A cura di piemonteitalia.eu
Adagiata sulla riva del Tanaro e sulle colline del Monferrato, Asti è una cittadina piemontese che, oltre ai suoi eccellenti vini e prodotti enogastronimici, offre ai visitatori tante sorprese, che andrebbero gustate con calma.
La città vanta una storia millenaria, fondata inizialmente dai romani, nel IV secolo divenne ducato longobardo, almeno fino al 1159, quando si trasformò in un Comune libero, diventando, da questo momento in poi, la città più potente del Piemonte…
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È la Rotonda o Battistero di San Pietro accanto al quale si trovano la chiesa di San Pietro, la cappella Valperga e i resti dell’antico ospedale dei Cavalieri di San Giovanni, i futuri Cavalieri di Malta. Sono infatti numerosi i cavalieri astigiani che hanno militato nei secoli tra le file dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme fondato nella Città Santa al tempo della Prima Crociata e ancora oggi operativo sotto le insegne dell’Ordine di Malta. Secondo la tradizione popolare la Rotonda sarebbe sorta sulle rovine di un antico tempio dedicato alla dea Diana. Il Complesso, chiuso per lavori di restauro, è costituito da una serie di edifici. La chiesa Rotonda fu costruita tra il 1110 e il 1133 ed è tra gli esempi più significativi di edifici religiosi edificati ad imitazione della Rotonda del Santo Sepolcro di Gerusalemme. La cappella Valperga nasce invece più tardi, tra il 1446 e il 1467, per volontà del priore Giorgio Valperga mentre il chiostro, con colonne e volte a crociera, assunse un aspetto simile a quello odierno nel Quattrocento. Asti attende di vederlo restaurato e riaperto al pubblico prima possibile e, una volta completati i lavori di ristrutturazione, l’intero Complesso di San Pietro verrà inserito nel percorso europeo delle Rotonde del Santo Sepolcro, una delle tante “Gerusalemme in miniatura”. Per il momento però l’attesa è tutta per la corsa di domenica 6 settembre. Il programma prevede alle 10 la benedizione del cavallo e del fantino nelle parrocchie cittadine, alle 11 in piazza San Secondo l’esibizione degli sbandieratori, a partire dalle 14 la sfilata del grande corteo storico con 1200 figuranti in costume medievale e alle 18.00 la finale della corsa con i cavalli montati a pelo in piazza Alfieri e l’assegnazione del Palio. Filippo Re




“Carmelo, brut demoni, ti sé diventà matt?”, gli gridò Dante, bianco come un cencio. Il povero ex-cameriere del Bellevue era ancor più bianco di lui e in piena crisi di nervi continuava a ripetere, balbettando “Madonnina mia, che spavento! M’è scappato il dito. Oh, che disastro!”. Tremava come una foglia, Carmelo. Rina, da donna pratica qual’era, lo calmò con uno schiaffo. Madonna, che sberla! Carmelo restò a bocca aperta, col fiato mozzo e la guancia rossa per lo sganassone. Ma, miracolo, smise di tremare. “Desolata, Carmelo. Ma non c’era altro modo per farti passare la strizza. E adesso, ragazzi, via di corsa. Ci tocca salire in fretta verso l’alpe se non vogliamo farci pizzicare dai tugnitt. Quei due mangiapatate se non hanno già dato l’allarme lo faranno tra poco e l’aria si farà pesante”. I due partigiani non se lo fecero ripetere e, sacchi in spalla, si affrettarono a seguire Rina che, con passo garibaldino e la brenta del latte, era già sparita tra le querce del bosco. Per quella volta potevano dirsi fortunati nel portare in baita il carico dei viveri e tutta intera la pelle. Quando arrivarono in Scèrea, con il fiato grosso, scoppiarono tutti e tre a ridere a crepapelle. Una risata nervosa che aiutò a scaricare i nervi. Rina e Dante avevano ripreso colore, dopo lo spavento. Il povero Carmelo, invece, era bianco come un cencio e s’accorse solo allora che l’emozione gli aveva giocato un altro brutto scherzo: se l’era, letteralmente, fatta nei pantaloni. Nessuno lo prese in giro perché la paura di perdere la vita era reale ed era di tutti. Un sentimento che non ammetteva nessuna retorica, accompagnando le azioni che ogni giorno sceglievano di compiere quei ragazzi e quelle ragazze che non intendevano più rinunciare a libertà e giustizia.