni del Carnevale, la città è in fermento, un serial killer minaccia la sicurezza, al cinema i film mostrano un mondo di esaltanti esagerazioni. Ma cosa significa, oggi, raccontare quel passato? Cosa ne è rimasto nelle immagini e nei luoghi del presente? Un film continuamente spiazzante e sorprendente.” Durata 158 minuti. (Greenwich Village sala 2 e sala 3 V.O., Nazionale sala 1, Uci Lingotto)

Avatar – Fuoco e cenere – Fantascienza, azione. Regia di James Cameron, con Sam Worthington, Zoe Saldana, Sugourney Weaver, Kate Winslet e Oona Chaplin. Alla morte del figlio Neteyam, Jake Sully ritorna al combattimento e a questo allena i figli, la sposa Neytiri elabora nel silenzio il suo lutto. Partono dalla loro terra portando con sé Spider, il ragazzo umano che essi hanno un tempo adottato: nel viaggio alla volta dell’antica base, pieno di avventure, saranno attaccati dal popolo vulcanico dei Mangkwan, estremamente feroce, guidato dal temibile Varang. Terzo appuntamento con la gloriosa saga dell’autore di “Titanic”. Durata 198 minuti. (Uci Lingotto, Uci Moncalieri anche 3D)

Buen Camino – Commedia. Regia di Gennaro Nunziante, con Checco Zalone, Beatriz Arjona, Letizia Arnò e Martina Colombari. Checco, erede ricchissimo e viziato, prole ultrafelice di Eugenio ricchissimo produttore di divani, innumerevoli ville con piscina e altrettanto innumerevoli servitori di origine filippina alle sue dipendenze, yacht su cui invitare amici che hanno le sue stesse idee di libertà e di non lavoro, una fidanzata messicana di professione modella, è costretto a lasciare la sua vita dorata sulle tracce della figlia Cristal, adolescente dal carattere un pochino turbolento. Per la prima volta in vita sua viene messo di fronte alle sue responsabilità di padre, inaspettate quanto da prendere con i classici guanti, anche perché Checco del sangue del suo sangue proprio niente sa. Grazie l’opera di corruzione attuata nella persona di Corina, la migliore amica di Cristal, il binomio viene a sapere che la fanciulla è partita per la Spagna. È così che finisce suo malgrado sul Cammino di Santiago: un’occasione per conoscersi veramente. Durata 90 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi sala 4, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Le cose non dette – Drammatico. Regia di Gabriele Muccino. con Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria e Carolina Crescentini. Carlo Ristuccia è un docente universitario, autore di un unico libro di successo. Sua moglie Elisa è una giornalista di Vanity Fair Italia in crisi creativa, e il suo direttore le consiglia di “staccare” e di partire per una vacanza. Decidono dunque di partire per Tangeri, insieme a un’altra coppia: Paolo, il migliore amico di Carlo, ristoratore stakanovista e padre assente, e sua moglie Anna, iperansiosa e prepotente. Con loro però c’è anche la figlia tredicenne Vittoria, che ha una particolare simpatia per Carlo. Peccato che in vacanza si presenti a sorpresa Blu, la giovanissima amante del professore. Durata 114 minuti. (Massaua, Ideal, Reposi sala 1, Romano sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

La grazia – Commedia drammatica. Regia di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Anna Ferzetti, Massimo Venturiello, Roberto Zibetti e Milvia Marigliano. Il presidente della Repubblica Mariano De Santis è ormai anziano e alla fine del suo mandato. Vedovo, ex giurista e profondamente cattolico, si troverà di fronte a due ultimi dilemmi: se concedere la grazia a due persone che hanno commesso un omicidio in circostanze che potrebbero essere continuate attenuanti o se promulgare la legge dell’eutanasia. Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile a Toni Servillo. Durata 133 minuti. Il regista Paolo Sorrentino, che ha girato gran parte del film a Torino, sarà al Nazionale domenica 18 gennaio alle ore 18 per presentare il film e rispondere alle domande del pubblico. Da lunedì 19 sarà altresì possibile visitare lamostra fotografica “La Grazia” – Immagini e location della Torino di Paolo Sorrentino”, nelle stesse sale di palazzo Chiablese dove il regista ha ricreato gli ambienti del Quirinale. (Massaua, Due Giardini sala Nirvana e sala Ombrerosse, Eliseo, Fratelli Marx sala Harpo, Greenwich Village sala 2, Ideal, Nazionale sala 4, Reposi sala 2, The Space Torino, Uci Lingotto)

