CRONACA- Pagina 1603

Come in un film: trapassato da parte a parte nel collo da una freccia viene salvato alle Molinette

Un vero miracolo. Qualche sera fa al pronto soccorso dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino è arrivato un uomo quarantenne lucido e cosciente con un dardo che gli trapassava il collo da parte a parte, senza alcuna conseguenza apparente. Il paziente sveglio parlava regolarmente ed ha raccontato che la freccia metallica gli si era conficcata accidentalmente a metà del collo mentre in casa lui stava pulendo la propria balestra.

Pronto ed immediato è stato l’intervento di tutto il personale sanitario, nonostante la scena senza precedenti, come si può ben immaginare, li avesse colti eufemisticamente di sorpresa. L’uomo è stato sottoposto subito ad una Tac spirale 64 in tridimensione e ad una angiotac spirale dalla radiologa Simona Veglia. Gli accertamenti hanno riscontrato che il dardo per una serie di fortunate coincidenze aveva risparmiato la trachea, l’esofago, la laringe e le corde vocali, passando ad un solo millimetro dalla carotide. Aveva perforato l’arteria tiroidea superiore, che però era occlusa con effetto tappo dalla presenza del corpo stesso del dardo nel vaso sanguigno, ed aveva fratturato la sesta vertebra cervicale, senza lesionare il midollo spinale, da dove usciva posteriormente per circa 8 cm..  Il paziente veniva immediatamente portato in sala operatoria, dove da sveglio e semplicemente sedato dall’anestestista Roberto Balagna veniva sottoposto ad un delicatissimo intervento senza precedenti, che avrebbe potuto mettere a rischio la sua vita. L’intervento è stato effettuato dall’otorinolaringoiatra Massimo Capricci, coadiuvato dal chirurgo vascolare Luca Di Molfetta. Capricci ha dapprima svitato la punta del dardo per poi successivamente sfilarlo dall’interno del collo. A quel punto il paziente è poi stato intubato dall’anestesista e gli è stata prontamente suturata l’arteria tiroidea rotta, che precedentemente non aveva perso troppo sangue proprio per la presenza della freccia stessa che la occupava. L’operazione ad alto rischio è tecnicamente riuscita. Successivamente l’uomo è stato trasferito in Rianimazionee gli è stata fatta una tracheostomia temporanea per mettere in protezione ed in sicurezza le vie aeree. Il decorso post operatorio è regolare. Il paziente ora è ricoverato nel reparto di degenza e sta meglio, mangia e parla e nei prossimi giorni verrà dimesso.

 

 

 

Scuolabus si ribalta, quattro bimbi feriti. Sfiorata la strage

DALL’ABRUZZO

Una ventina i bambini a bordo  dello scuolabus che si è ribaltato su un lato nella campagna di Corropoli (Teramo). I bimbi delle elementari, stavano tornando a casa al termine delle lezioni. Il mezzo si è adagiato improvvisamente nel pendio e quattro dei bambini hanno riportato ferite non gravi che hanno reso necessario il trasporto in ospedale. Sul luogo dell’incidente sono intervenute diverse ambulanze e i vigili del fuoco che hanno provveduto a mettere in sicurezza il veicolo.

 

(foto: archivio)

Studenti piemontesi ad Auschwitz-Birkenau, la “fabbrica della morte” del nazismo

Un gruppo di 25 studenti – 13 ragazze e 12 ragazzi – provenienti da cinque istituti scolastici delle province di Alessandria, Asti, Cuneo e Torino parteciperanno dal 25 al 27maggio al viaggio-studio in Polonia, al campo di Auschwitz Birkenau.

Accompagnati da cinque docenti e dallo storico Flavio Febbraro, dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” di Torino, gli studenti si recheranno nel luogo simbolo della Shoah, tragico emblema del sistema concentrazionario nazista situato nelle vicinanze di Oświęcim ((in tedesco, Auschwitz), città della Polonia meridionale, a poco più di 60 chilometri da Cracovia. Nel complesso dei campi di Auschwitz, il più grande mai realizzato dal nazismo, venne attuata una parte impressionante del progetto di “soluzione finale della questione ebraica” – termine con il quale i nazisti indicarono lo sterminio degli ebrei.

Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.” Così scrisse Primo Levi, rammentando a tutti che “l’Olocausto è una pagina del libro dell’umanità da cui non dovremo mai togliere il segnalibro della memoria”. E il simbolo più conosciuto di quanto accadde è la  “fabbrica della morte” di Auschwitz, dove – soprattutto nel “vernichtungslager” (campo di sterminio) di Birkenau- Auschwitz II – persero la vita circa un milione e mezzo di persone, per la maggior parte ebrei, provenienti da diversi paesi d’Europa. Tra le vittime, quasi 150 mila polacchi, soprattutto prigionieri politici, circa 23 mila zingari e 40 mila prigionieri di guerra di varie nazionalità.

Con la visita ad Auschwitz  si concluderanno i viaggi-studio che hanno rappresentato la fase finale della 36° edizione dell’annuale progetto di storia contemporanea, promosso dal Consiglio regionale del Piemonte, tramite il suo Comitato Resistenza e Costituzione,  in collaborazione con l’Ufficio scolastico regionale.

m.tr.

I Lucani nel mondo si incontrano a Torino

Il 22 maggio ricorre la Giornata dei Lucani nel mondo, che richiama il giorno di approvazione dello Statuto regionale (22 maggio 1971). Per celebrare questo anniversario in maniera nuova e inusuale la Regione Basilicata ha scelto di venire in trasferta a Torino, in occasione del Salone Internazionale del Libro che presenta Matera 2019 quale ospite d’onore.

L’Aula di Palazzo Lascaris ha così accolto un convegno sul tema dell’emigrazione storica italiana e lucana in particolare, seguito dall’Assemblea delle associazioni dei Lucani in Italia.

“Oggi stiamo celebrando un inno all’identità, quella realtà viva che si articola fra continuità e cambiamento e che ci riporta a una realtà passata senza il ricordo della quale non si può guardare al futuro. Il progetto per Matera 2019 dimostra che gli amministratori stanno facendo un ottimo lavoro per valorizzare le peculiarità e le ricchezze della Basilicata e noi Lucani nel mondo ci candidiamo a esserne ambasciatori nel mondo. Nella gestione dell’immigrazione per tutti noi politici oggi è indispensabile relazionarci con dignità verso coloro che lasciano la loro terra, abbiamo la responsabilità di guardare aldilà della semplice gestione della logistica, con un’ottica culturale di lungo termine”, ha affermato il presidente del Consiglio regionale del Piemonte.

Il giornalista e saggista Lorenzo Del Boca è intervenuto con un’ analisi sociale sul primo grande esodo migratorio nel periodo post-unitario in Italia, mentre Pierangelo Campodonico, direttore del Mu.Ma. di Genova ha effettuato una riflessione sull’emigrazione lucana attraverso il contesto storico italiano.

Sono intervenuti anche Vincenzo Laterza, presidente della Federazione delle associazioni e circoli lucani del Piemonte, Paolo Verri, direttore della Fondazione Matera 2019, il presidente del Consiglio regionale della Basilicata e un consigliere regionale della Basilicata.

A moderare i lavori del convegno è stato Luigi Scaglione, coordinatore Centro Lucani nel mondo “Nino Calice”, che ha sottolineato come il Piemonte sia stato una terra d’accoglienza che ha saputo riconoscere le capacità di molti emigrati lucani.

ec – www.cr.piemonte.it

Paura sulla funivia, bloccati 100 escursionisti

A causa di un blackout,  provocato dal guasto di un trasformatore, le funivie di Oropa che collegano il santuario in provincia di Biella al lago del Mucrone sono state bloccate, e con esse un centinaio di persone. Diverse le famiglie con bambini piccoli nelle cabine, ma con l’attivazione del motore di emergenza sono state riportate nelle rispettive stazioni di partenza. Il fattaccio è accaduto  intorno all’ora di pranzo e  ha richiesto l’impiego degli uomini  della protezione civile, coordinata dalla prefettura. E’ anche stato allestito un tavolo tecnico e del soccorso alpino. Per chi non era in grado di   scendere a valle a piedi, sono stati predisposti  fuoristrada ed elicottero.

