CULTURA E SPETTACOLI

Torino tra architettura e pittura: Giacomo Balla

Torino tra architettura e pittura

1 Guarino Guarini (1624-1683)
2 Filippo Juvarra (1678-1736)
3 Alessandro Antonelli (1798-1888)
4 Pietro Fenoglio (1865-1927)
5 Giacomo Balla (1871-1958)
6 Felice Casorati (1883-1963)
7 I Sei di Torino
8 Alighiero Boetti (1940-1994)
9 Giuseppe Penone (1947-)
10 Mario Merz (1925-2003)

3) Giacomo Balla (1871-1958)

Mi piace sempre fare un po’ di dibattito con i miei studenti, parlare, proporre loro delle tematiche su cui riflettere, ascoltare ciò che pensano è non solo stimolante e interessante per entrambe le parti, ma necessario per tenere attiva l’attenzione. Uno degli ultimi argomenti su cui ci siamo impelagati è stato davvero complesso, ma credo che abbia fatto comprendere alla classe quanto l’arte possa essere una materia interdisciplinare, diversificata e soprattutto ampia. La riflessione riguardava il concetto di “damnatio memoriae”, e il fatto che in tempi antichi non destasse tanto scalpore la distruzione di opere d’arte; tali accadimenti erano motivati da varie ragioni, politiche prima di tutto, ma anche religiose. Il discorso si è poi allargato e ci siamo ritrovati a dibattere sulla complessa questione dell’arte come “atto distruttivo”.
Le operazioni artistiche talvolta lavorano “in negativo”, rimandano al “disfare” e alla “distruzione creativa”, come per esempio i tagli di Fontana o le combustioni di Burri, inoltre molte “performance” di celebri artisti come Hermann Nitsch o esponenti della “body art”, di cui Marina Abramović è la regina indiscussa, sono allo stesso tempo “atti distruttivi” e “esibizioni spettacolari”.
Non sono pochi i testi e le interviste di esperti del settore che sottolineano il sottile e articolato legame tra tale particolare estetica artistica e la strategia del terrore, basata anch’essa sul “distruggere per richiamare l’attenzione del pubblico”. E se tale modo d’agire “funzionava” in passato, oggi risulta tragicamente vincente: viviamo ormai ai tempi dei “mass media”, una cosa non è vera finché non viene caricata su internet e non ottiene milioni di visualizzazioni. Si pensi ai tragici eventi del 2001, all’esplosione dei Buddha di Bamiyan o alla caduta delle Twin Towers: entrambi momenti angosciosi e tremendi, entrambi rigorosamente filmati e mostrati al mondo con il preciso scopo di spiazzare e terrorizzare gli spettatori.

Eppure l’atto di distruggere un’opera d’arte può avere anche un’altra valenza. Nella “graphic novel” di Alan Moore, “V for Vendetta” il protagonista, mascherato da Guy Fawkes, cospiratore cattolico protagonista della “Congiura delle Polveri”, vuole far esplodere il parlamento inglese, edificio simbolo di una dittatura violenta e totalitaria. La demolizione dell’edificio storico diventa, nel fumetto, simbolo di un nuovo inizio, della libertà del popolo che trionfa sulla dittatura.
L’arte come “atto di distruzione”, la distruzione di opere d’arte, qual è il confine tra i due concetti? Dove può condurre l’etica della spettacolarizzazione? Non basterebbe un ciclo di conferenze per esaurire tali argomentazioni, figuriamoci quarantacinque minuti di didattica a distanza.
Tanto per mantenere attivo il dibattito con la classe, ho voluto insistere su un particolare movimento artistico e culturale che a mio parere risulta più che azzeccato per la situazione.
“Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica o utilitaria.” Questo dice il decimo punto del Manifesto del Futurismo, scritto da Tommaso Marinetti e pubblicato il 20 febbraio 1909 sulla prima pagina de “Le Figaro”. Nasce così il movimento d’avanguardia con cui l’Italia si affaccia al panorama europeo dell’arte contemporanea; Filippo Tommaso Marinetti (1876-1944), con la stesura del Manifesto teorico del Futurismo, dà vita ad una corrente artistica che investe tutti i campi culturali, dalla poesia all’arte, dalla letteratura alla musica, dalla danza al teatro. I Futuristi sostengono che sia necessario “cancellare il passato e inneggiare al futuro tecnologico” ed esaltano la distruzione di musei, accademie, biblioteche, perfino di alcune città storiche, per fare spazio alle nuove forme di bellezza che vanno ricercate nel progresso, nelle città industriali, nelle macchine e nel concetto della velocità.

Va tuttavia sottolineato che il Futurismo non è stato un movimento unitario e spesso la carica di attrazione che esercitava sugli artisti si esauriva in fretta.
Al Manifesto letterario presto ne seguono altri: nel 1910 Umberto Boccioni, (1882-1916), scrive il Manifesto relativo alla pittura futurista, due anni dopo Giacomo Balla, (1871-1958) e Fortunato Depero, (1888-1916) redigono il Manifesto della scultura futurista; di questo gruppo di artisti fanno parte altresì Carlo Carrà, (1881-1966), Luigi Russolo, (1885-1947), e Gino Severini, (1883-1966). Nel 1914 viene proclamato il Manifesto dell’architettura futurista, steso da Antonio Sant’Elia (1888-1916).
La progettazione dell’ideale “città futurista” viene immaginata da Sant’Elia in una serie di disegni che rappresentano grattacieli dotati di alte torri, edificati in metallo, vetro e cemento; all’interno dei progetti urbanistici sono compresi aeroporti, centrali elettriche, ponti e strade a vari livelli. Le architetture risultano imponenti e si ergono come “volumi puri”; al di là della vera e propria funzione, tali costruzioni paiono dei “monumenti” volti a celebrare “il trionfo della tecnologia”.
Una città brulicante e in continuo fermento, affollata e caotica, un po’ viene da chiederselo: Sant’Elia sarebbe poi effettivamente sopravvissuto ad un sabato pomeriggio in centro all’ora di punta? Bisogna sempre fare attenzione a ciò che si dice.
Per i Futuristi la protagonista indiscussa della rappresentazione artistica è “la realtà in movimento”, studiata e approfondita nel suo continuo divenire e nella sua incessante trasformazione.
In pittura, ad esempio, i soggetti prediletti sono le automobili, i treni, gli aerei, ma anche i cavalli al galoppo, uomini in azione, che camminano, che danzano, o colti mentre corrono; inoltre sono spesso rappresentate le strade, traboccanti di traffico convulso o costellate di cantieri edilizi, emblemi della città che cresce.
Gli artisti sono fortemente influenzati dalla cronofotografia e dal cinema, mezzi che permettono di registrare le fasi di un’azione, istante dopo istante. È per questo motivo che nei dipinti dei Futuristi il movimento viene scomposto nelle diverse fasi, come se si trattasse di studi scientifici in cui i vari momenti vengono visualizzati separatamente e poi sovrapposti. Più che esplicativo in tal senso è il “Dinamismo di un cane al guinzaglio (guinzaglio in moto)”, opera del 1912, realizzata da Giacomo Balla.

