Rivoli nel Viaggio della Fiamma Olimpica verso Milano Cortina 2026

 

A 20 anni da Torino 2006

A vent’anni dall’emozione di Torino 2006, Rivoli ha vissuto oggi un nuovo e importante incontro con la Fiaccola Olimpica nel cammino verso Milano Cortina 2026, accogliendo il fuoco di Olimpia come simbolo di continuità, dialogo e impegno condiviso. La tappa cittadina è partita dal Castello di Rivoli Museo d’Arte Contemporanea nel Piazzale Mafalda di Savoia e ha visto succedersi 15 tedofori lungo un percorso, seguito con grande partecipazione, che è proseguito su via Fratelli Piol per procedere su corso Francia in direzione Torino con un rallentamento davanti al Palazzo Comunale. La comunità nelle settimane precedenti aveva lavorato e si era preparata con entusiasmo a questo appuntamento: oltre 1.700 persone tra consulte, scuole, comitati e associazioni cittadine hanno contribuito a costruire un’attesa corale, trasformando il passaggio della Fiaccola in un vero momento di città. Per un’ora Rivoli è stata al centro di un racconto che unisce passato e futuro, all’interno di una giornata che si inserisce nel Viaggio della Fiaccola in Piemonte, un percorso che per sette giorni attraversa il territorio regionale a vent’anni dai Giochi di Torino 2006 e che, dopo Cuneo, Alba, Bra, La Morra, Asti, Moncalieri e Torino, accompagna idealmente la pianura verso l’arco alpino passando da Rivoli, Venaria, Settimo, Chivasso e Crescentino prima dell’ingresso in Valle d’Aosta. Un itinerario che non è solo geografico ma anche simbolico, perché racconta territori diversi uniti da una stessa idea di partecipazione e di futuro, e che ha trovato in Rivoli una città capace di interpretare questo spirito con il coinvolgimento delle sue realtà sociali, culturali e sportive.

«Vedere la Fiaccola Olimpica tornare a Rivoli dopo vent’anni è un’emozione profonda – ha dichiarato il Sindaco Alessandro Errigo – non solo perché richiama il ricordo di Torino 2006, ma perché ci ricorda ciò che lo sport rappresenta: inclusione, rispetto, partecipazione, impegno quotidiano, sana competizione. Sono valori olimpici, ma sono anche i valori su cui costruiamo ogni giorno la nostra città. Rivoli è una comunità che sa accogliere, che sa mettersi in gioco e che crede nelle persone e oggi, con la Fiaccola che ci attraversa, diciamo con convinzione che vogliamo continuare a camminare insieme, senza lasciare indietro nessuno».

Carola Vai presenta “Filomena Nitti e il Nobel negato”

MARTEDì 20 GENNAIO, ORE 18, CIRCOLO DEI LETTORI 

La giornalista e scrittrice Carola Vai, parlerà della scienziata Filomena Nitti al Circolo dei Lettori, Torino, con il magistrato Cristina Bianconi e il medico Ugo Marchisio. Modera il giornalista Edoardo Girola. Al centro dell’incontro: la presentazione del libro “Filomena Nitti e il Nobel negato” (Rubbettino editore).
Filomena Nitti, figlia dell’ex premier liberale Francesco Saverio Nitti, pur fondamentale collaboratrice del marito Daniel Bovet, Nobel per la medicina 1957, dal Premio rimase esclusa. Motivo? Il libro, scritto con il contributo della nipote della scienziata, Maria Luisa Nitti, narrandone la vita, tenta qualche risposta.

Il grande sport paralimpico torna a Torino con l’International Para Ice Hockey Tournament

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Il grande sport paralimpico torna protagonista a Torino: questa mattina Palazzo Civico ha ospitato la conferenza stampa di presentazione della 12ª edizione dell’International Para Ice Hockey Tournament, uno degli appuntamenti più attesi del calendario invernale, con le nazionali di Italia, Giappone, Repubblica Ceca e Slovacchia.

