I prossimi appuntamenti




Nel territorio di Bagnolo Piemonte
Sarà la località Rucas, nel territorio di Bagnolo Piemonte, ad ospitare la 46ª edizione del Concerto sinfonico di Ferragosto, l’appuntamento che ogni anno porta la grande musica d’autore sulle vette delle Alpi piemontesi.
La decisione è stata assunta ufficialmente dalla Cabina di Regia, composta da Regione Piemonte, Fondazione Cassa di Risparmio di Cuneo, Camera di Commercio di Cuneo, Provincia di Cuneo e ATL del Cuneese.
Anche quest’anno l’evento sarà trasmesso in diretta nazionale su Rai3 con uno speciale Tgr a cura della redazione del Piemonte e del Centro di Produzione Rai “Piero Angela” di Torino.
«Il Concerto di Ferragosto è ormai molto più di un evento: è un simbolo della nostra terra e un appuntamento atteso da migliaia di persone che amano la montagna e la grande musica – afferma l’assessore regionale alla Montagna Marco Gallo – Siamo felici di annunciare che sarà Rucas ad ospitare questa nuova edizione, offrendo un palcoscenico naturale straordinario all’Orchestra Bruni. È un momento di comunità e di orgoglio identitario che ci permette di far conoscere le nostre valli a un pubblico sempre più vasto. Grazie alla vetrina della Rai, la bellezza e la magia delle nostre montagne entreranno ancora una volta nelle case di tutti gli italiani, confermando quanto sia unico il patrimonio delle terre alte e quanto sia importante continuare a valorizzarlo insieme. Ringrazio i membri della Cabina di Regia istituzionale, coordinata dalla Regione, che anche quest’anno accompagnano questo appuntamento con il proprio fondamentale contributo».
L’evento, che vedrà protagonista l’Orchestra “Bartolomeo Bruni” di Cuneo, si conferma come uno dei momenti più iconici dell’estate piemontese, in grado di richiamare migliaia di escursionisti in quota e di connettere milioni di telespettatori attraverso il piccolo schermo. La manifestazione, che ha attraversato oltre quattro decenni di storia, rappresenta ogni anno un’occasione di promozione straordinaria per le valli cuneesi e per l’intero sistema montagna piemontese.
Con l’ufficializzazione della sede, la macchina organizzativa entra ora nella sua fase operativa per definire gli aspetti logistici e il programma artistico dell’evento, che saranno illustrati nel dettaglio nei prossimi mesi nel corso della conferenza stampa di presentazione.
Mercoledì 20 maggio – ore 17.30
Aula del Consiglio Provinciale – Piazza Castello 205, Torino
Il Centro Pannunzio di Torino conferisce – mercoledì 20 maggio alle ore 17.30 presso la storica Aula del Consiglio Provinciale di Torino – il Premio Mario Soldati 2026, riconoscimento che rende omaggio alle figure più significative della cultura italiana del Novecento e che celebra personalità distintesi per il loro contributo alla crescita civile, culturale e scientifica del Paese.
I premiati di questa edizione sono:
• Maria Lodovica Gullino – Tra le più autorevoli studiose nel campo della patologia vegetale, già Ordinaria all’Università di Torino, ha dedicato la propria attività scientifica alla difesa delle colture e alla sostenibilità agricola, contribuendo in modo significativo alla ricerca internazionale e alla tutela dell’ambiente.
• Mario Morino – Chirurgo di fama internazionale e docente universitario, è riconosciuto come uno dei pionieri della chirurgia mini-invasiva. Il suo lavoro ha innovato profondamente la pratica chirurgica, con importanti ricadute sulla qualità della vita dei pazienti.
• Giovanni Quaglia – Banchiere e Presidente dell’Accademia Albertina di Belle Arti, ha svolto un ruolo di primo piano nella promozione delle istituzioni culturali torinesi, coniugando competenze economiche e impegno civile a sostegno dell’arte e della formazione.