Questa modalità di rappresentazione del movimento risulta totalmente nuova e avrà larga eco nelle figurazioni grafiche dei fumetti. Il ritmo del moto viene sottolineato e accentuato da linee curve, oblique, ondulate o a spirale, che accompagnano il soggetto nella sua traiettoria, come a visualizzare le “scie” delle parti che fendono l’aria. I futuristi, oltre a preferire soggetti dinamici, amano l’uso di colori intensi e vivaci, contrapponendosi ai cubisti, che privilegiano tinte smorzate o monocrome e soggetti statici.
Vorrei ora soffermarmi proprio su Giacomo Balla, uno dei principali esponenti della pittura futurista. Egli nasce a Torino nel 1871, qui frequenta l’Accademia Albertina di Belle arti, dove conosce Pelliza da Volpedo; incomincia a dipingere quadri di matrice “pointilliste”, ma non segue rigorosamente il programma di Seurat e Signac. Nel 1895 Balla lascia definitivamente la città natale e si stabilisce a Roma, qui si avvicina in un primo momento al “Divisionismo”. Tra il 1908 e il 1910 si conclude il momento puntinista e si apre quello futurista; l’opera che segna il passaggio da un movimento all’altro è “Lampada ad arco”, tela databile al 1909, lo stesso anno in cui viene proclamato il Manifesto letterario di Marinetti.

In ambito futurista, Balla si dedica alle ricerche sulla scomposizione del colore e sulle fasi del movimento, percorso che si può constatare, oltre che nel già citato “Dinamismo di un cane al guinzaglio”, nell’opera “Ragazza che corre sul balcone, linee di velocità + paesaggio”, tela che risente degli studi che nel frattempo sta portando avanti la fotografia, come dimostra in particolar modo il lavoro di Anton Giulio Bragaglia. Essenziale, per quel che riguarda la scomposizione della luce e del colore, è il ciclo intitolato “Compenetrazioni iridescenti” (1912-1914), costituito da una folta serie di quadri e lavori ormai completamente astratti.
Negli anni in cui aderisce al futurismo, Balla si dedica anche alla scultura e allo studio di diversi materiali: in questa fase del suo percorso artistico lo si può considerare precursore del dadaismo.
Dopo il fervore iniziale, l’artista ritorna su temi più tradizionali, quali la raffigurazione di città, paesaggi e ritratti, riprendendo tecniche più convenzionali, anche se è giusto sottolineare che non abbandonò mai del tutto gli studi futuristi.
Certo non è sufficiente un’ora di lezione per discorrere di certi argomenti, così come non è questa la sede per spiegare in modo esaustivo le diverse complessità del Futurismo.
Credo tuttavia che il compito di un buon insegnate sia anche quello di stimolare nei propri studenti pensieri e riflessioni e, soprattutto, di pungolare la curiosità che mette in moto la mente e fa sì che ognuno possa approfondire in autonomia le tematiche proposte. D’altra parte ciò che si studia a scuola non è fine a se stesso, anzi sovente, è più attuale di quanto si creda.

Alessia Cagnotto

Un autunno di grandi mostre nei musei delle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo

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Sarà un autunno di grandi mostre quello proposto dalle Gallerie d’Italia di Intesa Sanpaolo che, nelle quattro sedi, hanno registrato, nel primo semestre 2026, ben 434 mila visitatori, con un +4 % rispetto allo stesso periodo del 2025.
Nei quattro musei delle Gallerie d’Italia di Milano, Napoli, Torino e Vicenza verrà  proposto un programma espositivo articolato, capace di attraversare epoche, linguaggi e temi diversi, a partire dalla grande tradizione della pittura italiana alla fotografia, dall’arte contemporanea alla riflessione sull’arte e sui suoi cambiamenti.
Sono otto le nuove mostre che accompagneranno il pubblico tra l’autunno 2026 e i primi mesi del 2027, sette delle quali nelle quattro sedi delle Gallerie d’Italia e una alla Casa Museo dell’Antiquariato Ivan Bruschi di Arezzo, parte del patrimonio di Intesa Sanpaolo. Si tratta di un programma che intreccia ricerca scientifica, valorizzazione delle collezioni e nuove interpretazioni della storia dell’arte, con una particolare attenzione alla fotografia e alla produzione contemporanea.

Dal 1⁰ ottobre 2026 a Torino il programma autunnale si apre con la mostra intitolata “Luca Campigotto, Wandering Europe”, visitabile fino al 7 febbraio 2027 , esposizione curata da Walter Guadagnini  nell’ambito della rassegna “La grande fotografia italiana”, a cura di Roberto Koch.
Il progetto rende omaggio a uno dei protagonisti della fotografia italiana contemporanea,  la cui ricerca si è  sviluppata intorno al viaggio, alle città e ai paesaggi,  esplorati in tutto il mondo attraverso immagini a colore in bianco e nero. Su commissione di Intesa Sanpaolo, Campigotto ha intrapreso un percorso fotografico attraverso l’Europa, confrontandosi con la complessità e le contraddizioni del paesaggio contemporaneo; luoghi segnati dall’inquinamento  e dall’intervento umano convivono con paesaggi naturali ancora grandiosi e incontaminati, in un viaggio alla ricerca di una bellezza capace di comprendere anche il sentimento di meraviglia e di sdegno.
A partire dal 22 ottobre prossimo fino al 7 febbraio 2027 le Gallerie d’Italia di Torino presenteranno una personale dedicata all’artista russo-americana Anastasia Samoylova Harbour, curata da Emanuela Mazzonis.
Questa artista risulta tra le voci più autorevoli  della fotografia contemporanea, sviluppa una nuova ricerca dedicata alle città d’acqua europee e alle trasformazioni del loro paesaggio. Genova, Venezia, Rotterdam, Marsiglia, Lisbona, Atene, Istanbul saranno al centro di un progetto commissionato da Intesa Sanpaolo, che affronta il rapporto tra comunità,  turismo e ambiente e le crescenti fragilità legate alla crisi climatica. Il progetto si inserisce nel percorso di ricerca dell’artista, già al centro di FloodZone, dedicato alle conseguenze dell’innalzamento del livello del mare.

