CRONACA

Pedina una 92enne in via Nizza e poi la scippa: arrestato

È stata inseguita fino al portone di casa e poi derubata proprio mentre apriva la porta: arrestato un 57enne già noto ai carabinieri. L’aggressione è avvenuta lo scorso 6 novembre in via Nizza, vicino alla piazza del mercato. La donna tornava dalla spesa quando l’uomo l’ha seguita, l’ha spinta a terra facendola cadere e le ha rubato il portafoglio.

Grazie al racconto dettagliato dell’anziana, alle testimonianze dei presenti e alle immagini delle telecamere di sorveglianza, gli investigatori hanno identificato il responsabile dopo due mesi di indagini. La misura cautelare è stata notificata nei giorni scorsi al carcere Lorusso e Cutugno di Torino, dove il 57enne era già detenuto per un altro reato.

VI.G

Incendio in cascina a Collegno: un intossicato in ospedale

Allarme incendio all’alba di oggi a Collegno, dove una cascina ha preso fuoco provocando l’intossicazione di un uomo. È successo sull’ex Strada Statale 24, nel tratto di via Torino-Pianezza, e l’odore di bruciato si sentiva a lunghe distanze, raggiungendo persino le zone limitrofe.

L’edificio ha riportato danni ingenti e un uomo è rimasto intossicato a causa delle sostanze tossiche. Sul luogo i soccorritori del 118 dell’Azienda Zero, che lo hanno trasportato in ospedale, e i nuclei dei vigili del fuoco dai distaccamenti di Torino Centrale, San Maurizio Canavese e Volpiano. Per spegnere il rogo ci sono volute diverse ore ai reparti antincendio; operazioni rese più lunghe dalla rimozione delle macerie. Sul luogo anche la polizia locale e i carabinieri. Sono in corso le indagini e i rilievi per individuare le cause.

VI.G

Nel sangue di Garlasco: Gianluca Zanella tra verità, dubbi e nuove domande sul caso

Venerdi 30 gennaio, alle 18:00, insieme alla iena Alessandro De Giuseppe e agli ingegneri Porta e Occhetti, il giornalista Gianluca Zanella presenta il libro che racconta la storia dell’omicidio di Chiara Poggi.

Se non hai seguito il caso Garlasco e non sai cosa sta succedendo attorno all’omicidio della povera Chiara Poggi hai bisogno di questo libro. Se sai tutto su Garlasco e cerchi di districarti tra verità, inesattezze e inaccuratezze allora hai bisogno di questo libro.

Gianluca Zanella dal 2017 segue le vicende che portarono alla condanna di Alberto Stasi. Ha letto tutte le carte, ha indagato, ha scritto. È forse insieme alla giornalista Rita Cavallaro colui che più di tutti si è immerso in una vicenda che vede mettere in discussione una condanna definitiva. Ha un canale su youtube, ed è quindi uno youtuber o content creator, ma è soprattutto un giornalista. Uno di quelli bravi, che racconta con lucidità una vicenda su cui non c’è ancora la parola fine.

Edito da Ponte alle Grazie, “Nel sangue di Garlasco” , che vanta già numerose ristampe, è un saggio che fa il punto della situazione. Sarà presentato venerdì alle 18 al Cap10100; un’occasione di dialogo insieme all’autore, alla iena Alessandro De Giuseppe e agli ingegneri Porta e Occhetti. Potrete così porre le vostre domande, io le mie gliele ho fatte telefonicamente.

Zanella secondo lei Stasi è innocente?

Ti rispondo in due modi. Secondo me è innocente. Nel corso degli anni, avendo approfondito la vicenda, me ne sono convinto. Però non è la mia convinzione che porto avanti come tesi del libro. Io porto le carte. E anche mantenendo in dubbio la colpevolezza o l’innocenza di Stasi, non poteva essere condannato con quegli indizia a suo carico. E questo lo si evince leggendo la sentenza d’appello bis del 2014. Quella sentenza ha delle criticità per le quali nessuno, ma non parlo solo di lui, parlo di chiunque. Va bene il processo indiziario ma con quel processo indiziario non poteva portare nessuno in galera.

Possiamo dire oggi che Stasi è stato incastrato? 

Non me la sento di affermarlo con certezza, anche perché per sostenere una cosa del genere bisogna poterla dimostrare. È però indubbio che siano emersi elementi potenzialmente favorevoli all’innocenza di Stasi che non sono stati valorizzati, o addirittura ignorati, come la vicenda del DNA, mentre altri aspetti, invece, sono stati ingigantiti a suo sfavore.
In certi casi, oltre all’enfasi, si sono viste operazioni che hanno dato l’impressione di un lavoro “sartoriale”, quasi volto a cucire addosso a Stasi la cappa della colpevolezza.

Mi riferisco in particolare alla questione del DNA e a quella dei graffi sulle braccia. Per entrare più nello specifico: siamo nel 2014, poco prima dell’apertura del processo di appello bis. Stasi arriva da due assoluzioni, ma la Cassazione dispone un nuovo appello e, nell’estate del 2014, si cercano prove contro di lui perché, di fatto, non ce ne sono. Rimangono solo gli stessi indizi per cui era già stato assolto, e per inciso verrà poi condannato, ma in quel momento ciò che si cerca è la “pistola fumante”.