 

(FOTO ARCHIVIO)

Arrivano i ghost-busters per “catturare” il fantasma di Cavour

Da Torino, negli ultimi anni, da diverse persone o gruppi è stata più volte segnalato (e sembrerebbe anche aver parlato) nientemeno che il “fantasma” di Camillo Benso, il Conte di Cavour, che è stato “visto” aggirarsi sia come ombra, sia addirittura in una occasione a figura completa in esterno e pure all’interno del Palazzo di Città, il Municipio dove lo statista risorgimentale fu consigliere comunale.

Lunedì 22 maggio  alle ore 13.30 al Bar il Girasole in Piazza Palazzo di Città 6/A  una squadra del National Ghost Uncover guidata dal suo Presidente Massimo Merendi illustrerà alla stampa i motivi della sua venuta in città. “A tutt’oggi, da tutta Italia, sono giunte circa 1800 segnalazioni di natura e credibilità diverse e sulle più svariate situazioni. National Ghost Uncover  – spiega Merendi – è nata nel 2010. Ha sede nazionale in Riccione(RN) ed organizzativa in Forlì. E’ composta di 86 persone divise in 18 gruppi (Roma, Bologna, Venezia, Napoli, Firenze, Parma, Alessandria, Cortina d’Ampezzo, Portofino, ecc.). E’ composta da persone sia credenti in tali fenomeni sia assolutamente scettiche ed ha lo scopo di studiare, documentare e catalogare tali fenomeni”. National Ghost Uncover si definisce il 2° gruppo per organizzazione in Europa dopo gli amici Ghostbuster di Londra e il 4° nel mondo.

(foto: il Torinese)

 

Al Salone tre giovani contestano Minniti su sicurezza e immigrazione

Tre ragazzi –  due donne e un uomo –  appartenenti  ai collettivi universitari, sono stati denunciati dalla Digos  per il tentativo di contestazione, al Salone del Libro di Torino, nei confronti del ministro dell’Interno, Marco Minniti. I giovani, non torinesi,  erano sconosciuti alla Questura di via Grattoni, presso la quale  sono stati accompagnati per essere identificati. Al Salone volevano srotolare uno striscione contro l’ultimo decreto sicurezza del governo Gentiloni e le politiche sull’immigrazione del Partito Democratico. Gli agenti della Digos li hanno allontanati, impedendo loro di srotolarlo. Sono accusati di manifestazione non preavvisata.

Scuola media devastata da incendio

Nella notte un incendio ha distrutto il piano terra della scuola media di Banchette. Dopo la mezzanotte è scattato l’allarme quando alcuni passanti hanno visto le fiamme dall’esterno e hanno chiamato il 115.I vigili del fuoco di Ivrea hanno domato il rogo in un paio d’ore.Gli uffici della scuola e diverse aule sono state seriamente  danneggiate dall’incendio. La polizia sta indagando sulle cause del rogo e al momento non è esclusa alcuna pista: nemmeno quella dolosa.

La storia del gatto conteso finisce in tribunale dal pm Gatti

Oltre la Mole / Cronache italiane

DALLA LIGURIA

E’ approdata al tribunale del riesame la storia di Fiocco-Tequila, il gatto conteso da due vicine. Le donne, dopo un periodo di tranquilla coabitazione e condivisione sono andate dal giudice per rivendicare il felino. Il gatto è stato così messo sotto sequestro dal pm e poi rilasciato dal Riesame. Il micio  di 4 anni, dopo essere stato per due anni fedele animale della sua padrona, ha scelto di trasferirsi poco lontano da un’altra padroncina dove ha preso anche l’abitudine di passare la notte. Il gatto era Fiocco per la prima proprietaria, Tequila per la seconda. La vicenda avviene a Struppa, nella periferia genovese. A un certo punto la nuova padrona si trasferisce portandosi appresso il micio. Ma a prima padrona non ci sta e denuncia l’ex vicina ai carabinieri per il furto dell’animale . L’indagine giunge così in procura e il fascicolo viene affidato al pm che di nome fa Emilio Gatti. Nomen omen.

Mauthausen-Gusen: studenti nella “fortezza di pietra” per non dimenticare la storia

Cinquanta studenti – 29 ragazze e 21 ragazzi -, accompagnati dallo storico Gigi Garelli, dell’Istituto storico della Resistenza e della Società contemporanea “Dante Livio Bianco” di Cuneo e da 10 docenti in rappresentanza di otto istituti superiori delle province di Asti, Cuneo, Novara, Torino e Vercelli hanno partecipato, dal 19 al 21 maggio al viaggio studio al campo di concentramento di Mauthausen e al Memoriale di Gusen, in alta AustriaIl viaggio – secondo e penultimo degli appuntamenti finali della 36° edizione del progetto di Storia Contemporanea, promosso dal Consiglio regionale del Piemonte – tramite il proprio Comitato Resistenza e Costituzione –  in collaborazione con l’Ufficio scolastico regionale.