Mara Martellotta

Monferrato On Stage chiude con Chiara Buratti, Ettore Scarpa e Andrea Cerrato

Trepida attesa per gli ultimi due appuntamenti della undicesima edizione di ‘Monferrato On Stage’, rassegna itinerante creata e gestita da Fondazione MOS ETS , che unisce le eccellenze gastronomiche alla musica, per valorizzare e accrescere il senso di identità e appartenenza al territorio situato tra le province di Torino, Asti e Alessandria.
Il lungo weekend con cui si concluderà la undicesima edizione del Festival prenderà il via venerdì 28 agosto ad Albugnano, nell’Astigiano.
Per la prima volta ‘Monferrato On Stage’ approderà al Belvedere Motta di Albugnano con una tappa, inizialmente prevista il 6 giugno, realizzata in collaborazione con il Comune di Albugnano, Riviera del Monferrato e la Monferrato Rural Food.
Protagonista dell’appuntamento al Belvedere Motta sarà l’attrice Chiara Buratti con il suo monologo “ Quattro donne” scritto insieme a Giannino Balbis e ispirato al brano “Four Woman” di Nina Simone. Chiara Buratti interpreterà quattro donne accomunate da una sensibilità fuori dal comune, mescolando momenti di riflessione, commozione e ironia. Per rendere omaggio al Monferrato e ai vini simbolo del territorio, lo spettacolo, solo per questa data speciale,  diventerà  “Quattro donne per quattro vini” e regalerà al pubblico di Albugnano un’esperienza immersiva tra teatro live electronics, a cura di Antonio Gatti, e suggestioni sensoriali.
A condurre la narrazione un angelo messaggero interpretato da Ettore Scarpa, alla regia Tommaso Massimo Rotella, i costumi che impreziosiscono lo spettacolo sono di Alessandra Maregazzi, i copricapi sono realizzati da Doria 1905 e i profumi di Hilde Soliani.
L’inizio dello spettacolo sarà  alle 21,30 a ingresso gratuito.
Dalle ore 19 sarà possibile accedere all’area dedicata al Food & beverage con “Banchetto & libagioni” a cura della Monferrato Rural Food, Brigata del Monferrato.
La proposta dei vini, come sempre composta solo ed esclusivamente da vini del Monferrato, sarà supportata dall’Enoteca Regionale  dell’Albugnano,  Riviera del Monferrato e del Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato con la partecipazione della Wine & Food  educator Martina Doglio Cotto.
In occasione dell’undicesima edizione della rassegna, dopo l’Enoteca Regionale di Ovada e del Monferrato, si è  aggiunta l’Enoteca Regionale di Albugnano, che collabora nell’organizzazione e nella gestione dei vini durante le diverse serate del Monferrato On Stage .
La presenza come partner delle enoteche regionali che rappresentano due aree diverse del territorio incarna lo spirito della rassegna, ovvero l’unione di grandi territori e grandi zone sotto un unico nome, quello del Monferrato.

Sabato 29 agosto, nel parco Conte di Camerano a Camerano Casasco, nell’Astigiano, si terrà l’ultimo appuntamento della rassegna, realizzato in partnership con il Comune di Camerano Casasco e la Pro Loco di Camerano Casasco.
Protagonista dell’ultima tappa sarà il cantautore Andrea Cerrato, la nuova voce pop che unisce musica e storytelling digitale con naturalezza e personalità che, con il suo live, farà stringere il pubblico di Monferrato On Stage in un abbraccio collettivo, dove grandi e piccini canteranno, balleranno e si emozioneranno a ogni brano.
Il concerto prenderà avvio alle ore 22 a ingresso gratuito. Alle 21.15 si terrà un opening act a cura di Camilla Musso.
A fare da sfondo al live la proiezione delle opere di PABLO T, considerato oggi uno tra i maggiori pittori astrattisti Internazionali,  fondatore e maestro dell’astrattismo extrasensoriale, con atelier nel Monferrato. Oltre alle numerose monografie che gli sono state dedicate, nel 2025 ha aperto la rassegna di arte contemporanea con la sua personale sotto il logo di Giubileo Pellegrini di Speranza e ha esposto, tra gli altri, all’Abbazia di Polirone, tra le opere di Correggio e Bonsignori, sotto la tutela dei Beni Culturali. Ha ottenuto due Leoni d’Oro per le Arti Visive a Venezia e diversi premi internazionali.

Dalle ore 19 sarà aperta l’area dedicata alla degustazione dei piatti di qualità preparati dalla Pro Loco di Camerano Casasco con prodotti tipici del territorio.  Il cocktail bar che segue le serate di Monferrato On Stage prosegue per questa edizione la collaborazione con lo storico partner Distilleria Bosso e altri produttori locali.
Gli appuntamenti saranno arricchiti da una mostra fotografica interattiva “Pictures of you- On the road”, su progetto di Henry Ruggeri e Rebel House, con la collaborazione di Chiara Buratti.
Attraverso l’app Notaway ogni immagine prende vita e, inquadrando con il proprio smartphone le fotografie realizzate da Henry Ruggeri ad alcuni tra i più importanti protagonisti della scena musicale internazionale, i visitatori potranno accedere a contenuti video esclusivi realizzati dallo scrittore e giornalista Massimo Cotto, tra le voci più autorevoli del giornalismo musicale, scomparso nel 2024.