• Emma Viora di Bastide Zavattaro – Pittrice, la sua ricerca artistica si distingue per sensibilità espressiva e coerenza stilistica, contribuendo al panorama dell’arte contemporanea con opere di forte intensità e identità.
Il Premio, che riproduce una celebre caricatura di Mino Maccari, intende valorizzare percorsi umani e professionali caratterizzati da indipendenza di pensiero, rigore e responsabilità civile.
La figura di Mario Soldati continua a rappresentare un modello di libertà intellettuale e curiosità culturale: valori che il Centro Pannunzio rinnova attraverso questa iniziativa.
Mario Soldati (Torino 1906 – Lerici 1999) è stato un poliedrico intellettuale italiano: scrittore, regista, sceneggiatore e giornalista. Laureato in lettere e storia dell’arte, ha vissuto a lungo negli USA, esperienza raccontata in America primo amore (1935). Maestro del cinema (regista di Piccolo mondo antico) e raffinato narratore (vincitore del Premio Strega con Lettere da Capri nel 1954), ha legato il suo nome anche a celebri reportage televisivi sull’enogastronomia italiana.
Fondato a Torino nel 1968 nel nome e nello spirito di Mario Pannunzio, il Centro Pannunzio rappresenta da oltre mezzo secolo uno dei più solidi punti di riferimento del dibattito culturale liberal-democratico italiano.
Nato per iniziativa di Arrigo Olivetti, Mario Soldati e Pier Franco Quaglieni, il Centro si è distinto fin dall’origine per la sua indipendenza da appartenenze partitiche e per una vocazione dichiaratamente pluralista. La sua attività si sviluppa attraverso conferenze, incontri di studio, presentazioni editoriali e momenti di approfondimento dedicati ai temi della libertà, della responsabilità civile, della cultura storica e della difesa delle istituzioni democratiche.
Insignito nel 1979 della Medaglia d’Oro ai Benemeriti della Cultura della Repubblica Italiana, il Centro Pannunzio continua a promuovere un confronto rigoroso e non conformista, offrendo uno spazio stabile di dialogo tra studiosi, intellettuali e cittadini.
La sua identità si fonda su un principio semplice ma esigente: coltivare la libertà come metodo e come valore, nella convinzione che la cultura non sia mai esercizio ornamentale, ma responsabilità pubblica.
Centro Pannunzio – Via Maria Vittoria 35H – 10123 Torino
Negli spazi della galleria Melinpensa, sino a sabato 23 maggio
“Intrecci visivi” è il titolo della mostra proposta negli spazi della Galleria Malinpensa by la Telaccia di corso Inghilterra 51 da Monia Malinpensa, presentando le opere di Daniela Rosso, in arte Prin, torinese, e Mauro Sanna, nativo di Sassari, ambedue rivolti a mostrare la natura che ci circonda ma con prestigiose angolature del tutto personali e differenti. Pur ravvicinate, esprimono emozioni nette, ben definite, inconfondibili. Ma altrettanto possibili a stabilire un punto d’incontro. Panorami che sono stati “fotografati” dentro un passato o angoli del cuore, gruppi d’alberi, tronchi e cespugli, rami e piccoli fiori che s’intrecciano in un brillante realismo (di Rosso, “Simbiosi” del 2022), accanto a libere composizioni che s’allineano oppure s’intersecano o si fanno amalgame suggestive in un oscuro accatastarsi (di Sanna, “L’ultima creazione” del 2024), nella ampiezza della tela, con tracce di puro astrattismo e di piena libertà compositiva, che appassionano, che intrigano l’occhio e la mente.