L’intuizione arriva dalla parte civile: l’avvocato Tizzoni, nel 2014, propone di analizzare i margini ungueali di Chiara Poggi con nuove tecniche e strumentazioni, per verificare l’eventuale presenza di DNA maschile. L’obiettivo era evidente: trovare il DNA di Alberto Stasi e sostenere che Chiara si fosse difesa graffiando il suo aggressore. La presenza del DNA di Stasi sotto le unghie sarebbe stata plausibile comunque, dato che era il fidanzato e la sera precedente erano stati insieme. Ma immagina l’impatto processuale se si fosse trovata quella traccia.

L’8 settembre 2014 Stasi deve presentarsi per il prelievo del DNA. Il giorno prima, il 7 settembre, l’ANSA pubblica un lancio che parla di presunti graffi sulle sue braccia. Un carabiniere, intervistato a sette anni dai fatti e poi ascoltato anche in aula, riferisce di quei «graffi», salvo poi correggere parlando di semplici arrossamenti.

Risultato: alla vigilia del prelievo del DNA si diffonde la notizia dei graffi sulle braccia di Stasi. Se sotto le unghie di Chiara fosse stato trovato il suo DNA, l’accoppiata graffi + DNA avrebbe avuto un peso enorme. Ecco perché parlo di operazione “sartoriale”, costruita per cucire addosso a Stasi il cappotto della colpevolezza.

Questo è un esempio lampante di come alcuni elementi, anche grazie a una narrazione mediatica distorta, siano stati “aggiustati”. È un caso particolarmente significativo.

Perché ingigantire i fatti e costruire una narrazione del genere? Per via della spettacolarizzazione del processo? Forse una procura, travolta dall’attenzione pubblica, si sente obbligata a consegnare un colpevole? O si è piuttosto cercato di sviare dai veri responsabili?

Personalmente non credo, salvo smentita dei fatti, che in questa storia ci sia qualcuno tanto potente da deviare un’intera indagine. Con qualche eccezione possibile, ma ci arrivo. Io penso piuttosto a una concatenazione di eventi, a un effetto domino.

Immaginiamo questa vicenda come una fila di tessere: da un lato la pressione mediatica, dall’altro quella sugli investigatori, che a loro volta avevano pressioni dai superiori, che a loro volta ne ricevevano dai magistrati per arrivare a un colpevole. A questo va aggiunto un mix di incompetenza ed errori.

Nell’immediatezza del delitto, sulla scena sono intervenuti tre reparti diversi dei Carabinieri, territoriale, compagnia di Vigevano e nucleo operativo di Pavia, producendo una quantità enorme di materiale, spesso incoerente. In mezzo a questo caos, se qualcuno ha sentito il bisogno di “mettere a posto” qualcosa, ha potuto farlo senza attirare l’attenzione. Mi riferisco, per esempio, alla sparizione dei mozziconi di sigaretta dal portacenere in cucina, o dei pallini di carta che nelle foto del 13 agosto sono presenti sul tavolo e in quelle del 14 non ci sono più.

Non parlo di un depistaggio generale, ma di interventi mirati. Potrebbero essere suggestioni: magari la finestra era aperta e i pallini sono volati via. Ma in assenza di spiegazioni, per me quei pallini e quei mozziconi sono stati fatti sparire. E se è stato un errore, è un errore chirurgico: proprio su elementi dove sarebbe stato certo trovare DNA (sigarette in bocca, pallini arrotolati tra i polpastrelli). Questi buchi nella vicenda generano inevitabilmente sospetti, illazioni e alimentano un rumore di fondo che ancora oggi rimane fortissimo. Assordante, direi.

Nel capitolo dedicato al Santuario della Madonna della Bozzola si accenna a un possibile collegamento con l’omicidio di Chiara Poggi. Secondo te esiste davvero un legame?

No, assolutamente no. Il Santuario della Bozzola è un contesto interessante perché mostra un certo modo di affrontare i problemi: nascondere la polvere sotto il tappeto, mantenere le apparenze, evitare scandali a ogni costo. E questo atteggiamento ricorre anche nella vicenda del delitto di Garlasco, ma solo come dinamica culturale, non come collegamento diretto.

Alla Bozzola esistono testimonianze che parlano di ambienti ambigui, persone losche, seminaristi che avrebbero subito violenze. Ma da qui a collegare tutto al delitto di Garlasco ce ne passa. Ho studiato a fondo lo scandalo della Madonna della Bozzola, quello che coinvolse Don Gregorio: ho letto le carte del procedimento e non c’è un singolo riferimento al delitto di Garlasco.

Non c’è nemmeno alcun riferimento da parte di Flavius Savu, il cittadino romeno che estorceva denaro a Don Gregorio. Savu, intercettato dai Carabinieri, usava qualunque espediente pur di ricattare non solo Don Gregorio, ma anche altre persone. Inventava di tutto per ottenere soldi, davvero di tutto. Quindi, se avesse saputo qualcosa sull’omicidio di Chiara Poggi, pensi che non avrebbe sfruttato quella carta?