La manifestazione, organizzata da Sportdipiù in collaborazione con la FISG – Federazione Italiana Sport del Ghiaccio e con il patrocinio della Regione Piemonte, della Città Metropolitana di Torino, della Città di Torino, del CONI – Comitato Olimpico Nazionale Italiano, del CIP – Comitato Italiano Paralimpico e dell’INAIL – Direzione Regionale Piemonte rappresenta un punto di riferimento a livello europeo per la disciplina. Il torneo è dedicato, come da tradizione, alla memoria di Andrea “Ciaz” Chiarotti, storico capitano della Nazionale Italiana e attaccante dei Tori Seduti Sportdipiù, fondatore e figura simbolo del movimento, il cui esempio sportivo e umano continua a ispirare atleti, tecnici e appassionati. A dare maggiore interesse all’evento sarà anche la sua collocazione temporale, perché si tratterà dell’ultimo banco di prova della Nazionale Italiana in vista delle imminenti Paralimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026.

“Ospitare la 12ª edizione dell’International Para Ice Hockey Tournament al Pala Tazzoli è per noi motivo di grande orgoglio, così come vedere i nostri Azzurri sfidare Giappone, Repubblica Ceca e Slovacchia proprio qui a Torino, test generale per le Paralimpiadi di Milano Cortina 2026, carica l’evento di un’emozione particolare – ha commentato l’assessore allo Sport Domenico Carretta in conferenza stampa -. Un’occasione importante anche per dare il giusto onore alla memoria del capitano Andrea ‘Ciaz’ Chiarotti, la cui eredità continua a vivere in ogni disco che scivola sul ghiaccio. L’invito è quello di partecipare numerosi e farsi trascinare dall’energia e dalla determinazione di questi straordinari atleti, il loro esempio è la dimostrazione di come lo sport possa abbattere davvero ogni barriera”.

Sul ghiaccio del Pala Tazzoli di Torino, l’Italia affronterà tre nazionali di assoluto livello internazionale, in un quadrangolare di altissimo profilo tecnico che assume un significato ancora più rilevante considerando che tutte e tre le formazioni saranno avversarie degli Azzurri nel girone paralimpico, rendendo il torneo torinese un vero e proprio “antipasto” dei Giochi. Il regolamento del torneo prevede un sistema “round robin”, in cui tutte le squadre si affronteranno a vicenda una sola volta. Al termine degli incontri di qualificazione, la classifica parziale determinerà la composizione delle semifinali: la 1° affronterà la 4°, mentre la 2° affronterà la 3°. Il sistema di punteggio del girone eliminatorio assegna 3 punti per la vittoria nei tempi regolamentari, 2 punti per la vittoria ai tempi supplementari o ai rigori, 1 punto per la sconfitta ai supplementari o ai rigori e 0 punti per la sconfitta nei tempi regolamentari.

L’International Para Ice Hockey Tournament – Turin 2026 conferma il proprio ruolo centrale nella promozione dello sport paralimpico, unendo competizione, inclusione e memoria in un evento capace di coinvolgere atleti, istituzioni e pubblico, e di valorizzare una disciplina di altissimo livello sportivo e umano: «Sono molto contento – dichiara il coach dell’Italia Mirko Bianchi – di tornare ad ospitare il torneo di Torino in casa, dove è nato. È bellissimo anche ricordare Ciaz in questo modo a un mese dalle Paralimpiadi. Sarà per noi un ultimo test con partite di alto livello prima delle Giochi, quindi sono molto curioso di vedere come reagirà il gruppo. I ragazzi stanno bene e si stanno allenando al massimo, avremo ancora un po’ di tempo per sistemare alcune cose, ma speriamo di essere già a buon punto».

Mascotte ufficiale dell’evento sarà il Cipidillo, il grillo parlante messaggero universale di inclusione che da più di 35 anni rappresenta la CPD – Consulta per le Persone in Difficoltà; il personaggio è recentemente approdato anche su Instagram attraverso il profilo @cipidilloo, offrendosi come “trainer emotivo per superare l’imbarazzo sulla disabilità”. La CPD, inoltre, sarà partner strategico del 12° International Para Ice Hockey Tournament garantendo – grazie ai suoi volontari – il servizio essenziale di accompagnamento con mezzi attrezzati di tutti gli atleti coinvolti nelle competizioni, nei loro diversi spostamenti in città.

