CULTURA E SPETTACOLI

Per dire no alla violenza

Nel giardino Maria Magnani Noya dell’Anagrafe centrale di Torino, in via della Consolata numero 23,  sono state inaugurate contemporaneamente l’installazione “Insieme fermiamo la violenza” e la mostra, all’interno degli uffici, “Rosso Indelebile-Sentieri antiviolenza”.

Un progetto ideato da Rosalba Castelli che intreccia arte, educazione ed impegno civile coinvolgendo le scuole, numerose artiste e le detenute della Casa Circondariale Lorusso e Cutugno, insieme alle reti ed alle realtà attive nel contrasto della violenza di genere.

Igino Macagno

Aregoladarte celebra San Francesco a 800 anni dalla morte

All’ Educatorio della Provvidenza

Si terrà mercoledì 4 febbraio, alle 18.30, presso l’Educatorio della Provvidenza, in via Trento 13, a Torino, un incontro multidisciplinare dedicato a San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia. L’appuntamento reca il titolo “San Francesco, un uomo, molti sguardi”, e anticipa un anniversario di grande rilievo. Nel 2026 ricorreranno gli 800 anni dalla morte del Santo di Assisi. L’incontro rientra nelle iniziative del percorso culturale “Aregoladarte”, associazione culturale fondata dalla storica dell’arte Claudia De Feo, che si basa sulla contaminazione dei linguaggi e delle competenze. San Francesco rappresenta certamente una figura che, più di ogni altra, si presta a una lettura trasversale, avendo lasciato tracce profonde nell’arte, nella letteratura, nella musica e nell’architettura. Durante la serata verranno trattati gli affreschi del ciclo di Giotto, la rappresentazione di Francesco nella storia del cinema e la mistica presente nel suo capolavoro “Il Cantico delle Creature”, nonché l’eco che ha avuto nella letteratura europea, un tema estremamente attuale.

Mara Martellotta

“Anatomia di un assassinio”, Shakespeare incontra Verdi al teatro Astra 

La pièce teatrale in programma martedì 3 febbraio prossimo, alle ore 21, è tratta dai testi del Macbeth di Shakespeare e dal melodramma Macbeth, su testo del librettista Francesco Maria Chiave e musiche di Giuseppe Verdi. L’ideazione e l’elaborazione del testo sono di Chiara Muti. Si tratta di una produzione di Teatro Piemonte Europa in collaborazione con il Teatro Regio di Torino, in occasione della messa in scena del Macbeth di Giuseppe Verdi dal 24 febbraio al 7 marzo prossimi.

Macbeth e Lady Macbeth, coppia infertile di luce e generatrice di oscurità, duettano alternando tragedia in prosa e libretto d’opera immersi in uno spazio sonoro che lascia intuire tutta la modernità dell’opera verdiana. Con schiacciante e rivoluzionaria teatralità, la musica riesce a dar voce e spessore alle cupe allucinazioni dell’incubo della tragedia. Con questo tema di un uomo perso nel reale e nell’immaginario, nella realtà e nella finzione, Shakespeare e Verdi, rispettivamente nel 1606 e nel 1847, anticipano, con grande forza creativa, le teorie sull’inconscio della psiche umana, le cui tesi, tra soglia di visibile e invisibile, sogno e realtà, daranno vita a una nuova coscienza dell’umana natura dal Novecento ai giorni nostri. Si tratta di un testo che indaga la discesa agli Inferi di un prode cavaliere che, galvanizzato da una battaglia perduta e vinta, corroso dall’ambizione di volere più di quel che può, racconta a se stesso di aver udito, nel mormorio del vento, di meritare il trono per volere profetico.

Per sfuggire al sibilo di un pensiero di morte, all’idea fissa del regicidio che si dibatte in lui, torturandolo, e alla paura di non riuscire nell’azione a fare ciò che può nel desiderio, confuso dalla foga d’agire di una moglie castratrice e manipolatrice, che lo induce a confondere la rettitudine morale che lo trattiene in codarda ipocrisia, compie il delitto.