Invece Savu inizia a parlare solo dopo il suo arresto, tra il 2016 e il 2017, quando va alle Iene sostenendo di sapere qualcosa. Dice di aver riconosciuto Andrea Sempio e Michele Bertani assegnando loro i soprannomi di “sadico” e “picchiatore”, ma quando fa queste dichiarazioni la foto di Sempio era già stata pubblicata sui giornali. Questo lo rende totalmente inattendibile.

In sintesi: il contesto della Bozzola è interessante perché racconta un certo mondo e certe dinamiche, ma un collegamento diretto con l’omicidio di Chiara Poggi non c’è.

Il libro mette in luce molte incongruenze e mancanze. Parlando con la gente, noto due sentimenti opposti: da un lato la paura che ciò che è successo a Stasi possa capitare a chiunque; dall’altro, lo scetticismo di chi pensa che non cambierà nulla, che non si arriverà a una verità e che nessuno pagherà.

Per quanto mi riguarda, ritengo molto probabile che si arrivi a un processo nei confronti di Andrea Sempio. Condivido però in parte quella paura: sono convinto che non ci sia un solo responsabile, al di là di Sempio o di Stasi, e temo che possa finire per pagare solo uno per tutti.

I piani sono distinti: con gli elementi emersi, Alberto Stasi ha buone possibilità di ottenere la revisione del processo. Ma immaginiamo lo scenario in cui Stasi venga riabilitato e Sempio assolto (o neppure processato): resterebbe un cold case, e sarebbe una sconfitta per la giustizia italiana e per chi segue questa vicenda da anni.

Qualunque esito ci sarà, qualcuno resterà scontento: se Stasi venisse riabilitato e Sempio condannato, c’è chi direbbe comunque che un assassino l’ha fatta franca e un innocente ha pagato.

Sul piano oggettivo, il limite più grande è il tempo: le nuove indagini sono efficaci, ma arrivano dopo quasi 19 anni. Io resto convinto che più persone siano coinvolte nell’omicidio, e che alcune abbiano avuto un ruolo più grave nel nascondere le tracce.

Talvolta i cold case si risolvono dopo molti anni, basti pensare al delitto dell’Olgiata. Qualcuno decide di parlare, oppure le prove c’erano ma non erano state interpretate correttamente. In parte sta accadendo anche qui.

Ci sono casi risolti persino dopo trent’anni. Io spero che si possa mettere la parola fine anche su questo, ma temo che alla fine possa pagare solo una persona per responsabilità che, a mio avviso, sono condivise.

Leggendo il tuo libro, molti vanno a cercare gli articoli dell’epoca e scoprono che “era già tutto lì”. Se oggi si rivedono i vecchi documenti, le trasmissioni dell’epoca, i commenti in TV, sembra di entrare in un universo parallelo: quel soccorritore che disse “sembra la lite tra due donne”, le ipotesi iniziali su due killer… e oggi si torna a parlare di almeno due persone sulla scena. Non credi ci fosse già tutto?

Nelle carte c’è molto, ma sono mancati approfondimenti investigativi cruciali: le carte non dicono tutto perché in molti casi le indagini non sono state fatte, quindi quelle carte non esistono.

Prendiamo l’inchiesta su Sempio del 2017: io quelle carte le ho lette, da lì è partita la mia indagine. Se si rilegge ciò che scrivevo già nel 2021 sembra scritto oggi, perché descriveva questioni che erano evidenti dalla semplice lettura: il fatto che Sempio si presentò all’interrogatorio sapendo già cosa gli avrebbero chiesto; il giro anomalo di documentazione. Non era un mistero: era un segreto di Pulcinella. Molte cose erano davanti agli occhi, ma non sono state valorizzate.

Altre invece non sono state fatte: ad esempio molte illazioni su Marco Poggi sarebbero state facilmente smentite se fossero stati acquisiti i tabulati del suo telefono.

Oggi abbiamo però un’ultima “macchina del tempo”: il computer di casa Poggi, usato da tutta la famiglia. È probabilmente l’ultimo strumento che ci permette di tornare al 2007, non solo ad agosto, ma ai mesi precedenti.

Alla presentazione del tuo libro, che si terrà venerdì 30 gennaio al Cap 10100, oltre alla iena Alessandro De Giuseppe saranno presenti anche gli ingegneri Porta e Occhetti, che nel 2009 individuarono l’alibi di Stasi fornendo la loro perizia al giudice Vitelli e che hanno poi proseguito con i loro studi, fornendo recentemente nuovi dettagli sul computer di Chiara Poggi. Perché tanta attenzione su quel computer?

L’evidenza che abbiamo è parziale. Le ricerche che Chiara Poggi aveva effettuato erano salvate online, ed erano ricerche molto particolari: alla luce di ciò che è poi accaduto, sembrano tessere di un puzzle incompleto.