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Guarene, padre e figlio 17enne trovati morti in casa per monossido

Trovati senza vita presso la loro abitazione per sospetta intossicazione da monossido di carbonio: morti padre e figlio. È successo nella nottata di ieri a Guarene, in provincia di Cuneo.
Le vittime sono il 57enne Paolo Foglino, titolare di un noto ristorante di Alba, e il figlio 17enne. L’abitazione si trovava nella frazione di Castelrotto.
Un familiare ha dato l’allarme questa mattina. Sul posto sono intervenuti i vigili del fuoco e i carabinieri, che indagano sulla dinamica per accertare le cause e i dettagli esatti, inclusi eventuali problemi tecnici dell’impianto domestico.

VI.G

Erminia, Mario, Libero e le acque del lago a Ronco

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La signora Erminia, un tempo, doveva esser stata senz’altro una gran bella donna. Si capiva dai lineamenti, fini e delicati, e da quegli occhi verdi-azzurri come l’acqua del lago in primavera: chissà quante teste avevano fatto girare e quanti cuori palpitarono per lei.

I capelli, bianchi come la neve e raccolti sulla nuca, le incorniciano l’ovale del volto. Com’era arrivata fin qua, sulle sponde del lago? Da quanto tempo viveva, sola con i suoi  gatti, in questa bella casa di pietra a Ronco, all’ombra del campanile della chiesa di San Defendente? A queste nostre curiosità, espresse con il timore d’apparire indiscreti , una volta rispose, sorridendo: “Ldomande non sono mai indiscrete. Talvolta possono esserle le risposte”. Da quel giorno non vi furono più domande e crebbe ancor più il rispetto per quella donna così gentile e ospitale. Ogni  qualvolta si attraccava con la barca al molo di Ronco venivamo  invitati a casa sua  per una merenda con pane e formaggio, accompagnando il cibo con un buon bicchiere di vino rosso.  D’inverno, dalla casseruola che teneva sulla stufa a legna, versava delle generose porzioni di brodo caldo nelle scodelle di ceramica, unendo dei crostini di pane raffermo sui quali aveva passato una testa d’aglio o spalmato ricotta fresca. Quella ricotta che, insieme al burro, la vecchia Onorina portava di casa in casa con la sua piccola gerla dopo aver percorso il ripido sentiero che dall’alpeggio scendeva fino alle case del paese. Una tradizione d’ospitalità che si stava perdendo. Solo qualche anziano manifestava, nei confronti dei viandanti del lago, gesti amichevoli e di conforto. Eppure, un tempo, s’usava offrire il brodo e il vino, quello aspro delle piccole vigne abbarbicate sul fianco delle colline, e anche l’aceto, versato generosamente nell’acqua fredda, in cui intingere una crosta di pane raffermoduro come un sasso. A pochi passi dalla chiesa di San Defendente, un tempo invocato contro i flagelli dei lupi e gli incendi, abitava anche Libero Frezzini, meglio conosciuto come “lifroch”, cioè fannullone, una persona a detta di tutti ben poco seria. Frezzini, tra l’altro, non ci stava proprio con la testa. Alto,magro e dinoccolato era proprio un po’ tocco. Si vestiva sempre alla stessa maniera, estate e inverno, quasi non sentisse né il caldo né il freddo: giacca di fustagno marrone, ormai lisa sul bavero e sui gomiti; pantaloni scuri di velluto  e una camicia a quadrettoni rossi e bianchi. Giovannino lo prendeva in giro: “ Libero, ma come ti sei vestito? Sembri una tovaglia ambulante, unta e bisunta. Dove l’hai fregata, quella camicia lì? Dalla cesta dei panni da lavare dell’osteria?”. Frezzini, carpentiere in una piccola impresa del posto,portava rispetto all’anziano pescatore. Anch’esso, e a modo suo, amava la pesca. Il più delle volte, raccontando le sue imprese, esagerava sulle misure e sul peso delle catture. Giovannino quando lo sentiva sproloquiare, indulgendo nelle sue vanterie impossibili, lo rimproverava: “Cala,cala Trinchetto. Non contar balle, Libero, che al massimo hai tirato fuori dall’acqua un paio di cavedani lunghi una spanna”. Lifroch a volte esagerava davvero, alzando la voce e Giovannino , guardandolo storto, doveva minacciarlo: “A ta dò un sgiafun che ta sbiruli la salamangè“. Che, tradotto da quel dialetto mezzo lombardo, equivaleva ad un “ti dò uno schiaffo da piegarti la mascella”. Un giorno l’aveva preso a calci nel sedere dopo aver scoperto, per caso, che quel balordo era andato a pescar