Finisce così per ritrovarsi di fronte all’abisso della propria coscienza sporco che, come uno specchio dell’anima, gli rimanda l’immagine smascherata della sua vera identità: quella di un traditore, di un usurpatore, di un assassino. Il demone della resa dei conti lo fissa, ne aspira il sonno dei giusti e ne corrode i sensi, condannandolo per sempre alla solitidine di un’esistenza che, svuotata di valori, finisce per non aver più significato. Nessuno sfugge al proprio senso di colpa. Hugo ricordava nel suo poema “La conscience” che “l’occhio era nella tomba e fissava Caino”, vale a dire che l’occhio impietoso del carnefice per sempre rispecchierà se stesso nella disarmata luce dell’iride della sua vittima, quale abbagliante e terribile sentenza del giudizio divino. In questo modo, in “Anatomia di un assassinio” sono a confronto due giganti: Shakespeare incontra Verdi in una rielaborazione della tragedia del Macbeth, in un’immersione nelle dinamiche psicologiche del testo shakespeariano, cui fanno eco gli accenti pulsanti e il cupo fraseggio della partitura verdiana.

Mara Martellotta

La tavolozza di Federico Montesano, tra ricchezza e solennità

Alla Galleria Malinpensa by La Telaccia, sino a sabato 7 febbraio

Frammenti sospesi è il titolo della mostra visitabile sino a sabato 7 febbraio negli spazi della Galleria Malinpensa by La Telaccia di corso Inghilterra 51. L’attenta curatela è di Monia Malinpensa, l’autore è Federico Montesano, trentacinquenne, nativo di Monza, un giovane passato di diploma e specializzazione in Scenografia presso l’Accademia di Brera e del Corso di Scenografia presso la Scala milanese – non dimenticando un interessante quanto ricco excursus tra l’esposizioni in alcune gallerie del capoluogo lombardo, il Premio Paris Expo 2021 e la IX Biennale d’Arte di Montecarlo, la partecipazione a molti avvenimenti della Malinpensa lungo le ultime stagioni (è stato uno degli artefici del successo della galleria alla recente Fiera di Bergamo, con artisti ormai storicizzati, Piero D’Orazio e Ugo Nespolo e Piero Gilardi tra gli altri, e i più giovani che hanno preso a far parte di una agguerrita scuderia), la personale “Dal disegno alla materia”, nel ’23, su invito del Comune di Brugherio o quelle, un paio di anni fa, “Il cavaliere errante” negli spazi del Museo Maio di Cassina De’ Pecchi e “Passaggi”, presso la Stazione degli Artisti di Gambettola – Cesena.