Nel libro scrivo una cosa in cui credo fermamente: Chiara aveva scoperto qualcosa. Un segreto grave, che riguardava probabilmente qualcuno a cui teneva molto. Ne rimase spaventata, non comprese del tutto la natura di ciò che aveva trovato e cercò di informarsi. Quel suo approfondire mise in allarme qualcuno, forse più di una persona. Ed è qui, secondo me, il nodo centrale della vicenda.

Il delitto di Garlasco non è un omicidio d’impeto o maturato sul momento. È qualcosa che covava sotto la cenere. Le ricerche di Chiara risalgono a uno-due mesi prima della sua morte.

Analizzare quel computer oggi non ci direbbe solo cosa cercava Chiara, ma anche cosa facevano gli altri membri della famiglia. È lì che potrebbe trovarsi il bandolo, almeno per ricostruire il contesto in cui il delitto è maturato. Forse non ne uscirebbe il nome dell’assassino, ma scopriremmo come veniva usato quel computer, quali interessi c’erano e se qualcosa stava preoccupando Chiara. Di questo sono certo.

Parliamo di comunicazione. Attorno a Garlasco non ci sono più solo i media tradizionali, ma anche youtuber, opinionisti e persone comuni che seguono e interagiscono. Nel momento in cui un giornalista in TV dice qualcosa, sui social si ribatte, e questi messaggi arrivano forte e chiaro anche ai diretti interessati. Secondo te questo può rappresentare un momento di svolta per il giornalismo?

Io credo che sia un’evoluzione del tutto naturale: una diversificazione dei mezzi con cui si comunica. A volte mi chiedono se questi nuovi strumenti siano più affidabili, visto il successo di youtuber e podcaster, ma in realtà credo sia soprattutto una questione pratica: quando sei in macchina non puoi guardare il telegiornale o leggere il giornale, e allora ascolti il podcast, la diretta, o la puntata su YouTube del tuo creator di fiducia. È una questione di facilità di fruizione dei contenuti e di immediatezza.

In più, una diretta YouTube si può improvvisare: nel giro di un quarto d’ora, o meno, puoi essere online. Uno studio televisivo invece ha tempi e modalità di ingaggio molto più pesanti e lunghi, e quindi si muove a una velocità diversa.

Tutto questo offre grandi vantaggi, ma è soggetto anche a grandi distorsioni, perché molti youtuber possono diventare inconsapevolmente un megafono di operazioni orchestrate per agitare il pubblico o attirare attenzione.

 

O gli stessi possono incappare in errori banali.

Spesso, come nel caso Garlasco, ci sono stati molti esperti o presunti tali. Io stesso, che lavoro in questo campo da anni, mi sono trovato con persone che hanno iniziato a studiare la documentazione solo mesi dopo, mentre io avevo impiegato mesi a leggere tutta quella montagna di carte. Puoi avere talento e spirito critico, ma ripubblicare materiale senza averlo approfondito porta a disinformazione. Dico in generale senza fare nomi specifici.

Mi interessa la questione della partecipazione collettiva. La comunicazione nel 2007 era per lo più univoca. C’erano i media tradizionali e pochissima interazione con le notizie. Qui c’è uno scambio. Gli stessi che fanno TV controllano il sentiment sui social. Non siamo più fruitori passive di notizie. Anche noi pubblico abbiamo una voce.

Abbiamo un’interazione con il pubblico molto intensa e riceviamo ogni giorno montagne di messaggi, molti su Garlasco, ma tra questi emergono anche cose interessanti. Per esempio, insieme a Bugalalla, abbiamo ricevuto le famose foto che ritraggono Sempio davantii casa Poggi a poche ore dalla scoperta del delitto: incredibile, perché il marito della fotografa dell’epoca le ha mandate non a un giornale o alla procura, ma a due youtuber. Il pubblico percepisce lo youtuber come più vicino e contattabile rispetto al giornalista tradizionale. Poi io sono anche giornalista, ma qui ti parlo da youtuber.

Facciamo un parallelismo tra comunicazione nel 2007 e nel 2025. Se chi indaga commette errori, la partecipazione attiva del pubblico, scrivere, fare domande, chiedere conto,  può garantire maggiore correttezza?  Nel 2007 l’opinione pubblica riceveva le notizie passivamente; oggi è attiva sui social e questo nuovo modo di interagire può indurre chi sbaglia a pensarci due volte, perché tutto finisce sotto l’occhio del pubblico. Se chi indaga ha fatto errori, la partecipazione collettiva può essere garante di correttezza?

Io credo che chi indaga possa lavorare bene o male indipendentemente dall’esposizione mediatica, che spesso dura poco. Personalmente, però, oggi sento molto più la pressione del pubblico rispetto a un anno fa. Questo mi spinge a verificare tutto cento volte prima di fare un video o scrivere un articolo, perché i feedback arrivano subito. Se faccio una sciocchezza, me lo fanno notare all’istante. Quando scrivevo per un giornale non era così: i feedback erano più rari e indiretti.

