Di Renato Verga
Il contesto storico in cui Orff matura la propria scelta estetica è tutt’altro che neutrale. Negli anni Trenta il Nazionalsocialismo tende a subordinare l’arte alla politica: il pessimismo è bandito, le avanguardie sospette, tutto ciò che devia dai canoni ufficiali marchiato come Entartete Kunst, arte degenerata. In questo clima Orff elabora un linguaggio che si colloca in una zona ambigua e, per certi versi, strategica: evita tanto la piatta imitazione dei modelli tardo-romantici allora dominanti quanto le sperimentazioni più radicali. Una mediazione che diverrà insieme la sua fortuna e la sua dannazione critica.
Pochi titoli del Novecento possono vantare una popolarità paragonabile a quella dei Carmina Burana. Dalla sala da concerto alla pubblicità, dal cinema agli eventi sportivi, l’irresistibile energia di O Fortuna ha trasformato la cantata scenica di Orff in un fenomeno culturale trasversale. Ma proprio questa onnipresenza, sommata a precise opzioni stilistiche, alimenta da decenni un dibattito che merita di essere affrontato senza pregiudizi né indulgenze.
Il primo nodo riguarda il linguaggio musicale. Orff costruisce la partitura su cellule ritmiche elementari, ostinati martellanti, armonie statiche e una scrittura che privilegia l’impatto percussivo. Il risultato è dirompente, quasi ipnotico; tuttavia, tale insistenza può sfiorare la ripetitività. L’armonia, spesso modale o tonale semplificata, evita sviluppi complessi: la tensione nasce più dall’accumulo dinamico che dall’elaborazione tematica. L’efficacia teatrale è indiscutibile, la profondità percepita meno: si avverte talvolta una certa monocromia emotiva, una retorica del “sempre più forte” che sacrifica la sfumatura.
Un secondo aspetto concerne il rapporto tra testo e musica. I poemi goliardici medievali, intrisi di vitalismo, eros e ironia, vengono trattati con un’enfasi sonora che amplifica il lato sensoriale ma attenua quello satirico. L’umorismo caustico e la sottile ambiguità dei versi latini e medio-alti tedeschi rischiano di essere schiacciati dalla monumentalità corale. In numeri come In taberna quando sumus, la caricatura dovrebbe graffiare; invece, spesso si trasforma in baldoria sonora. La drammaturgia interna appare episodica: più successione di quadri che arco narrativo compiuto.
Si apre poi la questione dell’estetica. Orff rifiuta tanto il sinfonismo tardo-romantico quanto l’atonalità d’avanguardia, proponendo un “primitivismo moderno” fondato su ritmo, gesto e immediatezza. Salutare antidoto all’intellettualismo, certo, ma anche possibile regressione semplificatrice. L’idea di una musica arcaica e rituale affascina, ma comporta il rischio di una spettacolarità prevedibile, dove il colpo di scena coincide con il crescendo e l’esplosione percussiva.
Infine, la stessa popolarità dell’opera solleva interrogativi. L’abuso mediatico di O Fortuna ha generato assuefazione e stereotipi: ciò che in teatro dovrebbe scuotere, fuori contesto diventa formula. Il rischio è che l’intero ciclo venga percepito come una sequenza di “hit”, perdendo la dimensione rituale e ciclica concepita da Orff, quel ritorno al destino che chiude il cerchio. In questo spazio, sospeso tra potenza e limite, si colloca la vera sfida interpretativa: restituire all’opera non soltanto il fragore, ma anche respiro, sensualità e sorriso amaro dei testi medievali.
Carmina Burana, cantiones profanae cantoribus et choris cantandae, comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis. Così recita il lungo titolo: una cantata che prevede movimenti scenici, balli, mimi, immagini. Non a caso il lavoro è stato spesso messo in scena: memorabile l’adattamento coreografico di John Butler per la New York City Opera(1959); celebre la versione filmica di Jean-Pierre Ponnelle per la televisione tedesca (1975); visionaria la lettura della La Fura dels Baus (2009), tra teatro fisico, simboli visivi e persino profumi diffusi in sala.
Nulla di tutto questo nel concerto di Carnevale dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI all’Auditorium Arturo Toscanini. L’esecuzione è puramente concertistica, abiti eleganti, nessun guizzo umoristico. Anche John Axelrod, che qui aveva osato l’elmo di Darth Vader dirigendo John Williams, sceglie la massima sobrietà.
Sul piano esecutivo, le insidie non mancano. La scrittura corale, solo in apparenza diretta, richiede precisione ritmica assoluta, dizione scolpita, controllo rigoroso delle dinamiche estreme. Senza disciplina ferrea, il suono diventa rumoroso. Non sempre il Coro Sinfonico di Milano diretto da Massimo Fiocchi evita queste trappole. Impeccabile invece il Coro di voci bianche del Teatro Regio di Torino preparato da Claudio Fenoglio.
L’orchestra deve perseguire un equilibrio delicato tra slancio e trasparenza. Axelrod governa con sicurezza, brillando soprattutto nei passaggi strumentali che evocano movenze di danza care a Gershwin e Stravinskij. Altrove la massa timbrica tende a coprire le voci, come accade In taberna al baritono Alessandro Luongo le cui qualità emergono invece nel Cour d’amours. Spettacolare il tenore Sunnyboy Dladla in Olim lacus colueram; ironica e musicalmente salda Valentina Farcas, soprano.
Applausi calorosi, sala gremita fino alla galleria. Il concerto è tra i pochi ripresi in video dalla RAI: segno dei tempi, e scelta che fa discutere, soprattutto a fronte di appuntamenti sinfonici di ben altra portata.
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