La sospensione di quali frammenti? Di una volta di cielo, che ricopre ogni cosa in quelle ampie dimensioni a cui l’artista non sfugge o rincantucciato in una più piccola porzione, di un universo e di un cielo che albeggi o si vada accendendo mentre il pomeriggio s’inoltra sino all’ultimo dentro le ombre della sera, nelle tele di Montesano lavorate con l’acrilico, che letteralmente ti invadono e rendono chi guarda – diciamolo subito, con vera ammirazione, per la maestria visibilissima, ad ogni attimo tangibile, della composizione, per la ricchezza e la solennità, per la strenua capacità nello studio del ravvicinare questo a quel colore, in una sorta di riuscita e orecchiabile musicalità: scende nello specifico Monia Malinpensa nel presentare l’artista: “colori gialli che si accendono al sole, verdi che respirano di speranza, rossi che ardono di passione, arancioni che custodiscono la memoria, dialogano con il blu profondo del cielo creando armonie di straordinaria intensità poetica” -, attimi che ci fanno andare con la memoria a quelli di grandi maestri del passato (certe distese o tempeste o cieli infuriati scelti dalla pittura di un paio di secoli or sono), per il magma cromatico che si espande irruente in tutto il suo ordine – partecipe di una pregnante materia, reale e favolistica allo stesso tempo, costruita d’ispirazione e di lirismo, che si offre alla narrazione altrui ma che, in quel suo costante avvolgerti, si rende forte nel tuo stesso intimo. Non è, in Montesano, soltanto il piacere di usare il colore e di padroneggiarlo, il pittore (a cui io credo possa ancora essere accomunato il termine “giovane”, con simpatia e rispetto, con la consapevolezza di quelli che oggi sono i suoi maturi traguardi) ti rende partecipe della sua opera e tu, immediatamente, senza ombre o tentennamenti, dai conferma. Che ti piacerebbe sottolineare appropriandoti ancora di più – quasi un’altra firma che si insinua nella tela, un tramite di più ampio respiro – di quelle macchie bluastre che sono il segno del pittore, immancabile, poste centrali o di lato, posate con il colore o con un’impercettibile materia di differente consistenza, quei tratteggi e quelle linee continue che formano inaspettati confini o ulteriori orizzonti, le leggere sovrapposizioni che la luce rada sulla tela lascia affiorare, le colature indifferenti che Montesano – con accorta libertà – disperde tra le sue pianure e gli orizzonti lontani, i grandi fiumi che corrono al mare, i cieli notturni e le tempeste e le spiagge, i “transiti metafisici” che trascorrono da un mondo ad un altro, caparbiamente, da quattro cinque anni a questa parte.

Mentre ti fermi a osservare quanto i soggetti e le tecniche siano saggiati (al piano inferiore della galleria) con altre finezze negli acquerelli o nei disegni (l’unione di grafite, carboncino e pastello), mentre ti rendi conto di come nella Natura di Montesano sia negata la presenza umana, quasi come all’indomani di un evento – apocalittico? – che abbia avuto la forza di rovesciare ogni cosa, di bruciarla, di annientarla, disseminando ogni angolo di silenzi, o di come altro non rimanga che sparute tracce di vegetazione, a volte biancastra, anonima e irreale, più o meno appartata, più o meno impercettibile: ecco che ti chiedi se quella natura, la Natura che Montesano mette davanti ai nostri occhi, pur nel fiammeggiare sparso dei rossi e dei gialli e dei blu profondissimi – inarrivabili: altri mondi, altre epoche? chissà se non è azzardato chiedersi: altre spiritualità? -, nella bellezza di un profondo atto pittorico rivoluzionario, non sia “matrigna”, raggomitolata e rinchiusa in se stessa, leopardianamente, una sorta di “odorata ginestra / contenta dei deserti”, ultima bellezza, “frammento sospeso” della nostra epoca che l’artista recupera e offre. Mi chiedo ancora, se a un passo dal pessimismo cosmico o dall’ostilità lucreziana di scolastiche reminiscenze.

Ampie dimensioni, dicevo, un cinemascope di emozioni, come pure piccole emozioni ridotte in piccoli spazi. La medesima “tensione poetica” la scopri anche nelle installazioni di plexiglass e nei libri d’artista con cui Montesano punteggia la propria mostra, allineando dei bozzetti e offrendo un vero e proprio esempio, laddove in un godibile gioco di specchi – che permettono in parte a chi guarda di entrare nell’opera, in veste di testimone – un incastro di riflessione amplifica l’idea e il riuscito esperimento di Montesano, frutto targato 2025.