E questo vale anche per chi lavora nei casi giudiziari: oggi certe leggerezze emergono subito. Penso all’episodio di Stefania Cappa che, in un’intercettazione, dice «ma figurati chi va a controllare» quando parla con il sostituto del medico che avrebbe firmato delle ricette mettendo un nome diverso dal suo. O alla questione delle firme e dei verbali: sono saltate fuori incongruenze, firme mancanti o verbali con dei buchi.

E sapendo che tutto viene scrutato sotto la lente dei social, non pensi che questo porterà a commettere meno errori in futuro?

Ripeto: oggi questo caso è talmente sotto gli occhi di tutti che, così come sento io la pressione del pubblico, credo che anche chi indaga sia portato a lavorare meglio rispetto al passato. Non tanto per virtù, quanto perché nel 2007 o nel 2009 era impossibile immaginare che questa vicenda sarebbe diventata un caso “per eccellenza”, destinato a rimanere nell’immaginario collettivo.

All’epoca era una storia che riempiva i palinsesti e vendeva giornali, ma comunque entro i confini della cronaca nera. Oggi invece è diventata qualcosa di enorme: basta una dichiarazione o un dettaglio fuori posto per scatenare immediatamente l’attenzione pubblica. Questo, secondo me, spinge anche gli inquirenti a maggiore cautela.

La mia speranza è che Garlasco, proprio perché è diventato un caso mostruoso per attenzione e risonanza, segni anche una svolta nelle indagini future.

Ho l’impressione che ci siano persone che temono la procura di Pavia e queste indagini, e non parlo di avvocati o consulenti di parte, ma di opinionisti, blogger e instagrammer. Hai anche tu questa sensazione? E perché?

Guarda, credo sia molto semplice: manca l’onestà intellettuale di rivedere le proprie posizioni. Io lo dico sempre e ti chiedo di riportarlo: se un domani venissi smentito su ciò che sostengo, per esempio se mi portassero la prova che Alberto Stasi è colpevole, io ammetterei di essermi sbagliato, in buona fede. Non mi arrampicherei sugli specchi.

Il problema è che molte persone fanno esattamente questo: anche di fronte a elementi che dovrebbero far sorgere almeno un dubbio, rifiutano di ammetterlo. Vivono il dubbio come una sconfitta, una perdita di credibilità, quasi un disonore.

Ultima domanda, anche se hai già risposto: arriveremo alla verità? E se Stasi è davvero innocente, scopriremo chi ha ucciso Chiara Poggi?

Io non faccio previsioni, non faccio sogni, posso solo dire che spero di sì. La Procura sta lavorando molto bene e molte delle cose fatte finora sono emerse solo col tempo. Al momento abbiamo una visione parziale di ciò che è stato fatto e di ciò che stanno ancora facendo. Credo che faranno tutto il possibile per individuare l’autore di questo delitto.

Se avete domande, l’appuntamento con Gianluca è al Cap10100 di Corso Moncalieri 18, alle 18 venerdì 30 gennaio. L’entrata è libera fino a esaurimento posti con possibilità di prendere biglietti gratuiti su Eventbrite.

Lori Barozzino 

Il Polo del verde in via Bologna: ok del Comune al nuovo hub dell’associazione Orticola

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La Giunta comunale di Torino ha approvato la concessione dell’immobile di via Bologna 175 all’Associazione Orticola per il Piemonte, su proposta della vicesindaca Michela Favaro, in accordo con l’assessorato al Verde Pubblico. L’obiettivo è trasformare uno spazio dismesso in un polo multifunzionale dedicato al verde, all’educazione ambientale e alla partecipazione civica.

Il complesso, di proprietà della Città, si estende su circa 1.830 metri quadrati complessivi, di cui 1.300 coperti, ed è composto da più fabbricati affacciati su un cortile interno. Dopo un avviso pubblico rivolto agli enti senza scopo di lucro, la proposta vincitrice è stata proprio quella dell’Associazione Orticola, realtà storica del territorio torinese, promotrice di manifestazioni molto conosciute come Flor e, più recentemente, del Festival del Verde.

Il progetto presentato prevede la creazione di un “Hub Green” aperto alla cittadinanza. Al suo interno troveranno spazio laboratori didattici, aree di coworking, iniziative culturali legate alla cura collettiva del verde e momenti di aggregazione pensati per coinvolgere il quartiere e rafforzare il tessuto sociale della zona.

Un elemento centrale dell’operazione è la riqualificazione dell’immobile: l’associazione ha stimato un investimento di circa 800mila euro, interamente a proprio carico. Tutti i lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria, così come le spese per utenze e adeguamenti, saranno sostenuti dal concessionario, senza oneri per la Città. La concessione avrà una durata di dieci anni, rinnovabili, con un canone annuo pari al 20% del valore di mercato stimato dell’immobile.

“L’operazione rappresenta un doppio risultato: da un lato il recupero di un bene pubblico che necessitava di importanti interventi, dall’altro la nascita di un nuovo punto di riferimento per il quartiere, capace di coniugare rigenerazione urbana, sostenibilità ambientale e partecipazione – spiega la vicesindaca Michela Favaro -. Un tassello in più nella strategia cittadina di valorizzazione del patrimonio pubblico attraverso progetti a forte impatto sociale”.

