La rubrica della domenica di Pier Franco Quaglieni

SOMMARIO: La sottovalutazione della violenza – Un capro espiatorio? – L’uomo forte – Lettere

La sottovalutazione della violenza
A partire da Odifreddi a Don Ciotti, al redivivo Bertinotti  ad alcuni  docenti universitari e commentatori vari non c’è da stare  molto allegri, se pensiamo alle reazioni ai fatti di sabato 31 gennaio. E’ la sottovalutazione di sempre  della violenza che giunge alla sua giustificazione in quanto il sistema sarebbe di per sé violento. Argomentazioni che puzzano lontano un miglio di ‘68 e che  già in passato tentarono di giustificare “Lotta Continua” e le Br. Poi c’è’ Salvini che, orfano del generale ,propone una cauzione per poter manifestare in piazza, cosa consentita  economicamente forse solo alla Cgil e ad alcuni partiti. Il diritto a manifestare pacificamente e senz’armi è un principio irrinunciabile. Alcuni non hanno neppure capito che i violenti non erano una frangia del corteo, ma erano gli organizzatori e i propugnatori   del medesimo. Ha ragione Ugo  Volli a dire che il grosso del corteo non ha più l’età e la forza fisica per far casino, ma aderisce pienamente ai compagni che combattono anche per loro. Patetico l’intervento della leghista che, dopo anni di silenzio, è intervenuta, dicendo che lei ha partecipato al corteo, ma non sta da una parte né dall’altra.
Non trascurabili sono anche i silenziosi, gli opportunisti che se la cavano con una generica  e stantia condanna della violenza. Ancora più incomprensibili sono i silenzi di  certi vecchi professori  emeriti ,noti per essere maestri di democrazia. L’analisi della Procuratrice Generale della Corte d’Appello si è  rivelata, poche ore prima dei fatti, lucida e profetica, ma quasi nessuno ha tratto le conclusioni dovute.
Giampiero Leo, che durante la contestazione del 1977 fu selvaggiamente picchiato, ha fatto una delle poche dichiarazioni condivisibili senza cadere nel rigorismo di alcuni leghisti. La situazione è grave e certo non basta inasprire le norme. Occorre anche che il Ministero degli interni esamini se la sua strategia sabato 31 si è rivelata adeguata. Nessuno può dare suggerimenti e formulare critiche perchè noi cittadini non conosciamo la situazione reale . Ha ragione Cerno a collegare l’orda dei violenti alla Val di Susa, diventata quartier generale della guerriglia No Tav. E’ li’ che va estirpata la radice profonda della violenza che trova in Askatasuna l’altra centrale dell’ eversione.  Lo squadrismo rosso va stroncato insieme al brodo di coltura formato dai vecchi malvissuti che sono totalmente  complici dei “ragazzi” della generazione Z . Qui non è in gioco un governo, qui è in gioco la democrazia e il diritto dei cittadini di vivere la loro vita senza i traumi che crea una situazione intollerabile come quella generata  da Askatasuna. Gli esegeti della giustificazione della  violenza  sono i nuovi “cattivi maestri”che hanno rovinato una generazione di giovani con le loro faziosità e intolleranze. Ad essi bisogna dire basta anche perché in Francia non c’è più un Mitterand ad accoglierli. La scarcerazione immediata dei tre arrestati suscita perplessità. I domiciliari agli aggressori dei poliziotti determinano vaste  reazioni  popolari negative perché oggi il buonismo garantista a Torino non trova un facile  consenso. E’ quasi un paradosso: a ridurre il valore del garantismo sono gli estremisti che si travestono da nuovi partigiani per sostenere il dissenso contro il  nuovo regime.
.
Un capro espiatorio?
Ho appreso, navigando su Facebook, che gli ordini cavallereschi sabaudi si pubblicizzano sui social, mettendo addirittura il numero di telefono a cui rivolgersi. Resto esterrefatto se penso allo stile di Umberto II e a quello dei suoi collaboratori Umberto Provana di Collegno, Vittorio Prunas Tola, per  non parlare del ministro Falcone Lucifero. Tutti si rivolterebbero nella tomba. Ho ascoltato  anche un discorso di pochi minuti tenuto dal pretendente al trono italiano  che non c’ è più dal 1946, il quale stranamente porta il nome del Duca d’Aosta Emanuele Filiberto,  comandante della III armata durante la Grande Guerra: incredibili giochi della storia, anche se non osarono battezzarlo con il nome della discendenza, cioè quello di Umberto, che oggi è  il nome del  figlio di Aimone di Savoia. Il pretendente ha dichiarato in modo