Greenland 2 – Migration – Azione. Regia di Ric Roman Waugh, con Gerard Butler e Morena Baccarin. Cinque anni dopo l’impatto della cometa Clarke che ha devastato la Terra, la famiglia Garrity è sopravvissuta rifugiandosi in un bunker in Groenlandia. Ma anche quando quest’ultimo baluardo viene distrutto, sono costretti a tornare in superficie. Il mondo che li attende è irriconoscibile. Tra le macerie di un’Europa congelata e ostile, i Garrity intraprendono una migrazione disperata verso la Francia, dove si dice possa esistere un nuovo luogo in cui ricostruire la civiltà. Durata 98 minuti. (The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Hamnet – Storico, drammatico. Regia di Chloé Zhao, con Jessie Buckley, Paul Mescal, Jacobi Jupe ed Emily Watson. In un bosco, una giovane donna dorme rannicchiata nella culla formata dalla radice emersa di un albero secolare: è vestita di rosso cupo, accompagnata da un falco che risponde ai suoi richiami, conosce erbe e pozioni, si dice non sia nata da sua madre ma da una donna venuta da lontano. Si chiama Agnes e quando Will la vede se ne innamora subito. Will è il giovane William Shakespeare, maestro di latino nella Stratford del 1580, che riesce a sposarla nonostante l’ostilità delle famiglie e ad avere con lei tre figli, Susannah e i gemelli Judith e Hamnet. Ma un lutto li colpisce, quando il drammaturgo lavora già a Londra, e Hamnet ucciso dalla peste a soli undici anni (un lutto che mette a dura prova l’unione della coppia) diventa Hamlet. Tratta dal romanzo del 2020 dell’irlandese Maggie O’Farrell, la storia di Agnes (più che di William), tessuta di magia e femminilità. Film già vincitore di due Golden Globe, attende la notte degli Oscar con le sue otto candidature. Ha scritto Alessandra De Luca nelle colonne di “Ciak” che la Zhao, nata a Pechino nel 1982, già premiata a Venezia con il Leone d’oro nel 2020 e Oscar come miglior film per “Nomadland”, “sceglie ancora una volta una strada radicale, quasi estrema, per mettere in scena elaborazione del lutto e catarsi, spingendo i suoi attori in un percorso emotivo dove verità e finzionr, vita e arte, spirito e materia si confondono. La scena nel finale ambientato al Globe Theatre di Londra, durante la prima rappresentazione di “Amleto”, vale la spesa del biglietto e un’altra statuetta nelle mani di Jessie Buckley, dopo il Golden Globe, ci starebbe proprio bene.” Durata 125 minuti. (Massaua, Classico anche V.O., Eliseo Grande, Nazionale sala 1, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri anche V.O.)

L’infiltrata – Thriller. Regia di Arantxa Echevarria, con Carolina Yuste. Basato sulla storia vera di Aranzazu Berradre Marìn, pseudonimo utilizzato da un’agente della Polizia Nazionale che si infiltrò negli anni Novanta nell’organizzazione terroristica Eta per otto anni. Film pluripremiato in Spagna. (Centrale V.O., Fratelli Marx sala Chico, Greenwich Village anche V.O.)