persici nel periodo più proibito che ci sia: il tempo della riproduzione, tra aprile e maggio, quando i pesci depongono le uova. Evitando accuratamente di menzionare il fatto al Conegrina e al Carabiniere, cioè alla coppia di arcigni guardapesca, evitò al Frezzini la poco allegra prospettiva di finire al fresco, costretto a guardare il sole a quadretti , dietro alle sbarre del carcere più vicino. Era un reato, a quei tempi, che non si sanava solo con una multa in denaro ma anche con qualche giorno in gattabuia. Libero, tanto per accentuare la sua stranezza, si esprimeva anche a proverbi. Ne aveva per tutte le situazioni. S’era ingozzato come un maiale all’osteria, al punto da sentirsi male? Alle critiche rispondeva così: “ E’ meglio morire a pancia piena che a pancia vuota”. Aveva bevuto più del solito, alzando un po’ troppo il gomito e camminava sbandando? Si giustificava: “E’ sempre l’ultimo bicchiere a far male”. Teoria alquanto bislacca, a dire il vero. Ricordo di averlo incontrato mentre si recava al lavoro in vespa. C’era un buco nell’asfalto. Non lo vide in tempo, finendoci dentro con la ruota davanti, rischiando di capottarsi. Si rialzò tutto scorticato e dolorante. Prontamente accorso in suo soccorso capii immediatamente che era ubriaco. Evidentemente la sera prima doveva aver fatto bisboccia  e si portava addosso una “scimmia” da far paura. Rialzatosi, intontito e acciaccato, mi ringraziò, confidandomi il suo malessere: “Ma sai che ieri sera ho bevuto un bicchiere di acqua tonica che mi è restata sullo stomaco? Non l’ho proprio digerita!”. L’acqua tonica, capito? Non i due o tre litri di rosso che si era scolato e per gli altri comuni mortali rappresentavano una dose da schiantare chiunque. Un altro bel personaggio era Mario Martellanti, detto “cavedano”. Non ricordo dove fosse nato ma era certo che dimorasse sul lago. Mario non amava sentire la terraferma sotto i piedi e, dunque, viveva in barca gran parte del tempo, stagioni permettendo. A fine primavera, durante l’estate e nella prima metà dell’autunno, praticamente non lasciava mai lo scafo della sua “Stella dell’onda”, imbarcazione che lo accompagnava da più di trent’anni nelle sue peregrinazioni lacustri. Quando le foglie ingiallite abbandonavano gli alberi , spargendosi a terra e l’inverno con il suo alito gelido prendeva il sopravvento, cercava di tener duro il più possibile, cedendo solo alla tormenta che scendeva dai contrafforti montuosi, sbarcando proprio a Ronco per cercare riparo nel cascinale dove teneva le sue magre cose. Se l’aria s’infreddoliva, non disperava. Teneva sempre a portata di mano, accanto  alla tela cerata indispensabile per ripararsi dagli scrosci di pioggia, una ormai logora trapunta di lana. Non troppo ingombrante ma abbastanza grande da potervi avvolgere l’intero corpo, riparandosi dal freddo e dall’umidità. Sosteneva d’esserci nato, in barca. I genitori, entrambi defunti, avevano passato tutta l’intera vita sull’Isola di San Giulio. Il padre Giovanni, nativo di Ronco, era custode della Villa dei Glicini. La madre Elsa, si era rotta la schiena nel far le pulizie in uno dei più antichi alberghi del posto, la “Locanda del Drago”. Mario, scapolo impenitente, sosteneva d’essersi sposato con il lago. “Sono più di sessant’anni che ho preso in moglie quest’acqua cangiante;ci conosciamo e rispettiamo, e non ci lamentiamo mai, sopportando a vicenda i nostri sbalzi d’umore”, confidava agli amici più stretti. Ormai anziano, continuava a vogare da una sponda all’altra o, più semplicemente, seguendo il margine delle rive nel suo perenne cabotaggio. Anche se, in cuor suo, custodiva un segreto che talvolta lasciava intuire. La luce di quegli occhi verdi-azzurri della signora Erminia l’avevano stregato. Non l’avrebbe mai ammesso, e nemmeno confidato alla bella donna dai capelli bianchi. Era il piccolo suo segreto. Quei mazzetti di primule e viole lasciati vicino all’uscio o i funghi e la frutta appena raccolti, i persici pescati e già puliti che Erminia trovava sul davanzale di pietra della finestra, erano doni che non lasciavano troppi dubbi sul misterioso benefattore. Eminia intuiva e apprezzava, elargendo sorrisi, cibo e buon vino anche a Mario. In fondo affetto e gratitudine si possono esprimere in tanti modi e le parole, a volte, sono davvero superflue.