I primi interessi per lei, qualcosa che inizia come un gioco, la crescita sotto l’occhio di un attento paesaggista come Dino Pasquero, le osservazioni e le sperimentazioni, le esposizioni e i premi ottenuti in questi ultimi anni, un panorama che guarda con diverse tecniche, ci si rivolga all’olio o al gessetto, alla vita vissuta, con il desiderio di confrontarsi non soltanto con la natura, che carezza in composizioni decisamente emozionali, sempre piene di giusti effetti cromatici e di vaste profondità dentro cui chi guarda si ritrova ravvolto, ma anche con la musica e il teatro.
All’interno delle tele di Prin una luce che alimenta i colori e una poesia sempre autentica, una realtà e una immaginazione che diventano anche nostre, una ricerca di profondità e di effetti cromatici che non ce le fanno confondere con un comunissimo “effetto cartolina”, ma ne fanno nascere sincere vibrazioni, fortemente intime, una importante ricchezza di “gestualità sicura e fluida”, sottolinea Malinpensa, “la natura diventa protagonista assoluta, matrice simbolica e poetica, generatrice di bellezza e significato, capace di coinvolgere lo spettatore in un’esperienza contemplativa.” La semplicità dello sguardo coinvolge il grumo dei fiori di campo come la simbologia dell’albero spezzato, la vivacità di un autunno rappresentato in una fitta rete di grappoli d’uva, dove lo sfondo è un cielo falsato in veloci colpi di pennello rosati, contrapposti alle “impressioni” calate nel verde del terreno, la macchia gialla della ginestra come il paesaggio lacustre, arricchito nei tanti piani visivi, di “Luci sull’acqua” (2023), il maggio della Burcina biellese con le proprie macchie di fiori e di colori.
Di “equilibrio compositivo compiuto” parla Malinpensa nel presentare le opere di Sanna, di una “creatività” liberata nei settori della serigrafia e della pubblicità di cui per anni l’artista si è occupato, della ceramica e della pittura chiaramente, impossessandosi ed esprimendo appieno un ragguardevole movimento di assoluta “vitalità” all’interno delle opere. Vitalità e libertà di gesto, libertà di luce, libertà di energia mai prive di una “solida padronanza tecnica”, dove larghe pennellate di colore o cariche d’ombra prendono corpo, strutture poste nello spazio che si vanno formando, un discorso d’astrazione che si consolida, riuscendo difficile se non indecifrabile a un primo sguardo, ma in seguito definitivamente coinvolgendo il visitatore che ne scopre le luci e le ombre, gli “intrecci visivi” e le razionali costruzioni, l’uso felice delle rette e delle forme sinuose, la bellezza dei gialli fulminanti come dei blu che spingono nella profondità (“Astratto XXI”, 2026). È, la pittura di Sanna, una sequenza di piani e di spazi scenografici, della costruzione di aperture e di chiusure, di fondali che in cromatica successione ne generano altri, di prospettive che oltrepassano con grandi ampiezze i confini della tela. Il tutto nella sinfonia del segno, ora impresso ora alleggerito, ora protagonista e ora chiamato a fare da comprimario, “in una resa formale ben definita”: sta a noi addentrarci, come dentro a una natura inesplorata, nel suggestivo reticolato che l’autore ci offre.
Elio Rabbione
Nelle immagini: di Daniela Rosso Prin, “Simbiosi”, olio su tela, 2022 e “Fiori di campo”, olio su tela, 2025; di Mauro Sanna, “Astratto XX”, olio su tela, 2026 e “Astratto XXI”, olio su tela, 2026.
“Torino Shadow” sarà presentata in anteprima mondiale nella selezione ufficiale 2026
Il cortometraggio “Torino Shadow”, diretto da Jia Zhang Ke, sarà presentato il 19 maggio alle 19.30, in anteprima mondiale, in Cannes Classics Special Screenings, all’interno dell’Official Selection del prossimo Festival di Cannes.
Interpretato da Zhao Tao, il cortometraggio si svolge tra Cina e Torino, aggiungendo un nuovo capitolo internazionale all’opera di Jia Zhang-Ke e lasciando intatta l’attenzione che il regista dedica ai luoghi, al movimento, alle particolari realtà sociali contemporanee.