Lavoreremo da grandi – Commedia. Regia di Antonio Albanese, con Antonio Albanese, Giuseppe Battiston, Nicola Rignanese e e Nicolò Ferrero. Umberto ha dilapidato i soldi del padre e continua a immaginarsi grande musicista, ma partorisce soltanto creazioni sonore cacofoniche. Ha due ex mogli che l’hanno sfruttato e ora lo detestato e due figli, Toni e Beppe. Gigi contava sull’eredità di una zia facoltosa ma lei gli ha lasciato solo trucchi e parrucche, che lui indossa per protesta, ubriacandosi e ingerendo pillole. Una notte mentre trasportano quest’ultimo in stato semicomatoso, Umberto Beppe e Toni (sotto misura cautelare in vista dell’ennesimo processo, questa volta per truffa ai danni del Fisco) fanno un incidente – credono di aver travolto con l’auto qualcuno in bicicletta – del quale dovranno affrontare le conseguenze, dando il via a una catena di equivoci e di sorprese atte a sconvolgere la loro vita senza direzione. Durata 91 minuti. (Blue Torino/via Principe Tommaso 6, Massaua, Due Giardini sala Nirvana, Fratelli Marx sala Groucho, Ideal, Reposi sala 3, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Marty Supreme – Commedia drammatica. Regia di Josh Safdie, con Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow e Abel Ferrara. Marty Mauser è un venditore di scarpe con una irrefrenabile ossessione per il ping pong che si muove nella New York degli anni Cinquanta tra truffe, scommesse, passioni proibite e sogni di gloria. Un’esistenza rocambolesca per un personaggio larger than life, eccentrico e ambiziosissimo, smodato e leggendario. Durata 90 minuti. (Massaua, Centrale V.O., Due Giardini sala Ombrerosse, Fratelli Marx sala Chico, Massimo sala Cabiria anche V.O., Nazionale sala 4, The Space Torino, Uci Lingotto anche V.O., The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Norimberga – Drammatico. Regia di James Vanderbilt, con Russell Crowe, Rami Malek e Michael Shannon. Film di chiusura del recente TFF. In quell’occasione scrivevo: “…le ultime immagini del festival appartengono alla macabra apparizione di Herman Göring – che ha le sembianze ormai irrimediabilmente possenti di Russell Crowe, eccellente – in Nuremberg, scritto (è stato tra laltro lacclamato sceneggiatore di “Zodiac” di Fincher) e diretto da James Vanderbilt – qui alla sua opera seconda in qualità di regista, dopo Truth – Il prezzo della verità”, 2015 -, a raccontare con parole ben lontane da quelle del difficilmente dimenticabileVincitori e vintidi Kramer la tragedia dellOlocausto (con immagini di repertorio) e il giudizio che le nazioni vincitrici della terra ne dettero durante i giorni e il processo di Norimberga, Ribbentrop e Hess e Seyss-Inquart e gli altri a subire morti e ergastoli. Vanderbilt focalizza il proprio racconto sullincarico che lo psichiatra americano Douglas Kelly (lo interpreta Rami Malek, meritato Oscar come Freddie Mercury) – un altro che non cede è il giudice della Corte Suprema degli States Robert Jackson (un validissimo Michael Shannon) – riceve allo scopo di valutare lo stato mentale dei prigionieri nazisti e di stabilire se essi siano idonei a sostenere il dibattimento per crimini di guerra. Affermativo: ma lui che è scivolato su un errore compiuto con il gentil sesso che ha le vesti di una curiosa giornalista che fa il suo mestiere ed è pronta a sottrargli notizie riservate, verrà estromesso. Salvo venire reintegrato nel dibattimento grazie a certi suoi studi che porteranno nuove luci sugli atti e sulla personalità del principale imputato. Costruendo in dialoghi che non hanno certo la sensibilità di un duello in punta di fioretto ma che pur scavano a fondo nella fredda ferocia del Reichmarschall, numero due del regime hitleriano, un duello sottile e psicologico che approfondisce, che mattone dopo mattone costruisce il progredire di un rapporto e di due personalità, che contribuisce a portare a una condanna che scavalcherà la morte per impiccagione, preferendo come la Storia ci ha testimoniato Göring darsi la morte con il cianuro – verremo a sapere nelle didascalie di coda che anche Kelly, colpito dai fantasmi di quella esperienza e datosi in seguito al bere, si tolse la vita allo stesso modo, nel 1958, dopo averne ricavato un volume che non ebbe alcun successo. Incisivo nel/per il racconto lurlo che Göring getta in faccia a Kelly nel disperato tentativo di mantenere ben salda la sua supremazia, la sua eternità: “Io sono il libro, tu non sei altro che una nota a piede pagina!Il film, di uscita natalizia, che è quasi un obbligo vedere per ripassare una pagina di Storia che non dev’essere dimenticata”. Durata 148 minuti. (Reposi sala 4)

Primavera – Drammatico. Regia di Damiano Michieletto, con Michele Riondino e Tecla Insolia. Cecilia è stata affidata all’Ospedale della Pietà nella Venezia del 1716, ha imparato a leggere e scrivere, ha imparato a suonare il violino. Le allieve più dotate, non potendo apparire in pubblico, si esibiscono al riparo di una grata, relegate in quel luogo sino a che un nobile o un ricco borghese non le chieda in sposa dietro una pingue borsa di soldi. Un giorno incontrerà gli insegnamenti di Antonio Vivaldi, malato e in disgrazia, pronto tuttavia a cogliere il talento e la passione della ragazza. Durata 110 minuti. (Romano sala 3)