MM

Street art a Torino: una galleria a cielo aperto

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SCOPRI – TO ALLA SCOPERTA DI TORINO
Torino si è affermata negli ultimi anni come uno dei poli più vitali per la street art in Italia. Quella che un tempo era considerata arte marginale o vandalismo, oggi è diventata parte integrante del paesaggio urbano, capace di raccontare storie, identità e trasformazioni. Passeggiare per la città significa immergersi in un museo a cielo aperto, dove i muri non separano ma parlano, e le periferie si trasformano in vere e proprie gallerie d’arte pubblica. I murales diventano strumenti di rigenerazione urbana, simboli di comunità e voce dei quartieri. Dalle opere monumentali commissionate da festival e istituzioni, fino alle tracce più spontanee lasciate sui muri delle strade meno battute, la street art torinese offre un viaggio visivo e culturale denso di significato.
Dalle periferie ribelli alle opere monumentali
Il quartiere “Aurora” è uno dei primi a saltare all’occhio quando si parla di street art a Torino. Ex zona industriale, oggi è una delle aree più dinamiche sotto il profilo artistico e sociale. Qui, tra case popolari e vecchi capannoni, si trovano alcuni tra i murales più grandi e d’impatto della città. Opere come quelle realizzate da Millo, con i suoi personaggi in bianco e nero che interagiscono con la città, raccontano sogni urbani e quotidianità in modo poetico. Il progetto “B.Art” ha portato oltre 40 murales tra Barriera di Milano e altri quartieri della periferia nord, coinvolgendo artisti italiani e internazionali per trasformare muri grigi in spazi narrativi. Non sono solo decorazioni: questi interventi sono pensati per dialogare con il territorio, con le persone che lo abitano, con le sue ferite e le sue speranze. La street art assume così un ruolo sociale, capace di riqualificare esteticamente ma anche di ricucire il tessuto urbano.
Il centro città e le nuove frontiere dell’arte urbana.
Anche il centro di Torino non resta indietro. Pur conservando un’eleganza sabauda e un’architettura storica, accoglie sempre più spesso interventi artistici murali che si inseriscono con discrezione e intelligenza nel tessuto urbano. Zone come San Salvario o il Quadrilatero Romano ospitano opere più piccole ma ricche di significato, dove lo stile degli artisti si fonde con le atmosfere del quartiere. Le serrande dei negozi diventano tele temporanee che cambiano volto tra il giorno e la notte. In via Aosta e via Cecchi, alcuni spazi dismessi sono stati recuperati attraverso progetti condivisi che uniscono arte, educazione e cittadinanza attiva. L’arte urbana torinese oggi esplora anche linguaggi nuovi: stencil, poster, collage, sticker art e installazioni temporanee. Non si tratta più soltanto di disegni murali ma di una contaminazione tra generi che fa dialogare la città con il mondo contemporaneo. Il ruolo delle gallerie indipendenti, dei festival come “Picturin” o delle realtà come “Il Cerchio e le Gocce” è stato fondamentale per far crescere una scena urbana coerente, viva e aperta al cambiamento.
Torino continua ad evolversi e, con lei, anche la sua arte urbana. Ogni muro dipinto aggiunge un tassello alla narrazione collettiva della città, rendendola più inclusiva, espressiva e viva. Chi osserva i murales torinesi, oggi, non guarda soltanto un’opera d’arte: legge un messaggio, ascolta una voce, incontra una comunità. In una città che ha fatto dell’equilibrio tra memoria e innovazione il suo punto di forza, la street art non è più un linguaggio ai margini, ma una parte essenziale del suo volto, il volto di Torino.
NOEMI GARIANO

Quelle montagne … così com’erano

Una mostra al sabaudo “Forte di Bard” per raccontare le “metamorfosi” del paesaggio alpino in oltre un secolo di storia

Fino a domenica 1° novembre

Bard (Aosta)

Dalla “Veduta della ghiacciaia della Brenva dietro il Monte Bianco” (olio su tela, 1825-’27) a firma del “regio pittore in paesaggi e boscareccie”, il “vedutista” Angelo Antonio Cignaroli (Torino 1761 – 1841), per passare ai circa 4.500 metri di altitudine della magnifica candida e innevata (allora sì!) “estrema punta piramidale” de “Il Cervino”, opera del “peintre – alpinista” Angelo Abrate (Torino 1900 – Sallanches, 1985), cui si devono anche centinaia di dipinti raffiguranti il “Monte Bianco” – suo incontestabile cavallo di battaglia – spesso realizzati direttamente in quota, fino (solo per citarne alcuni) al “Pascolo a Valtournanche”, olio su tela del 1930 ca. del bolognese, torinese di adozione, Giuseppe Gheduzzi, scuola all’“Accademia Albertina” di Torino e collaboratore del padre Ugo nella realizzazione delle scenografie del subalpino “Teatro Regio”  o, facendo un passo indietro, alla minuta, rigorosa ma di Anonimo “Caccia del re Vittorio Emanuele II di Savoia in Val Salvaranche” (1860 ca.): sono oltre 70 (tra le 400 e passa individuate ed appartenenti ad istituzioni pubbliche e a privati collezionisti), articolate in sei sezioni, le opere stilisticamente eterogenee e “racconto corale del mondo alpino” – dai dipinti ai disegni ai manifesti – raccolte nella generosa e suggestiva rassegna “Metamorfosi dello sguardo. Le Alpi immaginifiche”, inaugurata nei giorni scorsi al “Forte di Bard” e lì ospitata, negli alloggiamenti del “Museo delle Alpi” fino a domenica 1° novembre.