Il cortometraggio ritrae la città di Torino, e il suo patrimonio culturale, con sequenze girate alla Mole Antonelliana e al MAUTO – Museo dell’Automobile di Torino, concludendosi con una calorosa lettera d’amore al cinema.
Coprodotto dal Museo Nazionale del Cinema e dal Jia Zhang -Ke Arte Centre, e rappresentato da MK2, “Torino Shadow” è l’ultimo capitolo di Torino Encounters. Dedicato ai cortometraggi d’autore, il progetto incoraggia i registi a utilizzare il Museo, i suoi archivi e le sue collezioni quali materiale narrativo, a interagire con la città di Torino in quanto soggetto o ambientazione, e a sperimentare il mezzo cinematografico come arte e riflessione sulla storia del cinema.
Il primo film, dal titolo “Ecce Mole”, di Heinz Emigholz, rappresenta un ritratto artistico dell’edificio da sempre simbolo di Torino, la Mole, ed è stato presentato anche al New York Film Festival 2025, per poi essere proiettato nei festival di tutto il mondo. Il successivo film di Torino Encounters, “Trailers for Dante’s Paradiso”, di Radu Giude, sarà presentato in anteprima nel corso del 2026. Attualmente è in corso di produzione “Parvenza” di Gianluca e Massimiliano De Serio, e sono in fase di sviluppo i film di Jessica Sara Rinland e Alexandr Sokurov.
“Realizzo film, ma prima di tutto sono un appassionato di cinema – dichiara il regista Jia Zhang-Ke – era da tempo che desideravo realizzare un film sull’arte cinematografica, ma non sapevo da dove cominciare. Nel 2025 Carlo Chatrian mi ha contattato proponendomi l’idea di realizzare un cortometraggio dedicato all’arte cinematografica. Ho accettato subito il suo invito, e questo cortometraggio rappresenta un atto d’amore verso il cinema e i registi che amo profondamente”.
“Siamo felici che Torino e il Piemonte siano rappresentati al Festival di Cannes, ma sono particolarmente soddisfatto che il nostro progetto ‘Torino Encounters’ stia ottenendo risultati così brillanti – sottolinea Enzo Ghigo, Presidente del Museo Nazionale del Cinema di Torino – nel suo film, Jia Zhang-Ke ha ritratto in modo sapiente il Museo del Cinema di Torino, rendendo un omaggio originale alla nostra città”.
“Jia Zhang-Ke aveva già visitato il Museo in passato e ha accolto l’idea con molto entusiasmo – sottolinea Carlo Chatrian, direttore del Museo Nazionale del Cinema – nell’ottobre 2025 abbiamo trascorso due giorni alla ricerca di alcune location a Torino e a esplorare il Museo in profondità. Pensavo volesse girare qualche sequenza all’interno della Mole come tributo alla nostra comune passione per la storia del cinema, ma quando mi ha inviato una prima bozza della sceneggiatura sono rimasto totalmente sorpreso. Riflettendo la sua nota passione per il melodramma, ‘Torino Shadow” rappresenta un cortometraggio narrativo ricco e complesso, che ruota intorno alla distanza geografica e agli elementi che uniscono le persone, compreso il cinema. Si tratta di un modo ideale per promuovere il Museo quale luogo che non solo conserva la memoria del cinema, ma che è capace di diventare fonte d’ispirazione per nuove creazioni”.
L’appuntamento per “Torino Shadow” è previsto per martedì 19 maggio, alle ore 19.30, in sale Buñuel presso il Palais de Festivals.
Mara Martellotta

Il processo a Vittorio Emanuele III promosso a Torino dal centro studi “ Vittorio Emanuele Orlando “ha rappresentato un tentativo di riaprire il caso del terzo re d’Italia anche lui “bestemmiato e pianto”, come diceva Carducci di Carlo Alberto.