Prima di uscire dalla galleria, se volete farvi assorbire completamente dalla tavolozza del pittore, dalla sua completezza, giratevi ancora una volta – come ha fatto chi scrive queste note, che tra l’altro (perdonatemi l’appunto personale) tornava freschissimo dalla mostra fiorentina del Beato Angelico e s’era sino a ieri riempito gli occhi di manti della Vergine e di lussureggianti cappe e di pale d’altare, tra i colori irrefrenabili di Lorenzo Monaco e di Botticelli e dei tanti colleghi come degli ori dei Trecentisti – e guardate come ai blu e ai rossi si siano aggiunti in una ricchezza incomparabile le tante calibrature dell’arancio e dei viola, in un amalgama perfetto, direi oggi predominante. C’è un “Crepuscolo”, recentissimo, che è una tavolozza perfetta, il rosso di un tramonto a fondersi con la distesa del mare, il quale s’esprime in un violaceo che tocca il bagnasciuga carico di qualche cenno di verde, di qualche piccola pianta, e un’area di cielo azzurro e blu, in disparte un giallo squillante, sulla sinistra, un cenno quasi timido. Montesano non vuole épater le bourgeois, non ne ha bisogno, a quanto parrebbe comandare la corrente moderna, gli è sufficiente guardare ai maestri, usare il suo occhio moderno e creare piccoli capolavori.

Elio Rabbione

Nelle immagini, di Federico Montesano: “Crepuscolo”, acrilico su tela, cm 100×140, 2025; “Transito metafisico 40”, acrilico su tela, cm 100×100, 2024; “Transito metafisico 45”, acrilico su tela, cm 100×150, 2024; “Transito metafisico 49”, acrilico su tela, cm 70×100, 2024.

Con Caravaggio il via ai festeggiamenti per il ventennale del Forte di Bard

Al complesso fortificato della Vallée trionfa il “San Giovanni Battista-Borghese” opera tarda del grande Maestro lombardo

Fino al 6 aprile

Bard (Aosta)

Un lungo viaggio. Dalla capitolina “Galleria Borghese” ai circa cinquecento metri di altitudine del valdostano “Forte di Bard”. Grande protagonista e primattore della Festa (oltre Cinquecento le persone intervenute) tenutasi in occasione delle celebrazioni del Ventennale di attività del sabaudo “complesso fortificato”, nuovo “polo culturale” delle Alpi occidentali, è stato il celebre “San Giovanni Battista” o “Buon Pastore”, fra le ultime opere realizzate da Michelangelo Merisi detto Caravaggio (Milano, 1571 – Porto Ercole, 1610), massimo esponente della rinascimentale “Corrente naturalistica moderna”, contrapposta ai raffinati virtuosismi di “Manierismo” e “Classicismo”, nonché vigoroso sublime precursore della sensibilità barocca. Datato probabilmente intorno al 1610, ed eseguito dunque a pochi mesi dalla scomparsa, a soli 38 anni al termine di una vita “balorda” ed irrequieta, del pittore lombardo, il quadro (dato in prestito al “Forte” dalla “Galleria Borghese” di Roma) era con ogni probabilità una delle tre opere che Caravaggio portava con sé nell’ultimo drammatico viaggio da Napoli a Roma – con la speranza di ottenere la grazia dalla condanna a morte inflittagli da Papa Paolo V per l’omicidio di tal Ranuccio Tomassoni, suo rivale in amore, omicidio compiuto semplicemente, si racconta, per un “fallo” al gioco della pallacorda – e terminato invece con la sua prematura morte a Porto Ercole.

Opera intensa, quella in mostra al “Forte di Bard” fino a lunedì 6 aprile, che racconta in veste inedita ed essenziale, in un inquietante passionale rincorrersi di luci e ombre, la figura del Santo, privando il giovane martire dei soliti ripetitivi attributi iconografici (la ciotola d’acqua o favo di miele, l’agnello, il lungo bastone sormontato dalla croce e dalla scritta Ecce Agnus Dei, fino in più casi alla testa mozzata e posta su un vassoio) per proporcelo nella figura assorta di un giovane Pastore affiancato da un montone/ariete (molteplici, in ciò, le interpretazioni critiche) ritratto nell’atto di rosicchiare alcune foglie di vite e rivolto verso l’interno di un dipinto che ci offre una nuova visione del Santo “congelato – secondo lo storico dell’arte Eberhard Konig – nella vaga malinconia di colui che tace e medita in attesa del Verbo”.