Curata da Aldo Audisio e promossa nell’ambito del progetto “DAHU – Développement et Adaptation des occupations Humaines en montagne” (che coinvolge la “Regione autonoma Valle d’Aosta”, il “Comune di Issime”, il “Forte di Bard”, il “Dipartimento dell’Alta Savoia” e la “Comunità dei Comuni della Valle di Chamonix Mont-Blanc”), l’iniziativa “declina le finalità sotto il profilo artistico esplorando, invece, l’evoluzione del paesaggio montano tra la fine del XVIII e la metà del XX secolo, offrendo una visione arricchita da un approccio scientifico che spazia dalla storia dell’arte all’archeologia”. Il tutto sul lungo filo di una ricerca e di una narrazione espositiva, studiata ad hoc, frutto di una pluralità di sguardi – di artisti, scienziati e alpinisti – cha va, a grandi balzi, dalle iconografie legate alla vita pastorale e agli elementi naturali, fino alle nuove forme di “antropizzazione” legate al turismo e agli sport invernali, “evidenziando i profondi mutamenti climatici e paesaggistici avvenuti nel corso dei decenni”. Tema, per altro, al centro delle attenzioni del “Forte” valdostano già nell’arco degli ultimi anni (ancora in corso, fino al 27 settembre in proposito, e proprio incentrata sul drammatico argomento in questione, la mostra fotografica “Ghiacciai” del grande reporter brasiliano Sebastião Salgado“attraverso progettualità che hanno avuto l’ambizione di contribuire alla diffusione della conoscenza e della comprensione di quanto sia fragile il mondo della montagna e di quanto sia importante approfondirne la conoscenza”. Parole della Presidente dell’“Associazione Forte di Bard”, Ornella Badery, che aggiunge: “La mostra è il risultato di una poderosa ricerca condotta negli archivi pubblici e privati della Valle d’Aosta e della Valle di Chamonix e dimostra proprio come l’evoluzione del paesaggio delle terre alte si sia realizzata nel corso dei secoli e come i cambiamenti siano stati influenzati (‘troppo spesso negativamente’ aggiungiamo noi) dalla presenza dell’uomo”.

“Chi come noi – spiega, da parte sua, l’Assessore regionale all’‘Istruzione, Cultura e Politiche Identitarie’, Erik Lavevaz – ha a cuore il futuro della Valle d’Aosta, intesa tanto come territorio quanto come comunità, non può non interrogarsi sul futuro dell’ambiente alpino provando ad allontanarsi dalla retorica e dagli allarmismi, ma sviluppando una coscienza che ancora può essere autentica. Queste terre sono chiaramente un laboratorio a cielo aperto in cui la cultura non è un orpello intellettuale, ma un modo fondamentale per comprendere noi stessi e proiettarci in avanti”. Oggi più che mai. Sulla scia di quanto “auspicato” dal celeberrimo Manifesto (presente in mostra) “Val d’Aosta. Sport invernali” disegnato attorno al 1940 dal noto disegnatore barese Gino Boccasile (Bari, 1901 – Milano, 1952), inneggiante, pur negli anni bui dell’inizio della Secondo conflitto Mondiale, alla montagna come “meta glamour e accessibile”, luogo di divertimento, sport, gioia e incontro per tutti. Anche attraverso il sorriso radioso di una smagliante figura femminile (un “classico” del Boccasile) icona ideale di uno stile di vita che ha cavalcato i tempi. E messo oggi seriamente a rischio!

Gianni Milani

“Metamorfosi dello sguardo. Le Alpi immaginifiche”

“Forte di Bard”, via Vittorio Emanuele II, Bard (Aosta); tel. 0125/833811 o www.fortedibard.it . Fino al 1° novembre. Orari: da mart. a ven. 10/18, sab. dom. e festivi 10/19

Nelle foto: Angelo Abrate “Il Cervino”, olio su tela, 1934; Giuseppe Gheduzzi “Pascolo a Valtournanche”, olio su tela, 1930 ca.; Gino Boccasile “Val d’Aosta. Sport invernali”, Offset a colori su carta, 1940

Il piemontese Pio V, il papa di Lepanto

Sognava di mobilitare l’intera Cristianità contro il grande pericolo turco Michele Ghislieri, il cardinale Alessandrino, diventato Papa V. Fu il promotore della Lega Santa che sconfisse i turchi a Lepanto il 7 ottobre 1571

 La minaccia dell’Islam in Europa e nel Mediterraneo fu utilizzata dal domenicano di Bosco Marengo, l’unico Papa piemontese della storia del cattolicesimo (Papa Bergoglio è di origine piemontese) per infiammare l’Europa cristiana, unire gran parte delle potenze europee e affrontare i turchi sul mare con una grande flotta guidata da Don Giovanni d’Austria. Per realizzare il suo obiettivo poteva contare sull’appoggio di molti sovrani europei ma non su quello del re di Francia che, pur “cristianissimo”, trescava con il Turco. Pio V ha aveva letto dei messaggi scritti da Carlo IX in cui il sultano ottomano Selim II (figlio di Solimano il Magnifico) veniva chiamato perfino “imperatore dei Turchi” quando invece agli occhi degli europei era un nemico e un tiranno da combattere. Leggendo parole come “altissimo, potentissimo e invincibile grande imperatore dei musulmani, nostro carissimo amico, Dio voglia aumentare la vostra grandezza….Pio V scattava sulla sedia e andava su tutte le furie. D’altronde, i cordiali rapporti franco-ottomani non erano una novità. Già 35 anni prima, Francesco I, re di Francia, aveva firmato con Solimano un “empio” patto di amicizia e di alleanza destinato a durare fino all’arrivo di Napoleone in Egitto alla fine del Settecento. Agli equipaggi pronti a salpare da Messina per raggiungere il Golfo di Lepanto, in Grecia, e scontrarsi in mezzo al mare con la flotta della Mezzaluna, Pio V raccomandava, in una lettera personale consegnata al comandante della flotta Don Giovanni d’Austria, di comportarsi cristianamente sulle galee, di non giocare e non bestemmiare, di pregare al mattino e di addestrarsi militarmente nel pomeriggio in attesa del grande scontro. Oltre 400 galee e più di 200.000 uomini si affrontarono in una battaglia che fu quasi più “terrestre” che navale. Galea contro galea, centinaia di scafi che si percuotono l’uno contro l’altro, soldati che si gettano sulle imbarcazioni nemiche, vicinissime tra loro, quasi incastrate, tenute insieme da pedane, tavole e passerelle, in un fuoco incessante di archibugi e pistole incrociato con nugoli di frecce e lance. La flotta della Lega cristiana investì quella ottomana sbaragliandola. Il grande ammiraglio Alì Pascià morì e con lui perirono altri 25.000 turchi mentre le perdite cristiane ammontarono a 7500 uomini. La testa mozzata di Alì fu innalzata su una lancia affinchè tutti potessero vederla. Il 7 ottobre 1571 il golfo di Lepanto si trasformò in un grande campo di battaglia e in un gigantesco affresco storico oggi immortalato con dipinti e arazzi sulle pareti di palazzi storici, ville e chiese in tutta Europa. Ma la battaglia di Lepanto servì a qualcosa? La vittoria dei cristiani fu assai amplificata dalla propaganda vaticana e dalla chiesa cattolica ma il sultano Selim affermò che “gli era stata solo bruciacchiata la barba” e non aveva tutti i torti poiché in pochi mesi ricostruì la flotta colata a picco davanti alle isole Curzolari. Lepanto fu solo un fuoco di paglia come sostengono molti storici. Una battaglia vinta dalla Lega Santa all’interno di una guerra perduta, quella per Cipro, che due mesi prima cessò di essere un’isola veneziana e cadde nelle mani dei turchi, reduci, sei anni prima, dal fallimento del grande assedio di Malta. E tre anni più tardi, nel 1574, gli ottomani riconquistarono Tunisi e da lì sorvegliarono senza difficoltà le coste nordafricane e, da Cipro, il Mediterraneo orientale. Allora molto rumore per nulla? La grande battaglia non servì proprio a niente o ebbe delle conseguenze? La domanda se la pose Fernand Braudel. In effetti a far rumore intorno a Lepanto fu soprattutto il grande impatto propagandistico che la notizia della vittoria, giunta a Venezia il 19 ottobre, si propagò per l’intero continente suscitando un’ondata di euforia e delirio. L’anziano Papa Ghislieri ordinò di far suonare le campane di Roma invitando i fedeli a ringraziare Dio e la Madonna del Rosario per la vittoria del 7 ottobre.