Molti anni fa, mi riferisco agli Sessanta del secolo scorso, si favoleggiava di un diario o memoriale di Vittorio Emanuele che ,quando fosse stato reso pubblico, avrebbe potuto rappresentare le ragioni del re che avrebbero potuto anche modificare certi giudizi negativi sul suo operato. Di questo memoriale non ho mai più sentito parlare neppure dopo la morte di Umberto II. Ritengo quindi che questa preziosa testimonianza storica fosse inesistente o sia stata distrutta, anche se Francesco Perfetti scrisse sul diario del re. Memoriale e diario furono cose differenti, il primo venne scritto nell’esilio volontario in Egitto e di questo si sono perse le tracce.
Chi voglia ricostruire storicamente la figura del re ha a sua disposizione più libri apologetici, che libri contrari che non hanno mai focalizzato la figura di Vittorio Emanuele sul cui giudizio storico si sono espressi in tanti ,ma scrivendo libri specifici sugli accadimenti storici del suo lungo regno: dall’età giolittiana alla Grande guerra, dalla marcia su Roma al delitto Matteotti ,dalle leggi razziali alla seconda guerra mondiale, dall’8 settembre al regno del Sud ,per non parlare delle guerre coloniali. Tutti temi controversi, come si può notare.
I testi apologetici sul re sono stati opera di Gioacchino Volpe, Alberto Bergamini, Carlo Delcroix, Nino Bolla, Piero Operti, Nino Consiglio, Aldo Mola. Trascuro i titoli giornalistici che non hanno valore storico. Non ricordo il nome di uno studioso di parte repubblicana che si sia dedicato al re, forse perché è ritenuto non meritevole di una biografia.
Andrebbero altresì citate le interviste rilasciate da Umberto II nei decenni dell’ esilio durante i quali l’ultimo sovrano difese sempre l’operato del padre, dimostrando come la venerazione affettuosa del figlio fosse superiore ad ogni tentativo di storicizzazione.

Nino Bolla intitolò un suo libro “Processo alla Monarchia“ e quindi l’idea torinese ha illustri precedenti proprio nel campo monarchico. Bolla tentò un processo di tipo storico, anche se non aveva le qualità e la documentazione necessaria per farlo.
Salvatore Sfrecola, giurista e storico, ha promosso l’idea di un processo in termini giuridici. Al processo intentato a re Vittorio si può solo obiettare che un processo di tipo giudiziario non coincide con quello storico. Luigi Firpo insisteva nel sostenere che i giuristi non possono essere degli storici ,anche se lui stesso era laureato in Giurisprudenza.
Ciò che è legale giuridicamente – diceva- non è detto che sia produttivo in termini storici. Le scelte politiche infatti si giudicano dai risultati ottenuti, perché l’albero si valuta dai frutti che porta, affermava Firpo. Questo in effetti è l’unico modo non ideologico di confrontarsi con il passato. Pertanto andrebbe evitata a priori la pregiudiziale monarchica o repubblicana, anche affrontando il tema del re. L’esempio di Benedetto Croce che fu monarchico ,ma criticò il re per le sue responsabilità nei confronti del fascismo va considerato.
Stando alle conclusioni a cui è giunto il giudice torinese, il re è stato assolto per l’ingresso nella prima guerra mondiale perché, stando allo Statuto, era di sua stretta competenza dichiarare la guerra che venne ratificata dal Parlamento. Anche la segretezza dei Patti di Londra con gli alleati è stata quindi considerata legittima. Ciò non significa però valutare quella guerra in termini storicamente positivi. Forse l’Italia non poteva sottrarsi ma la guerra in sé distrusse i risultati raggiunti con Giolitti nei quindici anni precedenti e germinò tensioni sociali talmente forti da mandare in crisi lo Stato liberale. Anche la designazione a Presidente del Consiglio di Mussolini nel 1922 è stata considerata legittima dal giudice perché il governo Facta dimissionario non poteva proclamare lo stato d’assedio voluto dal ministro della guerra Soleri per fermare la Marcia su Roma. Ma lo storico deve guardare anche alle conseguenze di quella scelta, anch’essa avallata dal Parlamento .Filippo Turati in esilio scrisse: “Abbiamo consegnato noi l’Italia al fascismo“. Chiamare in causa il solo Vittorio Emanuele era un grave errore che alcuni storici hanno corretto. Le conseguenze si videro negli anni successivi a partire dal delitto Matteotti di fronte al quale il re non ritenne di dover prendere posizione, malgrado l’Aventino.