Marco Travaglini

Si sono svolti i funerali dell’appuntato Giovanni “Giannino” Terminiello

Nella giornata di sabato 10 gennaio scorso si sono svolti i funerali, nella chiesa di Santa Maria della Scala, a Moncalieri, dell’appuntato Giovanni Terminiello, deceduto a soli 55 anni per una malattia fatale. Moncalieri e l’Arma dei Carabinieri piangono un militare esemplare che ha lasciato un vuoto incolmabile tra i colleghi e il ricordo di un’ umanità profonda e la totale dedizione al suo lavoro, come dichiarato dal Sindacato Italiano Militari Carabinieri. Ne piangono la scomparsa anche la moglie Chiara e la figlia.

Mara Martellotta

Pinerolo – Chivasso, Canalis (Pd): “Anno nuovo, problemi vecchi”

ENNESIMA GIORNATA DI CALVARIO PER I PENDOLARI

Oggi cancellati i treni delle 6.46, 7.17 e 8.46 da Pinerolo e ritardo di più di 10 minuti del treno delle 7.46 e delle 8.17. Così non si può andare avanti. La Giunta Cirio, RFI e Trenitalia prendano finalmente provvedimenti.

12.1.2026 – Non c’è pace per la linea ferroviaria Pinerolo-Chivasso. Dopo l’interruzione del servizio dell’estate 2025, per l’installazione del sistema ERTMS, ci aspettavamo un netto miglioramento, purtroppo smentito dalla realtà. Ritardi, soppressioni di corse, affollamento, sporcizia, inaccessibilità delle sale d’attesa, sono all’ordine del giorno e rendono insostenibile la vita dei pendolari.

Così non si può andare avanti!

Dall’insediamento del Presidente Cirio e dell’Assessore Gabusi nel 2019 nessuno dei passaggi a livello è stato soppresso (a Vinovo non è neppure iniziato lo scavo), non sono stati realizzati raddoppi selettivi della linea nei punti più idonei dalle banchine ai treni né si è investito sull’efficientamento tecnologico degli apparati. Anche il processo autorizzativo per la realizzazione delle ciclostazioni è molto lento. Non si è neppure intervenuti per sostituire quegli apparati che regolarmente cadono in panne e generano così tante interruzioni del servizio né sono stati realizzati l’area parcheggio nei pressi della stazione di None e il sottopasso e interscambio.

In un momento in cui si sta valutando la razionalizzazione del Trasporto Pubblico Locale (TPL) su gomma, in vista delle gare che avranno luogo nel 2026, ribadiamo che non si possono tagliare le costose ed inquinanti corse dei bus se la Regione non potenzia e rende finalmente efficiente la linea ferroviaria, che è l’alternativa più ecologica, economica e sicura!