“Capolavori al Forte” – Con il “San Giovanni Battista – Borghese” del Caravaggio prende il via il progetto triennale “Capolavori al Forte” (promosso con la collaborazione di “MondoMostre” e della “Galleria Borghese” di Roma) che vedrà alternarsi ogni anno, sino al 2028, un grande capolavoro dell’arte italiana all’interno della ex “Cappella militare”. Obiettivo: la volontà di valorizzare opere uniche, rispecchianti non solo il genio di grandi Maestri italiani ma anche “storie e iconografie eccezionali”.

Spiega, in proposito, la presidente dell’“Associazione Forte di Bard”, Ornella Badery:  “Per onorare nel migliore dei modi questa tappa importante della seconda vita del Forte di Bard, trasformato da fortezza di difesa a luogo di arte e cultura, abbiamo pensato, come primo ‘ospite’ ad un artista capace di esprimere in modo significativo e universale la qualità e l’importanza delle opere che dal Rinascimento all’epoca moderna il mondo ci invidia; la risposta unanime nella scelta è stata Caravaggio”.

“Lux in tenebris” – Appuntamento di grande interesse, sempre collegato alle celebrazioni del Ventennale e all’esposizione del Caravaggio, è anche l’omaggio musicale dedicato al grande artista e in programma domenica 18 gennaio (ore 15,30) nella “Sala Olivero” del “Forte”, con il concerto “Lux in tenebris” dell’Ensemble vocale chivassese de “Gli Invaghiti”. L’organico vocale e strumentale sarà ricco e variegato, suddiviso in tre momenti caratterizzanti la vita dell’artista, attraverso la propria formazione a Milano, Roma e Napoli. Ad arricchire il contesto culturale del concerto, saranno proposti anche alcuni “madrigali” che lo stesso Caravaggio ha dipinto sulle varie versioni del “suonatore di liuto”. Il tema dei contrasti chiaroscurali, così come in ambito pittorico proprio del Caravaggio, verrà esaltato attraverso la riproposizione di brani che alternano tematiche sacre a quelle profane, in andamenti ritmici diversi fra loro.

Gianni Milani

“Capolavori al Forte: protagonista il Caravaggio”

Forte di Bard, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it

Fino a lunedì 6 aprile

Orari: feriali 10/18; sab. dom. e festivi 10/19; lunedì chiuso

Nelle foto: Caravaggio “San Giovanni Battista” e opera in allestimento (Ph. Mauro Coen B.); “Gli Invaghiti”

Il realismo magico di Simone Stuto

BRANDELLI  Postille di troppo su artisti contemporanei

Di Riccardo Rapini

 

Nel secondo capitolo di Brandelli, rubrica settimanale sugli artisti contemporanei legata al contesto torinese, vi parlo di Simone Stuto. Simone nasce a Caltanissetta nel 1991; si forma all’Accademia di Belle Arti di Palermo, dove matura un interesse profondo per pittura, disegno e tradizione iconografica, affiancato da una pratica costante di lettura e studio.

Vive e lavora a Torino, poco distante dalla fermata della metro Montegrappa.

Mi apre le porte della sua casa-studio esposta a una luce solare piena, curata nei minimi dettagli nell’arredamento e che appare come un rifugio traboccante di tesori: sculture in legno o gesso, libri antichi, scrigni, cofanetti, ex voto, icone religiose, quadri e stampe.

E, ovviamente, le sue opere, disseminate ovunque nell’abitazione e che non stonano affatto accanto all’antico. Mi offre un tè in cucina mentre il sole ancora inonda la stanza; sul tavolo, un grosso recipiente ricolmo di aglio che somiglia a una variante del Piatto di pesche di Giovanni Ambrogio Figino.