Il giudice torinese condanna invece all’ergastolo il re per la firma delle leggi razziali : difficile dargli torto perché il discorso secondo cui il re non poteva non firmare crea alibi storici non accettabili in quanto il disconoscimento della deriva razziale del regime non era cosa di routine e disconosceva il rapporto storico con gli Ebrei dal Risorgimento in poi. Chi parla di un voto favorevole del Parlamento non considera che la Camera dei fasci e delle corporazioni non era un libero Parlamento, come anche il Senato che era ampiamente fascistizzato nel 1938. Questo è un esempio di formalismo giudico travolto dalle ragioni della storia.
De Felice ha scritto una storia sugli ebrei in Italia che resta una testimonianza conclusiva, ammesso che nella ricerca storica si possa parlare di ricerche conclusive in particolare per il caposcuola del revisionismo.
Infine il giudice ha amnistiato il re (forse andava assolto almeno per insufficienza di prove) per l’ 8 settembre e la “fuga di Pescara“.Le massime responsabilità storiche dell’8 settembre furono di Badoglio che nei 45 giorni dopo il 25 luglio 1943 non seppe agire in modo adeguato. L’8 settembre Roma non era più difendibile e il trasferimento veloce del re e del governo fu indispensabile per garantire, sia pure fortunosamente, la continuità dello Stato. Dal regno del Sud, di cui scrisse Agostino degli Espinosa, rinacque l’esercito italiano dopo lo sbandamento imputabile soprattutto a Badoglio e agli Stati Maggiori che lasciarono senza ordini truppe sparpagliate nei diversi territori di guerra. Ciò che accadde a Cefalonia resta come una macchia indelebile. Sarebbe interessante se Sfrecola organizzasse un processo a Badoglio a partire dalla Grande Guerra.
Poi, oltre ai temi affrontati nel processo, andrebbe anche messa in discussione la tardiva abdicazione del re il 9 maggio 1946 che non consentì al nuovo re Umberto II, già luogotenente generale del Regno, di affrontare il referendum in modo più adeguato. E’ una questione solo politica, ma certo pesò sulle sorti della monarchia sabauda.
Comunque il processo di Torino ha smosso le acque e c’è da augurarsi che in futuro ci sia uno storico che voglia affrontare la vita di questo re. La storia non è mai giustiziera, diceva Croce e anche per re Vittorio deve valere questo principio. Perfino il trasferimento della sua salma da Alessandria d’Egitto a Vicoforte qualche anno fa suscitò polemiche ma, ad ottant’anni anni dal referendum istituzionale, sarebbe bene voltare pagina e storicizzare anche il piccolo re.
Al Centro Storico Fiat il 21 maggio aprirà la mostra
Aprirà i battenti giovedì 21 maggio prossimo al Centro Storico Fiat, promossa dal MAUTO, la mostra dal titolo “Torino-Togliatti 1966. Uno stabilimento grande e subito” , a cura di Claudio Giunta e Giovanna Silva con Maurizio Torchio, per rimanere aperta fino al 4 ottobre prossimo.