L’unico intervento concreto è stato quello del sistema ERTMS per l’interoperabilità dei treni e il controllo satellitare, ma questa innovazione non ha impattato sull’efficienza del servizio.

Il territorio pinerolese, chivassese, della zona sud e zona nord di Torino rischia di rimanere isolato e di regredire economicamente e demograficamente, se il collegamento ferroviario non tornerà ad essere puntuale, regolare, affidabile, frequente e accessibile anche per le persone anziane, povere o con disabilità. I trasporti sono particolarmente necessari alle aree interne montane, che sono a rischio isolamento e spopolamento.

Il territorio della Pinerolo-Chivasso sembra davvero la Cenerentola del Piemonte, con una linea ferroviaria che continua a svettare negativamente nelle classifiche Pendolaria di Legambiente.

Oggi si è verificato l’ennesimo disservizio, dovuto al guasto di un treno tra le stazioni di Chivasso e Brandizzo.

Il vaso è davvero colmo. Basta scuse. I cantieri PNRR non possono giustificare un tale livello di inefficienza e trascuratezza.

Chiediamo che l’assessore Gabusi prenda finalmente in mano la situazione e si faccia sentire con Trenitalia ed RFI per far uscire questo territorio dal cono d’ombra, p rima che il combinato disposto tra caro carburanti, malfunzionamento della ferrovia, free flow autostradale e nuova gara del trasporto su gomma generi una bomba sociale ai danni dei cittadini che usano il Trasporto Pubblico Locale.

Monica CANALIS – consigliera regionale PD

L’ANPI di Torino ricorda Maria Grazia Sestero

La Sezione ANPI Eusebio Giambone di Torino ha organizzato per venerdì 16 gennaio ( ore 18, via Mazzini 44/c ) la presentazione del libro Volevo solo un monopattino di Maria Grazia Sestero (Impremix, 2025). L’evento è stato pensato per rendere omaggio ad una protagonista della vita politica torinese e nazionale nei suoi interventi e nella voce di chi l’ha conosciuta. La ricorderanno Laura Marchiaro, Nino Boeti e Giancarlo Quagliotti. Nata a Chiusa di San Michele nel maggio del 1942, Maria Grazia Sestero è morta a Torino il primo gennaio del 2025. Laureata in lettere, insegnò in diversi licei e fu preside del liceo scientifico Einstein di Torino. Si iscrisse al Partito Comunista Italiano nel 1974. Eletta consigliera comunale a Torino nel 1978, riconfermò il seggio consiliare più volte nei decenni seguenti. Nel 1980 venne nominata assessore all’Istruzione alla Provincia di Torino; alle elezioni regionali in Piemonte del 1985 diventò consigliera regionale per il PCI. Venne in seguito eletta alla Camera dei deputati nel 1992 nelle file di Rifondazione Comunista e per la XI Legislatura fece parte della Commissione Affari sociali. Nel 1994 si ricandidò nel collegio di Torino 8, appoggiata dall’intera coalizione dei Progressisti, ma non venne rieletta a Montecitorio. Nel 1995 lasciò Rifondazione, fondando con altri il Movimento dei Comunisti Unitari (MCU) di cui fu la leader torinese, venendo poi eletta nelle liste del PDS alle elezioni comunali di Torino del 1997. Dal 1998 con il resto del MCU aderì ai DS. Dal 2001 al 2011 fu assessora alla viabilità e ai trasporti al Comune di Torino. Molto attiva nell’ANPI, ne fu vice-presidente regionale in Piemonte e presidente provinciale a Torino. Scuola e politica, libertà e cultura: questi sono stati i punti cardinali di una protagonista della vita cittadina torinese e nazionale, impegnata a tutela della famiglia e a difesa dei diritti delle persone, a salvaguardia della giustizia sociale e a custodia della trasparenza delle istituzioni. Il volume ne delinea la figura, attraverso la voce dei famigliari, una antologia di suoi interventi in occasioni pubbliche, le testimonianze del mondo della scuola, il ricordo degli amici e le commemorazioni ufficiali. Un modo per ricordare una donna che ha lasciato un segno profondo nella storia politica e amministrativa di Torino.