 

Filippo Re

Torino diventa set cinematografico Si gira la serie The Supercar Project

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Dal 25 al 27 agosto strade chiuse e bus deviati nel cuore della città

Il capoluogo piemontese ospita le riprese di una nuova serie tv prodotta dalla tedesca Neuesuper. Modifiche alla circolazione e al trasporto pubblico tra piazza Vittorio Veneto, i Murazzi e le vie del centro

TORINO — Il centro storico di Torino si trasforma in un grande set cinematografico a cielo aperto. Da lunedì 24 agosto sono iniziate in città le riprese di una nuova serie televisiva internazionale, un progetto che porterà sotto la Mole troupe, regista e cast per circa tredici settimane di lavorazione, distribuite tra il centro cittadino e numerose località fuori Torino. Per consentire lo svolgimento delle scene, il Comune ha disposto una serie di modifiche temporanee alla circolazione che, tra martedì 25 e giovedì 27 agosto, interesseranno alcune delle arterie più centrali della città, con inevitabili ripercussioni anche sul trasporto pubblico gestito da GTT.

La produzione è firmata dalla società tedesca Neuesuper, con la produzione esecutiva italiana di Viola Film. Il progetto è realizzato con il contributo del FESR Piemonte 2021-2027, nell’ambito del bando Piemonte Film TV Fund 2026, e con il sostegno di Film Commission Torino Piemonte, a conferma del ruolo sempre più centrale che il capoluogo piemontese sta assumendo come location per produzioni internazionali di primo piano.

Le chiusure di oggi, martedì 25 agosto

Le prime limitazioni sono scattate oggi, tra le 17 e le 21, con interruzioni momentanee del traffico in modalità “stop&go” in via Santa Teresa (tratto via XX Settembre–via Roma), via Antonio Bertola (tratto via XX Settembre–via Roma), via Monte di Pietà (tratto via XX Settembre–via Viotti) e via Viotti (tratto via Bertola–via Pietro Micca).

Mercoledì 26 agosto: stop totale in via della Rocca e via Maria Vittoria

Il provvedimento più incisivo scatterà domani, mercoledì 26 agosto, dalle 18 alle 24: sarà vietata la circolazione in via della Rocca, nel tratto compreso tra via Giolitti e piazza Vittorio Veneto, e in via Maria Vittoria, tra via Plana e Lungo Po Diaz. Nella stessa fascia oraria, piazza Vittorio Veneto sarà interessata da interruzioni momentanee del traffico con modalità “stop&go” in prossimità dell’intersezione centrale con via della Rocca, restando dunque attraversabile ma con possibili attese e rallentamenti durante le fasi di ripresa.

Le limitazioni si ripercuoteranno anche sulla rete del trasporto pubblico. Secondo quanto comunicato da GTT, a partire dalle 23.59 di mercoledì e fino al termine del servizio subiranno deviazioni le linee bus e tram 13, 16CD, 30, 55, 56, 61 e 70, che interesseranno l’area di piazza Vittorio Veneto, del ponte Vittorio Emanuele I e di Lungo Po Cadorna. I percorsi alternativi delle singole linee sono consultabili sul sito di GTT, nella sezione dedicata a linee e orari.

La notte più critica: tra giovedì 27 e venerdì 28

Le restrizioni più estese sono previste nella notte tra giovedì 27 e venerdì 28 agosto. Dalla mezzanotte alle 2 la circolazione sarà interrotta in piazza Vittorio Veneto e in tutte le vie afferenti, da via della Rocca a Lungo Po Diaz. Tra le 00.00 e le 5.30 scatterà il blocco totale del traffico anche sul ponte Vittorio Emanuele I, ai Murazzi del Po Buscaglione e Farassino, e lungo Lungo Po Armando Diaz e Lungo Po Cadorna. In questa fascia oraria saranno sospesi i servizi di autobus e tram e sarà vietato il transito pedonale sui due lungofiume interessati, mentre resteranno regolarmente percorribili corso Casale e corso Moncalieri. L’accesso pedonale ai Murazzi sarà comunque garantito attraverso le scalinate.

Le chiusure proseguiranno poi giovedì 27 agosto, dalle 18 fino alle 5 di venerdì 28, con il divieto di circolazione in via Principe Amedeo, nel tratto compreso tra via San Francesco da Paola e via Roma.

Dal Comune fanno sapere che eventuali variazioni rispetto al calendario comunicato saranno tempestivamente rese note. Le riprese, sottolineano gli organizzatori, rappresentano un’occasione importante per portare Torino e alcuni dei suoi scorci più riconoscibili all’attenzione di un pubblico internazionale, proseguendo un percorso che negli ultimi anni ha visto la città piemontese affermarsi sempre più come set privilegiato per il cinema e le produzioni seriali di respiro globale.

Ai cittadini e ai turisti in transito nella zona si raccomanda di prestare attenzione alla segnaletica temporanea e, per chi utilizza il trasporto pubblico, di verificare preventivamente i percorsi alternativi delle linee interessate sul sito ufficiale di GTT.