L’esposizione, allestita al Centro Storico Fiat , dove venne firmato lo storico accordo che regolava la collaborazione tra Italia e Unione Sovietica per la realizzazione dello stabilimento AutoVAZ, ripercorre le vicende che permisero alla Fiat di mettere “i sovietici al volante”. Non si trattò soltanto di un episodio di cronaca industriale, ma anche di una delle più audaci operazioni di diplomazia parallela alla guerra fredda, che chiamò in causa i principali attori internazionali dell’epoca, da Chruščëv a Kosygin, da Kennedy al Segretario della Difesa McNamara.
Sono passati sessanta anni dalla firma del contratto che regolava la collaborazione tra italiani e sovietici. Il 4 maggio del 1966, su un tavolo tuttora esposto nella sede del Centro Storico Fiat, Vittorio Valletta firmò il protocollo per la costruzione dello stabilimento. L’intesa fu perfezionata ad agosto, quando il presidente della Fiat, accompagnato da Gianni Agnelli, Piero Savoretti e Riccardo Chivino, firmò a Mosca l’Accordo generale per la realizzazione dell’AutoVAZ, alla presenza del Primo ministro Kosygin e del ministro dell’Industria automobilistica Tarasov e, poco dopo, iniziarono i lavori per la costruzione della fabbrica.
I materiali conservati negli archivi del Centro Storico Fiat comprendono fotografie, documenti originali, telegrammi, relazioni tecniche, e raccontano il vasto lavoro di squadra che ha condotto alla costruzione dello stabilimento.
A partire da questa vasta relazione documentale si sviluppa la rilettura e rielaborazione visiva di Giovanna Silva che, in un viaggio di ritorno a Togliatti compiuto nel 2019 con Claudio Giunta, racconta che cosa resta della fabbrica e della città. Giovanna Silva ha fotografato gli edifici, insieme a Claudio Giunta ha intervistato ex operai ed ex dirigenti russi e italiani che lavoravano all’AutoVAZ. Giunta ha poi raccolto memorie familiari e ricostruito la Togliatti e la Torino di sessanta anni fa.
Mara Martellotta
I cinquanta anni del metodo Suzuki
Lunedì 18 maggio si terrà al Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino un concerto dal titolo “Vienna Trasfigurata”, alle 20.30, con cui la stagione De Sono si conclude celebrando i cinquanta anni del metodo Suzuki in Italia.
Sul palco saliranno gli ex allievi e borsisti della De Sono che suoneranno pagine di Brahms e di Schönberg.
Il concerto riunisce un sestetto d’archi formato da Cecilia Ziano e Cosetta Ponti ( violini) , Lara Arbesano e Raffaele Totaro alle viole, Luca Magariello e Eduardo dell’Oglio ai violoncelli.
Cinque dei sei musicisti condividono un percorso comune; formatisi fin dall’infanzia presso l’Accademia Suzuki sono stati successivamente borsisti De Sono, affermandosi oggi come professionisti attivi a livello nazionale e internazionale.
Il programma mette a confronto due capolavori che raccontano la trasformazione del linguaggio musicale viennese.
Il Quintetto op. 11 di Johannes Brahms nasce nell’estate del 1890 su invito del celebre violinista e amico del compositore Joseph Joachim e rappresenta un esempio maturo della musica da camera brahmsiana, che si distingue per la densità della scrittura, per la vitalità ritmica e per la raffinata interazione tra i cinque archi.
A questo brano si affianca “Verklärte Nacht”, ovvero “Notte trasfigurata” di Arnold Schönberg, prima grande composizione strumentale dell’autore, scritta all’età di ventiquattro anni e ispirata al poema di Richard Dehmel. L’opera, pur radicata nel tardo Romanticismo, pone le basi per il suo superamento, spingendo l’armonia verso territori nuovi e trasformando il racconto in un flusso sonoro continuo e carico di tensione espressiva.
La serata si inserisce nel calendario degli oltre quaranta concerti ed iniziative in programma nel corso del 2026 per celebrare il cinquantesimo anniversario del metodo Suzuki in Italia, diffusosi proprio a partire da Torino grazie all’iniziativa di Leo e Antonio Mosca, fondatori dell’Accademia Suzuki Talent Center.
