Amico o psicologo?

Il ricorrere allo psicologo è una prassi piuttosto recente, ancora ostacolata dalla convinzione che sia disdicevole rivolgersi ad uno “strizzacervelli”, più di quanto non lo sia recarsi dal medico per aver contratto una malattia a trasmissione sessuale.

Anni addietro, vuoi perché la facoltà di psicologia era solo a Padova ed a Roma Sapienza (è stata la legge Ossicini, nel 1989, a regolamentare la professione di psicologo), vuoi perché non vigeva la moda di laurearsi in psicologia, era consuetudine parlare dei propri problemi, delle proprie fobie e delle proprie ansie con l’amico più intimo, l’amica del cuore o, in alcuni casi limite, con una persona di fiducia (un insegnante particolarmente aperto, la nonna navigata, e così via.

Oggigiorno, sarà per l’aumentare delle crisi di identità, sarà perché alcuni politici creano i problemi per poter promettere in campagna elettorale di risolverli, si fa un ricorso massivo allo psicologo (e allo psicoterapeuta) anche perché presi dal vortice di mille impegni, lavorativi e no, non abbiamo più un’idea precisa di chi siamo, cosa vogliamo e quali siano i nostri reali obiettivi.

Alcuni amici, poi, spesso dopo la laurea emigrano tornando qui una volta l’anno e rendendo difficile ogni relazione costruttiva, come invece avveniva quando eravamo compagni di scuola o nello stesso condominio.

Senza entrare nel merito della validità della psicoterapia (il terapeuta ci conosce per ciò che noi gli permettiamo di sapere) e fermo restando che, come in ogni altro settore, vi sono professionisti bravi ed altri che lo sono meno, è palese che una seduta a settimana può essere limitativa se il paziente, al contrario, ha voglia di parlare per sei ore oggi, e non domani quando ha l’appuntamento.

Al di là di tutto quello, però, ciò che ci deve far riflettere è la sempre maggior fragilità delle persone, obbligate per ragioni diverse ad abbandonare la loro confort zone, a seguire stili di vitae modus operandi che non appartengono loro, che vengono investite di compiti dei quali non sono all’altezza e, non ultimo, intervistati per il colloquio di assunzione da persone totalmente incompetenti.

Che la legge Ossicini sia totalmente da rivedere è sotto gli occhi di tutti; coach e counselor ormai spopolano ovunque, esentati dall’iscrizione all’Ordine degli psicologi, rendendo difficile per i pazienti comprendere la differenza tra tali figure.

La cosa sicura è che, secondo l’OMS, il 13% della popolazione mondiale soffrirebbe di disturbi mentali: è evidente che non sia possibile avere un numero di psicologi tale da soddisfare poco più di un miliardo di persone e, soprattutto, un domani che le psicoterapie fossero erogate dal SSN il costo sarebbe insostenibile per le regioni.

La recente norma che suggerisce, a commento di casi di suicidio, che se conosciamo qualcuno che voglia suicidarsi dobbiamo informare pippo, pluto e clarabella è un nonsenso: la quasi totalità dei suicidi non avvisa prima di compiere il gesto anticonservativo e talvolta non lascia lettere o altro per spiegare il gesto.

E’ fuori discussione che se conoscessimo la mente umana come conosciamo i nome dei giocatori della nostra squadra del cuore forse ogni intervento in favore di chi abbia bisogno di cure andrebbe nella direzione giusta; per ora, a mio parere, sarebbe preferibile: a) essere mentalmente indipendenti da schemi, mode, costumi, social e via dicendo che ci obbligano, di fatto, a uniformarci agli altri per non sentirci esclusi, di serie B, meno importanti degli altri, b) sentirci bene con noi stessi perché siamo fatti così, non perché gli altri ci approvano, c) non pensare di poter chiedere aiuto se neppure noi sappiamo cosa vogliamo cambiare, cosa ci sia in noi che non va.

Conosco persone (prevalentemente donne) che cambiano lavoro ogni anno perché insoddisfatte, perché non amano i turni (è il caso delle OSS), perché si sentono sfruttate. Quando cambiano lavoro, di tutt’altro genere, resistono un anno quando va bene, e poi nuovamente ne cercano un altro perché anche quello non andava bene, non si sentivano realizzate ecc.

E’ evidente che il motivo sia a monte, il lavoro sia soltanto la “scusa” per esternare il proprio disagio; che sia, insomma, una richiesta di aiuto indiretta che sempre più persone fanno, spesso rivolgendosi a soggetti inidonei.

Sergio Motta

Leggi qui le ultime notizie: IL TORINESE

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Articolo Precedente

Valanga a Sestriere, illeso scialpinista

Articolo Successivo

Nuova location per Torino Comics alla Certosa Reale di Collegno

Recenti:

IL METEO E' OFFERTO DA

Fit Homeless