È una persona colta, Simone; molti i riferimenti che impastano le sue opere: da Schiele a Montale, da Borges al cinema. Ma la cultura, in lui, non diventa mai una lama affilata: gli serve piuttosto a stare meglio dentro il mondo e non a smontarne gli ingranaggi.

La pittura di Stuto dialoga però soprattutto con la tradizione, sformandone i rigori pur rimanendovi sotto il chiarore di una stella fissa. Antichi stilemi del passato che ritornano, similmente a un idioma imparato da bambino e che, detto una volta, non ha mai smesso di riaffiorare.

Medioevo, Rinascimento, Oriente, miniature, corpi, verzure, ornamenti si amalgamano e danno (s)corporatura a immagini che virano all’astratto di masse abnormi, all’inorganico di nebulose o a teratologie umane. Le figure nei suoi quadri non mi raccontano enigmi, visioni o sogni, ma un realismo magico attraversato da un’insita perturbazione che spinge i corpi a perdere coerenza logico-matematica.

A volte si sdoppiano, altre si ingarbugliano con lo sfondo impressionista, altre ancora si sfaldano in congerie che, più che alla putrefazione, rimandano all’atto di sviluppo di una farfalla aliena. Una metamorfosi quasi sempre incompleta: le figure restano sospese in uno stato in itinere; le immagini trattengono il passaggio, come significanti che non ce la fanno a farsi frase, e le membra sembrano sapere che non verranno salvate da alcuna tensione espressiva.

Si tratta di un immateriale laico, nonostante i continui richiami alle icone religiose, che non è dunque spirito, ma un processo psicologico che alterna sottrazione e addizione nelle fisionomie. Da qui la contraddizione centrale del suo lavoro: voler sparire senza scomparire.

Il male che affligge tutti noi nelle vicende quotidiane procede per accumulo e può raggiungere un apice saturativo; Simone aggira l’ostacolo e si regge dunque su altri sistemi: l’intangibile come residuo della materia che cessa di funzionare. Ne è un esempio il suo Orfeo: nell’istante in cui, impaziente, si volta alle soglie del Regno dei morti per rivedere finalmente gli occhi di Euridice, assiste invece alla sua definitiva dissoluzione, al suo irrevocabile ritorno nell’Ade.

Stuto ne cattura il momento esatto, cristallizzandolo nell’inafferrabilità di una nube scura, in cui la donna si “sfà”. Qui la carne di Orfeo non grida: si lascia invadere dalla vegetazione, in un processo che galleggiasulla tela e che sembra un riverbero speculare — nei suoi tecnicismi inscrutabili — al dissolvimento dell’amata.

La forte impressione che ho avuto è che l’arte di Simone non tema di essere capita e non impazzisca per le didascalie. Infine, essere compresi è spesso una forma di fraintendimento riuscito.

In questo senso, il suo lavoro è particolarmente onesto e diretto.

La sublimazione artistica è una ferita interna che ha trovato il modo di diventare superficie o meglio una cicatrice che si fa poesia e che, in Simone, appare come un fitto colloquio tra corpo e idea, tra individuale e cosmico, in cui ogni elemento figurativo sembra parte di un continuum che non si arresta in se stesso ma rimbomba oltre il suo orlo.

 

Nelle foto:

Ritratto dell’artista (ph Nicola Morittu)
Ritratto dell’artista (ph Nicola Morittu)
L’albero di Jesse, fusaggine e gessetto bianco su carta, cm. 50×70 2021 ph. Nicola Morittu
Più prezioso è il contatto del tuo labbro nell’ombra, oil on canvas, cm. 100×120, 2023, ph. Nicola Morittu
La nota interrotta, olio su tela, cm. 100×120, 2024, ph. Nicola Morittu

“Ettore Fico. Paradisi ritrovati” al MEF

Doverosa retrospettiva dedicata all’indimenticato Ettore Fico nelle Sale del “suo” “MEF – Museo Ettore Fico” di via Cigna, a Torino