apodittico che Vittorio Emanuele III  fu un capro espiatorio della storia. Frase inconsistente storicamente perché 46 anni di regno vanno valutati nelle loro luci e nelle loro ombre. L’età giolittiana, ad esempio, fu una gloria del re Vittorio e anche il periodo della Grande Guerra non fu, secondo molti storici, da buttare: fu il re soldato che completò il Risorgimento. I problemi sorsero  con il fascismo quando il re commise degli errori indiscutibili. Io andai a Vicoforte insieme al  principe Sergio di Jugoslavia a visitare la tomba del re e della regina Elena e pronunciai anche qualche parola di rispetto e di ammirazione soprattutto per la Regina. Non ho mai accettato i codardi oltraggi nei confronti dei vinti che ridussero Vittorio Emanuele a “re sciaboletta”, come fosse  un Brunetta qualsiasi. Ma oggi ,dopo certe manifestazioni quasi paramilitari che ho visto sui social, a Vicoforte non tornerei più. Vittorio Emanuele III  è responsabile di aver aperto le porte del governo nel 1922 a Mussolini in seguito alla marcia su Roma. Marcello Soleri, che gli  propose di firmare lo stato d’assedio per fermarlo, come scrive nelle sue memorie, lo ritenne ,insieme a Facta, responsabile dell’avvento al potere di Mussolini. In modo cinico dopo il delitto Matteotti il re non mosse un dito per ripristinare l’ordine statutario compromesso da quel delitto. Nei confronti del fascismo fu sempre più succubo del regime, fino alla firma delle leggi razziali e della sciagurata  dichiarazione di guerra. Prima ancora accettò che il Parlamento venisse stravolto nella Camera dei fasci e delle corporazioni e che il senato del Regno venisse fascistizzato. Attese un golpe interno al fascismo il 25 luglio 1943 per chiedere a Mussolini le dimissioni. Il successore da lui  scelto nel maresciallo Badoglio, fascistissimo duca di Addis Abeba, fu un disastro.
Nei quarantacinque giorni non fece nulla se non liquidare  con la violenza delle ripicche personali come l’omicidio di Ettore Muti e lasciò che i tedeschi si impadronissero dell’ Italia, abbandonando l’esercito sparso sui campi di battaglia, senza ordini. E l’8 settembre scappò insieme al re al Sud perché non c’era più altro da fare che trasferirsi da Roma ormai pronta ad essere occupata dai tedeschi .Si mise al sicuro sotto la protezione anglo – americana, pur riuscendo a rimettere in piedi un piccolo esercito di liberazione che non fu merito suo. Diceva Delcroix: da invasori in pochi giorni diventarono liberatori.  Anche in questa ultima vicenda il re non fu capro espiatorio, ma primo responsabile insieme a Badoglio della capitolazione di un esercito abbandonato a sé  stesso. Moralmente e politicamente fu responsabile anche dell’eccidio di Cefalonia e dell’internamento in Germania di 600mila soldati che paradossalmente furono fedeli al giuramento prestato al loro re, ma furono fatti prigionieri perché abbandonati a  se’ stessi dai loro superiori più altolocati. Fu inoltre responsabile della politica tra il 1943 e il 1946 perché non volle abdicare se non a pochi giorni dal referendum. Questo restare abbarbicato al potere danneggiò moltissimo la Causa Monarchica, come una volta mi disse con franchezza il ministro della Real Casa Lucifero. Le mie poche righe non bastano a dare un giudizio su 46 anni di regno, ma le semplificazioni manichee non bastano a giustificare il “piccolo grande re“ come diceva in televisione Alfredo Covelli. La storia non è cosa da cortigiani, ma da  studiosi. Sono d’accordo a continuare a leggere Gioacchino Volpe, ma non i depliant propagandistici di personaggi che disonorano quello che resta di Casa Savoia. La difesa del re tentata dal suo fedelissimo Alberto Bergamini sarebbe ancora oggi, la traccia da seguire per difendere il re d una condanna faziosa e totale, ingiusta al pari della difesa incolta ed aprioristica.
.
L’uomo forte
L’idea dell’uomo forte ha sempre suggestionato alcuni utopisti autoritari da Junio Valerio Borghese a Edgardo Sogno che pure fu un resistente. Sogno guardava a De Gaull , ma non aveva le idee chiare sul terreno politico. Fu di moda la parola golpe, come poi avvenne drammaticamente  in Cile con altri generali e prima in Grecia con i colonnelli.