Auto causa incidente e fugge. Individuata dai carabinieri

Un incidente stradale è avvenuto nella tarda mattinata di ieri lungo l’ex strada statale 35 dei Giovi,  tra Novi Ligure e Serravalle Scrivia, in provincia di Alessandria.

Una vettura è uscita di strada, ribaltandosi. La conducente, soccorsa dal personale sanitario e visibilmente scossa, ha comunque potuto fornire una prima testimonianza ai carabinieri: sarebbe stata urtata da un altro veicolo che avrebbe effettuato un’improvvisa inversione di marcia in un punto dove la manovra è vietata, per poi allontanarsi senza prestare assistenza.

Avviate le indagini per ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto, anche attraverso l’analisi delle immagini dei sistemi di videosorveglianza, i carabinieri sono riusciti a individuare l’auto sospetta. Il mezzo è stato rintracciato parcheggiato nel centro di Serravalle Scrivia e presenta danni evidenti compatibili con l’impatto.

Sono in corso ulteriori accertamenti per identificare con certezza il conducente fuggito, che dovrà rispondere dei reati di omissione di soccorso e fuga dopo incidente stradale.

Treni Pinerolo – Torino – Chivasso: riunione in Regione

L’assessore Gabusi: «Situazione insostenibile, servono risposte immediate per i cittadini» 
Di fronte ai gravi e ripetuti disservizi ferroviari che stanno colpendo in particolare la linea Pinerolo-Torino-Chivasso, l’assessore regionale ai Trasporti Marco Gabusi ha convocato una riunione urgente con i vertici di Trenitalia e Rete Ferroviaria Italiana.
L’obiettivo dell’incontro, che si terrà venerdì mattina nel Grattacielo della Regione, è ottenere un quadro chiaro delle criticità, comprendere le cause di ritardi e soppressioni, definire azioni urgenti per il ripristino di un servizio ferroviario affidabile e dignitoso.
«I disagi che stanno vivendo pendolari, lavoratori e studenti non sono più accettabili – sottolinea Gabusi – La Regione ha pianificato investimenti sul materiale rotabile e ha sostenuto i numerosi interventi del Pnrr sulla rete che certamente condizionano le performance in questo periodo. Per questo motivo non può accettare che ogni giorno sulla Pinerolo-Torino si viva nell’incertezza».
La Regione Piemonte, insieme all’Agenzia della Mobilità Piemontese, ribadisce il proprio ruolo di indirizzo e controllo nei confronti dei gestori del servizio, a tutela del diritto alla mobilità.

“Europa senza bussola”: incontro alla “Fondazione Mirafiore” con Nathalie Tocci

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Ritornano anche gli spazi teatrali dedicati ai più piccoli e alle loro famiglie

Sabato 31 gennaio e domenica 1° febbraio

Serralunga d’Alba (Cuneo)

Che fai Europa? Interrogativo che spesso ricorre nei più o meno “urlati” talk show televisivi, così come nei comuni discorsi del “popolo” quotidiano e, spesso, nelle nostre più serie ed intime riflessioni, davanti allo scorrere di tormentate situazioni di politica mondiale sempre più preoccupanti e inquietanti. Sull’argomento mancano spesso visioni e narrazioni pacate (e attendibili, oltre che credibili), in qualche modo in grado di fornirci visioni realmente chiare e prospettive illuminanti, cui far fede, sull’oggi e sul prossimo futuro. Partendo proprio da queste deduzioni, si presenta davvero interessante e utile l’incontro, dedicato per l’appunto ad uno dei grandi temi geopolitici del nostro tempo, inserito, sabato 31 gennaio (ore 18,30), nella XVI edizione del “Laboratorio di Resistenza Permanente” organizzato dalla “Fondazione Emanuele di Mirafiore” nel “Villaggio Narrante” in Fontanafredda (via Alba, 15) a Serralunga d’Alba (Cuneo). Il tema è ben chiaro: “Europa senza bussola: le minacce esterne e interne alla nostra (dis)Unione”.

A parlarne, sarà la politologa ed editorialista romana Nathalie Tocci (una delle voci più autorevoli della politica internazionale, direttrice dell’“Istituto Affari Internazionali”, già consigliera speciale dell’“Alto Rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera e di sicurezza” e curatrice della “EU Global Strategy”), che porterà alla “Fondazione Mirafiore” un’analisi lucida e approfondita sul presente e sul futuro dell’Unione. Analisi che già in partenza s’avvia comunque su un principio incontestabile: “In un contesto segnato da guerre ai confini, tensioni globali, crisi energetiche e sociali, ma anche da fratture interne, populismi e disinformazione, l’Europa appare oggi, più che mai, come una costruzione fragile e al tempo stesso indispensabile”.

“Europa senza bussola” sarà quindi l’occasione per interrogarsi sulle minacce che arrivano dall’esterno e su quelle che nascono all’interno delle nostre democrazie, provando a capire se esiste ancora un orizzonte comune capace di tenere insieme il progetto europeo. “Un dialogo necessario per chi vuole orientarsi in un mondo sempre più instabile e comprendere se e come l’Europa potrà ritrovare la propria direzione”.