CRISTINA TAVERNITI

© Film Commission Torino Piemonte | FCTP

 

Dove nascono le storie: il piccolo Nené prima di diventare Camilleri

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TORINO TRA LE RIGHE

Ci sono scrittori che raccontano storie. E poi ce ne sono altri che riescono a raccontare la nascita delle storie stesse, quel momento misterioso in cui un bambino osserva il mondo e, senza ancora saperlo, sta costruendo il proprio destino. È proprio lì che Alessandro Barbaglia sceglie di accompagnare il lettore con Nené nel paese delle magarìe, pubblicato da Mondadori e impreziosito dalle delicate illustrazioni di Alessandro Sanna.
Nel centenario della nascita di Andrea Camilleri, lo scrittore novarese evita la strada più semplice della biografia e sceglie quella, molto più coraggiosa, della fiaba. Il protagonista non è ancora il maestro di Vigata, ma il piccolo Nené, un ragazzino gracile e curioso che trascorre le estati nella casa di campagna della nonna Elvira, tra il profumo della zagara, il pane appena sfornato, i racconti popolari e quella Sicilia sospesa tra realtà e magia che accompagnerà tutta la sua futura produzione letteraria.
Barbaglia intreccia con straordinaria delicatezza i ricordi autobiografici di Camilleri, i suoi romanzi e la fantasia, costruendo un racconto in cui il confine tra il reale e l’immaginario diventa sempre più sottile. Accanto a Nené prendono vita personaggi indimenticabili, come la nonna “magara”, il cantastorie Minico e il misterioso “pimpigallo”, creatura fantastica che sembra guidare il protagonista verso la scoperta della forza delle parole e dell’immaginazione.
Più che raccontare l’infanzia di Camilleri, Barbaglia prova a immaginare il momento in cui nasce uno scrittore. Lo fa con una lingua che richiama con rispetto e naturalezza le sonorità care al grande autore siciliano, senza mai trasformarsi in imitazione. Il risultato è un testo poetico, capace di parlare ai ragazzi ma anche agli adulti, perché ognuno può ritrovare tra queste pagine un frammento della propria infanzia e di quel tempo in cui tutto sembrava ancora possibile.
Novarese, libraio e tra le voci più originali della narrativa italiana contemporanea, Alessandro Barbaglia ha conquistato negli anni lettori di ogni età con romanzi capaci di intrecciare poesia, memoria e fantasia. Finalista al Premio Strega con L’Atlante dell’invisibile e autore di libri molto apprezzati come La mossa del matto e L’invenzione di Eva, ha fatto della capacità di raccontare personaggi realmente esistiti attraverso uno sguardo profondamente umano uno dei tratti distintivi della sua scrittura. Con Nené nel paese delle magarìe sceglie però una strada ancora più delicata: non racconta il grande Andrea Camilleri, ma il bambino che un giorno lo diventerà, immaginando quel momento irripetibile in cui nasce il desiderio di inventare storie.
Nené nel paese delle magarìe è un omaggio sincero ad Andrea Camilleri, ma è soprattutto un inno alla fantasia, alla memoria e alla lettura. Perché forse ogni grande scrittore nasce proprio così: rincorrendo un sogno, un quaderno o un “pimpigallo” capace di trasformare la realtà in racconto.
E chissà se, chiudendo questo libro, non venga voglia anche a noi di tornare bambini, almeno per il tempo di una storia.
MARZIA ESTINI