Mauthausen,simbolo dei lager nazisti

Mauthausen rappresenta nell’immaginario collettivo uno deisimboli dei lager nazisti, insieme ad Auschwitz. Il Konzentrationslager (ossia “campo di concentramento”) di Mauthausen, dall’estate del 1940, venne denominato anche Mauthausen-Gusen, nome rimasto tristemente e indelebilmente impresso nella memoria della deportazione. In cima alle verdi colline austriache dell’Oberdonau, a circa 20 chilometri ad est di Linz, quello di Mauthausen era lo Stamm Lager, ovvero il “campo madre” di un gruppo di una quarantina di strutture concentrazionarie, di diverse dimensioni. Di fatto queste erano i satelliti del Lager maggiore, sparsi in buona parte dell’Austria. La sua istituzione risale all’8 agosto 1938, alcuni mesi dopo l’annessione (l’Anschluss) dell’Austria al Terzo Reich della Germania nazista, mentre la sua liberazione, per opera delle truppe alleate dell’11ª Divisione corazzata statunitense, avvenne il 5 maggio 1945. Edificata con il granito della sottostante cava, l’incombente fortezza di pietra ricorda nel suo profilo architettonico uno stile orientaleggiante, tanto che i prigionieri ne ribattezzarono la porta d’accesso principale con il nome di “porta mongola”.

Campo di lavoro e prigionia durante la “grande guerra”

A Mauthausen, già durante la Prima guerra mondiale, l’Impero Austro-ungarico aveva individuato un luogo di internamento e prigionia per quei militari degli eserciti nemici catturati durante i combattimenti sul fronte orientale e meridionale. Anche allora i prigionieri venivano obbligati al lavoro nella cava di granito, utilizzato per la pavimentazione delle strade. Tra il 1914 e il 1918 vi confluirono circa 40mila persone, perlopiù di origine russa, serba e italiana. Di esse almeno novemila vi perirono, tra cui 1.759 nostri connazionali, a causa della fame e degli stenti, anche se il campo di prigionia di allora nulla aveva a che fare con quello che vent’anni dopo venne istituito dai nazisti.

Gli oppositori rinchiusi nella “fortezza di pietra”

La quasi totalità di quanti vennero  rinchiusi a Mauthausen tra il 1938 e il 1945 lo fu per ragioni politiche o razziali: la parte restante era costituita da delinquenti comuni, i cosiddetti “asociali” e gli appartenenti ai popoli zingari. Complessivamente i prigionieri furono circa 200mila di cui 50mila polacchi, 40mila sovietici, 40mila ebrei (perlopiù ungheresi e polacchi), 6.781 italiani e 127 donne.Tra l’agosto 1938 e il luglio 1945 (calcolando anche chi perse la vita dopo la liberazione a causa degli stenti patiti) le morti furono 100mila, praticamente la metà di quanti furono internati tar quelle mura. Un numero pazzesco, al quale vanno aggiunti quanti furono sterminati con il gas, nel vicino castello di Harteim e nella camera a gas del lager, dove veniva usato il mortale Zyklon B a base di acido cianidrico (o acido prussico). Altri ancora furono uccisi con il ricorso aiGaswagen, veicoli sigillati dove i malcapitati erano soffocati dai gas provenienti dai tubi di scappamento.