Appuntamento, quello con Nathalie Tocci, particolarmente impegnativo su cui non mancheranno spunti di riflessione per un dibattito acceso e di sicuro coinvolgimento da parte del pubblico che vorrà presenziare.

Appuntamento “da grandi”. Di tutt’altro tenore rispetto a quello programmato dalla stessa “Fondazione” per il giorno successivo, domenica 1° febbraio, sempre alle 16,30.

Accanto agli incontri rivolti ad un pubblico adulto, anche quest’anno infatti la “Fondazione” conferma il consueto “spazio dedicato ai più piccoli e alle loro famiglie”, con un mese di febbraio pensato per avvicinare bambini e adulti al teatro “come luogo – sottolineano i responsabili – di scoperta, immaginazione e conoscenza condivisa”.
Il primo appuntamento è in programma, come detto, sabato 1° febbraio, alle 16,30, con La Piramide invisibile”, spettacolo di e con Francesco Giorda, realizzato con “Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani”. In breve, la storia: un buffo archeologo, curioso e un po’ pasticcione, invita il pubblico a compiere un’impresa straordinaria: un vero e proprio “viaggio nel tempo”, che ci porta indietro di ben cinquemila anni, lasciando alle spalle (che guaio!) smartphone e vita quotidiana per immergersi nel mondo affascinante degli “Antichi Egizi”. In scena soltanto una grande mappa dell’Egitto e 51 carte-gioco: strumenti essenziali per scegliere il percorso, orientarsi lungo il Nilo e ricreare momenti di vita quotidiana. Com’era una classe di piccoli Egizi? Cosa mangiavano? Perché la birra era la loro bevanda preferita? Cos’è davvero la Sfinge? E come si realizza una mummia? Domande e curiosità che trovano risposta grazie a uno “spettacolo interattivo”, che cambia ogni volta in base alle scelte del pubblico. “Con il suo stile brillante e coinvolgente, Francesco Giorda costruisce un vero e proprio gioco teatrale che diventa esplorazione, meraviglia e conoscenza, trasformando il teatro in uno spazio di partecipazione attiva, dove bambini e adulti imparano insieme”.

Si ricorda che l’ingresso agli appuntamenti della “Fondazione E. di Mirafiore” è libero, su prenotazione dal sito www.fondazionemirafiore.it.

Per info: tel. 377/0969923 o federica@fondazionemirafiore.it

G.m.

Nelle foto: Nathalie Tocci e Francesco Giorda

Volpiano: i jeans dismessi che danno vita ai nuovi grembiulini 

Un progetto di educazione ambientale, solidarietà e collaborazione fra istituzione e territorio ha preso vita presso la scuola primaria di Volpiano, dove nei giorni scorsi sono stati consegnati grembiulini e sacche a partire da jeans usati. L’iniziativa nasce in sinergia tra la scuola e l’associazione NEMO, realtà con sede a Chivasso, impegnata nella sartoria solidale e nel riuso creativo dei materiali. Protagonisti del progetto sono stati gli alunni delle classi quarte che hanno donato i jeans che non indossavano più, permettendo di sottrarre questi cali al ciclo dei rifiuti e di trasformarli in nuovi oggetti utili. Grazie al lavoro delle sarte dell’associazione, i jeans sono stati utilizzati per produrre grembiulini e sacche, successivamente donati ai bambini e alle bambine della classe prima come gesto di benvenuto a scuola, e come messaggio concreto di sostenibilità, riuso e attenzione all’ambiente.

“Questo progetto dimostra come la sostenibilità possa essere insegnata attraverso gesti semplici e concreti – dichiara l’Assessora all’Istruzione Barbara Sapino – dare una seconda vita a un paio di jeans significa ridurre gli sprechi e trasmettere i valori fondamentali come il rispetto per l’ambiente, la condivisione e la responsabilità collettiva. Si tratta di un’esperienza educativa che lascia il segno”.

Alla consegna hanno preso parte il Sindaco Giovanni Panichelli, la dirigente scolastica Stefania Prazzoli e l’associazione NEMO, a testimonianza di una rete di collaborazione attiva tra scuola, istituzioni e associazionismo locale. Un lavoro condiviso che promuove la cultura del riuso come strumento educativo e sociale. La giornata di consegna è stata accompagnata da momenti di festa e partecipazione, in cui i bambini hanno cantato insieme e hanno vissuto con emozione lo scambio dei doni, trasformando l’iniziativa in un’esperienza di forte valore umano e simbolico. Attraverso questo progetto, il comune di Volpiano rinnova il proprio impegno nella promozione di buone pratiche ambientali e nella sensibilizzazione delle nuove generazioni, dimostrando come anche un semplice paio di jeans possa diventare vincolo di educazione, sostenibilità e comunità.