Send Help – Horror. Regia di Sam Raimi, con Rachel McAdams e Dylan O’Brien. Linda Liddle è una donna che vive sola, appartata da tutto e da tutti, ma il CEO dell’azienda presso cui lavora ha riconosciuto le sue doti e le ha promesso una promozione. Purtroppo l’uomo è poi morto ed è stato sostituito dal figlio Bradley, che preferirebbe di gran lunga promuovere il suo compagno di confraternita, un giovane rampante che si appropria dei lavori di Linda ma che sa presentarsi molto bene. Linda invece cura poco il proprio aspetto e questa trasandatezza la rende sgradevole al superficiale Bradley, che comunque la vuole su un aereo privato per sfruttare ancora una volta le sue doti matematiche. Qui Linda è ancora una volta umiliata da Bradley e dai suoi amici, sino a che a seguito di un incidente Linda e il suo datore di lavoro si ritroveranno su un’isola deserta. La preparazione della donna che sogna da anni di diventare una concorrente dello show “Survivor”, si rivelerà molto preziosa arrivando a ribaltare il rapporto tra i due. Durata 113 minuti. (Ideal, Reposi, The Space Torino, Uci Lingotto, The Space Beinasco, Uci Moncalieri)

Sentimental Value – Drammatico. Regia di Joachim Trier, con Renate Reinsve, Elle Fanning e Stellan Skarsgård. Nora e Agnes sono due sorelle profondamente unite. L’improvviso rientro nella loro vita del padre Gustav – regista carismatico e affascinante ma genitore cronicamente inaffidabile – riapre ferite mai del tutto rimarginate. Riconoscendo il talento di attrice di Nora, Gustav vorrebbe che sua figlia interpretasse il ruolo principale nel film che dovrebbe rilanciare la sua carriera; lei rifiuta e quella parte finisce a una giovane star di Hollywood, Rachel Kemp. Il suo arrivo getta scompiglio nelle delicate dinamiche della famiglia: per le due sorelle sarà il momento di confrontarsi con il padre e con il loro passato. Designato Film della Critica dal SNCCI: “Due necessità primarie a confronto – quella di seguire il proprio percorso artistico e quella di rimanere accanto ai propri figli – confluiscono in un dramma familiare delicato e struggente. Stellan Skarsgård giganteggia nei panni del regista di successo che ha smarrito la via, e Renate Reinsve gli tiene testa in quelli della primogenita, attrice di razza che rifiuta di interpretare se stessa nell’Amarcord paterno. Una parabola sulla possibilità di perdono e redenzione, mai sentimentale, a dispetto del titolo, sempre vibrante di intensa emozione. Durata 133 minuti. (Eliseo, Greenwich Village V.O. sala 2, Romano sala 2)

Sirāt – Drammatico. Regia di Oliver Laxe, con Sergi Lòpez e Bruno Nùnez. Luis con il giovane figlio Esteban si aggira in un rave party mostrando una fotografia della figlia Mar della quale ha perso da alcuni mesi le tracce e che vorrebbe ritrovare. Nessuno la conosce ma, nel corso della ricerca, l’uomo fa delle conoscenze che, dopo la chiusura della festa da parte dei militari, lo indirizzano verso un altro rave. Il viaggio non sarà dei più facili e non soltanto per le asperità del terreno, “un viaggio accidentato e pericoloso verso un ignoto dentro e fuori di noi: solo il nulla del paesaggio minato”, ha scritto Maurizio Porro nel Corriere della Sera. Premio della Giuria a Cannes. Il film è stato designato Film della Critica dal SNCCI: “Oliver Laxe dirige un film di rara potenza, devastante nella forma e dalla narrazione continuamente vissuta sullo strapiombo di avvenimenti tragici, un on the road tra musica martellante e danze tribali, alla ricerca di persone scomparse e del senso ultimo della vita, rappresentata in modo nichilistico, in un paesaggio di bellezza agghiacciante, muovendosi costantemente su un terreno minato.” Durata 115 minuti. (Massimo)

Sorry, baby – Drammatico. Regia di Eva Victor, con Eva Victor, Naomie Ackie e Lucas Hedges. Una violenza sessuale, la vittima è Agnes. La ragazza cerca di superare il suo dramma. L’amica Lydie, al contrario, è felice, vive a New York, si è sposata e le racconta di aspettare un bambino. Nell’occasione di una riunione di classe i ricordi riaffioreranno. Durata 103 minuti. (Centrale)