Fecero disastri politici e massacri di oppositori. Lasciamo che in Italia i generali  facciano i generali e non diventino aspiranti leader politici. Non sono preparati a ruoli politici e potrebbero solo portare danno. Se poi scrivono anche libri, bisogna preoccuparsi. Occorre uno Stato democratico forte, non il generale di turno. De Gaulle era uno statista a sé, nessuno può chiamarlo in causa anche perché la storia francese è altra rispetto a quella italiana e le incapacità di Macron hanno vanificato la Quinta repubblica Gaullista.
.
LETTERE scrivere a quaglieni@gmail.com
.
Cavour e il “Pannunzio”
Ho visto il manifesto del Centro Pannunzio in cui si afferma in modo fantasioso che che Cavour sarebbe potuto essere socio del centro Pannunzio. Su che  cosa si sono basati i suoi grafici un po’ troppo fantasiosi ? La storia va rispettata.    Rag. Tino Diotallevi
I grafici hanno seguito le mie personali indicazioni. Esiste un precedente degli anni Cinquanta in cui due partiti si contesero nei manifesti  l’immagine e l’eredità politica di Cavour. Il” Corriere della sera“ si presentò a Torino con l’immagine di Cavour. Nel caso specifico fu Stefano Reggiani nel 1975 a scrivere dei racconti in cui il Conte di Cavour era abituale frequentatore del Centro Pannunzio, a volte insieme al re. Non era una fantasia campata in aria. Reggiani era un giornalista colto e sapeva che Pannunzio teneva dietro la sua scrivania di direttore un ritratto di Cavour. E sapeva anche la difesa tenace di Cavour da me fatta nel corso degli anni , seguendo l’amico e Maestro Rosario Romeo . Nessuno a Torino è stato più cavouriano del Centro “ Pannunzio“ che ha nel suo atrio di ingresso un busto di Cavour. Penso che abbia capito il senso di pensare ad un Cavour redivivo socio del Centro Pannunzio. I liberali con i liberali, potremmo dire parafrasando Matteotti.
..
Piazza Solferino  e il centro
Perché piazza Solferino è così trascurata e priva di eventi, se si eccettua il Natale? E’ una piazza storica importante e  dimenticata. Angela Bianchi
E’ una piazza speciale perché la viabilità scorre parallela alla piazza e guai se a qualche assessore venisse in mente di rendere pedonale tutta la piazza, condannandola alla morte. Resta comunque una piazza piuttosto ampia. Per le Olimpiadi invernali pensarono di dotarla di due orribili “Gianduiotti“ che poi dovettero rimuovere e  demolire: le idee di una estrosa assessora al turismo che certamente non ha brillato per capacità neppure per le Olimpiadi. Dopo si sono tenute poche manifestazioni, una per l’intitolazione di parte  della piazza ad Alfredo Frassati.   Gli spazi utili ci sarebbero , ma forse manca la fantasia e la volontà. Chi autorizza un supermercato in piazza Castello, si rivela inadatto ad esercitare certe funzioni. Torino manca di gente capace di  vera fantasia progettuale .Vivono nel passato delle “luci di artista”, lasciando nel buio più pericoloso piazza Carlina: una follia.  Non è solo piazza Solferino a soffrirne. C’è gente malata di demagogia che vuole portare tutto in periferia. Forse è questa la spiegazione per capire come mai piazza Solferino è stata declassata. L’idea di una città con molti centri è nefasta perchè priva il centro vero  di attrattiva. La pedonalizzazione di via Roma avrà esiti esiziali perché i torinesi useranno come sempre  i portici e la via pedonalizzata, negata alla circolazione ,sarà preda di sfaccendati e artisti di strada.
.
Pitigrilli
Ho letto il libro del giornalista Ternavasio su Pitigrilli e sono rimasta molto delusa. Il solito tuttologo che non approfondisce nulla. Per parlare dei rapporti con il fascismo di Pitigrilli si fonda su tale Colombini, una estremist , non  una studiosa. Che delusione!   Rosina Roberti
Non ho letto il libro e quindi non so dirle nulla, anche se concordo su Colombini. NResta insuperato il libro di Anna Antolisei su Pitigrilli che evidenzia l’aspetto più riuscito dell’opera dello scrittore torinese, l’aforisma, di cui Antolisei è grande studiosa. I biografi di mestiere che passano indifferentemente da un tema all’altro, quasi fossero enciclopedici, non sono mai molto affidabili. Gli studiosi seri ed approfonditi, ma non seriosi  come Antolisei, sono tutt’altra cosa.
Leggi qui le ultime notizie: IL TORINESE

Lascia un commento

Your email address will not be published.

Articolo Precedente

Vannacci e l’esaltazione della sinistra

Articolo Successivo

Spaccio e rapine, il bilancio dei controlli straordinari della polizia a Torino

Recenti:

IL METEO E' OFFERTO DA

Fit Homeless