Mara Martellotta

Alla Società Canavesana Servizi il premio Industria Felix – L’Italia che compete

Sergio Bartoli (Lista Civica Cirio Presidente): «Un risultato che testimonia il valore di un’azienda in grado di erogare servizi di qualità ai comuni e la lungimiranza di 55 Amministrazioni locali»

Oggi momento istituzionale a Palazzo Lascaris, per il presidente Calogero Terranova e i dirigenti di Società Canavesana Servizi e numerosi sindaci dei 55 comuni che ne costituiscono la compagine sociale, ricevuti dal Presidente del Consiglio regionale Davide Nicco: l’azienda di servizi si è infatti classificata tra le 124 migliori aziende italiane più competitive nell’ambito del premio Industria Felix – L’Italia che Compete, realizzato dal magazine di settore in collaborazione con Cerved.

«Mi congratulo con il Presidente Terranova, con la dirigenza e il personale di SCS – commenta il Consigliere regionale Sergio Bartoli (Lista Civica Cirio Presidente PML), Presidente della V Commissione Ambiente di Palazzo Lascaris, che ha partecipato all’evento –, per un riconoscimento che premia il loro lavoro, ma anche la lungimiranza e la qualità dell’impegno di tante Amministrazioni comunali che hanno lavorato per dare opportunità di crescita a questa azienda che ho potuto conoscere direttamente qualche settimana nel corso di un sopralluogo presso la Sede di Ivrea. Il Canavese non è solo una terra di archeologia industriale, ma un luogo in cui l’eccellenza e la qualità delle nostre imprese trovano un ambiente favorevole per lo sviluppo e la crescita. Il premio conferito a SCS è una testimonianza della vitalità di un territorio e della profonda resilienza delle nostre comunità».

In mostra gli 80 anni dal primo voto delle donne

 

In occasione dell’80°anniversario del primo voto delle donne in Italia, un traguardo storico che nel 1946 vide le cittadine partecipare per la prima volta alle elezioni per la Costituente, al Referendum istituzionale e alle consultazioni amministrative, la Città metropolitana di Torino torna a mettere a disposizione del territorio una riedizione della mostra fotografica “Torino 1946 – 2016. Settant’anni dal primo voto delle donne“.
Proprio in questi giorni, il vicesindaco metropolitano Jacopo Suppo ha inviato una lettera a tutti i sindaci del territorio per illustrare la possibilità e le modalità per richiedere l’esposizione in prestito gratuito. L’iniziativa vuole coinvolgere capillarmente i Comuni nella celebrazione di questo anniversario, offrendo uno strumento culturale di grande impatto per ricordare il cammino verso la piena parità di diritti.
L’esposizione, che riscosse un grande successo dieci anni fa, viene riproposta oggi per testimoniare un passaggio epocale: la partecipazione femminile al voto non fu solo un atto politico, ma un evento rivoluzionario per il costume sociale, vissuto con un entusiasmo e una speranza che traspare nitidamente da ogni scatto. L’esposizione, progettata per essere facilmente itinerante e adattabile a diversi spazi, è costituita da 12 pannelli (70×100 – 6 verticali e 6 orizzontali) in forex, leggeri e pronti per l’affissione e da un roll-up di presentazione.
 
Archivio “La Bottega del Ciabattino”
Il valore documentario della mostra è reso possibile dal prezioso lavoro di Franco Senestro, custode e proprietario dell’archivio “La Bottega del Ciabattino“. La storia di queste fotografie è un racconto di passione e intuizione che inizia nel 1983, durante la liquidazione della storica redazione della Gazzetta del Popolo in corso Valdocco a Torino. “In seguito alla chiusura della redazione torinese, mentre cercavamo materiali tipografici per l’attività di mio padre, chiesi di vedere l’archivio fotografico situato nel solaio,” racconta Senestro. “In un armadio trovai sette scatole di negativi che il curatore fallimentare non aveva notato”.
Quel tesoro dimenticato si rivelò un patrimonio inestimabile: negativi che documentavano la vita di Torino tra il 1945 e il 1950, dai fatti di cronaca agli eventi politici, fino alle storiche immagini delle donne ai seggi il 2 giugno 1946. Un archivio che Senestro ha poi digitalizzato e catalogato con cura, dedicandolo alla memoria del padre, uomo coraggioso che nel 1942, nella sua vera bottega da ciabattino, faceva da basista per la Resistenza.
 
Dai negativi a Cinecittà: la collaborazione con Paola Cortellesi 
La qualità e l’autenticità di queste immagini hanno recentemente raggiunto il grande pubblico grazie alla collaborazione con la produzione del film “C’è ancora domani” di Paola Cortellesi.
“La produzione aveva visto le fotografie esposte proprio grazie alla mostra proposta dalla Città metropolitana di Torino nel 2016 – spiega Senestro -. Si cercavano riferimenti visivi autentici per ricostruire l’atmosfera del 1946, le code ai seggi e i volti delle donne che andavano a votare”. Il contributo dell’archivio è stato fondamentale per l’accuratezza storica della pellicola, tanto che il nome “Archivio La Bottega del Ciabattino” compare nei titoli di coda del film.
Questa citazione ha rappresentato un’ulteriore commovente omaggio alla memoria di Giovanni Senestro, padre di Franco, che molto prima di diventare fotografo e tipografo, aveva iniziato il suo percorso lavorativo proprio come ciabattino.