La cava e i 186 gradini della “scala della morte”

L’orario di lavoro nel lager era di undici ore.La razione di cibo quotidiana non superava le 1.500 calorie (ma spesso era inferiore), corrispondente a meno della metà di quella necessaria. Le conseguenze erano la fame cronica e la malnutrizione, le malattie e, da ultimo, la morte. Nei primi di anni la durata media della vita degli internati raggiungere i quindici mesi poi, con il passare del tempo, diminuì a sei e, nei periodi più duri e drammatici, a tre. La “scala della morte”collegava  con la sottostante cava per l’estrazione del granito.Lungo i centottantasei gradini di questa scala scavata nella roccia della collina,  i deportati erano costretti a salire e scendere più volte al giorno, portando a spalla sacchi pieni di massi. Chi cadeva esausto, travolgeva i compagni di sventura con un terribile effetto-domino. Oppure i prigionieri venivano allineati lungo il bordo del precipizio, definito con nero sarcasmo dalle SS come il “muro dei paracadutisti”, costretti a scegliere se ricevere un colpo di pistola o gettare nel vuoto il compagno al proprio fianco. “La cava era là, con i suoi 186 gradini irregolari, sassosi, scivolosi. Gli attuali visitatori della cava di Mauthausen non possono rendersi conto, poiché in seguito i gradini sono stati rifatti – veri scalini cementati, piatti e regolari – mentre allora erano semplicemente tagliati col piccone nell’argilla e nella roccia, tenuti da tondelli di legno, ineguali in altezza e larghezza”. Così scrisse nel 1974 il giornalista francese Christian Bernadac, figlio di un deportato,  nel suo “I 186 gradini o Tra i morti viventi di Mauthausen”, rendendo l’idea di cosa fosse quel girone infernale.

I tre sottocampi di Gusen

I tre sottocampi intorno al villaggio di Gusen, a poca distanza da Mauthausen, denominati Gusen I, Gusen II, Gusen III, hanno costituito una realtà a sé per l’alto numero di deportati e l’estrema durezza delle condizioni di prigionia e di lavoro. Aperti dal 1939, anche lì uno degli obiettivi era costituito dallo sfruttamento delle vicine cave di granito. Fin da subito il lavoro costituì uno dei mezzi di eliminazione dei prigionieri, in prevalenza polacchi, fra cui molti religiosi, e repubblicani spagnoli deportati dalla Francia.Nel 1941 fu installato il crematorio e si avviarono le eliminazioni sistematiche di malati, inabili, portatori sospetti di malattie contagiose con bagni di acqua gelida, annegamenti di massa, iniezioni al cuore, gassazioni. Nel marzo del 1944 iniziarono i lavori per la costruzione del campo di Gusen II (St. Georgen). I deportati, oltre a costruire il campo, lavorano allo scavo di un sistema di gallerie entro le quali vengono collocati impianti per la produzione di armi e parti di aerei (Steyr-Daimler, Messerschmitt). In dicembre inizia la costruzione di Gusen III, destinato alla produzione di laterizi. A Gusen passarono complessivamente 60mila prigionieri, di cui circa tremila italiani. Almeno la metà vi lasciò la vita. Nel tempo il campo di Gusen I ha subito un’alterazione della sua fisionomia, ospitando ora una complesso di abitazioni residenziali. Non vi è più traccia di recinzioni, baracche o altre strutture. Resta riconoscibile, anche se ora è una villetta abitata, l’edificio dell’ingresso e del comando del campo. Il Memorial – che rimane ad emblema e memoria- è stato realizzato solo grazie alla decisione dell’ANED e di altre organizzazioni di ex deportati – in primo luogo francesi – di acquistare alla fine degli anni ‘50 il lotto di terreno, per salvaguardarlo dalla speculazione edilizia. Il progetto del Memoriale fu realizzato dall’architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso, che a Gusen fu deportato. All’interno della costruzione si trova il forno crematorio originale del campo, oggi di proprietà del governo austriaco.

Una visita impressa nella memoria

La visita a Mauthausen per gli studenti rimarrà tra le esperienze che restano impresse nella memoria. Quando si ha l’occasione di visitare luoghi come questi, ora che i deportati sono quasi del tutto scomparsi,  si diventa a propria volta testimone di una delle pagine più orribili della storia moderna, con l’impegno di non dimenticare ciò che sono stati i campi di sterminio. La deportazione non è stata soltanto una delle forme di omicidio collettivo ma una vera e propria mutilazione che l’Europa ha inflitto su di sé proprio in nome di quelle ideologie tese a cancellare l’altro, il diverso, negando il pluralismo e qualsiasi forma di rispetto e convivenza. Del resto, il compito di contribuire a far sì che non venga dimenticata la storia è il principale obiettivo che ,da più di quarant’anni,  impegna il Comitato Resistenza e Costituzione del Consiglio regionale del Piemonte nei confronti delle nuove generazioni.

 

M.Tr.