Fino a domenica 15 marzo

Finalmente! Attraverso un “corpus” di opere fondamentali appartenenti alla sua lunga carriera professionale, si torna a regalare alla Città una nuova mostra tesa a far debita memoria di una delle figure più rilevanti del Novecento artistico piemontese e torinese, troppo spesso e in maniera decisamente ingiustificabile trascurata dal “cerchio ufficiale” (Musei e Gallerie) della “Comunità artistica” subalpina. Tant’è che, ancora una volta, la suggestiva attuale retrospettiva dedicata al grande biellese Ettore Fico (nativo di Piatto Biellese, 1917 e scomparso a Torino nel 2004) porta la firma del “MEF”, il “Museo” fortemente voluto nel 2014, per lasciare alla città un segno indelebile dell’opera dell’artista – così come la “Fondazione” sempre a lui dedicata nel 2007 – dalla moglie Ines Sacco Fico, scomparsa nel 2017.

“Paradisi ritrovati”, é il titolo della mostra, a cura di Andrea Busto, direttore del “MEF”. Che sottolinea: “I ‘Paradisi ritrovati’ di Ettore Fico sono boschi incontaminati, paesaggi collinari, vigneti, pergolati e soprattutto giardini fioriti, ricolmi di tonalità variopinte che brulicano vivide e squillanti sulla superficie pittorica. L’assunto fondamentale da cui scaturisce il percorso della mostra è la sintesi di un ideale ‘manifesto programmatico’ dell’artista”. “Manifesto” cui Fico rimase fedele, vita natura durante, fatte salve alcune tentazioni giovanili che, negli anni del dopoguerra, gli fecero strizzare l’occhio a certa ricerca stilistica americana misuratamente rivolta all’“informale” (infatuazione di poco conto!). Non “roba” sua. Infatuazione irrilevante, che non lo staccò mai dai temi più cari della sua singolare e inconfondibile pittura, trasmessagli nei suoi principi basilari dalla frequentazione per diversi anni dello studio di Luigi Serralunga: la natura, i giardini, le composizioni floreali, ma anche ritratti (memorabili quelli eseguiti durante il servizio militare e la prigionia in Nord Africa, dal 1943 al 1946), i suoi interni e l’amato cane “Moretto”, protagonista di varie opere realizzate fra gli Anni ’60 e ’80. Artista di grandi capacità tecniche e indubbia libertà espressiva, Fico amava tutto quanto poteva venirgli e ispirarlo dal colore, da tratti cromatici lasciati liberi di scorrazzare per la tela intrecciandosi fra rossi accesi, blu, verdi e gialli in giochi di estremo rigore tonale, pur nella loro fascinosa e lirica e visionaria concezione segnica. Dalle potenzialità del colore, per Fico, parte tutto. Colore come giostra inebriante di emozioni, come geniale scrittura narrante le voci trasmesse dagli occhi al cuore, in pagine intense di gusto post-impressionistico in cui, a tratti, non si possono eludere importanti richiami alle “geometrie cézanniane” o al “fare puntinistico” di un Seurat. Su questi sentieri, Fico ha saputo e voluto muoversi con caparbia ed eticamente corretta puntualità lungo tutta la sua lunga carriera professionale. Pur negli anni del dopoguerra, allorché la scena artistica torinese sembrava assolutamente monopolizzarsi tra il “realismo” di Felice Casorati e l’“astrattismo” di Luigi Spazzapan. Spirito indipendente, anche quando, Anni ’60 – ’70, le campiture cromatiche si piegarono, in certo senso, a narrazioni più distese, al cui interno gli oggetti tornarono ad appropriarsi di contorni più netti e segnicamente decifrabili. Il tutto risolto “in proprio”. In piena, inattaccabile indipendenza rispetto alle “grandi scuole” del passato o di quel “presente” che, da tutti o da tanti osannato, gli stava al fianco, ma che, in cuor suo, non sentiva capace di regalargli nuove vie di espressiva intensità. Quelle, pur anche insidiose ma mai abbandonate, fatte di tenace, faticosa ricerca sul colore, “bene prezioso”, il solo in grado di scavare nella concretezza del paesaggio, nei grappoli profumati di un glicine (simbolo di amicizia e di amore eterno), negli alberi o in un giardino fiorito – temi, in assoluto, legati alla maturità dell’artista – per farne emergere esaltanti sensazioni e profonde verità capaci di aprire squarci di sereno splendore nelle ombre inquiete del quotidiano.