Nasino è tornato per un pomeriggio nel medioevo

Domenica 23 agosto 2026 il Comune di Nasino (SV), in collaborazione con lo scrivente, ha organizzato l’evento “Un tuffo nel medioevo”, volto a ricordare il suo storico legame con i Marchesi di Clavesana, i Del Carretto e i Grimaldi di Monaco. La cerimonia è stata patrocinata dal Consiglio Regionale della Liguria, dalla Provincia di Savona e dal Comune di Nasino.
I partecipanti si sono ritrovati alle ore 16,30 davanti alla Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista, risalente al XIII secolo, dove alle ore 17 Don Pierdamiano Esposito ha celebrato la Santa Messa.
Successivamente, all’interno della chiesa si è tenuta una solenne cerimonia, aperta dai saluti del Sindaco Roberto De Andreis, il quale ha affermato che l’idea della manifestazione è nata per caso lo scorso aprile dopo la cerimonia organizzata dallo scrivente a Zuccarello per ricordare il 700° anniversario delle nozze tra Enrico Del Carretto e Caterina di Clavesana. Nella dote che Caterina portò al suo sposo era compresa anche la metà del feudo di Nasino.
In Frazione Costa ci sono i ruderi del castello che abbiamo cercato in primis di mettere in sicurezza e poi vedremo se riusciremo a fare qualcosa di più importante” ha concluso il Primo Cittadino, per poi passare la parola alla Consigliera Regionale Sara Foscolo, la quale ha sottolineato l’importanza di queste cerimonie, che permettono di “tramandare la nostra storia e le nostre tradizioni (…) Io sono anche Consigliere Comunale di Massimino e grazie ad Andrea Carnino stiamo scoprendo il legame del Comune con i Grimaldi. Se la storia non viene raccontata e tramandata di generazione in generazione si perde. La mia generazione ha sentito parlare dai nonni dei Marchesi Del Carretto, ma pian piano questo ricordo andrebbe perso se non ci fossero persone come Andrea che dedicano la loro passione, la loro vita per studiare, raccontarci e tramandarci”.
Ha quindi preso la parola il Consigliere Regionale Angelo Vaccarezza, il quale ha definito queste iniziative come “fondamentali, perché dimenticarci le nostre radici e la nostra storia ci impedisce di affrontare le sfide del futuro e chi lavora come il Dott. Carnino, che ho avuto il piacere di ascoltare qualche settimana fa a Castelvecchio di Rocca Barbena, con la sua infinita cultura, ci consente di non dimenticare da dove veniamo e questo è un discorso molto importante. (…) Questi valori sono quelli che ci servono per poter passare il testimone ai nostri figli”.
Ha concluso gli interventi l’Architetto Zunino, impegnato nell’importante progetto di recupero e valorizzazione del maniero. Il Comune di Nasino da alcuni anni si è infatti impegnato in questa iniziativa, coinvolgendo anche le Università di Sassari e Genova con l’intento di approfondire la conoscenza di questo edificio. Il progetto non è solo di conservazione archeologica, l’Amministrazione Comunale è infatti intenzionata a permettere la fruibilità al pubblico del maniero, anche attraverso la realtà virtuale, in modo da trasformarlo in uno stimolo per il turismo e in una risorsa per la valorizzazione dell’identità locale.
Lo scrivente nel suo intervento ha ripercorso la storia del Comune e il suo legame con i Marchesi di Clavesana e i Del Carretto.
Quando nel 950 d.C. il Re degli italici Berengario II suddivise il Nord Italia in tre Marche, il territorio di Nasino entrò a far parte di quella Aleramica, il cui capoluogo era Savona.
Nel 1142, diciassette anni dopo la morte del Marchese di Savona Bonifacio del Vasto, i figli avuti dalla seconda moglie Agnese di Vermandois si spartirono i possedimenti paterni: Manfredo fu il capostipite dei Marchesi di Saluzzo; Berengario, figlio di Guglielmo, di quelli di Busca; Anselmo ereditò Ceva; Ugo Clavesana, ad Enrico andarono invece Savona, Noli, Finale Ligure, Cairo Montenotte e altri borghi e castelli minori, tra questi Calizzano, Sassello ed Altare. Enrico alla morte del fratello Bonifacio “il Minore”, Vescovo e Marchese di Cortemilia, ereditò anche il Marchesato di Cortemilia con terre, ville e castelli nelle Langhe; dalla moglie Beatrice del Monferrato ebbe diversi figli, tra questi Enrico II e Ottone, i quali furono i primi a portare il cognome Del Carretto in onore del poema “Il cavaliere del carretto”, scritto dal francese Chrétien de Troyes.
Nasino venne ereditato da Ugo di Clavesana e alla morte senza figli di quest’ultimo
i suoi possedimenti passarono al nipote Bonifacio, figlio di suo fratello Anselmo, che fu quindi il capostipite dei Marchesi di Clavesana. Guglielmo, un altro figlio del sopraccitato Anselmo, fu invece il capostipite dei Marchesi di Ceva.
Il Marchesato di Clavesana comprendeva in Piemonte oltre alla capitale anche Farigliano, Mombarcaro, Dogliani, Saliceto e La Morra e al di là delle Alpi la Marca d’Albenga, che si estendeva da Finale Ligure fino a Bussana e dalle sorgenti dell’Arroscia fino al mare
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I Clavesana fecero costruire molti castelli, tra i quali: tra il X e l’XI secolo quello del Monte Arosio a Testico; nell’XI secolo quelli di Castelvecchio di Rocca Barbena e Aquila d’Arroscia; tra l’XI e il XII secolo quello di Diano Castello; nel XII secolo i manieri di Andora, Castelbianco, Cervo, Rezzo e Stellanello; tra il XII e il XIII secolo quelli di Nasino e Zuccarello e nel XIII secolo quello di Ortovero.
A Nasino i Clavesana subinfeudarono i Cepolla, una delle più illustri famiglie dell’aristocrazia di Albenga, già presente nel 1222. A questo casato succedettero i Cepollini, una sua diramazione.
Nel 1326 Caterina di Clavesana, figlia del Marchese Francesco II, sposò il suo lontano cugino Enrico Del Carretto, figlio del Marchese Antonio di Finale Ligure, portandogli in dote metà dei feudi di Balestrino, Castelbianco, Castelvecchio di Rocca Barbena, Erli, Nasino, Stellanello e Zuccarello. L’altra metà Enrico l’acquistò nel 1335 da suo cognato Giacomo Saluzzo-Dogliani, che sposò Argentina di Clavesana, sorella di Caterina. Nel 1337 Enrico e Caterina si trasferirono a Mombaldone, dove diedero vita ad una linea marchionale autonoma, tutt’oggi esistente e i loro feudi, incluso Nasino, passarono al fratello di Enrico, il Marchese Giorgio di Finale Ligure, il quale ebbe tra gli altri i seguenti figli: Lazzarino I, il suo successore alla guida del Marchesato di Finale; Ilaria Maria, che andò in sposa a Ranieri II Grimaldi, co-Signore di Monaco dal 1352 al 1357, morendo nel 1368 senza avergli dato eredi e Carlo I, il quale nel 1397 diventò il primo Marchese di Zuccarello. Nasino entrò a far parte di questo nuovo marchesato. Gian Bartolomeo e Pirro II, trisnipoti di Carlo I, nel giugno 1545 si spartirono i possedimenti paterni: il primo portò avanti il ramo di Zuccarello, che nel 1588 si trasferì a Saliceto e si estinse in linea maschile nel 1717; il secondo divenne il primo Sovrano di Balestrino, marchesato nel cui territorio era compreso anche Nasino.
Nel 1735 il Marchesato di Balestrino entrò a far parte del Regno di Sardegna. La sua linea marchionale esiste ancora ai giorni nostri ed intrattiene stretti legami con queste terre.
Il Castello di Nasino, come quello di Bardineto, anch’esso dei sovrani balestrinesi, venne definitivamente distrutto nel novembre 1795 durante la Battaglia di Loano che vide la vittoria dell’Esercito francese, comandato dal Generale Andrea Massena contro quello austro-piemontese guidato da Oliver Remigius von Wallis.
Alla cerimonia hanno presenziato anche i membri dell’Amministrazione Comunale di Nasino e le seguenti autorità: Daniele Galliano, Sindaco di Bormida (SV); Sergio Bruno, Sindaco di Erli (SV); Alessandro Navone, Sindaco di Garlenda (SV); Angelo Bico, Vice Sindaco di Alto (CN); Giorgio Fenocchio, Assessore di Castelbianco (SV); Francesca Manfrino, Consigliere di Bardineto (SV) e la Dott. Silvia Molino in rappresentanza dell’Associazione Internazionale Regina Elena Odv.
L’evento è stato impreziosito dalla presenza dei seguenti gruppi storici: “Marchesato di Clavesana”, guidato dal suo Presidente Fabrizio Fabiani, che impersonava il Marchese Oddone II e “I Signori di Rivalba” di Castelnuovo Don Bosco, guidati dal loro presidente Alberto Moret.
E’ seguito un apericena conviviale nella piazza davanti alla chiesa, tra il verde incontaminato della Val Pennavaire.

ANDREA CARNINO