Marco Travaglini

 

Una statua dedicata a Giulia di Barolo

Una straordinaria protagonista che promosse l’educazione per tutte le donne

L’auspicio e’ che sia solo l’inizio di una serie di riconoscimenti al femminile

Torino si prepara a rendere omaggio a una delle sue figure femminili più significative con un’iniziativa che ha un valore che va ben oltre la semplice celebrazione: la creazione di una statua dedicata a Giulia Colbert di Maulévrier, marchesa di Barolo. In una città in cui lo spazio pubblico è ancora occupato quasi esclusivamente da figure maschili, scegliere di ricordare una donna che ha inciso profondamente sulla storia sociale, educativa e civile di Torino significa compiere un atto culturale e politico insieme. Non si tratta solo di aggiungere un monumento, ma di riscrivere, almeno in parte, il racconto visibile della città.

Giulia di Barolo, nata in Francia nel 1785 e arrivata giovanissima a Torino dopo il matrimonio con Carlo Tancredi Falletti, fece della città la sua vera patria morale. Colta, europea, capace di guardare oltre i confini e le convenzioni del suo tempo, seppe trasformare il privilegio dell’aristocrazia in una responsabilità concreta. In un Piemonte attraversato da profonde trasformazioni sociali, Giulia non scelse la quiete dei salotti, ma l’impegno diretto. Non fu una semplice benefattrice: fu un’organizzatrice, una riformatrice, una donna che progettava, guidava e difendeva le sue iniziative con tenacia.

Le opere che portano il suo nome, scuole per ragazze povere, istituzioni per l’educazione e il recupero delle detenute, iniziative di assistenza e formazione, nascono da una visione che per l’epoca era radicale: la convinzione che la dignità delle persone non dipendesse dalla loro condizione sociale e che l’educazione fosse il primo strumento di emancipazione. In un tempo in cui le donne marginalizzate erano considerate perdute, Giulia di Barolo vide in loro delle possibilità. La sua idea di carità non era paternalistica, ma sociale: mirava a cambiare le condizioni che producono esclusione.

A rendere la sua figura ancora più moderna è il suo carattere. Giulia non fu una donna che chiedeva permesso. Trattava con ministri e autorità, discuteva con vescovi e funzionari, scriveva, insisteva, contrattava. In un mondo che voleva le donne discrete e silenziose, lei occupò lo spazio pubblico con autorevolezza. Difese le sue opere dagli attacchi e dalle diffidenze, consapevole che dietro ogni progetto sociale c’era una battaglia culturale da vincere.

Dedicare oggi una statua a Giulia di Barolo significa quindi molto più che celebrare una figura del passato. Significa interrogarsi su chi ha diritto di essere visibile nella città, su quali storie vengono raccontate attraverso le piazze, i monumenti, i luoghi simbolici. Le statue non sono solo memoria, ma modelli: indicano chi conta, chi ha lasciato un segno, chi è degno di essere ricordato.Torino è stata costruita anche dalle donne, educatrici, filantrope, intellettuali, lavoratrici, ma questo contributo raramente trova spazio nel paesaggio urbano. Restituire un volto a Giulia di Barolo significa cominciare a colmare questa assenza e offrire alle nuove generazioni l’immagine di una donna capace di incidere sulla realtà, di guidare il cambiamento, di unire visione e azione. La sua statua non sarebbe soltanto un monumento: sarebbe una dichiarazione civile, il segno che anche le donne hanno fatto la storia di Torino e continuano, ancora oggi, a interrogarci sul senso profondo della giustizia e della responsabilità collettiva. Speriamo sia la prima di una lunga serie di riconoscimenti alle donne importanti del nostro luogo del cuore: Torino, un museo dedicato a Rita Levi Montalcini, per esempio, e altre opere dedicate a straordinarie protagoniste di un luogo unico.

Di Maria La Barbera