Dice bene, in proposito, Andrea Busto“Nonostante la naturale e fisiologica maturazione stilistica che accompagna l’evoluzione della poetica individuale, Ettore Fico ha sempre dimostrato una sorprendente coerenza di intenti conservando intatto, durante oltre sessant’anni di attività, un proposito fondamentale: quello di trasfigurare la natura attraverso una sorta di ‘astrazione irrisolta’, sondando cioè la profondità delle cose senza smarrirne la presenza ontologica, fattuale e restituendone in definitiva un’immagine filtrata dalla propria capacità di rielaborazione a posteriori. Attraverso opere indubbiamente fondamentali, la mostra intende narrare la storia di un cammino personale, partecipato ed emotivamente intenso”.

Gianni Milani

“Ettore Fico. Paradisi ritrovati”

“MEF – Museo Ettore Fico”, via Cigna 114, Torino; tel. 011/852510 o www.museofico.it . Fino al 15 marzo

Orari: dal merc. alla dom. 11/19; lun. e mart. chiuso

Nelle foto: Ettore Fico “Estate”, olio su tela, 1998; “Glicine n.2”, olio su tela, 1995; “Vite vergine”, olio su tela, 2000

“Lapponia”, a teatro con Sergio Muniz e Miriam Mesturino

“Lapponia” andrà in scena al teatro Erba , da venerdì 30 a domenica 1⁰ febbraio, con un cast d’eccezione composto da Sergio Muniz, Miriam Mesturino, Sebastiano Gavazzo e Cristina Chinaglia, nella versione italiana di Pino Tierno.

La vicenda è incentrata sulla cena della Vigilia di Natale, una commedia magica tra verità e bugie, ambientata in Finlandia con una domanda campale: “Babbo Natale esiste?”. Monica, con il figlio Giuliano e il marito spagnolo Ramon si recano in Lapponia per trascorrere le vacanze di Natale con la sorella di Monica, Silvia, il suo compagno finlandese Olavi e la loro figlia di quattro anni, Ania. La bimba rivela a Giuliano che Babbo Natale non esiste, che è una bugia inventata dai genitori per costringere i bambini a comportarsi bene. Ecco la miccia che trasformerà una serata idilliaca di festa ai confini del Circolo Polare Artico in un campo di battaglia, al tempo stesso esilarante e feroce, in cui vedremo sgretolarsi poco a poco le maschere di benevolenza, buona creanza e tolleranza dei protagonisti. È giusto dire sempre la verità? Le bugie sono così cattive? Bisogna svelare il trucco o si può lasciare spazio all’illusione della magia? Queste sono le domande che metteranno in crisi il modo di allevare i figli, le tradizioni, i valori familiari e culturali delle due coppie, fino a portarle a svelare segreti e desideri inconfessabili. “Lapponia” è una commedia dallo humour corrosivo e graffiante, che farà riflettere e ridere lo spettatore, porgendogli uno specchio deformate, e scoprirà qualcosa che lo riguarda molto da vicino. Questa commedia, campione di incassi in Spagna e Sud America, è stata scritta da Marc Angelet e Cristina Clemente.

Teatro Erba Torino

Biglietti disponibili presso il botteghino del teatro e online

Mara Martellotta