Il lavoro pedagogico dell’Accademia si basa sul pensiero del giapponese Shinichi Suzuki (1898-1998) convinto che il talento in ciascun individuo non sia qualcosa che la natura regali al momento della nascita, ma debba essere coltivato e formato attraverso gli stimoli che provengono dall’ambiente e dall’esercizio. Il metodo di apprendimento utilizzato è quello della lingua madre , come il bambino attraverso l’imitazione impara a parlare ascoltando e ripetendo continuamente le parole dette infinite volte dai genitori, così impara a suonare ascoltando e ripetendo un frammento musicale, un ritmo, una melodia.
Ingresso gratuito con prenotazione obbligatoria su Eventbrite
Mara Martellotta
Tra gli incontri del Salone Internazionale del Libro di Torino di domenica, “Oltre i social: profili legali, fiscali e previdenziali del content creator” ha avuto il merito di spostare il dibattito sul mondo digitale oltre la superficie dell’intrattenimento. In una sala gremita, il pubblico ha seguito con particolare attenzione l’intervento di Greg Goya, artista capace negli anni di trasformare il linguaggio dei social in una forma di narrazione collettiva, emotiva e profondamente generazionale.
«Per forza l’ultima, che si chiama “Le cose che non ti ho detto”, e nasce da un’esperienza di carattere biografico. In particolare dalla digestione di un lutto amoroso, dopo la fine di una relazione importante. Da quel momento ho iniziato ad elaborare quella perdita. Ho cominciato a chiedere alle persone intorno a me di raccontarmi tutte le cose che non avevano mai detto. Mi sono reso conto di quante lettere le persone non abbiano mai scritto o raccontato, e le ho raccolte nel magazine “
Le cose che non ti ho mai detto – Untold Magazine”. Nasce da un’esperienza personale e, per un artista, rappresenta uno step ulteriore, ma allo stesso tempo è anche un’esperienza collettiva».
GLI APPUNTAMENTI MUSICALI DELLA SETTIMANA
Lunedì. Al teatro Concordia di Venaria si esibisce Ermal Meta.
Martedì. Per il Festival Seven Springs alla Scuola Holden, in collaborazione con Umbria Green Festival e Moncalieri Jazz Festival, suona il duo formato da Paolo Fresu, tromba, flicorno,effetti e Pierpaolo Vacca, organetto, con special guest la voce di KARIMA. Al teatro Colosseo “Omaggio a Lucio Dalla”, con alla voce Lorenzo Campani affiancato da una band guidata da Luigi Buggio e la partecipazione di Ricky Portera, storico chitarrista di Lucio Dalla. Alle OGR suona il trio di Sergio Di Gennaro con ospite il sassofonista Emanuele Cisi.
Mercoledì. Al Blah Blah si esibiscono i Vespri + Resina. Allo Ziggy suona Matt Elliot.
Giovedì. Al Folk Club ultimo concerto di stagione con il chitarrista James Maddock. Al Cafè Neruda suona il trio di Emanuele Cisi. Allo Ziggy sono di scena i Trans X + Silent Cold.
Venerdì. Alla Scuola Holden per il Festival Seven Springs, concerto dal titolo : “Come nascono le canzoni”, con Raphael Gualazzi voce e pianoforte e Stefano Senardi. A seguire dj set live by Kappa FuturFestival. Al Circolino suona il Transalpine Manouche Trio. All’Hiroshima Mon Amour si esibisce Francamente. Allo Spazio 211 è di scena Califone. Al Blah Blah suonano Gli Alberi + Starspawn Of Cthulhu.
Sabato. Allo Ziggy si esibisce Die Abete + Pigro. Al Blah Blah è di scena Jungle Julia. Allo Spazio 211 suonano i Teenage Bottlerocket.
Domenica. Al Blah Blah si esibiscono i Pentatonica.
Pier Luigi Fuggetta